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Bruno Casati, il partigiano “Matteotti”

27 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Bruno Casati partigiano

«È doveroso segnalare i nominativi di quei Partigiani, Patrioti e Benemeriti che in misura diversa ed in modi vari hanno dato il loro valido contributo alla lotta per la Liberazione, sia di coloro che hanno avuto l'attestazione della apposita Commissione Riconoscimento Qualifiche Partigiani Lombardia dell'allora Ministero Assistenza Postbellica, sia di coloro che parimenti operarono attivamente per il successo, sia infine di coloro che sentirono l'anelito alla Libertà ed aderirono alla Resistenza».

pubblicazione 40 cop pubblicazione 40 anniversario liberazione

Così scriveva Angelo Cerizzi, sindaco di Lissone dal 1975 al 1985, in Appunti su uomini e fatti dell’antifascismo lissonese, in occasione del 40° anniversario della Liberazione. In quell’elenco di giovani lissonesi distintisi nella liberazione dell’Italia dal fascismo e dall’occupazione nazista, vi sono Bruno Casati ed il fratello Erino, che hanno avuto la qualifica di “partigiani combattenti per la Lotta di Liberazione” dalla Commissione Riconoscimento Qualifiche Partigiani Lombardia dell'allora Ministero Assistenza Postbellica (dall’Archivio del Comune di Lissone: b263, fase 5 Elenco partigiani e patrioti lissonesi, anni 1947-48)

 

quaderno partigiano 

da un quaderno di Bruno Casati:

«É meglio morire in piedi che vivere in ginocchio» Dolores Ibarruri

«Imparate imparate, che la società ha bisogno della vostra intelligenza» Antonio Gramsci

 

Casa Irene r Casa Irene 1926 r 

 

A Lissone, in Via Trieste, quasi al confine con Monza, vi è una casa con una targa che reca la dicitura “CASA IRENE 1926”. La villetta era stata costruita nel 1926 per la famiglia di Carlo Casati. Carlo Casati era nato a Monza: prima di trasferirsi nella nuova casa, abitava in una cascina adiacente situata però nel territorio del Comune di Monza.

Nel 1926, la famiglia di Carlo Casati risultava così composta: la moglie, Castelli Irene, i figli Bruno, di quattro anni (era nato l’8 novembre 1922) ed Erino di due anni (nato il 28 marzo 1924), e la piccola Annamaria. La primogenita Irene era morta di influenza “spagnola”, subito dopo la fine della prima guerra mondiale.

La nuova casa di via Trieste era stata dedicata alla moglie Irene, ma ricordava anche la primogenita. Nel 1930 nascerà Piera, ultimogenita, tuttora vivente.

 

Com’era Lissone in quegli anni ‘20?

Il paese contava quasi 13.000 abitanti.

In Italia, dall’ottobre 1922, a capo del Governo vi era Benito Mussolini, a cui il re Vittorio Emanuele III aveva dato l’incarico dopo la cosiddetta “marcia su Roma” dei fascisti.

Anche a Lissone, nel novembre del 1922, si era costituita la locale sezione del Fascio nazionale di combattimento.

inaugurazione gagliardetto del fascio di Lissone 

Inaugurazione del gagliardetto del Fascio di Lissone

Nelle elezioni politiche dell’aprile 1924, il “Listone” di Mussolini, che su scala nazionale aveva ottenuto una media del 60% dei votanti, in Brianza aveva riscosso un misero 18,7%, uno dei peggiori risultati elettorali d’Italia. A Lissone il Listone di Mussolini era stato votato solamente da 307 elettori (il 13,2 % dei lissonesi votanti). I voti dei lissonesi erano andati al partito Popolare (1069), al partito socialista (432) e al partito Comunista (326).

elezioni 1924 a Lissone  1924 Monza volantino fascisti

Risultati elezioni 1924 LISSONE e manifesto di minaccia dei fascisti di Monza e circondario

Appena furono resi pubblici i risultati delle elezioni, un manifesto, a firma dei fascisti di Monza e del circondario, apparve sui muri dei paesi della Brianza, in cui si addebitava la causa dell’insuccesso del “Listone” di Mussolini in Brianza «ai vari bolscevichi bianchi e rossi» ... «Monza e il suo circondario fanno parte dell’Italia o della Russia?» ... «Basta! chi semina vento raccoglie tempesta» «sessantamila bastardi» ... «traditori».

Allora la furia di Mussolini si era abbattuta sulla Brianza.

Una raffica di violenze colpì le istituzioni cattoliche e quelle socialiste. Con l'aiuto di squadre fasciste giunte dalla Bassa milanese e da Milano, solo a Monza furono devastate le sedi del giornale “Il Cittadino” e della Camera del Lavoro, 14 circoli cattolici e 12 socialisti; nel circondario cooperative, circoli e biblioteche di ben 43 paesi subirono la stessa sorte. A Lissone la vendetta fascista si scatenò sull’Osteria della Passeggiata, con danni materiali e percosse ai presenti, e sul circolo della gioventù cattolica San Filippo Neri.

A Roma, nel giugno 1924, il rapimento e l’uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti, che in Parlamento aveva protestato contro gli abusi, le illegalità, le violenze, chiedendo la sospensione di quasi tutti i deputati eletti nel “Listone”, aveva scosso la coscienza del paese.

E Matteotti sarà il “nome di battaglia” che Bruno Casati assumerà durante il suo periodo di vita partigiana.

 

1924 ritrovamento corpo Matteotti 

Ritrovamento del corpo di Matteotti

 Scriveva L’Unità il 16 settembre 1924: «Le sedi dei giornali e dei partiti sono state prese d’assalto a Roma. A Milano il prefetto fa sequestrare l’Avanti e l’Unità».

1924 16 sett L Unità 

A Lissone, dal 15 settembre 1924 a capo del Comune vi era un Commissario prefettizio, il commendator Carlo De Capitani da Vimercate, (rimarrà in carica dal settembre 1924 al marzo 1927), in attesa della nomina del podestà.

manifesto 1924 De Capitani commissario prefettizio

Manifesto di insediamento del Commissario Prefettizio Carlo De Capitani da Vimercate

Superata la crisi che era seguita alla scoperta del delitto Matteotti, Mussolini nel discorso del 3 gennaio 1925 dichiarava: «Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è nella forza». Contro l'opposizione, il governo fascista usa la forza dello Stato e quella delle squadre di azione.

Con il 1926 il fascismo si era trasformato in regime totalitario. Tutte le garanzie contemplate dalla Costituzione e dalle vecchie leggi liberali non esistevano più. Incontrastato dominava il fascismo e con poteri assoluti il “dittatore”. Battuti, incarcerati, costretti all'esilio, qualche volta eliminati fisicamente i suoi più decisi oppositori, il fascismo poteva ormai procedere incontrastato.

Dopo le leggi eccezionali molti antifascisti decisero di evadere dal grande carcere che stava divenendo l'Italia andando all'estero per levare dinanzi al mondo intero la protesta degli spiriti liberi contro la dittatura fascista.

Piazza libertà anni 40 2  

Lissone fine anni ‘30

 

Bruno Casati frequenta le scuole elementari di Via Aliprandi, a Lissone e le scuole professionali a Monza. Viene poi assunto alla Breda. All’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, lavora come meccanico presso il campo di volo. Ha vent’anni quando, l’8 Settembre 1943, Pietro Badoglio, capo del Governo italiano dal 25 luglio, chiede la resa incondizionata delle Forze Armate, annunciando alla radio la firma dell'armistizio con gli Alleati. Nel giro di pochi giorni tutte le principali città del nord e del centro Italia vengono occupate dai tedeschi.

Il 12 settembre 1943, Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da un Commando tedesco e portato in Germania. Ridotto ad un fantoccio nelle mani di Hitler, Mussolini, il 23 settembre 1943, proclama la “Repubblica Sociale Italiana”, formando un nuovo governo fascista la cui autorità si estende sul territorio della penisola occupato dai tedeschi.

Sui muri della Brianza compaiono bandi minacciosi del comando tedesco, insediato a Monza, che comminano la pena di morte per atti di sabotaggio, che vietano ogni assembramento e che impongono il coprifuoco dalle 9 di sera sino alle 5 del mattino.

Intanto verso la fine di settembre 1943 si formano i primi nuclei di partigiani sulle montagne lombarde. A Lissone alcuni antifascisti si ritrovano settimanalmente presso il bar della stazione, il cui gestore è un oppositore del regime.

 

È del dicembre 1943 il primo grande sciopero sotto l’occupazione tedesca, la prima grande sfida operaia contro industriali, fascisti e tedeschi. L'agitazione è la naturale conseguenza del malcontento operaio dovuto all'enorme aumento del costo della vita che si registra a causa della difficoltà degli approvvigionamenti, ma è dalla Caproni e dalla Magnaghi, dove esistono cellule comuniste in piena attività, che essa si propaga trascinando con sé quella di oltre 60 fabbriche di Milano e provincia.

Lo sciopero ha inizio il 12 dicembre e durerà sette giorni. La disponibilità delle masse alla lotta è enorme. L'inverno rigido, il poco cibo e la poca legna (o carbone) per scaldarsi, portano la gente alla disperazione. Non solo i licenziamenti continuano (sempre a causa della mancanza di materie prime e dei bombardamenti sugli impianti), i salari sono bassi, le tessere annonarie non coprono i fabbisogni quotidiani delle famiglie e i generi di prima necessità si trovano solo al mercato nero a un prezzo proibitivo.

Le fabbriche maggiori di Milano e di Sesto San Giovanni, si mobilitano al completo con Breda, Innocenti, Magnaghi, Ercole Marelli e Magneti Marelli, Olap, Pirelli, Radaelli, Elettromeccanica lombarda e Moto Garelli. Alla Breda sono la I e la V Sezione, composte dalle maestranze più qualificate, a svolgere la funzione di avanguardia di tutto il complesso industriale.

Le fabbriche in sciopero sono fondamentalmente quelle «protette», ossia mobilitate per la produzione bellica - dove i lavoratori vengono “trattati meglio” - ma dove l'antifascismo è anche più compatto. Qui, accanto alle richieste di natura economica, si rivendica la liberazione dei detenuti politici, molti dei quali sono ex membri delle Commissioni Interne.

Le autorità tedesche preoccupate delle ripercussioni delle agitazioni sulla resa della produzione finale, richiamano il Brigadeführer SS generale Paul Zimmermann, “l’incaricato speciale per la repressione degli scioperi”, già noto per aver sedato le agitazioni operaie nel torinese. Il Führer vorrebbe far arrestare qualche migliaio di persone da inviare in Germania.

Lo sciopero nel frattempo ha raggiunto dimensioni preoccupanti, estendendosi a un grande numero di officine siderurgiche e metallurgiche, meccaniche ed elettriche.

Sui lavoratori in sciopero vengono fatte intimidazioni dirette contro singoli operai scelti a caso. Dal 15 al 17 dicembre è un'altalena di minacce, fermi e promesse di miglioramenti salariali e alimentari. I datori di lavoro, quando non si fanno essi stessi responsabili della repressione (garantire la produzione significa per gli industriali continuare a ricevere dalla Germania le materie prime necessarie ed evitare il trasferimento degli impianti fuori dall'Italia), si nascondono dietro le autorità tedesche.

Le misure tedesche si fanno di conseguenza più pesanti: si intensificano gli arresti alla Breda, alla Olap, alla Falck, alla Cge, alla Singer.

Tra gli arrestati vi è anche Bruno Casati.

Ecco cosa racconta Angelo Signorelli nel libro “A Gusen il mio nome è diventato un numero”.

«Di notte la polizia fascista arriva a casa. Ci buttarono letteralmente giù dal letto. Mio fratello voleva cercare di scappare dalla finestra, ma poi non opponemmo resistenza, per evitare conseguenze ai nostri genitori. Ci portarono via in fretta e furia. Poi in caserma dei carabinieri di via Volturno a Monza con altri arrestati, tutti lavoratori presso le grandi industrie di Sesto San Giovanni (Falck e Breda) e di Monza (Singer e Hensemberger). All'alba il rastrellamento degli altri operai che avevano scioperato con noi era finito. C'era gente di Monza e Sesto San Giovanni. Fummo portati in prefettura a Milano e lì, oltre a noi c'erano dipendenti della Falck, della Breda, della Pirelli, della Marelli e di altre ditte. Fummo tutti interrogati senza diritto di replica, accusati di organizzazione e istigazione di scioperi e atti di sabotaggio contro la repubblica fascista. Ci mandarono a dormire al carcere di San Vittore, su un pagliericcio. ... Dopo due giorni fummo trasferiti tutti a Bergamo, in camion. Qui ci trovammo con altri operai rastrellati in giro per l'Italia, che si trovavano già lì da qualche giorno. Eravamo affamatissimi e come cibo ci davano una fetta di pane con del brodo per tutta la giornata».

Anche Bruno Casati viene rinchiuso nel carcere di Sant'Agata, ex monastero e dai primi anni dell' 800 destinato a carcere, situato a Bergamo Alta.

lettera carcere Bergamo r 

Una lettera di Bruno, recante la data 18 febbraio 1944, indirizzata alla zia Maria, sorella della madre, dal carcere di Bergamo, dove si trovava ancora detenuto in attesa di un processo.

 

In quei giorni di febbraio 1944 sui muri di Lissone erano comparsi manifesti recanti le norme di protezione antiaerea.

 

Racconta la sorella Piera, allora quattordicenne:«Con la mia amica Giacomina di sedici anni, quando possibile data la situazione di pericolo, ci recavamo a Bergamo in tram e con la funicolare raggiungevamo il carcere situato nella parte alta della città, portando a mio fratello Bruno del pane fatto in casa dalla nostra mamma». Per entrare nel carcere venivano perquisite, anche se in modo discreto data la loro giovane età.

Sempre in febbraio il governo di Salò emanava il bando di chiamata alle armi delle classi 1923, 1924, 1925, minacciando la pena di morte per i renitenti alla leva.

 

Ricorda Piera: «Mio fratello Erino si presentò alla chiamata alle armi con destinazione la città di Gorizia. Appena si presentò l’occasione, fuggì dalla caserma e, dopo varie peripezie, arrivò a Carugate, il paese di nascita di nostra madre, e trovò rifugio presso nostra zia Maria che lo nascose in un casolare di campagna». Da partigiano, Erino assumerà il nome di battaglia “Topo”.  A Lissone, invece, il diciannovenne Gianfranco De Capitani da Vimercate, viene arrestato: finirà i suoi giorni nel lager nazista di Ebensee.

Negli stessi giorni, sulle montagne della Valdossola un gruppo di partigiani muore combattendo contro reparti tedeschi e Brigate Nere: tra di loro il monzese Gianni Citterio.

Mentre procede lentamente l’avanzata delle forze alleate verso Roma, a cui si sono aggregati reparti di soldati italiani, il cosiddetto ”esercito del Sud”, verso la metà di marzo un gruppo di detenuti del carcere di Bergamo si appresta a partire. Tra loro anche Bruno Casati.

 

Dal racconto di Angelo Signorelli: «Il 17 marzo fu il giorno della partenza. Arrivarono anche i miei genitori da Monza ... Incolonnati, scortati da una parte dalle SS e dall'altra dai fascisti, andammo a piedi alla stazione, minacciati e picchiati. Nessuno sapeva né che cosa avevamo fatto, né dove eravamo diretti. Eravamo spaventati. I parenti ci avevano portato viveri e la gente generosa di Bergamo ci regalò fiaschi di vino. Fummo stipati a quaranta alla volta su carri-bestiame. Eravamo totalmente inconsapevoli della nostra sorte. Pensavamo di andare a lavorare da qualche parte. Noi di Monza eravamo fortunati, avevamo delle torte fatte dai nostri familiari e del vino e ci dividemmo tutto. Cercammo di staccare qualche asse di legno per scappare».

 

Racconta Piera: «Durante una sosta, Bruno con altri quattro compagni riesce a fuggire dal treno. Dopo varie peripezie, si unisce ai partigiani che operano nell’alto novarese, in Valsesia e nel Verbano Cusio Ossola, con il nome di battaglia “Matteotti”». 

Bruno fa parte della II Divisione d’Assalto “Garibaldi”, 15a Brigata, Battaglione “Volante Azzurra”  Distaccamento Meneghini (i fratelli Meneghini, Bruno e Gino, erano caduti in Val Strona il 9 maggio 1944). Il comandante del battaglione era Ettore Carinelli, nome di battaglia Ettore.

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Ingrossandosi le fila dei partigiani, il battaglione diventa Brigata “Volante Azzurra” inquadrata sempre nella 2a Divisione d’Assalto Garibaldi.

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Tesserino di riconoscimento di Bruno Casati, membro della Brigata “Volante Azzurra”

 

La “Volante Azzurra”, dislocata nel novarese, operava alle pendici del Mottarone e nel Verbano-Cusio-Ossola.

Il suo principale compito era di effettuare azioni di sabotaggio e di disturbo ai presidi nazifascisti.

Racconta un vecchio partigiano appartenente alla formazione: «Erano dei ragazzi meravigliosi, fra i migliori di quanti ebbi l’onore di avere vicini durante “la stagione migliore della nostra vita”».

Dopo il tradimento del comandante della brigata, “Taras”, (una volta scoperto, fu processato, condannato a morte e quindi fucilato), la “Volante Azzurra” passò pressochè al completo alla 10a Brigata “Rocco”, (Rocco Bellio, partigiano fucilato in Valsesia nell'aprile del 1944), inquadrata nella 2a Divisione Garibaldi “Redi”.

Nel volgere di pochi mesi la formazione garibaldina s'ingrandì con i renitenti ai bandi della Repubblica Sociale Italiana (divenendo la 10a brigata "Rocco") e con l'afflusso di altri battaglioni provenienti dalla Valsesia divenne la 2a Divisione Garibaldi "Redi", nome di battaglia di Gianni Citterio, monzese, caduto a Megolo.

Divisione Redi 

I Garibaldini della 10a Brigata Rocco, operativa dall’estate del 1944, erano stanziati sulle alture che si affacciano al Lago d'Orta, porta dell'Ossola e via d'accesso alla Svizzera per il passo del Sempione.

La 2a Divisione Garibaldi “Redi” fu tra le protagoniste delle grandi battaglie per la liberazione di quella zona, dal luglio all'ottobre del 1944, che ebbero il loro culmine nella creazione della libera Repubblica dell’Ossola.

La Repubblica dell’Ossola, nata nell’agosto del 1944, durò solamente 33 giorni. Era un vasto territorio occupato dai partigiani che diventò un vero e proprio Stato con un governo, un esercito e una capitale: Domodossola. Fu un esperimento democratico che stupì il mondo intero perché venne realizzato all’interno di un paese in guerra.

Quando smobilitò, la Divisione era la più forte e numerosa formazione partigiana del Verbano-Cusio-Ossola, comprendo oltre 1500 uomini.

In quei giorni il ventiduenne Bruno Casati conobbe Aldo Aniasi, il comandante Iso, che era salito tra quelle montagne con una “banda di ribelli” dopo l' 8 settembre 1943. Diceva Iso: «Il partigiano  deve attaccare e sottrarsi al combattimento. Organizzare imboscate contando sulla sorpresa. Più che ogni altra attività umana, la guerriglia si impara praticandola». Lui la imparò nell'alta Valsesia. Qualche mese dopo la insegnava già ai più giovani, a quelli che non avevano mai maneggiato un fucile, e agli altri che lo incalzavano per l'ansia di attaccare. Impiegò meno di un anno, per passare da soldato semplice a comandante: alla testa della seconda divisione Redi. Era un capo partigiano stimato e seguito, Aldo Aniasi, intelligente, esperto a soli 23 anni.

Comandanti partigiani Ossola  

Comandanti partigiani dell'Ossola: Aniasi è il primo a sinistra

      Bruno incontrò anche Cino Moscatelli, organizzatore della guerra partigiana in Valsesia. Come commissario politico del raggruppamento Divisioni Garibaldi del Cusio-Verbano-Ossola conquistò presto vasta popolarità, ma soprattutto fama di temibile avversario presso i tedeschi e i fascisti.

Tra i documenti custoditi con cura da Bruno Casati quello recante le firme dei due famosi capi partigiani, Iso e Cino.

firma ISO r 

La firma Pippo è di Pippo Coppo, dirigente del Pci clandestino e commissario garibaldino della 2a Divisione “Redi”. 

Per alimentare la Resistenza partigiana sulle montagne, per mantenere i collegamenti tra le varie formazioni, tra “i ribelli” e gli antifascisti locali e i Comitati di Liberazione locali, un ruolo fondamentale fu svolto dalle donne.

Racconta Marta: «L'8 settembre, quando, diciamo, si è sfasciato l'esercito, naturalmente ho scelto questa strada, perché ho capito che questi ragazzi in montagna avevano bisogno anche dell'apporto delle donne. Loro da soli non potevano, perché quelli che erano lassù, in montagna, non potevano naturalmente venire in città, perché sarebbero stati arrestati. Ed allora mi sono decisa a fare la staffetta. Ho cominciato ad andare avanti e indietro, con la mia bicicletta, a portare armi, munizioni, documenti, notizie, medicinali, viveri, secondo quello che poteva servire».

Gruppi operativi femminili si segnalarono, durante la Resistenza, attraverso la raccolta di indumenti, medicinali, alimenti per i partigiani e si adoperarono per portare messaggi, custodire liste di contatti, preparare case-rifugio, trasportare volantini, opuscoli ed anche armi.

 

Piera Casati, sorella di Bruno, giovanissima staffetta partigiana.

Piera, oltre al mantenimento dei contatti tra la sua famiglia e Bruno, quando questi si trovava rinchiuso nel carcere di Bergamo, ebbe un ruolo importante: fu una giovanissima staffetta partigiana.

Il suo compito principale era quello di postina.

 

Racconta Piera: «A casa Irene spesso arrivava una ragazza in bicicletta, le cui generalità, credo per motivi di sicurezza, non erano note a nessuno della nostra famiglia. Lasciava un “fagottino” con l’ordine di recapitarlo a Bruno. Senza aprirlo e senza conoscerne il contenuto, lo legavo in vita sotto i vestiti, e, accompagnata dalla zia Maria di Carugate, dove si nascondeva Erino e dove operavano partigiani delle SAP (Squadre di Azione Patriottica), con mezzi di fortuna, su carretti, furgoni, percorrendo anche dei tratti a piedi tra i vigneti, raggiungevamo Cavaglio d’Agogna, paesino sulle colline novaresi. Qui ci recavamo in una cascina di proprietà di Giovanni Tacca, che era una delle basi di collegamento con i partigiani operanti sulle montagne della zona. A Giovanni consegnavamo il fagottino e trascorrevamo la notte nella cascina». I Tacca erano una di quelle famiglie contadine che hanno avuto un’importante funzione nella Resistenza, prestando con generosità aiuto ai “ribelli”, anche nei momenti di pericolo, a volte mettendo a rischio la propria vita o correndo il rischio di vedersi incendiata la casa dai fascisti o dai tedeschi.

All’indomani, Piera e Maria ripartivano alla volta di Lissone con qualche lettera di Bruno.

           Casa Irene, l’abitazione di Via Trieste della famiglia Casati, è soggetta a frequenti ispezioni da parte dei fascisti. Cercano Bruno ed Erino. Un giorno penetrano di soppiatto nella casa intimando ai presenti di tenere le mani alzate; inutilmente, perquisiscono ogni locale minacciando di fucilare papà Carlo, operaio alla Falk, se non rivela il nascondiglio dei figli.

Nonostante i pericoli, Bruno, dopo la caduta della Repubblica dell’Ossola, decide di venire a Lissone per rivedere i genitori. Dal racconto della sorella Piera: «Bruno arriva di nascosto a casa per trascorre qualche giorno in famiglia. Il suo arrivo a Lissone viene però notato: l’irruzione di alcuni fascisti locali, probabilmente allertati da qualche spia, lo costringono ad allontanarsi rapidamente. Per la fuga precipitosa, lascia una pistola sotto il materasso. Mia mamma, al corrente del nascondiglio, onde evitare spiacevoli conseguenze, si precipita verso il letto dove aveva dormito Bruno, solleva il materasso, prende la pistola e la nasconde nelle mie mutandine». Piera per la paura scoppia in un riso isterico mentre sale rapidamente le scale per raggiungere il gabinetto situato al primo piano.

A Maria Antonietta, figlia di Bruno Casati, sono rimasti impressi nella memoria alcuni episodi della vita da partigiano di papà, come le sono stati da lui raccontati. «Nell’ autunno del 1944, un'imboscata ci sorprese nel sonno e fummo costretti a scappare senza scarpe, solo coi mutandoni di lana attraversando il bosco per raggiungere un torrente che dovemmo traghettare per sfuggire all'agguato». Ricorda Maria Antonietta «Papà non dimenticò mai le spine dei ricci che gli si infilarono nei piedi!».

Prosegue Maria Antonietta: «La paura più grande – mi disse mio padre - la provai quando dovetti attraversare la stazione ferroviaria di Lissone, presidiata dai tedeschi, con uno zaino in spalla in cui vi erano delle armi nascoste sotto qualche pezzo di legna». 

      Col sopraggiungere dell’inverno il fronte che opponeva gli Alleati ai tedeschi si era attestato sulla cosiddetta “linea gotica”, che partiva dalle Alpi Apuane, a nord di Pisa, e raggiungeva il mare Adriatico a nord di Ravenna.

Le condizioni della popolazione lissonese erano pesanti: freddo, causato dalla mancata distribuzione della legna da ardere, penuria di alimenti, particolarmente aggravate dall'insufficienza o totale mancanza dei mezzi di trasporto necessari per ritirare i generi dalle località lontane.

Con l’arrivo della primavera, la fine della guerra si avvicina.

Molti partigiani, tra cui Bruno, scendono dai monti per prepararsi all’insurrezione. Rino e Bruno arrivano a Lissone. Prendono contatti con i membri del locale Comitato di Liberazione Nazionale.

Scrive Angelo Cerizzi in Appunti su uomini e fatti dell’antifascismo lissonese: «Nei primi mesi del 1945 gli incontri clandestini divennero numerosi. Quelli che avvenivano fra persone notoriamente antifasciste non potevano non sollevare sospetti e dovevano effettuarsi con molta cautela: diverse riunioni si svolsero così sulle panchine della stazione di Monza o del piazzale prospiciente la stessa come fra persone in attesa del treno. Le riunioni invece del CLN avvenivano, specie durante la stagione invernale, in casa di Volfango (Gaetano Cavina), la quale offriva, in caso di pericolo, la possibilità di eclissarsi attraverso i tetti.

L'attività relativa alla ricerca di armi e per i collegamenti militari veniva affidata dai singoli partiti del CLN ad un loro incaricato che si metteva in contatto con il comandante politico della 119a Brigata Garibaldina nella persona del geometra Riccardo Crippa (Ettore).

Nonostante tutte le precauzioni e le cautele con cui si agiva, proprio nei giorni precedenti la Liberazione si verificò un episodio che portò un certo scompiglio fra tutti i responsabili del movimento clandestino. La delazione ai danni di due patrioti delle SAP portò anche all'arresto di una loro zia la notte del 19 aprile. Furono trovate oltre ad una pistola, una lista di patrioti con i rispettivi incarichi per la imminente insurrezione: furono tutti immediatamente arrestati».

Tra di loro vi erano Bruno ed Erino Casati.

documento carcere Monza mod 

«Tradotti alla Villa Reale di Monza furono divisi per interrogarli. I primi arrestati con la zia furono malmenati, addentati da cani aizzati dagli aguzzini, bastonati per ottenere una confessione. Gli altri subirono pure tormenti e vessazioni. Furono tutti avvertiti che li aspettava la fucilazione in piazza a Muggiò quale rappresaglia per l'uccisione di un sottufficiale tedesco. L'attesa divenne spasimo in quel precipitare di eventi. L'incertezza che in quegli sgherri prevalesse la ferocia all'istinto di conservazione - cioè la fuga - provocava in loro una tortura troppo difficile da descrivere se non da chi la sofferse. Per quell'arresto Lissone avrebbe potuto piangere un altro gruppo di fucilati. La situazione si fece drammatica anche per i componenti del Comitato, che, avvertiti immediatamente dalle informatrici del grave pericolo che correvano perché ormai indiziati, si dispersero spostandosi giorno e notte alla periferia del paese.

Il CLN si riunì per l'ultima volta clandestinamente il 24 sera ed il 25 mattina lanciò al popolo il proclama della Liberazione, insediandosi come autorità riconosciuta insieme all'Amministrazione Comunale scaturita dal Comitato stesso, mentre venivano liberati gli ultimi patrioti detenuti alla Villa Reale».

           Finita la guerra, Bruno tornò alle sue attività lavorative. Racconta Maria Antonietta: «Papà, però, volle completare i suoi studi prediligendo le materie scientifiche. Diverse furono le occasioni di incontro con i compagni partigiani con i quali aveva vissuto più di quindici mesi e, purtroppo, con i famigliari dei diversi caduti» (152 furono i caduti della 2a Divisione Garibaldi “Redi”). Inoltre, quel profondo legame di stima e di riconoscenza che si era stabilito tra Bruno e la famiglia Tacca si mantenne negli anni. Prosegue Maria Antonietta: «Io e le mie sorelle andavamo spesso con papà a Cavaglio d'Agogna a trovare Maria Tacca, rimasta vedova, e il figlio Eligio. Nostro padre non dimenticò mai l'aiuto che gli aveva prestato, nascondendolo e rifocillandolo, come una madre, in alcuni momenti difficili della vita da partigiano».

 

Diceva un partigiano lissonese che era stato con Bruno Casati in Valdossola: «Certo combattendo volevamo un futuro diverso. Prima di tutto abbiamo lottato per cacciare i tedeschi dal nostro paese e i fascisti che erano i loro servi; poi abbiamo lottato per creare un'Italia democratica».

E un’altro ex partigiano, nel 1964, in occasione di un raduno dei componenti della 2a Divisione Garibaldi “Redi”: «Allora forse eravamo un poco “matti”, tuttavia, malgrado le delusioni, le umiliazioni e le amarezze a causa di un’Italia che volevamo migliore e diversa, penso che tutto sommato “ne é valsa la pena!”. A patto che si vada avanti. Nella direzione indicata dalla Resistenza».

E oggi?

Scrive l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che aveva fatto parte del Corpo Italiano di Liberazione “l’Esercito del Sud” combattendo a fianco degli Alleati: «Dove sono i valori, la passione civile, la fiducia negli ideali che hanno infiammato generazioni di giovani disposti a ogni sacrificio personale? Purtroppo ora mi rendo conto che sto vivendo in un paese ben diverso da quello che avevo sognato in gioventù». Penso che anche il partigiano Bruno Casati sarebbe stato dello stesso parere.

Ho potuto ricostruire alcuni momenti della vita da partigiano di Bruno Casati dalle testimonianze della sorella Piera e della figlia Maria Antonietta. Un ringraziamento particolare anche per aver messo a mia disposizione documenti preziosi, parte dei quali sono inseriti nel testo.

Un ringraziamento va anche a direttori dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli "Cino Moscatelli" e dell’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea nel Novarese e nel Verbano Cusio Ossola "Piero Fornara" per avermi fornito le informazioni in loro possesso.

                                                                                 Renato Pellizzoni

 

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Santino Lissoni

11 Octobre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Santino Lissoni

L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia Sezione “Emilio Diligenti” di Lissone ricorda Santino Lissoni e ne onora la memoria per la sua opposizione al regime fascista, dapprima come tipografo della cosiddetta “stampa clandestina”, poi come combattente nel Corpo Italiano di Liberazione, “l’Esercito del Sud”, a fianco degli Alleati.

Terminata la guerra, rientrato a Lissone nei giorni successivi alla Liberazione, aveva ripreso subito la sua tanto amata professione di tipografo, prodigandosi, tornata la libertà di stampa, nella realizzazione di manifesti e pubblicazioni, tra cui quelli per la “Festa del Lavoro” del I Maggio 1945, la prima festa dell’Italia liberata.

È stato attivamente impegnato nella vita politica locale, ricoprendo anche l’incarico di Consigliere comunale.

A Santino Lissoni nel gennaio 2007, L’ANPI di Lissone aveva conferito la tessera ad honorem dell’associazione.

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Maria Nella Cazzaniga così lo ricorda:

Cari amici,

in questi giorni è mancato Santino Lissoni, una persona che ho conosciuto quando avevo i calzini corti e mi sento veramente vicina a tutta la famiglia che ha vissuto con riserbo momenti veramente difficili, difficile come sarà l’elaborazione del lutto che si dipanerà nel tempo ma  senza nulla dimenticare. Lo avevo conosciuto mediante la stessa militanza politica, insieme a tanti suoi amici, come Alfredo Pozzi, Rinaldo Comi e tanti altri. Così giovandomi di un prezioso lavoro di vecchi documenti, fotografie, una vera storia del PCI di Lissone fino ai Ds  ho ripercorso un po’ della sua vita. In quel carteggio ho trovato un documento da lui sottoscritto nel 1972, come consigliere comunale dello PSIUP, che  voleva rendere partecipe l’Amministrazione Comunale per la chiusura di alcune fabbriche  e della conseguente  difficoltà per tanti lavoratori e per le loro famiglie: chiusure, ma anche violazioni delle libertà sindacali, con minacce a componenti della commissione interna in questo caso della IVM.  Chiedeva, quella interrogazione un atto di solidarietà da parte del sindaco  e dell’intero consiglio comunale verso i lavoratori e i loro rappresentanti.  Di quanti problemi si occupava a livello istituzionale con quei comunisti dal profilo amendoliano e riformista: dei lavoratori, del problema dei quartieri della produzione e dello sviluppo dell’artigianato mobiliero,  dell’apertura dell’Asilo Nido, etc. Poi aderì al PCI e  operò con tenacia, insieme ad Alfredo ed altri per una vera svolta di apertura culturale, inserendo nelle elezioni del 1975 nella lista comunista, un buon numero di Indipendenti Autonomi, persone non iscritte ai partiti, per un rinnovamento, per “superare le chiusure, per colmare la frattura che si è creata in questi anni fra cittadini lissonesi, partiti e  Amministrazione Comunale, per allargare la classe dirigente, per concorrere ad una maggiore efficienza  ed autorevolezza del  Comune”.   Facevano da apertura nel frontespizio di quei fogli spartani di propaganda elettorale alcune bellissime colombe simbolo di pace disegnate da Gino Meloni, poi candidatosi nell’80 sempre nel Gruppo Autonomo degli Indipendenti.  Quei fogli erano stampati dalla Tipografia Lissoni. Una vita la sua  intensa, passata anche da un fattivo contributo alla lotta di Liberazione, una vita sempre stretta  con gli affetti famigliari e dedita al proprio lavoro. Non sarà strano pensare di vederlo, in qualche pausa dall’attività, parlare animatamente in via Baldironi con tanti amici e conoscenti, sempre attento fino a qualche settimana fa a tutte le cose del mondo e della sua città. Da parte mia e di tanti altri un forte abbraccio  all’amica Cosetta.   

Maria Nella Cazzaniga

Lissone, 9 ottobre 2011

Santino Lissoni Giornale di Monza

Santino Lissoni era nato a Lissone nel 1925.

Il paese, allora, contava quasi 13.000 abitanti.  Da due anni a capo del Governo italiano vi era Benito Mussolini, a cui il re Vittorio Emanuele III aveva dato l’incarico dopo la cosiddetta “marcia su Roma” dei fascisti. Nelle elezioni politiche dell’aprile 1924, il Listone di Mussolini, che su scala nazionale aveva ottenuto una media del 60% dei votanti, in Brianza aveva riscosso un misero 18,7 %, uno dei peggiori risultati elettorali d’Italia. A Lissone il Listone di Mussolini era stato votato solamente da 307 elettori (il 13,2 % dei lissonesi votanti). I voti dei lissonesi erano andati al partito Popolare (1069), al partito socialista (432) e al partito Comunista (326).Allora la furia di Mussolini si era abbattuta sulla Brianza. Una raffica di violenze colpì le istituzioni cattoliche e quelle socialiste. Con l'aiuto di squadre fasciste giunte dalla Bassa milanese e da Milano furono distrutti circoli cattolici e socialisti; a Monza furono devastate le sedi de «Il Cittadino» e della Camera del Lavoro.

A Lissone la vendetta fascista si scatenò sull’Osteria della Passeggiata, con danni materiali e percosse ai presenti, e sul circolo della gioventù cattolica San Filippo Neri.

Inoltre, nel mese di maggio, il leader socialista Giacomo Matteotti, che in un suo discorso alla Camera aveva attaccato Mussolini e le sue squadre di picchiatori, venne barbaramente assassinato da un gruppo di “fedelissimi” del capo del governo. Il delitto Matteotti scosse la coscienza del paese, ma nonostante ciò, il 3 gennaio 1925, Mussolini si presentò alla Camera e si assunse in prima persona la responsabilità dell’uccisione di Matteotti.

Santino Lissoni aveva quindici anni, nel 1940, quando l’Italia venne trascinata in una guerra inutile e sciagurata dal fascismo, che "aveva fatto della guerra un dato fondamentale della propria azione politica e dell'educazione dei giovani”.

In quell’anno Santino inizia la sua attività lavorativa, come apprendista, presso la tipografia Mariani. Frequenta il centro sportivo della Pro Lissone. Il “salone” di Via Dante, in perfetta linea con i principi fascisti del culto del corpo e dell'esercizio fisico, era un punto di riferimento per i giovani lissonesi. Tra gli amici di Santino vi è “Gianni”, Gianfranco De Capitani da Vimercate, a cui è particolarmente legato e con il quale partecipa a diverse gare di corsa campestre.

Nel 1943 la classe 1925 e’ chiamata alla visita militare. Era tradizione che i coscritti, non avendo i soldi per fare dei manifesti, scrivessero sui muri del paese frasi inneggianti alla classe di appartenenza. I lissonesi vi ritrovavano così altre scritte che non fossero quelle di regime con le massime del duce. I coscritti del ’25, nottetempo, scrivono con la calce sui muri della città “W la classe della marmellata” (in periodo di razionamento dei generi alimentari, la marmellata era concessa fino ai ragazzi di età inferiore ai 18 anni) e W la “mica fresca” (mica in dialetto sta per pane).

La notizia in parte distorta arriva a Radio Londra, molto ascoltata in Italia, anche se il regime ne proibisce l’ascolto pena l’arresto e il sequestro dell’apparecchio radio. Durante una delle famose trasmissioni rivolte all’Italia viene trasmessa la notizia che a Lissone vi era stata una “protesta del pane”. E’ anche vero che la fame era tanta soprattutto per dei giovani prestanti frequentatori della palestra della Pro Lissone.

Santino entra in contatto con un gruppo di antifascisti lissonesi che si ritrovano presso la Trattoria con alloggio Ronzoni (nella curt di Gergnit). 

 Domenica 27 Febbraio 1944, Santino e l’amico Gianfranco con altri giovani della Pro Lissone, si ritrovano in stazione e in treno arrivano ad Albate, per partecipare ad una corsa campestre.  E’ una bella giornata di sole, anche se il paesaggio e’ imbiancato per una recente nevicata. Sarà questa l’ultima domenica di libertà per Gianfranco De Capitani da Vimercate, antifascista e renitente alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale italiana di Mussolini: Gianfranco viene arrestato, trasportato in Germania dove morirà, dopo pochi mesi, nel lager nazista di Ebensee.

L’arresto del suo amico del cuore è un grave colpo per Santino. Nonostante ciò, diventato ormai un abile tipografo, dà il suo contributo agli antifascisti del circondario di Lissone nella stampa di volantini e giornali di propaganda contro il regime: spesso, nottetempo, viene trasportato in auto, bendato, in stamperie clandestine della zona (precauzione operata dagli antifascisti che operano in clandestinità, per evitare, in caso di arresto di uno dei membri, che venga scoperta la stamperia).

Intanto anche a Lissone, il 15 maggio 1944, si costituì il CLN lissonese i cui compiti principali erano la preparazione e il coordinamento delle azioni di disturbo al nemico, l’aiuto alle vittime del fascismo.

Il gruppo comunista fu il primo in paese a organizzarsi per la lotta clandestina formando le SAP, comprendenti volontari lavoratori con un capo responsabile e affiancate dal Comitato di agitazione e propaganda, da cellule nei vari stabilimenti, dalle Donne Patriote, che diedero così valido aiuto alla causa, il tutto sotto controllo di un commissario politico. In quel periodo a Monza, nel corso di un'azione di raccolta di armi, il socialista Davide Guarenti, che aveva abitato a Lissone per alcuni anni svolgendo l’attività di vigile urbano, venne arrestato con altri attivi antifascisti e portato nel campo di concentramento di Fossoli, dove venne fucilato il 12 luglio.

Alle violenze tedesche si sommavano le ancora peggiori violenze perpetrate dalle varie polizie fasciste che la Repubblica di Salò aveva regalato al padrone nazista per i più bassi servizi.

Intanto gli inviti ai renitenti alla leva si erano fatti pressanti. Su ordine del CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), l’11 giugno 1944, a Lissone, una squadra delle SAP portò a compimento un attentato: due fascisti vennero fatti oggetto di lancio di bombe a mano; uno morì immediatamente, l'altro dopo qualche giorno. Vennero arrestati quattro patrioti lissonesi: Pierino Erba e Carlo Parravicini, che furono fucilati in piazza a Lissone, Remo Chiusi e Mario Somaschini, che subirono la stessa sorte il giorno dopo in Villa Reale a Monza. Negli stessi giorni fu pure arrestato Giuseppe Parravicini, sindacalista comunista, che, incarcerato a San Vittore e processato, fu deportato ad Auschwitz, da dove riuscì a tornare; debilitato nel fisico, parteciperà comunque come membro del CLN lissonese alle ultime fasi della Liberazione.

Santino allora decise allontanarsi da Lissone e con mezzi di fortuna raggiunse l’Italia centrale già liberata dagli Alleati. Da un suo racconto: «Mi è capitato anche di correre per un giorno intero, rifocillato da qualche contadino: allora ero allenato!» L’ultima notte, prima di superare la linea del fronte, stremato trova rifugio presso un cascinale e trascorre la notte nascosto in una buca sotto del fieno. All'alba, viene risvegliato da colpi di mortaio.

Si unisce ai soldati del Corpo Italiano di Liberazione “l’Esercito del Sud” a fianco degli Alleati.

Arriva il 25 aprile, l’Italia è liberata: finisce la guerra in Italia con la sconfitta tedesca e la fine definitiva del regime fascista.

Dopo qualche giorno Santino ritorna a Lissone e subito riprende il lavoro in tipografia: grande fu la sua gioia per aver contribuito a stampare il manifesto, affisso nelle vie di Lissone, che annunciava la grande manifestazione del I maggio 1945, la prima festa del lavoro nell’Italia finalmente libera.

Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale Santino si impegnò nella vita politica locale, pur attraversando momenti di amarezza perché non vedeva realizzarsi quegli ideali per cui tanti giovani avevano lottato. Diventò anche consigliere comunale, tra i banchi dell’opposizione.

Santino Lissoni, non dimenticando l’amico morto in un lager nazista, si prodigò per fare intitolare un luogo di Lissone a Gianfranco De Capitani da Vimercate.

Nel gennaio 2007, L’ANPI di Lissone gli consegnò la tessera ad honorem dell’associazione.

 

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l’ANPI lissonese li ricorda

15 Juin 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Lissone, 17 giugno 1944

Nel giugno 1944 piombo nazifascista stroncava le giovani vite di cinque lissonesi : Attilio Meroni, fucilato in Valdossola, di anni 19, Pierino Erba, di anni 28 e Carlo Parravicini, di anni 23, fucilati a Lissone nell’attuale Piazza Libertà, Remo Chiusi e Mario Somaschini, di anni 23, fucilati a Monza in Villa Reale.

Nel 67° anniversario del loro sacrificio per la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dal regime fascista, l’ANPI lissonese li ricorda.

 

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In seguito ad alcune nostre ricerche presso gli Archivi di Stato di Milano, abbiamo rinvenuto i documenti originali che attestano l’avvenuta esecuzione dei nostri concittadini, operata da membri delle SS naziste e squadristi della Repubblica Sociale Italiana.

 

 

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in memoria di Ercole Galimberti, partigiano lissonese

9 Mai 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Quaranta lissonesi in Val di Susa per ricordare Ercole Galimberti.
Domenica 8 maggio 2011
“VIAGGIO DELLA MEMORIA” a Coldimosso, frazione di Susa (TO), in ricordo del diciottenne lissonese Ercole Galimberti, fucilato per rappresaglia a Coldimosso, dai nazifascisti, il 9 marzo 1945, con altri quattro partigiani che combattevano per la libertà in Val di Susa.
L’iniziativa è realizzata in collaborazione con l’ANPI di Bussoleno.
 
Domenica 8 maggio, una delegazione della sezione dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Lissone ha partecipato, insieme ad un nutrito gruppo di cittadini lissonesi, alle celebrazioni, organizzate dall’ANPI di Bussoleno, in memoria di cinque partigiani uccisi dai nazisti a Coldimosso, frazione di Susa, il 9 marzo 1945, tra cui il nostro concittadino Ercole Galimberti, che all’epoca aveva solo diciotto anni. Erano presenti anche le figlie della sorella di Galimberti. Sul luogo dell’eccidio, dove sorge un cippo a perenne ricordo, sono stati deposti fiori e sono stati pronunciati discorsi commemorativi. Hanno parlato i sindaci dei quattro comuni della Val di Susa, situati nelle vicinanze di Coldimosso, e il presidente dell’ANPI di Lissone, Renato Pellizzoni. Molto toccante l’intervento di un vecchio partigiano, nome di battaglia Angelo, che ha rievocato i mesi trascorsi nelle fila della Resistenza e non ha mancato di richiamare l’importanza di difendere e preservare i valori e gli ideali che furono alla base dell’impegno e del sacrificio di tanti giovani per la conquista della libertà e della democrazia per il nostro Paese.
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articolo da Susa
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Luigi Erba, un partigiano lissonese in Val d’Ossola

13 Août 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

«Certo combattendo volevamo un futuro diverso. Prima di tutto abbiamo lottato per cacciare i tedeschi dal nostro paese e i fascisti che erano i loro servi; poi abbiamo lottato per creare un'Italia democratica».

 

Luigi-Erba.jpgCresciuto in una famiglia di antifascisti, Luigi, classe 1923, all’età di 21 anni era stato tra i partigiani della Repubblica dell’Ossola, con il nome di battaglia "China". Era cugino di Pierino Erba, fucilato in piazza Libertà il 16 giugno 1944. Ha trascorso diciotto mesi della sua vita sfidando il pericolo, in lotta contro i tedeschi e fascisti, in difesa della libertà.

La Repubblica dell’Ossola, nata nell’agosto del 1944, durò solamente 33 giorni. Era un vasto territorio occupato dai partigiani che diventò un vero e proprio Stato con un governo, un esercito e una capitale: Domodossola. Fu un esperimento democratico che stupì il mondo intero perché venne realizzato all’interno di un paese in guerra.

L'Ossola non fu la sola zona a liberarsi e ad autogestirsi nell'estate 1944. La sua vicenda ebbe maggiore risonanza per la vastità del territorio, l'elevato indice demografico, il notevole livello di industrializzazione, la collocazione geografica che consentiva da una parte di controllare l'importante valico ferroviario e stradale del Sempione e dall'altro di costituire per i tedeschi una potenziale minaccia sulla pianura padana tra Torino e Milano.

Nella zona liberata si costituì quel modello sperimentale di gestione della cosa pubblica che, sotto il nome di «Giunta Provvisoria di Governo dell'Ossola», seppe esercitare il suo potere in ogni settore della vita politica-amministrativa, mantenendo l’ordine pubblico nell'intero territorio.

Luigi era tornato, mentre un altro partigiano lissonese, il diciannovenne Attilio Meroni, catturato dai tedeschi in un’azione di rastrellamento, venne fucilato e il suo corpo rimase disperso tra quei monti.

Le Repubbliche partigiane si fondarono su quei principi di democrazia, libertà, giustizia, solidarietà che saranno poi inseriti nella nostra Costituzione repubblicana.

Piero Calamandrei, partigiano e membro dell'Assemblea Costituente, rivolgendosi ad un gruppo di studenti universitari milanesi, diceva:

«Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, voi giovani dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, … che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta… . Non è una carta morta, questo è un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità; andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì e nata la nostra Costituzione».

In quegli articoli sono custoditi gli ideali per cui molti italiani si sono battuti, tra cui anche Luigi Erba.

Elettromeccanico presso un'azienda di Milano e a Lissone presso la tessitura Pontelambro, dipendente della ditta Arosio Prà e del mobilificio Ivm, Erba si sposa nel 1965. Morta la moglie nel 1989, l'anno dopo vende l'appartamento di via Carducci dove abitava e inforcata la bicicletta raggiunge la casa di riposo in via Don Bernasconi. E lì fissa la nuova dimora.

Riportiamo alcuni brani di un’intervista rilasciata da Luigi Erba a Livio Gatti e pubblicato su “IL CITTADINO” del 12 aprile 2003.

L'inizio della vita partigiana.

Racconta Luigi Erba: «Siamo partiti da Monza su un camion camuffati da tedeschi, direzione Milano. Avevo 20 anni. Con le ferrovie Nord siamo giunti a Varese. Su di un barcone, nottetempo, abbiamo percorso il lago Maggiore. Attraverso paesi e valli in 25 approdiamo in Val d'Ossola. In quei territori nei mesi di agosto e settembre 1944 fu istituita una repubblica partigiana, poi sopraffatta dai tedeschi. Con noi c'era il nostro comandante che parlava tedesco. Ai controlli presentava documenti falsi. La nostra giornata si svolgeva sui monti, tra i boschi. Alcune volte scendevamo nei paesi dove la gente ci proteggeva. Ma qualche delatore ci denunciava ai nemici, sia tedeschi che fascisti.

Eravamo aggregati in gruppi di una decina di partigiani. La mia era la brigata ''Antonio di Dio per la giustizia e la libertà", di ispirazione cattolica. Il nostro capo era in collegamento con il comandante partigiano Beltrami, politicamente di colore opposto al nostro. Ma si combatteva per gli stessi ideali. La nostra era vita vissuta alla macchia. Percorrevamo tutta la Val d'Ossola sino a Novara attraverso Bognanco, Villadossola, Piedimulera, Santa Maria Maggiore. Il nostro comando aveva sede a Villadossola e a Ornavasso. Nei nostri movimenti incontravamo partigiani arrivati dalla Brianza. Le armi le procuravamo con la cattura dei militari nostri nemici. A Fondo Toce 42 furono fucilati con il loro cappellano. Uno solo, ferito, riuscì a fuggire».

Attento osservatore, lettore interessato, Luigi Erba negli ultimi anni della sua vita, trascorsi alla casa di riposo di Lissone, è stato invitato in molte occasioni nelle scuole per raccontare ai ragazzi la sua vita di partigiano, accolto con interesse e curiosità.

A Luigi Erba, morto il 19 gennaio 2008, era stata consegnata la tessera onoraria dell’ANPI in occasione del “Giorno della Memoria” 2006.

 

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Attilio Meroni

13 Août 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Verso la metà di giugno del 1944, una folta colonna partigiana comandata dal maggiore Superti, Bruno e Adolfo Vigorelli e da Mario Morandi, inseguita e braccata da forze tedesche, sta risalendo le boscose ed infide balze della Val Grande.


(Siamo in Piemonte, sopra Verbania e Mergozzo, ancora più a nord c'è la Val Vigezzo, ed è in atto una violentissima battaglia scatenata dai nazisti per smantellare la Repubblica partigiana dell'Ossola, valle che si apre subito ad ovest). Piove forte da giorni e lungo il corso dei torrenti la grande umidità, che rassomiglia a nebbia, protegge la marcia del gruppo… Giunta in prossimità dell'Alpe Portaiola, si dispone in fila indiana, scende il versante e si avvicina alle baite sperando di trovarvi cibo e ristoro. Qui i tedeschi, prevedendone il passaggio, le hanno teso un'imboscata acquattandosi più a monte, al riparo di alcuni ricoveri. Approfittano di un improvviso diradarsi della nebbia, aprono un micidiale fuoco di mitragliatrici e fanno letteralmente strage di partigiani: tra morti e feriti, subito finiti col colpo di grazia, rimangono sul terreno non meno di trenta uomini. Chi miracolosamente si salva, i feriti leggeri, soprattutto gli ultimi della colonna che, all'apertura del fuoco, si trovavano lontani, ancora al di là del torrente Val Grande, si disperdono in una fuga convulsa. Qualcuno è scovato e finito nei setacciamenti subito messi in atto, qualcun altro vaga disperato alla ricerca di un rifugio, di bacche e di acqua per sopravvivere, tentando di superare i Corni di Nibbio, in direzione dei paesini di Colloro e Premosello, dove può essere aiutato dalla gente del luogo. Un gruppo più numeroso, invece, con i fratelli Vigorelli e il Morandi in testa, raggiunge all'alba del giorno seguente l'alpeggio Casarolo dove già si erano rifugiati quattro scampati al massacro della Portaiola. Mentre tutti assieme si stanno sfamando con latte e formaggio dentro una baita, un reparto tedesco li circonda e piomba loro addosso non lasciando nessuna possibilità di reazione e pochissime vie di scampo. I partigiani escono con le mani alzate, i tedeschi li raggruppano contro un muro e li sterminano.



 

Tra questi morti giace anche Attilio Meroni (con molta probabilità il suo nome di battaglia è "Carlo"), abitava coi suoi in Via Parini ed ha appena compiuto i 19 anni. Non ha risposto a nessuna chiamata di leva repubblichina, e si è dato alla macchia condividendo la vita dei partigiani sui monti. I documenti ufficiali lo registrano caduto "in combattimento all'Alpe Portaiola di Val Grande il 23 di giugno", ma in quella data si è consumato l'eccidio dell'Alpe Casarolo. Non ha molta importanza, ora, ricercare l'estrema verità, ci basti sapere che è morto lassù, o alla Portaiola o alla Casarolo, nel corso di uno tra i più sanguinosi scontri mai avvenuti tra partigiani e nazisti. Per quanto ne sappiamo, il suo corpo non è mai stato ritrovato. (da “E questa fu la storia” di Silvano Lissoni)

 


Dalle belle città date al nemico
fuggimmo un dì su per l'aride montagne,
cercando libertà tra rupe e rupe,
contro la schiavitù del suol tradito.
Lasciammo case, scuole ed officine,
mutammo in caserme le vecchie cascine,
armammo le mani di bombe e mitraglia,
temprammo i muscoli ed i cuori in battaglia.

Siamo i ribelli della montagna,
viviam di stenti e di patimenti,
ma quella fede che ci accompagna
sarà la legge dell'avvenir.
Ma quella legge che ci accompagna
sarà la fede dell'avvenir.

 

 

 

Dalle belle città (Siamo i ribelli della montagna), venne composta nel marzo del 1944 sull'Appennino ligure-piemontese, nella zona del Monte Tobbio, dai partigiani del 5° distaccamento della III Brigata Garibaldi "Liguria" dislocati alla cascina Grilla con il comandante Emilio Casalini "Cini".

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Giuseppe Parravicini, un giovane lissonese ad Auschwitz

15 Février 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Nel seguente articolo ho ricostruito alcuni fatti salienti della vita di Giuseppe Parravicini, deportato politico ad Auschwitz, grazie ai documenti conservati dal figlio Ermes nell’archivio di famiglia. Ad Ermes Parravicini l’ANPI di Lissone ha consegnato la tessera ad honorem alla memoria del padre nel “Giorno della Memoria” 2010.

La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, come "Giorno della Memoria".

Giuseppe Parravicini

Giuseppe Parravicini nasce a Lissone il 7 febbraio 1921 da Protasio e Giuditta Morganti. Frequenta la scuola elementare presso il collegio Pio XI di Desio. Si iscrive poi alla scuola secondaria di avviamento professionale con indirizzo commerciale presso lo stesso collegio, conseguendone il diploma nell’agosto del 1935.

diploma scuola secondaria Libretto di lavoro

Inizia a lavorare come garzone, all’eta di quattordici anni, presso una ditta di Lissone, poi, dal luglio del 1939, presso la concessionaria della Fiat a Desio.


Svolge il servizio militare e viene congedato il 23 febbraio 1940 con destinazione ai servizi sedentari.

Viene assunto alla Garelli di Sesto San Giovanni in qualità di apprendista motorista addetto alla sala prove.

 

Dopo l’8 settembre 1943, entra a fa parte della 107ma Brigata Garibaldi SAP (Squadre di azione patriottica).

 

Nelle fabbriche sestesi e in Brianza dopo l’8 settembre non regnò la rassegnazione assoluta verso ciò che stava accadendo. Ci furono persone che cercarono di opporsi alla nuova realtà e si organizzarono per agire.

Le SAP erano piccoli gruppi di uomini che vivevano generalmente nelle loro cittadine, svolgendo il proprio lavoro e che venivano chiamate clandestinamente a svolgere azioni di propaganda, come volantinaggi notturni e distribuzione di stampa antifascista, atti di sabotaggio, fino ad azioni di recupero di armi sottratte a militi colti in solitudine e ad azioni più complesse, terminate le quali il sappista tornava ad inserirsi nel tessuto di sempre.


Le Sap, scriverà Luigi Longo, Comandante Generale delle Brigate d’assalto “Garibaldi”, sono state «il tentativo - in gran parte riuscito - di giungere a mobilitare, via via, in modo organico, la maggior parte della popolazione». E crediamo si possa aggiungere, che esse sono state, per la concezione e la portata del fenomeno, uno strumento di lotta originale e forse unico nella Resistenza europea nonché il fattore decisivo e insostituibile nella preparazione e nell'affermazione dell'insurrezione nel capoluogo lombardo. La denominazione di “Brigate Garibaldi” era stata assunta in ricordo della guerra antifranchista di Spagna.

 

Il ventiduenne Giuseppe Parravicini svolge funzioni di proselitismo antifascista tra i lavoratori della Garelli, l’azienda in cui presta la sua opera. Come attivista politico antifascista, gli vengono assegnati diversi incarichi, tra cui la costituzione di comitati di agitazione nelle fabbriche di Lissone e di Sesto San Giovanni e la creazione di GAP, Gruppi di Azione Patriottica. Aveva inoltre funzione di collegamento con altri centri in cui si stavano sviluppando le prime forme di resistenza al regime fascista e all’occupazione nazista.

Il 16 giugno 1944, anche in seguito ai tragici avvenimenti lissonesi (arresto e fucilazione dei quattro antifascisti lissonesi, Pierino Erba, Remo Chiusi, Mario Somaschini e Carlo Parravicini, suo cugino), Giuseppe Parravicini veniva ricercato.

Abbandonava il suo posto di lavoro e si dava alla macchia. Il 3 luglio 1944 veniva arrestato dalla Polizia speciale politica di Via Copernico di Milano e sottoposto a pesanti interrogatori. Era poi tradotto al carcere di San Vittore.

certificato di detenzione carcere di S.Vittore


Il 15 luglio 1944 veniva deportato ad Auschwitz (il lager era ubicato a nord-est di Cracovia, in Polonia).
cartina lager Polonia Auschwitz ingresso


Incalzati dal dilagare della lotta partigiana nei territori occupati della Polonia e della Russia, i nazisti decisero la creazione di un Lager che, oltre a quelli già esistenti e che si dimostravano inadatti alle bisogna, potesse ospitare un gran numero di deportati insieme ad una complessa infrastruttura di imprese ed industrie alle quali adibire la manodopera concentrazionaria. Questo campo doveva inoltre rendere possibile la effettiva, efficiente e sollecita attuazione della «soluzione finale» del problema ebraico, cioè lo sterminio degli ebrei europei.

Nei pressi del villaggio polacco di Oswjecim fu individuato un vasto terreno demaniale che circondava una caserma d'artiglieria in disuso. Questo complesso di 32 edifici poteva costituire il nucleo ideale per l'installazione del Lager, che entrò in funzione nel maggio 1940.

Il campo aveva una capacità di almeno 100.000 persone. Nello stesso tempo fu anche deciso di costruirvi uno stabilimento per la produzione di gomma sintetica della IG Farben, che avrebbe assorbito i primi contingenti di deportati. Rigorosamente isolato dal resto del mondo, brulicava di deportati, uomini e donne, provenienti da tutti i paesi invasi ed occupati dai nazisti. Auschwitz era una vera e propria zona industriale, in pieno fervore di attività. La manodopera non mancava, continuamente sostituita da nuovi arrivi dato che la disciplina, la denutrizione, il clima, la fatica contribuivano alla falcidia dei deportati.
buoni pasto Auschwitz

Nella foto buoni per ritirare del pane e della zuppa durante i turni di lavoro alla Farben, rimasti a Giuseppe Parravicini al suo rientro in Italia.

Dopo il suo arresto avvenuto il 3 luglio 1944, i parenti erano all’oscuro della sua sorte. In una testimonianza manoscritta, del luglio 1944, conservata nell’archivio personale di famiglia, la madre di Giuseppe Parravicini, Giuditta, rimasta vedova da sei mesi (il marito Protasio era deceduto nel gennaio all’età di 56 anni), così racconta:

«Dopo l’arresto di mio figlio, il mio cuore non aveva più pace, né giorno né notte. Lavoravo allora alla Brugola di Lissone da dove ho iniziato le mie ricerche. Prima a Monza, alla Villa Reale, poi al Comando tedesco, al Commissariato delle prigioni in Piazza Trento e Trieste, al Palazzo della G.I.L.: inutilmente. Allora mi recai a Milano: alla sede della questura di via Copernico, poi alla caserma nei pressi della stazione Centrale, al carcere di San Vittore ed infine al Palazzo di Giustizia dove seppi da un impiegato che mio figlio era in Germania ad Auschwitz. Era una giornata di bombardamenti su Milano tanto che dubitai di far ritorno a casa».

 

Il 12 dicembre 1944 Giuseppe Parravicini è ricoverato nel lazzaretto del lager per pleurite.

Il 17 gennaio 1945 le armate russe avanzano decisamente in direzione di Cracovia: il campo viene sgombrato.

In seguito all’avanzata dei Russi, Giuseppe Parravicini viene trasferito a Bielitz (Alta Slesia, vicino al confine cecoslovacco) e poi all’ospedale San Vincenzo di Linz, in Austria.

ospedale di Linz


Documento rilasciato dall’ospedale austriaco

 

Nel marzo 1945 riesce a farsi rimpatriare per malattia; passata la frontiera a Tarvisio, stremato, il 7 marzo si fa ricoverare all’Ospedale civile “San Michele” di Gemona del Friuli. Diagnosi pleurite. Dopo le prime cure, il 21 marzo 1945, in seguito ad un miglioramento, esce dall’ospedale.
documento ospedale gemona del friuli


Con mezzi di fortuna arriva a Lissone il 22 marzo 1945. Ristabilisce i contatti con le forze della Resistenza. Entra a far parte della 119ma Brigata Garibaldina Di Vona.
 Giuseppe Parravicini documento riconoscimento 1946 tessera corpo volontari della libertà


timbro 119 brigata Di VonaLa 119a Brigata Garibaldi era intitolata  a Quintino Di  Vona insegnante, nato a Buccino (Salerno) il 30 novembre 1894, fucilato a Inzago (Milano) il 7 settembre 1944.

Militante socialista, , il professor Di Vona aderì, nel 1921, al Partito comunista. Il professore, inquadrato nella 119ma Brigata Garibaldi, partecipò a numerosi atti di guerriglia.

Catturato in seguito a delazione da militi della Brigata Nera di Monza (che giunsero a Inzago all'alba del 7 settembre), Di Vona fu, per ore ed ore, picchiato a sangue. Dalle sue labbra non uscì una parola che potesse danneggiare la Resistenza. Nel primo pomeriggio i fascisti, al comando di un sottufficiale delle SS germaniche, trasportarono con un camion l'insegnante nella piazza principale del paese. Qui Di Vona fu fucilato da un manipolo di imberbi militi in camicia nera.


A Lissone Giuseppe Parravicini entra a far parte del Comitato di Liberazione Nazionale lissonese.
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 timbro CLN Lissone

L’attestazione, datata 26 aprile 1945, è firmata da Gaetano Cavina, Attilio Gelosa e Agostino Frisoni, i tre dirigenti del CLN lissonese, socialista, democristiano e comunista, oltre a Riccardo Crippa del Comando Militare di Piazza di Lissone.


dichiarazione del CLN lissonese tessera riconoscimento assistenza reduci Germania

Nella foto del 27 aprile 1945 i membri del CLN lissonese, il Sindaco con i componenti della prima Amministrazione comunale straordinaria dopo la liberazione dall’occupazione nazista e dalla dittatura fascista (Giunta e Consiglio comunale). Giuseppe Parravicini è seduto, il primo a destra.
CLN Lissone e I giunta municipale


Il I maggio a Lissone si svolge una grande manifestazione, in occasione della festa dei lavoratori. È la prima dopo la Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dal regime fascista: il fascismo aveva abolito la festa del primo maggio e aveva accorpato la festa del lavoro con il natale di Roma, il 21 aprile.
I maggio 1945 a I maggio 1945 b I maggio 1945 c Lissone-I-maggio-1945-particolare.jpg 

Nella foto di destra in primo piano (da sinistra): Giuseppe Parravicini, Gaetano Cavina, Attilio Gelosa, Agostino Frisoni e Leonardo Vismara.

I maggio 1945 d I maggio 1945 e I maggio 1945 f I maggio 1945 Piazza IV martiri

Dal balcone di palazzo Terragni membri del CLN lissonese, il Sindaco con i componenti della Giunta e del Consiglio comunale durante la manifestazione del I maggio 1945: oratore ufficiale è Ettore Reina, fondatore della Camera del Lavoro di Monza nel 1893. Si noti la scritta Piazza Quattro Martiri: prima di diventare Piazza Libertà, così fu chiamata per qualche giorno, in memoria dei 4 partigiani lissonesi fucilati nel giugno 1944.

Riconoscimento qualifica partigiano
riconoscimento qualifica partigiano


e diploma in riconoscimento del valore militare e del grande amore di patria
diploma riconoscimento
 diploma firmato da Secchia e Longo

L’attestato rilasciato a Giuseppe Parravicini, firmato dal Commissario delle Brigate “Garibaldi” Pietro Secchia e dal Comandante Luigi Longo.

 

Alla fine della guerra ritorna alla Garelli di Sesto come collaudatore.

 

Continua però il suo impegno civile. Diventato segretario della Camera del Lavoro di Lissone, la dirige per tre anni.

Il 4 marzo 1946 partecipa alla stipulazione del contratto dei lavoratori del legno tra l’Associazione Industriali di Monza e Brianza e la Camera del Lavoro di Monza.

A Roma l’8 maggio 1946 partecipa al primo convegno nazionale dei lavoratori del legno: viene eletto segretario e ne redige il verbale. Inoltre nel suo intervento, a difesa dei lavoratori del legno, espone le incongruenze sorte per il divieto di esportazione del Governo segnalando che Lissone ha ricevuto da diverse nazioni ordinazioni che potrebbero dare lavoro per diversi anni ai lavoratori non solo di Lissone ma anche della Brianza. Chiede perciò l’intervento della CGIL presso gli organi competenti.

Il primo convegno nazionale dei lavoratori del legno termina inneggiando alla Repubblica dei lavoratori e alla Costituente (manca un mese al referendum in cui gli Italiani dovranno scegliere tra monarchia e repubblica e contemporaneamente eleggere i “padri costituenti” che dovranno scrivere la nuova Costituzione).

 

Il 2 luglio 1949 Giuseppe Parravicini si sposa, a Lissone, con Pierina Secchi.

 

Giuseppe Parravicini si impegna per il settore del mobile lissonese e il 1° ottobre 1951 diventa rappresentante della Camera del Lavoro di Lissone nell’Ente Comunale per il potenziamento del mercato mobiliero e della lavorazione del legno, partecipando alla stesura dello Statuto. Svolge tale incarico fino al marzo 1953.

Il 10 giugno 1959 nasce il figlio Ermes.

 

I mesi trascorsi ad Auschwitz lo hanno provato nel fisico: deve subire diversi ricoveri per sottoporsi a continue cure. Nel 1971 muore in ancor giovane età.

 

Un particolare ringraziamento va ad Ermes Parravicini: con la sua collaborazione e dalla consultazione del suo archivio di famiglia abbiamo potuto ricostruire la vita, breve ma intensa, di suo padre del quale può essere sicuramente fiero.

(Renato Pellizzoni)

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Umberto Viganò: internato in Germania per aver scioperato

21 Novembre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Umberto Viganò era nato a Biassono il 10 aprile 1908 e risiedeva a Lissone. Umberto, operaio specializzato alla Pirelli, aveva sposato la sorella di Pierino Erba, fucilato in Piazza Libertà a Lissone il 16 giugno 1944. 

Il 23 novembre 1944 in seguito ad uno sciopero viene arrestato con altri 160 compagni di lavoro. Subito dopo l’arresto viene tradotto al carcere di San Vittore, a Milano, dove rimane fino al 29 novembre.

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Racconta la moglie di Umberto, Giovanna Erba, allora madre di due bambine – una di 2 anni e l'altra di due mesi: «non mi ero ancora ripresa dalla perdita di mio fratello Pierino, quando la sera del 23 novembre, preoccupata per il ritardo di mio marito dal lavoro, mi son vista arrivare in casa un suo collega. Mi portava la notizia che, nello stesso giorno, c'era stato un rastrellamento alla Pirelli e 160 operai, tra i quali mio marito, erano stati prelevati dal lavoro per essere deportati in Germania». «I cinque giorni nei quali mio marito, coi suoi compagni di lavoro, è stato rinchiuso nel carcere di San Vittore, col pericolo d'essere vittima di una rappresaglia sono stati tremendi. Così come sono stati tremendi i momenti della partenza dallo scalo Farini per la Germania: centinaia di familiari ammassati in attesa dei pullman provenienti dalle carceri, un clima di tensione esasperata che avrebbe potuto degenerare, i soldati tedeschi che ci respingevano lontano. Questi giorni sono stati per me un incubo e li ho ancora chiari nella mente e nel cuore».

Umberto Viganò viene internato nel campo di concentramento di Beesem, a circa 100 km da Desdra. 

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Ogni giorno, a piedi, insieme a centinaia di altri prigionieri italiani, malnutriti, deve raggiungere  Schkopau, una città a 5 chilometri dal lager, per essere impiegato come lavoratore coatto in una delle più importanti fabbriche chimiche del Reich, la Buna-Werke, in cui si lavora a pieno ritmo per l’industria bellica del Reich. 

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Liberato dagli Americani nell’aprile del 1945, ritorna in Italia 19 giugno del 1945, provato e in cattive condizioni fisiche che richiedono mesi e mesi di cure.

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Arnaldo Pellizzoni: prigioniero di guerra numero 20765 - Stammlager VI G

29 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi


Arnaldo Pellizzoni (Lissone il 24/8/1915 - 24/12/1999) ha venticinque anni, quando viene richiamato alle armi nel Maggio 1940; partecipa alla seconda guerra mondiale, prima sul fronte francese poi sul fronte greco-albanese. Sull’ isola greca di Tinos, occupata dagli italiani, viene fatto prigioniero dai tedeschi subito dopo l’ 8 Settembre 1943 e deportato in campo di concentramento in Germania, prigioniero numero 20765.

Liberato dagli americani nell’ Aprile 1945, ritorna a Lissone il 4 Settembre 1945.

 

Nel documento “Per non dimenticare: diario di guerra di Arnaldo Pellizzoni” ho ritrascritto parti del diario di mio padre; altri fatti me li ha raccontati.

Il diario si riferisce ai cinque anni, dal 1940 al 1945, in cui l’Italia è stata trascinata in una guerra inutile e sciagurata da un regime dittatoriale, il fascismo, che "aveva fatto della guerra un dato fondamentale della propria azione politica e dell'educazione dei giovani, lo sbocco inevitabile di una concezione falsa di dominio e di oppressione”. Sono anche gli anni di vita che un giovane, dai 25 ai 30 anni, avrebbe desiderato, come tanti suoi coetanei, vivere diversamente: penso a quante sofferenze abbia provato  personalmente e con lui i suoi diretti familiari. Nonostante tutte le traversie, è riuscito a sopravvivere, a resistere ed a ritornare dal campo di concentramento, a differenza di tanti altri, caduti o dispersi in guerra, o dei 20.000 militari deceduti in prigionia.

Dice Gerard Schreiber, ufficiale della marina tedesca, nel suo libro “ I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943–1945 Traditi - Disprezzati – Dimenticati”: “… i militari rinchiusi nei campi di prigionia nazisti, nel rifiutare ogni forma di collaborazione con la Repubblica Sociale Italiana e con il Terzo Reich, attuarono anche loro, sia pure senza l’uso delle armi, una forma di resistenza …”

La prigionia nei lager tedeschi va considerata parte integrante della resistenza antifascista e si iscrive a pieno titolo nella Storia della Resistenza che ebbe molte forme: quella operata dagli intellettuali e da uomini politici (che si opposero alla dittatura fascista, assassinati  o imprigionati per diversi anni o mandati al confino o costretti a rifugiarsi all’estero), quella degli operai in sciopero nelle fabbriche, quella dei partigiani sulle montagne; resistenti furono anche i civili che li aiutarono, i militari che si schierarono con il Regno del Sud.

Anche Nuto Revelli, scrittore-partigiano, così si espresse sulla vicenda dei militari italiani internati: “ la prigionia nei lager tedeschi è una pagina della Resistenza almeno nobile ed eroica quanto la nostra guerra di liberazione”.

Il diario di mio padre è fitto di annotazioni nel primo anno di guerra: dalla partenza dall’Italia fino all’arrivo a all’isola di Tinos. Credo che ciò sia dovuto al forte impatto con la cruda realtà della guerra da parte di un giovane venticinquenne, che vede la morte particolarmente vicina e che vede morire alcuni suoi commilitoni.

Il diario diventa scarno durante il presidio sull’isola di Tinos: è questo forse il periodo che, nonostante la lontananza dalla propria terra e dagli affetti familiari (una sola volta rientrerà a Lissone durante i due anni di permanenza sull’isola), trascorre con una certa tranquillità.

Pur essendo gli Italiani degli occupanti, riesce a stabilire una buona relazione con una famiglia greca (i Prelorenzo, di antiche origini italiane) che addirittura gli chiedono di fare da padrino al battesimo del loro figlio ultimogenito Giovanni: ho potuto conoscere personalmente Giovanni in occasione di una sua visita in Italia.

Durante la permanenza a Tinos trascrive a penna su un quaderno il suo diario, di piccole dimensioni e scritto a matita, forse per timore che l’originale diventi illeggibile.

Il diario è sintetico ed essenziale dopo l’8 Settembre e durante la permanenza nel campo di concentramento in Germania. Nel lager ogni sforzo è rivolto alla sopravvivenza; tra la fatica del lavoro, acuita da una alimentazione scarsa e di poche calorie, le marce di trasferimento dal campo alla fabbrica e ritorno, i controlli e le perquisizioni, di tempo per scrivere ne rimane ben poco.

Alcuni episodi mi sono stati raccontati direttamente da mio padre gradualmente. Credo che per diversi anni, perfino all’interno delle famiglie, le esperienze di quel periodo fossero considerate un argomento di cui era meglio non parlare. Penso che anche mio padre abbia condiviso l’affermazione di un altro deportato italiano: “raccontare poco non era giusto, raccontare il vero non si era creduti, allora ho evitato di raccontare, sono stato prigioniero e bon, dicevo …” .

Pur con una rabbia interiore, il suo intimo desiderio era di ricostrursi una vita, accantonando nella memoria i disagi e i patimenti subiti.

Anche lui era uno dei 600.000 Internati Militari Italiani (IMI): secondo questo status, deciso da Hitler il 20 Settembre 1943, agli IMI doveva essere riservato, e fu riservato in concreto, un trattamento peggiore che a qualsiasi altra persona catturata in guerra.

Erano diventati tali per quel “NO” che dissero quando “con lusinghe e minacce” fu chiesto loro “di riprendere le armi per il Grande Reich e poi per la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini”.

Renato Pellizzoni, figlio di Arnaldo, attuale presidente dell’ANPI Sezione di Lissone

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Per non dimenticare: diario di guerra di Arnaldo Pellizzoni

29 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

«Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell'ignoranza, come eravamo cresciuti noi della "generazione del Littorio". Oggi la libertà li aiuta, li protegge. La libertà è un bene immenso, senza libertà non si vive, si vegeta»

Nuto Revelli

(ufficiale degli alpini della Tridentina nella tragedia della campagna di Russia, poi comandante partigiano di Giustizia e Libertà e scrittore (1919-2004), dal discorso in occasione del conferimento della laurea honoris causa, 1999)

 

"Anche se ancora pochi di noi sono testimoni, questo nostro passato non deve restare nell’oblio perché ora i nostri ventri sono sazi e le case calde, perché abbiamo un letto pulito per dormire e i nostri nipoti sorridono compassionevoli se ci vedono raccogliere e portare alla bocca le briciole che rimangono sulla tovaglia o se mettiamo da parte un pezzo di pane rimasto sulla tavola.

Faccio mie le parole di Primo Levi:

«Voi che viveve sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando la sera il cibo caldo e visi amici … meditate che questo è stato» ".

Mario Rigoni Stern

(scrittore ed ex-deportato

da "Ritorno nel lager I/B" in "Aspettando l’alba e altri racconti" Einaudi 2004)


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Per non dimenticare: da un diario di guerra (1940 1945)

«In questo documento ho cercato di riassumere gli avvenimenti di cui sono stato protagonista dal 1940 al 1945.

E’ in breve il racconto di cinque anni della mia vita, dall’età di 25 ai 30 anni.

Sono pagine che non si leggono sui libri di storia, ma non sono solamente delle vicende personali; sono un pezzo di Storia degli anni di guerra, simile a quella di molti altri soldati italiani che nell’ estate del 1945 ritornarono dai lager nazisti: lì erano stati deportati dopo l’ 8 Settembre 1943. A loro era stato offerto di tornare liberi indossando le divise della Wehrmacht o della Repubblica di Salò, ma essi rifiutarono.

Ho potuto ricostruire i fatti basandomi non solo sul ricordo ma anche grazie ad un piccolo diario da me tenuto durante gli anni dal 1940 al 1945.

Diario-di-Arnaldo-Pellizzoni.jpgQuesto diario, scritto a matita, e’ stato da me custodito gelosamente soprattutto durante la mia prigionia nel campo di concentramento in Germania. Non e’ stato facile salvarlo da tutte le perquisizioni e anche quando sembrava ormai irreparabilmente perso sotto le macerie della mia baracca, distrutta da un bombardamento, sono riuscito fortunatamente a recuperarlo.

Penso che la mia testimonianza, insieme a quella di altri protagonisti della seconda guerra mondiale, possa essere utile ai giovani.

La conoscenza delle conseguenze della guerra non solo sulla vita delle nazioni ma anche sui singoli individui che la compongono, possono costituire un momento di riflessione per le nuove generazioni, affinché non si ripetano più in futuro tragedie come quelle che noi abbiamo vissuto».
Arnaldo Pellizzoni

Lissone, Aprile 1995

 

«Il periodo della mia partecipazione alla seconda guerra mondiale si può suddividere in quattro fasi:

-  il fronte francese (estate 1940)

-  il fronte greco-albanese (Natale 1940 - Luglio 1941)

-  il presidio a Tinos, isola greca del Mar Egeo (Agosto 1941 - Settembre 1943)

-  il campo di concentramento in Germania (ottobre 1943 - Agosto 1945)

 

FRONTE FRANCESE

«Il mio coinvolgimento diretto nella seconda guerra mondiale ha inizio nel 1940.

All’età di 25 anni, il 24 Maggio 1940 vengo richiamato alle armi al Distretto di Monza in attesa di partire per il fronte francese e poi trasferito ad Ormea, in provincia di Cuneo: il 6 Giugno il 3° Battaglione dell’ 8° Reggimento Fanteria Cuneo, di cui faccio parte, si avvicina al Col di Tenda, dove rimane accampato».

L’ 8° Reggimento Fanteria ha sempre fatto parte della Divisione Cuneo (nata dal Reggimento Nizza nel 1701 poi trasformata in La Marina nel 1713 e poi ancora in Brigata Cuneo e da essa in Divisione (nella foto la mia medaglia dell’ 8° Reggimento Fanteria Cuneo). 

Il 10 giugno 1940 Mussolini annunciò con enfasi l'entrata in guerra dell'Italia, a fianco della Germania, contro la Francia e l'Inghilterra. Quindi fece muovere le truppe sul versante alpino, tra il Moncenisio e il mar Ligure, per invadere da sud la Francia, già messa in ginocchio dalla ben più possente invasione tedesca. Ormai per la Francia era la fine: il 14 giugno i tedeschi occuparono Parigi.

Il 22 giugno 1940 la Francia firmò l'armistizio con i tedeschi nella foresta di Compiègne.

Il 24 - Armistizio italo-francese

Pur essendo stata breve la battaglia sul fronte delle Alpi, costò alle nostre forze armate notevoli perdite (circa 600 caduti, 2000 feriti e 600 dispersi).

L'Italia ottenne la smilitarizzazione di una zona di 50 chilometri lungo il confine italo-francese.

«Dopo l’armistizio, con il 3° Battaglione rimango nella zona di Vernante (in provincia di Cuneo) fino al mese di Agosto, passando le giornate a fare esercitazioni, per poi essere trasferito a Monza.  Si cominciava a sperare di essere mandati a casa.

Data la vicinanza con Lissone, durante la libera uscita potevo passare qualche ora in famiglia.

Nel frattempo il 25 ottobre 1940 Mussolini decise di attaccare la Grecia partendo dall'Albania, con la convinzione di ottenere una facile vittoria (ma l'esercito greco non solo resistette valorosamente ma inizialmente occupò addirittura il territorio albanese).

Un giorno furono revocati tutti i permessi.

Il 21 Dicembre 1940 dalla stazione di Milano Rogoredo si parte per una nuova destinazione: il fronte greco-albanese.

Il treno arriva a Brindisi il giorno 23».

 

FRONTE GRECO-ALBANESE

«Il 23 Dicembre con la mia Compagnia, la 11ma Compagnia Fucilieri del 3° Battaglione dell’8° Reggimento Fanteria Cuneo, mi imbarco sulla nave Argentina che con altre due navi, Italia e Firenze, formano un convoglio, scortato da una nave ausiliaria. Ci dirigiamo verso l’Albania. La vigilia di Natale, durante la navigazione in Adriatico, la Firenze viene colpita a poppa da un siluro lanciato da un sottomarino inglese; altri due siluri vanno a vuoto».

«Il mare era in burrasca. L’affondamento avvenne abbastanza lentamente: tutti coloro che si trovavano sul ponte dalla parte opposta al lato silurato e riuscirono a saltare sul ponte della nave Barletta, giunta in soccorso, si salvarono. Nel naufragio morirono circa 100 alpini.

In serata si arriva nel golfo Valona (attuale Vlorë) in Albania e si trascorre la notte di Natale a bordo della nave.

Il mattino di Natale scendiamo e ci dirigiamo verso Valona: in un campo, in mezzo al fieno, trascorro il Natale (sarà il primo di cinque passati lontano da casa).

Il giorno di Santo Stefano trascorre in attesa della partenza.

Il 27 Dicembre 1940 su automezzi si parte per portare rinforzi al fronte.

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Capodanno 1941: sotto una bufera di pioggia e neve inizia il nuovo anno costringendoci a ritornare verso Valona. Solo il giorno 3 Gennaio si riparte su automezzi per Dhermi, località a circa 80 Km da Valona, per poi proseguire a piedi verso la linea di combattimento, a Vunoi. Qualcuno dice: “laggiù ci saranno i greci, povera e brava gente di montagna, che esporranno la bandiera bianca”… Ed invece …

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Il 4 Gennaio 1941 i primi scontri: 4 caduti italiani sotto i colpi dei mortai».

Dal mio diario:

«Giorno 11 Gennaio 1941, fuoco intenso di artiglieria da entrambe le parti mentre la pioggia cade a dirotto. Un ufficiale greco fatto prigioniero afferma: “I Greci perderanno ma l’Albania sarà la tomba degli Italiani!”

13 Gennaio: finalmente un po’ di sole ma a mezzogiorno, una scarica di mortaio piomba a circa 50 metri dalla mia tenda; il tenente della mia compagnia viene ferito ad una gamba da una scheggia.

Si dorme poco e così nelle ore di riposo (si fa per dire) sotto la tenda, con le pareti rinforzate da sacchi di terra, riesco a scrivere qualche riga sul diario.

18 Gennaio: Neve, pioggia e vento. La nostra artiglieria spara dalla mattina alla sera: il mio plotone riempie sacchi di terra per rinforzare i fortini.

21 Gennaio: 8 nostri aeroplani con manovre in picchiata bombardano le postazioni greche.

23 Gennaio: scambio di diversi colpi di artiglieria; alcuni colpi sparati dai Greci sfiorano la nostra postazione e colpiscono una casetta di fronte sulla vetta e fanno una strage…

24 Gennaio: … colpi sopra colpi di mortaio che fanno rabbrividire…».

«26 Gennaio: verso le due del pomeriggio giungono 3 nostre navi cacciatorpediniere che bombardano la zona costiera.

26 Gennaio: 1 morto e 5 feriti della mia Compagnia …  Oggi le nostre truppe hanno sfondato il fronte a Tepeleni e avanzano ….

3 Febbraio: il sergente della mia Compagnia, che dorme nella mia stessa tenda, mentre sta raggiungendo la tenda comando viene raggiunto da una scarica di mitragliatrice che lo ferisce ad una gamba.

4 Febbraio: fa freddo, c’e’ bufera: un cecchino nemico da un’altura spara ad ogni movimento di soldato.

12 Febbraio: … mattinata primaverile splendida … osservando dalla nostra postazione vediamo il mare calmo … ma la nostra artiglieria spara granate Shrapnel verso quota 1096».

«16 febbraio: mentre io ed alcuni uomini della Compagnia ci apprestiamo alla distribuzione del rancio serale, si scatena il finimondo con bombe che cadono da ogni parte; colpi di mitragliatrice; bilancio: 6 feriti portati su barelle all’infermeria. Il rancio viene distribuito il mattino seguente.

20 Febbraio: la mia tenda viene sfiorata da vari colpi che cadono fortunatamente a poca distanza.

27 Febbraio: dalla nostra postazione assistiamo ad una battaglia aerea.

2 Marzo 1941: massiccio attacco aereo italiano con una trentina tra bombardieri e caccia sulle postazioni greche».

«4 Marzo: di nuovo aerei italiani bombardano le postazioni greche, mentre navi italiane sparano dal mare verso la costa.

20 Marzo: devo lasciare la prima linea per l’infermeria dove rimango per cinque giorni causa febbre alta.

28 Marzo: verso le 9 del mattino tre colpi di mortaio nemico centrano il nostro fortino in quel momento vuoto. Distrutte solo alcune armi.

31 Marzo: mal di denti.

9 Aprile: il comando ci informa che le truppe dell’Asse hanno occupato Salonicco

15 Aprile: il nostro battaglione passa all’attacco; in un punto un po’ esposto una raffica di mitra uccide il tenente ed un soldato della mia Compagnia.

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18 Aprile: l’attacco è riuscito e si procede sul territorio. In uno dei primi paesi occupati gruppi di bambini escono dai rifugi intonando canti patriottici.

L’ avanzata continua verso Porto Edda, lo scalo albanese di Santi Quaranta, dove si entra il giorno 19 Aprile; si procede con cautela, mentre i genieri cercano di bonificare il terreno dalle mine.

Nel mese di Maggio e di Giugno, dopo continui spostamenti a piedi e su autocarri, si arriva ad Igoumenitsa poi al porto di Missolungi, sul golfo di Patrasso».

«24 Luglio 1941: imbarco sulla nave Città di Agrigento; attraverso lo stretto di Corinto arriviamo al Pireo, il porto di Atene, la sera del 26 Luglio.

27 Luglio: partenza per l’isola di Siros, scortati da 4 navi ausiliarie e da aerei che sganciano bombe in mare a protezione da eventuali attacchi di sottomarini inglesi. A Siros si insedia il centro di comando della zona.

29 Luglio: partenza per l’isola di Andros. Si sbarca nel porto di Gavrion sulla costa occidentale dell’isola e poi a piedi si raggiunge Andros, distante circa 30 Km sulla costa orientale.

Dal 1 al 6 Agosto con un motoveliero veniamo trasportati sull’isola di Tinos».

 

PRESIDIO A TINOS (Agosto 1941 - Settembre 1943)

«1 Agosto: arrivo sull’isola di Tinos».

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L’11ma  Armata del generale Carlo Vecchierelli impiegata in Grecia, aveva la sede del Comando ad Atene. Era composta da tre Corpi d’Armata italiani e da un Corpo d’Armata tedesco. Alla fine di Luglio del 1943 l’11ma  Armata passò alla dipendenza di impiego del Gruppo Armate Est e poi a quelle del Comando Supremo. Erano agli ordini dell’ammiraglio Inigo Campioni, con sede del comando a Rodi. L’ammiraglio assolveva anche i compiti di Governatore del Dodecaneso.

Il dislocamento delle truppe dell’esercito italiano su almeno 29 isole (17 isole Cicladi, 3 Sporadi settentrionali e 9 isole del Dodecaneso) comportava un tal frazionamento da far comprendere, almeno in parte, i facili successi ottenuti dalla Wehrmacht quando, dopo l’armistizio, si rivolse contro le isole.

La Divisione Fanteria “Cuneo” occupava con i suoi uomini venti isole (Cicladi e Sporadi).

«A Tinos, isola delle Cicladi, nel mar Egeo meridionale, sono rimasto per ben due anni fino all’ 8 Settembre 1943, tranne una breve parentesi di un mese di licenza in Italia, nell’ottobre 1941. Anche il rientro in Italia per questa licenza è stato avventuroso.

Dal mio diario: 7 Ottobre 1941 – ore 8 partenza da Tinos; alle ore 14 rientro nel porto per mare in burrasca. Altro tentativo il giorno 15, più fortunato: arrivo a Rafina da cui, in autobus, il giorno 16 raggiungo Atene. Dopo 4 giorni, il 21 Ottobre, partenza in treno per l’Italia.  Nel mese di Novembre, ripercorrendo lo stesso tragitto, ritorno sull’isola di Tinos».

«Il compito affidato alla mia Compagnia era di presidiare l’isola. Il nostro alloggio era presso un’ex caserma della polizia greca».

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«Durante questo periodo di occupazione del territorio ellenico, ho cercato di mantenere dei rapporti corretti con la popolazione greca, nonostante alcuni rigidi regolamenti. Ho conosciuto una famiglia di antiche origini italiane, i Prelorenzo, e sono stato il padrino di battesimo di un loro figlio, Giovanni. (Questi, cresciuto, durante un suo viaggio in Italia nel 1965, è venuto a trovarmi a Lissone). I greci con i quali sono stato a contatto, non avevano nulla dello stereotipo delineato dalla roboante propaganda fascista; era gente comune come noi, con gli stessi problemi e le stesse piccole gioie».

«Come sergente ho cercato di frenare le intemperanze di qualche soldato un po’ esaltato, prevenendo delle situazioni che avrebbero potuto avere conseguenze negative sia per i militari italiani che per la gente dell’isola».

Nel complesso tra i militari si era andata formando una sorta di mentalità di pace, perché lo stazionare nelle Sporadi, nelle Cicladi o nel Dodecaneso significava in fondo vivere indisturbati.

«I giorni seguenti il 25 Luglio 1943 ci giunse la notizia dell’arresto di Mussolini. La domanda che circolava tra noi soldati era cosa fosse mai successo a Roma e se il fascismo era finito veramente o no. A queste e ad altre domande non sapevamo dare una risposta. Avevamo anche capito che neanche i nostri ufficiali avevano compreso la situazione che si andava creando in Italia».

Alle 18,30 dell’8 Settembre 1943 il generale statunitense Eisenhower fece trasmettere da Radio Algeri il comunicato che il Governo italiano aveva chiesto la resa incondizionata delle sue Forze Armate.

Pietro Badoglio, capo del governo italiano, annuncia la firma dell'armistizio avvenuta segretamente cinque giorni prima, con il seguente proclama:

"Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".

«In tarda serata cominciò a circolare sull’isola la notizia, non controllata e attinta non si sapeva bene da quale fonte, che un armistizio era stato concluso fra l’Italia, l’Inghilterra, l’America e la Russia. La situazione ci si presentava oscura, greve di incognite.

Qualche ufficiale tenta di lasciare l’isola, ma viene convinto anche con minacce a non abbandonare i propri soldati; qualcun altro, per senso di responsabilità, decide di non separarsi dai suoi soldati e di condividerne le incertezze della sorte».

I tedeschi allora diedero il via all’operazione “Achse”, i cui preparativi erano iniziati già nel mese di Agosto; il piano mirava a neutralizzare le forze italiane dislocate nel mare Egeo. Gli italiani dovevano proseguire la guerra a fianco dei tedeschi o, in caso di rifiuto, consegnare le armi e tutto l’equipaggiamento ai tedeschi. In caso contrario le truppe tedesche avevano avuto l’ordine di usare la forza.

L'irresolutezza e la contraddittorietà dell'atteggiamento dei comandi furono alcuni dei motivi che determinarono la caduta del presidio di Rodi e dell'intero Egeo, dove pur non mancarono ufficiali capaci e coraggiosi che seppero prendere l'iniziativa e battersi con accanimento.

Dal diario:

«11 Settembre 1943 — I tedeschi sbarcati sull’isola di Tinos, eseguono un rastrellamento: solo 5 militari della mia Compagnia, dismessa l’uniforme, riescono a sfuggire nascondendosi tra la popolazione greca sui monti dell’isola, rischiando la fucilazione.»

Una direttiva tedesca del 15 Settembre 1943 per il trattamento degli appartenenti alle Forze Armate italiane precisava con frase lapidaria: “chi non è con noi, è contro di noi”.

Riuniti i militari italiani al porto, occorre scegliere: con o contro i tedeschi, dividendosi in due gruppi. La decisione è unanime, tutti si schierano contro.

Gli ufficiali vengono divisi dal resto della truppa, per evitare che possa “divampare la resistenza di unità intere”.

«Disarmato, come prigioniero vengo portato con un caicco sull’isola di Siros e da qui, il 18 settembre, in nave giungo al Pireo, il porto di Atene. La traversata mi parve eterna, ma alla fine giungemmo nella capitale greca: vengo smistato alla periferia della città, in un primo campo di transito di prigionieri italiani.

Giravano voci che una volta cedute le armi saremmo stati rimpatriati. Ma ben presto ciò si rivelò falso».

Il dominio assoluto del mare da parte degli Alleati ostacolò notevolmente l'evacuazione delle isole. Un ordine criminale del Führer stabiliva che per i trasporti su nave decadevano tutte le norme di sicurezza relative alla limitazione numerica degli imbarcati e che occorreva sfruttare lo spazio al massimo senza curarsi di eventuali perdite.

I trasporti dalle isole dell'Egeo verso il continente, avvenuti in tali condizioni, costarono la vita a migliaia di prigionieri italiani (circa 13.000) periti in seguito all'affondamento di vari piroscafi colpiti da unità di superficie e da sommergibili delle forze alleate.

L’obiettivo di Hitler era quello di eliminare dallo scacchiere della guerra uomini che, eventualmente schierati sul fronte opposto, avrebbero potuto creare problemi alle sue armate e, nello stesso tempo, recuperare braccia da impiegare nell’industria tedesca.

Lo stato maggiore della Wehrmacht appoggiò il proposito di Speer, il ministro degli Armamenti, di impiegare il più rapidamente possibile i prigionieri italiani come forza lavoro, soprattutto a fronte della necessità di reclutare un sempre maggior numero di lavoratori tedeschi da inviare al fronte per realizzare, secondo le parole del ministro della propaganda Goebbels, la “guerra totale” che aveva come obiettivo la vittoria finale della Germania.

«Inizialmente considerati “prigionieri di guerra” la nostra qualifica mutò presto in “IMI internati militari italiani”».

Il 20 settembre 1943, dopo la liberazione di Mussolini e poco prima della proclamazione del nuovo stato fascista (la Repubblica Sociale Italiana), Hitler ordinò di trasformare i prigionieri italiani in “internati militari”.  Il mantenimento dello status di prigionieri di guerra per gli internati militari avrebbe di fatto significato trattare alla stregua di una potenza nemica lo stato che Mussolini si apprestava a proclamare.

“Né d’altra parte i nazifascisti avrebbero potuto fare diversamente: chiamarci con il vero nome di “prigionieri di guerra” avrebbe significato che quasi settecentomila italiani ci eravamo schierati con altri italiani che si battevano contro il nazifascismo sul fronte italiano, in Jugoslavia e con i partigiani del Nord Italia. Sarebbe stato il riconoscimento dello stato di guerra in cui si trovava nuovamente quasi tutto il popolo italiano, ma ora contro la Germania; sarebbe stata un’ulteriore prova dell’assurdità della fantomatica repubblica fascista”.


 

Oltre il reticolato / la vita è bella

qua dentro c'è la morte / di sentinella.

Sotto una coltre bianca / sta un internato

ormai non ha più freddo / se ha nevicato.

Per la seconda volta / m'han prelevato

lo schiavo dei Tedeschi / son diventato.

Stanotte per la fame / non so dormire

vorrei chiudere gli occhi / e poi morire.

Ma non posso morire / così per via

devo portar quest'ossa / a mamma mia.

Canzone degli internati, sull' aria di Sul ponte di Perati.



 

CAMPO DI CONCENTRAMENTO IN GERMANIA (Ottobre 1943 - Agosto 1945)

«1 Ottobre 1943: vengo caricato su un vagone ferroviario con la scritta "Hommes 40, chevaux 8"; 40 uomini in un carro merci, del tipo usato per il trasporto di cavalli. I trasporti ferroviari venivano effettuati sfruttando lo spazio disponibile sino all’estremo limite delle capacità di carico.

Indossavamo le nostre uniformi, con zaino, cinturone senza baionetta, tascapane con gavetta e borraccia.

Il treno parte per una destinazione a noi ancora sconosciuta. Durante alcune soste in piccole stazioni, offriamo alle persone che si avvicinano al treno qualche indumento leggero, contenuto nei nostri zaini, in cambio di alimenti.

Poi i carri ferroviari vengono piombati. Allora anche i più ottimisti cominciano a perdere la fiducia di essere riportati in Italia.

Passata Lubiana, il treno prende la direzione verso nord. Ora sappiamo che non si torna in Italia. Si viaggia solo di notte; non si sapeva dove si andava. Durante il giorno veniva aperto un vagone alla volta e i 40 uomini venivano fatti scendere per i bisogni e la distribuzione di pane e zuppa.

Dopo dieci giorni giungiamo nel campo di Stablack, nei pressi di Konigsberg, in territorio della Prussia Orientale, l’attuale Kaliningrad (Russia) dove nel Campo Stellare n. 1 ci ritroviamo nel giro di pochi giorni in 25.000 prigionieri. (L’enorme campo di concentramento di Stablack arrivò a contenere fino a 70.000 prigionieri). Passiamo con gli stessi indumenti dai 35/40 gradi della Grecia alla piena stagione autunnale, con freddo, nebbia e pioggia, del Nord Europa».

«Vengo poi smistato in un altro lager: la mia nuova destinazione è un campo di concentramento nei pressi di Julich, città distante circa 40 chilometri da Colonia. Il nostro gruppo di amici più stretti cerca di non dividersi: lo stare uniti ci dà un po’ di coraggio nella sventura. Qui veniamo numerati, fotografati, schedati: sono il prigioniero N° 20765. In base alla mia professione di meccanico, vengo destinato ad una fabbrica metalmeccanica».

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Sulla carta per la corrispondenza sono riportati anche i seguenti dati:

N° di prigioniero: 20765

M. – Stammlager = Mannschaftsstammlager = campo di prigionia per sottufficiali e militari di truppa               VI = Regione Militare sede del Comandante dei prigionieri

G = Bonn a Rhein                     Arbeits–Kommando = comando di lavoro 669

Lo Stammlager VI G era nell’attuale Lander Renania Settentrionale Westfalia.

Alle dipendenze degli Stammlager vi erano gli Arbeits–Kommando, distaccamenti di minori dimensioni ubicati nelle vicinanze delle fabbriche o dei luoghi di lavoro in cui venivano impiegati i prigionieri.


«Il nuovo campo di concentramento si trova a circa sette chilometri di distanza dalla fabbrica: è composto di alcune baracche di piccole dimensioni, ognuna delle quali contiene 20 letti a castello, per 40 persone, circondate da torrette e filo spinato.

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Si effettuano due appelli giornalieri, uno di primo mattino e uno alla sera per il conteggio dei prigionieri: questa operazione generalmente si protrae per un’ora, a volte due, costringendoci a stare in piedi all’aperto con qualsiasi condizione di tempo».

E’ durante uno di questi appelli che mio padre, per non so quale motivo, riceve un pugno all’occhio destro da una di queste SS. Dopo qualche anno dal suo rientro in Italia, verrà operato: l’operazione non gli restituirà completamente la vista all’occhio destro.

«Ogni giorno, esclusa la Domenica, inquadrati e scortati dalle SS, raggiungiamo a piedi la fabbrica. Alla Domenica, nel campo di concentramento è possibile assistere alla messa.

Nel mio reparto si riparano locomotive a vapore: spesso i danni consistono in perforazioni dei serbatoi dell’acqua dovuti quasi sempre ad azioni belliche.

Nel capannone della fabbrica si lavora con personale tedesco: ci sono anche prigionieri francesi e russi, questi ultimi facilmente riconoscibili perché indossano una divisa a strisce e hanno la testa parzialmente rasata (anche i prigionieri russi non sono tutelati dalla Convenzione di Ginevra e nella gerarchia dei prigionieri del Terzo Reich vengono dopo gli italiani).

Il regolamento, nonché dei limiti invalicabili, segnati sul pavimento e controllati dall’alto da soldati delle SS, impedisce ogni contatto tra prigionieri di diversa nazionalità.

Il lavoro diventa pesante soprattutto a causa della scarsissima alimentazione, del tutto insufficiente ed inadeguata per turni di lavoro di 8-10 ore.

L’unico pasto giornaliero consiste in una minestra di rape, cioè acqua con pezzi di rape, consumato in fabbrica; ogni 3 giorni al capo baracca vengono consegnati due pezzi di pane da dividere tra 40 prigionieri. Per evitare discussioni sulle parti, qualcuno costruisce una piccola bilancia. Un giorno arrivano nel lager alcuni vagoni carichi di patate. Durante la notte alcuni di noi decidono di tentare di prenderne qualcuna. Mentre siamo sui vagoni arrivano alcune SS con i cani; ci nascondiamo tra le patate per non farci vedere e per trarre in inganno l’odorato dei cani: l’operazione riesce, ma con uno spavento tale che questo alimento sarà escluso dalla mia alimentazione di libero cittadino.

Un giorno, durante una marcia di trasferimento dal campo di concentramento alla fabbrica, un prigioniero del mio gruppo, vedendo delle piccole patate ai bordi della strada, abbandona le file per raccoglierle, ma viene freddato da una mitragliata della SS che ci segue.

Durante la notte le baracche vengono chiuse dall’esterno e viene staccata l’illuminazione interna, che consiste di una piccola lampada dalla luce molto fioca. Come servizi igienici viene usato un bidone posto nel centro della baracca.

E’ consentito scrivere ai familiari solo su lettere e cartoline postali appositamente distribuite al campo: la corrispondenza è sottoposta a censura».

«Non si doveva, infatti, scrivere dove eravamo e come eravamo trattati. Si scriveva che si stava ottimamente, che il trattamento era buonissimo e che i congiunti vivessero tranquilli».


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«Buoni utilizzati nel campo di concentramento come danaro:

 peccato che nel lager non ci fosse nulla da poter acquistare, soprattutto di generi alimentari tranne qualche volta della birra».

Traduzione del testo sul soldo: Questo buono vale come mezzo di pagamento per prigionieri di guerra e può essere accettato e speso solamente nel campo di prigionia, presso i campi di lavoro negli spacci esplicitamente indicati. Lo scambio di questo buono come mezzo di pagamento legale deve aver luogo solamente presso le casse competenti dell’amministrazione del campo. Trasgressioni, intimidazioni e falsificazioni verranno puniti. Il capo del comando superiore delle Forze Armate.

 

Nel luglio 1944 scarseggia anche la carta per la corrispondenza.

Gli internati militari non potevano rivendicare per sé i diritti derivanti dalla convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra; erano pressoché sottratti al controllo della Croce Rossa Internazionale e restarono alla mercé dell’arbitrio dei tedeschi. Berlino classificando i militari italiani non come prigionieri di guerra bensì facendoli passare per internati militari, si riservò piena libertà di decidere se autorizzare o meno le attività assistenziali delle organizzazioni internazionali.

Nel dicembre 1944 Vaccai, responsabile della Repubblica Sociale Italiana, del SAI Servizio Assistenza agli Internati militari, afferma: “non era stato fatto nulla” per gli internati militari. Lo stato fantoccio di Mussolini, costretto a pagare un enorme contributo in generi alimentari non solo alle truppe della Wehrmacht presenti in Italia ma anche al Reich – ossia alla popolazione tedesca - evidentemente non era in grado di prestare dovuta assistenza ai cittadini italiani prigionieri che si trovavano in Germania.

Anche il Consolato d’Italia, in una lettera datata 17 novembre 1944, fornisce un quadro della realtà dell’internamento in Germania: il Console di Cratz, rivolgendosi al Podestà di Menaggio scrive:

“[…] in base a superiori disposizioni impartite, i militari italiani già internati in Germania in seguito agli avvenimenti dello scorso anno, sono stati passati recentemente quali lavoratori civili. Nella mia Circospezione Consolare il numero di tali ex militari internati, distribuiti nei vari campi, ammonta a circa 6000. La maggior parte di essi si trova - in fatto di vestiario e di indumenti- in una situazione veramente disastrosa. Trattasi invero di persone che già da oltre un anno trovansi qui internate ed adibite a lavori quasi sempre pesanti, che non hanno avuto finora la possibilità di rinnovare nessun capo del proprio corredo, nella maggior parte dei casi già in cattive condizioni al momento del loro arrivo in Germania dai vari fronti di guerra. L’inverno nordico con i suoi terribili rigori è ormai alle porte e si rende indispensabile e indilazionabile la necessità di provvedere in qualche modo a favore di questi infelici. […] Rimane ancora una sola via aperta: quella della solidarietà dei fratelli italiani che vivono in Patria. […]”.


La maggior parte degli internati attendeva generi alimentari e vestiti dai familiari, a volte anche inutilmente perché i vagoni ferroviari venivano saccheggiati durante il viaggio.

In una cartolina postale del lager, scritta il 18 Luglio 1944, vi sono i ringraziamenti per aver ricevuto dalla famiglia il terzo pacco con indumenti.

In un'altra lettera scritta il 24 Agosto 1944, giorno del 29° compleanno, mio padre ringrazia i genitori per aver ricevuto un pacco con indumenti personali e soprattutto cibo.

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La sopravvivenza è legata a qualche pacco che si spera di riceve da casa e che si divide tra compagni di prigionia ( “… siamo come fratelli …” ).

L’arrivo di un pacco assumeva un’importanza particolare, e siccome il suo contenuto era anche un segno della partecipazione dei congiunti a casa, la sua apertura era un momento di intensa emozione che, almeno per un istante, riusciva a lenire la straziante nostalgia di casa e apriva nuove prospettive di vita.

«Gli indumenti che indosso sono gli stessi di quando sono partito per l’Albania; cerco di mantenerli in ordine come posso anche con l’aiuto del mio più caro amico, Angelo Fusetti di Cislago, che è un sarto. Un giorno nel lager faccio la conoscenza con un giovane di Vedano al Lambro, Tullio (*). Fa il parrucchiere per i tedeschi, ma anche ci rapa per aiutarci a liberarci dai parassiti.»

(*) Tullio impara il tedesco. Alla liberazione del campo di concentramento, conosce una bella ragazza tedesca. Subito si sposano. Tullio incarica Arnaldo, al rientro in Italia, di recarsi a Vedano per tranquillizzare genitori e i parenti circa la sua esistenza in vita e di prepararli alla novità del suo matrimonio con una ragazza tedesca. Tullio rientrerà in Italia solo alla fine del 1945 per tornare subito in Germania dove vivra fino al 2005, anno della sua morte.

 

«Durante i trasferimenti dal lager alla fabbrica sovente venivamo insultati dai civili che incontravamo: ci chiamavano in senso spregiativo “badogliani”, “traditori” oltre a sputarci addosso.

Spesso giungevano al campo di concentramento delegazioni per convincerci a collaborare con il regime fascista e nazista in cambio della libertà: la scelta era tra una vita di stenti nei lager o il lavoro coatto e un “posto” da soldato regolare del terzo Reich o della Repubblica Sociale Italiana (in questo caso vi era la possibilità di ritornare subito in patria). Ma quelli che accettarono, i cosiddetti “optanti” furono una minoranza. Durante una di queste visite nel lager, un fascista italiano ci insultò gravemente dicendoci "Voi badogliani siete la feccia dell’Italia"».

 

I motivi del rifiuto a qualsiasi forma di collaborazione con il regime fascista e nazista furono diversi: dalla volontà di mantenere fede al giuramento prestato al Re, dal rispetto per se stessi, suscitato in modo particolare dal trattamento ricevuto dai tedeschi, e dal dichiarato antifascismo. In particolare negli animi degli internati militari italiani covava il rancore silenzioso e cupo verso quelli che ritenevano responsabili della loro miseria, ossia il “fascismo e i tedeschi” accompagnato dalla generale convinzione che la guerra sarebbe presto finita con la vittoria degli alleati, rafforzata dalle notizie travolgenti che giungevano dai vari fronti di guerra e dalla visione delle città della Germania distrutte, nelle quali i prigionieri venivano spesso impiegati per rimuovere le macerie.

Nonostante tutto la massa dei soldati italiani disarmati ebbe la forza di resistere alle offerte e alle pressioni. Fin dai primi giorni da questa forza si sviluppò “una resistenza cosciente che parve essere stata motivata soprattutto politicamente ed eticamente da sentimenti antifascisti.

Fin dall’inizio il trattamento riservato agli IMI oscillò tra propositi di rappresaglia e di sfruttamento.

In seno alla dirigenza nazista i propositi di vendetta, di cui si fece portavoce lo stesso Hitler, si scontrarono con posizioni più pragmatiche che alla fine indussero il Führer ad accogliere le proposte avanzate da Sauckel (dal 1942 plenipotenziario generale per la mobilitazione del lavoro) e Speer (ministro per gli armamenti) affinché gli internati venissero trasformati in “lavoratori civili”.

Il 20 luglio 1944 (giorno del fallito attentato contro di lui), Hitler decise di acconsentire al cambiamento di status.

Il 3 Agosto 1944 il comando supremo della Wehrmacht comunicò che ufficiali, sottufficiali e militari di truppa sarebbero passati ad un rapporto di lavoro civile. Tutti quanti i comandi dislocati in Germania dovevano cambiare “status” senza però interrompere le attività in corso.

Nell’autunno 1944 molti internati si opposero alla loro trasformazione in “lavoratori civili”.
«Per noi nessun cambiamento! o internati militari o lavoratori civili, ma sempre nel filo spinato». 

“Il problema base per noi dal momento in cui si è iniziata la campagna per farci di buona o di cattiva voglia passare civili è stato quello di rifiutarci in tutti i modi di firmare qualsiasi documento che possa più o meno direttamente implicare il nostro consenso a quella strana operazione o, comunque, al lavoro obbligatorio per l’astuto ma odiatissimo nemico tedesco. Soldati siamo stati catturati, soldati siamo trattenuti con la forza; soldati vogliamo un giorno tornare in patria”.

A partire dall’inizio di settembre 1944 il cambiamento di status venne attuato con metodi coercitivi. Tutta quella operazione si presentò comunque come un inganno destinato esclusivamente ad etichettarli in maniera diversa.

Le imprese cercarono di gestire gli internati, dai quali si aspettavano un vantaggio sul piano del rendimento, esclusivamente secondo i loro intendimenti e con i loro metodi.

«A settembre 1944 il campo di concentramento viene distrutto da un bombardamento, per fortuna mentre eravamo in fabbrica. Il mio diario, che tenevo nascosto sopra una trave della baracca e che avevo faticosamente salvato da tutte le perquisizioni, sembra ormai irreparabilmente perso. Con alcuni miei compagni, cercando tra le rovine nel tentativo di recuperare i nostri zaini, riesco a ritrovarlo intatto.

Vengo trasferito in un altro lager a Schwerte, nei pressi di Dortmund, sul fiume Ruhr, la zona più industriale della Germania».
Arnaldo-Pellizzoni-lavoratore-coatto-in-

documento-di-riconoscimento.jpg Documento-d-identit--numero-1074.jpg

Traduzione

Documento d’identità n° 1074

Fabbrica: Reichsbahnausbesserungswerk = Fabbrica nazionale di riparazione delle ferrovie Schwerte (Ruhr)

Reparto K                  Occupato: Hilfsschlosser = aiutante meccanico

Attenzione!

  1. La cessione del documento di identificazione a persone non autorizzate è considerato reato
  2. Lo smarrimento deve essere comunicato immediatamente alla Direzione o all’ufficio del Personale
  3. La carta d’identità deve essere portata sempre con sé durante il servizio
  4. Non consente di entrare ed uscire dal lavoro durante il servizio. Il documento di identificazione è di completamento …    è punibile colui che ne è sprovvisto quando gli viene richiesto.


«Gli alloggiamenti sono degli stanzoni all’interno della fabbrica.

Tra i tedeschi con i quali lavoro ci sono due personaggi emblematici che tengono un comportamento antitetico nei miei confronti. Il primo, che avevo soprannominato “Milankaputt”, al mattino, al mio arrivo nel reparto, conoscendo la mia provenienza, mi accoglie dicendomi “Milan Kaputt” (per farmi credere che Milano è stata distrutta dai bombardamenti), suscitando in me una certa apprensione. Una mattina “Milankaputt” non si presenta al suo posto di lavoro: sulla morsa del suo banco di lavoro vedo appoggiato un mazzo di fiori; vengo poi a sapere che l’aereo da combattimento sul quale si trovava il figlio era stato abbattuto. L’ altro che avevo soprannominato “il Campagnolo”, perché proveniva da una vicina zona di campagna, di animo buono e che ritenevo contrario al regime, all’ora del caffè che viene distribuito in mattinata, per un mese mi allunga, stando bene attento a non farsi notare, un pezzo di pane con la mortadella, che a volte consumo subito oppure, quando è possibile lo divido in baracca con i miei più intimi amici».

In seguito alla trasformazione da Internati Militari Italiano in “lavoratori civili” ai prigionieri viene concessa una retribuzione fittizia in “reichmark”.

«L’alimentazione insufficiente per svolgere qualsiasi attività lavorativa rimane».

Nell’inverno 1944-1945 il gelo, la mancanza di abiti adeguati, di coperte, di cibo, rese penosissime le condizioni degli ex-internati, ai limiti della sopravvivenza. I sintomi del crollo ormai imminente, d’altro canto, non mancarono di suscitare negli ex-internati la speranza che la loro prigionia sarebbe presto finita. Certo, gli attacchi aerei mettevano in pericolo la loro vita.

«11 Aprile 1945:

rombi di motori; il cielo diventa buio per la scia che le fortezze volanti che solcano il cielo sopra di noi emettono per non farsi colpire dalla contraerea. Cadono bombe; la fabbrica, che aveva già subito alcuni bombardamenti aerei lievi, viene bombardata in modo intensivo: i tedeschi la abbandonano, noi prigionieri cerchiamo riparo nei sotterranei. Mentre cerco dì nascondermi, a causa di uno spostamento d’aria dovuto ad una esplosione, vengo scaraventato ad alcuni metri di distanza, finendo in un tombino. Per fortuna me la cavo con alcune escoriazioni e qualche botta.

Nei sotterranei, con nostra sorpresa, scopriamo i magazzini pieni di ogni ben di Dio: e pensare che per noi non c’ erano neanche le bende; in caso di ferite sul lavoro ci si fasciava con pezzi dì carta!

15 Aprile 1945:

i soldati americani arrivano nella fabbrica e veniamo liberati. Momenti di grande sollievo e gioia. Siamo alquanto dimagriti e non siamo più abituati ad una alimentazione normale tanto che al primo pasto dì latte e riso stiamo tutti male. Poi piano piano ci si riprende. Ci sistemano presso abitazioni private, abbandonate dai proprietari, dove provvediamo autonomamente alla nostra alimentazione mediante i viveri che ci vengono consegnati.

Riprendiamo le forze tanto che costituiamo una squadra di calcio che partecipa ad un mini-torneo internazionale».

7 Maggio 1945: il generale tedesco Jodl firma la resa incondizionata della Germania.

«Luglio 1945: ai primi del mese la nostra zona passa sotto il controllo degli Inglesi, mentre gli americani si portano più a nord nella Germania. Con gli Inglesi ci troviamo un po’ più a disagio: non solo per l’alimentazione ma anche per il nuovo regolamento che non consente di restare fuori fino a tardi alla sera e che prevede il rientro entro le ore 19».«Il tempo trascorreva lentamente e attendevamo con ansia il fatidico giorno del rimpatrio. A metà Agosto ci assicurano che entro la fine del mese avremmo lasciato la Germania e ci invitano a preparaci. Partimmo da Dusseldorf; attraversammo diverse città tedesche, tra cui Colonia, Stoccarda, tutte devastate dai bombardamenti. Il treno procedeva lentamente».

«Ai primi dì settembre attraverso la Svizzera, passando dal lago di Costanza, arrivo a Ponte Chiasso. Il pensiero continuo era la casa, i familiari. Non ne avevo notizia da alcuni mesi. Il mio paese era stato bombardato? Le nostre case avranno subito danni? Arrivo poi a Como. Con alcuni compagni di viaggio andiamo in un’osteria; avevo cucito nella mia giacca prima, e salvato poi, 500 Lire: con mia grande sorpresa mi accorgo che sono appena sufficienti per comprare una bottiglia di vino!

Ritorno in stazione dove trovo un lissonese al quale subito mi rivolgo per avere notizie del mio paese. Sotto la sua guida, salgo sul primo treno diretto a Milano.

E’ il 4 Settembre 1945: arrivo alla stazione di Lissone. Saluto i miei compagni che continuano il viaggio per Milano e scendo dal treno. Una mia conoscente, che in quel momento era in stazione, mi vede e corre verso via Padre Reginaldo Giuliani, dove allora abitavo, ad annunciare ai miei parenti e al vicinato il mio ritorno. Mentre mi dirigo verso casa, un gruppo dì conoscenti della via mi si fa incontro e mi accoglie festosamente: poi l’incontro con i miei cari ….».

Arnaldo Pellizzoni
Lissone 25 aprile 1995


Quand'ero in prigionia / qualcuno m'ha rubato

mia moglie e il mio passato / la mia migliore età.

Domani mi alzerò / e chiuderò la porta

sulla stagione morta / e mi incamminerò.

Boris Vian, 1956 (trad. di Ivano Fossati, 1992)

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