Il massacro di Katyn
Katyn si trova a 14 chilometri da Smolensk (città della Russia, 362 chilometri a sudovest di Mosca). Nella primavera del 1940 le truppe dell'NKVD (Narodny Kommisariat Vnutrennikh Del, Commissariato del popolo agli affari interni, la polizia segreta sovietica) uccisero oltre 4000 ufficiali polacchi internati nel 1939 nell'URSS (dopo l'attacco simultaneo della Germania e dell'Unione Sovietica alla Polonia).
Il 23 agosto 1939 fu firmato a Mosca il tristemente celebre patto Ribbentrop-Molotov; Ribbentrop era ministro degli Esteri tedesco, Molotov era il capo del Governo sovietico.
Il 1° settembre, la III armata tedesca, venuta da nord, si ricongiunge ad est di Varsavia con la X, venuta dalla Slesia. La capitale polacca è messa sotto assedio. Tre giorni dopo, anche l’Armata Rossa di Stalin entra in Polonia, senza dichiarazione di guerra, in virtù del Patto di non aggressione concordato con Hitler, che prevedeva una divisione dello sfortunato Paese. Varsavia cade il 27 settembre, dopo una eroica resistenza.
Con la divisione della Polonia, l’URSS ricevette il 52% del territorio e un terzo degli abitanti del Paese, di cui circa 250.000 soldati e ufficiali dell’esercito polacco.
A differenza dei semplici soldati, gli ufficiali dell’esercito polacco, gli agenti di polizia, gli agenti dei servizi segreti e così pure i dipendenti e i funzionari dei tribunali furono internati nei campi di concentramento nei pressi di Kozielsk, Starobielsk e Ostachkov.
Oltre 15.000 furono i prigionieri di guerra polacchi uccisi nell’aprile del 1940 per fucilazione da parte di truppe speciali del NKVD.
Nell’Europa del 1940, quando l’URSS stalinista, dopo aver spartito la Polonia, invase e sconfisse la Finlandia, annesse i Paesi Baltici, e mentre la Germania nazista occupava i Paesi dell’Europa del Nord, costringendo la Francia a capitolare, e preparava l’invasione dell’Inghilterra, il destino dei prigionieri di guerra polacchi finì pressoché dimenticato dalla pubblica opinione. Solo alcune famiglie di ufficiali polacchi detenuti, che fortunatamente non erano state deportate, notarono che, nel marzo-aprile 1940, la corrispondenza con i loro parenti internati nei campi sovietici s’interruppe bruscamente e che le lettere ritornavano ai mittenti con un timbro postale “destinatario trasferito”.
Da un rapporto di Beria, ritrovato negli archivi segreti sovietici, «gli ufficiali prigionieri di guerra e gli agenti di polizia che si trovano nei campi tentano di continuare l’attività controrivoluzionaria, conducendo delle agitazioni antisovietiche ...». Il capo del NKVD dichiarò che «gli ufficiali dell’esercito polacco, gli agenti di polizia erano tutti nemici giurati del potere sovietico, pieni di odio verso il sistema sovietico»
La conclusione logica era che lasciarli in vita avrebbe gravemente nuociuto alla sicurezza dello Stato e che la loro eliminazione era la sola soluzione possibile.
Oltre a queste considerazioni riguardanti la sicurezza dello Stato, il massacro di Katyn è un caso di imperialismo e rientra nei tentativi secolari da parte dei russi di dominare la Polonia. L’URSS stava per invadere più della metà del territorio polacco e i dirigenti sovietici erano determinati a eliminare quei membri della nazione che, in futuro, avrebbero potuto condurre la lotta per la resurrezione della loro patria. Inoltre, non si deve sottovalutare un fattore psicologico: secondo diversi indizi, Stalin nutriva una avversione e una diffidenza particolare verso i Polacchi, ricordando l’umiliante sconfitta subita dall’Armata Rossa vicino a Varsavia nel 1920, nella quale egli aveva avuto una responsabilità diretta.
Il 22 giugno 1941, la Germania invase l’Unione Sovietica e, nel luglio e agosto dello stesso anno, i territori in cui si trovavano i campi degli ufficiali polacchi furono occupati dai tedeschi.
Il massacro di Katyn è esemplare per due caratteristiche comuni a tutti i sistemi totalitari moderni del XX secolo: l’utilizzo sistematico del terrore di massa come mezzo di ordinaria amministrazione e il ruolo dell’ideologia come guida del terrore.
I sistemi totalitari tentano, così di creare una nuova società, utilizzando i metodi «scientifici» dell’igiene sociale e della «purificazione» dal «contagio borghese».
Il terrore ideologico, fondato sull’idea della purificazione della società dai corpi estranei e nocivi, dei parassiti sociali, definiti in base all’appartenenza di classe sociale antagonista o al gruppo etnico nemico, e l’uso della violenza rappresentano il denominatore comune del regime nazista e del regime stalinista. Ai loro inizi, si posero come obiettivo l’eliminazione fisica non solamente degli oppositori politici, ma anche di intere categorie di cittadini, considerati come avversari per la loro stessa esistenza: la distruzione di «nemici oggettivi» o dei «nemici del popolo», gli uni individuati in base alla loro provenienza etnica, gli altri dallo loro classe di provenienza.
Nel dibattito ancora aperto sui totalitarismi, il massacro di Katyn rappresenta un caso emblematico della politica di «pulizia di classe» come Auschwitz fu una «pulizia etnica».
Nella primavera del 1943, una commissione tecnica della Croce Rossa polacca giunse alla conclusione che il massacro era avvenuto nella primavera del 1940. La commissione polacca decise comunque di non pubblicare le sue conclusioni per non fare il gioco della propaganda nazista. L’unica copia del rapporto fu trasmesso al governo inglese che dichiarò il documento ultrasegreto e lo tenne nascosto per quarantacinque anni. Il rapporto venne pubblicato solamente nel 1989.
Dopo la guerra, a Norimberga, la corte, composta da giudici delle forze alleate vincitrici, decretò che, tenendo conto che il crimine non era stato eseguito dai tedeschi (il pubblico ministero sovietico si trovò di fronte una difesa agguerrita, capace di provare che il massacro di Katyn non era opera dei tedeschi), non aveva il mandato per eseguire una nuova inchiesta. Inoltre, il governo sovietico non riuscì a chiudere l’affare di Katyn, perché il tribunale lo escluse dalla sentenza finale per mancanza di prove.
Solamente nel 1990 Mikhail Gorbachev ammise la responsabilità sovietica del massacro.
2 giugno 2011: festa della Repubblica italiana
In occasione della Festa della Repubblica
GIOVEDÌ 2 giugno, dalle ore 9 alle 13 in Piazza Libertà, , presentazione delle attività dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia Sezione “Emilio Diligenti” di Lissone.
Verranno distribuite copie della Costituzione italiana.
LUNEDÌ 6 giugno, alle ore 21,00 in Via S.Martino 34, presso la sede dell’Associazione Teatro dell'Elica di Sergio Missaglia (Cortile delle Scuole Medie B. Croce) , spettacolo teatrale
“NON SOLO CARTA
Breve viaggio nella Costituzione della Repubblica Italiana”. Ingresso libero.
Non è solo un pezzo di carta la Costituzione Italiana: è la tappa fondamentale della nascita dell’attuale Stato democratico, la mappa che ha orientato sessant’anni di vita e di governo degli italiani.
Un argomento che quindi tutti dovrebbero conoscere, ma che spesso viene dato per scontato.
Attori, pupazzi, immagini e musica accompagnano il pubblico in questo breve ma intenso viaggio che tocca i temi del lavoro, dell’uguaglianza, dell’istruzione, della guerra.
Con: Marco Clerici, Damiano Giambelli, Anna Mariani, Tatiana Milan
Coordinamento alla Regia: Cristina Discacciati
Immagini, scene e costumi: Teatro dell’elica
Pupazzi: Damiano Giambelli
Suoni e musiche: Marco Clerici, Damiano Giambelli
«I valori che ci uniscono come cittadini italiani sono proclamati solennemente nei primi dodici articoli della carta costituzionale, principi semplici e chiari scolpiti nei nostri cuori: la democrazia, i diritti inviolabili dell'uomo, i doveri inderogabili di solidarietà, l'eguaglianza e la pari dignità di tutti i cittadini davanti alla legge; il diritto e il dovere del lavoro; l'unità indissolubile della repubblica, nel rispetto delle autonomie locali; la promozione della cultura; la difesa della Patria; l'impegno per la pace». Carlo Azeglio Ciampi, decimo Presidente della Repubblica Italiana
2 GIUGNO 2011: LA REPUBBLICA E LA COSTITUZIONE
Vi è un legame indissolubile fra la Repubblica e la Costituzione: hanno le loro comuni radici nella Resistenza, quale moto popolare di donne e di uomini che ha liberato il Paese dall’occupazione tedesca, dalla dittatura fascista e riunificato l’Italia.
La guerra di Liberazione e poi la proclamazione della Repubblica pongono un suggello al Risorgimento ed a una rinnovata unificazione del Paese, facendo riconoscere gli Italiani, non più e non solo in confini geografici, ma in valori e precetti comuni: quelli della Carta Costituzionale!
La Costituzione è base della nostra libertà e del nostro vivere civile.
In essa sono scolpiti i pilastri della nostra democrazia:
· i diritti umani e sociali, la partecipazione della cittadinanza alla vita sociale e politica;
· la passione egualitaria, cioè la passione verso i diritti di cittadinanza, ugualmente riconosciuti a tutti. A partire dal diritto al lavoro e alla formazione, eliminando gli impedimenti e gli ostacoli e creando le condizioni al suo esercizio effettivo;
· l’autonomia e la separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), compreso quello dell’informazione; e la loro indipendenza, la loro laicità e l’equilibrio tra di essi.
La Costituzione è come un albero, radicato nella terra in cui nasce e cresce. Si può potarlo o innestarlo, ma non si può sradicarlo dalla sua terra, senza farlo morire.
Oggi questi pilastri e questi principi sono a rischio. E dunque la stessa democrazia può entrare in crisi e correre rischi di svuotamento e di involuzione.
Gli attacchi del Governo e della sua maggioranza parlamentare alla Costituzione e alle Istituzioni di garanzia, finiscono per delegittimare le regole fondamentali su cui si basa la civile convivenza e sulle quali si può costruire, per i giovani, una vita serena e dignitosa ed una speranza per il futuro.
Noi non possiamo più tollerare gli insulti alla Corte Costituzionale ed alla Magistratura, le surrettizie proposte di modifica all’articolo 1 della Costituzione, così come quella di abolire il divieto di ricostituzione del Partito Fascista.
Non casuali, crediamo altresì, sono i tentativi tardivi del Governo di artificiose modifiche di legge sui temi posti all’attenzione della popolazione dai prossimi referendum su Acqua, Nucleare e legittimo impedimento; questi escamotage legislativi tendono esclusivamente a vanificare il diritto al voto delle elettrici e degli elettori.
Noi non ci rassegniamo!
ANPI Lissone
Corso di storia del Risorgimento
È «nella ricchezza delle diversità delle nostre contrade, quel "sapore d'Italia" che viaggiatori del presente e del passato hanno sempre avvertito, che è natura, arte, lingua, cultura, modo di vita. Le radici dell'italianità sono antiche. È antica la nostra nazione. Ma le origini del nostro Stato sono assai più vicine. Risalgono all'inizio dell'Ottocento, allorché uno stuolo di uomini di pensiero, poeti, letterati, filosofi, economisti, mossi da un grande amore per l'Italia, animati da un profondo senso etico, da alti ideali e principi, diventarono anche uomini d'azione, e uomini di Stato». Carlo Azeglio Ciampi, decimo Presidente della Repubblica Italiana
“IL RISORGIMENTO E LE SUE EREDITÀ”

CORSO di STORIA
In occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, la Sezione lissonese dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia organizza un corso di storia del Risorgimento italiano.
Tre saranno le lezioni che il prof. Giovanni Missaglia (docente di Storia e Filosofia presso il Liceo Scientifico “Frisi” di Monza) terrà presso la sede dell’ANPI di Piazza Cavour 2 a Lissone.
Gli argomenti trattati saranno:
1) LA CONQUISTA DELL'UNITA'
2) LA QUESTIONE ROMANA: LO STATO E LA CHIESA CATTOLICA
3) LA QUESTIONE ISTITUZIONALE: ITALIA UNA E INDIVISIBILE?
Il corso è gratuito.
Le lezioni si terranno con il seguente orario: dalle ore 18 alle ore 19.30, nei seguenti lunedì:
1) 23 maggio
2) 30 maggio
3) 6 giugno
Per partecipare al corso, occorre iscriversi telefonando al numero 039 480229 (negli orari d’ufficio) o inviando una mail a anpilissone@libero.it
Il corso è aperto sia agli studenti delle scuole superiori sia a coloro che intendono approfondire le loro conoscenze sul nostro Risorgimento.
in memoria di Ercole Galimberti, partigiano lissonese
25 aprile 2011 a Lissone
Due mesi fa abbiamo celebrato in tutto il nostro Paese il 150° dell’Unità d’Italia, unità conquistata con il Risorgimento; oggi, con questa cerimonia, ricordiamo quello che viene definito il “secondo Risorgimento”: la Liberazione dell’Italia dalla dominazione nazista e dal regime fascista.
Come il Risorgimento aveva, dopo lunghi secoli, ridato agli italiani una dignità morale, facendo sentire alla gente la bellezza di un ideale per il quale si doveva lottare, così pure la Resistenza è stata una straordinaria testimonianza morale, civile e politica.
Il Risorgimento prima e, soprattutto, la Resistenza poi sono due esempi eclatanti dell’impegno diretto di tanti italiani per la costruzione del loro futuro.
Siamo oggi qui per festeggiare la Liberazione
Oggi con la nostra presenza vogliamo ricordare tutti coloro, uomini e donne, che hanno scritto con il loro coraggio e perfino con il loro sangue quella pagina magnifica e tragica della nostra storia, che è la guerra di Liberazione.
Siamo qui per ricordare e comprendere il nostro passato.
Ha scritto un grande scrittore francese, victor Hugo: «La memoria è la nostra forza. Quando la notte tenta di ritornare, bisogna riaccendere le grandi date come si accendono delle fiaccole».
La memoria storica arricchisce e allarga la nostra esperienza, ci connette invisibilmente alle generazioni passate e ci dà un saldo fondamento per il presente.
La Resistenza italiana è stata la manifestazione nazionale di un fenomeno europeo. Movimenti di resistenza si svilupparono, infatti, in tutti i Paesi occupati dalla Germania nazista.
La Resistenza italiana è nata dalle vicende convulse e drammatiche che seguirono l’8 settembre 1943. Forze democratiche e antifasciste si batterono per circa due anni, con grandi sacrifici e sofferenze, per conseguire la Liberazione dall'occupante nazista e contemporaneamente per mutare l'identità della nostra Patria, da quella di una nazione oppressa dal totalitarismo nazifascista, ad una nuova identità democratica.
La Resistenza italiana fu dunque lotta di liberazione e insieme lotta antifascista condotta sotto la guida di forze politiche di origine e natura diversa, che riuscirono a trovare in questa scelta antifascista, realizzata attraverso i Comitati di Liberazione Nazionale, il terreno comune di una forte determinazione e unione popolare.
Gli esiti di questa intesa appartengono ad una fase cruciale della storia d'Italia. Se è vero che la Liberazione fu essenzialmente, sotto il profilo militare, opera degli Alleati, sia pure con l'appoggio e l'aiuto efficace della nostra Resistenza, gli esiti del conflitto d'allora per il nostro assetto politico e democratico furono merito e prerogativa della nostra Collettività Nazionale. Il mutamento della forma istituzionale dello stato da monarchia a Repubblica, ottenuto con il referendum del giugno 1946 e l'elaborazione e approvazione, a larghissima maggioranza, della Costituzione furono esclusivo merito del Popolo italiano.
La Resistenza è stata principalmente azione; la lotta militare si intrecciò però con l’elaborazione politica; si posero le premesse politiche per la nuova Italia.
La Resistenza resta un evento cruciale nella storia del nostro Paese perché in essa si formò la nuova classe dirigente dell’Italia repubblicana.
La guerra di Liberazione è stata la confluenza di due elementi diversi: le correnti antifasciste che si erano opposte alla dittatura durante il ventennio e le masse popolari, in uniforme e non, il cui malcontento verso il fascismo si era manifestato in modo sempre più acuto nel corso della seconda guerra mondiale. La guerra di Liberazione non scoppiò come una guerra tradizionale, con un atto formale, ma nacque come moto spontaneo.
Resistenti furono i militari italiani che combatterono a Cefalonia, e che vennero trucidati dai nazisti, i militari che combatterono al fianco degli Alleati nel Corpo Italiano di Liberazione.
Resistenti sono stati gli operai che parteciparono nella primavera del 1944 agli scioperi delle grandi fabbriche del Nord Italia, che costarono a molti di loro la deportazione in Germania.
Resistenti vanno considerati gli oltre 600.000 italiani che, rifiutando di combattere a fianco dei nazisti, finirono nei lager tedeschi, costretti al lavoro coatto. Tra questi internati militari vi era anche mio padre Arnaldo, che per 20 mesi fu costretto a lavorare come uno schiavo in un campo di concentramento in Germania.
Non possiamo altresì dimenticare i civili uccisi nelle numerose stragi, come a Marzabotto, a Sant’Anna di Stazzema: anche quando l’esito della guerra era ormai scontato, la violenza dei fascisti della Repubblica Sociale Italiana e dei nazisti mantenne intatta la propria drammatica efficacia senza alcuna attenuazione.
Le stragi dei civili e le uccisioni dei partigiani continuarono fino agli ultimi giorni, quasi le ultime ore.
La Resistenza armata, senza un sostegno diffuso della popolazione, non avrebbe potuto sopravvivere.
Hanno determinato questa partecipazione popolare le pessime condizioni di vita di una popolazione stremata dall’economia di guerra. E certamente ha pesato la sconfitta militare, lo smantellamento dell’esercito come è accaduto l’8 settembre, e l’alternativa di nascondersi o di combattere, che si pose a molti giovani che rifiutavano l’ingresso nelle bande della Repubblica di Salò.
Vent’anni di oppressione fascista sboccarono non in episodiche rivolte ma nel più grande movimento armato di massa dell’Europa occidentale.
Gli Alleati, che ebbero un peso determinante nella conduzione della guerra, al termine del conflitto, hanno riconosciuto il grande contributo militare della Resistenza.
La parte migliore del popolo italiano aveva riconquistato, per tutta la Nazione, la dignità perduta dopo venti anni di regime fascista e tre anni di guerra al fianco di Hitler.
L’Italia è così diventata un paese democratico. Questi valori di democrazia e di rispetto della persona umana vennero sanciti con la Costituzione, promulgata nel 1948 e divenuta fondamento della nostra convivenza politica e civile. In essa sono rispecchiate le esigenze fondamentali della vita umana: Libertà, Giustizia, Dignità, Solidarietà, Eguaglianza, Progresso.
E proprio sul tema della difesa della Costituzione e sull'antifascismo inteso come netta opposizione alle molte forme del fascismo di oggi che l'Anpi, in questi anni, sta attirando molti cittadini di tutte le età.
Nonostante il ricambio generazionale, l’ANPI è un'associazione viva, conta 120mila iscritti (15.000 in più rispetto al 2010). È presente in tutte le 110 province italiane. Nascono nuove Sezioni un po' dappertutto e numerosi sono i giovani che vi aderiscono.
Fra l’altro come recita l’articolo 2 del nostro Statuto, uno dei compiti dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia è quello di «battersi affinché i princìpi informatori della Guerra di Liberazione divengano elementi essenziali nella formazione delle giovani generazioni».
In questo giorno di festa desidero mandare un saluto a tre lissonesi ancora viventi che hanno partecipato alla Resistenza:
Gabriele Cavenago, partigiano delle Squadre di Azione Patriottica, che è anche presidente onorario della Sezione dell’ANPI di Lissone, a Carlotta Molgora, staffetta partigiana, a Oreste Ballabio, appartenente al Corpo Italiano di Liberazione.
Il mio pensiero va anche ai 15 lissonesi che persero tragicamente la vita nella guerra di Liberazione.
8 di loro furono fucilati e 7 morirono nei lager nazisti. I loro nomi sono incisi sui monumenti sui quali poco fa abbiamo deposto dei fiori.
La conquista della libertà e della democrazia rappresenta un bene che dobbiamo a coloro che hanno lottato nella Resistenza.
Quelle donne e quegli uomini che parteciparono attivamente alla guerra di Liberazione, nei ranghi delle Forze Armate o nelle formazioni partigiane, o anche semplicemente attuando la resistenza passiva, perseguivano l’ideale di una nazione libera, democratica, pacifica, profondamente rispettosa dei diritti umani.
A loro va il nostro pensiero e la nostra gratitudine.
Viva il 25 Aprile, viva l’Italia.
Renato Pellizzoni
Nel pomeriggio presso la nostra sede di piazza Cavour, esposizione dell’opera “Anelito di libertà” dell’artista Giacomo Nicola Manenti.
25 aprile 2011
«La memoria è la nostra forza. Quando la notte tenta di ritornare, bisogna riaccendere le grandi date come si accendono delle fiaccole».
Victor Hugo
In occasione del 66° anniversario della Liberazione, viene qui pubblicata la testimonianza di Raimondo Ricci, già presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, su di una pagina eroica della Resistenza italiana: il salvataggio del porto di Genova.
L’importanza della difesa degli impianti industriali e delle infrastrutture era diventato ben presto uno tra gli obiettivi prioritari delle forze della Resistenza. Il ruolo dei lavoratori, dei tecnici nel difendere impianti e infrastrutture è stato di grande coraggio e al tempo stesso molto prezioso per tutto il paese, soprattutto per le sue prospettive di ripresa postbellica.
«Io non so, cari amici e compagni della Resistenza, anziani come me o molto più giovani di me, in quale misura la mia potrà essere un'effettiva testimonianza dei fatti che oggi rivisitiamo. E ciò non perché non fossi ancora nato quando i lavoratori italiani con le loro iniziative hanno salvato libertà, hanno combattuto per conservare gli strumenti del lavoro, le fabbriche, le infrastrutture, hanno fatto cioè anche qui a Genova le cose splendide e valorose che oggi sono state ricordate. La ragione è infatti un'altra, ed è dovuta al fatto che nel momento in cui questa lotta era in pieno svolgimento e nel punto massimo della sua attuazione, io non mi trovavo neppure in Italia, bensì in un campo di internamento nazista, così che queste cose io non ho potuto che ricostruirle storicamente dopo il mio fortunoso rientro in Italia, essendo infatti uno dei pochissimi sopravvissuti a uno di quei campi.
Ma, forse posso testimoniare qualcosa di come si siano venuti stabilendo i presupposti, gli antecedenti di questa lotta straordinaria dei lavoratori italiani, a cui pure l'Istituto che presiedo, insieme alle tre confederazioni sindacali, ha voluto dedicare l'anno scorso un importante convegno, di cui è stata già fatta menzione, che riguarda proprio la partecipazione alla Resistenza dei lavoratori italiani, e particolarmente di quelli di tutto il triangolo industriale. E allora veniamo a che cosa io posso testimoniare davvero e poi veniamo rapidamente a che cosa io posso dire grazie alla ricostruzione storica che in tutti questi anni ho potuto compiere acquisendo notizie e sviluppando approfondimenti.
Nel farlo io voglio affermare qui un punto: sì è vero, è importante la memoria, ma è importante che questa memoria venga poi rielaborata e confrontata con quelle che sono le acquisizioni delle indagini storiche. Ciascuno di noi ha certamente infatti vissuto un pezzo di quella tragedia epocale che fu la seconda guerra mondiale, un pezzo della Resistenza nel vari aspetti che la Resistenza ha assunto; ma per avere un quadro complessivo occorre tracciare una storia intera della Resistenza con tutte le sue componenti, i suoi antecedenti, il suo svolgimento, le sue conseguenze, la sua eredità. E io credo che siamo oggi in una fase, in questo sessantesimo anniversario della liberazione, in cui è soprattutto sull'eredità della Resistenza che noi dobbiamo soffermarci.
Allora io ero, e andiamo al 1943, un giovane ufficiale di marina in servizio presso la Capitaneria di porto di Imperia, nell'estremo ponente ligure, e ricordo il modo in cui appresi dell'armistizio che, alle 18,30 dell'8 settembre 1943, il governo regio dell'Italia aveva raggiunto con gli alleati e la cui notizia fu oggetto di un comunicato congiunto del maresciallo Badoglio, nuovo capo di governo nominato dal re dopo l'implosione del fascismo il 25 luglio precedente, e del generale Alexander, comandante delle truppe alleate, che appunto comunicava l'armistizio dell'Italia a tutto il mondo. Arrivavo quel giorno in treno, da Genova a Imperia; la linea ferroviaria era ancora del tutto funzionante, e proprio poco prima che il treno arrivasse alla mia destinazione, sentii prima in una stazione in cui ci soffermammo qualche minuto e poi nella stazione di arrivo a Imperia, la notizia del comunicato che annunciava l'armistizio. Io dovevo prendere servizio immediatamente e pertanto mi recai in Capitaneria e mi dedicai al mio lavoro che, per tutta la notte, era quello del mio abituale servizio dei cifrari segreti della marina, essendo il nostro compito appunto quello di decriptare messaggi segreti e trasmetterli alla flotta, alle navi da guerra e alle batterie costiere.
Durante quella mia notte nella Capitaneria di Imperia, che non dimenticherò mai, io per telefono militare seguii minuto per minuto, con momenti di altissima drammaticità, l'occupazione che i tedeschi stavano facendo del Comando marina e della Capitaneria di porto di Genova. A Imperia non erano ancora arrivati, ma qui a Genova era già in corso l'occupazione, il che rese immediatamente evidente che cosa avrebbe significato l'armistizio per l'Italia, malgrado l'esultanza di grandi parti del nostro popolo e anche di molti soldati che si trovavano all' estero e in Italia, per il fatto che si approdava finalmente alla fine della guerra.
La fine della guerra venne così generalmente intesa come quel «tutti a casa» che è stato anche descritto cinematograficamente in modo realistico ed efficace, e a cui gli italiani aspiravano perché doveva segnare appunto la fine della guerra fascista, delle sofferenze, delle privazioni, del sangue di una guerra, fino ad allora, unica nella storia del mondo perché aveva portato in prima linea ancora più che i combattenti vestiti con la divisa, le popolazioni civili che per i bombardamenti, le stragi, le repressioni, le rappresaglie e le torture avevano sofferto, molto spesso, ancora più dei combattenti.
Per me, però, questo momento di esultanza non ci fu, perché la condizione in cui mi trovavo mi consentì di capire immediatamente che cosa avrebbe invece significato l'occupazione tedesca conseguente all'armistizio, e fu allora per me che ero già nel movimento antifascista, anche se prestavo lealmente il mio servizio da ufficiale, il momento della scelta. Io fui uno di quelli che, insieme ad altri amici e compagni che condividevano le stesse idee, scelsero subito la via del tentativo di opporsi all'occupazione tedesca che si profilava. Di qui venne il mio periodo partigiano, seguì il mio arresto, la mia lunga permanenza di sette mesi di carcere, all'inizio dei quali i fascisti che mi avevano arrestato mi misero nelle mani delle SS, e poi la mia deportazione nel campo di internamento in Germania.
Io quindi partecipai all'azione soltanto nel momento iniziale più difficile, più doloroso, più incerto della creazione delle bande partigiane nell'estremo ponente ligure. Poi quella scelta decollò e la Resistenza nacque, ma io, con un rimpianto che mi ha accompagnato per tutta la vita, non potei partecipare direttamente alla sua fase attiva e vincente, anche se non sempre, ma poi alla fine sì, in questo 25 aprile che è giorno prezioso di festa. A quella fase non potei partecipare direttamente con un'arma in pugno, come avrei desiderato, ma fui fra coloro che la Resistenza la vissero soltanto attraverso la sofferenza e l'umiliazione: l'umiliazione di scoprirsi impotente e le sofferenze del lager, sulle quali io non intendo in questo momento soffermarmi.
Questa è dunque la mia testimonianza, quella che posso rendere e che consiste nella consapevolezza che subito ebbi di ciò che l'occupazione tedesca avrebbe comportato negli anni successivi all'armistizio. Vediamo dunque che cosa allora, da questo momento in poi, effettivamente è avvenuto nel nostro paese, in questa regione e soprattutto in questa città di Genova, il cui principale gioiello, in quegli anni ancora più di oggi, era rappresentato dal suo porto, il più importante del Mediterraneo.
Noi oggi sappiamo che i tedeschi misero in atto il piano Alarich sin dai giorni immediatamente successivi non all'8 settembre, ma alla caduta del fascismo nella notte fra il 25 e 26 luglio del 1943; fin dal 28 luglio i tedeschi dettero il via, appunto, all'attuazione del piano Alarich che contemplava la discesa in Italia di imponenti forze tedesche. Al momento della caduta del fascismo, quando già ormai da quasi un mese erano sbarcati in Sicilia; gli alleati scesero in campo con otto divisioni, e presto il contingente tedesco che si stabilì in Italia fu di 2 armate che occuparono tutto il nostro paese sottoponendolo a un vero e proprio regime di occupazione militare. Accompagnava questa decisione quella di minare tutte le infrastrutture fondamentali, e per quanto riguarda Genova il piano Zeta tedesco contemplava il minamento del porto che rappresentava la principale infrastruttura della nostra città.
Ebbene, fu da quel momento durante tutto il periodo dei «45 giorni Badogliani», ma soprattutto dopo l'8 settembre, che si mise in attività tutta l'organizzazione dei .lavoratori portuali i quali, a settembre, costituirono il Comitato di liberazione del porto, strutturandolo su un gruppo di portuali fiancheggiati dalle Sap (Squadre di azione patriottica) che collaboravano direttamente col Cln del porto, a sua volta dotato di una sua specifica militare che, sotto la direzione di Vittorio Cevasco, operò con la costituzione delle squadre artefici di quei sabotaggi contro la predisposizione del brillamento e la distruzione del porto. I tedeschi, che avevano già predisposto i collegamenti subacquei fra le 219 bombe per la diga foranea, costituite da grandi bombe di aerei e da proiettili del calibro 149 collegate da cavi elettrici, già nel gennaio del '45, furono costretti rinunciare ai collegamenti con i cavi subacquei riservandosi di allacciare dei cavi volanti al momento in cui fosse stato necessario operare il brillamento del porto.
La verità è che se quest'opera del Comitato di liberazione del porto di Genova fu l'elemento centrale che impedì la distruzione del porto, molti altri fattori si unirono a questa determinazione; io credo che vada pertanto ricordata, anche per misurarne l'efficienza, l'azione compiuta dalle Sap e dagli operai militarizzati che, nell'ambito del Comitato di liberazione, lavorarono all'affondamento della portaerei Aquila che gli alleati, attraverso le loro Missioni, avevano raccomandato venisse affondata nel luogo dove si trovava ormeggiata alla banchina, poiché il piano Zeta predisposto dai tedeschi per le distruzioni prevedeva invece per questa nave, che era il vecchio transatlantico «Roma» in via di trasformazione in portaerei, il suo affondamento all'imboccatura del porto per impedire l'ingresso nel porto stesso alle navi degli alleati . A ridosso ormai della liberazione, nello stesso giorno, il 18 aprile del '45, si sviluppò così una duplice azione.
Vi fu un'azione di Mariassalto, cioè di quella struttura militare della marina che si era posta al servizio degli alleati nell'ambito della cobelligeranza con lo Stato legittimo italiano, per cui il sottotenente di vascello Conte, con un maiale di quelli già utilizzati nel porto di Alessandria durante la fase antecedente della guerra fascista, arrivò finn sotto la portaerei e collocò con una spoletta il maiale per l’esplosione stabilita a sei ore di distanza, verso l'una di notte. Contemporaneamente, e casualmente, nello stesso giorno finiva di essere predisposta e veniva attivata la bomba che i lavoratori avevano costituito nell'interno della stiva della stessa nave, con il tritolo portato via via in piccole quantità nelle proprie valige di attrezzi e accumulato in modo tale da poterlo far poi esplodere al momento opportuno. Lo stesso giorno, dunque, un
valoroso, resistente dei portuali, il Medici, allacciò una miccia al tritolo e le diede fuoco facendo esplodere la carica a cui era collegata e che per contatto mise anche in attività la bomba sistemata da Mariassalto, squarciando così la nave che rimase contro la banchina inclinata su di un fianco e non potè essere utilizzata per i fini a cui i tedeschi miravano.
Va detto che vi fu anche un tentennamento da parte del generale tedesco che comandava la piazza di Genova rispetto all'attuazione di quella decisione, tanto che qualcuno dopo la liberazione, deponendo sulle intenzioni dei tedeschi, gli attribuì anche un merito nella non esecuzione degli ordini pervenuti direttamente da Hitler per il brillamento del porto. Certo è però che se anche l'ordine fosse stato dato, e non si sa se sia mai stato dato in modo ufficiale, il porto non avrebbe potuto essere brillato poiché mancavano i collegamenti tra le bombe e perché erano state sabotate anche le fosse scavate per situare le mine, così che vi era l'impossibilità materiale di far brillare il porto.
La mia opinione è che questa storia debba essere ricostruita pezzo per pezzo. Vi è stata una commissione d'inchiesta organizzata su iniziativa dell'Istituto Ligure per la Storia della Resistenza, presieduta da un magistrato, che negli anni cinquanta approfondì tutta la vicenda. Questo approfondimento rappresenta un contributo fondamentale e dimostra quale sia stata l'opera dei lavoratori in particolare per salvare il porto, infrastruttura fondamentale per la nostra città, la cui distruzione avrebbe comportato non solo dei danni contingenti, ma proiettati anche nel futuro della ricostruzione dell'intero nostro paese. Un'azione di salvataggio, quella del porto di Genova, quindi essenziale di un punto di forza delle infrastrutture nazionali, che per merito dei lavoratori fu riconsegnato integro all'Italia per la ricostruzione e per il futuro finalmente democratico del paese».
Intervento nel convegno di Genova del 14 aprile 2005 organizzato dalla CGIL e pubblicato a cura della Fondazione Giuseppe Di Vittorio in:
Salvare le fabbriche. I lavoratori a difesa dei macchinari e delle grandi infrastrutture dalla furia dei nazisti in fuga – Ed. Ediesse Roma – pp 75-81
Luigi Sturzo e la fondazione del Partito popolare
Giorgio Candeloro, storico italiano del dopoguerra, tratteggia i momenti principali che precedettero la fondazione del Partito popolare italiano nel 1919. Al centro della vicenda è la figura di don Luigi Sturzo, un sacerdote siciliano con una grande passione politica che, all'inizio, lo ha avvicinato al Movimento dei democratici cristiani. Al contrario di Murri (*), però, Sturzo, anche se spesso in conflitto con il Vaticano, rimase sempre fedele alla Chiesa. Al centro dell'azione di Sturzo è l'idea di fare del Ppi un partito non confessionale, anche se chiaramente ispirato ai valori cristiani, e aperto ai problemi sociali.
Nato a Caltagirone nel 1871, per molti anni prosindaco della sua città, Sturzo fin da giovane era stato attivo nelle organizzazioni cattoliche e aveva aderito alla corrente democratico-cristiana. Dopo lo scioglimento dell'Opera dei Congressi, aveva obbedito alle direttive papali ed evitato di seguire il Murri nella ribellione: ma aveva posto con molta chiarezza fin dal 1905 l'esigenza di un partito dei cattolici democratici, non confessionale, e autonomo nel campo politico. Nel 1915 era stato nominato segretario della Giunta direttiva dell'Azione cattolica, organo centrale di coordinamento istituito da Benedetto XV, assumendo così una funzione preminente nel movimento cattolico a livello nazionale. Molta risonanza ebbe quindi il discorso, che pronunciò a Milano il 17 novembre 1918, su i problemi del dopoguerra, nel quale delineò un programma politico La cui attuazione presupponeva evidentemente la nascita di un nuovo partito.
Contemporaneamente questa eventualità venne prospettata in una lettera a Sturzo pubblicata su Il Corriere d'Italia dal dirigente Lombardo Stefano Cavazzoni, il quale propose la formazione di un partito che fosse emanazione dell'Azione cattolica, analogamente al Centro tedesco. Sturzo rispose allora affermando che gli organismi di Azione cattolica non potevano «tramutarsi in organi di partito politico» e propose il nome di «Partito popolare», già usato dai cattolici trentini. «Bisogna dare la sensazione che non solo ci muoviamo per la difesa religiosa del popolo - egli disse - nel quale caso possiamo essere uniti anche con liberali onesti e con conservatori moderati [...], ma che abbiamo un contenuto sociale e che del popolo, oggi chiamato a nuovi destini, vogliamo essere emanazione, esponenti e amici, contro il monopolio socialista che, sotto la bandiera della democrazia rossa, vuole raccogliere tutti i proletari». In quei giorni Sturzo ebbe un colloquio col Segretario di Stato, cardinale Gasparri, al quale comunicò l'intenzione di fondare il nuovo partito ottenendone una sostanziale approvazione. Vi furono inoltre [...] alcune riunioni di dirigenti cattolici delle varie regioni, che ebbero lo scopo di preparare la fondazione del nuovo partito. Da queste riunioni [...] uscì la nomina di una commissione provvisoria, incaricata di preparare un Appello al paese e il Programma del Ppi. [...] L’Appello [...] affermava: «a uno Stato accentratore, tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti .della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i comuni, che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private». Chiedeva pertanto «la riforma dell'istituto parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto alle donne, il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali accademici, amministrativi e sindacali; [...] la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione; [...] il riconoscimento giuridico delle classi, l'autonomia. comunale, la riforma degli enti provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali». A queste rivendicazioni democratico-radicali non prive di una certa tendenza corporativista l'Appello aggiungeva altre richieste derivate dalla tradizione del movimento cattolico democratico: «Libertà religiosa, non solo agli individui ma anche alla Chiesa, per la esplicazione della sua missione spirituale nel mondo; libertà di insegnamento, senza monopoli statali; libertà alle organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e Locale secondo le gloriose tradizioni italiche». [...] Nel complesso il Ppi si presentava al paese come un partito democratico avanzato per quanto riguardava la riforma elettorale e quella dell'ordinamento amministrativo dello Stato; si presentava inoltre come partito cristiano, senza peraltro proclamarlo esplicitamente, nell'affermazione di alcuni principi morali e nella difesa della «Libertà e indipendenza della Chiesa». Nel campo sociale il Ppi enunciava un programma generico di ispirazione solidaristica, destinato ad andare incontro alle esigenze di alcune importanti categorie contadine, come i coltivatori diretti, i piccoli affittuari, i mezzadri, i salariati fissi.
(G. Candeloro, Storia dell'Italia moderna, Vol. VIII, Milano, Feltrinelli 1987, pp 266-270)
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(*) Dopo l’Unità d’Italia, anche i cattolici costituivano un punto di riferimento importante per il proletariato, in particolare per i contadini. Fin dal 1870 era sorta l'Opera dei Congressi, un vero e proprio contenitore di tutto l'associazionismo cattolico sul quale la Chiesa intendeva mantenere uno stretto controllo.
All'inizio del secolo però questa grande organizzazione cominciava a entrare in crisi tanto che nel 1904 veniva sciolta e sostituita da tre grandi Unioni, tutte dipendenti dalle gerarchie ecclesiastiche.
Alla stretta tutela della Santa Sede tendeva però a sottrarsi il Movimento dei democratici cristiani, capeggiato dal sacerdote Romolo Murri, che predicava un riformismo intransigente, guidava le lotte contadine con modalità simili a quelle del socialismo e, soprattutto, riscuoteva un successo straordinario (nel 1902 quasi 250.000 erano gli. iscritti al suo movimento). I cattolici conservatori e l'alto clero guardavano con diffidenza ai democratici cristiani ed erano poi ancor più allarmati dal progetto di Murri di dar vita a un partito, una vera eresia per i fedeli ai quali il papa aveva severamente vietato (non expedit) ogni impegno politico nel Regno d'Italia. L’impossibilità di partecipazione politica da parte dei cattolici ebbe certo effetti di rilievo sulla mancata nazionalizzazione delle masse.
Col passare degli anni, però, la stessa Chiesa si rendeva conto che un atteggiamento tanto rigido rischiava di farle perdere terreno nella società civile, investita da un processo di modernizzazione che incideva sui costumi e sui valori tradizionali. Era pericoloso lasciare la gestione del cambiamento solo nelle mani dello Stato laico, tanto più dopo l'esempio della Francia dove i governi radicali stavano attuando una politica accentuatamente anticlericale L’ipotesi di un partito cattolico era però scartata a priori e, infatti, il pontefice Pio X sospendeva a divinis Murri che, passato nelle file dei radicali, sarebbe stato poi scomunicato. Tuttavia veniva contemporaneamente ammorbidito il divieto alla partecipazione elettorale con accordi sotterranei al momento delle votazioni tra clerico-moderati e liberali: i cattolici si adoperavano per far confluire i voti dei fedeli su quei deputati che si impegnassero a difendere in
Parlamento gli interessi della Chiesa.
Una cartolina del 1900 mostra i principali rappresentanti del Movimento democratico cristiano.
L'antifascismo costituzionale
Disposizione XII della Costituzione Italiana
È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.
La Costituzione italiana è il frutto di un grande sforzo politico collettivo per rigenerare la vita politica su basi costituzionali dopo la tragedia della dittatura fascista e le drammatiche dissoluzioni operate sulla vita materiale e spirituale del Paese. Ciò spiega l'impostazione antifascista della nostra Costituzione sia nei principi, più profondi e più importanti, antiautoritari e democratici, sia nelle norme più esplicite, come la Disposizione XII che vuole essere non un elemento di rivalsa o di vendetta ma solo, e giustamente, un'ulteriore garanzia per la democrazia italiana. Soprattutto allora, a guerra appena finita, quando il pericolo di un rigurgito fascista era ancora molto forte e vivo il ricordo della trasformazione da regno democratico-liberale a dittatura. Si capisce chiaramente, allora, il timore che spinse i padri costituenti a deliberare tale disposizione, anche perché una delle condizioni dell'armistizio dell'8 settembre 1943, imposte dagli alleati angloamericani all'Italia, era stata l'introduzione di sanzioni contro il fascismo e i suoi esponenti
La volontà evidente degli alleati, come della classe politica al Governo, era quella della defascistizzazione dello Stato. Così, già dal 1945 vennero emanate norme penali (poi modificate nel 1947, nel 1952 e nel 1975) miranti a colpire la ricostituzione del partito fascista e le attività neofasciste, secondo queste tipologie
• repressione dei fatti di promozione, organizzazione e partecipazione al regime fascista nel periodo monarchico e poi durante la Repubblica sociale italiana;
• punizione dei reati di intelligenza e di collaborazione con i tedeschi durante l'occupazione militare del Paese;
• repressione della ricostituzione del disciolto partito fascista e delle attività neofasciste.
Truppe della milizia fascista che, nel gennaio 1938, si addestrano al passo romano.
Vennero così emanati dei provvedimenti di epurazione nei confronti dei pubblici impiegati delle amministrazioni civili e militari dello Stato. In realtà, i provvedimenti di epurazione ebbero scarsa efficacia perché prevalse l'orientamento verso una generale pacificazione degli animi.
Di particolare rilievo le misure penali contro gli alti gerarchi, che prevedevano l'ergastolo e, nei casi più gravi, la pena di morteper i membri del governo fascista e i gerarchi fascisti, colpevoli di avere annullato le garanzie costituzionali, distrutte le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesse e tradite le sorti del paese condotto alla attuale catastrofe(art. 2, Decreto legislativo n. 159/1944). Erano inoltre previste pene per chi aveva organizzato squadre fasciste, compiuto atti di violenza e di devastazione, promosso o diretto l'insurrezione del 28 ottobre 1922 o il colpo di Stato del 3 gennaio 1925.
Più pesanti le norme penali che colpivano il collaborazionismo militare o politico con i tedeschi dopo l'8 settembre, a cui si applicarono le sanzioni previste dal codice penale militare di guerra. In realtà, la punizione di questi gravissimi reati fu intensa solo nei primi mesi dopo la liberazione e nelle zone del nord d'Italia; successivamente, vari provvedimenti di amnistia cancellarono gli effetti penali della maggior parte dei processi contro i collaborazionisti.
Così, anche se mancava una destra politicamente attiva, molti erano gli uomini implicati con il fascismo e con la Repubblica di Salò in circolazione. Infatti, già nel dicembre del 1946 si costituì il Movimento sociale italiano (Msi), direttamente collegato, per ideologia e per uomini. al disciolto Partito nazionale fascista. Ci fu chi sostenne che, Disposizione XII alla mano, anche l'Msi dovesse essere sciolto. In realtà, esso ebbe i suoi parlamentari regolarmente eletti, tenne congressi regolari e svolse regolare attività politica. Ma l'insurrezione di Genova, nel luglio del 1960, contro un congresso dell'Msi che cercava di legittimarsi come partito di governo senza nascondere la sua continuità ideologica col passato, dimostra quanto vivo fosse il sentimento antifascista in Italia e quanto previdente sia stato il divieto della disposizione.
L’attuale disciplina (legge n. 152, del 22 maggio 1975) stabilisce che si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando un'associazione, un movimento o un gruppo di almeno cinque persone perseguono finalità antidemocratiche, esaltando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o svolgendo propaganda razzista, ovvero esaltando esponenti o metodi del partito fascista o compiendo manifestazioni esteriori di carattere fascista.
Le pene previste sono:
• promotori e organizzatori dell'associazione neofascista: reclusione da 5 a 12 anni;
• partecipanti: reclusione da 2 a 5 anni.
Le pene sono raddoppiate se l'associazione assume il carattere di organizzazione armata o paramilitare.
La legge punisce, inoltre, l'apologia di fascismo come la propaganda volta alla costituzione di un associazione neofascista, la pubblica esaltazione di principi, esponenti e metodi del fascismo, l'attuazione di manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ovvero proprie del nazismo in occasione di pubbliche riunioni. Per tali reati sono previste pene che possono arrivare fino a 5 anni di reclusione.
Bibliografia:
Mauro Albera e Giovanni Missaglia – Professione cittadino – Ed. Hoepli Milano 2008
il Manifesto degli intellettuali antifascisti
Accanto all'antifascismo più attivo e impegnato, vi fu la testimonianza morale di alcuni intellettuali, per esempio dei 12 professori universitari che nel 1931 si rifiutarono di giurare fedeltà al regime.
Una delle testimonianze più significative è senza dubbio quella di Benedetto Croce, il grande storico e filosofo che, dopo un'iniziale condiscendenza verso il fascismo, nel 1925 rese pubblico il proprio dissenso redigendo il celebre Manifesto degli intellettuali antifascisti, in polemica e contrapposizione col Manifesto degli intellettuali fascisti che era appena stato pubblicato sotto la direzione del filosofo Giovanni Gentile. Consideriamo alcune parole di Croce tratte dalla sua Risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti, pubblicato a Roma nel 1925:
[...] Noi rivolgiamo gli occhi alle immagini degli uomini del Risorgimento, di coloro che per l'Italia operarono, patirono e morirono, e ci sembra di vederli offesi e turbati in volto alle parole che si pronunziano e agli atti che si compiono dai nostri italiani avversari [...]. La nostra fede non è un'escogitazione artificiosa e astratta o un invasamento di cervello, cagionato da mal certe o mal comprese teorie; ma è il possesso di una tradizione, diventata disposizione del sentimento, conformazione mentale e morale[...]. La presente lotta politica in Italia varrà, per ragione di contrasto, a ravvivare e a fare intendere in modo più profondo e più concreto al nostro popolo il pregio degli ordinamenti e dei metodi liberali, e a farli amare con più consapevole affetto. E forse un giorno, guardando serenamente al passato, si giudicherà che la prova che ora sosteniamo, aspra e dolorosa a noi, era uno stadio che l'Italia doveva percorrere per rinvigorire la sua vita nazionale, per compiere la sua educazione politica, per sentire in modo più severo i suoi doveri di popolo civile .
Croce, richiamandosi all'esperienza del Risorgimento, ribadisce la vitalità e la superiorità della tradizione liberale che il fascismo ha momentaneamente sconfitto. In realtà, il fascismo non è radicato nella storia italiana: è un invasamento di cervello, che finirà per mostrare tutta la sua inconsistenza. Anzi, in quanto esperienza di negazione della libertà, il fascismo contribuirà, per contrasto, a far capire e a far amare ancora di più agli italiani il valore della libertà e delle istituzioni liberali
Da queste poche parole si può intendere come Croce desse del fascismo una lettura molto diversa da quella di Gobetti, che pure era liberale. Nell'ottica di Croce il fascismo non è l'autobiografia della nazione, cioè un'esperienza radicata nella storia italiana e nel modo di essere degli italiani. Al contrario, esso è, per usare altre celebri espressioni crociane, una parentesi, una malattia morale. Esso è, perciò, una sorta di corpo estraneo alla storia italiana, un'esperienza passeggera da cui ci si può rimettere come da una malattia. La storia moderna - e quella italiana non fa eccezione - è storia della libertà, storia del progressivo affermarsi delle istituzioni e dei valori liberali. Il fascismo è, certo, un'esperienza aspra e dolorosa, che tuttavia può solo interrompere una storia che è destinata a continuare.
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Piero Gobetti (1901·1926)
Scrittore e politico, teorizzatore del liberalsocialismo, fu assertore dell'unione tra liberalismo laico e movimento operaio.
Morì a Parigi, dove era espatriato per sfuggire alla persecuzione fascista.
Piero Gobetti aveva visto nel fascismo una sorta di autobiografia della nazione: il fascismo, in questo senso, è la sintesi della storia italiana, dei suoi tratti più caratteristici e negativi, come la mancata integrazione delle masse popolari nella vita politica, la tendenza al servilismo, al conformismo e al culto del "capo". In questa prospettiva la lotta antifascista doveva rappresentare anche una sorta di rigenerazione morale dell'Italia.
Caratteri del fascismo
Alla voce Fascismo, dell'Enciclopedia italiana (più nota come Enciclopedia Treccani), la monumentale opera diretta dal filosofo Giovanni Gentile, il più autorevole intellettuale fascista, voce redatta dallo stesso Mussolini insieme a Gentile (1875 – 1944, ricoprì per due anni la carica di ministro dell’Istruzione del governo Mussolini), si dice:
Antiindividualistica, la concezione fascista è per lo Stato: ed è per l'individuo in quanto esso coincide con lo Stato [...]. È contro il liberalismo classico [...] Il liberalismo negava lo Stato nell'interesse dell'individuo particolare; il fascismo riafferma lo Stato come la realtà vera dell'individuo. E se la libertà deve essere l'attributo dell'uomo reale, e non di quell'astratto fantoccio a cui pensava il liberalismo individualistico, il fascismo è per la libertà. È per la sola libertà che possa essere una cosa seria, la libertà dello Stato e dell'individuo nello Stato. Giacché, per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tantomeno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso il fascismo è totalitario [...].
Si vede bene che l'ideologia fascista va ben oltre la critica dell'individualismo negatore e sopraffattore degli interessi collettivi.
Qui viene negata alla radice l'idea stessa che l'individuo, come tale, abbia dei diritti indipendenti dalla sua appartenenza allo Stato. L'individuo è letteralmente fagocitato dallo Stato. Se, come afferma Gentile, non c'è altra libertà che nello Stato, ben si capisce come il fascismo abbia potuto incarcerare tutti gli oppositori politici o mettere fuori legge i partiti di opposizione, in nome, appunto, di un presunto bene dello Stato, da far valere anche contro quegli astratti fantocci che sono gli individui.
Un altro passo della voce Fascismo, ne mette bene in luce il carattere antisocialista:
Né individui fuori dallo Stato, né gruppi (partiti politici, associazioni, sindacati, classi). Perciò il fascismo è contro il socialismo che irrigidisce il movimento storico nella lotta di classe e ignora l'unità statale che le classi fonde in una sola realtà economica e morale [...].
In questo passo, Gentile contesta proprio questo fatto: che il socialismo ha il torto di irrigidire il movimento storico nella lotta di classe. L'errore dei socialisti è di non vedere il ruolo dello Stato: è vero che nella società, nel mondo economico, nelle fabbriche, c'è un contrasto tra classi, ma questa conflittualità è superata nello Stato. In altri termini, lo Stato sa individuare e realizzare il bene comune, al di là degli egoistici interessi di classe: è questa, per Gentile, l'unità statale che fonde le classi. Mentre per i socialisti lo Stato è l'espressione degli interessi della classe dominante, come si vede tra l'altro dal costante tentativo di impedire il suffragio universale e di limitare il diritto di voto in base al censo, per Gentile lo Stato è l'incarnazione dell'unità delle classi. Non è né borghese, né proletario, ma, appunto, nazionale.
Il 24 giugno 1943 il filosofo Giovanni Gentile pronunciò dal Campidoglio un discorso, trasmesso contemporaneamente dalla radio.
Agli sbigottiti cittadini di Roma, agli italiani che lo ascoltano alla radio il filosofo esalta il fascismo come teoria e prassi politica e dichiara che «nel corporativismo è l'avvenire» mentre per gli ascoltatori fascismo vuol dire ormai soltanto guerra, disordine, fame, arbitri, prepotenze. Celebra il carattere immortale dell'Italia, la solita Italia con Roma educatrice di barbari, con Roma cattolica, con Roma «elaboratrice e propagatrice mirabile dell'Evangelo», con Roma del rinascimento, capitale di quel regnum hominis che è il mondo moderno; ma il cittadino si domanda come si concilia questa anima immortale con l'alleanza ai tedeschi negatori del diritto di Roma, negatori del cattolicesimo, negatori della uguaglianza fra gli uomini, persecutori e massacratori in nome di barbare teorie di razza. E concludeva il filosofo che «il popolo è tutto un esercito» e invitava ad aver fede nella vittoria; quella fede che muove le montagne; ma proprio questa fede il popolo non poteva aver più per i cento segni del disordine e dell'impotenza.
Le concrete conseguenze politiche della dottrina fascista.
Se anche la classe, come l'individuo, è fagocitata dallo Stato e in esso annullata, ben si capisce, per esempio, la messa fuori legge di tutti i sindacati a eccezione di quelli fascisti. I sindacati, la CGL (Confederazione generale del Lavoro) e la CIL (Confederazione italiana dei lavoratori), in quanto organizzazioni di classe, non apparivano al fascismo come una legittima forma di organizzazione degli interessi, dei bisogni e dei diritti dei lavoratori, ma come una minaccia all'unità nazionale dello Stato.
1920: fascisti devastano la sede del giornale IL PAESE
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