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8 settembre 1943: la difesa di Roma

14 Février 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Roma fu al centro degli avvenimenti dell'8 settembre: perché fu la città che più attivamente tentò di organizzarsi a difesa, e perché, con un pizzico di audacia - e forse solo con il normale spiegamento delle proprie capacità professionali - da parte dei capi militari, poteva essere liberata dallo sforzo congiunto dell'Esercito, del popolo e degli Alleati, che avevano previsto uno sbarco aereo di paracadutisti.

L'annuncio dell'armistizio, dato dalla voce funerea e meccanica del maresciallo alle otto del pomeriggio, sorprese la capitale, cagionando un tumulto di passioni, di illusioni e di speranze. Vi fu una parte che non seppe intuire le conseguenze, e accolse il discorso di Badoglio con il sollievo con cui s'accoglie la fine di un incubo. Ma il popolo comprese, e si mise subito in cerca di chi potesse dirigerlo. Nell'atmosfera eccitata della grande città, al termine di una giornata estiva placida e assolata come tutte le altre, passò un fremito antitedesco e risorgimentale. Ma la sera, al primo buio, già i cuori si rinserravano, pur senza un motivo esplicito, come stretti da presentimenti di lutto. La gente rincasava silenziosa, in un'attesa sgomenta.

Si videro carri armati, quella sera, nelle vie che portavano al Viminale e al Quirinale. Si pensò che l'Esercito italiano prendesse posizione per la difesa della città. Ma al mattino seguente erano spariti: più tardi si comprese che non s'era trattato che d'un episodio della fuga del re, del governo e dello stato maggiore, fuga che occupò, distraendole dai compiti aggressivi e difensivi per Roma, forze ingenti e perfettamente attrezzate. E Bonomi, quando, a nome del Comitato delle opposizioni, si recò il 9 mattina al Viminale per concertare col governo il concorso dell'antifascismo alla lotta, non trovò nessuno. Di conseguenza, il Comitato si costituì in Comitato di liberazione nazionale il giorno stesso, con Bonomi, Casati, De Gasperi, Ruini, Nenni, Scoccimarro, Lussu e incominciò da Roma la sua opera di direzione e di riorganizzazione, in vista della liberazione di quella che di lì a pochi giorni fu l'Italia occupata.

Febbrilmente, nonostante l'abbandono dei capi militari più qualificati, le forze popolari predisposero la propria resistenza. La sera dell'8 il gen. Carboni, ch'era stato designato al comando della difesa di Roma, con 4 divisioni ai suoi ordini più due altre dislocate nella città di Roma e nei dintorni, decise di non ostacolare l'armamento popolare. E difatti, la sera, mi consegnò tre autocarri di armi, prelevate da alcune caserme, e che scaricai la notte stessa ai vari depositi precostituiti presso magazzini e case private.

Il mattino seguente, tuttavia, gli ordini erano già mutati: proibito rifornirsi ancora di armi, proibito girare armati per la città. La polizia mise le mani su uno dei depositi notturni; il gen. Carboni, sollecitato ad intervenire, s'era reso irreperibile. Era evidente che, se si voleva seguitare la distribuzione delle armi - senza la quale non si sarebbe potuto contare su un intervento efficace dei volontari civili - bisognava proteggerla, stimolando manifestazioni popolari che creassero un'atmosfera ardente e tale da incutere rispetto alle forze di polizia, ai funzionari e agli ufficiali fascisti. In parte, la mossa riuscì per un'altra parte, si dovettero fronteggiare azioni della polizia e resistenze di reparti militari disorientati dal lavorio subdolo e corrosivo della quinta colonna, che spararono su colonne di dimostranti le quali chiedevano solo di combattere e di fraternizzare con le forze regolari dell'Esercito ..

Il quadro, al mattino del 9 settembre, era il seguente: i tedeschi avevano evacuato Roma; i combattimenti con le nostre truppe avevano avuto inizio fuori della città; il morale dei soldati incominciava a vacillare; le formazioni popolari erano armate in modo insufficiente. Ma, soprattutto, i tentativi più energici e conseguenti di resistenza all'invasore si urtavano con la contrarietà, sorda o aperta, di tutti gli organismi dirigenti. Ostacolato l'armamento, dissolti i Comandi superiori, contrastata l'opera di fraternizzazione tra popolazione ed Esercito dalle mosse disfattiste di ufficiali e di fascisti infiltratisi nelle forze armate, la situazione tendeva irresistibilmente a farsi insostenibile.

Si raccoglievano oramai a piene mani i frutti amari d'un colpo di Stato pilotato da interessi e da punti di vista reazionari; le conseguenze d'un rovesciamento di regime più apparente che sostanziale; gli effetti fatali di tutto un cumulo di errori, di debolezze, di tradimenti e di viltà. Lo stato maggiore era scomparso; le truppe migliori spostate agli obbiettivi cruciali al mero scopo di proteggere la ritirata dei «pezzi grossi»; le rimanenti, prive di un polso direttivo e abbandonate alla mercé d'una quinta colonna lasciata prosperare nel più perfetto rigoglio. Il popolo e l'Esercito erano rimasti soli, e in condizioni indicibilmente sfavorevoli, a fronteggiare un nemico deciso, che colmava l'inferiorità numerica con una schiacciante superiorità tattica e una ferrea coerenza direttiva.

Il 10 mattina la città era investita. La resistenza esterna era crollata, più per effetto dell'autosuggestione disfattista abilmente inoculata tra gli armati che per altri fattori. Qua e là, sporadicamente, s'erano verificati episodi di valore e di abnegazione, secondo le più nobili tradizioni del combattente italiano. Ma a poco a poco le truppe tedesche di assalto erano giunte a San Paolo, avvolgevano la Passeggiata Archeologica, erano li li per sfondare le ultime difese. Fu a questo punto che si produsse l'estremo, disperato sforzo dei difensori. Furono i granatieri, che morirono l'uno sull'altro, sparando fino all'ultimo colpo, sotto il sole a picco, nella località Cecchignola; furono i popolani, che accorsero accanto ai militari, e per alcune ore tennero duro presso la Piramide Cestia e in altri luoghi della capitale. Si ebbero i primi caduti della guerra di liberazione, tra cui Raffaele Persichetti, l'insegnante liceale accorso tra i primi e morto eroicamente alla testa d'un drappello di valorosi.

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A piazzale Ostiense alcuni civili aiutano gli artiglieri della “Piave” a mettere in linea i pezzi.

 

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Alla montagnola dell’Eur, un autoblindo della “Piave” viene colpito da un pezzo anticarro tedesco.

 

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 Civili che hanno combattuto sulla via Laurentina insieme ai “Granatieri di Sardegna”, catturati dai paracadutisti tedeschi della “Student”.

 

Ma nel momento decisivo della lotta, quando i tedeschi in qualche punto ripiegavano e in altri non riuscivano a passare, si produsse un fatto nuovo, che accelerò il processo di disgregazione che nonostante tutto seguitava a svilupparsi tra i combattenti. Il maresciallo Caviglia, di propria iniziativa, intervenne nel conflitto e prese a trattare con i tedeschi, si disse, il loro passaggio incruento attraverso Roma, per guadagnare posizioni strategiche più a nord. Fu l'inizio della fine. La voce lugubre della radio, che a brevi intervalli si insinuava fra mezzo al crepitio dei combattimenti; cadde sulla resistenza di Roma come un annuncio di capitolazione e di tradimento.

Una sensazione di sconforto invase i combattenti e il popolo; l’arrivo dei primi soldati in fuga dalle zone dei combattimenti, laceri, insanguinati, con l'elmo di traverso e il fucile penzoloni, contribuì ad accrescere l'impressione d'essere tutti vittime del caos, d'una confusione non, più frenabile. Le voci più contraddittorie serpeggiavano tra i combattenti e in mezzo alla popolazione; a poco a poco non rimase più che un velo di volontari e di soldati a contrastare l'attacco nemico. Caviglia e Calvi di Bergolo, comandante della «Piave», capitolarono; i tedeschi entrarono in Roma, dapprima con le bandiere bianche di parlamentari, poi, insultanti e brutali, col ghigno del conquistatore e, più spesso, del rapinatore di strada.

Passarono, le formazioni di Hitler, per vie deserte o popolate di gente ostile, muta. Le gialle divise dei paracadutisti, i simboli di morte dei carristi, i mitra spianati, furono accolti dalla tetra disperazione d'un popolo che si era battuto con valore e aveva sperato di dare inizio quei giorni al riscatto della patria.

L'aspetto di Roma quel giorno era l'aspetto d'una città ferita ma non vinta: la capitale di un'Italia affranta, ma unita in un intento profondo e inarrestabile di riscossa e di rinascita. Si trovò un modus vivendi ridicolo, con la funzione della«città aperta».

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Ma la sera del 10 settembre era chiaro a tutti che si chiudeva una fase e se ne apriva un'altra, dura, difficile, sanguinosa e forse lunga, ma certamente luminosa, ma sicuramente di vittoria.

La resistenza di Roma rappresentò il tentativo più avanzato compiuto l'8 settembre di collegare le forze popolari all'Esercito. E per tutto ciò ch'esso contenne di anticipazione della resistenza popolare e partigiana, della guerra di liberazione, che in seguito avrebbe avuto un ben più ampio respiro, non può dirsi totalmente fallito. Sarebbe riuscito - non v'è dubbio - se i quadri dirigenti non avessero tradito, non importa se per insipienza, per calcolo, per viltà, per decadenza professionale o per irresolutezza; se la quinta colonna non fosse stata libera di agire a suo piacimento; se l'Esercito fosse stato tenuto in pugno da capi decisi e patriottici, capaci di trasfondere nelle sue file stanche e demoralizzate da tanti anni di fascismo lo spirito eroico e garibaldino che animava le masse popolari. Nonostante tutto questo, una parte dell'Esercito tenne duro, si batté finché potette, poi si diede alla macchia portando con sé armi e rifornimenti. Sentiva che non tutto era perduto, che dalla disfatta doveva venire immancabilmente la nostra risurrezione.

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Bibliografia:

Luigi Longo “Un popolo alla macchia” Editori Riuniti 1965

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ricordo di Primo Levi

1 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Primo Levi era partigiano in Val d'Aosta quando venne catturato. Gli dissero: «Se sei ebreo ti mandiamo dietro i reticolati a Carpi, se sei un ribelle ti mettiamo al muro».

L’intervista che segue è stata pubblicata nel 1982 nel libro “1935 e dintorni” di Enzo Biagi ed. Mondadori

 

“Nel '38, leggi razziali. Una lunga conversazione con Primo Levi, a Torino, in un ufficio di Einaudi. Barbetta e occhiali, uno sguardo che sa leggere nelle avventure umane. Ha un'aria tranquilla, pacata, severa. Diffonde sicurezza. Dottore in chimica, ha scritto due libri che, e non solo per me, sono dei classici. Ricordano l'antico dramma di Giobbe: il giusto oppresso dall'ingiustizia. Ha narrato le sue esperienze, Auschwitz e le peripezie del viaggio di ritorno, per liberarsi da un peso.

Quella lontana estate. Tutto cominciò con qualche recensione di opere antisemite, due o tre articoli di giornali, e molti si illudevano che si trattasse «di qualche eresia del fascismo, poi si è visto che non era così». Levi è molto giovane, e una disposizione permette che gli studenti, anche stranieri, finiscano il loro corso: ci sono polacchi, cecoslovacchi, ungheresi, perfino tedeschi, che essendo matricole, hanno potuto laurearsi. Non si è mai capito perché.

Primo LeviPrimo Levi racconta:

«lo mi sentivo ebreo, da una stima vaga, al venti per cento: mio padre e mia madre e i miei nonni lo erano, ma praticanti abbastanza poco, l'equivalente della comunione ogni tanto, e più che altro per ragioni sociali, tradizionali. L'appartenenza a una certa cultura devo dire che era molto scarsa; il fatto di essere quasi integralmente assimilati, di parlare la lingua degli italiani, di avere le stesse abitudini, di vestirsi nella stessa maniera, un aspetto fisico che non si distingue in nessun modo, erano fattori di rapida assimilazione. Ho letto poi delle statistiche: anche senza quelle leggi, l'ebraismo sarebbe sparito perché i matrimoni misti erano molto numerosi».

Non frequentava il tempio, la comunità si ritrovava per la vita religiosa, poi c'era un orfanotrofio, una scuola, una casa di riposo per gli anziani e per i malati.

Continuò a studiare, arrivò alla laurea. C'erano tante piccole angherie: proibita la radio, ma poi, siamo sempre in Italia, te la davano lo stesso, vietata la donna di servizio, ma poi la tenevano ugualmente. Ma altri casi erano più tragici: impiegati dello Stato, insegnanti, che si sentivano magari fascisti, e che venivano scaraventati fuori. C'è il caso di uno, Di Jesi, mutilato di guerra in Africa e medaglia d'oro, che si sentiva ancora camicia nera nonostante tutto, ma andava a spaccare le vetrine dei bar di via Roma, dove avevano scritto: «Gli ebrei non sono desiderati». Commenta Levi: «Era rimasto entrambe le cose».

Nonostante gli avvertimenti, chiudevano gli occhi «per questa stupidità intrinseca all'uomo in pericolo»: ascoltavano i racconti degli scampati che riferivano fatti spaventosi, ma li vedevano lontani o romanzeschi, o frutto della propaganda: si tende sempre a ingigantire le atrocità dell'avversario. Il ragazzo Levi dà esami e va, anche con gli amici cristiani, in montagna «col vago presentimento che l'allenamento al freddo, alla fame e a decidere avrebbe servito».

E quando è arrivato l'8 settembre?

«lo stavo a Milano, lavoravo regolarmente per una ditta svizzera, la Wander, quella dell'Ovomaltina, perché non era così impossibile trovare un impiego, anche ben pagato; siccome la maggior parte degli italiani non ebrei erano sotto le armi, le occasioni non mancavano.

L'8 settembre sono ritornato a Torino dove c'erano i miei, sfollati in collina, per decidere il da farsi e avevamo pensato che era meglio star fuori dalla città perché, a questo punto, la minaccia era veramente troppo vicina. I tedeschi erano già venuti».

Infatti, il 1° dicembre 1944 la Repubblica Sociale inaugura i campi di concentramento. E Primo Levi, che fa il partigiano in Val d'Aosta, viene catturato, e gli dicono: «Se sei ebreo ti mandiamo dietro i reticolati a Carpi, se sei un ribelle ti mettiamo al muro».

Che cosa vuoi dire lager?

«In tedesco, almeno otto cose diverse, compresi i cuscinetti a sfere. Significa accampamento, luogo in cui si riposa, giaciglio, magazzino, ma nella terminologia attuale, anche in Germania, è il campo di concentramento, un luogo di distruzione. Auschwitz era qualcosa di poco reale, lo sbarco in un mondo imprevisto in cui tutti urlavano, in cui si creava il fracasso a scopo intimidatorio. Siamo stati privati dei bagagli prima, degli abiti poi, delle famiglie subito. Penso che a sopravvivere mi ha aiutato principalmente la fortuna, perché non c'era una regola che stabilisse che doveva farcela il più colto o il più ignorante, il più grasso o il più magro, il più devoto o il più incredulo; poi, a molta distanza, la salute, e una mia curiosità che non mi ha permesso di cadere nell'atrofia, nell'indifferenza, che era mortale. Chi si riconosceva in una fede, religiosa o politica, chi percepiva se stesso non più come individuo, ma come membro di un gruppo, ne era molto aiutato; anche se me ne vado, la mia sofferenza non è vana. Ma io quella fede non l'avevo».

Mi spiega la differenza tra i lager del Reich e quelli sovietici: i russi hanno avuto un numero di vittime paragonabile ai nazisti, ma c'era una diversità fondamentale: Stalin voleva lo sfruttamento e stroncare una resistenza alle sue decisioni, Hitler lo sterminio di un popolo.

Rievoca anche qualche momento di vita umana: «In un giorno di sole, di luce, durante una marcia, ho cercato di insegnare l'italiano a un mio compagno di prigionia, recitandogli il canto di Ulisse, che non sapevo bene, così a brandelli; era un francese, e aveva capito quanto fosse importante ripescare in fondo alla memoria un ricordo di scuola, un ricordo di poesia.

«E poi, il giorno del Kippur, del digiuno, che nessuno rispettava, perché eravamo tanto affamati; in fila per la zuppa della mia baracca, davanti a me c'è uno che conoscevo poco, un lituano, che si è presentato davanti al Kapo, un politico, comunista tedesco, un gladiatore, un omaccione grande e grosso, pieno di cicatrici, molto svelto coi pugni, e il piccolo ebreo lituano si è messo sull'attenti come era prescritto, e ha detto: "Signor superiore, per piacere, non mi dia la razione, me la tenga fino a domani, perché io stasera non posso mangiare", e l'altro, sconvolto dallo stupore ha detto di sì, e gli ha chiesto: "Perché lo fai?" e quello: "Perché sono credente e privandomi del cibo non solo faccio ammenda dei miei peccati, ma anche di quelli degli altri, e forse anche dei tuoi, Herr Kapo".

Che cosa signifìca essere ebreo?

«Un'infinità di posizioni, uno spettro che va da un estremo all'altro. Da una parte c'è l'ebraismo totale: è un fatto religioso, tradizionale, linguistico, nazionalistico, se vogliamo, con molte sfumature; e dall'altra c'è l'ebraismo anagrafico che consiste nel rifiutare tutto, se è possibile: la tradizione, la cultura, la fede, e comportarsi esattamente come il popolo presso cui il singolo, appartenente alla minoranza, abita. Nella realtà, ogni ebreo si sceglie una sua nicchia in qualche punto di questo spettro e la vive come desidera o come può.»

Come ha vissuto ad Auschwitz?

«Sono stato un anno non nel campo centrale, ma nel più grosso dei sottocampi di dodicimila prigionieri, che era incorporato nell'industria chimica, il che è stato provvidenziale per me perché io ero, e sono tuttora, laureato in chimica, e dopo dieci mesi passati come manovale, ho avuto la possibilità di trascorrere gli ultimi due mesi, ma erano i più freddi, in laboratorio.

«C'erano due allarmi al giorno, e la mia attività consisteva nel portare in cantina tutte le apparecchiature, e riportarle su appena suonava la sirena del cessato pericolo, ma tutti i vetri erano saltati, mancava l'acqua, mancava il gas, mancava la corrente elettrica e quindi era un lavoro puramente fittizio, con i russi a quaranta chilometri, già alla portata delle artiglierie».

Che cosa mancava maggiormente? La facoltà di decidere, si sentiva il disagio fisico ...

«In primo luogo il cibo. Questa era l'ossessione di tutti, di cui non ci si liberava mai».

Non pesava di più la nostalgia?

«Pesava soltanto quando i bisogni elementari erano soddisfatti. Perché è un dolore umano, un dolore ragionevole, un dolore al di sopra della cintola, diciamo, che riguarda l'uomo pensante, che gli animali non conoscono, e la vita del lager era animalesca e le sofferenze che prevalevano erano quelle delle bestie, appunto la fame, il freddo, essere mal coperti. E poi venire picchiati, quasi tutti i giorni, quasi tutte le ore. Anche un asino soffre per le botte, per la fame, per il freddo, anche un cane, e nei rari momenti in cui capitava che le sofferenze primarie cessassero, e accadeva molto di rado, allora affiorava questa altra categoria di dolori fra cui la nostalgia, l'esilio, la famiglia perduta, il pericolo, la paura della morte, anche. Stranamente, l'angoscia della morte era relegata in secondo ordine. Io ho raccontato nei miei libri la storia di un compagno di prigionia condannato alla camera a gas: lo sapeva, ma sapeva anche che in quella baracca, per usanza, si concede­va una seconda razione di zuppa a chi doveva andare a morire e lui, siccome avevano dimenticato di dargliela, ha protestato. È andato a dire: "Ma signor Kapo, io vado nella camera a gas, quindi devo avere un'altra porzione di minestra".»

Lei ha raccontato che nei lager si verificavano pochi suicidi: la disperazione non arrivava che raramente a portare all'autodistruzione.

«Sì, l'ho visto ed è stato poi studiato da specialisti, da sociologi, da fisiologi. Il suicidio era raro. Le ragioni addotte dagli scienziati sono molte: personalmente ne propongo una, ed è quella che dicevo prima, cioè che gli animali non si ammazzano. E noi, eravamo piuttosto animali che uomini».

Considera Auschwitz la sua seconda università: gli ha insegnato che non esiste né la felicità né l'infelicità perfetta, e a non nascondersi, per non guardare la realtà, e a trovare la forza di pensare. «Meditate che questo è stato/Vi mando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore/Stando in casa andando per via/Coricandovi alzandovi; ripetetele ai vostri figli».

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La guerra di Nuto

21 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell'ignoranza, come eravamo cresciuti noi della "generazione del Littorio"(*). Oggi la libertà li aiuta, li protegge. La libertà è un bene immenso, senza libertà non si vive, si vegeta»

Nuto Revelli

Comandante partigiano, scrittore

 

 

 

Gli esordi dell’esperienza in montagna di Nuto Revelli.

 

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«Quella che va dall'8 settembre del '43 al 25 aprile del '45 è stata una pagina esaltante. Un miracolo. Eravamo precipitati in fondo a un pozzo. Tornavo dalla Russia. Avevo vissuto, da sottotenente, l'inferno della ritirata. Ero rientrato in patria con una ferita mal rimarginata, una promozione per meriti di guerra e una brutta pleurite. Non credevo più nei gradi, nella gerarchia, nell'esercito, nella guerra. Avevo ventiquattro anni, ero un vinto. Ma insieme un ribelle. Il 12 settembre 1943 vidi sfilare a Cuneo, in piazza Vittorio Emanuele (ora piazza Duccio Galimberti) un battaglione di Ss. Li guardai come antiche conoscenze. Li avevo già conosciuti in Russia. Non erano cambiati. Quello stesso battaglione, dieci giorni più tardi, avrebbe dato fuoco alla cittadina di Boves».

La trasformazione da alpino in partigiano fu automatica, naturale. «Avevo portato con me due parabellum e una pistole-machine tedesca. Tutto illegale: era vietato "detenere armi auto­matiche". L'indomani, con un gruppo di amici raggiunsi in motocicletta una collina sopra Cuneo. Partigiano».

Cosa eravamo noi, in quelle brigate partigiane? Dei ragazzini. Io ero uscito dal fascismo in uno stato d’ignoranza catastrofica. Non sapevo nulla. Ho imparato tutto lì. Una maggiore consapevolezza dei fatti e delle loro radici esisteva, certo, a livelli più alti di responsabilità. Fu Dante Livio Bianco, dieci anni più vecchio di me, tanto più colto, a parlarmi di Carlo Rosselli, di Matteotti.

Noi, per diventare antifascisti, avevamo passato un solo esame: la ritirata di Russia. Posso perfino indicare il momento, la circostanza precisa di quella mia scelta ... . Era il 20 gennaio del '43, ci trovavamo in Russia, nella piana di Postojali. Le tre del pomeriggio, trenta gradi sotto zero. Una colonna di trentamila fra italiani, tedeschi e ungheresi era ferma, accerchiata da ogni lato. Un aereo russo ci mitraglia. Non possiamo difenderci. Se esco da questo inferno, promisi a me stesso, dico addio all'esercito, rompo con il fascismo, mi adopero perché tutto cambi.

La guerra l'hanno vinta gli Alleati. Ma noi un bel contributo l'abbiamo dato. I provocatori vadano a parlare con qualche tedesco sopravvissuto a quei fatti. Gli racconterà che avevano paura di quei ragazzi annidati sulle montagne. Gli dirà che ne bastavano quattro o cinque per mettere in crisi una loro colonna. Qualcuno ricorderà che nell' agosto del' 44, dopo lo sbarco degli Alleati a Tolone, i tedeschi risalivano sulla displuviale alpina per aprire un nuovo fronte. E noi della brigata Carlo Rosselli gli abbiamo dato dei fastidi seri: Questi sono fatti».

 

(*) Il fascio littorio: “Il simbolo del fascismo è un fascio di verghe legate strettamente insieme. Quella verghe rappresentano la volontà di tutti gli Italiani, che è quella di stare uniti per essere forti e invincibili” (da un libro di testo del 1930 per la seconda classe elementare).

Littore, in latino lictor, (dal verbo ligo=io lego), era colui che recava i fasci di verghe legate insieme. I littori erano membri di una speciale classe di servitori civili dell'antica Roma che avevano il compito di proteggere le alte cariche dello Stato.

 

 

Bibliografia.

da un’intervista di Nello Ajello a Nuto Revelli pubblicata nell’inserto del 25 aprile 1995 del Corriere della Sera in occasione del 50° anniversario della liberazione.

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La Irma va a morire

18 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La profezia di un maestro di libertà: «C’è una differenza tra questo e altri conflitti. Esso fu un eccezionale campionato di eroismo morale. Un patrimonio che rischia di sparire».

Una pagina di Franco Antonicelli, tratta da «La pratica della libertà» (a cura di Corrado Stajano, Einaudi). Si tratta d'un brano del discorso pronunciato a Torino, il 4 dicembre del 1949, nel quinto anniversario della morte di Duccio Galimberti e di Renato Martorelli.

 

La Resistenza fu un eccezionale campionato - usiamo questo termine agonistico - di eroismo morale. È qualcosa questo che la differenzia da ogni altra guerra guerreggiata, da ogni altro avvenimento militare. Qui l'eroismo civico, l' altezza delle testimonianze, la purezza, la nobiltà delle coscienze superano per la frequenza, per le occasioni, per la profondità del significato, ogni altro esempio. Questi combattenti della Resistenza non erano solo esposti alla morte in battaglia, ma alla eventualità delle torture, del martirio …

Ho voluto scegliere a caso in un libretto intitolato Cento dei centomila. Leggo:

Furlan Antonio - Non sapeva nuotare. Eppure non c'era altro modo per distruggere i documenti che aveva indosso che di buttarsi nella Livenza che scorreva lì vicino. Catturato, urlava di dolore sotto le torture (lo sentivano per tutto il paese). Ma non disse una parola; finché morì.

Manguzzato Clorinda - Gridò ai carnefici: «Quando non potrò più sopportare le vostre torture, mi mozzerò la lingua con i denti per non parlare ... ».

Sforzini Alfredo - Si accostò alla forca con passo fermo. Da sé salì sull'autoblinda che doveva servire da trampolino. Disse: «Ringrazio Dio di avermi dato la forza per non parlare». Offerse quindi il collo a laccio e spiccò il salto nel vuoto.

Martini Giovanni - Al capo gli avevano messo un cerchio di ferro che veniva stretto progressiva mente. «Parla». «Meglio morto» rispose in un rantolo. Un ultime giro di vite, e la scatola cranica saltò.

Labò Giorgio - I lacci gli impedivano di muoversi. Tanto erano stretti che gli avevano già ridotto mani e piedi in cancrena. Ad ogni percossa, ad ogni minaccia, rispondeva: «Non lo so e non lo dico».

Salvetti Aldo - Ancora vivo, venne crocifisso a un portone. Intanto gli aguzzini intimavano: «Parla, chi sono i tuoi complici?» «Li conoscerete quando verranno a vendicarmi», rispose. E

rese lo spirito.

Bandiera Irma - Accecata, prima di spirare disse: «Voi martoriate in me tutte le donne italiane, che come me vi odiano e vi disprezzano».

Cento dei centomila! Anche Duccio, anche Martorelli caddero massacrati: lo stesso disprezzo della morte, la stessa serenità verso i torturatori, la stessa ispirazione sovrana della fede morale.

Un senso di «vita più alta e più intensa» ha riempito i nostri cuori, i cuori dell'Italia di allora. Un senso di purificazione morale e spirituale che sembrava necessario dopo tanto avvilimento, che non era stato solamente politico, ma che aveva corrotto alla base le coscienze. Sembrava che certi inumani sacrifici fossero lo straordinario prezzo che si doveva pagare per una eccezionale colpa. Ne nacque, come dinanzi a ogni sacrificio, un bisogno di virtù.

Quando noi ripensiamo a quelle testimonianze esemplari, ci pare impossibile che possano venir denegate dalla realtà di poi, ci pare impossibile che possano andar disperse e senza frutto. Forse non è così, speriamolo».

 

 

Bibliografia:

dall’inserto del 25 aprile 1995 del Corriere della Sera in occasione del 50° anniversario della liberazione.


 

Franco Antonicelli

 

Nato a Voghera (Pavia) il 15 novembre 1902, deceduto a Torino il 6 novembre 1974, saggista, poeta e parlamentare di sinistra.

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Figlio di un alto ufficiale, si era laureato a Torino prima in Lettere e poi in Legge. L'insegnamento, per un breve periodo, al Liceo "D'Azeglio" del capoluogo piemontese e il rafforzamento dei legami con maestri e coetanei (da Augusto Monti a Benedetto Croce, da Piero Gobetti a Leone Ginzburg, a Massimo Mila, a Norberto Bobbio), contribuirono a risvegliare il suo antifascismo, ispirato soprattutto da ragioni morali.

Nel 1929 Antonicelli subì un primo, breve, periodo di carcere per aver firmato un documento di solidarietà con Croce. Nel 1935 passò alcuni mesi ad Agropoli (Salerno), dopo una condanna a 5 anni al confino. Tornato a Torino e ripreso l'insegnamento, ne fu allontanato per motivi politici. Collaboratore del Dizionario delle opere e dei personaggi della Bompiani e fondatore, nel 1942, della casa editrice "Francesco de Silva", Franco Antonicelli strinse sempre più stretti legami con esponenti della sinistra liberale e, nei mesi che precedettero la caduta di Mussolini, con socialisti e comunisti.

Nei giorni dell'armistizio (era entrato nel "Comitato interpartitico" o "Fronte nazionale"), tenta, anche con un generoso appello pubblicato su La Stampa, la difesa di Torino dai tedeschi. Passato a Roma, partecipa all'organizzazione della Resistenza nella Capitale, ma il 6 novembre del 1943 è arrestato e finisce a "Regina Coeli". Nel febbraio del 1944 è tradotto al Nord e dal carcere di Castelfranco Emilia uscirà soltanto nell'aprile quando, tornato a Torino, entra nel CLN regionale piemontese in rappresentanza del PLI. Opererà con i nomi di copertura di Ranieri, Sorel, Francesco Ansaldi e creerà i fogli clandestini Il Patriota e L'Opinione che, dopo la Liberazione, prenderà il posto della soppressa La Stampa.

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Alla vigilia dell'insurrezione, Antonicelli diventa presidente del CLN, la cui Giunta consultiva di governo opererà a Torino più a lungo che in ogni altro capoluogo italiano. Nel 1946 esce dal PLI ed entra nel Partito d'Azione. Si batte per la Repubblica nel referendum istituzionale e, nel 1948, al Congresso di Napoli, entra nella direzione del Partito Repubblicano Italiano. Negli anni successivi, portato a posizioni di sinistra, non aderisce più ad alcun partito e si dedica ai suoi amati studi letterari. Pubblica nel 1947 con la sua casa editrice il capolavoro di Primo Levi Se questo è un uomo, che era stato rifiutato dai principali editori nazionali. Consulente della RAI, collaboratore culturale de La Stampa (che nel frattempo ha ripreso le pubblicazioni) e di molte importanti riviste, Antonicelli nel 1953 è partecipe della battaglia contro la "Legge truffa" e nel 1968, come indipendente di sinistra, è eletto senatore nelle liste del PCI e del PSIUP per il Piemonte.

Negli anni è stato Commissario del Museo nazionale del Risorgimento, consigliere dell'Istituto storico del Risorgimento e del Centro studi "Piero Gobetti", presidente dell'Istituto storico della Resistenza in Piemonte e dell'Unione Culturale torinese. Ha organizzato lezioni-testimonianza sulla storia italiana dal 1915 al 1945, poi pubblicate dalla casa editrice Einaudi. Critico, saggista, poeta ha lasciato numerosi libri, oggi conservati, con molti preziosi documenti, a Livorno, dove la Compagnia portuale ha intestato a suo nome una Fondazione.
A Franco Antonicelli sono intitolate anche una via di Torino, l'Unione Culturale della città, una Sala per dibattiti a Voghera. Nel 2009 è giunto all'undicesima edizione il concorso "Franco Antonicelli", promosso dalla Regione per gli studenti delle Scuole superiori piemontesi.

 

dal sito dell’ANPI- Uomini e donne della Resistenza

 

foto dal sito dell'ANPI di Voghera: lombardia.anpi.it/voghera/antonicelli.htm

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nel 66° anniversario dell'assassinio, l’ANPI di Monza ricorda Salvatrice Benincasa

12 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Le donne italiane diedero un importante contributo alla liberazione dell’Italia dal regime fascista e dall’occupazione nazista. Alcuni dati:

Appartenenti ai Gruppi Difesa della donna: 70.000

Erano gruppi operativi femminili che si segnalarono, durante la Resistenza, attraverso la raccolta di indumenti, medicinali, alimenti per i partigiani e si adoperarono per portare messaggi, custodire liste di contatti, preparare case-rifugio, trasportare volantini, opuscoli ed anche armi. Gruppi di Difesa della Donna erano quindi un'organizzazione unitaria "aperta a tutte le donne di ogni ceto sociale e di ogni fede politica e religiosa, che volevano partecipare all'opera di liberazione della patria e lottare per la propria emancipazione".

Donne partigiane: 35.000

Arrestate, torturate, condannate  4.653

Fucilate, impiccate o cadute: 623

Deferite, tra il 1926 e il 1943, al Tribunale Speciale Fascista Per La Difesa dello Stato: 748

Inviate al confino: 145

17 furono le donne decorate con Medaglia d’oro al Valor Militare.

 

Tra loro Salvatrice Benincasa.

Salvatrice-Benincasa.jpgNata a Catania l’8 settembre 1924, si trasferì a Milano, con la famiglia, nel 1939. Durante la guerra si avvicinò al movimento di Liberazione, entrando in contatto con aderenti alle Brigate Matteotti. Sorpresa mentre eseguiva un incarico che le era stato affidato, fu fermata e interrogata nei locali della Gil (ora Binario 7). Rifiutò ogni forma di collaborazione con i fascisti; venne perciò torturata a morte e gettata sul ponte di via Mentana dove morì. Era il 17 dicembre 1944.


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L’ANPI di Monza commemorerà Salvatrice Benincasa, venerdi’ 17 dicembre 2010 alle ore 11.00, depositando una corona d’alloro nel luogo dove una lapide ricorda il suo sacrificio.

EGEO MANTOVANI, presidente onorario dell’ANPI provinciale di Monza e Brianza, terrà una breve commemorazione.

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primavera del 1943: gli antifascisti italiani confinati a Ventotene

12 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Ventotene è un'isola del Mar Tirreno, situata al largo della costa al confine tra Lazio e Campania, in provincia di Latina.

Isole Pontine

Durante il periodo fascista, sull'isola furono confinati numerosi antifascisti, nonché persone considerate non gradite dal regime.

Antifascisti-verso-il-confino.jpg

Tra gli altri Sandro Pertini, Luigi Longo, Umberto Terracini, Giorgio Amendola, Lelio Basso, Mauro Scoccimarro, Giuseppe Romita, Pietro Secchia, Eugenio Colorni, Giovanni Roveda, Walter Audisio, Camilla Ravera, Giuseppe Di Vittorio, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi. Furono proprio questi ultimi due antifascisti a scrivere sull'isola, nella primavera del 1941, l'importante documento Per un'Europa libera e unita. Progetto di Manifesto diventato noto come Manifesto di Ventotene. Nel documento la federazione degli Stati d'Europa, sul modello statunitense, viene indicata come l'unica soluzione per la salvezza della civiltà europea.

Luigi Longo, confinato politico a Ventotene, ha scritto nel suo libro “Un popolo alla macchia”:

«Mentre tutto intorno crescevano e s'avvicinavano le fiamme della guerra, mentre nelle città e nelle campagne lavoratori, impiegati, professionisti e intellettuali si agitavano, si muovevano, premevano per avere pace e libertà, nelle carceri e nelle isole di confino italiane centinaia e migliaia di antifascisti si struggevano nella loro forzata inattività, tendevano ansiosamente l'orecchio a tutti i suoni, a tutte le briciole di notizia che giungevano dall'esterno, soffrivano crudelmente per le pene della patria e sentivano che presto, forse prestissimo, sarebbero stati chiamati a prendere in mano le sorti del paese e a tentarne l'estrema salvazione.

L'isola di Ventotene era come la capitale di questo mondo di captivi. Nella primavera del '43 essa raccoglieva un migliaio circa di dirigenti e di umili militanti di tutte le correnti dell'antifascismo italiano. Eravamo finiti là provenienti da tutte le parti - molti dopo cinque, dieci e anche quindici e più anni di reclusione sofferta - prelevati dalle città e dalle campagne d'Italia perché sorpresi a parlare contro il fascismo e la guerra; reduci, noi garibaldini di Spagna e gli emigrati, dai campi francesi di internamento, dove eravamo stati rinchiusi allo scoppio della guerra. Ci affratellavano le comuni sofferenze, le stesse speranze e un uguale amore di libertà.

Due volte la settimana un battello congiungeva l'isola al continente: portava le provviste, qualche familiare e sempre nuovi confinati. Ma portava anche i giornali e le notizie dall'Italia. Scorrevamo avidamente i comunicati ufficiali, che cercavamo di completare e di arricchire leggendo tra le righe, ma; soprattutto, correvamo a scoprire le comunicazioni confidenziali, “illegali”, che ci arrivavano nascoste nelle pieghe di un vestito, nella copertina di un libro, nei “doppi” più impensati.

Con emozione indicibile seguivamo in quei giorni il corso della guerra, apprendevamo le rovine che si accumulavano nelle nostre città bombardate, salutavamo le prime manifestazioni di resistenza popolare alla folle politica fascista. Il sentire - come sempre di più sentivamo - la grande anima dell'Italia vicina a noi ci risollevava, ci riempiva di fierezza e di speranza. Erano lunghe serate di attesa, nelle tristi camerate della nostra deportazione: lunghi giorni di meditazione, dinanzi al mare d'Italia; un'impaziente preparazione alla lotta aperta, tempestata di presentimenti amari, di preoccupazioni non mai sopite per la sorte del nostro. popolo. Era la nostra vigilia immediata? Si giungerà in tempo? Si potrà evitare che il popolo venga defraudato dei suoi sacrifici e della sua riscossa? Si salverà l'Italia dal tedesco e da nuovi tradimenti?

Intanto non si perdeva il tempo. Ventotene non era soltanto l'isola di confino voluta dal fascismo, ma era anche, come ogni carcere e ogni altra isola di deportazione, un centro di formazione politica dei confinati e di direzione del movimento per la pace e la libertà all'interno del paese. Molti, tra coloro che salparono da Ventotene dopo la caduta del fascismo, lasciarono la vita sulle montagne o nelle segrete nazifasciste. Non per nulla gli antifascisti definivano, con una punta di scherzo e una di profonda serietà, “governo di Ventotene” il gruppo dei confinati. Tra Ventotene e il paese si svolgeva, soprattutto a mano a mano che la lotta si acuiva, un ricambio continuo e proficuo: il lavoro unitario dell'isola si rifletteva sui «fronti nazionali» dell'interno, e viceversa; avveniva uno scambio, un'osmosi incessante fra le esperienze di Ventotene - che non erano meramente teoriche, proprio perché operavano sulla realtà dei rapporti politici e umani tra i suoi “ospiti”, e influivano sulla ben più complessa realtà del paese - e quelle del continente.

Nonostante la sorveglianza, nessuno dei confinati rimaneva all'oscuro degli avvenimenti, e soprattutto delle considerazioni politiche che se ne potevano trarre. Per i comunisti ad esempio, Scoccimarro, Secchia, Li Causi, Roveda, Di Vittorio, io, elaboravamo ogni settimana un rapporto di informazione sulla situazione italiana e lo diffondevamo “a catena”, fino a toccare tutti i compagni dell'isola nel giro di cinque o sei giorni. Ognuno di noi si dava a passeggiare con due compagni, tirandosi appresso le guardie incaricate di pedinarci, le quali però si stancavano presto e finivano per mettersi a passeggiare e a chiacchierare tra di loro. Ciascuno dei due compagni, a sua volta, ripeteva la relazione che aveva udita ad altri due. Non si poteva certo giurare che il primo e l'ultimo contesto dicessero esattamente la stessa cosa; ma un orientamento, una qualche indicazione arrivava in questo modo, di certo, su tutte le questioni più importanti a tutti i compagni del confino».

 

Bibliografia:

Luigi Longo “Un popolo alla macchia” Editori Riuniti 1965

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Umberto Terracini: «Io, comunista eretico, espulso dal Partito»

12 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

(da "Come nacque la Costituzione", intervista di Pasquale Balsamo, Editori Riuniti 1978)

 

Appartenente alla leva politica dei giovani socialisti riuniti intorno alla rivista torinese dell"'Ordine Nuovo", che esprimerà gran parte del gruppo dirigente del Partito comunista d'Italia (1921), Umberto Terracini fu condannato insieme con Antonio Gramsci e altri a più di ventidue anni di carcere e confino nel 1928, nel primo grande processo politico del Tribunale speciale fascista contro gli oppositori.

Terracini non doveva avere alcuna riduzione della pena e questa era la motivazione (25 giugno 1936): «Elemento scaltro, subdolo, ha posto la sua non comune intelligenza al servizio del comunismo rendendosi pericoloso propagandista. In carcere ha sempre cercato di esercitare il suo ascendente per mantenere vivo tra i detenuti condannati da questo Tribunale il sentimento sovversivo. Punito durante l'espiazione ben ventiquattro volte, non ha dato alcuna prova di ravvedimento. E questo Ufficio crede che l'elemento intellettuale debba essere attivamente sorvegliato e non sia meritevole di speciale clemenza, in considerazione della propaganda subdola che sempre cerca di svolgere per mantenere fermo nei detenuti meno colti l'atteggiamento sovversivo, tanto da far desistere elementi che avevano mostrato in precedenza ravvedimento».

Terracini espia 10 anni, 11 mesi e 2 giorni nelle carceri di San Vittore, Regina Coeli, San Gimignano, Civitavecchia Castelfranco Emilia e nuovamente Civitavecchia. Quindi il confino a Ponza e a Ventotene.

A Ventotene, nel gennaio del 1943 Umberto Terracini viene espulso dal PCI, del quale era stato uno dei principali fondatori. In effetti la sua colpa era consistita nell'avere espresso il suo dissenso dalla politica dei «fronti popolari» inalberata dal Komintern, in quanto a suo giudizio non sarebbe stato sufficiente far blocco con socialisti e repubblicani per sconfiggere il fascismo, ma si sarebbe dovuto allargare l'alleanza anche agli antifascisti borghesi, come liberali, cattolici; democratici e monarchici. Con ciò egli è stato in un certo modo il precursore della «svolta» dello stesso Komintern che portò alla nuova politica dei comitati nazionali di liberazione, poi adottata dai comunisti. Va tenuto presente che la situazione di allora era tale da far anteporre al torto o alla ragione la obbedienza al partito siccome si deve ad un esercito in situazione di guerra. Solo il 14 dicembre del 1944 ottiene la riabilitazione e combatte nell'Ossola.

Dopo la Liberazione è consultore nazionale, membro dell'Alta Corte di Giustizia, presidente dell'Assemblea costituente dando prova di alte qualità politiche e morali. Presidente dei senatori comunisti per più legislature, fu senatore a vita della repubblica italiana. Muore a Roma a ottantotto anni, nel 1983.

 

«La mia espulsione, o meglio, la proposta per la mia espulsione dal Partito comunista d'Italia, decretata da alcuni compagni dirigenti nel febbraio 1943 mentre eravamo tutti costretti al confino di Ventotene, ha origini lontane. Dall'analisi della situazione mondiale, caratterizzata dai minacciosi prodromi della crisi economica del 1929, il VI Congresso dell'Internazionale comunista aveva dedotto che, superato il periodo della sua stabilizzazione relativa, il capitalismo andava incontro a un nuovo periodo rivoluzionario che lo avrebbe portato alla sua fine catastrofica. Crisi mortale del sistema ...

Ai partiti comunisti, di conseguenza, il compito di guidare le masse lavoratrici alla lotta che avrebbe dovuto sboccare nella insurrezione armata. Ora, a parte la validità di una tale impostazione, in linea generale, era evidente che essa non corrispondeva alla situazione italiana, dove la dittatura fascista imperava e trionfava sopra un proletariato privo di ogni organizzazione e con un partito comunista ridotto a poche centinaia di iscritti costretti, per di più, alla completa clandestinità. Ma il centro dirigente del partito aveva fatto proprie le prospettive del VI Congresso dell'Internazionale e aveva diramato le relative parole d'ordine e d'azione; così, nella certezza della prossima caduta del fascismo, espulse i dissenzienti, così come successivamente venni espulso anch'io per decisione dei dirigenti del collettivo carcerario di Civitavecchia e confinario di Ventotene.

Ma tu non concordavi con la linea dei compagni Scoccimarro, Secchia, Li Causi, Roveda ed altri, anche per altre questioni.

Innanzi tutto avevo condannato, all'immediata vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale, il Patto di mutua assistenza fra Germania e Unione Sovietica. In secondo luogo, avevo dato un'interpretazione estensiva al manifesto-appello lanciato dal partito subito dopo l'aggressione nazista all'Urss per un'alleanza di tutte le forze antifasciste. Secondo i dirigenti al confino, tale direttiva doveva valere solo nei confronti di quei partiti che potessero muoversi nell' ambito del fronte popolare. Secondo me, l'appello era invece rivolto a tutte le forze e a tutti i partiti che fossero disposti a combattere il fascismo, non esclusi, quindi, i liberali, i conservatori e i monarchici.

La «svolta» che Togliatti avrebbe poi imposto a Salerno. Ma come andò a:finire con la tua espulsione? Come fosti riammesso nel partito?

Nell'impossibilità di poter mantenere contatti direttamente con Togliatti e con gli altri dirigenti che non avevano condiviso la mia attività in carcere e al confino, dovetti aspettare la fine della guerra e, con essa, il ricongiungimento dell'Italia del Nord, ove avevo continuato a combattere nell'Ossola, con il Centro-sud. E fu proprio Togliatti, in base alla mancata ratifica superiore della proposta di espulsione, a non considerarla valida.

La mia designazione a importanti incarichi di partito e alla stessa presidenza dell'Assemblea Costituente mi riscattarono completamente del passato.

 

Roma, 27 dicembre 1947 (Palazzo Giustiniani) - Umberto Terracini firma l'atto di promulgazione della Costituzione della Repubblica Italiana

 

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Un intellettuale perseguitato dal fascismo: Antonio Gramsci

12 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dalla Sardegna a Torino   

 

La formazione politica e culturale

    

Dall’«Ordine Nuovo» alla fondazione dell’ ”Unità”

     

Deputato, l’arresto, il processo e il carcere

   

Le “Lettere dal carcere"

 

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Bibliografia:

 

- Antonio Gramsci Lettere dal carcereVolume primo Edizioni L’Unità 1988

 

- Armando Saitta “Dal fascismo alla resistenza La Nuova Italia Firenze 1965

 

- Antonio Gramsci “Lettere dal carcere Giulio Einaudi Torino 1971

 

- Giuseppe Fiori “Processo GramsciEdizioni L’Unità 1994

 

- Antonio Gramsci “Socialismo e Fascismo” Giulio Einaudi Torino 1978

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Dalla Sardegna a Torino

Antonio-Gramsci.jpgQuarto dei sette figli di Francesco Gramsci e Giuseppina Marcias, Antonio - Nino, come è chiamato in famiglia - nasce nel paese di Ales, in provincia di Cagliari, il 22 gennaio del 1891. Il padre, che è figlio di un colonnello della gendarmeria borbonica, di origine albanese, fa il procuratore distrettuale a Ghilarza. In questo centro, situato su un altipiano tra il Gennargentu, i monti del Marghine e la catena di Montiferru, Antonio vivrà la sua fanciullezza. Anche la madre è della stessa condizione sociale del padre, borghesia di provincia non agiata ma neppure misera. È una donna colta, sensibilissima, che vive per i figli. Lo sviluppo del bambino è gravemente compromesso da una caduta a quattro anni: la schiena andrà lentamente incurvandosi e invano le cure sanitarie cercano di arrestare la deformazione. Non per questo, però, Antonio cresce gracile o malaticcio: si mischia impetuosamente ai giochi dei coetanei, figli di contadini e pastori, ha un amore per la natura di cui troviamo gli echi più delicati e tenaci nella cattività; nelle sue lettere egli ricorderà anche una sorta di ossessione di schiettezza nei rapporti umani che non escludeva il riserbo («orso» si definirà). Ha una passione inesauribile per i libri. A sette anni si entusiasma di Robinson Crusoé: «Non uscivo di casa mia senza avere in tasca dei chicchi di grano e dei fiammiferi avvolti in pezzettini di tela cerata, per il caso che potessi essere sbattuto in un'isola deserta e abbandonato ai miei soli mezzi».

Nel 1897 il padre, in seguito a una triste vicenda giudiziaria che lo travolge, è sospeso dall'impiego e Antonio, come i fratelli, dovrà presto cercare un lavoro qualsiasi. Poco più che undicenne sbriga faccende («me la passavo a spostare registri che pesavano più di me ... ») in un ufficio, e deve interrompere gli studi appena conseguita la licenza elementare, per due anni, anni inquieti. «Che cosa mi ha salvato - rammenterà - dal diventare completamente un cencio inamidato? L'istinto della ribellione che da bambino era contro i ricchi, perché non potevo andare a studiare, io che avevo preso dieci in tutte le materie alla scuola elementare, mentre andavano il figlio del macellaio, del farmacista, del negoziante in tessuti ... » Poi, grazie all'aiuto della madre e delle sorelle, frequenta il ginnasio a Santu Lussurgiu, vivendo in casa di una contadina. Nel 1908 si iscrive al Liceo classico di Cagliari, alloggiato col fratello più grande, Gennaro, che è impiegato in una fabbrica di ghiaccio e funge da cassiere della locale Camera del Lavoro. Antonio fa il suo garzonato studentesco senza brillare particolarmente; rivela una propensione per le scienze esatte, legge di tutto con accresciuta avidità. Anche se da «triplice e quadruplice provinciale», il movimento culturale a cui s'accosta è quello vociano e salveminiano; segue la «Critica» di Croce e qualche giornale socialista che in casa porta il fratello. Antonio è autonomista, la sua prima ribellione si esprime nel grido: «Al mare i continentali!» Sarà lui invece a traversare il mare, nell'autunno del 1911: ha conseguito la maturità liceale alla fine di un anno di difficoltà e di stenti ed è riuscito a superare un esame supplementare per il conferimento di una borsa di studio di 70 lire mensili che gli apre le porte dell'Università torinese. Si iscrive alla facoltà di lettere, vive in una stanzetta sulle rive della Dora, dove «la nebbia gelata mi distruggeva».

 

La formazione politica e culturale

Torino, dal 1912 al 1922: è il decennio decisivo nella formazione politica e culturale di Antonio Gramsci. La città più industriale e più operaia d'Italia, la città dell'automobile, determina largamente quella formazione facendo del ventenne studente sardo un militante e poi un dirigente socialista. Egli vede nell'anteguerra i primi grandi scioperi dei metallurgici, entra nelle file della gioventù socialista nel 1913, collabora al foglio della sezione locale, «Il grido del popolo», nel 1916 è assunto alla redazione torinese dell'«Avanti!», come cronista e critico teatrale. Le sue note di costume (Sotto la Mole) e le sue cronache teatrali, lo segnalano come una personalità nuova in un ambito che va al di là dei lettori abituali del quotidiano socialista. Ma è il numero unico redatto per conto della federazione giovanile piemontese, dal titolo significativo de “La città futura”, nel febbraio del 1917, a darci il primo segno morale e culturale di questa personalità, espressione della nuova generazione socialista intellettuale.

Fervore idealistico, crocianesimo per ribellione al positivismo della generazione socialista precedente e come modello del saper vivere senza religione rivelata ma con la stessa tensione etica; passione di giustizia sociale unita a un rinnovamento del costume: questi i valori che Gramsci introduce nel suo modo nuovo di fare propaganda tra gli operai non appena, nello stesso anno, passa a dirigere il «Grido del popolo». Il suo primo accostarsi a Marx passa per una riscoperta di Hegel e della filosofia classica tedesca. Essere volontari significa intanto per lui avere fede nella spontaneità che alimenterà l'organizzazione, intrattenere un rapporto con la classe operaia che non sia più di tutela paternalistica ma di diretta solidarietà. «Il proletariato non vuole predicatori di esteriorità, freddi alchimisti di parolette; vuole comprensione, intelligenza e simpatia piena d'amore», scrive in polemica con il riformista Claudio Treves dopo la sommossa operaia che sconvolge la città nell'agosto del 1917, appena divelte le barricate sulle quali sono caduti, invocando la pace e la rivoluzione, cinquanta proletari torinesi.

La rivoluzione è scoppiata ad Oriente e Gramsci saluta l'Ottobre appunto come la vittoria della volontà degli uomini sulle forze meccaniche della storia, come unità di economia e politica, come atto di libertà e di creazione. Di qui l'esaltazione delle masse e dei loro dirigenti «consapevoli» come Lenin, di qui il suo interesse alla forma del «soviet», l'istituto di democrazia che la rivoluzione ha espresso e che Gramsci studia nella sua dimensione «universale». Finita la guerra, il giovane, che non si è laureato, abbandona l'Università per scegliere definitivamente la strada della milizia rivoluzionaria.

Il l° maggio del 1919 fonda con altri tre coetanei, Angelo Tasca, Umberto Terracini e Palmiro Togliatti, a cui si è legato di amicizia negli anni precedenti, una rivista settimanale, l'«Ordine Nuovo», rassegna di cultura socialista. Nel clima incandescente del primo dopoguerra, questa rivista di giovani (Gramsci ha ventotto anni, come Tasca, Togliatti ventisei, Terracini ventiquattro) è, in un primo tempo, soltanto una delle tante in cui si esprime l'ansia di rinnovamento sociale e culturale che accompagna la crisi della società italiana uscita dalla guerra, in un'Europa in cui il mito del bolscevismo è operante sia per le masse operaie che per le fresche coscienze della nuova intellighenzia.

Dopo qualche mese, però, per impulso diretto di Gramsci, l'«Ordine Nuovo» passa dallo stadio di rassegna culturale a quello di palestra, di strumento di discussione e di ricerca per una grande idea-forza, quella dei Consigli di fabbrica. È l'idea che gli «ordinovisti» ricavano da tutta l'esperienza russa ed europea dei Consigli, e di consimilari organismi operai autonomi, e trasferiscono nel vivo del «laboratorio sociale» dei grandi stabilimenti metallurgici torinesi. Si tengono riunioni con i lavoratori nella stanza in cui ha sede la rivista: Gramsci discute con loro sulla possibile trasformazione della Commissione interna in un sistema di commissari di reparto, eletti da tutta la maestranza che costituiranno il Consiglio di fabbrica. «L'orso» non è diventato un tribuno, non lo diventerà mai, non ha nulla del cliché tradizionale del capo socialista: preferisce alle grandi assemblee e ai comizi questi contatti personali e in essi è meticoloso, curioso di ogni particolare, tanto generoso quanto è ironico, addirittura sarcastico, con i suoi collaboratori da cui esige sempre la massima modestia e precisione.

Il movimento dei Consigli di fabbrica attecchisce a Torino, si realizza in decine di stabilimenti, dalla Fiat alla Lancia. Nel giro di pochi mesi, verso l'autunno del 1919, più di centocinquantamila operai sono organizzati nel Consigli, nonostante lo scetticismo della federazione sindacale metallurgica di orientamento riformista. Allo sviluppo pratico corrisponde un'elaborazione teorica di Gramsci, accentrata su una particolare sottolineatura della lezione leninista. Egli opera intensamente perché sorgano «nuove creazioni rivoluzionarie», che affondino le loro radici nel momento della produzione, che partano dal luogo di lavoro e formino istituti proletari, primi pilastri di una macchina statale nuova, dello Stato operaio. Il lavoratore è da lui considerato prima come produttore che come salariato.  

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Dall’«Ordine Nuovo» alla fondazione dell’ ”Unità”

12 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il biennio rosso 1919-20 è vissuto dal gruppo ordinovista in questo fervore di lavoro di massa. Il «laboratorio sociale» si trasforma presto in un terreno infuocato di scontro di classe attorno alla questione del potere in fabbrica. Gli imprenditori non intendono certo perderlo o dividerlo con i Consigli e passano all'offensiva: serrata, sciopero generale nella primavera del 1920, conflitti aspri il cui esito mostra quanto le nuove istituzioni siano sentite e difese dalle masse ma anche quanto il fronte operaio di Torino resti isolato nazionalmente. Maturano rapidamente le condizioni per un nuovo più generale conflitto, quello dell'occupazione delle fabbriche, nel settembre del 1920, che si conclude con una sconfitta politica del movimento operaio. È questo anche il momento in cui Gramsci, assai scettico sull'opportunità dell'occupazione, si impegna più direttamente nella lotta interna al PSI. Il gruppo Ordinovista è confortato dal giudizio favorevole che Lenin al II Congresso dell'Internazionale a Mosca ha dato delle sue posizioni, e quando viene sul tappeto la questione dell'espulsione o meno dei riformisti dal partito, Gramsci si accosta alla frazione di estrema Sinistra capeggiata dalla vigorosa personalità dell'ingegnere napoletano Amadeo Bordiga. Nasce nel novembre 1920 la frazione comunista e l'«Ordine Nuovo», col 1° gennaio 1921, si trasforma in quotidiano diretto da Gramsci. Poche settimane dopo, a Livorno, si attua la scissione da cui esce il Partito comunista d'Italia: Gramsci è eletto nel primo comitato centrale del nuovo partito, senza contestare la leadership di Bordiga anche se non ne condivide le rigidità dottrinarie e il formalismo.

L Ordine Nuovo 

Per il direttore dell'«Ordine Nuovo» quotidiano si riaprono, per tutto il 1921 e una parte del 1922, mesi di intenso lavoro, di violenta polemica nel confronti di quel partito socialista che egli sferza come «circo Barnum» per le sue incertezze e la sua composita ispirazione politico-ideologica. E cominciano anche i «tempi di ferro e fuoco». Il Partito comunista, nato con il proposito di guidare il processo rivoluzionario, si trova investito in pieno, come tutto il socialismo del resto, dall'ondata di reazione che cresce, dalla violenza delle squadre fasciste. Esso si tempra nella lotta ma i problemi a cui è di fronte sono ben diversi da quelli previsti o sperati. «Fummo - ricorderà lo stesso Gramsci - travolti dagli avvenimenti, fummo, senza volerlo, un aspetto della dissoluzione generale della società italiana, diventata un crogiolo incandescente, dove tutte le tradizioni, tutte le formazioni storiche, tutte le idee prevalenti si fondevano qualche volta senza residuo ... Dovemmo trasformare, nell'atto stesso della loro costituzione, del loro arruolamento, i nostri gruppi in distaccamenti per la guerriglia, la più atroce e difficile guerriglia che mai classe operaia abbia dovuto combattere. Si riuscì tuttavia; il partito fu costituito e fortemente costituito; esso è una falange d'acciaio».

Analizzare e contrastare, in quelle condizioni, il fenomeno del fascismo è l'impegno più urgente a cui il direttore dell'«Ordine Nuovo» si adopera, denunziandone sia la matrice piccoloborghese che la risultante reazionaria, tentando di opporsi anche all'estremismo della direzione comunista, dominata da Bordiga. Gramsci fa, ora e nei due anni successivi, un po' parte per se stesso. È difficile collocarlo esattamente in una gerarchia che si concepisca con l'esperienza e la tradizione successiva. L'uomo non è ancora noto come un capo nel partito. Il suo prestigio intellettuale, la sua autorità morale sono notevoli, grandi presso quei compagni che hanno lavorato con lui (ma che si disperdono nel 1922 come nucleo politico a sé). Ma la sua penna tagliente incute rispetto agli avversari e ammirazione nei lettori del giornale a cui dedica tutto il suo tempo. Ma anche al II Congresso del PCI a Roma nel marzo del 1922, Gramsci, nonostante abbia molte riserve da fare sulla linea ufficiale, su una prospettiva che esclude un colpo di Stato reazionario, non dà battaglia.

Dalla fine di maggio 1922 egli è inviato a Mosca come delegato del PCI presso il comitato esecutivo dell'Internazionale .. Parte in non buona salute in una situazione di rapporti difficili tra il PCI e l'Internazionale, provato dalle fatiche di quattro-cinque anni d'intensa attività politica e giornalistica. Tra l'estate e l'autunno viene ricoverato in una casa di cura, nei pressi di Mosca. Il riposo, la pausa, sono anche un momento nuovo nella vita privata del trentenne rivoluzionario italiano. Si innamora di una giovane musicista russa, Julca (Giulia) Schucht, e presto si unisce a lei: è un sentimento di una tenerezza che lo stupisce. «La mia vita - scrive Antonio a Giulia durante l'idillio - è stata sempre una pianura fredda, uno sterpeto. Come ho potuto dirle che le voglio bene?» Ma quando saranno costretti a separarsi per la prima volta, all'inizio del 1924, le scriverà da Vienna: «Cara tu devi venire. Ho bisogno di te. Non posso stare senza di te. Tu sei una parte di me stesso e sento che non posso stare lontano da me stesso. Sono come sospeso in aria, come lontano dalla realtà. Penso sempre, con un rimpianto infinito, al tempo che abbiamo trascorso insieme in tanta intimità, in una così dolce espansione di noi stessi».

Il periodo moscovita (estate 1922 - fine 1923) è anche un periodo di espansione politica per Gramsci, a contatto con un ambiente quale quello del Komintern che è ancora di viva dialettica politica e ideologica. Fa diretta esperienza dei problemi della Nep in un paese come la giovane repubblica dei soviet, studia e confronta le posizioni teoriche di Lenin e dei più prestigiosi rappresentanti dello stato maggiore del partito bolscevico, da Trotzki a Stalin, da Bucharin a Zinoviev. Anche lo stacco dall'Italia gli consente di scorgere meglio i limiti e gli errori del primo estremismo che ha permeato la condotta politica del gruppo dirigente. Queste riflessioni prendono una direzione polemica via via più netta, col crescere del dissenso tra quel gruppo dirigente e l'orientamento dell'Internazionale che è favorevole a un fronte unico proletario contro il fascismo e alla fusione tra socialisti e comunisti. In una serie di lettere che manda da Mosca e poi nel primi mesi del 1924 da Vienna (dove lavora a un nuovo ufficio del Komintern avvicinandosi all'Italia) ai suoi vecchi collaboratori (Togliatti, Terracini, Scoccimarro, Leonetti) Gramsci sostiene la necessità di staccarsi da Bordiga, dal suo metodo di direzione, dalle sue direttive politiche per formare un gruppo dirigente che riesca a impostare correttamente una strategia politica basata sull'alleanza tra operai del Nord e contadini poveri del Sud, che lavori a una riunificazione con quei socialisti che sono rimasti «terzinternazionalisti», che trasformi il partito in una espressione più diretta dei lavoratori, fondandosi sulle cellule di fabbrica. Questo è anche il senso della lotta interna che Gramsci dà non appena torna in Italia, eletto deputato in una circoscrizione del Veneto, nell'aprile del 1924, questo il contributo di idee e di organizzazione che porta alla nascita di un nuovo quotidiano del partito, «l'Unità».

 

Prima pagina di alcuni numeri di "L'Unità" del 1924

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Deputato, l’ arresto, il processo e il carcere

12 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Si giunge così agli ultimi due anni di «vita legale» di Gramsci. Egli è eletto segretario generale del partito, è il capo riconosciuto della pattuglia dei deputati comunisti alla Camera.

Giulia gli ha dato un figlio nell'agosto del 1924, Delio. Raggiunge il marito col bambino nell'autunno del 1925 a Roma. Il futuro si fa presto fosco. La persecuzione fascista non dimentica un uomo che Mussolini aveva definito «quel sardo gobbo, professore di economia e filosofia, un cervello indubbiamente potente». Né l'essere il segretario del PCI un deputato lo risparmierà dall'arresto nel 1926, al termine della crisi che si conclude coll'avvento pieno della dittatura. Gramsci si è impegnato, dopo il delitto Matteotti, a cercare di contrastare sia sul piano di massa sia su quello dell'azione parlamentare il processo che si sviluppa: propone alle opposizioni di costituirsi in Antiparlamento per essere il fulcro di una alternativa istituzionale, punta a suscitare i Comitati operai e contadini, raccogliendo esperienze e suggestioni dei Consigli del 1919-20, nonché a dare voce autonoma ai contadini del Mezzogiorno con la fondazione di una loro Associazione. Il dramma di Gramsci dirigente politico del 1924-26 è in questa contraddizione tra la ricchezza del momento costruttivo della sua elaborazione politica e organizzativa, che trova una piena sistemazione al III Congresso del PCI a Lione nel gennaio del 1926 (dove egli con Togliatti conquista più dei 90 per cento dei consensi alla nuova piattaforma politica) e i rapporti di forza ormai così sfavorevoli da non lasciare più nessun margine né di «legalità» né di ripresa rivoluzionaria clandestina.

Gramsci è arrestato nei giorni in cui scrive uno dei suoi saggi più illuminati, alcuni temi della questione meridionale: l'arresto avviene l'8 novembre del 1926 presso la famiglia Passarge, nella cui casa, dalle parti di Porta Pia, ha affittato una stanza sin dal 1924. Non è riuscito a stornare la sorveglianza assidua della polizia e forse non ha neppure voluto evitare la cattura.

 

A Mosca è tornata, frattanto, Giulia, in attesa del secondogenito, Giuliano, che il padre non vedrà mai. I due sposi, prima che la tragedia si abbatta su di loro, hanno passato qualche settimana di vacanza in Alto Adige, l'unica vacanza della vita di Gramsci. Dal novembre del 1926, i suoi spostamenti per anni ed anni sono soltanto quelle «traduzioni» da un carcere all'altro, di cui vi è un'eco di raccapriccio nelle lettere del detenuto: da Regina Coeli di Roma al carcere del Carmine di Napoli, il 25 novembre, di qui all'Ucciardone di Palermo, destinazione l'isola di «confino», Ustica, il 7 dicembre. Il 20 gennaio del 1927, per diciannove giorni, il prigioniero, con le manette ai polsi, attraversa tutta la penisola, sostando in varie celle di transito, da Palermo a Napoli, a Cajanello, Isernia, Sulmona, Castellamare Adriatica, Ancona, Bologna, per giungere a Milano, nelle carceri giudiziarie di San Vittore, il 7 febbraio. Più di un anno Gramsci trascorre a Milano, fino al maggio del 1928 quando è ricondotto a Roma, dinanzi al Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Ivi si svolge il cosiddetto «processone» contro il gruppo dirigente comunista (Gramsci, Terracini, Scoccimarro, Roveda, ecc.). Il pubblico ministero Isgrò afferma nella sua requisitoria, additando il segretario del PCI: «Per vent'anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare». La condanna a venti anni (e quattro mesi e cinque giorni) giunge puntuale, ma quel cervello non si arresta certo dal funzionare.

 

Cronaca di uno «Show-process»

Il processo contro la Centrale comunista si apre a Roma lunedì 28 maggio 1928. Ventidue gli imputati. Affollano la gabbia dell'aula decima sei deputati: tra loro il segretario generale del PC d'Italia Antonio Gramsci, e alcuni dirigenti di maggior spicco del partito: Umberto Terracini, avvocato, Mauro Scoccimarro, impiegato in Ferrovia, laurea in Economia e Commercio e Giovanni Roveda, operaio litografo.

Sono in carcere dall'autunno del 1926. La detenzione in attesa di giudizio si è prolungata oltre misura - un anno e mezzo - per l'inedita particolarità del caso, avendo i magistrati militari del Corpo d'armata di Milano - cui il Tribunale speciale fascista ha delegato l'istruttoria - il compito malagevole di dare fisionomia di delitto a fatti politici che, quando furono compiuti, l'ordinamento giudiziario considerava leciti. Agli inquirenti è tuttavia chiesto personalmente da Mussolini di affermare comunque la pericolosità sociale degli arrestati. E lo spirito servile prevarrà.

Gramsci era stato arrestato e imprigionato a Regina Coeli l'8 novembre 1926, deportato al confino di Ustica in dicembre, raggiunto da mandato di cattura e trasferito a San Vittore di Milano in gennaio, il 12 febbraio 1927 racconta, in una lettera alla cognata Tatiana Schucht, il tremendo viaggio di traduzione da Palermo (diciannove giorni attraverso vari carceri della Penisola).

Il Palazzo di Giustizia di Roma si specchia sul Tevere poco distante dal Vaticano. È un gigante di travertino, un sovraccarico di colonnati, di balaustre, di ornati, di statue degli oratori-avvocati dell'antichità, di bronzi allegorici della Legge e della Giustizia. Compongono la Corte giudicante non magistrati civili e neanche militari. A irrogare pene sono chiamati ufficiali d'un corpo armato di parte inventato da Mussolini (la Milizia fascista) in più casi digiuni d'ogni rudimento del diritto. Non esistono i gradi successivi del giudizio (né appello né ·Cassazione). La sentenza del Tribunale speciale è inappellabile.

È probabile che tra i calcoli del duce ci sia quello di fare del processo contro il gruppo dirigente comunista un uso propagandistico, di dargli echi forti per procurarsi il consenso delle correnti d'opinione liberali, riluttanti al fascismo ma in pari tempo spaventate dai fatti di Russia.

La previsione è però contraddetta: il dibattimento, impiantato per essere un processo spettacolare al comunismo, è rovesciato invece da uomini abili, colti, risoluti in un processo al fascismo.

Sui quotidiani italiani, niente più che il vago dispaccio dell'agenzia ufficiale Stefani. E sul Corriere della Sera di martedì 29 maggio 1928, la cronaca dell'udienza inaugurale è in quarta pagina, titolo su una colonna: «Il processo contro i membri del Comitato del Partito comunista», e di seguito appena 29 righe, meno spazio di quello dato alle altre notizie giudiziarie.

Pesanti sono le condanne: una grandinata di anni di galera.

 

Sette anni di carcere hanno portato Gramsci alla rovina fisica: ma non cede. Il frutto delle riflessioni e degli studi di Gramsci in carcere è consegnato alle pagine delle note carcerarie, raccolte nei Quaderni. Si tratta di trentatre quaderni, ventuno dei quali riempiti nel carcere di Turi di Bari in cui Gramsci è ristretto dal luglio del 1928 sino al novembre del 1933, gli altri nella clinica di Formia, dove viene ricoverato, sempre in stato di detenzione, sino all'agosto del 1935.

Nel novembre 1933 lascia il carcere di Turi e il 7 dicembre 1933 entra nella clinica Cusumano di Formia. La salute è compromessa. Il 25 ottobre 1934 ricorrendo le condizioni previste dall' art. 176 del codice penale, gli accordano la liberazione condizionale. Muore, a quarantasei anni a Roma, nella clinica Quisisana, il 27 aprile 1937.

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