Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

ii guerra mondiale

Fu un massacro ... a Sant'Anna di Stazzema

12 Août 2026 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

 

Il Presidente della Repubblica ha dichiarato:

«Sant’Anna di Stazzema è uno dei luoghi simbolo della tragedia della Seconda Guerra Mondiale in cui affondano le radici più profonde dei valori della Costituzione repubblicana. Un luogo di memoria, di dolore immenso, insensato e ingiustificabile, divenuto emblema di riscatto civile, di ribellione alla violenza più feroce e disumana, di solidarietà, di ricostruzione morale e sociale.

E’ un dovere per la nostra comunità ricordare quanto avvenne settantanove anni or sono a Sant’Anna e nelle altre frazioni di Stazzema, quando militari nazisti delle SS, sostenuti da fascisti locali, misero in atto una delle stragi più efferate del conflitto.

Fu un massacro di vite innocenti. Donne, anziani, bambini - ben oltre cinquecento - vennero uccisi senza pietà. Tanti i corpi bruciati e resi irriconoscibili.

L’Europa toccò il fondo dell’abisso. Neppure l’infamia della rappresaglia poteva giustificare lo sterminio, la strategia dell’annientamento.

Da quegli abissi sono ripartiti il cammino del popolo italiano e del Continente europeo e spetta a ciascuno custodire e consegnare il testimone della memoria alle generazioni più giovani perché possano essere consapevoli protagoniste di un futuro responsabile in cui non siano più messi a rischio i valori della persona umana».  Roma, 12/08/2023 

Il presidente tedesco, il 26 maggio 2020aveva nominato cavalieri due sopravvissuti alla Strage di Stazzema, Enrico Pieri ed Enio Mancini. Enrico Pieri ed Enio Mancini all'epoca dell'eccidio nazista avevano 10 e 6 anni. Il presidente federale tedesco Frank-Walter Steinmeier aveva conferito l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Federale di Germania (Verdienstkreuz am Bande) "per le particolari benemerenze acquisite verso la Repubblica Federale di Germania" ai due superstiti. Lo aveva comunicato direttamente agli interessati con una lettera l'ambasciata tedesca a Roma.

Nell'eccidio nazista del 12 agosto 1944 a S.Anna furono trucidati 560 civili, fra cui donne, anziani e bambini. Enrico Pieri aveva 10 anni ed ebbe la famiglia sterminata. Ennio Mancini aveva 6 anni e si salvò in una fase del rastrellamento.

 


I nazisti in ritirata fanno saltare i ponti di Firenze



Agosto 1944

Gli Alleati avanzano verso nord nell’Italia centrale.

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Il 6 agosto i milleseicento partigiani della divisione Garibaldi entrano in azione nelle operazioni per la liberazione di Firenze (verrà liberata il 12 agosto).

Il 5 agosto la Wehrmacht aveva disposto l'evacuazione di Stazzema, paesino in provincia di Lucca ai piedi delle Alpi Apuane. Come in molti altri casi soltanto una parte della po­polazione aveva obbedito all' ordine; anzi fino a quel giorno fa­tale, in seguito al diffondersi di voci tranquillizzanti, non sol­tanto fecero ritorno alle proprie case un gran numero di donne e bambini, ma si rifugiarono a Sant' Anna anche numerosi sfol­lati provenienti da altre frazioni. La sera dell'11 agosto i tedeschi, che ritirandosi oppongono una forte resistenza e si abbandonano ad ogni sorta di eccidi,  emanano un ordine (in tedesco Bandenunternehmen) per «l'impiego delle truppe contro le bande» considerando tutti quelli che abitavano nelle zone di montagna come dei «partigiani».

L'unità della XVI divisione, in cui erano inquad­rati anche soldati italiani delle SS, si muoveva verso Sant' Anna da quattro direzioni. Entrò in azione anche un discreto numero di collaborazionisti, almeno una quindicina. Guidarono i nazisti per le impervie mulattiere che portavano a Sant'Anna, si caricarono sulle spalle cassette di munizioni.

 

Il 12 agosto del ’44 fu un massacro.

All’alba del 12 agosto, reparti di SS, in tutto alcune centinaia, in assetto di guerra, salirono a Sant’Anna.

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Verso le sette il paese era ormai circondato. Gli abitanti non pensavano ad una strage, ma piuttosto ad una normale operazione di rastrellamento. Molti uomini infatti fuggirono, nascondendosi nei boschi. Troppo tardi si accorsero delle reali intenzioni dei nazisti.
Così lo scrittore Manlio Cancogni narra gli avvenimenti di quella terribile giornata: «I tedeschi, a Sant’Anna, condussero più di 140 esseri umani, strappati a viva forza dalle case, sulla piazza della chiesa. Li avevano presi quasi dai loro letti; erano mezzi vestiti, avevano le membra ancora intorpidite dal sonno; tutti pensavano che sarebbero stati allontanati da quei luoghi verso altri e guardavano i loro carnefici con meraviglia ma senza timore né odio.

 


Li ammassarono prima contro la facciata della chiesa, poi li spinsero nel mezzo della piazza, una piazza non più lunga di venti metri e larga altrettanto, una piazza di tenera erba, tra giovani piante di platani, chiusa tra due brevi muriccioli;

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e quando puntarono le canne dei mitragliatori contro quei corpi li avevano tanto vicini che potevano leggere negli occhi esterrefatti delle vittime che cadevano sotto i colpi senza avere tempo nemmeno di gridare.

Breve è la giustizia dei mitragliatori; le mani dei carnefici avevano troppo presto finito e già fremevano d’impazienza. Così ammassarono sul mucchio dei corpi ancora tiepidi e forse ancora viventi, le panche della chiesa devastata, i materassi presi dalle case, e appiccarono loro fuoco.

E assistendo insoddisfatti alla consumazione dei corpi spingevano nel braciere altri uomini e donne che esanimi dal terrore erano condotti sul luogo, e che non offrivano alcuna resistenza.

Intanto le case sparse sulle alture, le povere case di montagna, costruite pietra su pietra, senza intonaco, senza armature, povere come la vita degli uomini che ci vivevano erano bloccate.

Gli abitanti erano spinti negli anditi, nelle stanze a pianterreno e ivi mitragliati e, prima che tutti fossero spirati, era dato fuoco alla casa; e le mura, i mobili, i cadaveri, i corpi vivi, le bestie nelle stalle, bruciavano in un’unica fiamma. Poi c’erano quelli che cercavano di fuggire correndo fra i campi, e quelli colpivano a volo con le raffiche delle mitragliatrici, abbattendoli quando con grido d’angoscia di suprema speranza erano già sul limitare del bosco che li avrebbe salvati.

Poi c’erano i bambini, i teneri corpi dei bimbi a eccitare quella libidine pazza di distruzione. Fracassavano loro il capo con il calcio della «pistol-machine », e infilato loro nel ventre un bastone, li appiccicavano ai muri delle case. Sette ne presero e li misero nel forno preparato quella mattina per il pane e ivi li lasciarono cuocere a fuoco lento. E non avevano ancora finito.

Scesero perciò il sentiero della valle ancora smaniosi di colpire, di distruggere, compiendo nuovi delitti fino a sera.

A mezzogiorno tutte le case del paese erano incendiate; i suoi abitanti fissi e gli sfollati erano stati tutti trucidati. Le vittime superano di gran lunga i cinquecento, ma il numero esatto non si potrà mai sapere.

"Alcuni scampati all’eccidio erano corsi in basso a portare la notizia agli abitanti della pianura raccolti in gran numero nella conca di Valdicastello. La notizia la portavano sui loro volti esterrefatti, nelle parole monche che erano appena capaci di pronunciare e dalle quali chi li incontrava capiva che qualcosa di terribile era accaduto pur senza immaginare le proporzioni. Della verità cominciarono invece a sospettare nelle prime ore del pomeriggio quando le prime squadre di assassini scendendo dalle alture di Sant’Anna, si annunciarono sull’imbocco della vallata a monte del paese.

Li sentivano venir giù precipitosi,accompagnati dal suono di organetti e di canzoni esaltate, e quel ch’è peggio dal rumore di nuovi spari, da nuove grida, che non convinti di aver ben speso quella giornata, i tedeschi la completavano uccidendo quanti incontravano sul sentiero della montagna.

Alcuni che al loro passaggio s’erano nascosti nelle antrosità della roccia vi furono bruciati dentro dal getto del lanciafiamme. Una donna che correva disperata portando in salvo la sua creatura, raggiunta che fu, le strapparono dalle braccia il prezioso fardello, lo scagliarono nella scarpata e lei stessa l’uccisero a colpi di rivoltella nel cranio.

 

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Molti altri furono raggiunti dalle raffiche di mitragliatori mentre fuggivano saltando per le balze della montagna, come capre selvatiche contro le quali si esercitava la bravura del cacciatore. Quando i tedeschi raggiunsero Valdicastello cominciando a rastrellare gli abitanti, il paese era già stretto dall’angoscia; gli abitanti serrati nelle case e nascosti alla meglio; la strada deserta; tutti oppressi da un incubo di morte. Il passaggio dei tedeschi dal paese si chiuse con la discesa del buio sulla valle, dopodiché ottocento uomini erano stati strappati dalle case e condotti via, e un’ultima raffica di mitragliatrice accompagnata da un suono più sguaiato e atroce di organetto, aveva tolto la vita ad altri quattordici infelici, scelti a caso».

 

vittime bambini Stazzema

Alla fine le vittime di questa strage furono 560, tra cui molti anziani, donne e bambini.


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Quella mattina la furia omicida si scatenò anche contro una bambina di 20 giorni, Anna Pardini: morirà un mese dopo, troppo piccola per sopravvivere alle ferite.


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Nella piccola chiesa di Sant’Anna di Stazzema, il 29 luglio 2007, per la prima volta dopo 63 anni, sono tornate a suonare le note di un organo. Quello preesistente fu distrutto, a scariche di mitra, durante la strage nazista del 12 agosto 1944 e non fu più sostituito. Il dono del nuovo organo è il frutto della sensibilità e dell’impegno di due musicisti tedeschi di Essen, i coniugi Maren e Horst Westermann, i quali, da un lustro, raccolgono fondi in Germania e in Italia organizzando concerti espressamente finalizzati a questo scopo.

 

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Firenze è libera

12 Août 2026 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

      I segni della rotta tedesca illudevano le truppe alleate di una rapida conclusione della guerra.

Per quasi 200 chilometri a nord di Roma non ci furono combattimenti.

L'VIII Armata avanzava al centro, tra la via Cassia e la Flaminia, risalendo la valle del Tevere verso Perugia e Orvieto.

Gli americani procedevano invece lungo la costa tirrenica. Civitavecchia fu oltrepassata: il suo porto era stato completamente distrutto dai tedeschi. Ma l'impeto delle Armate alleate andava diminuendo.

Proprio allora il comando supremo aveva disposto che alcune Divisioni fossero ritirate per l'operazione «Anvil», lo sbarco nel sud della Francia, previsto per il mese di agosto.

Nello stesso tempo la resistenza tedesca s'irrigidiva. Verso la fine di giugno, sulle rive famose del Trasimeno, ci fu battaglia.

Per guadagnar tempo, Kesselring era riuscito a imbastire con le retroguardie una provvisoria linea di resistenza da Grosseto ad Ancona, mentre le sue Armate si attestavano più indietro, verso la linea «Gotica ».

L'estate era splendida.

I vecchi contadini, che non si rassegnavano ad abbandonare il raccolto, lavoravano accanto ai soldati che combattevano, mietendo e ammucchiando i covoni in mezzo alla battaglia.

Mentre inglesi e americani puntavano verso la linea dell'Arno, il Corpo italiano di liberazione si impegnava a fondo nel settore adriatico.

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La «spettacolosa avanzata» di cui parlavano i giornali era cominciata un mese prima nella zona delle Mainarde, con alcune riuscite azioni su San Biagio Saracinisco, Monte Mare, Monte La Meta e verso Alfedèna.

Ai primi di giugno il Comando alleato, non desiderando che gli italiani partecipassero alla liberazione di Roma e all'avanzata su Firenze, ne ordinò il trasferimento nel settore adriatico (alle dipendenze del V Corpo britannico), e l'impiego contro le forze tedesche in movimento.

Il 9 giugno i bersaglieri della I Brigata liberarono Chieti e inviarono in direzione dell'Aquila una Compagnia di motociclisti che entrò in città il 13 giugno.

Il castello di Crecchio, dove il 9 settembre dell'anno prima il re e il suo seguito avevano fatto tappa durante la fuga da Roma, era sulla strada degli italiani. La guerra l'aveva ridotto a un ammasso di rovine. Venne lasciato subito alle spalle: cominciava la seconda fase dell'offensiva, l'inseguimento del nemico in ritirata.

Nel settore costiero alle truppe inglesi subentravano i polacchi del II Corpo, e l'avanzata riprese agli ordini del generale Anders.

generale Wladyslaw Anders

Il 15 giugno gli italiani entrarono a Teramo.

La loro marcia era ostacolata dalle interruzioni stradali e dai campi minati.

Il 18 giugno la Divisione «Nembo» liberò Ascoli Piceno abbandonata all'alba dai tedeschi, mentre i polacchi avanzavano lungo la strada costiera puntando su Ancona.

La resistenza nemica sul fiume Chienti durò qualche giorno, poi la marcia riprese, e il Corpo di liberazione entrò a Macerata il 30 giugno accolto anche qui dall'entusiasmo popolare.

Il nuovo obiettivo era il paese di Filottrano che i tedeschi avevano trasformato in un fortino.

L'8 luglio l'artiglieria italiana cominciò i tiri di preparazione, quindi i paracadutisti della Divisione «Nembo» attaccarono con impeto riuscendo a penetrare nell'abitato.

Intorno all'ospedale la lotta fu particolarmente accanita. I tedeschi contrattaccarono con l'appoggio di carri armati, ma nella notte sgombrarono il paese che venne occupato all'alba del giorno dopo.

Filottrano, come il lago Trasimeno nel settore centrale, era un caposaldo della provvisoria linea di resistenza tedesca: la sua conquista aprì ai polacchi le porte di Ancona e valse ai soldati italiani l'elogio del comandante d'Armata.

Lo stesso giorno il generale Anders ordinava l'attacco finale. L'azione fu appoggiata sulla sinistra dalle truppe italiane che impegnarono battaglia sui fiumi Musone ed Esino, liberando Jesi il 20 luglio.

I soldati di Anders entrarono ad Ancona.

La città era molto provata per la durezza dei combattimenti, ma il porto fu riattivato in breve tempo. Polacchi e italiani affiancati continuarono l'avanzata giungendo in agosto sulla linea del Metauro, in vista degli avamposti della «Gotica».

La marcia degli Alleati nell'Italia Centrale fu facilitata dall'opera fiancheggiatrice delle formazioni partigiane dei raggruppamenti «Monte Amiata» e «Gran Sasso».

Nel settore adriatico si distinse in particolare la brigata «Majella», al comando dell'avvocato Ettore Troilo, la quale combatterà per mesi a fianco del Corpo polacco meritando la medaglia d'oro.

Così venne liberata Arezzo, il 16 luglio.

Così qualche giorno prima era avvenuto a Siena, dove il Corpo francese arrivando trovò la città già in mano dei partigiani della Brigata «Lavagnini».

Poco più tardi anche le truppe algerine e marocchine lasciarono l'Italia per l'operazione «Anvil». Il coraggio che avevano dimostrato da Cassino a Siena non cancellava la traccia amara della loro permanenza in Italia.

Con 7 Divisioni in meno, le Armate alleate avanzavano cautamente verso l'Arno, che segnava il limite meridionale delle nuove linee tedesche.

A parte alcune distruzioni in periferia e attorno agli scali ferroviari, il 10 agosto Firenze era quasi intatta, e intatti erano i ponti sull'Arno.

Il giorno prima la fascia intorno al fiume era stata sgomberata per ordine del colonnello Fuchs, comandante tedesco della piazza. In meno di 24 ore i profughi dovettero trovare alloggio altrove. Erano circa 150 mila.

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Il loro esodo fu una tragedia.

Alcune migliaia si rifugiarono in palazzo Pitti sperando che tutto sarebbe presto finito. Ma gli Alleati tardavano, le notizie di radio Londra erano un lento stillicidio.

Il 3 agosto venne proclamato lo stato di emergenza.

Era proibito uscire di casa, porte e finestre dovevano rimanere sbarrate giorno e notte. Le pattuglie tedesche avrebbero sparato a vista contro chiunque fosse stato sorpreso per strada.

Senz'acqua, senza pane, né luce, né telefono, la città viveva i giorni più duri della sua storia dall'epoca del famoso assedio nel '500.

La sera del 3 agosto i tedeschi avevano finito di sgomberare i quartieri Sud dell' Arno e di minare i ponti.

La prima esplosione si ebbe alle 10 di notte; poi seguirono le altre, a lunghi intervalli, fino all'alba.

Al mattino Firenze apparve irreparabilmente sfregiata.

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I tedeschi avevano risparmiato soltanto Ponte Vecchio, credendo in questo modo di pagare il loro debito verso la civiltà; in cambio avevano fatto saltare da una parte e dall'altra palazzi e torri medievali per bloccare gli accessi.

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Da Porta Romana le avanguardie dell'VIII Armata entrarono nella parte meridionale della città all'alba del 4 agosto. Scendevano dalle colline le prime formazioni partigiane e insieme, Alleati e patrioti, cominciarono il rastrellamento dei rioni d'Oltrarno.

I tedeschi avevano lasciato dietro di sé forti nuclei di franchi tiratori e numerose pattuglie erano state tagliate fuori dalla distruzione dei ponti. La liberazione coincise con l'inizio di una battaglia per le strade e dentro le case che si protrasse a lungo.

Il grosso delle truppe inglesi giunse più tardi, mentre la battaglia continuava, e a nord dell'Arno, nella parte occupata ancora dai tedeschi, si preparava l'insurrezione.

Il movimento partigiano era forte e organizzato a Firenze e i suoi capi volevano mostrare agli Alleati che la città era in grado di liberarsi e governarsi da sola.

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Alcuni rappresentanti del CLN riassumono la storia di quei giorni drammatici.

Parla Enriques Agnoletti: 

«I nostri piani prevedevano la convergenza su Firenze delle formazioni partigiane che operavano nei dintorni della città; questo anche per il significato non solo militare, ma politico, che doveva avere la liberazione di Firenze, e prevedevano l'assunzione del Governo provvisorio.

Per questo, non appena proclamato lo stato di emergenza, il Comitato toscano di Liberazione Nazionale si riunì sedendo in permanenza in un piccolo appartamento di via Condotta.

Il 5 agosto inviò una delegazione agli Alleati per poter concordare il prosieguo dell'azione militare». 

Parla Ragghianti:

«Un nostro partigiano, il tenente Fischer, trovò fra le mine, nel corridoio che collega la Galleria degli Uffizi a Pitti una strada. Avvertì il comando e allora noi decidemmo di andare incontro agli Alleati nella parte liberata traversando le linee per affermare il nostro diritto di essere riconosciuti come governo provvisorio e riconosciuti dagli Alleati come unica autorità politica nel territorio liberato». 

Ancora Enriques Agnoletti: 

«Noi avevamo prestabilito già da tempo l'organizzazione della città, non soltanto creando un comando militare unico, ma designando i membri della Giunta Comunale e il Sindaco che si installarono in Palazzo Vecchio al momento della insurrezione creando gli organi tecnici, l'organizzazione ospedaliera, la provincia, la camera di commercio, in modo che gli Alleati si trovassero di fronte a una città già organizzata e si potesse effettivamente esercitare questi poteri di governo provvisorio». 

La notte fra il 10 e l'11 agosto i tedeschi si ritirarono verso la periferia nord della città ponendo dei caposaldi lungo i viali di circonvallazione.

La manovra di sganciamento, che lasciava intuire una imminente iniziativa alleata, fece scattare il piano militare. La prima insurrezione organizzata in un grande centro, e la più lunga, aveva inizio.

Il segnale venne dato all'alba dalla Martinella di Palazzo Vecchio, e la campana del Bargello le rispose. Poco dopo, da Palazzo Riccardi, il Comitato di Liberazione chiamava i cittadini alla lotta e assumeva i poteri di governo provvisorio.

Era venuta l'ora di combattere per la libertà.

Parla il colonnello Niccoli capo delle formazioni militari: 

«Alle 6 di mattina dell'11 agosto detti l'ordine di insurrezione. Durante la notte i tedeschi si erano ritirati al di là del Mugnone lasciando dei caposaldi a Porta Prato, alla fortezza Dabbasso, in Piazza Cavour e al ponte del Pino».

La battaglia s'accese subito violenta perché i tedeschi erano ancora a ridosso della città e tentavano dei ritorni offensivi verso il centro.

Soli, di fronte all'avversario, male armati, i partigiani si battevano con impegno, mentre gli Alleati indugiavano Oltrarno, limitandosi a sminare le macerie e i passaggi di Ponte Vecchio.

Le vittime delle esplosioni erano ancora insepolte, e s'aggiungevano ai numerosi caduti dell'insurrezione.

I «fratelli della misericordia» andavano a raccoglierli e li seppellivano in cimiteri di fortuna, nei giardini e negli orti.

Un'atmosfera di morte incombeva sulla città. Attraverso il fiume, fra le macerie dei ponti giungevano ogni tanto dei rifornimenti. La città era stremata, anche i partigiani avevano fame. Gli Alleati non si muovevano e la battaglia in città continuava.

Prosegue Niccoli: 

«Qui siamo nella zona di Porta Prato.

Una Compagnia di guastatori voleva far saltare il terrapieno della ferrovia. Le condizioni sono molto cambiate dal '44. Ecco, qui c'era una rampa erbosa che portava alla ferrovia. Mandammo qui una Compagnia della Brigata terza "Rosselli", la quale entrò dal sottopassaggio della ferrovia. Immediatamente appena arrivata sul viale Belfiore fu fatta segno a un forte tiro d'infilata. Fu risposto al fuoco, i tedeschi si allontanarono in modo che fu possibile impedire il seminamento delle mine nella ferrovia.

Purtroppo ci fu un ritorno di forze dei tedeschi in modo che alle 15,30 del pomeriggio i nostri partigiani dovettero ripiegare con forti perdite. La battaglia in questa zona durò circa una settimana.

Anche qui al Ponte del Pino si sono svolti dei combattimenti asprissimi. A questi combattimenti ha preso parte anche una squadra di giovanissimi tra i 14 e i 17 anni del "Fronte della Gioventù" che hanno avuto delle forti perdite.

Gli Alleati sono entrati a Firenze la mattina del 14, ma effettivamente tutta la lotta per la liberazione della città di Firenze è stata effettuata dai partigiani». 

Quando le avanguardie inglesi passarono finalmente l'Arno, già Firenze riprendeva a vivere, mentre a nord i partigiani combattevano ancora sulle colline e il grosso degli Alleati era bloccato Oltrarno dai ponti distrutti.

 

Per gettare una passerella sul fiume, fu necessario far saltare quanto restava del ponte Santa Trìnita. Un nuovo spettacolo per i fiorentini che avevano ancora negli orecchi le esplosioni della notte del 4 agosto.

La passerella era però riservata ai soldati. I civili dovevano contentarsi dei passaggi di fortuna, tavole gettate sulla corrente, sentieri aperti fra le macerie dei vecchi ponti.

Così per tutto quel mese d'agosto si videro file di gente che si agitavano sui cumuli bianchi di polvere, da una riva all'altra, cercando di ristabilire le comunicazioni fra le due parti della città che la guerra aveva diviso.

Firenze aveva sofferto molto, ma poteva dire di essersi liberata da sé.

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I partigiani della Divisione «Arno», delle Brigate «Rosselli», delle squadre del centro, che avevano combattuto per quasi un mese praticamente da soli, avevano ben meritato la gratitudine della città.

I morti in quei giorni furono più di 200, e tre le medaglie d'oro. Alighiero Barducci detto «Potente», il comandante della Divisione «Arno», e gli altri caduti, ebbero solenni onoranze funebri.

Come diceva il manifesto dell'11 agosto, i fiorentini avevano conquistato «il diritto di essere un popolo libero combattendo e cadendo per la libertà».

  

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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6 agosto 1945: la bomba atomica su Hiroshima

5 Août 2026 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

 

"Un orologio di Hiroshima, coi numeri quasi cancellati, fuso dal calore, e le lancette che segnano le 8.16.

 

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Una frase di Georges Bernanos, che vale per tutti i superstiti: «Ci sono tanti morti nella mia vita, ma più morto di tutti è il ragazzo che fui io».

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Finita la guerra: i bambini giocano con i residuati bellici. Il progresso tecnologico non ha reso il conflitto meno feroce. E sembrato anzi che, insieme agli aerei velocissimi, all'atomica, ai missili, al radar sia stata la barbarie la protagonista su tutti i fronti".

 


La coscienza è al di sopra dell'autorità,

della legge, dello Stato

Albert Einstein.

 

È un mattino sereno, questo del 6 agosto 1945.

A diecimila metri di altezza, il colonnello Paul Tibbets, al comando del suo B-29, ribattezzato Enola Gay, dà un ultimo sguardo alla città sottostante. Hiroshima. Sono le 8.14. L’equipaggio dell'Unità Speciale 509 inforca gli occhiali di protezione. Thomas Ferebee, addetto allo sganciamento delle bombe, inquadra il ponte di Aioi nel reticolo dell'alzo. Poi lascia andare il suo carico. Un mostro di quattro tonnellate, con all'interno un cuore di U235, uranio 235, puro. Che precipita, oscillando, verso terra.

41, 42, 43 secondi. Via! Il radar aziona l'innesco. Come previsto a 580 metri dal suolo, Little Boy, la bomba, esplode.

Un lampo di fuoco. Un fungo di polvere. Una città che non c'è più. La fisica conosce il peccato.

«Dio mio cosa abbiamo fatto!», esclama il secondo pilota, Robert Lewis. Si ritorna alla base.

L’8 agosto Stalin dichiara guerra al Giappone.

Il 9 agosto, su Kokura ci sono nuvole basse. Le nuvole della salvezza. L’aereo cambia obiettivo. Alle 11 del mattino è su Nagasaki. Fat Man, la bomba, questa volta, ha un cuore di plutonio: 239PU, scrivono i fisici. Anche questa, in un amen, si porta via un'intera città.

Il 13 agosto il Giappone offre la resa. Senza condizioni.

Vinta dal radar, la seconda guerra mondiale è termina da due bombe atomiche. Decisamente, come nota Abraham Pais, la Seconda guerra mondiale è stata la guerra dei fisici.

Il 16 novembre la Reale Accademia delle Scienze di Svezia, conferisce il premio Nobel al tedesco Otto Hahn. L’uomo che, appena sei anni prima, ha scoperto la fissione del nucleo atomico. L’uomo che ha scoperchiato il vaso di Pandora.

 

Il vaso di Pandora

Berlino, 17 dicembre 1938. Kaiser Wilhelm Institut per la chimica di Berlino Dahelm. Otto Hahn è al lavoro col suo assistente, Fritz Strassmann. L'esperimento si annuncia cruciale.

Fuori, la gente si accinge a preparare il Natale. L'Austria è tornata nel Reich. I Sudeti sono stati liberati. Gli Stukas di Goring fiaccano la resistenza repubblicana in Spagna. In Germania da qualche settimana le sinagoghe sono state date alle fiamme e si è consumata la notte di cristallo del Reich: dalla discriminazione si è passati al pogrom degli ebrei. Le democrazie occidentali continuano a compiere atti di appeasement verso Hitler. Aibert Einstein ne è talmente amareggiato da scrivere che, se non fosse per il suo lavoro scientifico, non avrebbe desiderato vivere più a lungo. Il pericolo nazista è ormai così evidente, che la necessità di sconfiggerlo con ogni mezzo, anche militare, prevale con nettezza su ogni ideale pacifista.

A Berlino Dahelm, presso l'Istituto di chimica, tutto è più attutito. Tutto è pronto per l'esperimento. Poche le attrezzature. Di qua una sorgente di neutroni. Di là un paio di grammi di polvere giallognola: ossido di uranio. Una scarica. L'analisi chimica dei prodotti. Che non lascia adito a dubbi. In quella polvere pura di uranio bombardata coi neutroni c'è un altro, inaspettato elemento. Pesa la metà dell'uranio ed è un elemento ben noto: bario. La sorpresa è evidente, anche per un chimico consumato. Abbiamo assistito, abbiamo provocato la scissione del nucleo dell'uranio. Ma sarà così?

Già in autunno Otto Hahn aveva iniziato lo studio dei materiali prodotti dal bombardamento dell'uranio con neutroni. Con risultati inattesi. Nel corso dell'analisi chimica di quei prodotti, la radioattività precipitava come bario. Ma il bario pesa la metà dell'uranio. Com'è possibile? For­se si tratta di radio: un elemento chimicamente simile al bario, ma molto più pesante. Hahn parla di questa sua ipotesi con Bohr, a Copenaghen. Ma il fisico non è convinto: com'è possibile che l'uranio perda due particelle alfa e si trasformi in radio? Occorre continuare a indagare.

Gli esperimenti di dicembre sono quelli definitivi: gli attesi «isotopi di radio» si comportano inoppugnabilmente come bario. Di nuovo la domanda: com'è possibile? Il tempo di chiarirsi le idee e giù, a scrivere la lettera per Lise Meitner. La donna che ha collaborato con lui per vent'anni. E che ad agosto è dovuta riparare in Svezia. Perché ebrea. Lui, Otto Hahn, ha fatto il possibile per farla fuggire di nascosto. C'è riuscito. Il legame, umano e scientifico, non si è spezzato.

«I nostri isotopi di Ra [radio] si comportano come Ba [bario]», scrive lasciando trasparire il suo stupore, Otto Hahn. «Forse tu sarai in grado di avanzare una qualche spiegazione fantastica. [...] Noi, per parte nostra, comprendiamo che [l'uranio bombardato] non può esplodere trasmutan­dosi in Ba».

Lise Meitner non è meno meravigliata del suo maestro.

Due giorni prima di Natale Otto Hahn invia una relazione al Die Naturwissenschaften. Il titolo dell'articolo non è certo trionfante: «Sulla prova e il comportamento dei metalli alcalino-terrosi nella irradiazione a mezzo dei neutroni che si sviluppano dall'uranio». Solo dopo nuovi esperi­menti di conferma, Hahn invierà un altro articolo al Die Naturwissenschaften con un titolo più deciso: «Prova della formazione di isotopi di bario attivi dall'uranio e dal torio attraverso l'irradiazione di neutroni; prova di ulteriori frammenti attivi nella scissione dell'uranio». Ogni dubbio è ormai rimosso: l'atomo si è scisso. L'uomo ha prodotto la fissione dell'uranio. Quando la nuova relazione viene stampata, nel febbraio del 1939, tutto il (piccolo) mondo dei fisici atomici conosce già quell'esperimento. E sa anche cosa significa.

 

La lettera di Einstein al presidente degli Stati Uniti F. D. Roosevelt

Long Island, 2 agosto 1939 

A

F. D. Roosevelt,

Presidente degli Stati Uniti

White House Washington, D. C.

 

Signor Presidente,

alcune ricerche svolte recentemente da E. Fermi e L. Szilard, di cui mi è stara data comunicazione in manoscritto, mi inducono a ritenere che un elemento, l'uranio, possa essere trasformato nell'immediato futuro in una nuova e importanre fonte di energia. Certi aspetti del­la situazione che si è determinata sembrerebbero giustificare un atteggiamento di vigilanza, e se necessario un rapido intervento, da parte dell'Amministrazione. Ritengo pertanto che sia mio dovere sottoporre alla Sua attenzione i fatti e la raccomandazione che seguono. Negli ultimi quattro mesi è stata confermata la probabilità (grazie all'opera di Joliot in Francia, oltre che di Fermi e Szilard in America) che diventi possibile avviare in una grande massa di uranio una reazione nucleare a catena capace di generare enormi quantità di energia e grandi quantitativi di nuovi elementi simili al radio. Attualmente è quasi certo che si possa pervenire a questo risultato nell'immediato futuro.

Questo nuovo fenomeno porterebbe anche alla costruzione di bombe, ed è concepibile (anche se molto meno certo) che si possano costruire in tal modo bombe estremamente potenti di tipo nuovo. Una sola bomba di questo tipo, trasportata da un'imbarcazione e fatta esplodere in un porto, potrebbe benissimo distruggere l'intero porto e una parte del territorio circostante. Può darsi tuttavia che tali bombe si rivelino troppo pesanti per essere trasportabili per via aerea. Gli Stati Uniti dispongono soltanto di moderati quantitativi di minerale uranifero molto povero. Si trova minerale buono in Canada e nell' ex Cecoslovacchia, mentre la più importante fonte di uranio è il Congo Belga.

Alla luce di questa situazione potrà apparirle opportuno istituire un collegamento permanente tra l'Amministrazione e il gruppo di fisici che si occupano di reattori a catena in America. Uno dei modi di assicurare tale collegamento potrebbe consistere nell'affidare questo compito a persona che goda della Sua fiducia, e che potrebbe eventualmente agire in veste non ufficiale. Il suo compito potrebbe consistere in quanto segue:

a) prendere contatto con i dicasteri governativi mantenendoli informati sugli ulteriori sviluppi, e formulare raccomandazioni per interventi governativi, con particolare riguardo al problema di assicurare agli Stati Uniti un approvvigionamento di minerale uranifero.

b) accelerare il lavoro sperimentale che si svolge attualmente nei limiti dei bilanci dei laboratori universitari, fornendo finanziamenti - ove necessario - tramite contatti con privati disposti a contribuire a questa causa, e anche eventualmente procurando la cooperazione di laboratori industriali che dispongono dell'attrezzatura necessaria.

Mi risulta che la Germania ha effettivamente bloccato la vendita di uranio da parte delle miniere cecoslovacche di cui si è impadronita. La decisione di agire così tempestivamente si può forse spiegare con la circostanza che il figlio del Sottosegretario di Stato tedesco, von Weizsacker, lavora al Kaiser- Wilhelm-Institut di Berlino, dove vengono attualmente compiute, in parte, le stesse ricerche che si svolgono negli Stati Uniti. 

Sinceramente vostro,

A. Einstein.

Old Grove Rd.

Nassau Point

Peconic, Long Island

________________________ 

L’idea della bomba nucleare, anzi della bomba, nasce in quegli otto mesi trascorsi tra l'esperimento di Otto Hahn a Berlino Dahelm e la lettera di Albert Einstein a Franklin D. Roosevelt.

È vero quanto afferma Leopold Infeld: «Einstein, che disprezzava la violenza e le guerre, è considerato il padre della bomba atomica. Questo per due ragioni: perché la storia moderna dello sviluppo dell'energia atomica comincia con la relazione di Einstein sull'equivalenza tra massa ed energia, e perchè la storia della bomba atomica comincia con la lettera di Einstein, [Infeld, 1980]. Ma la lettera, frutto di un grande dibattito interiore, è, per quanto clamoroso, un passaggio obbligato e comunque non determinante nella corsa verso l'arma nucleare. Come scriverà lo stesso Einstein in un articolo pubblicato sul giornale giapponese Kaizo nel settembre del 1952: «La mia parte nella realizzazione della bomba atomica è consistita in un unico atto: firmai una lettera per il presidente Roosevelt, in cui facevo presente la necessità di esperimenti su vasta scala per verificare la possibilità di produrre una bomba atomica. Ero pienamente consapevole di danni terribili che sarebbero stati arrecati all'umanità in caso di successo. Ma la possibilità che i Tedeschi stessero lavorando al medesimo problema con qualche probabilità di successo mi obbligò a compiere questo passo. Non potevo fare altro sebbene fossi un convinto pacifista» [Einstein, 1982]. Il principio etico del pacifismo non è abbandonato. Cede il passo a un altro principio etico che Einstein considera di ordine superiore: salvare il mondo dalla barbarie nazista. La scelta è drammatica, ma lucida. Assunta da Einstein (e da molti altri fisici) senza e prima dei politici, senza e prima dei militari, sulla scorta di un'intuizione politica e militare. La Germania di Hitler può costruire l'arma e divenire una minaccia inarrestabile: occorre evitarlo.

Non solo Einstein, ma un'intera comunità di scienziati, dotati di coscienza sociale, si pone il problema delle proprie responsabilità politiche e persino militari. Non era mai accaduto prima. Ognuno lo risolverà, quel problema, secondo coscienza.

 

Bibliografia

Pietro Greco e Ilenia Picardi – Hiroshima la fisica riconosce il peccato – Nuova Iniziativa Editoriale 2005 

Enzo Biagi - la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1980

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Roma 19 luglio 1943

12 Juillet 2026 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

1943 19 luglio Roma bombardata bombardamento roma 8 feriti-incursione-aerea.JPG

Le conseguenze furono terrificanti: la cifra esatta dei morti non si saprà mai - secondo Cesare De Simone (Venti angeli sopra Roma-Mursia, 1993) il numero dei deceduti va compreso tra i duemilaottocento e i tremila e seimila feriti, diecimila case in macerie o lesionate, quarantamila cittadini senza tetto. Si dice che al cimitero del Verano duramente colpito si scoperchiassero perfino i sepolcri: mentre i vivi venivano sepolti dalle macerie, i morti con i loro scheletri uscivano fuori dalle tombe. Situazione che ispirò a Giuseppe Ungaretti quella straordinaria poesia “cessate di uccidere i morti, non gridate più, non gridate / Se li volete ancora udire / se sperate di non perire”.

1943 Roma scalo san lorenzo bombardato bombardamento roma 13

Oggi una targa a terra nei giardini pubblici, lunga decine di metri, reca i nomi delle vittime identificate. I romani rimasero atterriti, perchè divenne lampante a tutti la scarsità delle misure esistenti a difesa della popolazione, l'insufficienza della controaerea italiana e in molti casi anche l'inesistenza di validi rifugi.

I veri eroi furono i vigili del fuoco che lavorarono in condizioni impossibili con la sola forza delle braccia e con pale e picconi, un eroismo umile e nascosto, ne morirono ventiquattro ed anche il comandante dei carabinieri generale Azzolino Hazon che era accorso sul posto. È rimasto nella memoria della città la visita del Papa nel pomeriggio stesso dell'evento Pio XII che si inginocchia davanti alle macerie della basilica di San Lorenzo e benedice la folla che gli si stringe intorno. Ben diversa l'accoglienza riservata al sovrano, la sua limousine fu fatta oggetto di sassate e di grida ostili che gli consigliarono un rapido dietro front mentre un coro di donne gli gridava: "non vogliamo le vostre elemosine, vogliamo la pace, fate la pace”.

1943 una via di Roma bombardata 1943 Papa Pio XII Roma bombardata

Il terrore era l'obiettivo politico che gli Alleati si proponevano di ottenere: e questo fu ampiamente ottenuto. Una settimana dopo il fascismo era franato, Mussolini destituito, l'Italia tornata nelle mani del re e del governo da lui nominato. Ma nei 45 giorni del governo Badoglio, impiegati in trattative segrete, si consumò il vero tradimento dell'Italia non nei confronti dell'alleato tedesco, nei confronti del popolo italiano che non si pensò in nessun modo di proteggere. Questa fu la vera tragedia dell'8 settembre, ma anche la sua grandezza. Come commenta Giorgio Bocca “il popolo restò abbandonato ma libero, ... libero di decidere finalmente di se stesso e da se stesso, cosciente che poteva fare a meno di re, di marescialli e di tutta quell'altra accolita che per anni aveva vissuto alle sue spalle”.

Anna Maria Casavola

Direttore responsabile editoriale

di “Noi dei Lager

 

Da “Noi dei Lager” pubblicazione dell’Associazione Nazionale Ex Internati di giugno 2013

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La conferenza di Potsdam

12 Juillet 2026 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

Al presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, morto il 12 aprile 1945, successe il suo vicepresidente Harry Truman, già senatore del Missouri, tipico democratico del Sud, di stampo conservatore, dunque pragmatico, diffidente, incline a considerare Stalin un dittatore comunista e non il «vecchio zio Joe» della retorica, o delle illusioni, dei rooseveltiani.

Fu Truman a presentarsi a Potsdam, un sobborgo di Berlino, il 17 luglio 1945, alla terza conferenza tripartita, dopo Teheran e Jalta.

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Il tema principale era ovviamente la Germania, ormai arresasi, dopo il suicidio di Hitler: le zone di occupazione, i confini con la Polonia, e della Polonia con l'Urss. E poi, in generale, gli sviluppi della situazione nell'Europa centro-orientale.

La conferenza durò fino al 2 agosto, anche perché nel frattempo si svolsero le elezioni politiche in Gran Bretagna e, sorprendentemente, Winston Churchill, il solo vero «eroe» europeo nella lotta contro il nazismo, fu sconfitto, a vantaggio del Partito laborista: il suo posto fu preso da Clement Attlee.

Ma la vera novità di Potsdam fu un'altra. Il 16 luglio, il giorno dopo il suo arrivo, Truman ricevette dal segretario alla Guerra, Henry Stimson, «lo storico messaggio della prima esplosione di una bomba atomica», come egli stesso annotò nelle Memorie.

I preparativi della bomba atomica erano cominciati a livello teorico, già nel 1939. È del 2 agosto la celebre lettera che Albert Einstein inviò a Franklin Delano Roosevelt: «Signor Presidente, recenti lavori di Enrico Fermi e di Leo Szilard ( ... ) mi portano a supporre che l'elemento uranio possa nell'immediato futuro trasformarsi in una nuova e importante fonte di energia». La preoccupazione degli scienziati, che avevano lasciato l'Europa per sfuggire al nazifascismo, era che la Germania hitleriana potesse arrivare per prima ad imbrigliare, ad uso militare, la nuovissima e imprevedibile fonte energetica. Una preoccupazione nutrita anche dagli inglesi. E così Stati Uniti e Gran Bretagna avevano unito gli sforzi, sul piano delle ricerche scientifiche e delle prove di laboratorio, finché Roosevelt non diede il via, nel 1943, al cosiddetto «Progetto Manhattan», cioè alla fase operativa, guidata da Robert Oppenheimer. Il tutto nella più grande, totale segretezza. Lo stesso Truman ammise che, come vice presidente, aveva saputo poco o nulla di ciò che si andava preparando nel New Mexico e che solo dopo la morte improvvisa di Roosevelt ne era stato messo compiutamente al corrente.

Il segreto fu strettamente mantenuto anche a Potsdam, salvo che per Churchill, che naturalmente sapeva del «progetto», ma non dell'imminenza di un'esplosione sperimentale. Solo otto giorni dopo, il 24 luglio, Truman accennò «casualmente» a Stalin che gli Stati Uniti disponevano di «una nuova arma di una forza distruttiva particolare». La bomba atomica fu effettivamente impiegata, a Hiroshima il 6 agosto e a Nagasaki il 9.

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Anche Stalin aveva capito benissimo la straordinaria, decisiva importanza, strategica e politica, della nuova arma: l’Unione Sovietica ne potè disporre a sua volta nel 1949.

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Lo sbarco alleato in Sicilia e la fine del regime fascista

12 Juillet 2026 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

L'11 giugno 1943, dopo un forte bombardamento aereo, viene espugnata l'isola di Pantelleria e il giorno dopo cade anche anche Lampedusa. Il primo lembo di territorio nazionale è in mano alleata.

Il 24 giugno, ricevendo un gruppo di gerarchi, Mussolini ostenta un'incredibile sicurezza. Nessuna preoccupazione desta in lui, nemmeno la minaccia d'invasione che già pesa sulla Sicilia. «Bisogna che non appena il nemico tenterà di sbarcare sia congelato su quella linea che i marinai chiamano del bagnasciuga».

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    Il 10 luglio, la sterminata flotta alleata (280 navi da guerra, 2275 navi da trasporto, e 1800 mezzi da sbarco) riversa sulla costa dell'isola l'armata d'invasione, la cui prima ondata d'attacco è costituita da 160.000 uomini: la VII armata americana al comando del generale Patton fra Licata e Pozzallo, l'VIII armata britannica al comando del generale Montgomery fra Capo Passero e Siracusa.

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Sotto l'urto massiccio cadono le difese dell'isola, dove l'esercito italiano è privo d'ogni mezzo moderno di guerra e ha un unico reparto, la «Livorno », dotato d'artiglieria motorizzata: gli unici reparti efficienti o capaci di manovra sono due divisioni tedesche inviate da Hitler in seguito alle pressanti richieste di Mussolini. La campagna, dopo un aspro scontro nella piana di Gela, diventa una lunga rincorsa dell'armata di Patton verso Palermo e lo stretto, mentre l'armata di Montgomery arriva alle falde dell'Etna.

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Vittorio Emanuele III autorizza il generale Ambrosio a preparare l'arresto di Mussolini e la dittatura militare da affidare a Badoglio. Contemporaneamente i gerarchi fascisti riescono ad ottenere la convocazione del Gran Consiglio con l'intento, 
ormai abbastanza esplicito, di togliere ogni potere a Mussolini.

La monarchia intende servirsi ancora di lui per ottenere lo «sganciamento dai tedeschi» in modo pacifico e col consenso stesso di Hitler. Nel convegno di Feltre col dittatore tedesco, Mussolini non osa nemmeno accennare alle questioni della «pace separata». È il 19 luglio e nello stesso giorno, in un'incursione massiccia dell'aviazione angloamericana, muoiono a Roma migliaia di persone.

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Si recano a visitare il quartiere di San Lorenzo, semidistrutto dal bombardamento, Pio XII e anche Vittorio Emanuele III. L'automobile di quest'ultimo è presa a sassate dalla gente infuriata che grida: «E mandaci quell'altro!»

Il 24 aprile alle ore 17 si raduna il Gran Consiglio. Vi sono i gerarchi dissidenti capeggiati da Grandi, Ciano e Bottai che illustrano con abbondanza d'argomenti giuridici la necessità «del ritorno alla legalità», cioè il ripristino delle prerogative della Corona.

Vi sono i fanatici ad oltranza che come Galbiati e Scorza confermano invece la propria fedeltà al duce. Fra queste due ali estreme ondeggiano i minori gerarchi del regime che non sanno ancora da quale parte battersi. Il solo Farinacci è fermo sulle sue posizioni e vuole anche lui l'allontanamento del dittatore per condurre la guerra a fondo, sotto la guida dei suoi camerati tedeschi.

Mussolini, dopo aver illustrato in termini quanto mai vaghi la situazione militare, cerca a un certo momento di far rinviare la riunione del Gran Consiglio.

Alle due del mattino del 25 luglio viene messo in votazione l'ordine del giorno Bottai-Grandi-Ciano che raccoglie 19 si, 7 no, 1 astenuto.

È la fine ma Mussolini ancora cerca nelle ore seguenti d'illudersi sul valore non impegnativo del voto del Gran Consiglio. Con questa speranza si reca dal re nel pomeriggio alle ore 17 e cerca di perorare la sua causa. Il re gli ricorda che: «Così non si va più avanti. L'Italia è in tocchi. L'esercito è moralmente a terra. I soldati non vogliono più battersi. Gli alpini cantano una canzone nella quale dicono di non voler più fare la guerra per conto di Mussolini». Poi il re gli annuncia seccamente che ha già provveduto per sostituirlo con Badoglio.

Mussolini, mentre esce da villa Savoia, viene arrestato da un capitano dei carabinieri ed entra nell'autoambulanza che lo condurrà in prigionia.

I cimiteri di guerra alleati in Sicilia e tedeschi in Italia

da «Patria indipendente» rivista dell’ANPI del 21 maggio 2006

Forze Armate degli StatiUniti d’America

Dal luglio 1943 al maggio 1945 le Forze Armate Americane hanno perduto circa 32.000 uomini in Italia tra morti in combattimento e morti a causa della guerra. La “American Battle Monuments Commission” ha provveduto alla raccolta e sistemazione delle salme rimaste in Italia in due grandi cimiteri monumentali di guerra, uno a Nettuno ed uno a Firenze.

In Italia le tombe sono 12.264 ma altri 4.053 Caduti sono ricordati a parte perché le salme non sono state ritrovate o non è stato possibile identificarle. Per l’edificazione dei suddetti cimiteri lo Stato italiano ha concesso il libero uso delle aree di terreno.

Regno Unito e Impero Britannico

Nella campagna d’Italia il Regno Unito e le forze dell’Impero Britannico dal luglio 1943 al maggio 1945 persero 45.469 militari. L’Italia ha stabilito una convenzione con la Commissione Imperiale per le Tombe di Guerra (The Imperial War Graves Commission), la quale ha provveduto alla raccolta e sistemazione dei Caduti in 41 Cimiteri di Guerra. Occorre ricordare che oltre ai britannici, combattevano sotto la bandiera inglese le truppe dell’Impero, poi Commonwealth, (canadesi, indiani, sudafricani, australiani, neozelandesi, ecc.) e soldati di Paesi occupati dalla Germania, come polacchi, norvegesi, danesi, olandesi, belgi. Le aree di terreno sono state concesse gratuitamente dal Governo italiano. Il totale delle tombe è di 39.948; in alcuni cimiteri sono ricordati anche i Caduti non ritrovati e non identificati che ammontano a 5.511.

Cimitero di Guerra Canadese di Agira

Accoglie 490 tombe. Dopo la conquista della Sicilia, le tombe di tutti i canadesi morti durante le operazioni furono raccolte ad Agira, provincia di Enna. Questo posto fu scelto dal Comando canadese nel settembre 1943.

Cimitero di Guerra di Catania

Accoglie 2.135 Caduti. In questo cimitero sono raccolte le salme dei Caduti dell’ultima fase della campagna di Sicilia, soprattutto nei pesanti combattimenti condotti attorno a Catania e nella battaglia per la testa di ponte del fiume Simeto.

Cimitero di Guerra di Siracusa

Accoglie 1.060 Caduti. Il luogo in cui si trova fu scelto nel 1943 durante le fasi della conquista dell’Isola.

La maggior parte di coloro che sono qui sepolti persero la vita negli sbarchi in Sicilia dal 10 luglio 1943 e nelle fasi della campagna della Sicilia. Un gran numero di tombe appartiene al personale aviotrasportato inglese che atterrò nei dintorni della città nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943.

I dati sono stati ricavati dal volume di Livio Massarotti “Sintesi storica della Guerra di Liberazione 1943-1945. I Cimiteri di Guerra. Sacrari Militari della 2a Guerra Mondiale”, edito dalla Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione, Sezione di Udine, nel 2006.

Forze Armate Germaniche

La follia nazista ha travolto anche la Germania. Al di là di ogni considerazione, la Germania ed il popolo tedesco hanno pagato duramente questa follia e le violenze e distruzioni causate a tutti i Paesi dell’Europa.

Dovrà passare molto tempo prima che tutto questo sia assorbito dalle coscienze europee.

Le forze armate germaniche in Italia hanno avuto 120.000 Caduti. Di questi 100.043 sono stati raccolti in quattro cimiteri militari maggiori, che sono a Cassino, Costermano, Passo della Futa e Pomezia. I rimanenti 7.199 sono stati ripartiti in Cimiteri minori già esistenti in quanto raccoglievano i Caduti germanici della Prima Guerra Mondiale: Bolzano, Bressanone, Brunico, Cagliari, Feltre, Merano, Milis (Sardegna), Motta S. Anastasia (Sicilia), Pordoi, Quero.

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10 giugno 2020: 80 anni fa l’Italia entrava in guerra

8 Juin 2026 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

E' un articolo pubblicato sei anni fa ma che ripropongo per la sua ricca documentazione

Per l’Italia iniziava 80 anni fa la seconda guerra mondiale: una guerra inutile e sciagurata in cui l’Italia era stata trascinata dal regime dittatoriale fascista, che aveva fatto della guerra un dato fondamentale della propria azione politica e dell'educazione dei giovani.

10 giugno 2020: 80 anni fa l’Italia entrava in guerra10 giugno 2020: 80 anni fa l’Italia entrava in guerra10 giugno 2020: 80 anni fa l’Italia entrava in guerra

Il 10 giugno del 1940 l'Italia entrò in guerra accanto alla Germania, contro la Francia e l'Inghilterra. Mussolini, svincolato da ogni autorizzazione o controllo di tipo parlamentare democratico, lo annunciò dal balcone di palazzo Venezia, a Roma, davanti a una piazza che lo applaudì freneticamente.

«Quel giorno, a Roma, le maestre avevano radunato nei cortili delle scuole le Piccole Italiane. Le bambine erano arrivate un po' affannate, per il caldo del primo pomeriggio, ancora con il pranzo sullo stomaco, ma tutte ben pettinate, i capelli lustri sotto il berrettino di seta nero, la camicetta bianca stirata, il distintivo cucito sul petto e i gradi sulla manica, la gonna nera a pieghe e le calzine bianche. Le Giovani Italiane si erano radunate sotto il Colosseo ed erano entrate in piazza Venezia a passo svelto da via dei Fori Imperiali; dall'altra parte della piazza erano arrivati i Balilla con i calzoncini corti, poi gli Avanguardisti con lo sguardo fiero e l'aria marziale. Nella grande piazza, i vari gruppi si erano disposti ordinati e compatti, come pezzi su una scacchiera, ad aspettare la parola del Duce. In attesa che si affacciasse al balcone cantarono l'Inno a Roma. Rimasero fermi più di un'ora sotto il sole, pronti ad alzare il braccio nel saluto romano al momento giusto e a rispondere al Saluto al Duce».

10 giugno 2020: 80 anni fa l’Italia entrava in guerra
10 giugno 2020: 80 anni fa l’Italia entrava in guerra
10 giugno 2020: 80 anni fa l’Italia entrava in guerra
10 giugno 2020: 80 anni fa l’Italia entrava in guerra
10 giugno 2020: 80 anni fa l’Italia entrava in guerra

La dichiarazione di guerra pronunciata da Mussolini il 10 giugno 1940 dal balcone di Palazzo Venezia

Scrive Lucio, figlio di un IMI (Internato Militare Italiano, cioè quei soldati italiani che  saranno fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 e costretti al lavoro coatto in Germania e negli altri territori del Reich): «Una giornata tragica per la nostra terra quel 10 giugno; da quella decisione iniziarono le sofferenze per gli italiani e i nostri padri in particolare , prima sui fronti di guerra e poi in Germania. Di seguito un link del filmato del discorso del Duce. Lo avrete visto molte volte ma è un documento storico e vale sempre la pena di rivederlo per una riflessione sui nostri errori come italiani; non si può non notare infatti le piazze piene di gente...» video 10 giugno 1940

e a Lissone:

«Un'ora segnata dal Destino sta per scoccare sul quadrante della Storia, l'ora delle decisioni irrevocabili [...]. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che in ogni tempo hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l'esistenza medesima del popolo italiano [...]».

Con queste parole altisonanti Mussolini annuncia alle ore 17 del 10 giugno 1940 l'entrata in guerra dell'Italia al fianco della Germania nazista.

Era un caldo lunedì pomeriggio; anche i dirigenti degli stabilimenti lissonesi fermarono la produzione. I dipendenti, incolonnati dietro i cartelli recanti il nome della fabbrica, si diressero verso piazza Vittorio Emanuele II, dove rimasero in attesa sotto gli altoparlanti per ascoltare le parole del duce trasmesse via radio. C’erano tutte le autorità schierate, arrivava gente da ogni parte: come raccontano le cronache, poche e sparute le grida di entusiasmo e di approvazione, circoscritte comunque ai soli individui in camicia nera; moltissimi invece gli sguardi sgomenti delle donne e degli uomini preoccupati per il destino dei loro figli; tangibili l'amarezza e lo sconforto dei giovani, che vedono profilarsi l'esperienza del fronte.

 

Due grandi firme del giornalismo italiano, così hanno scritto di quel 10 giugno 1940.

 

 

 

Enzo Biagi

«Nel giugno del 1940 io non avevo ancora vent'anni ... »

 

 

 

e

Giorgio Bocca 

Quando il 10 giugno 1940 entriamo in guerra, la tacita intenzione del nostro comando affidato al maresciallo Badoglio è di aspettare che i tedeschi abbiano sconfitto le armate franco-inglesi ... »

 

 

 

 

BibliografiaBibliografia

Bibliografia

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6 giugno 1944: operazione Overlord, nome in codice dello sbarco in Normandia

5 Juin 2026 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

Il luogo dello sbarco dell’operazione Overlord fu scelto durante la conferenza Trident nel maggio 1943 a Washington: venne preferita la Normandia piuttosto che il Pas-de-Calais, in quanto le divisioni tedesche presenti in questa zona erano più numerose e soprattutto perché non vi erano spiagge e porti che consentissero un rinforzo rapido della testa di ponte.

Alla fine del mese di gennaio 1944, Eisenhower stabilì i mezzi che dovevano essere impiegati nell’operazione: tre divisioni aviotrasportate e cinque divisioni trasportate via mare (due americane e tre inglesi). La zona di sbarco si doveva estendere per circa 60 chilometri, dall’estuario del fiume Orne alla costa orientale del Cotentin. Durante la notte precedente l’operazione anfibia, le divisioni aviotrasportate dovevano coprire tutto il settore di sbarco al fine di proteggerlo ai suoi fianchi.

La scelta della Normandia per l’operazione Overlord consentì di ingannare i tedeschi. Con l’operazione Fortitude, lanciata dagli Alleati, si fece credere ai tedeschi ad uno sbarco nel Pas-de-Calais, bloccando così alcune divisioni tedesche in quest’ultimo settore.

D-DAY Sbarco per la vittoria

La decisione di attaccare i nazisti in Normandia porta la data del 6 giugno 1944. Alle 9.33 del mattino le agenzie americane lanciano il primo flash sullo sbarco. Ma per mettere in ginocchio la Germania il prezzo è altissimo: diecimila morti nelle prime 24 ore.

 

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Articolo di Silvio Bertoldi

«Overlord», il Signore: questo è il nome che americani e inglesi hanno scelto per indicare l'operazione di sbarco sul Continente. «Overlord» comincerà quando verrà il momento del D-Day, il Decision Day, o giorno della decisione. Il D-Day viene il 6 giugno 1944, alle 6.30 del mattino, tra nuvole basse e mare di onde lunghe e scure: 2727 navi mercantili, 700 da guerra, 2500 mezzi da sbarco, 1136 aerei inglesi (tra cui una formazione agli ordini del famigerato generale Harris che distruggerà Dresda senza un perché), 1083 aerei americani. Il fronte corre da Le Havre a Cherbourg in Normandia. Una sorpresa per i tedeschi che aspettavano l'attacco sulla Manica, al Pas de Calais, e non vogliono ammettere di essersi sbagliati. Cinque i punti di sbarco, classificati con nomi di fantasia: «Utah» o «Omaha» di pertinenza degli americani a occidente, «Gold», «Judno» e «Sword» per gli inglesi a oriente. Un giorno intero di battaglia sanguinosissima ed è inutile illudersi di salvare il soldato Ryan: di soldati Ryan ne moriranno circa diecimila nelle prime ventiquattr'ore, il prezzo tremendo (peraltro previsto) pagato per una testa di ponte in Europa dopo quattro anni di guerra. Il colpo decisivo per mettere in ginocchio la Germania e sollevare l'Urss dal sostenere da sola il peso del conflitto. Torna alla memoria la promessa di Churchill nella drammatica notte del 2 agosto 1940, quando tutto sembrava perduto: «Ricordate: non ci fermeremo, non ci stancheremo mai, non cederemo mai; l'intero nostro popolo e l'Impero si sono votati al compito di ripulire l'Europa dalla peste nazista e di salvare il mondo dal nuovo Medioevo... e il mattino verrà».

Quel mattino è venuto. È cominciato poco dopo la mezzanotte del 5 giugno, quando sono partiti 60 incursori con il compito di segnalare le zone di atterraggio ai 72 alianti lanciati su Caen, precedendo le divisioni di paracadutisti dei generali Taylor e Ridgway: gli stessi che l'8 settembre sarebbero dovuti scendere su Roma, se un terrorizzato Badoglio non li avesse scongiurati di soprassedere. Poi è toccato alle due Armate, la prima americana di Bradley e la seconda inglese di Dempsey, entrambe agli ordini di Montgomery, l'eroe partito da El Alamein, che ha giurato di concludere la sua corsa solamente a Berlino. Come sarebbe in effetti avvenuto, se ragioni politiche non avessero costretto Eisenhower a imporgli di lasciare la precedenza ai russi.

Alle 9.33 del mattino del 6 giugno le agenzie di stampa americane avevano lanciato il primo flash con l'annuncio dello sbarco, poi era stato letto il proclama di Eisenhower ai soldati. Il generale non aveva fatto economia di parole ed era ricorso a quello che riteneva il tono epico adatto alla circostanza. ...

A Londra, alla Camera dei Comuni, a mezzogiorno Churchill stava illustrando la presa di Roma, avvenuta due giorni avanti. Un segretario gli passò un biglietto, lui lo lesse e, senza alterare il tono della voce, annunciò che la battaglia per liberare l'Europa dal nazismo era cominciata e con l'aiuto di Dio sarebbe continuata fino alla vittoria. Quella sera stessa le truppe alleate erano saldamente attestate nell'entroterra della Normandia e prendeva il via la lunga cavalcata che le avrebbe condotte all'Elba, dopo che Patton ebbe distrutta a Bastogne l'estrema speranza di Hitler di rovesciare la situazione.

Come fu vissuta l'avventura dalle due parti? Il giorno dello sbarco Rommel, capo dell'armata tedesca stanziata in Normandia, non si trovava al suo comando di La Roche-Guyon. Fidando nell'inclemenza del tempo, che lasciava pensare a tutto tranne alla possibilità di uno sbarco, era partito in automobile per la Germania. Andava a festeggiare il compleanno della moglie e le portava in regalo un paio di scarpe francesi. Lo avvertì Speidel, il suo capo di Stato Maggiore e si precipitò verso Parigi a tappe forzate. Capì subito che per tamponare la falla si dovevano spostare le divisioni del Nord verso la zona di Cherbourg, ma per questo occorreva il consenso di Hitler. Il Führer stava dormendo e l’ordine categorico era di non svegliarlo prima di mezzogiorno. Così seppe dello sbarco con dieci ore di ritardo e anzi non volle credere che si trattasse dello sbarco vero, bensì di una manovra degli Alleati, un diversivo a scopo di disturbo. Negò a Rommel di disporre delle truppe richieste e in tal modo diede al nemico una chance di successo mai immaginata. Qualche tempo prima Rommel aveva detto che, quando fosse cominciata la battaglia di Normandia, quello sarebbe stato «il giorno più lungo». Non azzeccò la previsione. Il 6 giugno non fu il giorno più lungo, al cadere della sera era praticamente terminato, con gli Alleati vittoriosi sulla costa.

Per Eisenhower il problema era diverso, legato soprattutto alle condizioni meteorologiche. Dopo una preparazione durata mesi, aveva deciso di attaccare il 5 giugno, perché in quel giorno si presentavano le condizioni ideali di luna, di marea e di vento che, se lasciate passare, si sarebbero ripetute soltanto il mese successivo. Non si poteva restare tanto tempo in sospeso, dunque o subito o chissà quando. Ma una bufera implacabile cominciò a imperversare sulla Manica e rese impossibile la partenza delle navi. Già da venerdì 2 giugno si erano scatenati gli elementi e fu necessario rinviare. Dopo lunghe ore di attesa spasmodica il meteorologo inglese, colonnello Stagg, la sera del lunedì annunciò che il 6 mattina si sarebbe presentata la possibilità di uno spiraglio di qualche ora. Si trattava di cogliere quella problematica occasione, con il pericolo che tutto cambiasse di nuovo. Eisenhower decise di rischiare. Le truppe erano imbarcate da giorni, non era possibile tenerle ancora «prigioniere» nelle navi. Vi fu un'ulteriore consultazione e poi, sulla fede nelle previsioni di Stagg, l'annuncio: «OK si parte». Era il D-Day, il giorno della decisione.

Stagg, l'oscuro eroe della grande avventura, aveva lavorato senza un attimo di sosta per decifrare le sue carte del tempo e indovinare il momento magico per l'attacco. Così era avvenuto, la schiarita c'era stata. Quando le navi furono partite e i comandi svuotati diventarono silenziosi, Stagg si ritirò nel suo accantonamento, si gettò vestito su una branda e dormì dodici ore filate.



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Bibliografia:

supplemento del “Corriere della Sera” - dicembre 1999

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Operazione Overlord

5 Juin 2026 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

Nella notte tra il 5 e il 6 giugno 1944, una flotta gigantesca, la più formidabile mai assemblata nella storia dell’umanità, (21 convogli americani e 38 anglo-canadesi che trasportavano o rimorchiavano 2.000 mezzi da sbarco, scortati da una formazione di 9 corazzate, 23 incrociatori e 104 cacciatorpediniere) levò l’ancora dalle coste meridionali dell’Inghilterra per far rotta verso la Francia.

Le truppe alleate (che contavano nei loro ranghi 1,7 milioni di Americani, 1 milione tra Inglesi e Canadesi e 300.000 altre reclute, divise tra Francesi, Polacchi, Belgi, Olandesi, Norvegesi e Cecoslovacchi) disponevano di circa 2 milioni di tonnellate di materiale e di 50.000 mezzi (carri armati, veicoli semicingolati, automitragliatrici, camion, veicoli).

Mezzo milione di soldati del Reich era dispiegato tra l’Olanda e la Bretagna lungo il “Muro dell’Atlantico”, il sistema di fortificazioni fatto costruire da Rommel. Il grosso delle forze tedesche (la XV armata era disposta nella zona del Pas de Calais, là dove la Manica è più stretta, luogo di un probabile sbarco alleato secondo le previsioni di Hitler. Dieci divisioni blindate sono pronte ad intervenire, ma sono troppo distanti dalla costa.

Lo scarto in mezzi tra le due aviazioni è enorme: gli Alleati dispongono di 3.000 bombardieri e 5.000 caccia contro 320 apparecchi tedeschi.

È il feld-maresciallo Gerd von Rundstedt che prende il comando delle forze tedesche sul fronte occidentale. Al momento dello sbarco, Rommel è in Germania per festeggiare il compleanno della moglie.

Altri fattori rendono più facile la realizzazione del piano di invasione. Un esempio: sette messaggi trasmessi dagli Alleati alla Resistenza francese, benché intercettati dai servizi segreti tedeschi, non vengono mai ritrasmessi ai comandi militari in Francia.

Il comando supremo dell’Operazione Overlord è affidato al generale americano Eisenhower e il comando tattico al generale inglese Montgomery.

Il cattivo tempo sulla Manica provoca un ritardo di ventiquattro ore delle operazioni.

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Le condizioni meteorologiche costringono il generale Eisenhower a scegliere la data del 6 giugno. La bassa marea delle prime ore del mattino e il levarsi tardivo della luna facilitano l’atterraggio degli alianti e il lancio dei paracadutisti.

Nella notte dal 5 al 6 giugno, le navi partite da diversi porti inglesi della Manica convergono al loro punto di incontro (“Piccadilly Circus”) per dirigersi sulle coste situate tra la foce della Senna e la penisola del Cotentin.

Il “Giorno più lungo” inizia alle 3 e 14 del mattino del 6 giugno con il bombardamento aereo delle difese costiere tedesche, seguito dall’atterraggio dei paracadutisti alleati (circa 18.000 uomini su 20.000 potranno compiere la missione che a loro era stata assegnata), il cui compito consisteva nell’annientare il sistema logistico del nemico. Due ore più tardi inizia il bombardamento navale alleato. La copertura aerea è impressionante e i tiri dei cannoni della marina micidiali. Pe evitare qualsiasi sorpresa, le navi dei convogli sono precedute da dragamine e protette dallo sbarramento di palloni frenati (potevano ascendere fino a quote di 1.500 m, tendendo i cavi di collegamento che consentivano di interdire ed ostacolare i velivoli ostili a bassa quota).

1944 cartina sbarco Normandia

Alle 6 e 30 i primi segni dello sbarco: la prima ondata d’invasione del gruppo di armate, agli ordini di Montgomery raggiunge le spiagge il cui nome in codice sono “Utah”, “Omaha”, “Gold”, “Sword” e “Juno”.

Questo impressionante spiegamento di forze è seguito dall’arrivo di 145 banchine galleggianti in cemento destinate alla costruzione di porti artificiali per l’attracco di navi fino a 10.000 tonnellate e di elementi di una pipeline prefabbricata “Pluto” (Pipeline-under-the-ocean) che fornirà il carburante necessario all’armata.

I primi soldati a calpestare il suolo delle coste francesi sono gli Americani della I armata del generale Omar Bradley che sbarcano sulle spiagge d’Utah e d’Omaha dove lo stato del mare e la resistenza accanita dei tedeschi li mettono in seria difficoltà. Sulle spiagge di Gold, Sword e Juno, gli inglesi della II armata del generale Miles Dempsey sono più fortunati. Alcune ore dopo, gli Inglesi si ammassano già nei dintorni di Caen, mentre le unità americane si battono ancora contro le fanterie e le Panzer divisioni accorse in tutta fretta sulle colline circostanti.

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Alle ore 9 e 33 del 6 giugno 1944, il quartier generale di Eisenhower comunica al mondo intero il seguente messaggio: «Sotto il comando supremo del generale Eisenhower, le forze alleate navali, sostenute dalle potenti forze aeree, hanno incominciato a sbarcare armate alleate sulla costa nord della Francia». È questo l’annuncio che l’operazione “Overlord”, ossia l’invasione della Francia, è riuscita e il mondo libero non può che rallegrarsene.

A mezzogiorno, il primo ministro britannico, Churchill, rivolgendosi alla Camera dei Comuni, annuncia lo sbarco in Normandia: «La prima serie di sbarchi delle forze alleate sul continente europeo è iniziata nel corso della notte. Questa volta, l’assalto liberatore è stato effettuato sulla costa della Francia. L’armonia più completa regna tra le armate alleate».

Hitler sarà informato dell’invasione solamente in tarda mattinata. Quanto a Rommel, riguadagnerà il teatro delle operazioni in serata del giorno J. Ma i tedeschi si ostinano a pensare che non si tratti della grande offensiva alleata attesa da alcuni mesi. Questo errore fatale contribuirà al successo dell’Operazione Overlord. Hitler invia l’ordine tassativo di non spostare verso la zona dello sbarco le divisioni blindate che si trovavano in altri settori e gli Alleati non saranno respinti in mare «durante la notte» come espressamente richiesto dal Führer.

Al calar della notte, al contrario, circa 160.000 uomini calpestano già il suolo francese. Anche se gli Alleati hanno raggiunto solo in parte i loro obiettivi, l’operazione è un successo.

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La liberazione di Roma, 4 giugno 1944

3 Juin 2026 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

1944-Montecassino-bombardata.jpg 1943 dicembre CIL Montecassino

Due giorni dopo la conquista di Cassino e dell'Abbazia, nel settore meridionale del fronte, il II Corpo americano attaccava la linea «Hitler» presso Formia e in direzione di Fondi. Altrettanto facevano algerini e marocchini sui monti Aurunci, mentre nel settore settentrionale il Corpo britannico e quello polacco combattevano aspramente a Pontecorvo e Piedimonte.

Cinque giorni dopo anche la linea «Hitler» era infranta e le Armate alleate potevano avviarsi verso Roma: l'VIII per la via Casilina e la V per la via Appia. Una Divisione americana si dirigeva lungo la costa verso la testa di ponte di Anzio, dove il VI Corpo angloamericano forte come un'Armata, il 23 maggio aveva iniziato l'offensiva.

1944 alleati in Anzio 

L'attacco principale venne sferrato verso i Colli Albani e verso Velletri, occupata qualche giorno dopo, mentre Alexander aveva ordinato di tagliare la ritirata nemica sulla via Casilina puntando in forze su Valmontone. Clark invece preferì insistere in direzione di Roma, e Valmontone fu presa solo il 2 giugno, dopo che i tedeschi avevano completato il ripiegamento. La città di Littoria era stata liberata dall'unica colonna americana, appena un reggimento, che dalla testa di ponte di Anzio s'era diretta verso sud, incontro alla V Armata in arrivo dal fronte del Garigliano. Il ricongiungimento avvenne a Borgo Grappa il 25 maggio. Nella gioia dell'incontro si dimenticava ch'esso si era fatto attendere quattro mesi più del previsto.

Clark disponeva di una formidabile piattaforma per il lancio finale su Roma. È alla capitale ch'egli continuava a guardare, più che alla manovra di aggiramento chiesta da Alexander. Voleva arrivarci prima degli inglesi perché la nuova vittoria su Hitler portasse il suo nome. Per i tedeschi fu un colpo di fortuna. Essi non speravano che gli Alleati, per un motivo di prestigio personale, rinunciassero a cogliere, con un colossale accerchiamento, i frutti della vittoria. Scampati alla trappola di Valmontone, i tedeschi abbandonavano Roma con ogni mezzo, mantenendo sgombre le strade su cui si ritiravano le Divisioni di Cassino. Avevano perso molti uomini, ma avevano salvato l'esercito. Proprio l'ultimo giorno vollero lasciare un altro ricordo di sangue. Alle porte della città, in frazione La Storta sulla via Cassia, per alleggerire un automezzo, assassinarono 14 prigionieri politici fra cui il vecchio sindacalista Bruno Buozzi. Poi risalirono sui camion e ripresero più in fretta la ritirata verso nord.

Il generale Clark rievoca il giorno della presa di Roma:

1944 alleati Roma 1944 giugno Roma porta Maggiore 

«La maggior parte della gente non collega la data del 4 giugno (giorno in cui entrammo a Roma) con lo sbarco del generale Eisenhower in Normandia, ma le due operazioni erano coordinate, e mi era stato dato l'ordine di conquistare Roma, se fosse stato possibile, subito prima dello sbarco di Eisenhower. Sicché combattemmo con tutto l'impegno e ce la facemmo appena in tempo. Naturalmente, volevamo essere la prima Armata che liberava una delle capitali dell'«asse»; ciò avrebbe sollevato il morale degli Alleati e anche degli italiani. Sicché fu con profonda emozione che ci avvicinammo a Roma, e il giorno in cui vidi le mie truppe marciare verso la città, e fui testimone del modo cordiale con cui vennero accolte dalla popolazione, fu un giorno particolarmente felice. Il 5 giugno entrai anch'io in Roma con la mia "jeep" per la via Casilina. Non eravamo molto pratici della città; il generale Hume, che era con noi, aveva suggerito che il Campidoglio sarebbe stato il luogo adatto per incontrarmi con i miei comandanti di Corpo d'Armata.

Nelle vie erano gaie folle, molti cittadini agitavano bandiere. I romani sembravano impazziti d'entusiasmo per le truppe americane. Il nostro gruppetto di "jeep" errava per le vie, ma non riuscivamo a trovare il colle capitolino. Ci eravamo smarriti. A un tratto ci trovammo in piazza San Pietro e un prete si fermò accanto alla mia "jeep" e disse in inglese: "Benvenuto a Roma. Posso esservi utile in qualche modo?».

1944-4-giugno-Alleati-a-Roma.JPG

«Gli chiesi la strada per il Campidoglio. Là intendevo discutere i nostri piani immediati. Volevamo spingerci immediatamente oltre Roma per inseguire il nemico e prendere il porto di Civitavecchia. Quando fummo in piazza Venezia davanti al balcone dal quale Mussolini soleva fare i grandi discorsi, una folla plaudente ci bloccò. Finalmente ci aprimmo un varco e salimmo sul colle. Il portone del Campidoglio era chiuso; io bussai parecchie volte, non sentendomi molto conquistatore di Roma. Mentre si bussava, pensai che quella era per noi una giornata storica. Avevamo vinto la corsa di Roma per soli due giorni».

giugno-44-alleati-a-Roma.jpg romani con fanti americani 

Chi nella capitale ha dimenticato quel giorno? Era la libertà, dopo nove mesi di angoscia e di disperazione. S'affacciava un mondo nuovo, si ricominciava a vivere.

A Roma l'appuntamento col Papa è una tacita consuetudine, quando accade qualcosa d'importante. Ma il pomeriggio del 5 giugno i romani andarono da Pio XII anche per un atto di gratitudine. Tutto in quei giorni era all'insegna della fede nell'avvenire. Ogni occasione era buona per affollare le piazze con bandiere, applaudire, gridare e sfilare in corteo proclamando i propri ideali. Gli Alleati assistevano sbalorditi, ed erano come travolti dall'urto caotico delle passioni politiche che esplodevano dopo tanto tempo.

Nella confusione scoppiarono anche disordini. In Piazza Venezia, dove la gente si raccoglieva più folta che altrove, si sfondarono i cancelli del palazzo delle Assicurazioni Generali in cerca di franchi tiratori inesistenti. La polizia alleata fu costretta ad intervenire con bombe lacrimogene.

Il 6 giugno la notizia dello sbarco in Normandia. È finalmente il secondo fronte, che porterà al tracollo della Germania; e intanto in Russia le Armate sovietiche incalzano. Di fronte alla grandezza degli avvenimenti, l'episodio dei franchi tiratori che, da una casa di via Appia Nuova, hanno aperto il fuoco contro i patrioti e i soldati americani, appare un inutile atto di rabbia e di vendetta. Ogni giorno nuove prove della violenza subita vengono alla luce. Finora Roma non sapeva ancora chiaramente delle Fosse Ardeatine, dove in marzo i tedeschi avevano massacrato per rappresaglia 335 detenuti politici. Adesso era un accorrere di parenti, di amici, di compagni di lotta.

Unità clandestina 30 marzo 1944

L'orrore era pari alla disperazione delle madri.

Il Luogotenente, che intuiva la precarietà del momento, venne a Roma pochi giorni dopo la liberazione. Forse contava su qualche gesto di simpatia da parte dei romani. Ma la sua visita improvvisa passò quasi inosservata, e Umberto tornò a Napoli deluso. Come si era stabilito in aprile, il governo arrivava a Roma dimissionario, e a Badoglio subentrò Ivanhoe Bonomi che raccolse intorno a sé uomini designati dai sei partiti antifascisti. La lotta contro i tedeschi rimaneva il primo punto del programma di governo.

Oltre Roma la guerra continuava senza slancio. Ma Alexander e Clark, tornati amici dopo la contesa per Valmontone, erano ottimisti. Alexander rivolse un proclama alle truppe: «Questa battaglia, di cui è terminata la prima fase, è stata un successo magnifico. Come dicono i francesi: " Une belle victoire". La conquista di Roma è in se stessa naturalmente un grande avvenimento. Ha un grande valore morale, un grande valore politico. Ma come obiettivo militare non ha che scarsa importanza. Ciò che veramente importa è il fatto che noi stiamo compiendo quello che ci eravamo prefissi di fare, e cioè annientare sul campo le Armate tedesche. Il nemico è in uno stato di totale disorganizzazione, avendo subìto gravissime perdite, tanto che i prigionieri sono oltre 20.000 e ci sono 8.000 tedeschi feriti ricoverati a Roma, oggi, in questo momento. Molti di più giacciono morti sui campi di battaglia. Le perdite del nemico sono state dunque molto gravi, esso è disorganizzato. E noi lo stiamo inseguendo». 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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