Sestri Levante 12 aprile 2026
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Anche quest’anno abbiamo accolto l’invito dell’ANPI di Sestri a partecipare a questa cerimonia a ricordo dei caduti nella guerra di Liberazione di questa vallata di Santa Vittoria e delle vicine frazioni: tra di loro il nostro concittadino Arturo Arosio fucilato con altri quattro partigiani poco distante da qui il 18 marzo 1945 ad opera delle Brigate Nere della Repubblica Sociale Italiana.
Mancava poco più di un mese alla Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Infatti il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Alta Italia proclamò l’insurrezione generale nel Nord Italia con l’ordine di attaccare i presidi nazifascisti e liberare città chiave come Milano, Torino, Genova prima dell’arrivo degli Alleati.
I giovani devono sapere che la Resistenza è stata fondamentale per combattere un male che si è dimostrato come assoluto e senza paragoni nella storia.
Le donne partigiane combattenti furono 35 mila, e 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna. 4653 di loro furono arrestate e torturate, oltre 2750 vennero deportate in Germania, 2812 fucilate o impiccate. 1070 caddero in combattimento, 19 vennero, nel dopoguerra, decorate di Medaglia d'oro al valor militare.
E con il ritorno della libertà e della democrazia, 80 anni fa di questi giorni le donne ottennero il diritto di voto e di essere elette.
Nel marzo 1946 in diversi comuni, in maggioranza del Centro Nord, si svolsero le elezioni amministrative (negli altri comuni si tennero in settembre) circa duemila donne entrano nei Consigli comunali, 12 assumono l’incarico di sindaca in centri di diverse regioni.
Quest’anno ricorre l’80mo anniversario della Repubblica e del voto alle donne.
Infatti il 16 marzo 1946 il decreto luogotenenziale n° 99 stabiliva che «contemporaneamente alle elezioni per l'Assemblea Costituente» il popolo sarebbe stato chiamato a decidere, mediante «referendum», sulla forma istituzionale dello Stato (Repubblica o Monarchia). L'Assemblea Costituente aveva il compito di fissare e regolare la forma dello Stato con norme della Costituzione.
E Il 2 giugno 1946 il suffragio universale e l’esercizio dell’elettorato passivo portarono per la prima volta in Parlamento anche le donne. Si votò per il referendum istituzionale tra Monarchia o Repubblica e per eleggere l’Assemblea costituente che si riunì in prima seduta il 25 giugno 1946 nel palazzo Montecitorio.
Nell’Assemblea costituente, su un totale di 556 deputati furono elette 21 donne: 9 della Democrazia cristiana, 9 del Partito comunista, 2 del Partito socialista e 1 dell’Uomo qualunque.
Tra di loro, la più giovane Teresa Mattei di venticinque anni. Fiorentina, di famiglia antifascista, sceglie presto la lotta clandestina. Entra nella Resistenza con il nome di battaglia “Chicchi”. È staffetta con documenti spesso nascosti nell’orlo della gonna e notti passate a stampare volantini proibiti.
Contribuisce in modo decisivo nel coordinare le azioni partigiane di guerriglia. È attiva nei Gruppi di Difesa delle Donne.
A lei si deve la scelta della mimosa come fiore per la Festa della Donna dell’8 marzo. È un fiore semplice, modesto. Fiorisce proprio a marzo. All’apparenza è fragile, ma resiste: i rami si piegano ma non si spezzano. E i fiori, minuscoli, sono forti solo insieme.
La Costituzione repubblicana – giudicata il frutto più cospicuo della lotta antifascista – è promulgata il 27 dicembre 1947 da De Nicola.
La Costituzione è antifascista dall’inizio alla fine.
Nell’articolo 1 la Costituzione è antifascista quando dichiara che la Repubblica è democratica, dal momento che il fascismo negò la democrazia mettendo fuori legge tutti i partiti ad eccezione di quello fascista e riducendo così le elezioni a una tragica farsa.
E la Costituzione è antifascista all’articolo 11 quando ripudia la guerra di offesa agli altri popoli che invece il fascismo praticò già prima di allearsi con la Germania nazista.
La Costituzione è antifascista quando organizza le istituzioni secondo il fondamentale principio della divisione dei poteri. Solo se il Parlamento e la Magistratura, il Legislativo e il Giudiziario, sono davvero autonomi e indipendenti dal Governo, dall’Esecutivo, si evita quella concentrazione di potere nel Governo, quella onnipotenza del potere esecutivo che è la sostanza di tutti i dispotismi di ieri e di oggi.
Come nei referendum costituzionali del 2006 e del 2016 anche nell’ultimo del 22 e 23 marzo gli italiani hanno risposto NO alla modifica di sette articoli della Costituzione.
L'Anpi si era impegnata per il NO nella campagna referendaria. L’esperienza fascista ci ha insegnato che una costituzione democratica equilibrata si fonda, oltre che sul riconoscimento e sulla garanzia dei diritti dei cittadini, su istituzioni rappresentative e radicate nella società e su una chiara divisione dei poteri dello Stato.
E in quest’ora oscura della Storia in cui nel mondo sono in corso 56 conflitti armati, chiediamo che i nostri governanti promuovano la risoluzione non armata dei conflitti come vuole l’articolo 11 della nostra Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali …”
È stato calcolato che i Caduti nella Resistenza italiana (in combattimento o eliminati dopo essere finiti nelle mani dei nazifascisti), siano stati complessivamente circa 45mila; altri 21mila rimasero mutilati o invalidi. Tra partigiani e soldati italiani caddero combattendo almeno 40 mila uomini (10mila furono i militari della sola Divisione Acqui, Caduti a Cefalonia e Corfù). Altri 40mila gli IMI (Internati Militari Italiani), morirono nei Lager nazisti.
La Resistenza aveva dato il suo contributo alla sconfitta del fascismo e del nazismo.
Ha scritto il partigiano Enzo Biagi, nome di battaglia il Giornalista:
«... erano giovani che lasciarono le case e andarono sui monti. Videro la morte e uccisero, seppero la crudeltà e l'amore, la disperazione e la speranza. Offrirono i loro vent'anni per avere una certezza, una fede che li sollevasse. La trovarono in un nome: libertà».
E la cerimonia di oggi non è uno stanco rituale ma un sentito omaggio a coloro che hanno sacrificato la vita per ridare libertà e democrazia all’Italia.
Renato Pellizzoni
Roma 24 marzo 1944, l’eccidio delle Fosse Ardeatine
È il massacro compiuto dalle truppe di occupazione della Germania nazista, ai danni di 335 civili e militari italiani, come atto di rappresaglia in seguito all'attentato, avvenuto il giorno precedente, contro le truppe germaniche in via Rasella, che aveva provocato la morte di trentatré riservisti inquadrati nella Wehrmacht.
Scrive Carla Capponi, che aveva partecipato a quell'azione in via Rasella, nel suo libro “Con cuore di donna- Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista”:
«Per noi quell'ordine assassino era un crimine contro il quale occorreva mobilitarsi, attaccare con maggiore durezza e determinazione. L'annuncio "questo ordine è già stato eseguito" con cui terminava il breve comunicato, suonava come una sfida: non avevano scritto "La sentenza è già stata eseguita", perché nessun tribunale avrebbe sancito una condanna così efferata, contro ogni legge, contro ogni morale, contro ogni diritto umano.
Dopo la liberazione di Roma, quando si indagò su quella strage si scoprì che solo tre delle vittime erano state condannate a morte con sentenza; neppure il tribunale tedesco installato a via Lucullo aveva avuto il coraggio o la possibilità di emettere una sentenza che desse appoggio legale a quel massacro. Volevano fare intendere che al di sopra di tutte le leggi del diritto e della morale, c'erano gli "ordini" del comando nazista, il "Deutschland über alles", della razza ariana, destinata a dominare tutte le altre considerate inferiori e per le quali non c'era bisogno né di tribunale né di sentenze.
Avevano assassinato in fretta gli ostaggi, occultato i cadaveri e lasciato le famiglie senza notizie, così che ciascuna potesse sperare che i propri cari non fossero nel numero dei destinati alla morte e aspettassero fiduciose. Per questo non fecero indagini, non cercarono i partigiani, non usarono il mezzo del ricatto chiedendo la resa dei GAP. L'eccidio doveva consumarsi per vendetta, non per cercare giustizia.
Volevano nascondere un altro crimine, l'avere ucciso quindici persone oltre i trecentoventi dichiarati, come scoprimmo quando, liberata Roma, furono riesumate le salme: trecentotrentacinque. I tedeschi uccisi erano stati trentadue, uno dei settanta feriti era morto durante la notte a seguito delle ferite: Kappler decise di sua iniziativa di aggiungere dieci vittime a quelle già predestinate e, nella fretta di dare immediata esecuzione all'eccidio, ne prelevarono dal carcere quindici, cinque in più della vile proporzione tra caduti tedeschi e prigionieri da assassinare, quindici in più di quelli autorizzati dal comando di Kesserling. Dell'" errore" si rese conto Priebke mentre svolgeva l'incarico di "spuntare" le vittime prima dell'esecuzione, rilevandole da un elenco all'ingresso delle cave Ardeatine, luogo prescelto per l'esecuzione e l'occultamento dei cadaveri. Lui stesso e Kappler decisero di assassinare anche quei cinque, rei di essere testimoni scomodi della strage».
l'ingresso della cava dove avvenne l'esecuzione
Alle undici e trenta del venticinque marzo, l'Agenzia Stefani emise un comunicato del Comando tedesco di Roma: "Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di Polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata, trentadue uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti badogliani. Sono ancora in atto le indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento angloamericano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l'attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato siano fucilati dieci criminali comunisti badogliani. Quest'ordine è già stato eseguito".
L'Unità clandestina del 30 marzo 1944 (in realtà gli ostaggi trucidati furono 15 in più)
Nel libro La farfalla impazzita Giulia Spizzichino, scrive:
«Non ricordo come, ma a un certo punto si venne a sapere che alle Fosse Ardeatine c'era un numero impressionante di cadaveri. Non si sapeva esattamente chi vi fosse sepolto, ma era chiaro che si trattava di prigionieri prelevati dalle carceri dopo l'attacco di via Rasella. Erano loro gli scomparsi, e poi c'era stato l’annuncio sul giornale della rappresaglia eseguita. Il comando tedesco non aveva mai comunicato i nomi delle persone trucidate, ma le famiglie che non avevano notizie dei propri cari non si facevano illusioni circa loro sorte.
Chi andò alle cave a vedere riferì che era impossibile solo pensare di dare un nome alle vittime. Quei corpi erano rimasti là sotto per quasi tre mesi ed erano tutti ammassati, a formare un unico groviglio. Qualcuno propose di chiudere l'entrata, rendendo il luogo una grande tomba comune. Le famiglie degli scomparsi però non lo accettavano. Le figlie del generale Simoni, per esempio, si opposero violentemente, obiettando che in quel modo non avrebbero mai saputo se il loro padre fosse lì dentro.
Quando l'odio produce effetti tanto devastanti, per averne ragione non c'è che l'opera dell'amore. Chi si offrì di compierla fu un medico ebreo, il dottor Attilio Ascarelli. Un uomo stupendo, non ho altri modi per definirlo, che impegnò nella difficile impresa tutta la sua passione, la sua professionalità. Voleva attribuire un volto a ciascuno di quei miseri resti. Iniziò a separare i corpi uno per uno, dato che si erano attaccati. Attraverso i ritagli degli abiti e gli oggetti che avevano addosso - i documenti erano stati loro sottratti - riuscì un po’ alla volta a ottenere il riconoscimento di quasi tutti.
Naturalmente anche la mia famiglia fu coinvolta, tanti dei nostri cari mancavano all'appello, ma io andai sul posto poche volte, mia madre non voleva condurmi con sé. Ero sempre triste ogni volta che tornavo alle Fosse Ardeatine!
Ricordo che c'erano tanti pezzetti di stoffa lavati e sterilizzati, appesi a dei fili con le mollette. Erano numerati, per effettuare un riconoscimento bisognava annotarsi quei numeri. All’epoca i vestiti venivano fatti su misura dal sarto, non c'erano abiti confezionati come adesso, quindi le donne di casa tenevano da parte degli avanzi della stoffa per poterla utilizzare per le riparazioni. Per noi, come per tanti, è stata una fortuna. Solo così abbiamo potuto ritrovare i nostri familiari, li abbiamo riconosciuti attraverso la comparazione dei tessuti. Un pezzetto di stoffa per il nonno Mosè, un altro per lo zio Cesare. Mio cugino Franco, i suoi sogni e i suoi presentimenti: tutto in qualche lembo di tessuto! E ogni volta quanto dolore, quanto quanto dolore ... ».
Tra le vittime delle Fosse Ardeatine cinque insegnanti romani: Gioacchino Gesmundo, Pilo Albertelli, Salvatore Canalis, Paolo Petrucci e Fiorino Fiorini.
Vennero uccisi anche gli studenti Ferdinando Agnini (vent’anni), Ferruccio Caputo (ventidue anni), Romualdo Chiesa, (vent’anni), Pasquale Cocco (ventidue anni), Gastone De Nicolò (diciannove anni), Unico Guidoni (ventuno anni), Orlando Orlandi Posti (diciotto anni), Renzo Pensuti (ventiquattro anni) e Bruno Rodella (ventisei anni).
E anche dodici carabinieri:
da "Lettere a Milano. 1939-1945" di Giorgio Amendola - Editori Riuniti 1981
La polemica sulle responsabilità dell'azione di via Rasella dell'eccidio delle Fosse Ardeatine continuò a lungo anche nel dopoguerra. Fummo accusati di essere stati noi comunisti i responsabili dell'eccidio perché dovevamo presentarci alle autorità naziste e dichiararci gli autori dell'attentato. In realtà non ci fu alcun invito rivolto dalle autorità tedesche agli organizzatori dell'attentati a presentarsi per essere fucilati al posto degli ostaggi. Il comando tedesco diede l'annuncio della rappresaglia ad esecuzione avvenuta. Ma, a parte questa circostanza di tempo, noi partigiani combattenti avevamo il dovere di non presentarci, anche se il nostro sacrificio avesse potuto impedire la morte di tanti innocenti. Noi costituivamo un reparto dell'esercito combattente, anzi facevamo parte del comando di questo esercito, e non potevamo abbandonare la lotta e passare al nemico con tutte le nostre conoscenze della rete organizzativa. Avevamo solo un dovere: continuare la lotta.
Quando fu celebrato, molti anni dopo, il processo contro il maggiore Kappler io, come teste di accusa, assunsi le mie responsabità di comandante delle brigate Garibaldi, per avere dato l’ordine dell'azione di guerra compiuta dai GAP contro il reparto tedesco a via Rasella. Sulla base di questa assunzione di responsabilità, un piccolo gruppo di famiglie di fucilati alle Fosse Ardeatine (soltanto cinque famiglie su 335) intentò un processo contro di me e contro gli esecutori dell'azione per essere dichiarati responsabili civili (visto che l'azione penale era estinta per amnistia) della strage delle Fosse Ardeatine. Soltanto molto tempo dopo fummo assolti dall'imputazione perché il Tribunale riconobbe che l’azione di via Rasella doveva essere considerata un'azione di guerra.
Sull'Unità clandestina fu pubblicato il seguente comunicato, redatto personalmente da Mario Alicata:
« 1. Contro il nemico che occupa il nostro suolo, saccheggia i nostri beni, provoca la distruzione delle nostre città e delle nostre contrade, affama i nostri bambini, razzia i nostri lavoratori, tortura, uccide, massacra, uno solo è il dovere di tutti gli italiani: colpirlo, senza esitazione, in ogni momento, dove si trovi, negli uomini e nelle cose. A questo dovere si sono consacrati i Gruppi di azione patriottica.
« 2. Tutte le azioni dei GAP sono dei veri e propri atti di guerra, che colpiscono esclusivamente obiettivi militari tedeschi e fascisti, contribuendo a risparmiare così altri bombardamenti aerei sulla capitale, distruzioni e vittime.
« 3. L'attacco del 23 marzo contro la colonna della polizia tedesca, che sfilava in pieno assetto di guerra per le strade di Roma, è stato compiuto da due gruppi di GAP, usando la tattica della guerriglia partigiana: sorpresa, rapidità, audacia.
« 4. I tedeschi, sconfitti nel combattimento di via Rasella hanno sfogato il loro odio per gli italiani e la loro ira impotente uccidendo donne e bambini e fucilando 320 innocenti. Nessun componente dei GAP è caduto nelle loro mani, né in quelle della polizia italiana. I 320 italiani, massacrati dalle mitragliatrici tedesche, sfigurati e gettati nella fossa comune, gridano vendetta. E sarà spietata e terribile! Lo giuriamo!
« 5. In risposta all'odierno comunicato bugiardo ed intimidatorio del comando tedesco, il comando dei GAP dichiara che le azioni di guerra partigiana e patriottica in Roma non cesseranno fino alla totale evacuazione della capitale da parte dei tedeschi.
« 6. Le azioni dei GAP saranno sviluppate sino all'insurrezione armata nazionale per la cacciata dei tedeschi dall'Italia, la distruzione del fascismo, la conquista dell'indipendenza e della libertà» (L’Unità, n. 6, 30 marzo 1944).
Il comunicato dei GAP fece una grande impressione. I comunisti sono i soli ad agire, ed anche a sapersi assumere in ogni circostanza le responsabilità delle loro azioni. In un momento difficile della guerra, quando le forze alleate non riuscivano né a superare lo scoglio di Cassino, né a spezzare la rete entro cui era costretto il corpo di spedizione sbarcato ad Anzio; in un momento di crisi del CLN, quando dal sud arrivavano notizie di una crescente impotenza del movimento antifascista di uscire dal vicolo cieco in cui si era cacciato con il congresso di Bari; mentre la popolazione romana era alle prese, in una città assediata, con la fame e con le razzie, l'azione dei GAP di via Rasella aveva dimostrato che il tedesco non era, malgrado la sua tracotanza, invincibile, e che lo si poteva colpire duramente. Il sangue delle vittime innocenti fucilate ·alle Fosse Ardeatine sarebbe ricaduto sui responsabili della strage, sui nazisti e sui loro servi repubblichini. La popolazione romana comprese questo nostro atteggiamento non ci fece mancare la protezione della sua solidarietà. Cominciò, contro il comando delle brigate Garibaldi e dei GAP, una vera caccia all'uomo da parte dei nazisti. Sapevamo che erano intensificate le ricerche per giungere alla nostra cattura, ma potemmo continuare a muoverci e ad agire perché coperti sempre, come prima e più di prima, dall'appoggio popolare.
2026 22 e 23 marzo REFERENDUM Costituzione Giustizia
L’ ANPI di Lissone è impegnata a sostegno del NO
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Iniziativa del Partito Democratico 16 febbraio 2026
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Inoltre a LISSONE;
Nel direttivo della Sezione ANPI di Lissone del 13 febbraio, si è discusso sulla possibilità di costituire il Comitato per il No a livello territoriale, come sollecitato dal Comitato provinciale di Monza e Brianza da poco formatosi per promuovere e sostenere il voto per il No nel Referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Dopo un confronto tra i presenti e anche telefonicamente con Franchini, responsabile a livello provinciale, si decide di prendere contatti con associazioni e partiti lissonesi per procedere alla formazione di un Comitato Territoriale per il No a Lissone. Stucchi e Brusa contatteranno i responsabili dei vari gruppi per decidere un primo incontro organizzativo. Le indicazioni per la campagna referendaria sono di svolgere iniziative principalmente come Comitato per il No, non escludendo l’autonomia di programmazione per partiti e associazioni.
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Anche a Lissone nasce il Comitato “VOTIAMO NO” al Referendum Costituzionale Nella sede del Circolo PD Lissone di via Indipendenza, giovedì 19 febbraio si è costituito il Comitato di Lissone per promuovere e sostenere il VOTO No alle urne del Referendum sulla Giustizia del 22 e 23 Marzo 2026. Il comitato è nato da un accordo tra il Circolo PD Lissone, le liste civiche Il Listone e Vivi Lissone, ANPI Lissone, il Comitato per la difesa del territorio e la CGIL, ma l’elenco è in costante aggiornamento. “Quella per il NO è una battaglia importantissima, perché significa difendere la nostra democrazia e la sua Costituzione: una democrazia fondata sull’autonomia e l’indipendenza dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario”, dichiarano i referenti del Comitato, che aggiungono: “Questa riforma non incide minimamente sulla Giustizia, perché non riduce i tempi dei processi e non porta alcun miglioramento della qualità del lavoro di PM e magistrati giudicanti, anzi, i PM subiranno pressioni indirette e sarà la politica a dettare loro la priorità per quanto riguarda le indagini da avviare. Inoltre, il nuovo sistema avrà costi molto più alti per gli italiani: dividere le carriere significa dividere la formazione e i concorsi delle due categorie di magistrati e cambiare le sedi di lavoro dei due rispettivi CSM, assumendo nuovo personale amministrativo. In più, ci sarà da finanziare da zero un nuovo organismo che è l’Alta Corte Disciplinare.” Il Comitato avrà il compito di coordinare e organizzare banchetti, volantinaggi e iniziative nel Comune di Lissone per informare sull'importanza di votare No al Referendum e per fare chiarezza sulle vere implicazioni della riforma. “Il Ministro Nordio ha dichiarato apertamente che con questa riforma la politica riprende i suoi spazi e che farebbe comodo anche ai Governi del futuro. Queste dichiarazioni hanno fatto arrabbiare persino l’ex magistrata e deputata della Lega Simonetta Matone, che ha detto che Nordio sta involontariamente aiutando il fronte del NO perché confonde ciò che si può dire in privato da quello che si può dire pubblicamente. Ci rendiamo conto? Gli stessi partiti a favore della riforma ammettono che la nuova legge costituzionale serve solo alla politica, ma anche che bisogna convincere i cittadini a votarla praticamente ingannandoli.” Per questo, il Comitato rivolge un appello e un invito alle associazioni, ai movimenti, ai partiti, alle cittadine e ai cittadini ad aderire e ad affiancarli in questa battaglia, la cui priorità è quella innanzitutto di informare sui veri scenari che si aprirebbero per l’Italia qualora la legge venisse confermata.
Di seguito il testo del quesito referendario che troveremo sulla scheda di voto:
“Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo 'Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare?'”.
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Di seguito gli articoli della COSTITUZIONE che, in caso di vittoria del sì, saranno oggetto di revisione:
L'articolo 87, decimo comma, della Costituzione italiana stabilisce che il Presidente della Repubblica "presiede il Consiglio superiore della magistratura" (CSM). Questa funzione garantisce l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, collegando l'organo di autogoverno al capo dello Stato, rappresentante dell'unità nazionale.
Il primo comma dell'articolo 102 della Costituzione italiana stabilisce che "La funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari istituiti e regolati dalle norme sull'ordinamento giudiziario". Questo principio garantisce l'indipendenza della magistratura da altri poteri dello Stato e sancisce che la giustizia è amministrata da giudici imparziali, preesistenti alle controversie.
L'art. 104 della Costituzione italiana sancisce che la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, garantendo l'indipendenza strutturale dei giudici. Istituisce il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) come organo di autogoverno, presieduto dal Presidente della Repubblica, composto per due terzi da magistrati eletti dai colleghi e per un terzo da membri laici (professori/avvocati) eletti dal Parlamento.
L'art. 105 della Costituzione italiana conferisce al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) la competenza esclusiva in materia di assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni e provvedimenti disciplinari dei magistrati ordinari. Questa norma garantisce l'autonomia e l'indipendenza della magistratura dal potere esecutivo (Ministero della Giustizia).
L'art. 106, comma 3, della Costituzione italiana prevede la nomina di consiglieri di Cassazione per "meriti insigni", in deroga al concorso pubblico. Su designazione del Consiglio Superiore della Magistratura, possono essere nominati professori universitari ordinari in materie giuridiche e avvocati con 15 anni di esercizio iscritti negli albi speciali per le giurisdizioni superiori.
L'art. 107, comma 1, della Costituzione italiana sancisce il principio dell'inamovibilità dei magistrati, stabilendo che non possono essere sospesi, dispensati dal servizio o destinati ad altre sedi/funzioni senza il loro consenso o una decisione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Tale norma tutela l'indipendenza dei giudici da pressioni esterne.
L'art. 110 della Costituzione italiana stabilisce che, fatte salve le competenze del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), spettano al Ministro della Giustizia l'organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia. Questa norma separa la gestione amministrativa (potere esecutivo) dall'attività giurisdizionale (potere autonomo), garantendo l'indipendenza dei magistrati.
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Il voto alle donne: 10 marzo 1946
Segno potente di un definitivo cambiamento di mentalità in merito al suffragio femminile, col decreto legislativo luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946, che era stato approvato dalla Consulta Nazionale il 23 febbraio 1946, Umberto dette alle donne, per la prima volta in Italia, il diritto di votare e il diritto di essere elette.
In base a tale decreto, le donne furono chiamate nel 1946 a votare alle prime elezioni amministrative del dopoguerra, che si svolsero a partire dal 10 marzo in cinque turni. Il decreto, che consentiva alle donne anche l'elettorato passivo, diede immediatamente i suoi frutti, infatti, già alle prime amministrative vi furono donne elette nelle amministrazioni locali, come Gigliola Valandro (Democrazia Cristiana) e Vittoria Marzolo Scimeni (DC) a Padova o Jolanda Baldassari (Democrazia Cristiana) e Liliana Vasumini Flamigni (Partito Comunista Italiano) a Forlì. Nello stesso anno furono anche elette le prime due donne sindaco: Ada Natali (Massa Fermana) e Ninetta Bartoli (Borutta).
Sempre in seguito al suddetto decreto del 10 marzo 1946, alle elezioni del 2 giugno 1946 per l'elezione dei deputati dell'Assemblea Costituente, parteciparono anche le donne, sia come elettrici, sia come candidate. Le elezioni del 1946 si svolsero assieme al Referendum istituzionale monarchia-repubblica. Al referendum del 2 giugno le donne votarono con un’affluenza dell’82%, leggermente più basso rispetto al dato totale dell'89,08%. Furono elette ventuno deputate; cinque di esse (Maria Federici, Angela Gotelli, Nilde Jotti, Teresa Noce, Lina Merlin), faranno parte della Commissione per la Costituzione incaricata di elaborare e proporre il progetto di Costituzione repubblicana.
Giornate del tesseramento
Le giornate nazionali del tesseramento sono state programmate per il 28 e 1° marzo.
Quest’anno ricorre l’80° della Repubblica e del voto alle donne
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Nel direttivo della Sezione si è deciso quindi di aprire la campagna tesseramento sabato 28 febbraio e contemporaneamente di svolgere l’assemblea annuale nel pomeriggio dalle 15 alle 18 nella sede di Via Fiume.
la copertina della tessera ANPI 2026
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Cortometraggi realizzati dagli studenti dell’IIS Giuseppe Meroni di Lissone
SULLE ALI DELLA LIBERTA': Donne e uomini che hanno dato la propria vita per la libertà
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Cortometraggi realizzati dagli studenti dell’IIS Giuseppe Meroni di Lissone
in occasione del 25 aprile 2022
ARTURO AROSIO - “BACI BACI BACI” Il cortometraggio presentato ha il fine ultimo di accrescere il valore attribuito a figure che hanno scelto di credere nel prossimo e nel futuro, al punto tale da mettere a rischio la propria vita. L’elaborato vuole raccontare la storia di una di queste importanti figure: il partigiano Arturo Arosio. La classe ha avuto l’onore di poter incontrare di persona Giuseppe Arosio, nipote di Arturo, che con grande dignità e sensibilità ci ha permesso di scoprire meglio la storia dello zio. In seguito all’intervista, la classe ha potuto procedere con la fase di preproduzione costituita dalla scrittura del soggetto, del trattamento e della sceneggiatura. Il secondo step ha visto il progetto prendere vita grazie ai diversi momenti di ripresa, in cui ogni alunno ha svolto un ruolo differente, necessario alla realizzazione del cortometraggio. I registi hanno ad esempio coordinato le attività, i cameramen hanno sperimentato diverse inquadrature, gli addetti alla location, all’oggettistica e alla costumeria hanno fornito il materiale di cui si aveva bisogno. Coloro che si sono occupati del montaggio video sono invece intervenuti nella terza fase del lavoro, nonché nella postproduzione. In questo momento della realizzazione del progetto sono state modificate le luci dei video e sono state tagliate le parti delle riprese che non era necessario tenere. Un ruolo importante di un prodotto audiovisivo è costituito però non solo dalla parte legata alle immagini, ma anche da quella legata al campo sonoro. Sono stati infatti scelti i suoni più adatti da inserire, che dopo essere stati scaricati sono stati aggiunti al montaggio video.
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PIERINO ERBA - SOPRA AL CUORE
Pierino Erba è un partigiano, di semplici modi e umile,
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Pierino lavora in un’officina e aveva dei valori importanti, per questo entrò a far parte nel corpo partigiani italiano e questo fu la sua condanna, vivendo in un periodo storico dove il fascismo governava sulle case e sulle piazze, Pierino e altri 4 partigiani furono presi di mira dal corpo fascisti italiano accusati di aver fatto parte di operazioni rivoltose contro lo stato, infatti fu ucciso proprio in piazza, proprio davanti al Palazzo terragni, sotto gli occhi di tutti. Attraverso auto parlanti i cittadini lissonesi furono chiamati in piazza per “uno spettacolo” ovviamente si rivelò uno spettacolo del terrore, usando la violenza come strumento di repressione e prevenzione, mostrando a tutti cosa fosse successo se loro avessero commesso gli stessi errori di Pierino e i suoi compagni. Analizzando la storia di Pierino viene a noi noto il fatto che abbia una Zia, con due bambine di pochi anni negli anni dell’era fascista. Abbiamo deciso così di collegare in modo logico il nostro filmato ad una storia più che veritiera, ripercorrendo la Biografia di Pierino. Il protagonista principale è un semplice ragazzo che sta partecipando ad una lezione di storia riguardante la resistenza, mentre la professoressa parla la sua mente si perde nei ricordi raccontati dalla prozia di Pierino, nel “cortometraggio” abbiamo voluto lasciare la libertà di interpretazione sul personaggio, può essere visto come lo studente parente lontano di Pierino, oppure Pierino stesso.
STORIA DI UNA PARTIGIANA - CARLOTTA MOLGORA
L’idea di fare un cortometraggio scegliendo come gura centrale Carlotta Molgora, è nata da una fase di ricerca lunga e dettagliata. Carlotta è un simbolo di Lissone, in grado di rappresentare attraverso lo spirito partigiano la città. Essendo venuta a mancare recentemente, Carlotta era ancora vicina ai nostri tempi e viva nei ricordi delle persone. Questo ha aiutato la ricerca del materiale: storie, avvenimenti e aneddoti; è stato messo insieme un quantitativo enorme di reperti storici e fotografici; soprattutto grazie alla collaborazione della sede dell’Anpi di Lissone. Con questo progetto volevamo comunicare non solo il sentimento partigiano diffuso in quegli anni, ma anche l’audacia e la tenacia di un paese tramite la figura di Carlotta. La fase di ricerca ha coinvolto anche l’aspetto culturale; i costumi d’epoca, i luoghi, la storia di Lissone tra gli anni venti e gli anni quaranta. Una volta finita la ricerca necessaria per comprendere come sviluppare il video, siamo passati alla fase di progettazione. Successivamente si è passati allo spoglio della sceneggiatura in modo da avere uno schema di lavoro preciso. Fatto questo si è passati ad una fase più pratica: le foto sul campo e la scelta delle inquadrature. Dopo aver terminato una giornata di riprese, ha avuto inizio la fase di montaggio audio e video, che ha portato nel giro di un paio di settimane al termine di un progetto in grado di comunicare e raccontare il valore di una donna e del simbolo che Carlotta ha rappresentato e rappresenta tutt’oggi.
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I rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica
Il papa «prigioniero» in Vaticano
Nel 1870, il papa è l’ultimo ostacolo politico all’unità d’Italia.
Per il Risorgimento, la difesa dello Stato pontificio – sotto l’autorità dei vescovi di Roma dall’VIII secolo – è diventato simbolo della lotta della Chiesa contro il mondo moderno. Una lotta destinata al fallimento, in quanto questi territori dividono la penisola nel mezzo e la loro scomparsa è la condizione per la sua unificazione.
La guerra franco-prussiana dà agli italiani l’occasione per far finire questa situazione. Il 20 settembre 1870, i Piemontesi entrano a Roma. Pio IX abbandona la sua residenza del Quirinale per rifugiarsi in Vaticano, dove si considera allora come prigioniero.

Poco dopo, il 13 maggio 1871, l’Italia vota una «legge delle guarentigie» che accorda al papa e all’amministrazione della Chiesa - la Santa Sede - certi vantaggi, tra cui la possibilità di intrattenere delle relazioni diplomatiche e il godimento dei palazzi del Vaticano, del Laterano e di Castel Gandolfo, ma senza beneficiare di una qualunque extraterritorialità, ivi compresa la basilica di San Pietro.
Pio IX, per il quale la sovranità territoriale è la garanzia dell’indipendenza spirituale del trono apostolico, rifiuta. Inoltre, risponde riaffermando il divieto fatto nel 1868 ai cattolici italiani di partecipare alla vita politica: è il Non expedit (non conviene); né eletti né elettori. Questo non impedisce ai cattolici di partecipare alle elezioni locali e di avere un peso nella vita sociale del paese mediante delle potenti associazioni, con tutta una rete di cooperative, di giornali e anche delle banche.
I successori di Pio IX (Leone XIII, Pio X, Benedetto XV) mantengono formalmente il Non expedit, pur inviando qualche segno di apertura. E nelle elezioni del 1913, di fronte alla possibilità di un successo socialista, i cattolici sono invitati a votare per dei candidati liberali. Si dovrà tuttavia attendere il 1919 perché Benedetto XV tolga una volta per tutte il Non expedit e che il Partito Popolare, appena fondato da un prete siciliano, Don Luigi Sturzo, faccia eleggere 100 deputati alla Camera.
Poi dopo l’arrivo al potere di Mussolini, iniziano delle trattative riservate con il governo fascista. Questi sfociano nella firma dei Patti del Laterano, l’11 febbraio 1929, tra Mussolini e il cardinal Gasparri, segretario di Stato della Santa Sede.

Un trattato internazionale crea lo Stato della Città del Vaticano (il più piccolo del mondo, 44 ettari), un concordato rende la religione cattolica la religione dello Stato italiano, e un indennizzo finanziario compensa il Papato della perdita dello Stato Pontificio.
Il papato dispone tuttavia ancora di un potere temporale, anche se simbolico, ma al prezzo di un accordo momentaneo con uno Stato totalitario, il che gli procura numerose critiche. Alcuni cattolici, inoltre, si interrogano sulla necessità di questo ritorno al potere temporale della Chiesa.
Negli anni seguenti, Pio XI non risparmia critiche al regime fascista. Ciò non impedisce a Mussolini di desiderare che si attui la conciliazione del 1929 con l’apertura di una via trionfale che unisce il Tevere alla basilica di San Pietro. I lavori vengono iniziati nel 1939 ed è in occasione dell’anno santo del 1950 che viene inaugurata la grandiosa prospettiva che conduce oggi al cuore della Cristianità.
Era questa, per sommi capi, la complicata situazione che stava di fronte ai deputati dell'Assemblea Costituente che avevano il compito di ripensare i rapporti della nuova Italia, democratica e repubblicana, non più fascista e monarchica, con la Chiesa cattolica.
Articolo 7 della Costituzione Italiana:
Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.
Stato italiano e Stato del Vaticano: la questione romana
Il problema dei rapporti fra lo Stato e la Chiesa si complicò soprattutto a motivo delle particolari vicende storiche che avevano condotto, nel 1861, alla nascita dell'Italia unita. È necessario perciò ricordare brevemente i termini della cosiddetta "questione romana".
È noto che il regno d'Italia, proclamato nel 1861, non comprendeva, tra gli altri, il territorio del Lazio, che faceva parte dello Stato pontificio.
Si trattava, quindi, di portare a compimento l'unità territoriale del Paese. Ma si trattava anche di definire ex novo i rapporti con la Chiesa, che di fatto vedeva ridimensionato il proprio potere temporale. Compito tutt'altro che semplice, se si pensa che il papa, Pio IX, non aveva ancora riconosciuto le annessioni del 1859. Si giunse, tra alterne vicende, e in un preciso contesto internazionale, al noto epilogo del 1870: il governo diretto da Giovanni Lanza ordinò al generale Cadorna di passare all'azione e il corpo di spedizione aprì una breccia nelle mura di Roma, a Porta Pia, liberando la città e ponendo fino al potere temporale dei papi (20 settembre 1870).
Nell'ottobre dello stesso anno un plebiscito sanzionò l'annessione di Roma e del Lazio e nel luglio successivo la capitale e il Governo furono trasferiti a Roma.
La contrarietà della Chiesa a qualsiasi forma di accordo complicò il compito di definire i suoi rapporti con lo Stato. Tali relazioni. perciò, non furono stabilite da un trattato bilaterale, ma da un atto unilaterale, cioè da una legge dello Stato, la cosiddetta legge delle guarentigie. La Chiesa continuava a non riconoscere ufficialmente lo Stato italiano e, da questo punto di vista, fu del tutto coerente il celebre non expedit (dal latino: non conviene) pronunciato dalla Curia romana nel 1874: i cattolici venivano invitati ad astenersi dalla vita politica del nuovo Stato, giacché qualsiasi forma di partecipazione sarebbe equivalsa a un suo riconoscimento.
Dato il peso oggettivo del mondo cattolico in Italia, si può capire l'enorme problema che stava di fronte alle classi dirigenti del Paese. Lo Stato, come si dice, poteva contare su basi di consenso molto ristrette: erano pochi i cittadini che davvero si riconoscevano nelle istituzioni e che le sentivano come proprie. La lacerazione con la Chiesa, certo, non aiutava.
Si può capire, soprattutto, la soddisfazione di Mussolini, che potè presentare i Patti Lateranensi (11 febbraio 1929) come la definitiva chiusura della questione romana: in effetti la Chiesa, in cambio di rilevanti privilegi come, tra gli altri, il riconoscimento che la religione cattolica apostolica e romana è la sola religione dello Stato e che l'Italia considera fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica l'insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica, riconosceva finalmente in via ufficiale lo Stato italiano.

Il carattere laico dello Stato italiano risultava assai attenuato, mentre la Chiesa acquistava privilegi che non avrebbe mai ottenuto dalla classe dirigente liberale prefascista, come il matrimonio religioso con effetti civili e l'introduzione nelle scuole dell'insegnamento della dottrina cattolica, «fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica». Inoltre, alle organizzazioni dipendenti dall'Azione cattolica era consentito continuare a svolgere la loro attività sotto il controllo delle gerarchie ecclesiastiche. Si trattava di un provvedimento di straordinaria importanza, se si considera che uno dei primi atti della dittatura era stato lo scioglimento di tutte le associazioni non fasciste. Rispetto alla massa dei cittadini privati del diritto di associarsi liberamente, i cattolici potevano invece mantenere in piedi la loro rete organizzativa che, formalmente finalizzata all'azione spirituale, in realtà continuava ad agire in ogni settore della vita civile.
Per il fascismo, che puntava a ottenere il controllo assoluto dell'intera società, era un'autolimitazione notevole. Eppure Mussolini aveva dovuto fare queste concessioni: l'appoggio della Santa Sede, più ancora che il sostegno della monarchia, rappresentava un pilastro fondamentale per l'edificio fascista. Fino a quando i rapporti tra il Duce e il Vaticano fossero rimasti armonici, alto e basso clero avrebbero assicurato l'obbedienza e persino il consenso delle masse cattoliche alla dittatura.
I Patti Lateranensi
Sono divisi in tre parti: il trattato internazionale (con esso, la Santa Sede riconobbe l'Italia come Stato ufficiale e in cambio ottenne la sovranità sullo Stato della Città del Vaticano), la convenzione finanziaria (con la quale l'Italia diede una forte indennità in denaro al Papa come risarcimento per la perdita dello Stato Pontificio), il concordato (con il quale si regolarono i rapporti interni fra Stato e Chiesa).
Il concordato, la parte più importante dei Patti, ridusse sensibilmente il carattere laico dello Stato stabilendo, per esempio, la validità civile del matrimonio religioso, l'impegno a impartire l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole dello Stato, la negazione dei pieni diritti civili ai sacerdoti. In generale, fu la Chiesa a ottenere una posizione di privilegio nei rapporti con lo Stato, rafforzando notevolmente la sua presenza nella società.
Nel febbraio del 1984, Craxi a nome del governo da lui presieduto firmò con la Santa Sede un nuovo concordato che ritoccò gli accordi precedenti, rendendo facoltativa l'ora di religione nelle scuole, abolendo il nulla osta vescovile per l'assunzione da parte dello Stato di un ecclesiastico, lasciando alla totale competenza del papato la nomina dei vescovi.
10 febbraio: Giorno del ricordo
le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo
«La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale "Giorno del ricordo" al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale» (legge 30 marzo 2004 n. 92)
Articoli sull’argomento pubblicati nel sito:
Per comprendere il perché delle foibe o dell’esodo di molti italiani che risiedevano lungo i confini orientali dell’Italia:
La fine per fame e malattie di donne, bambini e antifascisti. Nel campo fascista di Arbe morirono centinaia di sloveni e croati.
http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/Il_campo_fascista_di_Arbe-4520561.html
Le dimensioni dell'Esodo degli italiani
http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/Le_dimensioni_dellEsodo-8515033.html
Le motivazioni a spingere gli istriani ad abbandonare la loro terra
http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/Le_motivazioni_degli_esuli-8515038.html
Tra il 1944 e la fine degli anni Cinquanta, alla frontiera orientale d'Italia più di 250.000 persone, in massima parte italiani, dovettero abbandonare le proprie sedi storiche di residenza, vale a dire le città di Zara e di Fiume, le isole del Quarnaro - Cherso e Lussino - e la penisola istriana, passate sotto il controllo jugoslavo.
http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/LEsodo_dei_giulianodalmati-8515028.html
Le prime libere elezioni dopo la fine del regime fascista, la scelta tra monarchia e repubblica a Lissone
Nel breve spazio di tempo che va dal marzo al giugno 1946, gli italiani furono chiamati alle urne due volte: la prima, per eleggere le amministrazioni comunali, la seconda, il 2 giugno 1946, per scegliere la forma istituzionale dello Stato, monarchia o repubblica, ed eleggere i componenti dell’Assemblea Costituente incaricata di redigere la nuova Costituzione.
A Lissone, il 3 maggio 1945, nella residenza comunale, il Comitato di Liberazione Nazionale insediò la nuova Giunta municipale, la cui composizione era stata decisa sin dalla riunione clandestina del 12 marzo. Per la scelta del sindaco i comunisti, superando la dura opposizione socialista, avevano comprensibilmente messo «il loro voto a disposizione dei democristiani, appellandosi alla situazione prefascista» e la scelta era caduta su Angelo Arosio, detto Genola. Vicesindaco fu nominato Giuseppe Crippa, comunista, e all'amministrazione andò Federico Costa, socialista. La Giunta fu completata da Mario Camnasio (Dc) all'annonaria, Emilio Colombo (Psi) ai lavori pubblici e Giulio Meroni (Pci) all'assistenza ai quali si aggiunse il ragionier Giulio Palma, rappresentante del Partito liberale, quale assessore supplente.
Il Comitato di Liberazione Nazionale aprì una grande sottoscrizione per garantire l'assistenza ai più poveri; i fondi furono gestiti ed erogati da una speciale Commissione finanziaria che, oltre dell'assistenza si occupò anche di sostenere l'ospedale della Carità, il patronato scolastico, la scuola professionale di disegno, l'Associazione mutilati e invalidi di guerra e l'Associazione reduci e la Conferenza di San Vincenzo.
La guerra aveva avuto un costo umano ed economico di grandi proporzioni. Notevoli furono le spese sostenute dall'Amministrazione comunale lissonese durante il periodo dell’occupazione tedesca.
In campo internazionale, gli USA, una volta vinta la guerra, furono l'unica potenza in condizioni di prosperità di fronte ad un'Europa terribilmente impoverita e devastata. Perciò, con il preciso scopo di combattere l'influenza sovietica e mostrare agli europei il volto del loro possente capitalismo, gli americani programmarono notevoli aiuti ai paesi europei. Uno strumento importante sorto nel novembre 1943 a Washinghton con il fine di pianificare l'aiuto per la ricostruzione delle zone devastate dalla guerra, fu l'United Nation Relief and Rehabilitation Administration (UNRRA), formalmente sotto il controllo ONU, ma di fatto frutto dell'intervento economico degli USA. Furono messi a disposizione capitali, materiali e generi alimentari.
A Lissone il problema dell'assistenza aveva determinato la nascita nel dicembre del 1945 del Comitato comunale per l'assistenza post-bellica con lo scopo di favorire la distribuzione di vestiario e generi alimentari, mentre il 9 gennaio 1946 il comune fu incluso nel piano di distribuzione viveri e prodotti tessili del comitato provinciale UNRRA. A tal proposito nello stesso anno si formò il comitato comunale di assistenza UNRRA e nacquero contemporaneamente quattro centri di assistenza, ubicati presso la scuola materna comunale di via G. Marconi, l'asilo infantile Maria Bambina di via Origo, la mensa materna ONMI di via Fiume e lo spaccio comunale ECA di piazza Libertà.

In definitiva nel luglio del 1946 erano assistiti tramite refezione gratuita e distribuzione di generi in natura circa 540 minori e 120 madri, anche se i bisognosi ammontavano in tutto a 900 persone.
Le prime elezioni libere dopo la fine del regime fascista furono quelle amministrative che furono fissate per il 7 aprile 1946; 5.700 furono i Comuni italiani interessati dal voto.
Alla vigilia delle prime elezioni in cui anche le donne vennero chiamate ad esprimere il proprio parere, nessuna forza politica poté ignorare quale enorme importanza avrebbe assunto l’elettorato femminile, che, con 14.610.845 persone che acquisirono il diritto a recarsi per la prima volta in una cabina elettorale, costituiva circa il 53% del totale.
De Gasperi e Togliatti erano fondamentalmente concordi sull’estensione del suffragio, ma dovettero scontrarsi con la diffidenza che il provvedimento suscitò, per motivi diversi, all’interno dei loro partiti.

Nel PCI i dubbi circa i risultati delle urne erano legati al timore che le donne si lasciassero troppo influenzare dai loro parroci e dalla Chiesa.
Le perplessità democristiane erano invece legate alla possibilità che, con la nuova partecipazione alla vita politica, esse si allontanassero progressivamente dai valori tradizionali, incrinando così l’unità della famiglia.
Per Nenni e per i socialisti il voto femminile era sicuramente un fatto positivo, ma potenzialmente pericoloso. Il Partito Liberale, il Partito Repubblicano e il Partito d'Azione si mostrarono a volte indifferenti, a volte diffidenti verso il voto alle donne, per timore che risultasse un vantaggio per i partiti di massa.
In Brianza si affermò la Democrazia cristiana, che vinse in tutti i paesi ad eccezione di Albiate e Nova.
Nonostante le preoccupazioni della Questura di Milano, che temendo incidenti, inviò una circolare contenente le direttive per mantenere l'ordine pubblico, anche a Lissone la giornata elettorale trascorse «da parte della cittadinanza in una atmosfera di disciplina e compostezza e di esemplare senso civico».

A Lissone, i seggi elettorali erano insediati in piazza IV Novembre, alle scuole di via Aliprandi, alla cascina Santa Margherita. Verso sera, alle 18, l'altoparlante della casa del popolo comunicò i dati riassuntivi: la Dc prese il 58,45% (e 24 seggi), l'Unione dei partiti di sinistra il 36,7% (6 seggi), e infine gli indipendenti con soli 411 voti presero il 4% e nessun seggio in Consiglio comunale. Ma il dato più significativo fu l'affluenza alle urne, che raggiunse il 92% degli iscritti (gli aventi diritto al voto erano oltre 11.000).
Il 17 aprile 1946 si insediò quindi il nuovo Consiglio comunale, e dopo il doveroso ricordo dei caduti della liberazione in un clima di grande rispetto reciproco e di consapevolezza delle difficoltà del momento, la maggioranza, per voce di Bruno Muschiato (che lo presiedeva nella sua qualità di consigliere capolista), chiese «ai colleghi della minoranza [...] la loro collaborazione e specific[ò] che [era] intenzione di riserbare un posto di assessore effettivo al consigliere Federico Costa nella sua qualità di capo riconosciuto dalla minoranza stessa». Dopo il rifiuto del Costa, motivato dalla necessità «di poter svolgere liberamente il compito di controllo e di critica costruttiva che in regime veramente democratico sono indispensabili», Mario Camnasio fu eletto sindaco.

«Il lavoro da compiere - sostenne il sindaco uscente Angelo Arosio - è oltremodo difficoltoso e non si può certamente sperare che una bacchetta magica lo possa immediatamente risolvere; il pareggio di bilancio, ad esempio, appariva ben distante da raggiungere. E nonostante si dovesse operare, secondo la Giunta, «più con la riduzione delle spese che con eccessivi inasprimenti di tributi locali o con l'assunzione di mutui, furono applicate dall'amministrazione comunale «la sovraimposta al 3° limite [e] tutte le altre imposte e tasse comunali [...] con le aliquote e nelle misure massime stabilite dalle vigenti disposizioni di legge in materia, e [...] pure sono state applicate le addizionali sulla imposta di famiglia e sulla imposta industria, arti, commercio e professioni». Malgrado gli sforzi e le nuove imposizioni il risultato fu tuttavia sconsolante, poiché «benché applicate al massimo le imposte non hanno seguito il vertiginoso aumento dei prezzi. Infatti [...] le entrate non potranno pareggiare le uscite».
In questa situazione la Giunta affrontò il problema degli alloggi nominando una apposita Commissione comunale, con «mansioni principalmente conciliative per la disciplina dell'importante servizio» e programmando sistemazioni anche precarie per le famiglie degli sfrattati. Inoltre, «constatata la necessità da parte della popolazione e particolarmente dei ceti meno abbienti, di disporre di generi alimentari non razionati di più largo consumo e prezzi equi», fu istituito l'Ente comunale di consumo e programmato un piano organico di opere pubbliche a «sollievo della disoccupazione, sempre più preoccupante in ogni categoria operaia», con il contributo dello Stato.

Il 2 giugno 1946 il corpo elettorale venne nuovamente chiamato alle urne. Gli elettori dovevano scegliere con un referendum tra la monarchia e la repubblica ed eleggere i loro rappresentanti all'assemblea costituente. Vittorio Emanuele III, in un ultimo disperato tentativo di salvare la monarchia aveva meno di un mese prima abdicato in favore di suo figlio, Umberto.
Ma fu vana impresa e con 12.717.923 (il 54,2%) contro 10.719.284 (il 45,8%) l’Italia divenne una repubblica. Ufficializzata la votazione Umberto inizialmente chiese tempo, affermando che le preferenze per la Repubblica costituivano la maggioranza dei voti validi, ma non la maggioranza della totalità degli aventi diritto al voto.
Furono giorni carichi di tensione, e circolarono voci di un possibile colpo di stato dell' esercito in appoggio al re. Tuttavia De Gasperi e gli altri ministri rimasero fermi al loro posto e infine il 13 giugno il «re di maggio», come venne poi soprannominato, prese la via dell'esilio.

Enrico De Nicola, l'ultimo presidente della Camera prefascista, fu, quindici giorni più tardi, eletto capo provvisorio dello Stato.

A Lissone le elezioni si svolsero «in un clima di concordia e di consapevolezza dell'importanza e della gravità» del momento.

Anche il corpo elettorale cittadino votò in grande maggioranza per la Repubblica (76,2% contro il 23,8% per la Monarchia) e Federico Costa, il 17 giugno, alla prima adunanza del Consiglio comunale dopo il referendum, sottolineò con forza che «la superata crisi dei giorni scorsi per merito dei nostri dirigenti democratici e per la maturità politica di tutto il popolo dimostra quanto fosse retrograda e reazionaria la dinastia che resse i destini del nostro paese per tanti anni».

L'elezione per l'Assemblea Costituente dette inoltre per la prima volta una indicazione precisa della forza dei partiti. A livello nazionale la Dc emerse come primo partito con il 35,2%, seguito dai socialisti con il 20,7% e dal Pci con il 19%. I tre grandi partiti ebbero da soli quasi il 75 per cento dei voti, presentandosi come i dominatori della Costituente. A Lissone la percentuale ottenuta dai tre partiti fu addirittura maggiore, il 94,13%, e lo scrutinio non presentò particolari stravolgimenti rispetto a due mesi prima. La Dc tuttavia perse quattro punti percentuali, e con 5.577 voti ottenne il 54,2%; i socialisti con 3.086 voti ottennero il 29,99%, il Pci con 1.023 voti ebbe il 9,94%. Gli altri partiti si spartirono il 6% rimanente (Democrazia repubblicana ebbe 84 voti; i repubblicani 93; i comunisti internazionalisti 9; il Blocco libertà 41; l'Unione democratico liberale 199 e lo Schieramento nazionale 8. Da notare che nettamente inferiore al dato nazionale fu il risultato raggiunto a Lissone dal Fronte dell'Uomo qualunque, che con 169 voti ottennero un misero 1,64%).
Ricominciava quindi definitivamente la vita democratica, era nata la Repubblica, e la classe dirigente lissonese si rendeva conto che anche dalla rappresentanza comunale «dipende[va] che questa istituzione di liberi cittadini prosperi e si rafforzi in un clima di democrazia, di giustizia, di moralità e di progresso sociale». La minoranza socialista, attraverso Federico Costa, offrì «all'uopo un sincero appoggio» alla Giunta democristiana «in tutte quelle deliberazioni che devono tradursi in un miglioramento delle condizioni del popolo», consci che in città «i problemi da risolvere [erano] numerosi e difficili» e che necessario era soprattutto un riordinamento della materia tributaria, in cui «occorre oculatezza e massima rigidezza, [e] bisogna gravare senza tema di ostilità quelle persone che molto hanno e che nulla vogliono dare per il bene comune».
Bibliografia:
Archivi comunali di Lissone
Antonio Maria Orecchia in “La seconda guerra mondiale, la Resistenza, la Liberazione”
Lissone 27 gennaio 2026 Giorno della Memoria
Alcuni momenti della cerimonia (foto di Gianni Radaelli)
Martedì 27 gennaio alle ore 11 in via Mazzini 6
CERIMONIA DI POSA DELLA PIETRA D'INCIAMPO DEDICATA A
FERNANDO CASSAMAGNAGO
CHI ERA FERNANDO CASSAMAGNAGO 02 GIUGNO 1924 - 09 MARZO 1945 Fernando Cassamagnago nasce a Lissone il 2 giugno 1924, da Carlo Cassamagnago, falegname, e Maria Rivolta, casalinga. La famiglia emigra a Sanremo l’8 ottobre 1925, città nella quale Fernando viene arrestato da truppe nazifasciste nel marzo 1944. Dopo un periodo trascorso in varie carceri italiane, Fernando Cassamagnago viene trasferito al campo di concentramento di Gries-Bolzano, gestito dalle SS. Riparte da lì il 5 ottobre 1944, con altri 490 prigionieri, per il lager di Dachau, vicino a Monaco, dove giunge il 9 ottobre 1944 e gli viene assegnata la matricola 113259. Il campo di concentramento di Dachau, dove Cassamagnago viene deportato per motivi di sicurezza, fu il primo istituito «ufficialmente» dal regime nazista dopo poche settimane dalla presa del potere in Germania e ospitava prevalentemente prigionieri politici, sui quali furono sperimentate tecniche di annientamento fisico e psichico. Gli americani liberano il campo il 29 aprile 1945, ma Fernando Cassamagnago muore poco prima, il 9 marzo 1945, a soli vent’anni e dopo cinque mesi dal suo arrivo a Dachau.
Mercoledì 28 gennaio alle ore 21.00 AUDITORIUM DI PALAZZO TERRAGNI
SPETTACOLO TEATRALE " QUI NON CI SONO BAMBINI "
Rappresentazione teatrale che rilegge la tragedia dell'olocausto attraverso gli occhi
di Thomas Geve, un ragazzino di 13 anni sopravvissuto ad Auschwitz e Buchenwald.
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