Jean Moulin, il prefetto patriota
"Moulin”, la Resistenza a Cannes: i francesi che stavano dalla parte giusta della Storia.
A Cannes in concorso il film di Laszlo Nemes sull’eroico capo della Resistenza francese arrestato e ucciso dai nazisti nel 1943.
Jean Moulin il prefetto patriota, membro della Resistenza francese, per la liberazione della Francia dall’occupazione nazista
Jean Moulin nacque il 20 giugno 1899 a Béziers, nella regione Languedoc-Roussillon, nel sud della Francia. Suo padre Antonin, insegnante di Storia e Geografia, che s’impegnò molto presto nella vita politica della regione, ebbe una grande influenza su Jean. Antonin fu membro del Partito Radicale Socialista e della lega dei Diritti dell’Uomo. Sostenne Dreyfus, difese la laicità dello Stato, la tolleranza, la giustizia sociale e la democrazia.
Jean ottiene il diploma di maturità nel 1917. Appassionato della Storia dei grandi dibattiti politici, si iscrive, a Montpellier, alla facoltà di Giurisprudenza. Nello stesso tempo lavora presso l’ufficio del Prefetto. Arruolato nel 1918, partecipa agli ultimi mesi della Prima guerra mondiale. Nel 1921 si laurea in legge.
Entra nell'amministrazione prefetturale, come capo di gabinetto del Prefetto della Savoia, nel 1922, poi come Vice Prefetto d'Albertville, dal 1925 al 1930. È all'epoca il più giovane Vice Prefetto della Francia.
Fin da giovane Jean Moulin ama disegnare e dipingere. Utilizzerà lo pseudonimo di Romanin quando pubblicherà delle caricature e dei disegni umoristici su una rivista. Si servirà di una galleria d’arte a Nizza come copertura nel periodo della sua clandestinità; quando i nazisti gli daranno una matita per scrivere la sua confessione, disegnerà una caricatura del suo torturatore.
Nel 1930 diviene Vice Prefetto. Pierre Cot lo nomina Capo Aggiunto del suo dicastero agli Affari Esteri nel dicembre 1932.
Vice Prefetto nel 1933, occupa contemporaneamente la funzione di Capo di Gabinetto di Cot al ministero dell'Aviazione.
Nel 1934 assume le funzioni di segretario generale della prefettura della Somme a Amiens; nel 1936 è nuovamente nominato Capo di Gabinetto al ministero dell'Aviazione, dove aiuta i repubblicani spagnoli nella guerra civile inviando aerei e piloti. La sua più importante realizzazione fu la nazionalizzazione delle compagnie aeree, cioè la creazione di Air France.
Diventa il più giovane prefetto di Francia, nell'Aveyron, a Rodez, nel gennaio 1937.
Il 18 giugno 1940 viene nominato prefetto d'Eure-et-Loir a Chartres.
Dopo lo sfondamento del fronte della Somme e dell’Aisne da parte dei tedeschi, molti sfollati confluiscono verso Chartres; Jean Moulin si prodiga per assistere la popolazione non senza gravi difficoltà dovute ai continui bombardamenti cui la città è sottoposta. Viene arrestato nel giugno del 1940 dai tedeschi, perché si rifiuta di firmare l’arresto di soldati francesi e senegalesi, accusati ingiustamente dai tedeschi di un massacro di donne e bambini. Sottoposto a pesanti maltrattamenti per indurlo a firmare, tenta il suicidio, tagliandosi la gola con dei frammenti di vetro.
Politicamente schierato a sinistra, è revocato dal Regime di Vichy il 2 novembre 1940 e messo in disponibilità. Si installa nella sua casa familiare di Saint-Andiol (Bouches-du-Rhône) ed entra nella Resistenza francese. Si convince presto della necessità di unire le forze interne ed esterne della Resistenza.
Raggiunge Londra nel settembre 1941 sotto il nome di Joseph Jean Mercier e vi incontra Charles de Gaulle, che lo incarica di unificare i movimenti della resistenza. Viene paracadutato nelle Alpi, vicino ad Avignone, nella notte del 1 gennaio 1942. Usa gli pseudonimi di Rex e di Max.
Verso la metà del 1942 raggruppa gli effettivi paramilitari dei movimenti nell’A.S. (Armée Secrèt). Organizza in seguito altri servizi come quello delle trasmissioni WT, poi il SOAM (Services des Opérations Aériennes et Maritimes), il BIP per la propaganda, il CGE (Comité Général des Etudes: un comitato di esperti).
Nel gennaio 1943 viene creato il comitato dei Movimenti Uniti della Resistenza.
Nel febbraio 1943 ritorna a Londra in compagnia del generale Delestraint, capo dell'Armée Secrète. Riparte il 21 marzo 1943, incaricato di creare il Consiglio Nazionale della Resistenza (CNR), l'equivalente italiano del Comitato di Liberazione Nazionale. La prima riunione si terrà a Parigi il 27 maggio 1943.
È arrestato il 21 giugno 1943 (ha quarantaquattro anni) alla periferia di Lione, dove stava tenendo una riunione con i principali capi militari della Resistenza francese. Interrogato e torturato da Klaus Barbie, capo della Gestapo a Lione, muore sul treno Parigi-Berlino, nei pressi di Metz, mentre lo stava conducendo verso la deportazione in campo di concentramento.

la sua tomba nel Pantheon a Parigi
LA MARSEILLAISE
Allons enfants de la Patrie,
Le jour de gloire est arrivé!
Contre nous de la tyrannie,
L'étendard sanglant est levé!
L'étendard sanglant est levé!
Entendez-vous dans les campagnes
Mugir ces féroces soldats?
Ils viennent jusque dans nos bras
Egorger nos fils et nos compagnes!
Aux armes, citoyens!
Formez vos bataillons!
Marchons! Marchons!
Qu'un sang impur
Abreuve nos sillons!
8 maggio 1945: in Europa la guerra è finita
C'è una fotografia che ritrae dei bambini intenti a giocare con armi e proiettili sparsi sul terreno, nel cortile di un grande caseggiato. E' finita.

Nel bunker della Cancelleria, a Berlino, Hitler ha ucciso Eva Braun, poi si è sparato. Ha voluto che anche il suo cane prediletto, Blondi, venisse abbattuto. Poi, i camerati hanno bruciato i corpi di Adolf e della moglie.
La Repubblica di Salò non ha vissuto che diciotto mesi.
Mussolini non ha molte illusioni; confida al prefetto Nicoletti: «I tedeschi perdono sempre un'ora, una battaglia, un'idea». Il cardinale Schuster, che riceve Mussolini in Arcivescovado, lo descrive come «un uomo senza forza di volontà che muove incontro al suo fato senza reazione».
Alle 16.20 del 28 aprile, a Giulino di Mezzegra, davanti al cancello arrugginito di una villa, cadono fucilati Benito Mussolini e la sua amante Clara Petacci, che ne ha voluto condividere il destino.
Il 7 maggio il Grande Reich firma l'atto di resa senza condizioni: al posto del Führer comanda l'ammiraglio Donitz, eletto suo successore.
A Berlino si contano cinquemila suicidi. Sono arrivati quelli dell'Armata Rossa e non guardano tanto per il sottile, ma dicono le donne che ricordano i terribili bombardamenti: «Meglio un russo sulla pancia che un americano sulla testa».
Il 6 agosto, gli americani sganciano la prima atomica su Hiroshima, tre giorni dopo tocca a Nagasaki: due lampi accecanti, che sviluppano una temperatura di milioni di gradi, diecimila volte più del sole.
Si contano le perdite: l'URSS raggiunge la cifra enorme di 37 milioni, di cui 12 sono i caduti. Più di settantamila città e villaggi risultano distrutti, 30 mila fabbriche sono in rovina, 25 milioni di persone sono senza casa.
Gli americani non arrivano, tra morti e dispersi, a 400 mila; i francesi, tra prima e dopo l'armistizio, 275 mila; gli inglesi 330 mila; l'Italia ha avuto, tra militari e civili, 309.453 morti e 135.070 dispersi. Le perdite tedesche sarebbero state di 2.250.000 caduti e di un milione e mezzo di dispersi. Il Giappone, tra feriti, dispersi e deceduti, circa 1.500.000 uomini; la Polonia oltre un milione di soldati uccisi, e cinque milioni di cittadini, dei quali tre sono ebrei.

L'Italia ha avuto tra militari e civili trecentocinquantamila morti e centotrentamila dispersi, settecento chilometri di ferrovia sono distrutti o danneggiati, ha perso un milione e novecentomila vani e più di diecimila tra ospedali, cinema, alberghi e teatri, più di quarantaduemila chilometri di strade sono impraticabili, 19 mila ponti risultano abbattuti, novecento dieci acquedotti non funzionano più. Mancano 28 mila chilometri di linee elettriche.
Secondo una stima americana, il costo totale della seconda guerra mondiale sarebbe stato di 1.154.000.000.000 di dollari, di cui 94.000.000.000 pagati da noi. Sono pochi i mutamenti territoriali: la Cecoslovacchia cede all'Unione Sovietica l’Ucraina Sub-carpatica, la Polonia raggiunge l’Oder Neisse, e divide la Prussia orientale con Mosca, alla quale cede una zona di confine, compresa Brest-Litovsk.
Un orologio di Hiroshima,

coi numeri quasi cancellati, fuso dal calore, e le lancette che segnano le 8.16.
Un marinaio a Manhattan, sulla Times Square, si butta su un'infermiera della Croce Rossa per baciarla, e celebrare così la sconfitta del Giappone.
Poi, una frase di Georges Bernanos, che vale per tutti i superstiti: «Ci sono tanti morti nella mia vita, ma più morto di tutti è il ragazzo che fui io».
Finita la guerra: i bambini giocano con i residuati bellici. Il progresso tecnologico non ha reso il conflitto meno feroce. E sembrato anzi che, insieme agli aerei velocissimi, all'atomica, ai missili, al radar sia stata la barbarie la protagonista su tutti i fronti.
Da “la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti” di Enzo Biagi – Corriere della Sera 1980

ATTO DI RESA MILITARE TEDESCA
Firmato a Reims alle ore 2:41 del 7 Maggio 1945
Noi sottoscritti, in virtù dell'autorità conferitaci dall'Alto Comando Tedesco, dichiariamo al Supremo Comando delle Forze di Spedizione Alleate e contemporaneamente all'Alto Comando Sovietico, la resa incondizionata di tutte le forze armate di terra, di mare e dell'aria che a questa data sono sotto il controllo Tedesco.
L'Alto Comando Tedesco invierà immediatamente a tutte le proprie autorità militari terrestri, navali ed aeree e a tutte le forze sotto il suo controllo, l'ordine di cessare ogni operazione militare attualmente in atto a partire dalle 23:01, ora dell'Europa Centrale, dell' 8 Maggio e di rimanere nelle posizioni in cui si trovano in quel momento. Nessuna nave dovrà essere deliberatamente affondata, né dovranno essere arrecati danni agli scafi, alle macchine o alle attrezzature di bordo e nessun aereo dovrà essere volontariamente distrutto o danneggiato.
L'Alto Comando Tedesco provvederà attraverso i propri Comandanti, ad assicurare che venga prontamente eseguito ogni ulteriore ordine impartito dal Comando Supremo delle Forze di Spedizione Alleate e dall'Alto Comando Sovietico.
Questo atto di resa militare potrà essere integrato da successive condizioni di resa globale da imporre alla Germania per conto delle Nazioni Unite.
Nel caso in cui l'Alto Comando Tedesco od ogni altra forza militare sotto il suo controllo non ottemperi a quanto stabilito da questo Atto di Resa, il Comando Supremo delle Forze di Spedizione Alleate e l'Alto Comando Sovietico adotteranno i provvedimenti che riterranno più opportuni.
Firmato a REIMS, in Francia, alle ore 02:41 del 7 Maggio 1945
In rappresentanza dell'Alto Comando Tedesco: Alfred JODL
ALLA PRESENZA DI:
In rappresentanza del Comando Supremo Alleato: Walter Bedell SMITH
In rappresentanza dell'Alto Comando Sovietico: Ivan SOUSLOPAROV
In qualità di Testimone: François SEVEZ (Generale dell'Esercito Francese)


Lissone 25 aprile 2026
Le celebrazioni a Lissone per l'81mo anniversario della Liberazione
manifesto delle celebrazioni
Intervento del Presidente dell'ANPI di Lissone Pierangelo Stucchi
La sera di sabato il gruppo musicale BARABAN, che da oltre 40 anni calca le scene nazionali e internazionali, ci ha offerto uno spettacolo dinamico e coinvolgente in occasione del 25 APRILE
SABATO 25 APRILE ORE 21.00 PALAZZO TERRAGNI - PIAZZA LIBERTÀ LISSONE
manifesto del concerto
Sestri Levante 12 aprile 2026
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Anche quest’anno abbiamo accolto l’invito dell’ANPI di Sestri a partecipare a questa cerimonia a ricordo dei caduti nella guerra di Liberazione di questa vallata di Santa Vittoria e delle vicine frazioni: tra di loro il nostro concittadino Arturo Arosio fucilato con altri quattro partigiani poco distante da qui il 18 marzo 1945 ad opera delle Brigate Nere della Repubblica Sociale Italiana.
Mancava poco più di un mese alla Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Infatti il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Alta Italia proclamò l’insurrezione generale nel Nord Italia con l’ordine di attaccare i presidi nazifascisti e liberare città chiave come Milano, Torino, Genova prima dell’arrivo degli Alleati.
I giovani devono sapere che la Resistenza è stata fondamentale per combattere un male che si è dimostrato come assoluto e senza paragoni nella storia.
Le donne partigiane combattenti furono 35 mila, e 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna. 4653 di loro furono arrestate e torturate, oltre 2750 vennero deportate in Germania, 2812 fucilate o impiccate. 1070 caddero in combattimento, 19 vennero, nel dopoguerra, decorate di Medaglia d'oro al valor militare.
E con il ritorno della libertà e della democrazia, 80 anni fa di questi giorni le donne ottennero il diritto di voto e di essere elette.
Nel marzo 1946 in diversi comuni, in maggioranza del Centro Nord, si svolsero le elezioni amministrative (negli altri comuni si tennero in settembre) circa duemila donne entrano nei Consigli comunali, 12 assumono l’incarico di sindaca in centri di diverse regioni.
Quest’anno ricorre l’80mo anniversario della Repubblica e del voto alle donne.
Infatti il 16 marzo 1946 il decreto luogotenenziale n° 99 stabiliva che «contemporaneamente alle elezioni per l'Assemblea Costituente» il popolo sarebbe stato chiamato a decidere, mediante «referendum», sulla forma istituzionale dello Stato (Repubblica o Monarchia). L'Assemblea Costituente aveva il compito di fissare e regolare la forma dello Stato con norme della Costituzione.
E Il 2 giugno 1946 il suffragio universale e l’esercizio dell’elettorato passivo portarono per la prima volta in Parlamento anche le donne. Si votò per il referendum istituzionale tra Monarchia o Repubblica e per eleggere l’Assemblea costituente che si riunì in prima seduta il 25 giugno 1946 nel palazzo Montecitorio.
Nell’Assemblea costituente, su un totale di 556 deputati furono elette 21 donne: 9 della Democrazia cristiana, 9 del Partito comunista, 2 del Partito socialista e 1 dell’Uomo qualunque.
Tra di loro, la più giovane Teresa Mattei di venticinque anni. Fiorentina, di famiglia antifascista, sceglie presto la lotta clandestina. Entra nella Resistenza con il nome di battaglia “Chicchi”. È staffetta con documenti spesso nascosti nell’orlo della gonna e notti passate a stampare volantini proibiti.
Contribuisce in modo decisivo nel coordinare le azioni partigiane di guerriglia. È attiva nei Gruppi di Difesa delle Donne.
A lei si deve la scelta della mimosa come fiore per la Festa della Donna dell’8 marzo. È un fiore semplice, modesto. Fiorisce proprio a marzo. All’apparenza è fragile, ma resiste: i rami si piegano ma non si spezzano. E i fiori, minuscoli, sono forti solo insieme.
La Costituzione repubblicana – giudicata il frutto più cospicuo della lotta antifascista – è promulgata il 27 dicembre 1947 da De Nicola.
La Costituzione è antifascista dall’inizio alla fine.
Nell’articolo 1 la Costituzione è antifascista quando dichiara che la Repubblica è democratica, dal momento che il fascismo negò la democrazia mettendo fuori legge tutti i partiti ad eccezione di quello fascista e riducendo così le elezioni a una tragica farsa.
E la Costituzione è antifascista all’articolo 11 quando ripudia la guerra di offesa agli altri popoli che invece il fascismo praticò già prima di allearsi con la Germania nazista.
La Costituzione è antifascista quando organizza le istituzioni secondo il fondamentale principio della divisione dei poteri. Solo se il Parlamento e la Magistratura, il Legislativo e il Giudiziario, sono davvero autonomi e indipendenti dal Governo, dall’Esecutivo, si evita quella concentrazione di potere nel Governo, quella onnipotenza del potere esecutivo che è la sostanza di tutti i dispotismi di ieri e di oggi.
Come nei referendum costituzionali del 2006 e del 2016 anche nell’ultimo del 22 e 23 marzo gli italiani hanno risposto NO alla modifica di sette articoli della Costituzione.
L'Anpi si era impegnata per il NO nella campagna referendaria. L’esperienza fascista ci ha insegnato che una costituzione democratica equilibrata si fonda, oltre che sul riconoscimento e sulla garanzia dei diritti dei cittadini, su istituzioni rappresentative e radicate nella società e su una chiara divisione dei poteri dello Stato.
E in quest’ora oscura della Storia in cui nel mondo sono in corso 56 conflitti armati, chiediamo che i nostri governanti promuovano la risoluzione non armata dei conflitti come vuole l’articolo 11 della nostra Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali …”
È stato calcolato che i Caduti nella Resistenza italiana (in combattimento o eliminati dopo essere finiti nelle mani dei nazifascisti), siano stati complessivamente circa 45mila; altri 21mila rimasero mutilati o invalidi. Tra partigiani e soldati italiani caddero combattendo almeno 40 mila uomini (10mila furono i militari della sola Divisione Acqui, Caduti a Cefalonia e Corfù). Altri 40mila gli IMI (Internati Militari Italiani), morirono nei Lager nazisti.
La Resistenza aveva dato il suo contributo alla sconfitta del fascismo e del nazismo.
Ha scritto il partigiano Enzo Biagi, nome di battaglia il Giornalista:
«... erano giovani che lasciarono le case e andarono sui monti. Videro la morte e uccisero, seppero la crudeltà e l'amore, la disperazione e la speranza. Offrirono i loro vent'anni per avere una certezza, una fede che li sollevasse. La trovarono in un nome: libertà».
E la cerimonia di oggi non è uno stanco rituale ma un sentito omaggio a coloro che hanno sacrificato la vita per ridare libertà e democrazia all’Italia.
Renato Pellizzoni
Roma 24 marzo 1944, l’eccidio delle Fosse Ardeatine
È il massacro compiuto dalle truppe di occupazione della Germania nazista, ai danni di 335 civili e militari italiani, come atto di rappresaglia in seguito all'attentato, avvenuto il giorno precedente, contro le truppe germaniche in via Rasella, che aveva provocato la morte di trentatré riservisti inquadrati nella Wehrmacht.
Scrive Carla Capponi, che aveva partecipato a quell'azione in via Rasella, nel suo libro “Con cuore di donna- Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista”:
«Per noi quell'ordine assassino era un crimine contro il quale occorreva mobilitarsi, attaccare con maggiore durezza e determinazione. L'annuncio "questo ordine è già stato eseguito" con cui terminava il breve comunicato, suonava come una sfida: non avevano scritto "La sentenza è già stata eseguita", perché nessun tribunale avrebbe sancito una condanna così efferata, contro ogni legge, contro ogni morale, contro ogni diritto umano.
Dopo la liberazione di Roma, quando si indagò su quella strage si scoprì che solo tre delle vittime erano state condannate a morte con sentenza; neppure il tribunale tedesco installato a via Lucullo aveva avuto il coraggio o la possibilità di emettere una sentenza che desse appoggio legale a quel massacro. Volevano fare intendere che al di sopra di tutte le leggi del diritto e della morale, c'erano gli "ordini" del comando nazista, il "Deutschland über alles", della razza ariana, destinata a dominare tutte le altre considerate inferiori e per le quali non c'era bisogno né di tribunale né di sentenze.
Avevano assassinato in fretta gli ostaggi, occultato i cadaveri e lasciato le famiglie senza notizie, così che ciascuna potesse sperare che i propri cari non fossero nel numero dei destinati alla morte e aspettassero fiduciose. Per questo non fecero indagini, non cercarono i partigiani, non usarono il mezzo del ricatto chiedendo la resa dei GAP. L'eccidio doveva consumarsi per vendetta, non per cercare giustizia.
Volevano nascondere un altro crimine, l'avere ucciso quindici persone oltre i trecentoventi dichiarati, come scoprimmo quando, liberata Roma, furono riesumate le salme: trecentotrentacinque. I tedeschi uccisi erano stati trentadue, uno dei settanta feriti era morto durante la notte a seguito delle ferite: Kappler decise di sua iniziativa di aggiungere dieci vittime a quelle già predestinate e, nella fretta di dare immediata esecuzione all'eccidio, ne prelevarono dal carcere quindici, cinque in più della vile proporzione tra caduti tedeschi e prigionieri da assassinare, quindici in più di quelli autorizzati dal comando di Kesserling. Dell'" errore" si rese conto Priebke mentre svolgeva l'incarico di "spuntare" le vittime prima dell'esecuzione, rilevandole da un elenco all'ingresso delle cave Ardeatine, luogo prescelto per l'esecuzione e l'occultamento dei cadaveri. Lui stesso e Kappler decisero di assassinare anche quei cinque, rei di essere testimoni scomodi della strage».
l'ingresso della cava dove avvenne l'esecuzione
Alle undici e trenta del venticinque marzo, l'Agenzia Stefani emise un comunicato del Comando tedesco di Roma: "Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di Polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata, trentadue uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti badogliani. Sono ancora in atto le indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento angloamericano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l'attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato siano fucilati dieci criminali comunisti badogliani. Quest'ordine è già stato eseguito".
L'Unità clandestina del 30 marzo 1944 (in realtà gli ostaggi trucidati furono 15 in più)
Nel libro La farfalla impazzita Giulia Spizzichino, scrive:
«Non ricordo come, ma a un certo punto si venne a sapere che alle Fosse Ardeatine c'era un numero impressionante di cadaveri. Non si sapeva esattamente chi vi fosse sepolto, ma era chiaro che si trattava di prigionieri prelevati dalle carceri dopo l'attacco di via Rasella. Erano loro gli scomparsi, e poi c'era stato l’annuncio sul giornale della rappresaglia eseguita. Il comando tedesco non aveva mai comunicato i nomi delle persone trucidate, ma le famiglie che non avevano notizie dei propri cari non si facevano illusioni circa loro sorte.
Chi andò alle cave a vedere riferì che era impossibile solo pensare di dare un nome alle vittime. Quei corpi erano rimasti là sotto per quasi tre mesi ed erano tutti ammassati, a formare un unico groviglio. Qualcuno propose di chiudere l'entrata, rendendo il luogo una grande tomba comune. Le famiglie degli scomparsi però non lo accettavano. Le figlie del generale Simoni, per esempio, si opposero violentemente, obiettando che in quel modo non avrebbero mai saputo se il loro padre fosse lì dentro.
Quando l'odio produce effetti tanto devastanti, per averne ragione non c'è che l'opera dell'amore. Chi si offrì di compierla fu un medico ebreo, il dottor Attilio Ascarelli. Un uomo stupendo, non ho altri modi per definirlo, che impegnò nella difficile impresa tutta la sua passione, la sua professionalità. Voleva attribuire un volto a ciascuno di quei miseri resti. Iniziò a separare i corpi uno per uno, dato che si erano attaccati. Attraverso i ritagli degli abiti e gli oggetti che avevano addosso - i documenti erano stati loro sottratti - riuscì un po’ alla volta a ottenere il riconoscimento di quasi tutti.
Naturalmente anche la mia famiglia fu coinvolta, tanti dei nostri cari mancavano all'appello, ma io andai sul posto poche volte, mia madre non voleva condurmi con sé. Ero sempre triste ogni volta che tornavo alle Fosse Ardeatine!
Ricordo che c'erano tanti pezzetti di stoffa lavati e sterilizzati, appesi a dei fili con le mollette. Erano numerati, per effettuare un riconoscimento bisognava annotarsi quei numeri. All’epoca i vestiti venivano fatti su misura dal sarto, non c'erano abiti confezionati come adesso, quindi le donne di casa tenevano da parte degli avanzi della stoffa per poterla utilizzare per le riparazioni. Per noi, come per tanti, è stata una fortuna. Solo così abbiamo potuto ritrovare i nostri familiari, li abbiamo riconosciuti attraverso la comparazione dei tessuti. Un pezzetto di stoffa per il nonno Mosè, un altro per lo zio Cesare. Mio cugino Franco, i suoi sogni e i suoi presentimenti: tutto in qualche lembo di tessuto! E ogni volta quanto dolore, quanto quanto dolore ... ».
Tra le vittime delle Fosse Ardeatine cinque insegnanti romani: Gioacchino Gesmundo, Pilo Albertelli, Salvatore Canalis, Paolo Petrucci e Fiorino Fiorini.
Vennero uccisi anche gli studenti Ferdinando Agnini (vent’anni), Ferruccio Caputo (ventidue anni), Romualdo Chiesa, (vent’anni), Pasquale Cocco (ventidue anni), Gastone De Nicolò (diciannove anni), Unico Guidoni (ventuno anni), Orlando Orlandi Posti (diciotto anni), Renzo Pensuti (ventiquattro anni) e Bruno Rodella (ventisei anni).
E anche dodici carabinieri:
da "Lettere a Milano. 1939-1945" di Giorgio Amendola - Editori Riuniti 1981
La polemica sulle responsabilità dell'azione di via Rasella dell'eccidio delle Fosse Ardeatine continuò a lungo anche nel dopoguerra. Fummo accusati di essere stati noi comunisti i responsabili dell'eccidio perché dovevamo presentarci alle autorità naziste e dichiararci gli autori dell'attentato. In realtà non ci fu alcun invito rivolto dalle autorità tedesche agli organizzatori dell'attentati a presentarsi per essere fucilati al posto degli ostaggi. Il comando tedesco diede l'annuncio della rappresaglia ad esecuzione avvenuta. Ma, a parte questa circostanza di tempo, noi partigiani combattenti avevamo il dovere di non presentarci, anche se il nostro sacrificio avesse potuto impedire la morte di tanti innocenti. Noi costituivamo un reparto dell'esercito combattente, anzi facevamo parte del comando di questo esercito, e non potevamo abbandonare la lotta e passare al nemico con tutte le nostre conoscenze della rete organizzativa. Avevamo solo un dovere: continuare la lotta.
Quando fu celebrato, molti anni dopo, il processo contro il maggiore Kappler io, come teste di accusa, assunsi le mie responsabità di comandante delle brigate Garibaldi, per avere dato l’ordine dell'azione di guerra compiuta dai GAP contro il reparto tedesco a via Rasella. Sulla base di questa assunzione di responsabilità, un piccolo gruppo di famiglie di fucilati alle Fosse Ardeatine (soltanto cinque famiglie su 335) intentò un processo contro di me e contro gli esecutori dell'azione per essere dichiarati responsabili civili (visto che l'azione penale era estinta per amnistia) della strage delle Fosse Ardeatine. Soltanto molto tempo dopo fummo assolti dall'imputazione perché il Tribunale riconobbe che l’azione di via Rasella doveva essere considerata un'azione di guerra.
Sull'Unità clandestina fu pubblicato il seguente comunicato, redatto personalmente da Mario Alicata:
« 1. Contro il nemico che occupa il nostro suolo, saccheggia i nostri beni, provoca la distruzione delle nostre città e delle nostre contrade, affama i nostri bambini, razzia i nostri lavoratori, tortura, uccide, massacra, uno solo è il dovere di tutti gli italiani: colpirlo, senza esitazione, in ogni momento, dove si trovi, negli uomini e nelle cose. A questo dovere si sono consacrati i Gruppi di azione patriottica.
« 2. Tutte le azioni dei GAP sono dei veri e propri atti di guerra, che colpiscono esclusivamente obiettivi militari tedeschi e fascisti, contribuendo a risparmiare così altri bombardamenti aerei sulla capitale, distruzioni e vittime.
« 3. L'attacco del 23 marzo contro la colonna della polizia tedesca, che sfilava in pieno assetto di guerra per le strade di Roma, è stato compiuto da due gruppi di GAP, usando la tattica della guerriglia partigiana: sorpresa, rapidità, audacia.
« 4. I tedeschi, sconfitti nel combattimento di via Rasella hanno sfogato il loro odio per gli italiani e la loro ira impotente uccidendo donne e bambini e fucilando 320 innocenti. Nessun componente dei GAP è caduto nelle loro mani, né in quelle della polizia italiana. I 320 italiani, massacrati dalle mitragliatrici tedesche, sfigurati e gettati nella fossa comune, gridano vendetta. E sarà spietata e terribile! Lo giuriamo!
« 5. In risposta all'odierno comunicato bugiardo ed intimidatorio del comando tedesco, il comando dei GAP dichiara che le azioni di guerra partigiana e patriottica in Roma non cesseranno fino alla totale evacuazione della capitale da parte dei tedeschi.
« 6. Le azioni dei GAP saranno sviluppate sino all'insurrezione armata nazionale per la cacciata dei tedeschi dall'Italia, la distruzione del fascismo, la conquista dell'indipendenza e della libertà» (L’Unità, n. 6, 30 marzo 1944).
Il comunicato dei GAP fece una grande impressione. I comunisti sono i soli ad agire, ed anche a sapersi assumere in ogni circostanza le responsabilità delle loro azioni. In un momento difficile della guerra, quando le forze alleate non riuscivano né a superare lo scoglio di Cassino, né a spezzare la rete entro cui era costretto il corpo di spedizione sbarcato ad Anzio; in un momento di crisi del CLN, quando dal sud arrivavano notizie di una crescente impotenza del movimento antifascista di uscire dal vicolo cieco in cui si era cacciato con il congresso di Bari; mentre la popolazione romana era alle prese, in una città assediata, con la fame e con le razzie, l'azione dei GAP di via Rasella aveva dimostrato che il tedesco non era, malgrado la sua tracotanza, invincibile, e che lo si poteva colpire duramente. Il sangue delle vittime innocenti fucilate ·alle Fosse Ardeatine sarebbe ricaduto sui responsabili della strage, sui nazisti e sui loro servi repubblichini. La popolazione romana comprese questo nostro atteggiamento non ci fece mancare la protezione della sua solidarietà. Cominciò, contro il comando delle brigate Garibaldi e dei GAP, una vera caccia all'uomo da parte dei nazisti. Sapevamo che erano intensificate le ricerche per giungere alla nostra cattura, ma potemmo continuare a muoverci e ad agire perché coperti sempre, come prima e più di prima, dall'appoggio popolare.
2026 22 e 23 marzo REFERENDUM Costituzione Giustizia
L’ ANPI di Lissone è impegnata a sostegno del NO
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Iniziativa del Partito Democratico 16 febbraio 2026
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Inoltre a LISSONE;
Nel direttivo della Sezione ANPI di Lissone del 13 febbraio, si è discusso sulla possibilità di costituire il Comitato per il No a livello territoriale, come sollecitato dal Comitato provinciale di Monza e Brianza da poco formatosi per promuovere e sostenere il voto per il No nel Referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Dopo un confronto tra i presenti e anche telefonicamente con Franchini, responsabile a livello provinciale, si decide di prendere contatti con associazioni e partiti lissonesi per procedere alla formazione di un Comitato Territoriale per il No a Lissone. Stucchi e Brusa contatteranno i responsabili dei vari gruppi per decidere un primo incontro organizzativo. Le indicazioni per la campagna referendaria sono di svolgere iniziative principalmente come Comitato per il No, non escludendo l’autonomia di programmazione per partiti e associazioni.
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Anche a Lissone nasce il Comitato “VOTIAMO NO” al Referendum Costituzionale Nella sede del Circolo PD Lissone di via Indipendenza, giovedì 19 febbraio si è costituito il Comitato di Lissone per promuovere e sostenere il VOTO No alle urne del Referendum sulla Giustizia del 22 e 23 Marzo 2026. Il comitato è nato da un accordo tra il Circolo PD Lissone, le liste civiche Il Listone e Vivi Lissone, ANPI Lissone, il Comitato per la difesa del territorio e la CGIL, ma l’elenco è in costante aggiornamento. “Quella per il NO è una battaglia importantissima, perché significa difendere la nostra democrazia e la sua Costituzione: una democrazia fondata sull’autonomia e l’indipendenza dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario”, dichiarano i referenti del Comitato, che aggiungono: “Questa riforma non incide minimamente sulla Giustizia, perché non riduce i tempi dei processi e non porta alcun miglioramento della qualità del lavoro di PM e magistrati giudicanti, anzi, i PM subiranno pressioni indirette e sarà la politica a dettare loro la priorità per quanto riguarda le indagini da avviare. Inoltre, il nuovo sistema avrà costi molto più alti per gli italiani: dividere le carriere significa dividere la formazione e i concorsi delle due categorie di magistrati e cambiare le sedi di lavoro dei due rispettivi CSM, assumendo nuovo personale amministrativo. In più, ci sarà da finanziare da zero un nuovo organismo che è l’Alta Corte Disciplinare.” Il Comitato avrà il compito di coordinare e organizzare banchetti, volantinaggi e iniziative nel Comune di Lissone per informare sull'importanza di votare No al Referendum e per fare chiarezza sulle vere implicazioni della riforma. “Il Ministro Nordio ha dichiarato apertamente che con questa riforma la politica riprende i suoi spazi e che farebbe comodo anche ai Governi del futuro. Queste dichiarazioni hanno fatto arrabbiare persino l’ex magistrata e deputata della Lega Simonetta Matone, che ha detto che Nordio sta involontariamente aiutando il fronte del NO perché confonde ciò che si può dire in privato da quello che si può dire pubblicamente. Ci rendiamo conto? Gli stessi partiti a favore della riforma ammettono che la nuova legge costituzionale serve solo alla politica, ma anche che bisogna convincere i cittadini a votarla praticamente ingannandoli.” Per questo, il Comitato rivolge un appello e un invito alle associazioni, ai movimenti, ai partiti, alle cittadine e ai cittadini ad aderire e ad affiancarli in questa battaglia, la cui priorità è quella innanzitutto di informare sui veri scenari che si aprirebbero per l’Italia qualora la legge venisse confermata.
Di seguito il testo del quesito referendario che troveremo sulla scheda di voto:
“Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo 'Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare?'”.
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Di seguito gli articoli della COSTITUZIONE che, in caso di vittoria del sì, saranno oggetto di revisione:
L'articolo 87, decimo comma, della Costituzione italiana stabilisce che il Presidente della Repubblica "presiede il Consiglio superiore della magistratura" (CSM). Questa funzione garantisce l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, collegando l'organo di autogoverno al capo dello Stato, rappresentante dell'unità nazionale.
Il primo comma dell'articolo 102 della Costituzione italiana stabilisce che "La funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari istituiti e regolati dalle norme sull'ordinamento giudiziario". Questo principio garantisce l'indipendenza della magistratura da altri poteri dello Stato e sancisce che la giustizia è amministrata da giudici imparziali, preesistenti alle controversie.
L'art. 104 della Costituzione italiana sancisce che la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, garantendo l'indipendenza strutturale dei giudici. Istituisce il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) come organo di autogoverno, presieduto dal Presidente della Repubblica, composto per due terzi da magistrati eletti dai colleghi e per un terzo da membri laici (professori/avvocati) eletti dal Parlamento.
L'art. 105 della Costituzione italiana conferisce al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) la competenza esclusiva in materia di assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni e provvedimenti disciplinari dei magistrati ordinari. Questa norma garantisce l'autonomia e l'indipendenza della magistratura dal potere esecutivo (Ministero della Giustizia).
L'art. 106, comma 3, della Costituzione italiana prevede la nomina di consiglieri di Cassazione per "meriti insigni", in deroga al concorso pubblico. Su designazione del Consiglio Superiore della Magistratura, possono essere nominati professori universitari ordinari in materie giuridiche e avvocati con 15 anni di esercizio iscritti negli albi speciali per le giurisdizioni superiori.
L'art. 107, comma 1, della Costituzione italiana sancisce il principio dell'inamovibilità dei magistrati, stabilendo che non possono essere sospesi, dispensati dal servizio o destinati ad altre sedi/funzioni senza il loro consenso o una decisione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Tale norma tutela l'indipendenza dei giudici da pressioni esterne.
L'art. 110 della Costituzione italiana stabilisce che, fatte salve le competenze del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), spettano al Ministro della Giustizia l'organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia. Questa norma separa la gestione amministrativa (potere esecutivo) dall'attività giurisdizionale (potere autonomo), garantendo l'indipendenza dei magistrati.
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Il voto alle donne: 10 marzo 1946
Segno potente di un definitivo cambiamento di mentalità in merito al suffragio femminile, col decreto legislativo luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946, che era stato approvato dalla Consulta Nazionale il 23 febbraio 1946, Umberto dette alle donne, per la prima volta in Italia, il diritto di votare e il diritto di essere elette.
In base a tale decreto, le donne furono chiamate nel 1946 a votare alle prime elezioni amministrative del dopoguerra, che si svolsero a partire dal 10 marzo in cinque turni. Il decreto, che consentiva alle donne anche l'elettorato passivo, diede immediatamente i suoi frutti, infatti, già alle prime amministrative vi furono donne elette nelle amministrazioni locali, come Gigliola Valandro (Democrazia Cristiana) e Vittoria Marzolo Scimeni (DC) a Padova o Jolanda Baldassari (Democrazia Cristiana) e Liliana Vasumini Flamigni (Partito Comunista Italiano) a Forlì. Nello stesso anno furono anche elette le prime due donne sindaco: Ada Natali (Massa Fermana) e Ninetta Bartoli (Borutta).
Sempre in seguito al suddetto decreto del 10 marzo 1946, alle elezioni del 2 giugno 1946 per l'elezione dei deputati dell'Assemblea Costituente, parteciparono anche le donne, sia come elettrici, sia come candidate. Le elezioni del 1946 si svolsero assieme al Referendum istituzionale monarchia-repubblica. Al referendum del 2 giugno le donne votarono con un’affluenza dell’82%, leggermente più basso rispetto al dato totale dell'89,08%. Furono elette ventuno deputate; cinque di esse (Maria Federici, Angela Gotelli, Nilde Jotti, Teresa Noce, Lina Merlin), faranno parte della Commissione per la Costituzione incaricata di elaborare e proporre il progetto di Costituzione repubblicana.
Giornate del tesseramento
Le giornate nazionali del tesseramento sono state programmate per il 28 e 1° marzo.
Quest’anno ricorre l’80° della Repubblica e del voto alle donne
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Nel direttivo della Sezione si è deciso quindi di aprire la campagna tesseramento sabato 28 febbraio e contemporaneamente di svolgere l’assemblea annuale nel pomeriggio dalle 15 alle 18 nella sede di Via Fiume.
la copertina della tessera ANPI 2026
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Cortometraggi realizzati dagli studenti dell’IIS Giuseppe Meroni di Lissone
SULLE ALI DELLA LIBERTA': Donne e uomini che hanno dato la propria vita per la libertà
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Cortometraggi realizzati dagli studenti dell’IIS Giuseppe Meroni di Lissone
in occasione del 25 aprile 2022
ARTURO AROSIO - “BACI BACI BACI” Il cortometraggio presentato ha il fine ultimo di accrescere il valore attribuito a figure che hanno scelto di credere nel prossimo e nel futuro, al punto tale da mettere a rischio la propria vita. L’elaborato vuole raccontare la storia di una di queste importanti figure: il partigiano Arturo Arosio. La classe ha avuto l’onore di poter incontrare di persona Giuseppe Arosio, nipote di Arturo, che con grande dignità e sensibilità ci ha permesso di scoprire meglio la storia dello zio. In seguito all’intervista, la classe ha potuto procedere con la fase di preproduzione costituita dalla scrittura del soggetto, del trattamento e della sceneggiatura. Il secondo step ha visto il progetto prendere vita grazie ai diversi momenti di ripresa, in cui ogni alunno ha svolto un ruolo differente, necessario alla realizzazione del cortometraggio. I registi hanno ad esempio coordinato le attività, i cameramen hanno sperimentato diverse inquadrature, gli addetti alla location, all’oggettistica e alla costumeria hanno fornito il materiale di cui si aveva bisogno. Coloro che si sono occupati del montaggio video sono invece intervenuti nella terza fase del lavoro, nonché nella postproduzione. In questo momento della realizzazione del progetto sono state modificate le luci dei video e sono state tagliate le parti delle riprese che non era necessario tenere. Un ruolo importante di un prodotto audiovisivo è costituito però non solo dalla parte legata alle immagini, ma anche da quella legata al campo sonoro. Sono stati infatti scelti i suoni più adatti da inserire, che dopo essere stati scaricati sono stati aggiunti al montaggio video.
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PIERINO ERBA - SOPRA AL CUORE
Pierino Erba è un partigiano, di semplici modi e umile,
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Pierino lavora in un’officina e aveva dei valori importanti, per questo entrò a far parte nel corpo partigiani italiano e questo fu la sua condanna, vivendo in un periodo storico dove il fascismo governava sulle case e sulle piazze, Pierino e altri 4 partigiani furono presi di mira dal corpo fascisti italiano accusati di aver fatto parte di operazioni rivoltose contro lo stato, infatti fu ucciso proprio in piazza, proprio davanti al Palazzo terragni, sotto gli occhi di tutti. Attraverso auto parlanti i cittadini lissonesi furono chiamati in piazza per “uno spettacolo” ovviamente si rivelò uno spettacolo del terrore, usando la violenza come strumento di repressione e prevenzione, mostrando a tutti cosa fosse successo se loro avessero commesso gli stessi errori di Pierino e i suoi compagni. Analizzando la storia di Pierino viene a noi noto il fatto che abbia una Zia, con due bambine di pochi anni negli anni dell’era fascista. Abbiamo deciso così di collegare in modo logico il nostro filmato ad una storia più che veritiera, ripercorrendo la Biografia di Pierino. Il protagonista principale è un semplice ragazzo che sta partecipando ad una lezione di storia riguardante la resistenza, mentre la professoressa parla la sua mente si perde nei ricordi raccontati dalla prozia di Pierino, nel “cortometraggio” abbiamo voluto lasciare la libertà di interpretazione sul personaggio, può essere visto come lo studente parente lontano di Pierino, oppure Pierino stesso.
STORIA DI UNA PARTIGIANA - CARLOTTA MOLGORA
L’idea di fare un cortometraggio scegliendo come gura centrale Carlotta Molgora, è nata da una fase di ricerca lunga e dettagliata. Carlotta è un simbolo di Lissone, in grado di rappresentare attraverso lo spirito partigiano la città. Essendo venuta a mancare recentemente, Carlotta era ancora vicina ai nostri tempi e viva nei ricordi delle persone. Questo ha aiutato la ricerca del materiale: storie, avvenimenti e aneddoti; è stato messo insieme un quantitativo enorme di reperti storici e fotografici; soprattutto grazie alla collaborazione della sede dell’Anpi di Lissone. Con questo progetto volevamo comunicare non solo il sentimento partigiano diffuso in quegli anni, ma anche l’audacia e la tenacia di un paese tramite la figura di Carlotta. La fase di ricerca ha coinvolto anche l’aspetto culturale; i costumi d’epoca, i luoghi, la storia di Lissone tra gli anni venti e gli anni quaranta. Una volta finita la ricerca necessaria per comprendere come sviluppare il video, siamo passati alla fase di progettazione. Successivamente si è passati allo spoglio della sceneggiatura in modo da avere uno schema di lavoro preciso. Fatto questo si è passati ad una fase più pratica: le foto sul campo e la scelta delle inquadrature. Dopo aver terminato una giornata di riprese, ha avuto inizio la fase di montaggio audio e video, che ha portato nel giro di un paio di settimane al termine di un progetto in grado di comunicare e raccontare il valore di una donna e del simbolo che Carlotta ha rappresentato e rappresenta tutt’oggi.
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