Una pietra d’inciampo dedicata a Mario Bettega
A Lissone, il 26 gennaio prossimo alle ore 14,00, in occasione della Giornata della Memoria, verrà installata all’ingresso dello stadio comunale di calcio di via Dante una pietra d’inciampo dedicata a Mario Bettega.

Calciatore della ProLissone, di grande talento, operaio della Breda, antifascista, impegnato nella Resistenza, all’età di ventisei anni Mario Bettega è morto il 19 marzo 1945 nel lager di Mauthausen, da dove non è più tornato.
La posa sarà effettuata dall’artista tedesco Gunter Demnig, che mosso da ragioni etiche, ha ideato il progetto artistico delle Pietre d'inciampo, come strumento contro l’oblio, il negazionismo e il revisionismo storico, in memoria di cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti.
Le Pietre, in cui "l’inciampo" rappresenta metaforicamente un invito alla riflessione, hanno la forma di un sampietrino. Della dimensione di 10 per 10 centimetri, sono cubi di cemento che recano sul lato alto una targa in ottone con il nome e le date di nascita, di arresto, deportazione e morte delle vittime dello sterminio nazista o della persecuzione. Non solo ebrei, ma anche omosessuali, sinti, rom, testimoni di Geova, disabili fisici e mentali, oppositori del regime nazista e membri della Resistenza.
Lissone, 25 gennaio 2019
Il Sindaco di Lissone Concettina Monguzzi scrive:
«Una pietra per ricordare.
Era un calciatore Mario Bettega, un ragazzo che sicuramente non passava inosservato.
Bello, atletico, sguardo vispo. Un talento cristallino. Col pallone fra i piedi, era capace di incantare, creare, divertire, fare goal.
Forse, al giorno d'oggi, sarebbe diventato uno di quei "miti" di cui si comprano la maglietta con sopra il numero ed il nome stampato.
Ma oltre che giocatore della Pro Lissone, Mario Bettega era un ragazzo con ideali e valori ben saldi.
Sosteneva l'importanza della libertà, del diritto all'uguaglianza, al pensiero, alla parola.
Fu convintamente antifascista e la sera, dopo aver lavorato in fabbrica, aiutava la Resistenza.
Lo faceva trasportando qualche pacco di otturatori e caricatori verso i laboratori clandestini che servivano per alimentare la difesa dal nazifascismo.
Mario Bettega fu catturato proprio mentre stava svolgendo la sua Resistenza.
Fu portato a San Vittore, da lì a Mauthausen dove morì ad appena 26 anni. Era il 19 marzo 1945. Un orrore.
A quel giovane, la città di Lissone rende omaggio posando una pietra d'inciampo proprio all'ingresso dello stadio comunale della Pro Lissone Calcio. Un luogo a lui caro. Possiamo immaginare quante volte avrà varcato quella soglia per andare a giocare una partita di calcio, per andare ad indossare la maglia bianca e blu della "Pro".
Il mio invito è proprio questo: fermarsi davanti a quel sampietrino metallico e pensare alla storia di questo giovane.
Una pietra d'inciampo posta alla soglia di un luogo importante per la nostra città. Uno spazio che diventa occasione di memoria. Di ricordo. Un mezzo per ricordarci chi ha dato la vita per la libertà e a spronarci ad andare sempre oltre la soglia per difendere i diritti di tutti.
Un po' come ha fatto Mario, che anziché rimanere in disparte ha scelto di varcare l'uscio di casa per aiutare la Resistenza.
A volte è difficile superare la soglia, occorre consapevolezza e coraggio. Occorre la volontà di prendere parte, di capire in cosa si vuole credere e dove riporre la speranza
Occorre muoversi. Noi ora stiamo ponendo pietre d'inciampo di persone che hanno vissuto più di 75 anni fa.
Tra 75 anni quali pietre d'inciampo potranno porre? Per che cosa? Per quale Resistenza?
E noi oggi che pietre d'inciampo vogliamo essere?»
Dal sito del Comune di Lissone:
Altre iniziative per il Giorno della Memoria
Sabato 26 e Domenica 27 gennaio 2019
Lissone - Piazza Libertà Palazzo Terragni
Inaugurazione 26 gennaio ore 11

Organizzata dal Centro Culturale Fotografico Club F64 di Lissone una mostra fotografica dal titolo “IL SONNO DELLA RAGIONE”

______________________________________________________________________

A cura della Compagnia Teatro Instabile
Spettacolo Teatrale: "IL LAVORO RENDE LIBERI"
Regia di Filippo Mussi
27 Gennaio 2019 - ore 16.00 Palazzo Terragni - Piazza Libertà
Repliche rivolte ai ragazzi delle scuole lissonesi sabato 26 e lunedì 28 gennaio

Tema dello spettacolo:
La vita scorre normale a Berlino alla vigilia di Natale 1938, ma tutto sta cambiando. Il 30 gennaio 1939 è l'inizio della shoah, scandita da un discorso programmatico di Adolf Hitler. Milioni di persone a partire da quel momento escono dalla cittadinanza tedesca, perdono i loro diritti e diventano solo strumenti utilizzati ai fini della produzione bellica.
Lo spettacolo, che nel primo atto descrive una vita a Berlino di persone normali, ebrei ricchi e ebrei senza risorse, nel secondo atto offre uno spaccato di un campo di lavoro, la cui insegna posta sopra la porta di ingresso recita: "Il lavoro rende liberi".
Le Pietre d'Inciampo cosa sono
LE PIETRE D'INCIAMPO COSA SONO

Un piccolo blocco quadrato di pietra (10x10 centimetri), ricoperto di ottone lucente, posto davanti alla porta della casa nella quale ebbe l’ultima residenza un deportato nei campi di sterminio nazisti: ne ricorda il nome, l’anno di nascita, il giorno ed il luogo della deportazione, la data della morte. In Europa ne sono state installate già oltre 70.000 (dato aggiornato all’ottobre 2018), la prima a Colonia, in Germania, nel 1992. Sono le “Pietre d’Inciampo”, Stolpersteine in tedesco, iniziativa creata dall’artista Gunter Demnig (nato a Berlino nel 1947), quale reazione ad ogni forma di negazionismo e di oblio, al fine di ricordare tutte le vittime del Nazional-Socialismo, che per qualsiasi motivo siano state perseguitate: religione, razza, idee politiche, orientamenti sessuali (maggiori informazioni si trovano su http://www.stolpersteine.eu/en/home/). L’inciampo non è fisico, ma visivo e mentale. Costringe chi passa ad interrogarsi su quella diversità, a ricordare quanto accaduto. Grazie ad un passaparola tanto silenzioso quanto efficace, oggi si incontrano “Pietre d’Inciampo” in oltre 2.000 località tra Austria, Belgio, Croazia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lituania, Lussemburgo Norvegia, Olanda, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Russia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Ucraina ed Ungheria. In Italia, le prime “Pietre d’Inciampo” furono posate a Roma nel 2010, a Milano nel 2017 ed attualmente se ne trovano a Bolzano, Brescia, Genova, Chieti, Gorizia, L’Aquila, Livorno, Meina, Merano, Milano, Novara, Ostuni, Prato, Premolo, Ravenna, Reggio Emilia, Siena, Stresa, Teramo, Torino, Venezia e Viterbo. Per spiegare la propria idea, Gunter Demnig, che posa personalmente quasi tutte le “Pietre d’Inciampo”, ha fatto proprio un passo del Talmud: «Una persona viene dimenticata soltanto quando viene dimenticato il suo nome». Obiettivo della “Pietra d’Inciampo”, un inciampo emotivo e mentale, non fisico, è mantenere viva la memoria delle vittime dell’ideologia nazi-fascista nel luogo simbolo della vita quotidiana dei deportati, la loro casa appunto, invitando allo stesso tempo chi passa a riflettere su quanto accaduto in quel luogo ed in quella data. Per non dimenticare…
LE “PIETRE D’INCIAMPO”: IL SIGNIFICATO
Stolpersteine nasce da un’idea dell’artista tedesco Gunter Demnig, per contrastare l’oblio e le cattive memorie sulla tragedia delle deportazioni nazifasciste durante la Seconda Guerra Mondiale. L’episodio decisivo avviene a Colonia nel 1990, quando un cittadino contesta la veridicità della deportazione nel 1940 di 1.000 sinti della città renana, in occasione dell’installazione di un’opera scultorea per ricordarne la persecuzione. Da quel momento Demnig si dedica a costruire il più grande monumento diffuso d’Europa, attraverso l’installazione di “Pietre d’Inciampo”, sampietrini di piccole dimensioni, sui marciapiedi davanti alle abitazioni delle vittime delle persecuzioni naziste, qualunque ne fosse la ragione. L’incisione, sulla superficie superiore di ottone lucente, ne ricorda nome e cognome, data di nascita, data e luogo della deportazione e data di morte, quando conosciuta. Un’iniziativa senza precedenti, che ha superato presto i confini della Germania, in virtù della sua originale funzione di stimolo alla coscienza collettiva in molti paesi europei. La caratteristica distintiva di Stolpersteine, rispetto a qualunque altro monumento dedicato all’Olocausto, è quella di creare, esattamente nello stesso luogo in cui abitò la vittima dello sterminio dei nazisti e dei loro alleati, quella che allo stesso tempo rappresenta una commemorazione personale ed un invito alla riflessione. Un semplice sampietrino quindi, come i tanti che pavimentano le strade delle nostre città, ma dalla forza evocativa senza precedenti, perché collocato davanti all’abitazione dei deportati: da lì sono stati prelevati, strappati ai loro affetti ed alle loro occupazioni, per essere uccisi senza ragione, finiti in cenere o in fosse comuni, privando così i familiari ed i loro discendenti persino di un luogo dove ricordarli. La piccola pietra di ottone chiama ciascuno
di noi che, parafrasando Primo Levi, «viviamo sicuri nelle nostre tiepide case e tornando a casa a sera troviamo cibo caldo e visi amici» a riflettere su quanto sia importante «ricordarsi di ricordare» ed a vigilare perché ciò che è accaduto non si ripeta.
Comitato per le Pietre d'inciampo della Provincia di Monza e Brianza
In occasione della Giornata della Memoria 2019, si è costituito il Comitato per le “Pietre d'inciampo” della Provincia di Monza e Brianza, fondato dai comuni di Cesano Maderno, Lissone e Seregno insieme all’ANED (Associazione Nazionale ex Deportati) e all’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) Provinciale e l’Associazione Senza Confini di Seveso.

Il Comune di Lissone è fra i promotori del Comitato per le Pietre d'inciampo, costituitosi proprio allo scopo di mantenere viva la Memoria di tutti i deportati durante la Seconda Guerra Mondiale.
E la nostra Sezione lissonese dell’ANPI, che ha partecipato alle riunioni preparatorie, ha aderito.
Alcuni dati statistici riguardanti il nostro sito internet
Aumenta l’interesse per il nostro sito internet, che, oltre ad essere un mezzo per illustrare le attività della Sezione dell’ANPI di Lissone, dedica numerosi articoli alla storia d'Italia del Novecento e alla storia locale. Lo dimostra il numero di visitatori che lo hanno consultato nell’anno appena terminato.
Il sito contiene, ad oggi, 680 articoli, tra cui 100 dedicati alla storia locale lissonese, tutti corredati da numerose fotografie, immagini e documenti.
Concerto per Luca tra musica pensieri e ricordi
Sono passati alcuni mesi da quando Luca Schiano ci ha lasciati.
Faceva parte del direttivo della nostra Sezione ed era il più giovane dei soci dell’ANPI lissonese.
Conoscevamo il suo amore per la musica e avevamo anche avuto l’occasione di apprezzarne il talento musicale.
Dopo la sua prematura scomparsa, pensavamo di ricordarlo con un’iniziativa da tenersi nella nostra città.
Quando gli amici di Luca hanno manifestato la loro intenzione di dedicargli un concerto, subito hanno avuto il nostro sostegno nell'organizzare l’evento.
Il “Concerto per Luca, tra musica, pensieri e ricordi” avrà luogo a Palazzo Terragni, in piazza Libertà a Lissone, sabato 12 gennaio 2019 alle ore 21.
Nella serata alcune Band renderanno omaggio a Luca attraverso la musica.
Il concerto ha avuto il patrocinio e il contributo dell’Amministrazione comunale di Lissone.
Il direttivo della Sezione

Associazione Nazionale Partigiani d’Italia
Sezione “ Emilio Diligenti “ di Lissone
Villa Magatti - piazzale S. Pertini - Lissone
indirizzo mail: anpilissone@libero.it
L'ANPI con i Sindaci che resistono costituzionalmente

3 Gennaio 2019
Dichiarazione della Presidente nazionale ANPI a sostegno della decisione del Sindaco di Palermo di sospendere l'applicazione di una parte della legge sicurezza e immigrazione
«È un fatto molto positivo che alcuni Sindaci, per rispetto pieno della Costituzione, abbiano deciso di sospendere l'attuazione di quelle parti della legge sicurezza e immigrazione inerenti l'attività dei Comuni. Lo ha fatto per primo meritoriamente il Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, ed altri sindaci, altrettanto meritoriamente, stanno seguendo la sua strada. L'articolo 13 della legge nega al richiedente asilo in possesso del permesso di soggiorno la possibilità di iscriversi all'anagrafe e quindi di avere la residenza, impedendogli di conseguenza di usufruire di qualsiasi servizio, a cominciare dall'assistenza sanitaria. Migliaia e migliaia di persone, pur presenti legalmente nel nostro Paese, sono così giuridicamente cancellate. Ciò comporterà inevitabilmente il passaggio di gran parte di costoro all'illegalità, compromettendo ogni loro speranza e la sicurezza di tutti i cittadini. La coraggiosa decisione di Orlando e di altri Sindaci di non dare attuazione a tale articolo apre così anche sul terreno istituzionale quel percorso di resistenza civile che da tempo l'ANPI aveva auspicato non contro questo Governo in quanto tale, ma contro i provvedimenti che negassero i fondamentali diritti costituzionali ribaditi dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Se c'è un contrasto fra leggi e Costituzione, occorre che venga alla luce con chiarezza affinché la Corte Costituzionale possa pronunciarsi in merito. Ci auguriamo che ciò avvenga al più presto».
Carla Nespolo
Presidente nazionale ANPI
Roma, 3 gennaio 2019
2018: i 70 anni della nostra Costituzione
Lissone, 31 dicembre 2018
Nell’anno che sta per terminare, la Costituzione italiana ha compiuto 70 anni. L’Amministrazione comunale di Lissone ha celebrato la ricorrenza con un insieme di eventi dedicati alla nostra Carta fondamentale. 15 sono state le associazioni coinvolte: in ordine alfabetico, A.MUS.LI - Associazione Musicale Lissonum, A.N.P.I. - Associazione Nazionale Partigiani Italiani, Athena, Circolo Don Bernasconi, Club Natalia Ginzburg, Compagnia Teatro Instabile, Consonanza Musicale, Corpo Bandistico Santa Cecilia, F.A.L. - Famiglia Artistica Lissonese, Il Soffio di Artemisia, MeC - Musica e Canto, Musicarte, Pro Loco Città di Lissone, qDonna e Teatro dell'Elica. In due eventi, parte attiva sono stati il Liceo Scientifico Enriques e l'IPSIA di Lissone.
L’obiettivo era valorizzare i principi della nostra Carta fondamentale e offrire ai cittadini differenti ed interessanti spunti di riflessione sui diritti inviolabili ed i doveri inderogabili contenuti nella Costituzione.

Vedi: tutte le iniziative sulla Costituzione svolte a Lissone nel corso dell'anno 2018
Buon Natale 2018 con l’ANPI
Sabato 15 e domenica 16 dicembre siamo stati presenti in piazza Libertà a Lissone in una casetta natalizia concessaci dall’Amministrazione comunale.
Oltre a scambiarci gli auguri, è stata anche un’occasione per far conoscere ai passanti le attività della nostra Sezione, che da ben 13 anni opera in città.
Inoltre, si sono potute consultare le nostre pubblicazioni.
I soci hanno potuto rinnovare l’iscrizione per il 2019 e si sono state raccolte anche nuove adesioni.
Il disegno della tessera raffigura una festa di popolo, è gente serena e felice che festeggia in un clima allegro e gaio, sono donne e uomini non intristiti, non costretti a subire eventi tragici Sono persone molto diverse tra loro che però vogliono stare insieme e riescono a stare insieme, e sono contente. È un inno alla vita.
Il motto “L’umanità al potere”è molto bello e pertinente. Il senso di umanità va al di là dell’appartenenza a una compagine sociale, civile o politica.
Il potere deve essere di ogni uomo, deve appartenere all’umanità tutta, all’umanità che ragiona, all’umanità che desidera, che è ancora capace di sognare e di inseguire i suoi ideali per migliorare la società.
È importantissimo avere idee e sogni.
(da un’ntervista all’artista Ugo Nespolo, autore del disegno della tessera Anpi 2019)
E auguri di Buone Feste!
Da “I miei sette figli” di Alcide Cervi
«Io l'ho detto al Presidente: bisogna cambiare, è il sistema che non va, e io riunirei la Camera poi metterei insieme le buone proposte di tutte le parti come si è fatto per la Costituzione e chiamerei tutti gli italiani a stare uniti per salvare lo Stato e la nazione ...
Che il cielo si schiarisca, che sull'Italia torni la pace e la concordia, che i nostri morti ispirino i vivi, che il loro sacrificio scavi profondo nel cuore della terra e degli uomini». Alcide Cervi
Il 25 novembre 1943 venivano catturati nella loro casa di Campegine i fratelli Cervi .
Nell’introduzione del libro "I miei sette figli" di papà Cervi, Sandro Pertini ha scritto:
«La storia dei Cervi dimostra come si possa diventare antifascisti partendo dai valori più elementari ed essenziali: l'amore per l'uomo, il culto della famiglia, la passione per il lavoro dei campi».
«I miei figli hanno sempre saputo che c'era da morire per quello che facevano, e l'hanno continuato a fare, come anche il sole fa l'arco suo e non si ferma davanti alla notte. Così lo sapevano i tanti partigiani morti, e non si sono fermati davanti alla morte.
E ora essi sono con noi in questa terra di Emilia dove le viti si abbracciano alle tombe, dove un lume e un marmo è la semente di ogni campo, la luce di ogni strada».
(In Emilia le pietre funerarie, che indicano il luogo ove fu fucilato un partigiano, sono situate in mezzo ai campi).
Nella vita eravamo così: otto eravamo uno e uno tutti e otto.
Uno che conosce l'agricoltura emiliana, sa che la maggiore produzione sta nel latte, che il “capitale” sono le vacche. Ma tutto dipende dal foraggio, che dev’essere parecchio e di buona qualità. Così il latte viene abbondante, grasso e saporoso ...
Nei dintorni di Campegine c’eran tutte gobbe e buche, e con una terra così il foraggio non viene bene, perché l'irrigazione è difettosa, l'acqua stagna nelle buche e fa il marcio. Il foraggio viene poco e cattivo, il latte magro e misero, il contadino povero e disperato.
Aldo studiava sempre come si poteva fare per cambiare metodo e leggeva libri. Era abbonato a riviste di agricoltura e alla Riforma Sociale che era diretta da Einaudi.
Lì c’era un articolo che parlava dei terreni come i nostri, a gobbe e buche, e spiegava come si poteva livellare.
Cercano un nuovo terreno non più a mezzadria ma in affitto: lo trovano ai «Campi rossi» di Gattatico.
E così facemmo San Martino (significava fare trasferimento) in una giornata di novembre, il mese di San Martino.
Il primo carro prese il cammino, e dietro gli altri. lo e Genoveffa avanti sul biroccio, poi i carri con le donne e i bambini in cima, dietro le bestie, e intorno, avanti e sempre cambiando posto, i sette figli in bicicletta.
La sera ci mettemmo tutti a studiare il piano per lo sterro. Aldo dirigeva l'impianto vagoni e binari, Gelindo doveva fare con gli altri fratelli le squadre sterratori e i turni, Agostino e io pensavamo ai picchetti per il livello.
E tutto il giorno si lavorava e si cantava. La sera,ci riunivamo nella stalla e si faceva il bilancio del giorno e si fissavano i metodi di scavo per l’indomani.
Da allora tutti i contadini della zona impararono a livellare. E oggi nel reggiano non si trovano più appezzamenti a gobbe e buche.
Intanto Aldo fa sempre attività politica, e adesso ha trovato un altro sistema per organizzare la gente. Ci sono i confinati politici, tanti in quella epoca, che là dove stavano gli davano poco da mangiare, così Aldo va nelle case dei contadini, a Campegine, e chiede se vogliono mandare un pacco a persone bisognose che lottano anche per loro, e lì approfittava per fare la predica. Gli emiliani sono stati sempre di cuore per queste cose, anche gente non politica, e quasi sempre il pacco veniva fuori. Così la popolazione si affezionava e veniva all'antifascismo. Poi Aldo faceva le collette, le sottoscrizioni, e tutti volevano che andasse alla casa loro, perché gli piaceva sentirlo parlare.
In quel tempo tenemmo nascosti anche molti ricercati politici.
Certi contadini, ormai, ci guardavano preoccupati e qualcuno aveva persino paura a parlare con noi, ma i più ci seguivano nella lotta. Così Aldo pensò che bisognava incoraggiare, far capire che il fascismo non ci fermava nel progresso e che noi eravamo sempre in testa nel lavoro e nella tecnica.
A quel tempo, di trattori quasi non ce n'erano nella bassa, i contadini aravano ciascuno per proprio conto e a fatica. Invece se avessimo comperato un trattore, lo si sarebbe prestato anche agli altri, sarebbe stato un modo per rinvigorire l'amicizia con i contadini più sospettosi. Così Aldo andò a Reggio e comprò un trattore Landini, con quello venne fino a casa, e imboccò la strada nostra tra gli sguardi di tutti i vicini. Molti andavano appresso, altri correvano per rivederlo passare e guardare bene i cingoli e gli ingranaggi, per avere cognizione. Aldo salutava tutti in cima al trattore, e teneva vicino un mappamondo, che girava e rigirava, secondo le buche. - Porto a spasso il mondo, - diceva allegro, - e voleva far capire che il progresso tecnico si può fare se si guarda anche fuori dal campo, se si hanno gli occhi sul mondo.
Intanto si arriva al 1940, e l'Italia entra in guerra.
Aldo andava in giro per le case di sera a leggere e spiegare L'Unità, l’Avanti, e qualche quaderno di Giustizia e Libertà.
Diceva di Hitler che invadeva l'Europa e spiegava che cos'è l'imperialismo. Faceva l'esempio degli industriali che ci sono in Italia, di quanto rubano al contadino e all' operaio, sulla forza lavoro, sulla luce elettrica, sui concimi chimici, sui prezzi dei prodotti agricoli, sugli attrezzi industriali, e spiegava la concorrenza tra i monopoli, italiani ed esteri, così i contadini capivano la ragione della guerra come se leggessero sul libro dei conti.
Un bel giorno la Lucia (era un’amica dei Cervi) portò nella nostra casa una macchina a inchiostro per stampare i manifestini antifascisti. Aldo li scriveva, per i mezzadri, gli affittuari, gli artigiani, con una parola buona per ciascuno, e poi Gelindo faceva funzionare la macchina, che era divenuto un lavoro di casa come gli altri.
Per il socialismo i miei figli avevano una venerazione grande, perché ci vedevano la giustizia sociale e l'uomo emancipato. Ci vedevano i sogni fatti dai padri, dai primi predicatori reggiani dell'emancipazione, il vangelo che diventa terra, ferro, e leggi per la contentezza dell'uomo, contro i prepotenti e i ladri. Tutta la mia famiglia ha sempre sentito che gli uomini sono uguali e che devono essere uniti per il progresso.
Ferdinando aveva passione per le api perché ci vedeva la società giusta, organizzata nel lavoro, come quella socialista, diceva.
Intanto l'Annona (L'Annona era un servizio comunale preposto al razionamento dei generi alimentari durante la guerra), per dare grano e carne ai banditi fascisti, tortura i contadini con le spiate, le persecuzioni, i ricatti. Tutto all'ammasso, grida il fascio, e invece l'organizzazione clandestina diceva: niente all'ammasso! (Conferire all'ammasso era un obbligo sancito dal governo fascista per cui tutti i prodotti alimentari venivano contingentati). I miei si mettono subito a convincere i contadini, che non sapevano come difendere il «capitale» dalla requisizione. Aldo ha un'idea strategica. Ai contadini che avevano dato tutto il bestiame all'ammasso e non avevano carne per sfamarsi, dà carne a volontà, ma a prestiti di breve scadenza, così quei contadini dovevano salvare qualche capo dalla requisizione per restituire il dato. E quando si presentavano operai di Reggio, e spesso operai delle officine meccaniche Le Reggiane, dove si riparavano aerei tedeschi e si fabbricavano aeroplani italiani, Aldo dava carne e farina, purché gli portassero pezzi di motore degli aeroplani. Così la resistenza alla guerra non era più fatta solo sulla propaganda, ma sulla lotta per vivere. Una volta un operaio delle Reggiane portò la testa di un cilindro di uno Stukas e Aldo disse che il sistema cominciava a funzionare.
Insieme alla carne e alla farina, Aldo ci metteva in sovrappiù la stampa clandestina, così i contadini capivano il perché di quel baratto. Noi non davamo un grammo all'ammasso.
Il 25 luglio eravamo sui campi e non avevamo sentito la radio. Vengono degli amici e ci dicono che il fascismo è caduto, che Mussolini è in galera. È festa per tutti. La notte canti e balli sull' aia.
Facciamo subito un gruppo di contadini e andiamo a Reggio, per la strada tutti si aggiungono e la colonna diventa un popolo.
Aldo propone:
- Papà, offriamo una pastasciutta a tutto il paese.
Facciamo vari quintali di pastasciutta insieme alle altre famiglie.
A Campegine, chi in piedi e chi seduto, il pranzo ha riempito la piazza grande, e tutti fanno onore alla pastasciutta celebrativa. Ma si avvicinano i carabinieri, e vogliono disperdere l'assembramento. Gelindo si fa avanti e dice:
- Maresciallo, rispondo io di tutta questa gente. Accomodatevi anche voi.
E i carabinieri si mettono a mangiare.
Intanto i fascisti erano spariti come scarafaggi nei buchi.
A Reggio il governo Badoglio si fece capire nemico del popolo, più che in tutte le altre zone d'Italia. Erano nove i morti, nove operai che volevano la pace. Era il 28 luglio 1943.
Le Reggiane diventarono un centro di lotta contro la guerra. Se ne accorsero poi i tedeschi quando facevano riparare i loro Stukas che non si riparavano mai, o quando sparivano casse di proiettili, o pezzi di mitraglia, che finivano in montagna per i partigiani.
Arriva l'8 settembre.
La notte del 9 le divisioni corazzate delle SS occupano la città. Alla mattina i tedeschi fanatici sfilano per le vie del centro cantando.
La popolazione faceva come le sabbie mobili e inghiottiva i soldati per salvarli dai tedeschi. Venivano fatti entrare per le finestre, dai balconcini si calavano le corde, carri di fieno portavano soldati nascosti, donne si mettevano a braccetto con uomini mai visti, cosi che al distretto di Reggio su 200 soldati i nazisti ne trovarono solo tre. Lo stesso si faceva per i prigionieri anglo-americani scappati. Anche la nostra casa diventò una stazione di smistamento. Ma noi facevamo in modo diverso. Non soltanto volevamo che i soldati ci dessero le armi, e in cambio gli davamo i vestiti, ma a quelli che si presentavano senza armi gli dicevamo di andarne a trovare una e portarla. Così dopo qualche giorno i fienili sono diventati arsenali, e abbiamo finanche una mitragliatrice. La casa è piena di soldati e le donne la sera preparano il rancio. Intanto i ragazzi sono in giro per cercare abiti civili, perché quelli che abbiamo non bastano. Alla notte c'è il trasferimento. I soldati, vestiti da contadini, se ne partono a gruppi, con biciclette che ci siamo fatti dare in prestito.
Intanto in tutto il reggiano i contadini e gli operai cominciano a muoversi e ci arrivano le direttive contro l'invasore tedesco. Cominciano gli atti di sabotaggio, e i contadini assaltano gli uffici dell'ammasso per non lasciare il grano ai tedeschi.
Nascono i GAP (Gruppi di azione patriottica).
I miei figli organizzano un piano per far scappare i prigionieri del campo di Fossoli. Di notte vanno ai lati del campo, tagliano il filo spinato. I prigionieri scappano e trovano sulla strada donne in bicicletta che li portano a casa mia. Così se prima la casa sembrava una. caserma, adesso somigliava alla Società delle Nazioni. Ci sono diverse nazionalità, inglesi, americani, russi, neozelandesi, e parlano ognuno la propria lingua.
C'erano tutti gli alleati. Una sera dopo cena, ci mettiamo a cantare canzoni ognuno del proprio paese e d'improvviso viene fuori il canto dell'Internazionale. La sapevano tutti e la cantavano nella loro lingua, ma quella sera c'era una lingua sola e un cuore solo: l'Internazionale.
Tutti vogliono partire tranne i russi che chiedono di combattere.
Aldo si mise poi in contatto con i compagni che già lavoravano in montagna.
Veniva l'inverno, difettavano i collegamenti, così dal Comitato di Liberazione di Reggio viene l'ordine di ritirarsi dalla montagna.
Ormai, però, i prigionieri erano diventati troppi a casa mia, allora erano trenta. Ai primi di novembre, il Comitato di Liberazione vuole sfollati i prigionieri, ché il rischio è troppo grande. L'ultimo scaglione deve partire il giorno 25.
Così viene la notte, quella notte del 25 novembre, quando i fascisti, sicuri di trovare i prigionieri, perché avevano avuto la spiata, circondano la casa nostra.
Non era ancora l'alba, pioveva a dirotto, e noi dormivamo tutti. A un certo punto ci svegliano i lamenti del bestiame e colpi di fuoco ... Sparano dai campi intorno alla casa ... - Cervi, arrendetevi!
Non diciamo parola e prendiamo subito le armi. Le donne trascinano nelle stanze le cassette delle munizioni ...
Intanto noi abbiamo infilato le pistole tra gli scuri, Aldo ha un mitra e apre il fuoco. Anche gli stranieri sparano con noi. Ci rispondono altri colpi e il fuoco dura qualche minuto. Poi noi cominciamo a scarseggiare nei tiri finché ci guardiamo tutti e ci parliamo nelle stanze, le munizioni sono finite. Aldo guarda dalla finestra verso il fienile, vede un bagliore, e dice: brucia, non c'è più niente da fare.
Io dico: non mi arrendo a quei cani, andiamo giù tutti quanti, è meglio morti che vivi. Aldo mi ferma e dice: no, papà, che ci sono le donne e i bambini. Meglio arrendersi.
Aldo ci riunisce e dice: - Sentitemi bene. Quando ci interrogheranno, solo io e Gelindo ci prenderemo la responsabilità. Gli altri non sanno niente, è chiaro?
Entrarono nell'aia due autocarri, poi ho saputo che erano venuti in 150 uomini per prenderci. La casa bruciava, e ora si vedevano i fascisti armati fino ai denti ...
La madre li abbracciava tutti come poteva, e se li stringeva al petto, e li carezzava sul capo, e piangeva e diceva: meglio morire, meglio morire ... Ci portano via, mentre le donne e i bambini restano soli nella casa che brucia.
Continua a piovere, così forse l'incendio finirà presto.
Ma poi ho risaputo che sì, l'incendio è finito presto, ma che i fascisti, appena andati via noi, si sono messi a rubare e a saccheggiare tutto, mobili, macchine, copertoni, e poi bruciarono i libri, li strapparono e se li misero sotto i piedi.
In carcere vengono interrogati e pestati. I sette fratelli pensano un piano di fuga.
I fascisti aprono la porta della nostra cella e gridano: Famiglia Cervi, fuori!
Io esco in testa, ma mi dicono: - Tu che vuoi, sei vecchio, torna indietro.
- Sono il capo famiglia, e voglio stare insieme ai miei figli. Ma intanto viene un contrordine, tutti di nuovo nella cella, ancora non è pronto.
Ci dicono: tornate a dormire, sarà per domattina.
All'alba nuova chiamata, ed escono i miei sette figli. Chiedo dove li portano.
- A Parma, per il processo, - mi rispondono. E li portano via alla svelta, faccio in tempo appena a salutarli.
Il 7 gennaio 1944 il carcere viene bombardato.
Le mura del carcere crollano in mezzo a un iradiddio di schianto e di polvere. Io mi infilo dentro il buco che serviva per l'accettazione dei pacchi, e salto nella strada, altri nascosti dalla polvere passano attraverso il crollo ... io prendo la Via Emilia ... mi volto verso Reggio: vedo fiamme e fumo, nel cielo arancio ... una famiglia che conoscevo mi dà una bicicletta ... Arrivo a casa alle 23 e tutti dormivano. Entro, guardo l'attaccapanni, i figli non erano tornati ... - Si sa niente dei figli?
La moglie risponde come distratta: - Se non lo sai tu, noi non sappiamo niente ... - Li hanno portati a Parma per il processo ... - E se non li avessero portati a Parma, se fosse una bugia? - diceva la moglie ... - Se non li hanno portati a Parma li avranno deportati in Polonia a lavorare ...
Per un mese e mezzo non mi disse parola sui figli. Aspettava sempre che mi rimettessi dall'ulcera e dalla prigione, e così ogni sera andava a letto con il segreto nel cuore e in più con me che non capivo e parlavo di loro come se fossero vivi ...
- I nostri figli non torneranno più. Sono stati fucilati tutti e sette. Le nuore mi si avvicinarono, e io piansi i figli miei. Poi, dopo il pianto, dissi: - Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti.
Dopo che avevo saputo, mi venne un grande rimorso ... li avevo salutati con la mano, l'ultima volta, speranzoso ... invece andavano a morire. Loro sapevano, ma hanno voluto lasciarmi l'illusione, e mi hanno salutato sorridendo; con quel sorriso mi davano l'ultimo addio.
Che ne sa la morte dei nostri sacrifici, dei baci che mi avete dati fino a grandi, delle veglie che ho fatto io sui vostri letti, sette figli, che prendono tutta una vita.
Maledetta la pietà e maledetto chi dal cielo mi ha chiuso le orecchie e velati gli occhi, perché io non capissi, e restassi vivo, al vostro posto!
La certezza della loro causa, i partigiani, le donne, i compagni, gli operai, i fiori, le lapidi, gli affetti, che da tutte le parti abbracciano i miei figli, mi hanno dato una forza enorme che mi fa resistere alla tragedia.
Così si erano svolti i fatti che avevano portato all'uccisione: un gappista, il 27 dicembre, fece giustizia del segretario fascista di Bagnolo in Piano. I gerarconi della provincia si riunirono funebremente la notte stessa davanti al morto, e giurarono vendetta: - Uno contro dieci, - gridavano quelli che avevano imparato dai tedeschi. Ma qualcuno suggerisce l'idea: - Fuciliamo, i sette fratelli Cervi ... Infatti li portano al Poligono di tiro ...
A casa, Genoveffa aveva lasciato la direzione dei lavori alla nuora più anziana ... gli occhi suoi non erano più di questa terra e la mente era lontano, coi figli suoi ...
I fascisti ci avevano bruciato la casa quando ci arrestarono, poi ci ammazzarono i figli, ma non gli bastava e vennero a bruciarci ancora il 10 ottobre del 1944. A quella data eravamo solo due vecchi, quattro donne e undici bambini ... Così vennero di notte e diedero fuoco al fienile, poi scapparono via.
Usciamo dalla casa e ci mettiamo a gettar acqua, con i bambini e tutti. Genoveffa quando vide le fiamme, risentì quella notte, quegli spari, quei figli con le mani alzate nel cortile, e gli addii, e il furgone che parte. Cosi cadde di colpo e il cuore non resse, gli era venuto l'infarto. Rimase a letto per un mese ... Morì il 14 novembre del 1944, senza avere conoscenza ...
(Siamo nel 1955, quando è uscito il libro)
Io l'ho detto al Presidente: bisogna cambiare, è il sistema che non va, e io riunirei la Camera poi metterei insieme le buone proposte di tutte le parti come si è fatto per la Costituzione e chiamerei tutti gli italiani a stare uniti per salvare lo Stato e la nazione ...
Che il cielo si schiarisca, che sull'Italia torni la pace e la concordia, che i nostri morti ispirino i vivi, che il loro sacrificio scavi profondo nel cuore della terra e degli uomini».
/image%2F1186175%2F20140810%2Fob_e5a2c4_logo-anpi-copie.bmp)




/image%2F1186175%2F20190120%2Fob_714848_img-20190115-wa0002.jpg)
/image%2F1186175%2F20190120%2Fob_e71c20_img-20190115-wa0001.jpg)






/image%2F1186175%2F20181215%2Fob_9fae37_img-20181215-wa0000.jpg)
/image%2F1186175%2F20181215%2Fob_5b22cc_img-20181215-wa0002.jpg)
/image%2F1186175%2F20181215%2Fob_3727df_img-20181215-wa0003.jpg)
/image%2F1186175%2F20181215%2Fob_8f38ca_img-20181215-wa0005.jpg)
/image%2F1186175%2F20181215%2Fob_ed2084_img-20181215-wa0004.jpg)



