Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

resistenza italiana

Da “I miei sette figli” di Alcide Cervi

23 Novembre 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Io l'ho detto al Presidente: bisogna cambiare, è il sistema che non va, e io riunirei la Camera poi metterei insieme le buone proposte di tutte le parti come si è fatto per la Costituzione e chiamerei tutti gli italiani a stare uniti per salvare lo Stato e la nazione ...

Che il cielo si schiarisca, che sull'Italia torni la pace e la concordia, che i nostri morti ispirino i vivi, che il loro sacrificio scavi profondo nel cuore della terra e degli uomini». Alcide Cervi

Il 25 novembre 1943 venivano catturati nella loro casa di Campegine i fratelli Cervi . 

 Nell’introduzione del libro "I miei sette figli" di papà Cervi, Sandro Pertini ha scritto:

«La storia dei Cervi dimostra come si possa diventare antifascisti partendo dai valori più elementari ed essenziali: l'amore per l'uomo, il culto della famiglia, la passione per il lavoro dei campi». 

  papà Alcide Cervi mamma Cervi

«I miei figli hanno sempre saputo che c'era da morire per quello che facevano, e l'hanno continuato a fare, come anche il sole fa l'arco suo e non si ferma davanti alla notte. Così lo sapevano i tanti partigiani morti, e non si sono fermati davanti alla morte.

i sette fratelli Cervi

E ora essi sono con noi in questa terra di Emilia dove le viti si abbracciano alle tombe, dove un lume e un marmo è la semente di ogni campo, la luce di ogni strada».

(In Emilia le pietre funerarie, che indicano il luogo ove fu fucilato un partigiano, sono situate in mezzo ai campi).

Nella vita eravamo così: otto eravamo uno e uno tutti e otto.

Uno che conosce l'agricoltura emiliana, sa che la maggiore produzione sta nel latte, che il “capitale” sono le vacche. Ma tutto dipende dal foraggio, che dev’essere parecchio e di buona qualità. Così il latte viene abbondante, grasso e saporoso ...

Nei dintorni di Campegine c’eran tutte gobbe e buche, e con una terra così il foraggio non viene bene, perché l'irrigazione è difettosa, l'acqua stagna nelle buche e fa il marcio. Il foraggio viene poco e cattivo, il latte magro e misero, il contadino povero e disperato.

Aldo studiava sempre come si poteva fare per cambiare metodo e leggeva libri. Era abbonato a riviste di agricoltura e alla Riforma Sociale che era diretta da Einaudi.

Lì c’era un articolo che parlava dei terreni come i nostri, a gobbe e buche, e spiegava come si poteva livellare.

Cercano un nuovo terreno non più a mezzadria ma in affitto: lo trovano ai «Campi rossi» di Gattatico.

E così facemmo San Martino (significava fare trasferimento) in una giornata di novembre, il mese di San Martino.

Il primo carro prese il cammino, e dietro gli altri. lo e Genoveffa avanti sul biroccio, poi i carri con le donne e i bambini in cima, dietro le bestie, e intorno, avanti e sempre cambiando posto, i sette figli in bicicletta.

La sera ci mettemmo tutti a studiare il piano per lo sterro. Aldo dirigeva l'impianto vagoni e binari, Gelindo doveva fare con gli altri fratelli le squadre sterratori e i turni, Agostino e io pensavamo ai picchetti per il livello.

E tutto il giorno si lavorava e si cantava. La sera,ci riunivamo nella stalla e si faceva il bilancio del giorno e si fissavano i metodi di scavo per l’indomani.

Da allora tutti i contadini della zona impararono a livellare. E oggi nel reggiano non si trovano più appezzamenti a gobbe e buche.

Intanto Aldo fa sempre attività politica, e adesso ha trovato un altro sistema per organizzare la gente. Ci sono i confinati politici, tanti in quella epoca, che là dove stavano gli davano poco da mangiare, così Aldo va nelle case dei contadini, a Campegine, e chiede se vogliono mandare un pacco a persone bisognose che lottano anche per loro, e lì approfittava per fare la predica. Gli emiliani sono stati sempre di cuore per queste cose, anche gente non politica, e quasi sempre il pacco veniva fuori. Così la popolazione si affezionava e veniva all'antifascismo. Poi Aldo faceva le collette, le sottoscrizioni, e tutti volevano che andasse alla casa loro, perché gli piaceva sentirlo parlare.

In quel tempo tenemmo nascosti anche molti ricercati politici.

Certi contadini, ormai, ci guardavano preoccupati e qualcuno aveva persino paura a parlare con noi, ma i più ci seguivano nella lotta. Così Aldo pensò che bisognava incoraggiare, far capire che il fascismo non ci fermava nel progresso e che noi eravamo sempre in testa nel lavoro e nella tecnica.

A quel tempo, di trattori quasi non ce n'erano nella bassa, i contadini aravano ciascuno per proprio conto e a fatica. Invece se avessimo comperato un trattore, lo si sarebbe prestato anche agli altri, sarebbe stato un modo per rinvigorire l'amicizia con i contadini più sospettosi. Così Aldo andò a Reggio e comprò un trattore Landini, con quello venne fino a casa, e imboccò la strada nostra tra gli sguardi di tutti i vicini. Molti andavano appresso, altri correvano per rivederlo passare e guardare bene i cingoli e gli ingranaggi, per avere cognizione. Aldo salutava tutti in cima al trattore, e teneva vicino un mappamondo, che girava e rigirava, secondo le buche. - Porto a spasso il mondo, - diceva allegro, - e voleva far capire che il progresso tecnico si può fare se si guarda anche fuori dal campo, se si hanno gli occhi sul mondo.

Intanto si arriva al 1940, e l'Italia entra in guerra.

Aldo andava in giro per le case di sera a leggere e spiegare L'Unità, l’Avanti, e qualche quaderno di Giustizia e Libertà.

Diceva di Hitler che invadeva l'Europa e spiegava che cos'è l'imperialismo. Faceva l'esempio degli industriali che ci sono in Italia, di quanto rubano al contadino e all' operaio, sulla forza lavoro, sulla luce elettrica, sui concimi chimici, sui prezzi dei prodotti agricoli, sugli attrezzi industriali, e spiegava la concorrenza tra i monopoli, italiani ed esteri, così i contadini capivano la ragione della guerra come se leggessero sul libro dei conti.

Un bel giorno la Lucia (era un’amica dei Cervi) portò nella nostra casa una macchina a inchiostro per stampare i manifestini antifascisti. Aldo li scriveva, per i mezzadri, gli affittuari, gli artigiani, con una parola buona per ciascuno, e poi Gelindo faceva funzionare la macchina, che era divenuto un lavoro di casa come gli altri.

Per il socialismo i miei figli avevano una venerazione grande, perché ci vedevano la giustizia sociale e l'uomo emancipato. Ci vedevano i sogni fatti dai padri, dai primi predicatori reggiani dell'emancipazione, il vangelo che diventa terra, ferro, e leggi per la contentezza dell'uomo, contro i prepotenti e i ladri. Tutta la mia famiglia ha sempre sentito che gli uomini sono uguali e che devono essere uniti per il progresso.

Ferdinando aveva passione per le api perché ci vedeva la società giusta, organizzata nel lavoro, come quella socialista, diceva.

Intanto l'Annona (L'Annona era un servizio comunale preposto al razionamento dei generi alimentari durante la guerra), per dare grano e carne ai banditi fascisti, tortura i contadini con le spiate, le persecuzioni, i ricatti. Tutto all'ammasso, grida il fascio, e invece l'organizzazione clandestina diceva: niente all'ammasso! (Conferire all'ammasso era un obbligo sancito dal governo fascista per cui tutti i prodotti alimentari venivano contingentati). I miei si mettono subito a convincere i contadini, che non sapevano come difendere il «capitale» dalla requisizione. Aldo ha un'idea strategica. Ai contadini che avevano dato tutto il bestiame all'ammasso e non avevano carne per sfamarsi, dà carne a volontà, ma a prestiti di breve scadenza, così quei contadini dovevano salvare qualche capo dalla requisizione per restituire il dato. E quando si presentavano operai di Reggio, e spesso operai delle officine meccaniche Le Reggiane, dove si riparavano aerei tedeschi e si fabbricavano aeroplani italiani, Aldo dava carne e farina, purché gli portassero pezzi di motore degli aeroplani. Così la resistenza alla guerra non era più fatta solo sulla propaganda, ma sulla lotta per vivere. Una volta un operaio delle Reggiane portò la testa di un cilindro di uno Stukas e Aldo disse che il sistema cominciava a funzionare.

Insieme alla carne e alla farina, Aldo ci metteva in sovrappiù la stampa clandestina, così i contadini capivano il perché di quel baratto. Noi non davamo un grammo all'ammasso.

Il 25 luglio eravamo sui campi e non avevamo sentito la radio. Vengono degli amici e ci dicono che il fascismo è caduto, che Mussolini è in galera. È festa per tutti. La notte canti e balli sull' aia.

Facciamo subito un gruppo di contadini e andiamo a Reggio, per la strada tutti si aggiungono e la colonna diventa un popolo.

Aldo  propone:

- Papà, offriamo una pastasciutta a tutto il paese.

Facciamo vari quintali di pastasciutta insieme alle altre famiglie.

A Campegine, chi in piedi e chi seduto, il pranzo ha riempito la piazza grande, e tutti fanno onore alla pastasciutta celebrativa. Ma si avvicinano i carabinieri, e vogliono disperdere l'assembramento. Gelindo si fa avanti e dice:

- Maresciallo, rispondo io di tutta questa gente. Accomodatevi anche voi.

E i carabinieri si mettono a mangiare.

Intanto i fascisti erano spariti come scarafaggi nei buchi.

A Reggio il governo Badoglio si fece capire nemico del popolo, più che in tutte le altre zone d'Italia. Erano nove i morti, nove operai che volevano la pace. Era il 28 luglio 1943.

Le Reggiane diventarono un centro di lotta contro la guerra. Se ne accorsero poi i tedeschi quando facevano riparare i loro Stukas che non si riparavano mai, o quando sparivano casse di proiettili, o pezzi di mitraglia, che finivano in montagna per i partigiani.

Arriva l'8 settembre.

La notte del 9 le divisioni corazzate delle SS occupano la città. Alla mattina i tedeschi fanatici sfilano per le vie del centro cantando.

La popolazione faceva come le sabbie mobili e inghiottiva i soldati per salvarli dai tedeschi. Venivano fatti entrare per le finestre, dai balconcini si calavano le corde, carri di fieno portavano soldati nascosti, donne si mettevano a braccetto con uomini mai visti, cosi che al distretto di Reggio su 200 soldati i nazisti ne trovarono solo tre. Lo stesso si faceva per i prigionieri anglo-americani scappati. Anche la nostra casa diventò una stazione di smistamento. Ma noi facevamo in modo diverso. Non soltanto volevamo che i soldati ci dessero le armi, e in cambio gli davamo i vestiti, ma a quelli che si presentavano senza armi gli dicevamo di andarne a trovare una e portarla. Così dopo qualche giorno i fienili sono diventati arsenali, e abbiamo finanche una mi­tragliatrice. La casa è piena di soldati e le donne la sera preparano il rancio. Intanto i ragazzi sono in giro per cercare abiti civili, perché quelli che abbiamo non bastano. Alla notte c'è il trasferimento. I soldati, vestiti da contadini, se ne partono a gruppi, con biciclette che ci siamo fatti dare in prestito.

Intanto in tutto il reggiano i contadini e gli operai cominciano a muoversi e ci arrivano le direttive contro l'invasore tedesco. Cominciano gli atti di sabotaggio, e i contadini assaltano gli uffici dell'ammasso per non lasciare il grano ai tedeschi.

Nascono i GAP (Gruppi di azione patriottica).

I miei figli organizzano un piano per far scappare i prigionieri del campo di Fossoli. Di notte vanno ai lati del campo, tagliano il filo spinato. I prigionieri scappano e trovano sulla strada donne in bicicletta che li portano a casa mia. Così se prima la casa sembrava una. caserma, adesso somigliava alla Società delle Nazioni. Ci sono diverse nazionalità, inglesi, americani, russi, neozelandesi, e parlano ognuno la propria lingua.

C'erano tutti gli alleati. Una sera dopo cena, ci mettiamo a cantare canzoni ognuno del proprio paese e d'improvviso viene fuori il canto dell'Internazionale. La sapevano tutti e la cantavano nella loro lingua, ma quella sera c'era una lingua sola e un cuore solo: l'Internazionale.

Tutti vogliono partire tranne i russi che chiedono di combattere.

Aldo si mise poi in contatto con i compagni che già lavoravano in montagna.

Veniva l'inverno, difettavano i collegamenti, così dal Comitato di Liberazione di Reggio viene l'ordine di ritirarsi dalla montagna.

Ormai, però, i prigionieri erano diventati troppi a casa mia, allora erano trenta. Ai primi di novembre, il Comitato di Liberazione vuole sfollati i prigionieri, ché il rischio è troppo grande. L'ultimo scaglione deve partire il giorno 25.

Così viene la notte, quella notte del 25 novembre, quando i fascisti, sicuri di trovare i prigionieri, perché avevano avuto la spiata, circondano la casa nostra.

Non era ancora l'alba, pioveva a dirotto, e noi dormivamo tutti. A un certo punto ci svegliano i lamenti del bestiame e colpi di fuoco ... Sparano dai campi intorno alla casa ... - Cervi, arrendetevi!

Non diciamo parola e prendiamo subito le armi. Le donne trascinano nelle stanze le cassette delle munizioni ...

Intanto noi abbiamo infilato le pistole tra gli scuri, Aldo ha un mitra e apre il fuoco. Anche gli stranieri sparano con noi. Ci rispondono altri colpi e il fuoco dura qualche minuto. Poi noi cominciamo a scarseggiare nei tiri finché ci guardiamo tutti e ci parliamo nelle stanze, le munizioni sono finite. Aldo guarda dalla finestra verso il fienile, vede un bagliore, e dice: brucia, non c'è più niente da fare.

Io dico: non mi arrendo a quei cani, andiamo giù tutti quanti, è meglio morti che vivi. Aldo mi ferma e dice: no, papà, che ci sono le donne e i bambini. Meglio arrendersi.

Aldo ci riunisce e dice: - Sentitemi bene. Quando ci interrogheranno, solo io e Gelindo ci prenderemo la responsabilità. Gli altri non sanno niente, è chiaro?

Entrarono nell'aia due autocarri, poi ho saputo che erano venuti in 150 uomini per prenderci. La casa bruciava, e ora si vedevano i fascisti armati fino ai denti ...

La madre li abbracciava tutti come poteva, e se li stringeva al petto, e li carezzava sul capo, e piangeva e diceva: meglio morire, meglio morire ... Ci portano via, mentre le donne e i bambini restano soli nella casa che brucia.

Continua a piovere, così forse l'incendio finirà presto.

Ma poi ho risaputo che sì, l'incendio è finito presto, ma che i fascisti, appena andati via noi, si sono messi a rubare e a saccheggiare tutto, mobili, macchine, copertoni, e poi bruciarono i libri, li strapparono e se li misero sotto i piedi.

In carcere vengono interrogati e pestati. I sette fratelli pensano un piano di fuga.

I fascisti aprono la porta della nostra cella e gridano: Famiglia Cervi, fuori!

Io esco in testa, ma mi dicono: - Tu che vuoi, sei vecchio, torna indietro.

- Sono il capo famiglia, e voglio stare insieme ai miei figli. Ma intanto viene un contrordine, tutti di nuovo nella cella, ancora non è pronto.

Ci dicono: tornate a dormire, sarà per domattina.

All'alba nuova chiamata, ed escono i miei sette figli. Chiedo dove li portano.

- A Parma, per il processo, - mi rispondono. E li portano via alla svelta, faccio in tempo appena a salutarli.

Il 7 gennaio 1944 il carcere viene bombardato.

Le mura del carcere crollano in mezzo a un iradiddio di schianto e di polvere. Io mi infilo dentro il buco che serviva per l'accettazione dei pacchi, e salto nella strada, altri nascosti dalla polvere passano attraverso il crollo ... io prendo la Via Emilia ... mi volto verso Reggio: vedo fiamme e fumo, nel cielo arancio ... una famiglia che conoscevo mi dà una bicicletta ... Arrivo a casa alle 23 e tutti dormivano. Entro, guardo l'attaccapanni, i figli non erano tornati ... - Si sa niente dei figli?

La moglie risponde come distratta: - Se non lo sai tu, noi non sappiamo niente ... - Li hanno portati a Parma per il processo ... - E se non li avessero portati a Parma, se fosse una bugia? - diceva la moglie ... - Se non li hanno portati a Parma li avranno deportati in Polonia a lavorare ...

Per un mese e mezzo non mi disse parola sui figli. Aspettava sempre che mi rimettessi dall'ulcera e dalla prigione, e così ogni sera andava a letto con il segreto nel cuore e in più con me che non capivo e parlavo di loro come se fossero vivi ...

- I nostri figli non torneranno più. Sono stati fucilati tutti e sette. Le nuore mi si avvicinarono, e io piansi i figli miei. Poi, dopo il pianto, dissi: - Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti.

Dopo che avevo saputo, mi venne un grande rimorso ... li avevo salutati con la mano, l'ultima volta, speranzoso ... invece andavano a morire. Loro sapevano, ma hanno voluto lasciarmi l'illusione, e mi hanno salutato sorridendo; con quel sorriso mi davano l'ultimo addio.

Che ne sa la morte dei nostri sacrifici, dei baci che mi avete dati fino a grandi, delle veglie che ho fatto io sui vostri letti, sette figli, che prendono tutta una vita.

Maledetta la pietà e maledetto chi dal cielo mi ha chiuso le orecchie e velati gli occhi, perché io non capissi, e restassi vivo, al vostro posto!

La certezza della loro causa, i partigiani, le donne, i compagni, gli operai, i fiori, le lapidi, gli affetti, che da tutte le parti abbracciano i miei figli, mi hanno dato una forza enorme che mi fa resistere alla tragedia.

Così si erano svolti i fatti che avevano portato all'uccisione: un gappista, il 27 dicembre, fece giustizia del segretario fascista di Bagnolo in Piano. I gerarconi della provincia si riunirono funebremente la notte stessa davanti al morto, e giurarono vendetta: - Uno contro dieci, - gridavano quelli che avevano imparato dai tedeschi. Ma qualcuno suggerisce l'idea: - Fuciliamo, i sette fratelli Cervi ... Infatti li portano al Poligono di tiro ...

A casa, Genoveffa aveva lasciato la direzione dei lavori alla nuora più anziana ... gli occhi suoi non erano più di questa terra e la mente era lontano, coi figli suoi ...

I fascisti ci avevano bruciato la casa quando ci arrestarono, poi ci ammazzarono i figli, ma non gli bastava e vennero a bruciarci ancora il 10 ottobre del 1944. A quella data eravamo solo due vecchi, quattro donne e undici bambini ... Così vennero di notte e diedero fuoco al fienile, poi scapparono via.

Usciamo dalla casa e ci mettiamo a gettar acqua, con i bambini e tutti. Genoveffa quando vide le fiamme, risentì quella notte, quegli spari, quei figli con le mani alzate nel cortile, e gli addii, e il furgone che parte. Cosi cadde di colpo e il cuore non resse, gli era venuto l'infarto. Rimase a letto per un mese ... Morì il 14 novembre del 1944, senza avere conoscenza ...

(Siamo nel 1955, quando è uscito il libro)

Io l'ho detto al Presidente: bisogna cambiare, è il sistema che non va, e io riunirei la Camera poi metterei insieme le buone proposte di tutte le parti come si è fatto per la Costituzione e chiamerei tutti gli italiani a stare uniti per salvare lo Stato e la nazione ...

Che il cielo si schiarisca, che sull'Italia torni la pace e la concordia, che i nostri morti ispirino i vivi, che il loro sacrificio scavi profondo nel cuore della terra e degli uomini».

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L’eccidio dei 67 Martiri di Fossoli

5 Juillet 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

dal sito della Fondazione Fossoli

dal sito della Fondazione Fossoli

L’eccidio dei 67 Martiri di Fossoli

articoli sul campo di concentramento di Fossoli nel sito ANPI Lissone

Domenica 8 luglio avrà luogo la commemorazione dell’eccidio dei 67 Martiri di Fossoli

 

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I GRUPPI DI DIFESA DELLA DONNA

2 Mars 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Nel solco della formazione del CLN si avviò a Milano, nel novembre 1943, su iniziativa del partito comunista, un'organizzazione femminile di massa denominata "Gruppi di difesa della donna e per l'assistenza ai combattenti della libertà". Le militanti che praticamente vararono l'associazione appartenevano ai partiti comunista, socialista e d'azione; si posero l'obiettivo di coinvolgere nel movimento resistenziale donne di diversa estrazione sociale e con diversi percorsi ideologici, perché era evidente che la stessa resistenza armata non avrebbe potuto svilupparsi e sopravvivere senza una partecipazione popolare alla lotta. A questo primo nucleo dei Gruppi di difesa della donna si aggregarono con il passare dei mesi anche gruppi organizzati di altri partiti (democristiano, repubblicano, liberale) o gruppi di donne che non avevano riferimento in una forza politica ma che comunque erano già impegnate in attività resistenziali.

La loro diffusione nelle regioni del Nord e del Centro fu capillare.

Il 28 novembre il partito comunista emanò anche le "Direttive per il lavoro tra le masse femminili" in cui precisava che, con gli scioperi e le dimostrazioni di massa, le donne dovevano porsi come obiettivi: l'aumento delle razioni alimentari, l'alloggio alle famiglie sfollate e sinistrate, il riscaldamento e i vestiti, l'aumento dei salari in rapporto al costo della vita, i locali necessari per le scuole; più specificamente per le donne: la proibizione del lavoro a catena, del lavoro notturno, delle lavorazioni nocive; salario uguale a quello degli uomini; assistenza nel periodo precedente e seguente il parto; possibilità di allevare i figli; partecipazione all'istruzione professionale; possibilità di accedere a qualsiasi impiego e scuola (unico criterio di scelta: il merito) e di partecipare alla vita sociale nei sindacati, nelle cooperative, nei corpi elettivi.

A fare da spinta nelle diverse realtà locali per la costituzione dei Gruppi di difesa della donna furono le militanti comuniste.

I primi temi su cui i Gruppi di difesa della donna presero posizione, facendosi conoscere dalla popolazione furono la mobilitazione contro la chiamata alle armi dei giovani della RSI, il sostegno alle lotte operaie, la protesta contro le deportazioni.

Nell'agosto 1944, le diverse componenti partitiche aderirono ai Gruppi di difesa della donna. Nell'ottobre il CLNAI riconobbe nei Gruppi di difesa della donna "un'organizzazione unitaria di massa" in cui erano "rappresentate tutte le correnti politiche" e la cui azione si svolgeva "sulla linea e nello spirito della lotta di liberazione di cui il CLNAI è la guida unitaria".

In tutte le regioni i Gruppi di difesa della donna furono attivi e le loro militanti, solitamente valutate in settantamila, riuscirono a diventare promotrici di eventi e di manifestazioni di piazza che coinvolsero centinaia di migliaia di altre donne, di operai nelle fabbriche e di contadini nelle campagne. Non ci fu una struttura resistenziale altrettanto capillare e capace di mobilitazione al di fuori della propria cerchia militante.

L'organo dei Gruppi di difesa era "Noi Donne", che usciva in varie edizioni regionali; gli si affiancavano gli organi prodotti dai gruppi femminili di partito, che trattavano temi quali la parità salariale, il tempo libero, la ristrutturazione della società rispetto ai ruoli maschili e femminili, il superamento del concetto di politica come competenza soltanto degli uomini, il diritto di rappresentanza.

Nell'estate 1944, in realtà territoriali più dinamiche, si diede avvio alla costituzione di gruppi di "Volontarie della libertà" con donne particolarmente che si sentivano disposte a compiere atti di sabotaggio delle comunicazioni telefoniche, azioni dimostrative, atti di liberazione di prigionieri, colpi contro donne collaborazioniste. In questo contesto vanno collocati la liberazione di partigiani dagli ospedali, la posa di fiori e di corone sulle tombe delle vittime dei nazifascisti nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre 1944, l’organizzazione del “Natale del partigiano”, le manifestazioni della “Giornata internazionale delle donne” dell’8 marzo 1945 per “affermare la nostra volontà di farla finita con la guerra e il regime di Mussolini e di Hitler; nel volantino di quest’ultima mobilitazione si ricordava che il governo democratico dell’Italia liberata aveva concesso alle donne “il diritto di voto, il diritto di partecipazione attiva alla vita sociale e politica del paese, come riconoscimento del contributo dato da tutte le donne alla lotta di liberazione nazionale”.

 

“NOI DONNE”, organo ufficiale dei GRUPPI DI DIFESA DELLA DONNA

1945 gen NOI DONNEAll’attività della stampa clandestina si dedicarono diversi gruppi di donne antifasciste che nel giro di dodici mesi diedero vita ad almeno 42 testate femminili clandestine. Di queste oltre trenta erano riconducibili ai Gruppi di difesa della donna, il cui organo ufficiale fu denominato "Noi Donne", titolo che era stato coniato a Parigi nel 1937 dalla militante comunista Teresa Noce; le altre testate erano prodotte dai partiti (tre socialiste, due democristiane, due azioniste, due Giustizia e Libertà, una liberale).

La produzione delle testate dei Gruppi di Difesa così avveniva: un Comitato centrale dei Gruppi per il Nord, formato dalla dirigenza, preparava le copie redazionali del giornale per poi inviarle ai suoi organi periferici, con l'indicazione di riprodurle tutte o in parte con ogni mezzo possibile. Queste tracce, composte da articoli di carattere generale, spesso venivano integrate dalle redazioni locali con interventi relativi a fatti svoltisi nelle zone circostanti. Laddove non esistevano redazioni cittadine, oppure non era possibile modificare i testi ricevuti, i giornali venivano riprodotti tali e quali. [...] Le testate femminili dei partiti, a differenza di quelle prodotte dai GDD avvalendosi delle tracce ricevute dal Comitato Centrale, costituivano l'espressione diretta delle singole redazioni che le producevano.

Le regioni più dinamiche nel produrre stampa clandestina furono il Piemonte con 12 testate (di cui 8 promosse dai GDD), la Liguria con 9 testate (7 dai GDD), la Lombardia con 7 testate (4 dai GDD), l'Emilia Romagna con 6 testate (4 dai GDD), il Friuli con due testate promosse dai GDD e una ciascuna per le regioni Toscana, Lazio e Veneto.

I primi numeri di "Noi Donne" furono editi nel maggio 1944 a Torino, Bologna e Ravenna.

Un primo fondamentale scopo della stampa femminile era quello di spronare le donne, di fronte alle sofferenze causate dalla guerra e dalla violenza nazifascista, a reagire partecipando alle attività resistenziali, liberandosi così dal tradizionale atteggiamento di passività, di isolamento nello spazio privato familiare.

Tra il 1944 e il 1945 sulla stampa femminile cominciò ad affermarsi anche una dimensione di emancipazione, in primo luogo sul piano lavorativo e più in generale sul piano dei diritti.

Sull'organo provinciale torinese dei Gruppi di difesa della donna venne trattato il tema della parità salariale.

In un manifestino i Gruppi di difesa della donna chiedevano che la donna non venisse più "trattata come un semplice oggetto", perché aveva una sua personalità, dava "il suo contributo in ogni campo della vita sociale" e sentiva "il dovere di intervenire nella costruzione del mondo"; per questo rivendicava "libertà di pretendere la parità di diritti, libertà di dire che vuole la pace, il pane, il lavoro, libertà di assurgere alla funzione dirigente come vera compagna dell'uomo".

Il cammino di emancipazione femminile ricevette dalla Resistenza e dai fogli della stampa femminile un forte impulso: le donne intendevano nel dopoguerra consolidare il ruolo conquistato nella clandestinità, nella convinzione, ribadita in diverse edizioni regionali di "Noi Donne", che "non vi può essere democrazia vera senza partecipazione femminile". In particolare veniva rivendicata la gestione degli ambiti pubblici legati alla cura, all'assistenza, all'educazione, come già si era sperimentato in alcune "repubbliche libere" partigiane.

Nell'edizione emiliano-romagnola di Noi donne del settembre 1944 si esprimeva l'esigenza di una piena partecipazione alla direzione della vita pubblica, locale e nazionale: «Dobbiamo perciò prepararci fin d'ora a governare. [ ... ] Le donne che in questo momento sanno guidare le masse femminili e le portano a dare il loro contributo alla guerra di liberazione [...] sapranno certo anche domani collaborare alla direzione dello Stato e saranno, ne siamo sicure, delle ottime dirigenti».

Il riconoscimento del diritto di voto alle donne da parte del governo Bonomi nell'Italia liberata, con decreto del 1° febbraio 1945, stimolò i gruppi organizzati delle donne a intensificare i canali di comunicazione: negli ultimi tre mesi di guerra sorsero 14 nuove testate, che focalizzarono l'attenzione sui futuri compiti delle donne nell'ambito politico.

Le testimonianze delle donne ci svelano i sacrifici e i rischi che comportavano la redazione, la stampa, la distribuzione di un giornale.

 

Bibliografia:

Ercole Ongaro, Resistenza nonviolenta 1943-1945, I Libri di Emil Editore, 2013

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Suore durante la Resistenza

2 Mars 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

copertina-libro-Ongaro-Resistenza-non-violenta.jpgLa storia della Resistenza al fascismo e nazifascismo è storia di lotta armata, di eroismi e di tragedie. Ma la Resistenza è stata segnata anche da una grande partecipazione nonviolenta. La racconta Ercole Ongaro nel libro “Resistenza nonviolenta 1943-1945”. Ercole Ongaro è direttore dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (Ilsreco)

«La resistenza attuata con tecniche non violente ha avuto un ruolo importante nella lotta di liberazione nazionale, favorendone sicuramente l'esito positivo» scrive Giorgio Giannini, segretario del Centro Studi Difesa Civile.

«Resistere è per prima cosa trovare la forza di dire 'No' [...] Caratteristica dell'atto di resistenza è la volontà di non cedere alla dominazione dell'aggressore che si manifesta in un atteggiamento radicale di non cooperazione e di confronto con l'avversario» afferma Jacques Sémelin.

La Resistenza civile può essere scandita in due forme fondamentali, sulla base di due diversi obiettivi: la prima consiste "nel ricorso a mezzi non armati per agevolare o rafforzare la lotta armata", quali l’aiuto della popolazione ai partigiani, la cura medica dei loro feriti, il favoreggiamento della loro fuga dagli ospedali, la mediazione per lo scambio di prigionieri, il ruolo delle staffette, l'intervento sulla segnaletica stradale, il posizionamento di chiodi sulla sede stradale. La seconda consiste "in un ricorso a forme di mobilitazione e cooperazione intese a difendere obiettivi civili", a contestare la legittimità dell'autorità occupante e collaborazionista, ad aiutare persone o gruppi perseguitati, a costruire nuove forme di legittimità, a impedire le deportazioni, a lottare per la dignità delle persone e per il loro diritto alla sopravvivenza, a lottare contro i diktat dell'occupante e la sua razzia di beni, di risorse, di persone.

In questa forma di resistenza si inserisce il comportamento di molte suore durante la Resistenza.

La scarsa visibilità delle donne nella storiografia della Resistenza è stata ancora più marcata nei riguardi delle suore, cui solo nell'ultimo quindicennio sono state dedicate ricerche specifiche per valorizzare il ruolo avuto da esse, singolarmente o come comunità religiose. La loro emarginazione può essere ricondotta sia alla loro stessa scelta di vita, per molti incomprensibile, sia alla loro "ritrosia a confrontarsi con il passato in nome di una modestia che è virtuosa sul piano personale ma non su quello della memoria collettiva".

Molte suore furono partecipi del salvataggio degli ebrei e tredici di loro (sette di Roma, quattro toscane e due piemontesi) furono insignite del titolo di "Giusta" dalla Fondazione Yad Vashem di Gerusalemme.

Numerosi conventi del Centro-Nord aprirono le loro porte offrendo un provvisorio o a volte un prolungato rifugio. In Piemonte numerosi istituti accolsero intere famiglie ebree o i loro bambini. Il cardinale di Torino Maurilio Fossati fu tra i presuli più attivi nel dare indicazioni in tal senso e nell'ispirare reti di sostegno attraverso il suo segretario don Barale. Nel convento delle Domenicane di Morozzo furono ospiti i membri della famiglia Bachi di Torino; le Domenicane dell'Istituto Sacra Famiglia di Dogliani accolsero la madre e la zia di Marco Levi, un imprenditore di Mondovì. La madre e la sorella di Luciano Jona, ex dirigente della Banca San Paolo di Torino, trovarono sistemazione presso l'asilo infantile delle suore Salesiane di Canelli. Nel convento delle Domenicane di Fossano (Cuneo) fino alla fine della guerra suor Maria Angelica Ferrari accolse la piccola Regina Schneider, mentre suo fratello era collocato in un istituto maschile e la loro madre nell'ospedale cittadino prima come degente e poi come dipendente. Tre bambine di ebrei croati trovarono rifugio nell'asilo del convento di San Giovanni a Rivalta per intervento di suor Maria Anna Operro, mentre i loro familiari vennero ospitati dalla famiglia contadina di Luigi Operro, fratello della suora. La direttrice del piccolo ospedale di Borgo San Dalmazzo nel Cuneese, Suor Anna Volpe, trovò un nascondiglio per undici bambini ebrei nella case del Cottolengo di Bra e della Morra. Le suore dell'istituto delle Figlie di Nostra Signora di Lourdes, a Casale Monferrato, accolsero nei primi mesi dopo l'8 settembre gruppi di ebrei in attesa che l'avvocato Giuseppe Brusasca prendesse di volta in volta accordi per il loro spostamento a Olgiate Comasco, da dove dei contrabbandieri li accompagnavano al confine svizzero.

Nel Bergamasco, a Torre Boldone, le suore Poverelle, che gestivano l'ospedale dell'Istituto Palazzolo e un orfanotrofio, prestarono soccorso dall'autunno 1943 prima a ex prigionieri alleati e poi a ebrei in fuga: gli ebrei venivano fatti passare per degenti fino a quando erano sicuri i contatti per il loro passaggio in Svizzera ad opera della rete clandestina OSCAR, organizzata presso il Collegio Arcivescovile San Carlo di Milano. Ma il 30 maggio 1944 una perquisizione dell'Ufficio politico investigativo accertò la presenza di alcuni di loro sotto falso nome: furono catturati i fratelli Guido, Mario e Vittorio Nacamulli, di origine greca, Giuseppe Weinsrein, di origine boema, Oscar Tolentini e Gustavo Corrado Coen Pirani. La superiora madre Anastasia Barcella riuscì a darsi alla fuga. Le indagini portarono poi la polizia fascista a interessarsi a una struttura collegata, l'Istituto Palazzolo di Milano, che aveva un ospizio femminile in via Gattamelata e uno maschile in via Aldini; il 14 luglio nell'ospizio femminile furono individuate soltanto tre anziane ebree, poiché altre dodici ebree erano state portate in un appartato ripostiglio dell'istituto. Furono recluse a San Vittore madre Donata Castrezzati e la sua segretaria suor Simplicia Vimercati. Il 17 luglio fu perquisito l'ospizio maschile e arrestata madre Clara Filippini, che aveva però fatto a tempo a mettere in salvo gli ebrei ospitati. L’intervento del cardinal Schuster riuscì a ottenere il 3 agosto il rilascio delle tre religiose, acconsentendo al loro "confino" nell'istituto per Frenastenici di Grumello al Monte (Bergamo). Dalla documentazione raccolta risulta che le suore Poverelle, tra ebrei e altri ricercati (resistenti e renitenti), accolsero 200 persone in via Aldini e 165 in via Gattamelata.

Un'altra oasi di salvezza per ebrei e ricercati fu il convento di clausura di S. Quirico ad Assisi, dove era abbadessa madre Giuseppina Biviglia, che fu indotta ad aprire le porte del suo convento dal vescovo Giuseppe Placido Nicolini. A portarvi i primi ebrei fu il guardiano del convento di San Damiano padre Rufino Niccacci; vi furono ospitate le famiglie Kropf, Gelb, Baruch, Jozsa e altre. Gli uomini stazionavano in un dormitorio, le donne e i parenti anziani nei locali della foresteria. A tutti vennero forniti documenti d'identità contraffatti per iniziativa di padre Rufino che coinvolse nell'impresa rischiosa il tipografo assisano Luigi Brizi, che produsse documenti falsi anche per la rete clandestina toscana (ritirati dal ciclista Bartali). Tutto funzionò a dovere fino al 26 febbraio 1944, quando qualcuno dei rifugiati, che era uscito dal monastero, fu fermato e rivelò di essere alloggiato a San Quirico. Ci fu una perquisizione, ma mentre madre Giuseppina teneva testa ai funzionari di polizia, gli ebrei riuscirono a mettersi al sicuro negli antichi sotterranei del monastero, da dove nelle notti seguenti uscirono per altre destinazioni.

A Roma nel 1943-44 vi erano 475 case religiose femminili; circa 150 offrirono ospitalità a ebrei e ricercati. Gli oltre 4.400 ebrei nascosti a Roma in strutture religiose erano collocati in maggioranza presso istituti di suore. Molte madri superiore si mossero di loro iniziativa, altre attesero indicazioni da parte di sacerdoti amorevoli in contatto con il Vaticano, soprattutto quando doveva essere violata la clausura. Un documento del 1945 ha assegnato il maggior numero di ospiti ebrei ai seguenti istituti: Suore di Nostra Signora di Sion (187), Suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue (136), Suore del Buono e Perpetuo Soccorso (133), Maestre Pie Filippini (114), Oblate Agostiniane di Santa Maria dei sette dolori (103), Suore Orsoline dell'Unione Romana (103), Suore della Presentazione (102), Adoratrici Canadesi del Prezioso Sangue (80), Clarisse Francescane Missionarie del SS. Sacramento (76), Figlie del Sacro Cuore di Gesù (69), Suore Compassioniste Serve di Maria (63), Suore di San Giuseppe di Chambery (57).

Le suore furono inoltre molto attive negli ospedali per nascondere i ricercati, per far fuggire i degenti che rischiavano la deportazione o la fucilazione: all'Ospedale di Niguarda a Milano suor Teresa Scalpellini e poi suor Giovanna Mosna, dell'Istituto di Carità delle Sante Capitanio e Gerosa, furono protagoniste di molti interventi in questo campo e si mossero in sintonia con i medici Cazzullo, Rizzi, Gatti-Casazza, Grossoni e con le infermiere Minghini, Berti, Modone e Colzani.

Preziosa si rivelò la presenza delle suore nelle carceri, dove alcune figure ricevettero un attestato unanime di stima e di riconoscenza. A suor Giuseppina De Muro, religiosa delle Figlie della Carità con convento nel quartiere popolare di San Salvario a Torino, era stata affidata la responsabilità del settore delle detenute politiche nelle carceri, controllato dai tedeschi, sottoposto a disciplina molto rigida. Con le sue consorelle, una decina, fece entrare di nascosto in carcere indumenti e generi alimentari da distribuire alle detenute bisognose, in particolare alle ebree anziane prelevate in fretta e furia dalle case di riposo dove erano ricoverate. Poi ottenne di fornire medicinali ai detenuti: questo le permise di portare loro viveri, di diventare il tramite per informazioni familiari e politiche, di provvedere ai bisogni di una ventina di sacerdoti arrestati per aiuto a ebrei e partigiani. Su iniziativa delle Figlie della Carità fu anche allestita una infermeria.

A San Vittore fu suor Enrichetta Alfieri a conquistare i cuori dei detenuti. Vi era arrivata nel 1923. Fernanda Wittgens, direttrice della Pinacoteca di Brera, detenuta a San Vittore dal luglio 1944 ha testimoniato che suor Enrichetta "si prodigava per tutti, sempre presente, sempre carica nel soggolo, nella cuffia, nelle vesti, fin nelle scarpe, di messaggi, cibi, denari, nonché di lime d'acciaio". Molte decine furono i detenuti politici liberati e centinaia quelli a cui fu dato qualche soccorso. Per aver fatto uscire dal carcere un biglietto di una detenuta ai familiari e avervi a sua volta scritto alcune frasi, suor Enrichetta fu arrestata il 23 settembre 1944 con l'accusa di spionaggio e intesa col nemico e posta in una cella di isolamento. L'intervento del cardinal Schuster ottenne la sua liberazione il 7 ottobre, a condizione di un suo allontanamento: suor Enrichetta raggiunse le tre suore dell'Istituto Palazzolo confinate a Grumello al Monte. Fece ritorno a San Vittore il 6 maggio 1945, accolta con entusiasmo dai detenuti. Del gruppo di suore di San Vittore ha scritto Maria Massariello Arata, detenuta a San Vittore nei mesi di luglio e agosto 1944 e poi deportata a Ravensbruck:

 «Ricordo con animo pieno di commossa gratitudine le revende suore di San Vittore: la madre superiora suor Enrichetta Alfieri, suor Gasparina, suor Vincenza, suor Onorina e le altre ancora. Sono anch'esse nobili figure della resistenza milanese. Con i maniconi della loro veste, le loro S. Messe in San Vittore, quanti biglietti portarono fuori dal carcere! Erano biglietti di collegamento dei carcerati con l'attività clandestina esterna che continuava, erano avvisi salutari, esortazioni alla prudenza. E tutto questo con grave pericolo. Vegliavano anche sugli interrogatori che avvenivano in una camera con finestra ad inferriate che dava sul giardino. Una sera quando il mio interrogatorio si prolungava più del consueto tra minacce di torture varie, approfittando di un'assenza del tenente e dei suoi collaboratori che erano andati a rifocillarsi, suor Vincenzina comparve tra le sbarre e mi porse un rosso d'uovo con marsala».

Un altro "angelo" delle carceri fu suor Demetria Strapazzon, che operava nella prigione di San Biagio a Vicenza. Si occupò soprattutto dei detenuti che mancavano di tutto, di vestiti e di viveri supplementari. Nell' autunno del 1943 si curò in particolare dei detenuti slavi, che da un anno non avevano contarti con le famiglie. Nei mesi seguenti ebbe a interessarsi dei resistenti torturati, cui medicava le piaghe, somministrava calmanti; assistette i condannati a morte, trascorrendo con loro le ultime ore e confortandoli con amore materno; introduceva in carcere viveri. Sentendosi spiata ed accusata, teneva preparata una valigetta nel caso venisse deportata all'improvviso. A fine guerra il capitano partigiano Gaetano Bressan la ringraziò con una lettera per l'opera da lei svolta "con tanto spirito di abnegazione e di cristiana pietà nei riguardi dei patrioti detenuti nel periodo della dominazione nazifascista".

Queste donne coraggiose uscite dall'anonimato, rappresentano centinaia di altre suore che nelle carceri, negli ospedali e nei loro istituti si sono schierate dalla parte delle vittime e di chi era nel bisogno: con scarsa o nessuna coscienza politica inizialmente, poi man mano sempre più consapevoli delle loro scelte orientate a salvare vite in nome del senso umanitario e della carità cristiana che faceva loro riconoscere nei sofferenti il volto del Signore a cui si erano consacrate.

Bibliografia:

Ercole Ongaro, Resistenza nonviolenta 1943-1945, I Libri di Emil Editore

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Il contributo delle Forze Armate regolari nella Resistenza e nella Guerra di liberazione

26 Décembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dalla conversazione di LEANDRO GIACCONE, tenuta il 24 gennaio 1975 nell'Aula magna dell'Università Cattolica di Milano

 

Il 10 giugno 1940, anche se l'esercito francese si era dissolto come nebbia al sole, le autorità militari italiane rimasero assolutamente contrarie al nostro intervento nel conflitto. Per tenere la Libia avremmo dovuto conquistare il dominio, aeronavale del Mediterraneo, e per tenere l'Africa Orientale avremmo dovuto conquistare l'Egitto. Non eravamo in grado di affrontare con logiche probabilità di successo né l’uno né l'altro compito, perché il nostro potenziale aeronavale e - mezzi e basi - era nettamente inferiore a quello del nemico, e né in Italia né in Africa avevamo moderne unità corazzate.

Mussolini conosceva benissimo il pensiero e le ragioni dei militari, ma dichiarò egualmente la guerra, convinto che l’Inghilterra fosse sul punto di chiedere anch'essa la pace subito dopo la Francia. Ma ciò non accadde e le ostilità proseguirono. Le Forze Armate, il popolo italiano seguitarono a combattere per quaranta mesi quella guerra che era stata intrapresa dai responsabili politici, dal regime fascista, nella sciagurata certezza che dovesse concludersi in pochi giorni.

Nel 1941, entrati nel conflitto gli Stati Uniti, la vittoria tedesca era ancora possibile: dipendeva dalla eventualità di una richiesta di pace da parte della Russia. Alla fine del 1942 il crollo della Russia non era più credibile, il potenziale bellico degli Alleati cresceva ogni giorno, mentre ogni giorno diminuiva quello dell'Asse; in Estremo Oriente il Giappone aveva perso l'iniziativa senza speranza di poterla recuperare. La guerra scatenata da Hitler era irrimediabilmente perduta.

Spettava ai politici dell'Asse trarre le conclusioni, e chiedere la pace nell'interesse dei popoli di cui reggevano le sorti. Ma l'unico responsabile della politica tedesca, Hitler, e l'unico responsabile della politica italiana, Mussolini, non vollero accettare la dura realtà della sconfitta: loro sopravvivenza politica diventava incompatibile con il bene supremo dei due paesi.

Le masse popolari avevano sensazione istintiva che la guerra fosse ormai perduta e desideravano solamente la pace; ma non potevano far valere le loro istanze, perché le organizzazioni di massa facevano tutte capo ai gerarchi del Partito Unico.

Per cessare la guerra bisognava liquidare i due regimi e la difficoltà maggiore non era l'estromissione di Mussolini o l'eliminazione di Hitler con un attentato, ma la possibilità di neutralizzare istantaneamente tutti i reparti della Milizia fascista in Italia, tutti i reparti delle SS in Germania: solo gli eserciti regolari potevano tanto.

Il 25 luglio, appena caduto Mussolini, Hitler dette immediata esecuzione al piano già preordinato per neutralizzare le conseguenze strategiche di una nostra possibile pace separata. Oltre alle otto divisioni tedesche già in Italia, la notte del 26 cominciarono ad affluire un’altra diecina, tante quante furono giudicate sufficienti a neutralizzare istantaneamente le forze italiane dislocate nella Penisola. Così le nostre Autorità politiche e militari tra il 25 luglio e l'8 settembre agirono sapendo che l'alleato da cui si stavano dissociando era di fatto padrone della situazione.

Quando gli Alleati proclamarono al mondo l’avvenuto armistizio, l'Alto Comando fu in grado di impartire ordini operativi di reale consistenza solo alle forze capaci di movimento autonomo: la Marina e l'Aeronautica. Che ubbidirono raggiungendo Malta e gli aeroporti dell'Italia liberata. Per le forze terrestri le possibilità strategiche erano pressoché nulle; ai vertici della gerarchia non vi erano personalità di eccezione capaci di affrontare il disastro incombente, e l'esercito si dissolse.

Solo a livello dei minori reparti, eccezionalmente di Divisione, si verificarono ovunque resistenze cruente contro i tedeschi che procedevano al nostro disarmo. Furono episodi fatalmente di breve durata, ed irrilevanti sul piano strategico; ma di enorme importanza sul piano psicologico e politico. Quei fatti d'arme spontanei, ed ancor più il rifiuto di tutti i militari italiani di proseguire la guerra accanto ai tedeschi, furono la conferma plebiscitaria che le masse avevano aderito alle decisioni di vertice di scindere il nostro destino dal destino dell'alleato nazista.

Secondo le clausole dell'armistizio gli Alleati affiancarono al Governo italiano una Commissione di controllo che era arbitra di ogni nostra attività politica: era composta da rappresentanti di Russia, Inghilterra e Stati Uniti d'America. Al nostro Stato Maggiore affiancarono una Commissione di controllo che era arbitra di ogni nostra attività politica: era composta da rappresentanti di Russia, Inghilterra e Stati Uniti d'America. Al nostro Stato Maggiore affiancarono una Missione, che era arbitra di ogni nostra attività militare: composta da ufficiali inglesi, aveva la sigla MIIA e noi la chiamammo subito “Mammamia”.

Era stato promesso un trattato di pace più o meno duro a seconda del nostro apporto alla guerra contro la Germania, e subito sollecitammo l'impiego sul fronte italiano delle quattro Divisioni che in Sardegna ed in Corsica si erano salvate dal crollo generale. “Mammamia” rifiutò le nostre offerte, altrimenti l'alleanza di fatto si sarebbe fatalmente trasformata in alleanza di diritto, sarebbe stato impossibile a fine guerra imporci un trattato di pace punitivo.

Ma la politica inglese tendeva pure a mantenere pure in piedi le strutture fondamentali dello Stato italiano, per assicurare alla fine del conflitto una certa stabilità politica generale nell'area del Mediterraneo; cosi in seno alla Commissione politica sosteneva la Corona, e non poté esimersi dal concederci almeno di far entrare in linea, nel novembre 1943, il I Raggruppamento Motorizzato.

Si trattava solo di pochi Battaglioni e di qualche Gruppo di artiglieria raggranellati in Puglia, che, inseriti nella V Armata americana sul fronte di Cassino, portarono a termine con grande sacrificio di sangue l'azione tattica della conquista di Montelungo.

Quel primo nucleo dell'esercito italiano che si ricostituì nel Sud sotto la guida di ufficiali di stato maggiore del governo Badoglio, era composto inizialmente da 10.000 uomini e in seguito, sia per il buon rendimento che per altre ragioni di ordine politico, portato a 25.000 e infine a 50.000 con armi ed equipaggiamenti "made in USA."

Il primo nucleo di combattenti del CIL era formato in genere da soldati lombardi e bergamaschi della divisione Legnano, reduci quasi tutti dai fronti russo, africano, greco-albanese, che l'armistizio aveva sorpreso nelle Puglie.

Il contributo delle Forze Armate regolari nella Resistenza e nella Guerra di liberazione
Il contributo delle Forze Armate regolari nella Resistenza e nella Guerra di liberazione
Il contributo delle Forze Armate regolari nella Resistenza e nella Guerra di liberazione
Il contributo delle Forze Armate regolari nella Resistenza e nella Guerra di liberazione
Il contributo delle Forze Armate regolari nella Resistenza e nella Guerra di liberazione

Frattanto gli Stati Uniti perseguivano in Italia una politica diametralmente opposta a quella dell'Inghilterra. Essi erano favorevoli all'impiego massiccio di nostre Grandi di Unità per farci poi ottenere lo status di alleati, ma temporaneamente davano il loro appoggio a quelle correnti politiche che tendevano a liquidare le Forze Armate, ancora legate alla Corona dal loro giuramento di fedeltà.

A sua volta la Russia perseguiva in Italia una politica diversa sia dall'Inghilterra sia dall'America. Essa da tre anni stava sopportando il maggior peso della macchina bellica tedesca, ed era sottoposta ad uno sforzo sovrumano: le incombenti necessità militari condizionavano ogni sua scelta politica. Era suo interesse che contro i tedeschi entrassero subito in linea le maggiori possibili forze Non aveva nessuna importanza che sul bianco delle bandiere ci fosse o non ci fosse lo scudo sabaudo, e poiché l’efficienza dell'esercito era in quel tempo naturalmente condizionata dalla Corona, Stalin, meno ambiguo di Churchill e più razionale di Roosevelt, ne aveva tratto tutte le logiche conseguenze.

Nel marzo 1944 Togliatti sbarcava a Napoli e dichiarava che il problema istituzionale doveva essere accantonato per costituire un Governo capace di creare un esercito il più forte possibile, che entrasse al più presto in linea contro i tedeschi. Cosi furono i russi e il ricostituito Partito Comunista a dare il più incondizionato appoggio politico e morale alle nostre Forze Armate regolari, che si andavano faticosamente ricostituendo tra inenarrabili difficoltà.

Nel gennaio 1944 il giovane generale di Brigata Utili fu inviato ad assumere il comando del I Raggruppamento, che "Mammamia" aveva già deciso di sciogliere inviando i suoi 5000 uomini a reparti lavoratori nelle retrovie. Utili non si rassegnò, saltò tutta la gerarchia, e riuscì a farsi ricevere dal generale Clark, comandante della V Armata americana. Il colloquio fu lungo e a momenti drammatico, ma alla fine ad Utili fu consentito di fare il tentativo di mettere in piedi validi reparti combattenti,  se in quelle condizioni era un'impresa ai limiti delle possibilità umane.

Alle truppe, Utili chiese il massimo che potevano dare ed affrontò combattimenti a mano a mano più impegnativi, nella misura in cui il morale dei reparti andava migliorando, anche se i disagi materiali seguitavano ad essere gravi, specie per l'insufficiente equipaggiamento.

Nel marzo 1944, a sottolineare la positiva valutazione del comportamento bellico dei nostri reparti, fu consentito che il complesso delle forze italiane combattenti assumesse il nome di Corpo Italiano di Liberazione, CIL. La nostra estrema debolezza politica non era in grado di smuovere l’Italia dalla equivoca posizione di "cobelligerante," ma i militari, con chiara visione degli obiettivi politici della nostra partecipazione alla guerra, riuscivano a porsi, almeno nel nome, sullo stesso piano degli alleati.

A fine maggio 1944 il CIL venne trasferito nel settore adriatico, e per tre mesi consecutivi fu impiegato senza soste all'inseguimento del nemico che con perfetta manovra ripiegava sulla linea Gotica, imbastendo successive valide linee di resistenza. Così molte genti d'Abruzzo, delle Marche e della Romagna ebbero il privilegio di non essere liberate da truppe straniere.

A fine agosto il CIL fu ritirato dalla linea di combattimento mento, ed il generale Browing, capo in testa di "Mammamia," venne a farci un discorso: " ... Voi del CIL avete reso un grande servizio all'Italia; se voi non aveste combattuto bene, gli Alleati non avrebbero mai accettato di costituire una più numerosa forza combattente italiana". Si trattava finalmente, di sei Divisioni.

Friuli" e "Cremona," che l'8 settembre si erano validamente battute contro i tedeschi in Sardegna ed in Corsica, erano già in approntamento; con il CIL si costituirono la "Legnano" e la "Folgore"; successivamente si sarebbero armate la "Mantova" e la "Piceno." Ma poi agli Alleati sembrò di aver concesso troppo: le Divisioni italiane si sarebbero chiamate Gruppi di Combattimento, e non sarebbero stati impiegati riuniti in un'Armata italiana, ma suddivisi alle dipendenze di Corpi d'Armata alleati. Tutto per attenuare le conseguenze politiche del nostro concorso allo sforzo bellico comune.

Tra gennaio e marzo 1945, Cremona, Friuli, Folgore e Legnano furono schierate sulla linea Gotica. Tutte presero parte all'offensiva generale che iniziò il 9 aprile sul fronte dell'VIII Armata inglese; il 14 entrò in azione la V Armata americana; il 21 aprile cadeva Bologna, saltava tutto il sistema difensivo tedesco, e sul piano strategico la guerra in Italia era conclusa e vinta.

Due Armate, centinaia di migliaia di tedeschi in armi si arresero con i loro comandi di Corpo d'Armata e di Divisione, perché sopravanzati dalle colonne corazzate che precludevano ogni via di ritirata aprendosi a ventaglio su tutta la Valle Padana.

Le nostre Forze Armate regolari avevano concorso vittoria con:

60.000  soldati del CIL e dei Gruppi di Combattimento

75.000 marinai che con le navi battenti bandiera italiana dopo l'8 settembre avevano compiuto cinquantamila azioni di guerra;

30.000 aviatori che con gli apparecchi italiani salvati dalla catastrofe avevano effettuato undicimila voli nel cielo nemico;

38.000 militari che al di là delle linee avevano combattuto nella quinta colonna, in formazioni partigiane “Autonome”, non alle dipendenze di questo o quel partito, ma riconoscendosi solo parte integrante delle Forze Armate regolari.

180.000 militari, infine, erano in forza alle Divisioni ausiliarie aggregate alla V e all'VIII Armata, o erano presenti nei reparti territoriali per gli indispensabili servizi delle retrovie.

Tra il settembre 1943 e l'aprile 1945 caddero in combattimento, o morirono nei lager tedeschi, o furono fucilati come partigiani, oltre 86.000 militari con le stellette.

Ma il più massiccio, il più martoriato, il più incredibile contributo alla Resistenza, fu dato dai seicentomila militari catturati dai tedeschi nel settembre 1943. Essi rimasero nei lager fino all'aprile 1945.

Bibliografia:

1945/1975 ITALIA. Fascismo antifascismo Resistenza rinnovamento.

Conversazioni promosse dal Consiglio regionale lombardo nel trentennale della Liberazione.

Feltrinelli Editore aprile 1975

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Concetto Marchesi ed Egidio Meneghetti, due figure del mondo della cultura nella Resistenza

25 Décembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

di Ezio Franceschini (*)

Da una conversazione tenuta il 23 gennaio 1975 nell'Aula magna dell'Università Cattolica di Milano

Fra le non molte figure di combattenti che l'Università italiana diede alla Resistenza due delle maggiori furono certamente quella di Concetto Marchesi e di Egidio Meneghetti, rettori dell'Università di Padova immediatamente prima e immediatamente dopo la liberazione: antifascisti da sempre, ma che solo le vicende del 1943-45 misero in piena luce.

Il primo, Concetto Marchesi, catanese ma padovano di elezione, appartenuto fin dalle origini (1921) al Partito Comunista Italiano, universalmente famoso, allora, per la sua Storia della letteratura latina (1925), diffusissima e strumento non ultimo dell'amore alla libertà nei pochi giovani che vi credevano; noto farmacologo l'altro, il Meneghetti. Entrambi nell'Università di Padova avevano tenuto deste le speranze in tempi migliori vivendo, per quanto riguarda il fascismo, in modo che curialescamente, in altro piano, si sarebbe detto passivo: cioè nulla facendo per il regime che li aveva relegati a Padova in una specie di domicilio coatto, ma che non impediva loro di insegnare, timoroso del loro prestigio, purché non gli dessero troppe noie. E, in verità, troppe noie non gli diedero fino al 25 luglio 1943.

La caduta del regime trovò i due, come tutti del resto, impreparati. Concetto Marchesi stava riposando nella casetta di Cavo all'isola d'Elba. Traversò in barca lo stretto di Piombino e cominciò, per il suo partito, una vita febbrile fra Pisa e Milano, Milano e Roma, Roma e Padova, finché il 1° settembre fu nominato Rettore dell'Università di Padova dal Governo Badoglio, essendo ministro della Pubblica Istruzione Leonardo Severi. Nel rinnovare il Senato Accademico volle accanto a sé uomini di sicuro passato antifascista; fra gli altri, Manara Valgimigli, preside di Lettere, e - appunto - Egidio Meneghetti, preside di Medicina, dal 1° novembre anche pro rettore.

Ma intanto gli eventi precipitavano. Entrati i tedeschi a Padova, il 15 settembre Marchesi presentava le dimissioni; ma essendo state respinte dal nuovo Ministro Biggini (28 settembre) decise di rimanere al suo posto, unico fra i rettori di nomina badogliana, fra il malumore e le dei suoi stessi compagni di partito: in realtà, come egli stesso dirà agli studenti nel proclama del 1° dicembre, sperava di mantenere l'Università immune dalla offesa fascista e dalla minaccia tedesca, e di poter difendere gli studenti da servitù politiche e militari.

E difatti nei mesi di ottobre e di novembre furono numerosi gli esempi di indipendenza e di fierezza che ancora si ricordano a Padova; non ultimo il discorso del 9 novembre con cui apriva l'anno accademico "in nome dell’Italia dei lavoratori, degli artisti, degli scienziati"; e in cui si dicevano, fra l'altro, ad una gran folla di studenti non mancavano militi fascisti e osservatori tedeschi (il ministro Biggini e il prefetto di Padova erano presenti in forma privata), parole come queste: "Sotto il martellare di questo immane conflitto cadono per sempre privilegi secolari e insaziabili fortune; cadono signorie, reami, assemblee che assumevano il titolo della perennità; ma perenne e irrevocabile è solo la forza e la podestà del popolo che lavora e della comunità che costituisce la gente invece della casta. Signori, in questa ora di angoscia, fra le rovine di guerra implacata, si riapre l'anno accademico della nostra Università. In nessuno di noi manchi, o giovani, lo spirito della salvazione. Quando questo ci sia, risorgerà tutto quello che fu malamente distrutto, si compirà tutto quello che fu giustamente sperato. Giovani, confidate nell'Italia. Confidate nella sua fortuna se sarà sorretta dalla vostra disciplina e dal vostro coraggio; confidate nell'Italia, che deve vivere per la gioia e il decoro del mondo, nell'Italia che non può cadere in servitù senza che si oscuri la civiltà delle genti”.

In questo periodo Marchesi aveva dato origine con Meneghetti e con un altro grande esule da Venezia, Silvio Trentin, rientrato dalla Francia, al primo centro operativo ed organizzativo del Comitato Veneto di Liberazione e delle forze che venivano armandosi contro i tedeschi e i fascisti. Operavano alla luce del sole: protetti dalla loro alta carica e dal loro personale prestigio.

Ma non poteva durare così. Alla fine di novembre i tedeschi avevano deciso l'arresto di Marchesi. Ma questi, avvisato, si diede alla macchia; in un primo tempo a Padova stessa, nascosto nella casa di un compagno di partito, per preparare alcuni documenti da diffondere nei giorni seguenti (la lettera di dimissioni da Rettore, in data 28 novembre, è di questo periodo; e così pure il proclama agli studenti datato 1° dicembre) e prendere tutte le misure per la sua vita clandestina. Doveva, infatti, mettere al riparo da ogni possibile rappresaglia la moglie e la figlia che trovavano, allora, alle Muraccia, sul crinale appenninico fra Pisa e Lucca. Esse, avvertite subito, si nascosero con falsi documenti prima a Sanremo, poi in un paesetto della Liguria (Apricale) vicino al confine francese, ove rimasero indisturbate fino alla fine del conflitto. Rassicurato sotto questo aspetto, il Marchesi lasciò di nascosto il suo rifugio e venne a Milano, dove già si trovava il 29 novembre.

Pochi giorni dopo (5 dicembre) a Padova veniva diffuso in migliaia di volantini il suo noto proclama agli studenti in data 1° dicembre, che segnò l'inizio ufficiale della Resistenza armata nel Veneto, e il suo centro animatore l’Università. Esso, ripetuto a varie riprese da Radio Londra, e pubblicato in seguito infinite volte, è troppo noto per si debba ripetere qui. Basti la parte finale.

«Studenti: non posso lasciare l'ufficio di rettore dell'Università di Padova senza rivolgervi un ultimo appello. Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra Patria; vi ha gettato tra cumuli di rovine: voi dovete tra quelle rovine portare la luce di una fede, l'impeto dell'azione, e ricomporre la giovinezza e la Patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dall’ignavia, dalla servilità criminosa, voi, insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell'Italia e costituire il popolo italiano. Non frugate nelle memorie o nei nascondigli del passato i soli responsabili di episodi delittuosi; dietro ai sicari c’è tutta una moltitudine che quei delitti ha voluto o ha coperto con il silenzio e la codarda rassegnazione: c'è tutta la classe dirigente italiana sospinta dalla inettitudine e dalla colpa verso la sua totale rovina.

Studenti: mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi, maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta insieme combattuta. Per la fede che vi illumina, per lo sdegno vi accende, non lasciate che l'oppressore disponga ancora della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l'Italia dalla servitù e dalla ignominia, aggiungete al labaro della vostra Università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace mondo».

Dopo più di due mesi passati a Milano dove era facile restare nascosti, anche per molto tempo, ma non un uomo come lui, Marchesi prese contro voglia la via della Svizzera (9 febbraio 1944).

E gli altri? Silvio Trentin, che era stato arrestato alla fine del novembre 1943, moriva in un ospedale di Padova 12 marzo 1944 pronunciando parole che è bene ricordare "Che io muoia senza vedere la luce della faticata vittoria, dell'invocata giustizia, della riconquistata libertà ... che io chiuda. per sempre gli occhi in una camera d'ospedale … ch'io abbia perduto ogni bene e abbia veduto i migliori amici uccisi, dispersi, imprigionati, percossi dalle più disumane avventure, tutto questo non importa purché l’Italia si salvi".

Egidio Meneghetti aveva anch'egli una famiglia che adorava; ma questo caro legame di affetti gli fu crudelmente strappato dal bombardamento aereo del 16 dicembre 1943 che gli uccise la moglie e la figlia, già sue attive collaboratrici nella Resistenza.

Ecco dunque i due amici divisi: il Rettore, esule in Svizzera, dove i suoi amici, non lui, lo avevano voluto in salvo, l'altro, il prorettore, al suo posto di lotta, a Padova nella loro università, privo ormai anche di quei sacri affetti che rendono di solito titubanti, specialmente gli intellettuali davanti alle decisioni più gravi. Ora, a distanza di tanti anni, si capisce quanto sia stato giusto e provvidenziale che sia stato cosi: Marchesi, uomo dalle grandi visioni storiche, aveva come arma micidiale la parola, detta o scritta, ma era incapace di maneggiare una rivoltella, e non sapeva distinguere il nord dal sud; Meneghetti, uomo pratico per eccellenza, valoroso combattente della prima guerra mondiale, aveva il genio dell’organizzazione e sapeva scegliere gli uomini. Così, divisi materialmente, furono uniti quanto altri mai nella lotta, ciascuno a modo suo; e un frequentatissimo andare e venire clandestino di lettere ne coordinava l'azione: merito, questo, anche dell'industriale padovano Giorgio Diena (e della sorella Wanda) che, uomo di grande attività, era diventato in Svizzera il factotum di Marchesi.

Marchesi fu attivissimo presso i comandi alleati a Lugano, Zurigo, Berna; e tanto tempestò e fece che ottenne ogni aiuto possibile per il Comitato Veneto di Liberazione: armi, munizioni, esplosivi, materiali bellici di ogni genere, attraverso lanci aerei; per ottenere i quali quando gli pareva che fossero, come erano per necessità, troppo scarsi o lenti, egli scriveva lettere di questo tenore al Capo dei servizi tecnici alleati a Berna: "Le trasmetto con qualche esitazione una nuova richiesta di lancio. Una volta mi pareva che tali richieste riguardassero un'opera di comune utilità: e le presentavo con animo più sicuro. Ora comincio ad avere l'impressione di essere un mendico che continua a battere alla porta di un ricco signore che ci consigli di appartenere all'esercito della pazienza anziché a quello della Resistenza" (lettera del 20 luglio 1944, da Lugano).

Nella sua ansia di aiutare i partigiani non si accorgeva nemmeno, il Marchesi, di diventare ingiusto: perché gli Alleati avevano tutta l'Europa oppressa e angariata dai nazisti cui pensare e provvedere, non soltanto quella piccolissima parte che era il Veneto. Ma tale era il fascino della sua parola e della sua personalità che molto egli ottenne nei mesi che vanno dal maggio al dicembre di quel cruciale 1944; persino il tono dei "messaggi speciali bianchi" con i quali Radio Londra annunciava la venuta degli aerei sul Veneto e altrove, aveva il suo sigillo inconfondibile. È cessata la pioggia - il vento è spento - l'acqua va al mare - Nino legge il breviario - teorema di Pitagora - l'ippopotamo del Nilo: e cento altri.

E questo finché, cessati nel novembre i lanci, il 4 dicembre 1944 egli lasciò la Svizzera per Roma (via Francia) su invito del governo Bonomi, con alcuni altri illustri fuorusciti: Einaudi, Colonnetti, Boeri, Gasparotto, Facchinetti, Gallarati Scotti, Carnelutti, Jacini, Alessandrini (il viaggio, in aereo, da Lione ebbe luogo il 10 dicembre).

Cessava cosi la lunga parentesi svizzera e il rimorso Marchesi di non essere stato fra i combattenti veri della Resistenza: in realtà egli non fu mai, come in quel periodo, un vero combattente, con le sole armi che sapeva usare.

Ma torniamo ora nel Veneto, dove ferveva la lotta clandestina. Col passare del tempo le file degli umili si rinforzavano, quelle dei capi si diradavano; Norberto Bobbio era in prigione a Verona; Diego Valeri, condannato a trent’anni di reclusione, si era sottratto alla pena passando in Svizzera (5 aprile 1944). Restava imperterrito Meneghetti, capo indiscusso del movimento di Resistenza; dapprima a faccia scoperta; poi, dalla fine di settembre 1944 (aveva avuto l'incredibile abilità e audacia di resistere fino a quella data) ridotto a vita clandestina: "... lo e il fratello di Paola (prof. Zancan) ricercatissimi", scrive a quella data, "ordine di sparare a vista su di noi. Ma, aggiunge, "non ci vedono”.

Il 3 ottobre 1944 giungeva tuttavia un appello pressante: "Qui mi danno una caccia affannosa... ora stanno preparando un ricatto di questo genere. Se entro 15 giorni da oggi 3 ottobre non riescono a prendermi, i Tedeschi hanno deciso di prendere 200 ostaggi da mandare in Germania se io non mi consegnerò nelle loro mani. Bisognerebbe che Radio Londra trasmettesse che è felicemente arrivato in Svizzera il prof. M., farmacologo dell'Università di Padova e prorettore durante il rettorato Marchesi". Per opera di Marchesi, profondamente angustiato e preoccupato per le sorti dell'amico, che per evitare i 200 ostaggi si sarebbe certamente consegnato ai tedeschi, il desiderio venne prontamente accolto. Prima Radio Londra comunicò e poi tutti i giornali della Svizzera riportarono notizia dell'entrata nella Confederazione del prof. Meneghetti il 9 ottobre. Così i tedeschi, creduloni come sempre alle cose che avevano l'aspetto del vero, rinunciarono alla minaccia degli ostaggi e Meneghetti poté continuare a vivere e a operare a Padova. Aveva il tempo di pensare anche al futuro della città; ed era lieto di annunziare (9 ottobre) a Marchesi che per delibera del Comitato Veneto di Liberazione il primo prefetto di Padova libera sarebbe stato lui Marchesi, e il primo sindaco Lanfranco Zancan.

Ma poi fu la fine della stretta collaborazione Padova-Milano-Svizzera, proseguita ininterrottamente per dieci mesi. Il proclama Alexander (10 novembre 1944) poneva termine ai lanci; gli arresti del 20 novembre disperdevano il gruppo milanese, che non cessava tuttavia la sua attività; la cattura di Meneghetti a Padova, il 7 gennaio 1945, dava un duro colpo alla Resistenza veneta privandolo del suo capo. Meneghetti fu arrestato nella clinica del prof. Palmieri; condotto a Palazzo Giusti fu torturato, battuto con catene di ferro, tenuto costantemente ammanettato. Tenne sempre un contegno magnifico, ammirato dagli stessi nemici. Si era nel gennaio 1945 e i tedeschi, ormai sicuri della sconfitta vicina, erano favorevoli ai cambi di prigionieri. Così avvenne che attraverso vicende infinite Meneghetti ebbe salva la vita e in attesa di essere scambiato con un nipote del gen. Wolff, fatto prigioniero in Africa e portato in America, fu tenuto in Italia: prima a Padova, poi a Verona, poi nel campo di concentramento di Bolzano dove lo trovò la liberazione il 30 aprile 1945.

I due amici, Marchesi e Meneghetti, si rividero il mese dopo e ripresero il governo dell'Università: ma rivolgere agli studenti il loro saluto, essi avevano davanti agli occhi gli impiccati, i fucilati, i torturati, i non più tornati dai campi di sterminio della Germania, dell'Austria, della Polonia; pochissimi e non i professori, molti e dai nomi ignoti gli studenti: «Universitari padovani! Nel riprendere la direzione del vostro Ateneo, il nostro primo pensiero è rivolto a quelli che nella suprema battaglia di liberazione si offrirono alla Patria con l'eroico sacrificio. I loro nomi resteranno nella perpetuità della memoria. L'Università di Padova, che nel novembre 1943 iniziava il nuovo Risorgimento italiano e prima fra tutte sosteneva sino alla fine la lotta contro la più vile e feroce delle oppressioni, comincerà col nome dei suoi caduti i fasti della Sua gloria rinnovata.

Voi restituirete agli italiani il senso lieto della vita la coscienza della libertà che è la gioia di espandere il proprio pensiero e il proprio volere; restituirete la serenità dello spirito e delle opere a questo popolo nostro che nei tempi luminosi ha donato al mondo miracoli di arte e civiltà. La nuova Italia risorgerà con il lavoro che non si interrompe e con la fede che non vacilla; sorgerà dal lungo travaglio, calma e sicura come tutti i grandi sacrifici destinati a vivere nei secoli. "Il destino ha voluto fecondare dinanzi a voi tutti i germi del male. Quest'albero attossicato dalla terra lo conoscete voi nati e cresciuti alla sua ombra. Recidetene i rami, non dimenticate la radice. Questa bisogna estirpare e distruggere. È profonda ma è visibile: la rintraccerete se non avrete dimenticato il dolore della terra. E finché ci basti la vita noi maestri vi saremo compagni nel vostro cammino». (26 maggio 1945).

Il 12 novembre 1945 Ferruccio Parri, capo del primo governo dell'Italia libera, appuntava sul labaro dell'Università la medaglia d'oro al valor militare della Resistenza: unica fra le università italiane. La motivazione, dettata da Concetto Marchesi, dice:

«Asilo secolare di scienza e di pace, ospizio glorioso munifico di quanti da ogni parte d'Europa accorrevano ad apprendere le arti che fanno civili le genti, l'Università Padova nell'ultimo immane conflitto seppe, prima fra tutte, tramutarsi in centro di cospirazione e di guerra; né si piegò per furia di persecuzioni e di supplizi; dalla solennità inaugurale del 9 novembre 1943, in cui la gioventù padovana urlò la sua maledizione agli oppressori e lanciò aperta la sfida, sino alla trionfale liberazione della primavera 1945, Padova ebbe nel suo Ateneo un tempio di fede civile e un presidio di eroica resistenza; e da Padova la gioventù universitaria partigiana offriva all'Italia il maggiore e più lungo tributo di sangue. Al labaro dell’Università padovana, che conobbe altre insegne di virtù militari si aggiunga ora la più alta decorazione al valore, testimonianza di un sacrificio e di una vittoria che resteranno ammonimento ed esempio».

Concetto Marchesi morì a Roma il 12 febbraio 1957. L’11 febbraio 1961 ne fu tenuta la commemorazione ufficiale all’Accademia dei Lincei alla presenza di Luigi Einaudi, allora presidente della Repubblica, che gli era stato vicino in Svizzera e compagno nel volo Lione-Roma del 10 dicembre 1944. Meneghetti, senza dir nulla a nessuno, volle essere presente: e ritornò a Padova in silenzio come era venuto. Fu l'ultima volta che lo vidi: tre settimane dopo anch’egli moriva (4 marzo 1961).

In questi due uomini l'Università di Padova ebbe due Rettori di eccezione in tempi difficilissimi; la scuola italiana due esempi di vita; la Resistenza due combattenti valorosi. E merito loro, e di pochi altri, se il mondo dei docenti universitari, chiuso nei suoi egoismi e pavido nella avversità per i troppi beni, o creduti tali, che ha da difendere, non ha trascorso anche quest'ultimo Risorgimento avvolto nella nebbia dell'indifferenza, dell'assenteismo e della paura.

In conclusione dobbiamo amaramente dire che anche nella Resistenza del 1943-45 riscontriamo molto diffuso il fenomeno noto col nome di “tradimento degli intellettuali” Se ancora una volta gli umili non fossero assurti a guida della storia, le pecore accademiche starebbero ancora facendo la loro tranquilla siesta paghe di non essere disturbate e la loro abbondante lana fornirebbe l'orbace alle quadrate legioni.

                                                ____________________________

(*)Ezio Franceschini capitano degli Alpini, è stato partigiano combattente: il suo gruppo si chiamava FRAMA (dalle iniziali sue e di Concetto Marchesi), e operò dal novembre 1943 fino alla Liberazione. È stato professore ordinario all'Università Cattolica di Milano dopo esserne stato rettore dal 1965 al 1968, e per molti anni preside della Facoltà di Lettere e Filosofia.

Bibliografia:

1945/1975 ITALIA. Fascismo antifascismo Resistenza rinnovamento.

Conversazioni promosse dal Consiglio regionale lombardo nel trentennale della Liberazione.

Feltrinelli Editore aprile 1975

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La scuola che resiste

20 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Nel novembre 1943, all'apertura dei corsi universitari la ribellione si estende alla scuola. La Resistenza veneta è guidata da tre professori universitari: Silvio Trentin rientrato clandestinamente dall'esilio francese, Concetto Marchesi, Egidio Meneghetti: l'antica Università padovana non mancherà la dichiarazione di guerra al nazifascismo. Bisogna però attendere che si apra l'anno accademico. Così fino a novembre il mondo universitario combatte il fascismo nelle città e nelle campagne, i professori partecipano ai convegni della cospirazione, gli assistenti Pighin, Carli, Zancan percorrono il Veneto per organizzarla; e il CLN tiene le sue sedute proprio nel palazzo Pappafava dove ha posto la sua sede il ministero della Educazione nazionale repubblichino.

 

La battaglia nella scuola si accende alla data fissata. Il 9 di novembre il rettore Concetto Marchesi apre l’ anno accademico con un primo inequivocabile gesto di ostilità al nazifascismo: dal suo ufficio non è partito alcun invito alle autorità per assistere alla cerimonia. Ci vengono in forma «privata» il ministro Biggini e il prefetto Fumei. Il fascismo padovano cade in un grossolano errore, manda nell’aula una squadra di giovani armati che salgono sul palco proprio mentre entra il rettore magnifico seguito dal professor Mereghetti. I due docenti si gettano d'impulso contro i fascisti mentre l'adunanza degli studenti urla «via gli armati!». Gli intrusi sono costretti ad allontanarsi e il rettore pronuncia la memorabile allocuzione, l'atto di fede nella libera Università: «Qui dentro si raduna ciò che distruggere non si può». Marchesi esalta nel mondo del lavoro una civiltà opposta alla nazifascista e dichiara aperto l'anno accademico nel nome « del lavoratori, degli artisti, e degli scienziati». Il 28 novembre il rettore deve rassegnare le dimissioni e trasferirsi sotto falso nome a Milano; ma lascia un nobile messaggio agli studenti: «Oggi non è più possibile sperare che l’Università resti asilo indisturbato di libere coscienze operose, mentre lo straniero preme alle porte dei nostri istituti e l'ordine di un governo, che per la defezione di un vecchio complice ardisce chiamarsi repubblicano, vorrebbe convertire la gioventù universitaria in una milizia di mercenari e di sgherri massacratori... Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra patria; vi ha gettato tra cumuli di rovine. Voi dovete tra quelle rovine portare la luce di una fede, l’impeto dell'azione e ricomporre la giovinezza e la patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dalla ignavia, dalla servilità criminosa, voi insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell'Italia e costituire il popolo italiano».

 

La resistenza della scuola romana prende invece l’avvio da gruppi studenteschi di formazione spontanea: l'Associazione rivoluzionaria studentesca guidata da Ferdinando Agnini e da Gianni Corbi; il gruppo azionista promosso da Pier Luigi Sagona; quello comunista di Dario Puccini e di Carlo Lizzani. Di fronte alla minaccia fascista di escludere dagli esami universitari quanti non si sono presentati ai distretti i vari gruppi si uniscono, danno vita a un Comitato studentesco di agitazione e a un Comitato tecnico diretto da Maurizio Ferrara che si mette alla testa della prima grande manifestazione antifascista del 17 gennaio. Gli studenti di medicina entrano nel Policlinico, stracciano i registri, percuotono i fascisti. di guardia. Maurizio Ferrara, salito su una panchina, incita i colleghi alla ribellione. Si forma un corteo, c'è uno scontro a fuoco, un giovane è ferito, altri arrestati.

 

A Milano e a Torino, capitali della resistenza armata le Università sono i distretti della ribellione, da esse partono i quadri delle bande. Gli ultimi mesi del 1943 insegnano che la partecipazione attiva alla Resistenza (lo scrive a un amico Giaime Pintor) è l'unica possibilità aperta a un intellettuale che voglia operare per il riscatto del Paese. Gli studenti universitari, in particolare, non possono mancare la prova. Sono i giovani borghesi giunti all'antifascismo attraverso il fascismo: la guerra partigiana è il suggello delle conversioni sincere.

 

Il lungo viaggio

Gli studenti o i laureati fra i venti e i trent'anni che partecipano alla Resistenza vi giungono da esperienze diverse, ma tutte compiute dentro il fascismo. Il loro è stato un lungo cammino che ora, essendo resistenti, ripercorrono con la memoria, senza mentire a se stessi. Fino al 1938, la maggioranza ha partecipato al fascismo: rassegnata alla sua inevitabilità, sedotta da certe proposte. Non quella di un fascismo sociale che promette un socialismo «più umano, più moderno», riservata a pochi ingenui; ma le altre dei vantaggi concreti, offerti ai giovani borghesi da una dittatura borghese. Fino al '38 i giovani sono fascisti o filofascisti non solo per la ragione ovvia di essere nati dentro il fascismo, ma perché credono di poter ottenere dal fascismo occasioni e promozioni gradite al loro forte appetito, tanto forte da soffocare nei più i primi dubbi e il fastidio morale per le menzogne e le sopraffazioni del regime. I giovani vedono nel fascismo tre possibili vantaggi: una promozione dei ceti medi, una maggiore efficienza amministrativa, una crescente disponibilità di impieghi. Vantaggi in gran parte illusori, ma ci vorrà il lungo cammino fino al '43 per capirlo. Prima del '38 la gioventù borghese e studiosa capisce poco e male la struttura sociale del fascismo:

La personalità di Mussolini nasconde, ai suoi occhi, il «consorzio dei privilegi»; l'avventura imperialistica la distrae dall'affarismo autarchico. E poi il grande capitale faccia pure i suoi affari purché lasci ai borghesi famelici la sua rappresentanza politica e amministrativa. È difficile per i giovani capire che la promozione dei ceti medi è dovuta ai tempi più che al regime; per loro coincide con esso: allevati in famiglie assillate dal pensiero del posto sicuro, essi vedono nel fascismo imperialistico una fabbrica di nuovi posti, e non hanno motivi per rifiutare la propaganda sull'efficientismo del regime. Il regime non è privo di scaltrezza, concede ai giovani una libertà vigilata, li lascia scrivere, dibattere fino a un certo limite sui giornali studenteschi o durante le competizioni culturali come i «littoriali».

 

L'appetito dei giovani è robusto, la loro preparazione culturale mediocre; eppure il fastidio morale c'è e cresce, molti giovani sono già entrati nel lungo cammino e non lo sanno, sarà l'anno 1938 a rivelarlo, con turbamento e dolore. Il 1938 è l'anno in cui la Germania nazista annette l'Austria e in cui l'Italia fascista si accoda alla persecuzione razziale: così ammettendo pubblicamente la sua qualità di nazione subalterna, al rimorchio dell'imperialismo germanico. È soprattutto la persecuzione razziale, con la sua ignominia gratuita, a far «precipitare» tutti gli scontenti morali per l'ipocrisia, per il conformismo, per la servilità della dittatura. Con la vigilia della guerra e con la guerra il distacco morale trova le conferme della ragione, diventa distacco definitivo: non solo e non tanto perché la guerra dimostra l'inefficienza del regime e fa cadere le proposte e le speranze dei vantaggi, ma perché si capisce, da alcuni in modo oscuro, da altri con un principio di chiarezza, che è sbagliata la scelta in sé, la scelta della guerra imperialistica. Una guerra per il dominio mondiale in cui l'Italia entra avendo già perso quello fra i Paesi fascisti, e proprio quando l'imperialismo capitalistico sta per rinunciare dovunque ai rapporti coloniali, quando la rivoluzione industriale esclude lo schiavismo del tipo barbarico. La guerra mette a nudo la povertà intellettuale e morale del regime, segna il naufragio dell'intera classe dirigente.

 

I giovani assistono umiliati, delusi. Alcuni reagiscono rifugiandosi in quella indifferenza che è già disponibilità per una nuova scelta; altri, i più razionali, si sorprendono a desiderare la vittoria del nemico, a rallegrarsi se l'Inghilterra o la Russia resistono, se l'America interviene: preferendo essere liberi nella sconfitta che schiavi nella vittoria; altri ancora, i più sentimentali, i più sensibili ai tormenti delle responsabilità personali, cercano la bella morte sui campi di battaglia, come Giani, Pallotta, Sigieri Minocchi. C'è anche una minoranza di intellettuali come Alleata, Ingrao, Pintor, che possono passare all'antifascismo militante; ma per la maggioranza il lungo viaggio non è ancora finito, passa per gli anni della guerra, per la vergogna della disfatta, anche per i primi mesi della Resistenza. Perché i resistenti borghesi che sul finire del '43 ripensano il lungo cammino capiscono solo ora di avere ignorato gli altri ceti e la loro oscura pena: ora che stanno nella guerra di tutti, con gli operai e con i contadini.

 

Bibliografia:

Giorgio Bocca ”STORIA DELL'ITALIA PARTIGIANA”

Casa editrice G. Laterza & Figli, Bari gennaio 1980

 


 

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Carlo e Nello Rosselli a 80 anni dalla morte

7 Juin 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

9 giugno 1937 - 9 giugno 2017

Parigi, sabato 19 giugno 1937.

33 di Rue La Grange-aux-Belles, quartiere operaio.

Una stradina stretta trasformata in viale fiorito per gran numero di corone e fasci di fiori porta alla «Maison des Syndicats».. Nella grande sala delle assemblee due feretri, drappeggiati di velluto carminio, quasi scompaiono sotto fiori e nastri, rossi, le ghirlande, rosse, foglie di quercia e d'alloro. Sono quelli di Carlo e Nello Rosselli, rispettivamente di 38 e 37 anni.

Erano stati uccisi tre giorni prima, il 9 giugno, da un gruppo terroristico filofascista, la «Cagoule», Organisation Secrète d'Action Révolutionnaire Nationale, a Bagnoles-de-l'Orne, una città termale in Bassa Normandia, a circa 230 chilometri da Parigi, famosa per i suoi fanghi benefici alle affezioni del sistema venoso e specialmente alle flebiti. Carlo era arrivato a Bagnoles-de-l'Orne il 17 maggio 1937, per curarsi di una flebite, di cui aveva già sofferto da ragazzo e che si era ridestata in Spagna, dove era al comando di una colonna di antifascisti sul fronte aragonese. Lo aveva poi raggiunto il fratello Nello.

Alle 14 l'orchestra della «Federazione Sinfonica dei Concerti Poulet e Siohan», diretta da Siohan, esegue la Settima sinfonia di Beethoven.

Poi una folla dei grandi appuntamenti storici accompagna i Rosselli al cimitero Père-Lachaise. Li seppelliscono all'ombra degli ippocastani, verso il «Mur des Fédérés», davanti al quale nel 1871 furono fucilati gli insorti della Comune. In tombe vicine, Eugenio Chiesa, Gobetti, Turati, Treves .

Sul quotidiano di proprietà del mandante Galeazzo Ciano la notizia del delitto è data sabato 12 giugno 1937 con questo sfrontato sottotitolo: «Si tratta senza dubbio di una "soppressione" dovuta ad odii tra diverse sette estremiste».

Carlo e Nello Rosselli a 80 anni dalla morte

Secco l'incipit del documento diffuso dal Comitato centrale di Giustizia e Libertà: «Noi denunciamo in Benito Mussolini il mandante dell'assassinio perpetrato in Francia dai sicari fascisti contro Carlo e Nello Rosselli». Un'accusa che la ricerca storica non invaliderà. Significative le conclusioni di Renzo De Felice al termine dell' attenta ricognizione di un robusto apparato documentale: «La documentazione oggi disponibile prova senza ombra di dubbio che il delitto fu commesso su mandato del Sim e che la uccisione di Carlo Rosselli era stata studiata almeno dal febbraio nel quadro di un'azione volta a sopprimere varie "persone incomode" e cioè esponenti attivi dell'antifascismo impegnati nel sostegno della Spagna repubblicana e nella denuncia dell'intervento italiano contro di essa. Mentre le indagini e i procedimenti penali svoltisi in Francia contro gli esecutori materiali del delitto e i loro capi francesi non hanno mai ufficialmente affrontato il problema dei mandanti stranieri, gli elementi emersi nel corso di quelli svoltisi in Italia dop la caduta del fascismo non lasciano dubbi, anche se alla fine, la serie dei processi celebrati si è conclusa con un'assoluzione generale. Come ha scritto Salvemini che più di ogni altro ha approfondito le vicende del delitto e dei processi ai quali esso ha dato luogo, "è certo che il delitto fu compiuto da cagoulards francesi per mandato ricevuto da un ufficiale del Sim, Navale; che costui ricevé il mandato dal suo superiore del SIM Emanuele; che costui lo ricevette certamente da Galeazzo Ciano". Secondo Salvemini, "è assai difficile per non dire impossibile" pensare che Ciano avesse agito di testa sua "e non per esegire una volontà di Mussolini".

Nel 1951 i familiari ne traslarono le salme in Italia, nel cimitero Monumentale di Trespiano, nel piccolo borgo omonimo, nel comune di Firenze, sulla via Bolognese. La tomba riporta il simbolo della “spada di fiamma”, emblema di GL, e l’epitaffio scritto da Calamandrei: «GIUSTIZIA E LIBERTÀ / PER QUESTO MORIRONO / PER QUESTO VIVONO».

Nello stesso cimitero sono sepolti Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Piero Calamandrei e Spartaco Lavagnini.

Bibliografia:

Giuseppe Fiori – Casa Rosselli – Einaudi 1999

L’Italia in esilio. L’emigrazione italiana in Francia tra le due guerre  a cura di:

Archivio Centrale dello Stato Roma

Centre d’Etudes et de Documentation sue l’Emigration Italienne, Paris

Centro Studi Piero Gobetti,Torino

Istituto Italiano di Cultura, Paris

1982
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gli scioperi del marzo 1944 nell'Italia occupata

12 Mars 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

1° marzo 1944, ore 10: la quasi totalità delle maestranze dell'Italia settentrionale e della Toscana entra in sciopero.

Il proletariato industriale era quello che più vigorosamente partecipava alla lotta contro i tedeschi e i fascisti e lo aveva dimostrato con gli scioperi del 1943 e si accingeva a dimostrarlo, ancora una volta, con un grande sciopero che dal gennaio si stava preparando nelle città industriali del Nord. I motivi economici di questo nuovo sciopero erano di un'estrema evidenza: nulla era stato accordato ai lavoratori di quanto era stato loro promesso nel novembre e nel dicembre: i supplementi alimentari non venivano più concessi; la razione di pane a Milano era stata ridotta di 100 grammi; in alcuni stabilimenti non si completava il pagamento del premio di Natale (500 lire più paga per 192 ore di lavoro); il costo de a vita continuava ad aumentare, mentre la borsa nera s'inaspriva sempre più. Ma accanto ai motivi economici, ve ne erano altri politici: impedire il trasferimento del macchinario e l'invio degli operai in Germania (nel mese di febbraio la stampa clandestina annunciava che gli sporadici invii di uomini sarebbero ben presto stati seguiti da un invio in massa: Milano avrebbe dovuto fornire entro il mese di marzo ben 130.000 lavoratori); far cessare la produzione bellica e imporre la ripresa di quella civile; mettere fine alle cruente repressioni dei partigiani. Tutto ciò significava compromettere in maniera irreparabile lo sforzo bellico tedesco e si poteva immaginare come sarebbe stata violenta la reazione dei tedeschi e dei fascisti; ma gli operai l’affrontarono senza timore, consapevoli dei loro insopprimibili diritti e forti della loro segreta organizzazione che li dirigeva con abilità.

Il 10 febbraio il Comitato segreto d'agitazione del Piemonte, della Lombardia (il Comitato di agitazione di Lissone era diretto da Giuseppe Parravicini) e della Liguria diramava un manifesto in cui, dopo aver specificato le rivendicazioni economiche (un effettivo aumento delle paghe, proporzionato all'aumentato costo della vita; un effettivo aumento delle razioni alimentari per tutti; l'effettivo pagamento delle gratifiche promesse in dicembre), si chiedeva che cessassero tutte le violenze fasciste e naziste contro gli operai. «Dobbiamo rifiutarci di continuare a produrre per la guerra fascista»; i lavoratori italiani dovevano restare in Italia a lavorare per il popolo italiano e doveva essere sventato il piano tedesco di trasportare l'industria del nostro paese in Germania.

Si annunciava inoltre che il Comitato segreto di agitazione del Piemonte, della Lombardia e della Liguria avrebbe chiamato ben presto tutti i lavoratori allo sciopero generale : «Scioperate allora compatti, come avete fatto in novembre, in dicembre e in gennaio».

Questo appello era subito accolto dai Comitati d'agitazione clandestini (anche dal Comitato di agitazione clandestino di Lissone) costituitisi nelle varie regioni, nelle varie città e in tutte le fabbriche, dimostrando che la preparazione di questo sciopero era stata veramente minuta e accurata, a differenza degli scioperi precedenti, scoppiati per estemporanee iniziative.

A Milano ad esempio i delegati rappresentanti i comitati agitazione clandestini dei grandi stabilimenti della città della provincia, riunitisi per esaminare la insopportabile e triste condizione che s'è venuta a creare fra la massa lavoratrice, denunciano:

«che le irrisorie concessioni strappate con l'azione di dicembre e gennaio sono già superate dal vertiginoso aumento dei prezzi; che i pochi generi alimentari concessi in dicembre, sono già stati dimezzati, con tendenza a farli sparire; che il tentativo bloccare i prezzi, ha servito solo a far eclissare dal mercato i generi calmierati; che i generi di vestiario, combustibile, gomme per biciclette, ecc., non furono distribuiti, o lo furono in misura esigua da non soddisfare nessuno;

che le promesse fatte nel momento in cui i lavoratori erano in sciopero, sono state negate e disconosciute allorché le masse hanno ripreso il lavoro; che l'assicurazione data di una revisione di salari alle categorie a paghe basse, non è stata praticata; che la liberazione Patrioti e l'eliminazione delle violenze fasciste, si tradusse moltiplicarsi degli arresti, di persecuzioni, violenze, instaurando la fucilazione sommaria dei Patrioti o dei loro familiari ...

Per il raggiungimento delle rivendicazioni su esposte e per rigettare le manovre infami di divisione escogitate dalla reazionaria coalizione, non vi è altra via per le masse lavoratrici che

quella tracciata dall'appello lanciato dal Comitato segreto di agitazione del Piemonte, Lombardia, Liguria, per una rapida preparazione allo sciopero generale, che abbracci tutte le forze dell'Italia occupata dal barbaro tedesco. Essi affermano inoltre che ad eventuali tentativi del nemico di soffocare con la violenza le sacrosante aspirazioni dei lavoratori, questi risponderanno con la violenza, legando la propria azione a quella dei Distaccamenti Garibaldini, avanguardia armata del proletariato ...

Dall’Archivio del C.L.N.A.l. Milano. La mozione è firmata dai delegali delle fabbriche: Breda, Pirelli, Caproni, Marinelli, Acciaierie e Ferriere Falk , Borletti, Motomeccanica, Brown-Boveri , Innocenti, Magnaghi, Alfa Romeo».

In un altro proclama del 26 febbraio, il C.L.N.A.l. richiedeva il concorso attivo di tutta la popolazione per salvare i giovani che non intendevano arruolarsi: «Cittadini, i despoti fascisti, affiancati dall'invasore tedesco, chiamano alle armi i giovani delle classi '22, '23, '24, '25, minacciando la fucilazione a chi non rispondesse all'appello. Sappiate che incombe su loro la minaccia di partire per la terra tedesca, per combattere su fronti lontani o per costruire opere guerresche e rendere più salda la roccaforte della tirannia nazista. I giovani che non rispondono alla chiamata del sedicente governo di Mussolini, non sono disertori. Sono fierissimi cuori che vogliono dare, se occorre, la loro giovinezza per difendere, non opprimere la patria».

Avvicinandosi la data fissata per l’inizio dello sciopero, le autorità, scorgendo la decisa volontà della massa operaia, cercarono di correre ai ripari e rendere meno grave la sconfitta che ormai prevedevano certa, con provvedimenti di emergenza, con contromisure che si riveleranno inefficaci. Anzitutto obbligarono alcune aziende a chiudere, proprio a cominciare dal 1° marzo e per la durata di una settimana, con la scusa della mancanza di energia elettrica; in talune città passavano anche alle aperte minacce, ed a Genova il capo della Provincia pubblicava, la mattina del 1° marzo, un manifesto con cui tentava di intimorire gli operai lasciando loro intravvedere la deportazione in Germania.

Pur con tutto ciò, alle ore 10 del 1° marzo la quasi totalità delle maestranze dell'Italia settentrionale e della Toscana scioperò. Secondo le stesse statistiche di parte fascista, sospesero il lavoro, in quella prima settimana di marzo, più di duecentomila operai e per quanto tale cifra fosse ritenuta esigua da parte dei fascisti in confronto ai lavoratori occupati, tuttavia essa sta a dimostrare che lo sciopero raggiunse una notevole imponenza.

Lo sciopero proseguì compatto fino all'8 marzo quando i responsabili antifascisti diedero l'ordine della ripresa del lavoro, senza lasciarsi allettare da lusinghe né intimorire da minacce.

A Milano sospesero il lavoro anche i tranvieri, reclamando il miglioramento della mensa e della «massa vestiario », oltre alla soluzione della dibattuta questione della fermata durante gli allarmi aerei; asportarono i manettini della marcia e delle valvole per impedire che si tentasse di riprendere il servizio. Elementi fascisti della «Muti» e della «X Mas» fecero uscire ugualmente alcune vetture, ma causarono notevoli danni alle linee ed alle stesse vetture, tanto che ritennero meglio cercare di far ritornare al lavoro i tranvieri. E allora, il 2 marzo, squadristi armati bloccarono alcune loro abitazioni e dopo averli condotti in caserrna li obbligarono a riprendere in parte il servizio. Molti riuscirono a fuggire, mentre una sessantina venivano deportati in Germania, da cui ben 38 non dovevano più ritornare.

«Il podestà Eccellenza Parini ha preso, nei confronti dei tranvieri e operai dell'Azienda che hanno partecipato allo sciopero, un provvedimento inteso ad ammonirli che non si scherza in tempo di guerra. Poiché ci sono stati dei danni, è giusto che li paghino i tranvieri. Fatto fare un preciso conto, il minor introito avutosi sui tranvai, nelle giornate del 2, 3 e 4 marzo, ammonta a L. 1.243.866,65; a questa somma va aggiunta quella di L. 782.000 per i danni causati, in seguito agli urti di 121 vetture, dai tranvieri improvvisati. Un totale, quindi, di lire 2.025.866,65 che i tranvieri rimborseranno all'Azienda mediante trattenuta che sarà divisa in varie rateazioni, detratte le giornate di paga non riscosse ».

Il CLN con un comunicato del 15 marzo promise ai tranvieri il rimborso da parte del Comune di Milano, a liberazione avvenuta: i fondi sarebbero stati prelevati dai beni delle autorità fasciste e da quelli del P.F.R.

Sempre a Milano entrarono in sciopero anche le maestranze del “Corriere della Sera”, per due giorni, togliendo in tal modo ai fascisti la possibilità di mantenere il contatto con la popolazione. Al “Corriere della Sera” il lavoro venne ripreso solo in seguito alla minaccia tedesca di smontare le macchine e di trasferirle in Germania.

Bibliografia:

Franco Catalano – Storia del C.L.N.A.I. – Laterza 1956

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Sandro Pertini

25 Septembre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Pertini-e-Biagi.jpgAlessandro Pertini ha 47 anni quando, il 25 luglio 1943, cade Mussolini e più di 13 ne ha trascorsi in carcere o in domicilio coatto. Nel '68 diventa presidente della Camera e nel 1978, ottantaduenne, capo dello Stato. Nel corso del settennato ottiene grande prestigio e uno straordinario consenso popolare.

Questo è il racconto di Pertini Alessandro, del fu Alberto e di Muzio Maria, avvocato, socialista, confinato politico nell'isola di Ventotene.

25 luglio 1943: come vissero quel giorno

 

«Domenica 25 luglio: una serata come tutte le altre. Quando la radio diede il comunicato ci avevano già rinchiusi nel camerone. Eravamo più di settecento, nella stragrande maggioranza comunisti: Longo, Terracini, Scoccimarro, Camilla Ravera, Secchia. Poi c'erano Ernesto Rossi e Riccardo Bauer del Partito d'Azione, e anche degli anarchici, gente che veniva dalle prigioni, naturalmente, che aveva fatto la guerra in Spagna, che era stata nei campi di concentramento francesi.

Alcuni di noi, ritenuti "pericolosissimi", godevano di un trattamento speciale: venivano sorvegliati a vista. La mattina del 26 notai che i militi che avevano la consegna di pedinarmi erano costernati. Un agente gridò: "C'è una comunicazione importante: tutti in piazza". Era lì che ci riunivano per l'appello; quando veniva letto il nostro nome bisognava rispondere "Presente". Una guardia non seppe star zitta, e si lasciò scappare una notizia che aspettavamo da vent'anni: "Hanno arrestato Mussolini".

Scoprimmo così che c'era un nuovo governo, presieduto dal maresciallo Badoglio, che la guerra continuava. Scoppiò un applauso, ma non si videro scene di esultanza clamorose; il sentimento che prevalse fu un senso di angoscia per quel che ci aspettava: una eredità fallimentare.

Presi subito contatto con alcuni compagni: "Se non stiamo attenti," dissi "può accadere qualcosa di grave". Costituimmo un comitato, ne facevano parte, ricordo, anche un albanese, che fu ucciso al ritorno in patria, e un libertario, Giovanni Damaschi, impiccato poi durante la lotta partigiana.

Chiedemmo di essere ricevuti dal direttore della colonia penale, il commissario Guida, che diventò poi questore di Milano. Lo trovammo nel suo ufficio, era pallido, nervoso, aveva già fatto togliere il ritratto del duce. Gli spiegai che da quel momento era il comitato che comandava, e lui doveva collaborare con noi, e come primo gesto, come prima prova di conversione, era opportuno che impartisse l'ordine alla Milizia smetterla di tenerci dietro, e quei giovanotti avrebbero fatto anche bene a togliersi la camicia nera e i distintivi e le cimici come le chiamavamo. Il dottor Guida poteva, saggiamente per evitare inconvenienti, incorporarli nell'Esercito. Gli chiedemmo di far presente, con forte urgenza, al ministero dell'Intemo, che c'era una logica conseguenza dei fatti: dovevamo essere tutti liberati e senza troppe formalità [...].

Il tempo, nell'attesa, passava lentamente, continuava ad arrivare il battello che partiva da Gaeta e trasportava i rifornimenti, la posta, i giornali; quando doveva sbarcare bestiame non c'era attracco, lo buttavano in acqua, con forti urla lo spingevano alla riva.

Vedemmo arrivare anche una corvetta, che gettò l'ancora in una insenatura. A bordo c'era Mussolini. Scesero dei funzionari della Sicurezza, e avevano già deciso: lo avrebbero scaricato lì, ma ad un tratto si imbatterono in un ufficiale tedesco. Chiesero a Guida cosa ci stava a fare e così seppero che sulla costa c'era una batteria antiaerea, con cento soldati. Allora pensarono di cambiare rotta. Non tenevano in alcun conto la nostra presenza e il rischio che comportava. Andammo subito dal direttore per fargli presente il pericolo; ci disse: "So perché siete venuti, ma state tranquilli. Lo hanno già portato a Ponza".

«Lo misero nella casa dove lui aveva fatto alloggiare Ras Imerù, l'abissino che aveva guidato le truppe del Negus e che, dopo la sconfitta, rifiutò di sottomettersi. Era un uomo pieno di dignità, alto, severo, portava un lungo mantello nero.

«Mussolini io lo vidi dunque una sola volta: all'arcivescovado di Milano, nell'aprile del 1945, lui scendeva le scale, io le salivo. Era emaciato, la faccia livida, distrutto [...].

Ed ecco il fausto momento: partì finalmente il primo veliero, ci furono molti abbracci, e quelli che se ne andavano stavano aggrappati alle sartie per salutarci, e noi eravamo lì sul molo, quelli sventolavano i fazzoletti, c'era un confinato che aveva portato con sé il bombardino, lo aveva salvato nelle trincee delle Asturie, nei campi di Vichy, attaccò l'Inno di Mameli e noi ci mettemmo a cantare, con passione, con ira, "va fuori d'Italia", e quelli della Wehrmacht, che capivano, ci fissavano cupi [...].

Un giorno il direttore mi mandò a chiamare: "Ho una bella novità per voi. E arrivato un telegramma che dispone per la vostra liberazione". Grazie, dissi. Però non me ne vado finché qui resta uno solo di noi. Ma Camilla Ravera, che diede sempre prova di una straordinaria forza morale, Terracini e altri, mi convinsero che dovevo partire, per andare a perorare la causa dei detenuti, così non diedi pace a Senise, Capo della Polizia, e a Ricci, che era agli Interni, li andavo a trovare ogni giorno con Bruno Buozzi. Erano restii, avevano nei confronti dei comunisti paura e odio. Minacciammo uno sciopero generale, e l'argomento li convinse. Quando arrivò l'ultimo di Ventotene, potei andare a trovare mia madre. Era molto vecchia e mi attendeva. Stava sempre seduta su un muretto che circondava la nostra casa. "Che cosa fa, signora?" le domandavano. "Aspetto Sandro", rispondeva. Poi rientrai nella capitale. Ero diventato, con Nenni, con Saragat, membro dell'esecutivo del partito e con Giorgio Amendola e Bauer facevo parte della Giunta Militare.

Venne l'8 settembre e fui a Porta San Paolo, c'erano anche Longo, Lussu e Vassalli, e gli ufficiali dei granatieri sparavano e piangevano: "Il re ci ha lasciati, il re ci ha traditi”. Vittorio Emanuele III e Badoglio fuggivano verso Pescara, i tedeschi si preparavano a liberare Mussolini, cominciava un'altra triste e lunga storia».

 

Bibliografia

 

Enzo Biagi - la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1990

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