Marzabotto

La “cavalcata” del terrore iniziò all’alba del 29 settembre 1944, quando la 16a SS-Panzergrenadier-Division, agli ordini del maggiore Walter Reder, detto “il monco”, partì squarciando con il ferro e con il fuoco le valli attorno al Monte Sole. A far da cani-guida, un pugno di militi delle Brigate nere, per l’occasione in divisa SS col distintivo simile a un “44” sulle mostrine, che sapevano i sentieri, le case, i rifugi e additavano mogli, figli e padri dei partigiani della Brigata “Stella Rossa”.
Dall’eccidio non fu risparmiato nessun paese, villaggio o fattoria della zona che, a una ventina di chilometri da Bologna, è delimitata dal corso dei fiumi Reno e Setta: Marzabotto (il Comune più grande), Grizzana, Vado di Monzuno e tutte le altre località che punteggiano le vallate declinanti dall’acrocoro dominato dalla cima del Monte Sole.
Il 13 gennaio 2007, il tribunale militare di La Spezia ha condannato all’ergastolo in contumacia 10 dei 17 imputati ex nazisti ancora in vita. Sono tutti ultraottantenni e non conosceranno mai il carcere, la legge italiana non lo permette.
Il processo, infatti, non si è potuto celebrare prima perché i documenti in grado di inchiodare i responsabili del massacro sono rimasti chiusi per cinquant’anni nell’armadio della vergogna e nei sotterranei delle procure italiane. Ritrovate a metà degli Anni 90, quelle carte, con nomi e fatti, hanno potuto dare finalmente il via ai procedimenti penali.
Finora per la strage di Marzabotto esisteva un solo colpevole: il maggiore Walter Reder. Nel 1951 il tribunale militare di Bologna sentenziò per lui una condanna a vita, da scontare nel carcere militare di Gaeta. Ci passerà trentaquattro anni, malgrado un’ipocrita richiesta di perdono giunta nel 1967 agli abitanti di Marzabotto che, riuniti in Consiglio comunale, respinsero al mittente con 356 voti su 360 la petizione di clemenza sostenuta anche dalla Chiesa. Poi, nel 1980, arrivò la sentenza del Tribunale di Bari che disponeva un periodo di “prova” di cinque anni per il condannato, in attesa della scarcerazione. Fu l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, nel gennaio 1985, a concedere la grazia e a spalancare le porte della galera a Walter Reder, morto nel 1991 nella sua residenza austriaca.
La testimonianza è tratta dal volume “Marzabotto parla” di Renato Giorgi, edito per la prima volta nel 1955, ristampato a cura dell’ANPI di Bologna nel 1991.
Località Casaglia, testimonianza di Lidia Pirini
«Era il 29 settembre, alle nove del mattino. (…) Quando a Casaglia fummo convinti che i nazisti stavano per arrivare perché si sentivano gli spari e si vedeva il fumo degli incendi, nessuno sapeva dove correre e cosa fare. Alla fine ci rifugiammo in chiesa, una chiesa abbastanza grande, piena per metà, e don Marchioni cominciò a recitare il rosario. Ho saputo in seguito che lo trovarono ucciso ai piedi dell’altare: allora non me ne accorsi e adesso riferisco solo quanto ricordo. Quando arrivarono i nazisti io non li vidi, avevo paura a guardarli in faccia. Chiusero la porta della chiesa e dentro tutti urlavano di terrore, specialmente i bambini. Dopo un poco tornarono ad aprire (…) e ci condussero al cimitero: dovettero scardinare il cancello con i fucili perché non riuscivano ad aprirlo. Ci ammucchiarono contro la cappella, tra le lapidi e le croci di legno; loro si erano messi negli angoli e si erano inginocchiati per prendere bene la mira. Avevano mitra e fucili e cominciarono a sparare. Fui colpita da una pallottola di mitra alla coscia destra e caddi svenuta. Quando tornai ad aprire gli occhi, la prima cosa che vidi furono i nazisti che giravano ancora per il cimitero, poi mi accorsi che addosso a me c’erano degli altri, erano morti e non mi potevo muovere; avevo proprio sopra un ragazzo che conoscevo, era rigido e freddo, per fortuna potevo respirare perché la testa restava fuori. Mi accorsi anche del dolore alla coscia, che aumentava sempre di più. Mi avevano scheggiato l’osso e non sono mai più riuscita a guarire bene, anche dopo mesi e anni di cura. (…) Intorno a me sentivo i lamenti di alcuni feriti. Così passò la notte e quasi tutto il giorno 30. (…) Verso sera, ci si vedeva ancora, trovai finalmente la forza di decidermi, riuscii a scostarmi i cadaveri di dosso e pian piano mi allontanai dal cimitero».
Marzabotto: è stato un inenarrabile martirio.
Non fu reazione senza limiti e controlli ad un episodio, non fu gesto sconsiderato di un singolo o di pochi, nel fuoco della guerra; fu il netto disegno, il proposito calcolato e deliberato di distruggere tutta una popolazione persino nelle nuove vite che sorgevano nel grembo delle madri.
Non fu gesto isolato per il numero delle formazioni militari germaniche che vi parteciparono e per la sua esecuzione condotta con metodo di guerra; guerra che si faceva sterminatrice contro una popolazione civile, dopo (ed era ben noto a chi lo comandava) che la eroica resistenza partigiana, costellata di sublimi sacrifici, era stata purtroppo in quel punto spezzata dalla forza schiacciante del numero e delle armi.
Non fu gesto isolato perché la ferocia brutale ed anche inutile agli stessi fini dell'invasore tedesco si abbatté su tante altre contrade del nostro Paese. Innumerevoli i delitti e gli orrori, terribili e gravissimi, ma nessuno che noi sappiamo di proporzioni così vaste come quello perpetrato dalla Wehrmacht e dalle SS a Marzabotto. Le vittime furono 1830 ed ebbero pace soltanto dopo la Liberazione; anzi, in certi casi nemmeno allora poiché le mine cosparse a perpetuare il delitto si accanirono contro le povere ossa senza riposo e contro i superstiti ritornati a compiere opera straziante e pietosa, a far rivivere la loro terra che quelli avrebbero voluta morta come le donne, i bambini, i vegliardi, i sacerdoti che avevano assassinato.
Non fu gesto isolato perché continuò nel tempo giorni e giorni: alla villa Colle Ameno, reso fosco dagli occupanti tedeschi, il 18 ottobre 1944 alcuni cittadini di Marzabotto venivano trucidati; lì era stato freddamente ucciso don Fornasini; e l'azione della Wehrmacht era incominciata il 28 settembre!
Siamo stati a Marzabotto. Siamo andati per "dare un futuro alla memoria, nella consapevolezza che la memoria è conoscenza e che la conoscenza è libertà e che solo nella conoscenza l'uomo può trovare le ragioni e le condizioni per qualsiasi scelta della sua vita, se vuole che possa essere veramente libera, senza condizionamenti".
Per i caduti di Marzabotto
Questa è memoria di sangue
di fuoco, di martirio,
del più vile sterminio di popolo
voluto dai nazisti di Von Kesselring
e dai loro soldati di ventura
dell’ultima servitù di Salò
per ritorcere azioni di guerra partigiana.
I milleottocentotrenta dell’altipiano
fucilati e arsi
da oscura cronaca contadina e operaia
entrano nella storia del mondo
col nome di Marzabotto.
Terribile e giusta la loro gloria:
indica ai potenti le leggi del diritto
il civile consenso
per governare anche il cuore dell’uomo,
non chiede compianto o ira
onore invece di libere armi
davanti alle montagne e alle selve
dove il “Lupo” e la sua brigata
piegarono più volte
i nemici della libertà.
La loro morte copre uno spazio immenso,
in esso uomini d’ogni terra
non dimenticano Marzabotto
il suo feroce evo
di barbarie contemporanea.
Salvatore Quasimodo
MARZABOTTO MEDAGLIA D'ORO
Incassata tra le scoscese rupi e le verdi boscaglie dell'antica terra etrusca, Marzabotto preferì ferro, fuoco e distruzioni piuttosto che cedere all'oppressore. Per quattordici mesi sopportò la dura prepotenza delle orde teutoniche che non riuscirono a debellare la fierezza dei suoi figli arroccati sulle aspre vette di monte Venere e di monte Sole sorretti dall'amore e dall'incitamento dei vecchi, delle donne e dei fanciulli. Gli spietati massacri degli inermi giovinetti, delle fiorenti spose, e dei genitori cadenti non la domarono ed i suoi 1830 morti riposano sui monti e nelle valli a perenne monito alle future generazioni di quanto possa l'amore per la patria.
Marzabotto, 8 settembre 1943 – 1° novembre 1944
Per quella “operazione” il feldmaresciallo Kesserling si complimentò con gli uomini della sedicesima divisione, in particolare con il maggiore Walter Reder.
Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue "gravissime" condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l'impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che - anzi - gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli... un monumento. A tale affermazione rispose Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe:
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi
non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti vide fuggire
ma soltanto col silenzio dei torturati
piú duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari s'adunarono
per dignità non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo
su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci troverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
resistenza.
20 settembre 2025 a Monza
Si è celebrata a Monza, come in tutta Italia, la prima giornata degli Internati Militari Italiani nei campi di concentramento nazisti durante la seconda guerra Mondiale.
Per l’occasione a Monza nel Bosco della Memoria è stato inaugurato un monumento dedicato agli IMI.
20 settembre 2025 - Monza Bosco della Memoria - Inaugurazione del monumento dedicato agli IMI
20 settembre dedicato agli IMI-Internati Militari Italiani
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e in memoria di mio padre Arnaldo, uno dei 600.000 militari italiani a cui fu data la possibilità di non subire il lager se avessero accettato di continuare la guerra a fianco della Germania nazista o se avessero aderito alla Repubblica sociale italiana.
Il 20 settembre 1943, dopo la liberazione di Mussolini e poco prima della proclamazione del nuovo stato fascista (la Repubblica Sociale Italiana), Hitler ordinò di trasformare i prigionieri italiani in “internati militari”.
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Dal sito internet della Camera dei Deputati
Su Iniziativa dei Deputati:
FABBRI, NACCARATO, CUPERLO, CARLO GALLI, FIANO, RICHETTI, GIORGIS, ROBERTA AGOSTINI, ALBINI, D'OTTAVIO, FAMIGLIETTI, FERRARI, GASPARINI, GRIBAUDO, INCERTI, LATTUCA, LAURICELLA, MARCO MELONI, MOGNATO, PAGANI, POLLASTRINI, FRANCESCO SANNA, SCHIRÒ, TARICCO, TULLO
Istituzione della Giornata dell'internato militare italiano
Onorevoli Colleghi! – La Seconda guerra mondiale fu causa di sofferenze materiali e morali per tutta l'umanità. Bombardamenti devastarono città e campagne, causando milioni di morti e di feriti.
Il potere della Germania nazista tenne in scacco tutta l'Europa occupata, con strategie terroristiche, rappresaglie e deportazioni in massa. Anche l'Italia, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, ne fece le spese, in quanto l'armistizio non pose fine alla guerra come si sperava ma, al contrario, intensificò le sofferenze del Paese e i primi a esserne colpiti furono i militari, in particolare quelli che si trovavano fuori del territorio nazionale, abbandonati a sé stessi.
La proposta di istituire la «Giornata dell'internato militare italiano» nasce per non disperdere il patrimonio storico, culturale e umano legato al grande dramma che, tra l'8 settembre 1943 e il maggio 1945, coinvolse più di 600.000 uomini delle Forze armate; i quali, catturati su più fronti dalle truppe tedesche dopo l'armistizio dell'Italia con gli alleati, subirono la deportazione, l'internamento nei lager e il lavoro coatto nei territori del Terzo Reich o da esso controllati.
Il regime nazista, dopo averli considerati in un primo tempo prigionieri di guerra, il 20 settembre 1943, nel disprezzo delle norme di diritto internazionale, modificò il loro status in «internati militari», per utilizzarli coattivamente come forza lavoro. Il termine «internato militare» ricorre infatti nel diritto internazionale solo con riferimento ai militari di uno Stato belligerante che si trovino sul territorio, inteso in senso lato, di uno Stato neutrale (articoli 57 e seguenti della Convenzione dell'Aia del 1899 sulle leggi e sugli usi della guerra terrestre).
Agli oltre 600.000 militari italiani fu data la possibilità di non subire il lager se avessero accettato di continuare la guerra a fianco della Germania nazista o se avessero aderito alla Repubblica sociale italiana.
Il rifiuto di continuare la guerra a fianco della Germania fu, sia per gli ufficiali che per i soldati, una scelta individuale; lontani dall'Italia e dalle loro famiglie, si trovarono a dover prendere una decisione autonomamente. La risposta, quasi unanime, fu un rifiuto a qualsiasi collaborazione con l'asse. Dopo l'8 settembre 1943, in tutti questi italiani, nati e cresciuti durante il fascismo, cominciò a formarsi una coscienza civile che portò, dopo la fine della guerra, alla nascita della Repubblica italiana e della sua Costituzione democratica.
Gli internati militari italiani (IMI) preferirono, quindi, restare nei lager ed essere sottoposti per venti lunghi mesi a un trattamento durissimo: subirono umiliazioni, fame, le più pesanti vessazioni e il lavoro coatto, in una Germania particolarmente ostile che li considerava traditori. Circa 50.000 non fecero più ritorno e quelli che tornarono furono segnati per sempre.
Anche il rientro in Italia degli internati nei lager a fine guerra fu causa di ulteriori pene e umiliazioni, in quanto essi furono considerati come reduci da una normale prigionia di guerra, quando addirittura non furono sospettati di aver lavorato «volontariamente» per il regime nazista. Molti di loro si chiusero nel più assoluto silenzio, in pubblico e in famiglia, e non ebbero la forza di raccontare i patimenti subiti.
Una coltre di silenzio ha coperto per molti decenni la vicenda degli IMI, «resistenti senza armi», ma da qualche tempo molte famiglie ricercano le storie che hanno coinvolto i loro padri o i loro nonni.
Nel vertice bilaterale italo-tedesco, tenutosi il 18 novembre 2008, i due Governi, nel ribadire la loro fedeltà agli ideali di riconciliazione, solidarietà e integrazione, che sono alla base del processo di costruzione europea, hanno convenuto di dare vita a una Commissione costituita da storici italiani e tedeschi, con il mandato di un approfondimento comune sul passato di guerra italo-tedesco e in particolare sugli IMI, come contributo alla costruzione di una comune cultura della memoria.
A conclusione dei suoi lavori, la Commissione ha presentato, il 19 dicembre 2012, presso il Ministero degli affari esteri, un articolato rapporto, che dedica un intero capitolo alla drammatica storia degli IMI, segnalando i momenti salienti della complessa vicenda individuale e collettiva. Il racconto degli storici sintetizza situazioni, stati d'animo, cause e concause che determinarono certe scelte, sia da parte dei militari italiani, sia da parte delle autorità del Terzo Reich. Si accenna, in un veloce excursus, alle condizioni di vita e di lavoro, al rapporto con gli organi di controllo, alle violenze fisiche e morali perpetrate verso quanti avevano deciso di non collaborare con il nazionalsocialismo, pronunciando ripetutamente il loro «no» di fronte alle offerte che avrebbero potuto alleggerire la loro condizione. Ben delineati, inoltre, sono gli interessi economici tedeschi legati all'uso dei militari italiani come forza lavoro e le modalità attraverso le quali, per una politica di sfruttamento si arrivò all'arbitrario cambiamento di status: da prigionieri di guerra a internati militari e a lavoratori coatti, tra il luglio e il settembre 1944.
Per perpetuare la memoria degli IMI che furono deportati e costretti al lavoro per l'apparato bellico tedesco, è necessario far conoscere i fatti che furono alla base della ricostruzione morale e materiale della nazione. A tal fine è opportuno affiancare alla concessione della medaglia d'onore, disposta dall'articolo 1, comma 1272, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, iniziative che promuovano il ricordo di quei tragici eventi, soprattutto presso i giovani, coinvolgendo in particolare le istituzioni universitarie e scolastiche di ogni ordine e grado.
Le associazioni storiche combattentistiche, l'Associazione nazionale ex internati (ANEI) e l'Associazione nazionale reduci dalla prigionia, dall'internamento e dalla Guerra di liberazione (ANRP), enti morali costituiti con decreto del Presidente della Repubblica, posti sotto la vigilanza del Ministero della difesa, con i rispettivi impegni e in coerenza con le proprie finalità statutarie, provvedono a «mantenere viva la memoria di coloro che immolarono la loro vita per la salvezza della patria e a tributare loro ogni onoranza», nonché a «conservare e custodire il patrimonio morale che gli IMI, con le loro sofferenze e la loro partecipazione morale e materiale alla lotta di Liberazione hanno acquisito, con l'impegno di trasmetterlo alle nuove generazioni». In particolare, con l'opera dell'ANEI – attraverso il Museo dell'internamento di Padova – e dell'ANRP – attraverso la realizzazione e l'aggiornamento dell'Albo degli IMI caduti nei lager nazisti 1943-1945, la Mostra permanente – Vite di IMI – e il Centro studi, documentazione e ricerca con biblioteca specializzata di Roma, hanno permesso di mantenere e diffondere la memoria degli eventi e delle vicende che coinvolsero oltre 600.000 militari italiani internati nei lager tedeschi.
Pensiamo sia utile che tale ricordo resti nella coscienza dei popoli, perché l'uomo di oggi e di domani non consideri inevitabile la guerra e chiunque possa vedersi riconosciuta la piena dignità umana, ma soprattutto perché gli orrori e l'infamia che hanno disonorato il nostro tempo siano risparmiati alle future generazioni.
A tale scopo si propone di istituire, come data commemorativa degli IMI, la Giornata dell'internato militare italiano, il giorno 20 settembre che nel 1943 fu la data in cui il regime nazista, nel disprezzo delle norme di diritto internazionale, modificò il loro status da prigionieri di guerra a «internati militari», per utilizzarli come forza lavoro. Gli IMI si sacrificarono per raggiungere quella pace di cui oggi, a distanza di oltre settantatré anni, l'Europa ancora può godere. La denominazione di IMI, voluta dal nazismo, a violazione di tutte le leggi di guerra, dei diritti inalienabili della persona e quale atto di coercizione, deve trasformarsi in un messaggio di pace. Lo stesso Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del settantesimo anniversario della liberazione, il 25 aprile 2015, ha affermato, tra l'altro che: «alla lotta di liberazione è finalmente pienamente riconosciuto l'apporto decisivo dei 600.000 soldati internati nei campi di concentramento perché negarono ogni collaborazione agli occupanti intendendo con questo loro atto di compiere un dovere verso l'Italia».
PROPOSTA DI LEGGE
Art. 1.
1. La Repubblica riconosce il 20 settembre quale Giornata dell'internato militare italiano al fine di conservare e di rinnovare la memoria degli oltre 600.000 militari italiani internati nei lager nazisti i quali, a causa della loro decisione di non collaborare con il nazionalsocialismo e del loro rifiuto, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, di continuare a combattere a fianco del Terzo Reich e della Repubblica sociale italiana, in quanto regimi dittatoriali che consideravano la guerra uno dei loro obiettivi, subirono volontariamente violenze fisiche, morali e lavoro coatto.
2. La Giornata dell'internato militare italiano è considerata solennità civile ai sensi dell'articolo 3 della legge 27 maggio 1949, n. 260. Essa non determina riduzioni dell'orario di lavoro degli uffici pubblici né, qualora cada in giorni feriali, costituisce giorno di vacanza o comporta riduzione di orario per le scuole di ogni ordine e grado, ai sensi degli articoli 2 e 3 della legge 5 marzo 1977, n. 54.
Art. 2.
1. Ogni anno, in occasione della celebrazione della Giornata dell'internato militare italiano, con cerimonie pubbliche, è conferita, con diploma a firma del Presidente della Repubblica, la medaglia d'onore, di cui all'articolo 1, comma 1272, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, da concedersi ai cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti.
2. Nella Giornata di cui all'articolo 1 sono previste iniziative per diffondere la conoscenza della drammatica vicenda degli internati militari italiani, soprattutto presso i giovani delle università e delle scuole di ogni ordine e grado, al fine di costruire, conservare e rinnovare una memoria storica condivisa. È altresì favorita
la promozione di manifestazioni pubbliche, di incontri, di dibattiti, di momenti comuni di ricordo e di riflessione, di ricerche e pubblicazioni organizzate dall'Associazione nazionale ex internati e dall'Associazione nazionale reduci dalla prigionia, dall'internamento dalla Guerra di liberazione.
Un monumento dedicato agli IMI a Monza
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Il monumento che realizzeremo si inserisce nel contesto del Bosco della Memoria di Monza inaugurato il 27 gennaio 2018 e realizzato in uno spazio pubblico dove sono stati piantati 92 alberi a ricordo dei 92 cittadini di Monza e Brianza deportati nel lager nazisti: ogni albero riporta il nome di ciascun deportato inciso su una lastra in acciaio corten piegata a forma di anello che “abbraccia” la pianta.
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Il nuovo monumento, in continuità con il progetto del Bosco, riprodurrà il segno identificativo dei NO incisi nella cintura di corten abbracciando un simbolico albero costituito da due rotaie ferroviarie avvolte da due rose rampicanti e da una base in massicciata di pietrame a spacco.
Tanti NO di varie grandezze e caratteri ad indicare le varie storie e provenienze di ciascuno degli internati e le conseguenze di una scelta tanto coraggiosa. Il monumento sarà posizionato nell’area centrale del Bosco, dove si svolgono ogni anno le manifestazioni civiche a ricordo dell’enorme responsabilità di tutti gli antifascisti che, con le loro scelte, hanno permesso di riscattare il nostro paese da tutte le vergogne.
Il monumento sarà inaugurato il 20 settembre 2025 presso il Bosco della Memoria a Monza alle ore 10.30.
8 settembre 1943 - 8 settembre 2010: dedicato agli Internati Militari Italiani in Germania


Oltre 600.000 furono i militari Italiani che dopo l’8 settembre 1943 finirono nei lager nazisti, per quel “NO” che dissero quando “con lusinghe e minacce” fu chiesto loro “di riprendere le armi per il Grande Reich e poi per la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini”.
Lo Stato italiano ha iniziato la distribuzione di medaglie agli IMI in segno di riconoscimento.
Martedì 7 settembre 2010, con una cerimonia svoltasi in prefettura, il Prefetto di Milano ha consegnato una medaglia d’onore alla memoria di familiari, per la deportazione o l’internamento nei lager nazisti, ai seguenti lissonesi:
Cogliati Adele, per il padre Luigi, catturato il 9 settembre 1943;
Erba Giovanna, per il marito Umberto Viganò, deportato politico, arrestato alla Pirelli e internato in Germania il 23 novembre 1944 in seguito ad uno sciopero;
Fossati Franca, per il marito Renzo Mauri, internato militare, catturato il 9 settembre 1943;
Pellizzoni Renato, per il padre Arnaldo, internato militare, catturato il 10 settembre 1943;
Rovati Erminia, per il marito Libero Foglieni, deportato politico, arrestato nel settembre 1944, e internato in un campo di rieducazione nel lager di Auschwitz;
Tremolada Mirca, per il padre Carlo, internato militare, catturato il 16 settembre 1943.
I sei lissonesi catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943, quando il Governo italiano aveva chiesto la resa incondizionata delle sue forze armate e aveva firmato l'armistizio con gli Alleati, furono trasportati come prigionieri in Germania in diversi lager e vennero impiegati e sfruttati come forza lavoro nelle fabbriche del Reich. Tornarono in Italia solamente dopo la loro liberazione da parte degli Alleati al termine della seconda guerra mondiale.
una delle medaglie consegnate dal Prefetto di Milano
Alcuni dei lissonesi che hanno ricevuto la medaglia d’onore
* * *
Gerard Schreiber, ufficiale della Marina tedesca, ha dedicato un libro ai militari italiani nei lager nazisti intitolato “I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943–1945 Traditi - Disprezzati – Dimenticati”.
Questi tre aggettivi sono i più appropriati per descrivere la situazione in cui si sono trovati i 600.000 italiani dopo l’8 settembre 1943.
Per troppo tempo anche in patria sono stati dimenticati. Sono stati inoltre vittime di una beffa da parte della Repubblica Federale Tedesca per il mancato risarcimento: nel 2000, infatti, era stata creata in Germania la Fondazione “Memoria, responsabilità e futuro”, finalizzata a compensare le vittime dei lager. Sembrava che la Repubblica Federale Tedesca volesse riconoscere così anche formalmente la responsabilità politica e morale della Germania nei confronti delle vittime del nazismo. Ma il Governo tedesco si è rifiutato di accettare la maggior parte delle domande dei lavoratori forzati che dopo l’8 settembre 1943 sono stati deportati come Internati Militari Italiani per il lavoro nell’industria bellica, con il pretesto che gli IMI erano prigionieri di guerra e come tali tenuti al lavoro.
Ormai pochi sono i reduci italiani ultraottuagenari ancora viventi (meno di 90.000)!
E se questa marea di 600.000 “NO” fosse stata invece di 600.000 “SI”, che storia d’Italia si sarebbe poi scritta? Certo, gli Alleati avrebbero vinta ugualmente la guerra, con la loro supremazia di mezzi e di uomini, ma quanto si sarebbe prolungata e con quali implicazioni.
Gli “schiavi di Hitler”, così sono stati definiti, avevano poco più di vent’anni, erano sparsi per mezza Europa, cintati da filo spinato, sottoposti a fame, malattie, schiavitù, violenza, minaccia delle armi e al lavoro forzato: 50.000 morirono…
«… i militari rinchiusi nei campi di prigionia nazisti, nel rifiutare ogni forma di collaborazione con la Repubblica Sociale Italiana e con il Terzo Reich, attuarono anche loro, sia pure senza l’uso delle armi, una forma di resistenza …»
La prigionia nei lager tedeschi va considerata parte integrante della resistenza antifascista e si iscrive a pieno titolo nella storia della Resistenza che ebbe molte forme: quella operata dagli intellettuali e da uomini politici (che si opposero alla dittatura fascista, assassinati o imprigionati per diversi anni o mandati al confino o costretti a rifugiarsi all’estero), quella degli operai in sciopero nelle fabbriche, quella dei partigiani sulle montagne; resistenti furono anche i civili che li aiutarono, i militari che si schierarono con il Regno del Sud.
Ha detto l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi: “Quella che a me piace chiamare la Resistenza allargata […] si manifestò in quella sorta di plebiscito, di prima votazione libera degli italiani […] che fecero le centinaia di migliaia di nostri militari deportati nei campi di concentramento tedeschi, preferendo, a schiacciante maggioranza, una durissima prigionia, che costò a molti di loro la vita, pur di mantenere fede al giuramento prestato.”
Anche Nuto Revelli, scrittore-partigiano, così si espresse sulla vicenda dei militari italiani internati: “la prigionia nei lager tedeschi è una pagina della Resistenza almeno nobile ed eroica quanto la nostra guerra di liberazione”.
Per diversi anni, perfino all’interno delle famiglie, le tristi esperienze vissute nei lager furono un argomento di cui era meglio non parlare. Un deportato italiano così diceva: “raccontare poco non era giusto, raccontare il vero non si era creduti, allora ho evitato di raccontare, sono stato prigioniero e bon, dicevo …” .
La definizione Internati Militari Italiani fu decisa da Hitler il 20 Settembre 1943: per questo i 600.000 italiani non furono tutelati dagli accordi internazionali sui prigionieri di guerra e vennero così sottratti al controllo della Croce Rossa Internazionale. A loro fu riservato un trattamento peggiore che a qualsiasi altra persona catturata in guerra.
Da non molto la storiografia ha incominciato ad occuparsi degli Internati Militari Italiani; per troppo tempo sono stati ignorati anche dallo Stato italiano, ma ben venga, anche se tardivo, questo riconoscimento.
gli Italiani e l’8 settembre del 1943
L’8 di settembre 1943 la collettività italiana usciva da vent’anni di fascismo e di diseducazione politica, con l’aggravante, non secondaria, di una guerra irresponsabilmente mossa in uno scenario internazionale che congiurava a sfavore del nostro paese, intrapresa in condizioni estremamente precarie sul piano militare e con un consenso passivo, manifestato sotto il balcone del palazzo di piazza Venezia, da una folla incosciente del baratro che andava così aprendosi.
L’8 settembre è sospeso tra la tragedia di un collasso politico-istituzionale e la farsa che fece da corredo al disfacimento di quel che rimaneva di un regime che si voleva totale e totalitario.
Una intera generazione ne visse più direttamente gli effetti: i giovani coscritti, impegnati nella leva e dislocati nei diversi reparti militari, operanti in tutto lo scenario del Mediterraneo, subirono per primi le conseguenze del cambiamento di alleanze e della vacanza di comando.
Avviene lo sbandamento dei militari, il concreto esautoramento e il dissolversi delle figure di comando, la comprensione che i vecchi alleati diventavano i nuovi invasori, l’avvio di una vendetta per parte tedesca che sarebbe durata fino alla conclusione della guerra e che si sarebbe esercitata in prima battuta contro l’esercito ed immediatamente dopo contro la stessa popolazione.
Vi è come una linea di continuità tra date diverse: il periodo tra settembre e novembre del 1938, con l’emanazione e l’introduzione dei provvedimenti legislativi e amministrativi meglio conosciuti come “leggi razziali”, che segnarono la radicalizzazione del regime fascista; il 10 di giugno 1940, che segna l’entrata in guerra dell’Italia; il marzo del 1943 con i ripetuti scioperi, a carattere corale e con spiccata connotazione politica, nelle fabbriche del Nord; il 25 luglio 1943, con il ribaltone nel Gran Consiglio del fascismo, la caduta di Mussolini e l’eclissi del regime, l’abbandono e il tradimento che le classi dirigenti operarono nei confronti di coloro che avevano considerato sempre e solo come sudditi.
La fuga del re e dei suoi più stretti collaboratori, preceduta dalla scomparsa del fascismo-regime, l’abbandono al suo destino di Roma capitale per parte delle Forze Armate fu il totale fallimento di una politica di guerra faticosamente perseguita da Mussolini e dalla casa regnante.
Una varietà di reazioni ebbero reparti e uomini, chiamati dalla latitanza colpevole dei governanti alla scelta individuale: la resistenza o la resa, la collaborazione con i tedeschi o la fedeltà al re.
Da una parte vi è l’inettitudine e l’irresponsabilità di quanti erano alla guida politica e militare del paese, dal basso un esercito lasciato sì allo sbando, ma pronto in molti casi ad assumersi il peso delle scelte e, come nell’eccidio di Cefalonia o in tanti altri episodi, a pagarle fino in fondo. La reazione armata di questi militari si rivela una componente fondamentale della Resistenza italiana.
L’8 settembre è un vero e proprio spartiacque nella coscienza nazionale con episodi quali il rifiuto per parte delle nostre truppe di arrendersi all’ex-alleato, la reazione popolare contro la presenza tedesca in Roma, negli stessi giorni – soprattutto a Porta San Paolo, dove si ebbero scontri armati tra paracadutisti germanici e elementi militari e civili nostrani.
Il rapporto che i tedeschi stabilirono con il nostro paese dopo l’8 settembre fu l’asservimento della popolazione civile, lo sfruttamento e la rapina sistematica delle risorse e l’eliminazione fisica degli individui presi in ostaggio in totale spregio di qualsivoglia residuo diritto.
Due gli schieramenti che si formarono, interni alla guerra che era in atto nella nostra penisola: i neofascisti repubblichini da un lato, i partigiani dall’altro.
8 settembre 1943, l'Italia si sfalda
Nel documento vengono riportate alcune pagine tratte dal libro "La Resistenza in Brianza 1943-1945" di Pietro Arienti, edito da Bellavite. Nel libro, frutto di una lunga e profonda ricerca storiografica, l'autore ricostruisce in modo documentato l'evoluzione dell'attività resistenziale in Brianza, dalle difficoltà iniziali all'individuzione della forma appropriata di opposizione e combattimento, fino all'apporto determinante delle formazioni partigiane brianzole nel corso dell'insurrezione dell'aprile 1945.
La storia della Resistenza armata italiana nasce nel momento della confusione, quella generata dall'armistizio firmato a Cassibile il 3 settembre e dichiarato l'8 settembre 1943. Il giorno dopo lo Stato italiano si disgrega a partire dall'alto, la famiglia reale abbandona Roma e fugge a Brindisi. Le motivazioni sono varie: si vuole risparmiare alla capitale gravi conseguenze, si pensa che salvando il re si salvi la nazione e la sua continuità. Ma nessuna di queste spiegazioni può essere valida di fronte alle conseguenze che scatena in successione. Scappa il re e allora scappano i generali e quelli che non fuggono rimangono senza ordini, senza indicazioni di comportamento. L'abbandono, l'incertezza e la paura si trasmettono giù giù fino alla truppa, e allora tutti a casa e l'Italia si trasforma in un formicaio impazzito di ex-militari che s'incrociano sulle strade, cercando quella del proprio paese.
I tedeschi, intanto, non hanno perso tempo. Subodorando il tradimento italiano, il loro piano d'occupazione scatta rapido. Al nord le divisioni di Rommel disarmano facilmente i reparti che si fanno trovare ancora nelle caserme, al sud Kesselring fa la stessa cosa. Così già l'11 settembre si può dire che l'occupazione è cosa fatta. Con la liberazione del 12 settembre di Mussolini dalla prigione del Gran Sasso, l'occupante prepara il terreno per la costituzione del suo stato fantoccio. Intanto in Grecia a Cefalonia e Corfù e in Jugoslavia a Spalato, si consuma il primo sanguinoso atto dell'opposizione al tedesco. Le divisioni di fanteria Acqui del generale Gandin, e la Bergamo del generale Cigala Fulgosi, combattono i nazisti per quindici giorni. Esaurite le munizioni depongono le armi e i tedeschi danno l'ennesima dimostrazione di ferocia contro chiunque resista loro. li massacro di quelle migliaia di soldati italiani fu il primo sfogo dell'odio tedesco, atavico verso il latino inferiore, presente per il traditore.
Anche in Italia avvengono eccidi. A Curtatone, nei pressi di Mantova, dieci soldati italiani sono fucilati il 19 settembre per aver sparato su di un reparto germanico in marcia, cioè per aver eseguito gli ordini del legittimo governo italiano. Tre di questi sono brianzoli: Luigi Binda e Alessandro Corti di Rogeno, Bruno Colombo di Lurago d'Erba.
Ma in questo caos che favorisce chi ha la forza, chi ha la possibilità e i mezzi per impossessarsi di tutte le leve del potere, non tutti scappano, non tutti si adeguano. Inoltre i quarantacinque giorni trascorsi dalla caduta del fascismo del 25 luglio, hanno fatto maturare in alcuni e soprattutto nei vecchi antifascisti la decisione di non accettare più una nuova dittatura, la decisione a questo punto di combatterla con le armi.
Ecco quindi che in tante città gli elementi storici dell'opposizione al regime si fanno interlocutori verso l'esercito chiedendo armi per la cittadinanza che si opporrà al fianco dei militari contro il tedesco che viene ad occupare. Ma i comandi militari, oltre che incerti, sono prevenuti verso i civili. Il no è più politico che strategico. Hanno più preoccupazione del possibile o presunto potenziale sovversivo del popolo in armi che del tedesco infuriato che viene a picchiare il suo pugno di ferro. Anzi, ad esso tanti aprono le porte.
Il generale Ruggero, a Milano, di spirito antifascista, dà qualche arma alla delegazione che va a parlargli. Poi tratta coi tedeschi che promettono lo stato di città aperta per il capoluogo lombardo, promessa che non manterranno. E così le città sono consegnate al nazista che se ne impossessa senza far fatica. Le sue forze in questo momento non sono schiaccianti. In un rapporto del 24 settembre il colonnello Sassenberg riteneva esigua la presenza in Milano di un reparto corazzato delle SS della Leibstandarte Adolf Hitler con 40-50 carri e una compagnia e mezza di Panzerjager, in tutto circa 400 uomini.
Ruggero si giustificò così:
L'accordo apparve imposto dalla necessità di evitare gravi danni alla città, inevitabili nel caso di una resistenza che in ogni caso sarebbe stata di breve durata e non tale da potère conseguire risultati decisivi.
Anche in Brianza avvengono queste trattative fra presidi militari e volontari. A Desio già il 7 settembre alcuni cittadini prendono contatto con il comandante del presidio locale, il tenente colonnello Pietro Barbieri. All'armistizio ci si accorda per un'adunata in piazza Conciliazione, dove l'ufficiale dà la propria disponibilità a difendere la città. Barbieri si reca a Milano per ricevere disposizioni dal generale Ruggero. Verso le 13 è di ritorno e comunica, con grande dispiacere, che Ruggero firmerà la resa. Alle 18, il colonnello con i soldati lascia Desio.
Nei giorni seguenti questo distaccamento raggiunge Villa Albese, nel comasco, dove rende inservibili gli automezzi, nasconde le armi, regala il materiale di casermaggio all'ospedale locale e poi si scioglie. Un sottufficiale di questo reparto, Giuseppe Amelotti, con pochi altri decide di passare alla Resistenza e più avanti fonderà una formazione autonoma, la brigata Porpora, che opererà soprattutto a Milano e che dipenderà dal Comando generale delle brigate Matteotti.
A Monza, la situazione si evolve in modo diverso da Desio. L' 8 settembre il gruppo storico dell'antifascismo cittadino sta guidando il primo tentativo di ribellione. Dal Palazzo municipale, dal versante di piazza Carducci, Gianni Citterio, comunista, affiancato dai socialisti Fortunato e Carletto Casanova, sta arringando la popolazione invitandola a non recepire passivamente gli eventi, ma a schierarsi contro l'eventuale ritorno fascista e il sicuro occupante nazista. Davanti al Motta intanto, un altro vecchio antifascista, Antonio Gambacorti Passerini, seduto ad un tavolino, raccoglie adesioni per la Guardia nazionale. Ritroveremo questi nomi nella storia della Resistenza brianzola. Terminato il comizio, Citterio, aiutato da un militare da tempo conosciuto come avverso al regime, il capitano Borrelli, si reca a chiedere armi ed aiuto al colonnello comandante la caserma Pastrengo di via Lecco. Costui però oppone un netto rifiuto, con un atteggiamento in linea con i suoi colleghi del resto d'Italia. Tuttavia lascia caricare su un automezzo qualche fucile modello 91 e qualche cassa di munizioni. I patrioti col carico d'armi decidono di lasciare Monza, ormai i tedeschi sono alle porte. Ci si avvia verso Valmadrera e poi al Resegone, alla Capanna Stoppani, su in montagna, prima culla della Resistenza.
L’8 settembre 1943 in alcune località d’Italia
Vittorio Emanuele III abbandona Roma ancor prima d'averne tentata la difesa, senza preoccuparsi in nessun modo di ciò che resta dietro di lui. «La fuga di Pescara» sancisce definitivamente la separazione tra monarchia e popolo, né può essere più cancellata. E lo stesso sovrano, o chi gli è più vicino, non può prevederne le conseguenze, poiché non prevede in nessun modo che quel «popolo », cosi abbandonato al suo tragico destino, possa esprimere una propria volontà autonoma; non può prevedere che lo stesso 8 settembre possa trasformarsi nel principio della rinascita.
a Roma

La giornata del 9 mentre la divisione Granatieri era impegnata nella difesa ad oltranza del ponte della Magliana, nella città, abbandonata a se stessa, in mezzo alla ridda delle voci contrastanti, i gruppi politici antifascisti cercavano faticosamente d'orientarsi sulla situazione e di prendere contatto con gli organi del governo Badoglio. Il Comitato delle opposizioni delega a questo scopo nelle prime ore del mattino Bonomi e Ruini, i quali si recano al Viminale e vi apprendono la notizia della fuga del re. Li ha preceduti una missione dell' Associazione combattenti richiedendo la distribuzione di armi per potersi battere a fianco dell'esercito. La richiesta, benché appoggiata dagli emissari del CLN è «respinta con un no freddo. Anzi qualcuno aggiunge che non bisogna esasperare gli invasori».
Posto di fronte alla più drammatica delle situazioni, con la sensazione di avere dinnanzi a sé il vuoto più assoluto d'ogni «autorità costituita» il Comitato delle opposizioni reagisce immediatamente; constatando la frattura decisiva determinata dall'8 settembre e traendo da questa constatazione l'indicazione delle sue nuove responsabilità, alle ore 14,30 esso approva la seguente mozione:
“Nel momento in cui il nazismo tenta restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni.”
Intanto nella città incerta fra le più contrastanti notizie, fra le voci più assurde, si organizzano i primi gruppi d'armati facendo. capo ai partiti di sinistra, ai comunisti Longo e Trombadori, ai socialisti Pertini e Gracceva, agli azionisti Baldazzi e Lussu.
La distribuzione delle armi provoca vari incidenti con la polizia, a stento repressi dall'intervento dei dirigenti antifascisti; ... I primi gruppi di civili sono ben presto in linea in uno dei punti più delicati del «fronte», mischiati insieme con un reparto di paracadutisti al bivio dell'Ardeatina e dell'Ostiense e nella giornata del 10 si accentua di ora in ora l'intervento popolare sul campo di battaglia. I granatieri hanno ricevuto il rilevante rinforzo del Montebello, l'eroico squadrone che sino all'ultimo condurrà una serie di contrattacchi sacrificando quasi tutti gli ufficiali e tutti i pezzi; altri reparti delle Forze Armate affluiscono sull'Ostiense alla spicciolata. È la prima volta nella storia d'Italia dal 1848 in poi che il popolo interviene spontaneamente a fianco delle Forze Armate, supera d'un balzo il distacco tradizionale. Quando già la resistenza «regolare» va esaurendosi e già firmata la «resa», allora è il momento che quest'intervento svela tutta la sua importanza non solo militare, ma politica. Dalla piramide di Caio Cestio al Testaccio sono in linea i«civili» armati e cade fra essi, a Porta San Paolo, Raffaele Persichetti, giovane studioso, il primo degli intellettuali sacrificatisi nella Resistenza. E in più punti della città si accendono i combattimenti mossi, più che dalla speranza della vittoria, da uno spirito indomito di odio antinazista: fra via Cavour e via Paolina, in via Marmorata, a piazza dei Cinquecento ove sino a sera si spara contro l'albergo Continentale tenuto dai tedeschi. Sono episodi confusi, di cui è difficile rintracciare volta per volta l'origine e i risultati; ma certo è che in quella resistenza disperata, dispersi in uno spazio quanto mai vasto, isolati l'uno dall'altro, si mischiano insieme i vari ceti sociali e le generazioni diverse, l'operaio e l'ufficiale, il vecchio e il ragazzo; sono i primi bagliori dell'unità della Resistenza ... Roma non è caduta senza resistere: è stata evitata dal sacrificio solidale dell'esercito e del popolo la più profonda umiliazione che potesse essere inferta alla capitale.
Se bastò un ordine «sbagliato» del Comando supremo a dissolvere il nucleo più importante del nostro esercito attestato alla difesa di Roma, nel resto del territorio nazionale, ove le divisioni esistevano in gran parte sulla carta ed erano quasi totalmente prive dei mezzi necessari per ottenere una valida resistenza, bastò assai meno: bastò la mancanza di ordini per far precipitare tutto nel caos, per pregiudicare nel volgere di poche ore anche le sorti d'una difesa onorevole. La Memoria op. 44, diramata da Badoglio ai comandi militari in Italia, subordinava la sua applicazione all'emanazione d'un ordine successivo (che fu impartito dal Sud troppo tardi: solo l’11 settembre); richiedeva cioè agli alti quadri dell'esercito la cosa più difficile da attuare date le stesse tradizioni della nostra casta militare educata fin dall'unità ad «eseguire gli ordini senza discutere», a considerare «l'iniziativa individuale» come un pericolo per la saldezza delle istituzioni. Proprio facendo leva su tale caratteristica il fascismo aveva potuto condurre la guerra nel modo che l'aveva condotta, vincendo l'opposizione dei generali di dissenzienti col richiamo alla «disciplina», alla subordinazione cieca ed assoluta al potere politico; ... Chiedere «d'agire d'iniziativa» era già cosa avventata alla fine d'agosto, quando essa contrastava così evidentemente con la mentalità della nostra casta militare e con la situazione di fatto, con l'estremo punto di consunzione e di logoramento cui era pervenuto l'esercito territoriale: diveniva semplicemente pazzesco nella situazione non solo militare, ma politica creata l’8 settembre con la diserzione dal suo posto di lotta del Comando supremo. ...
Come nella difesa di Roma non mancano gli esempi che dimostrano come, malgrado tutto, l'8 settembre non era «fatale» nella forma in cui si presentò, come anche all'ultimo momento era possibile «salvare il salvabile» e come in molti casi ufficiali e reparti seppero dar prova di valore e di coraggio. Se sul momento tutto sembrò sommerso nella tragedia e nella vergogna del disfacimento, ora è possibile dare un primo ordinamento a quegli episodi di resistenza che allora parvero del tutto sporadici o semplicemente d'eccezione e trarre da loro qualche conclusione più organica.
Innanzitutto è da osservare che qualsiasi direttiva militare mancò nelle grandi città industriali del Nord come a Milano e a Torino ... Nelle grandi città industriali, più che in ogni altro luogo, i generali responsabili della difesa ... elusero con ogni sorta d'inganni le pressanti richieste di partecipare alla lotta e decisero in ultimo che era preferibile consegnare le armi ai tedeschi piuttosto che agli operai.

a Milano
Così accadde a Milano dove il generale Ruggero, malgrado che la sera del 9 fosse stato respinto da un gruppo di civili il tentativo tedesco d'impadronirsi della stazione, stipulò un accordo con i tedeschi in base al quale l’esercito rimaneva provvisoriamente armato (molto provvisoriamente) ma i civili dovevano consegnare subito le armi di qualsiasi tipo in loro possesso.
“Chiunque userà le armi contro chiunque sia, sarà senz'altro passato per le armi sul posto. Da questo momento sono proibite nel modo più assoluto le riunioni anche in locali chiusi salvo quelle del culto nelle chiese. All'aperto non potranno aver luogo riunioni di più di tre persone. Contro gruppi di numero superiore sarà senza intimazione aperto il fuoco dalla forza pubblica”.
Sono frasi tolte dal« proclama ai Milanesi» del 10 settembre, sottoscritto dal generale Ruggero e non da un comandante tedesco.
a Torino
Così si ripete a Torino in forma ancor più sfacciata, se possibile, per opera del generale fascista Adami-Rossi che consegnò la città ai tedeschi «per evitare un'inutile strage», senza nemmeno il minimo cenno di opposizione.
Così si ripete a Genova ove l'apparato aggressivo tedesco, subito dopo l'annuncio dell'armistizio, occupa fulmineamente la città senza trovare opposizione nei Comandi militari.
a La Spezia
Un certo accenno di resistenza organizzata sembra di poter scorgere intorno alla piazza militare di La Spezia; qui il comandante del XVI corpo d'armata, generale Carlo Rossi, respinge l’ultimatum tedesco, permettendo alla flotta di porsi in salvo e la divisione Alpini Alpi Graie combatte strenuamente fino all’11 settembre.
Altrove non si può parlare di esecuzione di alcun piano militare difensivo, ma d'improvvisi e imprevisti focolai di resistenza che s'accendono qua e là, a Verona come a Parma, a Cuneo come ad Ancona, dove nuclei o reparti dell'esercito, nella generale dissoluzione, si oppongono di propria iniziativa all'aggressione nazista.
a Piombino
L'episodio più notevole di resistenza cittadina fu quello offerto da Piombino abbandonata senza ordini dai Comandi responsabili, quando il 10 settembre si profilò la minaccia d'uno sbarco tedesco in forza proveniente dalla Corsica. Soldati, marinai, operai reagirono per loro conto, occupando le fabbriche, il porto e manovrando, fianco a fianco, le batterie costiere. Dopo una furiosa battaglia il tedesco fu annientato: seicento morti, duecento prigionieri, le zattere di sbarco e due corvette affondate: solo riuscì a scampare al disastro un caccia benché duramente colpito.
al confine occidentale
Una particolare importanza - anche per le. conseguenze che ne seguirono, è da attribuirsi a ciò che avvenne, in quei tragici giorni, nelle zone di confine. Al confine occidentale la IV armata fu colta di sorpresa nel momento critico della sua marcia di trasferimento dalla Francia all'Italia e spezzata in più tronconi dal pronto attacco tedesco: vi fu qualche scontro, saltò la galleria del Moncenisio, ma la IV armata era praticamente dissolta.
a Trento
A Trento, ove l'allarme era stato dato fin dai primi giorni di settembre (il 31 agosto Rommel vi aveva presieduto una riunione di generali tedeschi in vista dell'imminente occupazione militare del territorio italiano), non si verificò alcuna reazione degna di nota da parte dei comandi militari italiani, ai quali gli antifascisti locali, sotto la guida del socialista G. A. Manci avevano trasmesso un dettagliato memoriale per la difesa del Trentino.
Nella città, provata dai duri bombardamenti alleati, reagirono per loro conto i soldati della guarnigione, riportando notevoli perdite (49 morti, 200 feriti).
a Trieste
A Trieste il generale Ferrero, comandante il XXIII corpo d'armata, dopo aver promesso agli esponenti del Fronte democratico nazionale (fra cui l'azionista Gabriele Foschiatti e i comunisti Ernesto Radich e Giovanni Pratolongo) di armare il popolo per la difesa, abbandonò il 10 settembre la città, dopo aver emanato un'ordinanza che stabiliva l'orario del coprifuoco e faceva divieto dell'esercizio della caccia in tutto il territorio del corpo d'armata.
Ed inoltre
a Fiume
il generale Gambara, arrivato da Roma con ordini di difesa ad oltranza, si preoccupò di vietare la ricostituzione dei partiti politici e precisò in un'ordinanza che «nel grave momento che l'Italia attraversa, c'è un solo partito per tutti, nessuno escluso: quello della concordia, dell'onore, dell'ordine. Nessuna iniziativa da qualunque parte venga sarà da me tollerata». La sera del 10 la polizia spara, causando numerose vittime, sulla folla che richiede la liberazione dei detenuti politici. Il 14 il Gambara conclude un accordo con il colonnello Völcher affinché «i soldati italiani potessero difendere la città dalle minacce slave» e poi anch'egli abbandona Fiume, lasciando i suoi soldati in mano ai tedeschi (un mese più tardi, sulla base d'una simile prova d'onore militare, verrà scelto da Graziani quale capo di Stato maggiore dell'esercito fascista in via di costituzione).
a Pola
Così anche Pola verrà consegnata ai tedeschi senza colpo ferire.
a Gorizia
Solo a Gorizia il generale Malagutti si rifiutò di collaborare e venne arrestato insieme a numerosi ufficiali.
Ma la disgregazione delle forze armate è totale e già in quei tragici giorni si può dire che si determina il distacco definitivo di gran parte della Venezia Giulia abbandonata all'invasore tedesco senza resistenza degna di rilievo.
nell'Italia meridionale
a Salerno

da "La Stampa" 14 settembre 1943
Infine, un carattere tutto particolare essa ebbe nell'Italia meridionale: qui infatti, dove la guerra operava la sua maggiore pressione, fu più urgente e grave la scelta a chiunque vestisse una divisa ... In contrasto con i molti generali fuggiaschi o disposti a ogni compromesso col tedesco, ... vi furono episodi individuali di sicuro valore: il generale Ferrante Gonzaga, comandante di una divisione costiera a Salerno, sorpreso con pochi uomini da una pattuglia germanica, si rifiutò sotto la minaccia delle armi su di lui puntate, di impartire l'ordine della resa ai suoi uomini e affrontò senza esitazione la morte cadendo trucidato sul posto; con la stessa serenità e in circostanze simili affrontò la fucilazione il comandante del 48° reggimento fanteria di Nola insieme ai suoi ufficiali.
a Bari
Una notevole resistenza si attuò, contrariamente agli ordini superiori, in alcune caserme di Napoli, e un carattere più esteso ebbe la reazione dell'esercito in Puglia; a Bari il generale Bellomo con pochi ardimentosi, marinai, soldati e operai, assicurò la difesa del porto battendosi come «un civile qualunque» nel corpo a corpo che seguì con i reparti tedeschi (lo stesso Bellomo finì poi fucilato dagli alleati sotto l'accusa di avere provocato la morte d'un prigioniero inglese).
in Sardegna
In Sardegna, maggiori che in ogni altra parte d'Italia furono le possibilità offerte al nostro esercito per eliminare le truppe tedesche stanziate nella parte meridionale dell'isola, assai inferiori per numero anche se superiori per armamento. C'era a nostro vantaggio, prima di ogni altro elemento, la compattezza delle Forze Armate, composte in gran parte di reparti sardi, ... inserite in un ambiente tradizionalmente ostile al fascismo «fenomeno del continente» (né lo stato d'animo della popolazione sarda era soltanto spontaneo: vi agivano gruppi attivi di antifascisti, che da Sassari diramavano il giornale clandestino «Avanti Sardegna!» già dal maggio '43 incitante alla lotta antitedesca e alla guerriglia). Tale possibilità fu sprecata dal Comando che, dopo essersi accordato con i tedeschi per un'evacuazione pacifica, solo il 13, in seguito ad ordini ricevuti dal Comando supremo, decise di attaccarli, quando già con rapidissima manovra essi avevano raggiunto i porti d'imbarco nella parte settentrionale.
Troppo tardi per tagliare loro la strada, appena in tempo per accelerarne la fuga e impossessarsi d'un notevole bottino di guerra. Le speranze dei patrioti sardi andarono deluse e solo alla Maddalena s'ebbe un rilevante fatto d'armi, quando l'isola fu riconquistata da marinai e operai in un'aspra battaglia (8-11 settembre).
Comunque il bilancio non può considerarsi del tutto negativo: poiché furono quei corpi d'armata rimasti in Sardegna, in mezzo al generale sbandamento, la leva su cui cercò d'insistere il governo Badoglio in Italia meridionale per rivendicare un maggior contributo bellico a fianco degli alleati. Nel Mezzogiorno infine, più che in ogni altra parte d'Italia, la resistenza dell'esercito rifluì quasi subito nella resistenza della popolazione civile.
da “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia Einaudi 1964

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