il secondo dopoguerra
Considerazioni di Piero Calamandrei sulla Costituzione italiana
«Tra il tipo di Costituzione breve, meramente organizzativa dell'apparato dello Stato, e il tipo di Costituzione lunga, che fosse anche ordinativa della società, l'Assemblea costituente scelse un tipo di Costituzione lunga, cioè contenente anche una parte ordinativa: la quale però, invece di esser volta ad effettuare una trasformazione delle strutture sociali, si limitava a prometterla a lunga scadenza, tracciandone il programma per l'avvenire». Piero Calamandrei
I lavori della Costituente, fino alla loro conclusione (dicembre 1947), si svolsero in un clima politico in rapida evoluzione In un articolo del 1955 Piero Calamandrei parla dei risultati apparentemente raggiunti con l'approvazione della Costituzione.
«La Costituzione non fu, come lo statuto albertino, una Costituzione regia, cioè elargita (octroyée) da un sovrano, ma fu una Costituzione popolare, deliberata, quando ormai ogni ingerenza dell’ex sovrano era stata esclusa dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946 che aveva scelto la forma repubblicana, da un'assemblea rappresentativa eletta dal popolo con metodo rigorosamente democratico. Ma non fu una Costituzione rivoluzionaria, nel senso che consacrasse in formule giuridiche una rivoluzione politicamente già compiuta. La generosa illusione del Partito d'azione che dalla unanimità antifascista della Resistenza potesse immediatamente uscire, subito dopo la liberazione, un rinnovamento delle strutture sociali ed economiche sulla base dei CLN, ebbe corta durata: con le dimissioni del breve governo di Ferruccio Parri, che rappresentò per qualche mese (dal giugno al novembre 1945) le superstiti speranze della Resistenza di dare all'Italia un governo di popolo che non implicasse la restaurazione della vecchia classe dirigente responsabile di aver dato vita al fascismo, la Costituente si aprì in un'atmosfera non più di unanime fervore rivoluzionario, ma di patteggiamento tra i grandi partiti di massa, da una parte i democristiani, dall'altra i socialisti e i comunisti. L'unica rivoluzione effettivamente già compiuta, della quale la nuova Costituzione doveva dare atto in formule giuridiche, era la caduta della monarchia: tutti erano concordi nell'assegnare alla Costituzione il compito di costruire giuridicamente un congegno di governo che avesse la forma repubblicana al luogo di quella monarchica, purché, al disotto di quella nuova forma politica, rimanessero invariate, almeno per il momento, le strutture economiche e sociali dell'Italia prefascista. Qualcuno avrebbe voluto che si desse alla Costituente non solo il compito di ricostruire in forma repubblicana le strutture fondamentali dello Stato, ma anche quello di deliberare almeno alcune fondamentali riforme di carattere economico-sociale, che rappresentassero l'inizio di una trasformazione della società in senso progressivo: avrebbe voluto cioè che la nuova Costituzione dovesse essere non semplicemente “organizzativa” dei congegni di governo (dello Stato-apparato), ma anche “ordinativa” della vita sociale italiana (dello Stato-comunità). Ma questa idea non fu accolta; o per dir meglio fu raccolta a metà, per dare ai suoi sostenitori l'illusione che non fosse stata respinta del tutto. Tra il tipo di Costituzione breve, meramente organizzativa dell'apparato dello Stato, e il tipo di Costituzione lunga, che fosse anche ordinativa della società, l'Assemblea costituente scelse un tipo di Costituzione lunga, cioè contenente anche una parte ordinativa: la quale però, invece di esser volta ad effettuare una trasformazione delle strutture sociali, si limitava a prometterla a lunga scadenza, tracciandone il programma per l'avvenire.
Questo singolare ibridismo fu la conclusione di un compromesso tra quelle forze politiche contrastanti, che, con espressione approssimativa, si possono chiamare le forze conservatrici di destra e le forze riformatrici di sinistra.
Non si può dire che le forze conservatrici si identificassero colla Democrazia cristiana, perché questo partito già fino da allora comprendeva in sé tendenze contrastanti, alcune delle quali nettamente progressive in senso cristiano-sociale; e perché forze nettamente reazionarie, oltreché all'ala destra di quel partito, si trovavano fuori di esso, alla destra. estrema, sotto le etichette del partito liberale o del partito monarchico; né si può dire viceversa che le forze progressive si identificassero coi partiti socialista e comunista, perché in altri gruppi numericamente minori, come il Partito d'azione o il partito repubblicano, o all'ala sinistra della stessa Democrazia cristiana, erano ugualmente sentite le istanze di un profondo rinnovamento sociale. Dall'urto di queste due tendenze venne fuori il compromesso: tutti parvero concordi (o almeno la gran maggioranza, formata dall'incontro dei grandi partiti) nella condanna di quel tipo di plutocrazia capitalistica dalla quale era nato il fascismo, e nel riconoscere la necessità di un profondo rinnovamento delle strutture economiche della società italiana. Ma questa apparente accondiscendenza da parte delle destre a inserire tale riconoscimento, meramente astratto e programmatico, nella Costituzione, fu condizionata a che le sinistre rinunciassero ad ogni tentativo anche parziale di attuazione immediata di questa trasformazione sociale vagheggiata (e quasi si direbbe sognata) per l'avvenire, e accettassero di procedere a questa trasformazione mediante graduali riforme proiettate nel futuro, da concretarsi in leggi ordinarie attraverso i metodi legalitari della democrazia parlamentare. Così, come già fu osservato, “per compensare le forze di sinistra di una rivoluzione mancata, le forze di destra non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa“: purché l'estrema sinistra (e specialmente il partito comunista) accettasse i meccanismi “borghesi” della legalità parlamentare, le forze “borghesi” non si opponevano a lasciare aperta verso l'incerto futuro questa via legalitaria di un graduale e pacifico rinnovamento sociale, di cui già era segnato l'indirizzo e riconosciuta in anticipo la legittimità».
PIERO CALAMANDREI, La Costituzione, in AA.VV., Dieci anni dopo. 1945-1955, Bari, 1955, pp. 212- 215.
L'affermazione dei «moderati»
«patrimonio comune della Resistenza, è la lotta popolare per la libertà. È un fatto che resterà nella storia d'Italia». Federico Chabod
È una lezione di storia sul periodo che va dalla crisi della Resistenza all'avvento della repubblica.
In essa Federico Chabod analizza le cause che alla fine comportarono il successo dei «moderati» (liberali e democratici cristiani) ed individua tre cause o motivazioni:
1. il condizionamento degli Alleati (situazione internazionale);
2. differenzazione fra Italia settentrionale e Italia meridionale;
3. il peso conservatore dell'apparato burocratico dello Stato, che chiama la «terza forza conservatrice ».
«Ecco perché gli “uomini del nord” trovano a Roma un ambiente che non è quello di Milano e di Torino.
Cosa sono dunque, ci si chiede, questi Comitati di liberazione nazionale, che spuntano dappertutto come funghi? Nell'Alta Italia, infatti, accanto ai comitati di carattere politico, sorgono comitati nelle fabbriche, ecc. Il fatto è allarmante. È forse un ritorno ai “consigli di fabbrica”? Allorché il segretario del partito liberale, Cattani, durante la formazione del nuovo governo (maggio 1945), sferra un violento contrattacco nella polemica che mette di fronte Milano e Roma, egli ha dietro di sé buona parte dell'opinione pubblica delle regioni italiane che non hanno conosciuto la Resistenza o non hanno potuto conoscerla in tutto il suo vigore. La gente si chiede che cosa siano i Comitati di liberazione. È difficile per un popolo, rimasto diviso un anno e mezzo, rendersi conto di come si sia svolta la vita nell'altra parte. Qui non si tratta soltanto della forza esteriore della Military Police americana; è la stessa Italia che risulta divisa in seguito ad un'esperienza troppo diversa.
L'ambiente romano non è quello di Milano e di Torino. Non è colpa di nessuno: gli avvenimenti stessi hanno prodotto tale differenza.
Ed ecco fare la sua improvvisa comparsa, con enorme successo, il movimento dell'Uomo qualunque, decisamente ostile alla “politica dei CLN”. Il giornalista e scrittore Giannini fonda un giornale, L'Uomo qualunque, cui fa capo un movimento politico che compie notevoli progressi fino ad avere, nelle elezioni del 1946, 30 deputati. È la reazione della media e piccola borghesia dell'Italia da Roma in giù, contro le esperienze e le aspirazioni del nord. Peraltro, alle elezioni dell'aprile 1948 assisteremo al crollo di questo movimento, il quale non è altro. che un segno di protesta; il suo significato, per così dire, è quello d'una reazione: trascorso un certo periodo, il suo compito sarà esaurito. Ma intanto il movimento è forte, soprattutto a Roma, a Napoli, nelle Puglie.
L'esperienza vissuta dalla città di Roma è tutta particolare: non ha avuto una effettiva, reale esperienza dei Comitati. L'autorità verso cui Roma volge lo sguardo è il Santo Padre, non i Comitati di liberazione. Occorre. tener conto dell’nflusso del sentimento religioso sulla popolazione italiana.
Al termine della guerra la situazione della penisola era la seguente:
1. Forza militare degli Alleati, che controllano l'Italia.
L'amministrazione militare alleata (AMG) favorisce largamente gli elementi moderati, non certo quelli «rivoluzionari». Questo si è già verificato nel sud e nel centro e si ripete ora nel nord.
2. Netta differenza d'opinioni e d'atteggiamenti fra l'Italia settentrionale (più alcune regioni del Centro) e l'Italia da Roma in giù.
Da soli questi elementi basterebbero nel complesso ad assicurare la vittoria ai partiti moderati del CLN, cioè i liberali e i democristiani, e a sbarrare la strada a ogni sforzo di rinnovamento profondo dello Stato; cioè a ogni tentativo “rivoluzionario”. Ma c'è di più.
3. C'è la forza enorme costituita, nello Stato moderno, dalla burocrazia, dalla struttura amministrativa dello Stato. È una forza meno appariscente dei partiti, ma che possiede una continuità, e può quindi esercitare col tempo un influsso forse superiore a quello dei partiti. Lo “Stato” moderno è, per molta parte, l'organizzazione tecnica della vita pubblica, cioè la burocrazia. Ora, la burocrazia è naturalmente conservatrice: la sua forza risiede nella “continuità” delle funzioni, non certo nel sovvertimento. Al suo interno possono operare, e operano di fatto, singoli individui, socialisti, comunisti, o membri del Partito d'azione; ma l'insieme ·funziona come un organismo che tende alla continuità e alla conservazione. La forza tecnica della burocrazia si trasforma così in una forza politica di gran peso, anche se poco appariscente. ...
Agli occhi del funzionario, lo Stato appare sempre come un'entità a sé stante, al di sopra della lotta politica; una entità materiata di leggi, di regolamenti, di continuità, di funzioni amministrative, che va salvaguardata ad ogni costo.
In un'Italia devastata e saccheggiata e dove tutto sembra paralizzato, occorre rimettere in funzione l'intero ingranaggio statale: il che significa non solo far circolare i treni, ma imporre di nuovo l'applicazione delle leggi e dei regolameriti, restituire agli uffici le competenze che spesso hanno perduto. I CLN hanno assunto i poteri del prefetto, dei questori, ecc.; ora è necessario tornare alla “normalità”.
Ecco dunque una nuova forza, la terza “forza conservatrice”; allorché il nord viene liberato, essa, nel Mezzogiorno e nel centro, ha già largamente riacquistato la sua capacità d'azione.
Così, al momento della liberazione, quello che era stato l'iniziale “slancio rivoluzionario”, viene infranto. Le discussioni per il nuovo governo fra il CLNAI, Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, e gli uomini politici di Roma durano un mese e mezzo. È una lunga crisi che rispecchia le difficoltà della situazione.
Due uomini reclamano a nome del proprio partito il diritto di porsi a capo del governo: Nenni per il partito socialista e De Gasperi per la Democrazia cristiana. Si giunge ad una soluzione che sembra il trionfo della Resistenza, ma in realtà è solo un temporaneo compromesso: presidente del consiglio sarà Parri, uno dei tre capi del Corpo dei Volontari della Libertà, appartenente al Partito d'azione.
Il governo Parri non dura a lungo. Presidente del consiglio in giugno, nel novembre è costretto a subire l'offensiva lanciata ancora una volta dai liberali. I liberali lasciano il governo e i ministri democristiani escono a loro volta dal gabinetto. I partiti comunista e socialista non sostengono Parri. E il leader democristiano, De Gasperi, diventa presidente del consiglio (10 dicembre 1945).
Poco dopo (nel frattempo, dal 1° gennaio 1946, il Governo alleato ha restituito l'amministrazione dell'Italia settentrionale al governo italiano), i prefetti e i questori nominati dai Comitati di liberazione nazionale, che non sono funzionari di carriera, vengono invitati ad entrare regolarmente nell'amministrazione, cioè a trasformarsi in funzionari dello, Stato. Se non accettano, saranno sostituiti da funzionari di carriera. La quasi totalità dei prefetti dei Comitati di liberazione non accettano di entrare nei ruoli, e tornano alle loro professioni abituali.
Così a capo delle province, tornano i prefetti di carriera, cioè gli organi del governo; è un ritorno della tradizione governativa, della forza amministrativa. Il governo insedia, in questi importantissimi uffici, uomini di sua fiducia, al posto degli uomini del CLN. Il periodo dei prefetti “politici” è finito.
La forza enorme rappresentata dalla burocrazia, che è la continuità della tradizione, la forza del vecchio Stato che è riuscita a mantenersi, soprattutto nel sud dove non s'è quasi verificata un'interruzione, adesso riprende vigore, riprende il controllo della situazione politica, dell'ordine pubblico. Quando ciò avviene, si può dire che il periodo rivoluzionario è del tutto conchiuso.
Tuttavia un punto essenziale del programma della Resistenza che abbiamo definito “rivoluzionario”, troverà modo di realizzarsi più tardi: l'instaurazione della repubblica col referendum del 2 giugno 1946. Si conclude così il periodo della Resistenza.
Politicamente esso termina, nell'insieme, col successo di coloro che possiamo chiamare i “moderati”, abbracciando con questo termine sia i liberali, che in seguito non avranno l'appoggio delle grandi masse elettorali, sia i democristiani, che al contrario usciranno vincitori dalla lotta elettorale.
Ma quello che resta come patrimonio comune della Resistenza, è la lotta popolare per la libertà. È un fatto che resterà nella storia d'Italia».
FEDERICO CHABOD, L'Italia contemporanea (1918-1948), Einaudi 1961
La fine di un regno
In questo documento Giuseppe Romita, ex ministro degli Interni del primo Governo De Gasperi, rievoca le ultime ore della monarchia sabauda quali le vide dall'osservatorio del Viminale.
Risalta il suo atteggiamento di stretta vigilanza, pur manovrando un apparato alquanto infido, sulle ultime insidie dei monarchici, sempre pronti alla rissa e alla sedizione.
Il computo dei suffragi, durato alcuni giorni, aveva dato alla fine la maggioranza relativa alla repubblica, la Corte di Cassazione aveva però semplicemente registrato il risultato, in attesa di una verifica su un'aliquota di voti che comunque non avrebbe potuto modificare l'esito della consultazione.
Nell'attesa - il 10 e 11 giugno - i monarchici avevano scatenato violente agitazioni e Umberto fu indotto dall'ala oltranzista del partito di corte a ritardare il passaggio dei poteri al presidente del Consiglio.
Romita racconta quei momenti e la partenza del “re di maggio”.
11 giugno 1946
Al Viminale quel giorno, per la prima volta nella storia, era stata issata la bandiera italiana senza lo scudo sabaudo. Un evento importante - mi sembra - anche se. al Quirinale sventolava ancora l'altra bandiera. E da piazza del Popolo, una folla enorme sfilò sotto il palazzo. Ma fu con la disciplina più completa, perché la repubblica era ormai nella vita del paese e il popolo voleva dimostrare che repubblica, nonostante tutte le denigrazioni delle quali era stata oggetto, significava anche ordine ... Al Quirinale andò De Gasperi nel pomeriggio. Noi socialisti non fummo molto d’ accordo sull’opportunità di quella visita. Ormai, la delega del poteri ci sembrava superata ... Anche altri ministri erano del nostro parere.
De Gasperi, comunque, sospese la seduta del Consiglio.
Umberto gli aveva promesso la lettera, di delega ed egli ne era in attesa.
Fu un'attesa vana! Un Savoia, per l'ultima volta, mancò di parola.
Il presidente del consiglio ebbe notizia del rifiuto a mezzanotte, per telefono, ma non ce ne diede comunicazione ... E il consiglio dei ministri fu rinviato al giorno seguente.
Gli avvenimenti, ormai, precipitavano. A mezzogiorno del 12 Falcone Lucifero, ministro della Real Casa, consegnò la lettera ufficiale di rifiuto di Umberto. De Gasperi convocò allora il Consiglio dei ministri e ci riferì con esattezza quanto era avvenuto durante la notte e in quella mattinata. Fu una seduta che ci vide tutti concordi: Umberto si avviava su una strada pericolosa. Non accettava più neppure di dare una delega, che avrebbe consentito al presidente del Consiglio di essere capo provvisorio dello Stato in suo nome. Era davvero giunto il momento di finirla! ...
Dopo la relazione di De Gasperi, anch'io presi la parola. Sapevamo che. il momento non era facile; tuttavia sentivamo anche la gioia di essere giunti al termine del nostro grave lavoro.
Chi avrebbe sostituito Umberto, finalmente per volontà della nazione non più re d'Italia? Avevamo ormai vagliato tutti gli aspetti del problema e la soluzione, anche alla luce del diritto costituzionale, ci appariva una sola: durante il breve periodo transitorio che attraversavamo e nell'attesa che l'Assemblea costituente potesse nominare il capo provvisorio dello Stato, l'esercizio di tali funzioni spettava ope legis, al presidente del Consiglio in carica. ...
Con quel documento tagliammo definitivamente ogni ponte col Quirinale: Umberto II per noi del governo, come già da due giorni per il paese, non esisteva più.
I monarchici, tuttavia, non erano dello stesso avviso. Tennero una riunione nel corso della quale discussero tre tesi: gli estremisti erano per il colpo di Stato; i moderati per la partenza del monarca con un manifesto di protesta alla nazione contro il Governo; certuni, infine, erano per la sua permanenza senza alcuna presa di posizione. ... Prevalse, per fortuna, la seconda tesi e non la prima.
Umberto, intanto, quella sera, si era allontanato da palazzo ed era restato in una villa di amici presso Roma.
Ebbi anche notizia dal servizio informazioni degli americani, che aveva avuto un colloquio con l'ammiraglio Stone. ... Mi fu riferito soltanto, che l'ex re aveva chiesto informazioni sull'atteggiamento delle forze alleate. ...
Intanto, seguivamo ogni movimento di Umberto. Egli, dopo essere restato nella villa degli amici sino a tutta la mattina del 13, rientrò al Quirinale alle 14,30 per congedarsi dai propri uomini.
Avuta notizia dell'ora della partenza e del mezzo usato, diedi ordine che le forze di polizia fossero in numero sufficiente per prevenire qualsiasi gesto inconsulto contro la persona dell'ex sovrano, ma che, nel contempo, non fossero tali da dare nell'occhio. ...
Diedi precisi ordini perché all'aeroporto di Ciampino non potessero aver luogo incidenti e la partenza potesse svolgersi tranquillamente. ...
Tra le 14,30 e le 15 Umberto ricevette uomini politici, amici, funzionari ed ufficiali del palazzo. Quindi, con una breve cerimonia militare, prese congedo dai corazzieri e dai carabinieri.
E alle 15,40 era già sull'aereo.
Egli, però, accettando il consiglio dei suoi diretti collaboratori, all'atto della partenza diramò il noto proclama, che - a parte la retorica - suonava indubbiamente provocatorio.
Fu un gesto che all'ex sovrano recò soltanto danno.
De Gasperi, che nei confronti della corona era sempre stato estremamente obiettivo e aveva più volte espresso giudizi favorevoli sul comportamento del re di maggio, fu in quell'occasione del mio stesso. avviso, condannandone apertamente l'operato.
Probabilmente il destino era segnato: i Savoia dovevano finire con uno dei loro soliti errori di valutazione politica, sicché agli italiani non fosse in alcun modo possibile rimpiangerli.
Il proclama voleva suonare accusa contro il governo: «Il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale ed arbitrario, poteri che non gli spettano, e mi ha posto nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza».
Con queste parole Umberto dimostrava finalmente - lui che si era più volte detto pronto ad accettare la volontà del popolo - di non saper perdere. E l'accenno alla violenza, che diceva di voler evitare, era un invito alla stessa.
«Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della patria, sento il dovere, come italiano e come re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta ... » diceva Umberto. E con ciò si rivolgeva palesemente ad oltre 10 milioni di italiani, che avevano votato per lui, e dai quali, probabilmente, nonostante l'ipocrisia palese dell'invito alla calma, si attendeva una reazione. Se quella reazione fosse avvenuta, l'ex sovrano avrebbe potuto seguirla dal sicuro rifugio dell'esilio. ... Al Viminale, dove restai vigile, mi giunsero rapporti che, per quanto concerneva i monarchici, segnalavano qua e là nel sud qualche manifestazione, ma non di tale entità da essere considerata allarmante per l'ordine pubblico.
l giorno dopo diramammo un comunicato: «La partenza del re, avvenuta ieri alle 15,40 da Ciampino - vi era detto - è stata con ogni cura tenuta nascosta dal governo. » E dopo aver dichiarato fazioso il proclama dell'ex re, così concludevamo: «Il governo ed il buon senso degli italiani provvederanno a riparare a questo gesto disgregatore, rinsaldando la loro concordia per l'avvenire democratico della patria ».
E fu quanto gli italiani fecero.
da GIUSEPPE ROMITA, Dalla Monarchia alla Repubblica, Pisa, 1959, pp. 216-222.
La XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione recitava:
I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive.
Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale.
I beni, esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi, sono avocati allo Stato. I trasferimenti e le costituzioni di diritti reali sui beni stessi, che siano avvenuti dopo il 2 giugno 1946, sono nulli.
Durante il secondo Governo Berlusconi (giugno 2001- aprile 2005), entrava in vigore la legge costituzionale 23 ottobre 2002, n. 1 che ha stabilito che i commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione esauriscono i loro effetti a decorrere dalla data di entrata in vigore della stessa legge costituzionale (10 novembre 2002), consentendo così l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale ai discendenti della ex Casa Savoia.
1945: le gravissime condizioni in cui si trovava l'Italia
Alla fine della seconda guerra mondiale l'Italia era un paese ridotto allo stremo. La produzione agricola risultava dimezzata rispetto al 1938, quella industriale era scesa addirittura a meno di un terzo, ben pochi servizi pubblici continuavano a funzionare, le strade e le ferrovie erano interrotte in più punti. Dovunque s'incontravano cumuli di macerie. Oltre un terzo delle abitazioni private erano distrutte o sinistrate. Di molti edifici pubblici non restavano che i ruderi, numerosi erano gli stabilimenti sventrati dai bombardamenti. Nelle città si faceva la fila per rifornirsi dei viveri distribuiti dagli spacci dell'UNRRA (United Nation Relief and Rehabilitation Administration), un organismo delle Nazioni Unite per i soccorsi alle popolazioni dei paesi liberati, finanziato per larga parte dal governo americano. Quel po' che giungeva dalle campagne finiva sovente nelle mani di incettatori che praticavano la "borsa nera", il commercio clandestino dei generi di prima necessità a prezzi esorbitanti.
Vendita di generi di prima necessità, pane e olio, nelle vie di una città
I pur consistenti aiuti forniti tra il gennaio e il giugno 1946 dall'UNRRA, per un ammontare di 435 milioni di dollari, bastarono solo ad alleviare le gravissime condizioni in cui versava la penisola.
Una famiglia cerca di guadagnarsi da vivere cantando e suonando per le vie di una città
Al nord le fabbriche stentavano a riprendere l'attività: mancavano materie prime e combustibili, scarseggiava l'energia elettrica e non c'erano soldi per riorganizzare completamente gli impianti. Al sud gli agrari si opponevano all'applicazione delle norme varate nell'ottobre 1944 dal ministro comunista dell'Agricoltura Gullo per la distribuzione ai contadini di una parte dei latifondi incolti. Per reazione, i braccianti continuavano a occupare le terre, anche le più magre e impervie, per affrancarsi dalla miseria e dall'asservimento. Al centro e in varie regioni, nelle cascine e masserie, mezzadri e coloni erano in agitazione. Chiedevano adeguati indennizzi e patti migliori per continuare le coltivazioni.
Fra operai e salariati agricoli licenziati, reduci e giovani senza lavoro, si contavano oltre due milioni di disoccupati. E quest'altra piaga accresceva le tensioni sociali, che sfociavano non solo in vaste manifestazioni di protesta, ma talora anche in sommosse cruente.
I governi di solidarietà democratica fra le forze antifasciste s'adopravano per quanto possibile a tamponare le falle più vistose, ad assicurare soprattutto il rifornimento di generi alimentari e di un minimo di scorte. Ma all'interno della coalizione esistevano forti divergenze sulle soluzioni da adottare per il risanamento economico.
Anche dopo il secondo ministero De Gasperi formatosi a metà luglio del 1946, continuò a sussistere un profondo contrasto di vedute nell'ambito del governo sulle scelte più impegnative nella gestione dell'economia.
Si preferì così attendere l'elezione del primo parlamento repubblicano, per non provocare una frattura fra i partiti antifascisti impegnati nell'elaborazione della nuova Carta Costituzionale e nella legittimazione della nascente democrazia.
La Democrazia Cristiana, pur critica nei confronti del capitalismo, si richiamava ai principi interclassisti della tradizione cattolica, e mirava a una sintesi fra i diritti individuali di libertà e iniziativa e i valori di solidarietà propri della dottrina sociale della Chiesa. I comunisti di Togliatti e i socialisti di Nenni (legati fra loro da un patto d'unità d'azione) s'ispiravano ai paradigmi classisti del marxismo-leninismo e avevano per obiettivo la transizione sia pur graduale (attraverso una via democratico-parlamentare e le cosiddette "riforme di struttura") verso un'economia pianificata: tanto più in quanto consideravano l'Italia l'anello più debole del capitalismo occidentale. Altro ancora era il programma del Partito d'Azione, quale concepito da Ugo La Malfa, che intendeva conciliare lo sviluppo di un'economia di mercato con alcune incisive riforme sociali e delle istituzioni pubbliche.
Governi succedutisi in Italia dal 1943 al 1950
I° Governo Badoglio (25.07.1943 - 17.04.1944)
II° Governo Badoglio (22.04.1944 - 08.06.1944)
I° Governo Bonomi (18.06.1944 - 10.12.1944)
Coalizione politica: DC - PCI - PSI- PLI - PRI - PdL - Pd'A – PSIUP
II° Governo Bonomi (12.12.1944 - 19.06.1945)
Coalizione politica: DC - PCI - PLI - PdL - Pd'A – PSIUP
Governo Parri (21.06.1945 - 08.12.1945)
Coalizione politica: DC PCI PSIUP PLI Pd'A DL
I° Governo De Gasperi (10.12.1945 - 01.07.1946)
Coalizione politica: DC-PCI-PSIUP-PLI-PD'A-PDL
II° Governo De Gasperi (13.07.1946 - 28.01.1947)
Coalizione politica: DC-PCI-PSIUP-PRI
III° Governo De Gasperi (02.02.1947 - 31.05.1947)
Coalizione politica: DC-PCI-PSI
IV° Governo De Gasperi (31.05.1947 - 23.05.1948)
Coalizione politica: DC - PLI - PSLI – PRI
Proclamazione della Repubblica: 2 giugno 1946
Assemblea costituente (25 giugno 1946 - 31 gennaio 1948)
V° Governo De Gasperi (23.05.1948 - 14.01.1950)
Coalizione politica: DC - PSLI - PRI - PLI
Bretton Woods e il nuovo ordine internazionale
Nel primo dopoguerra la mancanza di collaborazione fra i paesi vincitori, il desiderio di umiliare e ridurre all'impotenza la Germania sconfitta, la scelta isolazionista degli Stati Uniti che pure erano emersi dal conflitto mondiale come la nazione egemone, per forza economica e militare, avevano concorso a un'instabilità economica, destinata a culminare nella grande crisi del 1929. Gli effetti erano stati devastanti e non ultima ragione dell'avvento e della diffusione in Europa dei regimi totalitari che avevano trascinato il pianeta in una nuova devastante guerra. Errori questi che i responsabili politici e gli esperti economici dei paesi occidentali erano questa volta decisi a evitare. Un mondo più pacifico e prospero e, nella speranza di molti, più democratico, richiedeva innanzitutto la creazione di un ordine economico internazionale più stabile. Le istituzioni create per tutelarlo vennero messe a punto ancor prima della fine del conflitto, nel luglio del 1944, in una conferenza internazionale alla quale parteciparono 44 nazioni e che si tenne a Bretton Woods, una cittadina del New Hampshire, Stati Uniti.
Le soluzioni economiche
La ricerca di un nuovo ordine economico internazionale non significava abbandonare i principi del mercato e della concorrenza, ma assicurare un contesto di sicurezza e stabilità all'attività economica. Uno dei problemi fondamentali era quello della stabilità monetaria, ovvero dei rapporti di cambio fra le monete dei diversi paesi. Nel periodo fra le due guerre infatti l'oscillazione nei cambi delle monete era stato uno dei principali ostacoli alla ripresa del commercio internazionale. Molti paesi avevano fatto ricorso alla svalutazione della propria moneta per rendere le esportazioni più competitive sui mercati. In questo modo avevano anche "esportato" la loro disoccupazione innescando una catena di reazioni protezionistiche. Già nel 1942 il grande economista inglese John Maynard Keynes aveva proposto la creazione di un'Unione di compensazione internazionale, dotata di una propria moneta, il bancor, che avrebbe dovuto concedere prestiti alle nazioni la cui bilancia dei pagamenti era passiva, ovvero le cui importazioni superavano le esportazioni e la cui moneta tendeva quindi a indebolirsi. La soluzione adottata a Bretton Woods fu un po' diversa. Il compito di concedere prestiti ai paesi la cui moneta era momentaneamente indebolita venne affidato a un Fondo Monetario Internazionale (International Monetary Fund)
e anzichè creare una nuova moneta, venne ricostituito un sistema analogo al Gold Exchange Standard, ovvero le varie monete vennero agganciate alla valuta americana - cioè legate da cambi quasi fissi - con una limitata oscillazione al dollaro di cui il governo statunitense assicurava la convertibilità in oro al prezzo di 35 dollari all'oncia.
Uno strumento per promuovere il commercio internazionale avrebbe dovuto essere un General Agreement on Tariffs and Trade (GATT) , ovvero un accordo multilaterale per limitare il ricorso alle pratiche protezionistiche e favorire quindi la libertà di commercio. Per questo però fu necessario attendere la fine della guerra e il primo Gatt venne sottoscritto a Ginevra nel 1947.
Il problema della ricostruzione
L'altro grande problema da affrontare riguardava la ricostruzione che richiedeva un impegno gigantesco dopo un conflitto ancora più distruttivo di quello precedente. Per finanziarla a Bretton Woods venne creata un'altra istituzione destinata a svolgere un ruolo importante, la BIRS (Banca internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo) più comunemente nota come Banca mondiale.
Mentre il Fondo monetario internazionale avrebbe dovuto concedere prestiti a breve termine, la Birs avrebbe dovuto erogare prestiti a lungo termine per finanziare la costruzione di infrastrutture e impianti nei paesi devastati. In realtà la ricostruzione post bellica dell'Europa occidentale venne affidata al cosiddetto Piano Marshall e, nei decenni successivi, la Banca mondiale si sarebbe occupata essenzialmente della promozione dello sviluppo nei paesi del Terzo Mondo.
Il sistema di Bretton Woods sarebbe rimasto in vigore fino al 1973 quando la decisione degli Stati Uniti di non rendere più il dollaro convertibile in oro fece venir meno una componente essenziale. Le altre istituzioni - Fmi, Banca Mondiale e Gatt - continuarono tuttavia a operare.
Il GATT è stato sostituito dall'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), conosciuta anche con il nome inglese di World Trade Organization (WTO).
L'OMC ha assunto, nell'ambito della regolamentazione del commercio mondiale, il ruolo precedentemente detenuto dal GATT.
per non dimenticare
Il Generale Dwight D. Eisenhower aveva ragione
nell’ordinare che fossero fatti
molti filmati e molte foto.
Esattamente, come è stato previsto circa 60 anni fa…
E’ una questione di Storia ricordare che,
quando il Supremo Comandante delle Forze Alleate
Generale Dwight D. Eisenhower,
incontrò le vittime dei campi di concentramento,
ha ordinato che fosse fatto il maggior numero di foto possibili,
e fece in modo che i tedeschi delle città vicine
fossero accompagnati fino a quei campi
e persino seppellissero i morti.

E il motivo, lui l’ha spiegato così:
'Che si tenga il massimo della documentazione
– che si facciano filmati – che si registrino i testimoni –
perchè, in qualche momento durante la storia,
– qualche idiota potrebbe sostenere
– che tutto questo non è mai successo'.
'Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male,
è che gli uomini di bene non facciano nulla'.
(Edmund Burke)
Ricordiamo:

6 milioni di ebrei,
20 milioni di russi,
10 milioni di cristiani,
e 1900 preti cattolici
sono stati assassinati, massacrati, violentati,
bruciati, morti di fame e umiliati,

Ora, più che mai, è fondamentale fare in modo che
il mondo non dimentichi mai.
Il Piano Marshall
Il 5 giugno 1947, il generale George Marshall, segretario di Stato americano, prende la parola all’Università di Harvard. Il suo discorso, che mostra tutto l’interesse che gli Stati Uniti hanno per la ripresa economica dell’Europa, sarà conosciuto come l’inizio ufficiale del Piano Marshall.
L’economia europea è allora nel caos. Diversi stati del continente europeo si trovano devastati dalla guerra; i viveri, il combustibile, le materie prime mancano. C’è minaccia di disoccupazione, le riserve in oro e le divise sono esaurite. Agli Americani sembra che l’Europa non potrà mai risollevare da sola la sua economia e temono che, a causa della miseria regnante, si installi un regime comunista. Evocando questa situazione, George Marshall dichiara che gli Stati Uniti sono pronti a venire in aiuto a tutti i « Paesi ad ovest dell’Asia » ma che l’iniziativa deve venire dall’Europa stessa.
L’URSS rifiuterà questo «strumento dell’imperialismo del dollaro». La Polonia e la Cecoslovacchia accettarono di assistere ai lavori della Conferenza di Parigi, poi rifiutarono cedendo alle pressioni sovietiche.
Sedici nazioni, l’Austria, il Belgio, la Danimarca, la Francia, la Grecia, l’Irlanda, l’islanda, l’Italia, il Lussemburgo, la Norvegia, l’Olanda, il Portogallo, il Regno Unito, la Svezia, la Svizzera e la Turchia accolsero favorevolmente la proposta americana. I loro rappresentanti si riunirono a Parigi il 12 luglio 1947 e crearono il Comitato di Cooperazione Economico Europeo (C.C.E.E.) che sarà incaricato di elaborare un programma di aiuti comune. La C.C.E.E. sarà sostituita, nell’aprile 1948, dalla O.E.C.E. – Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica.
Cinque mesi dopo il discorso del generale George Marshall ad Harvard, il lavoro preparatorio sul Piano Marshall è terminato e, il 19 dicembre 1947, il presidente Truman indirizza alla Conferenza un comunicato sul sostegno americano all’Europa. Il progetto di legge sarà ratificato il 2 aprile 1948.
Il Foreign Assistant Act è un piano quadriennale per mettere in opera il programma di salvataggio dell’Europa; concede per il primo anno un credito un credito di 4 milardi e 300 milioni di dollari. Degli accordi bilaterali sono presi con le nazioni partecipanti e ciascun governo straniero dovrà depositare dei fondi in divisa nazionale equivalente alle cifre ricevute per consentire di procurarsi le materie prime, le attrezzature e i prodotti alimentari indispensabili a riorganizzare l’economia del suo paese.
L’Europa della disillusione
All’indomani della capitolazione del Reich, tutti i Paesi europei, vincitori o vinti, si ritrovano in una situazione drammatica.
Contrariamente a tutte le attese, il ritorno alla normalità, alla vita dell’anteguerra, non arriva.
I film, la letteratura esprimono questo stato d’animo. In Italia, il cinema neorealista presenta l’immagine di un mondo chiuso, senza via d’uscita. Lo smarrimento dell’uomo appare in « Roma città aperta » di Rossellini e in «Ladri di biciclette» di Vittorio De Sica. L’esistenzialismo di Jean Paul Sartre va nella stessa direzione : «Etre et Le Neant», accessibile ad un numero esiguo di iniziati, i suoi romanzi o i suoi pezzi teatrali, come «Le diable et le bon Dieu», esprimono perfettamente lo smarrimento dell’uomo moderno.
Nel campo politico si ritrova la stessa incertezza. Inizialmente tutto era rientrato nell’ordine : i perturbatori erano morti. La sconfitta dei regimi totalitari è completa. A Tokio, a Norimberga i responsabili ricevono la giusta punizione. La crociata delle democrazie è finita con una vittoria meritata. Il bene trionfa sul male.
L’eroismo del popolo sovietico, il coraggio dei comunisti nella Resistenza hanno, in gran parte, cancellato gli effetti disastrosi del patto tedesco-sovietico, della guerra di Finlandia, dell’annessione dei Paesi Baltici.
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