Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

pagine di storia locale

Lissone durante la seconda guerra mondiale (1941 - 1942)

28 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

1941

La guerra costa, e allora si chiedono ulteriori sacrifici alle famiglie. Una circolare del segretario del Fascio di Lissone invita gli scolari ad essere generosi verso i soldati in guerra. Nelle classi femminili si procede alla raccolta di indumenti di lana per i militari. La maestra scrive: «Nessuna delle mie scolare è in condizioni finanziarie tali da poter offrire neppure un capo di lana. Invito quindi le scolare ad offrire qualche lira per poter comperare della lana e confezionare poi con essa qualche paio di calze». È da sottolineare che in una pagina del “Giornale della classe”, di fianco al nome e ai dati anagrafici di ogni scolaro, vi era uno spazio in cui veniva indicata la condizione economica della famiglia!

E in un’altra quinta femminile: «Con le mie alunne felicissime ho preparato il pacco con gli indumenti e altri oggetti destinati ai combattenti. Contiene 12 paia di calze di lana, 9 paia di guanti, 1 passamontagna, molte buste con fogli di carta da lettera, biglietti postali, cioccolato, sigarette. Non mi aspettavo tanto!».

20 febbraio 1941: «Anche alla Cascina Santa Margherita si sente l’eco della guerra. Tutti i bambini hanno parenti prossimi o lontani richiamati alle armi. Parlo del sacrificio compiuto dai nostri soldati e del dovere, da parte nostra, di collaborare alla buona riuscita delle armi. I bimbi devono, come quattro anni or sono, offrire i rottami di ferro che possono sembrare inutili. Come durante la guerra per la conquista dell’Impero, anche ora la Patria saprà trasformare i rottami in potenti armi contro il nemico. Siamo lieti di aver partecipato anche noi alla vittoria finale». Un incaricato della Gioventù Italiana del Littorio ritira 50 chilogrammi di rottami offerti alla patria dagli alunni di Santa Margherita.

 N° 5 scuola santa margherita

Una pagina del “Giornale della classe”: scuola elementare di Santa Margherita

Dato il susseguirsi degli avvenimenti bellici, un maestro decide di informare regolarmente gli scolari su quanto sta accadendo sui vari fronti.

4 aprile 1941: «Oggi ho dato la notizia ai miei scolari della riconquista di Bengasi».

7 aprile 1941: «Spiego ai miei alunni la ragione per cui l’Italia e la Germania hanno iniziato la guerra contro la Jugoslavia».

21 aprile 1941: «Commemoro la fondazione di Roma e la festa del lavoro [il fascismo aveva abolito la festa del primo maggio]. Inoltre li informo della caduta della Jugoslavia che si è arresa. Ascoltiamo una trasmissione organizzata dall’Ente Radio Rurale. Ciò è stato possibile grazie all’apparecchio radiomicrogrammofonico donato dall’Egr. Podestà Cav. Angelo Cagnola».

24 aprile 1941: «Comunico ai miei scolari la notizia che le Armate dell’Epiro e della Macedonia sono capitolate».

E per il 9 maggio, anniversario della fondazione dell’impero (9 maggio 1936), il maestro scrive: «Ricordo alla scolaresca la rapida e gloriosa conquista dell’Etiopia, inutilmente ostacolata dall’Inghilterra. In questo momento in cui si accende sempre più la speranza di una emancipazione del Mar Mediterraneo dal dominio britannico e si consolida la nostra fiducia nella vittoria finale e nel rafforzamento del potere italiano nell’Africa Orientale italiana, volgiamo ai nostri soldati, che in quelle terre combattono per la gloria d’Italia, il nostro affettuoso saluto ed il nostro ringraziamento». In realtà in Africa gli inglesi erano passati al contrattacco, dilagando in tutti i possedimenti orientali italiani, Etiopia, Somalia, Eritrea.

Come l’anno precedente, la scuola termina il 15 maggio e non ci saranno gli esami di terza e di quinta elementare.

Intanto in paese comparvero nuovamente le tessere annonarie (negli ultimi mesi del 1940 il personale comunale iniziò a prepararne 17.000 per il pane), mentre cominciavano a registrarsi episodi di accaparramento di generi alimentari.

tessera annonaria

La penuria delle derrate, che i lissonesi avevano già conosciuto durante la prima guerra mondiale, impose a tutti nuovi sacrifici. Divennero rapidamente rari i prodotti alimentari di prima necessità come il pane, lo zucchero, la pasta, il riso, la farina; il sapone e l'abbigliamento subirono, di lì a poco, la stessa sorte.

Seguirono le disposizioni prefettizie affinché non avesse più luogo l'illuminazione di gala dei pubblici edifici in nessuna delle ricorrenze nelle quali essa era disposta.

Lissone si adeguò prima con l'adozione del razionamento e in seguito con la realizzazione dell'Ente comunale legna da ardere (novembre del 1941), finalizzato a disciplinare la distribuzione e i consumi in previsione dell'inverno. Contemporaneamente furono incoraggiati gli allevamenti domestici (pollame, conigli e piccioni) e nacquero i primi orti di guerra. Così il piazzale IV Novembre, posto di fronte alle scuole Vittorio Veneto, divenne un ampio campo di grano.

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 I Vigili del fuoco seminano il grano in Piazza IV Novembre

Lo stato di guerra aveva delle necessità inderogabili che prevedevano anche la raccolta dei metalli necessari alla produzione bellica. Per questo il Comune nel giugno del 1941 provvide al censimento delle campane: a Lissone erano nove sul campanile della chiesa prepositurale e vennero requisite; ad esse si aggiunse anche la campana del campanile demolito con la vecchia Chiesa prepositurale nel 1933 e destinata all'erigenda chiesa dell'oratorio maschile.

L’anno scolastico inizia il 5 ottobre 1941. Una maestra scrive: «La mia aula si trova ancora nel caseggiato di Via Aliprandi: è l’aula più infelice che tra le brutte del caseggiato ci siano, umida all’eccesso tanto che io penso essere più adatta a stalla che a ricevere i teneri alunni delle elementari. Ad ogni modo bisogna fare di necessità virtù ed adattarci come si può».

Sono ormai due anni che l’Italia è in guerra: da più di tre mesi è in corso l’operazione "Barbarossa", così Hitler ha chiamato l’attacco all’U.R.S.S. Anche Mussolini ha inviato un corpo di spedizione in Russia.

Una maestra ritiene opportuno fare delle relazioni settimanali circa gli avvenimenti della guerra, notando che «tra gli alunni vi è un grande entusiasmo guerriero che cercherò di aumentare perché questi piccoli lo trasportino anche alle loro famiglie. Farò uso il più possibile dell’apparecchio radio, poiché è un mezzo molto adatto per completare la mia opera educatrice».

I giapponesi attaccano la flotta degli Stati Uniti d’America a Pearl Harbour il 7 dicembre 1941.

In classe, il maestro parla ai suoi alunni dell’inizio della guerra fra il Giappone e gli Stati Uniti d’America.

L’11 dicembre Mussolini, da Palazzo Venezia, annuncia che l’Italia scende in campo «a lato dell’eroico Giappone, contro gli Stati Uniti d’America». E il 12 dicembre lo stesso maestro annota: «Trasmetto ai miei alunni la notizia che l’Italia è entrata in guerra con gli Stati Uniti d’America».

Una circolare del Ministro dell’Educazione Bottai informa che le vacanze natalizie saranno di un mese: le scuole riapriranno il 19 gennaio per «economizzare un po’ di carbone».

1942

Ogni classe partecipa alla raccolta di materiale vario: «Nella mia classe ho raccolto kg 0,889 di lana, kg 14 di rottami».

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Ed un altro maestro: «Oggi ho consegnato kg 0,589 di lana suddivisi in kg 0,164 di filato e kg 0,425 di fiocco. Gli scolari, tenuto conto della loro indigenza, hanno corrisposto abbastanza con entusiasmo».

Quando la guerra inizia a mettersi male per le truppe dell’Asse, compare sulle pagelle la scritta "Vincere" o "Vinceremo".

 N° 7 pagella 1942 fronte

Frontespizio di una pagella scolastica del 1942

Alla requisizione delle campane di bronzo seguì, nel febbraio del 1942, la raccolta del rame, che il Comune dispose ricevendo le denunce obbligatorie dei cittadini e procedendo alle operazioni di raccolta.

Di sera, l'oscuramento a causa dei bombardamenti aerei sconsigliava di uscire di casa.

Durante la notte del 21 marzo 1942, in paese c’è un allarme aereo. L’indomani il maestro tiene una lezione sulla Protezione Aerea.

L’anno scolastico termina con il saggio ginnico e canti patriottici.

Il 28 ottobre 1942 un insegnante annota: «È tempo di guerra: le date care alla Patria si commemorano senza interruzioni di lavoro. Ho rievocato oggi il grande avvenimento della Marcia su Roma ed abbiamo rivolto il nostro pensiero riconoscente ai valorosi soldati che, sui lontani fronti, continuano la lotta contro il bolscevismo iniziata dal Fascismo in Patria». (Il 28 ottobre 1922, dopo la cosiddetta “marcia su Roma”, Mussolini era stato nominato Capo del Governo dal Re Vittorio Emanuele III).

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Intanto in Africa l'VIII Armata britannica, al comando del generale Montgomery, sferra un decisivo attacco, sfondando il fronte all'altezza di El Alamein.

Da un “Giornale della classe” del novembre 1942: «Continuano le incursioni nemiche sulle nostre città. Sovente, durante le lezioni, il segnale di allarme ci costringe a sospenderle per trovare rifugio nel ricovero della scuola».

Lissone fino ad ora è stata risparmiata. Una postazione antiaerea è in funzione, al confine con Monza, nei pressi della frazione Cazzaniga.

Dicembre 1942, una maestra scrive: «Sarebbe lodevole che si provvedesse almeno saltuariamente al riscaldamento della classe».

Il sabato a scuola è giorno di lavoro e in una classe quinta femminile «le alunne stanno preparando scarpine, cuffiette, sciarpe con i rimasugli di lana passatici dal locale Fascio Femminile, che verranno distribuite nella festa della Madre e del Fanciullo. Inoltre, a gruppi di sei, le alunne scendono in cucina a dare un po’ di aiuto al personale incaricato della refezione scolastica».

Si avvicina il Natale: le scuole vengono chiuse il 21 dicembre e non riapriranno che il 16 febbraio (quasi due mesi di chiusura per risparmio di combustibile).

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Lissone durante la seconda guerra mondiale: 1943

28 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

1943

3 marzo 1943: «Ho commemorato oggi Amedeo di Savoia Aosta, Viceré d’Europa, nel primo anniversario della morte. Egli, dopo una vita veramente eroica, è rimasto laggiù nella terra africana ad attendere il ritorno delle nostre truppe vittoriose. E là sicuramente ritorneremo!».

Anche il lissonese Luigi Gelosa, carrista, rimane in Sudafrica nel campo di concentramento di Zonderwater, località presso Pretoria: muore il giorno 8 marzo 1943 e lì riposa nel Cimitero Militare Italiano.

Intanto a Lissone, con l’aumento del numero degli sfollati provenienti soprattutto dalle città che hanno subito bombardamenti, anche le classi già numerose vedono l’arrivo di nuovi scolari.

La quantità di rifugiati che il comune poteva ospitare secondo la disponibilità di alloggi registrata nel 1938 era di 1.500 unità, per cui, sin dal dicembre 1942, le autorità si preoccuparono di rendere obbligatoria la denuncia degli alloggi e dei locali non usufruiti e adattabili ad abitazione.

Gli sfollati portarono anche notizie sul reale andamento della guerra; informazioni che velocemente si diffusero in paese. Nel marzo del 1943 sopraggiunsero gli scioperi delle industrie dell'Italia settentrionale, che videro la partecipazione anche degli operai dell'Incisa (1200 dipendenti) e dell'Alecta (500 dipendenti), e che contribuirono attivamente alla crisi delle istituzioni, crisi che doveva portare alla caduta del fascismo il 25 luglio.

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Anche a Lissone aumentarono notevolmente le preoccupazioni e le ansie per gli arruolati, alimentate dalla totale mancanza di notizie sulla loro sorte. Come testimonianza, restano le molte cartoline dell'ufficio prigionieri della Croce Rossa italiana indirizzate ai lissonesi per segnalare la presenza di compaesani nei campi di prigionia tedeschi e americani. Alle ricerche spesso partecipavano anche i programmi radiofonici dell'EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche), ma non sempre con esito positivo.

N° 8 richiesta EIAR 

Lettera di richiesta di informazioni sulla sorte di un militare in Russia

 

Il 10 aprile 1943 un maestro annota: «Nel pomeriggio mediante il concorso dei miei alunni abbiamo finito di vangare l’appezzamento di terreno prospiciente la nostra scuola. A dire il vero è stato un lavoro ben arduo poiché il terreno era pieno di sassi e calpestato dai passanti».

12 aprile: «Alla presenza delle autorità, verso le ore 10, con una cerimonia semplice ma tanto significativa, ebbe luogo la semina del granoturco al campo scolastico. Il Rev. Sig. Prevosto benedice i semi, che speriamo diano un abbondante raccolto».

9 maggio 1943: «In questi duri momenti, ci sono ineffabilmente vicini i nostri cari fratelli d’oltremare e d’oltre Alpe. Più sono lontani dalla Patria, più sono vicini al nostro cuore. Ritorneremo, Italiani nel mondo, dove fummo ed oltre. L’Italia riavrà il “suo posto al sole” che è il vostro posto al sole. L’Esercito è sicura speranza dei destini della patria. La nostra fede nei Capi e nei Soldati è incrollabile».

Una maestra scrive il 12 maggio 1943: «La campagna di Tunisia si è chiusa dopo una resistenza veramente leggendaria da parte dei nostri valorosissimi soldati. Le mie alunne che hanno seguito con grande interesse le vicende della guerra in Africa, sentono il dovere di diventare migliori per essere degne degli eroici giovani che hanno, col loro sangue, resa sacra quella terra dove sicuramente torneremo! La vittoria non ci può mancare!».

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Ma la realtà è ben diversa: sul fronte orientale le truppe sovietiche, dopo aver resistito nell'assedio di Stalingrado, continuano la loro controffensiva. Dopo la Russia dove, nel marzo del 1943, i resti di quello che era l’ARMIR, il corpo di spedizione italiano, erano stati rimpatriati (vedi le testimonianze di Gabriele Cavenago e di Evelino Mazzola in “Testimonianze”), lasciando in quelle terre circa 100.000 soldati italiani (60 i lissonesi non tornati dal fronte russo), ora tocca all’Africa: circa 250.000 uomini, tra tedeschi ed italiani, hanno deposto le armi. Gli Alleati avanzano. Il generale Alexander invia a Churchill il seguente messaggio: “È mio dovere informarla che la campagna di Tunisi è terminata. Ogni forma di resistenza nemica è cessata. Noi controlliamo le spiagge del Nordafrica ...”

Nonostante i divieti e il rischio di severe sanzioni, non pochi erano coloro che nascostamente ascoltavano i messaggi del colonnello Stevens da Radio Londra.

Nelle famiglie e a scuola manca tutto, tanto che una maestra scrive nella relazione finale dell’anno scolastico: «Il materiale didattico, tranne le carte geografiche, il globo e pochi strumenti di fisica, fu tutto costruito dalle alunne medesime: solidi geometrici e relativi sviluppi, telefono rudimentale, camera oscura, ecc. La radio scolastica quest’anno non ha organizzato le belle trasmissioni degli anni di tranquillità, servì quasi solo alla Direzione per ordini e qualche trasmissione di poesie o preghiere da parte degli alunni ... La gran parte delle alunne vennero a scuola coi libri di Stato comperati dalle compagne dell’anno precedente. I libri della biblioteca, pochi e quasi tutti inadatti, non hanno affatto appassionato alla loro lettura. Più simpatia ha goduto il Corriere dei Piccoli».

L’11 giugno 1943 erano i diecimila soldati italiani di Pantelleria ad arrendersi. All'indomani la stessa sorte toccava ai quattromila uomini della guarnigione di Lampedusa. Nella notte del 10 luglio, gli Alleati, con la settima armata americana del generale Patton e l'ottava armata inglese del generale Montgomery, sbarcavano in Sicilia e procedevano rapidamente all’occupazione dell'isola con il favore della popolazione.

Il 25 luglio 1943 Mussolini è destituito e arrestato per ordine del Re che nomina Badoglio a Capo del Governo.

N° 9 La Stampa luglio 43  N° 9A 26 luglio 1943

N° 9 La Stampa luglio 43.jpg                                                                                               Torino

 

I moti spontanei di piazza, che anche a Lissone salutarono la fine del Ventennio, furono presto stroncati dal governo Badoglio. Il nuovo spazio di libertà, che finalmente sembrava schiudersi con l’arresto del Duce, e la speranza di pace, che avevano animato le manifestazioni in molte città d’Italia, si rivelarono delle illusioni.

Il telegramma inviato dai prefetti ai podestà era estremamente chiaro: «Italiani, dopo l'appello di S.M. il Re e Imperatore degli italiani, ognuno riprenderà il suo posto di lavoro e di responsabilità. Non è il momento di abbandonarsi a manifestazioni che non saranno tollerate. L'ora grave che volge impone ad ognuno serietà, disciplina patriottismo fatto di dedizione ai supremi interessi della Nazione. Sono vietati gli assembramenti e la forza pubblica ha l'ordine di disperderli inesorabilmente».

La sola ed esclusiva preoccupazione del re era che si verificasse una sollevazione di popolo, che avrebbe ostacolato il pacifico trapasso dei poteri dal governo fascista al governo militare di Badoglio e quindi messo in pericolo le sorti della corona. Avvenne perciò che alla folla in tripudio si rispose con lo stato di assedio. L'ordine venne mantenuto al prezzo di 83 morti, 308 feriti e 1554 arrestati, per la quasi totalità operai scioperanti e dimostranti.

Il 26 luglio, i lissonesi Francesco Mazzilli, Attilio Gattoni e Carlo Arosio, che erano stati arrestati ed incarcerati a San Vittore alla fine di giugno per le loro idee contrarie al regime, vengono liberati. A Lissone, Attilio Mazzi, un benestante milanese ma veronese di nascita che aveva uno stabilimento per la tranciatura del legno in Via Roma, sfila per le vie del paese, innalzando un cartello con l’immagine di Badoglio e mettendosi a capo di un breve corteo che manifesta apertamente a favore del nuovo governo. Percorre Via Sant'Antonio, attraversa Piazza Vittorio Emanuele III (l’attuale Piazza Libertà), sino alla Casa del Fascio, dove vengono strappate le immagini di Mussolini e distrutti i simboli del fascismo.

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Dopo l’avvento della Repubblica Sociale Italiana, Attilio Mazzi, per il suo dichiarato antifascismo, verrà arrestato: dal campo di concentramento di Fossoli, venne trasportato in Germania nel lager di Mauthausen-Gusen dove morì.

Agosto 1943: nella notte tra il 14 e il 15 agosto altro terribile bombardamento su Milano.

Gli appelli alla pace e alla fraternizzazione fra popolo e soldati si fecero più pressanti dopo i grandi scioperi che agitarono le fabbriche del nord dal 17 al 20 agosto 1943 e che assunsero un carattere spiccatamente politico in virtù delle richieste di liberazione dei detenuti politici e degli operai arrestati, di allontanamento dalle fabbriche non solo dei fascisti ma anche delle truppe, di costituzione delle commissioni interne, mentre su tutto sovrastava la manifestazione di una chiara volontà contro la prosecuzione della guerra.

8 Settembre 1943: il generale statunitense Eisenhower fece trasmettere da Radio Algeri il comunicato che il Governo italiano aveva chiesto la resa incondizionata delle sue Forze Armate. In serata Pietro Badoglio, capo del governo italiano, annuncia  alla radio la firma dell'armistizio avvenuta segretamente cinque giorni prima.

N° 9B annuncio armistizio 

L’annuncio dell’armistizio

 

10 settembre 1943: i tedeschi occupano Roma dopo brevi scontri con le truppe italiane. Nel giro di pochi giorni tutte le principali città del nord e del centro Italia vengono occupate. I nazisti disarmano le truppe italiane nei vari scenari di guerra. Inizia la deportazione in Germania di 700.000 soldati italiani da utilizzare come lavoratori coatti nelle industrie del Reich (vedi le storie dei lissonesi Arnaldo Pellizzoni, Oreste Parma, Aldo Fumagalli, Ferdinando Cassanmagnago, Evelino Mazzola). Il Re Vittorio Emanuele III con la famiglia e il seguito fugge da Roma e giunge a Brindisi.

Le persone tacciate di tradimento furono il re e Badoglio, che apparvero traditori ai tedeschi, ai fascisti, a larga parte dei resistenti, a un numero più o meno ampio degli internati in Germania. Agli Alleati essi apparvero almeno come degli utili voltagabbana, sembrando rinnovarsi l’antica prassi che vedeva i Savoia non concludere mai una guerra dalla stessa parte in cui l’avevano iniziata, a meno che, come anche si diceva, non avessero cambiato fronte due volte.

12 settembre 1943: Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da un Commando tedesco e raggiunge Monaco. La mattina del 15 settembre la radio italiana trasmette un comunicato dell'Agenzia Stefani: «Benito Mussolini ha ripreso oggi la suprema direzione del fascismo in Italia».

Si diffusero i bandi minacciosi del comando tedesco, insediato a Monza, che comminavano la pena di morte per atti di sabotaggio, che vietavano ogni assembramento e che imponevano il coprifuoco dalle ore 9 di sera sino alle 5 del mattino.

N° 10 proclama tedesco 170943 

17 settembre 1943: manifesto del comando tedesco affisso nelle vie del paese

 

23 settembre 1943: ridotto a un fantoccio nelle mani di Hitler, Mussolini proclama la “Repubblica Sociale Italiana”, formando un nuovo governo fascista la cui autorità si estende sul territorio della penisola occupato dai tedeschi.

A Lissone, dall'11 agosto del 1943 (pochi giorni dopo la caduta di Mussolini), l'ing. Aldo Varenna aveva sostituito il podestà Angelo Cagnola, dimissionario per “diplomatici” motivi di salute.

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Intanto verso la fine di settembre 1943 si formano i primi nuclei di partigiani sulle montagne lombarde. Il Partito Comunista inizia la mobilitazione di un gruppo dei suoi quadri più preparati e degli iscritti per dar vita senza troppi indugi alla guerra per bande in montagna; queste bande, estese a tutto il territorio nazionale occupato dai tedeschi, avrebbero assunto la denominazione di Brigate Garibaldi in ricordo della guerra antifranchista di Spagna: il compagno Gallo (Luigi Longo) presiedeva alla loro organizzazione e ne avrebbe assunto il comando. Le Brigate Garibaldi saranno composte da battaglioni, a loro volta formati da distaccamenti.

A Lissone alcuni antifascisti si ritrovano settimanalmente presso il bar della stazione, il cui gestore è un oppositore del regime.

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Una maestra scrive: «La Patria versa in tristissime condizioni: pure gli insegnanti prendono il loro posto di lavoro che è anche di combattimento».

Inoltre scorrendo le pagine di alcuni “Giornali della classe” si ritrovano espressioni del tipo: «Circostanze particolarmente gravi e dolorose per il nostro Paese», «condizioni eccezionali del momento», «in questi durissimi momenti», «tormentosa situazione in cui la Patria si trova», «nuovo rinascente esercito».

Dai documenti ufficiali viene cancellato lo stemma sabaudo di Casa Savoia.

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Le iscrizioni alla scuola elementare di Lissone si devono protrarre per tutto il mese di ottobre per i «ritardatari che, dato l’allontanamento di parecchie famiglie dal paese, causa gli allarmi aerei, non furono pochi».

Il 13 ottobre 1943 il governo del Sud, con a capo il Maresciallo Pietro Badoglio, dichiara guerra alla Germania.

A Lissone, il 12 novembre, la Direttrice scolastica convoca il «corpo magistrale». Tra le varie raccomandazioni fatte agli insegnanti, un invito a «non far sciupare pagine di quaderno in decorazioni o per disegni inutili come quelli ornamentali che alcuni facevano fare per dividere un esercizio dall’altro».

La scuola inizia solamente il 17 novembre «in circostanze particolarmente gravi e dolorose per il nostro Paese. Nel nostro paese parecchie famiglie di sfollati da Milano e di sinistrati furono ricoverati anche nelle scuole. Per forza maggiore dunque si dovette attendere per poter iniziare l’anno scolastico».

Inoltre la Direttrice informa che si faranno dei turni il mattino e il pomeriggio, dato l’esiguo numero di aule disponibili. Solo per le classi quinte le lezioni sono di tre ore giornaliere. Le scuole di Via Aliprandi sono «occupate interamente dai sinistrati» e le scuole Vittorio Veneto «in massima parte».

Il 4 dicembre alle ore 16, terminata la scuola, la direttrice convoca in direzione tutti gli insegnanti per impartire e chiarire le norme che regolano la discesa nei rifugi durante gli allarmi aerei «a cui purtroppo abbiamo dovuto fare una certa abitudine». Viene fatto divieto ai genitori, per nessun motivo, di ritirare i propri figli dalla scuola durante l’allarme.

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Manifesto con le norme di protezione antiaerea del 23 febbraio 1944

 

La Direttrice illustra l’importanza del “lavoro” nella scuola elementare e raccomanda di sviluppare nel corso delle lezioni l’insegnamento di elementi inerenti la vita pratica quali la compilazione di lettere, vaglia e conti correnti postali.

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Lissone durante la seconda guerra mondiale: 1944 (prima parte)

28 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

1944

14 febbraio 1944: «Alle ore 13 suona l’allarme. Si scese subito in rifugio ove rimanemmo per un’ora e mezzo».

22 febbraio: alla Casa del Balilla di Monza, il Provveditore agli Studi “chiama a rapporto” tutti gli insegnanti elementari e della Scuola materna della Circoscrizione: sono 528 insegnanti che “inquadrano” circa 30.000 alunni. Il messaggio del Provveditore è chiaro: gli insegnanti si devono adeguare alla nuova situazione schierandosi sotto la Repubblica Sociale Italiana!

Intanto gli Alleati, nel tentativo di aprirsi la strada verso la capitale d’Italia, bombardano l’Abbazia di Montecassino, distruggendola.

Il 26 febbraio «le alunne portano a scuola le illustrazioni di Montecassino. Tutte siamo addolorate dall’infame distruzione ... La furia dell’invidia cieca dei barbari anglo-americani che bestialmente come invanamente la ridussero ad un cumulo di macerie ... Montecassino: rivivi intatta nel tuo spirito ammonitore, perché intatto è il vero spirito italiano!».

In tutto il Nord Italia, dall'1 all'8 marzo 1944, si svolge uno sciopero generale caratterizzato da una precisa matrice di natura politica (vedi la storia di Umberto Viganò): «Né un operaio, né un giovane, né una macchina devono andare in Germania».

Tale fu la costernazione dei comandi tedeschi che essi, temendo il peggio, non ebbero l'animo di eseguire gli ordini impartiti da Hitler all'ambasciatore Rahn e al generale delle SS Otto Zimmerman, ordini che imponevano l'immediata deportazione nei campi di sterminio in Germania di un’aliquota di operai italiani pari al venti per cento degli scioperanti, valutati nel complesso a più di un milione, vale a dire un'aliquota di duecentomila unità.

La notizia degli avvenimenti italiani ebbe ampia risonanza e suscitò stupore e ammirazione in tutto il mondo libero.

Il 9 marzo 1944 il "New York Times" pubblicava: «In fatto di dimostrazione di massa non è avvenuto niente nell'Europa occupata che si possa paragonare alla rivolta degli operai italiani. È il punto culminante di una campagna di sabotaggi, di scioperi locali e di guerriglia ... è una prova impressionante del fatto che gli italiani, disarmati come sono, e sottoposti a una doppia schiavitù, lottano con coraggio e audacia quando hanno una causa per la quale combattere».

Poiché il re era accusato dai fascisti del tradimento del 25 luglio 1943, a Lissone la Piazza Vittorio Emanuele III dal 3 marzo 1944 viene intitolata ad Ettore Muti, gerarca fascista ucciso; porterà il suo nome, durante i 600 giorni di Salò, una delle più famigerate squadre della Repubblica Sociale.

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Presso il palazzo Mussi si installa un comando antiaereo tedesco che, con i militi della Guardia Nazionale Repubblicana alloggiati nei locali di palazzo Magatti (vecchio municipio) in Via Garibaldi, garantiva un controllo capillare del paese e serviva a contrastare la Resistenza partigiana.

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Insieme al decreto del 18 febbraio 1944 che minacciava la pena di morte per i renitenti alla leva, il governo di Salò emanava il bando di chiamata alle armi, con scadenza il 7 marzo 1944, delle classi 1923, 1924, 1925 (vedi le storie di Arturo Arosio, Gianfranco De Capitani da Vimercate, Ercole Galimberti e Attilio Meroni).

N° 12 manifesto minaccia 

Manifesto della RSI di propaganda antipartigiana

 

28 marzo, scrive un insegnante sul “Giornale della classe”: «Con dispiacere ho lasciato l’aula più bella del caseggiato, che avevo finora occupato, per passare in un’altra che, oltre ad essere poco pulita e mal arredata, è infestata dai topi».

28 marzo

3 aprile: «Alle ore 11,30 la Sig. Direttrice, dopo aver trasmesso l’inno del Balilla, ha invitato tutti gli alunni a prendere parte ad una sottoscrizione indetta dal Provveditore di Milano per l’offerta di un aereo da caccia che le scuole della provincia intendono donare al rinascente esercito italiano. Ha terminato la trasmissione con altri inni patriottici».

Nell'aprile 1944 la sezione lissonese del Fascio repubblicano fa costruire il villaggio per sinistrati “Giuseppe Mazzini”. Si trattava di tre baracche di legno di 30 metri di lunghezza e 7 di larghezza, ciascuna divisa in 4 appartamenti. D'altra parte, stando alle parole del Commissario straordinario del fascio repubblicano: «E' ormai cosa arcinota che la crisi degli alloggi nel Comune di Lissone ha assunto una forma vastissima, anche per il continuo affluire di italiani sinistrati per opera dei bombardamenti nemici e l'impossibilità di costruire case». Il terreno in questione, di proprietà del comune, si trovava nei pressi del cimitero (nell’attuale Via Leopardi) e apparteneva all'Opera Pia Riva.

Il 24 aprile ha luogo la cerimonia della semina del granoturco nell’orto di guerra «che era stato precedentemente dissodato e vangato dai maschietti della Scuola del Lavoro: le mie alunne hanno proceduto alla semina dell’insalata in un’aiuola riservata alla nostra classe».

Continua l’opera di propaganda utilizzando anche la cinematografia: il 24 maggio (il 24 maggio 1915 l’Italia era entrata nella prima guerra mondiale) «in due turni, mattina e pomeriggio, senza perdere le ore di lezione, le scolaresche inquadrate raggiungono il teatro Impero per la visione cinematografica de “I trecento della Settima” raffigurante un episodio della guerra in Grecia ed illustrante lo spirito di sacrificio, di abnegazione e l’eroismo dei soldati italiani».

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Negli stessi giorni anche a Lissone iniziano clandestinamente le prime forme di Resistenza organizzata: pochi coraggiosi antifascisti, coscienti dei gravi problemi del momento e animati da ideali di libertà e democrazia, anteposero alla loro sicurezza personale i rischi della lotta partigiana.

I partiti democratici lissonesi, ancora in embrione, iniziavano la propaganda attraverso le amicizie, la diffusione della stampa clandestina ed i contatti con altre zone. Nacque così l'idea di costituire il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) locale.

Il CLN nazionale si era formato il 9 settembre 1943, dopo la fuga da Roma del Re e del Governo, riunendo i singoli partiti antifascisti, con l’approvazione della seguente mozione: «Nel momento in cui il nazismo tenta di restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di Liberazione Nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni».

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Lissone durante la seconda guerra mondiale: 1944 (seconda parte)

28 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

Il CLN rappresentava la sintesi dei vari fermenti di lotta e opposizione al fascismo. Suoi strumenti dovevano essere le SAP, Squadre di Azione Patriottica (vedi le testimonianze di Gabriele Cavenago e Giuseppe Parravicini), la propaganda clandestina (vedi la storia di Davide Guarenti) e le azioni di disturbo (vedi le storie dei quattro partigiani Pierino Erba, Remo Chiusi, Carlo Parravicini e Mario Somaschini). Fine ultimo: l'insurrezione.

Il CLN lissonese ebbe ufficialmente origine il 15 maggio 1944 con una riunione clandestina nell'abitazione di Federico Costa; della riunione fu steso un verbale trasmesso alle autorità centrali che riconobbero il CLN quale organo periferico del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) la cui sede era a Milano.

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Compiti del comitato erano: predisporre e coordinare le azioni di disturbo al nemico, aiutare le vittime del fascismo, preparare l'Amministrazione Pubblica per il momento dell'insurrezione, risolvere i problemi dell'approvvigionamento.

Il CLN fu composto dai signori: Federico Costa (nome di battaglia Franco), rappresentante socialista, Attilio Gelosa (Carlo), democristiano, Agostino Frisoni (Ottavio), comunista. Dopo circa un mese Franco fu sostituito per ragioni personali, mantenendo però l'incarico di cassiere del Comitato e di addetto all'assistenza alle famiglie dei perseguitati; lo sostituì Gaetano Nino Cavina, nome di battaglia Volfango.

Le funzioni di collegamento col comando militare furono espletate da Leonardo Vismara conosciuto come Nando da Biel (nome di battaglia Raimondo), comunista. Nando, antifascista fin dall’avvento del regime, aveva anche partecipato alla guerra di Spagna, militando nelle file delle Brigate Garibaldi in difesa della repubblica spagnola contro le milizie franchiste.

Nel frattempo socialisti e comunisti intensificavano le ricerche di armi con cui dotare la propria organizzazione.

Il gruppo comunista (vedi le storie di Mario Bettega e Luciano Donghi) fu il primo in paese a organizzarsi per la lotta clandestina formando le SAP, comprendenti volontari lavoratori con un capo responsabile e affiancate dal Comitato di agitazione e propaganda, da cellule nei vari stabilimenti, dalle Donne Patriote, che diedero così valido aiuto alla causa, il tutto sotto controllo di un commissario politico. Successivamente le SAP furono aggregate al Corpo Volontari della Libertà come parte attiva della 119aBrigata Garibaldina Di Vona (Quintino Di Vona, insegnante salernitano, era stato fucilato a Inzago il 7 settembre 1944).

timbro 119 brigata Di Vona

In quel periodo a Monza, nel corso di un'azione di raccolta di armi, il socialista Davide Guarenti, che aveva abitato a Lissone per alcuni anni svolgendo l’attività di vigile urbano, venne arrestato con altri attivi antifascisti e portato nel campo di concentramento di Fossoli, dove venne fucilato il 12 luglio (vedi la sua storia).

Alle violenze tedesche si sommavano le ancora peggiori violenze perpetrate dalle varie polizie fasciste che la Repubblica di Salò aveva regalato al padrone nazista per i più bassi servizi.

Intanto gli inviti ai renitenti alla leva si erano fatti pressanti. Su ordine del CLNAI, l’11 giugno 1944, una squadra delle SAP portò a compimento un attentato: due fascisti vennero fatti oggetto di lancio di bombe a mano; uno morì immediatamente, l'altro dopo qualche giorno. Vennero arrestati quattro patrioti lissonesi: Pierino Erba e Carlo Parravicini, che furono fucilati in piazza a Lissone, Remo Chiusi e Mario Somaschini, che subirono la stessa sorte il giorno dopo in Villa Reale a Monza (vedi la loro storia). Negli stessi giorni fu pure arrestato Giuseppe Parravicini, sindacalista comunista, che, incarcerato a San Vittore e processato, fu deportato ad Auschwitz, da dove riuscì a tornare; debilitato nel fisico, parteciperà comunque come membro del CLN lissonese alle ultime fasi della Liberazione (vedi la testimonianza del figlio Ermes).

Il Comitato lasciò placare la reazione fascista per poi riprendere la sua attività clandestina.

Mentre la popolazione doveva soffrire e tacere, alcuni si arricchivano con la compiacente tolleranza fascista. Il Comitato stilò un elenco di borsaneristi, indagò su chi teneva scorte e collaborava con i nazifascisti in altri modi.

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Dalla metà di giugno del 1944 alla Liberazione l'attività del CLN fu molto intensa. Ne sono testimonianza i verbali delle riunioni del Comitato: oltre alla propaganda, al reclutamento e alla raccolta di mezzi finanziari, il CLN lissonese si occupò dell’assistenza materiale e morale alle famiglie bisognose dei perseguitati politici, dei richiamati, dei renitenti e dei prigionieri militari e civili. Era inoltre necessario preparare i quadri dell'amministrazione comunale provvisoria che alla Liberazione avrebbe assunto i poteri: consiglio comunale, giunta e Sindaco. In quei momenti era altresì importante la ricerca di armi per la mobilitazione degli organismi militari da impiegare in eventuali azioni di guerra.

Gli Alleati continuavano la loro offensiva verso il Nord, nonostante la forte resistenza dei tedeschi: il 4 giugno 1944 entravano in Roma. L’attacco alla Germania nazista continuava ora anche dal nord Europa: il 6 giugno aveva inizio l’operazione “Overlord”, nome in codice dello sbarco in Normandia.

N° 13 sbarco Normandia 

L’annuncio dello sbarco alleato in Normandia

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Lissone nella seconda guerra mondiale: 1944 (terza parte)

28 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

Ma intanto, in Lombardia, il Comando Militare germanico si occupava anche dei piccioni viaggiatori! Il 10 luglio 1944 invia la seguente comunicazione a tutti i podestà della provincia di Milano:

«In sostituzione delle precedenti disposizioni che prevedevano la consegna e l’abbattimento dei colombi viaggiatori, per mantenere in vita questi preziosi animali si dispone che a tutti i piccioni viaggiatori vengano tagliate le ali e che i proprietari e allevatori si notifichino ...»

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L'attività propagandistica del CLN lissonese prese corpo attraverso la creazione di cellule che svolsero la loro attività sul posto di lavoro, nei ritrovi giovanili e nelle associazioni, distribuendo la stampa clandestina dei partiti, fogli ciclostilati e volantini. Vennero inviate lettere ad associazioni come la Società Ginnastica Pro Lissone e la Famiglia Artistica ma anche a ditte e aziende che si sapeva o si supponeva lavorassero per la guerra o peggio per i tedeschi, con lo scopo di illustrare gli ideali del movimento e per dissuadere e scoraggiare la loro cooperazione con i nazifascisti.

Un'azione che ebbe una vasta risonanza propagandistica fu effettuata nella ricorrenza dei defunti il 2 novembre 1944.

Di Agostino Frisoni, membro comunista del CLN lissonese, fu l’idea di onorare i quattro giovani lissonesi fucilati nel mese di giugno, a dimostrazione della presenza antifascista in Lissone e in segno di sfida alle autorità nazifasciste. Un volontario scavalcò di notte le mura del cimitero e depose sulla loro tomba una corona di fiori con un cartoncino tricolore recante la scritta “Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia”. Nonostante la pioggia battente, nel pomeriggio sul posto fu un accalcarsi di gente.

Alla fine del 1944 Lissone giunse a contare circa 1.800 sfollati, per la maggior parte provenienti da Milano. Molte famiglie cercarono di reperire ricoveri per i nuovi venuti, arrivando spesso ad ospitarli nei locali occupati da parenti e famigliari.

Intanto al problema degli sfollati si aggiunse quello dei profughi delle terre occupate dagli Alleati, anche loro bisognosi di ospitalità. I nuovi arrivati, che nel febbraio del 1945 superavano di poco le cento unità, vennero ospitati in buona parte nei locali della scuola elementare di Via Aliprandi e presso alcuni privati, mentre nel cine-teatro Impero della Casa del Fascio si organizzarono spettacoli per raccogliere gli aiuti necessari al loro sostentamento.

Con il 1° dicembre 1944, per ordine del Provveditore agli Studi, l’orario scolastico viene ulteriormente ridotto a tre ore settimanali in due giorni, il martedì ed il venerdì, per mancanza di riscaldamento.

La riduzione dell’orario e i frequenti allarmi aerei rendono problematico lo svolgimento del programma didattico. Scrive una maestra: «La frequenza è buona, ma gli allarmi aerei si susseguono in modo esasperante, da togliere la volontà di affrontare i rigori della stagione per venire a scuola. La mancanza completa di riscaldamento rende impossibile una buona lezione, ogni tanto qua e là, sussulta qualcuno con brividi, e quest’oggi per ben due volte si sospende la lezione per gli allarmi, un terzo allarme mi coglie negli ultimi momenti delle lezioni».

  N° 15 situazione classe nuova sede

«Dalle scuole di Via Aliprandi vengo trasferita in un salone della Casa del Fascio. Si è molto disturbate in tempo di lezione per l’andirivieni di molte e molte persone ché tutte passano davanti alla mia aula. Il freddo è intenso, le bambine hanno quasi tutte la tosse. Da dieci giorni siamo in questa nuova sede, manca inchiostro, coi banchi strettissimi che le bambine ci stanno a mala pena. Nessuna minima comodità ci circonda, così anche le lezioni rimangono frequentemente infruttuose».

Nel loro lento ritiro dal territorio italiano, numerose sono le stragi compiute dai nazisti con la collaborazione dei fascisti italiani della Repubblica Sociale. Popolazioni inermi, anziani, donne e bambini vengono uccisi in varie località: a Sant’Anna di Stazzema le vittime furono 560, 1830 a Marzabotto. Gli innumerevoli delitti e gli orrori, terribili e gravissimi, perpetrati dalla Wehrmacht e dalle SS rispondevano alle direttive emanate, nel luglio del 1944, dal comandante delle truppe tedesche in Italia, Albert Kesserling, che consentivano il più largo uso della violenza contro i civili.

I bombardamenti ferivano le principali città dell'Italia settentrionale, ma non colpirono mai Lissone, fatta eccezione per un mitragliamento avvenuto nei pressi della stazione (novembre 1944), senza gravi conseguenze, al di là del comprensibile spavento dei presenti.

I bombardamenti aerei delle città, che colpivano indiscriminatamente tutta la popolazione, costituivano il punto più scottante nei rapporti con gli Alleati. I bombardamenti recavano danni immensi agli italiani, minimi ai tedeschi e costavano notevolmente agli anglosassoni.

A Lissone, l'assistenza alle famiglie bisognose, sia pure nei ristretti limiti delle disponibilità finanziarie del CLN, si svolse con regolarità e scrupolosità: per il Natale del ‘44 il Comitato elargì un contributo più sostanzioso dei precedenti alle famiglie povere colpite dai provvedimenti fascisti; furono così distribuite una cinquantina di buste contenenti denaro, raccolto fra simpatizzanti, e inviti alla lotta.

In quei giorni quattro prigionieri di guerra russi, sfuggiti ai tedeschi, furono nascosti in un cascinale da un partigiano, che con un compagno li assisté per una decina di giorni fino al momento in cui il CLN organizzò la loro fuga fra le fila dei partigiani combattenti sui monti.

Col sopraggiungere dell’inverno il fronte che opponeva gli Alleati ai tedeschi si era attestato sulla cosiddetta “linea gotica”, che partiva dalle Alpi Apuane, a nord di Pisa, e raggiungeva il mare Adriatico a nord di Ravenna.

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Lissone durante la seconda guerra mondiale: 1945 (parte prima)

28 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

1945

Le condizioni della popolazione lissonese destavano molte apprensioni, considerato che tra il 1944 e la primavera del 1945, nelle relazioni mensili sull'attività amministrativa e politica del Comune, le preoccupazioni del Commissario prefettizio erano più di natura sociale che politica. L'inquietudine delle locali autorità era generata specialmente dalla penuria di alimenti, particolarmente aggravate dall'insufficienza o totale mancanza dei mezzi di trasporto necessari per ritirare i generi dalle località lontane. La distribuzione alimentare per la popolazione era garantita dai grossisti e dai dettaglianti posti sotto il controllo del Comune, che gestiva l’ufficio tesseramento ma non impediva alla borsa nera di prosperare. Tra il novembre del '44 e il marzo del '45 la situazione si aggravò, in quanto vennero a mancare la farina gialla, il riso e il sapone, mentre tutti gli altri prodotti arrivavano con sensibile ritardo. Alla fame si aggiunse presto il freddo causato dalla mancata distribuzione della legna da ardere.

A febbraio si toccò il punto più critico, ben sottolineato dalle parole del commissario prefettizio Giovanni Ruffini, in carica dal 26 luglio del 1944: «Dei generi contingentati è stato distribuito solo il formaggio. E' necessario provvedere, se le disponibilità lo consentono, a qualche distribuzione di carne bovina e conserva di pomodoro».

In marzo venne istituita la quarta mensa di guerra ospitata in territorio comunale.

Grande impegno richiedeva al CLN lissonese anche la scrupolosa preparazione dei quadri dirigenti dell'amministrazione comunale che nell'immediato periodo postinsurrezionale avrebbe dovuto assumere la direzione del paese. A parte la difficoltà di trovare gli uomini che, dopo una mancanza ventennale di democrazia, potessero degnamente rappresentare tutta la popolazione, si trattava di stabilire l'equa rappresentanza dei partiti nel Consiglio Comunale e soprattutto fissare a quale partito dovesse appartenere il Sindaco.

Nei primi mesi del 1945 gli incontri clandestini divennero numerosi. Quelli che avvenivano fra persone che si sapeva essere di idee contrarie al regime non potevano non sollevare sospetti e dovevano effettuarsi con molta cautela: diverse riunioni si svolsero così sulle panchine della stazione di Monza o del piazzale prospiciente la stessa, come fra persone in attesa del treno. Invece le riunioni del CLN avvenivano, specie durante la stagione invernale, nella casa di Gaetano Cavina, la quale offriva, in caso di pericolo, la possibilità di eclissarsi attraverso i tetti.

L'attività relativa alla ricerca di armi e per i collegamenti militari veniva affidata dai singoli partiti del CLN ad un loro incaricato, che si metteva in contatto con il comandante politico della 119a Brigata Garibaldi nella persona del geometra Riccardo Crippa (nome di battaglia Ettore).

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Nonostante tutte le precauzioni e le cautele con cui si agiva, proprio nei giorni precedenti la Liberazione si verificò un episodio che portò un certo scompiglio fra i responsabili del movimento clandestino lissonese: l’arresto, avvenuto il 19 aprile, di un gruppo di patrioti. Tradotti alla Villa Reale di Monza, furono sottoposti a duri interrogatori, malmenati, addentati da cani aizzati dagli aguzzini e bastonati per ottenere una confessione. In seguito all'uccisione di un sottufficiale tedesco a Muggiò, per rappresaglia rischiavano la fucilazione. Per quell'arresto Lissone avrebbe potuto piangere altri fucilati. La situazione si fece drammatica anche per i componenti del CLN, che, avvertiti del grave pericolo che correvano perché ormai indiziati, si dispersero spostandosi giorno e notte alla periferia del paese. Ma la fine della guerra in Italia era ormai prossima.

Il 25 aprile 1945, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l'insurrezione generale ed emanò il decreto dell'assunzione di tutti i poteri da parte dei Comitati di Liberazione regionali, provinciali e cittadini.

Il CLN lissonese si riunì per l'ultima volta clandestinamente il 24 sera ed il 25 mattina lanciò al popolo il proclama della Liberazione, stilato da Nino Cavina, mentre venivano liberati gli ultimi patrioti detenuti alla Villa Reale.

Il maestro di una quinta elementare di Lissone, nei giorni seguenti la Liberazione, ha scritto sul “Giornale della classe”: «Il 25 aprile 1945 l’Italia settentrionale veniva liberata dal terrore nazifascista … Da quel giorno, finalmente la Scuola ha ripreso il suo carattere di seria educatrice della gioventù …».

 

CLN Lissone e I amministrazione 

I componenti del primo Consiglio Comunale dopo la Liberazione: in primo piano i membri del CLN locale

 

 

Il 27 aprile 1945 i membri del Comitato di Liberazione di Lissone, Agostino Frisoni, Attilio Gelosa e Gaetano Cavina, si ritrovarono in mattinata nel palazzo comunale per predisporre l'insediamento del Consiglio che, con i responsabili dei tre partiti, avevano delineato nella clandestinità. Sindaco prescelto fu Angelo Arosio Genola. Lissonese, cattolico, conduceva in proprio una bottega di falegnameria. Nato nel 1891, a vent'anni aveva partecipato alla prima guerra mondiale rimanendo ferito. Moderato, antifascista da sempre, fu tra i primi ad impegnarsi per la ricostruzione del Partito Popolare, che dal 1942 si trasformò in Democrazia Cristiana. Il 28 aprile, Sindaco e giunta si presentarono alla cittadinanza con questo proclama:

«Lissonesi, grazie alle forze della Liberazione e della Insurrezione si inizia per il nostro paese un nuovo ordine che vogliamo sia di Libertà e Giustizia. Nell'assumere oggi per l'autorità del C.L.N.

l'Amministrazione straordinaria del Comune, sentiamo il dovere di rivolgervi un saluto fraterno e amoroso. Portiamo nel cuore i nostri soldati morti, mutilati, prigionieri, internati e reduci ed i lutti e dolori che vi affliggono con un vivo desiderio di operare per il bene di tutti.

Cittadini, il compito è arduo, bando agli individuali risentimenti, collaborate alla restaurazione pronta e duratura delle rovine accumulate dalla disastrosa politica dittatoriale. Certi della buona volontà dei Lissonesi e confidando nell'aiuto di Dio ci mettiamo al lavoro. Viva l'Italia, Viva la Libertà, Viva la Giustizia».

N° 17 manifesto 280445 

Manifesto del 28 aprile 1945

 

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27 gennaio: “Giorno della Memoria”

27 Janvier 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

Anche a Lissone le leggi razziali del fascismo hanno avuto le loro vittime.

 

Le leggi razziali del Fascismo del 1938 si ispiravano alle leggi di Norimberga (Decreti antisemiti emessi a Norimberga nel settembre 1935, in occasione di un raduno nazionale del partito nazista). Le Leggi di Norimberga costituirono le basi della persecuzione antisemita, che condusse progressivamente all'esclusione degli ebrei dalla vita economica, politica e civile della Germania nazista, fino allo sterminio di massa.

 

In applicazione delle leggi razziali anche a Lissone periodicamente veniva svolto il censimento degli ebrei. Così nell'agosto del 1942 la Regia Prefettura di Milano ordina la revisione del censimento degli Ebrei.

In una lettera alla Questura di Milano, il Commissario Prefettizio di Lissone, Aldo Varenna, comunica che nel Comune di Lissone "non ven mai censito alcun ebreo".

 

Nel 1944 in paese vi sono molti sfollati a causa dei bombardamenti degli Alleati: tra questi Michele Cassin, fu Aronne e fu Levi Giulia, nato a Caraglio (Cuneo) il 15/4/1886 e residente a Milano in Viale Bianca Maria 24, sposato con Emma Ratto. Il Cassin, che svolge una attività di commercio di compensati e tranciati con sede a Lissone in Via San Martino, viene identificato come non appartenente alla razza ariana.  

Il 14 gennaio 1944 il Commissario Prefettizio Varenna segnala alla Prefettura di Milano (ormai della Repubblica Sociale Italiana) che "il locale Comando dei Carabinieri, in seguito ad ordine della Tenenza di Desio, ha proceduto al sequestro dell'azienda e dei beni" di Cassin Michele, dopo aver effettuato l'inventario.

Non si conosce quale fu la sorte dello sventurato Michele Cassin e della sua famiglia.

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Un’altra sfollata a Lissone, Elisa Ancona, nata a Ferrara il 10 ottobre 1863, viene arrestata il 30 giugno 1944 perché di origini ebree; nonostante la sua età (81 anni), dal carcere di Milano viene mandata ad Auschwitz, dove muore subito dopo il suo arrivo il 6 agosto 1944.

 

(fonte Archivi Comunali)

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Angelo Signorelli

12 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

Martedì 7 dicembre 2010

Angelo Signorelli ci ha lasciati. Si è spento stamane all'Ospedale S Gerardo dove era ricoverato per un improvviso aggravarsi delle sue condizioni di salute. I funerali si svolgeranno giovedì 9 dicembre alle ore 15 presso la chiesa di S. Alessandro. Siamo tutti vicini al grande dolore della moglie Silvana.

 


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Signorelli a 17 anni, da solo un mese operaio alla Falck di Sesto San Giovanni, partecipa ai grandi scioperi del marzo '44 e pochi giorni dopo viene arrestato di notte assieme al fratello; dopo due soste a San Vittore e a Bergamo viene deportato con gli ormai tragicamente noti carri bestiame a Mauthausen e quindi a Gusen dove è rimasto per 14 mesi.

 

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Il suo racconto segue ahimè un itinerario già noto per tante altre testimonianze: lavoro durissimo, stenti, botte ad ogni minimo pretesto e, soprattutto, perdita di identità: per sopravvivere era indispensabile imparare il proprio numero di matricola e riconoscerlo agli appelli fatti dai kapò in tedesco o in polacco od anche in russo.
La liberazione lo trova in coma, assalito da una febbre violenta, poi la guarigione ed il ritorno in patria.


 

 

 

Il mio nome è IT 59141

Angelo Signorelli, monzese per lavoro, racconta i mesi vissuti a Mauthausen. L'unica sua colpa è stata l'aver partecipato a uno sciopero.

 

“ Mi chiamo Angelo Signorelli, sono nato il 17 agosto 1926 a Grumello del Monte, in provincia di Bergamo, da una famiglia contadina.

Nel 1936 ci trasferimmo a Monza in cerca di occupazione.

Mio padre trovò lavoro da operaio alle Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck di Sesto San Giovanni, come più tardi, nel 1941, i miei due fratelli maggiori.

 

Entrai alla Falck anch'io, assunto come apprendista modellista. Facevo tirocinio, costruivo ancore in un reparto dove c'erano molti operai specializzati. Lavoravo di giorno e la sera andavo alle scuole professionali per imparare disegno meccanico, indispensabile per un buon operaio. Si facevano molti sacrifici, si aveva paura, spesso si tornava a casa sotto i raid aerei. Nel 1942 sentii per la prima volta la parola sciopero, di cui ignoravo il significato. Nel 1943 ci furono i primi scioperi che paralizzarono tutta l'industria, ma nell'agosto mi ammalai di tifo e fui ricoverato in ospedale a Monza.

Tornai al lavoro dopo una lunga convalescenza e capii subito che la situazione era peggiorata: il cibo nelle mense scarseggiava e tutte le conquiste delle lotte precedenti erano state annullate dall'inflazione. Bisognava fare qualcosa. Nel marzo 1944 partecipai con tutti i lavoratori al grande sciopero generale. L'obiettivo era la caduta della repubblica fascista di Salò e la liberazione dall'invasione nazista. Subito dopo, la notte dell'11 marzo, fui arrestato dalla polizia fascista insieme a mio fratello. Ci buttarono letteralmente giù dal letto. Mio fratello voleva cercare di scappare dalla finestra, ma poi non opponemmo resistenza, per evitare conseguenze ai nostri genitori. Ci portarono via in fretta e furia.

All'alba il rastrellamento degli altri operai che avevano scioperato con noi era finito. C'era gente di Monza e Sesto San Giovanni. Fummo portati in prefettura a Milano e lì, oltre a noi c'erano dipendenti della Falck, della Breda, della Pirelli, della Marelli e di altre ditte. Fummo tutti interrogati senza diritto di replica, accusati di organizzazione e istigazione di scioperi e atti di sabotaggio contro la repubblica fascista. Ci mandarono a dormire al carcere di San Vittore, su un pagliericcio. Dimostravo molto meno dei miei 17 anni, anche per la mia magrezza, ma un ispettore parlando con un altro gli disse: "macché minorenne, qui sono tutti uguali e seguiranno tutti la stessa sorte". Queste parole mi colpirono molto e mi rimasero impressi i loro volti.

Dopo due giorni fummo trasferiti tutti a Bergamo, in camion. Qui ci trovammo con altri operai rastrellati in giro per l'Italia, che si trovavano già lì da qualche giorno. Eravamo affamatissimi e come cibo ci davano una fetta di pane con del brodo per tutta la giornata.

Il 17 marzo fu il giorno della partenza, arrivarono anche i miei genitori da Monza e il cappellano militare di San Rocco, Don Lino Mandelli.

Incolonnati, scortati da una parte dalle SS e dall'altra dai fascisti, andammo a piedi alla stazione, minacciati e picchiati. Nessuno sapeva né che cosa avevamo fatto, né dove eravamo diretti. Eravamo spaventati. I parenti ci avevano portato viveri e la gente generosa di Bergamo ci regalò fiaschi di vino.

Fummo stipati a quaranta alla volta su carri-bestiame. Eravamo totalmente inconsapevoli della nostra sorte. Pensavamo di andare a lavorare da qualche parte. Noi di Monza eravamo fortunati, avevamo delle torte fatte dai nostri familiari e del vino e ci dividemmo tutto. Cercammo di staccare qualche asse di legno per scappare, ma ci avevano requisito tutta la roba personale a Milano. La notte faceva freddo, si soffriva la sete e al terzo giorno non riuscivamo nemmeno a parlare, tanto eravamo stremati. Durante una sosta al Tarvisio ci dissetammo mangiando neve.

Scoprimmo la nostra destinazione arrivando al campo di concentramento di Mauthausen.

Era un'enorme fortezza di pietra, tutta cintata con muri di tre metri e protetti da mitragliatrici. Fummo spogliati di tutto: soldi, orologi, anelli, fotografie. Tutto venne annotato dalle SS.

Fummo spogliati dei nostri abiti civili e rapati a zero. Completamente nudi entrammo in un salone a fare la doccia. Lì fui separato da mio fratello. Avevamo lunghi mutandoni di lana e pantaloni a righe. Ci misero in baracche isolate dal resto del campo, a Gusen I, sottocampo di Mauthausen, per la quarantena.

Non avevamo letti e dormivamo su un fianco, perché sdraiati non ci stavamo tutti e i kapò ci picchiavano. Al mattino eravamo indolenziti e infreddoliti. I kapò ci picchiavano per qualsiasi cosa e ci davano da mangiare una volta sola al giorno. Una volta rifiutammo la nostra razione di cibo, sempre zuppa di crauti, e furono guai, botte e insulti. Ci dissero che metà di noi sarebbe morta entro tre mesi.

Dopo qualche giorno completarono il nostro abbigliamento con berretto a strisce, maglia, calze, zoccoli di legno e la giacca a righe, con un numero di matricola per il riconoscimento. Mi avevano spogliato di tutto, ora al posto del nome avevo solo una matricola: IT 59141.

Durante la quarantena lavorammo alla costruzione di un altro campo, il Gusen II. Eravamo esposti ad ogni tipo di intemperie. Il lavoro cambiava da un giorno all'altro: scavavamo, spostavamo terra, facevamo i fossi per le tubazioni dell'acqua, costruivamo baracche e pozzi. Se pioveva o faceva freddo si intirizzivano le mani e i piedi scivolavano come burro sulla terra bagnata. La morte coabitava con noi, ero molto impaurito e sfiduciato. Cercavamo di resistere a tutto. Si pensava che sarebbe arrivata la Liberazione e che tutto sarebbe passato. Ormai anche la zuppa di crauti era diventata buona col passare del tempo: quando era servita calda, per un momento sembrava di rivivere.

Si prendevano botte per tutto: se non rifacevi bene il letto, se avevi preso i pidocchi, se non capivi bene i comandi in tedesco. Tutto poteva giustificare delle nerbate. Un giorno ne presi 42 perché avevo trovato il modo di rubare delle patate. L'idea era venuta a quelli che stavano in cucina, gli spagnoli. Così me ne davano metà, però cotte. Io le dividevo con gli altri miei compagni di sventura nella baracca. Eravamo soliti scavare di nascosto una buca profonda almeno 50 cm. per metterci le patate che arrivavano da fuori. Le coprivo col pagliericcio per non farle gelare.

Quando scoprirono che nascondevo 42 patate nelle mutande me ne chiesero il motivo. Dissi che non potevo mangiare il pane per malattia. Cominciarono a darmele, una nerbata per ogni patata. Ad un certo punto svenni per il dolore, mi rianimarono con una secchiata gelata d'acqua e continuarono a darmele. A volte uccidevano per molto meno, fui molto fortunato.

Non c'era limite all'orrore. Le persone anziane facevano fatica a stare dietro al lavoro, si indebolivano e non venivano curate, morivano come mosche. La vita stessa non aveva valore. Dopo gli ebrei, gli italiani erano considerati i peggiori. All'inizio ci si scontrava anche tra di noi prigionieri, si litigava coi francesi e i russi. Fui colpito da dissenteria assieme a un mio amico, Carmine Berera. Fummo portati in infermeria: io fui giudicato guaribile, ma il mio amico no. Fui curato subito e dopo tre giorni, grazie alla complicità di un giovane medico italiano, vidi per un attimo il mio amico in un'altra baracca. La stanza era squallida con un indescrivibile odore di sporcizia. Era proibito entrare. Erano tutti malati abbandonati a se stessi: portavano loro da mangiare, ma nessuno in realtà se ne curava, erano considerati a perdere. Ogni giorno arrivavano gli addetti, buttavano i cadaveri fuori dalla finestra, su carretti diretti al crematorio. Il mio amico dopo una settimana era ancora vivo, poi non ne seppi più nulla.

Le persone sparivano, uccise con punture di veleno o benzina. Certe notti c'era un'auto azzurra che faceva la spola tra i due campi di Gusen e Mauthausen e asfissiava le persone, per scaricarle infine al crematorio. Tanti morivano mentre lavoravano nella cava. Mi sono anche ammalato di scabbia e in totale sono stato ricoverato tre volte. Penso di essermi salvato per fortuna, per la mia giovane età e per il fatto di aver passato i mesi più rigidi a sistemare patate, dove comunque la temperatura era di dieci gradi sopra lo zero.

Volevamo sapere come andava la guerra e qualche notizia riusciva a trapelare. Quando si capì che a breve sarebbero arrivati gli americani, tememmo che i nazisti ci uccidessero tutti. Si diffuse il caos, cominciarono a bruciare documenti per nascondere le prove di quello che avevano compiuto. I tedeschi uccisero chi tentò di ribellarsi, fucilando alcune delle SS e i kapò che stavano ai forni crematori, per impedire che potessero rivelare qualcosa. C'erano morti ovunque.

Il 5 maggio 1945, verso sera, arrivarono gli americani e i tedeschi rimasti si arresero e si consegnarono. Alcuni di noi linciarono i propri aguzzini. Eravamo allo sbando, alla ricerca di cibo per le cucine del campo, mangiando quel che si trovava. Eravamo liberi, ma ancora non ce ne rendevamo conto e vagavamo per il campo come dei disperati. Alcuni miei amici andarono a piedi verso la città di Linz, cercando di tornare prima in Italia. Gli americani cominciarono a curarci nel campo, con l'aiuto della Croce Rossa.

Tornai in Italia solo il 27 giugno. Ero stato curato da una strana febbre che uccideva e sono sopravvissuto grazie alla penicillina degli americani. Mio fratello, che mi aveva visto ricoverare in condizioni disperate, tornò prima in Italia dai miei per non farli preoccupare. Quando arrivai fu una gioia, ma non potei tornare subito a una vita normale, feci delle cure speciali, non potevo mangiare che in bianco, mi fecero trasfusioni e punture ricostituenti. Ritornai al lavoro alla Falck solo nel dicembre 1945.

Ora, ogni giorno ripenso alle persone nel campo, a chi c'era e a chi non si sa che fine abbia fatto.

Dopo tante sofferenze non odio il popolo tedesco. Se un popolo partorisce dei mostri criminali, bisogna combatterli e impedire che si impadroniscano del potere.”

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25 aprile 2010

21 Avril 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

65° anniversario della Liberazione

 

Lissone, 25 aprile 2010

Intervento del prof. Giovanni Missaglia, oratore ufficiale dell’ANPI di Monza e Brianza:

"LA CRISI E L’ATTUALITÀ DELL’ANTIFASCISMO"

"A dispetto del ruolo che mi compete in questa giornata di festa e di commemorazione, vorrei iniziare il mio intervento con una nota amara sulla crisi di quello che è stato chiamato il “paradigma antifascista”. Un paradigma che negli ultimi anni ha subito molti attacchi espliciti o, nella migliore delle ipotesi, è caduto nell’oblio, è invecchiato – così si dice – secondo le inesorabili leggi del tempo.

Un giovane storico di idee politiche moderate, Sergio Luzzatto, nel 2004 ha scritto un bellissimo libro intitolato La crisi dell’antifascismo. Proprio nelle prime pagine afferma: “Inutile negarlo: l’antifascismo sta attraversando una crisi profonda; eventualmente una crisi irreversibile. E non soltanto a causa della legge generale per cui l’impatto di ogni fenomeno storico è destinato comunque a diminuire nel tempo […]. Penso che alla mia generazione competa una responsabilità retrospettiva ben precisa: non consentire che la storia del Novecento anneghi nel mare dell’indistinzione”.

E invece è proprio nel mare dell’indistinzione che rischiano di condurre, se non hanno già condotto, alcune esigenze di per sé legittime e persino irrinunciabili. Penso, in primo luogo, al tema della pietà per i morti, al rispetto che si deve anche a coloro che decisero di militare nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana. L’ingiunzione etica, che per qualcuno riveste anche un significato religioso, è fuori discussione: non compete agli uomini il giudizio morale. Che, però, non deve essere confuso col giudizio storico: quel che conta, dice ancora Luzzatto, quando ci si collochi sul terreno della valutazione storica, non è l’uguaglianza nella morte, ma la disuguaglianza nella vita. “Il saloino era evidentemente disponibile ad immolarsi per l’Italia della Risiera di San Sabba e di Fossoli: per il mondo di cui Mussolini e Hitler andavano berciando da vent’anni, dove i più forti erano i migliori, i più deboli partivano dentro carri bestiame per una destinazione che soltanto gli ipocriti qualificavano ignota. Il garibaldino era pronto a morire per l’Italia di Montefiorino e della Val d’Ossola […], per un mondo che poteva sperare libero, egualitario, solidale”; Luzzatto può così concludere che “le concrete circostanze della storia italiana e mondiale attestano oltre ogni margine di dubbio che il partigiano delle Garibaldi combatteva dalla parte giusta, il ragazzo di Salò dalla parte sbagliata”.

Un’altra istanza sacrosanta rischia di condurci “nel mare dell’indistinzione”. Penso al grande tema della pacificazione tra gli italiani che una festa come quella del 25 aprile, secondo i suoi detrattori, avrebbe il torto di impedire. Occorre intendersi. Il bisogno di voltare pagina dopo un conflitto tremendo, di non interpretare la memoria come eterna perpetuazione dei conflitti del passato, è giusto. Del resto, fu proprio il ministro Togliatti ad assumere nei confronti dei fascisti il provvedimento tanto discusso dell’amnistia. Ma deve essere chiaro, in primo luogo, che la pacificazione non può equivalere ad una parificazione tra fascisti e antifascisti. Sarebbe inaccettabile sul piano morale, ma sarebbe persino insensato sul piano storico; sarebbe, questo sì, un modo per togliere dignità e responsabilità a quegli italiani che scelsero di combattere al fianco del’alleato nazista per la costruzione di un’Italia fascista. Deve essere chiaro, in secondo luogo, che la vera pacificazione fu proprio quella operata dai partigiani e dai loro eredi politici. Essa non fu altro che quell’opera di democratizzazione della vita pubblica che è l’unica condizione di una pace duratura: la costruzione di un Paese dove il pluralismo politico e il riconoscimento delle libertà consentisse a tutti, pur nelle differenze sociali, politiche ed economiche, di sentirsi italiani e di vivere in pace con gli altri italiani e con gli altri popoli.

Non credo, tuttavia, che questi argomenti siano sufficienti a ridare vita a un antifascismo largo e partecipato, sentito, soprattutto, dalle nuove generazioni. Penso, invece, che l’antifascismo vivente sia oggi quello depositato nella Costituzione della Repubblica italiana. Anche per questo è una vera tragedia che troppo spesso, nella formazione dei giovani, la Costituzione non trovi posto. E’ proprio lì l’antifascismo da vivere tutti i giorni; e non come un impegno “contro” –come potrebbe suggerire il prefisso “anti” della parola “antifascismo” – ma come un impegno “per”. Per tutti quei valori e per tutti quegli equilibri istituzionali che nella nostra Costituzione trovano espressione. Qualche volta noi dell’ANPI siamo accusati di essere conservatori, se non addirittura nostalgici, di opporci a qualsiasi ipotesi di modifica costituzionale. Non è affatto vero. Lo strumento della revisione costituzionale può essere opportunamente utilizzato per apportare l limitati cambiamenti che sono necessari. Ma su un punto siamo irremovibili: su una certa idea di democrazia. Conoscete tutti l’articolo 1: la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Nelle forme e nei limiti della costituzione, appunto. Vediamo invece con preoccupazione il diffondersi e il radicarsi di un’idea di democrazia come pure e semplice delega a un capo, l’eletto, che come eletto sarebbe l’unico depositario della volontà popolare. La democrazia costituzionale è altra cosa: è partecipazione diffusa ed è delicato equilibrio di poteri divisi. Partecipazione significa valorizzare tutte le espressioni, tutte le voci, della società civile, valorizzare le assemblee rappresentative, dai consigli comunali sino al Parlamento, perché le decisioni che così scaturiranno non saranno la volontà di un capo, ma la volontà di un popolo. Equilibrio e divisione dei poteri, a loro volta, sono l’unica garanzia contro quella concentrazione di poteri che prepara la strada a forme sempre nuove di autoritarismo e che nell’esperienza storica del fascismo italiano si è manifestata in forme drammatiche.

Ma forse –e mi avvio a concludere- c’è anche un antifascismo eterno. Nel 1995, uno dei più importanti tra i nostri uomini di cultura, Umberto Eco, ha scritto un saggio intitolato Il fascismo eterno. Se c’è un fascismo eterno, ne devo dedurre che c’è anche un antifascismo eterno. Non vi annoierò ricordandovi tutti i quattordici elementi che secondo Umberto Eco caratterizzano il fascismo eterno, quello che non è solo del passato, ma potrebbe anche essere del futuro e, soprattutto del presente; quello che non è solo di un luogo ma potrebbe essere in ogni luogo, anche fra noi. Vorrei solo segnalarvi alcuni di questi elementi, quelli che mi sembrano più attuali e incombenti e rispetto a cui, perciò, più alta deve essere la vigilanza. Primo: l’esaltazione dell’azione per l’azione. Conta solo agire. I dibattiti e le discussioni sono chiacchiere inutili. Goebbels, il famigerato ministro della propaganda nazista, diceva: “quando sento parlare di cultura, metto mano alla pistola”. Il rifiuto della cultura, il fastidio per ogni  critica, conducono ad interpretare ogni disaccordo come un tradimento. Secondo: la paura della differenza. La nostra società è destinata a divenire sempre più multietnica e multireligiosa. E’ normale che questo susciti anche delle ansie e delle paure. Ma non dimentichiamoci mai che la vera e propria criminalizzazione della differenza è la via maestra che conduce alla xenofobia e al razzismo, l’essenza, il cuore di ogni fascismo. Terzo: il machismo, l’esaltazione della virilità e il disprezzo della donna. Mi piace, tra gli elementi del fascismo eterno richiamati da Eco, ricordare questo, che mi pare abbia una sua tragica attualità, ad ascoltare le cronache che ci parlano ogni giorno di donne offese, stuprate e svilite da maschi di ogni colore e di ogni ceto sociale, nei focolari delle famiglie e nei margini del degrado urbano. Quarto: il populismo. L’idea che il popolo sia una massa indistinta, priva di bisogni e di biografie diverse. L’idea che il popolo sia, a seconda delle circostanze, un bambino immaturo, da educare e proteggere con forme di paternalismo statalista, o un consumatore sciocco da sedurre con le sirene delle merci. Mai, in ogni caso, un soggetto politico plurale che ha il diritto di partecipare alla vita pubblica in tutte le forme che la Costituzione suggerisce..

Partecipare. L’unico antidoto all’indifferenza è la partecipazione. E’ una parola bellissima, partecipazione. Vuol dire prendere parte. Non stare a guardare. Anche partito, che ha la stessa radice, è una parola bellissima. E dobbiamo stare attenti a non confondere le giuste critiche che muoviamo ai partiti politici con il qualunquismo di chi pensa che i partiti siano di per sé un male. Senza i partiti, semplicemente non ci sarebbe democrazia. Ci sarebbe solo l’uomo forte, i poteri forti, i potentati economici e massmediatici. Partecipazione, partiti, ma anche, ovviamente, partigiani. La radice è sempre quella: prendere parte. E anche se oggi –triste segno dei tempi? – la parola partigianeria ha assunto un significato negativo divenendo sinonimo di faziosità e settarismo, non dobbiamo mai dimenticare che il partigiano è, innanzitutto, colui che prende parte, colui che, quando la Storia chiama, risponde all’appello. E partigiani dobbiamo essere noi, oggi. Partigiani, non faziosi: semplicemente consapevoli che i valori della democrazia e dell’antifascismo scolpiti nella nostra Costituzione non sono negoziabili e che, in loro nome, non dobbiamo avere paura di schierarci.

Questi, insomma, mi sembrano gli elementi di un antifascismo che potrebbe continuare a parlare anche alle nuove generazioni e aiutare noi a mantenerci all’altezza della straordinaria testimonianza morale, civile e politica, della Resistenza italiana".


 

 

proclama CLN Lissone 25 aprile 1945

 

timbro del CLN Lissonetimbro-del-CLN-Lissone-originale.JPGtimbro CLN Lissone

 

 

 

dal discorso, per la ricorrenza del 25 Aprile 1974, del Sindaco Sergio Missaglia

“… la storia ci insegna che il fascismo si apre i suoi oppressivi spazi, proprio là dove le differenziazioni sociali si cristallizzano, dove le iniziative di progresso stagnano o sono condotte senza chiarezza di obiettivi, e là dove un egoistico disinteresse o lassismo preparano un terreno fertile alla provocazione ...”

 

 

«il fascismo è la negazione della dignità umana» Sandro Pertini 

 

 

 

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Lissone: a scuola durante la seconda guerra mondiale

10 Mars 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

Per conoscere meglio quello che avveniva nelle aule di una scuola elementare durante gli anni della seconda guerra mondiale, ho analizzato il contenuto delle pagine del «Giornale della classe» (l’attuale registro), riservate alla "Cronaca ed osservazioni dell’insegnante sulla vita della scuola", negli anni scolastici, dal 1939 al 1945.
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 Giornale della Classe cronaca

Dall’esame dei «Giornali» di alcune quinte elementari, maschili e femminili, di Lissone, di tre diverse scuole, Vittorio Veneto, Via Aliprandi e Santa Margherita, si scopre, oltre a ciò che veniva raccontato agli alunni dai loro maestri, in che modo la scuola e gli scolari erano coinvolti nelle manifestazioni della loro comunità locale, nelle celebrazioni del regime e negli avvenimenti del loro Paese in guerra.

Ho preferito ritrascrivere alla lettera alcune osservazioni degli insegnanti, ritenendole significative ed esaurienti ad illustrare il mondo della scuola elementare sotto la dittatura fascista: le immagini ne riproducono alcune, scritte di proprio pugno dal maestro o dalla maestra.

La-manipolazione-della-didattica.jpg

Sul «Giornale della classe» di una quinta elementare, nei giorni seguenti la Liberazione, un maestro ha scritto: "Il 25 aprile 1945 l’Italia settentrionale veniva liberata dal terrore nazifascista … Da quel giorno, finalmente la Scuola ha ripreso il suo carattere di seria educatrice della gioventù …".
Penso che ciò sintetizzi anche la mia opinione dopo la lettura di molti “Giornali della classe” del ventennio fascista.

                               Renato Pellizzoni

 

La ricerca negli archivi scolastici e negli archivi comunali di Lissone è stata condotta con la collaborazione di Maurizio Parma, ricercatore e profondo conoscitore di storia locale.

 

Bibliografia:

-       “A scuola col duce – l’istruzione primaria nel ventennio fascista” di Elena D'Ambrosio ricercatrice dell’Istituto di Storia Contemporanea "P. A. Perretta"

-       Le immagini sono della mostra “A scuola col duce – l’istruzione primaria nel ventennio fascista” dell’Istituto di Storia Contemporanea "P. A. Perretta" di Como

 

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