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Enrico Consonni: storia vera di un soldato allo sbando

21 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

In occasione dell’8 settembre, pubblichiamo un articolo in cui vengono narrate le vicissitudini di un lissonese, Enrico Consonni, durante la  seconda guerra mondiale.

È tratto da un racconto, curato da Walter Consonni, socio dell’ANPI Lissone e figlio primogenito di Enrico, che ha trascritto le memorie del padre.


Enrico Consonni, figlio unico di Pietro Consonni e Maria Proserpio, è nato a Lesmo (Milano) il 30 gennaio 1922 ed è deceduto a Monza il 9 luglio 1979.

La madre Maria muore subito averlo partorito e suo padre, contadino nelle terre di Lesmo e Camparada, lo affida ad una zia che lo cresce fino ai 14 anni circa; nel frattempo frequenta la scuola materna “Ratti” e le Scuole Elementari di Lesmo insieme al suo migliore amico e coetaneo Tarcisio Beretta che condividerà con lui anche tutte le disavventure militari narrate successivamente in un memoriale.

A 14 anni viene inviato a Lissone presso il forno dei Meroni per imparare il mestiere di panettiere; Enrico, per il suo carattere buono, è accolto benevolmente dalla già numerosa famiglia del panettiere e cresce con i figli di questi come un nuovo fratello.

Viene chiamato alle armi nel 1942 a guerra iniziata.

I coscritti della classe 1922 di Lissone, in attesa di partire per il fronte di guerra. Enrico Consonni è il primo da destra della seconda fila (dal basso).

Prima inviato all’autocentro di Milano, dove condivide l’addestramento anche con Romeo Brugola (il futuro partigiano Rom ancora vivente a Lissone) e ottiene la patente di guida per condurre automezzi pesanti e autoblindo.


Da Milano viene trasferito a Caserta con i reparti destinati alla campagna nel Nord Africa;
 

imbarcato per la Libia durante il tragitto in mare l’imbarcazione è assalita dalla RAF e costretta al rientro immediato alla base; le tragiche sconfitte di El Alamein e Tobruk costringono il suo reparto allo spostamento sul fronte della Jugoslavia.

Enrico Consonni (a sinistra, con il suo migliore amico e coetaneo Tarcisio Beretta, a destra, che condividerà con lui anche tutte le disavventure militari narrate successivamente in un memoriale).

Enrico rimane in Istria e Croazia fino all’8 settembre del 1943 quando l’armistizio coglie di sorpresa i reparti motorizzati del regio Esercito e da quel giorno inizia il racconto autobiografico che narra delle sue tribolazioni e del suo vagabondare durato fino al novembre 1943.

Dal diario di Enrico Consonni, in cui descrive il suo avventuroso viaggio dalla Jugoslavia a Lissone:

"8 SETTEMBRE 1943

Era una sera limpida e prima ancora che calassero le tenebre il tenente radunò gli uomini rimasti nell'accampamento... L'ufficiale comunicò che il Governo Badoglio, costituito da appena 45 giorni, si era reso incondizionatamente alle forze alleate e ordinò agli uomini che prendessero essi stessi misure precauzionali arbitrarie onde difendere gli automezzi in caso di aggressione da parte di qualsivoglia forza bellica. ... si innalzò al cielo un generale urlo di gioia e immediatamente si manifestò un primo atto di rifiuto all'ordine di restare calmi. “Vogliamo andare a casa” era la parola d'ordine diffusa ovunque e già tutti si premuravano di organizzare, ognun per sé e Dio per tutti, la partenza. ...

9 SETTEMBRE 1943

L'alba del 9 settembre era serena, il sole non era ancora sorto e già gli uomini si radunavano spontaneamente in gruppetti per interpellarsi tra loro sui fatti della sera precedente. Nei loro occhi si poteva leggere una grande felicità, i loro cuori avevano un solo anelito: la casa. In ogni argomento di discussione, in ogni frase proferita non ci si poteva esimere dal ripetere “Andiamo tutti a casa”. Gli automezzi partiti la sera prima non erano ancora rientrati; ne arrivarono invece tre dal distaccamento di Cerquinicza. In quel paese erano scesi dai monti i partigiani e avevano chiesto al locale comando italiano la consegna pacifica di ogni sorta di materiale giacente, perché in caso contrario, avrebbero agito di conseguenza con le loro forze dislocate a pochi chilometri di distanza, nascoste negli antri più oscuri, celate dai boschi delle montagne adiacenti. ... Si passò il pomeriggio all'insegna di una certa calma. La continua eco di voci che provenivano dalla piccola borgata giungeva ai nostri orecchi come un palese invito a desistere da tutto e ad avviarsi sollecitamente verso la meta che cuore e pensiero sempre più desideravano. La nostra presenza sulla loro terra aveva rappresentato una vera oppressione; erano stati privati della libertà. In quel pomeriggio i visi della popolazione oppressa non erano tuttavia corrucciati da quei biechi e torvi sguardi che solevano mostrarci. I volti di quella gente, come noi provata da guerra, fame e stenti, apparivano in quel momento più sereni, ma lo sarebbero stati ancora di più se noi soldati italiani avessimo abbandonato in fretta la loro terra, dopo averla “conquistata” con non pochi sacrifici (guerra maledetta!). Durante quel pomeriggio nulla di particolare accadde. Soltanto verso il tramonto un aereo tedesco sorvolò il territorio e da bassa quota lanciò nugoli di manifestini. Corremmo per i campi a raccoglierne qualcuno, credendo di leggere possibili messaggi o ordini per il nostro reparto in attesa. Erano  fogli che riportavano frasi in lingua slava, indirizzati non agli italiani ma a quella popolazione. Mi imbattei in un uomo già anziano e gli chiesi di tradurmi nella mia lingua il contenuto dei volantini; lo fece abilmente e in poche parole mi spiegò che i tedeschi esortavano la popolazione slava ad unirsi compatta a loro per continuare la guerra contro i nemici della Germania. ...

10 SETTEMBRE 1943

... Nell'attesa dell'ordine di partenza della colonna degli autocarri, si vedevano dai finestrini transitare alcuni uomini mai visti fino a quel momento; erano vestiti per metà borghese e per metà militare e portavano all'occhiello una stella rossa. Si dirigevano verso il vicino baraccamento dei guastatori alla ricerca di armi. Notavo dal loro aspetto trasandato e sobrio che doveva trattarsi di persone appena scese dalle montagne circostanti oppure appena usciti dai nascondigli naturali che in quella zona abbondavano. A questi uomini piuttosto giovani si univano anche donne e ragazzi e tutti si accalcavano in quel luogo per procacciarsi un'arma. Il comandante in persona si dava un gran da fare per distribuirle elargendo anche preziosi consigli sull'uso; vedemmo anche  mpartire istruzioni per maneggiare i lanciafiamme. Fu una scena che ci rese tutti intimamente compiaciuti e concordi con la determinazione e la risolutezza di quel popolo che voleva essere definitivamente libero, e più che mai desiderava riconquistare la propria libertà anche combattendo, se necessario. ...

Finalmente il nostro reparto, rimasto ancora compatto, si mosse e in poco tempo raggiungemmo Fiume dove sostammo sulla strada provinciale per Abbazia. ...

Di queste soste prolungate ne approfittavano parecchi militari che si spostavano a piedi: autisti e soldati dei veicoli abbandonati, sbandati e sconosciuti di altre compagnie montavano con destrezza sul primo carro disponibile per poter proseguire con noi la marcia verso l'interno. Uno di quei soldati abbandonati o dispersi era proprio Tarcisio Beretta, il mio caro amico d'infanzia nativo di Lesmo, come me; il destino ci aveva voluti anche compagni d'armi e, durante la noia dell'addestramento, con lui ingannavo il tempo scrivendo liberi componimenti, in una strana lingua italiana frammista al dialetto brianzolo; continuammo poi le nostre imprese letterarie anche durante le ore libere negli accampamenti di Monastero e San Martino. Egli da tempo si era impegnato nella mia ricerca e proprio allora mi rintracciò tra la grande confusione; abbracciandomi mi spiegò le sue disavventure recenti. Lo invitai a rimanere con me per dormire e a dividere lo spazio sul mio autocarro, ancora funzionante, e poi aggiunsi: “D'ora in poi tutto quello che faremo sarà deciso insieme!”. Gli porsi una galletta delle mie e cercammo di venire a capo di quella situazione controversa. ...

11 SETTEMBRE 1943

Tra mille perplessità ed incertezze giungemmo così alle porte di Pola dove, appena superato l'aeroporto di Astura, ci assestammo. In poco tempo capimmo che era stato organizzato in quell'area un concentramento gigantesco di reparti mobili del nostro sfasciato esercito italiano: migliaia di automezzi erano dislocati nei boschi circostanti. ... Proseguire la marcia diventava impossibile. In quello stesso momento giungeva di gran carriera un motocarro della Wehrmacht con a bordo quattro uomini armati di grosse mitragliere. Era diretto verso l'aeroporto con uno scopo che fu presto chiaro: occuparlo. ... Tutti noi, coraggiosi soldati italiani sparsi a migliaia in quel luogo, non fummo capaci di intervenire in alcun modo. ... Fu così che quattro soli soldati tedeschi presero possesso dell'area aeroportuale, confiscarono tutto quanto esisteva al suo interno e vi posero una sentinella armata a guardia. Le ore passavano inesorabilmente, ma di ordini nemmeno uno. ... Passammo una notte insonne, rotta da continue scariche di mitra e sibili di proiettili che non facevano presagire niente di buono.

12 SETTEMBRE 1943

Con la luce del giorno vedemmo i nostri tenenti di guardia, allo scoperto lungo la linea ferrata, che rientravano verso di noi. Alle sette essi informarono tutto il nostro esercito di mezzi e uomini, o almeno ciò che ne era rimasto, di aver ricevuto dal comando tedesco una sorta di ultimatum che in sintesi poneva le seguenti due condizioni da scegliere: deporre ogni genere di armamento nelle mani dei tedeschi e quindi essere deportati al campo di concentramento di Lubiana - via Pola - come prigionieri; accettare di continuare a combattere a fianco delle armate germaniche contro le forze alleate. Il nostro tenente, soldato tutto d'un pezzo, rigoroso ufficiale del Regio Esercito Italiano, ci concedette cinque minuti per prendere una decisione e riportare ai tedeschi gli elenchi di coloro che dovevano essere ritenuti combattenti o prigionieri. Non occorse comunque molta meditazione a noi tutti per operare una scelta che escludesse nel modo più assoluto entrambe le proposte-capestro dei nostri ex-alleati, considerate a dir poco mortali. Il rifiuto del nostro gruppo fu dunque unanime e in un batter d'occhio ognuno prese a correre disordinatamente verso i luoghi dove poter rimediare tutto ciò che riteneva necessario per fuggire. Visto ciò che stava accadendo e capito che la situazione gli sfuggiva di mano, il tenente si piazzò col mitragliatore al lato nord del nostro luogo di concentramento, presumendo un esodo di massa da quella parte. L'intenzione era quella di scongiurare l'ammutinamento e fermare con estremo rimedio la fuga della sua truppa ormai allo sbando. A quella vista, l'affiatato terzetto di commilitoni composto da me con gli inseparabili amici Tarcisio Beretta e Luigi Spada, si gettò allora a spronbattuto in direzione opposta, verso il Mare Adriatico. Il dado era ormai tratto e l'azione decisiva aveva preso la strada del non-ritorno. ...

per la notte ... Ci coricammo sul nostro letto fatto di erba e zolle inumidite dalla frescura notturna e per coprirci usammo, Tarcisio ed io, una unica giacca divisa in due. ...

13 SETTEMBRE 1943

Spuntò l'alba del nuovo giorno, dopo lo snervante dormiveglia con i suoi torbidi e tristi sogni, e il chiarore dell'aurora cancellò presto ogni paura dalle nostre menti per lasciare spazio al nuovo progetto di riprendere il cammino ...  Dall'alto del colle si poteva vedere una parte della costa e sull'orlo di una insenatura, che il Mare Adriatico sembrava avere dipinto su una tela, era abbarbicato un paesello dall'atmosfera tranquilla e domestica. ...

Entrammo con decisione nella strada principale di Medolino, questo era il nome riportato sulla segnaletica stradale, camminando uno di fianco all'altro. Sulle porte delle case comparivano simultaneamente al nostro passaggio le donne del paese e, dal nostro abbigliamento e dal nostro modo di fare, subito riconobbero in noi dei soldati allo sbando. Qualcuna di loro, che più era sensibile ai dolori e alle pene dell'umanità e probabilmente ben conosceva le ristrettezze e gli stenti propri ed altrui, ci chiese se avessimo fame. Un gesto assai caritatevole al quale rispondemmo con immediatezza e positivamente. Ci rifocillarono con quel poco di pane e verdure che avevano, ci dissetarono, senza chiedere nulla di noi. Sentivamo di essere capitati tra persone amiche e quindi osammo domandare se non avessero da offrirci anche un rifugio nel quale rimanere a riposare pochi giorni. ...

ci incamminammo con passo spedito in direzione della strada provinciale costiera di Albona, con l'intenzione di operare un largo giro intorno a Pola ed evitare i tedeschi....

17 SETTEMBRE 1943

Verso le dieci fummo in vista di Pisino, un paese infossato in una verde conca, circondato da colline. Alle sue porte stazionavano di guardia alcuni partigiani armati. Ci avvicinammo ad essi con passo sicuro e, quando gli fummo di fronte, ci invitarono ad attendere l'arrivo di un altro gruppo di sbandati appena avvistati. Fummo inquadrati ed avviati alla vicina caserma accompagnati da un uomo già attempato. Sul portone di ingresso si potevano leggere ancora i nomi dei battaglioni dell'esercito italiano che vi erano stati insediati, ma sul pennone sventolava ormai la bandiera comunista dei partigiani di Tito. ... Lasciato Pisino, prendemmo la direzione di Pinguente. La strada provinciale era normalmente battuta da persone di diverse età, donne e uomini, accomunati da un unico fregio all'occhiello: la stella rossa ...  Una stella che, tuttavia, sembrava diffondere più il significato universale della libertà che quello troppo restrittivo di un ideale politico. ...

18 SETTEMBRE 1943

... Ci confortava sapere di avere coperto ormai una distanza di 120 chilometri; se le nostre stime erano esatte mancavano “solo” 45 chilometri circa a Trieste e pertanto decidemmo di percorrerli tutti nello stesso giorno. ... Erano le diciannove circa ed approssimandosi la sera, cercammo sistemazione ad Ospo, un piccolo paese dietro un colle in prossimità del capoluogo giuliano. Ci sentivamo ormai vicini al grande balzo ma non volevamo rischiare di compromettere quanto di buono avevamo combinato  fino ad  allora; pertanto ci mettemmo prima di tutto alla caccia di informazioni utili per entrare ed attraversare Trieste nel modo più sicuro. Ricevemmo qualche notizia da alcuni militari provenienti da  Aquila ed altre ancora dalla popolazione locale; fummo anche portati a conoscenza di alcuni gravi fatti. Una signorina appena rientrata in bicicletta da Trieste disse di aver sentito parlare di un silos nel quale erano concentrati militari e sbandati rastrellati nella zona in attesa di essere deportati e, inoltre, di avere letto un bando fatto affiggere sui muri della città dal comandante germanico Barnbek. Il testo del manifesto era rivolto agli appartenenti alle forze armate italiane e conteneva la diffida di presentarsi alle più vicine caserme dei carabinieri o ai comandi tedeschi entro 48 ore, pena la fucilazione o l'impiccagione. Questa brutta notizia fece naufragare d'un colpo tutte le nostre speranze. ...

20 SETTEMBRE 1943

Trovammo una nuova famiglia che ci ospitò con affetto, disposta a trattenerci con loro anche parecchi giorni, in attesa che gli eventi prendessero una piega più favorevole. ... I due vecchi Novak si spezzavano la schiena per star dietro alle campagne; i due figli non potevano essere d'aiuto in quanto, farsi vedere troppo in giro, significava rischiare di essere prelevati con la forza dai tedeschi. Così decidemmo di renderci utili ai Novak come contadini e manovali, in modo da sdebitarci con loro. Partecipammo alle operazioni di vendemmia nelle vigne del circondario; raccoglievamo uva dalla mattina alla sera o spannocchiavamo il granoturco e le giornate passavano in fretta. ...

Prendemmo così la decisione di tentare ulteriormente il passaggio di Trieste l'indomani ... ma... Non erano ancora le nove quando fummo distratti dal rumore di numerosi motori provenienti dalla strada di Trieste, prima piuttosto in lontananza e dopo pochi minuti decisamente più vicini a noi. ... Dalla vigna dove stavamo lavorando potevamo ormai scorgere diversi carri armati e autoblindo tedesche e ancora, subito dietro, autocarri che scaricavano a terra centinaia di soldati. Seguimmo con attenzione e terrore ogni movimento e, quando fummo certi che i temuti tedeschi avevano nel mirino proprio il nostro paese e i dintorni, fu il panico. Gli uomini delle S.S. si disposero a ventaglio per una retata capillare e tremenda; un reparto prese la nostra direzione ed un altro si spostò su tutta la collina di fronte. Si udirono i primi colpi, prima isolati e sporadici e poi più insistenti. Cercammo un nascondiglio mentre le S.S. salivano inesorabilmente ... Di lì a poco, nascosti nell'erba, sentimmo tutta la vallata rintronare di cannonate, raffiche di mitra e scoppi di bombe a mano. Sul versante opposto le fiamme stavano divorando San Servolo. Ci trovavamo dunque al centro di un rastrellamento in grande stile e le nostre vite correvano un drammatico pericolo. La paura ci aveva ipnotizzati; eravamo in quel frangente come due automi incapaci di pensare, privi di energie e paralizzati nei movimenti ... Con la coda dell'occhio vidi sbucare dalla cima un soldato tedesco e poi, circa dieci metri più in basso, eccone un altro. Anche Tarcisio vedeva altri soldati avanzare su tutto il  fronte dell'intera vallata. Il momento era drammatico. Udimmo alcuni rumori tra le foglie e dei passi, poi una raffica scaricata con rabbia; istintivamente chiudemmo gli occhi, ci stringemmo forte la mano ... Dopo ancora un attimo di sconcerto, socchiudemmo gli occhi e ci trovammo di fronte un soldato della S.S. con il mitra spianato e ancora fumante. Fu un incontro agghiacciante. Egli ci fissò per qualche secondo immobile e anche noi lo guardammo impauriti. Era un ragazzo molto giovane vestito con una tuta mimetica e carico di armi. Non so bene che cos'altro sia successo in quel terribile momento: ricordo che Tarcisio, con voce tenue guidata probabilmente da una forza sovrumana, disse: “Guten camerata, volete uva?” Con aria apparentemente seccata il tedesco rispose semplicemente e rudemente “nicht” e se ne andò. Ad una cinquantina di metri un gruppo di S.S. in rastrellamento sparava sventagliate di raffiche radenti il suolo e si allontanava in direzione opposta. L'avevamo scampata bella ... "

 

Occorreranno ancora diverse settimane, contrassegnate da immensi pericoli, disagi, privazioni e dal continuo altalenare sospeso tra la vita e la morte, prima che Enrico Consonni arrivi a Lissone.


Giunto sano e salvo a Lissone presso la famiglia di adozione, probabilmente tramite il Meroni, riesce a ottenere un lavoro di pubblica utilità presso la Ditta Motta (quella dei panettoni) che operava con una sede proprio a Lissone; il lasciapassare delle autorità tedesche gli permette di essere esentato dalle forze armate e dalla deportazione.

 

Per sdebitarsi dell’ospitalità concessagli dalla famiglia Meroni, mio padre partecipa al lavoro notturno nel forno di famiglia con i “fratelli”; Enrico nel tempo libero ama disegnare e dipingere e utilizza le sue opere da autodidatta di talento per pagare i pranzi e le cene nella vicina trattoria del Sole.

Dopo la guerra riesce anche a frequentare per un paio d’anni una Scuola di Avviamento Professionale e si fidanza nel 1948 con la sua futura moglie e mia madre Ines Valagussa che sposa nel 1951.



Tramite il suocero riesce ad aprire un’attività propria a Monza, un negozio di alimentari, panetteria e vino dove lavora fino a 57 anni quando muore improvvisamente di leucemia acuta.

 

Nella seguente poesia di Tarcisio Beretta, amico fraterno di Enrico Consonni, e suo compagno nelle vicissitudini della guerra, traspaiono le sensazioni provate dai due giovani, durante la loro fuga nei giorni seguenti l’8 settembre 1943, e nel momento terribile quando la loro vita è stata per un attimo nelle mani di un giovane soldato tedesco.


SETTEMBRE 1943


Folle la nostra fuga

concepita nella paura

verso ignoti orizzonti.

Allucinanti pensieri di morte

visioni di cimiteri spettrali

e molti scoppi nel cuore.

Sette interminabili giorni

con le membra logorate,

aggrediti dalla fame

e traditi

da tanti miraggi.

Su quelle aspre

doline carsiche

lasciammo lembi di carne

senza imprecazione

e nessun lamento.

Silenzio

per ascoltar rumori,

scrutare oltre lo spasimo

per non vedere

tute mimetizzate.

Le notti di pece

insidiavano i nostri trasferimenti

franando

nei cespugli delle valli.

Non un lume

per l'orientamento

ed il digiuno astronomico

arretravano il nostro cammino.

Nelle gambe piegate

le cinquecento miglia,

la mente indebolita

dall'urlo agghiacciante

della nostra fine

su uno dei tanti abeti

o spezzati

lungo i turgidi vigneti.

Trieste,

città promessa,

atterrita,

trafitta da fili spinati

distrusse le nostre speranze.

 

Ricacciati nella valle di Ospo,

la feroce trappola

del rastrellamento

stroncava le ultime forze

e le labbra

balbettavano preghiere.

Dei passi s'arrestarono

alle nostre spalle

per eterni istanti.

Un giovane S.S.

s'allontanò;

con l'alba

sulla dorsale

si compiva il miracolo

della Resurrezione.
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Lissonesi nel Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.)

21 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Con questo articolo vogliamo rendere omaggio a quei Lissonesi che dopo l'8 Settembre 1943, rimasti nell'Italia meridionale, combatterono per la Liberazione dell'Italia nel 1° Reggimento Motorizzato, nei Gruppi di Combattimento nel Corpo Italiano di Liberazione e nei Gruppi di Combattimento:

 

Arosio Ennio

Arosio Giuseppe

Ballabio Oreste
Galimberti Renzo

Mussi Mario

Paltrinieri Bruno
Rivolta Franco

Rovera Massimiliano
Sala Giulio

 

 

"Nel settembre del 1943 gran parte della popolazione italiana “indossava l’uniforme”. 4.666.600 erano gli uomini inquadrati nei ranghi dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica, compresi Carabinieri e Guardia di Finanza (l’Esercito disponeva di 82 Divisioni, la Marina di 349 navi e l’Aeronautica di 1.500 aerei, il tutto dislocato in Italia e all’estero).

Considerato che la popolazione italiana a quella data era di circa 43 milioni di persone, quasi l’11% della popolazione era in armi, percentuale che sale a più del 22% se si considera la sola componente maschile della popolazione; comunque oltre l’80% della “forza lavoro” era assente dalle attività produttive. Alla data dell’8 settembre, circa 700.000 militari erano fuori del territorio nazionale, e furono coloro che, soprattutto per mancanza di chiare direttive, subirono le perdite più gravi.

Fu inevitabile, pertanto, che subito dopo l’8 settembre, la spaccatura nell’ambito delle Forze Armate, e dell’Esercito in particolare, si manifestasse in tutta la sua evidenza. I “soldati di Mussolini” e pochi loro simpatizzanti si precipitarono nelle formazioni tedesche e al nord, nella Repubblica Sociale, mentre gli altri fecero, come abbiamo visto, una scelta coerente, anche se, in molti casi, estremamente dolorosa. È opportuno indicare, anche se succintamente, la frenetica cadenza delle trasformazioni attuate (in qualche caso imposte dagli alleati) nell’ambito delle ricostituite unità delle Forze Armate italiane. Anche se nei giorni successivi all’8 settembre le formazioni dislocate in Puglia, Lucania e Calabria si erano battute con determinazione contro i tedeschi, gli Alleati non consentirono ai reparti italiani di proseguire la lotta. Le unità furono riordinate, inglobando anche molti elementi che erano giunti dal nord, attraversando le linee, e militari provenienti dai Balcani.

Il 26 settembre fu costituito il 1° Raggruppamento Motorizzato (in pratica una brigata su 4 battaglioni di fanteria e supporti, per un totale di circa 3.000 uomini). Il 13 ottobre 1943 venne formalizzato lo stato di guerra contro la Germania.

 

Il 7 dicembre il 1° Raggruppamento entrò a linea, a Monte Lungo, sul fronte di Cassino. Dopo due tentativi, la posizione fu conquistata. Ci furono 350 caduti (più del 10% della forza).

Nel febbraio del 1944 il Raggruppamento, con una forza di circa 5.000 uomini, combatté sugli Appennini e il 18 aprile venne inquadrato nel “Corpo Italiano di Liberazione”.

A fine maggio la linea Gustav in corrispondenza di Cassino fu infranta e il “Corpo Italiano di Liberazione”, forte ora di 24.000 uomini, fu inquadrato nell’VIII Armata Britannica, impegnata sul fronte adriatico; questa allocazione fu attuata per evitare che le truppe italiane partecipassero alla liberazione di Roma.

II 24 settembre 1944 gli alleati chiesero al Governo italiano di approntare, per essere impiegate in prima linea, 6 divisioni leggere, denominate “Gruppi di Combattimento”; denominazione che rispondeva a ragioni politiche, per minimizzare il contributo bellico italiano alla causa alleata, in previsione degli accordi di pace. Le uniformi dei Gruppi di Combattimento (Cremona, Friuli, Folgore, Legnano, Mantova e Piceno) erano inglesi, con simboli e mostrine italiane. I Gruppi di Combattimento furono inizialmente schierati sulla linea Gotica (che, partendo dalle alpi Apuane, a nord di Pisa, raggiungeva l’Adriatico a nord di Ravenna) e, sempre inquadrati nell’VIII Armata inglese, liberarono Bologna, Modena, Mantova e nel settore orientale Ferrara, Venezia e, infine, risalendo la valle dell’Adige, raggiunsero Bolzano.

Quelle donne e quegli uomini che parteciparono attivamente alla guerra di Liberazione, nei ranghi delle Forze Armate o nelle formazioni partigiane, o anche semplicemente attuando la resistenza passiva, avevano in mente l’ideale di una nazione libera, democratica, pacifica, profondamente rispettosa dei diritti umani. Quelle donne e quegli uomini operarono con determinazione, affrontando gravissimi rischi, in un Paese distrutto, diviso e occupato da eserciti stranieri, con alle spalle centinaia di migliaia di morti e di invalidi, e con un morale provato da oltre tre anni di guerra. E in aggiunta con l’accusa di essere anche dei traditori. Quelle donne e quegli uomini, invece, erano convinti che l’accusa infamante era profondamente ingiusta: la maggior parte del popolo italiano aveva preso coscienza sia dei tragici errori politici commessi, sia di essere stato ingannato, sia della necessità, proprio perché colpevoli, di porre fine alle immani distruzioni provocate dalla guerra. Il popolo italiano non aveva tradito! Era stato tradito! " (da una conferenza del generale Franco Angioni)

dal sito dell' Esercito
 

Il C.I.L., trasferito sul fronte adriatico alle dipendenze dell'8a Armata britannica e agli ordini del Generale Umberto Utili, iniziò, dall'8 giugno, una travolgente offensiva che doveva portarlo allo sfondamento della Linea "invernale", alla conquista di Canosa Sannita, Guardiagrele e Orsogna e alla liberazione di Bucchianico da parte di bersaglieri e alpini, mentre i paracadutisti raggiungevano Chieti ed altre località della costa adriatica.

Nei giorni 11, 13 e 15 giugno elementi della 1a Brigata del C.I.L. raggiunsero, senza colpo ferire, Sulmona, L'Aquila e Teramo. Nonostante la dura resistenza opposta dai tedeschi sul fiume Chienti, i nostri reparti si erano scaglionati in progressione per decine di chilometri, fino a occupare Tolentino e Macerata, superando la posizione tenuta dai tedeschi in direzione di Cingoli.

Il Comandante del C.I.L. dispose che la Divisione "Nembo" gravitasse nella zona di Teramo, spingendo le avanguardie verso Ascoli, città che fu raggiunta da una pattuglia della 184 a compagnia motociclisti il 18 giugno alle ore 13,00 circa. La zona di Filottrano costituì per i germanici la posizione più forte, ma la sua conquista era indispensabile per la presa di Ancona. In verità fu un po' sottovalutata la difficoltà dell'operazione, il che determinò la morte di oltre 300 nostri soldati, a causa della forte reazione dei tedeschi che contrattacarono con carri armati e intenso fuoco di artiglieria. All'alba del 9 luglio però i paracadutisti italiani issarono il Tricolore sulla torre e sul campanile della cittadina.

A metà luglio i polacchi conquistarono Ancona e il C.I.L. riprese il suo movimento lungo la direttrice più interna rispetto a quella costiera. Santa Maria Nuova, Ostra Vetere, Belvedere Ostrense, Pergola, Corinaldo, Cagli, Urbino, Urbania: sono tutte località legate al ricordo dell'eroismo e del sacrificio dei soldati del C.I.L..

Dopo una logorante guerra di movimento fino alle prime propaggini della "Linea Gotica", il Corpo Italiano di Liberazione giunse al fiume Metauro completamente stremato, avendo abbandonato lungo la strada la maggior parte dei logori mezzi. Il 24 settembre 1944 la Grande Unità venne sciolta e ripiegata dal fronte. L'alto morale dei soldati italiani e la loro decisa volontà di battersi per la liberazione del suolo patrio destò ancora una volta l'incondizionata ammirazione degli Alleati che decisero di aumentare in notevole misura le possibilità di impiego dei nostri reparti e di assegnare loro armi ed equipaggiamenti più moderni. Fu così possibile costituire con i reparti del disciolto C.I.L., integrati da nuove forze italiane provenienti dalla Sardegna, 6 Divisioni che assumeranno la denominazione di "Gruppi di Combattimento".

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Davide Guarenti

11 Juillet 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Il 12 luglio 1944, a Fossoli, 67 antifascisti furono fucilati dai nazisti. Tra le vittime di quell’eccidio vi era Davide Guarenti.Davide-Guarenti-copie-1.jpg
Guarenti Davide,
figlio di Luigi e Brighenti Giovanna, nasce a Monza il 5/11/1907.

Vive per alcuni anni a Lissone in Via Besozzi. Viene assunto in data 1/6/1937 come Vigile Urbano. Dagli ar­chivi comunali risulta che in data 22.3.1941 è stato can­cellato dall'Anagrafe della popolazione residente per emigrazione nel Comune di Milano. Socialista, probabilmente da questa data intensifica  la sua attività di oppositore al regime fascista.

Trentaquattrenne, è il capo degli antifascisti lissonesi che si ritrovano presso il bar della stazione. Guarenti mantiene i contatti con gli antifascisti fuoriusciti in Svizzera ed in Francia. Tramite loro fa pervenire informazioni a Radio Londra  che le trasmette (le trasmissioni in italiano erano aperte dalle prime note della 5ª Sinfonia di Beethoven), benché il regime fascista ne vieti l’ascolto, pena due mesi di arresto: nonostante ciò, molti italiani affrontano questo rischio per ascoltarla.

Già verso la fine del '43 esisteva a Monza e in Brianza un movimento clandestino ancorato all'unità dei partiti particolarmente ampio e attivo e non solo come base di sostegno delle formazioni che andavano costituendosi in montagna. Vasta e varia era la dimensione dell' antifascismo locale: erano uomini diversi per fede politica e religiosa ma tutti mossi da nobili motivazioni.

Fu il più efficace organizzatore delle cellule socialiste; diffuse con sagacia la stampa clandestina e fu infaticabile nella raccolta fondi per la sovvenzione ai partigiani.
In quel periodo di grande abnegazione per il proprio ideale, a Monza nel corso di un' azione di raccolta di armi, Davide Guarenti viene tradito dal suo esuberante entusiasmo. È arrestato con altri antifa­scisti e tradotto nelle carceri.

Nell’aprile del 1944 viene trasferito nel campo di concentramento di Fossoli.
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Martedì 11 luglio 1944 i tedeschi decidevano di effettuare una sanguinosa rappresaglia, dopo un’azione compiuta a Genova dai partigiani. Alle 4 del mattino di Mercoledì 12 luglio 1944,  ai prigionieri politici, selezionati la sera prima formalmente per partire per la Germania, fu letta la sentenza di condanna a morte e furono fatti uscire dalla baracca in cui avevano alloggiato la notte.

Con altri sessantasei detenuti politici, Davide Guarenti è trucidato nel vicino Poligono di tiro di Cibeno, frazione a circa 3 km a nord di Carpi, in provincia di Modena. 

Un altro lissonese, Attilio Mazzi, anch’egli detenuto nel campo di Fossoli, fortunatamente, come scrive in una lettera alla moglie, rimane escluso dall’elenco dei condannati (morirà tuttavia nove mesi dopo, il 9 aprile 1945 in Germania, nel lager di Gusen “la tomba degli Italiani”).

I nomi degli altri martiri del 12 luglio 1944: Andrea Achille, Vincenzo Alagna, Enrico Arosio, Emilio Baletti, Bruno Balzarini, Giovanni Barbera, Vincenzo Bellino, Edo Bertaccini, Giovanni Bertoni, Primo Biagini, Carlo Bianchi, Marcello Bona, Ferdinando Brenna, Luigi Alberto Broglio, Francesco Caglio, Emanuele Carioni, Davide Carlini, Brenno Cavallari, Ernesto Celada, Lino Ciceri, Alfonso Marco Cocquio, Antonio Colombo, Bruno Colombo, Roberto Culin, Manfredo Dal Pozzo, Ettore Dall’Asta, Carlo De Grandi, Armando Di Pietro, Enzo Dolla, Luigi Ferrighi, Luigi Frigerio, Alberto Antonio Fugazza, Antonio Gambacorti Passerini, Walter Ghelfi, Emanuele Giovanelli, Antonio Ingeme, Sas Jerzj Kulczycki, Felice Lacerra, Pietro Lari, Michele Levrino, Bruno Liberti, Luigi Luraghi, Renato Mancini, Antonio Manzi, Gino Marini, Nilo Marsilio, Arturo Martinelli, Armando Mazzoli, Ernesto Messa, Franco Minonzio, Rino Molari, Gino Montini, Pietro Mormino, Giuseppe Palmero, Ubaldo Panceri, Arturo Pasut, Cesare Pompilio, Mario Pozzoli, Carlo Prina, Ettore Renacci, Giuseppe Robolotti, Corrado Tassinati, Napoleone Tirale, Milan Trebsé, Galileo Vercesi e Luigi Vercesi.

Oltre a Davide Guarenti, erano nati a Monza: Enrico Arosio, Antonio Gambacorti Passerini, Ernesto Messa e Carlo Prina.

Erano uomini con le esperienze più varie, di tutte le professioni, di tutte le regioni, dai 16 ai 64 anni. 
Diceva di Davide Guarenti, ricordando il suo sacrificio, Piero Gambacorti Passerini: “E come non ricordare la meticolosità con cui Davide Guarenti provvedeva al compito di distribuzione della stampa clandestina? Sappiano i giovani di oggi, che possono liberamente leggere e scrivere, quanto è costato di sofferenze e di sangue a Guarenti far giungere un piccolo foglio stampato a ciclostile, lievito alla lotta, quando si combatteva per la libertà di oggi”.
Condotti sul posto in tre gruppi, furono fucilati sull’orlo di una fossa scavata il giorno prima da internati ebrei. A cose finite, la fossa comune fu colmata e mascherata, e il silenzio cadde sul fatto.

La stampa dell’Italia liberata diede grande rilievo all’esumazione delle vittime e alle esequie solenni il 24 maggio 1945 nel Duomo di Milano: fu forse il primo momento pubblico in cui popolazione e personalità politiche e militari si fusero unanimi nel compianto e nella condanna. 
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manifesto che annuncia i solenni funerali dei partigiani monzesi fucilati a Fossoli, tra cui Davide Guarenti

Eppure a tanta emozione non è seguita giustizia: i processi iniziati sono stati insabbiati, i fascicoli per anni nascosti nel cosiddetto “armadio della vergogna”.

Il fascicolo inerente Davide Guarenti era il seguente:

n° 38 INVIATO IL 20.12.1945

ARCHIVIATO

Imputati:Ignoti militari tedeschi

Delitto previsto dagli art. 185, 2° comma, e 211 c.p.m.g.

Parte lesa: Guarenti Davide

ECCIDIO DI FOSSOLI ABBINATO AL FASCICOLI RG 2 INVIATO ALL’AMBASCIATA DI GERMANIA

Archiviato dal Gip della Procura della Repubblica presso il Tribunale Militare di La Spezia (p. 27 del doc. 86/0).

 

A Davide Guarenti è stata dedicata una via di Lissone.

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Evelino Mazzola, uno degli “schiavi di Hitler”

21 Mars 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

nonno-Evelino.jpgQuand'ero in prigionia qualcuno m'ha rubato il mio passato, la mia migliore età.

Domani mi alzerò e chiuderò la porta sulla stagione morta e mi incamminerò.

                                                

                                                                        Boris Vian, 1956

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Faceva parte dei 600.000 soldati italiani noti tristemente come gli schiavi di Hitler. Sono coloro che, dopo l'8 settembre del 1943, furono deportati in Germania e messi ai lavori forzati per contribuire alla produzione bellica nazista. Classe 1919, Evelino Mazzola era originario di Curtatone, in provincia di Mantova, ma lissonese dall’età di dieci anni.

Falegname prima e operaio dell'Incisa poi, Evelino Mazzola ha vissuto la guerra dal primo all'ultimo giorno. Faceva parte, infatti, delle truppe avviate al confine con la Francia (al Colle della Maddalena) dopo la dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940.

  

Nonno Evelino (così era simpaticamente chiamato dai tanti che lo conoscevano), ci aveva raccontato: «Una guerra, quella con la Francia, che è durata solo quindici giorni, ma che ha provocato tanti morti. Io fortunatamente non ero tra quelli. Sono quindi rientrato in Italia e destinato al 120o battaglione artiglieria leggera motorizzata, a Padova; guidavo le jeep. Il 4 febbraio 1941 sono stato destinato a partecipare alla campagna di Russia».

Un viaggio terribile, in treno, fino all'Ucraina. E in inverno si toccano anche i 30 gradi sotto zero. «Devo la vita al mio fisico. Ero un ragazzo prestante. Molti miei commilitoni, invece non sono tornati, uccisi dal freddo ma anche dalla fame».

E' il febbraio del 1943 quando Evelino, insieme a pochi altri, viene circondato dai partigiani russi in un paesino, Paulgrest. Resiste strenuamente e riesce a salvarsi. Un gesto che gli vale appunto la Croce al merito. Riesce a sopravvivere durante la ritirata dalla Russia. Ma il peggio deve ancora arrivare.

Di lì a pochi mesi si troverà, infatti, a vivere in prima persona un altro degli eventi che hanno segnato le sorti dell'Italia in guerra. E' infatti l'inizio di luglio del 1943 quando viene destinato alla Sicilia. «Mi avevano mandato lì per un po' di riposo dopo la Russia. Ed invece nemmeno il tempo di arrivare e mi trovo reclutato dalla contraerea tedesca per respingere l'assalto degli Alleati. La mia batteria è stata distrutta, ma anche in quel caso mi sono salvato».

Attraversa lo stretto di Messina su un’imbarcazione di fortuna; dopo aver percorso centinaia di chilometri a piedi, mangiando frutta presa dagli orti, giunge a Caserta.

«Arriva l'8 settembre e il nostro comandante, che era un fascista, mi ha fatto prendere dai tedeschi. Sono stato fatto prigioniero il 13 settembre 1943 e portato in Polonia in un lager». Dopo quaranta terribili giorni, in cui lotta disperatamente contro la fame, avviene il trasferimento in Prussia Orientale, a Lodzen. Ed è qui che Evelino Mazzola entra a far parte della schiera dei cosiddetti “schiavi di Hitler”, lavorando per la produzione bellica tedesca.

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«Pesavo 62 chili e sono arrivato a pesarne anche 48. Tutti i giorni molti miei compagni morivano di fame e stenti. Poi, finalmente, nel febbraio del 1945 sono arrivati i Russi a liberarmi». Dovranno, però, passare altri otto mesi (tanto è durata l'attesa prima che fosse completato il ripristino delle linee ferroviarie) prima che Evelino possa rientrare a Lissone.

Si riteneva fortunato: parecchie volte aveva visto morire tanti suoi compagni in Russia e nel lager nazista.

Quella di Evelino Mazzola è stata, per Lissone, una delle ultime testimonianze dirette dell'inferno della Seconda Guerra Mondiale e della tragedia delle deportazioni. In diversi incontri con gli studenti delle scuole della nostra città aveva raccontato le sue terribili vicissitudini. In modo semplice, ricostruendo i fatti con grande lucidità, con una ricchezza di particolari dovuti alla sua sorprendente memoria, sapeva attrarre l’attenzione dei giovani che esortava a studiare la storia per comprendere quanto sia importante vivere liberi e in pace, in un paese democratico e non sotto un regime dittatoriale.

Aveva la tessera onoraria dell’ANPI e nel 2006 era stato insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

 

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In memoria di Gianfranco De Capitani da Vimercate

3 Octobre 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi



A Lissone, dal 12 ottobre 2008,  c'è ancora un luogo dedicato ad un giovane concittadino morto in un lager nazista: i giardini, tra Palazzo Terragni ed il vecchio municipio, hanno assunto la denominazione “Largo Gianfranco De Capitani da Vimercate”.
Accolta dalla Giunta Comunale una proposta della Sezione lissonese dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

Questi i fatti:
l’11 giugno 1963 l’Amministrazione comunale di Lissone decise, con delibera del Consiglio Comunale n°43, di intitolare alcune vie della città a lissonesi protagonisti della Resistenza e della guerra di Liberazione. Vennero così dedicate alcune vie della città ad antifascisti lissonesi fucilati dai nazifascisti o morti nei campi di concentramento nazisti tra cui Gianfranco De Capitani da Vimercate, morto nel lager di Ebensee.

Il 12 aprile 1999, con delibera di Giunta n°152, la denominazione della Via Gianfranco De Capitani da Vimercate fu sostituita con una nuova, con la seguente motivazione: ”L’esistenza di due vie aventi denominazione simile e particolarmente lunga (via Carlo De Capitani da Vimercate e Gianfranco De Capitani da Vimercate) causa gravi disagi che penalizzano ingiustamente le persone e le famiglie residenti … per il ripetersi di malintesi ed errori”. “Si preferisce sostituire la sola denominazione Gianfranco De Capitani da Vimercate in considerazione del fatto che l’insediamento abitativo ivi presente di recente realizzazione interessa una quindicina di famiglie”.
Nel gennaio 2007, in occasione del “Giorno della Memoria”, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Lissone, a nome anche dei parenti, chiese all’Amministrazione comunale di trovare una soluzione per ricordare Gianfranco De Capitani da Vimercate.
Il 12 marzo 2008 la proposta è stata accolta: la Giunta comunale, con delibera n°85, ha stabilito di intitolare i giardini adiacenti Palazzo Terragni “Largo Gianfranco De Capitani da Vimercate”.
Domenica 12 ottobre 2008 alle ore 11 è stato inaugurato il Largo a lui dedicato.




Lissone, 12 ottobre 2008

Intervento del presidente dell’ANPI di Lissone, Renato Pellizzoni, durante la cerimonia di inaugurazione del Largo dedicato a Gianfranco De Capitani da Vimercate, caduto per la Libertà
Lissone 4 febbraio 1925  -  Ebensee 5 dicembre 1944

 

 

Con l’inaugurazione di oggi avremo ancora un luogo di Lissone dedicato a Gianfranco De Capitani da Vimercate. Era un desiderio dei suoi parenti, in particolare di suo fratello Mario e delle nipoti, Carlotta e Giovanna, di un suo amico e coetaneo, Santino Lissoni, ma anche della nostra associazione, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Lissone.

Chi era Gianfranco De Capitani da Vimercate? Era un giovane diciannovenne lissonese che il 5 dicembre 1944, dopo nove mesi di prigionia e di lavoro coatto in condizioni disumane, moriva nel lager nazista di Ebensee, per non essersi presentato alla chiamata della Repubblica Sociale di Mussolini, per continuare una guerra ormai persa al fianco degli occupanti nazisti.

Ripercorriamo alcuni momenti della sua breve esistenza.

Gianfranco De Capitani da Vimercate nacque il 4 febbraio 1925 a Lissone in Via Umberto I (l’attuale Via Giuliani); era figlio di Giuseppe e di Carlotta Arosio. La sua era una famiglia numerosa. Gianfranco crebbe, infatti, in compagnia di altri cinque fratelli e quattro sorelle.

I De Capitani da Vimercate, di antiche origini nobiliari, appartenevano ad una borghesia illuminata: erano proprietari di un’industria del legno e avevano creato l’industria del compensato. Nel 1920, infatti, a Lissone era nata la più grande fabbrica italiana di tranciati e compensati, l’Industria Nazionale Compensati ed Affini (INCISA).

Lo zio di Gianfranco, commendatore Carlo De Capitani da Vimercate, dal 15 settembre 1924 era Commissario prefettizio di Lissone, insediatosi in attesa della nomina del podestà.

Dall’ottobre 1922  al governo dell’Italia c’era Benito Mussolini, a cui il re Vittorio Emanuele III aveva affidato l’incarico dopo la marcia su Roma.

Nel mese di novembre del 1922 si era costituita a Lissone la sezione locale del Fascio nazionale di combattimento. Nelle elezioni politiche dell’aprile 1924, il Listone di Mussolini, che su scala nazionale aveva avuto una media del 60% dei votanti, scesa al 18,7 % in Brianza, a Lissone aveva ottenuto il peggiore dei risultati elettorali d’Italia con 307 voti (pari al 13,2 %). Allora la furia di Mussolini si era abbattuta sulla Brianza.

Una raffica di violenze colpì le istituzioni cattoliche e quelle socialiste. Con l'aiuto di squadre fasciste giunte dalla Bassa milanese e da Milano furono distrutti circoli cattolici e socialisti; a Monza furono devastate le sedi de «Il Cittadino» e della Camera del Lavoro.

A Lissone la vendetta fascista si scatenò sull’Osteria della Passeggiata, con danni materiali e percosse ai presenti, e sul circolo della gioventù cattolica San Filippo Neri.

Il paese contava quasi 13.000 abitanti.

Alle scuole elementari la maggior parte dei ragazzi andava in classe con gli zoccoli.

Un alunno di allora mi ha raccontato di ricordarsi ancora di quel disordinato “totoc” degli zoccoli che battevano l’uno contro l’altro sul pavimento di legno quando, al mattino, tutti gli scolari si mettevano sull’attenti e facevano il saluto romano alla maestra che entrava in classe.

Essendo la scuola elementare di Via Aliprandi ormai insufficiente a far fronte alle esigenze della popolazione scolastica, erano iniziati i lavori di costruzione della nuova scuola elementare (sarà poi dedicata a Vittorio Veneto e le singole aule assumeranno i nomi delle principali località della guerra, conclusasi da soli sei anni).

Uno dei problemi che affliggevano il paese era la carenza degli alloggi per effetto del costante sviluppo demografico, dovuto all’ immigrazione e all’alto tasso di natalità.

Il commissario prefettizio Carlo de Capitani da Vimercate, per cercare di risolvere in parte questa crisi, assunse impegni a livello personale e affidò ad un ingegnere di Monza l’incarico di progettare case per operai ed impiegati.

Il 17 ottobre 1924 era stata inaugurata la nuova chiesa (l’attuale prepositurale SS Pietro e Paolo) anche se non era ancora stata finita. Il suo altare maggiore era stato donato da Carlo De Capitani da Vimercate.

La Pro Lissone era in piena attività. Lissone, infatti, era dotata di un centro sportivo in perfetta linea con i principi fascisti del culto del corpo e dell'esercizio fisico.

La Società sportiva lissonese, alla vigilia del conflitto del 1915-18, aveva contribuito alla formazione della Croce Verde e Di Carlo De Capitani da Vimercate era stata anche l’idea di costituire il corpo dei pompieri.

Gianfranco frequentò la scuola elementare Vittorio Veneto di Lissone.

La scuola elementare aveva due sezioni distinte, maschile e femminile, con ingressi separati.

L’adolescenza di Gianfranco trascorse in modo spensierato; studio, giochi, vacanze. Era il beniamino della famiglia: era bello, studioso, affabile.

Gianfranco ha dieci anni quando, nel 1935 arriva a Lissone Starace (sarà la più alta carica del regime a giungere in città durante tutto il ventennio).

Alcuni antifascisti lissonesi, schedati, che più volte avevano subito pestaggi dai fascisti locali, vengono fermati e trattenuti: qualcun altro si rifugia in Francia per una settimana.

Gianfranco inizia a frequentare la palestra: il “salone” di Via Dante è un punto di riferimento per i giovani lissonesi.

Terminate le scuole elementari prosegue gli studi alle scuole medie e superiori (istituto commerciale) presso il Ballerini di Seregno.

Ha quindici anni quando il 10 giugno 1940 Mussolini trascinò l’Italia nella seconda guerra mondiale, alleandosi con la Germania nazista. Non poteva finire che così. Il regime che fin dalla scuola primaria tentava di inculcare nei ragazzi ideali bellicosi (credere, obbedire e combattere o libro e moschetto, fascista perfetto e altri slogan) manda in guerra tanti giovani e meno giovani che vengono richiamati alle armi.

Gli amici di Gianfranco, con i quali frequentava la Pro Lissone, lo chiamavano Gianni. Era robusto, si dedicava oltre alla corsa campestre alla pesistica. Gli piaceva stare in compagnia: era un buongustaio; l’appetito non gli mancava mai.

Novembre 1942: l'inverno si preannuncia rigido. Già a fine novembre cade la prima neve. Per difendersi dal gelo, un grave problema si presenta a diverse famiglie lissonesi: trovare del carbone per scaldare le case. E per accendere la stufa si utilizzano trucioli e carta straccia raccolta durante tutto l'anno, prima macerata nei mastelli, poi fatta a palle e infine lasciata seccare al sole.

Gianfranco sta per terminare gli studi nel marzo 1943 quando arrivano cattive notizie per molte famiglie lissonesi: sono oltre 60 i militari lissonesi del corpo di spedizione italiano in Russia che non ritornano a Lissone. Oltre 100.000 gli italiani che sono caduti sul fronte russo.

Nello stesso mese di marzo del 1943, 1200 dipendenti dell'Incisa e i 500 dipendenti dell'Alecta di Lissone partecipano agli scioperi delle industrie dell'Italia settentrionale: gli operai chiedono “pane e pace” Gli scioperi contribuiscono attivamente alla crisi delle istituzioni che doveva portare alla caduta del fascismo il 25 luglio.

25 luglio 1943 - Destituito di Mussolini dopo la seduta del Gran Consiglio del fascismo, il Re Vittorio Emanuele III lo fa arrestare e nomina a Capo del Governo il maresciallo Badoglio .

Manifestazioni di tripudio in tutte le città d’Italia. Molti pensano che crollato Mussolini finirà anche la guerra.

A Lissone, all’indomani, mentre i lissonesi Francesco Mazzilli, Attilio Gattoni e Carlo Arosio, arrestati verso la fine giugno 1943 ed incarcerati a S. Vittore vengono liberati, un nostro concittadino, Attilio Mazzi sfila per le vie di Lissone, innalzando un cartello con l’immagine di Badoglio, mettendosi a capo di un breve corteo che manifesta apertamente a favore del nuovo governo.

Attilio Mazzi, per il suo dichiarato antifascismo, verrà arrestato: passerà poi nel campo di concentramento di Fossoli per finire i suoi giorni nel lager di Mauthausen-Gusen.

8 settembre 1943- Annuncio dell'armistizio con gli Alleati. I nazisti disarmano le truppe italiane. 700.000 italiani finiscono prigionieri nei lager tedeschi.

10 settembre 1943 - I tedeschi occupano Roma dopo brevi scontri con le truppe italiane. Re Vittorio Emanuele III con la famiglia e il seguito fugge a Brindisi.

Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da un Commando tedesco e raggiunge Monaco.

Ridotto a un fantoccio nelle mani di Hitler, Mussolini proclama la “Repubblica Sociale Italiana” formando un nuovo governo fascista la cui autorità si estende sul territorio della penisola occupato dai tedeschi.

Dopo l’8 settembre 1943 si formano i primi nuclei di partigiani.

A Lissone alcuni antifascisti si ritrovano settimanalmente presso il bar della stazione, il cui gestore era un oppositore del regime.

Tra loro anche Giuseppe De Capitani da Vimercate, il padre di Gianfranco. Il capo di questo gruppo di antifascisti è Davide Guarenti, monzese, vigile urbano nella nostra città (sarà fucilato nel campo di concentramento di Fossoli).

Altro punto di ritrovo degli antifascisti lissonesi è la Trattoria con alloggio Ronzoni (nella curt di Gergnit), dove spesso i fascisti locali arrivano a menar botte.

Gianfranco è chiamato alla visita militare. Era una tradizione che, non avendo i soldi per fare dei manifesti, i coscritti scrivessero sui muri del paese frasi inneggianti alla classe di appartenenza. I coscritti del ’25, nottetempo, scrivono con la calce sui muri di Lissone “W la classe della marmellata” (in periodo di razionamento dei generi alimentari, la marmellata era concessa solo ai minori di età inferiore ai 18 anni) e “W la mica fresca”.

La notizia in parte distorta arriva a Radio Londra, molto ascoltata, anche se il regime ne proibisce l’ascolto pena l’arresto e il sequestro dell’apparecchio radio.

Durante una delle famose trasmissioni rivolte all’Italia, viene trasmessa la notizia che a Lissone vi era stata una “protesta del pane”.

E’ anche vero che la fame era tanta soprattutto per dei giovani prestanti frequentatori della palestra della Pro Lissone.

Diversi coscritti sono convocati dal podestà Cagnola.

Dopo circa un mese arrivano a Lissone agenti del regime e si insediano nella Casa del fascio (l’attuale Palazzo Terragni): tra i convocati, Gianfranco e il padre Giuseppe.

All’interrogatorio di Gianfranco e del padre assiste anche un noto fascista locale. Giuseppe deve pagare una multa.

Giuseppe De Capitani da Vimercate era di idee socialiste. Per i fascisti Gianfranco è il figlio di un sovversivo.

Intanto continua l’avanzata delle truppe alleate nel sud dell’Italia.

A Lissone aumenta il numero degli sfollati.

Da quel momento la guerra entrò direttamente nelle case dei lissonesi, attraverso gli avvisi alla popolazione controfirmati dall'ing. Aldo Varenna che dall'undici agosto del 1943 aveva sostituito il podestà Angelo Cagnola, dimissionario per «diplomatici» motivi di salute.

Questa piazza che si chiamava piazza Vittorio Emanuele III, dal 3 marzo 1944 viene intitolata ad Ettore Muti (gerarca fascista ucciso; porterà il suo nome, durante i 600 giorni di Salò, una delle più famigerate squadre della Repubblica di Salò).

Presso il palazzo Mussi si installa un comando antiaereo tedesco che, con i militi della GNR alloggiati nei locali di palazzo Magatti in via Garibaldi, garantiva un controllo capillare del paese e serviva a contrastare la Resistenza partigiana.

Il 18 febbraio 1944 il governo di Salò emanava il bando di chiamata alle armi delle classi 1923,1924,1925 con scadenza il 7 marzo 1944 minacciando la pena di morte per i renitenti alla leva.

Domenica 27 febbraio 1944 Gianfranco con altri giovani della Pro Lissone si ritrovano in stazione. Salgono sul treno per Como dove parteciperanno ad una corsa campestre.

E’ una bella giornata di sole, anche se il paesaggio è imbiancato per la recente nevicata. Sarà questa l’ultima domenica di libertà per Gianfranco.

I nazisti per far funzionare la loro industria bellica carente di manodopera, fanno ricercare dalla milizia repubblichina i renitenti alla leva; li catturano e li spediscono di forza a lavorare nelle fabbriche del Reich.

La situazione si fa critica per Gianfranco. Mamma Carlotta vorrebbe che il figlio rispondesse alla chiamata alle armi. Il fratello Mario pensa che Gianfranco stia per organizzare una festa per salutare gli amici. La situazione si fa rischiosa

Gianfranco De Capitani ha da poco compiuto i 19 anni. Sabato 4 marzo 1944, Gianfranco, fermato ad un posto di blocco tra Monza e Lissone, mentre era sul tram, è tratto in arresto (probabilmente su indicazione di un fascista locale, fondatore del Fascio lissonese). I familiari, non vedendolo rincasare, si preoccupano per la sua assenza. Dopo alcune ricerche vengono a sapere che il giovane Gianfranco è stato portato in Villa Reale, a Monza: la Villa reale di Monza era diventata tristemente famosa perché luogo di tortura di antifascisti e partigiani caduti nelle mani dei repubblichini o dei nazisti. Il fratello Mario si precipita alla Villa Reale: gli viene confermata la presenza di Gianfranco ma gli impediscono di vederlo. Anche il padre Giuseppe inutilmente chiede di vedere il figlio. Poi si perdono le tracce di Gianfranco.  (I parenti verranno poi a sapere, tramite il console di Danimarca in Milano, che Gianfranco si trova a Mauthausen; la triste fama di quel lager lascia poche speranze di un suo ritorno).

Forse, se fosse stato ancora in vita lo zio Carlo, , avrebbe potuto fare qualcosa per il nipote, invece era già morto mentre si trovava in Ungheria per motivi di lavoro.

De Capitani Gianfranco, nato a Lissone il 24/02/1924, professione impiegato, matricola 57014, convoglio numero 32, deportato a Mauthausen. Trasferito poi a Ebensee sottocampo di Mauthausen.

Il campo di concentramento di Ebensee si trovava in un’area molto boscosa in grado da permettere il camuffamento delle gallerie in costruzione ed anche del Lager. Era un campo di lavoro. I prigionieri venivano affittati dalle SS alle ditte incaricate dei lavori di costruzione.

I prigionieri avviati al lavoro schiavo venivano scelti in genere tra coloro che avevano una giovane età ed erano in buono stato fisico. Ma le loro condizioni peggioravano rapidamente a causa delle pessime condizioni di vita e per il lavoro estremamente duro. Non meno di undici ore ininterrotte di lavori pesanti, spesso senza appropriati attrezzi, senza alcuna misura di sicurezza.

Scarsamente alimentati, venivano puniti violentemente per la più piccola interruzione dai kapos e dalle SS, che obbligavano al lavoro anche malati e debilitati. Più volte al giorno i prigionieri dovevano riunirsi per l’appello. Il lavoro alla “cava” era particolarmente massacrante e pericoloso. La violenza e il terrore, oltre ad essere un mezzo per spingere al massimo le prestazioni di lavoro, erano anche funzionali alla distruzione fisica e psichica dei prigionieri, fiaccandone anche ogni tentativo di solidarietà o di reazione.

Nella primavera del 1944, di fronte alla mortalità crescente, le SS attivarono la costruzione di un crematorio, nonostante si trattasse di un campo «di lavoro»..

Nelle squadre di lavoro particolarmente grave era la condizione degli Italiani, per la maggior parte deportati per motivi politici (indossavano una casacca a strisce bianco e blu con un triangoli rosso). La situazione generale del lager andò sempre più degradando. Le baracche non offrivano una benché minima protezione contro intemperie, freddo e pioggia; l’alimentazione sempre più insufficiente, l’abbigliamento inadeguato e la mancanza di igiene erano causa di diffuse malattie, spesso mortali.

Costretti a svolgere nelle gallerie un lavoro estenuante, con un clima gelido e un’alimentazione miserabile, i deportati sopravvivevano in media qualche mese.

Il 5 dicembre 1944, dopo nove mesi di prigionia e di lavoro coatto in condizioni disumane, anche il fisico robusto di un giovane diciannovenne come Gianfranco De Capitani da Vimercate venne stroncato.

C’era la neve a dicembre ad Ebensee quando Gianfranco é andato “nel vento passando per il camino”.

C’era la neve come in quella sua ultima domenica di libertà quando correva nella corsa campestre:

quando passerò in questi giardini a lui dedicati mi sembrerà di vederlo correre, lanciato verso il traguardo.

Ad Ebensee c'era la neve / il fumo saliva lento / nei campi c’erano tante persone / che ora sono nel vento /

lo mi chiedo come può l'uomo / uccidere un suo fratello / eppure sono a milioni / in polvere nel vento (da "AUSCHWITZ" di Francesco Guccini)  

meditiamo che questo è stato ...

Anche a  Gianfranco De Capitani da Vimercate abbiamo dedicato una pagina del nostro sito.

 

Un particolare ringraziamento va a Mario De Capitani da Vimercate, fratello di Gianfranco, e a Santino Lissoni, amico e coetaneo di Gianfranco, per le loro testimonianze. (Renato Pellizzoni, presidente dell’A.N.P.I. di Lissone)

 

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Omaggio ad Angelo Cerizzi

17 Juillet 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

“La libertà e la democrazia non sono conquiste definitive ma si costruiscono e si devono difendere ogni giorno”
Angelo Cerizzi , Sindaco di Lissone dal
1975 al 1985

Con la seguente motivazione fu insignito nel 1985, nella Giornata della Riconoscenza, del prestigioso riconoscimento del Premio Isimbardi, istituito dalla Provincia di Milano.

 “Partecipa giovanissimo alla Resistenza, animatore politico e sociale, è stato per quasi un quarantennio amministratore di Lissone, come consigliere ed assessore dapprima e, dal 1975 al 1985, come sindaco. Dirigente ed organizzatore esperto, oltre che oculato amministratore, ha profuso il suo impegno anche come promotore ed animatore del movimento cooperativo edilizio, contribuendo in modo determinante alla soluzione del problema abitativo per migliaia di concittadini”

Come rendere omaggio ad Angelo Cerizzi, valido conoscitore della storia del nostro Paese e di quella della nostra città, Sindaco di Lissone, da poco tempo scomparso?

Pubblicare un suo scritto pubblicato nel 1985 in occasione del 40° anniversario della Liberazione, ci è sembrato il modo più consono alla sua personalità di uomo, di politico lissonese e poi di Primo Cittadino.

Nonostante siano trascorsi più di vent’anni dalla sua pubblicazione, nel documento è contenuto un messaggio di straordinaria attualità.

 


“Si può dire che la volontà di liberare il Paese si manifesti nella stessa giornata di quel drammatico 8 Settembre 1943 allorquando la disastrosa gestione dell'Armistizio fa scattare le Unità Tedesche per l'occupazione della Capitale, di tutti i punti nevralgici del territorio nazionale e per assumere il controllo delle posizioni già presidiati dalle truppe italiane di terra, di mare e dell'aria fuori dai confini nazionali. In Roma a Porta S. Paolo, in Provenza, Corsica, Dalmazia, Albania, Tessaglia, nelle isole lonie e dell'Egeo i reparti italiani si oppongono, combattono, si sacrificano (il ricordo della Divisione Acqui immolatasi a Cefalonia non si spegnerà mai) e si riorganizzano per continuare la lotta contro i nazisti: basti citare la Divisione Garibaldi (formata con reparti delle ex Divisioni Taurinense e Venezia), prima grande unità ricostruita dall'Esercito italiano per la guerra di Liberazione che operò nel Montenegro e la Divisione Italia (composta dai contingenti della Bergamo e Zara) che si battè in Bosnia e Serbia.

Un cenno meriterebbero le azioni di combattimento della Marina e dell'Aviazione ma ci dilungheremmo troppo. La mancanza di precise disposizioni superiori in quell'8 Settembre portò purtroppo anche allo sfaldamento di molti reparti militari e circa 600.000 tra soldati ed ufficiali furono catturati dai tedeschi ed avviati, in vagoni piombati, nei campi di concentramento in Germania ove sopportarono con dignità le sofferenze morali e materiali per non collaborare, respingendo l'allettante prospettiva di un facile ritorno qualora avessero firmato per la repubblica di Salò: solo un effimero 4% complessivo delle forze armate italiane aderì ai continui pressanti inviti della propaganda.

Non dimentichiamo quindi questo aspetto della Resistenza che costò la vita a più di 30.000 internati.

La dichiarazione dell'Armistizio mette in moto in maniera più decisa le forze di resistenza antifascista alla dittatura: i primi nuclei armati della Resistenza nel territorio nazionale si avvalgono dell'apporto dei militari sottrattisi alla cattura e della loro preziosa esperienza tattica ed addestrativa. Le formazioni partigiane diventano sempre più attive, numerose e consistenti organicamente dando vita al movimento di Resistenza che si estende rapidamente in tutte le regioni occupate dai nazifascisti, con compiti militari di combattimento, di sabottaggio e per procacciarsi materiale bellico sottraendolo al nemico.

Così in uno dei periodi più critici e tormentati della sua esistenza unitaria, l'Italia, pressochè distrutta nelle sue fonti di energia e di vita, seppe ritrovare la volontà, lo spirito, il coraggio morale e civile per lottare contro l'oppressione, contro ogni forma di abuso e di degradazione materiale e spirituale.

La Resistenza non fu soltanto una lotta contro qualcuno o contro qualcosa: fu soprattutto una lotta che le Formazioni Partigiane e le Forze Armate condussero per conquistare all'Italia ed al suo popolo la libertà, la democrazia, la dignità umana, la giustizia civile e sociale. Ideali che sorressero sempre sia le forze partigiane che operarono in montagna, sia le Squadre ed i Gruppi di Azione che svolsero la loro azione clandestina nei centri urbani della pianura, sia i

nuovi reparti militari del Corpo di Liberazione Italiano. Sarebbe troppo lungo e certamente correremmo il rischio di qualche omissione il ricordare anche solo le più

rimarchevoli azioni partigiane pur nelle difficilissime condizioni ambientali, logistiche e di mezzi in cui si trovarono ad operare contro un nemico agguerritissimo che nell'illusorio tentativo di uscire dall'isolamento di cui si sentiva circondato, si abbandonava, particolarmente ad opera di famigerate formazioni note per la loro violenza e brutalità, ad ogni sorta di atrocità, misfatti che anzichè fiaccare il morale e la volontà di resistere dei patrioti e della popolazione, li accrescevano.

L'accenno ad alcuni avvenimenti, anche se accostati in modo eterogeneo, bastano a indicarne la dimensione storica: la creazione della Repubblica d'Ossola, prima temporanea isola di libertà nell'Italia occupata, la battaglia di Montelungo che segna la rinascita dell'Esercito italiano, i caduti alle Fosse Ardeatine, vittime di una spietata rappresaglia, l'eccidio di Marzabotto e di altre località dovuto al feroce e disumano spirito di vendetta, i grandi scioperi degli operai del Marzo.

Ma restringendo la storia in ambiti più augusti e più vicino a noi, è nostro dovere ricordare il contributo di sangue e di attività dato dai nostri concittadini lissonesi; di coloro che caddero combattendo con le armi in pugno, dei fucilati sui luoghi di operazione, nei posti di detenzione, sulla nostra piazza principale, i deportati nei duri campi di concentramento e nei famigerati campi di sterminio. Ricordiamo i componenti del Comitato di Liberazione Nazionale che in mezzo a mille pericoli e difficoltà tessero e coordinarono le fila del Movimento assieme alla Componente militare che si esprimeva nella 1190 Brigata Garibaldi e nel Corpo Volontari della Libertà.

Sono passati quarant'anni da quel radioso 25 Aprile 1945 pieno di speranze e di attese. Sulla Resistenza, su questo grande fatto popolare che è stato definito il secondo Risorgimento italiano, sono stati scritti innumerevoli saggi e sono state dette un fiume di parole: resta sempre il fatto sostanziale che gli ideali per cui lottarono, soffrirono e morirono patrioti di ogni condizione sociale sono sempre validi perchè rappresentano i cardini di ogni società civile ed ordinata, valori ai quali bisogna sempre prestare attenzione perché la libertà e la democrazia non sono conquiste definitive ma si costruiscono e si devono difendere ogni giorno.

Molti si illudono di trovare la salvezza solo nelle istituzioni e nelle leggi; le leggi e le istituzioni sostengono lo sforzo della società e dei cittadini ma non possono assumerlo per sè. Noi individui influiremo sul mondo più per quello che sia o che per quello che diciamo. La mentalità contro la quale si deve lottare è quella che contiene il desiderio di dominare anzichè quella del desiderio di servire.

Ciascuno di noi può agire per cambiare qualcosa nella società e nell'insieme di tutte queste gesta viene scritta la storia di ogni generazione. Ogni volta che un uomo difende un ideale o agisce per migliorarne altri o si innalza contro le ingiustizie, egli promuove una piccola speranza e incontrandosi da diversi centri di coraggio queste speranze formano una corrente che può abbattere i più robusti ostacoli.

Sono passati quarant'anni e la nostra mente ritorna al momento dell'aprile 1945: stava per concludersi la seconda guerra mondiale scatenata da una folle ideologia imperialista. Per oltre cinque anni l’umanità aveva vissuto un'orrenda esperienza: decine di milioni di uomini massacrati sui fronti militari, città rase al suolo, popolazioni desolate dalla fame e dalle privazioni, milioni di esseri umani decimati e stremati nei campi di concentramento e poi la terrificante rivelazione delle prime esplosioni nucleari. Viene spontaneo chiedersi il perchè di quelle vittime. Ed allora si comprende meglio anche il significato della Resistenza: uomini e donne che offrirono la vita in sacrificio per la causa giusta, la causa della dignità dell'uomo. Resistettero non per opporre violenza a violenza, odio contro odio, ma per affermare un diritto ed una libertà per sè e per gli altri, anche per i figli di chi allora era oppressore.

Per questo furono martiri ed eroi.

Mentre gli anni passano - stiamo commemorando appunto il 40° Anniversario della Liberazione ed il tempo travolge passioni e ricordi, quegli avvenimenti restano però fissati nella nostra memoria in una presenza immutabile che richiede un impegno di meditazione. Sorge allora spontanea una domanda: noi che abbiamo vissuto quei momenti storici siamo stati capaci di trasmettere alle nuove generazioni i valori della Resistenza? La risposta è soprattutto nell'intimo di ciascuno di noi, è nella storia recente che si sviluppa attorno agli anni settanta fino ai giorni nostri e vede eventi perniciosi portati avanti da forze eversive di diversa matrice ideologica e da forze mafiose.

Il terrorismo insanguinò, soprattutto negli anni cosiddetti di piombo, la penisola con azioni dinamitarde che vanno da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, al deragliamento dell'ltalicus, alla parziale distruzione della stazione di Bologna, alla strage del direttissimo Napoli-Milano e con attentati contro uomini politici, magistrati, sindacalisti, giornalisti, docenti, forze dell'ordine, facendo centinaia di morti e migliaia di feriti.

È stato un susseguirsi di episodi criminosi che hanno raggiunto il loro apice nel più efferrato delitto politico ed umano compiuto dalle Brigate Rosse con l'assassinio di un prestigioso uomo di Stato: l'On. Aldo Moro.

Nella dura lotta sostenuta da tutte le Forze dell'Ordine con l'appoggio incondizionato della popolazione e che appunto per questa unità di intenti e per la posta in giuoco è stata definita la nuova Resistenza, pure la nostra cittadina doveva pagare il suo doloroso tributo con l'omicidio del Maresciallo Valerio Renzi, Comandante la locale Stazione Carabinieri, compiuto il 16 luglio 1983 da brigatisti nel corso di una rapina all'Ufficio Postale per autofinanziare il movimento eversivo. Lissone ha avuto modo di onorare la memoria in diverse occasioni ed ora l'Amministrazione Comunale, recependo un invito espresso in Consiglio Comunale, si accinge a realizzare una stele ricordo da erigersi sul luogo della tragedia.

Abbiamo parlato di seconda Resistenza e la realtà di un terrorismo che cerca di riemergere in un più vasto ambito internazionale ed alleandosi alla mafia è negli avvenimenti degli ultimi tempi. L'inquietante fenomeno della mafia e della camorra, che ha fatto una vittima di spicco nella persona del Generale Dalla Chiesa, non è certamente recente, ma da tempo - oltre alla presenza in traffici diversi - ha assunto anche il commercio internazionale e lo spaccio della droga, sostanza devastante nei confronti della società e dei giovani in particolare ed il cui effetto micidiale non sarà mai a sufficienza divulgato.

Quella della droga non è il solo importante problema che preoccupa: la situazione generale con quelli scottanti della pace, del disarmo, della fame nel mondo, dell'occupazione - con particolare riguardo ai giovani - sollecita ogni nostra attenzione ed azioni concrete.

Situazione generale che in un contesto sociale per i fini occupazionali non può ignorare come la terza rivoluzione industriale, quella dell'elettronica, sia già in cammino.

In questa prospettiva e tenendo presente i valori fondamentali della centralità dell'uomo e del lavoro, occorre fare in modo che le grandi possibilità tecniche siano a reale servizio dell'uomo e della sua promozione integrale per un salto di qualità nella ricerca di migliori condizioni di vita per tutti.

In una società che cambia in modo così veloce e complesso, gli ideali che hanno sorretto gli uomini della Resistenza sono sempre attuali ed il 25 Aprile ognora ci insegna ad avere fiducia e speranza.

Nel processo evolutivo di ogni Paese non mancano giorni difficili. Ma la nostra fede, l'esperienza che ci viene dalla Resistenza e dalla guerra di Liberazione, la fiducia nella nostra gente ci dice che, così come si sono superati tempi ben più tristi, con la stessa coraggiosa fermezza, si possono e si devono superare le presenti difficoltà. Nessuna situazione è senza speranza se non viene a mancare la fede comune in un avvenire migliore, che può essere conseguito soltanto attraverso una accettabile concordia di energie, una serietà di intenti ed un consapevole, comune. assolvimento dei propri doveri.” ANGELO CERIZZI Sindaco di Lissone

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Oreste Parma

13 Mai 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

unico sopravvissuto lissonese del lager di sterminio di DORA

 

  

 

          " Ti hanno dato un nome di donna, Dora.

          Avresti dovuto rasserenare le fronti  affaticate.

          Ti hanno dato un nome di donna, Dora,

          per ingannarci ancora una volta.

          Tu eri, Dora, una donna di pietra.

          Migliaia e migliaia ti son morti tra le

          braccia,

          migliaia ti hanno maledetta,

          il tuo respiro era gelido,

          il tuo sorriso era di ghiaccio

          e il tuo bacio avvelenato. "

 

                 Stanislas Radimecki

                 Deportato ceco

 

 

 

 

 

 

 

 

Nato a Lissone il 7/06/1919, morto a Lissone il 25/06/1988.

 

Arruolato come soldato nell’Artiglieria, all’inizio della II guerra mondiale fu inviato prima sul fronte francese poi su quello greco-albanese. Quando arrivò l’8 settembre 1943 era di presidio nelle isole Cicladi, avendo l’Italia l’occupato la Grecia.  

Nella tarda serata dell’8 settembre 1943 cominciò a circolare la notizia, non controllata e attinta non si sapeva bene da quale fonte, che un armistizio era stato concluso fra l’Italia, l’Inghilterra, l’America e la Russia. La situazione si presentava oscura, greve di incognite.

I tedeschi diedero il via all’operazione “Achse”; il piano mirava a neutralizzare le forze italiane dislocate nel mare Egeo. L'irresolutezza e la contraddittorietà dell'atteggiamento dei comandi furono alcuni dei motivi che determinarono la caduta del presidio di Rodi e dell'intero Egeo, dove pur non mancarono ufficiali capaci e coraggiosi che seppero prendere l'iniziativa e battersi con accanimento.

Una direttiva tedesca del 15 Settembre 1943 per il trattamento degli appartenenti alle Forze Armate italiane precisava con frase lapidaria: “chi non è con noi, è contro di noi”.

I militari italiani dovettero scegliere: con o contro i tedeschi, dividendosi in due gruppi. La decisione fu unanime, tutti si schierano contro.

Disarmati, come prigionieri vennero portati in nave al Pireo, il porto di Atene da dove iniziò il lungo viaggio verso i campi di concentramento in Germania su vagoni ferroviari piombati.

L’obiettivo di Hitler era quello di eliminare dallo scacchiere della guerra uomini che, eventualmente schierati sul fronte opposto, avrebbero potuto creare problemi alle sue armate e, nello stesso tempo, recuperare braccia da impiegare nell’industria tedesca.

Inizialmente considerati “prigionieri di guerra”, la loro qualifica mutò presto in “IMI internati militari italiani”.

Oreste Parma fu in quella frazione di internati militari che finì, con percorso anomalo, in un Lager KZ (da Konzentrationslager = campi di concentramento per prigionieri politici) anziché nei campi di concentramento e detenzione per IMI.

Il nome del lager in cui venne rinchiuso era Dora. Dora non è un nome di donna, come si dice nella poesia, ma la sigla delle parole Deutsche Organisation Reichs Arbeit, dove rimase per circa 20 mesi. Le condizioni dei deportati erano particolarmente dure, per il troppo lavoro, per la cattiva alimentazione, e per le percosse a cui spesso erano sottoposti.

Durante i 20 mesi trascorsi nel Lager di Dora, a causa del suo deperimento fisico dovuto alla scarsa alimentazione, Oreste Parma rischiò anche di essere fucilato non avendo prontamente risposto agli ordini di un Kapò. Destino volle che, a differenza di Aldo Fumagalli, un altro lissonese morto a Dora, Oreste riuscisse a tornare nell’agosto del 1945 a Lissone.

 

 

Il campo di Dora

“ Si trovava a 5 chilometri da Nordhausen, alle pendici del Harz nella Turingia.

Ciò che avveniva nel Hartz, al centro della Germania, veniva tenuto assolutamente segreto, tanto che per un raggio di 50 chilometri tutt'intorno, occorreva uno speciale permesso per transitare.

Non so quale fosse stato il criterio per la scelta della località, ma credo che i tedeschi la ritenessero particolarmente sicura, e infatti, durante tutta la mia permanenza, non una bomba colpì mai la zona.

Nell'ottobre 1943 il campo si presentava come una vallata disboscata con grandi sbancamenti di terreno per tracciare strade e spiazzi dove costruire baracche.

Il perimetro del campo era recintato con pali in cemento collegati fra loro da filo spinato e alimentato da corrente elettrica ad alta tensione. All'interno della recinzione, a distanza di qualche metro fra loro, dei paletti recavano cartelli segnalanti il pericolo di morte.

Fuori dal recinto erano montate le garitte alte circa 10 metri per i militi SS di guardia, armati di mitra. Potenti riflettori illuminavano a giorno il campo nelle ore notturne.

All'inizio il Dora era un sottocampo alle dipendenze di Buchenwald, ma alla fine dei lavori, nel '44, divenne campo principale con 7 sottocampi e 32 Kommandos di lavoro esterni. L’importanza, assunta nel tempo dal Dora, era dovuta al fatto che qui si costruiva la famosa arma segreta dei tedeschi, quella che secondo Hitler avrebbe determinato la vittoria nazista.


 

E’ evidente quindi l'importanza strategica·del Dora come fabbrica bellica; i deportati qui reclusi dovevano allestire le strutture abitative e i servizi minimi per la sopravvivenza dei lavoratori forzati e terminare la costruzione di un tunnel sotterraneo, dove alloggiare la catena di montaggio per i micidiali missili V1 e V2.

 

 

 

Il tunnel, a lavoro ultimato, si presentava come un piccolo paese sotterraneo e consisteva in due grandi gallerie parallele lunghe circa due chilometri, collegate da 52 gallerie trasversali. In queste ultime erano posti i poveri giacigli dei detenuti addetti alla costruzione, che potevano restare per settimane in quella tomba senza vedere la luce del sole.

Dati risalenti al 25 marzo 1945 riportano un numero di 34.521 prigionieri internati, appartenenti a 17 nazionalità diverse.

Ogni internato, sulla casacca a righe, portava il proprio numero di matricola ed un triangolo diversamente colorato per distinguere la categoria cui apparteneva.

 

 

 

Triangolo rosso per i deportati politici tedeschi

Triangolo rosso con la sigla della propria nazione, per i deportati politici stranieri (noi eravamo IMI, cioè Italiani Militari Internati e portavamo nei primi tempi al braccio una fascia tricolore)

Triangolo verde per i delinquenti comuni

Triangolo verde con S per i delinquenti comuni condannati all'ergastolo

Triangolo nero per gli asociali

Triangolo rosa per gli omosessuali

Triangolo viola per gli zingari

Triangolo azzurro per gli apolidi

Triangolo granata per i testimoni di Geova Stella gialla per gli ebrei

Triangolo giallo con sovrapposto triangolo rosso per gli ebrei detenuti politici.

 

Nel progetto nazista quindi, il campo Dora aveva più funzioni; se lo scopo primario era la costruzione dell'arma segreta, non si rinunciava comunque allo sterminio dei "diversi" dalla razza ariana, al lavoro forzato dei condannati di reati comuni, all'eliminazione degli avversari politici, alla sperimentazione medica su cavie umane.

 

 

 

.. inquadrati, in divisa, come forza lavoro se adatti …

 

E' questo un esempio "luminoso" di razionalità ed organizzazione, dove tutto è calcolato tranne una cosa: il valore della vita umana.”

(da “Educare alla pace” di Lucia Araldi Editore Mattioli 1885 Fidenza 2002)

 

Nel 1975 alcuni superstiti di Dora iniziarono a trovarsi a Salsomaggiore.

 

 

Nel 1984 il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, con l’allora Ministro della Difesa Giovanni Spadolini, conferì ad Oreste Parma il Diploma d’Onore di Combattente per la Libertà d’Italia.

 

 

Inoltre, nel 1984, vi fu un riconoscimento da parte del governo tedesco.

 

 

 

Nel 40° anniversario della Liberazione, l’associazione Nazionale Combattenti e Reduci di Lissone, Presidente Fortunato Arosio, e l’Amministrazione Comunale, Sindaco Angelo Cerizzi, consegnarono una targa d’argento come “Onore al merito” “all’ex combattente deportato politico ORESTE PARMA unico sopravvissuto Lissonese del lager di sterminio di DORA-BUCHENVALD”.

 

 

 

 

 

 

 

Il fazzoletto che Oreste Parma indossava alle celebrazioni del 25 aprile, a cui non mancava mai, e ai raduni dei superstiti del lager di Dora a Salsomaggiore dove esiste il monumento al deportato.

 

Bianca e azzurra era la casacca a righe che indossavano i reclusi nel lager. Il triangolo rosso con l’iniziale della nazione di appartenenza contraddistingueva gli italiani.

Oreste Parma è morto il 25 giugno 1988, all’età di sessantanove anni, nella sua casa di Via San Carlo a Lissone.

Oreste «Non ha più avuto una vita normale; non ha mai potuto dire che tutto andasse bene … »

Come dice Shlomo Venezia, un altro sopravvissuto ai lager, « tutto mi riporta al campo qualunque cosa faccia, qualunque cosa veda, il mio spirito torna sempre allo stesso posto … non si esce mai davvero …


Ringrazio la moglie Adelaide Baragiola per avermi reso partecipe delle vicissitudini di suo marito.

 

(RP)

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il significato della Resistenza per alcuni cittadini lissonesi

6 Mai 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

25 APRILE 1970

VENTICINOUESIMO ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE

Di seguito sono riportate le dichiarazioni rilasciate dai membri del locale Comitato di Liberazione Nazionale e dal comandante militare del distaccamento della Brigata Garibaldina in occasione del venticinquesimo anniversario della Liberazione (1970).

 Cittadini consapevoli che il dissolvimento della dittatura fascista avrebbe procurato alla nazione caos, disordini e reazioni incontrollate; cittadini non curanti del pericolo di esporsi all'ira della polizia nazifascista si cercarono, si parlarono, si compresero: unirono le forze, le capacità, "organizzazione dei partiti politici clandestini dando così vita ed inizio ai Comitati di Liberazione Nazionale ed ai Centri della Resistenza armata (Gaetano Cavina, nome di battaglia Volfango).



La Resistenza si attuò col sacrificio di quarantacinquemila partigiani per esprimere e realizzare l'aspirazione ad un rinnovamento dell'organizzazione politica nella libertà, unita alla giustizia sociale del sistema. Postulato questo sufficiente ad ottenere la pacifica convivenza di tutto il popolo in tutti i suoi strati. E' stato il nostro un ideale il cui raggiungimento è però ancora lontano (Agostino Frisoni, nome di battaglia Ottavio).

 

Per un cattolico, la spinta ideale per la lotta contro la tirannia e l'oppressione era, e sarà, il raggiungimento della vera libertà, premessa indispensabile alla giustizia ed alla pace.

Libertà che è conquista, non di un solo giorno, ma di ogni giorno (Attilio Gelosa, nome di battaglia Carlo).

 

 


La Resistenza fu anelito di libertà, fatto passionale, presa di coscienza per la conquista di una più alta dignità umana. Scaturì dalla volontaria partecipazione delle masse operaie e contadine contro l'oppressione; esse esercitarono un ruolo dirigente e trascinarono nella lotta l'intera popolazione. Fu in questa partecipazione e nell'unità di tutti i raggruppamenti del Corpo Volontari della Libertà che si deve riconoscere la forza vera e l'invincibilità del movimento partigiano.

Spetta ai giovani, alle nuove generazioni, trarre le conseguenze dai fatti ma se essi si ispireranno al valore umano della Resistenza non potranno fallire nella loro missione rinnovatrice (Riccardo Crippa, nome di battaglia Ettore)






 CLN Lissone e I giunta municipale

Nell’immagine i membri del Comitato di Liberazione Nazionale e del primo Consiglio Comunale dopo la Liberazione
In primo piano da sinistra:

Leonardo Vismara, Attilio Gelosa, Gaetano Cavina, Agostino Frisoni e Giuseppe Parravicini

in seconda fila al centro, il Sindaco ANGELO AROSIO


appello del Sindaco ai Lissonesi (3 maggio 1945)


 

La giunta municipale di Lissone nel luglio 1945

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Luciano Donghi, un antifascista lissonese impegnato nella Resistenza e nella vita sociale

18 Mars 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Luciano Donghi 

Luciano Donghi era nato a Lissone il 18 marzo 1908. Era stato operaio della Breda poi artigiano metalmeccanico: il suo laboratorio, situato nell’attuale Via Don Minzoni, prospiciente l’ex stabilimento della Montana.

Luciano Donghi, subito dopo il 25 luglio 1943, fece parte di quel piccolo nucleo di antifascisti lissonesi, socialisti e comunisti, che si ritrova segretamente presso l’abitazione di Federico Costa (Costa sarà poi membro del CLN locale per il Partito Socialista, con il nome di battaglia “Francesco”).

Di quel gruppo di antifascisti, oltre a Luciano Donghi e Federico Costa, facevano parte Gaetano Cavina, Agostino Frisoni. Pensano di ricostituire i due partiti a livello locale, ma intendono dar vita ad una resistenza organizzata, costituire comitati di agitazione nelle fabbriche.

Donghi e gli altri antifascisti sono sorretti da un’innata fede nella libertà, credono nei valori dell’uguaglianza e della democrazia e intendono impegnarsi per i bisogni della collettività.

Da questo gruppo usciranno gli uomini che guideranno Lissone nella Resistenza, nella Liberazione e nei primi tempi della vita democratica.

Antifascista, iscritto al Partito Comunista clandestino, dopo l’ 8 settembre 1943 il suo impegno nella Resistenza contro i Tedeschi ed i fascisti divenne lo scopo della sua vita. Fece parte delle SAP, le squadre di azione patriottica brianzole, come partigiano di strada a Lissone, negli anni dal 1943 al 1945.

Scrive nel suo “Diario di guerra”, Bruno Trentin,“La guerra in pianura, in campagna, era la scelta più pericolosa; non c’era il «fronte» ma una guerra selvaggia anche, condotta da giovani, senza retroterra dove rifugiarsi. Era una guerra dalla quale, una volta cominciata, non si poteva tirarsi indietro. Si è scritto poco su questo versante della guerra partigiana che è la guerra in pianura, il più esposto, il più indifeso e, nello stesso tempo, impensabile senza il sostegno delle popolazioni ...”.

Per alimentare la vita partigiana erano necessarie delle armi: in un primo tempo si utilizzavano le armi abbandonate dai soldati sbandati dopo l’ 8 settembre 1943, a volte si prendevano al nemico, in altri casi le armi provenivano dai lanci di paracadute da parte degli Alleati anche a pochi chilometri dalle postazioni tedesche o fasciste.

Luciano Donghi era abile nel riparare le armi quando addirittura non le costruiva: spesso Mario Bettega, operaio della Breda e amico, lo riforniva con qualche pacco di otturatori e caricatori, di provenienza dallo stesso stabilimento sestese. Luciano Donghi costruiva anche piccole bombe che richiudeva nelle scatolette per la carne in conserva. Queste “scatole esplosive” venivano custodite in una fabbrica produttrice di carne in scatola (la Montana), nei cui pressi il Donghi aveva il suo laboratorio.

Mario Bettega e Luciano Donghi avevano contatti con il movimento clandestino locale oltre che con i gruppi partigiani della Valsassina e della Valtellina.

Purtroppo Mario Bettega cadde presto nelle mani dei repubblichini: dal carcere di San Vittore di Milano venne deportato a Mauthausen dove morì, all’età di ventisei anni, nel marzo 1945.

Nonostante la deportazione del suo amico, Luciano Donghi continuò a svolgere un gran lavoro per sostenere ed estendere l’attività resistenziale, oltre ad aiutare gli sbandati.

Vent’anni di oppressione fascista sboccarono non in episodiche rivolte ma nel più grande movimento armato di massa dell’Europa occidentale.

Gli ideali di libertà che hanno animato quei giovani sono oggi contenuti nella  Costituzione Italiana di cui quest’anno ricorre il  60° anniversario: per questo ci sentiamo riconoscenti a Luciano Donghi come a tutti coloro che hanno dato la loro vita per gli stessi ideali.

Luciano Donghi, smessi i panni del partigiano, continuò il suo impegno nel partito e, nel 1965, fu eletto Consigliere Comunale per il PCI, sempre interessandosi alle persone più deboli, carica che ricoprì fino al 1975.

Pensionato, il suo desiderio di solidarietà verso le persone portatrici di handicap, lo vide impegnato, nel 1975, nella creazione del primo nucleo del Laboratorio Sociale, con sede in Via Volta, per creare uno spazio lavorativo rivolto a persone con problemi di disabilità psicofisica, malattia mentale, disadattamento sociale: il Laboratorio Sociale, nel 1995, ha assunto l’attuale denominazione, Società Cooperativa Sociale Luciano Donghi.

 

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nella foto, la sede attuale della cooperativa a lui dedicata

 

Luciano Donghi moriva a Lissone, all’età di 70 anni, il 29 gennaio 1978 lasciando tutti i suoi averi in favore dei disabili Lissone.

Nel decennale della sua morte, nel 1988, a lui fu dedicata la locale sezione dell’allora Partito Comunista.

Nel trentesimo anniversario della sua morte l’A.N.P.I. di Lissone aveva chiesto all’Amministrazione Comunale di Lissone di dare una degna sepoltura ai resti di Luciano Donghi con una cerimonia commemorativa in ricordo dell’opera da lui svolta.

famedio-comunale.jpg

L’Amministrazione Comunale di Lissone ha accettato la proposta: le sue spoglie sono state traslate nella Cappella dei benemeriti nel famedio del Comune.

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Giulio Colzani

18 Mars 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi



 

 

Nato a Lissone il 12 febbraio 1911 da Carlo e da Giulia Vismara. Coniugato.

 

Arrestato a Lissone in data non nota tra dicembre 1943 e gennaio 1944.

Viene trasportato nel lager Buchenwald, dove, dopo sedici mesi, muore il 24/4/1945, dopo pochi giorni dalla Liberazione avvenuta l’11 aprile 1945 (auto-liberazione ed Eserciti Alleati), in una delle "marce della morte”, che seminano di cadaveri le strade della Germania, ucciso da una guardia tedesca a colpi di mitra.

 

 

Buchenwald era situato in Germania, nei pressi di Weimar sulle pendici della collina di Ettersberg, a circa dieci chilometri da Weimar, in Turingia.

Istituito nel luglio 1937, vi vennero deportati oppositori politici del regime nazista, omosessuali, asociali, ebrei e Testimoni di Geova.

 

I deportati venivano sfruttati per il lavoro nelle numerose industrie belliche allestite nei 136 campi dipendenti da Buchenwald.

Nel Lager ebbero luogo uccisioni in massa di molti prigionieri di guerra; molti deportati morirono per la fame e per le malattie, per le terribili condizioni di lavoro, per le torture e le violenze ed anche in conseguenza di esperimenti medici.

Dal luglio del 1937 fino all'aprile del 1945 vennero qui deportate oltre 250.000 persone: di esse più di 50.000 morirono.

Nel gennaio del 1945 affluirono al Lager di Buchenwald migliaia di deportati evacuati dalla Polonia, precisamente dal complesso concentrazionario di Auschwitz e dal Lager di Gross-Rosen.

Ai primi di aprile del 1945 le SS fecero evacuare gran parte dei deportati in lunghe marce forzate (o marce della morte), nel corso delle quali morirono circa 28.000 deportati.

 

In una di queste “marce della morte”, che seminano di cadaveri le strade della Germania, Giulio Colzani, sfinito, il 24 aprile 1945 viene ucciso da una guardia tedesca a colpi di mitra.

Il comitato di resistenza che operava clandestinamente nel Lager di Buchenwald rese possibile l'ingresso nel Lager ad alcune unità della terza armata americana, dopo che le SS erano fuggite: era l'11 aprile del 1945.

 


Con me soffrono molti compagni

tutti ragazzi fieri e coraggiosi,

non versiamo lacrime,

tiriamo tutti la stessa corda.

 

Se dalla palude scrutiamo l’orizzonte

e tuffiamo lo sguardo nel vasto mondo

nei nostri cuori di prigionieri

dilaga una mesta nostalgia.

 

Fugge via il giorno, fuggono le nuvole

al mese segue l’anno -

tutto il dolore, tutte le ansie

ci imbiancano precocemente i capelli.

 

Ci mancano le nostre donne,

la nostra patria, la nostra vita -

e sconsolati torniamo a scrutare:

libertà, quando ritornerai?

 

 

(Canti dai lager: ESILIATO NEL REMOTO NORD

DELL’EMSLAND

il testo è stato redatto nel 1933 dal deportato Kaufmann nel Lager di Neu-Sustrum)



 

(da Lager e Deportazione  http://www.lageredeportazione.org/)

Fonti:

- ANED Sesto san Giovanni, dalla Gazzetta Ufficiale n.130 del 22 maggio 1968

- Gazzetta Ufficiale della Repubblica Federale Tedesca, 24.09.77
- Schwarz, G., 1990, Die nationalsozialistischen Lager, Fischer Verlag
- Tibaldi, I., 1994, Compagni di viaggio
- Dall'Italia ai Lager nazisti
- I "trasporti" dei deportati 1943-1945, Franco Angeli editore
- Pieghevoli informativi dei Lager


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