L'attacco alla linea Gotica
Un segno che la guerra volgeva ormai al peggio per i tedeschi fu l'attentato contro Hitler nel suo stesso quartier generale: il mito della fedeltà tedesca era infranto. Proprio quel giorno Mussolini, terminato un nuovo giro d'ispezione ai campi d'addestramento delle Divisioni fasciste in Germania, giungeva a Rastenburg. Non era il momento più adatto per una visita. L'incontro fu breve: Hitler aveva fretta di congedare gli ospiti per dedicarsi personalmente alla repressione della congiura.
Se il Führer riuscì nel suo intento, Mussolini invece non fu capace di reprimere la ribellione partigiana che dalla primavera fiammeggiava in tutta l'Italia ancora soggetta ai tedeschi. Ormai i partigiani erano un esercito che si batteva in campo aperto.

Così ne parlò Parri:
«L'estate del '44 segna il momento della maggiore maturità dello sviluppo militare della lotta partigiana. È il momento delle zone libere che si costituiscono press'a poco in quasi tutto l'arco alpino e appenninico. Merita un cenno particolare quella di Monte Fiorino che ha resistito più delle altre e ha dato luogo ad una battaglia campale tra le più belle della lotta partigiana. Ma quante altre, quante altre in tutte le Alpi venete fino alla Carnia al Cadore e infine a quella più nota, la meritatamente nota Repubblica dell'Ossola. L'ultima forse in ordine di tempo fu quella di Alba. Siamo arrivati all'ottobre, prossimi alla fine di questa fase militare della lotta partigiana nel suo massimo sviluppo. Si era cominciato forse con 80.000 arruolati nelle formazioni regolari e alla fine si arrivò vicino ai 200.000».
I tedeschi hanno perduto il controllo della situazione.
Nelle Langhe ad esempio il popolo collabora alla luce del sole coi partigiani per preparare un campo d'aviazione su cui saranno lanciati i rifornimenti.
I lanci, una parola densa di ricordi per la collaborazione tra gli Alleati e la Resistenza italiana. Dipende dalla quantità dei rifornimenti il passaggio dalla guerriglia alla guerra dichiarata. I rapporti fra l'esercito partigiano e quello alleato si fanno più stretti. Non si lanciano soltanto armi e munizioni, ma anche uomini, per i collegamenti e l'organizzazione. La liberazione di Roma e l'avanzata alleata che fa sperare in una rapida fine della guerra in Italia, mettono in fermento il fronte partigiano del Nord. Si costituisce il Corpo Volontari della Libertà per l'unificazione e il coordinamento dello sforzo militare; il CLN di Milano diventa CLN dell'Alta Italia (CLNAI).
Ma il Comando Supremo alleato sembra non capire che il momento è favorevole, che il nemico preso tra due fuochi è in crisi, e perderà la grande occasione. ..
L'operazione «Anvil», che Clark definì uno degli errori più gravi della guerra, era in corso.
Lo sbarco in Provenza fu un'azione facile ma inutile.
Non influì sugli sviluppi delle operazioni in Francia e nello stesso tempo, sottraendo al fronte italiano due Corpi d'Armata, consentì a Kesselring di organizzarsi sulla terribile linea «Gotica».
Il generale Truscott espose il suo punto di vista in proposito:
«All'epoca della conquista di Roma, sia il generale Alexander che il, generale Wilson sottoposero una proposta ai capi degli Stati Maggiori riuniti, cioé alle autorità inglesi e americane che dirigevano lo sforzo bellico. La proposta era questa: abbandonare l'operazione "Anvil", che prevedeva l'invasione della Francia meridionale, per dedicare tutti gli sforzi alla cacciata dei tedeschi dall’Italia e a un’avanzata nei Balcani.
Alexander e Wilson erano del parere che l'invasione della Francia meridionale, tanto tempo dopo lo sbarco in Normandia non, sarebbe stata di grande aiuto per l'operazione attraverso la Manica. Ma il generale Eisenhower, comandante supremo delle forze alleate, decise che l'invasione della Francia meridionale era invece essenziale per appoggiare lo sbarco principale in Francia e fu per questa ragione che i capi degli Stati Maggiori riuniti non tennero conto della proposta dei generali Alexander e Wilson».
«Tatticamente l'operazione "Anvil" determinò un rallentamento delle operazioni in Italia, senza produrre alcun risultato positivo».
«lo non posso dar torto ad Eisenhower per aver voluto assicurarsi il più possibile le spalle, militarmente parlando; ma penso che la situazione strategica in Italia sarebbe stata migliore se avessero lasciata intatta la V Armata ».
«Eravamo ben piazzati, avevamo avanzato fino all'altezza di Firenze e avevamo l'ultima linea tedesca già davanti a noi.
A questo punto la decisione di togliere, se ben ricordo, tre Divisioni americane e l'intero Corpo di spedizione francese per l'operazione "Anvil" ridusse enormemente il nostro potenziale: non avevamo più la forza né la potenza, per proseguire».
Churchill non si rassegnava ad accantonare tutte le speranze che aveva riposto nella Campagna d'Italia. Quando arrivò in visita nella penisola, alla vigilia dello sbarco in Provenza, il fronte era fermo, ma il vecchio uomo politico contava che i suoi generali l'avrebbero presto rianimato.
Churchill era stato un tenace avversario dell'operazione «Anvil». Ormai era troppo tardi per fermarla; venendo in Italia egli voleva vedere di persona se fosse rimasta qualche possibilità di attuare ugualmente un suo vecchio piano che aveva proposto con insistenza come alternativa all'«Anvil».
In questo caso la guerra nel nostro Paese sarebbe forse finita prima di Natale.
L'idea di Churchill, che risaliva al tempo della conferenza di Teheran, era di forzare con tutti i mezzi disponibili la linea «Gotica» nel settore adriatico, irrompendo quindi nella valle del Po verso Trieste e il Friuli. Da qui poi, con l'appoggio di un'operazione anfibia contro la penisola istriana, avanzare per i valichi con l'Austria e la sella di Lubiana, allo scopo di tagliar fuori le forze tedesche nei Balcani minacciando da quella parte la Germania. Era un piano brillante, ma per attuarlo occorreva il consenso di Roosevelt e di Stalin.
«Col passar del tempo, vari fattori intervennero in senso sfavorevole al progetto di Churchill, che anch'io sostenevo. Uno era che i francesi non volevano partecipare a quell'operazione, perché naturalmente preferivano lo sbarco in Provenza; secondo, sembrava che gli Stati Uniti avessero una vera fobia per i Balcani.
In realtà, gli americani non intendevano rimettere in discussione le intese raggiunte con i russi, i quali erano sempre stati contrari a grandi operazioni angloamericane nei Balcani. E così ogni sforzo al di là dell'Adriatico avrebbe dovuto essere completamente a carico degli inglesi. Inoltre ci trovavamo di fronte a un altro problema, ed era quello del potenziale umano.
Il potenziale umano in quel momento era piuttosto scarso.
C’era poi il problema dei mezzi da sbarco. Tutto dipendeva dal fatto che potessimo avere abbastanza mezzi da sbarco.
Ma quando a Washington i capi degli Stati Maggiori riuniti fecero il calcolo dei mezzi disponibili, si arrivò alla conclusione che si sarebbe dovuto permettere lo spostamento di una sola Divisione».
Il piano di Churchill falliva per cause indipendenti dalla strategia militare. Intanto, dopo la battaglia di Firenze con cui si era concluso il loro ripiegamento nell'Italia centrale i tedeschi si erano attestati su una linea di sicurezza all'incirca dall'Arno al Metauro.
La linea «Gotica» era più indietro, solido sistema difensivo da Viareggio a Pesaro per Lucca, Pistoia, fiume Sieve, La Verna, fiume Foglia, con un margine posteriore fortificato da Massa Carrara a Rimini per i principali passi appenninici.

Le operazioni preliminari dell'attacco alla «Gotica» cominciarono a fine agosto e, nel settore della V Armata, condussero in pochi giorni alla liberazione di Pisa e Lucca.
Gli americani presero contatto con la linea di resistenza tedesca presso Viareggio e nella zona di Pistoia concentrando quindi i loro sforzi sulle montagne del settore centrale.
Ai primi di settembre le truppe del generale Clark avanzarono lungo la direttrice Firenze-Bologna, allo scopo di avvicinarsi alle forti difese nemiche per attaccarle poi frontalmente.
Sul fronte adriatico la linea del Metauro fu varcata il 27 agosto, ma lo slancio dell'VIII Armata andò presto spegnendosi davanti all'accanita resistenza tedesca e malgrado l'arrivo di nuovi potenti mezzi corazzati, come il carro «Churchill».
Il vecchio Winnie era anch'egli in linea, in quei giorni, prima di lasciare l'Italia. Forse rincorreva ancora sul filo delle colline, dietro le quali già s'intravedeva la pianura romagnola, un sogno che stava tramontando.
Laggiù erano le prime difese della «Gotica», la linea temuta che ora, all'approssimarsi dell'autunno, mostrava la sua faccia arcigna.
Bibliografia:
Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966
Il bando Alexander e l’accordo Wilson
Con il fronte fermo e mentre s'inaspriva la repressione nazifascista, cominciava per la Resistenza italiana il periodo più duro. Il 13 novembre il generale Alexander aveva rivolto ai partigiani un proclama invitandoli a sospendere le operazioni su larga scala e a riservarsi per la ripresa primaverile. Egli annunciava, inoltre, che gli Alleati avrebbero dovuto ridurre gli aviolanci di armi e rifornimenti.
Non era un vero e proprio ordine di smobilitazione, ma avrebbe potuto lo stesso mettere in crisi tutta la Resistenza. I giornali fascisti esultavano, il momento era difficile.
Raffaele Cadorna, comandante del CVL così commentò il bando Alexander:
«Le direttive radiodiffuse dal maresciallo Alexander trovavano la loro ragione di essere nel fatto che, sospesa la offensiva alleata contro la linea "Gotica", non vi era ragione di esporre sia le formazioni partigiane che le popolazioni ad una inutile rappresaglia. Giunsero però in ritardo rispetto alla situazione di fatto in quantoché a quell'epoca in seguito ai duri rastrellamenti subìti, alle difficoltà climatiche e di rifornimenti, talune formazioni che erano state particolarmente esposte, avevano dovuto disperdersi o si erano spostate in territori più favorevoli. D'altra parte occorre dire che un comando che si rispetti, in una situazione moralmente tanto delicata quale quella che si era presentata, non poteva che fare un gesto di fermezza, riaffermare cioè la necessità di continuare la lotta, anzi, di intensificarla.
Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, cui faceva capo tutta la Resistenza, reagì energicamente. Ogni interpretazione pessimistica del bando Alexander fu controbattuta. I partigiani non sarebbero tornati a casa, non avrebbero riposto le armi. Avrebbero soltanto limitato la loro attività, conformemente alla stagione, poco adatta a grandi operazioni. Il Comitato approfittò anzi dell'occasione per stabilire rapporti giuridicamente più precisi e definitivi con gli Alleati. Questi vedevano il movimento partigiano soltanto in funzione delle necessità militari del fronte; il CLN voleva invece dargli una fisionomia autonoma in vista della liberazione dal nazifascismo. Tuttavia gli interessi in comune erano molti: gli Alleati avevano bisogno del movimento partigiano per tenere impegnato al Nord il maggior numero di tedeschi; i partigiani avevano bisogno degli anglo-americani per i loro rifornimenti ».
Resistenza e Alleati dovevano trovare un'intesa. Il documento che la sancì prevedeva la subordinazione del Corpo volontari della libertà (espressione militare del CLN Alta Italia) agli Alleati. In cambio questi s'impegnavano ad aiutare il movimento partigiano nella lotta contro i tedeschi e i fascisti. Si chiamò «accordo Wilson» dal nome del Comandante supremo del Mediterraneo che firmò i protocolli. La cerimonia della firma avvenne al Grand Hotel di Roma il 7 dicembre; i colloqui preliminari si erano svolti, nelle due settimane precedenti, al palazzo reale di Caserta, dov'era il comando del XV Gruppo di Armate.
La delegazione del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia era composta da Ferruccio Parri, Giancarlo Pajetta, e da Edgardo Sogno su richiesta degli Alleati.
Edgardo Sogno così giudicò quel patto:
«L'accordo Wilson sul momento fu giudicato in modo contrastante. Alcuni lo ritennero un importante riconoscimento del movimento partigiano da parte del Comando alleato; secondo altri, invece, fu un accordo "capestro", un accordo attraverso cui gli Alleati e indirettamente il Governo di Roma, imbrigliarono il movimento partigiano arrestandone lo slancio rivoluzionario e riformatore.
Molti nel Comitato di Liberazione avevano la sensazione che i comandi alleati non comprendessero la nostra volontà di rinnovamento sociale e politico del Paese e anche che non tenessero in alcun conto il nostro sforzo militare.
L'accordo Wilson, con le disposizioni per l'insurrezione, per l'antisabotaggio, per la collaborazione coi Comandi alleati e con le missioni alleate e anche con la concessione di un contributo finanziario, espresse in modo chiaro l'apprezzamento del comando alleato per il movimento partigiano italiano.
Quando però ritornammo al Nord non tutti furono di questo parere. Secondo molti nel Comitato di Liberazione, noi avevamo sottoscritto un accordo "capestro", un accordo che ci legava le mani perché soprattutto avevamo preso l'impegno di obbedire all'ordine di sciogliere e di disarmare. In realtà una rivoluzione quando è matura è possibile; non si arresta con un pezzo di carta. Noi, poi, al Sud avevamo potuto renderci conto che gli Alleati erano decisi ad impedire qualsiasi sviluppo rivoluzionario e che avevano i mezzi per farlo senza difficoltà.
L'impegno che avevamo sottoscritto quindi non era, non si poteva considerare una gravosa condizione, ma semplicemente il riconoscimento di una situazione di fatto, mentre, d'altra parte avevamo ottenuto un importante riconoscimento, un contributo economico e anche delle assicurazioni verbali, sulla Valle d'Aosta e su Trieste.
In un giudizio più pacato, io credo si possa ritenere che l'accordo Wilson sia stata un'affermazione e un successo della Resistenza italiana».
Bibliografia:
Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966
Partigiani e Gruppi di combattimento in azione
Negli stessi giorni in cui la missione del CLN Alta Italia si trovava a Roma, per le strade della capitale sfilarono le rappresentanze dei Gruppi «Cremona» e «Friuli», che andavano al Nord per l'impiego al fronte. Erano le prime grandi unità del risorto esercito italiano, nate dal potenziamento del Corpo di liberazione e dalla sua trasformazione in sei Gruppi di combattimento forti ciascuno di circa diecimila uomini. Quel giorno i romani applaudirono un esercito nuovo, nuovo dagli elmetti alle divise, bene addestrato e pronto a combattere.
Si poteva rimpiangere il vecchio grigioverde ma la vista di quei mezzi e di quelle armi moderne faceva tacere certe nostalgie.
Fu allora che al Lirico di Milano Mussolini pensò di fare un solenne discorso, come una volta, per proporre una sua soluzione agli avvenimenti.
Ecco alcune frasi del suo appello:
«Camerati, cari camerati milanesi! Rinuncio ad ogni preambolo ed entro subito nella materia del mio discorso: nel 1945 la partecipazione dell'Italia alla guerra avrà maggiori sviluppi. Non si tratta di armi segrete ma di armi nuove. Che tali armi esistono lo sanno, per una ormai lunga ed amara esperienza, i britannici. Che le prime armi saranno seguite da altre, lo posso io affermare con cognizione di causa. Noi vogliamo difendere con le unghie e coi denti la valle del Po. Noi vogliamo che la valle del Po resti repubblicana, nell'attesa che tutta l'Italia sia repubblicana».
Fu l'ultimo discorso pubblico di Mussolini. La fiducia ch'egli ostentava nelle armi segrete di Hitler e nella possibilità di tenere la valle del Po non convinse nessuno. Il regime sarebbe finito con il crollo del nazismo; l'esercito fascista era soltanto un'ombra, neppure i tedeschi se ne fidavano, malgrado fosse stato addestrato in Germania.
L'ultimo inverno di guerra a Milano fu anche il più duro. Con la neve e il freddo la città, disseminata di rovine, divenne tetra. E tuttavia i milanesi (e con loro tutti gli italiani del Nord) sopportavano le privazioni perché una grande speranza li sosteneva. A parte pochi fanatici o illusi, tutti sapevano che la Germania aveva perso la guerra, che il nazifascismo era giunto al termine della sua Sinistra parabola. Lo sapevano anche i soldati della repubblica di Salò. Erano gli ultimi giorni della loro avventura. E dopo? Meglio non pensarci.

In linea, l'inverno continua a far tacere la guerra.
Quando il fronte si rimetterà in movimento, sarà per l’offensiva finale. Anche nel settore della V Armata non ci sono stati più scontri dopo quello di Natale in Garfagnana. Intere giornate trascorrono senza un colpo.
In quel tempo, solo la X Divisione americana da montagna, con i suoi famosi sciatori, compì qualche azione degna di nota.
A metà febbraio, sui monti a nord di Pistoia, penetrò nello schieramento tedesco fin quasi a Vergato.
Nei comandi c'erano stati grandi mutamenti. Clark aveva assunto la responsabilità di tutto il fronte e Mac Creery era succeduto a Leese alla testa dell'VIII Armata. Il veterano Truscott comandava ora la V.
In quel lungo inverno sulla «Gotica », si intensificò la collaborazione fra i soldati alleati e i partigiani che da tempo ormai combattevano al loro fianco. Dai monti della Garfagnana alle valli di Comacchio i partigiani diventarono le avanguardie esploranti dell'esercito alleato. Pratici dei luoghi, rapidi, decisi nell'assalto, essi costituivano un pericolo costante per i tedeschi.
Dal gennaio del '45, davanti alle paludi di Comacchio, la Brigata «Mario Gordini» operò in linea a fianco dei soldati dell'VIII Armata, meritando il riconoscimento degli Alleati.
Il 4 febbraio, sulla piazza di Ravenna, Arrigo Boldrini, detto «Bulow», che comandava quella Brigata, ricevette la medaglia d’oro dalle mani stesse del nuovo comandante d Armata generale Mac Creery.

Tre settimane avanti era entrata in linea, nello stesso settore, la prima unità regolare italiana, il Gruppo di combattimento «Cremona» al comando del generale Primieri. Clark lo andò a ispezionare a fine gennaio, quando il Gruppo, che aveva dato il cambio a una Divisione canadese, era già stato impiegato in alcune riuscite azioni.
Il «Cremona» teneva un tratto del fronte sul basso Reno, davanti alle valli di Comacchio, a fianco della Brigata partigiana «Gordini».
Il secondo Gruppo di combattimento, chiamato a far parte dell'VIII Armata, fu il «Friuli ». Il generale Keightly del V Corpo britannico, lo passò in rivista ai primi di febbraio a Forlì, accompagnato dal comandante generale Scattini. In quei giorni il «Friuli» doveva sostituire al fronte la Divisione polacca «Kressowa», precedendo altri due gruppi, il «Folgore» e il «Legnano» che entreranno in linea nel mese successivo. Sull'impiego di queste unità il generale Arturo Scattini, comandante del Gruppo «Friuli» ha detto:
«Dopo che i comandanti alleati avevano potuto constatare come fossero ben preparati questi Gruppi di combattimento, anche dal punto di vista spirituale, decisero di portarli in linea, e fu una decisione molto saggia, accolta da tutti i nostri combattenti italiani con molto entusiasmo. Tanto entusiasmo che effettivamente nessuno pensò più ad allontanarsi come era qualche volta successo durante il lungo periodo della preparazione. Per tutti i tre mesi, quattro mesi che rimanemmo in linea, durante le giornate dei duri combattimenti, io e i miei colleghi degli altri Gruppi di combattimento non avemmo nemmeno un disertore».
Bibliografia:
Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966
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