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resistenza italiana

E cominciò la Resistenza

22 Février 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Anche la gente del “Corriere della Sera” pagò il suo contributo di morti alla Resistenza e alla liberazione. Gaetano Afeltra, giornalista del “Corriere della Sera”, racconta gli avvenimenti di quei giorni visti dall’ ”osservatorio di un grande giornale”. 

 

Dopo la sconfessione da parte dei nazisti dell'accordo per Milano, in cui il generale Ruggero aveva creduto, il “Corriere” non era più uscito. Ma mercoledì 15 settembre arrivò un ordine dal comando tedesco ma fatto emanare dalla prefettura. Fu pubblicato in corpo 12 incorniciato in testa all'ottava colonna del giornale. Diceva: «D'ordine delle autorità civili della provincia di Milano il giornale riprende le sue pubblicazioni». A firmarlo come redattore responsabile era Amedeo Lasagna, il più vecchio giornalista del “Corriere”. Una scelta che voleva significare l'obbedienza formale a un atto di forza. L'interregno di Lasagna durò esattamente venti giorni, dal 16 settembre al 5 ottobre.

Ma che cosa successe al “Corriere” durante quel breve periodo? Milano era ormai in mano ai nazisti e ai fascisti di Salò. I pochi redattori rimasti in sede, chi per ragioni di età, chi perché temeva rappresaglie avendo la moglie ebrea e chi per pura necessità di vivere, cercarono di confezionare un giornale distratto, come assente.

Ricordo la prima pagina di quel numero: come fondo di quasi tre colonne «Conosci te stesso», che divagava su agricoltura e industria; e un notiziario di agenzia striminzito e scialbo. Esempio, in testa di pagina: «La legge su prestiti e affitti. Secco diniego nordamericano a una richiesta dell'Argentina»; mentre lo sbarco degli alleati a Salerno era confinato in poche righe. Ma questo stato, per dir così, di limbo non poteva durare molto. Alessandro Pavolini cacciò il vecchio Lasagna e mandò Ermanno Amicucci come direttore, Ugo Manunta come vice. Così l'”occupazione” di via Solferino raggiunse il suo culmine.

Il cambio di atmosfera fu subito visibile. Cominciarono a circolare vere e proprie liste di proscrizione con i nomi dei giornalisti, degli scrittori che durante i quarantacinque giorni avevano preso posizione contro la dittatura ventennale, denunciandone le violenze, gli abusi e anche il ridicolo. Riproduco qui i nomi dei redattori e dei collaboratori del “Corriere” per i quali tale denuncia ufficiale poteva significare l'arresto, la deportazione e magari la morte: Domenico Bartoli, Mario Borsa Raffaele Calzini, Camilla Cederna, Benedetto Croce, Ludovico D'Aragona, Luigi Einaudi, Francesco Flora, Ettore lanni, Indro Montanelli, Adolfo Omodeo, Guido Piovene, Filippo Sacchi.

Anche i fratelli Crespi, proprietari del giornale, ebbero I loro guai. Furono arrestati dalla polizia neofascista, fra l'ottobre e il novembre 1943, per la loro “complicità” con le direzione Sacchi e Janni. ...

La disavventura dei fratelli Crespi finì di lì a poco con la loro messa in libertà, ma con la confisca della proprietà del “Corriere della Sera”, che tornò alla famiglia, dopo molti contrasti politici, quasi un anno dopo la Liberazione.

Ma intanto, mentre in via Solferino continuava la vita dimezzata di un quotidiano stretto nella morsa del neofascismo e dell'occupante tedesco, i redattori che avevano lasciato il giornale, ripresisi dal primo tramortimento, cominciavano a cercarsi, a ritrovarsi, a stabilire delle intese. Nasceva così il giornalismo clandestino, il giornalismo della Resistenza.

Era naturale che questo secondo “Corriere” diventasse un centro di raccolta e di propulsione delle forze antifasciste. Dopo l'8 settembre, la struttura di opposizione interna, già esistente fin dal 1942, venne perfezionata, si completò anche con scopi di difesa degli impianti contro eventuali tentativi di occupazione o distruzione dei fascisti e dei nazisti.

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Per proteggersi contro gli arresti e le razzie della repubblica sociale e della Gestapo, era stato organizzato un vero piccolo servizio di avvistamento: giorno e notte qualcuno vigilava gli ingressi, per avvertire i colleghi che fossero stati ricercati dai nazifascisti e invitarli a non entrare, a nascondersi. Tutta una serie capillare di contatti, d'accordo con il C.L.N., agiva per dare rifugio, aiuto ai ricercati; per favorirne, se necessario e possibile, l'allontanamento dalla città. Tutta questa attività antifascista ebbe il suo peso, dopo la liberazione, per assicurare al “Corriere" un volto del tutto diverso da quello che gli avevano imposto vent'anni di controllo fascista.

Appena insediato quale direttore del “Corriere", Amicucci aveva fatto mandare delle lettere al redattori assenti intimando di riprendere il lavoro. L'iniziativa ebbe conseguenze drammatiche, perché l'elenco degli “assenti” venne inviato alla prefettura e qualcuno della segreteria del giornale fornì alle autorità d'occupazione perfino le foto di quanti non erano tornati al lavoro, esponendoli dunque a graavi pericoli. Così fummo costretti tutti a cercare dei rifugi. Montanelli, contro il quale era stato spiccato mandato di cattura, riparò nell'appartamento di Amilcare Morigi,. un collega del “Corriere”. Io andai ad abitare in Via privata Vasto, nell'appartamento lasciato da gente sfollata. .

Per la mia vecchia amicizia con un medico famoso, e famoso antifascista, Paolo Pini, ero entrato in rapporto da tempo con Mario Borsa, Ferruccio Parri, l'avvocato Veratti e altri oppositori del regime. Finii così per essere un punto di riferimento, una specie di “collettore” per tutto quello che riguardava la stampa a Milano. Vedevo molto spesso Lombardi, De Luca, Mazzali, Albasini-Scrosati, Marazza. Ci occorreva un contatto con l’interno del “Corriere”: lo trovammo in Benso Fini.

Fini proveniva dall'antifascismo cattolico; era stato per lungo tempo a Parigi, e là per vivere aveva fatto il vicecorrispondente per il “Corriere”. Allo scoppio della guerra, costretto a rimpatriare, aveva trovato un posto oscuro in redazione. L'essere rimasto al “Corriere” anche dopo l'8 settembre, non era stato per lui una scelta politica libera ma, al contrario, la conseguenza di una drammatica necessità familiare: stava per nascergli un secondo figlio. La moglie, una russa di origine ebraica, era ricercata dai nazifascisti. Il povero Fini era disperato per questa situazione che contrastava con le sue convinzioni. Lo confortai e gli dissi che ci sarebbe stato utilissimo quale nostro occhio e orecchio all'interno del giornale.

Naturalmente questo “Corriere” clandestino, di cui facevano parte, con me, Montanelli, De Vita, Francavilla, Damiano, Morigi, Alonzi (altri, come Lanfranchi, Lanocita, Sacchi, Simonazzi erano rifugiati in Svizzera) si riuniva in posti sempre diversi.

I contatti con la vita interna del giornale erano essenziali, oltretutto perché proprio nella tipografia di via Solferino si stampavano parecchi fogli clandestini.

Il compito affidatomi dal C.L.N. non era solo di occuparmi dei giornalisti in clandestinità, ma anche di tenere contatti con gli operai e gli impiegati del “Corriere”. Sapevo che all'interno del giornale c'era una cellula comunista di cui facevano parte Gibelli Colombini, Ghisalberti, Dalmaso, Baroni, Dall'Olio, Pane e Maluresi, ma non sapevo chi ne fosse il capo, per poter entrare in contatto in vista di un'azione comune. Ne parlai a Riccardo Lombardi, verso la metà d'ottobre del '43'; Lombardi ne parlò a sua volta al rappresentante comunista del C.L.N. Mi fu fissato un incontro per il 2 novembre al cimitero di Musocco, e mi venne indicato il numero del campo, della tomba e anche il nome del defunto. «Lì», mi disse Lombardi, «troverai un signore con aria molto raccolta.» Difatti tutto funzionò alla perfezione. Il signore ai piedi della tomba era Alfredo Acquaviva, classe 1910, che il partito aveva fatto rispondere a un annuncio economico apparso sul “Corriere” dopo i bombardamenti, nel quale l'amministrazione di via Solferino chiedeva un fattorino: anzi, prometteva un premio di ingaggio. Acquaviva fu assunto, riscosse il premio e cominciò a funzionare come capo-cellula del P.C.I. aziendale: uomo onesto ma molto duro, inflessibile, deciso. Sotto la guida di Alfredo la cellula comunista, che già operava all'interno del giornale e che aveva provveduto a introdurre e nascondere armi per una eventuale difesa degli impianti contro ogni tentativo di distruzione da parte dei tedeschi, assunse un ruolo determinante. Si formò subito un C.L.N. aziendale formato da Acquaviva per il P.C.I., da Fraschini per il P.S.I. e da Genchi per la D.C.

Furono organizzati degli scioperi (quello del marzo 1944 partì proprio dal “Corriere”), sabotaggi di vario genere, ritardi di composizione e di uscita del giornale, continui guasti alle macchine; si arrivò fino all'audacia di far entrare, durante l'ora di mensa, tre partigiani in tuta da operai che, montati su un tavolo,·parlarono contro i nazifascisti incitando alla guerriglia anche all'interno del “Corriere”. I tedeschi erano nello stesso stabile, in una sala in fondo alla redazione; guardie repubblichine stavano ai vari ingressi. Eppure l'impresa fu compiuta, sfidando tutti i pericoli, con la complicità, s'intende, del C.L.N. aziendale. Una beffa che sconvolse i tedeschi e i fascisti, i quali, pochi giorni dopo, fecero una retata nello stabilimento, che non giovò a nulla perché nessuno parlò. Gli arrestati dovettero essere rilasciati, altrimenti il giornale non usciva. Nel corso di un'altra incursione in via Solferino, i nazisti, invece, portarono via un cronista, Mario Miniaci, un impiegato e quattro operai.

Miniaci e un operaio riuscirono a cavarsela, e tornarono dal campo di concentramento alla fine del conflitto, ma gli altri tre operai e l'impiegato vi persero la vita.

Con i rappresentanti degli operai del “Corriere” mi incontravo ogni settimana in luoghi sempre diversi. Mi presentavano spesso richieste d'ordine pratico: avevano bisogno di cibo, legna, indumenti. Dicevano - e avevano ragione - che con le assegnazioni della tessera non era possibile sopravvivere senza ricorrere alla borsa nera e ritenevano che l'azienda avesse il dovere di intervenire in loro aiuto. Naturalmente io non potevo far altro che presentare le richieste all'amministratore del “Corriere”, Aldo Palazzi, il quale in quel periodo era invischiato in duplici o addirittura triplici giochi. Doveva barcamenarsi con i tedeschi (per esempio, al “Corriere” si stampava “Sveglia”, un giornale di smaccata propaganda nazifascista); con i neofascisti, per obbedire ai quali aveva applicato all'azienda la “socializzazione” voluta da Salò; infine doveva cercare di tenersi buoni anche i partigiani, più per paura, s'intende, che per convinzione.

I nostri incontri avvenivano di notte. Quando c'era bisogno di vederci, egli si faceva occasionalmente ospitare nell'appartamento di una sua ex segretaria, in via Vasto, nella stessa casa in cui, al terzo piano, ero nascosto io. Io gli presentavo le richieste degli operai quasi in forma d'ultimatum: in genere chiedevano un chilo di lardo, mezzo chilo di burro, trecento grammi di zucchero, qualche pacchetto di sigarette, legna da ardere; magari, una volta tanto, un taglio d'abito, un paio di scarpe.

Procurarsi questi semplici ma preziosissimi beni era impresa difficile in quei tempi. Ma Palazzi non aveva scelta, se voleva frenare il malcontento all'interno dello stabilimento, cosa alla quale egli teneva moltissimo. Così girava per le campagne, pagando questo vettovagliamento a un prezzo carissimo e poi mandando i camion del “Corriere” a ritirare il bottino, che veniva nascosto dietro i pacchi dei giornali. Palazzi ostentava con noi i rischi che correva in tale attività, per farsene un titolo di merito, direi quasi un lasciapassare per il futuro.

La partecipazione di giornalisti, operai e impiegati di via Solferino alla Resistenza fu dunque larga. Molti di noi ebbero fortuna: sia pure fra minacce, disagi, paure, fughe, riuscirono a scampare alla cattura, alla deportazione, addirittura alla morte. Altri pagarono duramente, come i quattro dipendenti che, catturati insieme con Miniaci, lasciarono la vita in un Lager: furono Luigi Tacchini, Otello Ghirardelli, Dionigi Parietti, Ferdinando De Capitani (che si vantava di appartenere alla famiglia dei De Capitani d'Arzago). Anche Indro Montanelli venne arrestato carcerato a San Vittore, condannato a morte per “intelligenza col nemico”, condotto a Gallarate in attesa dell'esecuzione e solo miracolosamente liberato. Giulio Alonzi finì a villa Triste, dove fu sottoposto dalla banda Koch a torture che non lo piegarono, anche se lasciarono nel suo organismo conseguenze che lo fecero poi morire prematuramente.

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Alonzi, nato nel 1893, vecchio antifascista, compagno d'armi di Ferruccio Parri nella prima guerra mondiale era entrato al “Corriere” con Albertini. Rimasto in redazione anche dopo la partenza di Albertini, malgrado la sua ben nota ostilità al regime, e sia pure in una posizione d'ombra, dopo l'8 settembre contribuì a riorganizzare le forze dell'antifascismo anche sul piano militare. Fu tesoriere della Resistenza e comandante delle formazioni Giustizia e Libertà in Lombardia, quindi in stretto contatto con Parri. Catturato dai nazifascisti, fu liberato solo dopo il 25 aprile.

Sulla terribile avventura sono riuscito, dopo anni di intransigente riserbo, a far parlare Mario Miniaci. Un racconto che cercherò di riferire, per quanto mi è possibile, con le sue stesse parole, e che mette soprattutto in luce il carattere di assurdità di tutta la vicenda.

«Nel tardo pomeriggio del 2 marzo 1944», racconta Miniaci «stavo lavorando come di consueto in cronaca con vari colleghi ... Verso le 18 e trenta uno dei nostri fattorini viene ad avvertirmi che in saletta d'aspetto ci sono tre guardie repubblichine che chiedono di me. Sorpreso, più che allarmato, vado a sentire che cosa vogliono. Sono giovani in abito civile, l'aria pacifica, facce da bravi ragazzi o quasi. Sono incaricati, dice uno, di accompagnarmi al comando germanico, vi sarò interrogato, non sanno però su che cosa. Mi assicura che, in ogni modo, si tratta solo di informazioni, semplici formalità, mi sbrigherò presto senza fastidi ... Difatti, tornai a casa solo sedici mesi dopo. Le semplici formalità che mi attendevano avrebbero implicato tra l'altro che i miei non sapessero più nulla di me, se ero vivo o morto, e tantomeno dove. Né avrei potuto ricevere io notizie di loro. Il campo di concentramento di Ebensee sarebbe rimasto sino all'ultimo inaccessibile e, anzi, addirittura ignoto anche alla Croce Rossa. Per quattro dei cinque compagni di prigionia che, come me, venivano dal "Corriere", prelevati al giornale o a casa loro, le stesse "semplici formalità" si sarebbero concluse con la morte nel Lager ... »

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Miniaci riteneva di non aver nulla da temere data, come egli la chiama, “la sua scolorita apoliticità”. «Di poter essere stato denunciato da qualcuno non lo pensavo ... mentre seguivo le guardie repubblichine. Mi condussero non al comando germanico, ma in una casa di via Copernico, mi pare al numero 23, e lì mi introdussero in un locale terreno adibito a guardina, già affollata di altre persone. Interrogatori niente, contestazioni nessuna. Era quello il quartier generale del comandante della Guardia Nazionale repubblichina di Milano ... »

Quando, l'indomani, Miniaci e gli altri tre dipendenti del “Corriere” arrestati, vennero trasportati da via Copernico a San Vittore, vi trovarono i colleghi Ferdinando De Capitani, linotipista, e Torquato Spadi, spedizioniere.

«Eravamo anche noi sei destinati alla deportazione con un folto gruppo di professionisti, commercianti, operai accomunati tutti, presto affratellati, dalla medesima sorte. L'indomani venimmo portati alla stazione centrale e stipati in piedi in un carro bestiame che venne sigillato e sorvegliato all' esterno da militari ...

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«Tappa di otto giorni a Innsbruck, poi Mauthausen per quaranta giorni, infine Ebensee. Rapati e depilati, casacca di tela a righe, e per ciascuno sul petto e al polso il numero distintivo. Sul petto anche il triangolo rosso che significava deportato politico, sovversivo. Fame, freddo, percosse, umiliazioni, fatiche da stremare. Ma non è adesso il caso di rievocare quell'inferno. Cose che si sanno, se non si vuole ignorarle.

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«Posso attestare la forza d'animo, la dignità, la prova di carattere che diedero quei quattro del "Corriere" che subirono il martirio sino a soccombere. Ferdinando De Capitani, il più avanzato di età, lo ricordo ancora curvo con la sua gamella in attesa della ripugnante zuppa del campo. Un giorno non lo vidi più nella lunga fila. L'avevano caricato su un autocarro con altri anziani che non potevano reggere a quei lavori rudi, ripartivano per Mauthausen. Camera a gas, circolava questa voce, non c'era da dubitarne.

«Tacchini mi fu a lungo compagno nella massacrante fatica di trasportare a spalla grossi tronchi, si allestivano nuovi blocchi, che erano le baracche per la notte. E poi c'erano i lavori di sterro, nei quali era impiegato anche Spadi, sempre coraggioso. Tacchini si faceva via via più scheletrico, infossato nelle spalle, stringeva i denti e pur trovava la forza di sorridere. Finché la sua fibra cedette. Parietti riuscivo a salutarlo qualche volta nel gabbiotto dove era addetto alla lavanderia, lavorava di lena a strofinare e sciacquare mucchi di indumenti che venivano recuperati dai cadaveri. Non faceva che parlarmi dei suoi quattro figli lasciati in tenera età. Piccolo ma vigoroso, era deciso a resistere. Ma negli ultimi giorni, alla vigilia della liberazione del campo, maneggiando quegli indumenti infetti prese il tifo e ne morì due giorni dopo l'arrivo dei soldati americani.

liberazione

«Otello Ghirardelli era stato comandato con altre squadre, me lo vedo ancora davanti al piazzale dell'appello, con quella sua fierezza franca, di galantuomo. La morte stroncò anche lui, prima della grande ecatombe che il Lager vide nelle ultime settimane, quando a Ebensee venivano fatte affluire colonne di deportati dagli altri campi, man mano che gli amencani e i russi avanzavano.»

Miniaci scampò anche all'ultimo rischio. Dopo traversie facilmente immaginabili, il 21 giugno 1945 rimetteva piede a Milano. Più di un anno prima era stato prelevato come una “cosa” senza che nulla gli venisse contestato, senza una spiegazione.

Se mi sono soffermato su queste vicende, è stato per testimoniare che anche la gente del “Corriere della Sera” pagò il suo contributo di morti alla Resistenza e alla liberazione. Già all'indomani dell'8 settembre, avevamo cominciato a capire che ci attendeva un tempo terribile e buio. Quanto lungo e terribile, non potevamo immaginarlo.

 

 

Bibliografia:

Gaetano Afeltra – I 45 giorni che sconvolsero l’Italia. 25 luglio – 8 settembre 1943. Dall’osservatorio di un grande giornale –  Rizzoli Ed. 1993

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Agosto 1943: Milano prese fuoco

10 Février 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Italiani! Per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore assumo il Governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua. L'Italia, duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni. Si serrino le file attorno a Sua Maestà il Re e Imperatore, immagine vivente della Patria, esempio per tutti. La consegna ricevuta è chiara e precisa: sarà scrupolosamente eseguita, e chiunque si illuda di poterne intralciare il normale svolgimento, o tenti turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito. Viva l'Italia. Viva il Re. Firmato: Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, 25 luglio 1943».

Come ripeteva ossessivamente l'eco di questa frase badogliana, la guerra continuava. E con l'agosto le principali città italiane e soprattutto Milano entrarono in un girone infernale di fuoco e distruzione per lo scatenarsi dell'offensiva aerea alleata.

Dal 9 al 16 agosto, ogni notte Milano fu attaccata. E ogni volta non era possibile fare confronti con la furia devastatrice della notte precedente. Furono colpite tutte le zone della città. Il Duomo danneggiato, la Scala diventata un rogo, la Galleria sventrata, Palazzo Reale, Brera, l’Ospedale Maggiore, chiese, musei, fabbriche, case, monumenti distrutti. I binari del tram sradicatii.

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Macerie su macerie. Al mattino, le strade erano percorse da lunghe file di cittadini che arrivavano dalle località di sfollamento, spesso a piedi o in bicicletta, per vedere che cosa era rimasto della propria casa. Sostavano da lontano a osservare le macerie, i falò degli incendi che ardevano ancora qua e là durante la giornata. Dovunque c'era desolazione: crolli e rovine, cumuli di mobili accatastati sui marciapiedi, gruppi di donne e di uomini come inebetiti dall’enormità della tragedia. C'era chi si metteva a scavare tra le macerie sperando di salvare qualcosa. La Città era morta.

Le prime ombre rendevano ancora più atroce lo spettacolo. Le mura smozzicate delle case le occhiaie vuote degli edifici devastati, apparivano come fondali sinistri. A sera riprendeva l'esodo dei cittadini, con ogni mezzo di trasporto. Le vie si ripopolavano di cortei interminabili di ciclisti e di pedoni che recavano seco le massenzie per il pernottamento di fortuna. Poi la città diventava deserta, per un'altra notte.

«L'esodo delle moltitudini migranti sotto un cielo sempre pieno di minaccia» scriveva la cronaca del “Corriere” «è uno spettacolo d'indicibile commozione [...]. E una folla che, solo dopo una lunga resistenza, dopo un fatalismo ostinato, si è decisa a sottrarsi in tutta fretta alla selvaggia furia dei bombardamenti [...]. Nei borghi e nei villaggi ci sono generosi che un po' di posto lo offrono, restringendosi pieni di buona volontà e di fraterna sollecitudine. Ma gli esempi di gretto egoismo non mancano. Vi sono ancora case dalle porte indebitamente chiuse [...]».

Però era anche l'ora della bontà, della solidarietà cristiana. Ricordo solo un piccolo fatto: il parroco della Incoronata a Milano ospitò nella chiesa un buon numero di famiglie con le loro masserizie, trasformando il tempio in albergo, cucina, luogo di soggiorno, riparo. Mai l'Incoronata, come allora, fu la casa del Signore.

Nella confusione generale, il “Corriere” si era a sua volta trasformato in un centro di soccorso, almeno informativo, psicologico. I telefoni squillavano in continuazione, i rimasti in città chiedevano, volevano sapere. Il centralino passava le comunicazioni nel rifugio dove, a turno, eravamo accampati. Mottola e io restavamo di guardia insieme con due tipografi, sperando che arrivasse da un momento all'altro la notizia dell armistizio, pronti a mettere insieme un'edizione straordinaria. Dall'altro capo del filo, il più delle volte, c'era una voce di donna, e dal timbro si capiva che era una donna anziana che voleva sapere, ma soprattutto essere rassicurata, confortata. Ma che cosa potevamo risponderle?

Milano si sgretolava sotto i colpi dei bombardieri, andava in fiamme. Anche il teatro alla Scala fu colpito nella notte del 15 agosto. Era una notte di luna piena. Dal cielo certo si vedevano i tetti delle case, i selciati delle vie. La Scala venne presa in pieno: sembrava una Pompei.

 

Bibliografia:

Gaetano Afeltra – I 45 giorni che sconvolsero l’Italia. 25 luglio – 8 settembre 1943. Dall’osservatorio di un grande giornale –  Rizzoli Ed. 1993

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L’opposizione al fascismo, in esilio

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Tra il 1922 e il 1926 tanti italiani lasciarono l'Italia.

Aboliti i partiti, soppressa la libertà di stampa, considerati decaduti i deputati che avevano partecipato all'Aventino, sciolte le associazioni sindacali, non rimaneva agli oppositori del fascismo che il carcere, il confino o l'espatrio clandestino. Fino al 1925 l'emigrazione aveva avuto carattere di massa: operai e contadini iscritti ai partiti antifascisti, organizzatori di cooperative e sindacalisti delle leghe bianche e rosse, perseguitati, prendevano la via grigia e triste dell'esilio.

Si è parlato di 300.000 emigrati politici durante il fascismo. Sono cifre difficili a controllare ma si calcola che dei lavoratori italiani in Francia, almeno centomila avevano lasciato l'Italia per ragioni politiche. La Francia, l'Austria, la Svizzera erano infatti le mete preferite dei profughi e in quei Paesi si crearono i primi nuclei dei centri d'opposizione in esilio. Si rinnovava così la tradizione risorgimentale del fuoriuscitismo e dell'esilio e si formarono addirittura alcuni uffici per facilitare l'espatrio clandestino. Uno dei più noti fu quello organizzato a Milano da Ferruccio Parri, Carlo Rosselli, Riccardo Bauer e Giovanni Mira.

Tra il 1926 e il 1927, dopo le leggi eccezionali cominciò l'esodo degli antifascisti più illustri, intellettuali e dirigenti politici. Per 17 anni, idealmente collegati agli uomini rimasti a lottare clandestinamente in Italia, essi formarono quei gruppi di fuorusciti il cui compito era duplice: proseguire la battaglia politica ed ideologica contro il fascismo, assicurando la continuità dei partiti d'opposizione e preparando il terreno alla resistenza armata; e, insieme, testimoniare nel mondo l'esistenza d'un'altra Italia, diversa da quella dei gerarchi e delle camicie nere, anzi ad essa decisamente contraria. I frutti di quella lunga e difficile lotta si raccolsero poi fra il 1943 e il 1945, quando tutta l'Italia migliore si riconobbe negli esuli, nei condannati, nei cospiratori, nelle vittime.

Primo a partire e a raggiungere Parigi fu Francesco Saverio Nitti, ex Presidente del Consiglio. Dopo di lui, Don Luigi Sturzo, che si stabilì a Londra, da dove con articoli e conferenze proseguì la battaglia antifascista. Poi fu la volta di Giuseppe Donati, direttore del Popolo, perseguitato dai fascisti per aver accusato il comandante della Milizia Emilio De Bono al tempo del delitto Matteotti. Quindi varcò la frontiera il grande storico Gaetano Salvemini, maestro dell'antifascismo fiorentino, che con libri e conferenze, in Europa ed in America, rimase fra i più lucidi e irreducibili avversari del regime di Mussolini.

La colonia degli esuli politici si ingrossava di giorno in giorno: Treves, Buozzi, Nenni, Modigliani e il giovane Saragat fra i socialisti; Chiesa, Egidio Reale, Schiavetti, Pacciardi, Trentin fra i repubblicani; Alberto Cianca, direttore del Mondo e collaboratore di Amendola, Carlo Sforza già Ministro degli Esteri, e che lo sarà anche nell'Italia liberata; Palmiro Togliatti che prima di trasferirsi in Russia diresse da Parigi un centro comunista collegato con le reti cospirative italiane.

Spesso passare la frontiera era un'impresa audace e rischiosa. Fu il caso dell'evasione di Filippo Turati, la cui casa, sotto i portici della Galleria di Milano, era vigilata dalla polizia fascista, mentre la sua vita era continuamente minacciata. Turati era l'uomo politico più popolare d'Italia, bisognava sottrarlo all'odio di Mussolini. Carlo Rosselli, Parri, Pertini ed altri, organizzarono l'evasione. Il 21 novembre del 1926 Turati fu fatto uscire di nascosto e condotto in una casa amica a Varese. La polizia fascista, ingannata e accortasi in ritardo della beffa, frugò inutilmente in tutta l'Italia del Nord. Si trattava quindi di far passare Turati oltre la frontiera, e si scelse la strada del mare, perché il vecchio socialista era troppo malato per attraversare i valichi alpini. La notte del 12 dicembre, alla periferia di Savona, sei uomini presero il largo insieme a Turati su una barca a motore, fornita da Francesco Spirito, quasi sotto gli occhi degli agenti. «Con un mare indiavolato - descrisse il viaggio lo stesso Turati - con le onde che riempivano il brevissimo motoscafo, col cielo senza stelle, con una bussola folle, navigammo a lungo senza esser certi della rotta ... ». La traversata durò dodici orribili ore, poi finalmente la Corsica fu in vista e la comitiva raggiunse la rada di Calvi. Turati e Pertini partirono per la Francia, Parri e Rosselli tornarono in Italia con la stessa barca guidata da Italo Oxilia.

Il processo che si aprì contro di loro a Savona rimase famoso per lo spirito d'indipendenza dei giudici di quel Tribunale ordinario, per la partecipazione del pubblico a favore degli imputati, per il coraggio da loro dimostrato. Quel processo fu una grave sconfitta per il fascismo. Agli imputati, davanti ai giudici ancora indipendenti, fu concesso di rivendicare i motivi ideali che avevano animato il loro gesto, e Rosselli poté collegare pubblicamente l'antifascismo al Risorgimento.

« Socialista - egli disse - venuto al socialismo dopo la disfatta, con la convinzione che il riscatto dei lavoratori debba poggiare su basi morali, per riprendere, integrandola, la tradizione di un Risorgimento rimasto patrimonio di pochi, sento oggi con sicura coscienza che la mia modesta azione si collega, per lo spirito che la informa, a quella dei grandi che combatterono per l'indipendenza italiana».

La condanna, mitissima, equivalse ad un'assoluzione e la folla entusiasta applaudì gli imputati gettando fiori.

A Parigi, l'attività politica degli esuli si andò organizzando. Essi formavano una colonia attiva e rispettata. Nacque una concentrazione antifascista che raccolse tutti i partiti ex aventiniani, meno i comunisti. La sua sede era in Rue Faubourg Saint Denis 103, il suo programma quello di aiutare gli espatri, la stampa clandestina, le manifestazioni contro il regime, la polemica ideologica contro lo stato mussoliniano. Si organizzarono congressi e conferenze in cui si ammoniva l'Europa contro il pericolo della diffusione del contagio fascista. Bruno Buozzi, un operaio, l'ultimo segretario della Confederazione Generale del Lavoro, sciolta dal fascismo, ricostituì l'associazione a Parigi. Quando Mussolini tentò di farlo rientrare in Italia, egli rifiutò con queste parole: 

«Per me, al fascismo, non ho nulla da chiedere. La nostalgia della Patria tortura l'animo mio e quello di molti altri, ma il problema supera le persone. Nelle condizioni attuali, credo di servirla meglio qui piuttosto che a Roma e a Torino per graziosa concessione del fascismo ... Non è colpa mia se oggi in Italia non è possibile fare della politica, intesa nel senso più nobile della parola. In ciò non vi è ombra di rimprovero per i rimasti in Italia. Un popolo non può emigrare. E talvolta io considero veramente eroico chi, restando in Italia, non aderisce al fascismo ... ».

A Parigi, la «Concentrazione» ebbe il suo giornale, La Libertà, diretto da Claudio Treves. Comparve all'estero anche l'Avanti!, sorse una «Lega italiana dei diritti dell'uomo», si moltiplicarono i giornali, le conferenze, i congressi. Gaetano Salvemini si adoperò instancabilmente in due continenti, a mettere in luce ciò che stava accadendo in Italia «sotto la scure del fascismo».

Nel 1929, l'antifascismo italiano in Francia si arricchì di un nuovo arrivo, quello di Carlo Rosselli. Confinato nell'isola di Lipari, Rosselli riuscì a fuggire. L'evasione fu organizzata da un gruppo di antifascisti che, pur facendo la spola con la Francia, non erano ancora emigrati: era il gruppo di Parri, di Bauer, di Rossi, diretto da Parigi da Alberto Tarchiani, ex giornalista e futuro ambasciatore. Dopo un primo tentativo fallito, finalmente nell'estate del 1929, avvenne la coraggiosa fuga. Con Rosselli si trovavano Emilio Lussu e Fausto Nitti, il figlio dell'ex Presidente del Consiglio. Il motoscafo era guidato ancora una volta da Italo Oxilia, il pilota dell'evasione di Turati. Con gli altri c'era Gioacchino Dolci, un giovane operaio romano, che appena uscito dal confino volle tornare per liberare i compagni di prigionia.

 

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

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L’attivismo di Giustizia e Libertà

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il gesto clamoroso di protesta di Ferdinando De Rosa, i voli di Giovanni Bassanesi e Lauro De Bosis.

 

A Parigi, dove circolavano numerosi informatori ed emissari della polizia politica del regime, Rosselli con Cianca, Facchinetti, Lussu, Nitti, Rossetti, Tarchiani e Salvemini fondò una nuova alleanza antifascista, «Giustizia e Libertà », che si proponeva non soltanto di rovesciare il fascismo, ma anche la monarchia. «Giustizia e Libertà », che aveva anche un programma di riforme sociali, diventò presto un movimento autonomo dai partiti, deciso a compiere concrete azioni contro la tirannia fascista.

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Non sempre i suoi metodi di lotta furono condivisi nel mondo dell'emigrazione antifascista. Che i metodi di «Giustizia e Libertà» fossero ispirati da un attivismo più deciso, lo dimostrò l'attentato di Ferdinando De Rosa, un giovane socialista collaboratore di Rosselli. De Rosa volle compiere un gesto clamoroso di protesta, e quando il Principe Umberto andò a Bruxelles a fidanzarsi con Maria José, nell' ottobre del '29, il giovane gli sparò un colpo di pistola, mancandolo. Salvato dal linciaggio e processato, egli dichiarò ai giudici: «In me l'istinto rifuggiva con orrore dal fatto di sangue, ma la ragione me lo imponeva come una suprema opera di giustizia». Condannato ad una pena lieve, De Rosa tornò poi in carcere in Spagna, e morì al comando del battaglione «Ottobre» durante la guerra civile.

Proseguendo nell'attivismo che aveva già suscitato polemiche e discordie interne fra i fuorusciti, il movimento di «Giustizia e Libertà» promosse il volo di Giovanni Bassanesi, un maestro ventunenne. Aiutato da Cianca, da Rosselli e da Tarchiani, e accompagnato dall'intrepido Gioacchino Dolci, Bassanesi superò le Alpi su un piccolo monoplano la mattina dell'11 luglio 1930 e, sorvolando il Duomo di Milano, lanciò per un quarto d'ora manifestini antifascisti. L'impresa venne portata a termine brillantemente ma nel viaggio di ritorno l'aereo cadde sul Gottardo. Bassanesi riuscì a salvarsi ma fu arrestato e processato. Un esito tragico ebbe invece un'altra avventura dello stesso tipo compiuta da un giovanissimo poeta e scrittore, Lauro De Bosis. Il suo fu un sacrificio isolato e romantico, un gesto di puro idealismo. De Bosis non era un aviatore, ma, per mettere in pratica il suo progetto, comprò un aereo ed imparò a pilotarlo. Così, nell'ottobre del 1931 spiccò il volo verso Roma, portando migliaia di manifesti che invitavano il re a liberarsi del fascismo e gli italiani a ribellarsi. Per mezz'ora, alle otto di sera, De Bosis riuscì a lanciare i suoi appelli sulle strade del centro di Roma; poi, inseguito dalla caccia fascista, ripartì verso il mare. Non fu raggiunto, ma a mezza strada fra la costa e l'isola d'Elba, l'aeroplano, rimasto senza benzina, precipitò.

Prima di partire per il volo che sapeva senza ritorno, De Bosis aveva scritto un diario: La storia della mia morte. Vale la pena ricordarlo: 

«Pegaso, è il nome del mio aeroplano, ha la groppa rossa e le ali bianche. Ma non andremo a caccia di chimere. Andremo a portare un messaggio di libertà a un popolo schiavo al di là del mare ... La mia morte non potrà che giovare al successo del volo ... lo sono convinto che il fascismo non cadrà se prima non si troveranno una ventina di giovani che sacrifichino la loro vita per spronare l'animo degli italiani... varrò più morto che vivo ». 

De Bosis aveva dato vita con Mario Vinciguerra ad una alleanza nazionale d'ispirazione liberale che si proponeva di rappresentare, all'infuori dei partiti, l'unità del Paese in caso di emergenza. Con la sua impresa disperata, De Bosis aveva invitato il re a voler rispettare il patto fra la monarchia e il popolo, cioè lo Statuto. Ma il re rimase sordo al suo invito, come lo era stato nel 1925 all'appello dei deputati aventiniani. Lo Statuto ormai era stato sepolto da una nuova legge elettorale e dall'elezione plebiscitaria a lista unica voluta da Mussolini nel 1929. Quelle elezioni furono una farsa. Le schede del « sì» o del «no» erano di colore diverso e facilmente riconoscibili. Entrare in cabina significava già voler nascondere qualcosa ai vigili funzionari del regime, alle camicie nere di guardia, alla milizia armata. E così l'esito era scontato in partenza. Eppure 136.198 italiani ebbero il coraggio di rispondere «no» al fascismo, sfidando le rappresaglie. Dalla Francia, venne il solenne «no» di Turati. 

«No - egli scrisse - perché una gente di recente assurta a dignità di popolo, l'avete retrocessa e degradata a plebe imbavagliata e supina ... No! Perché avete scisso le famiglie, lanciato i figli contro i padri, i fratelli contro i fratelli, costretti gli spiriti liberi all'atroce alternativa di un duplice esilio: oltre confine; esilio anche più amaro, nella propria terra, sottoposti all'ostracismo del lavoro, inchiodati all'iniquo dilemma: o piegarsi o perire ... ».

  

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

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Omaggio al partigiano, giornalista, scrittore Giorgio Bocca

28 Décembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

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Giorgio Bocca si è spento all’età di 91 anni. 

Nel seguente documento, riportiamo alcuni passi del suo libro «Partigiani della montagna» pubblicato per la prima volta nell’ottobre 1945, sei mesi dopo la fine della guerra di Liberazione, alla quale aveva partecipato come giovane partigiano sulle montagne e nelle valli del cuneense.

  

«Certo non l’abbiamo vinta noi la guerra grossa, ma nella guerriglia la nostra parte l’abbiamo fatta. Solo in rare occasioni guerriglia e guerra grossa si confusero, nelle grandi battaglie dell’agosto 1944 per il controllo dei valichi alpini e alcune furono vinte».

 

«Nell’estate del 1944 siamo usciti per così dire dalla macchia, abbiamo liberato le grandi repubbliche, nella Carnia, a Montefiorino, ad Alba, nelle valli cuneensi, nell’Ossola».

 

A proposito della cosiddetta “zona grigia” …

«Non appartenevano alla “zona grigia” i montanari che ci restarono amici anche se i tedeschi avevano bruciato le loro case … C’erano delle ragioni concrete perché la gente stesse dalla nostra parte: parlavamo la stessa lingua, eravamo in pochi da nutrire, li proteggevamo dagli ammassi e dalle requisizioni. Ma c’era anche quella cosa che solo l’invasore ti rivela: la patria, il luogo in cui sei nato, per cui la tua è guerra di casa. E allora capita che al funerale di un partigiano vada tutto un paese incurante dei fascisti che li fotografano o annotano il loro nome.

La “zona grigia” non c’era nelle grandi repubbliche partigiane che facevano esperienze di democrazia, nessuno che si rifiutasse di essere messo nelle liste elettorali, negli incarichi pubblici. Non era massa grigia i parroci di campagna al completo con noi nonostante il diverso avviso di alcuni vescovi, specie in Emilia, dove le lotte tra borghesi e contadini erano state cruente e dove ci sarebbe stata, alla fine della guerra, una resa dei conti che avrebbe coinvolto parte del clero. Chi c’era nei giorni della Liberazione, delle sfilate partigiane, sa che intere città furono in festa, in tripudio, sa che i balli e i canti per festeggiare il gioioso aprile durarono l’estate intera. Tutti nella montagna e nella campagna sapevano dov’erano i nostri rifugi, i depositi delle nostre armi, del nostro grano, ma li ritrovammo quasi sempre intatti a rastrellamenti finiti.

Dov’erano i dubbiosi della “zona grigia” quando scendemmo nelle città tra due ali di folla e la guerra non era ancora finita, gli Alleati sarebbero arrivati solo cinque o sei giorni dopo, ma i fascisti erano in fuga e non si vedevano italiani che li sostenessero? …

Rischi mortali corsero gli italiani per dare rifugio ai ribelli, per nascondere prigionieri alleati, gli ebrei perseguitati» …

 

«Quarantacinquemila partigiani caduti, ventimila feriti o mutilati, uno dei più forti movimenti di Resistenza d’Europa, gli operai e i contadini per la prima volta partecipi di una guerra popolare senza cartolina di precetto, una formazione partigiana in ogni valle alpina o appenninica, la sofferta gestazione di un’Italia diversa» …

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Bibliografia:

Giorgio Bocca – Partigiani della montagna – Istituto Grafico Bertello ottobre 1945 – Feltrinelli 2004

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dai diari di Pietro Nenni

9 Décembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Tempo di guerra fredda. Diari e lettere 1943-1956»

di Pietro Nenni

1929 Nenni esilio Nizza

Pietro Nenni, esule in Francia con altri antifascisti italiani dal novembre 1926,

1942 Nenni confinato politico

viene arrestato dalla Gestapo a Saint Flour, villaggio dell’Auvergne ad un centinaio di chilometri da Vichy dove risiedeva con i suoi familiari, la sera dell’8 febbraio 1943, vigilia del suo cinquantaduesimo compleanno.

Dopo varie peregrinazioni in carceri francesi e tedesche, viene tradotto in Italia: il 24 aprile, a Roma, viene rinchiuso a Regina Coeli nel braccio riservato ai politici a disposizione del Tribunale speciale. Condannato, viene inviato al confino a Ponza, isola delle Pontine.

Il 26 luglio giunge sull’isola la notizia che Benito Mussolini era stato tratto in arresto per ordine del re, in seguito alla seduta del Gran consiglio, dove il “duce” era stato messo in minoranza (19 voti contro 6) su un ordine del giorno Grandi che suonava sconfessione della sua direzione della guerra e invito al sovrano a provvedere a norma della Costituzione.

 Dal diario di Nenni del 26 luglio 1943:

«Il giorno si spegne sul mare tranquillo in un pulviscolo d'oro e di azzurro che è un tramonto e potrebbe essere un'aurora. Io vado sul molo fra strette di mano e saluti di amici vecchi e nuovi. Mi commuove e mi esalta il pensiero di ciò che la breve notizia “Mussolini è caduto” rappresenta per migliaia di uomini sui quali si è accanita la persecuzione della polizia fascista e per migliaia di famiglie».

Scherzi del destino! Il 28 luglio viene condotto a Ponza anche Benito Mussolini.

 Dal diario di Nenni del 28 luglio 1943:

«Ed ecco, stasera il destino ci riunisce nella breve cerchia di un comune destino, ma Mussolini è un vinto, è l'eroe dannunziano che, ruzzolato dal suo trono di cartapesta, morde la polvere e non c'è attorno a lui che gente che lo rinnega per volgersi verso altre mangiatoie. Noi, i suoi avversari di venti anni, i «rottami» contro i quali egli ha avventato i suoi sarcasmi, noi siamo in piedi per altre tappe, altre lotte, altri cimenti, in piedi con la dignità della nostra vita, in piedi con la fierezza della parola mantenuta, italiani senza aureola di gloria o di successo, ma dei quali si dovrà pur dire che per essi la politica fu una cosa seria. Mentre è stata per Mussolini e per i suoi niente altro che farsa e impostura».

Il 4 agosto, un telegramma del direttore generale della PS Senise ordina la liberazione di Nenni. Il giorno dopo, con un peschereccio arriva a Terracina. Il 6 agosto è a Roma dopo un’assenza di diciassette anni.

«Eccomi a Roma dopo un'assenza di diciassette anni. Anche nella capitale le bandiere garriscono al vento e c'è nei volti e nei cuori della gente un'aria di festa. Le vie sono arcigremite e ciò che mi stupisce è il numero rilevante dei soldati tedeschi che vanno e vengono tra la folla cittadina. Da piazza dell'Esedra a via Nazionale, da piazza Venezia col suo storico palazzotto cinquecentesco ridivenuto silenzioso, al Corso, da piazza del Popolo a piazza Cavour ai lungotevere, vado tra la folla e ne ascolto i discorsi. Come il fascismo pare lontano, il fatto di un'altra epoca. Sui muri non sono che scritte di esecrazione a Mussolini e di evviva a Matteotti. I simboli del fascismo sono già stati scalpellati dai pubblici edifici e si direbbe che non abbiano mai avuto la mi­nima presa nei cuori. Anche la guerra sembra lontana, malgrado i quotidiani bollettini del comando supremo e l'incombente minaccia aerea.

A San Lorenzo una folla chiassosa si aggira fra le rovine del recente bombardamento. Si parla di migliaia di vittime  tuttora insepolte. Ma già il pensiero è volto ad altre cure e chi giace giace.

Il telegrafo mi porta i primi saluti dei miei concittadini e dei compagni di Milano e di Genova. Il comitato provvisorio di riorganizzazione del partito mi nomina direttore dell'« Avanti! ».

Sono di nuovo immerso nell'azione. Che importano più oggi gli anni tetri dell'esilio, i rischi della lotta, le difficoltà della prigionia?».

Nel viaggio verso Milano passa da Faenza:

«Faenza, la mia città natale, da dove si può dire che manco dall'adolescenza, mi ha accolto con affetto. Per quanto il giorno e l'ora del mio arrivo fossero noti a pochi intimi, una folla di centinaia di persone mi ha accolto alla stazione. Per le strade sono oggetto di una curiosità generale e simpatica. A casa delle mie cognate è una ininterrotta processione di amici. Non inutile dunque è stato resistere. Per anni è sembrato che noi fossimo soli e Mussolini ha potuto dileggiarci come rottami. Ma in ogni cuore era un palpito per noi, in ogni mente un pensiero di affetto. Il fascismo era per alcuni una camiciola di forza e per i più una vernice. Raschiata la vernice, strappata la camicia di forza, ecco l'anima popolare prorompere verso le usate convinzioni, socialista, comunista, repubblicana, liberale, democratico-cristiana, tutto fuorché fascista.

Mi ci vuole uno sforzo per sottrarmi alla gioia di questo ritorno e all'affetto di tanti amici. Qui è tutta la mia giovinezza che mi viene incontro. In questo vicolo che si chiama dei Mendicanti sono nato cinquantadue anni or sono e se appena socchiudo gli occhi, in una vecchierella che prende il fresco all'ombra della chiesa di Sant'Agostino posso immaginare mia madre, infagottata di stracci e curva sotto il peso di molti guai e di molta miseria. Questo palazzo dalla facciata severa, che fu dei conti Ginnasi, mi ricorda mio padre che vi era come inserviente e vi chiuse gli occhi alla vita quando io avevo appena cinque anni. In corso Porta Imolese, l'orfanotrofio dove fui per quasi dieci anni, la mia prima prigione, la prigione che battezzano beneficienza. Davanti alla scuola comunale mi assale il ricordo della grande febbre di sapere che mi divorava e che mi fu impossibile appagare. E queste strade che si aprono sui campi, questo fiumiciattolo che sembra un rigagnolo, questi canali mi ricordano i primi passi verso la vita, i primi sogni, le prime lotte, il primo sciopero nel 1908, il primo incontro con Carmen.

Allora la mia giovinezza era protesa alla conquista di un mondo ideale e la povertà mi era di stimolo. Ma il cinquantenne può volgersi indietro e dire all'orfanello di un tempo, al monello che queste viuzze hanno conosciuto indisciplinato e ribelle: «lo non ti ho tradito e sotto i capelli grigi sono sempre quello che fui».

 

L’arrivo a Milano:

«Il treno che mi porta a Milano si ferma a Rogoredo. I binari sono invasi da una folla di fuggiaschi. Intere famiglie aspettano qui da giorni un convoglio che li porti da qualche parte, lungi dalla città devastata.

Imbocco un corso XXVIII Ottobre che è stato ribattezzato corso della Libertà.

Ogni passo verso Milano è una pena e uno schianto. Davanti ai miei occhi esterrefatti si stende un'immensa rovina. Personalmente non ho mai visto niente del genere, per quanto dall'agosto. 1936, da Madrid a Valenza a Barcellona, alla guerra mondiale a Parigi a Tours a Bordeaux lo spettacolo delle città sventrate dal cannone o dalle bombe mi sia diventato abituale. Al centro la desolazione ancora più grande che alla periferia. Corso Vittorio Emanuele, via Manzoni, l'ex Verziere sono ridotti a cumuli di macerie. Un fumo acre avvolge la città. Si respira il fuoco che cova sotto le rovine. Non c'è un tram che funzioni, non un telefono.

Tra le case in rovina si aggirano donne vecchi fanciulli inebetiti. In molti fabbricati si devono ancora iniziare gli scavi per estrarre i cadaveri. Si sente parlare di sepolti vivi che per giorni hanno implorato un soccorso impossibile.

La Scala, Palazzo Marino, la Galleria sono duramente colpiti.

In piazza San Fedele la statua di Manzoni si erge quasi intatta fra i cumuli di rovine. Lungo corso XXII Marzo le deva stazioni sono meno impressionanti. La casa dove ho abitato è in piedi. Di qui sono partito verso l'esilio nei primi giorni del novembre 1926. La mattina dell'1 novembre il mio appartamento era stato saccheggiato con molti altri a titolo di rappresaglia per l'attentato di Bologna contro Mussolini.

Rivedo con gli occhi della memoria le stanze messe a soqquadro, i mobili spezzati, i libri sparpagliati sul selciato della strada, le fotografie dei miei genitori crivellate di colpi, le carte lacerate, le stoviglie infrante, le poche misere cose di una famiglia povera, ma che hanno tutte un pregio inestimabile, calpestate ... Ricordo la crisi di lacrime di mia figlia Vittoria che era rientrata per cercare i suoi quaderni e che un «bravaccio» aveva messo alla porta dicendole: «E considerati fortunata se non mettiamo le mani su tuo padre e non gli facciamo fare la fine di Matteotti ». Oggi questa mia figliola è internata in Germania senza che io sappia esat­tamente dove... e in quali condizioni. E oggi la visione del piccolo sopruso individuale sofferto tanti anni or sono si allarga alla visione della distruzione dell'intera città.

Come sottrarsi al pensiero di un intimo legame fra due fatti così diversi nelle loro proporzioni? Dal delitto contro il singolo il fascismo è passato con la guerra al delitto contro la nazione.

Ma dove sono i giovani fascisti che venti anni fa muovevano baldanzosi all'assalto dell'"Avanti!”, della Camera del lavoro, delle nostre case e delle nostre persone? Dove sono i tremebondi borghesi che acclamavano l'occupazione fascista di Palazzo Marino? Non si vede in Milano una divisa fascista né una scritta fascista né un distintivo del littorio. Tutti sono rientrati nell'ombra. Ci restino per il bene dell'Italia».

Bibliografia:

 

Pietro Nenni -Tempo di guerra fredda. Diari e lettere 1943-1956 - Sugarco Ed. 1981

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Wilma Conti: da piccola italiana a partigiana

2 Décembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dedicato alle troppe donne che, nonostante il loro contributo fondamentale alla Resistenza, sono state "messe nel dimenticatoio".

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Wilma Conti, oggi, nel Museo della Resistenza di Dongo 

 

Wilma Conti: "Ero una piccola italiana"

Se il fascismo, appreso sui banchi di scuola, le ha insegnato ad amare la patria, con la Resistenza impara ad amare e a capire la libertà, lottando per difenderla” (Roberta Cairoli).

Per la giovanissima Wilma Conti, allora quattordicenne, è ciò che accade l'8 settembre 1943 a rappresentare l'inizio della presa di coscienza che la condurrà ad operare nella Resistenza. Una scelta, la sua, che segna una frattura molto forte rispetto al prima e un cambiamento rilevante, considerevole: da piccola italiana a partigiana.

Appena il regime fascista cominciò a pensare al suo futuro capì che questo era legato alle nuove generazioni, che avrebbe dovuto provvedere a fascistizzare. Il fascismo doveva divenire per il bambino una religione in cui credere. Con R.D. Legge 3 aprile 1926 n. 2247 veniva istituita l"'Opera Nazionale Balilla" che raccoglieva in sé i Balilla (dagli 8 ai 14 anni), gli avanguardisti (dai 14 ai 18 anni), le piccole e giovani italiane. Anche la scuola divenne uno stru­mento del regime: i testi erano infatti un delicatissimo strumento culturale, politico, socia­le e dovevano essere adatti a plasmare il tipo dell'italiano nuovo, tutto devoto alla patria e conscio dei propri doveri verso di essa.

Il racconto di Wilma inizia, infatti, con il ricostruire il conflitto interiore tra il condizionamento a cui viene sottoposta nella scuola fascista e l'appartenenza, invece, a una famiglia apertamente antifascista:

«lo ero fascista, nel senso che tutti eravamo fascisti, perché a scuola t'insegnavano ad amare l'Italia, il Re, il Duce: il Duce era una persona importante: "Aveva salvato la Patria dal disordine e l'aveva resa grande, forte, rispettata e temuta dallo straniero ... ". Tutti i libri di scuola erano così impostati. Eravamo tutti inquadrati, senza capire che eravamo sotto una dittatura ... sembrava una cosa normale.

La mia famiglia, invece, era una famiglia di socialisti. Mio padre è sempre stato socialista e non si è mai iscritto al fascio. Mia madre ... Mi ricordo che quando le donne fasciste sono andate a cercare il rame e la fede, mia madre le ha infilate fuori dalla porta e non ha consegnato né rame né fede.

lo mi vergognavo quando le mie maestre mi dicevano: "Siamo andate da tua madre, non ci ha dato la fede ... quegli occhi che ci faceva, ci faceva quasi paura. Ci ha detto di andare via e che a lei la fede l'ha data suo marito in chiesa, e non la dà alla patria: 'Che s'arrangino, e che vadano a cercare la fede e l'oro ai ricchi, non ai poveri che hanno solo la fede al dito!''. Ha detto così senza pensarci due volte. E la stessa cosa fece mia zia Olga, che poi ha fatto la staffetta».

Wilma ricorda (riconoscendone ora l'assurdità) l'entusiasmo, l'emozione di indossare la divisa fascista, la suggestione esercitata dalla figura di Mussolini:

«Io mi ricordo di essere stata portata con tutta la scuola, in divisa, a piedi da Dongo a Gravedona, salendo su per la strada nuova (ancor oggi la chiamano così) costruita proprio nel periodo del fascio. Allora ci fu questa inaugurazione; doveva arrivare il federale: quindi tutti in divisa, uomini e donne fasciste. Ricordo il batticuore che avevamo, che ci metteva ...

Ci condizionavano, ci lavavano davvero il cervello!

E poi Mussolini, quando parlava ... noi pendevamo tutti dalle sue labbra! Mi chiedo, rivedendo oggi i documentari girati sui discorsi di Mussolini, come facevo a credere a questo pallone gonfiato, a questo burattino!»

Frequenti sono poi gli scontri con il padre, che, tuttavia, lascia libera Wilma di avere le proprie idee, convinto che, una volta cresciuta, giungerà da sola alla verità, sarà lei stessa a capire “che è tutto sbagliato”:

«Io andavo a casa a fare delle grosse discussioni con mio padre, difendendo, appunto, le teorie del fascio. Sapevo tutto a memoria, ero davvero molto preparata in cultura fascista!

Lui però non mi ha mai detto niente, l'unica cosa che mi diceva è questa:

"Piantala di raccontare le stupidate che ti raccontano le maestre: tas, stupida, diventa granda che te capisaret quaicos!" »

Wilma continuerà a subire il fascino di Mussolini, anche con lo scoppio della guerra. Racconta:

«La guerra l'aveva decisa il Duce, per cui era giustissima.

Mi ricordo, per esempio, i commenti alla vigilia della guerra. Allora facevo la quinta elementare: durante l'intervallo sentivo dire dai miei compagni: "Forse scoppia la guerra". E mi è rimasta impressa una frase ripetuta da due o tre miei compagni, che poi si vede che, essendo figli di fascisti, la sentivano dire in casa: "Ci vuole proprio una guerra per rimettere a posto le cose". Mi è rimasta in mente».

Con il prolungarsi della guerra, però, le sue certezze cominciano lentamente a scricchiolare. C'è un episodio, in particolare, nella sua memoria che la disorienta, la confonde, che le fa intravedere una realtà diversa da quella appresa sui banchi di scuola:

«I nostri soldati erano a combattere in Russia. Il segretario del fascio, un ragazzo giovane, veterinario del paese, era stato richiamato e mandato in Russia, appunto.

Tornato dalla Russia ferito, per cui dovettero amputargli una gamba perché congelata, questo ragazzo aveva detto al signor Moschini (Mario Moschini "Brivio" fece parte del CLN di Dongo, costituito si il 15 maggio 1944, quale rappresentante del Partito d'Azione. Alcune delle riunioni si svolgevano anche in casa sua), il macellaio di Dongo, poi esponente del CLN, che era andato a trovarlo in ospedale, queste parole che il Moschini riferì poi a noi: "Avevate ragione, perché se dovessi essere ancora valido, adesso saprei io da che parte stare: non più dalla parte del fascio, bensì dall'altra parte". Ed era il segretario del fascio!

Tante piccole cose che cominciano a farti capire che era tutto sbagliato.

Come mai da piccola italiana sono diventata un'antifascista? Perché ho visto quelli che scappavano l'8 settembre: qui a Dongo era passato un battaglione di militari che cercavano di andare a casa, per cui ricordo che mio padre aveva dato vestiti, scarpe, perché potessero spogliarsi. Qualcuno si è fermato in Dongo ed è andato a lavorare alla Falck, qualcun'altro è salito in montagna a fare il partigiano.

Alla Falck venivano anche presi, perché i dirigenti della fabbrica erano antifascisti».

«Arrivavano, poi, da Como, portati dalla zia Olga, i primi ragazzi che scappavano, che non volevano andare a militare perché si dovevano arruolare nella Repubblica Sociale e così ho capito che era tutto sbagliato!»

Il passo dalla consapevolezza all'azione è breve. All'inizio del 1944 si costituisce a Dongo il primo CLN: ne fa parte, tra gli altri, Luigi Conti, il padre di Wilma. I collegamenti con il CLN di Como vengono tenuti, con il grado di ufficiale di collegamento, dall'intraprendente Olga Martinelli Scanagatta ("Zita"), la zia. Si insedia, poi, in una casa sotto la chiesa di S. Gottardo, il comando della 52a Brigata Garibaldi. La trattoria gestita dai suoi genitori serve come punto di riferimento per lo scambio d'informazioni e di ordini. Wilma inizia, così, con l'esuberanza dei suoi quattordici anni, la sua attività di staffetta, attraversando paesi, prima mai visti, arrampicandosi per i monti, assaporando, dunque, anche una certa libertà, allora piuttosto inconsueta; Wilma è preziosa: la sua giovane età le consente, infatti, di passare inosservata. Racconta:

«Con un'altra ragazza, Elisabetta, la figlia di Giulio Paracchini, poi diventato comandante partigiano (Giulio Paracchini, tenente comandante del distaccamento "Gramsci" della 52a Brigata Garibaldi, muore il 24 aprile 1945 nel corso di un violentissimo scontro con i fascisti a Pornacchino. Decorato con la Croce di guerra al Valor Militare; decorato con due Croci di guerra al merito; decorato con medaglia d'oro dal comune di Sesto San Giovanni), andavamo sui monti a portare il pane, a portare le calze, a portare vestiti, a portare biglietti, a portare di tutto un po'.

Poi, vagavo per il paese ad avvisare questo, quell'altro, a portare qualche bigliettino, perché essendo una ragazzina passavo e nessuno mi fermava. Mio padre, che faceva parte del CLN, mi mandava a portare ordini a destra e a manca anche in alcuni paesi vicini, ma non molto lontani perché, per noi, il viaggio in bicicletta, per chi aveva la bicicletta, da Dongo a Gravedona costituiva già un grosso avvenimento.

Era difficilissimo spostarsi, a piedi o in bicicletta, per cui se non c'era un motivo grave per spostarsi, nessuno si spostava. Conoscevo Menaggio, per esempio, ma non avevo mai visto Como. Quando, per dire, sono stati arrestati tutti nel dicembre del '44, e si è trattato di seguire i prigionieri che da Menaggio dovevano essere portati a Como, mi sono offerta di andare con un'altra ragazza, pensando che Como fosse appena dopo Menaggio ... »

Parallelamente, svolge il lavoro di segretaria per Enrico Caronti ("Romolo"), il Commissario politico della 52a Brigata Garibaldi, servendosi della trattoria per i loro incontri:

«Io battevo a macchina tutti gli ordini che dovevano andare ai partigiani. Lui scriveva molto. La macchina da scrivere, in un primo tempo era in casa mia. A casa mia c'era una trattoria, per ciò lui veniva lì facendo finta di prendere il caffè o qualcos'altro. Poi, fingendo di andare alla toilette, che si trovava fuori, saliva una scala entrando in una camera. Io lo raggiungevo. Così mi dettava parecchie cose. Ciò che mi dettava erano cose che potevo anche sapere. Le cose più importanti, quelle segrete, le scriveva lui e mi diceva: "Ades, tusa, va' fö a giugà".

Per me Caronti era un idolo».

La notte tra il 21 e il 22 dicembre 1944 ha inizio a Dongo una grossa retata: arrestano 44 persone, tra cui tutti i membri del CLN, tranne uno, e successivamente il comando della 52a Brigata. Dopo l'arresto del padre, Wilma corre ad avvertire Paracchini e il Comando, scavalcando la recinzione che separa le abitazioni.

Nella mattinata del 22 dicembre a Menaggio, presso la sede della Brigata nera, iniziano gli interrogatori. Le sevizie sono particolarmente crudeli: «Pugni, pedate, sollevamento da terra per i capelli, scudisciate a corpo nudo, calci al basso ventre, torsioni delle braccia, colpi di bottiglia e di caricatori di mitra sulla testa e sul viso».

C'è un ricordo ancora molto vivo in Wilma, scolpito nella sua mente: l'immagine del padre precocemente invecchiato, nel giro di una notte, in seguito alle torture subite, che lei inizialmente non riesce a riconoscere tra la folla dei prigionieri nella piazza di Menaggio, pronti per essere trasportati alle carceri di S. Donnino a Como:

«Dopo la messa del mattino, siamo andati, tutti in bicicletta, a vedere in Caserma, a Menaggio, che fine avessero fatto le persone arrestate. Quando, giunti nella piazza dove c'era un gran movimento, un gran fermento con le brigate nere che cercavano di allontanare tutte le persone, arrivano due camion vuoti per il trasporto, e arrivano i prigionieri: tutti vanno a salutarli. Io cerco mio padre e mio padre non lo vedo. Ad un certo punto vedo un vecchietto curvo, che cammina piano, con i capelli tutti bianchi e con indosso il cappotto di mio padre: era mio padre, dopo averne prese talmente tante, fino alla rottura di un testicolo».

Da quel momento, l'attività di Wilma subisce un'accelerazione: le viene assegnato un compito estremamente delicato: tenere i collegamenti tra Como e i pochi rimasti sulle montagne; un compito che adempie con abilità, utilizzando come copertura le visite al padre detenuto nel carcere di S. Donnino. Il nuovo incarico la induce ad affrontare quotidianamente le numerose difficoltà che accompagnano ogni spostamento in quegli anni di guerra, cui si aggiungono i rischi legati all'attività clandestina:

«Avanti e indietro in bicicletta, perché i mezzi non c'erano, mi ero fatta un allenamento.

Mi ricordo la prima volta che sono andata a Como: ho impiegato quattro ore. Poi, con l'allenamento, in un'ora e mezza, due ore, facevo la spola tra Como e Dongo. Bisogna anche tenere presente che in tutti i paesi dislocati sulle montagne non c'erano le strade, solo sentieri, per cui era davvero un'impresa.

Non c'era in me il gusto dell'avventura: io ero convinta che se m'avessero preso con qualche cosa mi avrebbero interrogato e mi avrebbero anche picchiato, questo pensavo: per cui stavo molto attenta».

Ricorda anche il timore del padre, vedendole addosso, a pochi metri dalle Brigate Nere, la borsa tipicamente usata dalle staffette, per il trasporto del materiale:

«Le borse delle staffette erano tutte uguali, perché era un segno di riconoscimento: aveva il doppiofondo. Io adoravo la borsa di mia zia. Per cui, alcune volte, quando andavo a Como le chiedevo di prestarmela, alla fine me l'ha regalata. Un giorno, arrivo a Como con questa borsa; mi avvicino alle carceri di S. Donnino, perché avevo un pacchetto da consegnare al papà, e vedo che arriva la Brigata Nera con quattro prigionieri, tutti e quattro di Dongo, tra cui mio padre. Due fascisti davanti, quattro dietro. Ho cominciato a chiamare: "Papà". Lui mi guarda e mi fa cenno di andare via. Ma io l'ho seguito dal carcere fino alla casa del fascio, con le Brigate Nere che m'intimavano di andarmene, "No - dicevo - io seguo mio padre!". Poi entrano, ed entro anch'io. Quando mio padre, sulle scale, si è voltato e si è accorto che avevo la borsa, mi ha detto, dopo, che si era preso uno spavento perché pensava che avessero arrestato anche me.

Dopo un piano di scale, c'era un graduato che diceva: "Quella lì cosa ci fa qui?!" "Continua a rincorrerci perché vuole salutare suo padre". "E lasciaglielo salutare, mandali in quella stanza!".

Infatti, mi lasciò vedere mio padre che mi disse: "Cosa sei qui a fare con questa borsa, scappa! Tanto ci chiedono solo due cose, poi ci mandano via. Stiamo tutti bene, vai!". Invece, lì, è stato torturato un'altra volta».

Non c'è un particolare stratagemma adottato da Wilma per ingannare il nemico: la sua aria da ragazzina, il suo candore, la sua freschezza hanno facile gioco con tedeschi e fascisti:

«Avevo un viso d'angelo e passavo tranquillamente, guardandoli e facendo un mezzo sorriso e nessuno mi ha mai detto niente: ho viaggiato con roba nella borsa vicino a tedeschi e fascisti facendo finta di niente. Nessuno mi ha fermata. Sono stata fortunata. Ma il rischio c'era, tanto che penso che a un figlio o a un nipote non farei mai fare quello che i miei hanno fatto fare a me».

Cosa spinge, dunque, una ragazzina di quattordici anni a "rischiare la pelle"? Se il fascismo, appreso sui banchi di scuola, le ha insegnato ad amare la patria, con la Resistenza impara ad amare e a capire la libertà, lottando per difenderla:

«La patria era una cosa importantissima (l'avevamo inculcata); la libertà, che ho capito veramente solo in quel momento e che in realtà non avevamo mai avuto, era una cosa importantissima anch'essa: con queste persone che opprimevano e torturavano le popolazioni, bisognava darci un taglio. La libertà oggi i giovani non sanno neanche cos'è, perché è una cosa acquisita. Noi lo sappiamo, perché sappiamo cosa abbiamo sofferto per conquistarla.

Nel suo racconto, Wilma ritorna più volte sulle violenze, sulle torture perpetrate dai fascisti, perdonate o dimenticate troppo in fretta:

A parte, le frustate, i pugni, i calci, mio padre e altre persone di Como avevano tutti i segni sui polsi: i fascisti glieli legavano dietro, mettevano delle catenelle, poi giravano con una vite in modo da farle penetrare nelle carni; poi mettevano loro un cerchio di ferro sulla testa e lo stringevano finché non svenivano ... E adesso alcuni si chiedono: "Perché 'poverini' sono stati ammazzati?!" Hanno goduto subito dell'amnistia, hanno goduto subito della libertà acquistata dagli altri, i quali altri, i partigiani, ad un certo momento, sono diventati i carnefici. Il processo di epurazione: una farsa! »

Dalle sue parole la delusione traspare chiaramente, delusione anche per le troppe donne che, nonostante il loro contributo fondamentale alla Resistenza, sono state "messe nel dimenticatoio".

 

Tratto dal libro:

Nessuno mi ha fermata. Antifascismo e Resistenza nell'esperienza delle donne del Comasco 1922-1945 di Roberta Cairoli. Edizioni NodoLibri Como

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Le vicende dell’Antifascismo e della Resistenza nel Comasco hanno visto sovente protagoniste figure femminili, presenti su tutti i fronti, da quello dell’opposizione intellettuale a quello dell’assistenza, dalla cospirazione e dal sostegno all’espatrio di antifascisti e perseguitati fino alla partecipazione in prima persona alla lotta in armi. Nonostante i molti nomi noti (da Giuseppina Tuissi “Gianna” a Ginevra Bedetti Masciadri, da Anita Pusterla a Francesca Ciceri, da Alda Vio a Marisa Girola) fino ad ora mancava una ricostruzione esauriente di questo impegno femminile.

Roberta Cairoli, giovane ricercatrice di storia contemporanea, ha fatto tesoro delle fonti d’archivio e delle testimonianze diaristiche per consegnarci una ricostruzione completa e vivace, capace di restituire non solo il valore delle vicende personali di molte donne, ma anche il clima complessivo del periodo.

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Il primo Congresso dei Comitati di Liberazione Nazionale: Bari gennaio 1944

24 Octobre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il I congresso dei Comitati di Liberazione nazionale si svolse a Bari il 28 e 29 gennaio 1944 nel teatro Piccinni.

L'organizzazione del congresso era stata un'impresa difficile; Bari venne scelta come seconda sede perché l'ACC (Allied Control Commission), su pressione del governo Badoglio, aveva negato Napoli. Badoglio inviò a Bari il generale Pietro Gazzera come commissario straordinario per l'ordine pubblico. Soltanto in extremis fu possibile mitigare le misure restrittive del governo e far sì che 120 delegati in rappresentanza di 21 province, 50 giornalisti, 15 addetti alla segreteria e 800 cittadini partecipassero alla seduta inaugurale del congresso, che ebbe un enorme rilievo politico.

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Radio Londra lo definì «il più importante avvenimento nella politica internazionale italiana dopo la caduta di Mussolini». L’inviato della Reuters, lo considerò «di grande rilievo perché il suo scopo principale sarebbe stato la questione istituzionale». Non minore risalto attribuirono all'evento il New York Times, che ne pubblicò la mozione finale,

 

e il Times di Londra che ne sottolineò la richiesta secondo cui «Presupposto innegabile della ricostruzione morale e materiale italiana è l' abdicazione immediata del Re, responsabile delle sciagure del Paese». Mentre il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, riconoscendone le conclusioni, disse che «gli Stati Uniti sono ora (...) fermamente determinati a lasciare ogni decisione al popolo italiano».

Dal capoluogo pugliese si alzò la prima voce libera in un paese per due terzi occupato dalle truppe naziste. I lavori furono introdotti dal giudice Michele Cifarelli segretario del Cln di Bari, che dette lettura dei messaggi di Roosewelt, Stalin, Chiang Kai-shek, e da un importante discorso di Benedetto Croce, che schierato su posizioni liberali e moderate, propose la liquidazione del re, corresponsabile della guerra e dell'avvento di Mussolini.

 

La registrazione del discorso di Croce, messo in onda immediatamente da Radio Londra.

Benedetto Croce

Venne, inoltre, autorizzata dai responsabili del PWB (Ufficio della guerra psicologica) la trasmissione di un commento dell’assise barese di Alba De Cespedes che con lo pseudonimo di Clorinda era la voce di "Italia Combatte" (la trasmissione più prestigiosa di Radio Bari, poi di Radio Napoli e Radio Roma, alla liberazione della capitale), la rubrica che aveva la funzione di sostenere la resistenza al Nord.

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«Questo Congresso - sostenne Clorinda - è stato in parole semplici, la prima riunione ufficiale dei partiti d'opposizione. Andai lì ad assistere, seduta in un palco. Perché la riunione si svolse al teatro Piccinni ... Io ero mossa come quando si vede una persona che è stata lungamente malata, sul punto di morire addirittura, uscire finalmente a muovere i primi passi al sole. E avevo anche dentro di me la sensazione di fare cosa proibita, non potevo ancora abituarmi all'idea che in Italia, ormai, ognuno poteva fare e dire quel che voleva. Quando vidi Benedetto Croce - del quale avevo appreso attraverso i libri ad avere tanto rispetto ed amore - entrare sul palcoscenico come un ometto, con un paltoncino marrone e posare il cappello sul tavolino, semplicemente, senza nessuno attorno a lui che s'affannasse ad aiutarlo, e quando lo vidi leggere il suo discorso confidenzialmente, alzando un poco gli occhi sul pubblico… lo udii dire così semplicemente, la libertà, come avrebbe detto una parola qualunque, una di quelle parole che gli spiriti liberi sono abituati a pronunciare con dimestichezza, allora mi gettai ad applaudire furiosamente ...».

In realtà i partiti antifascisti non intendevano soltanto discutere, ma fare qualche cosa di più. Le idee più chiare le aveva, forse, il Partito d'Azione, ma erano idee irrealizzabili pur costituendo in quel momento ciò che si poteva desiderare di meglio in astratto e cioè:

“l'abdicazione immediata del re e sua messa in stato d'accusa per le violazioni da lui commesse dello Statuto; la proclamazione del congresso in assemblea rappresentativa che segga in permanenza, integrata a suo tempo dei rappresentanti delle province non ancora liberate, fino alla Costituente; la elezione d'una Giunta esecutiva che fino alla liberazione di Roma rappresenti il popolo italiano nei rapporti con le Nazioni Unite”.

 

Intorno alla mozione approvata dai delegati del PdA si scatenò la battaglia congressuale, sollecitata anche dall'arrivo d'un messaggio del CLN centrale, portato attraverso le linee dal socialista Lizzadri e dal liberale Marconcini, in cui si ribadiva una posizione di netta intransigenza verso il governo Badoglio. L'abilità di Croce consistette appunto nell'indirizzare tutto lo stato di profondo disagio e d'insofferenza degli antifascisti del Sud verso quest'unico obiettivo e anche di ridurre il problema della lotta contro il fascismo all'eliminazione del suo «superstite». E su questa linea si mosse poi il congresso dalla relazione politica di Arangio Ruiz alla mozione finale votata all'unanimità dopo un aspro dibattito. In essa sono accolte le istanze formulate dal PdA, ma soltanto formalmente, svuotate d'ogni significato giacobino. «Presupposto della ricostruzione morale e materiale italiana è l'abdicazione immediata del re responsabile delle sciagure del paese»; perciò il Congresso, in rappresentanza del popolo italiano, «proclama l'urgenza dell'abdicazione, dichiara la necessità di pervenire alla composizione di un governo con i pieni poteri del momento d'eccezione e con la partecipazione di tutti i partiti rappresentati al Congresso» e delibera infine «la costituzione di una Giunta esecutiva permanente che predisponga le condizioni necessarie al raggiungimento degli scopi suddetti». Si è ben lontani dalle intenzioni del PdA di trasformare il congresso in «Convenzione»; ma si è anche lontani dal dare un'indicazione concreta di lavoro alla Giunta sulla quale si scarica tutto il peso e la responsabilità.

Un passo avanti nella situazione generale fu costituito dalla restituzione all'amministrazione italiana dell'«Italia continentale a sud dei confini settentrionali delle province di Salerno, Potenza e Bari» e della Sicilia, avvenuta da parte dell' AMGOT l'11 febbraio. E parve a un certo momento che la stessa Commissione alleata di controllo - attraverso la sua sezione politica - volesse finalmente risolvere la questione istituzionale, appoggiando il piano della Giunta di Bari (abdicazione di Vittorio Emanuele III, delega da parte del nuovo re Umberto II dei suoi poteri a una luogotenenza collegiale). L'accettazione di questo piano fu raccomandata dal governo americano ai capi di Stato maggiore combinati. Ma immediatamente s'inserì nella situazione Churchill che bloccò ogni ulteriore sviluppo con il suo discorso ai Comuni del 22 febbraio, in cui confermò esplicitamente il suo appoggio alla monarchia con una metafora di pungente sarcasmo.« Quando occorre tenere in mano una caffettiera bollente, è meglio non rompere il manico finché non si è sicuri di averne un altro egualmente comodo e pratico o comunque finché non si abbia a portata di mano uno strofinaccio».

 

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ORDINE DEL GIORNO VOTATO DAL CONGRESSO DI BARI
(29 GENNAIO 1944)

Il Congresso, udita ed approvata la relazione Arangio-Ruiz sulla politica interna;
ritenuto che le condizioni attuali del Paese non consentono la immediata soluzione della questione istituzionale; che, però, presupposto innegabile della ricostruzione morale e materiale italiana è l'abdicazione immediata del Re, responsabile delle sciagure del Paese;
ritenuto che questo Congresso, espressione vera e unica della volontà e delle forze della Nazione, ha il diritto ed il dovere, in rappresentanza del popolo italiano, di proclamare tale esigenza;
Dichiara

la necessità di pervenire alla composizione di un governo con i pieni poteri del momento di eccezione e con la partecipazione di tutti i partiti rappresentanti al Congresso, che abbia i compiti di intensificare al massimo lo sforzo bellico, di avviare a soluzione i più urgenti problemi della vita italiana, con l'appoggio delle masse popolari, al cui benessere intende lavorare, e di predisporre con garanzia di imparzialità e libertà la convocazione dell'Assemblea Costituente, da indirsi appena cessate le ostilità;

Delibera

la costituzione di una Giunta esecutiva permanente alla quale siano chiamati i rappresentanti designati dei partiti componenti i Comitati di Liberazione e che, in accordo col Comitato Centrale ed in contatto con le personalità politiche e riconosciute come alta espressione dell'antifascismo, predisponga le condizioni necessarie al raggiungimento degli scopi suddetti.

Per il Partito Liberale: Michele Di Pietro Per la Democrazia Cristiana: Angelo Venuti Perda Democrazia del Lavoro: Andrea Gallo Per il Partito d'Azione: Adolfo Omodeo Per il Partito Socialista: Luigi Sansone Per il Partito Comunista: Paolo Tedeschi

Sono stati designati dai rispettivi partiti, come membri nella G.E.P.:

FRANCESCO CERABONA, per il Partito della Democrazia del Lavoro; VINCENZO ARANCIO-Ruitz, per il Partito Liberale; PAOLO TEDESCHI, per il partito Comunista; VINCENZO CALACE, per il Partito d'Azione; ANGELO RAFFAELE JERVOLINO, per la Democrazia Cristiana; ORESTE LONGOBARDI, per il Partito Socialista.

 

 

Bibliografia:

Gloria Chianese - Quando uscimmo dai rifugi. Il Mezzogiorno tra guerra e dopoguerra (1943-46)-  Ed. Carocci 2004

Roberto Battaglia - Storia della Resistenza italiana - Einaudi 1964

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I Comitati di Liberazione Nazionale del meridione

17 Octobre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

L'attività dei CLN meridionali, sia pure in maniera circoscritta e discontinua, s'intrecciò con quella delle amministrazioni locali. Questi CLN, diversamente da quelli del Centro-Nord, non nacquero nel vivo della lotta antinazista, peraltro nel Sud di durata assai breve, e che, per tutta una prima fase, ebbero come perno della loro attività l'aspra polemica contro la monarchia e il governo Badoglio.

Il momento culminante della contrapposizione si verificò in occasione del I congresso dei CLN dell'Italia liberata, il 28 e 29 gennaio 1944. Già l'organizzazione del congresso era stata un'impresa difficile; Bari venne scelta come seconda sede perché l'ACC (Allied Control Commission), su pressione del governo Badoglio, aveva negato Napoli. Ma il clima era di aperta ostilità: Badoglio inviò a Bari il generale Pietro Gazzera come commissario straordinario per l'ordine pubblico. Soltanto in extremis fu possibile mitigare le misure restrittive del governo e far sì che 120 delegati in rappresentanza di 21 province, 50 giornalisti, 15 addetti alla segreteria e 800 cittadini partecipassero alla seduta inaugurale del congresso, che ebbe un enorme rilievo politico. Ai lavori erano presenti prestigiose figure di antifascisti: Benedetto Croce, Carlo Sforza, Alberto Cianca, Francesco Caracciolo, Dino Gentili, Guido Molinelli, Michele Cifarelli, Vincenzo Arangio Ruiz e Oreste Lizzadri, questi ultimi tre in rappresentanza, rispettivamente, dei CLN di Bari e Napoli e del CLN centrale.

La posizione di Croce, favorevole all'abdicazione del re per salvare l'istituto monarchico, finì con l'essere egemone, ma emersero anche voci diverse, di critica radicale alla monarchia, come quella di Oreste Lizzadri, Tommaso Fiore e Adolfo Omodeo. Il congresso ebbe vasta eco sulla stampa. Oltre ai dettagliati resoconti sul quotidiano barese "La Gazzetta del Mezzogiorno", ne parlarono Radio Londra, il "New York Times" e il "Times". A Radio Bari invece gli Alleati proibirono di trasmetterne in diretta i lavori. Qualche giorno dopo Gaetano Salvemini, da Harvard, esortò il governo alleato a tener conto dell'istanza antimonarchica espressa dal congresso di Bari.

A conclusione dei lavori fu costituita la Giunta esecutiva che operò a Napoli fino al maggio 1944. Essa fu condannata a un lungo stallo, soprattutto dopo che Churchill ebbe ribadito il sostegno alla monarchia italiana. La giunta era fautrice di una politica di netta contrapposizione con il governo Badoglio e pertanto non fu facile, al suo interno, la condivisione della strategia togliattiana che portò alla formazione dei governi d'unità nazionale.

 

I comitati acquisirono importanza dopo il R.D.L. del 4 aprile 1944, n. III, che rimodellò la struttura delle amministrazioni comunali. Dovevano infatti essere consultati per la nomina di sindaci e assessori, i quali venivano poi nominati dal prefetto. In realtà tutte le nomine dovevano essere sottoposte all' approvazione del governo alleato.

 

In Sicilia i CLN operarono in un contesto in cui PLI, DDL e la stessa DC erano nettamente monarchici, per cui la pregiudiziale antimonarchica posta dai partiti di sinistra diventò motivo di duro contrasto. Essi dovevano poi confrontarsi con il problema del separatismo. Inoltre, la cultura delle forze cielleniste prese nel loro insieme, se era unitaria, aveva però molteplici sfumature. Grande attenzione, soprattutto da parte democristiana, era rivolta all'ipotesi dell'autonomia regionale, mentre il PCI, attraverso il contributo di Girolamo Li Causi, poneva il problema del rapporto tra CLN e lotte contadine contro il latifondo.

 

Anche in Calabria i nascenti CLN si confrontarono con la domanda di terra del movimento e, dopo i decreti Gullo, spesso i loro rappresentanti entrarono nelle commissioni per l'assegnazione delle terre incolte.

 

In Puglia, importante fu il ruolo svolto dal CLN di Bari, influenzato dagli azionisti.

 

Il CLN di Brindisi si costituì il 9 agosto 1943 su impulso dell' avvocato comunista Vittore Palermo, del socialista Felice Assennato e di altre autorevoli figure di antifascisti.

 

A Napoli il CLN, in cui erano presenti i rappresentanti di DC, PCI, PSIUP, PdA, PLI, DDL, nonché delle associazioni combattentistiche, operò dall'inizio dell' ottobre 1943 al 9 agosto 1946. Fu perciò assente nella fase dell' occupazione tedesca e in particolare durante la fase insurrezionale delle Quattro giornate. Esso dovette convivere, fin dai suoi esordi, con l'amministrazione alleata e con una tipologia di personale politico in forte continuità con l'apparato statale fascista.

 

Nell'insieme, i CLN del Sud stentarono a definire una propria identità.

Molti di essi nacquero sull'onda del CLN centrale, costituito a Roma il 9 settembre 1943 con la precisa configurazione di struttura alternativa al governo regio; con esso condivisero la priorità della questione istituzionale e il successivo travaglio che portò alla politica dei governi d'unità nazionale.

I CLN meridionali non ebbero dunque il carattere di forte discontinuità istituzionale dei CLN che contemporaneamente si svilupparono nel Nord a livello comunale, provinciale e regionale (in Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia, Veneto), e che il 7 febbraio 1944 si dotarono, con il CLNAI, di un organismo di direzione e coordinamento. I CLN del Centro-Nord si configurarono

come una sorta di governo straordinario guardato con preoccupazione dagli anglo-americani, i quali ritenevano che dovessero essere intesi non come tasselli costitutivi del futuro assetto politico e statuale, ma piuttosto come organismi a termine, funzionali alla lotta antifascista: non solo diressero la lotta antifascista, ma funsero da veri e propri embrioni di governo democratico, negando ogni legittimità statuale alla RSI. Ciò implicava un'intensa attività, oltre che in campo amministrativo, anche in quello giudiziario, che portò, nell' agosto 1944, a istituire le commissioni di giustizia e le corti d'assise.

 

Nel Mezzogiorno, invece, il governo alleato riuscì facilmente a ridurre i CLN al ruolo di organismi consultivi dell'autorità prefettizia. Essi incisero debolmente su problemi chiave come l'epurazione e ottennero alcuni risultati limitatamente al ricambio delle amministrazioni locali. Né furono capaci di contrastare l'ascesa, sempre più netta, dei gruppi monarchici e qualunquisti: al loro interno infatti si moltiplicarono i contrasti tra i partiti di sinistra e il polo moderato, in cui confluivano democristiani, liberali e demolaburisti, che diventò l'interlocutore della strategia sostenuta da governo alleato, monarchia e governi Badoglio e Bonomi.

Eppure, per quanto minoritari e scarsamente incisivi, i CLN ebbero un ruolo importante perché, in una fase in cui nel Sud i partiti di massa stentavano a decollare, furono espressione di una cultura antifascista e democratica. Formati per lo più da esponenti della borghesia delle professioni, rappresentarono un ceto culturale e politico che aveva avuto, sia pure solo in parte, trascorsi antifascisti e si collocava in una tradizione di democrazia che si incrociava e si incontrava con l'esperienza della Resistenza.

 

Bibliografia:

Gloria Chianese - Quando uscimmo dai rifugi. Il Mezzogiorno tra guerra e dopoguerra (1943-46) -  Ed. Carocci sett. 2004

 

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27 aprile 1945: Pertini da Radio Milano

30 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La sera del 27 aprile 1945 dal microfono di Radio Milano, occupata dalle formazioni «Matteotti», Sandro Pertini, segretario del Partito Socialista nell'Italia occupata, diceva:

 

«Lavoratori milanesi, le catene che il fascismo vi aveva imposte per asservirvi alla sua dittatura, sono spezzate, la libertà splende su di voi e la rossa bandiera torna a sventolare nel cielo d'Italia, indicando alla classe operaia la meta del suo riscatto: il socialismo.

In quest'ora di esultanza, vada il nostro saluto alle vittoriose armate delle Nazioni Unite che, con la loro potenza, sono riuscite a piegare il mostro nazifascista. Vada la nostra riconoscenza ai fieri partigiani che, privi di mezzi, armati solo di profondo amore per la libertà e di odio implacabile per il nemico, imponendosi sacrifici di ogni genere, hanno, per lunghi mesi, tenacemente lottato contro il nazifascismo, dimostrando al mondo intero come il popolo italiano non sia un popolo di vili.

E adesso, il nostro popolo, con le stesse sue forze, intende risollevarsi dall'abisso in cui è stato gettato dalla criminosa follia fascista. Per la lotta sostenuta con tanta abnegazione e con tanta virtù da questi figli della classe lavoratrice, per la fierezza con cui i lavoratori hanno saputo affrontare, durante la dominazione nazifascista, i sacrifici, le persecuzioni e i plotoni d'esecuzione, il popolo italiano ha diritto ad essere padrone del proprio destino.

Lavoratori, il fascismo è caduto. I componenti di questa associazione per delinquere, sino a ieri feroci perchè si appoggiavano alla brutale forza nazista, sono fuggiti appena l'insurrezione popolare è esplosa.

Il fascismo è caduto, ma lascia sul suo cammino sangue, miseria e rovine. Questo è il disastroso risultato di venti anni di dominazione fascista. E lo ricordiamo soprattutto a coloro che al fascismo e al suo capo hanno sino a ieri applaudito, pronti oggi a mettersi sotto una delle insegne politiche trionfanti per rifarsi una verginità cento volte perduta e per realizzare quelle ambizioni che non sono riusciti a realizzare sotto il fascismo.

Non vale però recriminare. E' necessario, per noi e per coloro che dopo noi verranno, mettersi subito al lavoro per ricostruire la nostra Patria ancora sanguinante. Noi socialisti non ci sottrarremo a questo inderogabile dovere. In quest'opera di ricostruzione intendiamo metterci alla testa del popolo italiano, ma non vogliamo che sulle presenti rovine si ricostruisca la vecchia società con i suoi privilegi di classe.

Su queste rovine noi vogliamo gettare le fondamenta della futura società socialista. Per questo, noi socialisti affermiamo che il taglio con il passato deve essere netto e che la vecchia classe dirigente, responsabile del fascismo e, quindi, responsabile anche di questa rovinosa guerra, deve essere combattuta e stroncata: per questo vogliamo che la classe lavoratrice si impossessi del potere politico.

Essa è ben degna di assumerlo perchè, gettando nella guerra di Liberazione i figli suoi migliori, ha dimostrato di essere consapevole della missione affidatale dalla storia. Badate, però, lavoratori, che da oggi ha inizio per voi una lotta più dura e difficile di quella sostenuta sotto il fascismo. Le forze della reazione non sono morte con il fascismo, ma, strette intorno alla monarchia per sua natura conservatrice e reazionaria, cercheranno di sbarrarvi il cammino che conduce al vostro riscatto.

Nessun compromesso deve esser fatto con queste forze, contro di esse è necessario lottare con ferma decisione per impedire che possano riprendersi e consolidare le loro posizioni. Pertanto, noi socialisti oggi chiediamo le dimissioni di Ivanoe Bonomi, di quest'uomo che rappresenta troppo il passato, che, nel 1921, Presidente del Consiglio, ha assecondato il fascismo nel suo nascere, e che oggi, dimostrando una congenita e estrema debolezza, non sa o non vuole opporsi con fermezza alle forze della reazione, le quali cercano di rimontare la corrente che sta per travolgerle, onde imporre ancora una volta alla classe lavoratrice
il loro dominio.

Noi socialisti chiediamo che l'attuale governo sia radicalmente rinnovato. Del nuovo governo dovranno far parte i rappresentanti delle forze sinceramente democratiche e uomini che il fascismo abbiano combattuto fin dall'inizio, e che dimostrino, con il loro passato, di avere veramente a cuore le sorti della classe lavoratrice.

Solo così non diverrà vano il sacrificio compiuto da tanti patrioti caduti in nome della libertà sotto la feroce dominazione nazifascista; solo così potremo soddisfare la sete di verità e di purezza così fortemente sentita dalle giovani generazioni, cresciute sotto il fascismo, e che troppe vergogne e troppi tradimenti hanno conosciuti; solo così il popolo italiano potrà risorgere a nuova vita e conquistare quelle libertà democratiche che apriranno alla classe lavoratrice la strada della sua vera e completa emancipazione».

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I Maggio 1945: Pertini a Milano

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