Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

ii guerra mondiale

Inizio dell'occupazione alleata in Italia

10 Octobre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

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A fine settembre 1943 in Sicilia, Calabria, Basilicata e Puglia l'occupazione tedesca era ormai terminata. In Sardegna, le forze naziste, sulla base di un accordo con il generale Antonio Basso, si erano ritirate in Corsica e avevano raggiunto rapidamente la Toscana. Anche gran parte del territorio campano era libero, a eccezione della provincia di Caserta, e in particolare della sua area nord. L'Abruzzo, invece, avrebbe subito, ancora per molti mesi, l'occupazione nazista.

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L'esercito anglo-americano, dopo aver raggiunto Napoli, avanzava lentamente incalzando i tedeschi. A metà ottobre infuriò la battaglia sul Volturno cui seguì, in dicembre, la battaglia per la conquista di monte Camino e l'assalto a Monte Lungo.

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A metà gennaio 1944, la 5a armata si attestò lungo la linea Gustav. Poi vi fu il lungo stallo di Montecassino.

Per entrambi gli eserciti, le esigenze militari avevano priorità assoluta.

Nel caso dei tedeschi ciò implicava il controllo totale del territorio, al cui interno si collocava la strategia del terrore contro i civili. Per gli anglo-americani - nemici durante la campagna di Sicilia e poi alleati in quella d'Italia - il discorso era più complesso. Essi infatti dovevano contemporaneamente procedere nelle operazioni militari e garantire il governo dei territori liberati, confrontandosi con i bisogni urgenti di una popolazione civile che aveva vissuto tre lunghi anni di guerra. Ma c'era dell'altro. In Italia inglesi e americani giocavano una partita importante anche sul piano degli equilibri interni alla coalizione antifascista in relazione sia all'Unione Sovietica sia al confronto-scontro tra Stati Uniti e Gran Bretagna. L'armistizio dell'8 settembre 1943, la formazione del Regno del Sud e la successiva dichiarazione di guerra alla Germania, la definizione del cosiddetto "armistizio lungo", il riconoscimento da parte sovietica del piccolo staterello italiano sono tutti elementi di un processo complesso, attraverso cui prende corpo, tra conflitti e incertezze, la strategia alleata per l'Italia postfascista.

La campagna d'Italia era stata decisa, dopo molte esitazioni, sulla scia della conferenza di Casablanca del gennaio 1943, in cui venne definito, come obiettivo conclusivo del conflitto, la "resa incondizionata" di tutte le potenze dell'Asse. Tuttavia, tra inglesi e americani c'era una diversità di opinioni circa l'opportunità di aprire un fronte di guerra in Italia, una diversità che può essere intesa nel contesto delle dinamiche militari in Nord Africa, dove la posta in gioco era il controllo del Mediterraneo. In maggio, l'8a armata guidata da Montgomery conquistò Tunisi, occupata nel novembre 1942 dalle truppe di Rommel. L'esercito inglese si ricongiunse con la 1a armata americana che avanzava dopo lo sbarco in Marocco e Algeria. Il 12 maggio 1943 vi fu la resa tedesca: con tutta l'Africa settentrionale libera si riapriva la possibilità di controllare la navigazione nel Mediterraneo".

Nella strategia inglese era necessario che l'avanzata alleata continuasse in Sicilia e, poi, in Italia. Churchill sosteneva con convinzione questa opzione, considerandola una tappa indispensabile in vista di un successivo impegno anglo-americano nei Balcani. Roosevelt era invece un sostenitore assai più tiepido dell'impresa, che peraltro, per molti mesi, costituì l'unico scenario di guerra statunitense in Europa. In ogni caso, una volta intrapresa la campagna d'Italia, il Quartiere generale delle forze armate alleate (AFHQ), dislocato ad Algeri, acquisì un peso determinante anche sul piano politico. Centrale divenne il ruolo del comandante supremo Dwight Eisenhower e gli stessi Affari civili dei territori occupati divennero di competenza militare.

 

L'operazione Husky iniziò il 10 luglio 1943 e, in oltre un mese, portò alla conquista dell'isola. Subito dopo la proclamazione dell'armistizio, vi fu lo sbarco di Salerno, l'operazione Avalanche. Dalle trattative del cosiddetto "armistizio corto" era stata esclusa l'Unione Sovietica, che rimase fuori anche dalla gestione di quello "lungo", concluso il 29 settembre 1943.

Fin dall'inizio dell'invasione siciliana operò l'AMGOT, il Governo militare alleato, presieduto dal generale inglese Harold Rupert Alexander, comandante delle forze d'occupazione in Italia. L'AMGOT si articolava in sei Divisions (Legal, Finance, Civilian Supply, Public Health, Public Safety, Enemy Property), ma ben presto ne sorsero altre. I territori sotto il controllo dell'AMGOT furono suddivisi in Regions. La Sicilia costituì la Region I e poi, con l'avvio della campagna d'Italia, il Mezzogiorno venne incluso nella Region II (Calabria, Basilicata e Puglia), nella Region III (Campania) e nella Region VI (Sardegna).

Ben presto si pose il problema di scegliere tra un governo d'occupazione militare, di cui erano sostenitori gli americani, e una forma d'occupazione indiretta - l'Indirect Rule proposto dagli inglesi - con compiti di supervisione del rinato Stato italiano. Il 10 novembre 1943 fu istituita l'ACC, la Commissione alleata di controllo prevista dall'articolo 37 dell'”armistizio lungo"; si trattava di una struttura militare che dipendeva dall'AFHQ. A metà dicembre nacque l'ACI, un organismo con funzioni consultive, in cui erano rappresentate anche Unione Sovietica, Francia e, in seguito, Grecia e Jugoslavia.

La scelta del governo indiretto si rivelava una strategia abile e duttile perché favoriva la ricostituzione di uno Stato italiano molto debole, quale, appunto, il Regno del Sud, che di fatto era subordinato agli anglo-americani attraverso il ferreo controllo dell' ACC - che peraltro il 10 gennaio 1944 si fuse con l'AMGOT.

Nel febbraio 1944 e, poi, nel luglio, furono restituiti al governo italiano i territori liberati. Così entrarono nel Regno del Sud Sardegna, Sicilia, Basilicata, Calabria, parte della Campania e poi, ancora, Avellino, Benevento, Campobasso, Foggia. Restavano fuori i territori a ridosso del fronte e alcune zone di particolare interesse logistico, come l'area comunale di Napoli, il cui porto aveva un'enorme importanza per i collegamenti e i rifornimenti militari. Il 20 luglio 1944 l'AFHQ si trasferì a Caserta.

Il governo alleato aveva come obiettivo prioritario garantire la sicurezza e l'ordine pubblico nelle retrovie del fronte. Invece la popolazione civile, che aveva accolto i militari alleati come liberatori, si attendeva che, con la fine del conflitto e dell' occupazione tedesca, si aprisse una nuova fase in cui, oltre ad aver garantita la sopravvivenza fisica, fosse possibile ritornare a una dimensione di normalità nella vita quotidiana. In realtà gli Alleati non avevano intenzione né di farsi carico degli enormi problemi di una popolazione stremata dalla guerra, né di avviare la ricostruzione. Erano costretti però a fronteggiare le urgenze più drammatiche, dalla permanente sotto alimentazione dei civili alle epidemie, alla mancanza di servizi essenziali come l'acqua e la luce, alla paralisi totale dei trasporti e delle attività produttive. Si trattava di interventi di emergenza utili anche a una maggiore efficienza delle operazioni militari, come, per esempio, il ripristino della rete viaria e ferroviaria.

Il sistema amministrativo periferico italiano si era dissolto con il crollo del regime fascista e i Quarantacinque giorni avevano accelerato, anche nel Mezzogiorno, il degrado del governo locale. Mentre nel Centro-Nord, durante i mesi della Resistenza, si sarebbe costruito un nuovo ceto politico e amministrativo, ciò non avvenne nel Sud. Gli "alleati-nemici" si trovarono quindi in grande difficoltà, alle prese con un ceto di amministratori privo di una qualche credibilità. Diventava perciò urgente trovare degli interlocutori e gli anglo-americani attinsero, soprattutto nella prima fase dell'occupazione, al personale politico prefascista, che si andava collocando nei partiti liberale e demoliberale.

Nei mesi del Regno del Sud, in particolare gli inglesi resero esplicita l'esigenza di una transizione postfascista non traumatica individuando come interlocutori la monarchia e il governo Badoglio. Da parte americana, invece, si propendeva per un ricambio del personale politico attraverso misure di defascistizzazione. In rapporto a ciò maturarono elementi di discontinuità come l'ampio ricambio attuato a livello dei prefetti. Fu inoltre avviata l'esperienza di alcune giunte comunali, sulla cui composizione, pur venendo consultati i CLN che andavano moltiplicandosi nel Sud, in realtà decidevano prefetti e Alleati.

In definitiva lo Stato periferico si strutturò sulla base di equilibri che restituirono autorevolezza e legittimità a figure consolidate nella tradizione politica italiana come quella del prefetto, il quale operava in sintonia con le autorità ecclesiastiche e con le forze dell' ordine, in primo luogo i carabinieri.

Con la formazione del governo di coalizione antifascista presieduto da Ivanoe Bonomi, nel rapporto tra Alleati, partiti antifascisti e monarchia si aprì una nuova fase per cui, sul piano del governo locale meridionale, le forze antifasciste e i CLN poterono fruire di maggiori spazi. Al loro interno gli Alleati privilegiarono l'interlocuzione con un blocco moderato di cui, lentamente, la DC andava configurandosi come elemento trainante.

 

Se lo sguardo si sposta dal piano politico-istituzionale a quello della società, va osservato che, poiché le condizioni di vita miglioravano molto lentamente, nella popolazione si creò uno stato d'animo di profonda delusione che ben presto contribuì a offuscare l'immagine degli Alleati come "liberatori". In una situazione di povertà generalizzata vi erano comunque gruppi sociali che si arricchivano, inserendosi nelle pieghe dell'enorme flusso di merci generato dalla presenza di centinaia di migliaia di soldati che dovevano nutrirsi, vestirsi, curarsi se ammalati o feriti nelle operazioni militari, e anche in qualche modo divertirsi. Fu la stagione d'oro del contrabbando, ma non solo: intorno alle forze alleate si creò una fitta rete di occupazioni saltuarie che consentivano a donne e uomini di sopravvivere. Ripartirono alcuni segmenti produttivi, come l'industria alimentare in Campania e le miniere di carbone in Sardegna, e, soprattutto nei porti, decine di migliaia di lavoratori vennero impiegate nelle operazioni di carico e scarico delle merci. Si trattava tuttavia di una ripresa di attività economiche effimera, totalmente legata alla presenza delle truppe anglo-americane e che si sarebbe bruscamente arrestata con la loro partenza.

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Bibliografia:

Gloria Chianese - Quando uscimmo dai rifugi. Il Mezzogiorno tra guerra e dopoguerra (1943-46) -  Ed. Carocci sett. 2004

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La conferenza di Jalta

15 Juin 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Roosevelt, Stalin e Churchill si incontrarono a Jalta, stazione climatica della Crimea, dal 4 all' 11 febbraio 1945.

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I cosiddetti «tre Grandi», cioè appunto Roosevelt, Stalin e Churchill, si erano già incontrati a Teheran dal 28 novembre al 1° dicembre 1943, per decidere l'attacco finale alla Germania, la cui sconfitta appariva ormai certa, ma era ancora lontana. Quasi un anno dopo, dal 9 al 19 ottobre 1944, c'era stato un altro incontro a Mosca, questa volta tra Stalin e Churchill, con gli Stati Uniti rappresentati dall'ambasciatore Averell Harriman, in qualità di «osservatore». E semmai proprio in quell'occasione ci fu qualcosa di simile a un mercanteggiamento tra Est e Ovest sulle future aree d'influenza (il famoso appunto di Churchill sul 90 per cento d'influenza sovietica in Romania contro il 90 per gli occidentali in Grecia, più il 75 per l'Urss in Bulgaria e il 50 a testa in Ungheria e Jugoslavia, appunto che Stalin approvò con un tratto di matita blu).

A quel tempo, vigeva ancora la promessa o l'impegno di Roosevelt, secondo cui le truppe americane si sarebbero ritirate dall'Europa entro due anni dalla fine della guerra; e quindi, in teoria, era la Gran Bretagna la più diretta interessata a quel che sarebbe successo nel continente, una volta chiusa la partita col nazismo.

Dominante, per Roosevelt, era quello di un'organizzazione internazionale capace di tenere sotto controllo le crisi future in tutto il mondo, e tale anche da essere approvata dal Congresso di Washington, fugando il pericolo di un nuovo isolazionismo, come quello che si era manifestato, col rifiuto della Società delle Nazioni, dopo la prima guerra mondiale.

Il presidente americano, nonostante le sue declinanti condizioni di salute, si sottopose a un lungo viaggio per mare,. con una tappa a Malta, per definire con Churchill una posizione comune, per poi proseguire insieme in aereo da Malta a Jalta.

 

Diverse furono le decisioni prese, dal 4 all'11 febbraio, a Jalta.

Sulla Germania, ormai prossima alla disfatta, fu abbandonata di fatto !'idea di uno «smembramento» e prevalse quella di una divisione in zone di occupazione, in attesa di definire lo status futuro (una zona, ricavata da quelle anglo-americane, fu accordata anche alla Francia).

Il tema centrale fu la Polonia, che era già interamente occupata dalle truppe sovietiche. Il suo governo in esilio, a Londra, il governo antinazista, era stato sconfessato da Mosca, che aveva concesso il suo riconoscimento al cosiddetto Comitato di Lublino, filocomunista, trasformato in governo provvisorio. L'obiettivo occidentale, scartata l'ipotesi di resuscitare il governo in esilio, era quello di dare vita a una formazione politica nuova e diversa. Il compromesso consistette in questo, che il Comitato-governo di Lublino sarebbe stato «riorganizzato su base più ampia», includendovi anche elementi «dell'emigrazione polacca» (Londra) e avrebbe quindi preparato libere elezioni «con tutti i partiti democratici e antinazisti». L'accettabilità del compromesso era rafforzata da una «Dichiarazione sull'Europa liberata», che prevedeva per tutti i Paesi usciti dal tunnel nazifascista «l'istituzione, il più presto, mediante libere elezioni, di governi rappresentativi della volontà della popolazione».

Un altro tema fu l'Onu, la cui conferenza istitutiva si sarebbe aperta a San Francisco il 25 aprile. Come sistema di voto nel Consiglio di sicurezza, venne stabilito che sarebbe stato necessario il voto unanime dei membri permanenti.

Infine, la conferma di Stalin dell'imminente entrata in guerra (peraltro strategicamente ormai inutile) contro il Giappone.

Roosevelt e Churchill ripartirono da Jalta molto soddisfatti. La delusione fu rapida. Passato un mese, si cominciò a vedere in che conto Stalin tenesse l'accordo sulla Polonia.

Il presidente degli Stati Uniti, ormai alla vigilia della morte, scrisse a sua volta a Stalin che, se fosse continuato il tentativo sovietico di dare tutto il potere al governo filocomunista di Lublino, «il popolo americano avrebbe considerato l'accordo di Jalta un fallimento».

Franklin Delano Roosevelt morì il 12 aprile, due mesi dopo la chiusura a Jalta.

Sotto la sua guida, (eletto quattro volte alla Casa Bianca, fu considerato un grande presidente per ragioni di politica interna oltre che estera, per aver salvato il sistema economico americano e anche occidentale dalla grande crisi degli anni Trenta, prima di portare definitivamente la potenza d'oltreoceano nell'agone mondiale), gli Stati Uniti sperarono in una ragionevole intesa post-bellica con l'alleato sovietico. E infatti lasciarono che l'Armata Rossa, che certo veniva da prove tremende e che aveva dato un contributo enorme al rovesciamento delle fortune hitleriane, dilagasse nell'Europa centro-orientale fin nel cuore della Germania, a Berlino.

Con la sua morte si aprì una nuova fase, molto più acuta, del confronto russo-americano, sulla testa dell'Europa, mentre stava per uscire di scena lo stesso Churchill.

 

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Il massacro di Katyn

9 Juin 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Katyn si trova a 14 chilometri da Smolensk (città della Russia, 362 chilometri a sudovest di Mosca). Nella primavera del 1940 le truppe dell'NKVD (Narodny Kommisariat Vnutrennikh Del, Commissariato del popolo agli affari interni, la polizia segreta sovietica) uccisero oltre 4000 ufficiali polacchi internati nel 1939 nell'URSS (dopo l'attacco simultaneo della Germania e dell'Unione Sovietica alla Polonia).

 

Il 23 agosto 1939 fu firmato a Mosca il tristemente celebre patto Ribbentrop-Molotov; Ribbentrop era ministro degli Esteri tedesco, Molotov era il capo del Governo sovietico.

Il 1° settembre, la III armata tedesca, venuta da nord, si ricongiunge ad est di Varsavia con la X, venuta dalla Slesia. La capitale polacca è messa sotto assedio. Tre giorni dopo, anche l’Armata Rossa di Stalin entra in Polonia, senza dichiarazione di guerra, in virtù del Patto di non aggressione concordato con Hitler, che prevedeva una divisione dello sfortunato Paese. Varsavia cade il 27 settembre, dopo una eroica resistenza.

Con la divisione della Polonia, l’URSS ricevette il 52% del territorio e un terzo degli abitanti del Paese, di cui circa 250.000 soldati e ufficiali dell’esercito polacco.

A differenza dei semplici soldati, gli ufficiali dell’esercito polacco, gli agenti di polizia, gli agenti dei servizi segreti e così pure i dipendenti e i funzionari dei tribunali furono internati nei campi di concentramento nei pressi di Kozielsk, Starobielsk e Ostachkov.

Oltre 15.000 furono i prigionieri di guerra polacchi uccisi nell’aprile del 1940 per fucilazione da parte di truppe speciali del NKVD.

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Nell’Europa del 1940, quando l’URSS stalinista, dopo aver spartito la Polonia, invase e sconfisse la Finlandia, annesse i Paesi Baltici, e mentre la Germania nazista occupava i Paesi dell’Europa del Nord, costringendo la Francia a capitolare, e preparava l’invasione dell’Inghilterra, il destino dei prigionieri di guerra polacchi finì pressoché dimenticato dalla pubblica opinione. Solo alcune famiglie di ufficiali polacchi detenuti, che fortunatamente non erano state deportate, notarono che, nel marzo-aprile 1940, la corrispondenza con i loro parenti internati nei campi sovietici s’interruppe bruscamente e che le lettere ritornavano ai mittenti con un timbro postale “destinatario trasferito”.

Da un rapporto di Beria, ritrovato negli archivi segreti sovietici, «gli ufficiali prigionieri di guerra e gli agenti di polizia che si trovano nei campi tentano di continuare l’attività controrivoluzionaria, conducendo delle agitazioni antisovietiche ...». Il capo del NKVD dichiarò che «gli ufficiali dell’esercito polacco, gli agenti di polizia erano tutti nemici giurati del potere sovietico, pieni di odio verso il sistema sovietico»

La conclusione logica era che lasciarli in vita avrebbe gravemente nuociuto alla sicurezza dello Stato e che la loro eliminazione era la sola soluzione possibile.

Oltre a queste considerazioni riguardanti la sicurezza dello Stato, il massacro di Katyn è un caso di imperialismo e rientra nei tentativi secolari da parte dei russi di dominare la Polonia. L’URSS stava per invadere più della metà del territorio polacco e i dirigenti sovietici erano determinati a eliminare quei membri della nazione che, in futuro, avrebbero potuto condurre la lotta per la resurrezione della loro patria. Inoltre, non si deve sottovalutare un fattore psicologico: secondo diversi indizi, Stalin nutriva una avversione e una diffidenza particolare verso i Polacchi, ricordando l’umiliante sconfitta subita dall’Armata Rossa vicino a Varsavia nel 1920, nella quale egli aveva avuto una responsabilità diretta.

Il 22 giugno 1941, la Germania invase l’Unione Sovietica e, nel luglio e agosto dello stesso anno, i territori in cui si trovavano i campi degli ufficiali polacchi furono occupati dai tedeschi.

 

Il massacro di Katyn è esemplare per due caratteristiche comuni a tutti i sistemi totalitari moderni del XX secolo: l’utilizzo sistematico del terrore di massa come mezzo di ordinaria amministrazione e il ruolo dell’ideologia come guida del terrore.

I sistemi totalitari tentano, così di creare una nuova società, utilizzando i metodi «scientifici» dell’igiene sociale e della «purificazione» dal «contagio borghese».

Il terrore ideologico, fondato sull’idea della purificazione della società dai corpi estranei e nocivi, dei parassiti sociali, definiti in base all’appartenenza di classe sociale antagonista o al gruppo etnico nemico, e l’uso della violenza rappresentano il denominatore comune del regime nazista e del regime stalinista. Ai loro inizi, si posero come obiettivo l’eliminazione fisica non solamente degli oppositori politici, ma anche di intere categorie di cittadini, considerati come avversari per la loro stessa esistenza: la distruzione di «nemici oggettivi» o dei «nemici del popolo», gli uni individuati in base alla loro provenienza etnica, gli altri dallo loro classe di provenienza.

Nel dibattito ancora aperto sui totalitarismi, il massacro di Katyn rappresenta un caso emblematico della politica di «pulizia di classe» come Auschwitz fu una «pulizia etnica».

 

Nella primavera del 1943, una commissione tecnica della Croce Rossa polacca giunse alla conclusione che il massacro era avvenuto nella primavera del 1940. La commissione polacca decise comunque di non pubblicare le sue conclusioni per non fare il gioco della propaganda nazista. L’unica copia del rapporto fu trasmesso al governo inglese che dichiarò il documento ultrasegreto e lo tenne nascosto per quarantacinque anni. Il rapporto venne pubblicato solamente nel 1989.

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Dopo la guerra, a Norimberga, la corte, composta da giudici delle forze alleate vincitrici, decretò che, tenendo conto che il crimine non era stato eseguito dai tedeschi (il pubblico ministero sovietico si trovò di fronte una difesa agguerrita, capace di provare che il massacro di Katyn non era opera dei tedeschi), non aveva il mandato per eseguire una nuova inchiesta. Inoltre, il governo sovietico non riuscì a chiudere l’affare di Katyn, perché il tribunale lo escluse dalla sentenza finale per mancanza di prove.

 

Solamente nel 1990 Mikhail Gorbachev ammise la responsabilità sovietica del massacro.

 

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Cronologia: settembre 1939 - giugno 1940

25 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

La non belligeranza (settembre 1939-giugno 1940)

 

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Le prime reazioni alla notizia del non intervento dell'Italia furono di impetuoso ottimismo. Non solo e non tanto per il momentaneo scampato pericolo, ma anche perché si riprodussero vecchie, impenitenti illusioni: sulla rottura probabile (già in atto, anzi) dell'odiata alleanza con Hitler; l'aprirsi di' nuove prospettive "democratiche" per il regime; l'eventualità auspicata dai piu ardimentosi, di un futuro intervento a fianco delle potenze democratiche, con il duplice vantaggio di contribuire a eliminare dal cuore dell'Europa il cancro del nazismo e di "condizionare" il fascismo in rapporto alle mutate alleanze.

Tali illusioni si propalarono, durante alcune settimane, non solo in larga parte dell'opinione pubblica, ma anche in ambienti fascisti, dove i partigiani dell'intervento al fianco della Germania si ridussero una minoranza esigua e ben individuata: segnatamente i due gruppi che si raccoglievano attorno al Regime fascista di Farinacci e all'altro quotidiano razzista Il Tevere, di Roma.

Difficile è dire se fosse frutto di ottimismo (oppure di una chiaroveggenza di segno opposto) il forte movimento al rialzo che si verificò nelle borse a partire dal 4 settembre.

Gli ambienti finanziari erano, forse, i meglio informati e, sia che puntassero sui vantaggi della non-belligeranza, sia che facessero affidamento sulle commesse belliche, certo è che "comprarono" per tutto settembre.

L'unico che parve non partecipare alla generale euforia fu Mussolini che, per tre settimane, non si fece sentire.

Presero, così, a correre voci secondo cui era ormai stato "accantonato" dai maggiori gerarchi e dal re, che la sua fortuna - legata, da più di tre anni, all'altro dittatore - fosse al tramonto.

 

I primi sintomi allarmanti

A spezzare questo strano incanto, che neppure il pauroso sviluppo degli eventi bellici (Varsavia era caduta l'8 settembre, una settimana dopo l'invasione) era riuscito a dissipare, intervennero, nel giro di un mese, tre avvenimenti significativi.

Il 23 settembre '39, il duce ruppe il silenzio e, parlando ai gerarchi della "X Legio", li avvertì che era ora di liberarsi della "zavorra" dei "disfattisti, "dei" massoni," degli "ebrei," degli " esterofili" e di "ripulire gli angolini", ove questi "rottami" avevano trovato rifugio: in buona sostanza, coloro che avessero puntato sulla pace avevano fatto un gioco sbagliato.

Seconda doccia fredda: il 1° ottobre Ciano si recò a Berlino, per conferire con Hitler; negli ambienti "bene informati" si disse che quella nuova missione mirava a trovare una via d'intesa per arrestare la guerra. La Polonia era ormai spacciata, dopo che l'URSS, il 17 settembre, ne aveva varcato le frontiere dall'altra parte, ma sul fronte d'Occidente si susseguivano le "notti calme ", le ostilità tra tedeschi e franco-inglesi non avevano, praticamente, ancora avuto inizio.

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Si confidò, quindi, in una mediazione italiana, ma due settimane dopo apparve chiaro che Hitler non intendeva fermarsi.

Il 31 ottobre '39 si ebbe un repentino cambio della guardia nelle gerarchie del regime. Starace fu sostituito da Ettore Muti, al partito; Alessandro Pavolini rimpiazzò Alfieri alla Cultura Popolare; Renato Ricci andò alle Corporazioni al posto di Lantini, ecc.

Le prime voci, fondate sui rapporti d'amicizia o di vera e propria sudditanza che legavano alcuni dei nuovi ministri a Galeazzo Ciano, fecero pensare che le cose volgevano al meglio: si parlò di "gabinetto Ciano" e, al solito, le speranze sostituirono il ragionamento.

La realtà era diversa: anche se alcuni dei nuovi ministri erano amici di Ciano, essi erano, prima ancora, uomini del partito, di provata fede, di sicura disciplina (ottusi, magari, e faziosi, più di quelli che erano chiamati a sostituire); proprio per questo, ubbidienti e adatti alla bisogna e la bisogna, anche se Ciano stesso s'illudeva, era la guerra.

Un altro brutto indizio - o presagio - fece pensare al peggio (quelli che pensavano). Il 9 novembre '39 fu data notizia che la polizia tedesca aveva sventato a Monaco un attentato contro Hitler predisposto in occasione dell'annuale riunione nella storica birreria.

Non occorreva troppo acume per indovinare che la storia era un pretesto per togliere di mezzo, anche in Germania, eventuali oppositori alla prosecuzione della guerra. Già si era appreso che il gen. Fritsch, il capo della Reichswehr allontanato dal comando alla vigilia dell'Anschluss, era "caduto in battaglia" al fianco dei suoi soldati, dei quali aveva rivestito la semplice divisa. Ora, alla notizia del presunto attentato (diramata con tono quasi trionfale da Berlino) erano seguite quelle di repressioni, arresti, esecuzioni sommarie: di pari passo con la perfetta macchina militare, era scattata la spietata macchina della Gestapo.

Si indovinò anche (lo si era imparato, ormai) che un fatto del genere avrebbe trovato a Roma immediata anche se, per certi aspetti, goffa risonanza. Si ebbe notizia, infatti, di un certo "giro di vite". Ma, soprattutto, si seppe che, sul finire dell'anno e agli inizi del '40, numerosi arresti di "sovversivi" erano stati compiuti anche in Italia.

 

Impressioni contrastanti

Ma la speranza era dura a morire. Una nuova ondata euforica si verificò nel dicembre '39. Il 16, alla Camera, Ciano espose le ragioni della non-belligeranza italiana e trapelò dal discorso che questo atteggiamento era dovuto a qualcosa come una violazione degli accordi da parte della Germania: l'Italia non si trovava quasi più impegnata dal patto d'acciaio. Comunque, la pace avrebbe dovuto essere garantita per altri tre anni. In un'epoca in cui la sopravvivenza si misurava a giorni, questo lasso di tempo parve immenso.

Poco dopo, il 21 dicembre, il re e la regina si recarono a far visita al Papa e, dall'insieme delle cerimonie, dei comunicati, delle voci, anche questo avvenimento diede motivo di fiducia. Fu detto che Papa e re erano d'accordo che l'Italia passasse dalla non-belligeranza alla neutralità. Nelle borse si ebbero altri rialzi: la grossa borghesia continuava a comprare. Buono o cattivo indizio?

Ognuno lo interpretò a suo modo. Ma il più strano era che ogni giorno, intanto, si muovevano attacchi allo "spirito borghese": i borghesi italiani (anche se mai individuati personalmente) erano raffrontati, in quelle polemiche, notoriamente promosse dal partito, agli stranieri democratici o, addirittura, additati all'odio popolare.

In realtà, il disegno della propaganda fascista non era né troppo misterioso né peregrino: si mirava a persuadere il popolo che la guerra sarebbe stata, così come antiplutocratica all'esterno, anche antiborghese all'interno.

A febbraio, l'allarme divenne più pronunciato: la stampa metteva particolare cura a dimostrare le vessazioni che l'Italia stava subendo per via del blocco navale anglo-francese, che rarefaceva i rifornimenti, causava aumenti nei prezzi, ci rendeva, insomma, prigionieri nel nostro mare. Furono "sensibilizzati" diversi incidenti: navi italiane fermate o dirottate, minacce di "embargo" da parte francese. L'Inghilterra si avviava a meritarsi il titolo di "perfida Albione."

Una strana manovra venne effettuata dal Giornale d'Italia, sul finire del febbraio '40: Virginio Gayda pubblicò due o tre articoli in cui s'illustravano i pregi di un'eventuale alleanza contro le democrazie plutocratiche dei "tre regimi totalitari", fascismo, nazismo e bolscevismo, di cui si ponevano in luce, insolitamente, le pretese "affinità".

Il 18 marzo '40, Mussolini s'incontrò con Hitler al Brennero.

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Corsero voci contrastanti. Gli inguaribili ottimisti dissero che il duce era andato a prospettare al Führer certe proposte di accomodamento che il segretario di Stato americano Sumner Welles, venuto nei giorni precedenti due volte a Roma, aveva recato. Ma la maggioranza degli italiani non condivideva ormai più queste illusioni e, poiché la stampa si manteneva nel generico, fermenti di malumore serpeggiarono un po' ovunque.

La polizia, sempre attentissima, evitò che il rientro di Mussolini avvenisse con troppo clamore, temendo che il giochetto di gridare "pace - pace". in luogo di "duce - duce", fosse ripetuto. A "fare folla" vennero comandate alcune centinaia d'agenti in borghese, pochi scalmanati dei gruppi rionali e gli uscieri della federazione romana e della direzione del partito.

 

Verso la guerra

Che le cose volgessero ormai al peggio si capi, nel marzo-aprile da certi inasprimenti della polemica di stampa contro Inghilterra e Francia, dal fatto che la lotta contro l'esterofilia fu intensificata e anche da taluni sintomi che si notarono negli ambienti fascisti: quei gerarchi che non avevano dissimulato, anche con i più periferici collaboratori il proprio neutralismo facevano adesso macchina indietro.

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Agli inizi di aprile, Hitler attaccò proditoriamente Danimarca e Norvegia e l'esito folgorante delle due operazioni fu Il primo concreto segnale d'allarme, anche per noi: la guerra, a quel modo, era una bellezza; non prendere parte al bottino era da idioti.

Questo, purtroppo, lo stato d'animo che si diffuse, non solo tra i gerarchi, ma in ambienti borghesi che, poc'anzi, si erano mostrati scettici e malcontenti, e perfino tra certi intellettuali che, in verità, erano sempre stati assai ligi verso il regime ma, ultimamente, avevano dato a credere in un ravvedimento. Sulla scorta di notizie sufficientemente indicative, la stragrande maggioranza della gente semplice non si lasciò prendere da queste infatuazioni. Fu colpita, sgomenta, ammirata magari per la precisione e l'efficacia dei colpi nazisti. E, semmai, proprio per questo, cadde in una cupa desolazione, si disanimò: prevedendo ormai
il peggio, rimase passiva.

Non era ancora uscita, questa parte prevalente dell'opinione pubblica, dall'impressione provocata dai tremendi colpi hitleriani in Danimarca e Norvegia, che seguirono, del pari folgoranti, il 10 maggio '40, l'invasione dell'Olanda e del Belgio e la sconcertante disfatta francese.

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Le "notti calme" erano finite sulla Maginot. A fine maggio, tutte le forze capaci di difendere la “Francia eterna" erano chiuse a Dunkerque

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 e non riuscivano- neppure a salvarsi con la fuga. (Nel corso dell’offensiva tedesca in Francia, il 20 maggio 1940, la Wehrmacht riuscì a dividere in due le armate alleate che tentavano di attraversare la manica. Questa manovra costrinse le 45 divisioni franco-britanniche a ripiegare sulla regione di Dunkerque. Circa un milione di uomini si trovarono accerchiati dalle divisioni tedesche. Le forze franco-britanniche riuscirono ad aprirsi un varco di un centinaio di chilometri di lunghezza e di una trentina di larghezza per consentire il trasferimento delle truppe.

L’operazione “Dynamo”, sotto il comando del vice-ammiraglio Bertram Ramsey, durò dal 26 maggio al 4 giugno e consentì la salvezza di circa 338.000 soldati, di cui 123.000 francesi. La Wehrmacht fece 35.000 prigionieri).

Mussolini - ogni italiano ormai lo sapeva - non stava più nella pelle. Il resto è noto ...

 

Bibliografia:

Ruggero Zangrandi - Il lungo viaggio attraverso il fascismo - Garzanti 1971

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cronologia essenziale 1943 - 1945

25 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

11 giugno 1943

Sbarco degli Alleati, Inglesi e Americani, in Sicilia.

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25 luglio 1943

Destituzione e arresto di Mussolini. Il re Vittorio Emanuele III nomina Badoglio a Capo del Governo.

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8 settembre 1943

Annuncio dell'armistizio tra Italia e Alleati.

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9 settembre 1943

I partiti antifascisti danno vita al Comitato di Liberazione Nazionale, chiamando «gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni».

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10 settembre 1943

I tedeschi occupano Roma dopo brevi scontri con le truppe italiane. Nel giro di pochi giorni tutte le principali città del nord e del centro Italia vengono occupate. I nazisti disarmano le truppe italiane nei vari scenari di guerra. Inizia la deportazione in Germania di 700.000 soldati italiani da utilizzare come schiavi nelle industrie del Reich. Re Vittorio Emanuele III con la famiglia e il seguito fugge da Roma e giunge a Brindisi.

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12 settembre 1943

Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da un Commando tedesco e raggiunge Monaco.

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20 settembre 1943

Hitler cambia lo status dei 700.000 italiani “prigionieri di guerra” in Internati Militari. Per questa decisione del Führer gli italiani nei lager tedeschi non godranno dell’assistenza della Croce Rossa internazionale.

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23 settembre 1943

Ridotto a un fantoccio nelle mani di Hitler, Mussolini proclama la Repubblica Sociale Italiana, formando un nuovo governo fascista la cui autorità si estende sul territorio della penisola occupato dai tedeschi.

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fine settembre 1943: iniziano le prime forme di resistenza armata contro l’occupazione nazista dell’Italia e contro i fascisti della Repubblica sociale italiana. Si formano i primi nuclei partigiani sulle montagne del nord Italia.

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13 ottobre 1943

Il governo del Sud, con a capo il Maresciallo Pietro Badoglio, dichiara guerra alla Germania.

 

4 Giugno 1944

Gli Alleati entrano in Roma.

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6 Giugno 1944

Sbarco alleato in Normandia.

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20 luglio 1944

A Rastenburg, nella Prussia orientale, fallisce l’attentato del colonnello Stauffenberg alla vita di Hitler e svanisce il progettato Putsch per rovesciare il nazismo.

 

Estate e autunno 1944

Intensificazione delle azioni partigiane in Italia: i tedeschi in ritirata si abbandonano a stragi di civili (Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, ...)

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Avanzata delle truppe alleate su tre fronti: russo, italiano e francese; bombardamenti a tappeto sulle città tedesche.

 

25 aprile 1945

Insurrezione delle città del nord Italia e Liberazione.

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2 maggio 1945

L’Armata rossa entra a Berlino.

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7 maggio 1945

Resa senza condizioni della Germania.

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8 maggio 1945

Fine della guerra in Europa.

 

 

In Estremo Oriente la guerra prosegue tra Giappone e Stati Uniti.

 

6 agosto 1945

Bomba atomica su Hiroshima.

 

9 agosto 1945

Bomba atomica su Nagasaki.

 

2 settembre 1945

Resa del Giappone.

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Russia, l’inferno bianco

22 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

La ritirata di Russia: dal racconto di Mario Rigoni Stern

(Asiago, 1º novembre 1921 – Asiago, 16 giugno 2008)

 

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L'autore dell'articolo, protagonista della disastrosa spedizione dell'Armir, rievoca il dramma della ritirata e della disperata battaglia nella grande ansa del Don per sfuggire ai russi. In un solo giorno, la sua compagnia fu decimata: di 200 alpini ne restarono soltanto 36.

 

“In questi giorni di febbraio (n.d.r. 1943) andavamo camminando da villaggio in villaggio cercando evitare le strade dove manovravano le divisioni corazzate tedesche per fermare l'offensiva invernale dell'Armata Rossa. Già la VI Armata tedesca si era arresa a Stalingrado, ma noi non lo sapevamo. Dopo il combattimento del 26 gennaio eravamo rimasti in pochi; della mia compagnia, escluso il sergente dei conducenti, ero l'unico sottufficiale: il capitano, i cinque ufficiali, i sergenti o erano caduti in combattimento o nella neve per sfinimento. Solamente quattro erano stati raccolti sulle slitte e poi ricoverati a Kharkov. Usciti dall'accerchiamento, dopo combattimenti e marce infinite, ci contammo una trentina. Mancava il 90 per cento dei nostri compagni. Un sottotenente venne a prendere il comando di questi resti. E noi si andava verso occidente. Ci avevano indicato una direzione verso Kiev in Ucraina, poi verso Gomel in Bielorussia. Vennero ancora giorni molto freddi e una notte di tormenta quasi perdevo le mani per congelamento: a Nikolajevka, per manovrare meglio la mitragliatrice, i guanti me li ero levati senza più trovarli. Ora facevo il cane da pastore in coda al piccolo gruppo; con noi c'erano dei feriti leggeri e degli ammalati che avevano rifiutato il ricovero perché temevano di essere abbandonati ...

 

ritirata fronte Don ritirata Russia

 

L'avventura degli italiani era incominciata nell'estate del 1941. L'aggressione all'Urss da parte delle armate di Hitler era avvenuta alle prime luci dell' alba del 22 giugno. Quella mattina l'avvampare di seimila cannoni frantumò l'alba. Migliaia di carri armati e di aerei, milioni di soldati varcarono le frontiere con la Russia, travolgendo ogni difesa. Incominciò così la più grande campagna di tutte le guerre, che costò decine di milioni di vite umane. Gli obiettivi erano Mosca, la distruzione della Russia come Stato; il tempo otto settimane.

In quella primavera anche in Italia si stava segretamente preparando un Corpo di spedizione autotrasportabile (cioè che si sarebbe potuto anche autotrasportare). Erano le divisioni Pasubio, Torino, Celere e il gruppo camicie nere Tagliamento con i relativi servizi di Corpo d'Armata. Il trasferimento verso il fronte incominciò il 10 luglio e fu lungo e faticoso attraverso i Carpazi, l'Ungheria e la Romania. Soltanto l'11 agosto l'avanguardia della Pasubio prese contatto con i russi nel villaggio ucraino di Nikolajev. Tra i nostri vi furono due morti e tre feriti: i primi di una lunga fila.

Quell'estate era molto calda, la campagna ucraina rigogliosa di grani e di girasoli in fiore. In principio pareva che le otto settimane previste dal Comando Supremo fossero un tempo attuabile: gli scontri erano rapidi e violenti; le armate russe si ritiravano lasciando centinaia di migliaia di prigionieri. Ma dopo due mesi nelle retrovie si era organizzata la guerra partigiana, nelle ritirate i russi sgomberavano le fabbriche e facevano metodicamente saltare i binari ferroviari; e quando decidevano di combattere lottavano fino all'ultimo uomo.

Le otto settimane erano passate. Arrivarono sì, le armate di Hitler, a vedere le torri del Cremlino, ma venne pure quel grande freddo che nessuna memoria ricordava e, dall'Estremo Oriente, dopo che i giapponesi avevano assicurato il non intervento, le diciotto divisioni siberiane comandate da Zukov.

I tedeschi furono costretti a ritirarsi dai dintorni di Mosca per parecchi chilometri e subirono la prima sconfitta. I loro corpi congelati a decine di migliaia riempivano i treni che li riportavano in Germania; molti restavano irrigiditi dentro le trincee; i disturbi intestinali erano diventati epidemia.

Il Natale del 1941 per i nostri soldati fu un giorno di sangue e di sofferenze. Alle 6,40, dopo un violento fuoco d'artiglieria, le divisioni Torino e Celere furono attaccate da fanterie e carri armati. I combattimenti durarono fino al 31 dicembre con temperature che scendevano sotto ai meno 35°. I russi non riuscirono a sfondare, ma le nostre perdite furono gravi. A chi aveva superato un mese in linea Hitler offrì una onorificenza che i soldati chiamarono subito «l'ordine della carne congelata».

Intanto negli alti comandi si studiava l'offensiva che avrebbe definitivamente sconfitto la Russia. Gli obiettivi erano il Volga e il Caucaso e poi, attraverso il Medio Oriente, raggiungere l'Egitto «chiave dell'impero britannico». A tale proposito Mussolini, il 3 dicembre aveva scritto a Hitler « ... in relazione al Vostro colloquio con il Conte Ciano sto provvedendo a disporre di un corpo d'armata alpino composto dalle nostre migliori truppe».

I resti delle armate russe sarebbero stati spinti nell'estrema Siberia e tutti i territori conquistati sarebbero diventati «spazio vitale» del popolo germanico al cui servizio dovevano restare gli slavi rimasti, «popolo inferiore».

Nell'estate del 1942, malgrado il parere contrario del generale Messe, comandante del Csir, in tanti partimmo per il Fronte Est: le divisioni Tridentina, Giulia e Cuneense; Cosseria, Ravenna e Sforzesca; il raggruppamento camicie nere «3 Gennaio»; un'Intendenza d'Armata, un Corpo areonautico; un Corpo marittimo: 230.000 uomini, 960 cannoni, 850 mortai, 19 semoventi, 55 carri armati, 1.800 mitragliatrici, 2850 fucili mitragliatori, 16.000 automezzi, 1.130 trattori, 4.470 motociclette, 25.000 quadrupedi.

L'8 agosto Hitler scriveva al duce: « ... Vorrei ora, Duce, sottoporvi la proposta di permettere che le divisioni alpine siano impegnate accanto alle nostre divisioni di montagna e leggere sul fronte del Caucaso. Ciò tanto più in quanto il forzamento del Caucaso ci porterà in seguito in territori che non appartengono alle sfere d'interesse tedesche e pertanto, anche per motivi psicologici, si rende opportuno che ivi marcino con noi reparti italiani e, se possibile, il Corpo d'Armata alpino, che è il più adatto allo scopo ... ».

Nel mese di agosto si camminava per la sconfinata pianura. Ogni tanto alzavamo gli occhi per vedere se apparivano le montagne. Sembrava di essere sempre nel medesimo posto. Un giorno vennero a caricarci con i camion e ci portarono nella grande ansa del Don: l'Armata Rossa attaccava per cercare di tagliare i rifornimenti alla VI Armata che stava occupando Stalingrado. Il 1° settembre due battaglioni di alpini andarono al contrattacco. Quel mattino ero caposquadra, alla sera mi trovai a comandare i resti di una compagnia. Di quella compagnia di duecento restammo 36. Poi venne il resto. I caduti e i dispersi italiani in Russia furono 81.820; i feriti e i congelati 29.690”.

 

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Bibliografia:

supplemento del “Corriere della Sera” - dicembre 1999

 

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La folle impresa di Russia

19 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

operazione Barbarossa

OPERAZIONE BARBAROSSA

Senza dichiarazione di guerra, il 22 giugno 1941 la Germania attacca l'Unione Sovietica alla conquista dello «spazio vitale» a Est. È l'Operazione Barbarossa, che pone fine di fatto alla «alleanza innaturale» sancita col patto Molotov-Ribbentrop nell'agosto del 1939.

Corriere della Sera 18 luglio 1941

 

Duce vengo in Russia

IL DUCE: «VENGO ANCH'IO»

Mussolini si offre di inviare truppe italiane in Russia, a sostegno del Corpo di spedizione tedesco. È un'offerta che Hitler fa capire di non gradire. Ma il Duce, che vuol far dimenticare i rovesci militari patiti in Grecia e in Africa, insiste. Viene così allestito il Corpo di Spedizione italiano in Russia (Csir). E così, in quello che si rivelerà lo scontro fra i più giganteschi eserciti mai affrontatisi nella storia, si trova implicata, sia pure di straforo, l'Italia. Tedeschi e alleati sono 3 milioni e 50 mila, 4 milioni e 750 mila sono i sovietici: in tutto 7 milioni e 750 mila soldati.

 

parte il CSIR

PARTE IL CSIR

Il Csir è composto da tre divisioni (la «Torino», la «Pasubio» e la «Celere») affidate al generale Messe. In tutto ci sono 50.000 soldati, 2.900 ufficiali, 4.600 quadrupedi, 80 aerei, artiglieria scarsa e antiquata, automezzi pochi e malfunzionanti. L'equipaggiamento è penosamente inadeguato al clima dell'inverno russo.

 

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ITALIANI VALOROSI

Gli italiani, assegnati prima alla XI Armata di von Rundstet e poi alla I Armata di von Kleist, si comportano bene, guadagnandosi gli elogi dei generali tedeschi. A Isbuscenskij 650 uomini del Savoia Cavalleria inscenano l'ultima carica (vittoriosa) a cavallo della storia militare: un episodio eroico ma vistosamente fuori dal tempo. Gli italiani, comunque, partecipano alla grande manovra con cui le armate corazzate di von Guderian e di von Kleist prendono Kiev.

 

Generale Messe inascoltato

MESSE INALSCOLTATO

Le forze dell'Asse giungono in vista di Mosca, ma sono già provate dal gelo e dalla fatica. Con l'inverno le condizioni per i soldati italiani si fanno durissime. Ben presto i casi di congelamento arrivano a 3.600. A Natale resistono agli attacchi russi, nonostante le pessime condizioni di equipaggiamento, con calzature inadeguate, senza pellicce. Messe, buon generale, in disaccordo con i tedeschi, invia proteste a Roma: «Non si può andare avanti in queste condizioni». Ma non viene ascoltato.

 

MUSSOLINI TRIPLICA

Sordo agli appelli del generale Messe, Mussolini, spinto dalla sua smania di presenzialismo, si offre addirittura di triplicare la forza italiana operante sul fronte russo. E così, nella tarda primavera del 1942, Messe viene a sapere quasi per caso che il suo corpo di spedizione lascia il posto a una vera e propria armata, l'Ottava, con la sigla di Armir (Armata italiana in Russia) agli ordini del generale Gariboldi, che si era dimostrato mediocre in Libia.

ARMIR

 

 

offensiva russa

OFFENSIVA RUSSA

volantino russo

Riorganizzati militarmente e forti di un equipaggiamento efficiente, i russi iniziano, il 10 dicembre 1942, la controffensiva sul fronte del Don, in concomitanza con l'assalto finale sovietico a Stalingrado. Essi concentrano l'azione contro le truppe più provate dal freddo. Le nostre erano schierate a fianco di quelle ungheresi e romene, su un fronte enorme, di 270 km. Cedettero per primi i romeni, e nel varco di infilarono i russi, che chiusero l'Armir in un'enorme sacca.

 

Nikolajevka

NIKOLAJEVKA

Le truppe italiane si trovarono accerchiate da forze enormemente superiori e iniziarono la grande ritirata dal Don sotto i continui assalti dei carri armati russi, nell'imperversare della tormenta. A Nikolajevka gli alpini della «Tridentina», che avevano trascinato in salvo migliaia di sbandati (non solo italiani) riescono a sfondare l'accerchiamento e a farsi strada verso il ritorno in patria.

 

cifre paurose caduti Russia caduti italiani ritirata di Russia

CIFRE PAUROSE

Erano occorsi 200 treni per portare gli alpini in Russia, ne bastano 15 per rimpatriare i superstiti. Un bollettino speciale russo conclude così: «Solo il Corpo alpino italiano deve ritenersi invitto in terra di Russia». Ma a quale prezzo: la sciagurata campagna voluta da Mussolini era costata 26.115 morti, 63.184 dispersi, 43.116 feriti.

   

LA TRAGEDIA DEI DISPERSI

La tragedia dell'Armir non finisce con la guerra. Cala il silenzio sulla sorte dei dispersi, una tortura che durerà anni per le famiglie che li aspettano in Italia. Dalle carte emerse dal Kgb, dopo il crollo dell'Urss, si sa che i russi avrebbero fatto 48.957 prigionieri, di cui molti sarebbero morti nei campi e nei gulag.

   

Bibliografia:

supplemento del “Corriere della Sera” - dicembre 1999

 

 

* * *

 

La testimonianza di un soldato del Savoia Cavalleria

Ettore Sarti, novant'anni, ha partecipato ha partecipato alla battaglia di Isbuschenskij, quando per l'ultima volta nella sua storia la cavalleria italiana si lanciò alla carica, come in guerra ottocentesca, per rompere l'accerchiamento nemico.

L' avventura russa di Ettore Sarti era iniziata il 29 novembre 1941. Figlio di un calzolaio romano, Sarti si ritrova a Milano, nella caserma del Savoia Cavalleria. «Partimmo per il fronte russo con 5 squadroni e 1300 cavalli stipati in 25 vagoni ferroviari. Giunti a Timisoara, in Romania, ci venne ordinato di abbandonare le carrozze merci, perché i treni dovevano essere utilizzati dall' esercito tedesco. E così proseguimmo a cavallo: nella neve e nel ghiaccio cavalcammo 20 giorni consecutivi, 1200 chilometri nel cuore dell'impero Sovietico». Il momento della verità arriva all'alba del 24 agosto 1942. È estate, ma le temperature nella campagna di Isbuschenskij, un villaggio in un' ansa del fiume Don, sono sotto lo zero.

«Alle prime luci del giorno giunse per il secondo e terzo squadrone l'ordine di attacco» racconta Sarti. «In formazione a scacchiera, con le sciabole sguainate, ci lanciammo al galoppo contro l'artiglieria russa. Moltissimi di noi furono falciati dai proiettili. Ma riuscimmo a conquistare le trincee nemiche e a prendere prigionieri centinaia di soldati russi. Fu l'ultima, vittoriosa carica del reggimento Savoia Cavalleria».

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Ma nell' autunno del 1942 i russi scatenarono la controffensiva che avrebbe annientato le forze nazi-fasciste sul Fronte Orientale. «Un mese dopo la carica di Isbuschenskij, venni fatto prigioniero insieme ai commilitoni sopravvissuti. E per noi tutti, giovani trai 18 e i 20 anni, iniziò un viaggio allucinante. Prima 225 chilometri a piedi, con 20 gradi sotto zero. Poi il trasferimento su vagoni merci fino ai confini della Siberia: a centinaia, in condizioni disumane, morirono assiderati su quel treno. A Kyrof, ottocento chilometri a nord-est di Mosca, venimmo ricoverati in un ospedale militare. Pesavo 39 chili, avevo la pellagra e un inizio di congelamento alla gamba destra. Si diffuse il colera e, dopo qualche mese, di noi italiani eravamo rimasti in vita solo una ventina.

 

da una intervista di Luca Fraioli e Giuseppe Serao

da “La Repubblica” del 17 gennaio 2011

 

 

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La propaganda nella scuola elementare francese durante il governo di Vichy

13 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

La tecnica di base di ogni dittatura è quella di cominciare con i giovani: inquadrarli, non permettere di decidere in proprio, imbottirli di ideali nazionalistici, infiammarli co i racconti eroici, manipolare in senso autoritario la loro istruzione, impedire loro di avere a disposizione tempo libero, impegnarli nell’emulazione premiando i più fedeli, limitare al massimo il confronto con il mondo esterno, approfittare per l’imbonimento dei cervelli di quanto la tecnica della comunicazione di massa mette a disposizione. È la ricetta adottata dal regime fascista per vent’anni in Italia. Un metodo simile fu usato nei quattro anni, dal luglio 1940 al luglio 1944, dalla repubblica di Vichy del Maresciallo Pétain.

 

Francia giugno 1940

«La Francia ha perso la guerra, sì, ma ha avuto il Maresciallo Pétain». Questo grido esprime molto bene l’atmosfera che si era venuta a creare con l’avvento del Governo di Vichy.

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Pétain, l’uomo degli ammutinamenti del 1917 (comandante in capo delle truppe francesi, nel maggio 1917, riuscì a contenere il fenomeno degli ammutinamenti nei reparti di prima linea), il vincitore di Verdun, riunisce in sè tutti gli attributi di soldato, di capo, di vincitore e di salvatore che si sacrifica sull’altare della sconfitta per salvare l’onore di una Francia profondamente umiliata. L’abito e i gradi militari, il Képi (copricapo militare cilindrico munito di visiera) con i fiori di giglio (simboli della monarchia francese), i bei baffi bianchi, uno sguardo blu profondo, l’aria marziale, il tono di voce di vecchio padre di famiglia, i discorsi cesellati, contribuiscono a farne un mito mediante una propaganda quotidiana.

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Anche gli adulti sono sottoposti ad una propaganda martellante, dove l’iconografia conta molto, che esalta l’immagine paterna e salvatrice del Maresciallo, mediante l’uso di volantini, di manifesti, della radio, del cinema, dei giornali, di gadget (fermacarte, pipe): il Maresciallo è dappertutto. Buste, ritratti, discorsi diffusi via radio o al cinema, dipinti, perfino la sua immagine riprodotta sulle tovaglie, tutto per glorificare il capo. Il Maresciallo si fa vedere, è sui manifesti, si spende dappertutto e sotto varie forme: come padre, come uomo o come santo.

Questa presenza di un salvatore che caratterizza la Francia vinta alla ricerca di un carisma viene esaltata da un Maresciallo, paternalista, buon bambino lui stesso, che visita le scuole. Il 13 ottobre 1941, nella scuola comunale di Perigny, si rivolge agli alunni (il discorso viene trasmesso per radio) per far conoscere il suo stato d’animo verso gli scolari che non rispettano le regole di buona condotta.

classe Vichy 2 sept 1940

Per gli scolari, la scuola è prima di tutto quella di «Maresciallo, nous voilà!»; nelle aule si canta a squarciagola:  «Davanti a te salvatore della Francia, / Noi giuriamo, noi tuoi figli, / di servire e di seguire i tuoi passi». La «pedagogia del canto» serve per glorificare il maresciallo, per salutare il tricolore o per esaltare i sentimenti patriottici, indotti da un regime che vuole fare della scuola l’anticamera dell’esaltazione nazionale.

Pétain con giovani

Quasi due milioni di lettere vengono inviate a Pétain nell’anno 1941. Scatoloni pieni di lettere con poesie, auguri, arrivano sia delle scuole private che da quelle pubbliche. Certe poesie sono commoventi, piene di grazia infantile, come quella inviatagli da uno scolaro: «Signor Maresciallo, nostro amato capo». Pétain è glorificato in diversi testi. Degli opuscoli, dei “messaggi” del Maresciallo sono venduti agli scolari come supporto per i corsi di educazione civica. Alcuni sillabari riportano: F come francisque (ascia),

simboli di Vichy

K come Képi (quello del Maresciallo), P come paysan (contadino) e Pétain, etc.

Pétain con contadino

Le penne «bastone del maresciallo», i ritratti, le carte geografiche con l’effigie del Maresciallo sono i nuovi strumenti pedagogici.

Il busto del Maresciallo sostituisce negli edifici pubblici quello della Marianne. Edifici scolastici cambiano di nome, come a Marsiglia dove il liceo Périer diventa liceo Pétain. Gli scolari di Francia accrescono il loro entusiasmo naif verso questo «qualcuno da amare». Inviano al Maresciallo regali, disegni, poesie. Colette, una piccola scolara rimasta anonima, invia (come migliaia di altri) una lettera commovente con i suoi errori di bambina: «Signor Maresciallo, io lavoro molto bene, vi amerò molto bene, mi comporterò bene in classe, ascolterò la mia maestra, ho ascoltato i vostri discorsi». I bambini chiedono degli autografi, partecipano a dei concorsi su “Giovanna d’Arco”: i vincitori vengono ricompensati.

La «figura del padre», spesso raffigurato da una vecchia quercia solida e maestosa, che gli artefici della Rivoluzione nazionale

nuovo ordine Vichy

usano a profusione, aleggia ormai su dei ragazzi studiosi, onesti, virtuosi. Il bello sguardo, severo ma giusto, è paternamente posato su una popolazione scolastica tutta intenta ad assolvere il proprio dovere. «Il capo dagli occhi color del cielo» esalta una gioventù succube di una propaganda massiccia e apologetica.

 

 

Bibliografia:

Jean-Michel Barreau - Vichy contre l’école de la République - Ed. Flammarion - 2000

Elena D’Ambrosio - A scuola col duce - Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como - 2001

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Le rovine del "Bel Paese"

14 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Dopo le prime azioni che mirano a colpire obiettivi importanti e d'interesse strategico la pioggia di bombe continua, falcidiando vite umane e distruggendo opere d'arte

 

Le sirene dell'allarme aereo suonarono a Torino otto minuti dopo la mezzanotte di martedì 11 giugno 1940: !'Italia era entrata in guerra il giorno prima. Cominciò la sirena di Mirafiori e subito la seguì quella della Maddalena, poi le altre. L'urlo lamentoso, della durata di quindici secondi, si ripeté sei volte: aerei sconosciuti, varcate le Alpi sulla verticale del Moncenisio, si dirigevano su Torino.

Era una serata afosa ma non troppo calda. Malgrado l'oscuramento parecchia gente sostava nelle strade; i locali della collina, verso Cavoretto, erano affollati. I cinema - dove ancora si proiettavano film americani come «L'amaro tè del generale Yen» e, in terza visione, «Seguendo la flotta» con Fred Astaire e Ginger Rogers - avevano chiuso i battenti alle 23. La «Manon» di Massenet, in scena dal Teatro della Moda, era terminata alle 24 in punto: l'urlo delle sirene accolse gli spettatori che per ultimi lasciavano la sala. Nel silenzio che seguì si poté udire il ronron degli aerei, alti nel cielo senza luna. Alle 0.47 i cannoni da 75/35 della Dicat i­niziarono un tiro di sbarramento, accompagnato da raffiche di mitragliera. Nello stesso istante le luci accecanti dei bengala si accesero sopra Stupinigi e sopra San Mauro; quasi contemporaneamente, con un fischio lacerante caddero 40 bombe da 500 libbre. L'indomani parecchia gente si precipitò alle edicole per cercare nei giornali le notizie dell'attacco aereo della notte prima ma fu delusa: non trovò neppure una riga. La stampa cittadina e nazionale tacque sui 14 morti e i 39 feriti anche il giorno dopo, 12 giugno, e soltanto il 13 il bollettino dell'una pomeridiana parlò di «velivoli nemici, probabilmente inglesi» che avevano attaccato Torino provocando «pochi danni e qualche perdita fra la popolazione civile».

Il bombardamento di Torino fu la prima di una lunga serie di incursioni (oltre 7.000) sulle città italiane durante i cinquantotto mesi e mezzo della guerra: l'ultima avvenne a Gemona del Friuli nella tarda serata del 30 aprile 1945. Complessivamente, secondo i dati dell'Istituto centrale di statistica, le vittime civili ammontarono a 59.796 persone (32.082 di sesso maschile; 27.714 di sesso femminile), pari all'intera popolazione di una città come Asti, o Mantova, o Caltanissetta. L'attacco a Torino rappresentò un vero e proprio raid mai tentato prima ma fu anche un prezioso test per gli esperti degli stati maggiori britannici: duemila chilometri di volo fra andata e ritorno con la necessità di attraversare due volte le Alpi a una quota fra i 5.000 e i 6.000 metri, prima col carico delle bombe e poi col carburante contato. I torinesi che in quella seconda notte di guerra trepidarono sotto lo scoppio delle bombe non sanno che, dei trentasei bimotori Whitley partiti dallo Yorkshire e diretti alla loro città, ventidue furono costretti ad ab­bandonare l'impresa a causa delle violente bufere sulle Alpi. Dei rimanenti, soltanto dodici giunsero nel cielo del Piemonte (gli altri due si diressero su Genova senza riuscire nella missione) ma non ebbero egualmente un compito facile. L'obiettivo primario degli Whitley era la Fiat Mirafiori, quello secondario lo scalo delle ferrovie. I bengala caddero fra Pinerolo e Stupinigi, alcuni andarono anche a nord del Po; tuttavia la loro luce abbagliante non rivelò la città ai piloti: tre quattro Whitley, infatti, proseguirono nella rotta fin quasi ad Asti prima di accorgersi di aver sbagliato obiettivo. Le quaranta bombe (e non trenta, come affermò il reticente bollettino italiano del 13 giugno) furono sganciate sia sulla Fiat sia su Porta Nuova ma fecero effettivamente fiasco.

Nei mesi che seguirono questi primi attacchi avvenne, in campo britannico, un fondamentale mutamento dal punto di vista tattico: l'arma aerea inglese, sotto la direzione di sir Arthur Harris, che non proprio a torto fu chiamato «il macellaio», sviluppò i tipo di velivoli adatti a lunghi percorsi e a notevoli quote e perfezionò gli strumenti di rilevazione e di puntamento. Più tardi, sul finire del 1942, dopo l'entrata in guerra degli Stati Uniti e lo sbarco anglo-americano nel Nord Africa, non un solo lembo del nostro Paese riuscì a sottrarsi all'offesa aerea, diurna e notturna.

In generale, nella fase iniziale del conflitto, cioè fra il giugno 1940 e l'inverno-primavera 1941, a far le maggiori spese dei bombardamenti inglesi furono le città del Meridione, più vicine alle basi britanniche di Malta e di Gibilterra.

Poi la guerra aerea degenerò e, nei suoi orrori, furono coinvolti i civili, senza discriminazione. Di fronte agli sviluppi e all'estensione del conflitto gli inglesi non tardarono, infatti, a sostituire all'indirizzo strategico dell'obiettivo unico e preciso (come la Fiat di Torino, o l'Ansaldo di Genova, o le acciaierie Breda di Milano) il concetto più generico di un bombardamento a zone («area-bombing») che aveva per scopo la progressiva distruzione e lo sconvolgimento del sistema militare, industriale ed economico nemico.

 

 

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Si vive alla giornata, con coraggio e spirito di adattamento, nella Milano dell'agosto 1943. Millequattrocento edifici sono distrutti. Subiscono danni anche la Scala, la Villa Reale, il Castello Sforzesco, la biblioteca Braidense

 

Tutti i più pesanti bombardamenti delle grandi città del Nord furono compiuti dalla Raf con aerei (Stirling, Lancaster, Halifax) partiti da aeroporti dell'Inghilterra meridionale: a cominciare da quelli dell'ottobre-novembre '42, i più disastrosi,· a quelli di Torino del 3 luglio '43 e di Arquata Scrivia, Savona, San Paolo d'Enza del 15 luglio '43 (ma in questo caso i bombardieri inglesi non tornarono indietro e dopo l'incur­sione proseguirono verso sud atterran­do ad Algeri). Anche i bombardieri che attaccarono Milano a Ferragosto del '43 (e l'indomani Torino) arrivavano dalla Gran Bretagna su una rotta che li portava ad attraversare le Alpi svizze­re. Gli americani e la Raf di stanza a Malta attaccavano invece le città del Sud e Centro Italia, come Roma.

Uno degli esempi della tattica dell' «area bombing» fu l'incursione aeronavale scatenata su Genova nell'alba della domenica 9 febbraio 1941. Una squadra della flotta britannica di base a Gibilterra, composta dall'Ark Royal, delle corazzate Renown e Malaya, scortata da incrociatori e da cacciatorpediniere, penetrò nel golfo ligure con una puntata di sorpresa. Favorite dalla foschia di quella grigia mattina festiva e dalla inspiegabile assenza della nostra ricognizione, le navi inglesi giunsero a 15 chilometri dalla costa e rovesciarono sulla città 273 colpi da 381 e 1.182 proiettili di minor calibro: il bilancio fu di 72 morti e 230 feriti.

Ma due anni e mezzo più tardi, quando ormai l'Italia, stremata, stava per uscire dal conflitto (e, caduto il fascismo, già si iniziavano le trattative per l'armistizio dell'8 settembre) i bombardamenti aerei sulle città aumentarono, inspiegabilmente, sia per il ritmo sia per la durezza. All'inizio dell'agosto 1943 Terni venne attaccata. L'obiettivo dichiarato era la stazione ferroviaria ma le bombe, invece, finirono sui quartieri di abitazione: la città fu semidistrutta, i morti accertati ammontarono a 564. La domenica 8 agosto, all'una del mattino, Milano venne attaccata da oltre 600 Stirling e Lancaster che demolirono, con i «block-buster», interi gruppi di case a Porta Venezia, a Porta Nuova, a Porta Garibaldi.

Il venerdì 13 agosto, all'una e un quarto di quella notte afosa, i bombardieri tornarono con altre distruzioni; tornarono anche la mattina di Ferragosto e poi il 16, per la terza volta conse­cutiva, Milano fu di nuovo duramente colpita. Nessuno dubitava che quelle azioni fossero «puro terrorismo». L'indomani della tragica «tre giorni» milanese il bilancio era terrificante: la città mancava di gas, acqua e luce; 1.400 edifici erano stati distrutti; 11.000 avevano riportato danni così gravi da essere considerati perduti, le comunicazioni ferroviarie e telefoniche erano interrotte e sarebbe occorsa almeno una settimana per riattivarle. « ... Non avevo visto niente di più grandiosamente orribile - disse un pilota inglese al ritorno dalla terza incursione su Milano, eppure aveva partecipato agli attacchi su Essen e su Norimberga - ... Mi chiesi perché eravamo lì a bombardare. Secondo me non c'era più niente da bombardare».

 

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Bibliografia:

Giuseppe Mayda in La seconda guerra mondiale di Enzo Biagi – Ed. Corriere della Sera

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I bombardamenti aerei nel Mezzogiorno d’Italia

12 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

«La morte che viene dal cielo»

Nel periodo 1940-45, i bombardamenti sono la causa principale di morte nel Mezzogiorno. Ma non solo: a causa dei bombardamenti, il numero delle vittime civili è molto elevato, coerentemente con quanto avviene nel secondo conflitto mondiale preso nel suo insieme.

                                                  

Le incursioni dell' aviazione furono una costante del secondo conflitto mondiale. Già con la guerra di Spagna erano state massicciamente sperimentate contro i civili. Il 26 aprile 1937 il bombardamento nazista di Guernica provocò la morte di 1.654 civili e la cittadina basca divenne il simbolo della guerra di Spagna, fissato per sempre nell'omonimo quadro di Picasso.

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Poi fu la volta della Gran Bretagna che, a partire dal 10 luglio 1940, venne bombardata incessantemente. Di straordinaria intensità furono i bombardamenti sulla capitale, che si susseguirono dall'inizio di agosto a metà settembre. In particolare fu il quartiere di East End a essere colpito e devastato.

 

 

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A loro volta le città tedesche, incessantemente colpite dall'aviazione anglo-americana e da quella sovietica, diventarono il simbolo della sconfitta della Germania nazista: Dresda, città d'arte, completamente rasa al suolo.

In Italia, incursioni rovinose si susseguirono a partire dall'inizio del conflitto. I primi raids si ebbero su Torino", Napoli, Palermo e Catania, Cagliari, per opera dei bombardieri della RAF, nei giorni immediatamente successivi al 10 giugno 1940, data d'inizio del conflitto per l'Italia.

In questa fase i bombardamenti erano di precisione ed erano effettuati su obiettivi logistico-militari: nodi ferroviari, porti e aeroporti. Va detto inoltre che, dai porti del Sud, in particolare da Napoli, partivano truppe e rifornimenti per l'Africa settentrionale e nordorientale, dove esisteva un altro fronte di guerra tra italiani e inglesi.

I bombardamenti nel Mezzogiorno, ebbero un' escalation nella seconda metà del 1941. Il 6 luglio, e poi ancora il 28, fu colpita Palermo e venne bombardato a tappeto tutto il sistema aeroportuale siciliano. A Napoli, il 10 luglio 1941, si ebbe una violentissima incursione aerea. Qualche tempo dopo fu la volta di Brindisi dove, il 7 novembre, vennero distrutti porto e rete ferroviaria.

 

1943 Cagliari bombardamenti 

 

bombardamenti-aerei.jpgNel 1942 i bombardamenti continuarono: a Messina, durante le incursioni del 25, 26 e 30 maggio, vennero colpiti il porto e l'ospedale civile Principe di Piemonte. Cagliari fu bombardata nella notte tra il 7 e l'8 giugno 1942 e Taranto venne nuovamente attaccata tra il 9 e il 10 giugno. Nel frattempo si intensificava la collaborazione tra inglesi e americani e quindi tra RAF e USAAF.

Di lì a poco iniziarono le incursioni americane con bombardieri potentissimi: nella memoria collettiva sarebbe rimasto a lungo l'incubo delle "fortezze volanti".

A inizio novembre 1942 fu avviata l'operazione Torch, lo sbarco anglo-americano in Nord Africa, preceduto dalla vittoria di El Alamein, dove l'VIII armata inglese, comandata dal generale Montgomery, sconfisse le truppe di Rommel, che si ritirarono in Tunisia.

Sul finire dello stesso anno, con il bombardamento di Napoli del 4 dicembre 1942, le incursioni aeree americane, da allora anche diurne, si collocavano in una precisa strategia, tesa a produrre effetti destabilizzanti tra la popolazione civile delle grandi aree urbane. Il bombardamento diurno, infatti, sconvolgeva il ritmo della vita quotidiana perché costringeva a interrompere il lavoro, le attività scolastiche, le funzioni religiose. Le incursioni colpivano sempre più frequentemente obiettivi civili: treni, tram, fabbriche, chiese, alla fine persino ospedali.

Nel Mezzogiorno pertanto, come del resto nell'intero paese, i bombardamenti, a partire dalla seconda metà del 1942 e soprattutto nel 1943, diventarono esperienza quotidiana.

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Reggio Calabria il 31 gennaio 1943, Palermo il 3 febbraio; a Palermo le incursioni si ripeterono il 5, l'8, il 20, il 22 e il 28 dello stesso mese. Devastanti le incursioni del 17,26 e 28 febbraio 1943 in Sardegna, che colpirono in particolar modo Cagliari e le città portuali di Olbia, Porto Torres, La Maddalena e Alghero. Da Malta partirono, tra il 22 e il 24 aprile, attacchi durissimi contro Siracusa, Cassibile, Ragusa e Lampedusa.

Nel frattempo, l'8 maggio 1943, in Tunisia si arresero i reparti tedeschi. Ciò permise a inglesi e americani di ottenere un risultato logisticamente importante, vale a dire la possibilità di entrare nel Mediterraneo.

L'8 maggio iniziò l'offensiva aerea contro Pantelleria, cui si aggiunse il cannoneggiamento navale. Le incursioni s'intensificarono in previsione dello sbarco in Sicilia. Nel maggio 1943 vi furono 45 incursioni aeree a Catania, 43 a Palermo, 32 a Messina e vennero bombardate anche colonne di profughi.

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L'incursione del 6 maggio 1943 a Reggio Calabria fu effettuata in pieno giorno e, da allora fino al 3 settembre, quando entrò in città l'esercito angloamericano, i raids effettuati furono 24.

In Sardegna, i bombardamenti si intensificarono nel luglio. In Puglia i bombardamenti colpirono Brindisi, Taranto e soprattutto Foggia. La città, evacuata dalla popolazione, rimase di fatto terra di nessuno fino all'arrivo delle truppe inglesi dell'VIII armata, il 27 settembre 1943.

I bombardamenti colpirono pesantemente anche l'Abruzzo e in particolare le città di Sulmona e Pescara, entrambe importanti nodi ferroviari e stradali. A Pescara, nell'incursione del 27 agosto 1943, morirono 1.600 civili, a Sulmona, nella stessa giornata, persero la vita 300 persone. Avezzano in pochi mesi subì ben 83 incursioni.

Le città venivano distrutte dai raids per poi essere minate dai tedeschi.

In Campania, Napoli fu la città dei 101 bombardamenti. In un primo tempo essi vennero effettuati di notte e colpirono obiettivi militari e industriali, ma, a partire dall’incursione del 4 dicembre 1942, diventarono sempre più spesso diurni e colpirono indiscriminatamente obiettivi civili.

1943 Napoli molo bombardato

Altre città campane, quali Avellino, Benevento, Capua non furono risparmiate.

Salerno fu bombardata il 21 giugno 1943. Seguirono numerose ricognizioni in preparazione dello sbarco previsto nell'operazione Avalanche.

Il Sud subì anche alcuni bombardamenti tedeschi: Napoli il 23 ottobre e il l° novembre 1943 e, ancora, il 15 marzo 1944; Bari, il 2 dicembre 1943.

I bombardamenti furono un elemento centrale nella percezione del conflitto come guerra totale che attraversa e devasta il quotidiano: contro la morte per bombardamento si può fare ben poco, non si può attivare nessuna delle strategie di sopravvivenza che, invece, sono praticate per fronteggiare gli altri disagi della guerra, in primo luogo la fame.

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Bibliografia:

Gloria Chianese -"Quando uscimmo dai rifugi". Il Mezzogiorno tra guerra e dopoguerra (1943-46)

Ed. Carocci - settembre 2004

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