NO alla guerra
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Intervento dell’ANPI al presidio per la pace in Ucraina
La pace è un valore inestimabili per tutti i cittadini del mondo. Per tutti è la condizione di una vita degna: lavorare, studiare, curarsi, conoscere e conoscersi e più in generale una vita degna di essere vissuta diventano mete irraggiungibili in mezzo al frastuono delle armi.
Per noi dell’Anpi la pace è, più nello specifico, un irrinunciabile principio costituzionale: l’articolo 11 stabilisce che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. La Russia ha attaccato e invaso un Paese sovrano e sta utilizzando la guerra come strumento di offesa alla libertà di un altro popolo. Non ci possono essere dubbi, perciò, sulla condanna più ferma di questa scelta sciagurata. Bisogna aggiungere, per rimanere allo spirito e alla lettera dell’articolo 11 della Costituzione, che la guerra non può essere giustificata neppure come “mezzo di risoluzione” della controversia che da molti anni oppone Ucraina e Russia in merito allo statuto della Crimea e del Donbass.
Ma occorre anche aggiungere che la pace non è e un semplice atto di volontà, una pura proclamazione di principio. Essa è soprattutto una costruzione politica: la costruzione faticosa ma indispensabile di un ordine internazionale, di un equilibrio complessivo, sempre difficile e delicato, che riesca a mediare tra aspirazioni e interessi non semplici da comporre. Da questo punto di vista, la comunità internazionale tutta, e non solo Russia e Ucraina, è chiamata a un lavoro di mediazione la cui sola alternativa è, come drammaticamente vediamo in questi giorni, una guerra già devastante che rischia addirittura di allargarsi con conseguenze angoscianti e imprevedibili.
Ci preoccupano, perciò, quelle forme di solidarietà col popolo ucraino che di fatto spingono nella sola direzione di un sostegno militare, che di fatto significherebbe estendere il conflitto in corso a tutta l’Europa. Auspichiamo perciò che, insieme con le dure sanzioni economiche alla Russia, i governi dell’Unione Europea e gli organi dirigenti della Nato abbiano la saggezza di incoraggiare qualsiasi sforzo diplomatico volto a salvaguardare, insieme, l’indipendenza e la sovranità dell’Ucraina, i diritti delle popolazioni russofone dell’Ucraina stessa e la sicurezza russa.
Sappiamo bene che la Russia è un’autocrazia e che Putin utilizza strumentalmente l’argomento della sicurezza. Ma bisogna avere la lucidità politica di riconoscere anche che il problema del ruolo geopolitico di una gigantesca potenza nucleare si pone e si porrebbe comunque, a prescindere dall’assetto istituzionale di quel paese. L’ordinamento interno della Russia, come dimostra la sorte di molti dei coraggiosi cittadini russi che si stanno opponendo alla guerra, è lontanissimo dagli standard di una democrazia liberale decente. Ma le esperienze del passato recente ci dimostrano in abbondanza che una democrazia non si esporta.
Impegniamoci tutti, allora, a organizzare la nostra solidarietà concreta per i cittadini ucraini, in primis i profughi, a sostenere ogni forma di opposizione interna alla Russia putiniana e a incoraggiare i governi occidentali ad appoggiare ed anzi a promuovere tutti gli sforzi diplomatici indispensabili ad aprire un negoziato.
Per il Giorno della Memoria 2022
Due Pietre d’inciampo, realizzate in memoria dei lissonesi Gianfranco De Capitani da Vimercate e Giulio Colzani morti nei campi di concentramento nazisti, verranno posate a cura dell’Amministrazione comunale di Lissone (il Comune di Lissone è fra i promotori del Comitato di Monza e Brianza per le Pietre d’inciampo, costituitosi proprio allo scopo di mantenere viva la memoria di tutti i deportati nei lager nazisti durante la seconda guerra mondiale).
La testimonianza della nipote di Giulio Colzani, Cinzia.
Giulio Colzani nacque a Lissone da Carlo e da Giulia Vismara il 12 febbraio 1911.
La sua è una storia che dimostra quello che gli storici hanno capito da tempo: che le forme di resistenza furono molteplici, e non si lasciano ridurre alla pur importantissima Resistenza armata.
Giulio Colzani era un artigiano lucidatore di mobili, celibe.
Nel settembre del 1943, non si trovava al fronte per motivi di salute in quanto, come tutta la famiglia, soffriva di vene varicose. Veniva curato dal Dottor Borello, ed era stato perciò esentato dalla partecipazione alla guerra. Era un gran lavoratore, un lucidatore che viveva ed aveva la sua bottega proprio qui in via Piave. Venne arrestato tra la fine del 1943 e l'inizio del 1944, dunque in un momento storico successivo all'8 settembre, quando i fascisti della Repubblica Sociale Italiana stanno provando a ricostruire uno Stato fascista, la Repubblica di Salò appunto, collaborando con la Germania nazista nella deportazione di ebrei, di oppositori politici e di tutta quell'umanità che la loro ideologia considerava indegna di vivere.
Un giorno tre uomini si presentano a casa Colzani per cercarlo, e i genitori lo mandano a chiamare dalla nipotina di 10 anni al famoso "CASERMACC" (ove si recava dopo il lavoro, e si incontrava con amici), un negozio di alimentari con annessa osteria sito in via Mazzini. Cercano un lucidatore, dicono, perché dovevano commissionargli del lavoro per una delle loro ville in Brianza, località Briosco. In realtà si tratta di agenti della Polizia venuti per arrestarlo. Lo zio in realtà era così stanco dalle ore di lavoro e dallo stato di salute precario, che la nipotina dovette insistere e trascinarlo verso casa, ove una volta giunto, viene trascinato dagli agenti su un'automobile direzione Monza – Villa Reale, in quegli anni sede della famigerata Guardia Nazionale Repubblicana. E lì conosce le sevizie dei fascisti. Fu addentato da cani aizzati dagli aguzzini, bastonato per ottenere una confessione. Vane furono le richieste del Dottor Borello e familiari, con tanto di certificati medici, che dimostravano il suo stato di salute. Poi viene deportato nel lager di Buchenwald dove trascorre 16 mesi fino all'aprile del 1945, e dove tra l'altro conosce due cittadini di Desio, che fortunatamente riusciranno a tornare e a raccontare le sue vicende.
La sua colpa? Quella di dare aiuto a due amici partigiani, costretti a vivere in clandestinità presso “Casa Irene” e perciò bisognosi di tutto il supporto materiale necessario in quelle circostanze estreme. E Giulio non si tirò indietro. Qualcuno, invece, aveva fatto la spia.
La lotta che in quei mesi drammatici si svolgeva nel Paese non potrebbe essere rappresentata meglio: da una parte l'Italia di Giulio, che in nome dei valori di umanità e di solidarietà sta gettando le basi di un Paese ricostruito materialmente ma anche moralmente e, dall'altra parte, l'Italia del Regime e delle spie che vede nella Germania di Hitler il "modello" del futuro.
Il campo viene liberato l'11 aprile, ma già dai primi di aprile i tedeschi organizzarono le famigerate marce della morte per evacuare il campo. Marce pesantissime per chiunque, ma a maggior ragione per Giulio, che soffriva di pesanti problemi per le vene varicose.
E durante la marcia, forse a pochi passi dalla libertà, il 24 aprile 1945, Giulio viene assassinato a colpi di mitra da una guardia tedesca.
Non ci fu modo di riavere neppure il suo cadavere, e Giulio venne dichiarato disperso in guerra all'età di 33 anni. Oggi questa pietra di inciampo ci consente almeno in un certo senso di ritrovarlo, di tributare a lui il riconoscimento per il suo sacrificio e di ricordare a noi che l'umanità, la giustizia e la democrazia sono beni preziosi ma fragili, che l'esempio di Giulio ci può aiutare a custodire.
Uno come sette: la famiglia Cervi
28 Dicembre 1943. Sette fratelli Cervi, democratici e ferventi antifascisti vengono presi torturati e fucilati.
Questi sono i Patrioti!
Leggere e studiare la Storia per non dimenticare e non lasciare spazio a coloro che usano indegnamente la parola Patrioti.
«Uno era come dire sette, sette era come dire uno ». Sopra i sette l'autorità del padre, l'amore quieto della madre. La famiglia Cervi è la famiglia patriarcale che arriva al socialismo senza l'intermediazione borghese: dal medioevo al marxismo. La cascina dei Cervi è a Praticello, fra Campegine e Gattatico, nella provincia di Reggio Emilia. Il padre Alcide, la moglie Genoveffa Cocconi, i sette figli, le mogli, i nipoti: ventidue persone. Il più anziano dei figli, Gelindo, ha 24 anni, poi in ordine di età ci sono Antenore, Aldo, Ferdinando. Agostino, Ovidio, Ettore. Gli sposati sono quattro con dieci figli. La moglie di Gelindo sta aspettandone uno.
I Cervi sono dei bravi agricoltori: entrati come fittavoli nel fondo nel 1934, ci hanno trovato cinque fra vacche e vitelli; adesso nella stalla ce ne sono cinquanta, la terra rende. I Cervi sono istruiti, sono la campagna riscattata dalla predicazione socialista; nella piccola libreria della cascina ci sono opere di Dostoevskij, di Jack London, manuali di agricoltura, le raccolte della «Relazioni internazionali» e della «Riforma sociale» di Einaudi. Aldo è il più colto, con più vivi interessi politici. Nella famiglia ognuno ha la sua specialità, chi si occupa dei campi, chi degli alveari, chi delle macchine, chi della stalla, ma le decisioni importanti le prende babbo Alcide. I Cervi sono antifascisti. «Cosa vuole», dice il padre, «noi siamo fatti così, siamo per la libertà». Il 25 luglio quando è caduto il regime il vecchio Alcide ha raccomandato ai figli: «Ragazzi, niente vendette», e ha offerto tre quintali di farina e venticinque chili di burro e centinaia di uova per la gigantesca mangiata di tagliatelle a cui ha invitato tutto il paese. All'8 settembre i Cervi passano alla resistenza: non una resistenza armata come si fa sulla montagna, ma legata alla famiglia e al lavoro, che fa di ogni atto di vita un atto di guerra, che dà a ogni momento della giornata un significato di cospirazione. Aldo è salito sulla montagna, sul Ventasio e a Toano, a cercare i ribelli, che non ci sono o sono troppo deboli. Allora i Cervi si dedicano ai prigionieri di guerra fuggiti dai campi, ne passano ottanta dal settembre al novembre nella loro cascina.
Il 25 luglio babbo Cervi non ha voluto vendette: un fascista del paese lo ripaga con la spiata. I fascisti di Reggio arrivano al cascinale nella mattinata nebbiosa, lo circondano, bloccano le uscite. L'ufficiale che li comanda grida: «Cervi arrendetevi!». I Cervi corrono alle armi, rispondono sparando. Poi devono cedere: gli assalitori hanno dato fuoco al fienile, se la casa brucia muoiono anche le donne e i bambini. Prima di uscire Aldo dice: «Tutto quello che è accaduto è opera mia, io mi prendo tutta la responsabilità. Al massimo una parte della colpa può prendersela anche Gelindo. Almeno cinque devono tornare vivi». I Cervi escono dalla cascina: primo il padre a braccia alzate; seguono i prigionieri di guerra. I fascisti li fanno salire su un camion:' poi saccheggiano la cascina. Alla caserma del Servi, a Reggio Emilia, li interrogano, li invitano a passare alla repubblica fascista. «Crederemmo di sporcarci», dice Aldo a un Poliziotto che insiste.
La sera del 27 dicembre i gappisti Bagno in Piano uccidono il segretario del fascio Vincenzo Onfiani. La rappresaglia è immediata, il tribunale speciale, istituto ai primi del mese, giudica i Cervi senza farli comparire, li condanna a morte con una sentenza per cui non è occorsa la camera di consiglio. Si apre la porta della cella: «La .famiglia Cervi al completo» grida un milite. Escono ma il milite ferma babbo Alcide: «No, tu no, tu sei troppo vecchio». «Vi portano a Parma» dice un compagno di cella. «Ma che Parma», fa Aldo, «fra mezz'ora non siamo più vivi.». Antenore mentre cammina per il corridoio mormora: «Mi dispiace se ci fucileranno, non vedete che bel cappotto mi sono fatto?».
Babbo Alcide saprà della loro morte solo l’8 gennaio. Quel giorno gli Alleati bombardano Reggio, una bomba cade sul carcere, i prigionieri fuggono. Alcide torna a casa e la trova distrutta. I sopravvissuti tacciono e piangono., Il vecchio guarda le donne, i nipoti e dice: «Su, non c'e tempo da perdere, dopo un raccolto ne viene. un altro». Alla parete bianca della cucina sono appesi sette ritratti. La madre muore dopo un anno, di crepacuore. Babbo Alcide resiste, regge la famiglia.
Bibliografia:
Giorgio Bocca ”STORIA DELL'ITALIA PARTIGIANA”
Casa editrice G. Laterza & Figli, Bari gennaio 1980
Congresso ANPI Lissone 2021
Il Congresso di Sezione si è tenuto Sabato 20 Novembre dalle ore 15,00 presso la sala riunioni ( 1° piano ) di Villa Magatti in P.zzale S. Pertini,1 a Lissone
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L’accesso alla sala dove si teneva il Congresso era consentito solo con il GREENPASS
"La sezione lissonese dell' ANPI, riunita per celebrare il proprio congresso, apprende con sgomento delle inqualificabili espressioni con cui Fabio Meroni, consigliere comunale ed ex Sindaco leghista di Lissone, si è rivolto alla senatrice Liliana Segre. Chiamarla con il numero che la barbarie nazista le ha tatuato sul braccio è un gesto che si commenta da sé e che, come la stessa senatrice Segre ci ricorda, richiederebbe forse soltanto il silenzio.
Noi però vogliamo esprimerle tutta la nostra solidarietà ed anche la nostra immensa gratitudine per il coraggio della sua infaticabile testimonianza. Ci sentiamo di promettere alla senatrice Segre il nostro impegno, proprio nella città di Lissone, per tenere viva la sua lezione di resistenza e di democrazia".
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Direttivo eletto nel Congresso ANPI Lissone del 17/11/2021
incarichi decisi nel direttivo del 01/12/2021
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Stucchi |
Pierangelo |
Presidente |
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Ballabio |
Graziella |
Tesseramento |
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Brusa |
Mariuccia |
Verbali |
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Confalonieri |
Alberto |
Supporto organizzativo |
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Fossati |
Cesare |
Supporto organizzativo |
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Lissoni |
Cosetta |
Supporto organizzativo |
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Martinengo |
Massimo |
Comunicazione |
|
Missaglia |
Giovanni |
Vice Presidente |
|
Nappo |
Francesco |
Gestione informatica |
|
Pellizzoni |
Renato |
Sito Anpi |
|
Tremolada |
Luigi |
Supporto organizzativo |
|
Viganò |
Maria Rosa |
Supporto organizzativo |
6 giugno 2021: auguri ANPI
Domenica 6 giugno 2021 ricorre il 77mo anniversario della costituzione dell’ANPI.
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Per l’occasione, in mattinata, la nostra sezione lissonese rimarrà aperta per consentire il proseguimento del tesseramento.
Per le altre iniziative della giornata, vedere il sito dell’ANPI nazionale: anpi.it
25 aprile 2021
In ricordo dei partigiani, militari, civili e di tutti coloro che hanno contribuito, anche a sacrificio della vita, alla lotta contro l’oppressione nazifascista, per ridare libertà, pace e giustizia al nostro Paese.
Nella Giornata della festa della Liberazione, nel Parco della Resistenza di Via Don Minzoni, angolo via Dante, avverrà l'inaugurazione del monumento "La Pace regni nel mondo", realizzato dalla scultrice Virginia Frisoni, e donato alla Città di Lissone dalla sezione "Emilio Diligenti" dell'ANPI. L'opera rappresenta una colomba, simbolo universale di pace.
foto di G. Radaelli
Le donne nella Resistenza in Lombardia
Le donne certamente hanno portato nella Resistenza valori specifici e il loro apporto, anche quando facevano le stesse cose, era profondamente diverso da quello degli uomini. Meno politicizzate, sentivano in compenso più forte l'impegno generale per un mondo diverso e migliore; meno militarizzate, erano in compenso più sensibili alla solidarietà nella lotta senza distinzioni di gruppo; meno protagoniste, profondevano anonima abnegazione a piene mani.
[...]
Nei libri scritti da uomini, storici o politici o, più spesso, da ex comandanti partigiani, le donne compaiono poco, talvolta come nota di colore e sono viste quasi sempre in funzione di aiutanti, di collaboratrici anziché di vere e proprie combattenti in prima persona quali sono state. I capi esprimono la loro riconoscenza, quasi che la partecipazione fosse un aiuto da persona a persona e non un intervento diretto in una lotta tesa alla realizzazione di comuni ideali.
Le donne, anzi, avevano un ideale in più: quello della loro personale liberazione, quello di una società diversa in cui diversa fosse la loro collocazione. Di questo non tutte erano consapevoli, soprattutto all'inizio, ma la cosa balza agli occhi nei fogli clandestini, dove si avanzano rivendicazioni quali il voto, la parità salariale e la parità in famiglia.
[ ... ]
Occorre inoltre ricordare che le donne erano tutte assolutamente volontarie, a differenza degli uomini, in particolare dei giovani in età di leva, per i quali una scelta comunque si imponeva: lasciarsi mandare in un campo di lavoro in Germania, entrare nelle Brigate nere o salire in montagna coi partigiani. Le donne avrebbero potuto restarsene a casa tranquille; trovavano facilmente lavoro appunto in sostituzione degli uomini e da amichevoli rapporti coi tedeschi o coi fascisti avevano solamente da guadagnare, in un momento in cui la mancanza di viveri e di altri generi indispensabili, di cui questi largamente disponevano, si faceva sentire in modo drammatico.
Volontarie quindi, e spesso entusiaste, affrontavano rischi e fatiche con uno spirito che stupiva i compagni.
Erano tante. Difficile fare un conto anche approssimato, perché raramente le donne erano iscritte nei ruolini delle formazioni; questo avveniva solo per le combattenti in armi - non poche - che giunsero anche a funzioni di comando con gradi militari poi ufficialmente riconosciuti alla liberazione. La maggior parte assolvevano a compiti di natura diversa, ma non per questo meno pericolosi.

C'erano le famose staffette, che erano in verità quasi sempre veri e propri ufficiali di collegamento e non solo «battistrada» nelle azioni e negli spostamenti; quel tipo di lavoro era facilitato dalla maggiore possibilità di movimento per le donne, anche in zone controllate dove gli uomini venivano di regola fermati.
C'erano le informatrici, talvolta addirittura infilate come impiegate negli uffici militari o paramilitari tedeschi o fascisti; a queste facevano capo altre, che portavano le notizie interessanti direttamente alle formazioni, a tappe forzate, magari a piedi o in bicicletta, riuscendo spesso a vanificare progettati rastrellamenti.
C'erano le infermiere, che agivano dentro e fuori dagli ospedali nascondendo e curando feriti, o raggiungendoli in formazione; le dottoresse, che sovraintendevano a una complessa rete di ospedaletti da campo.
C'erano le addette alla stampa, che operavano nelle redazioni clandestine e badavano alla distribuzione di giornali e volantini. C'erano le portatrici d'armi, le segretarie dei comandi, le addette alla organizzazione di alloggi clandestini e luoghi d'incontro per i capi militari e politici.
C'era insomma intorno al movimento partigiano, sia in città che sui monti, una fitta ragnatela di donne che facevano tutto, fronteggiando le situazioni più impensate, spostandosi continuamente, aiutandosi fra loro e scegliendosi l'un l'altra con sicuro intuito in cerchi sempre più larghi, sempre più complessi e sempre più fluidi.

Bibliografia: Giuliana Beltrami Gradola - Donna lombarda - a cura di Ada Gigli Marchetti e Nanda Torcellan, Milano, Angeli, 1992.
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Evento previsto per il 10 marzo 2021, ore 18 in diretta streaming
La Resistenza civile delle donne a Milano: Fernanda Wittgens e le altre
Si parlerà della Resistenza civile delle donne a Milano, una Resistenza senz’armi, ispirata a valori etici imprescindibili e combattuta nei musei, nelle case, nel carcere, nei luoghi di cultura, nelle scuole, salvando grandi opere d’arte, ebrei e perseguitati politici.
In particolare, parleremo di Fernanda Wittgens, prima donna direttrice della Pinacoteca di Brera, che ne ha portato in salvo dalla distruzione della guerra il patrimonio artistico, restituendone nel 1950 il Palazzo, distrutto dai bombardamenti, e portando a termine il recupero de il Cenacolo di Leonardo.
Per avere salvato famiglie ebree e antifascisti, scontò il carcere insieme a Adele Cappelli Vegni e le sorelle Tresoldi.
Trasmissione in diretta e interazione sui social network dell’Unione femminile nazionale, di Milanosifastoria e di Anpi provinciale Milano
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Giornate del tesseramento ANPI 2021
Sabato 27 e domenica 28 febbraio si svolgeranno le giornate del tesseramento ANPI 2021.
In questa occasione la sede di Lissone (Villa Magatti, Piazzale S. Pertini) rimarrà aperta, rispettando tutte le norme di sicurezza,
Sabato 27/02 ore 15,00 – 17,30
Domenica 28/02 ore 10,00 – 12,00
vista la situazione sanitaria non possiamo garantire i tradizionali appuntamenti pubblici, pertanto vi invitiamo ad utilizzare questa ed eventuali altre aperture della sede.
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27 gennaio 2021: Giorno della memoria 2021 a Lissone
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dal sito internet del Comune di Lissone
Il Giorno della Memoria si è celebrato in città mercoledì 27 gennaio con una cerimonia in tre tappe, alla sola presenza delle autorità istituzionali.
Il Comune di Lissone è dal 2019 fra i promotori e fondatori del Comitato per le Pietre d'Inciampo, ovvero sanpietrini collocati sull'asfalto in prossimità di luoghi emblematici per le persone che hanno perso la vita nei campi di concentramento.
La celebrazione del 2021 si è svolta proprio nei due luoghi della città che già ospitano le Pietre d'inciampo - posate nel 2019 e nel 2020 - e nel terzo luogo che la accoglierà nei mesi a venire. La pietra d'inciampo sarà in ricordo di Gian Franco De Capitani da Vimercate.
Per dare alla cittadinanza la possibilità di partecipare - seppur a distanza - ad un momento di forte coesione comunitaria, l'intera cerimonia è stata filmata e fotografata e pubblicata sul sito internet del Comune di Lissone oltre che sui canali social del Comitato per le Pietre d'Inciampo.
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il filmato della cerimonia tenutasi a Lissone in occasione del Giorno della Memoria e la simbolica posa della Pietra d'Inciampo a ricordo di Gian Franco De Capitani da Vimercate.
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Alcune immagini della cerimonia
foto di Gianni Radaelli
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