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Il primo Congresso dei Comitati di Liberazione Nazionale: Bari gennaio 1944

24 Octobre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il I congresso dei Comitati di Liberazione nazionale si svolse a Bari il 28 e 29 gennaio 1944 nel teatro Piccinni.

L'organizzazione del congresso era stata un'impresa difficile; Bari venne scelta come seconda sede perché l'ACC (Allied Control Commission), su pressione del governo Badoglio, aveva negato Napoli. Badoglio inviò a Bari il generale Pietro Gazzera come commissario straordinario per l'ordine pubblico. Soltanto in extremis fu possibile mitigare le misure restrittive del governo e far sì che 120 delegati in rappresentanza di 21 province, 50 giornalisti, 15 addetti alla segreteria e 800 cittadini partecipassero alla seduta inaugurale del congresso, che ebbe un enorme rilievo politico.

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Radio Londra lo definì «il più importante avvenimento nella politica internazionale italiana dopo la caduta di Mussolini». L’inviato della Reuters, lo considerò «di grande rilievo perché il suo scopo principale sarebbe stato la questione istituzionale». Non minore risalto attribuirono all'evento il New York Times, che ne pubblicò la mozione finale,

 

e il Times di Londra che ne sottolineò la richiesta secondo cui «Presupposto innegabile della ricostruzione morale e materiale italiana è l' abdicazione immediata del Re, responsabile delle sciagure del Paese». Mentre il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, riconoscendone le conclusioni, disse che «gli Stati Uniti sono ora (...) fermamente determinati a lasciare ogni decisione al popolo italiano».

Dal capoluogo pugliese si alzò la prima voce libera in un paese per due terzi occupato dalle truppe naziste. I lavori furono introdotti dal giudice Michele Cifarelli segretario del Cln di Bari, che dette lettura dei messaggi di Roosewelt, Stalin, Chiang Kai-shek, e da un importante discorso di Benedetto Croce, che schierato su posizioni liberali e moderate, propose la liquidazione del re, corresponsabile della guerra e dell'avvento di Mussolini.

 

La registrazione del discorso di Croce, messo in onda immediatamente da Radio Londra.

Benedetto Croce

Venne, inoltre, autorizzata dai responsabili del PWB (Ufficio della guerra psicologica) la trasmissione di un commento dell’assise barese di Alba De Cespedes che con lo pseudonimo di Clorinda era la voce di "Italia Combatte" (la trasmissione più prestigiosa di Radio Bari, poi di Radio Napoli e Radio Roma, alla liberazione della capitale), la rubrica che aveva la funzione di sostenere la resistenza al Nord.

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«Questo Congresso - sostenne Clorinda - è stato in parole semplici, la prima riunione ufficiale dei partiti d'opposizione. Andai lì ad assistere, seduta in un palco. Perché la riunione si svolse al teatro Piccinni ... Io ero mossa come quando si vede una persona che è stata lungamente malata, sul punto di morire addirittura, uscire finalmente a muovere i primi passi al sole. E avevo anche dentro di me la sensazione di fare cosa proibita, non potevo ancora abituarmi all'idea che in Italia, ormai, ognuno poteva fare e dire quel che voleva. Quando vidi Benedetto Croce - del quale avevo appreso attraverso i libri ad avere tanto rispetto ed amore - entrare sul palcoscenico come un ometto, con un paltoncino marrone e posare il cappello sul tavolino, semplicemente, senza nessuno attorno a lui che s'affannasse ad aiutarlo, e quando lo vidi leggere il suo discorso confidenzialmente, alzando un poco gli occhi sul pubblico… lo udii dire così semplicemente, la libertà, come avrebbe detto una parola qualunque, una di quelle parole che gli spiriti liberi sono abituati a pronunciare con dimestichezza, allora mi gettai ad applaudire furiosamente ...».

In realtà i partiti antifascisti non intendevano soltanto discutere, ma fare qualche cosa di più. Le idee più chiare le aveva, forse, il Partito d'Azione, ma erano idee irrealizzabili pur costituendo in quel momento ciò che si poteva desiderare di meglio in astratto e cioè:

“l'abdicazione immediata del re e sua messa in stato d'accusa per le violazioni da lui commesse dello Statuto; la proclamazione del congresso in assemblea rappresentativa che segga in permanenza, integrata a suo tempo dei rappresentanti delle province non ancora liberate, fino alla Costituente; la elezione d'una Giunta esecutiva che fino alla liberazione di Roma rappresenti il popolo italiano nei rapporti con le Nazioni Unite”.

 

Intorno alla mozione approvata dai delegati del PdA si scatenò la battaglia congressuale, sollecitata anche dall'arrivo d'un messaggio del CLN centrale, portato attraverso le linee dal socialista Lizzadri e dal liberale Marconcini, in cui si ribadiva una posizione di netta intransigenza verso il governo Badoglio. L'abilità di Croce consistette appunto nell'indirizzare tutto lo stato di profondo disagio e d'insofferenza degli antifascisti del Sud verso quest'unico obiettivo e anche di ridurre il problema della lotta contro il fascismo all'eliminazione del suo «superstite». E su questa linea si mosse poi il congresso dalla relazione politica di Arangio Ruiz alla mozione finale votata all'unanimità dopo un aspro dibattito. In essa sono accolte le istanze formulate dal PdA, ma soltanto formalmente, svuotate d'ogni significato giacobino. «Presupposto della ricostruzione morale e materiale italiana è l'abdicazione immediata del re responsabile delle sciagure del paese»; perciò il Congresso, in rappresentanza del popolo italiano, «proclama l'urgenza dell'abdicazione, dichiara la necessità di pervenire alla composizione di un governo con i pieni poteri del momento d'eccezione e con la partecipazione di tutti i partiti rappresentati al Congresso» e delibera infine «la costituzione di una Giunta esecutiva permanente che predisponga le condizioni necessarie al raggiungimento degli scopi suddetti». Si è ben lontani dalle intenzioni del PdA di trasformare il congresso in «Convenzione»; ma si è anche lontani dal dare un'indicazione concreta di lavoro alla Giunta sulla quale si scarica tutto il peso e la responsabilità.

Un passo avanti nella situazione generale fu costituito dalla restituzione all'amministrazione italiana dell'«Italia continentale a sud dei confini settentrionali delle province di Salerno, Potenza e Bari» e della Sicilia, avvenuta da parte dell' AMGOT l'11 febbraio. E parve a un certo momento che la stessa Commissione alleata di controllo - attraverso la sua sezione politica - volesse finalmente risolvere la questione istituzionale, appoggiando il piano della Giunta di Bari (abdicazione di Vittorio Emanuele III, delega da parte del nuovo re Umberto II dei suoi poteri a una luogotenenza collegiale). L'accettazione di questo piano fu raccomandata dal governo americano ai capi di Stato maggiore combinati. Ma immediatamente s'inserì nella situazione Churchill che bloccò ogni ulteriore sviluppo con il suo discorso ai Comuni del 22 febbraio, in cui confermò esplicitamente il suo appoggio alla monarchia con una metafora di pungente sarcasmo.« Quando occorre tenere in mano una caffettiera bollente, è meglio non rompere il manico finché non si è sicuri di averne un altro egualmente comodo e pratico o comunque finché non si abbia a portata di mano uno strofinaccio».

 

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ORDINE DEL GIORNO VOTATO DAL CONGRESSO DI BARI
(29 GENNAIO 1944)

Il Congresso, udita ed approvata la relazione Arangio-Ruiz sulla politica interna;
ritenuto che le condizioni attuali del Paese non consentono la immediata soluzione della questione istituzionale; che, però, presupposto innegabile della ricostruzione morale e materiale italiana è l'abdicazione immediata del Re, responsabile delle sciagure del Paese;
ritenuto che questo Congresso, espressione vera e unica della volontà e delle forze della Nazione, ha il diritto ed il dovere, in rappresentanza del popolo italiano, di proclamare tale esigenza;
Dichiara

la necessità di pervenire alla composizione di un governo con i pieni poteri del momento di eccezione e con la partecipazione di tutti i partiti rappresentanti al Congresso, che abbia i compiti di intensificare al massimo lo sforzo bellico, di avviare a soluzione i più urgenti problemi della vita italiana, con l'appoggio delle masse popolari, al cui benessere intende lavorare, e di predisporre con garanzia di imparzialità e libertà la convocazione dell'Assemblea Costituente, da indirsi appena cessate le ostilità;

Delibera

la costituzione di una Giunta esecutiva permanente alla quale siano chiamati i rappresentanti designati dei partiti componenti i Comitati di Liberazione e che, in accordo col Comitato Centrale ed in contatto con le personalità politiche e riconosciute come alta espressione dell'antifascismo, predisponga le condizioni necessarie al raggiungimento degli scopi suddetti.

Per il Partito Liberale: Michele Di Pietro Per la Democrazia Cristiana: Angelo Venuti Perda Democrazia del Lavoro: Andrea Gallo Per il Partito d'Azione: Adolfo Omodeo Per il Partito Socialista: Luigi Sansone Per il Partito Comunista: Paolo Tedeschi

Sono stati designati dai rispettivi partiti, come membri nella G.E.P.:

FRANCESCO CERABONA, per il Partito della Democrazia del Lavoro; VINCENZO ARANCIO-Ruitz, per il Partito Liberale; PAOLO TEDESCHI, per il partito Comunista; VINCENZO CALACE, per il Partito d'Azione; ANGELO RAFFAELE JERVOLINO, per la Democrazia Cristiana; ORESTE LONGOBARDI, per il Partito Socialista.

 

 

Bibliografia:

Gloria Chianese - Quando uscimmo dai rifugi. Il Mezzogiorno tra guerra e dopoguerra (1943-46)-  Ed. Carocci 2004

Roberto Battaglia - Storia della Resistenza italiana - Einaudi 1964

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I Comitati di Liberazione Nazionale del meridione

17 Octobre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

L'attività dei CLN meridionali, sia pure in maniera circoscritta e discontinua, s'intrecciò con quella delle amministrazioni locali. Questi CLN, diversamente da quelli del Centro-Nord, non nacquero nel vivo della lotta antinazista, peraltro nel Sud di durata assai breve, e che, per tutta una prima fase, ebbero come perno della loro attività l'aspra polemica contro la monarchia e il governo Badoglio.

Il momento culminante della contrapposizione si verificò in occasione del I congresso dei CLN dell'Italia liberata, il 28 e 29 gennaio 1944. Già l'organizzazione del congresso era stata un'impresa difficile; Bari venne scelta come seconda sede perché l'ACC (Allied Control Commission), su pressione del governo Badoglio, aveva negato Napoli. Ma il clima era di aperta ostilità: Badoglio inviò a Bari il generale Pietro Gazzera come commissario straordinario per l'ordine pubblico. Soltanto in extremis fu possibile mitigare le misure restrittive del governo e far sì che 120 delegati in rappresentanza di 21 province, 50 giornalisti, 15 addetti alla segreteria e 800 cittadini partecipassero alla seduta inaugurale del congresso, che ebbe un enorme rilievo politico. Ai lavori erano presenti prestigiose figure di antifascisti: Benedetto Croce, Carlo Sforza, Alberto Cianca, Francesco Caracciolo, Dino Gentili, Guido Molinelli, Michele Cifarelli, Vincenzo Arangio Ruiz e Oreste Lizzadri, questi ultimi tre in rappresentanza, rispettivamente, dei CLN di Bari e Napoli e del CLN centrale.

La posizione di Croce, favorevole all'abdicazione del re per salvare l'istituto monarchico, finì con l'essere egemone, ma emersero anche voci diverse, di critica radicale alla monarchia, come quella di Oreste Lizzadri, Tommaso Fiore e Adolfo Omodeo. Il congresso ebbe vasta eco sulla stampa. Oltre ai dettagliati resoconti sul quotidiano barese "La Gazzetta del Mezzogiorno", ne parlarono Radio Londra, il "New York Times" e il "Times". A Radio Bari invece gli Alleati proibirono di trasmetterne in diretta i lavori. Qualche giorno dopo Gaetano Salvemini, da Harvard, esortò il governo alleato a tener conto dell'istanza antimonarchica espressa dal congresso di Bari.

A conclusione dei lavori fu costituita la Giunta esecutiva che operò a Napoli fino al maggio 1944. Essa fu condannata a un lungo stallo, soprattutto dopo che Churchill ebbe ribadito il sostegno alla monarchia italiana. La giunta era fautrice di una politica di netta contrapposizione con il governo Badoglio e pertanto non fu facile, al suo interno, la condivisione della strategia togliattiana che portò alla formazione dei governi d'unità nazionale.

 

I comitati acquisirono importanza dopo il R.D.L. del 4 aprile 1944, n. III, che rimodellò la struttura delle amministrazioni comunali. Dovevano infatti essere consultati per la nomina di sindaci e assessori, i quali venivano poi nominati dal prefetto. In realtà tutte le nomine dovevano essere sottoposte all' approvazione del governo alleato.

 

In Sicilia i CLN operarono in un contesto in cui PLI, DDL e la stessa DC erano nettamente monarchici, per cui la pregiudiziale antimonarchica posta dai partiti di sinistra diventò motivo di duro contrasto. Essi dovevano poi confrontarsi con il problema del separatismo. Inoltre, la cultura delle forze cielleniste prese nel loro insieme, se era unitaria, aveva però molteplici sfumature. Grande attenzione, soprattutto da parte democristiana, era rivolta all'ipotesi dell'autonomia regionale, mentre il PCI, attraverso il contributo di Girolamo Li Causi, poneva il problema del rapporto tra CLN e lotte contadine contro il latifondo.

 

Anche in Calabria i nascenti CLN si confrontarono con la domanda di terra del movimento e, dopo i decreti Gullo, spesso i loro rappresentanti entrarono nelle commissioni per l'assegnazione delle terre incolte.

 

In Puglia, importante fu il ruolo svolto dal CLN di Bari, influenzato dagli azionisti.

 

Il CLN di Brindisi si costituì il 9 agosto 1943 su impulso dell' avvocato comunista Vittore Palermo, del socialista Felice Assennato e di altre autorevoli figure di antifascisti.

 

A Napoli il CLN, in cui erano presenti i rappresentanti di DC, PCI, PSIUP, PdA, PLI, DDL, nonché delle associazioni combattentistiche, operò dall'inizio dell' ottobre 1943 al 9 agosto 1946. Fu perciò assente nella fase dell' occupazione tedesca e in particolare durante la fase insurrezionale delle Quattro giornate. Esso dovette convivere, fin dai suoi esordi, con l'amministrazione alleata e con una tipologia di personale politico in forte continuità con l'apparato statale fascista.

 

Nell'insieme, i CLN del Sud stentarono a definire una propria identità.

Molti di essi nacquero sull'onda del CLN centrale, costituito a Roma il 9 settembre 1943 con la precisa configurazione di struttura alternativa al governo regio; con esso condivisero la priorità della questione istituzionale e il successivo travaglio che portò alla politica dei governi d'unità nazionale.

I CLN meridionali non ebbero dunque il carattere di forte discontinuità istituzionale dei CLN che contemporaneamente si svilupparono nel Nord a livello comunale, provinciale e regionale (in Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia, Veneto), e che il 7 febbraio 1944 si dotarono, con il CLNAI, di un organismo di direzione e coordinamento. I CLN del Centro-Nord si configurarono

come una sorta di governo straordinario guardato con preoccupazione dagli anglo-americani, i quali ritenevano che dovessero essere intesi non come tasselli costitutivi del futuro assetto politico e statuale, ma piuttosto come organismi a termine, funzionali alla lotta antifascista: non solo diressero la lotta antifascista, ma funsero da veri e propri embrioni di governo democratico, negando ogni legittimità statuale alla RSI. Ciò implicava un'intensa attività, oltre che in campo amministrativo, anche in quello giudiziario, che portò, nell' agosto 1944, a istituire le commissioni di giustizia e le corti d'assise.

 

Nel Mezzogiorno, invece, il governo alleato riuscì facilmente a ridurre i CLN al ruolo di organismi consultivi dell'autorità prefettizia. Essi incisero debolmente su problemi chiave come l'epurazione e ottennero alcuni risultati limitatamente al ricambio delle amministrazioni locali. Né furono capaci di contrastare l'ascesa, sempre più netta, dei gruppi monarchici e qualunquisti: al loro interno infatti si moltiplicarono i contrasti tra i partiti di sinistra e il polo moderato, in cui confluivano democristiani, liberali e demolaburisti, che diventò l'interlocutore della strategia sostenuta da governo alleato, monarchia e governi Badoglio e Bonomi.

Eppure, per quanto minoritari e scarsamente incisivi, i CLN ebbero un ruolo importante perché, in una fase in cui nel Sud i partiti di massa stentavano a decollare, furono espressione di una cultura antifascista e democratica. Formati per lo più da esponenti della borghesia delle professioni, rappresentarono un ceto culturale e politico che aveva avuto, sia pure solo in parte, trascorsi antifascisti e si collocava in una tradizione di democrazia che si incrociava e si incontrava con l'esperienza della Resistenza.

 

Bibliografia:

Gloria Chianese - Quando uscimmo dai rifugi. Il Mezzogiorno tra guerra e dopoguerra (1943-46) -  Ed. Carocci sett. 2004

 

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27 aprile 1945: Pertini da Radio Milano

30 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La sera del 27 aprile 1945 dal microfono di Radio Milano, occupata dalle formazioni «Matteotti», Sandro Pertini, segretario del Partito Socialista nell'Italia occupata, diceva:

 

«Lavoratori milanesi, le catene che il fascismo vi aveva imposte per asservirvi alla sua dittatura, sono spezzate, la libertà splende su di voi e la rossa bandiera torna a sventolare nel cielo d'Italia, indicando alla classe operaia la meta del suo riscatto: il socialismo.

In quest'ora di esultanza, vada il nostro saluto alle vittoriose armate delle Nazioni Unite che, con la loro potenza, sono riuscite a piegare il mostro nazifascista. Vada la nostra riconoscenza ai fieri partigiani che, privi di mezzi, armati solo di profondo amore per la libertà e di odio implacabile per il nemico, imponendosi sacrifici di ogni genere, hanno, per lunghi mesi, tenacemente lottato contro il nazifascismo, dimostrando al mondo intero come il popolo italiano non sia un popolo di vili.

E adesso, il nostro popolo, con le stesse sue forze, intende risollevarsi dall'abisso in cui è stato gettato dalla criminosa follia fascista. Per la lotta sostenuta con tanta abnegazione e con tanta virtù da questi figli della classe lavoratrice, per la fierezza con cui i lavoratori hanno saputo affrontare, durante la dominazione nazifascista, i sacrifici, le persecuzioni e i plotoni d'esecuzione, il popolo italiano ha diritto ad essere padrone del proprio destino.

Lavoratori, il fascismo è caduto. I componenti di questa associazione per delinquere, sino a ieri feroci perchè si appoggiavano alla brutale forza nazista, sono fuggiti appena l'insurrezione popolare è esplosa.

Il fascismo è caduto, ma lascia sul suo cammino sangue, miseria e rovine. Questo è il disastroso risultato di venti anni di dominazione fascista. E lo ricordiamo soprattutto a coloro che al fascismo e al suo capo hanno sino a ieri applaudito, pronti oggi a mettersi sotto una delle insegne politiche trionfanti per rifarsi una verginità cento volte perduta e per realizzare quelle ambizioni che non sono riusciti a realizzare sotto il fascismo.

Non vale però recriminare. E' necessario, per noi e per coloro che dopo noi verranno, mettersi subito al lavoro per ricostruire la nostra Patria ancora sanguinante. Noi socialisti non ci sottrarremo a questo inderogabile dovere. In quest'opera di ricostruzione intendiamo metterci alla testa del popolo italiano, ma non vogliamo che sulle presenti rovine si ricostruisca la vecchia società con i suoi privilegi di classe.

Su queste rovine noi vogliamo gettare le fondamenta della futura società socialista. Per questo, noi socialisti affermiamo che il taglio con il passato deve essere netto e che la vecchia classe dirigente, responsabile del fascismo e, quindi, responsabile anche di questa rovinosa guerra, deve essere combattuta e stroncata: per questo vogliamo che la classe lavoratrice si impossessi del potere politico.

Essa è ben degna di assumerlo perchè, gettando nella guerra di Liberazione i figli suoi migliori, ha dimostrato di essere consapevole della missione affidatale dalla storia. Badate, però, lavoratori, che da oggi ha inizio per voi una lotta più dura e difficile di quella sostenuta sotto il fascismo. Le forze della reazione non sono morte con il fascismo, ma, strette intorno alla monarchia per sua natura conservatrice e reazionaria, cercheranno di sbarrarvi il cammino che conduce al vostro riscatto.

Nessun compromesso deve esser fatto con queste forze, contro di esse è necessario lottare con ferma decisione per impedire che possano riprendersi e consolidare le loro posizioni. Pertanto, noi socialisti oggi chiediamo le dimissioni di Ivanoe Bonomi, di quest'uomo che rappresenta troppo il passato, che, nel 1921, Presidente del Consiglio, ha assecondato il fascismo nel suo nascere, e che oggi, dimostrando una congenita e estrema debolezza, non sa o non vuole opporsi con fermezza alle forze della reazione, le quali cercano di rimontare la corrente che sta per travolgerle, onde imporre ancora una volta alla classe lavoratrice
il loro dominio.

Noi socialisti chiediamo che l'attuale governo sia radicalmente rinnovato. Del nuovo governo dovranno far parte i rappresentanti delle forze sinceramente democratiche e uomini che il fascismo abbiano combattuto fin dall'inizio, e che dimostrino, con il loro passato, di avere veramente a cuore le sorti della classe lavoratrice.

Solo così non diverrà vano il sacrificio compiuto da tanti patrioti caduti in nome della libertà sotto la feroce dominazione nazifascista; solo così potremo soddisfare la sete di verità e di purezza così fortemente sentita dalle giovani generazioni, cresciute sotto il fascismo, e che troppe vergogne e troppi tradimenti hanno conosciuti; solo così il popolo italiano potrà risorgere a nuova vita e conquistare quelle libertà democratiche che apriranno alla classe lavoratrice la strada della sua vera e completa emancipazione».

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I Maggio 1945: Pertini a Milano

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Il proclama del CLNAI del 25 aprile 1945

29 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La Resistenza antifascista si concludeva con il proclama del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia all'insurrezione generale, il 25 aprile 1945. Lo Stato fascista veniva dichiarato disciolto. Coordinati con l'azione militare anglo-americana, i reparti partigiani passavano all'attacco in tutto il Nord Italia.

Art. 1. Costrettivi dall'esistenza di forze reazionarie che tentano di perpetuare l'odiata loro tirannia e dalla imprescindibile necessità di assicurare la salvezza del patrimonio nazionale e l'incolumità dei cittadini, l'ordine pubblico ed il funzionamento di tutti i servizi, il Comitato di Liberazione Nazionale proclama lo stato di eccezione in tutto il territorio di sua competenza a far tempo dalle ore ... di oggi. Le norme dello stato di eccezione sono stabilite negli art. 3, 5 e seguenti del presente decreto. Per le ore ... di oggi tutti i cittadini devono ritirarsi nel proprio domicilio.

Art. 2. Sono istituiti i Tribunali di Guerra in ogni Provincia dal Comando di zona del Corpo Volontari della Libertà designato dal Comando stesso che presiede, da un magistrato in servizio attivo o a riposo designato dal Comitato di Liberazione Nazionale provinciale e da un Commissario di guerra addetto al Comando di Zona e da due semplici partigiani nominati dal Comando di Zona. I Tribunali di guerra hanno competenza a giudicare dei reati contemplati dal presente decreto: essi siedono in permanenza e le loro sentenze sono emanate in nome del popolo italiano ed eseguibili immediatamente.

Art. 3. Il saccheggio, il sabotaggio, la rapina, la grassazione, il furto sono puniti con la morte. Chiunque venga sorpreso a compiere uno dei predetti reati sarà immediatamente passato per le armi sul posto.

Art. 4. Le formazioni dell'esercito, dell'aeronautica e della marina fasciste e tutti i corpi armati fascisti, inclusi quelli di polizia, sono disciolti. I loro membri sono esentati dal servizio e liberati dal giuramento prestato. Essi debbono abbandonare il loro posto immediatamente senza asportare alcuna arma, equipaggiamento, munizioni o altro. Essi dovranno recarsi nei campi di concentramento secondo le norme che verranno emanate dal Comando Militare, in attesa dell'accertamento delle rispettive responsabilità. I contravventori sono considerati ribelli passibili di morte e saranno passati per le armi sul posto.

Art. 5. Per la durata dello stato di eccezione sono assolutamente vietati gli assembramenti di più di cinque persone, le riunioni - salvo quelle indette o autorizzate dal Comitato di Liberazione Nazionale.

Art. 6. La tutela dell'ordine pubblico è affidata esclusivamente a quelle formazioni del Corpo dei Volontari della Libertà all'uopo incaricate con esplicito mandato del Comitato di Liberazione Nazionale e del Comando Militare. Chiunque opponga resistenza in qualsiasi modo o contravvenga alle norme del presente decreto sarà deferito al Tribunale di guerra.

Art. 7. Chiunque detenga armi deve farne immediata denuncia e consegna al Comando Militare, pena la confisca dell'arma e l'immediato arresto.

Art. 8. Tutti gli appartenenti alle forze armate tedesche di qualunque specie sono dichiarati prigionieri di guerra e dovranno recarsi nei luoghi stabiliti secondo le norme che verranno tempestivamente emanate dal Comando Militare. Lo stesso trattamento è riservato ai civili di cittadinanza tedesca.

Art. 9. Il Comitato di Liberazione Nazionale ed il Comando Militare hanno la facoltà di ordinare perquisizioni, requisizioni ed arresti.

Milano, 25 aprile 1945.

 

Bibliografia

F. CATALANO, Storia del C.L.N.A.I., Laterza, Bari, 1956

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La «svolta di Salerno»

26 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dalla città campana, in cui il governo Badoglio-CLN prese a funzionare, venne un nuovo impulso alla guerra partigiana. Da Napoli, in un articolo de “L’Unità” del 9 novembre 1944, viene pubblicata la risoluzione del Consiglio nazionale del Partico comunista, tenutosi il 1° aprile.

 

L Unità 1944 

 

Alla fine di marzo Palmiro Togliatti rientrava in Italia dall’Unione Sovietica e raggiungeva Napoli. Passando per Algeri aveva già rilasciato alcune dichiarazioni sulla «questione italiana», da cui emergeva la priorità assegnata agli obiettivi e ai compiti della liberazione nazionale.  

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Già in alcuni suoi messaggi messi in onda da Radio Milano Libertà, che trasmetteva da Mosca, Togliatti, aveva affrontato argomenti riguardanti la questione istituzionale, distinguendo un momento di principio ed uno di politica immediata, e la Costituente.

Il 1° aprile il Consiglio nazionale del Partito Comunista Italiano, riunito nella capitale del Mezzogiorno, adottava una risoluzione che superava l'impasse seguita al congresso di Bari dei CLN. Tutte le altre forze del Comitato di Liberazione Nazionale aderirono alla proposta di entrare in un governo transitorio che fu ancora diretto da Badoglio. Contestualmente Vittorio Emanuele dava mano alla luogotenenza, i ministri non giuravano fedeltà al re, e il compromesso era sanzionato dall'impegno di convocare la Costituente. Si giunse, in tal modo, alla cosiddetta «svolta di Salerno» (dalla città in cui il governo Badoglio-CLN prese a funzionare), e ne venne un nuovo impulso alla guerra partigiana e all'unità della Resistenza.

 

“L’Unità”, Napoli, 9 aprile 1944

«Il Consiglio nazionale del Partito comunista italiano, riunito nel momento in cui lo sviluppo della situazione internazionale ed interna indica più fortemente a tutti gli italiani la necessità e il dovere di rafforzare ed estendere l'unità nazionale nella lotta per la liberazione del paese dall'occupazione hitleriana e dai traditori fascisti;

 

saluta nel compagno Ercoli, che riprende in Italia, alla testa della delegazione del Comitato centrale, il suo posto di militante e di capo, la guida sicura del partito e del proletariato italiano;

 

riconferma la politica costantemente seguita dal partito, di unità della classe operaia, e quindi di fraterna e costante collaborazione con il partito socialista; di unità delle forze democratiche e liberali antifasciste nel movimento dei Comitati di liberazione nazionale; e di unità di tutta la nazione italiana nella lotta per la sua libertà, per la sua indipendenza e resurrezione.

 

Il Consiglio nazionale del Partito comunista italiano, esaminata la situazione politica interna della zona liberata, apprezzando altamente lo sforzo fatta dai Comitati di liberazione e dalla giunta esecutiva per indirizzare e dirigere tutto il popolo all'azione per la liberazione del paese e per la distruzione di tutti i residui del regime fascista;

 

considera però che nel momento in cui si avvicina la crisi finale della guerra e tutti i popoli in lotta per la libertà devono unire le loro forze per lo schiacciamento definitivo della Germania hitleriana nel tempo più breve; l'esistenza in Italia da una parte, di un governo investito del potere, ma privo di autorità perché privo dell'adesione dei partiti di massa, dall'altra parte, di un movimento di massa autorevole, ma escluso dal potere, nuoce allo sforzo di guerra del paese ed è esiziale all'Italia.

 

Questa situazione, infatti, mentre alimenta la confusione ed il disordine mentre stanca e delude le masse del popolo e crea un ambiente favorevole agli intrighi reazionari e persino alla rinascita di un movimento fascista, allo stesso tempo indebolisce e discredita il nostro paese.

 

Il partito Comunista, consapevole delle sue responsabilità davanti alla classe operaia ed al popolo intero, ritiene che questa situazione deve essere rapidamente liquidata

 

e propone di liquidarla:

 

1. mantenendo intatta e consolidando l’unita del fronte delle forze democratiche e liberali antifasciste;

 

2. assicurando formalmente al paese che il problema istituzionale verrà risolto liberamente da tutta la nazione attraverso la convocazione di una Assemblea nazionale costituente, eletta a suffragio universale, diretto e segreto subito dopo la fine della guerra;

 

3. creando un nuovo governo di carattere transitorio, ma forte e autorevole per la adesione dei grandi partiti di massa: un governo capace di organizzare un vero e grande sforzo di guerra di tutto il paese e, in primo luogo, di creare un esercito italiano forte, che si batta sul serio contro i tedeschi; un governo capace, con l'aiuto delle grandi potenze democratiche alleate, di prendere delle misure urgenti per alleviare le sofferenze delle masse e far fronte con efficacia ai tentativi di rinascita della reazione;

 

4. assicurando a tutti gli italiani, qualunque sia la loro convinzione e fede politica, sociale e religiosa, che la nostra lotta è diretta a liberare il paese dagli invasori tedeschi, dai traditori della patria, dai responsabili della catastrofe nazionale ma che, nel fronte della nazione, c'è posto per tutti coloro che vogliono battersi per la libertà d'Italia, e che domani tutti avranno la possibilità di difendere davanti al popolo le loro posizioni.

 

Il Consiglio nazionale del Partito comunista italiano dà mandato ai rappresentanti del partito di esporre e difendere questa linea politica nella giunta esecutiva e nei Comitati di liberazione.

 

Invita i compagni, gli operai, i lavoratori e tutti gli antifascisti conseguenti, sinceri, combattivi e coscienti delle loro responsabilità ad unirsi e lottare affinché l'Italia, partecipando attivamente e con tutte le sue forze alla guerra contro la Germania hitleriana, avvicini l'ora della sua definitiva liberazione, l'ora in cui tutto il popolo potrà accingersi alla costruzione di un regime democratico e progressivo, che sani le piaghe lasciate da vent'anni di immonda tirannide fascista e renda la nazione italiana completamente libera e padrona dei suoi destini».

 

Da L'Unità, Napoli, 9 aprile 1944

 

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1943 - 1946: dalla monarchia alla repubblica. Cronologia.

2 Juin 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

I re sabaudi erano re d'Italia «per grazia di Dio e volontà della nazione»; nella repubblica il principio della sovranità risiede unicamente nel popolo.

 

«Vivere in repubblica è stato per i democratici e per i popolani del Risorgimento, quindi per le avanguardie radicali dell'Italia unita legate alla memoria e alla lezione di Garibaldi e di Mazzini o anche alla tradizione del socialismo rivoluzionario di Pisacane […] un ideale e un motivo di lotta di più generazioni. A quelle radici si raccorda la nascita della Repubblica italiana, nel 1946, quando le grandi organizzazioni popolari - i moderni partiti di massa e democratici - imposero pacificamente l'estromissione della monarchia al culmine di tutto un ciclo storico, nel momento in cui il prestigio della casa regnante, già coinvolto nel ventennale compromesso col regime fascista, era crollato nella sconfitta e nella non imprevedibile (e non imprevista) rovina del paese.»

 

Di seguito una cronologia di quel che è accaduto fra il 1943 e il 1946, un quadriennio di intensa vita collettiva e di una lotta politica molto vivace e ricca che isola volutamente il contesto della «questione istituzionale». Il problema della monarchia era il primo problema politico, di ordine generale, che si ripresentava alla coscienza nazionale al momento stesso della caduta del fascismo.

Lo scioglimento del nodo politico e ideale fra la dinastia sabauda e il popolo italiano si è verificato, nel '46, senza rilevanti residui (non ne è nata, ad esempio, una «questione monarchica»); e ciò sta anche a significare che l'avvento della repubblica, in fondo, era ormai divenuto funzionale alle istanze, alle esigenze di rinnovamento democratico e di progresso civile largamente prevalenti nel paese, dopo l’esperienza della dittatura fascista.

 

1943

marzo. Scioperi operai a Torino e Milano. La crisi del regime assume dimensioni di massa; le forze conservatrici prendono le distanze dal fascismo.

10 luglio. Sbarco anglo-americano in Sicilia.

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25 luglio. Mussolini esautorato dal Gran Consiglio; colpo di Stato monarchico; governo Badoglio. Ha inizio il periodo dei «quarantacinque giorni ».

22-25 agosto. Costituzione del Partito socialista italiano di unità proletaria (PSIUP).

5-7 settembre. Primo convegno nazionale del Partito d'Azione a Firenze: ne esce un programma repubblicano.

8 settembre. Annunzio dell'armistizio con gli Alleati.

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9 settembre. «Fuga di Pescara »: i Savoia e Badoglio abbandonano la capitale e si rifugiano a Brindisi. A Roma ha inizio la Resistenza e si forma il CLN.

23 settembre. Mussolini, sotto la protezione dei tedeschi, lancia la «Repubblica sociale», ultima metamorfosi del fascismo collaborazionista.

28 settembre. Comitato permanente d'azione fra PSIUP e PCI.

13 ottobre. Badoglio dichiara guerra alla Germania.

16 ottobre. IL CLN centrale (Roma) rivendica un governo straordinario dotato di poteri costituzionali. La questione istituzionale divide i partiti antifascisti.

30 ottobre. Impegno degli Alleati, alla conferenza di Mosca, sulla democratizzazione del governo italiano.

5 novembre. Ercoli (Togliatti) puntualizza da Radio Milano Libertà, la questione del re e pone l'obiettivo di un'Assemblea nazionale costituente.

17 novembre. Ricostituzione, a Brindisi, del governo Badoglio, con personale trasformista, militare e tecnico, sempre avversato dall'antifascismo militante.

8 dicembre. Il I Raggruppamento motorizzato «Savoia» entra in linea a Montelungo al fianco degli Alleati.

 

 

1944

21 gennaio. Sbarco alleato ad Anzio. L'obiettivo di una rapida avanzata su Roma fallisce.

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28-29 gennaio. Congresso di Bari dei CLN: rivendica l'abdicazione del re e forma una «giunta esecutiva».

31 gennaio. IL CLN centrale attribuisce al CLN di Milano poteri di «governo straordinario».

11 febbraio. Il governo Badoglio si trasferisce a Salerno; poco dopo il re, pur rifiutando l’abdicazione, acconsente segretamente al proprio ritiro.

22 febbraio. Dichiarazioni di Churchill al Comuni, in appoggio al governo Badoglio, e alla monarchia.

1-8 marzo. Scioperi di massa contro i nazifascisti nell'Italia settentrionale: consolidamento della Resistenza.

12 marzo. Comizio dei partiti di sinistra, a Napoli, contro le dichiarazioni di Churchill e la monarchia.

14 marzo. L'URSS riconosce il governo Badoglio.

1° aprile. Risoluzione dei Consiglio nazionale del PCI, riunito da Togliatti per un governo di unità nazionale e antifascista.

12 aprile. Dichiarazione di Vittorio Emanuele III: impegno ad istituire la luogotenenza nelle persona del figlio Umberto II all’atto della liberazione di Roma.

21 aprile. Si costituisce il governo Badoglio-CLN. Croce, Sforza, Togliatti, Mancini, Rodinò ministri senza portafoglio. È la «svolta di Salerno».

3 giugno.«Patto di Roma», fra comunisti, socialisti e cattolici: è posta la base dell'unità sindacale nella CGIL.

4 giugno. Le truppe alleate entrano a Roma. Viene attivata la luogotenenza e si forma il governo Bonomi.

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6 giugno. Sbarco anglo-americano in Francia. A Roma si costituisce il Partito democratico italiano, estraneo al CLN e dichiaratamente monarchico.

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9 giugno. Per iniziativa dei CLN, le formazioni partigiane sono inquadrate nel Corpo Volontari della libertà.

25 giugno. Primo decreto legislativo sulla convocazione della Costituente. Entra in funzione la «tregua istituzionale ».

12 agosto. Il generale Raffaele Cadorna è paracadutato nell'Italia, settentrionale; assumerà il comando del CLN.

5-7 novembre. Convegno dei triumvirati insurrezionali del PCI.

25 novembre. Crisi dei governo di unità nazionale, aperta dai liberali. Bonomi rassegna le dimissioni nelle mani del luogotenente.

7 dicembre. Secondo gabinetto Bonomi, formato da DC, PCI, PLI, Socialisti e azionisti su posizioni critiche.

27 dicembre. Esce a Roma il giornale L'uomo qualunque, che nel corso del '45 promuoverà un «partito dei senza partito».

 

1945

2-12 gennaio. Conferenza di Yalta (Roosevelt, Stalin, Churchill).

28 gennaio. Primo congresso della CGIL a Napoli.

31 marzo: Memoriale all'ONU dei separatisti siciliani.

12 aprile. Morte di Roosevelt. Gli succede Truman.

25 aprile. Insurrezione partigiana a Milano.

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28 aprile. Mussolini è fucilato per ordine del CLN.

29 aprile. Gli anglo-americani entrano in Milano.

5 maggio. Fine della guerra in Europa.

maggio. Trattative dei Comitato di liberazione Alta Italia a Roma («tutto il potere ai CLN»). .

30-31 maggio. Il Risorgimento liberale attacca i CLN; il Popolo reclama il disarmo dei partigiani.

20 giugno. Formazione del governo Parri. È il culmine dell'influenza e del prestigio dell'antifascismo.

26 giugno. Scoccimarro propone il cambio della moneta. La proposta non verrà attuata.

7 luglio. Dopo il successo delle sinistre in Francia (13 maggio), i laburisti vincono le elezioni in Gran Bretagna.

6 agosto. Gli USA sganciano su Hiroshima la bomba atomica.

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2 settembre. Resa del Giappone e fine della guerra

11 settembre. Negoziati per il trattato di pace dell'Italia.

25 settembre. Convocazione della Consulta nazionale.

27 settembre. Croce difende alla Consulta i regimi liberali del prefascismo criticati da Ferruccio Parri.

14 ottobre. Manifestazioni del PCI e PSIUP in tutta Italia per rivendicare e accelerare i tempi della Costituente.

22-28 ottobre. XIX Settimana sociale dei cattolici italiani su «Costituzione e Costituente». Messaggio di Pio XII.

17 novembre. La giunta esecutiva del PLI apre la crisi di governo d’accordo con la Democrazia cristiana.

10 dicembre. De Gasperi succede a Parri alla testa del governo. Nenni ministro per la Costituente.

29 dicembre. V Congresso del PCI; si pronuncia per una Costituente sovrana e per una Repubblica di lavoratori.

 

1946

16 febbraio. Nasce il partito dell’ Uomo qualunque.

21 febbraio. Crisi e scissione del Partito d'Azione, subito dopo il congresso di Roma.

25 febbraio. Pio XII condanna l'ideologia comunista.

26 febbraio. Accordo di governo sul referendum istituzionale e sulle elezioni per la Costituente.

5 marzo. Discorso di Churchill a Fulton, alla presenza di Truman. Teoria della «cortina di ferro» e rilancio della «guerra fredda».

10 marzo-7aprile. Si conclude il primo turno delle amministrative: nei centri in cui si vota con la proporzionale PCI e PSIUP toccano da soli il 47,8 per cento.

12 marzo. Convocazione dei comizi elettorali per il 2 giugno.

2 aprile. Si forma la moderata e tradizionalista Unione democratica nazionale (Croce, Orlando, Nitti, Bonomi).

11-17 aprile. Congresso del PSIUP a Firenze: sinistra e destra (Saragat) si equilibrano.

12 aprile. Sforza, dopo aver auspicato un raggruppamento democratico delle «forze medie del paese», aderisce al PRI.

13 aprile. I monarchici danno vita al Blocco nazionale della libertà.

17 aprile. Inizio della campagna elettorale politica.

26 aprile. Il congresso della DC si pronuncia a maggioranza per la repubblica (60%). Il 23% è per la monarchia e il 17% si astiene. De Gasperi sfugge però al dilemma.

3 maggio. Il congresso liberale si pronunzia a larga maggioranza per la monarchia.

9 maggio. Abdicazione di Vittorio Emanuele III, che rompe la tregua istituzionale. Umberto diventa re («Re di maggio» per i repubblicani).

10-11 maggio. Manifestazioni monarchiche a Roma contro Nenni e Togliatti e per le dimissioni del governo. Controdimostrazioni repubblicane.

16 maggio. La Commissione alleata di controllo respinge la richiesta della Unione monarchica di sospendere il referendum.

19 maggio. «Giornata di preghiera» dell'Azione cattolica per la Costituente, in appoggio alla Democrazia cristiana.

24 maggio. Comizio monarchico del generale Bencivegna e manifestazione al Quirinale.

2 giugno

2 giugno. Voto popolare sul referendum e per la Costituente.

10 giugno. La Corte di Cassazione proclama i risultati del referendum già comunicati dal governo (12.672.767 per la repubblica, 10.688.905 per la monarchia).

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Si apre la crisi fra governo e luogotenenza. Umberto rifiuta la trasmissione dei poteri. «Ricorso Selvaggi», di parte monarchica.

12 giugno. Il clima da colpo di Stato monarchico sfocia a Napoli nell'assalto alla federazione comunista, che viene sanguinosamente respinto.

13 giugno. Il governo assume i poteri luogotenenziali e Umberto di Savoia è costretto a lasciare il paese.

18 giugno. La Corte di Cassazione emette il verdetto definitivo sui risultati del referendum.

25 giugno. Convocazione dell'Assemblea costituente.

28 giugno. Enrico De Nicola viene eletto dalla Costituente come capo provvisorio dello Stato (396 voti su 504).

 

 

Bibliografia:

Enzo Santarelli Dalla monarchia alla Repubblica-1943·1946. La nascita della Costituzione italiana Nuova Iniziativa Editoriale 2007

 

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25 aprile 2011

18 Avril 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

 

«La memoria è la nostra forza. Quando la notte tenta di ritornare, bisogna riaccendere le grandi date come si accendono delle fiaccole».

Victor Hugo

   

  

 

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In occasione del 66° anniversario della Liberazione, viene qui pubblicata la testimonianza di Raimondo Ricci, già presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, su di una pagina eroica della Resistenza italiana: il salvataggio del porto di Genova.

 L’importanza della difesa degli impianti industriali e delle infrastrutture era diventato ben presto uno tra gli obiettivi prioritari delle forze della Resistenza. Il ruolo dei lavoratori, dei tecnici nel difendere impianti e infrastrutture è stato di grande coraggio e al tempo stesso molto prezioso per tutto il paese, soprattutto per le sue prospettive di ripresa postbellica.

 

 

«Io non so, cari amici e compagni della Resistenza, anziani come me o molto più giovani di me, in quale misura la mia potrà essere un'effettiva testimonianza dei fatti che oggi rivisitiamo. E ciò non perché non fossi ancora nato quando i lavoratori italiani con le loro iniziative hanno salvato libertà, hanno combattuto per conservare gli strumenti del lavoro, le fabbriche, le infrastrutture, hanno fatto cioè anche qui a Genova le cose splendide e valorose che oggi sono state ricordate. La ragione è infatti un'altra, ed è dovuta al fatto che nel momento in cui questa lotta era in pieno svolgimento e nel punto massimo della sua attuazione, io non mi trovavo neppure in Italia, bensì in un campo di internamento nazista, così che queste cose io non ho potuto che ricostruirle storicamente dopo il mio fortunoso rientro in Italia, essendo infatti uno dei pochissimi sopravvissuti a uno di quei campi.

Ma, forse posso testimoniare qualcosa di come si siano venuti stabilendo i presupposti, gli antecedenti di questa lotta straordinaria dei lavoratori italiani, a cui pure l'Istituto che presiedo, insieme alle tre confederazioni sindacali, ha voluto dedicare l'anno scorso un importante convegno, di cui è stata già fatta menzione, che riguarda proprio la partecipazione alla Resistenza dei lavoratori italiani, e particolarmente di quelli di tutto il triangolo industriale. E allora veniamo a che cosa io posso testimoniare davvero e poi veniamo rapidamente a che cosa io posso dire grazie alla ricostruzione storica che in tutti questi anni ho potuto compiere acquisendo notizie e sviluppando approfondimenti.

Nel farlo io voglio affermare qui un punto: sì è vero, è importante la memoria, ma è importante che questa memoria venga poi rielaborata e confrontata con quelle che sono le acquisizioni delle indagini storiche. Ciascuno di noi ha certamente infatti vissuto un pezzo di quella tragedia epocale che fu la seconda guerra mondiale, un pezzo della Resistenza nel vari aspetti che la Resistenza ha assunto; ma per avere un quadro complessivo occorre tracciare una storia intera della Resistenza con tutte le sue componenti, i suoi antecedenti, il suo svolgimento, le sue conseguenze, la sua eredità. E io credo che siamo oggi in una fase, in questo sessantesimo anniversario della liberazione, in cui è soprattutto sull'eredità della Resistenza che noi dobbiamo soffermarci.

Allora io ero, e andiamo al 1943, un giovane ufficiale di marina in servizio presso la Capitaneria di porto di Imperia, nell'estremo ponente ligure, e ricordo il modo in cui appresi dell'armistizio che, alle 18,30 dell'8 settembre 1943, il governo regio dell'Italia aveva raggiunto con gli alleati e la cui notizia fu oggetto di un comunicato congiunto del maresciallo Badoglio, nuovo capo di governo nominato dal re dopo l'implosione del fascismo il 25 luglio precedente, e del generale Alexander, comandante delle truppe alleate, che appunto comunicava l'armistizio dell'Italia a tutto il mondo. Arrivavo quel giorno in treno, da Genova a Imperia; la linea ferroviaria era ancora del tutto funzionante, e proprio poco prima che il treno arrivasse alla mia destinazione, sentii prima in una stazione in cui ci soffermammo qualche minuto e poi nella stazione di arrivo a Imperia, la notizia del comunicato che annunciava l'armistizio. Io dovevo prendere servizio immediatamente e pertanto mi recai in Capitaneria e mi dedicai al mio lavoro che, per tutta la notte, era quello del mio abituale servizio dei cifrari segreti della marina, essendo il nostro compito appunto quello di decriptare messaggi segreti e trasmetterli alla flotta, alle navi da guerra e alle batterie costiere.

Durante quella mia notte nella Capitaneria di Imperia, che non dimenticherò mai, io per telefono militare seguii minuto per minuto, con momenti di altissima drammaticità, l'occupazione che i tedeschi stavano facendo del Comando marina e della Capitaneria di porto di Genova. A Imperia non erano ancora arrivati, ma qui a Genova era già in corso l'occupazione, il che rese immediatamente evidente che cosa avrebbe significato l'armistizio per l'Italia, malgrado l'esultanza di grandi parti del nostro popolo e anche di molti soldati che si trovavano all' estero e in Italia, per il fatto che si approdava finalmente alla fine della guerra.

La fine della guerra venne così generalmente intesa come quel «tutti a casa» che è stato anche descritto cinematograficamente in modo realistico ed efficace, e a cui gli italiani aspiravano perché doveva segnare appunto la fine della guerra fascista, delle sofferenze, delle privazioni, del sangue di una guerra, fino ad allora, unica nella storia del mondo perché aveva portato in prima linea ancora più che i combattenti vestiti con la divisa, le popolazioni civili che per i bombardamenti, le stragi, le repressioni, le rappresaglie e le torture avevano sofferto, molto spesso, ancora più dei combattenti.

Per me, però, questo momento di esultanza non ci fu, perché la condizione in cui mi trovavo mi consentì di capire immediatamente che cosa avrebbe invece significato l'occupazione tedesca conseguente all'armistizio, e fu allora per me che ero già nel movimento antifascista, anche se prestavo lealmente il mio servizio da ufficiale, il momento della scelta. Io fui uno di quelli che, insieme ad altri amici e compagni che condividevano le stesse idee, scelsero subito la via del tentativo di opporsi all'occupazione tedesca che si profilava. Di qui venne il mio periodo partigiano, seguì il mio arresto, la mia lunga permanenza di sette mesi di carcere, all'inizio dei quali i fascisti che mi avevano arrestato mi misero nelle mani delle SS, e poi la mia deportazione nel campo di internamento in Germania.

Io quindi partecipai all'azione soltanto nel momento iniziale più difficile, più doloroso, più incerto della creazione delle bande partigiane nell'estremo ponente ligure. Poi quella scelta decollò e la Resistenza nacque, ma io, con un rimpianto che mi ha accompagnato per tutta la vita, non potei partecipare direttamente alla sua fase attiva e vincente, anche se non sempre, ma poi alla fine sì, in questo 25 aprile che è giorno prezioso di festa. A quella fase non potei partecipare direttamente con un'arma in pugno, come avrei desiderato, ma fui fra coloro che la Resistenza la vissero soltanto attraverso la sofferenza e l'umiliazione: l'umiliazione di scoprirsi impotente e le sofferenze del lager, sulle quali io non intendo in questo momento soffermarmi.

Questa è dunque la mia testimonianza, quella che posso rendere e che consiste nella consapevolezza che subito ebbi di ciò che l'occupazione tedesca avrebbe comportato negli anni successivi all'armistizio. Vediamo dunque che cosa allora, da questo momento in poi, effettivamente è avvenuto nel nostro paese, in questa regione e soprattutto in questa città di Genova, il cui principale gioiello, in quegli anni ancora più di oggi, era rappresentato dal suo porto, il più importante del Mediterraneo.

Noi oggi sappiamo che i tedeschi misero in atto il piano Alarich sin dai giorni immediatamente successivi non all'8 settembre, ma alla caduta del fascismo nella notte fra il 25 e 26 luglio del 1943; fin dal 28 luglio i tedeschi dettero il via, appunto, all'attuazione del piano Alarich che contemplava la discesa in Italia di imponenti forze tedesche. Al momento della caduta del fascismo, quando già ormai da quasi un mese erano sbarcati in Sicilia; gli alleati scesero in campo con otto divisioni, e presto il contingente tedesco che si stabilì in Italia fu di 2 armate che occuparono tutto il nostro paese sottoponendolo a un vero e proprio regime di occupazione militare. Accompagnava questa decisione quella di minare tutte le infrastrutture fondamentali, e per quanto riguarda Genova il piano Zeta tedesco contemplava il minamento del porto che rappresentava la principale infrastruttura della nostra città.

Ebbene, fu da quel momento durante tutto il periodo dei «45 giorni Badogliani», ma soprattutto dopo l'8 settembre, che si mise in attività tutta l'organizzazione dei .lavoratori portuali i quali, a settembre, costituirono il Comitato di liberazione del porto, strutturandolo su un gruppo di portuali fiancheggiati dalle Sap (Squadre di azione patriottica) che collaboravano direttamente col Cln del porto, a sua volta dotato di una sua specifica militare che, sotto la direzione di Vittorio Cevasco, operò con la costituzione delle squadre artefici di quei sabotaggi contro la predisposizione del brillamento e la distruzione del porto. I tedeschi, che avevano già predisposto i collegamenti subacquei fra le 219 bombe per la diga foranea, costituite da grandi bombe di aerei e da proiettili del calibro 149 collegate da cavi elettrici, già nel gennaio del '45, furono costretti rinunciare ai collegamenti con i cavi subacquei riservandosi di allacciare dei cavi volanti al momento in cui fosse stato necessario operare il brillamento del porto.

La verità è che se quest'opera del Comitato di liberazione del porto di Genova fu l'elemento centrale che impedì la distruzione del porto, molti altri fattori si unirono a questa determinazione; io credo che vada pertanto ricordata, anche per misurarne l'efficienza, l'azione compiuta dalle Sap e dagli operai militarizzati che, nell'ambito del Comitato di liberazione, lavorarono all'affondamento della portaerei Aquila che gli alleati, attraverso le loro Missioni, avevano raccomandato venisse affondata nel luogo dove si trovava ormeggiata alla banchina, poiché il piano Zeta predisposto dai tedeschi per le distruzioni prevedeva invece per questa nave, che era il vecchio transatlantico «Roma» in via di trasformazione in portaerei, il suo affondamento all'imboccatura del porto per impedire l'ingresso nel porto stesso alle navi degli alleati . A ridosso ormai della liberazione, nello stesso giorno, il 18 aprile del '45, si sviluppò così una duplice azione.

Vi fu un'azione di Mariassalto, cioè di quella struttura militare della marina che si era posta al servizio degli alleati nell'ambito della cobelligeranza con lo Stato legittimo italiano, per cui il sottotenente di vascello Conte, con un maiale di quelli già utilizzati nel porto di Alessandria durante la fase antecedente della guerra fascista, arrivò finn sotto la portaerei e collocò con una spoletta il maiale per l’esplosione stabilita a sei ore di distanza, verso l'una di notte. Contemporaneamente, e casualmente, nello stesso giorno finiva di essere predisposta e veniva attivata la bomba che i lavoratori avevano costituito nell'interno della stiva della stessa nave, con il tritolo portato via via in piccole quantità nelle proprie valige di attrezzi e accumulato in modo tale da poterlo far poi esplodere al momento opportuno. Lo stesso giorno, dunque, un

valoroso, resistente dei portuali, il Medici, allacciò una miccia al tritolo e le diede fuoco facendo esplodere la carica a cui era collegata e che per contatto mise anche in attività la bomba sistemata da Mariassalto, squarciando così la nave che rimase contro la banchina inclinata su di un fianco e non potè essere utilizzata per i fini a cui i tedeschi miravano.

Va detto che vi fu anche un tentennamento da parte del generale tedesco che comandava la piazza di Genova rispetto all'attuazione di quella decisione, tanto che qualcuno dopo la liberazione, deponendo sulle intenzioni dei tedeschi, gli attribuì anche un merito nella non esecuzione degli ordini pervenuti direttamente da Hitler per il brillamento del porto. Certo è però che se anche l'ordine fosse stato dato, e non si sa se sia mai stato dato in modo ufficiale, il porto non avrebbe potuto essere brillato poiché mancavano i collegamenti tra le bombe e perché erano state sabotate anche le fosse scavate per situare le mine, così che vi era l'impossibilità materiale di far brillare il porto.

La mia opinione è che questa storia debba essere ricostruita pezzo per pezzo. Vi è stata una commissione d'inchiesta organizzata su iniziativa dell'Istituto Ligure per la Storia della Resistenza, presieduta da un magistrato, che negli anni cinquanta approfondì tutta la vicenda. Questo approfondimento rappresenta un contributo fondamentale e dimostra quale sia stata l'opera dei lavoratori in particolare per salvare il porto, infrastruttura fondamentale per la nostra città, la cui distruzione avrebbe comportato non solo dei danni contingenti, ma proiettati anche nel futuro della ricostruzione dell'intero nostro paese. Un'azione di salvataggio, quella del porto di Genova, quindi essenziale di un punto di forza delle infrastrutture nazionali, che per merito dei lavoratori fu riconsegnato integro all'Italia per la ricostruzione e per il futuro finalmente democratico del paese».

 

 

Intervento nel convegno di Genova del 14 aprile 2005 organizzato dalla CGIL e pubblicato a cura della Fondazione Giuseppe Di Vittorio in:  

Salvare le fabbriche. I lavoratori a difesa dei macchinari e delle grandi infrastrutture dalla furia dei nazisti in fuga – Ed. Ediesse Roma – pp 75-81

 

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il Manifesto degli intellettuali antifascisti

12 Avril 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Accanto all'antifascismo più attivo e impegnato, vi fu la testimonianza morale di alcuni intellettuali, per esempio dei 12 professori universitari che nel 1931 si rifiutarono di giurare fedeltà al regime.

Benedetto-Croce.jpgUna delle testimonianze più significative è senza dubbio quella di Benedetto Croce, il grande storico e filosofo che, dopo un'iniziale condiscendenza verso il fascismo, nel 1925 rese pubblico il proprio dissenso redigendo il celebre Manifesto degli intellettuali antifascisti, in polemica e contrapposizione col Manifesto degli intellettuali fascisti che era appena stato pubblicato sotto la direzione del filosofo Giovanni Gentile. Consideriamo alcune parole di Croce tratte dalla sua Risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti, pubblicato a Roma nel 1925:

 

[...] Noi rivolgiamo gli occhi alle immagini degli uomini del Risorgimento, di coloro che per l'Italia operarono, patirono e morirono, e ci sembra di vederli offesi e turbati in volto alle parole che si pronunziano e agli atti che si compiono dai nostri italiani avversari [...]. La nostra fede non è un'escogitazione artificiosa e astratta o un invasamento di cervello, cagionato da mal certe o mal comprese teorie; ma è il possesso di una tradizione, diventata disposizione del sentimento, conformazione mentale e morale[...]. La presente lotta politica in Italia varrà, per ragione di contrasto, a ravvivare e a fare intendere in modo più profondo e più concreto al nostro popolo il pregio degli ordinamenti e dei metodi liberali, e a farli amare con più consapevole affetto. E forse un giorno, guardando serenamente al passato, si giudicherà che la prova che ora sosteniamo, aspra e dolorosa a noi, era uno stadio che l'Italia doveva percorrere per rinvigorire la sua vita nazionale, per compiere la sua educazione politica, per sentire in modo più severo i suoi doveri di popolo civile .

 

Croce, richiamandosi all'esperienza del Risorgimento, ribadisce la vitalità e la superiorità della tradizione liberale che il fascismo ha momentaneamente sconfitto. In realtà, il fascismo non è radicato nella storia italiana: è un invasamento di cervello, che finirà per mostrare tutta la sua inconsistenza. Anzi, in quanto esperienza di negazione della libertà, il fascismo contribuirà, per contrasto, a far capire e a far amare ancora di più agli italiani il valore della libertà e delle istituzioni liberali

Da queste poche parole si può intendere come Croce desse del fascismo una lettura molto diversa da quella di Gobetti, che pure era liberale. Nell'ottica di Croce il fascismo non è l'autobiografia della nazione, cioè un'esperienza radicata nella storia italiana e nel modo di essere degli italiani. Al contrario, esso è, per usare altre celebri espressioni crociane, una parentesi, una malattia morale. Esso è, perciò, una sorta di corpo estraneo alla storia italiana, un'esperienza passeggera da cui ci si può rimettere come da una malattia. La storia moderna - e quella italiana non fa eccezione - è storia della libertà, storia del progressivo affermarsi delle istituzioni e dei valori liberali. Il fascismo è, certo, un'esperienza aspra e dolorosa, che tuttavia può solo interrompere una storia che è destinata a continuare.

 

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Piero-Gobetti.jpgPiero Gobetti (1901·1926)

Scrittore e politico, teorizzatore del liberalsocialismo, fu assertore dell'unione tra liberalismo laico e movimento operaio.

Morì a Parigi, dove era espatriato per sfuggire alla persecuzione fascista.

 

Piero Gobetti aveva visto nel fascismo una sorta di autobiografia della nazione: il fascismo, in questo senso, è la sintesi della storia italiana, dei suoi tratti più caratteristici e negativi, come la mancata integrazione delle masse popolari nella vita politica, la tendenza al servilismo, al conformismo e al culto del "capo". In questa prospettiva la lotta antifascista doveva rappresentare anche una sorta di rigenerazione morale dell'Italia.

 

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Gli ebrei nella Resistenza italiana

18 Février 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Circa 1000 ebrei italiani clandestini - pari al 4 per cento della popolazione ebraica italiana, percentuale superiore a quella degli italiani - entrarono nella Resistenza, inquadrati come partigiani, tra i quali Eugenio Curiel, Vittorio Foa, Primo Levi, Pino Levi Cavaglione, Liana Millu, Enzo ed Emilio Sereni, Elio Toaff, Umberto Terracini e Leo Valiani. Gli ebrei italiani, anche in virtù del distacco dal regime fascista maturato fin dalle leggi razziali del 1938, furono tra i primi ad arruolarsi nelle bande partigiane e già il 9 settembre 1943 Emanuele Artom annota nel suo diario: «La radio tedesca annunzia che verranno a vendicare Mussolini. Così bisogna arruolarsi nelle forze dei partiti e io mi sono già iscritto».

L'adesione degli ebrei alla Resistenza non fu dettata solo dalla reazione all'antisemitismo nazifascista - che ebbe ovviamente una parte importante nella loro lotta - ma, come per gli altri partigiani, si fondò anche su motivazioni politico-ideologiche e sull'avversione più in generale verso un regime dittatoriale che soffocava la libertà. «E quando viene la tristezza ed il peso diviene duro a portare, bisogna dire: Vita! Vita! e tirare avanti con serenità e coraggio, - afferma Eugenio Curiel in una lettera alla famiglia, - ringraziando che tutto il tumulto non riesca a spezzare la nostra fiducia nelle cose fondamentali della vita, ma anzi ci tempri a sperare e a volere cose migliori e una vita più ricca». «W L'Italia Libera», scrive nel suo diario Giulio Bolaffi. «lo ho viva speranza, - si legge invece in una lettera, - che questa guerra debba terminare presto e tutti i miei voti sono perché tutti noi ci possiamo ritrovare per poter iniziare la creazione di una nuova Italia in cui veramente la giustizia e la fratellanza vi regnino sovrani».

Molti ebrei tornarono appositamente dai luoghi di emigrazione o di rifugio, come Enzo Sereni, poi morto in deportazione, che era in Palestina, e Gianfranco Sarfatti, morto in combattimento, che si trovava in Svizzera. «Sapete già, - scrive quest'ultimo in una lettera ai genitori, al momento di rientrare in Italia, - che faccio quello che faccio non per capriccio o spirito di avventura; il mio modo di vivere e il perché del mio vivere da molti mesi non cerca di essere che un tuffarsi nell'umanità, partecipando alla sua vita, dura o lieta che sia. Se non agissi così rinnegherei me stesso, rimarrei privo di guida, avvilito, annientato: e quindi rinnegherei anche voi che mi avete dato vita ed educazione».

La militanza nelle file della Resistenza comportò un costo notevole in termini di vite umane. Circa 100 ebrei caddero in combattimento oppure furono arrestati e uccisi nella penisola o in seguito alla deportazione nei lager nazisti. Sette di loro furono insigniti di medaglia d'oro alla memoria: Eugenio Calò, Eugenio Colorni, Eugenio Curiel, Sergio Forti, Mario Jacchia, Rita Rosani e Ildebrando Vivanti.

Il contatto tra la Resistenza e gli ebrei, braccati e clandestini, fu evidente anche in alcune iniziative di aiuto e soccorso, come il Comitato Assistenza Ebraica nato nell'estate del 1944 su iniziativa di Bruno Segre e di alcuni partigiani ebrei che operavano nel cuneese. Il programma del comitato prevedeva il soccorso ai detenuti in carcere, l'aiuto economico e morale ai bisognosi, la distribuzione di documenti d'identità falsi, la raccolta di notizie sulla sorte dei deportati, l'avvio della compilazione degli elenchi dei criminali di guerra nazifascisti, dei delatori e delle spie.

Una testimonianza del legame materiale, morale e ideologico che si stabilì tra ebrei e partigiani è la lettera che una coppia francese rifugiata nel cuneese scrisse nei giorni della liberazione al parroco di Borgo San Dalmazzo, che aveva aiutato tanti clandestini della zona, in cui si dice che: «Siamo stati diverso tempo in compagnia di partigiani che ci hanno mostrato di parola e di fatto la loro simpatia per noi e abbiamo potuto dimostrare dopo il crollo del regime fascista la nostra solidarietà di gioia per la liberazione del popolo e la rinascita del paese insieme a loro e a tutta la popolazione». In un diario di un ebreo relativo ai giorni della liberazione di Torino, invece, i «valorosi partigiani» sono definiti i «nostri Patrioti».

 

Bibliografia:

Mario Avagliano Marco Palmieri - Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia. Diari e lettere 1938-1945 Einaudi 2010

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8 settembre 1943: la difesa di Roma

14 Février 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Roma fu al centro degli avvenimenti dell'8 settembre: perché fu la città che più attivamente tentò di organizzarsi a difesa, e perché, con un pizzico di audacia - e forse solo con il normale spiegamento delle proprie capacità professionali - da parte dei capi militari, poteva essere liberata dallo sforzo congiunto dell'Esercito, del popolo e degli Alleati, che avevano previsto uno sbarco aereo di paracadutisti.

L'annuncio dell'armistizio, dato dalla voce funerea e meccanica del maresciallo alle otto del pomeriggio, sorprese la capitale, cagionando un tumulto di passioni, di illusioni e di speranze. Vi fu una parte che non seppe intuire le conseguenze, e accolse il discorso di Badoglio con il sollievo con cui s'accoglie la fine di un incubo. Ma il popolo comprese, e si mise subito in cerca di chi potesse dirigerlo. Nell'atmosfera eccitata della grande città, al termine di una giornata estiva placida e assolata come tutte le altre, passò un fremito antitedesco e risorgimentale. Ma la sera, al primo buio, già i cuori si rinserravano, pur senza un motivo esplicito, come stretti da presentimenti di lutto. La gente rincasava silenziosa, in un'attesa sgomenta.

Si videro carri armati, quella sera, nelle vie che portavano al Viminale e al Quirinale. Si pensò che l'Esercito italiano prendesse posizione per la difesa della città. Ma al mattino seguente erano spariti: più tardi si comprese che non s'era trattato che d'un episodio della fuga del re, del governo e dello stato maggiore, fuga che occupò, distraendole dai compiti aggressivi e difensivi per Roma, forze ingenti e perfettamente attrezzate. E Bonomi, quando, a nome del Comitato delle opposizioni, si recò il 9 mattina al Viminale per concertare col governo il concorso dell'antifascismo alla lotta, non trovò nessuno. Di conseguenza, il Comitato si costituì in Comitato di liberazione nazionale il giorno stesso, con Bonomi, Casati, De Gasperi, Ruini, Nenni, Scoccimarro, Lussu e incominciò da Roma la sua opera di direzione e di riorganizzazione, in vista della liberazione di quella che di lì a pochi giorni fu l'Italia occupata.

Febbrilmente, nonostante l'abbandono dei capi militari più qualificati, le forze popolari predisposero la propria resistenza. La sera dell'8 il gen. Carboni, ch'era stato designato al comando della difesa di Roma, con 4 divisioni ai suoi ordini più due altre dislocate nella città di Roma e nei dintorni, decise di non ostacolare l'armamento popolare. E difatti, la sera, mi consegnò tre autocarri di armi, prelevate da alcune caserme, e che scaricai la notte stessa ai vari depositi precostituiti presso magazzini e case private.

Il mattino seguente, tuttavia, gli ordini erano già mutati: proibito rifornirsi ancora di armi, proibito girare armati per la città. La polizia mise le mani su uno dei depositi notturni; il gen. Carboni, sollecitato ad intervenire, s'era reso irreperibile. Era evidente che, se si voleva seguitare la distribuzione delle armi - senza la quale non si sarebbe potuto contare su un intervento efficace dei volontari civili - bisognava proteggerla, stimolando manifestazioni popolari che creassero un'atmosfera ardente e tale da incutere rispetto alle forze di polizia, ai funzionari e agli ufficiali fascisti. In parte, la mossa riuscì per un'altra parte, si dovettero fronteggiare azioni della polizia e resistenze di reparti militari disorientati dal lavorio subdolo e corrosivo della quinta colonna, che spararono su colonne di dimostranti le quali chiedevano solo di combattere e di fraternizzare con le forze regolari dell'Esercito ..

Il quadro, al mattino del 9 settembre, era il seguente: i tedeschi avevano evacuato Roma; i combattimenti con le nostre truppe avevano avuto inizio fuori della città; il morale dei soldati incominciava a vacillare; le formazioni popolari erano armate in modo insufficiente. Ma, soprattutto, i tentativi più energici e conseguenti di resistenza all'invasore si urtavano con la contrarietà, sorda o aperta, di tutti gli organismi dirigenti. Ostacolato l'armamento, dissolti i Comandi superiori, contrastata l'opera di fraternizzazione tra popolazione ed Esercito dalle mosse disfattiste di ufficiali e di fascisti infiltratisi nelle forze armate, la situazione tendeva irresistibilmente a farsi insostenibile.

Si raccoglievano oramai a piene mani i frutti amari d'un colpo di Stato pilotato da interessi e da punti di vista reazionari; le conseguenze d'un rovesciamento di regime più apparente che sostanziale; gli effetti fatali di tutto un cumulo di errori, di debolezze, di tradimenti e di viltà. Lo stato maggiore era scomparso; le truppe migliori spostate agli obbiettivi cruciali al mero scopo di proteggere la ritirata dei «pezzi grossi»; le rimanenti, prive di un polso direttivo e abbandonate alla mercé d'una quinta colonna lasciata prosperare nel più perfetto rigoglio. Il popolo e l'Esercito erano rimasti soli, e in condizioni indicibilmente sfavorevoli, a fronteggiare un nemico deciso, che colmava l'inferiorità numerica con una schiacciante superiorità tattica e una ferrea coerenza direttiva.

Il 10 mattina la città era investita. La resistenza esterna era crollata, più per effetto dell'autosuggestione disfattista abilmente inoculata tra gli armati che per altri fattori. Qua e là, sporadicamente, s'erano verificati episodi di valore e di abnegazione, secondo le più nobili tradizioni del combattente italiano. Ma a poco a poco le truppe tedesche di assalto erano giunte a San Paolo, avvolgevano la Passeggiata Archeologica, erano li li per sfondare le ultime difese. Fu a questo punto che si produsse l'estremo, disperato sforzo dei difensori. Furono i granatieri, che morirono l'uno sull'altro, sparando fino all'ultimo colpo, sotto il sole a picco, nella località Cecchignola; furono i popolani, che accorsero accanto ai militari, e per alcune ore tennero duro presso la Piramide Cestia e in altri luoghi della capitale. Si ebbero i primi caduti della guerra di liberazione, tra cui Raffaele Persichetti, l'insegnante liceale accorso tra i primi e morto eroicamente alla testa d'un drappello di valorosi.

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A piazzale Ostiense alcuni civili aiutano gli artiglieri della “Piave” a mettere in linea i pezzi.

 

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Alla montagnola dell’Eur, un autoblindo della “Piave” viene colpito da un pezzo anticarro tedesco.

 

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 Civili che hanno combattuto sulla via Laurentina insieme ai “Granatieri di Sardegna”, catturati dai paracadutisti tedeschi della “Student”.

 

Ma nel momento decisivo della lotta, quando i tedeschi in qualche punto ripiegavano e in altri non riuscivano a passare, si produsse un fatto nuovo, che accelerò il processo di disgregazione che nonostante tutto seguitava a svilupparsi tra i combattenti. Il maresciallo Caviglia, di propria iniziativa, intervenne nel conflitto e prese a trattare con i tedeschi, si disse, il loro passaggio incruento attraverso Roma, per guadagnare posizioni strategiche più a nord. Fu l'inizio della fine. La voce lugubre della radio, che a brevi intervalli si insinuava fra mezzo al crepitio dei combattimenti; cadde sulla resistenza di Roma come un annuncio di capitolazione e di tradimento.

Una sensazione di sconforto invase i combattenti e il popolo; l’arrivo dei primi soldati in fuga dalle zone dei combattimenti, laceri, insanguinati, con l'elmo di traverso e il fucile penzoloni, contribuì ad accrescere l'impressione d'essere tutti vittime del caos, d'una confusione non, più frenabile. Le voci più contraddittorie serpeggiavano tra i combattenti e in mezzo alla popolazione; a poco a poco non rimase più che un velo di volontari e di soldati a contrastare l'attacco nemico. Caviglia e Calvi di Bergolo, comandante della «Piave», capitolarono; i tedeschi entrarono in Roma, dapprima con le bandiere bianche di parlamentari, poi, insultanti e brutali, col ghigno del conquistatore e, più spesso, del rapinatore di strada.

Passarono, le formazioni di Hitler, per vie deserte o popolate di gente ostile, muta. Le gialle divise dei paracadutisti, i simboli di morte dei carristi, i mitra spianati, furono accolti dalla tetra disperazione d'un popolo che si era battuto con valore e aveva sperato di dare inizio quei giorni al riscatto della patria.

L'aspetto di Roma quel giorno era l'aspetto d'una città ferita ma non vinta: la capitale di un'Italia affranta, ma unita in un intento profondo e inarrestabile di riscossa e di rinascita. Si trovò un modus vivendi ridicolo, con la funzione della«città aperta».

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Ma la sera del 10 settembre era chiaro a tutti che si chiudeva una fase e se ne apriva un'altra, dura, difficile, sanguinosa e forse lunga, ma certamente luminosa, ma sicuramente di vittoria.

La resistenza di Roma rappresentò il tentativo più avanzato compiuto l'8 settembre di collegare le forze popolari all'Esercito. E per tutto ciò ch'esso contenne di anticipazione della resistenza popolare e partigiana, della guerra di liberazione, che in seguito avrebbe avuto un ben più ampio respiro, non può dirsi totalmente fallito. Sarebbe riuscito - non v'è dubbio - se i quadri dirigenti non avessero tradito, non importa se per insipienza, per calcolo, per viltà, per decadenza professionale o per irresolutezza; se la quinta colonna non fosse stata libera di agire a suo piacimento; se l'Esercito fosse stato tenuto in pugno da capi decisi e patriottici, capaci di trasfondere nelle sue file stanche e demoralizzate da tanti anni di fascismo lo spirito eroico e garibaldino che animava le masse popolari. Nonostante tutto questo, una parte dell'Esercito tenne duro, si batté finché potette, poi si diede alla macchia portando con sé armi e rifornimenti. Sentiva che non tutto era perduto, che dalla disfatta doveva venire immancabilmente la nostra risurrezione.

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Bibliografia:

Luigi Longo “Un popolo alla macchia” Editori Riuniti 1965

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