Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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Dall’«Ordine Nuovo» alla fondazione dell’ ”Unità”

12 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il biennio rosso 1919-20 è vissuto dal gruppo ordinovista in questo fervore di lavoro di massa. Il «laboratorio sociale» si trasforma presto in un terreno infuocato di scontro di classe attorno alla questione del potere in fabbrica. Gli imprenditori non intendono certo perderlo o dividerlo con i Consigli e passano all'offensiva: serrata, sciopero generale nella primavera del 1920, conflitti aspri il cui esito mostra quanto le nuove istituzioni siano sentite e difese dalle masse ma anche quanto il fronte operaio di Torino resti isolato nazionalmente. Maturano rapidamente le condizioni per un nuovo più generale conflitto, quello dell'occupazione delle fabbriche, nel settembre del 1920, che si conclude con una sconfitta politica del movimento operaio. È questo anche il momento in cui Gramsci, assai scettico sull'opportunità dell'occupazione, si impegna più direttamente nella lotta interna al PSI. Il gruppo Ordinovista è confortato dal giudizio favorevole che Lenin al II Congresso dell'Internazionale a Mosca ha dato delle sue posizioni, e quando viene sul tappeto la questione dell'espulsione o meno dei riformisti dal partito, Gramsci si accosta alla frazione di estrema Sinistra capeggiata dalla vigorosa personalità dell'ingegnere napoletano Amadeo Bordiga. Nasce nel novembre 1920 la frazione comunista e l'«Ordine Nuovo», col 1° gennaio 1921, si trasforma in quotidiano diretto da Gramsci. Poche settimane dopo, a Livorno, si attua la scissione da cui esce il Partito comunista d'Italia: Gramsci è eletto nel primo comitato centrale del nuovo partito, senza contestare la leadership di Bordiga anche se non ne condivide le rigidità dottrinarie e il formalismo.

L Ordine Nuovo 

Per il direttore dell'«Ordine Nuovo» quotidiano si riaprono, per tutto il 1921 e una parte del 1922, mesi di intenso lavoro, di violenta polemica nel confronti di quel partito socialista che egli sferza come «circo Barnum» per le sue incertezze e la sua composita ispirazione politico-ideologica. E cominciano anche i «tempi di ferro e fuoco». Il Partito comunista, nato con il proposito di guidare il processo rivoluzionario, si trova investito in pieno, come tutto il socialismo del resto, dall'ondata di reazione che cresce, dalla violenza delle squadre fasciste. Esso si tempra nella lotta ma i problemi a cui è di fronte sono ben diversi da quelli previsti o sperati. «Fummo - ricorderà lo stesso Gramsci - travolti dagli avvenimenti, fummo, senza volerlo, un aspetto della dissoluzione generale della società italiana, diventata un crogiolo incandescente, dove tutte le tradizioni, tutte le formazioni storiche, tutte le idee prevalenti si fondevano qualche volta senza residuo ... Dovemmo trasformare, nell'atto stesso della loro costituzione, del loro arruolamento, i nostri gruppi in distaccamenti per la guerriglia, la più atroce e difficile guerriglia che mai classe operaia abbia dovuto combattere. Si riuscì tuttavia; il partito fu costituito e fortemente costituito; esso è una falange d'acciaio».

Analizzare e contrastare, in quelle condizioni, il fenomeno del fascismo è l'impegno più urgente a cui il direttore dell'«Ordine Nuovo» si adopera, denunziandone sia la matrice piccoloborghese che la risultante reazionaria, tentando di opporsi anche all'estremismo della direzione comunista, dominata da Bordiga. Gramsci fa, ora e nei due anni successivi, un po' parte per se stesso. È difficile collocarlo esattamente in una gerarchia che si concepisca con l'esperienza e la tradizione successiva. L'uomo non è ancora noto come un capo nel partito. Il suo prestigio intellettuale, la sua autorità morale sono notevoli, grandi presso quei compagni che hanno lavorato con lui (ma che si disperdono nel 1922 come nucleo politico a sé). Ma la sua penna tagliente incute rispetto agli avversari e ammirazione nei lettori del giornale a cui dedica tutto il suo tempo. Ma anche al II Congresso del PCI a Roma nel marzo del 1922, Gramsci, nonostante abbia molte riserve da fare sulla linea ufficiale, su una prospettiva che esclude un colpo di Stato reazionario, non dà battaglia.

Dalla fine di maggio 1922 egli è inviato a Mosca come delegato del PCI presso il comitato esecutivo dell'Internazionale .. Parte in non buona salute in una situazione di rapporti difficili tra il PCI e l'Internazionale, provato dalle fatiche di quattro-cinque anni d'intensa attività politica e giornalistica. Tra l'estate e l'autunno viene ricoverato in una casa di cura, nei pressi di Mosca. Il riposo, la pausa, sono anche un momento nuovo nella vita privata del trentenne rivoluzionario italiano. Si innamora di una giovane musicista russa, Julca (Giulia) Schucht, e presto si unisce a lei: è un sentimento di una tenerezza che lo stupisce. «La mia vita - scrive Antonio a Giulia durante l'idillio - è stata sempre una pianura fredda, uno sterpeto. Come ho potuto dirle che le voglio bene?» Ma quando saranno costretti a separarsi per la prima volta, all'inizio del 1924, le scriverà da Vienna: «Cara tu devi venire. Ho bisogno di te. Non posso stare senza di te. Tu sei una parte di me stesso e sento che non posso stare lontano da me stesso. Sono come sospeso in aria, come lontano dalla realtà. Penso sempre, con un rimpianto infinito, al tempo che abbiamo trascorso insieme in tanta intimità, in una così dolce espansione di noi stessi».

Il periodo moscovita (estate 1922 - fine 1923) è anche un periodo di espansione politica per Gramsci, a contatto con un ambiente quale quello del Komintern che è ancora di viva dialettica politica e ideologica. Fa diretta esperienza dei problemi della Nep in un paese come la giovane repubblica dei soviet, studia e confronta le posizioni teoriche di Lenin e dei più prestigiosi rappresentanti dello stato maggiore del partito bolscevico, da Trotzki a Stalin, da Bucharin a Zinoviev. Anche lo stacco dall'Italia gli consente di scorgere meglio i limiti e gli errori del primo estremismo che ha permeato la condotta politica del gruppo dirigente. Queste riflessioni prendono una direzione polemica via via più netta, col crescere del dissenso tra quel gruppo dirigente e l'orientamento dell'Internazionale che è favorevole a un fronte unico proletario contro il fascismo e alla fusione tra socialisti e comunisti. In una serie di lettere che manda da Mosca e poi nel primi mesi del 1924 da Vienna (dove lavora a un nuovo ufficio del Komintern avvicinandosi all'Italia) ai suoi vecchi collaboratori (Togliatti, Terracini, Scoccimarro, Leonetti) Gramsci sostiene la necessità di staccarsi da Bordiga, dal suo metodo di direzione, dalle sue direttive politiche per formare un gruppo dirigente che riesca a impostare correttamente una strategia politica basata sull'alleanza tra operai del Nord e contadini poveri del Sud, che lavori a una riunificazione con quei socialisti che sono rimasti «terzinternazionalisti», che trasformi il partito in una espressione più diretta dei lavoratori, fondandosi sulle cellule di fabbrica. Questo è anche il senso della lotta interna che Gramsci dà non appena torna in Italia, eletto deputato in una circoscrizione del Veneto, nell'aprile del 1924, questo il contributo di idee e di organizzazione che porta alla nascita di un nuovo quotidiano del partito, «l'Unità».

 

Prima pagina di alcuni numeri di "L'Unità" del 1924

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Deputato, l’ arresto, il processo e il carcere

12 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Si giunge così agli ultimi due anni di «vita legale» di Gramsci. Egli è eletto segretario generale del partito, è il capo riconosciuto della pattuglia dei deputati comunisti alla Camera.

Giulia gli ha dato un figlio nell'agosto del 1924, Delio. Raggiunge il marito col bambino nell'autunno del 1925 a Roma. Il futuro si fa presto fosco. La persecuzione fascista non dimentica un uomo che Mussolini aveva definito «quel sardo gobbo, professore di economia e filosofia, un cervello indubbiamente potente». Né l'essere il segretario del PCI un deputato lo risparmierà dall'arresto nel 1926, al termine della crisi che si conclude coll'avvento pieno della dittatura. Gramsci si è impegnato, dopo il delitto Matteotti, a cercare di contrastare sia sul piano di massa sia su quello dell'azione parlamentare il processo che si sviluppa: propone alle opposizioni di costituirsi in Antiparlamento per essere il fulcro di una alternativa istituzionale, punta a suscitare i Comitati operai e contadini, raccogliendo esperienze e suggestioni dei Consigli del 1919-20, nonché a dare voce autonoma ai contadini del Mezzogiorno con la fondazione di una loro Associazione. Il dramma di Gramsci dirigente politico del 1924-26 è in questa contraddizione tra la ricchezza del momento costruttivo della sua elaborazione politica e organizzativa, che trova una piena sistemazione al III Congresso del PCI a Lione nel gennaio del 1926 (dove egli con Togliatti conquista più dei 90 per cento dei consensi alla nuova piattaforma politica) e i rapporti di forza ormai così sfavorevoli da non lasciare più nessun margine né di «legalità» né di ripresa rivoluzionaria clandestina.

Gramsci è arrestato nei giorni in cui scrive uno dei suoi saggi più illuminati, alcuni temi della questione meridionale: l'arresto avviene l'8 novembre del 1926 presso la famiglia Passarge, nella cui casa, dalle parti di Porta Pia, ha affittato una stanza sin dal 1924. Non è riuscito a stornare la sorveglianza assidua della polizia e forse non ha neppure voluto evitare la cattura.

 

A Mosca è tornata, frattanto, Giulia, in attesa del secondogenito, Giuliano, che il padre non vedrà mai. I due sposi, prima che la tragedia si abbatta su di loro, hanno passato qualche settimana di vacanza in Alto Adige, l'unica vacanza della vita di Gramsci. Dal novembre del 1926, i suoi spostamenti per anni ed anni sono soltanto quelle «traduzioni» da un carcere all'altro, di cui vi è un'eco di raccapriccio nelle lettere del detenuto: da Regina Coeli di Roma al carcere del Carmine di Napoli, il 25 novembre, di qui all'Ucciardone di Palermo, destinazione l'isola di «confino», Ustica, il 7 dicembre. Il 20 gennaio del 1927, per diciannove giorni, il prigioniero, con le manette ai polsi, attraversa tutta la penisola, sostando in varie celle di transito, da Palermo a Napoli, a Cajanello, Isernia, Sulmona, Castellamare Adriatica, Ancona, Bologna, per giungere a Milano, nelle carceri giudiziarie di San Vittore, il 7 febbraio. Più di un anno Gramsci trascorre a Milano, fino al maggio del 1928 quando è ricondotto a Roma, dinanzi al Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Ivi si svolge il cosiddetto «processone» contro il gruppo dirigente comunista (Gramsci, Terracini, Scoccimarro, Roveda, ecc.). Il pubblico ministero Isgrò afferma nella sua requisitoria, additando il segretario del PCI: «Per vent'anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare». La condanna a venti anni (e quattro mesi e cinque giorni) giunge puntuale, ma quel cervello non si arresta certo dal funzionare.

 

Cronaca di uno «Show-process»

Il processo contro la Centrale comunista si apre a Roma lunedì 28 maggio 1928. Ventidue gli imputati. Affollano la gabbia dell'aula decima sei deputati: tra loro il segretario generale del PC d'Italia Antonio Gramsci, e alcuni dirigenti di maggior spicco del partito: Umberto Terracini, avvocato, Mauro Scoccimarro, impiegato in Ferrovia, laurea in Economia e Commercio e Giovanni Roveda, operaio litografo.

Sono in carcere dall'autunno del 1926. La detenzione in attesa di giudizio si è prolungata oltre misura - un anno e mezzo - per l'inedita particolarità del caso, avendo i magistrati militari del Corpo d'armata di Milano - cui il Tribunale speciale fascista ha delegato l'istruttoria - il compito malagevole di dare fisionomia di delitto a fatti politici che, quando furono compiuti, l'ordinamento giudiziario considerava leciti. Agli inquirenti è tuttavia chiesto personalmente da Mussolini di affermare comunque la pericolosità sociale degli arrestati. E lo spirito servile prevarrà.

Gramsci era stato arrestato e imprigionato a Regina Coeli l'8 novembre 1926, deportato al confino di Ustica in dicembre, raggiunto da mandato di cattura e trasferito a San Vittore di Milano in gennaio, il 12 febbraio 1927 racconta, in una lettera alla cognata Tatiana Schucht, il tremendo viaggio di traduzione da Palermo (diciannove giorni attraverso vari carceri della Penisola).

Il Palazzo di Giustizia di Roma si specchia sul Tevere poco distante dal Vaticano. È un gigante di travertino, un sovraccarico di colonnati, di balaustre, di ornati, di statue degli oratori-avvocati dell'antichità, di bronzi allegorici della Legge e della Giustizia. Compongono la Corte giudicante non magistrati civili e neanche militari. A irrogare pene sono chiamati ufficiali d'un corpo armato di parte inventato da Mussolini (la Milizia fascista) in più casi digiuni d'ogni rudimento del diritto. Non esistono i gradi successivi del giudizio (né appello né ·Cassazione). La sentenza del Tribunale speciale è inappellabile.

È probabile che tra i calcoli del duce ci sia quello di fare del processo contro il gruppo dirigente comunista un uso propagandistico, di dargli echi forti per procurarsi il consenso delle correnti d'opinione liberali, riluttanti al fascismo ma in pari tempo spaventate dai fatti di Russia.

La previsione è però contraddetta: il dibattimento, impiantato per essere un processo spettacolare al comunismo, è rovesciato invece da uomini abili, colti, risoluti in un processo al fascismo.

Sui quotidiani italiani, niente più che il vago dispaccio dell'agenzia ufficiale Stefani. E sul Corriere della Sera di martedì 29 maggio 1928, la cronaca dell'udienza inaugurale è in quarta pagina, titolo su una colonna: «Il processo contro i membri del Comitato del Partito comunista», e di seguito appena 29 righe, meno spazio di quello dato alle altre notizie giudiziarie.

Pesanti sono le condanne: una grandinata di anni di galera.

 

Sette anni di carcere hanno portato Gramsci alla rovina fisica: ma non cede. Il frutto delle riflessioni e degli studi di Gramsci in carcere è consegnato alle pagine delle note carcerarie, raccolte nei Quaderni. Si tratta di trentatre quaderni, ventuno dei quali riempiti nel carcere di Turi di Bari in cui Gramsci è ristretto dal luglio del 1928 sino al novembre del 1933, gli altri nella clinica di Formia, dove viene ricoverato, sempre in stato di detenzione, sino all'agosto del 1935.

Nel novembre 1933 lascia il carcere di Turi e il 7 dicembre 1933 entra nella clinica Cusumano di Formia. La salute è compromessa. Il 25 ottobre 1934 ricorrendo le condizioni previste dall' art. 176 del codice penale, gli accordano la liberazione condizionale. Muore, a quarantasei anni a Roma, nella clinica Quisisana, il 27 aprile 1937.

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Le “Lettere dal carcere”

12 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

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Le “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci sono uno dei documenti più umani, e nello stesso tempo culturalmente e politicamente più importanti.

In primo piano sta una tragedia personale. Sono, quasi tutte, lettere familiari. Le prime portano la data, del novembre 1926 allorquando Antonio Gramsci, segretario del PC d’Italia, fu arrestato nonostante non avesse violato alcuna legge e fosse un parlamentare. Arrestato, confinato, processato, condannato a vent’anni di reclusione. Le ultime risalgono all'inizio del 1937. Gramsci sta per morire: il fascismo è riuscito ad ucciderlo lentamente.

Le lettere sono indirizzate a due nuclei familiari. C'è la famiglia d’origine, sarda, numerosa. A casa, a Ghilarza, vivono il vecchio padre, la madre, le sorelle. Antonio è il quarto dei sette figli di Francesco Gramsci e di Peppina Marcias. Da tempo è lontano dai paesi natii, posti nel mezzo dell'isola («Come mi piaceva da ragazzo la valle del Tirso sotto San Serafino ...»), c'è tornato per pochi giorni due volte, di sfuggita. Quando viene arrestato ha trentacinque anni è un uomo giovane; quando muore, il 27 aprile 1937, ne ha appena compiuti quarantasei. I corrispondenti da casa, da Ghilarza, sono la madre, due delle tre sorelle, Teresina e Grazietta, oltre a un fratello minore, Carlo, che vive sul continente, a Milano.

L'altra famiglia, quella acquisita, è russa. La moglie, Giulia Schucht, gli ha dato due bambini, Delio e Giuliano. C’è una sorella maggiore di Giulia, Tatiana, l'unica costante corrispondente del detenuto. Tatiana è straordinariamente affettuosa verso il congiunto.

Tatiana, inoltre, trasmette desideri, richieste pratiche, domande culturali o giuridiche di Antonio, all'altro personaggio che sta un po’ nell’ombra ma sempre presente, l'amico più caro di Gramsci, Piero Sraffa. Questi, antifascista, torinese, vicino ai comunisti che ha conosciuto nella prima giovinezza (quelli dell'«Ordine Nuovo»), insegna a Cambridge ed è un economista di grande valore.

A volte nelle lettere, dibattendo di questa o quella questione (le razze, ad esempio) Antonio ne approfitta per fornire uno spaccato autobiografico, persino da albero genealogico: «lo stesso non ho razza; mio padre è di origine albanese recente (la famiglia scappò dall'Epiro dopo o durante la guerra del 1821 e si italianizzò rapidamente); mia nonna era una Gonzales e discendeva da qualche famiglia italo-spagnola dell'Italia meridionale (come ne rimasero tante dopo la cessazione del dominio spagnolo); mia madre è sarda per il padre e per la madre, e la Sardegna fu unita al Piemonte solo nel 1847 ... Tuttavia la mia cultura è italiana fondamentalmente e questo è il mio mondo».

Un altro tema delle lettere è quello dei figli, della loro crescita, della loro educazione. Delio è il più grande e Antonio, il padre, l'ha tenuto in braccio appena nato; Giuliano, invece, non ha mai potuto conoscerlo. Giulia ha lasciato l'Italia quando ne era incinta.

Il significato più vero della testimonianza di Antonio Gramsci, del suo martirio, è contenuto in una delle prime lettere alla madre (che morirà senza poterlo rivedere, così come il vecchio padre, che si spegnerà a settantasette anni di crepacuore alla notizia della morte del figlio). Antonio scrive alla mamma preoccupato che lei possa in qualche maniera «vergognarsi» dinnanzi agli altri perché lui è in carcere, non vuole che si turbi per qualunque condanna gli venga inflitta: «In fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perché non ho voluto mai mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione».

Gramsci si spegne nella clinica romana dove era ricoverato dal 24 agosto 1935. Si spegne all'alba del 27 aprile 1937. Da pochi giorni poteva considerarsi libero avendo scontato la pena che era stata ridotta, via via, dalle amnistie del regime (ma un questurino sostava comunque alla portineria della clinica e anche al funerale, seguito da Tatiana e dal fratello Carlo, vi erano più poliziotti che familiari). Gramsci, pensando, prima della crisi finale, a dove sarebbe potuto andare se fosse stato dimesso dalla casa di cura, aveva in mente due «rifugi», le due mete sentimentali delle sue lettere. Aveva chiesto alle sorelle di trovargli una camera a Santu Lussurgiu e aveva già pronta una domanda di espatrio per raggiungere Julca, Delio e Giuliano a Mosca.

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Nemmeno un chicco di grano agli ammassi fascisti

6 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Questo volantino del CLN di Asti è stato ripubblicato in A. BRAVO, La repubblica partigiana dell'Alto Monferrato, Torino, Giappichelli, I964, pp. 226-227.

 

Contadini!

Il grano che avete seminato, che è nato e cresciuto tra mille vostre fatiche, ansie e timori, è ora maturo e sta finalmente per essere raccolto. Ma il vostro grano corre il più grave dei pericoli: quello di cadere nelle mani rapaci dei nazifascisti, per essere trasportato in Germania.

 

Contadini!

Il vostro grano non deve andare in Germania, per prolungare ancora questa obbrobriosa guerra; il vostro grano deve rimanere in Italia, per sfamarci. I saccheggiatori, gli oppressori d'Italia, coloro che hanno deportato i .nostri figli e fratelli, i tedeschi ed i loro vili servi fascisti non debbono avere neppure un chicco del vostro grano: e, perciò, non consegnate il grano agli ammassi! Siate uniti e sarete vittoriosi anche in questa importantissima battaglia.

 

Contadini!

I nemici d'Italia, i nazifascisti, sono agli estremi: colpiti da tutte le parti dai potenti eserciti alleati, stanno per crollare; la presa di Roma ha segnato il principio della fine: non aiutateli col vostro grano, lasciate che il loro regime di infamie crolli al più presto fra le maledizioni di tutti gli onesti.

 

Contadini!

Non consegnando il grano agli ammassi, voi compirete opera altamente patriottica di cui potrete andare orgogliosi e riceverete anche, ben presto, la meritata ricompensa poiché, come sapete, il grano nell'Italia libera viene pagato mille lire al quintale, ed anche voi potrete realizzare tale prezzo.

 

Contadini!

Uniti e compatti avete rifiutato i vostri figli alle leve e ai richiami, salvandoli dalla morte, dai lavori forzati, dalla disperazione: avete vinto una magnifica battaglia. Ora dovete vincerne un'altra più grande e definitiva: unitevi nei più formidabili strumenti per la vostra lotta, nei Comitati di difesa dei contadini, che devono sorgere in ogni frazione, in ogni valletta delle nostre campagne! Uniti e compatti, sia questa oggi la vostra parola d'ordine:

 

Nemmeno un chicco di grano agli ammassi fascisti!

 

Nemmeno un chicco di grano per gli oppressori tedeschi e per traditori fascisti!

 

Il grano dei contadini italiani deve rimanere alle affamate popolazioni italiane!

 

Asti, giugno 1944

 

IL COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE

 

 


cos'è l'ammasso

 

 

È l’operazione con la quale un produttore agricolo o industriale conferisce i propri prodotti a un ente(pubblico o privato) che li amministra nell’interesse suo e/o delle collettività.

L’ammasso può essere volontario o obbligatorio.

Durante il fascismo, nel 1930, in Italia fu istituito l’ammasso volontario del grano, a gestione statale, per garantire ai produttori un prezzo minimo unico per tutto il territorio nazionale.

Nel 1936, in clima di autarchia, l’ammasso del grano fu reso obbligatorio, anche per permettere alle autorità il pieno controllo delle quantità prodotte. In seguito furono organizzati ammassi obbligatori anche per la canapa, la lana, l’olio d’oliva, i cereali minori, il risone.

  

ammasso 

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I contadini della pianura

3 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Alla fine del 1943 un grande problema della ribellione che cresce è quello di portare la lotta nelle campagne. I comunisti prendono ancora l'iniziativa, ma con l'aiuto dei giellisti e con la concorrenza del clero povero, dei parroci di campagna. Senza l'aiuto del clero tre quarti della pianura padana - il Piemonte, la Lombardia, il Veneto - rimarrebbero chiusi o difficilmente accessibili alla ribellione; ma i parroci di campagna sono dalla sua parte. Pochi, come don Comensoli nel Bresciano, don Mazzolari o don Scagliosi nel Mantovano, si fanno subito promotori della resistenza armata; ma la maggioranza è amica, quasi ogni parrocchia è un possibile rifugio, un sicuro recapito. I comunisti e il clero povero compiranno, nei mesi dell'inverno e della primavera, il miracolo di togliere i contadini padani dal lungo sonno e dalla diffidenza.

L'inizio della lotta è lento e circospetto: i contadini sono cauti, né sanno rinunciare a una loro rivincita. Costretti a un lavoro faticoso, esclusi dalla cultura dell'Italia cittadina, umiliati dal suo disprezzo, considerati degli italiani di seconda categoria, ora possono imporre alle città affamate i prezzi del mercato nero. In mondo contadino è ostile al fascismo per sicure ragioni di classe; ma anche gli interessi egoistici e l'anarchia favoriscono la prima alleanza con la ribellione. Il partigiano è l'alleato automatico di un contadino che non vuole più saperne della disciplina annonaria; la presenza partigiana gli serve a scoraggiare i controllori e a ingannarli: «Il grano? Me lo hanno preso i ribelli. Le bestie? Le hanno portate in montagna». I ribelli armati del '43 sono quattromila in tutta l'Italia, il problema della loro annona è, in pratica, inesistente per il mondo contadino; e poi il ribellismo è volontario, non toglie d'autorità braccia alle campagne, consente partecipazioni temporanee. Gli interessi egoistici del mondo contadino esistono, dureranno per tutta la guerra partigiana, sono gli egoismi insopprimibili della condizione contadina. Ma dietro sta salendo quanto vi è di probo e di generoso nella campagna, dietro si prepara la grande stagione insurrezionale dell'Emilia. Non a caso l'Emilia offre il primo luminoso esempio di lotta contadina. La storia dei fratelli Cervi è di quelle che svelano un mondo. Specchiandosi nella famiglia Cervi la ribellione si vede più alta e buona.

 

Bibliografia:

Giorgio Bocca ”STORIA DELL'ITALIA PARTIGIANA”

Casa editrice G. Laterza & Figli, Bari gennaio 1980

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Uno come sette: la famiglia Cervi

30 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

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«Uno era come dire sette, sette era come dire uno ». Sopra i sette l'autorità del padre, l'amore quieto della madre. La famiglia Cervi è la famiglia patriarcale che arriva al socialismo senza l'intermediazione borghese: dal medioevo al marxismo. La cascina dei Cervi è a Praticello, fra Campegine e Gattatico, nella provincia di Reggio Emilia. Il padre Alcide, la moglie Genoveffa Cocconi, i sette figli, le mogli, i nipoti: ventidue persone. Il più anziano dei figli, Gelindo, ha 24 anni, poi in ordine di età ci sono Antenore, Aldo, Ferdinando. Agostino, Ovidio, Ettore. Gli sposati sono quattro con dieci figli. La moglie di Gelindo sta aspettandone uno.

I Cervi sono dei bravi agricoltori: entrati come fittavoli nel fondo nel 1934, ci hanno trovato cinque fra vacche e vitelli; adesso nella stalla ce ne sono cinquanta, la terra rende. I Cervi sono istruiti, sono la campagna riscattata dalla predicazione socialista; nella piccola libreria della cascina ci sono opere di Dostoevskij, di Jack London, manuali di agricoltura, le raccolte della «Relazioni internazionali» e della «Riforma sociale» di Einaudi. Aldo è il più colto, con più vivi interessi politici. Nella famiglia ognuno ha la sua specialità, chi si occupa dei campi, chi degli alveari, chi delle macchine, chi della stalla, ma le decisioni importanti le prende babbo Alcide. I Cervi sono antifascisti. «Cosa vuole», dice il padre, «noi siamo fatti così, siamo per la libertà». Il 25 luglio quando è caduto il regime il vecchio Alcide ha raccomandato ai figli: «Ragazzi, niente vendette», e ha offerto tre quintali di farina e venticinque chili di burro e centinaia di uova per la gigantesca mangiata di tagliatelle a cui ha invitato tutto il paese. All'8 settembre i Cervi passano alla resistenza: non una resistenza armata come si fa sulla montagna, ma legata alla famiglia e al lavoro, che fa di ogni atto di vita un atto di guerra, che dà a ogni momento della giornata un significato di cospirazione. Aldo è salito sulla montagna, sul Ventasio e a Toano, a cercare i ribelli, che non ci sono o sono troppo deboli. Allora i Cervi si dedicano ai prigionieri di guerra fuggiti dai campi, ne passano ottanta dal settembre al novembre nella loro cascina.

la-casa-della-famiglia-Cervi.jpgIl 25 luglio babbo Cervi non ha voluto vendette: un fascista del paese lo ripaga con la spiata. I fascisti di Reggio arrivano al cascinale nella mattinata nebbiosa, lo circondano, bloccano le uscite. L'ufficiale che li comanda grida: «Cervi arrendetevi!». I Cervi corrono alle armi, rispondono sparando. Poi devono cedere: gli assalitori hanno dato fuoco al fienile, se la casa brucia muoiono anche le donne e i bambini. Prima di uscire Aldo dice: «Tutto quello che è accaduto è opera mia, io mi prendo tutta la responsabilità. Al massimo una parte della colpa può prendersela anche Gelindo. Almeno cinque devono tornare vivi». I Cervi escono dalla cascina: primo il padre a braccia alzate; seguono i prigionieri di guerra. I fascisti li fanno salire su un camion:' poi saccheggiano la cascina. Alla caserma del Servi, a Reggio Emilia, li interrogano, li invitano a passare alla repubblica fascista. «Crederemmo di sporcarci», dice Aldo a un Poliziotto che insiste.

La sera del 27 dicembre i gappisti Bagno in Piano uccidono il segretario del fascio Vincenzo Onfiani. La rappresaglia è immediata, il tribunale speciale, istituto ai primi del mese, giudica i Cervi senza farli comparire, li condanna a morte con una sentenza per cui non è occorsa la camera di consiglio. Si apre la porta della cella: «La .famiglia Cervi al completo» grida un milite. Escono ma il milite ferma babbo Alcide: «No, tu no, tu sei troppo vecchio». «Vi portano a Parma» dice un compagno di cella. «Ma che Parma», fa Aldo, «fra mezz'ora non siamo più vivi.». Antenore mentre cammina per il corridoio mormora: «Mi dispiace se ci fucileranno, non vedete che bel cappotto mi sono fatto?».

Babbo Alcide saprà della loro morte solo l’8 gennaio. Quel giorno gli Alleati bombardano Reggio, una bomba cade sul carcere, i prigionieri fuggono. Alcide torna a casa e la trova distrutta. I sopravvissuti tacciono e piangono., Il vecchio guarda le donne, i nipoti e dice: «Su, non c'e tempo da perdere, dopo un raccolto ne viene. un altro». Alla parete bianca della cucina sono appesi sette ritratti. La madre muore dopo un anno, di crepacuore. Babbo Alcide resiste, regge la famiglia.

 

Bibliografia:

Giorgio Bocca ”STORIA DELL'ITALIA PARTIGIANA”

Casa editrice G. Laterza & Figli, Bari gennaio 1980

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I contadini di montagna e i ribelli

27 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Sono contadini anche quelli della montagna, fra cui vive la ribellione armata. Spettatori di prima fila, spesso coinvolti nel dramma, i montanari sanno poco dei motivi politici della ribellione e ne ascoltano senza convinzione le facili promesse: «Avrete una bella casa, avrete la luce, la strada». Guardano e tacciono: conoscono la storia, nella montagna niente è mai cambiato. Non è il calcolo che decide il favore dei montanari, ma l'istinto: nei ribelli si riconoscono, sono quasi tutti ragazzi della provincia, sanno il dialetto, le canzoni, le usanze; gli ricordano i figli morti in Russia non tornati dalla Grecia, dall'Africa: «Faccio per voi quello che farei per lui». «Se non ci diamo una mano fra noi ... ». La coscienza politica dei montanari è embrionale, eppure il loro appoggio è anche politico: la ribellione che aiutano è ostile a quel potere che sta laggiù nella città della pianura, che arriva nelle valli solo per riscuotere le tasse, per imporre le leve militari; ora per uccidere. Contro questo potere si stabilisce la difesa comune dell'omertà, i montanari coprono i ribelli con il loro silenzio, se salgono i tedeschi e chiedono di una. località fingono di non capire, indicano la via sbagliata. I fascisti e i tedeschi sono degli sconosciuti, degli stranieri; quando vengono è solo per bruciare, per rubare, per uccidere, per minacciare.

Nei primi mesi i rapporti con la ribellione non corrono sempre lisci: il montanaro e il cittadino devono capirsi. Il montanaro è fatto a suo modo, per lui il pensiero della sussistenza ha quel valore preciso, concreto, che la gente di città, ha quasi dimenticato. Di fronte alla roba la sua reazione è primitiva: se può la prende e la nasconde. Nei giorni dell'armistizio i montanari hanno fatto sparire tutto ciò che l'esercito ha abbandonato nelle valli: muli, coperte, camion, bidoni di benzina. Chi ha preso di più è invidiato dagli altri i quali ne parlano con i ribelli, alla maniera montanara dell'allusione. Si va nella casa indicata: «Amico, tira fuori la benzina, te la paghiamo. Sveglia, dicci dove hai sepolto i bidoni». Non parla, si lascia mettere contro il muro, si lascerebbe fucilare senza parlare. Ma se il nascondiglio viene scoperto non prova rancore, sorride: «È andata così». La montagna lo ha educato ai grandi egoismi, ma anche alle grandi generosità, a essere solidale senza limite nei momenti del pericolo. Lo stesso montanaro che mette in pericolo la vita per negare al ribelle la benzina nascosta, se la gioca per aiutarlo se è ferito. Migliaia di partigiani feriti ospiti di famiglie che rischiano la perdita di ogni avere e della vita, si chiederanno il perché, ritroveranno l’umiltà e la riconoscenza. Anche per i consigli preziosi che il montanaro sa dare, per come insegna i modi e la filosofia della resistenza elementare: stare senza lacrime di fronte alla baita incendiata dal tedesco: il tetto brucia ancora e già si rovista fra le macerie, per ricostruire. …

La montagna arriva alla ribellione lentamente: si passa dai piccoli incarichi ausiliari - «tienici questo grano, facci macinare questo grano; imprestaci il mulo» - alle prime squadre che collaborano nei servizi di guardia e di corvée. Il terrore: ecco ciò che stringe i tempi nelle città come nelle montagne; il terrore lega dovunque. Boves che ha aperto la storia della montagna percossa dal terrore nazista è la prima a confermare la fedeltà della montagna: il 31 dicembre, quando il tedesco torna ad incendiare, si vedono i civili combattere per le strade, e uno sparare fino alla morte sicura dall'alto di un campanile.

 

Bibliografia:

Giorgio Bocca ”STORIA DELL'ITALIA PARTIGIANA”

Casa editrice G. Laterza & Figli, Bari gennaio 1980

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La scuola che resiste

24 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Nel novembre 1943, all'apertura dei corsi universitari la ribellione si estende alla scuola. La Resistenza veneta è guidata da tre professori universitari: Silvio Trentin rientrato clandestinamente dall'esilio francese, Concetto Marchesi, Egidio Meneghetti: l'antica Università padovana non mancherà la dichiarazione di guerra al nazifascismo. Bisogna però attendere che si apra l'anno accademico. Così fino a novembre il mondo universitario combatte il fascismo nelle città e nelle campagne, i professori partecipano ai convegni della cospirazione, gli assistenti Pighin, Carli, Zancan percorrono il Veneto per organizzarla; e il CLN tiene le sue sedute proprio nel palazzo Pappafava dove ha posto la sua sede il ministero della Educazione nazionale repubblichino.

 

La battaglia nella scuola si accende alla data fissata. Il 9 di novembre il rettore Concetto Marchesi apre l’ anno accademico con un primo inequivocabile gesto di ostilità al nazifascismo: dal suo ufficio non è partito alcun invito alle autorità per assistere alla cerimonia. Ci vengono in forma «privata» il ministro Biggini e il prefetto Fumei. Il fascismo padovano cade in un grossolano errore, manda nell’aula una squadra di giovani armati che salgono sul palco proprio mentre entra il rettore magnifico seguito dal professor Mereghetti. I due docenti si gettano d'impulso contro i fascisti mentre l'adunanza degli studenti urla «via gli armati!». Gli intrusi sono costretti ad allontanarsi e il rettore pronuncia la memorabile allocuzione, l'atto di fede nella libera Università: «Qui dentro si raduna ciò che distruggere non si può». Marchesi esalta nel mondo del lavoro una civiltà opposta alla nazifascista e dichiara aperto l'anno accademico nel nome « del lavoratori, degli artisti, e degli scienziati». Il 28 novembre il rettore deve rassegnare le dimissioni e trasferirsi sotto falso nome a Milano; ma lascia un nobile messaggio agli studenti: «Oggi non è più possibile sperare che l’Università resti asilo indisturbato di libere coscienze operose, mentre lo straniero preme alle porte dei nostri istituti e l'ordine di un governo, che per la defezione di un vecchio complice ardisce chiamarsi repubblicano, vorrebbe convertire la gioventù universitaria in una milizia di mercenari e di sgherri massacratori... Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra patria; vi ha gettato tra cumuli di rovine. Voi dovete tra quelle rovine portare la luce di una fede, l’impeto dell'azione e ricomporre la giovinezza e la patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dalla ignavia, dalla servilità criminosa, voi insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell'Italia e costituire il popolo italiano».

 

La resistenza della scuola romana prende invece l’avvio da gruppi studenteschi di formazione spontanea: l'Associazione rivoluzionaria studentesca guidata da Ferdinando Agnini e da Gianni Corbi; il gruppo azionista promosso da Pier Luigi Sagona; quello comunista di Dario Puccini e di Carlo Lizzani. Di fronte alla minaccia fascista di escludere dagli esami universitari quanti non si sono presentati ai distretti i vari gruppi si uniscono, danno vita a un Comitato studentesco di agitazione e a un Comitato tecnico diretto da Maurizio Ferrara che si mette alla testa della prima grande manifestazione antifascista del 17 gennaio. Gli studenti di medicina entrano nel Policlinico, stracciano i registri, percuotono i fascisti. di guardia. Maurizio Ferrara, salito su una panchina, incita i colleghi alla ribellione. Si forma un corteo, c'è uno scontro a fuoco, un giovane è ferito, altri arrestati.

 

A Milano e a Torino, capitali della resistenza armata le Università sono i distretti della ribellione, da esse partono i quadri delle bande. Gli ultimi mesi del 1943 insegnano che la partecipazione attiva alla Resistenza (lo scrive a un amico Giaime Pintor) è l'unica possibilità aperta a un intellettuale che voglia operare per il riscatto del Paese. Gli studenti universitari, in particolare, non possono mancare la prova. Sono i giovani borghesi giunti all'antifascismo attraverso il fascismo: la guerra partigiana è il suggello delle conversioni sincere.

 

Il lungo viaggio

Gli studenti o i laureati fra i venti e i trent'anni che partecipano alla Resistenza vi giungono da esperienze diverse, ma tutte compiute dentro il fascismo. Il loro è stato un lungo cammino che ora, essendo resistenti, ripercorrono con la memoria, senza mentire a se stessi. Fino al 1938, la maggioranza ha partecipato al fascismo: rassegnata alla sua inevitabilità, sedotta da certe proposte. Non quella di un fascismo sociale che promette un socialismo «più umano, più moderno», riservata a pochi ingenui; ma le altre dei vantaggi concreti, offerti ai giovani borghesi da una dittatura borghese. Fino al '38 i giovani sono fascisti o filofascisti non solo per la ragione ovvia di essere nati dentro il fascismo, ma perché credono di poter ottenere dal fascismo occasioni e promozioni gradite al loro forte appetito, tanto forte da soffocare nei più i primi dubbi e il fastidio morale per le menzogne e le sopraffazioni del regime. I giovani vedono nel fascismo tre possibili vantaggi: una promozione dei ceti medi, una maggiore efficienza amministrativa, una crescente disponibilità di impieghi. Vantaggi in gran parte illusori, ma ci vorrà il lungo cammino fino al '43 per capirlo. Prima del '38 la gioventù borghese e studiosa capisce poco e male la struttura sociale del fascismo:

La personalità di Mussolini nasconde, ai suoi occhi, il «consorzio dei privilegi»; l'avventura imperialistica la distrae dall'affarismo autarchico. E poi il grande capitale faccia pure i suoi affari purché lasci ai borghesi famelici la sua rappresentanza politica e amministrativa. È difficile per i giovani capire che la promozione dei ceti medi è dovuta ai tempi più che al regime; per loro coincide con esso: allevati in famiglie assillate dal pensiero del posto sicuro, essi vedono nel fascismo imperialistico una fabbrica di nuovi posti, e non hanno motivi per rifiutare la propaganda sull'efficientismo del regime. Il regime non è privo di scaltrezza, concede ai giovani una libertà vigilata, li lascia scrivere, dibattere fino a un certo limite sui giornali studenteschi o durante le competizioni culturali come i «littoriali».

 

L'appetito dei giovani è robusto, la loro preparazione culturale mediocre; eppure il fastidio morale c'è e cresce, molti giovani sono già entrati nel lungo cammino e non lo sanno, sarà l'anno 1938 a rivelarlo, con turbamento e dolore. Il 1938 è l'anno in cui la Germania nazista annette l'Austria e in cui l'Italia fascista si accoda alla persecuzione razziale: così ammettendo pubblicamente la sua qualità di nazione subalterna, al rimorchio dell'imperialismo germanico. È soprattutto la persecuzione razziale, con la sua ignominia gratuita, a far «precipitare» tutti gli scontenti morali per l'ipocrisia, per il conformismo, per la servilità della dittatura. Con la vigilia della guerra e con la guerra il distacco morale trova le conferme della ragione, diventa distacco definitivo: non solo e non tanto perché la guerra dimostra l'inefficienza del regime e fa cadere le proposte e le speranze dei vantaggi, ma perché si capisce, da alcuni in modo oscuro, da altri con un principio di chiarezza, che è sbagliata la scelta in sé, la scelta della guerra imperialistica. Una guerra per il dominio mondiale in cui l'Italia entra avendo già perso quello fra i Paesi fascisti, e proprio quando l'imperialismo capitalistico sta per rinunciare dovunque ai rapporti coloniali, quando la rivoluzione industriale esclude lo schiavismo del tipo barbarico. La guerra mette a nudo la povertà intellettuale e morale del regime, segna il naufragio dell'intera classe dirigente.

 

I giovani assistono umiliati, delusi. Alcuni reagiscono rifugiandosi in quella indifferenza che è già disponibilità per una nuova scelta; altri, i più razionali, si sorprendono a desiderare la vittoria del nemico, a rallegrarsi se l'Inghilterra o la Russia resistono, se l'America interviene: preferendo essere liberi nella sconfitta che schiavi nella vittoria; altri ancora, i più sentimentali, i più sensibili ai tormenti delle responsabilità personali, cercano la bella morte sui campi di battaglia, come Giani, Pallotta, Sigieri Minocchi. C'è anche una minoranza di intellettuali come Alleata, Ingrao, Pintor, che possono passare all'antifascismo militante; ma per la maggioranza il lungo viaggio non è ancora finito, passa per gli anni della guerra, per la vergogna della disfatta, anche per i primi mesi della Resistenza. Perché i resistenti borghesi che sul finire del '43 ripensano il lungo cammino capiscono solo ora di avere ignorato gli altri ceti e la loro oscura pena: ora che stanno nella guerra di tutti, con gli operai e con i contadini.

 

Bibliografia:

Giorgio Bocca ”STORIA DELL'ITALIA PARTIGIANA”

Casa editrice G. Laterza & Figli, Bari gennaio 1980

 


 

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Ricordando Giovanni Battista Stucchi a trent’anni dalla sua morte

6 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

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«… un uomo disinteressato, onesto, che strenuamente si è battuto contro la dittatura e contro i nazisti… Io perdo con Stucchi un amico fraterno …» dal telegramma del presidente della Repubblica Sandro Pertini alla famiglia

Quirinale 31 agosto 1980

 Stucchi con Pertini

 

Giovanni Battista Stucchi nasce a Monza il 9 ottobre 1899, da Ferdinando e Angiolina Prina, famiglia di piccoli industriali. Frequenta il ginnasio a Monza e il liceo Parini a Milano. Sottotenente, dal giugno 1917 al novembre 1918, partecipa alla prima guerra mondiale: è uno dei “ragazzi del '99”.

 Stucchi al fronte 1918A 22 anni si laurea in giurisprudenza presso l’università di Pavia ed esercita la professione di avvocato civilista nella sua città natale. Non si iscrive né al Partito Nazionale Fascista né al Sindacato forense fascista.

Una delle sue grandi passioni era la montagna: ricercava "nella solitudine delle rocce e nel silenzio dei ghiacciai la pace e la serenità dello spirito". Ottimo scalatore e sciatore, partecipava anche alle gare cittadine risultando sempre tra i primi.

Di idee liberal-socialiste, vide con preoccupazione l'avvento del fascismo, la sua trasformazione in dittatura.

Di quel periodo, così scrive Giovanni Battista Stucchi nel suo libro “Tornim a baita":

«vociava il duce dal balcone di piazza Venezia, “chi non è con noi è contro di noi” e poiché io non ero con loro, chiaro che diventavo un nemico, anzi il nemico. Qualche giorno prima della venuta del duce nella mia città per inaugurarvi il nuovo Palazzo di Giustizia ero stato convocato al commissariato di pubblica sicurezza. Il commissario mi conosceva e forse nutriva nei miei confronti una certa stima. Si giustificò col dirmi che la chiamata non era voluta da lui, ma dalla squadra politica romana che accompagnava e tutelava la persona del sommo gerarca nel corso delle sue peregrinazioni per il paese. Mi si ordinava di consegnare, temporaneamente beninteso, il passaporto per l'estero; cosa che non potei esimermi dal fare. Eppure tutto questo era meno di niente rispetto ai venti anni di violenze materiali e morali inferte agli italiani, alle centinaia di assassinati per mano del sicario fascista, alle migliaia di sentenze del Tribunale Speciale (i processati dei Tribunali Speciali furono 5.619 e i confinati circa 15.000), alle condanne a morte o ad anni e anni di carcere e di confino per semplici reati di opinione».

In seguito alle leggi razziali, nel 1938, a un suo amico ebreo fu proibito di entrare nel solito bar; Stucchi decise un gesto di solidarietà e di protesta: né lui né i suoi amici sarebbero più entrati in quel locale.

«Sapevo quale sventura rappresentasse per il popolo italiano la perdita della libertà e mi rendevo conto che il fascismo, per sua stessa logica interiore, avrebbe inevitabilmente tratto alla guerra e alla catastrofe».


Alla vigilia della seconda guerra mondiale viene richiamato alle armi con il grado di capitano degli Alpini, nella Compagnia Comando del Battaglione Valtellina, e spedito alle falde del Monviso.

«Partii ben lontano dal supporre che sarei tornato dopo sei anni e per di più con un’esperienza scottante che ha inciso profondamente nella mia vita».

Stucchi 1941Nel luglio del 1942 viene assegnato al corpo di spedizione italiano in Russia. Gli sarebbe possibile essere esonerato ma decide di partire con i suoi alpini: «Gli alpini mi guardavano in silenzio. No! Non mi sarei mai perdonato di avere recitato l'ignobile farsa dell'armiamoci e partite. ... Partirò con loro, dividerò il loro destino. Solo, pensavo, mi siano lasciate due speranze: di ritornare infine alla mia casa e di non trovarmi intanto nella condizione di dover uccidere».

Sul fronte del Don vive le tragiche fasi della distruzione dei reparti e, nel gennaio 1943, la ritirata tra le nevi, che causa migliaia di prigionieri e di morti assiderati.

Durante la ritirata le truppe italiane vengono accerchiate dalle truppe sovietiche.

Racconta Giovanni Battista Stucchi:

«Da quando eravamo usciti dalla sacca, avevo avuto tempo e modo di riflettere sul mio futuro. Come spesso accade a coloro che hanno camminato a lato della morte e si sono poi trovati al di qua del pericolo, vedevo tutto chiaro, sapevo che la lunga marcia non era finita, che il ritorno alla mia casa altro non sarebbe stato che una tappa dopo la quale avrei ripreso la strada, questa volta di mia volontà.

Se molti nodi restavano da sciogliere, molte le ingiustizie da riparare e i delitti da punire, non sarei rimasto questa volta a spiare attraverso le persiane, avrei bensì continuato a camminare fino a raggiungere quella meta che non era solo la mia meta, ma quella dell’intero popolo a cui appartenevo: libertà di tutti e giustizia per tutti in una Patria che fosse la sintesi della parità dei diritti e dei doveri tra cittadini e non l’espressione dell’egoismo nazionale e, meno che mai, la somma degli egoismi dei gruppi di potere».

 

Stucchi Nikolajewka -

G. B. Stucchi dopo Nikolaevka

 

Tornato in Italia, durante una licenza, nel mese di aprile si reca in Val Brembana, a San Pellegrino, per incontrare la moglie e la figlia sfollate a causa dei bombardamenti aerei sulle città.

Di quell’incontro il ricordo della figlia Rosella: «avevo riabbracciato il mio papà di ritorno dalla campagna di Russia con una medaglia al valore per la battaglia di Nikolaevka: mi ero presentata alla stazione a riceverlo con le medaglie che anch'io avevo meritato a scuola in seconda elementare».

Ai primi di maggio del 1943 G. B. Stucchi si reca a Monza e a Milano per ritrovare Gianni Citterio, Tonio Passerini e Poldo Gasparotto, «tre amici uniti dagli stessi ideali di libertà, in altri tempi compagni di alpinismo e di cospirazione e prossimamente (non ne dubitavo) compagni di lotta».

Così scrive Stucchi del suo contatto con la città:

«Non è che mi aspettassi di trovare un popolo in rivolta, ma di udire almeno qualche voce risoluta che, a costo di rischiare il carcere, si levasse dal malcontento generale a reclamare la cessazione della carneficina e a invocare la fine del fascismo che ne era all’origine. Invece tutto mi appariva tal qual era in passato, tutto procedeva sotto la opprimente cappa dello squallore e della rassegnazione».

Arriva il 25 luglio. Mussolini è destituito e il generale Badoglio, per incarico del Re, ha assunto il potere. Nel paese esplode il sentimento popolare di avversione per il regime, di entusiasmo per la sua caduta e di speranza di pace: nella notte la gente si riversa nelle vie e nelle piazze, i simboli del fascismo, statue e fregi, sono divelti e distrutti.

Racconta Stucchi nel suo libro “Tornim a baita":

«Dopo il 25 luglio la sola ed esclusiva preoccupazione del re era che si verificasse una sollevazione di popolo che avrebbe ostacolato il pacifico trapasso dei poteri dal governo fascista al governo militare di Badoglio e quindi messo in pericolo le sorti della corona. Avvenne perciò che, alla folla in tripudio si rispose con lo stato di assedio. L'ordine venne mantenuto al prezzo di 83 morti, 308 feriti e 1554 arrestati, per la quasi totalità operai scioperanti e dimostranti».

8 Settembre 1943: il generale statunitense Eisenhower fa trasmettere da Radio Algeri il comunicato che il Governo italiano ha chiesto la resa incondizionata delle sue Forze Armate. In serata Pietro Badoglio, capo del governo italiano, annuncia alla radio la firma dell'armistizio avvenuta segretamente cinque giorni prima. Mentre le truppe tedesche occupano le principali città italiane del nord e del centro Italia, il re fugge da Roma con la famiglia e il seguito e giunge a Brindisi.

Stucchi, si trova a Fortezza, in Alto Adige, quando arrivano i tedeschi: «ero assai simile all’animale che d’istinto sente il terremoto prima ancora che la terra incominci a tremare. ... Dal gabinetto sgattaiolai sul balcone, scavalcai la ringhiera e, tenendomi ad essa, mi calai fino a toccare con la punta dei piedi il tetto sottostante ... poi il cortiletto ... la strada nazionale del Brennero ... risalire l’Isarco verso Rio di Pusteria per dare l’allarme agli alpini del Tirano ... Il tutto durò più del previsto ... Nulla più da fare per il Tirano ... Non restava che pensare a me stesso.

L’itinerario da me ideato aveva il suo punto d’arrivo a Santa Caterina in Valfurva, nell’alta Valtellina.»

Raggiunge a piedi la Valtellina. La mattina del 15 settembre arriva a Santa Caterina in Valfurva. Alla radio viene trasmesso il comunicato dell'Agenzia Stefani: “Benito Mussolini ha ripreso oggi la suprema direzione del fascismo in Italia”.

Continua Stucchi: «Quali che fossero le difficoltà e i rischi, era subentrata in noi la certezza della fede antica e la coscienza della ineluttabilità della lotta armata, senza quartiere, contro tedeschi e fascisti. Da Tonio (Antonio Gambacorti Passerini) ebbi la conferma dell’avvenuta costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale con la partecipazione dei cinque partiti antifascisti, caldeggiata soprattutto dai comunisti che si proponevano con ciò di caratterizzare in senso nazionale e unitario la lotta contro tedeschi e fascisti. Mia intenzione era di fondare una banda armata in alta Valtellina».

Dopo l’8 settembre circa trecento generali, primo tra loro Rodolfo Graziani, optarono per il Reich e passarono alle dipendenze del nemico. Moltissimi furono i generali che preferirono collocarsi a riposo di propria iniziativa, salvo riemergere a cose finite ricchi di giustificazioni e di pretese.

Coloro che si erano rifiutati di collaborare con il nemico qualcosa avrebbero potuto fare, ma questo esigeva umiltà, coraggio dell’iniziativa: tutte doti queste che mancarono ai comandanti e in particolar modo ai generali italiani.

In seguito ad un incontro a Milano con Gianni Citterio Stucchi apprende che il Partito Comunista aveva già iniziato la mobilitazione dei suoi quadri più preparati e degli iscritti per dar vita alla guerra per bande in montagna; queste bande, estese a tutto il territorio nazionale occupato dai tedeschi, avrebbero assunto la denominazione di Brigate Garibaldi in ricordo della guerra antifranchista di Spagna. Il compagno Gallo (Luigi Longo) presiedeva alla loro organizzazione e ne avrebbe assunto il comando.

Intanto il Comitato di Liberazione di Milano, su proposta di Ferruccio Parri, aveva deliberato la costituzione di un Comitato Militare avente il compito di assumere la direzione della lotta armata. Detto comitato era composto da cinque membri, uno per ciascuno dei partiti riuniti nel CLN.

Per quanto riguarda il Partito Socialista, Pertini, reduce dal confino di Ventotene, si trovava a Roma, trattenutovi dagli impegni nella direzione del partito; Morandi era stato rilasciato dal reclusorio di Saluzzo, in pessime condizioni fisiche a cagione della grave malattia provocata dal regime carcerario. Solamente nell’estate del 1944 entrambi poterono occupare il loro posto di combattimento e le formazioni armate del partito, con il nome di Brigate Matteotti, fecero sentire il loro peso sia in montagna che nelle città.

All'inizio del gennaio 1944, il Comitato Nazionale di Liberazione centrale, avente sede a Roma, aveva deciso di attribuire le funzioni e i poteri di «governo straordinario del Nord» al CLN di Milano, che di conseguenza prese la denominazione di CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia). La stessa qualifica si estese automaticamente al Comitato Militare di Milano (CMAI) da esso dipendente.

La scelta era caduta su Milano per la sua collocazione strategica. Da Milano, in quei tempi in cui le comunicazioni e i collegamenti erano critici, era più facile raggiungere gli altri capoluoghi regionali dell'Italia occupata e la Svizzera italiana, che era divenuta il centro d'incontro tra il summit della Resistenza e le rappresentanze diplomatiche e consolari inglesi e americane.

Fu in quel periodo che il Partito Socialista chiese a Stucchi di entrare nel Comitato Militare del CLN di Milano.

«Accettare la proposta dei socialisti voleva dire per me il passaggio immediato all’azione pratica, alla lotta effettiva».

Partecipa ad una riunione nella quale sono presenti Gianni Citterio, in rappresentanza del PCI e in sostituzione di Longo, Ferruccio Parri, accompagnato da Poldo Gasparotto, Galileo Vercesi, avvocato milanese come delegato della Democrazia Cristiana e il liberale Giulio Alonzi. Al termine della riunione viene deciso che ognuno doveva cambiare identità, per motivi di sicurezza: Parri si chiamava «Valenti», Gianni era diventato «Diomede», Vercesi «Cusani», Alonzi «Frattini»; Stucchi assunse lo pseudonimo di «Magni», nome di un contadino di Missaglia, che era stato suo attendente nella prima guerra mondiale; Gasparotto mantenne il suo nome Poldo.

«Il modo migliore e più efficace di mascherare ogni attività illegale è sempre stato quello di ammantarsi della più ortodossa legalità. Feci pertanto della casa di Monza la mia dimora stabile. Le riunioni del Comitato Militare si susseguivano di norma a distanza di una decina di giorni l’una dall’altra e sempre in luoghi diversi indicati da Parri».

Intanto la Repubblica di Salò, dopo il bando Graziani del 9 novembre 1943, emise quello del 18 febbraio 1944 in cui si ordinava la chiamata alle armi degli appartenenti alle classi 1923, 1924, 1925, con ordine categorico di presentarsi entro il 25 febbraio pena la fucilazione.

La minaccia ottenne due effetti: da un lato provocò l'effettiva fucilazione di numerosi renitenti, dall'altro indusse migliaia di giovani a raggiungere la montagna e passare alle bande partigiane.

«Al Comando Militare ci rendevamo pienamente conto dell'enorme importanza ai fini bellici di tutto ciò che avveniva all'interno delle fabbriche e sconvolgeva i piani tedeschi di produzione e di rapina». Tra gli operai, che rischiavano il carcere e la deportazione nei lager, e i combattenti della montagna si stavano formando vincoli di alleanza e di solidarietà, ciascuno nel proprio ruolo, con le armi il partigiano, col sabotaggio e con lo sciopero l'operaio.

Mentre nel marzo 1943 le maestranze erano entrate in agitazione per reclamare più pane e paghe più elevate, dall'1 all'8 marzo 1944, in tutto il Nord Italia, si svolse uno sciopero generale caratterizzato da una precisa matrice di natura politica: “né un operaio, né un giovane, né una macchina devono andare in Germania”.

Tale fu la costernazione dei comandi tedeschi che essi non eseguirono gli ordini impartiti da Hitler all'ambasciatore Rahn e al generale delle SS Otto Zimmermann, ordini che imponevano l'immediata deportazione nei campi di sterminio in Germania di un'aliquota di operai italiani pari al venti per cento degli scioperanti valutati nel complesso a più di un milione, vale a dire un'aliquota di duecentomila unità. In realtà gli arresti non raggiunsero il migliaio.

La notizia degli avvenimenti italiani ebbe ampia risonanza e suscitò stupore e ammirazione in tutto il mondo libero. Il “New York Times” in data 9 marzo 1944 riportava:

“In fatto di dimostrazione di massa non è avvenuto niente nell'Europa occupata che si possa paragonare alla rivolta degli operai italiani. È il punto culminante di una campagna di sabotaggi, di scioperi locali e di guerriglia, che ha avuto meno pubblicità del movimento di resistenza francese. Ma è una prova impressionante del fatto che gli italiani, disarmati come sono, e sottoposti a una doppia schiavitù, lottano con coraggio e audacia quando hanno una causa per la quale combattere”.

 

La morte di tre amici, suoi compagni nella lotta di Liberazione: Gianni Citterio, Poldo Gasparotto, Antonio Gambacorti Passerini

(a loro G.B. Stucchi dedicherà il suo libro di memorie “Tornim a baita - dalla campagna di Russia alla Repubblica dell'Ossola”).

Stucchi incontrò per l’ultima volta Gianni Citterio, iscritto al Partito Comunista clandestino, prima che si unisse agli uomini del capitano Filippo Beltrami con l'incarico di commissario politico. «Nello stringerci la mano all'atto di lasciarci» disse: «tieni presente che da dopodomani cambio pelle; assumerò il nome di Redi». Gianni Citterio cadde, con altri valorosi antifascisti, in combattimento con i tedeschi, a Megolo d'Ossola, il 13 febbraio 1944.

Ha scritto un superstite fortunosamente scampato al massacro: «Sulla nostra destra si era appostato Gianni Citterio (Redi). Me ne accorsi quando sentii che mi chiamava per nome. Ma poco dopo anche da quella parte venne un lamento. "Ritirati, ritirati", gridò il capitano. Ci parve che si muovesse e poi sentimmo un rantolo. Era finita. Anche Gianni era morto».

Inutilmente nei giorni che seguirono il giudice istruttore del Tribunale di Verbania cercherà di accertare l'identità del «commissario Redi». Racconta Stucchi: «quando una settimana dopo potei recarmi al piccolo cimitero di Megolo, vidi che sul tumulo di terra fresca della sua tomba, l'ultima a destra del vialetto centrale, era stata deposta una grande corona di fiori: recava la testimonianza di amore e di riconoscenza degli operai della Rumianca».

L'arresto e l’esecuzione di Poldo Gasparotto.

Con una decina di dirigenti e quadri del Partito d'Azione, Poldo Gasparotto era stato preso a Milano, nelle vicinanze del Castello Sforzesco. Finirono tutti a San Vittore. Fatti scendere nei sotterranei, furono aggrediti dai militi fascisti a suon di nerbate, di pugni, di calci e picchiati a sangue. Poldo Gasparotto fu trattenuto nei sotterranei più a lungo degli altri e sottoposto a speciali “cure”. Volevano che riconoscesse di essere il capo.

Quando, sorretto per le ascelle, fu scaraventato in cella, al primo momento gli amici, i compagni, lo riconobbero dall'impermeabile: era chiazzato di sangue. La faccia appariva gonfia, pesta, sfigurata dalle percosse, gli occhi erano spenti. Poldo si era rifiutato di rispondere ai suoi aguzzini. Venne poi internato a Fossoli. Il 22 giugno 1944, su ordine del Comando delle SS di Verona, fu prelevato dal campo, caricato dai tedeschi su una vettura al comando di un capitano. A mezza strada da Carpi, fatto scendere, venne ucciso.

La fucilazione di Antonio Gambacorti Passerini.

A Monza, nei giorni seguenti il 25 luglio 1943, “Tonio” e Gianni Citterio, avevano stampato e incollato nottetempo sulle saracinesche delle botteghe cittadine volantini inneggianti alla fine della guerra, alla libertà e alla giustizia in favore del popolo oppresso.

Tonio Passerini, socialista, essendo venuto casualmente a conoscenza che a Milano la polizia aveva fatto irruzione nel centro operativo del partito presso lo studio dell’avvocato Beltramini, si recò nei pressi riuscendo ad avvertire in tempo coloro che, sopraggiungendo ignari di tutto, rischiavano di cadere in trappola. Scrive Stucchi: «più di un compagno dovette la propria salvezza al coraggioso e generoso sacrificio di questo mio caro e nobile amico. Non ebbe fortuna e pagò di persona al più alto prezzo».

Un poliziotto, insospettito, scese in strada e lo arrestò. Rilasciato una prima volta fu subito ripreso e riconsegnato ai tedeschi. Venne internato a Fossoli dove, il 12 luglio 1944 nel vicino poligono di Carpi, fu trucidato dalle SS con altri 66 antifascisti.

Racconta la figlia di G.B. Stucchi Rosella: «Io e la mamma rimanemmo in val Brembana, dopo San Pellegrino a San Giovanni Bianco, fino all'estate del 1944. Poi i tedeschi avevano requisito il nostro alloggio e noi, con zie e cugini, ci eravamo trasferite a Piazzo, frazione di San Giovanni Bianco, da dove si percorrevano venti minuti di mulattiera per andare a scuola in paese. Alla fine dell'estate del '44 mi accolse un'altra zia a Clusone (val Seriana), dove rimasi un paio di mesi senza notizie dei miei genitori; ero convinta che fossero morti. In realtà il mio papà era entrato nella Resistenza passando alla clandestinità e la mia mamma stava preparando una nuova sistemazione anche per noi, lontana dalle persone che ci conoscevano, per paura di ritorsioni delle autorità fasciste. In novembre ci trasferimmo così a Milano in corso Sempione, ospiti di una parente di parenti, con il cui cognome, Caronni, io iniziai a frequentare la quarta elementare. Poi per ragioni di sicurezza passai ad un'insegnante privata che veniva in casa».

Nel suo libro “Tornim a baita" Stucchi scrive che «i rappresentanti alleati in Svizzera, allo scopo di rendere più frequenti e spediti i loro rapporti con la Resistenza italiana, avevano richiesto la nomina di un delegato militare stabile in Lugano. Si era anche parlato della persona da destinare a tale incarico ed era stato fatto il mio nome». E così avvenne: la decisione fu presa  in una riunione del CLNAI.

«Di pari passo con la crescita dei problemi, le mie andate a Berna si erano fatte più frequenti e impegnative».

La maggior parte degli incontri di Stucchi, che nel frattempo aveva assunto il nome di Federici, erano con John McCaffery, responsabile dei servizi segreti britannici in Svizzera.

Intanto una delibera del CLNAI aveva stabilito che il Comitato Militare Alta Italia si sarebbe trasformato in Comando Generale Corpo Volontari della Libertà, con uguale strutturazione politica, ma con precisazione dei compiti e conferimento di maggiori poteri. Tale delibera avrebbe favorito l'unificazione e quindi il rafforzamento morale e tecnico-militare dei reparti.

Il 5 settembre, dopo molte insistenze da parte sua, Stucchi ottiene di essere trasferito in Val d'Ossola.

Racconta: «L'idea, non ancora progetto, era di ripulire di fascisti e tedeschi una zona di confine ove concentrare, armare e inquadrare le formazioni partigiane già esistenti in luogo; di fare di esse, nel più breve tempo e non oltre i due mesi, un'unità organica e operante. La zona che a mio parere meglio si prestava allo scopo era la Val d'Ossola ... tramite la delegazione di Lugano ricevetti istruzioni dal CLNAI di provvedere con urgenza al coordinamento militare delle divisioni, brigate e reparti del CVL ivi operanti e ciò per potenziare, attraverso una stretta unione e cooperazione, la lotta di resistenza e di liberazione delle formazioni partigiane».

Alla fine del luglio 1944, il Comando generale del CVL fece un  censimento dei partigiani effettivamente presenti nell'intero territorio occupato dai tedeschi. Secondo le risultanze del conteggio fatto da Parri sulla base dei dati pervenuti, le presenze sarebbero ammontate a 50.000 partigiani, dei quali 25.000 garibaldini, 15.000 di Giustizia e Libertà e 10.000 autonomi a cui si aggiungevano 4.000 unità delle Brigate Matteotti.

Il 9 settembre, per un susseguirsi di fortunati colpi di mano, Domodossola e tutto il vasto territorio circostante erano completamente liberi dall'occupazione nazifascista.

La popolazione aveva accolto i partigiani liberatori con un entusiasmo e una gioia travolgenti.

Il 23 settembre “Federici” veniva riconosciuto come coordinatore dell'azione militare tattica e operativa e qualche giorno dopo si costituiva il Comando della Val d'Ossola, sotto la sua direzione.

 

 

GB Ossola 2G. B. Stucchi in Val d’Ossola

 

Benché l'Ossola non fosse la sola a liberarsi e autogestirsi, la sua vicenda ebbe una maggiore risonanza. Concorrevano a darle rilievo la vastità del territorio (eguagliata solo dalla Carnia libera), l'elevato indice demografico, il notevole livello di industrializzazione, la collocazione geografica che le consentiva da una parte di controllare l'importante valico ferroviario e stradale del Sempione e dall'altra di costituire per i tedeschi una potenziale minaccia sulla pianura padana tra Torino e Milano. Nella zona liberata si costituì quel modello sperimentale di gestione della cosa pubblica che, sotto il nome di «Giunta Provvisoria di Governo dell'Ossola», seppe esercitare il suo potere in ogni settore della vita amministrativa, mantenendo l’ordine pubblico.

Scrive G.B. Stucchi: «Per me l'Ossola, più che un comando di reparto, è consistita in attività più propriamente calata nella politica. Era insomma un prolungamento dell'attività già svolta nel Comitato Militare e come delegato militare in Svizzera. La mia opera consisteva nel trovare un coordinamento delle forze, prima che il coordinamento delle loro azioni e quindi per prima cosa mediare i dissensi di varia natura e cominciare ad essere simbolo della unità delle forze stesse».

Liberata l'Ossola, si decise di costruire opere campali, postazioni, interruzioni stradali, fosse anticarro e si apprestarono anche due campi di aviazione. Gli alleati purtroppo non mantennero le promesse fatte di inviare aiuti.

La Repubblica dell’Ossola, nata nell’agosto del 1944, durò solamente 33 giorni: i nazifascisti entrarono in Domodossola il 14 ottobre 1944.

Si decise allora, in considerazione delle cattive condizioni di armamento e di equipaggiamento, di ritornare alla guerriglia, abbandonando ogni piano di difesa delle valli.

Nelle prime ore del 22 ottobre il comandante Federici passa in territorio svizzero con i superstiti della resistenza ossolana e raggiunge Lugano.

All’inizio del 1945 riprende le sue funzioni di membro del Comando Generale del CVL in Milano fino all’insurrezione.

E siamo ormai alle giornate della Liberazione: con i suoi compagni di comando e di lotta, Stucchi sfila per le vie di Milano tra l'entusiasmo dei cittadini, ormai liberi dalla tirannia fascista e dall'oppressione tedesca.

 

distintivo riconoscimento CVL

distintivo di riconoscimento del Comando Generale del CLV

 

 5 maggio 1945 capi CVL 

Milano, 5 maggio 1945. Sfila il comando generale del Corpo Volontari della Libertà:

 da sinistra Argenton, Stucchi, Parri, Cadorna, Longo, Mattei

 

Dopo la guerra tornò alla sua professione di avvocato e dal 1946 al 1975 ricoprì la carica di consigliere comunale a Monza.

Dal 1953 al 1958 fu eletto deputato al Parlamento. In un suo intervento alla Camera dei Deputati del 7 luglio 1954 ha detto: «La nostra Resistenza, nel corso di mesi e mesi, ha costretto il tedesco a distrarre in media un terzo dei suoi effettivi dalla linea di combattimento per tener fronte ai partigiani d'Italia e per assicurare le vie di comunicazione e i depositi nelle retrovie».

 

CVL Torino 1.10.1961 c

Pertini, Stucchi, Longo, Parri e Mattei (Torino 1961)

 

Morì improvvisamente il 31 agosto 1980. È sepolto nel cimitero di Monza, nel “campo della gloria” insieme agli ottanta caduti della guerra di liberazione.

Nell'ottobre del 1983 è stato pubblicato postumo, curato dalla figlia Rosella, il suo libro di memorie “Tornim a baita - dalla campagna di Russia alla Repubblica dell'Ossola”.

 

Condivido le parole di Bruno Di Tommaso, pronunciate per la commemorazione di Stucchi nel Consiglio Comunale di Monza del 3 marzo 1991: «Tornim a baita incarna efficacemente il desiderio degli alpini di tornare alla pace, alla casa, agli affetti, ad una vita civile nella libertà e nella giustizia. Ma oggi questo titolo potrebbe diventare un monito per tutti a non dimenticare le speranze, i sogni, le ragioni profonde della Resistenza per le quali Giovanni Battista Stucchi ha combattutto con onore e per cui tanti hanno donato la loro vita».

 

Renato Pellizzoni

 presidente dell’ANPI di Lissone

 

 

Note bibliografiche:

-      Giovanni Battista Stucchi - Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell'Ossola – Vangelista Editore, 1983

-      Vittorio D’Amico – Monza nella Resistenza – Edizione del Comune di Monza, 1960

-      AA. VV. – Ricordando Giovanni Battista Stucchi, comandante partigiano, protagonista di battaglie civili e politiche – Comune di Monza e ANPI, 1991

-      AA. VV. – dalla Resistenza – Provincia di Milano, 1975

 

 

 

 

 

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Dedicato ai giovani che si iscrivono all’ANPI

2 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Rappresentare e conservare il patrimonio ideale e programmatico della Resistenza nella coscienza civile e, soprattutto, nella coscienza giovanile d’oggi significa presentarla così come è stata, coglierne le tensioni interne, le elaborazioni politiche a cui il moto pervenne. Significa anche sottrarre la Resistenza al mito, e alla retorica dell’unità per l’unità, quando invece il processo unitario, di cui il Fronte fu un anello importante, non fu il fine ma il mezzo per una politica e per una lotta di popolo».

Primo Lazzari

Primo Lazzari ha preso parte giovanissimo alla Resistenza nel Veneto con la Brigata Garibaldi Tollot-Ferretto.

Giornalista, redattore del periodico dell’ANPI “Patria indipendente”.

 

Di seguito i seguenti articoli:

 

-    Storia del Fronte della Gioventù

 

-     Eugenio Curiel

 

-    I ragazzi di Curiel

 

-     Caduti del Fronte della Gioventù a Monza

 

 

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