Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

I LAVORI DELL' ASSEMBLEA COSTITUENTE (1946 – 1948)

30 Décembre 2025 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #La COSTITUZIONE italiana

L’articolo offre degli spunti di riflessione sull’ordinamento della nostra Repubblica, ancor oggi di attualità. Già durante i lavori dell’Assemblea Costituente, per la definizione di alcuni articoli della Costituzione (ad esempio sul bicameralismo), erano state avanzate delle proposte poi lasciate cadere.

Alcune date significative della storia della Repubblica

12 aprile 1944Le stazioni radio di Bari e di Napoli trasmettono il proclama Vittorio Emanuele III agli italiani (sarà il suo ultimo): «Ho deciso di ritirarmi dalla vita pubblica, nominando Luogotenente generale mio figlio. Tale nomina diventerà effettiva, mediante il passaggio materiale dei poteri, lo stesso giorno in cui le truppe alleate entreranno in Roma. Questa mia decisione, che ho ferma fiducia faciliterà l'unità nazionale, è definitiva e irrevocabile ».

Così esce praticamente di scena il vecchio re, dopo un regno di quarantaquattro anni, durante il quale ha visto l'età di Giolitti, la guerra di Libia e la prima guerra mondiale, la vittoria e il difficile ritorno alla pace; ha visto un'Italia libera e democratica, e poi ha ceduto al fascismo.

22 aprile 1944Si forma un nuovo governo. Badoglio ne è ancora il capo, ma i ministri non sono di scelta regia e rappresentano tutti i partiti antifascisti.

18 giugno 1944Non più il Capo dello Stato ma il Comitato di Liberazione Nazionale designa, come presidente del Consiglio, Bonomi. Badoglio si ritira a vita privata. I membri del Governo giurano ancora nelle mani del Luogotenente, ma con la seguente formula: «I sottoscritti ministri e sottosegretari di Stato italiani si impegnano sul loro onore di esercitare le loro funzioni per i supremi interessi della nazione e di non commettere alcun atto che possa in qualsiasi maniera pregiudicare la soluzione del problema istituzionale prima della convocazione dell’Assemblea Costituente».

25 aprile 1945:Insurrezione nazionale.

16 marzo 1946: decreto luogotenenziale n° 99

Stabiliva che «contemporaneamente alle elezioni per l'Assemblea Costituente» il popolo sarebbe stato chiamato a decidere, mediante «referendum», sulla forma istituzionale dello Stato (Repubblica o Monarchia). L'Assemblea Costituente aveva il compito di fissare e regolare la forma dello Stato con norme della Costituzione.

Lo stesso decreto affidava all'Assemblea Costituente una serie di attribuzioni politiche e legislative. Le affidava innanzi tutto la elezione del Capo Provvisorio dello Stato, qualora il «referendum» avesse fatto prevalere la Repubblica sulla Monarchia e il controllo politico sul Governo, dichiarato responsabile nei suoi confronti, il che implicava la investitura fiduciaria del Governo stesso e la facoltà di obbligarlo alle dimissioni mediante una mozione di sfiducia. Quanto alla funzione legislativa, il decreto stabiliva che durante il periodo della Costituzione e sino alla convocazione del Parlamento, instaurato dalla nuova Costituzione, il potere legislativo sarebbe rimasto delegato al Governo.

Il decreto prefissava altresì la «durata» dell'Assemblea Costituente, stabilendo che essa sarebbe stata sciolta di diritto il giorno della entrata in vigore della nuova Costituzione.

Infine veniva fissata la data storica della elezione della Assemblea Costituente; storica, per vero, a duplice titolo; perché in quella giornata - che fu il 2 giugno 1946 - il popolo italiano sarebbe stato chiamato a decidere la forma dello Stato, optando tra la Monarchia e la Repubblica, e inoltre avrebbe scelto i componenti dell'Assemblea Costituente per deliberare la nuova Costituzione dello Stato italiano.

Il decreto legislativo, che disponeva queste così importanti determinazioni era, come tutti i decreti legislativi del tempo, un provvedimento del Governo - il secondo, dopo la liberazione del territorio nazionale, e presieduto dall’on. De Gasperi -, ma era stato preceduto da un parere della Consulta Nazionale. Questa Consulta era stata istituita dopo la liberazione del territorio nazionale e ad essa partecipavano esponenti delle forze politiche, che si erano affermate dopo la liberazione, e uomini politici del tempo prefascista benemeriti della Nazione per i loro precedenti «parlamentari», o per la loro resistenza al regime, come Vittorio Emanuele Orlando, Francesco Nitti, Enrico De Nicola e Benedetto Croce, ma senza che la Consulta rappresentasse effettivamente, e nella proporzione delle sue divisioni politiche, la comunità dei cittadini.

La discussione svoltasi in questa Assemblea in poche giornate, ai primi di marzo del 1946, segnò l'apoteosi di Vittorio Emanuele Orlando. Il vecchio parlamentare, il Presidente della Vittoria al tempo della prima guerra mondiale, ma anche il celebre professore di diritto pubblico, era stato chiamato a presiedere la Commissione incaricata di esaminare lo schema del provvedimento legislativo, e fu lui che ne accompagnò la relazione nell'aula di Montecitorio con un discorso smagliante, che indusse il Presidente della Consulta Nazionale a proclamare l'affissione tra gli applausi dell'Assemblea.

Per la prima volta nella storia dello Stato italiano, il popolo sarebbe stato chiamato ad un «referendum» nazionale per una decisione politica di tanta importanza - le consultazioni popolari precedenti risalivano ai plebisciti di annessione, rimessi a un corpo elettorale molto limitato -; ed era anche la prima volta che lo Stato italiano avrebbe avuto una «sua» Costituzione, deliberata da un'Assemblea Costituente, in luogo dello Statuto del Regno, una carta costituzionale «concessa» nel 1848 dal re Carlo Alberto per il Regno sardo piemontese e divenuta Statuto del Regno d'Italia per estensione plebiscitaria.

I lavori della Costituente

Venne istituito un ministero per la Costituente, al quale venne preposto l'on. Pietro Nenni.

Pietro Nenni Fornito di un numero esiguo di funzionari, il temporaneo ministero per la Costituente visse in lotta col tempo, giacché la data del 2 giugno 1946 costituiva un termine non superabile, in vista del quale si sarebbe dovuto predisporre la legge elettorale, attendere alla convocazione dell'Assemblea Costituente, provvedere all'opera di informazione del pubblico e di preparazione del materiale di studio, ritenuto utile per elaborare la nuova Costituzione dello Stato.

Vennero costituite tre Commissioni: la Commissione economica, la Commissione per la riorganizzazione dello Stato e la Commissione per i problemi del lavoro, tutte formate da tecnici e cattedratici della materia, di uomini politici qualificati, nonché di funzionari dello Stato appartenenti alle alte magistrature.

Il ministero per la Costituente curò la pubblicazione di un «Bollettino di informazioni e di documentazione», largamente diffuso e che si vendeva anche nelle edicole dei giornali. Lo scopo e il tono del Bollettino era quello di divulgare in forma succinta ed accessibile a tutti le nozioni necessarie per comprendere i compiti affidati all'Assemblea Costituente, aggiornando i lettori sulle maggiori Costituzioni del mondo, sui movimenti costituzionali in atto, sui problemi e sulle scelte possibili, che attendevano l'Assemblea Costituente.

 manifesto per Costituente scrutinio referendum 2 giugno 1946

In perfetta osservanza del termine prefissato, con ordinata operazione di voto e una assai alta partecipazione dei cittadini alle urne, l'Assemblea Costituente veniva eletta nei giorni 2 e 3 giugno 1946, risultando composta di 556 «onorevoli costituenti», tra cui 21 donne.

1946 ripartizione seggi Assemblea costituente

Il sistema proporzionalistico, adottato per la sua elezione, conferì all'Assemblea Costituente una rappresentanza politica variegata. Se la dominavano i rappresentanti di tre partiti: la Democrazia Cristiana in testa con 207 «costituenti», il Partito Socialista con 115, il Partito Comunista con 104. L'Unione Democratica Nazionale, un raggruppamento che raccoglieva liberali, democratici del lavoro e indipendenti ottenne 41 rappresentanti; il Fronte dell'Uomo Qualunque» 30 rappresentanti capeggiati dal suo fondatore Guglielmo Giannini, un noto commediografo giornalista, che aveva suscitato un movimento politico intorno al suo giornale intitolato «L'Uomo qualunque»; 23 rappresentanti del Partito Repubblicano Italiano, ancorato al programma del Partito Repubblicano storico; e 36 rappresentanti di gruppi politici minori, quali Blocco Nazionale della Libertà, il Partito d’Azione, il partito dei Contadini ed altri.

giugno 1946 lavori CostituenteRiunitasi il 25 giugno 1946 per la prima volta a Montecitorio, prescelto a sua sede, sotto la presidenza del decano Vittorio Emanuele Orlando, l'Assemblea si elesse prima di tutto il suo Presidente nella persona di Giuseppe Saragat. Indi provvide alla elezione del Capo Provvisorio dello Stato nella persona di Enrico De Nicola, avendo il «referendum» sulla questione istituzionale attribuito una netta vittoria alla forma di Stato repubblicana.

Si stabilì di deferire l’incarico ad una Commissione, composta da 75 «costituenti» e da questo numero denominata poi la Commissione dei 75, presieduta da Meuccio Ruini, già Presidente del Consiglio di Stato, appartenente al Partito Democratico del Lavoro. I 75 «costituenti» designati dal Presidente dell'Assemblea furono, in pratica, i facitori della Costituzione e furono scelti in proporzione alla forza numerica dei gruppi politici, che componevano l'Assemblea. Nella Commissione restarono compresi eminenti personalità degli stessi partiti, come Palmiro Togliatti e Attilio Piccioni, giovani e meno giovani «costituenti », sino allora ignoti, ma tra i quali alcuni sarebbero saliti ad alti ed altissimi ranghi della vita politica italiana, come Luigi Einaudi, Giovanni Leone, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani, Umberto Terracini e Paolo Rossi. E vi erano presenti «tecnici» di grande prestigio, come i professori di diritto pubblico Piero Calamandrei, Costantino Mortati, Tommaso Perassi.

La Commissione dei 75 fu suddivisa in tre sottocommissioni, a ciascuna delle quali fu assegnato di predisporre una diversa parte del progetto, rimettendosi ad un Comitato ristretto, chiamato di «redazione», la coordinazione delle parti, e alla Commissione nel suo «plenum» le decisioni sui punti rimasti controversi e l'approvazione finale.

Si era d'accordo che la nuova Costituzione italiana sarebbe stata una Costituzione lunga, un testo costituzionale non limitato a stabilire l'organizzazione fondamentale dello Stato, bensì a determinare, anche nei sommi suoi istituti e princìpi, l'assetto economico e sociale della Nazione.

La materia costituzionale fu così ripartita: alla prima sottocommissione si attribuirono i rapporti civili, e cioè la determinazione della posizione del cittadino come persona, nei suoi diritti fondamentali di libertà, e come partecipe della vita politica della comunità, nei suoi diritti e doveri politici fondamentali. Alla seconda sottocommissione l’ordinamento costituzionale della Repubblica con la determinazione degli organi supremi, nonché delle loro attribuzioni. Alla terza sottocommissione infine i diritti e i doveri economico-sociali, con la determinazione dei diritti del cittadino lavoratore, della iniziativa economica privata rispetto all'intervento dello Stato nella vita economica nazionale, la delimitazione più moderna e circoscritta del diritto di proprietà privata, nonché il controllo sociale della vita economica.

Vi furono delle proroghe rispetto ai tempi previsti: queste furono causate anche dall'esercizio dell'attività politico-legislativa, che in certi momenti assorbì interamente l'Assemblea e con la quale si alternava la discussione e la votazione dei singoli articoli del testo costituzionale.

Episodi culminanti di questa attività, diversa ed estranea al compito primario dell'Assemblea, furono le discussioni per la investitura fiduciaria dei tre «ministeri», sempre capitanati dall'on. De Gasperi, discussioni delle quali la più intensa fu quella per la investitura del Governo «monocolore democristiano» nel giugno 1947. Tale Governo seguiva quello che si era chiamato governo «tripartito», nel quale cioè si erano associati per la guida politica e amministrativa del Paese i tre maggiori partiti (Democrazia Cristiana, Partito Comunista e Partito Socialista); e la crisi relativa comportava la estromissione da cariche di governo dei rappresentanti del Partito Comunista. A questa crisi politica aveva contribuito la scissione del Partito Socialista nell'ultimo suo congresso tenuto a Palazzo Barberini, con la fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani ad opera di Giuseppe Saragat: un evento politico che aveva indotto lo stesso on. Saragat a dimettersi dalla carica di Presidente dell'Assemblea Costituente.

Al suo posto, venne eletto Umberto Terracini, al quale toccò l'onere e l'onore di dirigere la discussione e l'approvazione da parte dell'Assemblea Costituente della nuova Costituzione.

L'Assemblea partecipò ampiamente all'esercizio della funzione legislativa, quale organo consultivo del Governo, cui tale funzione era stata affidata durante il periodo della Costituente, esaminando un numero cospicuo di disegni di legge.

L'Assemblea Costituente iniziò l'esame del progetto di Costituzione il 4 marzo 1947. Il progetto venne innanzitutto sottoposto ad una valutazione complessiva, da cui emersero problemi che avrebbero poi dato luogo alle maggiori discussioni dell'analitica disamina dei suoi 139 articoli.

I maggiori riguardarono:

  1. la introduzione di un preambolo enunciativo di dichiarazioni politico-giuridiche;
  2. i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica e la recezione del Trattato e del Concordato del Laterano nella Costituzione;
  3. la introduzione dell'ordinamento regionale nella struttura dello Stato con la salvaguardia della sua unità;
  4. la istituzione di una seconda Camera, nel progetto chiamata «Camera dei senatori» e specialmente la sua composizione, che il progetto aveva collegata all'ordinamento regionale e ristretta a cittadini qualificati;
  5. la istituzione dell'Assemblea Nazionale, risultante dalle due Camere riunite, cui venivano commessi adempimenti politici di massima rilevanza, dalla elezione del Presidente della Repubblica alla investitura fiduciaria del Governo, alla mobilitazione e alla entrata in guerra, alla deliberazione dell'amnistia e dell'indulto;
  6. la istituzione di una Corte Costituzionale, con il compito precipuo di sindacare la costituzionalità delle leggi;
  7. il diritto di sciopero, dal progetto concesso senza limiti di sorta «a tutti i lavoratori», ma che si voleva limitare con riguardo precipuo ai pubblici servizi, e che si concluse con l'aggiunta «nei limiti della legge».

I verbali delle numerose sedute testimoniano che i «costituenti» seppero essere pari all'alto compito loro affidato. Non tutti i «costituenti» presero la parola, anzi la maggior parte non intervenne che con il voto; ma la presenza alle sedute fu quasi sempre elevata e sempre cospicua la partecipazione alle numerose votazioni. Furono ancora i componenti della Commissione che si distinsero nel dibattito accanto naturalmente ad altri «costituenti» e ai maggiori esponenti dei partiti politici, nonché ai ministri e al Presidente del Consiglio in carica, che peraltro tennero i loro discorsi dagli scranni dei deputati e non dal banco del Governo.

Situazione al settembre 1947

Nei primi giorni del mese passava in discussione la seconda parte del testo costituzionale, destinato all'ordinamento della Repubblica.

Proposte lasciate cadere:

  • la proposta di una sola Camera, ma la seconda Camera, che tornò ad essere denominata Senato (della Repubblica) perdette quella composizione differenziata in ordine alla scelta dei suoi componenti, che il progetto aveva introdotto, e si assimilò alla Camera dei deputati;
  • la proposta di una elezione direttamente popolare del Presidente della Repubblica, che i redattori del progetto avevano respinto;
  • la istituzione dell’Assemblea Nazionale. Si previdero soltanto le Camere riunite in seduta comune con attribuzioni limitate.

Passarono:

  1. l'ordinamento regionale. Fu aggiunta la Regione del Friuli-Venezia-Giulia alle Regioni ad autonomia speciale e reintrodotte accanto ai Comuni le Province, che il progetto aveva degradato a sole circoscrizioni amministrative di decentramento statale e regionale;
  2. la istituzione della Corte Costituzionale e il sistema per la revisione della Costituzione.

Approvate anche le disposizioni finali e transitorie, si volle anche sottoporre il testo costituzionale ad una politura letteraria ad opera di illustri linguisti, quali Antonio Baldini, Concetto Marchesi e Pietro Pancrazi.

Il giorno 22 dicembre 1947 il testo definitivo del progetto con i suoi 139 articoli e le disposizioni finali e transitorie, venne sottoposto al voto segreto di tutti i 515 «costituenti» presenti alla solenne seduta - anche il Presidente Terracini volle partecipare alla votazione, abbandonando il suo seggio a un Vice Presidente -, ed esso risultò approvato con 453 voti favorevoli e 62 contrari.

Proclamato l'esito della votazione fra generali applausi e conclusa la seduta in un'atmosfera di soddisfazione e anche di commozione, dopo i discorsi dell'on. De Gasperi e di Vittorio Emanuele Orlando, l'Assemblea Costituente non si sciolse ancora. Una disposizione transitoria della Costituzione stabiliva infatti che essa sarebbe stata convocata per deliberare, entro il 31 gennaio 1948, sulla legge per l'elezione del Senato, sugli Statuti regionali speciali e sulla stampa. Inoltre l'Assemblea avrebbe mantenuto, fino alla elezione delle nuove Camere, i compiti di controllo politico e di attività legislativa, che il decreto legislativo istitutivo del 1946 le aveva conferito; e in effetti le Commissioni permanenti, da essa costituite per l'esame dei progetti legislativi del Governo, rimasero a disposizione di questo.

Nel periodo residuo della sua attività di corpo politico, l'Assemblea Costituente approvò, con leggi costituzionali, gli Statuti della Sardegna, della Valle d'Aosta, del Trentino-Alto Adige e della Sicilia.

emblema-Repubblica-italiana.jpgInfine approvò, completando la disposizione costituzionale sulla bandiera nazionale, l’emblema dello Stato: «La stella a cinque raggi di bianco bordata di rosso, accollata agli assi di una ruota d'acciaio dentata, tra due rami di olivo e di quercia, legati da un nastro rosso, con la scritta in bianco in carattere capitale: Repubblica Italiana».

  

Bibliografia:

Antonio Amorth, I lavori dell'Assemblea Costituente

     in “Dal 25 luglio alla Repubblica. 1943-1946”, ERI 1966

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Le donne della Costituente

30 Décembre 2025 , Rédigé par Renato Publié dans #La COSTITUZIONE italiana

da La Domenica del Corriere : supplemento illustrato al Corriere della sera (4 agosto 1946, pag. 3) Milano

da La Domenica del Corriere : supplemento illustrato al Corriere della sera (4 agosto 1946, pag. 3) Milano

articolo tratto dalla Biblioteca del Senato Emeroteca Le donne della Costituente

Il 2 giugno 1946 il suffragio universale e l’esercizio dell’elettorato passivo portarono per la prima volta in Parlamento anche le donne. Si votò per il referendum istituzionale tra Monarchia o Repubblica e per eleggere l’Assemblea costituente che si riunì in prima seduta il 25 giugno 1946 nel palazzo Montecitorio.

Su un totale di 556 deputati furono elette 21 donne: 9 della Democrazia cristiana, 9 del Partito comunista, 2 del Partito socialista e 1 dell’Uomo qualunque.

Alcune di loro divennero grandi personaggi, altre rimasero a lungo nelle aule parlamentari, altre ancora, in seguito, tornarono alle loro occupazioni. Tutte, però, con il loro impegno e le loro capacità, segnarono l’ingresso delle donne nel più alto livello delle istituzioni rappresentative.

Donne fiere di poter partecipare alle scelte politiche del Paese nel momento della fondazione di una nuova società democratica.

Per la maggior parte di loro fu determinante la partecipazione alla Resistenza. Con gradi diversi di impegno e tenendo presenti le posizioni dei rispettivi partiti, spesso fecero causa comune sui temi dell’emancipazione femminile, ai quali fu dedicata, in prevalenza, la loro attenzione.

La loro intensa passione politica le porterà a superare i tanti ostacoli che all’epoca resero difficile la partecipazione delle donne alla vita politica.

“Le 21 donne alla Costituente”

Adele Bei

Bianca Bianchi

Laura Bianchini

Elisabetta Conci

Maria De Unterrichter Jervolino

Filomena Delli Castelli

Maria Federici

Nadia Gallico Spano

Angela Gotelli

Angela M. Guidi Cingolani

Leonilde Iotti

Teresa Mattei

Angelina Livia Merlin

Angiola Minella

Rita Montagnana Togliatti

Maria Nicotra Fiorini

Teresa Noce Longo

Ottavia Penna Buscemi

Elettra Pollastrini

M. Maddalena Rossi

Vittoria Titomanlio

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La Costituente (1946-1947)

30 Décembre 2025 , Rédigé par Renato Publié dans #La COSTITUZIONE italiana

Il 2 giugno 1946 gli italiani vengono chiamati alle urne, oltre che per il referendum istituzionale tra repubblica e monarchia che sancirà la fine di quest’ultima, anche per eleggere i membri dell’Assemblea Costituente cui sarà affidato il compito di redigere la nuova carta costituzionale (come stabilito con il decreto-legge luogotenenziale del 25 giugno 1944, n. 151). Il sistema elettorale prescelto per la consultazione elettorale è quello proporzionale, con voto "diretto, libero e segreto a liste di candidati concorrenti", in 32 collegi plurinominali, per eleggere 556 deputati (la legge elettorale prevedeva l'elezione di 573 deputati, ma le elezioni non si effettuarono nell'area di Bolzano, Trieste e nella Venezia Giulia, dove non era stata ristabilita la piena sovranità dello Stato italiano). In base all’esito elettorale, l’Assemblea Costituente risulta così composta: DC 35,2%, PSI 20,7%, PCI 20,6%, UDN 6,5%, Uomo Qualunque 5,3%, PRI 4,3%, Blocco nazionale delle libertà 2,5%, Pd’A 1,1%.

La Costituente si riunisce per la prima volta a Montecitorio il 25 giugno 1946 e nel corso della seduta viene eletto presidente Giuseppe Saragat (in seguito dimissionario e sostituito, l'8 febbraio 1947, da Umberto Terracini)   . 
Il 28 giugno l’Assemblea elegge Enrico De Nicola "Capo provvisorio dello Stato", fino a che cioè non sarebbe stato nominato il primo Capo dello Stato a norma della nuova Costituzione. La Costituente inoltre delibera la nomina di una commissione ristretta (Commissione per la Costituzione), composta di 75 membri scelti dal Presidente sulla base delle designazioni dei vari gruppi parlamentari, cui viene affidato l'incarico di predisporre un progetto di Costituzione da sottoporre al plenum dell'Assemblea. I membri sono suddivisi tra i partiti come risulta dalla tabella seguente:
 

Democrazia Cristiana

207

Mov. Indip. Sicilia

4

Partito Socialista

115

Concentr. Dem Repub.

2

Partito Comunista

104

Partito Sardo d'Azione

2

Unione Dem. Naz,

41

Movim. Unionista It.

1

Uomo Qualunque

30

Part. Cristiano Sociale

1

Partito Repubblicano

23

Part. Democr. Lavoro

1

Blocco Naz. Libertà

16

Part. Contadini Italiani

1

Partito d'Azione

7

Fr. Dem. Progres. Rep.

1


Nominata il 19 luglio 1946 e presieduta da Meuccio Ruini, la Commissione si articola in tre Sottocommissioni: la prima sui diritti e doveri dei cittadini, la seconda sull'ordinamento costituzionale della Repubblica (divisa a sua volta in due Sezioni, per il potere esecutivo e il potere giudiziario, più un comitato di dieci deputati per la redazione di un progetto articolato sull'ordinamento regionale), la terza sui diritti e doveri economico-sociali.

Conclusi i lavori delle varie Commissioni, il 31 gennaio 1947, un Comitato di redazione composto di 18 membri, presenta all’aula il progetto di Costituzione, diviso in parti, titoli e sezioni. Dal 4 marzo al 20 dicembre 1947 l’Aula discute il progetto e il 22 dicembre viene approvato il testo definitivo.

La Costituzione repubblicana – giudicata il frutto più cospicuo della lotta antifascista – è promulgata il 27 dicembre 1947   da De Nicola  undefineded entra in vigore il 1° gennaio 1948. Essa rappresenta l’incontro tra le tre tradizioni di pensiero presenti nella Costituente: quella cattolico-democratica, quella democratico-liberale e quella socialista-marxista. La carta si compone di una premessa, in cui sono elencati i principi fondamentali, e due parti, rispettivamente dedicate ai diritti e doveri dei cittadini e all’ordinamento dello Stato.

Roma, 27 dicembre 1947 (Palazzo Giustiniani) - Enrico De Nicola firma l'atto di promulgazione della Costituzione della Repubblica Italiana.
 
               La firma di Umberto Terracini

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22 dicembre 1947: la nuova Costituzione della Repubblica

8 Décembre 2025 , Rédigé par Renato Publié dans #il secondo dopoguerra

All'inizio del 1947, la situazione d'emergenza in cui ormai si dibatteva il paese non consentì più ulteriori ritardi nella lotta all'inflazione e nel risanamento dei conti pubblici. Anche perché il "prestito della ricostruzione" lanciato in ottobre non aveva dato i risultati sperati. Intanto la "tregua salariale" stipulata fra la Confederazione Generale del Lavoro e la Confindustria stava per essere travolta da un forte movimento rivendicativo a causa del continuo rincaro dei prezzi. E la vertenza per i contratti di mezzadria, arginata a giugno da un giudizio arbitrale proposto da De Gasperi, rischiava di riesplodere dovunque, dalle campagne del nord a quelle del centro-sud.

Nel Paese si andava sempre più ad una radicalizzazione del confronto tra la Democrazia Cristiana e le sinistre, Partito comunista e Socialisti. A questo peggiorato clima, che somiglia sempre più ad uno scontro, contribuisce la Chiesa con gli interventi di papa Pacelli, Pio XII.

Grande era l'influenza delle gerarchie ecclesiastiche cattoliche su un Paese come l'Italia del tempo (nel nome di una fede oltremodo diffusa, che si sentiva minacciata e sfidata dal comunismo, nonostante la moderazione di Togliatti).

In termini strettamente politici, importante sembrava a De Gasperi e ai suoi alleati di centro e di centrodestra l'ancoraggio alla potenza americana, in un momento in cui l'intero quadro internazionale, e non soltanto italiano, appariva fatalmente destinato a spaccarsi.

Il 3 gennaio, il presidente del Consiglio è partito per gli Stati Uniti, per una missione che sarebbe risultata decisiva per il futuro dell'Italia.

Truman e De Gasperi 

L'argomento dichiarato dei colloqui americani era la ricostruzione economica italiana e l'aiuto che ad essa sarebbe potuto arrivare dagli Stati Uniti (il Piano Marshall sarebbe stato annunciato solo cinque mesi dopo). Inoltre l'occasione ufficiale del viaggio era un invito a De Gasperi, da parte dell'editore di «Time» Henry Luce, a partecipare a Cleveland a un convegno sul tema: «Che cosa attende il mondo dagli Stati Uniti?». Lo stesso De Gasperi ne aveva dato notizia quasi en passant, al termine di una riunione del Consiglio dei ministri, il 20 dicembre.

Quanto ai risultati del viaggio, essi sono apparsi in definitiva modesti. La delegazione italiana è rientrata a Roma con un prestito della Export-Import Bank di appena 100 milioni di dollari (quando, nella seconda metà del 1946, alla sola Francia ne erano stati concessi 1 miliardo e 370 milioni).

I 100 milioni di dollari erano un gesto simbolico, che rispondeva a interessi di fondo di entrambe le parti e apriva prospettive comuni. E dunque erano la premessa di quella che sarebbe stata, quattro mesi dopo, la grande svolta della politica degasperiana e italiana. Senza patteggiamenti espliciti, ma con la consapevolezza in De Gasperi che, quando il suo difficile rapporto con le sinistre fosse arrivato a un punto di rottura (sulla politica estera, ma anche e molto su quella economica, cioè sui metodi ultimi della ricostruzione e dello sviluppo del Paese), egli avrebbe potuto contare sull'America. Ciò che corrispondeva, ovviamente, anche all'interesse degli americani.

Rientrato dagli Stati Uniti il 15 gennaio, il leader democristiano ha trovato un'altra novità: il Partito socialista di unità proletaria, che già nel congresso di Firenze di nove mesi prima aveva evitato a malapena una scissione tra le sue due «anime», quella filocomunista e quella socialdemocratica, si è definitivamente diviso, nel corso di un congresso stra ordinario. Da una parte la «vecchia casa», che ha ripreso il nome di Partito socialista italiano (Psi), e dall'altra coloro che non vi si riconoscevano più, i seguaci di Giuseppe Saragat e di Matteo Matteotti, che hanno dato vita al Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli).

Giuseppe Saragat

La scissione è detta di Palazzo Barberini, perché in una sua sala si sono riuniti gli scissionisti, per prendere la decisione finale.   De Gasperi dà vita al suo terzo governo, ancora con socialisti (nenniani) e comunisti.  

Il posto del dimissionario Nenni agli Esteri è stato preso dall'«indipendente» Carlo Sforza, dal deciso orientamento filo-occidentale.

Carlo Sforza con Enrico de Nicola

De Gasperi ha mantenuto la coalizione con le sinistre per non affrontare, con i socialcomunisti all'opposizione, due importanti scadenze. La prima, addirittura fondamentale: la firma, il 10 febbraio a Parigi, del Trattato di pace, con le sue dure clausole, che tenevano poco conto della tardiva «cobelligeranza» italiana contro la Germania nazista e dell'apporto della Resistenza. La seconda, più funzionale agli interessi della Dc e ai suoi rapporti con la Chiesa, vale a dire il voto, sempre alla Costituente, sull'introduzione dei Patti lateranensi, cioè del Concordato tra Stato italiano e Santa Sede, nella Costituzione repubblicana, nel famoso articolo 7.

L'occasione della crisi è stata la preparazione dell'intervento del governo in un dibattito a Montecitorio sulla situazione economica. In seguito a contrasti in seno alla maggioranza, De Gasperi annunciò le dimissioni del governo.

Dopo una crisi difficile, De Gasperi, il 30 maggio, ha formato il suo quarto governo, il primo senza le sinistre. Quasi un monocolore democristiano, al quale tuttavia sono stati associati due liberali e quattro indipendenti, tra cui Carlo Sforza che veniva confermato agli Esteri.

Il nuovo governo ha ottenuto i voti della Dc, del Pli e del movimento dell'Uomo Qualunque, e la benevola assenza, al momento della fiducia, di una ventina di socialdemocratici e di alcuni repubblicani. Naturalmente, ha avuto anche il consenso del governo americano.

Il 12 marzo, Truman aveva lanciato la sua famosa «dottrina» sull'opposizione americana ad ogni ulteriore espansione del comunismo sovietico, e che al Dipartimento di Stato, il posto di Byrnes era stato preso dal più rigido George Marshall, che da lì a poco avrebbe annunciato il suo celebre Piano. Si era ormai, insomma, in piena guerra fredda. E non a caso la vicenda italiana aveva avuto degli immediati precedenti in Francia e in Belgio, con un'analoga esclusione dei ministri comunisti dai governi di unione nazionale.

Truman e Churchill

Nella Polonia sovietizzata, tra il 22 e il 27 settembre ha luogo la riunione istitutiva del Cominform, , con duri attacchi ai partiti italiano e francese (Pci e Pcf) per la loro tattica attendista e «parlamentarista». Secondo relazione conclusiva del sovietico Zdanov, che viene approvata, ormai nel mondo non c'erano che «due campi», quello dell'imperialismo americano e quello del «socialismo», guidato dall'Urss.

In Italia nel mese di novembre Giancarlo Pajetta occupa per un giorno, a scopo «dimostrativo», la prefettura di Milano.

Il Pci contro la crisi economica guida le agitazioni sociali.

Il 7 novembre 1947, i socialisti, che attribuiscono al nuovo Cominform la funzione di un semplice ufficio di collegamento tra partiti omogenei, in una riunione della Direzione, prendono in considerazione, anche in polemica e in alternativa al nuovo Psli di Saragat, sia pure non senza contrasti al loro interno, l'idea di un'alleanza elettorale con il Pci, da chiamare Fronte democratico popolare.

 Alle ore 19 del 22 dicembre 1947, fra i rintocchi della campana di Montecitorio, avviene l’approvazione della Carta costituzionale.

giugno 1946 lavori Costituente

I lavori sono durati un anno e mezzo, con 272 giornate di dibattito, il testo è stato preparato da una Commissione di 75 parlamentari, presieduta dal demolaborista Meuccio Ruini, e poi, dal 4 marzo, discusso in aula. I voti finali sono stati 453 a favore e 62 contro, questi ultimi essenzialmente da parte dei monarchici e dei rappresentanti dell’Uomo Qualunque.

Cinque giorni dopo, il 27 dicembre, a Palazzo Giustiniani, sede del capo provvisorio dello Stato e ormai primo presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, avviene la cerimonia della promulgazione, vale a dire della firma della nuova Carta. La cerimonia si è svolta nella biblioteca in fondo alla Sala degli specchi.

Alle 17 in punto, nella biblioteca sono entrati il presidente dell'Assemblea, Terracini, e il presidente del Consiglio, De Gasperi, e quindi il capo dello Stato. Su un tavolo in noce, coperto da un velluto cremisi, tre copie della Costituzione rilegate in pelle, quattro portapenne; due calamai di bronzo e un portacarte di cuoio. De Nicola ha inforcato gli occhiali e ha detto: «Possiamo firmarle con coscienza».

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Quindi è stata la volta di Terracini e di De Gasperi. Alle 17 e 30 la riunione si è sciolta.

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La nuova Costituzione era un documento di democrazia, quale il Paese non aveva in fondo mai conosciuto, essendo passato dallo Statuto ottocentesco al regime fascista e poi all'occupazione straniera. Era altresì l'ultimo atto della cooperazione post-bellica tra i partiti antifascisti. A quel punto cominciava la fase conflittuale, come del resto richiedeva la nuova normalità democratica.

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Bibliografia:

Aldo Rizzo - “L’anno terribile. 1948: il mondo si divide” - Laterza 1977

 

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