Lo sbarco alleato in Sicilia e la fine del regime fascista
L'11 giugno 1943, dopo un forte bombardamento aereo, viene espugnata l'isola di Pantelleria e il giorno dopo cade anche anche Lampedusa. Il primo lembo di territorio nazionale è in mano alleata.
Il 24 giugno, ricevendo un gruppo di gerarchi, Mussolini ostenta un'incredibile sicurezza. Nessuna preoccupazione desta in lui, nemmeno la minaccia d'invasione che già pesa sulla Sicilia. «Bisogna che non appena il nemico tenterà di sbarcare sia congelato su quella linea che i marinai chiamano del bagnasciuga».
Il 10 luglio, la sterminata flotta alleata (280 navi da guerra, 2275 navi da trasporto, e 1800 mezzi da sbarco) riversa sulla costa dell'isola l'armata d'invasione, la cui prima ondata d'attacco è costituita da 160.000 uomini: la VII armata americana al comando del generale Patton fra Licata e Pozzallo, l'VIII armata britannica al comando del generale Montgomery fra Capo Passero e Siracusa.
Sotto l'urto massiccio cadono le difese dell'isola, dove l'esercito italiano è privo d'ogni mezzo moderno di guerra e ha un unico reparto, la «Livorno », dotato d'artiglieria motorizzata: gli unici reparti efficienti o capaci di manovra sono due divisioni tedesche inviate da Hitler in seguito alle pressanti richieste di Mussolini. La campagna, dopo un aspro scontro nella piana di Gela, diventa una lunga rincorsa dell'armata di Patton verso Palermo e lo stretto, mentre l'armata di Montgomery arriva alle falde dell'Etna.
Vittorio Emanuele III autorizza il generale Ambrosio a preparare l'arresto di Mussolini e la dittatura militare da affidare a Badoglio. Contemporaneamente i gerarchi fascisti riescono ad ottenere la convocazione del Gran Consiglio con l'intento, ormai abbastanza esplicito, di togliere ogni potere a Mussolini.
La monarchia intende servirsi ancora di lui per ottenere lo «sganciamento dai tedeschi» in modo pacifico e col consenso stesso di Hitler. Nel convegno di Feltre col dittatore tedesco, Mussolini non osa nemmeno accennare alle questioni della «pace separata». È il 19 luglio e nello stesso giorno, in un'incursione massiccia dell'aviazione angloamericana, muoiono a Roma migliaia di persone.
Si recano a visitare il quartiere di San Lorenzo, semidistrutto dal bombardamento, Pio XII e anche Vittorio Emanuele III. L'automobile di quest'ultimo è presa a sassate dalla gente infuriata che grida: «E mandaci quell'altro!»
Il 24 aprile alle ore 17 si raduna il Gran Consiglio. Vi sono i gerarchi dissidenti capeggiati da Grandi, Ciano e Bottai che illustrano con abbondanza d'argomenti giuridici la necessità «del ritorno alla legalità», cioè il ripristino delle prerogative della Corona.
Vi sono i fanatici ad oltranza che come Galbiati e Scorza confermano invece la propria fedeltà al duce. Fra queste due ali estreme ondeggiano i minori gerarchi del regime che non sanno ancora da quale parte battersi. Il solo Farinacci è fermo sulle sue posizioni e vuole anche lui l'allontanamento del dittatore per condurre la guerra a fondo, sotto la guida dei suoi camerati tedeschi.
Mussolini, dopo aver illustrato in termini quanto mai vaghi la situazione militare, cerca a un certo momento di far rinviare la riunione del Gran Consiglio.
Alle due del mattino del 25 luglio viene messo in votazione l'ordine del giorno Bottai-Grandi-Ciano che raccoglie 19 si, 7 no, 1 astenuto.
È la fine ma Mussolini ancora cerca nelle ore seguenti d'illudersi sul valore non impegnativo del voto del Gran Consiglio. Con questa speranza si reca dal re nel pomeriggio alle ore 17 e cerca di perorare la sua causa. Il re gli ricorda che: «Così non si va più avanti. L'Italia è in tocchi. L'esercito è moralmente a terra. I soldati non vogliono più battersi. Gli alpini cantano una canzone nella quale dicono di non voler più fare la guerra per conto di Mussolini». Poi il re gli annuncia seccamente che ha già provveduto per sostituirlo con Badoglio.
Mussolini, mentre esce da villa Savoia, viene arrestato da un capitano dei carabinieri ed entra nell'autoambulanza che lo condurrà in prigionia.
I cimiteri di guerra alleati in Sicilia e tedeschi in Italia
da «Patria indipendente» rivista dell’ANPI del 21 maggio 2006
Forze Armate degli StatiUniti d’America
Dal luglio 1943 al maggio 1945 le Forze Armate Americane hanno perduto circa 32.000 uomini in Italia tra morti in combattimento e morti a causa della guerra. La “American Battle Monuments Commission” ha provveduto alla raccolta e sistemazione delle salme rimaste in Italia in due grandi cimiteri monumentali di guerra, uno a Nettuno ed uno a Firenze.
In Italia le tombe sono 12.264 ma altri 4.053 Caduti sono ricordati a parte perché le salme non sono state ritrovate o non è stato possibile identificarle. Per l’edificazione dei suddetti cimiteri lo Stato italiano ha concesso il libero uso delle aree di terreno.
Regno Unito e Impero Britannico
Nella campagna d’Italia il Regno Unito e le forze dell’Impero Britannico dal luglio 1943 al maggio 1945 persero 45.469 militari. L’Italia ha stabilito una convenzione con la Commissione Imperiale per le Tombe di Guerra (The Imperial War Graves Commission), la quale ha provveduto alla raccolta e sistemazione dei Caduti in 41 Cimiteri di Guerra. Occorre ricordare che oltre ai britannici, combattevano sotto la bandiera inglese le truppe dell’Impero, poi Commonwealth, (canadesi, indiani, sudafricani, australiani, neozelandesi, ecc.) e soldati di Paesi occupati dalla Germania, come polacchi, norvegesi, danesi, olandesi, belgi. Le aree di terreno sono state concesse gratuitamente dal Governo italiano. Il totale delle tombe è di 39.948; in alcuni cimiteri sono ricordati anche i Caduti non ritrovati e non identificati che ammontano a 5.511.
Cimitero di Guerra Canadese di Agira
Accoglie 490 tombe. Dopo la conquista della Sicilia, le tombe di tutti i canadesi morti durante le operazioni furono raccolte ad Agira, provincia di Enna. Questo posto fu scelto dal Comando canadese nel settembre 1943.
Cimitero di Guerra di Catania
Accoglie 2.135 Caduti. In questo cimitero sono raccolte le salme dei Caduti dell’ultima fase della campagna di Sicilia, soprattutto nei pesanti combattimenti condotti attorno a Catania e nella battaglia per la testa di ponte del fiume Simeto.
Cimitero di Guerra di Siracusa
Accoglie 1.060 Caduti. Il luogo in cui si trova fu scelto nel 1943 durante le fasi della conquista dell’Isola.
La maggior parte di coloro che sono qui sepolti persero la vita negli sbarchi in Sicilia dal 10 luglio 1943 e nelle fasi della campagna della Sicilia. Un gran numero di tombe appartiene al personale aviotrasportato inglese che atterrò nei dintorni della città nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943.
I dati sono stati ricavati dal volume di Livio Massarotti “Sintesi storica della Guerra di Liberazione 1943-1945. I Cimiteri di Guerra. Sacrari Militari della 2a Guerra Mondiale”, edito dalla Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione, Sezione di Udine, nel 2006.
Forze Armate Germaniche
La follia nazista ha travolto anche la Germania. Al di là di ogni considerazione, la Germania ed il popolo tedesco hanno pagato duramente questa follia e le violenze e distruzioni causate a tutti i Paesi dell’Europa.
Dovrà passare molto tempo prima che tutto questo sia assorbito dalle coscienze europee.
Le forze armate germaniche in Italia hanno avuto 120.000 Caduti. Di questi 100.043 sono stati raccolti in quattro cimiteri militari maggiori, che sono a Cassino, Costermano, Passo della Futa e Pomezia. I rimanenti 7.199 sono stati ripartiti in Cimiteri minori già esistenti in quanto raccoglievano i Caduti germanici della Prima Guerra Mondiale: Bolzano, Bressanone, Brunico, Cagliari, Feltre, Merano, Milis (Sardegna), Motta S. Anastasia (Sicilia), Pordoi, Quero.
L'Italia in guerra. Verso la crisi del regime fascista.
È difficile precisare in quale periodo esatto sia cominciata la crisi decisiva del regime fascista, quando cioè abbia avuto inizio la disgregazione di quelle basi di massa sulle quali, oltre che sul terrore poliziesco, esso aveva basato il proprio dominio.
Questa crisi viene alla luce in modo drammatico nel corso della seconda guerra mondiale, essa è tuttavia già avviata prima dello scoppio del conflitto per una complessa serie di motivazioni:
1) la imposizione, verificatasi fin dal 1935, della camicia di forza corporativa e autarchica alla debole economia italiana che ha avvantaggiato enormemente pochi gruppi monopolistici, a scapito dell'intera collettività nazionale;
2) lo stato di guerra permanente cui è stata assoggettata la popolazione italiana fin dal tempo dell'aggressione all'Etiopia;
3) il conseguente radicalizzarsi di uno stato di disagio e di malcontento fra quegli strati della piccola e media borghesia, nella città e nelle campagne, fra cui il fascismo aveva raccolto inizialmente gran parte dei suoi consensi;
4) motivi politici come la costituzione dell'Asse, l'allineamento della Italia fascista con la Germania nazista, la prona accettazione dell'Anschluss, l'artificiosa importazione della teoria della razza e dell'antisemitismo.
L’aver accolto Mussolini reduce dal suo viaggio a Monaco quale presunto «salvatore della pace» rivela l'illusione che il fascismo possa garantire la pace e tener fuori l'Italia dalla catastrofe che minaccia il mondo e l'Europa.
L’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania nazista era impopolare e inoltre veniva messa in gioco non solo la sorte del fascismo, ma quella del paese, della collettività nazionale.
La popolazione italiana finì per adottare l'ambigua parola d'ordine del vecchio partito socialista nella prima guerra mondiale: « Né aderire, né sabotare ».
« Né aderire»: mancò nella seconda guerra mondiale quel fenomeno tipico della storia militare italiana che è il «volontariato»; mancarono quei «canti di guerra» che erano sempre fioriti sulla bocca dei combattenti dell'Italia unita, anche nel corso delle imprese coloniali come quella di Tripoli. L'unico canto autentico di guerra - quello degli alpini della Julia “Sul ponte di Perati” - nacque dalla disfatta in Grecia ed è ispirato a un senso di tragica rassegnazione.
“Sul ponte di Perati bandiera nera / l’è il lutto degli Alpini che fan la guerra. Quelli che son partiti non son tornati / sui monti della Grecia sono restati. / Sui monti della Grecia c’è la Vojussa / col sangue degli Alpini s’è fatta rossa. / Un coro di fantasmi vien giù dai monti / è il coro degli Alpini che sono morti. / Alpini della Julia in alto i cuori / sul ponte di Perati c’è il Tricolore.”
«Né sabotare»: la mancata adesione alla guerra fascista assai tardi si tradusse in un esplicito rifiuto.
Furono le stesse vicende belliche a chiarire la situazione, a rendere evidente come la conservazione del regime fascista in nessun modo potesse identificarsi con una qualsiasi prospettiva di «vittoria». A differenza di ciò che si verificò per le armate del III Reich, il regime fascista, intervenuto nel grande conflitto nella stolta previsione d'una sua rapida conclusione, ma avendo già logorato armamento e mezzi nella guerra d'aggressione in Etiopia e in Spagna, non seppe che collezionare fin dal primo momento sconfitte su sconfitte, dalla campagna di Grecia all'Africa settentrionale e al disastro navale di Taranto.
(A Taranto l’11 novembre 1940 dopo le 22 circa, aerei inglesi si lanciarono contro le corazzate italiane “Duilio, Littorio e Cavour” che furono colpite gravemente e che, per evitare l’affondamento, furono portate ad incagliarsi su bassi fondali; danneggiati in modo minore furono il “Trento” e i caccia “Libeccio” e “Pessagno”. Fu la nostra Pearl Harbour).
Rapidamente svanita l'illusione di poter condurre una guerra « parallela» - cioè con le proprie forze e con propri obiettivi, in forma autonoma rispetto all'alleato tedesco - ben presto venne alla luce l'effettivo rapporto di forze. La guerra fu condotta dapprima con l'aiuto tedesco (per la riconquista della Cirenaica e per l'invasione alla Grecia) poi sempre più evidentemente al servizio del tedesco, già con la prima spedizione in URSS e poi nella alterna vicenda della campagna in Africa settentrionale.
La dura realtà sofferta e vissuta quotidianamente dal paese.
La Germania nazista poteva sostenere il peso della guerra, mediante la spoliazione sistematica d'ogni regione invasa ad ovest e a est. Nel suo sforzo bellico erano inseriti i lavoratori forzati d'ogni parte d'Europa.
Nell’Italia fascista invece:
a) Gravissima la situazione alimentare: fin dall'inizio del conflitto si applicò il razionamento dei generi fondamentali; la razione giornaliera di pane, stabilita nel settembre '41 a 200 grammi, scendeva nel giugno '42 a 150 grammi; grassi commestibili, razionati inizialmente a 800 grammi mensili, scendevano a 400 grammi; lo zucchero si stabilizzava intorno a 500 grammi. Carne, pollame, uova scomparvero pressoché totalmente dal mercato. Gli italiani che già prima del conflitto erano agli ultimi posti in Europa per il consumo di calorie pro capite, dovettero, per sopravvivere, ricorrere sempre più largamente al «mercato nero»;
Rapido e continuo l'aumento del costo della vita: assumendo per base il 1928 = 100, i beni di consumo da 94,3 nel 1939 toccavano la quota di 125,3 nel 1941, i beni strumentali nello stesso periodo da 144,2 ascendevano a 198,3.
Complessivamente il costo della vita, rispetto all'ultimo «anno di pace» goduto dall'Italia prima dello scoppio del conflitto etiopico, era salito del 112 per cento, cioè più che raddoppiato.
b) normalmente fermi o bloccati al livello anteguerra i salari; in continua discesa il loro valore reale. Assumendo come indice il livello da essi conseguito prima dell'avvento del fascismo (1921 = 100), nel 39 essi toccavano la quota 90 per poi precipitare via via nel '41 a 86, nel '42 a 83 e così via;
c) deficit del bilancio statale, che non valgono a colmare le emissioni di Buoni del Tesoro, con percentuali d'interesse (fino al 5,4 per cento) superiori a quelli praticati in ogni paese d'Europa coinvolto nel conflitto. Sempre più accentuata la spinta verso l'inflazione. Il peso dei sacrifici ricade tutto verso il basso, mentre ne sono esonerati i detentori del potere economico e politico.
d) I gruppi monopolistici del capitalismo italiano prosperano fra la generale miseria; in costante aumento risultano i dividendi delle maggiori società azionarie. Aumentano i capitali delle maggiori società come la Montecatini, la Terni, la SIP, l’Adriatica Elettricità, etc. Sono sfrenate le lotte per le commesse belliche;
e) la corruzione dei gerarchi, gli scandalosi episodi di speculazione in cui è coinvolta l'intima cerchia di Mussolini (la «banda Petacci» si dedica al contrabbando dell'oro.
Il distacco dal regime, ancora generico prima dello scoppio della guerra, diventa un vero e proprio «odio fisico» per la stessa figura dei gerarchi esonerati dai sacrifici e dalle sofferenze della guerra.
Ad arginare l'ondata di collera o di disprezzo che via via investe il Partito fascista non valgono i parziali provvedimenti disciplinari, come l'espulsione di qualche gerarca provinciale per «disfattismo» o per reati annonari, né le campagne propagandistiche che vengono lanciate secondo le particolari esigenze belliche. La fiducia nell'uomo che «ha sempre ragione».
Piuttosto che ai bollettini di guerra e ai comunicati della stampa fascista, abitualmente menzogneri e reticenti, si presta fede a Radio Londra, nonostante i divieti.
Il R.D. del 6 giugno 1940 n° 765, all’articolo 8, vieta agli ascoltatori della radio e ai possessori di apparecchi radioriceventi di ascoltare le trasmissioni delle stazioni “nemiche o neutrali”.
Il colonnello Stevens ai microfoni della BBC-Radio Londra
Largamente diffusi sono i motti di spirito o le barzellette che pongono in ridicolo il regime.
Un esempio di scritte murali e commenti:
«Indietro non si torna». La frase fu scritta, per caso, sul muro di un cimitero; e una mano ignota, aggiunse·lì sotto: «Lo credo, io».
«Solo Iddio può piegare la volontà fascista: gli uomini e le cose mai». E il commento fu immediato: «Speriamo in Dio».
Al principio dell'estate 1942 le sorti della guerra in Europa pendono ancora a favore di Berlino. Si apre alle forze dell'Asse la vallata del Nilo e la possibilità di colpire al cuore l'impero inglese. Sul fronte russo, le truppe del III Reich hanno ripreso la loro avanzata spingendosi fino al Caucaso e affacciandosi sul Volga a Stalingrado. Mussolini si è già procurato il cavallo bianco, su cui entrare vittorioso ad Alessandria, rinnovando i fastigi napoleonici.
Nell'estate 1942 sul fronte interno avviene il silenzioso, gravissimo sabotaggio alla guerra fascista che i contadini operano nelle campagne, sottraendo più di un terzo del raccolto agli ammassi imposti dal fascismo.
Quando spunta all'orizzonte la sconfitta di El Alamein, il fascismo cerca di velarne la tragica gravità, spacciandola per una delle tante ritirate strategiche che già si sono verificate in Africa settentrionale.
Ma questa volta tutti comprendono che ci si è avvicinati ad una svolta decisiva della guerra. La sconfitta di El Alamein coincide con l'ingresso nel Mediterraneo delle forze americane, con lo sbarco USA sulla costa dell'Africa settentrionale francese. Ed è questo un fatto nuovo e decisivo, di grande portata storica anche per il futuro e non soltanto collegato alle sorti immediate della guerra. «Gli Stati Uniti, occupando l'Algeria e il Marocco, hanno compiuto un'operazione offensiva che cambia completamente i rapporti di forze in tutto il settore mediterraneo, il quale è per l'Italia il settore decisivo».
Una maestra di una scuola elementare di Lissone scrive il 12 maggio 1943 sul “Giornale della Classe”: «La campagna di Tunisia si è chiusa dopo una resistenza veramente leggendaria da parte dei nostri valorosissimi soldati. Le mie alunne che hanno seguito con grande interesse le vicende della guerra in Africa, sentono il dovere di diventare migliori per essere degne degli eroici giovani che hanno, col loro sangue, resa sacra quella terra dove sicuramente torneremo! La vittoria non ci può mancare!».
Ma la realtà è ben diversa: sul fronte orientale le truppe sovietiche, dopo aver resistito nell'assedio di Stalingrado, continuano la loro controffensiva.
Dopo la Russia dove, nel marzo del 1943, i resti di quello che era l’ARMIR erano stati rimpatriati, lasciando in quelle terre circa 100.000 soldati italiani, ora tocca all’Africa: circa 250.000 uomini, tra tedeschi ed italiani, hanno deposto le armi. Gli Alleati avanzano.
Il generale Alexander invia a Churchill il seguente messaggio: «È mio dovere informarla che la campagna di Tunisi è terminata. Ogni forma di resistenza nemica è cessata. Noi controlliamo le spiagge del Nordafrica ...»
Bibliografia:
Battaglia Roberto, Storia della Resistenza italiana, Einaudi, 1964
La propaganda tedesca per il reclutamento di lavoratori italiani
La propaganda tedesca opera in Italia in modo del tutto autonomo, con una rete parallela a quella del governo di Salò, ma che a questa - nei punti strategici e nei momenti focali - si sovrappone o si impone, sia per dettare norme di comportamento sia per l'esercizio di una censura drastica.
Accanto alla PK (Propaganda Kompanien) agiscono nel territorio della RSI altri tre centri: Propaganda Abteilung Deutschen (PAD), Propaganda Abteilung ltalien (PAI) e Propaganda Staffel West.
Staffel significa formazione, termine che bene esprime l'intento pedagogico di chi vorrebbe plasmare gli italiani secondo canoni nazionalsocialisti. L'organizzazione tedesca è un’emanazione della Wehrmacht con diverse sedi nelle principali città italiane.
Il feldmaresciallo Rommel ha affidato alla Staffel, il 14 ottobre 1943, il controllo sulla stampa nel territorio della RSI. Il tema del lavoro è quello maggiormente divulgato, per favorire l'affluenza di manodopera in Germania. Nonostante gli slogan, in luogo del volontariato si ricorre alla precettazione. Le condizioni di lavoro nel Reich sono ben diverse da quelle decantate dai manifesti nazisti: lo appurano le stesse fonti di Salò. Una relazione dell' ottobre 1944 ironizza sulla promozione del lavoro in Germania:
«Si rileva come il trattamento tedesco per i nostri operai non risponda esattamente a quello dei proclami e degli inviti disseminati in ogni via d'Italia. Dal viaggio in vagoni bestiame ermeticamente chiusi al durissimo lavoro di 12 ore giornaliere, al rancio niente affatto all'italiana e, per lavoratori dell'industria pesante, insufficiente, i nostri operai sono in uno stato veramente miserevole. Risentimento contro le nostre autorità civili le quali a tutto e a tutti promettono di provvedere: promesse che non hanno alcun esito e alcun effetto. In un campo-lavoro di 45.000 persone, in mezzo a uomini delle più svariate nazionalità, in un conglomerato dove si parlano 22 lingue, tutti sono concordi “nel disprezzare l'italiano” e non c'è nessuno che cerchi di attenuare o modificare questo stato di cose. I metodi tedeschi più inumani e più duri sono usati solo per i lavoratori italiani i quali in questo caso sono da tutti vilipesi, mancando quell'autorità ai nostri dirigenti consolari che dovrebbero far assolutamente cessare questa palese ingiustizia».
La situazione non registra miglioramenti, se ancora a inizio marzo 1945 un emissario del duce che ha visitato i connazionali impegnati nei campi e nelle grandi industrie tedesche relaziona in termini assolutamente negativi:
«I nostri lavoratori sono stati fino ad ora abbandonati a loro stessi. Essi hanno in generale indumenti in stato deplorevole. Sembrano veri accattoni. Hanno sofferto e soffrono terribilmente il freddo. Le loro calzature sono per lo più costituite da zoccoli. Il loro modo di presentarsi li respinge dal consorzio civile; di qui molti incidenti incresciosissimi: è capitato più volte che nostri lavoratori sono stati espulsi dai tram ed altri mezzi pubblici di trasporto. Il loro stato di sporcizia li fa allontanare dai locali pubblici ed in qualche caso anche dai rifugi antiaerei».
Impossibile mascherare questa avvilente realtà e convincere gli italiani a recarsi volontariamente in Germania a svolgervi attività lavorativa.
Bibliografia:
- Mimmo Franzinelli, RSI - La repubblica Sociale del duce 1943-1945, Mondadori, 2007
l’Organizzazione Todt
Chi provvedeva in Italia alla costruzione di bunker, linee di difesa, alla riparazione di ponti e strade distrutte dai bombardamenti o dalle formazioni partigiane, era la famosa Organizzazione Todt. Questa organizzazione prese il nome dal suo fondatore Fritz Todt, ingegnere, che fondata nel 1933 in Germania per la costruzione di strade, autostrade, fortificazioni militari e linee di difesa, venne, durante la guerra, introdotta anche in Italia.
La Todt “italiana” era diretta da tecnici tedeschi che molto spesso appaltavano i lavori ai loro beniamini italiani compromessi, in maggioranza, col regime fascista.
Gli uomini da dedicare a questi lavori venivano procurati dai militari tedeschi con l’appoggio delle autorità fasciste locali. In linea di massima questi lavoratori venivano assunti tra coloro che erano esenti da chiamate militari, gli anziani e i giovanissimi. Molti di costoro venivano regolarmente pagati, altri invece venivano rastrellati nelle città e nelle campagne e condotti forzatamente al lavoro con tanto di sentinella tedesca o di altre guardie. In ogni comune esistevano queste liste di lavoratori. Fu per tale motivo che molto spesso i partigiani rovistavano negli uffici comunali mettendo a soqquadro ogni tipo di lista o registro che contenesse nomi di uomini atti al lavoro o al servizio militare.
Bibliografia:
- Berti Amato-Tasso Marziano, Storia della Divisione Garibaldina «Coduri», Seriarte Genova, 1982
- Mimmo Franzinelli, RSI - La repubblica Sociale del duce 1943-1945, Mondadori, 2007
Braccia italiane per l’Asse e “caccia agli schiavi”
Il reclutamento di lavoratori per la Germania e lo sfruttamento della manodopera italiana operato dai tedeschi nella seconda guerra mondiale.
Nella seconda metà degli anni trenta, la prospettiva di guadagnare alti salari, rispetto a quelli pagati in Italia, e di inviare congrue rimesse alle famiglie, invoglia molti lavoratori ad emigrare in Germania. All'esigenza di sopperire con lavoratori stranieri alla carenza di manodopera dell'alleato tedesco, corrisponde l'interesse del governo italiano di risolvere per questa via il problema della disoccupazione, nonché quello di pareggiare, attraverso le rimesse, il conto delle importazioni dalla Germania da cui dipendeva la nostra industria.
Alla metà di aprile 1937 giunge all’Ambasciata italiana di Berlino la richiesta da parte tedesca di assumere un piccolo contingente di braccianti, 2.500 in tutto. Le autorità del Reich preferirebbero venissero dal Sudtirolo. È poca cosa, ma l’Italia ha circa 150.000 disoccupati nel settore agricolo, e perciò conviene alle autorità aderire all’invito nella speranza, l’anno successivo, di poter aumentare il contingente con braccianti provenienti dalle regioni più colpite dalla disoccupazione (Veneto, Emilia).
Il 28 luglio si giungerà ad un primo accordo; si conviene che «nell’anno 1938 la cifra dei lavoratori potrà raggiungere il numero di 30.000».
Nel 1938 partirono 31.071 braccianti, che divennero 36.000 nel 1939; dal 1940 il totale annuale si stabilizzò attorno alla cifra di 50.000.
Accanto ai braccianti, il Terzo Reich chiede all’alleato italiano anche edili e minatori. Dei primi, dall’autunno del 1938 a tutto il 1939, ne passeranno il Brennero 9.500, 3.000 destinati alla costruzione delle officine Volkswagen a Fallersleben, gli altri diretti a Salzgitter, dove è aperto il cantiere della grande acciaieria della Hermann-Göring-Werke.
A giudizio delle autorità militari tedesche, gli italiani erano gli unici stranieri che si potevano adibire ad alcune mansioni presso aziende dove si facessero produzioni particolarmente delicate, dal punto di vista militare, o presso cantieri navali.
Con lo scoppio del conflitto e l'invio di numerosi classi al fronte uno dei primi obiettivi del Reich fu quello di reclutare per il proprio fabbisogno produttivo interno lavoratori in tutti i territori occupati.
Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra. Obiettivo iniziale del gruppo dirigente di Roma è condurre una “guerra parallela”. Le velleità del regime devono però ridimensionarsi in fretta, visti i rovesci militari sia nell’Africa del Nord sia in Grecia: in entrambi i casi solo l’intervento di forze tedesche evita la sconfitta. Alla dirigenza nazionalsocialista diviene chiaro che l’alleato mediterraneo è di scarsa utilità dal punto di vista militare ma richiede enormi rifornimenti in materie prime e carbone. Conviene, quindi, cercare di utilizzarne al massimo il potenziale produttivo, in modo particolare per quanto riguarda la manodopera.
I capi militari nel Reich (il motto adottato dalla decima armata della Wehrmacht era "il tedesco combatte l'italiano lavora per lui") non soltanto avevano deciso di sfruttare le risorse territoriali che l'Italia offriva utilizzando il paese come bastione militare avanzato, ma erano anche risoluti a sfruttare per l'economia tedesca di guerra le «risorse umane» rappresentate dalla manodopera italiana.
È così che, all’inizio del 1941, arrivano alle autorità fasciste richieste consistenti e dettagliate: nel gennaio si discute l’assunzione di 54.000 lavoratori industriali (edili e minatori, questi ultimi destinati alla Ruhr); pochi giorni dopo le trattative si riaprono su una richiesta tedesca di altri 200.000 lavoratori industriali; le autorità italiane ne offrono in tutto 150.000, così suddivisi: 50.000 dell’industria metallurgica, siderurgica, meccanica, 30.000 da altri settori ma suscettibili di essere impiegati in quei tre rami, 70.000 da altre branche produttive. Ed ancora non basta: con una nota del 19 giugno successivo il governo del Reich chiede altri 100.000 operai industriali.
Roma non può che acconsentire; viene così messo in piedi un complicato meccanismo di estrazione di manodopera dalle fabbriche, gestito congiuntamente dal ministero delle Corporazioni, da quello dell’Interno. Provincia per provincia, gli Ispettorati Corporativi e le Prefetture invitano ogni industria a fornire un elenco di tutti i dipendenti; su questa base verrà richiesto ad ogni azienda di fornire una quota proporzionale di lavoratori da mandare in Germania, «se possibile su base volontaria» e scelti, ovviamente, fra le classi di età non soggette alla leva. Dall’aprile 1941 cominciano a partire, dai centri di raccolta di Milano, Verona e Treviso, i primi treni speciali.
Nel periodo che va dalla crisi dell’estate 1943 alla Liberazione circa ottocentomila italiani (nella stragrande maggioranza maschi, ma non mancarono alcune migliaia di donne) vennero trasferiti (per la quasi totalità a forza) nel territorio del Terzo Reich. Lì i loro destini si incrociarono con quelli di altri centomila connazionali, giunti in Germania negli anni precedenti (dal 1938 in poi) sulla base di intese intergovernative tra Roma e Berlino.
Il 27 luglio 1943 Himmler, nella sua qualità di capo della polizia tedesca, bloccò i rimpatri di coloro che erano ancora al lavoro in Germania. Lo status degli operai e dei braccianti italiani precipitò a quello di lavoratori coatti.
Il gruppo più numeroso all’interno degli ottocentomila era rappresentato dagli IMI, “Internati Militari Italiani”, termine affibbiato dalle autorità militari e politiche del Terzo Reich a ufficiali, sottufficiali e soldati delle forze armate del Regno d’Italia catturati dalla Wehrmacht nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre 1943, in territorio metropolitano, nella Francia meridionale e nei Balcani.
Classificandoli in tal modo, invece che – come di consueto – “prigionieri di guerra” (Kriegsgefangenen), Berlino poté sottrarli al patrocinio della Croce Rossa Internazionale (CICR) di Ginevra e nello stesso tempo mantenere in vita con maggior spessore simbolico l’idea dell’Asse tra le due maggiori potenze fasciste (Germania ed Italia, quest’ultima sotto le vesti della RSI). Gli IMI, in tutto seicentocinquantamila, vennero detenuti fino all’agosto 1944 in campi di prigionia militare dipendenti dalle regioni militari in cui era suddiviso il Reich; gli ufficiali nei cosiddetti Oflager (campi per ufficiali), i sottufficiali e i soldati nei cosiddetti Stammlager.
Nell’agosto 1944 gli IMI vennero trasformati, con atto d’imperio, in lavoratori civili coatti, e vennero trasferiti nei cosiddetti Arbeiterlager (campi per lavoratori stranieri, sottoposti ad un regime di coazione). Oltre il novanta per cento degli IMI riuscì a sopravvivere alla prigionia: i caduti furono circa quarantamila.
Un secondo gruppo, di circa centomila, comprende i lavoratori portati in Germania dopo l’8 settembre 1943; di costoro un piccolo nucleo (alcune migliaia) aveva accettato le proposte di assunzione nel Reich propagandate dagli uffici aperti nell’Italia occupata dal Plenipotenziario generale per l’impiego della manodopera Fritz Sauckel. Gli altri, la maggioranza, furono catturati durante rastrellamenti (operazione definita «caccia agli schiavi», secondo il gergo della Wehrmacht) operati dalle unità tedesche e dagli apparati armati di Salò nelle retrovie del fronte o nel corso di azioni antipartigiane e vennero trasferiti in Germania per essere utilizzati nella produzione di guerra come lavoratori coatti. I partigiani, non soltanto paralizzavano il sistema dei trasporti e l’attività lavorativa, ma vanificavano anche qualsiasi contributo dell’Italia alla guerra.
Un terzo e numericamente più ridotto gruppo, di circa quarantamila persone in tutto, comprende infine coloro che vennero deportati dall’Italia avendo come destinazione il sistema concentrazionario nazista vero e proprio, dipendente dalla struttura SS. Di loro appena il dieci per cento (circa quattromila) riuscì a sopravvivere.
Tra questi quarantamila deportati italiani circa diecimila erano ebrei gettati nelle spire della «soluzione finale» e perciò mandati in gran parte (circa ottomila, di cui meno di quattrocentocinquanta i sopravvissuti) ad Auschwitz (dove nei mesi precedenti il genocidio era stato centralizzato), mentre i restanti finirono nei lager di Bergen Belsen, Ravensbrück, Buchenwald, Flossenbürg. Gli altri trentamila, classificati dagli occupanti e dai loro alleati fascisti repubblicani tra gli oppositori politici o sociali, vennero inviati nei lager di Dachau, Mauthausen, Buchenwald, Ravensbrück e Flossenbürg.
Bibliografia:
- Brunello Mantelli - Gli italiani in Germania 1938-1945: un universo ricco di sfumature - quaderni Istrevi, n°1/2006
- Mimmo Franzinelli - RSI-La Repubblica del duce 1943-1945 – Mondadori 2009
Lo scambio di prigionieri (Relève) e il servizio obbligatorio (STO)
Dal 1940 le fabbriche francesi funzionano a pieno ritmo per il Reich. Le materie prime e la produzione industriale e agricola sono massicciamente inviate in Germania. Nel 1943 l’economia francese, che paga 400 milioni di franchi al giorno per le spese di mantenimento dell’esercito di occupazione tedesco, lavora solamente per la Germania: le sue materie prime, la metà del suo cuoio, gli autocarri, le automobili, i motori, gli aeroplani, il 20% della carne, la metà della produzione di ghisa, l’alluminio, il 76% del cemento, il 67% della produzione del frumento, il 15% dei suoi prodotti caseari, il 55% dei tessuti e il 60% della gomma vanno in Germania. L’occupante ha requisito 4.000 locomotive e 294.000 vagoni merci. Amministratori tedeschi dirigono numerose imprese. Ma nel 1942, queste esportazioni massicce non sono più sufficienti per far fronte alle esigenze belliche naziste.
Nella primavera del 1942, il gauletier Fritz Saukel esige l’invio di 250.000 lavoratori in Germania. Laval propone un mercanteggiamento: in cambio di tre lavoratori che partono per la Germania, sarà liberato un prigioniero ( in realtà il rapporto sarà di sette a uno). Questo sarà lo scambio (Relève). Malgrado una forte disoccupazione, solo 49.000 francesi partono volontari. Per evitare che Saukel instauri il lavoro obbligatorio, Laval promulga una legge sull’«utilizzo e l’orientamento della manodopera» nel settembre 1942 completata nel febbraio 1943 con una nuova legge sul servizio del lavoro obbligatorio (STO), una sorta di coscrizione di tutti i giovani, uomini e donne, qualunque sia la loro qualifica, nati negli anni dal 1920 al 1922, che devono lavorare in Germania per due anni.
Il «ricatto ai prigionieri»
L’opinione pubblica francese è preoccupata per questa «deportazione» in Germania decisa dal governo di Vichy. La Resistenza e gli Alleati denunciano il ricatto ai prigionieri e il tradimento che instaura lo STO, facendo appello alla renitenza. Alla fine del 1943, i renitenti allo STO si moltiplicano. Per far fronte al gran numero di renitenti che rifiutano la «deportazione», il ministro tedesco Speer e il suo omologo francese Bichelonne stabiliscono un accordo: i lavoratori francesi resteranno in Francia nelle 13.000 imprese (Speer-Betriebe) che lavoreranno per l’occupante. In totale, con i lavoratori volontari, i lavoratori STO (650.000), i prigionieri di guerra «trasformati» in operai, sono circa un milione i francesi utilizzati in Germania. Le condizioni di lavoro non sono quelle promesse dalla propaganda:
ritmi infernali, dalle 10 alle 12 ore di lavoro al giorno, capi tedeschi violenti, perfino una coabitazione estenuante con detenuti nei campi di concentramento; le condizioni di vita non adeguate: camere insalubri, cibo nettamente insufficiente. Gli operai requisiti sono altresì sottoposti ai continui bombardamenti degli Alleati che tentano di annientare l’industria bellica nazista.
A questa manodopera francese in Germania, occorre anche aggiungere 2,5 milioni di francesi, spesso volontari che lavorano per l’organizzazione Todt nella costruzione di fortificazioni del muro dell’Atlantico.
Bibliografia:
Nicolas Jagora et Franck Segrétain – La victoire malgré tout – Edition LBM Paris 2005
La vita quotidiana dei lavoratori coatti nella Germania nazista
«Ai miei fratelli dei tempi della miseria: Belgi,Olandesi, Cechi, Croati, Polacchi, Italiani e Russi. Nella dura condizione di lavoratori forzati, noi eravamo già l’Europa della fratellanza, coloro che divisero il pane e la speranza».
Jean-Louis Queveillahc,
deportato francese per lavoro coatto in Germania
durante la seconda guerra mondiale
Nel giugno 1942 le armate del III Reich occupano tutta l’Europa, dalla Norvegia alla Grecia, dall’Atlantico al Volga. Hanno anche passato il Mediterraneo e l’Africa Korps di Rommel è alle porte dell’Egitto.
In Germania, oltre alla mobilitazione da parte della Wermacht di uomini dai 17 ai 35 anni per combattere, vi era la necessità di rifornimenti di armi e materiali alle armate: la guerra moderna aveva esigenze enormi. L’aviazione, la marina, l’esercito, il sistema logistico e i trasporti erano grandi consumatori di prodotti industriali che esigevano sempre più manodopera.
Due sono gli uomini che hanno delle responsabilità nella guerra dopo Hitler: Albert Speer (responsabile della produzione industriale) e Fritz Sauckel (fornitore della manodopera). Tutto oppone questi due uomini; il primo è un intellettuale, il secondo un realista fanatico e brutale proveniente dai quadri delle SA (Squadre d’assalto). Speer opta per lo sfruttamento delle industrie situate nei paesi occupati; Sauckel per la deportazione in Germania dei lavoratori da impiegare nelle fabbriche tedesche. Hitler sceglierà la strategia di Sauckel. Da tutti i territori occupati centinaia di migliaia di giovani, maschi e femmine, sono deportati verso i centri industriali tedeschi.
Sauckel, criminale di guerra secondo il tribunale di Norimberga, verrà condannato a morte e impiccato per aver deportato sei milioni di giovani, uomini e donne, nella più grande operazione di riduzione in schiavitù dei tempi moderni.
Appena passato il confine sono avvertiti con un altoparlante:
«Il grande Reich vi augura il benvenuto. Non dimenticate che siete in Germania, sottomessi alle leggi della Germania e non a quelle dei prigionieri di guerra. Tutti gli atti di sabotaggio o di rifiuto del lavoro saranno considerati come una diserzione e puniti come una diserzione. Le aziende in cui sarete impiegati vi rilasceranno una nuova carta d’identità (Ausweiss), la sola valida per la polizia che vigilerà sul vostro comportamento ».
Ciò significa che, ormai, alcuna convenzione internazionale sarà applicata ai lavoratori coatti: né la Croce Rossa né la Convenzione di Ginevra. Essi non sono che dei singoli individui, consegnati ai loro futuri datori di lavoro, i quali applicheranno a loro i regolamenti definiti dagli stessi datori di lavoro: orari di lavoro, riposi, permessi ...
Le guardie interne alla fabbrica (Werkschuss) ed esterne (Gestapo) vigileranno sul rispetto del regolamento.
Allo spaesamento e al miscuglio delle nazionalità si aggiunge la terribile barriera della lingua: rari sono i lavoratori coatti che padroneggiano la lingua tedesca.
La legge del lavoro a cui devono sottostare in tutti gli stabilimenti industriali prevede una settimana lavorativa di 72 ore, di giorno come di notte, in quanto il lavoro non si ferma mai.
A questi orari occorre aggiungere i tempi per percorrere il tragitto che separa il campo dal luogo di lavoro. Questa distanza costituisce un vantaggio in quanto le industri sono un obiettivo dei bombardieri anglo-americani. Nessuna zona della Germania è risparmiata dai bombardamenti. Più il fronte si avvicina, più i bombardamenti sono frequenti, efficaci e terrificanti.
Sui salari che ricevono i lavoratori, le industrie trattengono dal 40 al 50 per cento per l’alloggio e l’alimentazione. I rimanenti sono spesi dai lavoratori in calzature e indumenti acquistati al mercato nero, oltre che per il tabacco e le sigarette che vengono trattate a peso d’oro. Nei rari giorni di riposo, i lavoratori possono incontrarsi con i loro compagni.
La sicurezza tedesca (Sichereitheim) - gendarmeria e polizia – compie frequenti controlli nei campi, col pretesto di proteggere i lavoratori deportati dai comportamenti di alcuni di loro (alcolismo, furti, aggressioni ...).
Le situazioni sono comunque differenti secondo i luoghi e le aziende.
In alcuni casi i lavoratori alloggiano all’interno delle fabbriche. Pur sapendo i rischi che correvano, in molti pensavano di approfittare di un permesso per non ritornare più in fabbrica. Alla fine di novembre 1943 i permessi furono aboliti.
Da giugno 1944, con lo sbarco alleato in Normandia, la condizione dei lavoratori coatti peggiora ulteriormente: non ricevono più né lettere né pacchi; possono solo mandare qualche notizia ai loro parenti.
Dall’attentato a Hitler del 20 luglio 1944 fino alla Liberazione, la Germania, controllata ormai dalle SS di Himler e dalla sua polizia, considera tutti gli stranieri come nemici potenziali e li tratterà come tali.
Dopo il 20 luglio 1944, muta anche lo status degli oltre 600.000 militari italiani internati nei campi di concentramento tedeschi: da IMI diventato per ordine di Hitler lavoratori civili.
Le SS arrivano più frequentemente nei campi, dove gli armadi delle camere sono ispezionati e svuotati a tutte le ore del giorno e della notte: vino, frutta acquistata dai contadini, vestiti e stivali acquistati al mercato nero, ma soprattutto i ricevitori radio costruiti alla meglio per ascoltare “Radio Londra”. La sicherei theimpolizei ha tutti i diritti e effettua arresti, senza giudizio, per una durata da una a tre settimane. Coloro che sono accusati di rifiutare di lavorare o di sabotaggio, vengono giudicati da un tribunale composto da SS. La condanna varia da tre a otto settimane da trascorrere nei campi di punizione e di rieducazione al lavoro, Arbeitserziehmgslager. Si saprà poi che la condanna a sei settimane era sinonimo di condanna a morte. Coloro che scampano vengono riportati ai loro posti di lavoro e servono di esempio per gli altri.
Nel gennaio e febbraio 1945, quando le truppe sovietiche sono ai confini del Reich, la Germania mobilita tutti gli uomini validi compresi i ragazzi della Hitlerjugend (gioventù hitleriana). Ormai non essendoci più nessuno da mobilitare, i lavoratori coatti vengono prelevati dalle fabbriche per andare a scavare le difese anticarro; i lavori erano eseguiti sia di giorno che di notte, con il terreno gelato anche a -20 gradi: dodici ore con pala e piccone in condizioni disumane. Se questa non è schiavitù ...
I lavoratori coatti francesi (STO)
La Francia è il paese che ha fornito una parte importante di manodopera all’economia di guerra del III Reich.
Dal giugno 1940, dopo l’invasione tedesca, la Francia è divisa in zone: una zona proibita (le frontiere), una zona occupata e una libera ove si mantiene al potere il vecchio maresciallo Pétain, che sogna di risorgere grazie alla “Rivoluzione Nazionale”.
La realtà è che la Francia ha due milioni di uomini prigionieri negli stalag e negli oflag nazisti ed è depredata per le enormi spese di mantenimento delle truppe di occupazione: l’intera sua produzione (grano, carne, carbone, prodotti industriali ...) va in Germania. Sul territorio francese la prima preoccupazione dei francesi non è la “Rivoluzione nazionale”, ma la fame.
Nel 1941 nella Norvegia occupata era stata introdotta una forma di lavoro obbligatorio. Nel 1942 i nazisti richiedono al Belgio e alla Francia degli operai specializzati.
Fritz Sauckel, che è allora un importante rappresentante nazista, è nominato responsabile del reclutamento e dell’impiego della manodopera.
Dopo aver imposto alla Francia un forte contributo di guerra destinato alle truppe di occupazione e il sequestro della maggior parte della sua produzione industriale e agricola, i nazisti pretendono una forza lavoro. In un primo tempo questa manodopera è costituita dai prigionieri di guerra, poi da volontari, ai quali sono proposti dalla propaganda dei buoni salari oltre ad una adeguata alimentazione (la maggior parte della popolazione conoscono il razionamento alimentare).
In questo contesto, dal 18 aprile 1942 è tornato al potere Pierre Laval, nominato da Pétain capo del governo del regime di Vichy, che attua una politica di maggior collaborazione con l’occupante tedesco. Il 10 giugno 1942 Vichy emette un’ordinanza per incitare alla partenza per la Germania di lavoratori volontari.
In tutta la Francia vengono, inoltre, aperti degli uffici di collocamento e vengono consegnati ai tedeschi la lista di tutte le industrie.
Si ebbero delle partenze soprattutto dalla zona occupata, dove imperversava una disoccupazione intenzionalmente mantenuta. Malgrado la disoccupazione e la propaganda allettante, poco più di 100.000 volontari hanno risposto all’appello. Allora Pierre Laval tenta di giocare la carta dei prigionieri di guerra. Con l’accordo dell’occupante nazista, viene messo in atto un odioso ricatto: le autorità naziste libereranno un prigioniero di guerra ogni tre volontari che partono per le fabbriche tedesche.
Nel giugno 1942, Sauckel si reca a Vichy e impone a Laval il reclutamento forzato di 350.000 lavoratori. Alla fine del mese di giugno è annunciata alla radio la creazione della “Reléve” (operazione di reclutamento con scambio di prigionieri).
Il primo treno di operai “reléves” arriva in Germania l’11 agosto 1942. Ma il numero di prigionieri liberati dai tedeschi è al di sotto delle promesse e anche il numero di lavoratori francesi che partono per la Germania è inferiore alle previsioni.
Da un giornale della Resistenza francese manifestazione per impedire la partenza degli STO
Ma, nonostante una propaganda ben condotta, i risultati sono deludenti.
Si aspettavano 200.000 partenze, invece sono solo 53.000: 12.000 in giugno, 23.000 in luglio e 18.000 in agosto. Alla fine del 1942 sono solo 240.000.
Il 1° settembre 1942 Sauckel pretende da Laval l’invio immediato di 300.000 uomini. Il governo di Vichy, il 4 settembre 1942, promulga una legge sul lavoro obbligatorio per tutti gli uomini dai 18 ai 50 anni e per tutte le donne dai 18 ai 35 anni.
Pierre Laval con il capo della Gestapo in Francia
L’8 novembre 1942, in risposta allo sbarco alleato in Africa settentrionale, la zona libera della Francia è occupata dalle truppe del Reich. La fragile esistenza del governo di Vichy è finita: il suo unico ruolo ormai è quello di servire l’occupante tedesco.
Hitler conduce ormai una guerra totale che coinvolge tutta l’economia della Germania, trasformata in economia di guerra. Le fabbriche d’armi funzionano 24 ore su 24 e richiedono molta manodopera.
Alla fine del 1942 un decreto legge di Sauckel riguardante la zona occupata della Francia stabilisce il principio del lavoro obbligatorio. Questa misura è presto seguita da un decreto legge di Laval per la Francia di Vichy (anche questa zona della Francia dall’11 novembre 1942 sarà occupata dai tedeschi). Con questa legge, i lavoratori francesi che non lavorano direttamente per la Germania, possono essere reclutati dalle autorità prefettizie e inviati in Germania con treni speciali. Questo provvedimento entra in vigore dal 1° febbraio 1943 e riguarda tutte le donne senza figli dai 18 ai 45 anni e tutti gli uomini dai 16 ai 60 anni.
Dal 13 marzo al 15 luglio 1943, 500.750 francesi sono partiti per le fabbriche del Reich. Mai una nazione civile, nei secoli precedenti, aveva consegnato i suoi figli per essere ridotti in schiavitù!
Il 16 febbraio 1943 una legge impone il servizio del lavoro obbligatorio (STO, Service du Travail Obligatoire). Tutti i giovani di età dai 20 ai 22 anni possono essere mandati di forza in Germania.
Nel giugno 1943 Sauckel reclamerà 220.000 uomini, poi in agosto 1943 500.000. Poi ne pretenderà 1.000.000.
Dati ufficiali sul numero di lavoratori coatti in Germania al 30 settembre 1944
La Francia è il paese che ha fornito una parte importante di manodopera all’economia di guerra del III Reich.
400.000 lavoratori volontari, 650.000 reclutati come STO, circa 1.000.000 di prigionieri di guerra oltre ad un milione di lavoratori impiegati nelle industrie francesi che producevano esclusivamente per la Germania. Complessivamente sono 3.000.000 di persone.
I reclutati come STO erano pagati. Alla Liberazione saranno riconosciuti come “deportati del lavoro”. La STO ha spinto un gran numero di giovani a passare tra le fila dei partigiani. Contrariamente alcuni hanno scelto di arruolarsi nella Milizia o nella Legione dei Volontari Francesi (LVF) creata nel 1941 per lottare contro il “bolscevismo”.
Legione dei Volontari Francesi (LVF) per lottare contro il “bolscevismo”
giornale della Francia occupata
Roma durante il ventennio fascista
Un ritratto della vita a Roma durante il Ventennio, degli inganni e della brutalità del regime dalle pagine di “Con cuore di donna- Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista” di Carla Capponi.
Carla Capponi (1918-2000) ha ricevuto la medaglia d'oro al valor militare per aver partecipato alla guerra di liberazione partigiana. Più volte parlamentare del Pci, ha fatto parte del comitato di presidenza dell'Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.
Dall’avvento del fascismo alla guerra di Spagna.
La tragedia del delitto Matteotti aveva dato inizio all'avventura fascista.
Nel suo intervento alla Camera dei deputati l'onorevole Matteotti, coraggioso uomo politico socialista, aveva lanciato contro il capo del governo delle precise denunce. Dopo la sua requisitoria parlamentare in cui che aveva osato denunciare le violenze e le illegalità compiute durante la campagna elettorale, era seguito l’agguato teso dai fascisti. Sottoposto a violenze, era stato rapito e ucciso all'interno di una macchina, seviziato con decine di coltellate. Fu ritrovato alla Quartarella dal cane di un cacciatore che, alcuni mesi dopo il delitto, mise a nudo il suo corpo martoriato e in disfacimento.
Il delitto risaliva al giugno del 1924, il processo farsa si svolse nel 1925.
Dopo l'attentato contro Mussolini nel novembre del 1925, del quale fu accusato quale ideatore il socialista Tito Zamboni, la violenza fascista si scatenò e le misure di sicurezza furono rese più severe. Iniziò la campagna contro le opposizioni e i sindacati, e una serie di provvedimenti colpirono i partiti politici: fu sciolto il Partito socialista unitario, furono sequestrati e sospesi molti giornali della sinistra, fu reso obbligatorio il saluto romano, che negli uffici e nelle scuole sostituì la stretta di mano. A piazza Venezia fu vietato il passaggio sul marciapiede antistante il palazzo dove il dittatore aveva stabilito la sede degli uffici di governo e del Gran consiglio fascista.
Inoltre era divenuta consuetudine imposta dal nuovo regime che prima di ogni film fossero eseguiti l'inno nazionale (marcia reale) e l'inno fascista "Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza" ed era fatto obbligo a tutti di alzarsi in piedi per salutare con il braccio teso.
Gli oppositori costretti nelle carceri, relegati al confino politico, emigrati all'estero o ridotti ai margini della società nelle borgate, perseguitati e ributtati in carcere ogni qual volta si svolgevano le manifestazioni "patriottiche" del PNF.
Nel 1927 c'era stato il primo sciopero delle filandaie e nel 1933, nel Vercellese, dopo mesi di proteste e rivendicazioni era iniziato uno sciopero delle mondine che i fascisti non poterono tenere nascosto perché durò più di un mese provocando violenze crudeli: una mondina restò cieca a causa del vetriolo lanciato dai fascisti contro le donne per intimorirle e farle cedere. Seguirono molti arresti.
Con la crisi economia del 1929 c'era stata una caduta del consenso al regime; si erano manifestati segni di scontento e un certo distacco dai rituali fascisti da parte di masse di lavoratori politicamente più evoluti. In Italia il disagio di certi strati sociali era cresciuto e lo si percepiva dalle difficoltà economiche nelle quali si dibatteva la gran parte degli impiegati e dei salariati: la crisi degli alloggi, gli stipendi bloccati da anni, I'incremento del costo della vita. Una parte sommersa di cittadini viveva ai margini della città ed era alla fame; l'accattonaggio era proibito ed era previsto l'arresto.
Con l'avvento del nazismo in Germania capimmo quale tragica prospettiva si apriva all'Italia con l'alleanza italo-tedesca.
La guerra contro l'Abissinia
Sulla Domenica del Corriere, Achille Beltrame illustrava in copertina le azioni vittoriose dei nostri soldati nella guerra contro l'Abissinia. Quell'impresa era "un'aggressione a un popolo libero e sovrano". In quelle illustrazioni era rappresentata tutta la violenza di uno scontro impari tra un esercito fornito di armi micidiali, un'aviazione che vantava di essere la migliore del mondo e un popolo che, per difendere la propria sovranità, aveva un esercito mal organizzato, privo di aviazione e di armi moderne. La guerra era condotta anche contro la popolazione civile. Una sciagurata impresa che costò il sacrificio e l'eroismo inutile di molte giovani vite di soldati, illusi di conquistare con facilità la terra di un popolo orgoglioso della propria cultura e geloso della propria libertà.
La guerra aveva fatto risalire il credito del fascismo. La canzone più diffusa nel periodo dell'aggressione all'Abissinia divenne Faccetta nera, ma fu proibita perché prometteva alla "negretta" che sarebbe divenuta cittadina romana e avrebbe avuto "un altro duce e un altro re". La pari cittadinanza con gli italiani non piaceva al Duce, che stava per imitare il Führer sulla purezza della razza, e la popolare canzone fu proibita, tolta dai programmi delle bande militari, ma restò sulla bocca degli italiani che ogni tanto la canticchiavano forse sole per spirito polemico.
Fu nel corso di quella guerra coloniale che l'Inghilterra chiuse lo stretto di Suez, e la Società delle nazioni, dopo vari appelli lanciati all'Italia, decretò le sanzioni economiche contro il governo italiano. Da quel momento ebbe inizio una campagna di propaganda che chiedeva agli italiani sacrifici per lo sforzo bellico: "Oro alla patria e rame e ferro per fare i cannoni".
Nella campagna per "l'oro alla patria", la macchina della propaganda mise in atto una grande manifestazione per la raccolta delle fedi d'oro che le donne italiane "dovevano donare per la grandezza dell'Italia.
Le madri dei caduti nel gennaio 1935 portano le fedi sull’Altare della Patria a Roma.
La guerra coloniale la vincemmo. La manifestazione più importante e spettacolare fu la proclamazione dell'Impero. La cosa più impressionante della manifestazione per la proclamazione dell’Impero, spettacolo folcloristico-militare, fu la presenza di alcuni prigionieri di guerra, RAS abissini, costretti a sfilare nei costumi di guerrieri con le caviglie incatenate.
Finita la guerra coloniale, Mussolini ne cominciò un'altra ancora più ingiusta e crudele contro il popolo spagnolo, che si opponeva alla sedizione di un gruppo di generali reazionari capeggiati dal generale Francisco Franco. Aveva avuto inizio la guerra civile spagnola, che assunse carattere internazionale con l'intervento dell'Italia e della Germania; per parte loro, i paesi democratici, Francia, Inghilterra e Paesi Bassi, dichiararono il non intervento, determinando l'isolamento del legittimo governo spagnolo. Migliaia di volontari accorsero a combattere contro i fascisti da ogni parte d'Europa e persino dagli USA, accentuando il carattere internazionale della lotta, e per la prima volta nasceva in Europa uno schieramento antifascista che superava ogni separazione ideologica.
Grandi problemi di gestione si ebbero per raggiungere l'unità di tutte le forze politiche, per creare un esercito popolare forte, disciplinato, efficiente, per vincere la guerra e rinsaldare il governo repubblicano. Per gli anarchici vincere la guerra non era il fine, poiché tendevano a una rivoluzione sociale che realizzasse l'abolizione della proprietà privata, dello stato, dell'esercito e delle classi sociali, per costituire la "comune libertaria". Ma questa visione della lotta avrebbe determinato l'indebolimento fino alla rottura dell'unità del fronte combattente.
Quella guerra costò al popolo spagnolo un milione di morti e ai volontari italiani cinquemila caduti.
Pochi credevano allora che in breve tempo, di avventura in avventura, quel regime avrebbe portato l'Italia alla rovina. Solo Gramsci lo aveva detto ai giudici del Tribunale speciale che lo aveva appena condannato a morire in carcere, reo di essere il segretario del Partito comunista italiano.
(continua)
Roma durante il ventennio fascista (seconda parte)
dalle pagine di “Con cuore di donna- Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista” di Carla Capponi.
26 luglio 1943: sentii un clamore improvviso crescere dalle case: vidi spalancarsi le finestre e uomini e donne affacciarsi urlando qualcosa che non capivo. A via Cavour infine mi fermai e chiesi che cosa fosse successo. Una donna mi gridò: «Hanno cacciato via er puzzone, se n'è annato Mussolini».
Da quel giorno la mia casa divenne uno dei centri dell'attività che riprendeva a manifestarsi riaggregando intorno ai partiti persone rimaste in clandestinità per tanti anni.
Il primo pensiero fu quello di chiedere la scarcerazione dei prigionieri e dei confinati nelle isole. In particolare, le riunioni che si tennero in casa erano tutte finalizzate alla mobilitazione per ottenere la liberazione dei politici costretti nelle carceri di Regina Coeli: avevano già liberato alcuni antifascisti ma non volevano rilasciare i comunisti, che erano i più numerosi.
Si era ai primi di agosto e tutto ancora era incerto. "La guerra continua", aveva avvertito Badoglio, e intanto si aveva notizie che diciotto divisioni tedesche stavano varcando i confini del Brennero.
Nelle discussioni alle quali partecipai si considerava se, caduto il fascismo, potevamo restare alleati di un regime dittatoriale: si poneva il problema che prima o poi avremmo dovuto prendere una decisione che, per logica, sarebbe stata quella di rompere l'alleanza con i tedeschi e di chiedere un armistizio unilaterale agli angloamericani.
I partiti si riorganizzarono e costituirono una forma di governo alla macchia, come si diceva allora, che doveva fungere da centro coordinatore della lotta clandestina: il CLN, Comitato di Liberazione Nazionale, che ebbe quale primo presidente un antifascista, Ivanoe Bonomi.
Molti treni che provenivano da nord erano pieni di gente di ogni categoria, maestre, impiegati, contadini, molte donne: tutti carichi di borse, valigie, pacchi, segno di un traffico di scambi ancora molto attivo tra città e campagna, unica risorsa per integrare le razioni da fame e sopravvivere alla carestia della guerra.
Otto settembre
La radio EIAR (sigla della RAI di allora) sospese le trasmissioni musicali alle 19.45 e, dopo un breve silenzio, fu annunciata la lettura di un comunicato. Poi, la voce del maresciallo d'Italia Pietro Badoglio scandì il proclama: "A tutte le forze di terra, di mare e dell'aria: il Governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze angloamericane. La richiesta è stata accettata. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi da qualsiasi parte provenienti".
Roma era divenuta il rifugio di tutti gli abitanti dei paesi distrutti dai bombardamenti. Dopo lo sbarco degli angloamericani a Salerno le popolazioni erano sfollate da Cassino, Frosinone, Colleferro, Valmontone e da altri paesi limitrofi, cacciate dall' avanzare del fronte della guerra e dalle distruzioni dei bombardamenti che avevano devastato città e campagne. Un esodo biblico aveva spostato centinaia di migliaia di persone, prive d'ogni bene, convinte di trovare sicurezza e assistenza nella capitale, protette dalla presenza del Vaticano. I fascisti avevano creato un Commissariato alloggi che smistava le famiglie dei sinistrati negli appartamenti requisiti e nelle foresterie dei conventi che accettavano di ospitarli. Ma di lì a poco anche in quel settore dell'assistenza cominciò a regnare il caos per l'enorme afflusso di sfollati che giungevano ogni giorno e perché i fascisti ne avevano fatto un commercio 'lucroso, ma anche per la disorganizzazione che ormai regnava in ogni settore della vita cittadina. Molte famiglie, fortunate, si erano arrangiate presso parenti; altre, più disperate, erano accampate nei luoghi 'più impensati e in tutte le zone della periferia erano fiorite una quantità di baracche costruite con lamiere, cartoni e ogni materiale reperibile adatto a creare un rifugio; persino le arcate degli acquedotti romani erano divenute alloggio di intere famiglie. Dopo i primi grandi bombardamenti di Roma altre migliaia di sinistrati erano stati collocati in varie caserme. I più raccomandati, i gerarchi fascisti dei vari paesi sfollati, erano sistemati negli appartamenti vuoti di proprietà dei vari enti. Si calcolava che il numero degli abitanti in città fosse addirittura raddoppiato.
Dopo l'otto settembre, i fascisti avevano proclamato la Repubblica sociale ricostituendo il disciolto Partito fascista con alcuni uomini del Ventennio. Avevano così avuto inizio le affissioni dei proclami che annunciavano l'obbligo al "servizio di lavoro" e all' arruolamento delle classi 1910-1925 nell' esercito della nuova repubblica fascista.
Non potevamo credere che nei quarantacinque giorni trascorsi da "La guerra continua", prima di decidere l'armistizio il generale Badoglio avesse lasciato entrare in Italia sedici divisioni tedesche che si erano dislocate nei punti strategici e nelle città chiave del Nord e del Centro Italia.
I nazisti che avevano occupato la capitale iniziarono anche loro ad affiggere manifesti che annunciavano l'arruolamento per il servizio del lavoro sotto il comando delle SS, e la minaccia per chi non si presentava in tempo alla chiamata era la "punizione secondo le leggi di guerra" tedesche, ossia la condanna a morte. Ma i romani delusero le aspettative e non risposero agli appelli, sfidando così i diktat di morte dei tedeschi e dei fascisti.
Il sette ottobre 1943 il comando tedesco sciolse l'Arma dei carabinieri, arrestandone e deportandone gran parte: molti sfuggirono alla cattura.
Il sedici ottobre, alle cinque e trenta del mattino, ebbe inizio il rastrellamento degli ebrei dal ghetto. Il quartiere fu circondato da circa centocinquanta SS germaniche e da soldati della Wehrmacht, che in due ore rastrellarono mille e ventidue ebrei, snidandoli casa per casa, buttandoli giù dal letto, trascinandoli via senza permettere loro neppure di indossare abiti adatti. Quasi tutti si infilarono un cappotto sopra gli indumenti da notte e furono portati alla Scuola militare senza cibo, senza assistenza, buttati per terra in camerate, in attesa del tragico viaggio. Di quei mille e ventidue deportati in Germania solo quattordici si salvarono: tredici uomini e una donna, unica superstite della famiglia Spizzichino.
Fu dalla stazione Tiburtina che il diciassette, alle cinque del pomeriggio, partirono diciotto vagoni piombati dentro ai quali era anche una bimba, nata durante la notte, che non ebbe neppure una mangiatoia per culla. Pensare a quella madre giovanissima con la sua piccola creatura nuda, nel lungo viaggio verso le camere a gas, divenne per me un assillo che mi tormentò ogni qualvolta dovevo intraprendere un'azione contro gli aguzzini tedeschi e i loro alleati fascisti.
Il ventisette e il ventotto ottobre iniziarono i primi rastrellamenti per recuperare i renitenti di leva. Le strade furono bloccate e mezzi tedeschi sbarrarono le vie di accesso ai quartieri, che vennero circondati dalle milizie; tutti coloro che circolavano furono arrestati, dopodiché iniziarono i rastrellamenti casa per casa, Bussavano a ogni porta e se non ricevevano risposta la sfondavano e arrestavano chiunque fosse all'interno e avesse un' età compresa tra i quindici e i sessant'anni. Con brutalità spingevano i rastrellati nei camion, e spesso nelle perquisizioni rubavano i preziosi; in questa affannosa ricerca di braccia da deportare per il lavoro coatto in Germania o al fronte usavano violenza e molte volte anche le armi per bloccare quanti tentavano di sfuggire.
L'attività dei partigiani si concentrò contro il ricostituito Partito fascista. Fu deciso di scoraggiare i fascisti che ricominciavano a girare per la città, spavaldi nelle nuove divise della rinata Guardia nazionale repubblicana e rifatti franchi dalla massiccia presenza a Roma dei loro alleati.
I GAP di zona si organizzarono per attaccare le pattuglie fasciste.
Il mese di ottobre finì e già si contavano i risultati della presenza attiva dei GAP. Più di trenta azioni.
Dopo la disfatta dell'esercito, lo sbandamento dei soldati, l'occupazione della EIAR e dei più importanti ministeri da parte dei tedeschi, Roma era praticamente in mano ai nazisti. Una grande solidarietà si era instaurata tra civili e militari e, proprio grazie alla disponibilità dei primi cittadini, molti militari erano sfuggiti ai rastrellamenti e alla deportazione e avevano potuto riorganizzarsi nella clandestinità.
Così l'anno 1943 finiva. Un anno tragico che aveva cambiato la mia vita ed era stato denso di fatti straordinari e terribili. La guerra aveva incrudelito il conflitto, ma c'era una speranza che s'insinuava nell' animo, suggerita dagli avvenimenti, ed era che il crollo della dittatura nazista avrebbe seguito a breve termine quello del fascismo, avvenuto il venticinque luglio. Le prime disfatte in Africa e a Stalingrado, avevano segnato l'inizio di questo inarrestabile evento. Non pensavamo che ci sarebbero voluti ancora due anni prima della fine della guerra: gli Alleati erano bloccati a Cassino, ma la speranza della rottura di quel fronte ci dava coraggio e determinazione ad agire.
Malgrado avessero più volte dichiarato Roma "città aperta", i tedeschi continuavano a usarla come centro di smistamento delle truppe che combattevano sul fronte di Cassino, e lungo i viali tutta la città era occupata dai camion che ne regolavano il trasporto.
Lo sbarco ad Anzio avvenne il ventidue gennaio 1944, sorprendendoci tutti, e immediatamente giunse l'ordine di organizzare "comizi volanti" per incitare i romani a concorrere alla cacciata dei tedeschi dalla città.
Alla Resistenza si chiedeva di contrastare con ogni mezzo il flusso di rifornimenti di militari e di armi che provenivano dal Nord, tutti effettuati a mezzo di camion poiché le ferrovie erano colpite ogni giorno e in gran parte erano già distrutte, I camion viaggiavano di notte e si occultavano di giorno, nascondendosi all'interno delle città per non essere attaccati dagli aerei americani.
Il CLN diede mandato alla giunta militare, costituita da Bauer, Amendola, Pertini, Partito d'azione, Partito comunista e Partito socialista, di organizzare la difesa di Roma nonché, secondo le richieste alleate, le operazioni di appoggio allo sbarco.
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