La guerra totale applicata all’Italia - La strage di Meina
15 settembre 1943
Tre fatti esemplari segnano, alle origini, il rapporto fra i resistenti e l'occupante (nazista): la strage di Meina, l'incendio di Boves, la battaglia di San Martino. Ovverossia il genocidio e la guerra totale applicati all'Italia. Questi tre episodi di paura e di sangue servono a illustrare i modi e le ragioni della guerra totale, e l'odio dell'italiano per chi non è più, scrive Croce, «l'umano avversario / nelle umane guerre / ma l'atroce presente nemico / dell'umanità». Un nemico omogeneo in cui l'italiano del settembre (1943) non distingue fra soldato e poliziotto, fra tedesco e nazista, fra giovane e vecchio, fra ardito e riservista: «I territoriali», si legge in un diario, «non è che siano meno feroci dei loro compagni combattenti. Torturano per dare l'esempio, fucilano, impiccano». Un nemico odiato dopo tanti nemici combattuti senza ragione e senza odio. Per gli italiani umili il tedesco è il diavolo. Su una cappella valdostana si leggerà la dedica alla Madonna: «Pour nous avoir sauvé des Allemands».
La strage di Meina (15 settembre 1943)
Meina è un villaggio residenziale sulla riva del lago Maggiore, luogo di rifugio, nel settembre del 1943, di famiglie israelite. Alcune hanno qui le loro ville; gli ebrei rimpatriati da Salonicco dopo l'occupazione tedesca abitano in albergo. Le famiglie Fernandez, Mosseri, Torres, Modiano ali hotel Meina dove è arrivata da Milano, la famiglia Pombas; in tutto, diciassette persone. Nei giorni dell'armistizio passano le punte motorizzate tedesche che vanno a chiudere i valichi con la Svizzera, ma il 15 settembre un reparto SS mette presidi nei centri rivieraschi e il Comando a Baveno. Sono SS reduci dal fronte russo, specializzate nella strage dell’ebreo; lassù il massacro è finito, qui si può continuare, anche se, al confronto si tratterà di briciole.
Un plotone viene diritto all'hotel, cattura gli ebrei. Chi li ha indirizzati? Le voci corrono nel piccolo paese sulla riva del lago. Si dice che siano stati i Petacci, i parenti di Claretta l'amante di Mussolini, per vendicare le ironie e gli insulti del periodo badogliano. C'è chi parla invece di un cliente novarese: avendogli l'albergatore rifiutato una stanza, lo avrebbe denunciato come ebreo che favorisce gli ebrei. A fine guerra si racconterà di misteriosi giustizieri in divisa inglese (gli israeliani della VIII armata britannica?) venuti da Milano a regolare i conti. Ma non c'è niente di certo, i fatti certi sono questi, che avvengono, dal 15 settembre, nell'albergo.
I diciassette ebrei dopo la cattura sono stati riuniti in un salone al terzo piano. Sentinelle davanti alla 'porta, proibizione di avvicinarsi, unica eccezione per una signora milanese «ariana» fidanzata di un Pombas. Alla notizia della retata c'è stato il fuggi fuggi degli ebrei dalla costa, ma qualcuno non ha potuto evitare la cattura. Trascorrono sette giorni: gli ebrei sempre chiusi nel salone del terzo piano gli «ariani» che riprendono la solita vita. Siamo in tempi, di grandi egoismi e le SS si mostrano cortesi con gli «altri». Il 22 giunge da Baveno un giovane ufficiale di nome Krüger, riunisce gli «altri» e dice: «Vi avviso che stanotte trasporteremo gli ebrei in un campo di lavoro. Prego scusare se ci sarà un po' di disturbo». E agli ebri tramite l'interprete, la signora Rosenberg: «stanotte partite per un campo di lavoro che è a duecento chilometri. Restano, per il momento nonno Fernandez e i suoi tre nipotini. Troveremo per loro un mezzo di trasporto più comodo».
Il viaggio notturno degli ebrei di Meina non è lungo duecento chilometri, termina appena fuori il paese, in riva al lago. I tedeschi li fanno scendere, ordinano agli uomini di togliersi la giacca (hanno una lunga esperienza, una tecnica precisa, evitano le fatiche inutili come quella di togliere le giacche ai cadaveri da affondare nel lago). Poi li uccidono a colpi di rivoltella alla nuca, gli legano dei pietroni al collo con funicelle di acciaio, li buttano in acqua. E stato un lavoro notturno affrettato: le correnti del lago slegano i pietroni, l'indomani i cadaveri affiorano, i pescatori si avvicinano. Una barca ne traina due a riva mentre passa in bicicletta da Arona la signorina Galliani, frequentatrice dell'hotel Meina: «Ma li conosco» dice «lui è un Fernandez, lei è la signora Maria Mosseri». Arrivano i carabinieri. «Via», dicono, «lasciate stare. I tedeschi non vogliono che ci occupiamo di questa faccenda».
Nella notte fra il 23 e il 24 vengono trucidati il nonno Fernandez e i nipotini. Si odono gli urli dei bimbi, le implorazioni del vecchio, gli spari. La macabra pesca continua. Se affiora un cadavere, le SS lo raggiungono in barca e lo sventrano con le baionette perché si riempia d'acqua. Poi trovano un metodo più sicuro: li trascinano a riva e li bruciano con i lanciafiamme.
Negli altri paesi l'eliminazione avviene giorno per giorno.
Un rapporto dei carabinieri del 30 settembre dà queste cifre di ebrei uccisi e gettati nel lago: Arona 4, Meina 12, Stresa 4, Baveno 14. Forse non è la cifra esatta, ma non è questo che conta. L'ordine di uccidere è arrivato a Baveno da Milano, dal capitano Saewecke.
La lezione di Meina.
La strage degli ebrei sul lago Maggiore dà agli italiani del settembre la lezione agghiacciante del genocidio. Lezione diretta, inequivocabile, che dovrebbe mettere fine alle mormorazioni, ai dubbi. Ma l'incredulità è tenace, l'italiano, come gli altri occupati, come il mondo, non vuole credere a un delitto cosi fuori di misura. Da noi le voci sulla persecuzione sono arrivate da alcuni anni; poi il sospetto del massacro, portato dai nostri soldati, reduci dal fronte russo o dai Balcani. Tutti quegli ebrei deportati; gli altri usati come schiavi; e dietro qualcosa di spaventoso, di inconfessabile.
“Un ebreo vestito di nero correva agitando un bastone; allontanava i bambini dalla tradotta, sapeva che i tedeschi sparavano senza pietà. Una ragazza passando lungo la nostra tradotta senza mai sostare, con voce calda, lontana, ripeteva in latino una preghiera: chiedeva pane. Era un'ombra, sembrava uscita da un mondo di bestie” (da “La guerra dei poveri” di Nuto Revelli).
Il diarista italiano che vede e scrive in una stazione polacca, nell'estate del 1942, arriva a immaginare un mondo di bestie, non lo sterminio burocratizzato e scientifico delle camere a gas. I reduci come lui raccontano, ma nell'Italia del 1943 l'opinione pubblica non può pensare la «soluzione finale», cioè lo sterminio di un popolo intero, donne vecchi e bambini. Non ci pensano neppure gli ebrei italiani, anche se ospitano dei correligionari austriaci, cecoslovacchi e francesi sfuggiti al massacro. Nessuno ha visto con i suoi occhi, tutti pensano che «qui non succederà». Molti israeliti italiani non ci credono neppure dopo Meina, neppure nei primi mesi della repubblica fascista. Ce ne sono che si rivolgono al ministro fascista Buffarini Guidi per sapere se è proprio vero. La guida politica della comunità ebraica italiana è mediocre, ferma su posizioni di prudentissima rassegnazione.
Dopo Meina si dà la caccia all'ebreo in tutte le provincie italiane, negli stessi giorni si fa la retata degli israeliti francesi riparati nella valle Gesso, vicino a Cuneo, al seguito della IV armata. Sono circa 900, ne vengono catturati 493, solo 25 sopravviveranno alla deportazione. Caccia ai 55.000 ebrei fra locali e forestieri che si trovano in Italia. I tedeschi occupanti non hanno bisogno di una istruzione particolare: il generale SS, Karl Wolff ha partecipato alla strage in Polonia; il suo braccio destro generale Wilhelm Harster ha eliminato giudei in Olanda; a Trieste c'è Odilo Globocnik, colui che ha insegnato a Adolf Eichmann, il grande organizzatore dell'eccidio, come si possono usare le camere a gas.
(da “Storia dell’Italia partigiana” di Giorgio Bocca)
Rebecca Behar, Becky, sopravvissuta alla strage di Meina e degli ebrei dal Lago Maggiore del settembre-ottobre 1943, quando aveva poco più di tredici anni, ha dedicato gran parte della sua vita a portare testimonianza di quei tragici avvenimenti in ogni dove e soprattutto nelle scuole. Assieme al marito Paolo, ha incontrato migliaia di studenti, ha raccontato la sua storia ovunque, si è battuta per la verità contro ogni tentativo di strumentalizzazione e banalizzazione, contro ogni forma di razzismo, per salvare la memoria e la dignità di chi in quella orrenda strage scomparve nel nulla.
La sua voce era roca e dolcissima allo stesso tempo, preziosa e insostituibile.
Era cittadina onoraria di Trecate, di cui era cittadina onoraria.
Dal suo prezioso diario che ha lasciato:
“Era la camera 410, ultimo piano. Noi eravamo sei: i miei genitori, mia sorella, i miei fratelli. Ci spinsero dentro e c’erano altri sedici ospiti dell’albergo, sprangarono la porta con una sentinella dietro. Cedemmo i materassi agli anziani. C’era chi piangeva, chi pregava, i grandi provavano a farci coraggio. Fuori si sentivano urla, ordini, un gran via vai di tedeschi.
Dopo due giorni una SS, nemmeno ventenne, mi prese da parte e mi chiese: come ti chiami? Becky risposi. E lui: tu sei ebrea, un giorno ti sposerai, farai dei figli ebrei e saranno tutti nemici della grande Germania”.
Fu un massacro ... a Sant'Anna di Stazzema
Il Presidente della Repubblica ha dichiarato:
«Sant’Anna di Stazzema è uno dei luoghi simbolo della tragedia della Seconda Guerra Mondiale in cui affondano le radici più profonde dei valori della Costituzione repubblicana. Un luogo di memoria, di dolore immenso, insensato e ingiustificabile, divenuto emblema di riscatto civile, di ribellione alla violenza più feroce e disumana, di solidarietà, di ricostruzione morale e sociale.
E’ un dovere per la nostra comunità ricordare quanto avvenne settantanove anni or sono a Sant’Anna e nelle altre frazioni di Stazzema, quando militari nazisti delle SS, sostenuti da fascisti locali, misero in atto una delle stragi più efferate del conflitto.
Fu un massacro di vite innocenti. Donne, anziani, bambini - ben oltre cinquecento - vennero uccisi senza pietà. Tanti i corpi bruciati e resi irriconoscibili.
L’Europa toccò il fondo dell’abisso. Neppure l’infamia della rappresaglia poteva giustificare lo sterminio, la strategia dell’annientamento.
Da quegli abissi sono ripartiti il cammino del popolo italiano e del Continente europeo e spetta a ciascuno custodire e consegnare il testimone della memoria alle generazioni più giovani perché possano essere consapevoli protagoniste di un futuro responsabile in cui non siano più messi a rischio i valori della persona umana». Roma, 12/08/2023
Il presidente tedesco, il 26 maggio 2020, aveva nominato cavalieri due sopravvissuti alla Strage di Stazzema, Enrico Pieri ed Enio Mancini. Enrico Pieri ed Enio Mancini all'epoca dell'eccidio nazista avevano 10 e 6 anni. Il presidente federale tedesco Frank-Walter Steinmeier aveva conferito l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Federale di Germania (Verdienstkreuz am Bande) "per le particolari benemerenze acquisite verso la Repubblica Federale di Germania" ai due superstiti. Lo aveva comunicato direttamente agli interessati con una lettera l'ambasciata tedesca a Roma.
Nell'eccidio nazista del 12 agosto 1944 a S.Anna furono trucidati 560 civili, fra cui donne, anziani e bambini. Enrico Pieri aveva 10 anni ed ebbe la famiglia sterminata. Ennio Mancini aveva 6 anni e si salvò in una fase del rastrellamento.
I nazisti in ritirata fanno saltare i ponti di Firenze
Agosto 1944
Gli Alleati avanzano verso nord nell’Italia centrale.

Il 6 agosto i milleseicento partigiani della divisione Garibaldi entrano in azione nelle operazioni per la liberazione di Firenze (verrà liberata il 12 agosto).
Il 5 agosto la Wehrmacht aveva disposto l'evacuazione di Stazzema, paesino in provincia di Lucca ai piedi delle Alpi Apuane. Come in molti altri casi soltanto una parte della popolazione aveva obbedito all' ordine; anzi fino a quel giorno fatale, in seguito al diffondersi di voci tranquillizzanti, non soltanto fecero ritorno alle proprie case un gran numero di donne e bambini, ma si rifugiarono a Sant' Anna anche numerosi sfollati provenienti da altre frazioni. La sera dell'11 agosto i tedeschi, che ritirandosi oppongono una forte resistenza e si abbandonano ad ogni sorta di eccidi, emanano un ordine (in tedesco Bandenunternehmen) per «l'impiego delle truppe contro le bande» considerando tutti quelli che abitavano nelle zone di montagna come dei «partigiani».
L'unità della XVI divisione, in cui erano inquadrati anche soldati italiani delle SS, si muoveva verso Sant' Anna da quattro direzioni. Entrò in azione anche un discreto numero di collaborazionisti, almeno una quindicina. Guidarono i nazisti per le impervie mulattiere che portavano a Sant'Anna, si caricarono sulle spalle cassette di munizioni.
Il 12 agosto del ’44 fu un massacro.
All’alba del 12 agosto, reparti di SS, in tutto alcune centinaia, in assetto di guerra, salirono a Sant’Anna.


Li ammassarono prima contro la facciata della chiesa, poi li spinsero nel mezzo della piazza, una piazza non più lunga di venti metri e larga altrettanto, una piazza di tenera erba, tra giovani piante di platani, chiusa tra due brevi muriccioli;

e quando puntarono le canne dei mitragliatori contro quei corpi li avevano tanto vicini che potevano leggere negli occhi esterrefatti delle vittime che cadevano sotto i colpi senza avere tempo nemmeno di gridare.
Breve è la giustizia dei mitragliatori; le mani dei carnefici avevano troppo presto finito e già fremevano d’impazienza. Così ammassarono sul mucchio dei corpi ancora tiepidi e forse ancora viventi, le panche della chiesa devastata, i materassi presi dalle case, e appiccarono loro fuoco.
E assistendo insoddisfatti alla consumazione dei corpi spingevano nel braciere altri uomini e donne che esanimi dal terrore erano condotti sul luogo, e che non offrivano alcuna resistenza.
Intanto le case sparse sulle alture, le povere case di montagna, costruite pietra su pietra, senza intonaco, senza armature, povere come la vita degli uomini che ci vivevano erano bloccate.
Gli abitanti erano spinti negli anditi, nelle stanze a pianterreno e ivi mitragliati e, prima che tutti fossero spirati, era dato fuoco alla casa; e le mura, i mobili, i cadaveri, i corpi vivi, le bestie nelle stalle, bruciavano in un’unica fiamma. Poi c’erano quelli che cercavano di fuggire correndo fra i campi, e quelli colpivano a volo con le raffiche delle mitragliatrici, abbattendoli quando con grido d’angoscia di suprema speranza erano già sul limitare del bosco che li avrebbe salvati.
Poi c’erano i bambini, i teneri corpi dei bimbi a eccitare quella libidine pazza di distruzione. Fracassavano loro il capo con il calcio della «pistol-machine », e infilato loro nel ventre un bastone, li appiccicavano ai muri delle case. Sette ne presero e li misero nel forno preparato quella mattina per il pane e ivi li lasciarono cuocere a fuoco lento. E non avevano ancora finito.
Scesero perciò il sentiero della valle ancora smaniosi di colpire, di distruggere, compiendo nuovi delitti fino a sera.
A mezzogiorno tutte le case del paese erano incendiate; i suoi abitanti fissi e gli sfollati erano stati tutti trucidati. Le vittime superano di gran lunga i cinquecento, ma il numero esatto non si potrà mai sapere.
"Alcuni scampati all’eccidio erano corsi in basso a portare la notizia agli abitanti della pianura raccolti in gran numero nella conca di Valdicastello. La notizia la portavano sui loro volti esterrefatti, nelle parole monche che erano appena capaci di pronunciare e dalle quali chi li incontrava capiva che qualcosa di terribile era accaduto pur senza immaginare le proporzioni. Della verità cominciarono invece a sospettare nelle prime ore del pomeriggio quando le prime squadre di assassini scendendo dalle alture di Sant’Anna, si annunciarono sull’imbocco della vallata a monte del paese.
Li sentivano venir giù precipitosi,accompagnati dal suono di organetti e di canzoni esaltate, e quel ch’è peggio dal rumore di nuovi spari, da nuove grida, che non convinti di aver ben speso quella giornata, i tedeschi la completavano uccidendo quanti incontravano sul sentiero della montagna.
Alcuni che al loro passaggio s’erano nascosti nelle antrosità della roccia vi furono bruciati dentro dal getto del lanciafiamme. Una donna che correva disperata portando in salvo la sua creatura, raggiunta che fu, le strapparono dalle braccia il prezioso fardello, lo scagliarono nella scarpata e lei stessa l’uccisero a colpi di rivoltella nel cranio.
Molti altri furono raggiunti dalle raffiche di mitragliatori mentre fuggivano saltando per le balze della montagna, come capre selvatiche contro le quali si esercitava la bravura del cacciatore. Quando i tedeschi raggiunsero Valdicastello cominciando a rastrellare gli abitanti, il paese era già stretto dall’angoscia; gli abitanti serrati nelle case e nascosti alla meglio; la strada deserta; tutti oppressi da un incubo di morte. Il passaggio dei tedeschi dal paese si chiuse con la discesa del buio sulla valle, dopodiché ottocento uomini erano stati strappati dalle case e condotti via, e un’ultima raffica di mitragliatrice accompagnata da un suono più sguaiato e atroce di organetto, aveva tolto la vita ad altri quattordici infelici, scelti a caso».

Alla fine le vittime di questa strage furono 560, tra cui molti anziani, donne e bambini.

Quella mattina la furia omicida si scatenò anche contro una bambina di 20 giorni, Anna Pardini: morirà un mese dopo, troppo piccola per sopravvivere alle ferite.


Nella piccola chiesa di Sant’Anna di Stazzema, il 29 luglio 2007, per la prima volta dopo 63 anni, sono tornate a suonare le note di un organo. Quello preesistente fu distrutto, a scariche di mitra, durante la strage nazista del 12 agosto 1944 e non fu più sostituito. Il dono del nuovo organo è il frutto della sensibilità e dell’impegno di due musicisti tedeschi di Essen, i coniugi Maren e Horst Westermann, i quali, da un lustro, raccolgono fondi in Germania e in Italia organizzando concerti espressamente finalizzati a questo scopo.
29 settembre 1938: la conferenza di Monaco
«Hanno scelto il disonore per evitare la guerra, avranno il disonore e la guerra» Winston Churchill

Per le dittature in Europa, un modo per uscire dalla crisi del 1929 è quello di preparare la guerra.
La svolta avviene nel 1936. In marzo, il Reich occupa la zona smilitarizzata della Renania, in flagrante violazione delle clausole del trattato di Versailles; in ottobre la Germania e l’Italia firmano un protocollo che preconizza la realizzazione di una grande intesa antibolscevica. Il 1° novembre, Mussolini parla di un «asse Roma Berlino».

L’intervento delle dittature al fianco dei nazionalisti spagnoli, primo frutto dell’alleanza, fa apparire la guerra di Spagna come la prova generale del futuro conflitto mondiale.

Di fronte alle azioni di forza hitleriane, quando tra l’estate del 1936 e la primavera del 1939 quattro stati europei perdono la loro indipendenza, le democrazie rifiutano di intervenire militarmente. L’anno 1937, che sembra dare ragione ai governi pacifisti, non è che un momento di calma. Dal novembre 1937, durante una conferenza segreta (*), Hitler mette al corrente i suoi generali e ministri dei suoi intenti di lungo termine, nel momento che Mussolini dichiara che «l’Italia è stanca di fare da guardia per l’indipendenza dell’Austria»: la via per l’Anschluss è aperta. L’11 marzo 1938, il cancelliere austriaco Schuschnigg è costretto a dare le dimissioni per lasciare il posto al filonazista Seyss-Inquart; il 12, l’Austria viene occupata e l’Anschluss ratificata dalla popolazione dei due paesi. Le democrazie condannano senza intervenire.
Forte dei successi, Hitler si rivolge verso la Cecoslovacchia, stato multinazionale creato nel 1919 dallo smembramento dell’impero austro-ungarico. In un violento discorso il Führer rivendica la riannessione al Reich dei Sudeti, territorio dove risiedono tre milioni di abitanti di origine germanica. La guerra sembra imminente: si mobilizza la Cecoslovacchia, la Francia, l’Italia, l’U.R.S.S. e la Germania richiamano i loro riservisti. All’ultimo momento, sir Chamberlein, primo ministro inglese, ottiene da Hitler il consenso per la convocazione di una conferenza internazionale. Il 29 settembre 1938, Hitler, Mussolini, Daladier, primo ministro francese, e Chamberlain si ritrovano a Monaco senza che l’U.R.S.S. e la Cecoslovacchia, direttamente interessate, siano state invitate. Per evitare la guerra, Daladier e Chamberlain accordano a Hitler tutti i territori rivendicati.

A Parigi come a Londra, un grande entusiasmo popolare saluta il ritorno dei negoziatori. Léon Blum, al contrario, ritiene gli accordi di Monaco il prezzo di un «codardo sollievo». La Francia ha perso il prestigio dei suoi alleati orientali.
Quando il primo ministro inglese Chamberlain definì «la pace per i nostri tempi» gli accordi di Monaco,

Churchill dichiarò: «Hanno scelto il disonore per evitare la guerra, avranno il disonore e la guerra».
L’annessione dei Sudeti non è che il preludio a quello dell’intera Cecoslovacchia. All’indomani della Conferenza di Monaco, inizia lo smembramento dello Stato cecoslovacco: la Polonia e l’Ungheria estendono i loro territori. La Slovacchia di Tiso, alleato del Reich, proclama la sua indipendenza, e la Germania fonda un «protettorato di Boemia-Moravia». La Cecoslovacchia non esiste più.
(*) il resoconto di questa riunione è chiamato “protocollo Hossbach”.
Il “protocollo Hossbach”
Il 5 novembre 1937, Hitler riunì segretamente i suoi pricipali collaboratori. Nel resoconto di questi colloqui, conosciuto come “protocollo Hossbach”, dal nome del colonnello che trascrisse fedelmente il lungo monologo del Führer, sono sviluppati e specificati i temi contenuti nel Mein Kampf del 1924. La Germania doveva conquistare con la forza uno spazio vitale (Le-bensraum) nell’Europa orientale, in modo da assorbire la sua eccedenza demografica; L’obiettivo primario è dunque quello di «abbattere in un sol colpo l’Austria e la Cecoslovacchia» per proteggere il Reich e accrescere le sue risorse. Solo nel 1943, secondo i calcoli del Führer, quando la Germania avrà raggiunto la piena potenza militare, si potrà intraprendere lo scontro ineluttabile con la Francia.
La costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale

La giornata del 9 settembre 1943, mentre la divisione Granatieri era impegnata nella difesa ad oltranza del ponte della Magliana, nella città, abbandonata a se stessa, in mezzo alla ridda delle voci contrastanti, i gruppi politici antifascisti cercavano faticosamente d'orientarsi sulla situazione e di prendere contatto con gli organi del governo Badoglio. Il Comitato delle opposizioni delega a questo scopo nelle prime ore del mattino Bonomi e Ruini, i quali si recano al Viminale e vi apprendono la notizia della fuga del re. Li ha preceduti una missione dell' Associazione combattenti richiedendo la distribuzione di armi per potersi battere a fianco dell'esercito. La richiesta, benché appoggiata dagli emissari del Comitato delle opposizioni è «respinta con un no freddo. Anzi qualcuno aggiunge che non bisogna esasperare gli invasori».
Posto di fronte alla più drammatica delle situazioni, con la sensazione di avere dinnanzi a sé il vuoto più assoluto d'ogni «autorità costituita» il Comitato delle opposizioni reagisce immediatamente; constatando la frattura decisiva determinata dall'8 settembre e traendo da questa constatazione l'indicazione delle sue nuove responsabilità, alle ore 14,30 esso approva la seguente mozione:
“Nel momento in cui il nazismo tenta restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni.”
L’esordio del CLN
12 settembre 1943, il CLN approva il seguente ordine del giorno:
“Il Comitato di liberazione nazionale constata dolorosamente che l'abbandono del loro posto da parte del sovrano e del capo del governo ha intaccato e distrutto la possibilità di resistenza e di lotta da parte dell'esercito e del popolo, e decide per la riscossa e per l'onore italiano”.
Dopo la nuova situazione creata dalla costituzione del governo fantoccio fascista e dalla dichiarazione di guerra alla Germania da parte del governo Badoglio, la prima discussione che si svolge nell'ambito del CLN è necessariamente quella dei rapporti da stabilirsi col regno del Sud, e verte, né può essere altrimenti, sul problema istituzionale.
16 ottobre 1943, il CLN prende una posizione autonoma:
“Il Comitato di liberazione nazionale, di fronte all'estremo tentativo mussoliniano di suscitare dietro la maschera di un sedicente stato repubblicano, gli orrori di una guerra civile, non ha che da riconfermare la sua più recisa e attiva o pposizione ... Di fronte alla situazione creata dal re e da Badoglio, con la formazione del nuovo governo, con gli accordi da esso conclusi con le Nazioni Unite e i propositi da esso manifestati, afferma che la guerra di liberazione – primo compito e necessità suprema della riscossa nazionale - richiede la realizzazione d'una sincera e operante unità spirituale del paese e che questa non può farsi che sotto l'egida dell'attuale governo costituito dal re e da Badoglio; che deve essere promossa la costituzione di un governo straordinario che sia l'espressione di quelle forze politiche le quali hanno costantemente lottato contro la dittatura fascista e fino dal settembre 1939 si sono schierate contro la guerra nazista.
Il C.LN. dichiara che questo governo dovrà:
1) assumere tutti i poteri costituzionali dello Stato, evitando pero .ogni atteggiamento che possa compromettere la concordia della nazione e pregiudicare la futura decisione popolare;
2) condurre la guerra di liberazione a fianco delle Nazioni Unite;
3) convocare il popolo, al cessare delle ostilità, per decidere sulla forma istituzionale dello Stato.”
In questa fase il CLN centrale è costituito da un gruppo ristretto di dirigenti politici ed è più un organo di collegamento fra i singoli partiti antifascisti che un vero organo collettivo, strettamente legato al movimento che viene dal basso, alla lotta popolare armata (come s'avvia invece a divenire, sia pure in condizioni ambientali diverse, il CLN di Milano).
Elaborazione da “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia Einaudi 1964
11 settembre 1943: la battaglia di Salerno
Mentre una nuova Italia s'annunciava dalle rovine nel golfo di Salerno la battaglia era giunta al suo momento critico.
La città era terra di nessuno. Le artiglierie piazzate sulle colline l'avevano sotto il tiro e i tedeschi vi facevano frequenti contrattacchi, impegnando battaglia nelle strade.
Gli inglesi entrarono a Salerno nel pomeriggio dell'undici settembre ma senza occuparla stabilmente. Il porto era inservibile e quindi il possesso della città aveva una importanza molto relativa. L'epicentro della battaglia era più a Sud.
A tappe forzate stavano giungendo sul campo gli effettivi di quattro Divisioni che il maresciallo Kesselring faceva affluire dal Napoletano e dalla Calabria. La situazione della V Armata si faceva sempre più critica.
A tre giorni dallo sbarco gli Alleati non erano ancora riusciti a colmare la breccia al centro del loro schieramento e perdevano terreno per effetto dei contrattacchi tedeschi. In questo varco, alla confluenza del fiume Sele col Calore, Kesselring fece il massimo sforzo nel tentativo di tagliare in due la testa di ponte e ricacciare in mare gli Alleati.
L'attacco tedesco cominciò il 12 settembre e continuò per tutta la giornata del 13. Convergendo verso Persano sul Sele, carri armati e fanterie si spinsero avanti obbligando gli americani a ripiegare verso la spiaggia, malgrado l'appoggio dell'aviazione.
La lotta fu particolarmente accanita attorno a un vecchio tabacchificio che i tedeschi trasformarono in trappola per i carri armati americani. Ne fecero entrare parecchi, uno a uno, e li distrussero col lancio delle granate a mano e col tiro dei «panzerfaust».
Il 13 settembre i tedeschi erano ormai vicinissimi al mare. Quella sera gli americani ebbero la sensazione della disfatta e Kesselring credette di avere la vittoria a portata di mano. Clark allora chiese per la notte successiva l'intervento della Divisione aviotrasportata rimasta di riserva in Sicilia.
Clark aveva portato a terra il comando. Per evitare che, com'era accaduto in Sicilia, si sparasse contro i paracadutisti, ordinò che il fuoco d'artiglieria cessasse a mezzanotte meno cinque.
Il 14 settembre cominciò la riscossa alleata. Tutta l'aviazione del Nordafrica e della Sicilia si rovesciò sulla testa di ponte sconvolgendo le retrovie del nemico.
Intanto le navi da guerra inglesi serravano sotto la costa aprendo un fuoco terrificante.
Sotto quelle bordate lo slancio dei tedeschi si spense.
Essi avevano perduto la grande occasione di ributtare in mare l'avversario.
Clark aveva di nuovo in mano la situazione e rilanciava l'offensiva. Le sue Divisioni riconquistavano uno ad uno i paesi che avevano dovuto sgomberare. La battaglia di Salerno era vinta.
Bibliografia:
Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966
il regno del Sud

Uno dei punti oscuri del dopo 8 settembre 1943 e dopo la fuga del re Vittorio Emanuele III
(il cui potere era limitato ad appena quattro province, Lecce, Taranto, Brindisi e Bari, mentre tutto il resto dell'Italia del Sud era sotto l'autorità illimitata dell'AMGOT, Governo militare alleato 'per i territori occupati), fu il fatto che si tardò circa un mese a dichiarare guerra alla Germania. Un ritardo tale da produrre o da aumentare la diffidenza degli stessi alleati, da suscitare persino la sorpresa di Eisenhower. In occasione della firma del lungo armistizio a Malta (29 settembre), fu proprio lui, straniero, a ricordare a Badoglio la sorte che toccava agli italiani ancora in divisa militare, fucilati come partigiani dai tedeschi: «Dal punto di vista alleato la situazione può anche restare com'è attualmente, ma per difendere questi uomini, nel senso di farli divenire combattenti regolari, sarebbe assai più conveniente per l'Italia dichiarare la guerra». La risposta di Badoglio, di fronte a un argomento così perentorio fu quanto mai elusiva:« Questo punto di vista è già stato considerato, ma si ritiene che in questo momento il governo italiano abbia influenza sopra una frazione troppo piccola del territorio nazionale per poter fare questa dichiarazione». Pretesto, come ognuno vede, ben magro e in contraddizione flagrante col proclama del 13 settembre (nel messaggio trasmesso al popolo italiano il 13 settembre, Vittorio Emanuele III, dopo aver giustificato la propria fuga coll'intento d'evitare «più gravi offese a Roma capitale intangibile della patria» annunciò che «tornerà a splendere la luce eterna di Roma e d'Italia ... essendo il vostro re ieri come oggi sempre con voi indissolubilmente legato al destino della nostra patria immortale»).
Eppure la dichiarazione di guerra, anche se cosi' ritardata, anche se strappata a stento (il vecchio sovrano solo l’11 ottobre dopo una lunga discussione si decide a far notificare alla Germania, tramite l'ambasciatore a Madrid, che« l'Italia si considera dalle ore 15 del giorno 13 ottobre in stato di guerra colla Germania»), resta tuttavia il fatto nuovo e positivo che apre una nuova possibilità di vita al governo del Sud, che sblocca sul piano internazionale la situazione. Ad essa segue l'immediato riconoscimento dell'Italia come potenza cobelligerante, la sanzione delle potenze alleate a un governo che prima era si può dire incerto su tutto, anche sulla propria esistenza:
“I governi della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica riconoscono la posizione del R. Governo italiano cosi com'è stata delineata dal maresciallo Badoglio e accettano la collaborazione attiva della nazione italiana e delle sue forze armate come cobelligeranti nella guerra contro la Germania”.
da “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia Einaudi 1964
I militari italiani internati nei lager nazisti
8 settembre 1943 - 8 settembre 2023
«Debbo di necessità limitarmi ad alcuni aspetti essenziali del problema storico rappresentato dalla vicenda dei militari italiani internati nei lager nazisti dopo l'8 settembre 1943. Più che sugli episodi vorrei porre l'accento sulla portata e il significato di questa vicenda.
Desidero anzitutto precisare la dimensione di questo fenomeno dell'internamento: si tratta di una massa considerevole di militari, oltre seicentomila. I dati di fonte tedesca sono imprecisi e oscillano dai seicentomila ai settecentomila. Sono le vittime della catastrofe militare dell'8 settembre. L'armistizio li ha sorpresi nel vasto scacchiere di guerra, nel quale sono presenti le forze armate italiane, dalla Francia alla penisola balcanica, alle basi navali dell'Atlantico e del Baltico, ai comandi tappa della Polonia. Sono stati coinvolti i reparti della madrepatria, specie nell’Italia centrale e settentrionale, che non sono riusciti sottrarsi alla cattura. Si tratta di giovani delle classi più attive e più valide della popolazione. Sono le vittime doloranti del disastro dell'8 settembre. Vi sono tra di loro gli scampati agli eccidi di Cefalonia, Corfù, Spalato, Lero.
momenti di vita degli IMI nei lager nazisti
Questa massa imponente di militari viene deportata in Germania. Gli ufficiali sono divisi dai soldati; gli ufficiali superiori dagli inferiori. Hitler dispone che gli ufficiali siano trasferiti per punizione in Polonia, nei campi peggiori già abitati dai prigionieri russi. Anche in Germania normalmente sono assegnati agli internati italiani i lager dove erano stati i russi, lager che il Comitato internazionale dello Croce Rossa ha dichiarato inabitabili. A centinaia di migliaia vi erano morti i russi, decimati dalle epidemie e dai patimenti. Le fosse comuni dei russi sono il panorama abituale al di là dei reticolati.
Nella gerarchia dei militari prigionieri dei tedeschi i russi sono all'ultimo posto e gli italiani al penultimo: russi e italiani sono stati privati delle garanzie previste dalle convenzioni internazionali e dell'assistenza del Comitato internazionale della Croce Rossa. Naturalmente i campi degli internati militari italiani non sono paragonabili a quelli più spaventosi, in cui furono concentrati i deporti politici e gli ebrei per esservi massacrati. Ma anche in questi campi finirono alcuni militari.
Mussolini ebbe a dichiarare che si sarebbe dovuto vergognare se dagli internati militari non avesse potuto trarre almeno ventimila volontari per le sue forze armate. Dovette vergognarsi anche in questo caso, perché non riuscì ad arruolare nel ricostituito esercito fascista ventimila internati e dovette ricorrere allo stratagemma di inviare all'addestramento in Germania militari reclutati in Italia. Sottoposti a ripetute richieste di adesione alle formazioni SS, all'esercito tedesco e a quello fascista, oltre il 90 per cento dei militari italiani internati (le statistiche del Ministero della Difesa parlano del 99 per cento) oppose netto rifiuto. Non vi era nessuna comunicazione fra i diversi lager, ma ovunque il comportamento degli internati italiani fu identico.
Lo sconcerto e la preoccupazione per le ripercussioni che l'episodio avrebbe potuto avere in Italia, sono ampiamente testimoniati nel carteggio di Mussolini con Hitler utilizzato dal Deakin per la sua storia della repubblica di Salò.
Mi sembra che su questo rifiuto ci si debba soffermare per analizzarne le motivazioni e per sottolineare che le decisioni furono da ciascuno prese individualmente e sapendo bene a che cosa si andava incontro.
Vorrei citare due sole testimonianze, quella di un soldato, che non aderì, e quella di un ufficiale, che, non avendo aderito inizialmente, aderì in seguito, perché va ricordato, che fino all'ultimo giorno di guerra rimase aperta la possibilità di uscire dal lager aderendo.
Scrive nel suo diario il primo: "Il tedesco con voce stridula grida e l’interprete traduce: 'Chi non è fascista alzi la mano'. Eravamo in duemila, consapevoli che stavamo per decretarci un destino di sofferenze e forse di morte ma tutti, non uno escluso, abbiamo alzato la mano: era una selva di braccia e in quell'istante ci siamo sentiti tutti noi”. L'ufficiale domanda ancora: “Da dove vengono?” “Da tutti i fronti: è la risposta”.
L'ufficiale, che fini per aderire, era un ufficiale di marina. Al rientro in Italia scrisse una relazione, che fu presentata a Mussolini e che ora è conservata nell'Archivio centrale dello Stato a Roma, "Il generale” egli scrive “ci disse alcune parole: aderendo si aveva il trattamento dei soldati e dell'ufficiale tedesco che mangia bene ed è ben pagato. Coloro che non avessero voluto aderire sarebbero stati oramai abbandonati al loro destino e avrebbero pensato la fame e l'inverno polacco a servirli. Questo discorso fatto a gente che, affamata, scarsamente coperta, stava più di un'ora all'aperto a parecchi gradi sotto zero, ebbe un effetto deleterio. Ci prese una tristezza ed uno scoraggiamento infinito; ci si chiedeva di essere dei mercenari, perché non della Patria ci si parlava, ma del soldo e del vitto. Non della fratellanza che sola in tanta sciagura avrebbe dovuto risollevare dal fango l'Italia, ma un italiano minacciava altri italiani di essere abbandonati al loro destino”.
“La fame e l'inverno polacco avrebbero pensato a minare dei fratelli. Anche chi come il sottoscritto era pronto ad aderire e non desiderava altro che ritornare uomo e soldato sentì un moto di ribellione in se stesso. Aderirono su circa 2000 ufficiali 160 circa, di cui la maggior parte malati gravi, invalidi e vecchi. I giovani dicevano apertamente che aveva vinto la fame”.
In questo rifiuto massiccio del fascismo (la percentuale più alta indicata nella relazione citata si deve a particolari condizioni di vita di quel lager) ci sono alcuni motivi, che vanno precisati.
Si tratta di una parte notevole della gioventù italiana, che non ha avuto esperienza politica che quella del fascismo, che ha vissuto fino in fondo di persona la guerra disastrosa, dalla campagna di Grecia alla ritirata di Russia e oltre, ed ha, nella catastrofe, individuato le responsabilità del regime e dei suoi capi e capito che la guerra non poteva non essere che la naturale conclusione del ventennio. Al rifiuto di continuare la guerra a fianco dei nazisti e dei fascisti si arriva attraverso questa amara esperienza dei frutti del fascismo. In tutti è preponderante il rifiuto del fascismo come esperienza storica irrevocabilmente chiusa con il disastro e la vergogna.
Anche se all'inizio non vi è nella massa degli internati una chiara coscienza politica (la fedeltà al governo legittimo è per molti ancora il primo argomento), vi è però in tutti la consapevolezza che una generale risposta negativa al fascismo e al nazismo ha il significato di una rottura con il passato, di una scelta, che ha il valore di un plebiscito politico da parte di una generazione che per la prima volta viene direttamente e individualmente interpellata, sia pure in una grave situazione di costrizione esterna.
Il contatto con le altre vittime del nazismo, specie in Polonia (popolazione civile, ebrei, deportati), dà alla decisione il significato di uno schieramento con il resto dell’Europa, che lotta contro l'occupante. È un ritorno nella grande famiglia dei popoli europei, dalla quale il fascismo aveva cercato di distaccare il popolo italiano. La presenza degli internati·italiani nei lager internazionali ha questo carattere provvidenziale.
La lotta contro l'adesione è lotta anche contro se stessi; la fame, il freddo, la paura delle epidemie, la morte; ma anche la nostalgia di casa, specie dopo la notizia del rientro degli aderenti. Questa lotta va condotta ogni giorno, con decisione perché ogni giorno è possibile farla finita e uscire dal lager sottoscrivendo l'adesione. Si tratta di una lotta attiva, che vede tutti impegnati. Nuclei clandestini sostengono i propri compagni con un'adeguata propaganda e con direttive di azione. Sono composti di antifascisti, giovani e anziani, intellettuali e operai, militari effettivi. Tra coloro che hanno fatto una scelta politica precisa, troviamo in questa attività intensa e rischiosa cattolici e protestanti, accomunati nel giudicare il nazismo come il regno dell'anticristo e per i quali il rifiuto ha valore di impegno religioso. Mi sia concesso in questa sede di citare il nome del rettore Lazzati, che guidò la lotta contro l'adesione nei campi di Sandbostel e di Wietzendorf.
Questa lotta è condotta fino in fondo, in una condizione resa ancora più difficile dal fatto che i nazisti non riconoscono agli italiani la posizione giuridica di prigionieri di guerra e le autorità fasciste impedirono ogni intervento del Comitato internazionale della Croce Rossa, anche quando le autorità tedesche ebbero ceduto alle pressanti e ripetute richieste di Ginevra.
È una lotta affrontata come un combattimento, nel quale si può morire; un combattimento a oltranza, senza alternative morali, in condizioni fisiche sempre più precarie, perché a ogni rifiuto i tedeschi aggravano le condizioni di vita. Il numero dei caduti è di conseguenza elevato e proporzionalmente non ha riscontro se non tra i prigionieri russi. Non si è potuto accertare con esattezza il numero dei caduti. Ai trenta-quarantamila delle statistiche ministeriali vanno purtroppo aggiunti i dispersi, per i quali non raggiunta una documentazione di morte. In un recente viaggio in Polonia alla ricerca di documenti sugli internati militari italiani, trovai numerose relazioni sulla scoperta di fosse comuni con centinaia di massacrati e chiare testimonianze della loro nazionalità italiana. A Treblinka, il famigerato campo di sterminio, l'ultimo convoglio conservato con amore nella stazione (sulla quale campeggiano due scritte: "Non più guerre" – “Non più Treblinka”) ancora chiamato dai polacchi “il treno degli Italiani”. Non è tornato nessuno e non si sa neppure quanti fossero. I carri sono molti.
Dalla Conversazione tenuta da VITTORIO E. GIUNTELLA il 24 gennaio 1975 nell'Aula magna dell'Università Cattolica di Milano.
chi rimane e chi ritorna
Va anche detto che per molti il rimpatrio alla fine della guerra ha significato solo il venire a morire in Italia. Nel Cimitero militare di Merano sono sepolti internati militari morti in sanatorio negli anni successivi alla liberazione.
Gli episodi di questa resistenza, condotta fino allo stremo delle forze, sono tanti. Vi furono dei malati gravi che rifiutarono il rimpatrio condizionato all'adesione; vi furono degli internati, che rifiutarono il rimpatrio anche come lavoratori fascisti, con il solo obbligo di riconoscere la repubblica fascista; vi furono degli internati che scontarono la loro intransigenza nei campi di sterminio.
Gli internati ebbero notizia della Resistenza in Italia e questo tonificò la loro lotta, dando ad essa il carattere di un combattimento comune, per gli stessi ideali e con la stessa tenacia. Notizie dai lager giunsero alla Resistenza italiana, che riconobbe nella decisione degli internati, lo stesso animo e il medesimo ardore combattivo. Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia espresse il 27 marzo 1944 la sua solidarietà e la sua ammirazione agli internati che "in una suprema affermazione di dignità e di fierezza hanno voluto negare ogni collaborazione e prestazione al nemico"; “solidarietà e ammirazione", prosegue l'ordine del giorno "che è la solidarietà e l'ammirazione dei liberi e degli onesti di tutto il mondo".
"L'altra faccia della Resistenza", come l'ha chiamata Giorgio Bocca, "la meno nota, non la meno importante” ebbe rilievo anche nel determinare la scelta dello schieramento per migliaia di italiani, padri, madri, spose, figli, parenti di internati nei lager, e anche per coloro vano visto passare nelle stazioni italiane i carri piombati, che li trasportavano in Germania, e avevano assistito alla brutalità delle sentinelle tedesche.
L'internamento è, dunque, parte integrante della Resistenza e si può capire soltanto inquadrandolo in quella che è la generale ribellione degli italiani ai fascisti e ai nazisti».
Bibliografia:
1945/1975 ITALIA. Fascismo antifascismo Resistenza rinnovamento.
Conversazioni promosse dal Consiglio regionale lombardo nel trentennale della Liberazione.
Feltrinelli Editore aprile 1975
25 luglio 1943
La sera del 25 luglio 1943 alle ore 22 e 45 la radio annuncia che Mussolini è stato destituito e che il generale Badoglio, per incarico del Re, ha assunto il potere. Badoglio stesso legge il comunicato. Nel paese esplode il sentimento popolare di avversione per il regime, di entusiasmo, per la sua caduta, e la speranza di pace: nella notte la gente si riversa nelle vie e nelle piazze, i simboli del fascismo - statue e fregi, che hanno segnato il volto delle città italiane - sono divelti e distrutti.
A Milano la sede del partito fascista è incendiata, le case di alcuni gerarchi sono prese d'assalto. In realtà, a parte rari episodi, le violenze alle persone e alle abitazioni private furono molto limitate: si chiedeva invece con rabbia nelle piazze italiane la punizione degli uomini del regime e di Mussolini per primo, la confisca dei loro beni. Ma più ancora si chiedeva il pane, il lavoro e, soprattutto, la pace. La guerra era di fatto, e sempre più era sentita, come una guerra fascista. La caduta del fascismo veniva spontaneamente associata alla idea, alla certezza, che la guerra sarebbe finita.
E invece il generale Badoglio aveva pronunciato quelle parole, «la guerra continua ... l'Italia resta fedele alla parola data»: parole non prese in considerazione dagli italiani nel momento iniziale di euforia, ma che avrebbero dimostrato la loro pesante realtà. Perché, caduto Mussolini, la guerra continua?
A partire dall'autunno del 1942 - con la svolta decisiva nell'andamento della guerra - si avvertono i segni in Italia del distacco di tutti i centri di potere dal fascismo. Gli ambienti militari sono in fermento: l'insofferenza verso il fascismo è diffusa, la certezza della sconfitta incombe ormai sugli alti comandi, il mondo dell'economia, della grande industria e della finanza già inizia a ritessere rapporti con il capitalismo americano e preme sulla Corona per una liquidazione di Mussolini. Alcuni sondaggi verso gli inglesi sono stati già avviati alla fine del' 42. Gli americani guardano con favore ad ogni evoluzione della situazione italiana che porti il paese fuori dal conflitto e alleggerisca di conseguenza il peso delle operazioni militari in Europa. A questo fine la monarchia è un punto di riferimento obbligato, ben più dei partiti antifascisti e dell'antifascismo in esilio. Ma il sovrano, Vittorio Emanuele III, è diviso fra il desiderio di salvare la monarchia dissociandola dal fascismo, ponendo fine alla guerra, e il timore di compiere mosse che possano offrire a Mussolini il pretesto per liquidarlo e quindi temporeggia e aspetta che l'iniziativa venga dall'interno del fascismo stesso.
Il 19 luglio 1943 Roma subisce un pesante bombardamento: nei luoghi colpiti del quartiere San Lorenzo il Re è accolto con freddezza; il Papa Pio XII è acclamato dalla folla che invoca la pace.
In quegli stessi giorni Mussolini incontra Hitler a Feltre e tenta di persuaderlo a sciogliere l'Italia dall'alleanza di guerra, in cambio della neutralità. Ma Hitler gli impedisce perfino di esporre il suo disegno: il Führer intuisce che il crollo del fascismo è imminente e predispone piani per l'occupazione militare della penisola nell'intento di impegnare il più a lungo possibile gli alleati su un fronte lontano dal suolo tedesco.
Il 20 luglio il capo di stato maggiore Ambrosio, che ha partecipato all'incontro di Feltre, riferisce ad alcuni gerarchi fascisti, Bottai e Federzoni che ormai guidano il dissenso, i risultati disastrosi del colloquio con Hitler. Il sovrano è messo al corrente. Una riunione del Gran Consiglio è stata fissata da Mussolini per le ore 17 del 24 luglio: è l'occasione per l'offensiva dei dissidenti. Dino Grandi predispone un ordine del giorno con il quale si invita il governo a «pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione affinché Egli voglia per l'onore e la salvezza della Patria assumere con l'effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell'aria, secondo l'articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione, che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono».
È in sostanza la sfiducia a Mussolini. L'ordine del giorno chiede a quel Gran Consiglio che Mussolini ha voluto inserire nella struttura costituzionale dello Stato a garanzia della continuità del fascismo, di liquidare il fascismo e il suo capo, restituendo al Re i poteri che lo Statuto gli assegnava. Il sovrano è informato dell'iniziativa. La riunione del Gran Consiglio si svolge in un clima di grande tensione. Racconta Grandi: «Palazzo Venezia, il cortile, lo scalone, l'anticamera della sala dove si riunisce il Gran Consiglio è presidiato (il che non è mai accaduto) da reparti della milizia fascista in pieno assetto di guerra». Grandi reca con sé due bombe. La seduta dura dieci ore. Alle 3 della notte l'ordine del giorno è messo in votazione e approvato a grande maggioranza con 19 voti. Mussolini ha in sostanza subìto l'iniziativa: la sua unica possibilità sarebbe stata quella di mobilitare la componente intransigente e filotedesca del fascismo e impedire il pronunciamento contro di lui. Ma così ne sarebbe rimasto del tutto prigioniero e non lo fa. Di fatto rimane passivo. Nel pomeriggio del 25 Mussolini è ricevuto dal Re che lo congeda; all'uscita da villa Savoia, con il pretesto di tutelare la sua persona, è fermato da alcuni ufficiali dei carabinieri e condotto a Ponza.
Il 25 luglio il fascismo non è caduto per iniziativa di popolo o dei partiti antifascisti: è caduto per una iniziativa di settori del fascismo stesso avallata dalla monarchia. Il colpo di stato è il frutto di una congiura, di cui Mussolini stesso, alla fine, ha percepito l'esistenza e che ha subìto passivamente. Tutto è nelle mani del Re e di Badoglio.
L'obiettivo che monarchia e governo perseguono non ha nulla in comune con le speranze degli antifascisti dei vari colori: gli uomini del Re non dimostreranno neppure il coraggio di cui hanno dato prova i gerarchi che hanno preso l'iniziativa contro Mussolini. Il loro obiettivo è salvare la monarchia molto più che il paese. Temono soprattutto una degenerazione in senso rivoluzionario della crisi italiana: di fatto dopo la prima esplosione di entusiasmo le manifestazioni popolari hanno assunto un diverso significato. Le manifestazioni popolari diventano, già alla fine di luglio e poi sempre più nel mese successivo, specie nel nord, con epicentro a Milano, scioperi contro la guerra e per il pane. I partiti nel loro insieme non sono pronti ad assumere un ruolo politico di rilievo, lo assumeranno solo dopo l' 8 settembre ma alla base del paese agiscono già quadri militanti, soprattutto dei partiti di sinistra e dei sindacati di un tempo, che tendono a dare un carattere politico alla protesta popolare.
Il governo Badoglio aveva provveduto subito allo scioglimento del Partito Fascista, alla soppressione del Gran Consiglio e del tribunale speciale per la difesa dello Stato, sostituito dai tribunali militari; ma aveva mantenuto in piedi tutte le strutture e gli uomini dello Stato fascista: i prefetti erano rimasti ai loro posti, la legislazione fascista, anche quella razziale, non era stata abrogata. Le norme sulla censura solo in parte attenuate: sono ammesse solo limitate critiche al passato regime e vietata ogni manifestazione di ostilità al nuovo governo. Le porte delle carceri si erano aperte per i condannati politici ma con l'esclusione dei comunisti e degli anarchici, che solo più tardi saranno rilasciati.
Il timore di una insurrezione popolare e l'incubo del bolscevismo dominano i primi atti del governo. Le disposizioni dei comandi sono draconiane. Una famosa circolare, che segue immediatamente il colpo di stato del 25 luglio, firmata dal generale Roatta, è molto esplicita in questa direzione: «Nella situazione attuale, col nemico che preme, qualsiasi turbamento dell'ordine pubblico, anche minimo, e di qualsiasi tinta, costituisce tradimento [...]. Poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito [...] si proceda in formazione di combattimento e si apra il fuoco a distanza, anche con mortai e artiglieria [...] Non è ammesso il tiro in aria; si tira sempre a colpire come in combattimento [...]» . Si ebbero più di 80 morti e oltre 1.500 feriti nei primi cinque giorni.
Mantenere l'ordine è l'obiettivo prioritario del nuovo governo. Si tende a rassicurare i tedeschi per evitare un loro intervento immediato e dare tempo alle trattative per l'armistizio. Una insurrezione popolare si rivolgerebbe contro la guerra e contro i tedeschi e si vuole impedirla ad ogni costo. Anche agli alleati, si vuole dimostrare che il paese è sotto controllo.
Le azioni di guerra, che hanno subìto una battuta d'arresto dopo il colpo di stato, riprendono nei giorni successivi: i bombardamenti alleati si intensificano. Bombardamenti crudeli e inutili di numerose città, su una nazione già sconfitta e prostrata, che aspirava solo alla pace, per piegare un governo che non ha determinazione e coraggio.
«Invano cerchi fra la polvere, povera mano. La città è morta». È la dolente voce di Salvatore Quasimodo nella poesia Milano, agosto 1943.
Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la città è morta.
È morta: s’è udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l’usignolo
è caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.
da un articolo di Pietro Scoppola: “Dal 25 luglio all’8 settembre” in “Storie d’Italia. Dall’unità al 2000” Istituto Luce
Nella seduta del Gran Consiglio furono presentati tre ordini del giorno: quello di Grandi, quello di Scorza quello di Farinacci. Tutti e tre contenevano frasi di circostanza sulla situazione bellica e un incitamento contrastare l'invasione alleata in Sicilia. La differenza fondamentale fra i tre O.d.g. stava nell'invito di Farinacci a un urgente «ripristino integrale di tutte le funzioni statali» che preludeva a una dittatura di partito più stretta; nella richiesta di Scorza di «attuare quelle riforme ed innovazioni nel Governo, nel Comando supremo, nella vita interna del Paese» che consentissero un rafforzamento del partito; infine nell'invito di Grandi al capo del governo perché pregasse il re di assumere «con l'effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare e dell'aria, secondo l'articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione ch le nostre istituzioni a Lui attribuiscono».
Il richiamo, nel documento di Grandi, allo Statuto Albertino del 1848, e in particolare all'articolo cinque era diretto a ripristinare una precisa prerogativa del sovrano (l'articolo cinque dello Statuto recita: «Al re solo appartiene il potere esecutivo. Egli è il Capo Supremo dello Stato: comanda tutte le forze di terra e di mare: dichiara la guerra, fa i trattati di pace,).
qui sotto l’«atto di accusa» di Dino Grandi contro Mussolini, che provocò, sostanzialmente, la caduta del regime. La seduta del Gran Consiglio, iniziatasi alle ore diciassette del 24 luglio, si concluse dopo le 2 del 25 luglio.

Roma 19 luglio 1943
Le conseguenze furono terrificanti: la cifra esatta dei morti non si saprà mai - secondo Cesare De Simone (Venti angeli sopra Roma-Mursia, 1993) il numero dei deceduti va compreso tra i duemilaottocento e i tremila e seimila feriti, diecimila case in macerie o lesionate, quarantamila cittadini senza tetto. Si dice che al cimitero del Verano duramente colpito si scoperchiassero perfino i sepolcri: mentre i vivi venivano sepolti dalle macerie, i morti con i loro scheletri uscivano fuori dalle tombe. Situazione che ispirò a Giuseppe Ungaretti quella straordinaria poesia “cessate di uccidere i morti, non gridate più, non gridate / Se li volete ancora udire / se sperate di non perire”.

Oggi una targa a terra nei giardini pubblici, lunga decine di metri, reca i nomi delle vittime identificate. I romani rimasero atterriti, perchè divenne lampante a tutti la scarsità delle misure esistenti a difesa della popolazione, l'insufficienza della controaerea italiana e in molti casi anche l'inesistenza di validi rifugi.
I veri eroi furono i vigili del fuoco che lavorarono in condizioni impossibili con la sola forza delle braccia e con pale e picconi, un eroismo umile e nascosto, ne morirono ventiquattro ed anche il comandante dei carabinieri generale Azzolino Hazon che era accorso sul posto. È rimasto nella memoria della città la visita del Papa nel pomeriggio stesso dell'evento Pio XII che si inginocchia davanti alle macerie della basilica di San Lorenzo e benedice la folla che gli si stringe intorno. Ben diversa l'accoglienza riservata al sovrano, la sua limousine fu fatta oggetto di sassate e di grida ostili che gli consigliarono un rapido dietro front mentre un coro di donne gli gridava: "non vogliamo le vostre elemosine, vogliamo la pace, fate la pace”.
Il terrore era l'obiettivo politico che gli Alleati si proponevano di ottenere: e questo fu ampiamente ottenuto. Una settimana dopo il fascismo era franato, Mussolini destituito, l'Italia tornata nelle mani del re e del governo da lui nominato. Ma nei 45 giorni del governo Badoglio, impiegati in trattative segrete, si consumò il vero tradimento dell'Italia non nei confronti dell'alleato tedesco, nei confronti del popolo italiano che non si pensò in nessun modo di proteggere. Questa fu la vera tragedia dell'8 settembre, ma anche la sua grandezza. Come commenta Giorgio Bocca “il popolo restò abbandonato ma libero, ... libero di decidere finalmente di se stesso e da se stesso, cosciente che poteva fare a meno di re, di marescialli e di tutta quell'altra accolita che per anni aveva vissuto alle sue spalle”.
Anna Maria Casavola
Direttore responsabile editoriale
di “Noi dei Lager”
Da “Noi dei Lager” pubblicazione dell’Associazione Nazionale Ex Internati di giugno 2013
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