Fu un massacro ... a Sant'Anna di Stazzema
Il Presidente della Repubblica ha dichiarato:
«Sant’Anna di Stazzema è uno dei luoghi simbolo della tragedia della Seconda Guerra Mondiale in cui affondano le radici più profonde dei valori della Costituzione repubblicana. Un luogo di memoria, di dolore immenso, insensato e ingiustificabile, divenuto emblema di riscatto civile, di ribellione alla violenza più feroce e disumana, di solidarietà, di ricostruzione morale e sociale.
E’ un dovere per la nostra comunità ricordare quanto avvenne settantanove anni or sono a Sant’Anna e nelle altre frazioni di Stazzema, quando militari nazisti delle SS, sostenuti da fascisti locali, misero in atto una delle stragi più efferate del conflitto.
Fu un massacro di vite innocenti. Donne, anziani, bambini - ben oltre cinquecento - vennero uccisi senza pietà. Tanti i corpi bruciati e resi irriconoscibili.
L’Europa toccò il fondo dell’abisso. Neppure l’infamia della rappresaglia poteva giustificare lo sterminio, la strategia dell’annientamento.
Da quegli abissi sono ripartiti il cammino del popolo italiano e del Continente europeo e spetta a ciascuno custodire e consegnare il testimone della memoria alle generazioni più giovani perché possano essere consapevoli protagoniste di un futuro responsabile in cui non siano più messi a rischio i valori della persona umana». Roma, 12/08/2023
Il presidente tedesco, il 26 maggio 2020, aveva nominato cavalieri due sopravvissuti alla Strage di Stazzema, Enrico Pieri ed Enio Mancini. Enrico Pieri ed Enio Mancini all'epoca dell'eccidio nazista avevano 10 e 6 anni. Il presidente federale tedesco Frank-Walter Steinmeier aveva conferito l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Federale di Germania (Verdienstkreuz am Bande) "per le particolari benemerenze acquisite verso la Repubblica Federale di Germania" ai due superstiti. Lo aveva comunicato direttamente agli interessati con una lettera l'ambasciata tedesca a Roma.
Nell'eccidio nazista del 12 agosto 1944 a S.Anna furono trucidati 560 civili, fra cui donne, anziani e bambini. Enrico Pieri aveva 10 anni ed ebbe la famiglia sterminata. Ennio Mancini aveva 6 anni e si salvò in una fase del rastrellamento.
I nazisti in ritirata fanno saltare i ponti di Firenze
Agosto 1944
Gli Alleati avanzano verso nord nell’Italia centrale.

Il 6 agosto i milleseicento partigiani della divisione Garibaldi entrano in azione nelle operazioni per la liberazione di Firenze (verrà liberata il 12 agosto).
Il 5 agosto la Wehrmacht aveva disposto l'evacuazione di Stazzema, paesino in provincia di Lucca ai piedi delle Alpi Apuane. Come in molti altri casi soltanto una parte della popolazione aveva obbedito all' ordine; anzi fino a quel giorno fatale, in seguito al diffondersi di voci tranquillizzanti, non soltanto fecero ritorno alle proprie case un gran numero di donne e bambini, ma si rifugiarono a Sant' Anna anche numerosi sfollati provenienti da altre frazioni. La sera dell'11 agosto i tedeschi, che ritirandosi oppongono una forte resistenza e si abbandonano ad ogni sorta di eccidi, emanano un ordine (in tedesco Bandenunternehmen) per «l'impiego delle truppe contro le bande» considerando tutti quelli che abitavano nelle zone di montagna come dei «partigiani».
L'unità della XVI divisione, in cui erano inquadrati anche soldati italiani delle SS, si muoveva verso Sant' Anna da quattro direzioni. Entrò in azione anche un discreto numero di collaborazionisti, almeno una quindicina. Guidarono i nazisti per le impervie mulattiere che portavano a Sant'Anna, si caricarono sulle spalle cassette di munizioni.
Il 12 agosto del ’44 fu un massacro.
All’alba del 12 agosto, reparti di SS, in tutto alcune centinaia, in assetto di guerra, salirono a Sant’Anna.


Li ammassarono prima contro la facciata della chiesa, poi li spinsero nel mezzo della piazza, una piazza non più lunga di venti metri e larga altrettanto, una piazza di tenera erba, tra giovani piante di platani, chiusa tra due brevi muriccioli;

e quando puntarono le canne dei mitragliatori contro quei corpi li avevano tanto vicini che potevano leggere negli occhi esterrefatti delle vittime che cadevano sotto i colpi senza avere tempo nemmeno di gridare.
Breve è la giustizia dei mitragliatori; le mani dei carnefici avevano troppo presto finito e già fremevano d’impazienza. Così ammassarono sul mucchio dei corpi ancora tiepidi e forse ancora viventi, le panche della chiesa devastata, i materassi presi dalle case, e appiccarono loro fuoco.
E assistendo insoddisfatti alla consumazione dei corpi spingevano nel braciere altri uomini e donne che esanimi dal terrore erano condotti sul luogo, e che non offrivano alcuna resistenza.
Intanto le case sparse sulle alture, le povere case di montagna, costruite pietra su pietra, senza intonaco, senza armature, povere come la vita degli uomini che ci vivevano erano bloccate.
Gli abitanti erano spinti negli anditi, nelle stanze a pianterreno e ivi mitragliati e, prima che tutti fossero spirati, era dato fuoco alla casa; e le mura, i mobili, i cadaveri, i corpi vivi, le bestie nelle stalle, bruciavano in un’unica fiamma. Poi c’erano quelli che cercavano di fuggire correndo fra i campi, e quelli colpivano a volo con le raffiche delle mitragliatrici, abbattendoli quando con grido d’angoscia di suprema speranza erano già sul limitare del bosco che li avrebbe salvati.
Poi c’erano i bambini, i teneri corpi dei bimbi a eccitare quella libidine pazza di distruzione. Fracassavano loro il capo con il calcio della «pistol-machine », e infilato loro nel ventre un bastone, li appiccicavano ai muri delle case. Sette ne presero e li misero nel forno preparato quella mattina per il pane e ivi li lasciarono cuocere a fuoco lento. E non avevano ancora finito.
Scesero perciò il sentiero della valle ancora smaniosi di colpire, di distruggere, compiendo nuovi delitti fino a sera.
A mezzogiorno tutte le case del paese erano incendiate; i suoi abitanti fissi e gli sfollati erano stati tutti trucidati. Le vittime superano di gran lunga i cinquecento, ma il numero esatto non si potrà mai sapere.
"Alcuni scampati all’eccidio erano corsi in basso a portare la notizia agli abitanti della pianura raccolti in gran numero nella conca di Valdicastello. La notizia la portavano sui loro volti esterrefatti, nelle parole monche che erano appena capaci di pronunciare e dalle quali chi li incontrava capiva che qualcosa di terribile era accaduto pur senza immaginare le proporzioni. Della verità cominciarono invece a sospettare nelle prime ore del pomeriggio quando le prime squadre di assassini scendendo dalle alture di Sant’Anna, si annunciarono sull’imbocco della vallata a monte del paese.
Li sentivano venir giù precipitosi,accompagnati dal suono di organetti e di canzoni esaltate, e quel ch’è peggio dal rumore di nuovi spari, da nuove grida, che non convinti di aver ben speso quella giornata, i tedeschi la completavano uccidendo quanti incontravano sul sentiero della montagna.
Alcuni che al loro passaggio s’erano nascosti nelle antrosità della roccia vi furono bruciati dentro dal getto del lanciafiamme. Una donna che correva disperata portando in salvo la sua creatura, raggiunta che fu, le strapparono dalle braccia il prezioso fardello, lo scagliarono nella scarpata e lei stessa l’uccisero a colpi di rivoltella nel cranio.
Molti altri furono raggiunti dalle raffiche di mitragliatori mentre fuggivano saltando per le balze della montagna, come capre selvatiche contro le quali si esercitava la bravura del cacciatore. Quando i tedeschi raggiunsero Valdicastello cominciando a rastrellare gli abitanti, il paese era già stretto dall’angoscia; gli abitanti serrati nelle case e nascosti alla meglio; la strada deserta; tutti oppressi da un incubo di morte. Il passaggio dei tedeschi dal paese si chiuse con la discesa del buio sulla valle, dopodiché ottocento uomini erano stati strappati dalle case e condotti via, e un’ultima raffica di mitragliatrice accompagnata da un suono più sguaiato e atroce di organetto, aveva tolto la vita ad altri quattordici infelici, scelti a caso».

Alla fine le vittime di questa strage furono 560, tra cui molti anziani, donne e bambini.

Quella mattina la furia omicida si scatenò anche contro una bambina di 20 giorni, Anna Pardini: morirà un mese dopo, troppo piccola per sopravvivere alle ferite.


Nella piccola chiesa di Sant’Anna di Stazzema, il 29 luglio 2007, per la prima volta dopo 63 anni, sono tornate a suonare le note di un organo. Quello preesistente fu distrutto, a scariche di mitra, durante la strage nazista del 12 agosto 1944 e non fu più sostituito. Il dono del nuovo organo è il frutto della sensibilità e dell’impegno di due musicisti tedeschi di Essen, i coniugi Maren e Horst Westermann, i quali, da un lustro, raccolgono fondi in Germania e in Italia organizzando concerti espressamente finalizzati a questo scopo.
Firenze è libera
I segni della rotta tedesca illudevano le truppe alleate di una rapida conclusione della guerra.
Per quasi 200 chilometri a nord di Roma non ci furono combattimenti.
L'VIII Armata avanzava al centro, tra la via Cassia e la Flaminia, risalendo la valle del Tevere verso Perugia e Orvieto.
Gli americani procedevano invece lungo la costa tirrenica. Civitavecchia fu oltrepassata: il suo porto era stato completamente distrutto dai tedeschi. Ma l'impeto delle Armate alleate andava diminuendo.
Proprio allora il comando supremo aveva disposto che alcune Divisioni fossero ritirate per l'operazione «Anvil», lo sbarco nel sud della Francia, previsto per il mese di agosto.
Nello stesso tempo la resistenza tedesca s'irrigidiva. Verso la fine di giugno, sulle rive famose del Trasimeno, ci fu battaglia.
Per guadagnar tempo, Kesselring era riuscito a imbastire con le retroguardie una provvisoria linea di resistenza da Grosseto ad Ancona, mentre le sue Armate si attestavano più indietro, verso la linea «Gotica ».
L'estate era splendida.
I vecchi contadini, che non si rassegnavano ad abbandonare il raccolto, lavoravano accanto ai soldati che combattevano, mietendo e ammucchiando i covoni in mezzo alla battaglia.
Mentre inglesi e americani puntavano verso la linea dell'Arno, il Corpo italiano di liberazione si impegnava a fondo nel settore adriatico.
La «spettacolosa avanzata» di cui parlavano i giornali era cominciata un mese prima nella zona delle Mainarde, con alcune riuscite azioni su San Biagio Saracinisco, Monte Mare, Monte La Meta e verso Alfedèna.
Ai primi di giugno il Comando alleato, non desiderando che gli italiani partecipassero alla liberazione di Roma e all'avanzata su Firenze, ne ordinò il trasferimento nel settore adriatico (alle dipendenze del V Corpo britannico), e l'impiego contro le forze tedesche in movimento.
Il 9 giugno i bersaglieri della I Brigata liberarono Chieti e inviarono in direzione dell'Aquila una Compagnia di motociclisti che entrò in città il 13 giugno.
Il castello di Crecchio, dove il 9 settembre dell'anno prima il re e il suo seguito avevano fatto tappa durante la fuga da Roma, era sulla strada degli italiani. La guerra l'aveva ridotto a un ammasso di rovine. Venne lasciato subito alle spalle: cominciava la seconda fase dell'offensiva, l'inseguimento del nemico in ritirata.
Nel settore costiero alle truppe inglesi subentravano i polacchi del II Corpo, e l'avanzata riprese agli ordini del generale Anders.

Il 15 giugno gli italiani entrarono a Teramo.
La loro marcia era ostacolata dalle interruzioni stradali e dai campi minati.
Il 18 giugno la Divisione «Nembo» liberò Ascoli Piceno abbandonata all'alba dai tedeschi, mentre i polacchi avanzavano lungo la strada costiera puntando su Ancona.
La resistenza nemica sul fiume Chienti durò qualche giorno, poi la marcia riprese, e il Corpo di liberazione entrò a Macerata il 30 giugno accolto anche qui dall'entusiasmo popolare.
Il nuovo obiettivo era il paese di Filottrano che i tedeschi avevano trasformato in un fortino.
L'8 luglio l'artiglieria italiana cominciò i tiri di preparazione, quindi i paracadutisti della Divisione «Nembo» attaccarono con impeto riuscendo a penetrare nell'abitato.
Intorno all'ospedale la lotta fu particolarmente accanita. I tedeschi contrattaccarono con l'appoggio di carri armati, ma nella notte sgombrarono il paese che venne occupato all'alba del giorno dopo.
Filottrano, come il lago Trasimeno nel settore centrale, era un caposaldo della provvisoria linea di resistenza tedesca: la sua conquista aprì ai polacchi le porte di Ancona e valse ai soldati italiani l'elogio del comandante d'Armata.
Lo stesso giorno il generale Anders ordinava l'attacco finale. L'azione fu appoggiata sulla sinistra dalle truppe italiane che impegnarono battaglia sui fiumi Musone ed Esino, liberando Jesi il 20 luglio.
I soldati di Anders entrarono ad Ancona.
La città era molto provata per la durezza dei combattimenti, ma il porto fu riattivato in breve tempo. Polacchi e italiani affiancati continuarono l'avanzata giungendo in agosto sulla linea del Metauro, in vista degli avamposti della «Gotica».
La marcia degli Alleati nell'Italia Centrale fu facilitata dall'opera fiancheggiatrice delle formazioni partigiane dei raggruppamenti «Monte Amiata» e «Gran Sasso».
Nel settore adriatico si distinse in particolare la brigata «Majella», al comando dell'avvocato Ettore Troilo, la quale combatterà per mesi a fianco del Corpo polacco meritando la medaglia d'oro.
Così venne liberata Arezzo, il 16 luglio.
Così qualche giorno prima era avvenuto a Siena, dove il Corpo francese arrivando trovò la città già in mano dei partigiani della Brigata «Lavagnini».
Poco più tardi anche le truppe algerine e marocchine lasciarono l'Italia per l'operazione «Anvil». Il coraggio che avevano dimostrato da Cassino a Siena non cancellava la traccia amara della loro permanenza in Italia.
Con 7 Divisioni in meno, le Armate alleate avanzavano cautamente verso l'Arno, che segnava il limite meridionale delle nuove linee tedesche.
A parte alcune distruzioni in periferia e attorno agli scali ferroviari, il 10 agosto Firenze era quasi intatta, e intatti erano i ponti sull'Arno.
Il giorno prima la fascia intorno al fiume era stata sgomberata per ordine del colonnello Fuchs, comandante tedesco della piazza. In meno di 24 ore i profughi dovettero trovare alloggio altrove. Erano circa 150 mila.

Il loro esodo fu una tragedia.
Alcune migliaia si rifugiarono in palazzo Pitti sperando che tutto sarebbe presto finito. Ma gli Alleati tardavano, le notizie di radio Londra erano un lento stillicidio.
Il 3 agosto venne proclamato lo stato di emergenza.
Era proibito uscire di casa, porte e finestre dovevano rimanere sbarrate giorno e notte. Le pattuglie tedesche avrebbero sparato a vista contro chiunque fosse stato sorpreso per strada.
Senz'acqua, senza pane, né luce, né telefono, la città viveva i giorni più duri della sua storia dall'epoca del famoso assedio nel '500.
La sera del 3 agosto i tedeschi avevano finito di sgomberare i quartieri Sud dell' Arno e di minare i ponti.
La prima esplosione si ebbe alle 10 di notte; poi seguirono le altre, a lunghi intervalli, fino all'alba.
Al mattino Firenze apparve irreparabilmente sfregiata.

I tedeschi avevano risparmiato soltanto Ponte Vecchio, credendo in questo modo di pagare il loro debito verso la civiltà; in cambio avevano fatto saltare da una parte e dall'altra palazzi e torri medievali per bloccare gli accessi.

Da Porta Romana le avanguardie dell'VIII Armata entrarono nella parte meridionale della città all'alba del 4 agosto. Scendevano dalle colline le prime formazioni partigiane e insieme, Alleati e patrioti, cominciarono il rastrellamento dei rioni d'Oltrarno.
I tedeschi avevano lasciato dietro di sé forti nuclei di franchi tiratori e numerose pattuglie erano state tagliate fuori dalla distruzione dei ponti. La liberazione coincise con l'inizio di una battaglia per le strade e dentro le case che si protrasse a lungo.
Il grosso delle truppe inglesi giunse più tardi, mentre la battaglia continuava, e a nord dell'Arno, nella parte occupata ancora dai tedeschi, si preparava l'insurrezione.
Il movimento partigiano era forte e organizzato a Firenze e i suoi capi volevano mostrare agli Alleati che la città era in grado di liberarsi e governarsi da sola.

Alcuni rappresentanti del CLN riassumono la storia di quei giorni drammatici.
Parla Enriques Agnoletti:
«I nostri piani prevedevano la convergenza su Firenze delle formazioni partigiane che operavano nei dintorni della città; questo anche per il significato non solo militare, ma politico, che doveva avere la liberazione di Firenze, e prevedevano l'assunzione del Governo provvisorio.
Per questo, non appena proclamato lo stato di emergenza, il Comitato toscano di Liberazione Nazionale si riunì sedendo in permanenza in un piccolo appartamento di via Condotta.
Il 5 agosto inviò una delegazione agli Alleati per poter concordare il prosieguo dell'azione militare».
Parla Ragghianti:
«Un nostro partigiano, il tenente Fischer, trovò fra le mine, nel corridoio che collega la Galleria degli Uffizi a Pitti una strada. Avvertì il comando e allora noi decidemmo di andare incontro agli Alleati nella parte liberata traversando le linee per affermare il nostro diritto di essere riconosciuti come governo provvisorio e riconosciuti dagli Alleati come unica autorità politica nel territorio liberato».
Ancora Enriques Agnoletti:
«Noi avevamo prestabilito già da tempo l'organizzazione della città, non soltanto creando un comando militare unico, ma designando i membri della Giunta Comunale e il Sindaco che si installarono in Palazzo Vecchio al momento della insurrezione creando gli organi tecnici, l'organizzazione ospedaliera, la provincia, la camera di commercio, in modo che gli Alleati si trovassero di fronte a una città già organizzata e si potesse effettivamente esercitare questi poteri di governo provvisorio».
La notte fra il 10 e l'11 agosto i tedeschi si ritirarono verso la periferia nord della città ponendo dei caposaldi lungo i viali di circonvallazione.
La manovra di sganciamento, che lasciava intuire una imminente iniziativa alleata, fece scattare il piano militare. La prima insurrezione organizzata in un grande centro, e la più lunga, aveva inizio.
Il segnale venne dato all'alba dalla Martinella di Palazzo Vecchio, e la campana del Bargello le rispose. Poco dopo, da Palazzo Riccardi, il Comitato di Liberazione chiamava i cittadini alla lotta e assumeva i poteri di governo provvisorio.
Era venuta l'ora di combattere per la libertà.
Parla il colonnello Niccoli capo delle formazioni militari:
«Alle 6 di mattina dell'11 agosto detti l'ordine di insurrezione. Durante la notte i tedeschi si erano ritirati al di là del Mugnone lasciando dei caposaldi a Porta Prato, alla fortezza Dabbasso, in Piazza Cavour e al ponte del Pino».
La battaglia s'accese subito violenta perché i tedeschi erano ancora a ridosso della città e tentavano dei ritorni offensivi verso il centro.
Soli, di fronte all'avversario, male armati, i partigiani si battevano con impegno, mentre gli Alleati indugiavano Oltrarno, limitandosi a sminare le macerie e i passaggi di Ponte Vecchio.
Le vittime delle esplosioni erano ancora insepolte, e s'aggiungevano ai numerosi caduti dell'insurrezione.
I «fratelli della misericordia» andavano a raccoglierli e li seppellivano in cimiteri di fortuna, nei giardini e negli orti.
Un'atmosfera di morte incombeva sulla città. Attraverso il fiume, fra le macerie dei ponti giungevano ogni tanto dei rifornimenti. La città era stremata, anche i partigiani avevano fame. Gli Alleati non si muovevano e la battaglia in città continuava.
Prosegue Niccoli:
«Qui siamo nella zona di Porta Prato.
Una Compagnia di guastatori voleva far saltare il terrapieno della ferrovia. Le condizioni sono molto cambiate dal '44. Ecco, qui c'era una rampa erbosa che portava alla ferrovia. Mandammo qui una Compagnia della Brigata terza "Rosselli", la quale entrò dal sottopassaggio della ferrovia. Immediatamente appena arrivata sul viale Belfiore fu fatta segno a un forte tiro d'infilata. Fu risposto al fuoco, i tedeschi si allontanarono in modo che fu possibile impedire il seminamento delle mine nella ferrovia.
Purtroppo ci fu un ritorno di forze dei tedeschi in modo che alle 15,30 del pomeriggio i nostri partigiani dovettero ripiegare con forti perdite. La battaglia in questa zona durò circa una settimana.
Anche qui al Ponte del Pino si sono svolti dei combattimenti asprissimi. A questi combattimenti ha preso parte anche una squadra di giovanissimi tra i 14 e i 17 anni del "Fronte della Gioventù" che hanno avuto delle forti perdite.
Gli Alleati sono entrati a Firenze la mattina del 14, ma effettivamente tutta la lotta per la liberazione della città di Firenze è stata effettuata dai partigiani».
Quando le avanguardie inglesi passarono finalmente l'Arno, già Firenze riprendeva a vivere, mentre a nord i partigiani combattevano ancora sulle colline e il grosso degli Alleati era bloccato Oltrarno dai ponti distrutti.
Per gettare una passerella sul fiume, fu necessario far saltare quanto restava del ponte Santa Trìnita. Un nuovo spettacolo per i fiorentini che avevano ancora negli orecchi le esplosioni della notte del 4 agosto.
La passerella era però riservata ai soldati. I civili dovevano contentarsi dei passaggi di fortuna, tavole gettate sulla corrente, sentieri aperti fra le macerie dei vecchi ponti.
Così per tutto quel mese d'agosto si videro file di gente che si agitavano sui cumuli bianchi di polvere, da una riva all'altra, cercando di ristabilire le comunicazioni fra le due parti della città che la guerra aveva diviso.
Firenze aveva sofferto molto, ma poteva dire di essersi liberata da sé.
I partigiani della Divisione «Arno», delle Brigate «Rosselli», delle squadre del centro, che avevano combattuto per quasi un mese praticamente da soli, avevano ben meritato la gratitudine della città.
I morti in quei giorni furono più di 200, e tre le medaglie d'oro. Alighiero Barducci detto «Potente», il comandante della Divisione «Arno», e gli altri caduti, ebbero solenni onoranze funebri.
Come diceva il manifesto dell'11 agosto, i fiorentini avevano conquistato «il diritto di essere un popolo libero combattendo e cadendo per la libertà».
Bibliografia:
Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966
Omaggio a Firenze e al suo popolo
immagini di Firenze nell'agosto del 1944
Articolo di Piero Calamandrei pubblicato sul «Corriere di Informazione» di Milano del 12 agosto 1945
LA BATTAGLIA IN CITTÀ
Forse l'Italia del Nord non ha saputo interamente che cosa avvenne a Firenze un anno fa: una battaglia.
Per esser esatti, di battaglie a Firenze ve ne furono due, una dentro l'altra; una strategica, per Firenze, che fu combattuta a distanza, tra le artiglierie alleate schierate a semicerchio sui colli a sud dell'Arno contro quelle tedesche schierate sul semicerchio contrapposto delle colline di Fiesole; l'altra tattica, dentro Firenze, che fu combattuta ad armi corte per le vie e per le piazze della città, tra i nazifascisti e il popolo insorto.
Il piano degli alleati, che fecero quanto era in loro per rispettare la città ed evitarle di diventare un terreno di scontro, era preordinato, a quanto si poté giudicare dal suo svolgimento, a liberarla per manovra: gli eserciti liberatori dovevano sostare a sud della città senza entrarvi, e il passaggio in forza dell'Arno doveva avvenire a monte e a valle di essa, in modo che i tedeschi fossero costretti a ritirarsi verso i monti, senza poter combattere in pianura. Ma i tedeschi e i fascisti avevano un altro piano:trasformare la città. colle sue torri ed i suoi marmi in campo trincerato; barricarsi nelle rovine dei suoi palazzi; attirar l'uragano delle granate sulla parte più preziosa dei suoi monumenti, per lasciarli ridurrre in macerie e rigettar poi sugli alleati l'onta di questo misfatto.
Ad attuare questo programma, la cui preparazione fu tenuta celata fino all'ultimo sotto la truffa della «città aperta», i tedeschi trovarono zelante complicità nella «vecchia guardia» del fascismo repubblicano locale, rincuorato dalla presenza di un degno capo, sceso in persona dal Nord a dare le ultime disposizioni: parlo di Alessandro Pavolini, che la storia ricorderà soltanto per il freddo impegno con cui, in quel luglio del 1944, seppe premeditare l'assassinio della città dove era nato, e predisporre la distruzione di quei ponti di cui egli, dalle finestre del suntuoso albergo ove s'era insediato col suo stato maggiore, poteva, da raffinato conoscitore d'arte qual si vantava di essere, apprezzare la incomparabile leggiadria. Costui, nel suo operoso soggiorno a Firenze, rubò cinque milioni alla Prefettura per distribuirli tra le bande dei suoi manigoldi coll'ordine di rimanere in città come «franchi tiratori» e fare strage alla spicciolata, dai tetti e dalle finestre, di donne e di bambini. E poi, tutto avendo disposto per il meglio, se ne tornò al Nord, dove il governo della repubblica aveva bisogno di lui.
Il 30 luglio il comando tedesco ordinò l'immediato sgombero di due larghe strisce cittadine ai lati dell'Arno: centocinquantamila persone si trovarono da un'ora all'altra senza tetto, sapendo che le loro case e i loro negozi erano abbandonati al saccheggio. Nella notte tra il 3 e il 4 i ponti minati saltarono: per amabilità di Hitler fu risparmiato il Ponte Vecchio, ma, per bloccarne il passaggio di qua e di là, furono fatti saltare in sua vece i due rioni che vi davano accesso, Por Santa Maria, via dei Bardi, Borgo Sant'Jacopo, via Guicciardini e le più antiche e care torri della Firenze di Dante. Così, segnata da questa linea di incendi e di esplosioni, cominciò il 4 di agosto, entro l'anello dei cannoni che si rispondevano dai colli, la battaglia ravvicinata della città.
Per una settimana, le slabbrate spallette dell'Arno segnarono la prima linea: alle mitragliatrici e ai mortai tedeschi, appostati sulla riva destra, pattuglie di cittadini dalla sinistra rispondevano a fucilate. Ma da spalletta a spalletta passavano, in difetto dei ponti crollati, misteriose vie di collegamento: come fantasmi di fango le staffette sbucavano dalle fogne, e attraverso le macerie minate che ostruivano il Ponte Vecchio un segreto filo telefonico, riallacciato sotto le granate, permetteva al Comitato di Liberazione di mantenere l'unità del governo. Così parve segnata la sorte di Firenze, tagliata in due dalla battaglia; mentre a sud dell'Arno i partigiani spergevano di casa in casa i «tiratori» fascisti, e migliaia di senzatetto, ricchi e poveri tutti uguali, bivaccavano fraternamente nei saloni dorati di Palazzo Pitti, e la delegazione d'Oltrarno del Comitato di Liberazione già era in contatto coi primi reparti alleati entrati da Porta Romana, la parte a nord dell'Arno, la più popolosa e la più cospicua, era ancora in balia dei tedeschi; e pareva che tentar di espugnarla in forze volesse dire distruggerla. Furono queste, dal 4 all'11 agosto; le terribili giornate in cui i cuori di tutto il mondo tremarono all'idea che di Firenze non dovesse più rimanere che il disperato ricordo.
Ma qui avvenne il miracolo. Alle 6,15 dell'1 agosto, nell'ansioso silenzio mattutino, i fiorentini già liberi d'Oltramo udirono all'improvviso, al di là del fiume, il martellar delle campane che chiamavano all'armi la parte non ancora liberata: e il filo clandestino annunciò laconicamente che il Comando cittadino, per finir di liberare la città, aveva ordinato l'insurrezione.
Si vide allora, al richiamo della vecchia Martinella, il popolo fiorentino, coi ponti rotti alle spalle, far fronte al nemico. Contro le mitragliatrici piazzate dietro gli alberi dei viali, contro i carri «Tigre» in agguato alle barriere, si spiegò come per magia un esiguo velo di giovinetti febbricitanti e di vecchi canuti, armati soltanto della loro furia. Da un'ora all'altra, quel velo diventò una linea, si organizzò, si consolidò; prese sotto la sua protezione il centro della città; non si limitò alla resistenza, ma osò l'avanzata: e ogni giorno entravano dentro quel cerchio nuove vie e nuove piazze liberate.
Così per quasi un mese, per tutto agosto, il fronte di combattimento si confuse coi nomi favolosi dei giardini e delle passeggiate della nostra infanzia: le Cascine, il Parterre, il Campo di Marte. La pacifica topografia cittadina entrava stranamente nei bollettini di guerra: «piazza san Marco sorpassata»; «via santa Caterina raggiunta»; «contrattacco in piazza Donatello». Ragazzi ed anziani erano attratti da quella linea affascinante. Oggi i genitori e le vedove lo raccontano colle lagrime agli occhi: «Non si reggeva più: volle scendere nella strada disarmato. Disse: 'Bisogna che vada anch'io sul Mugnone a ammazzare un tedesco'. E non tornò». Uscivano ansiosi e inebriati, come se fossero attesi a un appuntamento d'amore: con un vecchio fucile da caccia o con una pistola arrugginita, a battersi contro i mortai e contro i carri armati; e non tornarono. Anche le giovinette uscivano, portando ordini di guerra sotto i loro camici di crocerossine: Anna Maria Enriques, Tina Lorenzoni; e non tornarono. E quel sangue sul marciapiede segnava l'estremo punto al quale era stato portato per quel giorno il confine tra la libertà e la vergogna.
Ma dietro quella linea, nella città liberata, ferveva il lavoro. Ogni tanto una donna scarmigliata, nel traversare correndo la via con un fiasco d'acqua, cadeva, fulminata, sul selciato: allora c'era la battuta sui tetti per scovare la belva dietro il comignolo; e poi, sulla piazza, la giustizia sommaria contro il muro. Non c'erano più lettighe né bare: i morti si seppellivano alla rinfusa, nelle grandi fosse del giardino dei Semplici, tra le aiuole in fiore. E intanto le magistrature popolari già sedevano ai loro posti nei palazzi dei padri; e quando un colpo arrivava a scheggiare quelle antiche pietre, guardavano un istante dalle grandi finestre: «Niente di nuovo: cupole e torri sono sempre in piedi». E la seduta continuava.
Questa fu la battaglia di Firenze, durata tre settimane: dal 4 all'11 agosto attraverso le spallette dell' Arno, dall'11 agosto alla fìne del mese sulla linea di avanzata nei quartieri e nei sobborghi a nord della città. Il bilancio si riassume in pochi dati: un grande squarcio nel cuore della città, una immensa cicatrice che sfigurerà nei secoli il suo volto: centoquaranta partigiani morti in combattimento nelle sue strade e molte centinaia di essi feriti: e quasi ottocento cittadini inermi, in gran parte donne e fanciulli, caduti sotto le granate tedesche o sotto il tiro a segno degli assassini. Ma alla fine di agosto questa città, che nel piano nemico avrebbe dovuto diventare la desolata terra di nessuno, era tornata per intero la terra gelosamente diletta dei fiorentini, sfregiata e sanguinante, ma riscattata per sacrificio di popolo: i tedeschi erano in ritirata verso gli Appennini, e i tiratori erano stati snidati e giustiziati ad uno ad uno, nella armoniosa serenità di queste piazze, come cani arrabbiati.
Questa fu la battaglia di Firenze che segnò una tappa decisiva, e forse un esempio unico, nella nostra guerra di liberazione e nel nostro ritorno alla coscienza civile europea: una battaglia a corpo a corpo durata quasi un mese per le vie di una città, combattuta dal popolo insorto e comandata da un governo insurrezionale di magistrature cittadine, che gli alleati, quando giunsero, lasciarono con rispetto ai posti di comando saggiamente tenuti. Qui la guerra non fu il passaggio di una ventata, qui i tedeschi non erano ancora in disfacimento: e i partigiani dovettero ricacciarli combattendo ferocemente ad armi impari per disinfettare la città, metro per metro, da quella pestilenza che vi si era annidata da vent'anni.
Libertà non donata, ma riconquistata a duro prezzo di rovine, di torture, di sangue. Credo che il grande amore per questa mia città rinnovata dal dolore non mi faccia velo, quando penso che la data dell'11 agosto appartiene non alla storia di Firenze, ma a quella d'Italia.
Bibliografia:
Piero Calamandrei – “Uomini e città della Resistenza” – Ed. Laterza Bari 1955
Agosto 1943: Milano prese fuoco
«Italiani! Per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore assumo il Governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua. L'Italia, duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni. Si serrino le file attorno a Sua Maestà il Re e Imperatore, immagine vivente della Patria, esempio per tutti. La consegna ricevuta è chiara e precisa: sarà scrupolosamente eseguita, e chiunque si illuda di poterne intralciare il normale svolgimento, o tenti turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito. Viva l'Italia. Viva il Re. Firmato: Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, 25 luglio 1943».
Come ripeteva ossessivamente l'eco di questa frase badogliana, la guerra continuava. E con l'agosto le principali città italiane e soprattutto Milano entrarono in un girone infernale di fuoco e distruzione per lo scatenarsi dell'offensiva aerea alleata.
Dal 9 al 16 agosto, ogni notte Milano fu attaccata. E ogni volta non era possibile fare confronti con la furia devastatrice della notte precedente. Furono colpite tutte le zone della città. Il Duomo danneggiato, la Scala diventata un rogo, la Galleria sventrata, Palazzo Reale, Brera, l’Ospedale Maggiore, chiese, musei, fabbriche, case, monumenti distrutti. I binari del tram sradicatii.
Macerie su macerie. Al mattino, le strade erano percorse da lunghe file di cittadini che arrivavano dalle località di sfollamento, spesso a piedi o in bicicletta, per vedere che cosa era rimasto della propria casa. Sostavano da lontano a osservare le macerie, i falò degli incendi che ardevano ancora qua e là durante la giornata. Dovunque c'era desolazione: crolli e rovine, cumuli di mobili accatastati sui marciapiedi, gruppi di donne e di uomini come inebetiti dall’enormità della tragedia. C'era chi si metteva a scavare tra le macerie sperando di salvare qualcosa. La Città era morta.
Le prime ombre rendevano ancora più atroce lo spettacolo. Le mura smozzicate delle case le occhiaie vuote degli edifici devastati, apparivano come fondali sinistri. A sera riprendeva l'esodo dei cittadini, con ogni mezzo di trasporto. Le vie si ripopolavano di cortei interminabili di ciclisti e di pedoni che recavano seco le massenzie per il pernottamento di fortuna. Poi la città diventava deserta, per un'altra notte.
«L'esodo delle moltitudini migranti sotto un cielo sempre pieno di minaccia» scriveva la cronaca del “Corriere” «è uno spettacolo d'indicibile commozione [...]. E una folla che, solo dopo una lunga resistenza, dopo un fatalismo ostinato, si è decisa a sottrarsi in tutta fretta alla selvaggia furia dei bombardamenti [...]. Nei borghi e nei villaggi ci sono generosi che un po' di posto lo offrono, restringendosi pieni di buona volontà e di fraterna sollecitudine. Ma gli esempi di gretto egoismo non mancano. Vi sono ancora case dalle porte indebitamente chiuse [...]».
Però era anche l'ora della bontà, della solidarietà cristiana. Ricordo solo un piccolo fatto: il parroco della Incoronata a Milano ospitò nella chiesa un buon numero di famiglie con le loro masserizie, trasformando il tempio in albergo, cucina, luogo di soggiorno, riparo. Mai l'Incoronata, come allora, fu la casa del Signore.
Nella confusione generale, il “Corriere” si era a sua volta trasformato in un centro di soccorso, almeno informativo, psicologico. I telefoni squillavano in continuazione, i rimasti in città chiedevano, volevano sapere. Il centralino passava le comunicazioni nel rifugio dove, a turno, eravamo accampati. Mottola e io restavamo di guardia insieme con due tipografi, sperando che arrivasse da un momento all'altro la notizia dell armistizio, pronti a mettere insieme un'edizione straordinaria. Dall'altro capo del filo, il più delle volte, c'era una voce di donna, e dal timbro si capiva che era una donna anziana che voleva sapere, ma soprattutto essere rassicurata, confortata. Ma che cosa potevamo risponderle?
Milano si sgretolava sotto i colpi dei bombardieri, andava in fiamme. Anche il teatro alla Scala fu colpito nella notte del 15 agosto. Era una notte di luna piena. Dal cielo certo si vedevano i tetti delle case, i selciati delle vie. La Scala venne presa in pieno: sembrava una Pompei.
Bibliografia:
Gaetano Afeltra – I 45 giorni che sconvolsero l’Italia. 25 luglio – 8 settembre 1943. Dall’osservatorio di un grande giornale – Rizzoli Ed. 1993
6 agosto 1945: la bomba atomica su Hiroshima
"Un orologio di Hiroshima, coi numeri quasi cancellati, fuso dal calore, e le lancette che segnano le 8.16.
Una frase di Georges Bernanos, che vale per tutti i superstiti: «Ci sono tanti morti nella mia vita, ma più morto di tutti è il ragazzo che fui io».
Finita la guerra: i bambini giocano con i residuati bellici. Il progresso tecnologico non ha reso il conflitto meno feroce. E sembrato anzi che, insieme agli aerei velocissimi, all'atomica, ai missili, al radar sia stata la barbarie la protagonista su tutti i fronti".
La coscienza è al di sopra dell'autorità,
della legge, dello Stato
Albert Einstein.
È un mattino sereno, questo del 6 agosto 1945.
A diecimila metri di altezza, il colonnello Paul Tibbets, al comando del suo B-29, ribattezzato Enola Gay, dà un ultimo sguardo alla città sottostante. Hiroshima. Sono le 8.14. L’equipaggio dell'Unità Speciale 509 inforca gli occhiali di protezione. Thomas Ferebee, addetto allo sganciamento delle bombe, inquadra il ponte di Aioi nel reticolo dell'alzo. Poi lascia andare il suo carico. Un mostro di quattro tonnellate, con all'interno un cuore di U235, uranio 235, puro. Che precipita, oscillando, verso terra.
41, 42, 43 secondi. Via! Il radar aziona l'innesco. Come previsto a 580 metri dal suolo, Little Boy, la bomba, esplode.
Un lampo di fuoco. Un fungo di polvere. Una città che non c'è più. La fisica conosce il peccato.
«Dio mio cosa abbiamo fatto!», esclama il secondo pilota, Robert Lewis. Si ritorna alla base.
L’8 agosto Stalin dichiara guerra al Giappone.
Il 9 agosto, su Kokura ci sono nuvole basse. Le nuvole della salvezza. L’aereo cambia obiettivo. Alle 11 del mattino è su Nagasaki. Fat Man, la bomba, questa volta, ha un cuore di plutonio: 239PU, scrivono i fisici. Anche questa, in un amen, si porta via un'intera città.
Il 13 agosto il Giappone offre la resa. Senza condizioni.
Vinta dal radar, la seconda guerra mondiale è termina da due bombe atomiche. Decisamente, come nota Abraham Pais, la Seconda guerra mondiale è stata la guerra dei fisici.
Il 16 novembre la Reale Accademia delle Scienze di Svezia, conferisce il premio Nobel al tedesco Otto Hahn. L’uomo che, appena sei anni prima, ha scoperto la fissione del nucleo atomico. L’uomo che ha scoperchiato il vaso di Pandora.
Il vaso di Pandora
Berlino, 17 dicembre 1938. Kaiser Wilhelm Institut per la chimica di Berlino Dahelm. Otto Hahn è al lavoro col suo assistente, Fritz Strassmann. L'esperimento si annuncia cruciale.
Fuori, la gente si accinge a preparare il Natale. L'Austria è tornata nel Reich. I Sudeti sono stati liberati. Gli Stukas di Goring fiaccano la resistenza repubblicana in Spagna. In Germania da qualche settimana le sinagoghe sono state date alle fiamme e si è consumata la notte di cristallo del Reich: dalla discriminazione si è passati al pogrom degli ebrei. Le democrazie occidentali continuano a compiere atti di appeasement verso Hitler. Aibert Einstein ne è talmente amareggiato da scrivere che, se non fosse per il suo lavoro scientifico, non avrebbe desiderato vivere più a lungo. Il pericolo nazista è ormai così evidente, che la necessità di sconfiggerlo con ogni mezzo, anche militare, prevale con nettezza su ogni ideale pacifista.
A Berlino Dahelm, presso l'Istituto di chimica, tutto è più attutito. Tutto è pronto per l'esperimento. Poche le attrezzature. Di qua una sorgente di neutroni. Di là un paio di grammi di polvere giallognola: ossido di uranio. Una scarica. L'analisi chimica dei prodotti. Che non lascia adito a dubbi. In quella polvere pura di uranio bombardata coi neutroni c'è un altro, inaspettato elemento. Pesa la metà dell'uranio ed è un elemento ben noto: bario. La sorpresa è evidente, anche per un chimico consumato. Abbiamo assistito, abbiamo provocato la scissione del nucleo dell'uranio. Ma sarà così?
Già in autunno Otto Hahn aveva iniziato lo studio dei materiali prodotti dal bombardamento dell'uranio con neutroni. Con risultati inattesi. Nel corso dell'analisi chimica di quei prodotti, la radioattività precipitava come bario. Ma il bario pesa la metà dell'uranio. Com'è possibile? Forse si tratta di radio: un elemento chimicamente simile al bario, ma molto più pesante. Hahn parla di questa sua ipotesi con Bohr, a Copenaghen. Ma il fisico non è convinto: com'è possibile che l'uranio perda due particelle alfa e si trasformi in radio? Occorre continuare a indagare.
Gli esperimenti di dicembre sono quelli definitivi: gli attesi «isotopi di radio» si comportano inoppugnabilmente come bario. Di nuovo la domanda: com'è possibile? Il tempo di chiarirsi le idee e giù, a scrivere la lettera per Lise Meitner. La donna che ha collaborato con lui per vent'anni. E che ad agosto è dovuta riparare in Svezia. Perché ebrea. Lui, Otto Hahn, ha fatto il possibile per farla fuggire di nascosto. C'è riuscito. Il legame, umano e scientifico, non si è spezzato.
«I nostri isotopi di Ra [radio] si comportano come Ba [bario]», scrive lasciando trasparire il suo stupore, Otto Hahn. «Forse tu sarai in grado di avanzare una qualche spiegazione fantastica. [...] Noi, per parte nostra, comprendiamo che [l'uranio bombardato] non può esplodere trasmutandosi in Ba».
Lise Meitner non è meno meravigliata del suo maestro.
Due giorni prima di Natale Otto Hahn invia una relazione al Die Naturwissenschaften. Il titolo dell'articolo non è certo trionfante: «Sulla prova e il comportamento dei metalli alcalino-terrosi nella irradiazione a mezzo dei neutroni che si sviluppano dall'uranio». Solo dopo nuovi esperimenti di conferma, Hahn invierà un altro articolo al Die Naturwissenschaften con un titolo più deciso: «Prova della formazione di isotopi di bario attivi dall'uranio e dal torio attraverso l'irradiazione di neutroni; prova di ulteriori frammenti attivi nella scissione dell'uranio». Ogni dubbio è ormai rimosso: l'atomo si è scisso. L'uomo ha prodotto la fissione dell'uranio. Quando la nuova relazione viene stampata, nel febbraio del 1939, tutto il (piccolo) mondo dei fisici atomici conosce già quell'esperimento. E sa anche cosa significa.
La lettera di Einstein al presidente degli Stati Uniti F. D. Roosevelt
Long Island, 2 agosto 1939
A
F. D. Roosevelt,
Presidente degli Stati Uniti
White House Washington, D. C.
Signor Presidente,
alcune ricerche svolte recentemente da E. Fermi e L. Szilard, di cui mi è stara data comunicazione in manoscritto, mi inducono a ritenere che un elemento, l'uranio, possa essere trasformato nell'immediato futuro in una nuova e importanre fonte di energia. Certi aspetti della situazione che si è determinata sembrerebbero giustificare un atteggiamento di vigilanza, e se necessario un rapido intervento, da parte dell'Amministrazione. Ritengo pertanto che sia mio dovere sottoporre alla Sua attenzione i fatti e la raccomandazione che seguono. Negli ultimi quattro mesi è stata confermata la probabilità (grazie all'opera di Joliot in Francia, oltre che di Fermi e Szilard in America) che diventi possibile avviare in una grande massa di uranio una reazione nucleare a catena capace di generare enormi quantità di energia e grandi quantitativi di nuovi elementi simili al radio. Attualmente è quasi certo che si possa pervenire a questo risultato nell'immediato futuro.
Questo nuovo fenomeno porterebbe anche alla costruzione di bombe, ed è concepibile (anche se molto meno certo) che si possano costruire in tal modo bombe estremamente potenti di tipo nuovo. Una sola bomba di questo tipo, trasportata da un'imbarcazione e fatta esplodere in un porto, potrebbe benissimo distruggere l'intero porto e una parte del territorio circostante. Può darsi tuttavia che tali bombe si rivelino troppo pesanti per essere trasportabili per via aerea. Gli Stati Uniti dispongono soltanto di moderati quantitativi di minerale uranifero molto povero. Si trova minerale buono in Canada e nell' ex Cecoslovacchia, mentre la più importante fonte di uranio è il Congo Belga.
Alla luce di questa situazione potrà apparirle opportuno istituire un collegamento permanente tra l'Amministrazione e il gruppo di fisici che si occupano di reattori a catena in America. Uno dei modi di assicurare tale collegamento potrebbe consistere nell'affidare questo compito a persona che goda della Sua fiducia, e che potrebbe eventualmente agire in veste non ufficiale. Il suo compito potrebbe consistere in quanto segue:
a) prendere contatto con i dicasteri governativi mantenendoli informati sugli ulteriori sviluppi, e formulare raccomandazioni per interventi governativi, con particolare riguardo al problema di assicurare agli Stati Uniti un approvvigionamento di minerale uranifero.
b) accelerare il lavoro sperimentale che si svolge attualmente nei limiti dei bilanci dei laboratori universitari, fornendo finanziamenti - ove necessario - tramite contatti con privati disposti a contribuire a questa causa, e anche eventualmente procurando la cooperazione di laboratori industriali che dispongono dell'attrezzatura necessaria.
Mi risulta che la Germania ha effettivamente bloccato la vendita di uranio da parte delle miniere cecoslovacche di cui si è impadronita. La decisione di agire così tempestivamente si può forse spiegare con la circostanza che il figlio del Sottosegretario di Stato tedesco, von Weizsacker, lavora al Kaiser- Wilhelm-Institut di Berlino, dove vengono attualmente compiute, in parte, le stesse ricerche che si svolgono negli Stati Uniti.
Sinceramente vostro,
A. Einstein.
Old Grove Rd.
Nassau Point
Peconic, Long Island
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L’idea della bomba nucleare, anzi della bomba, nasce in quegli otto mesi trascorsi tra l'esperimento di Otto Hahn a Berlino Dahelm e la lettera di Albert Einstein a Franklin D. Roosevelt.
È vero quanto afferma Leopold Infeld: «Einstein, che disprezzava la violenza e le guerre, è considerato il padre della bomba atomica. Questo per due ragioni: perché la storia moderna dello sviluppo dell'energia atomica comincia con la relazione di Einstein sull'equivalenza tra massa ed energia, e perchè la storia della bomba atomica comincia con la lettera di Einstein, [Infeld, 1980]. Ma la lettera, frutto di un grande dibattito interiore, è, per quanto clamoroso, un passaggio obbligato e comunque non determinante nella corsa verso l'arma nucleare. Come scriverà lo stesso Einstein in un articolo pubblicato sul giornale giapponese Kaizo nel settembre del 1952: «La mia parte nella realizzazione della bomba atomica è consistita in un unico atto: firmai una lettera per il presidente Roosevelt, in cui facevo presente la necessità di esperimenti su vasta scala per verificare la possibilità di produrre una bomba atomica. Ero pienamente consapevole di danni terribili che sarebbero stati arrecati all'umanità in caso di successo. Ma la possibilità che i Tedeschi stessero lavorando al medesimo problema con qualche probabilità di successo mi obbligò a compiere questo passo. Non potevo fare altro sebbene fossi un convinto pacifista» [Einstein, 1982]. Il principio etico del pacifismo non è abbandonato. Cede il passo a un altro principio etico che Einstein considera di ordine superiore: salvare il mondo dalla barbarie nazista. La scelta è drammatica, ma lucida. Assunta da Einstein (e da molti altri fisici) senza e prima dei politici, senza e prima dei militari, sulla scorta di un'intuizione politica e militare. La Germania di Hitler può costruire l'arma e divenire una minaccia inarrestabile: occorre evitarlo.
Non solo Einstein, ma un'intera comunità di scienziati, dotati di coscienza sociale, si pone il problema delle proprie responsabilità politiche e persino militari. Non era mai accaduto prima. Ognuno lo risolverà, quel problema, secondo coscienza.
Bibliografia
Pietro Greco e Ilenia Picardi – Hiroshima la fisica riconosce il peccato – Nuova Iniziativa Editoriale 2005
Enzo Biagi - la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1980
Monumento alla pace
Da un’intervista di ENZO BIAGI con KENZO TANGE
Architetto e urbanista giapponese (Imabari 1913 - Tokyo 2005). Tra i più noti protagonisti dell'architettura contemporanea, svolse una intensa attività a livello internazionale, che lo vide presente con numerose realizzazioni sia in Giappone sia in Italia, Stati Uniti, Australia, Arabia, Asia e Singapore. In Italia progettò diverse opere tra cui l'urbanizzazione di Librino, Catania (dal 1970), il piano per la Fiera di Bologna (1971-74), il Centro direzionale di Napoli (dal 1982) e i quartieri S. Francesco e Affari a San Donato Milanese (dal 1991).
La prima opera importante affidata a Kenzo fu lo progettazione del Centro della pace sui resti della città di Hiroshima distrutta.
Come ricorda lo scoppio della seconda guerra mondiale?
«Il 1939 credo sia stato l'anno successivo a quello in cui io terminai i miei studi di architetto. A quel tempo pur essendo laureati, per gli architetti non c'era quasi lavoro. Era un'epoca in cui non si poteva costruire nient'altro che con legno, e non era possibile usare né cemento né ferro. Ma, noi, ci siamo resi conto della guerra praticamente solo quando il Giappone ha attaccato a Pearl Harbour. Molta gente rimase stupita chiedendosi perché il Giappone s'era gettato in un'impresa così stupida. Poi ci fu l'atomica su Hiroshima, e con ciò finì la guerra. Per caso i miei genitori vivevano ad Imabari, una piccola città sul mare che si trova dall'altra parte di Hiroshima; erano sfollati là per sfuggire alle conseguenze della guerra. Invece morirono entrambi: mio padre per le radiazioni e mia madre colpita da una bomba incendiaria. I miei fratelli si erano sistemati poco più lontano da Imabari presso nostri parenti, e là io mi diressi non appena seppi del lancio dell'atomica su Hiroshima. E fu lì, in quella piccola città di campagna, che ascoltai alla radio l'annuncio della fine della guerra. Per me fu come se l'estrema tensione dello spirito fosse all'improvviso scomparsa».
Quella dura vicenda che cosa ha insegnato ai giapponesi?
«Nel mio caso, la morte dei miei genitori e la bomba su Hiroshima si sono sovrapposti e mi hanno lasciato quindi una impressione estremamente forte. Ma penso che, in un certo senso, sono stati proprio questi due fatti luttuosi, terribili che mi hanno insegnato il valore della pace. Finita la guerra noi giovani architetti fummo mobilitati per tracciare i piani di ricostruzione delle città giapponesi distrutte nel conflitto. Però, ad Hiroshima erano pochi ad andarci, volentieri: si diceva che, ad andarci subito ci si sarebbe ammalati e si sarebbe morti certamente. Io, non ebbi paura e chiesi quella destinazione. Fu così che venni mandato ad Hiroshima».
Che cosa significa per lei il "Memorial" che ha progettato per ricordare la bomba di Hiroshima?

«Per Hiroshima vi fu una specie di concorso nazionale e quando seppi di avere vinto pensai che non fosse vero. Del resto, ritenevo che non ci sarebbe mai stato il finanziamento per un'opera del genere. Poco alla volta, tuttavia, nel giro di due anni i denari, furono trovati. Occorse poi quasi un decennio prima che la costruzione potesse essere completata. Per me, quindi, Hiroshima rappresenta la prima opera della mia carriera di architetto, ed è quindi qualcosa di molto importante come punto di partenza nella evoluzione della mia produzione».
Bibliografia
Enzo Biagi - la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1990
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