Una delle prime vittime illustri della violenza fascista: Don Giovanni Minzoni
Il piccolo Giovanni crebbe tra l'affetto dei genitori, e di due fratelli e due sorelle, dimostrando viva intelligenza, carattere aperto, franco, espansivo, e soprattutto una bontà non comune.
Dopo gli studi in seminario fu ordinato sacerdote, e celebrò la sua prima messa il 10 settembre del 1909.
Nel 1910, si recò in Argenta (antico e storico paese, in provincia di Ferrara e diocesi di Ravenna), per essere cappellano, alle dipendenze dell'allora arciprete Gioacchino Bezzi. Lasciò Argenta nel 1912 per studiare alla Scuola sociale di Bergamo, dove si diplomò.
Argenta era stata ed era teatro di agitazioni e di conflitti operai. Don Giovanni Minzoni fu ammirato per il suo coraggio e per la sua volontà di collaborazione e di dialogo con il proletariato contadino.
Venuto a morte l'arciprete Bezzi, il 29 gennaio 1916, la popolazione volle suo successore D. Minzoni, che venne eletto con votazione plebiscitaria dai capi famiglia aventi diritto all'elezione dell'arciprete, fra l'esultanza degli Argentani. Ma egli non poté prendere possesso della parrocchia: era già scoppiata prima guerra mondiale
Nell'agosto del 1916, chiamata alle armi la classe 1885, lasciò la parrocchia per andare soldato nella settima compagnia di sanità in Ancona. Malgrado le preghiere insistenti dei parenti e degli amici, chiese di poter svolgere il suo servizio come cappellano tra i giovani militari al fronte e, in un momento molto critico della battaglia del Piave, dimostrò tale coraggio da meritare la medaglia d'argento. Al termine della guerra Don Minzoni ritornò ad Argenta.
Attivo promotore di opere caritatevoli, diede vita a circoli sociali per l'acculturamento delle classi umili e ai primi nuclei del sindacalismo cattolico nella Bassa ferrarese.
Alle numerose iniziative in campo sociale egli aggiunse un'adesione entusiasta al cooperativismo, mettendosi contro il regime fascista che invece sosteneva il corporativismo.
Si oppose alle violenze delle squadre fasciste sostenute dai proprietari terrieri retrivi, capeggiate da Italo Balbo, ostili alle più elementari rivendicazioni salariali dei lavoratori agricoli. Nel 1923 i fascisti di Balbo uccisero ad Argenta il sindacalista socialista Natale Galba; don Minzoni condannò la violenza squadristica attirandosi ripetute minacce ma rifiutando ogni collaborazione col fascismo dilagante.
Il 22 agosto 1923, in un incidente di caccia, venne ucciso un suo parrocchiano, Sante Guerrini padre di tre bambini. Don Minzoni venne informato in sagrestia e, subito dopo la messa, corse dalla giovane vedova che già si trovava in condizioni di bisogno ed ora, senza il capofamiglia, unica fonte di sostentamento, avrebbe visto peggiorare la situazione famigliare. Assicurò alla vedova l'assistenza materiale che le avrebbe consentito di allevare i tre orfani, assumendosi lui la responsabilità del loro mantenimento. La sera del giorno seguente, il 23 agosto 1923, don Minzoni venne aggredito e ucciso nei pressi della canonica a manganellate da alcuni squadristi facenti capo a Balbo. Tutta Argenta vibrò di sdegno contro i fascisti.
I fascisti deplorarono l'accaduto e cercarono di riversarne la responsabilità su elementi dell'estrema sinistra, associandosi al dolore dei cattolici e della famiglia; ma sui muri di Argenta comparve un manifesto che invitava i fascisti a non presentarsi al funerale. Cosa che fecero restando in disparte.
il campo di concentramento di Fossoli
Il tramonto di Fossoli (di Primo Levi)
Io so cosa vuol dire non tornare.
A traverso il filo spinato
ho visto il sole scendere e morire;
ho sentito lacerarmi la carne.
Le parole del vecchio poeta:
«Possono i soli cadere e tornare:
a noi, quando la breve luce è spenta,
Una notte infinita è da dormire».
Il 22 febbraio 1944 partì da Fossoli un convoglio con destinazione Auschwitz , sul quale vi era anche Primo Levi , anch'egli internato nel campo di Fossoli come deportato politico; fu uno dei 650 che furono deportati con quel convoglio e fu uno dei 23 che ritornarono.
Il campo di concentramento di Fossoli era ubicato in una località di campagna a 3 chilometri da Carpi, in provincia di Modena. Il campo fu allestito nel luglio 1942 come una tendopoli per prigionieri di guerra; qualche mese più tardi vennero costruite le baracche in muratura che nell'estate 1943 diedero riparo a circa 5000 internati militari. Circondato da una doppia recinzione alta 2 metri e con una serie di torrette distanti 50 metri le une dalle altre, il grande recinto era illuminato con riflettori dal tramonto all'alba. La notte dell'8 settembre una colonna di tedeschi circondò la struttura, per impedire - dopo la proclamazione dell'armistizio - la fuga dei prigionieri. Due ufficiali italiani furono incaricati della gestione ordinaria del Lager, mentre i loro colleghi furono incarcerati a Modena. In un paio di settimane si organizzò il trasferimento dei prigionieri alleati nel Reich e dal 5 dicembre l'ex Campo prigionieri di guerra n. 73 funzionò come luogo d'internamento per ebrei, sotto il controllo della polizia della Repubblica sociale italiana e alle dipendenze della prefettura di Modena. La collocazione strategica nella rete ferroviaria, sulla linea per il Brennero, agevolava il viaggio verso i Lager del Reich.
Dal mese di gennaio 1944 giunsero a Fossoli prigionieri politici. Da metà marzo 1944 il Comando di Verona della Polizia di sicurezza germanica (Befehlshaber der SIPO-SD) assunse il controllo diretto sugli internati politici e razziali destinati alla deportazione (rinchiusi nei due settori del «campo nuovo»), lasciando alle autorità di Salò la competenza su internati comuni, politici, genitori di renitenti alla leva e civili di nazionalità straniera esclusi dal trasferimento nei Lager del Reich (concentrati nel «campo vecchio»).
Il Polizei- und Durchgangslager era comandato dal sottotenente Karl Titho, ma è il suo vice, Hans Haage, a gestire il campo. Il settore ebraico includeva 8 baracche larghe 11,60 metri e lunghe 47 metri, fornite di latrine e lavatoi, ognuna delle quali poteva accogliere 256 prigionieri; i politici erano ammassati in 7 baracche di dimensioni maggiori. I due settori disponevano di cucina e infermeria. L’alimentazione consisteva essenzialmente in pane e verdure; i prigionieri - che indossavano i loro abiti civili e portavano dei contrassegni a seconda della categoria di appartenenza - venivano suddivisi in gruppi incaricati della pulizia del campo, dei lavori agricoli e artigianali. Fossoli funzionava come centro di smistamento per la deportazione ad Auschwitz, Bergen-Belsen, Buchenwald, Mauthausen, Ravensbruck. Dal 19 febbraio 1944 (con l'invio di 141 ebrei a Bergen-Belsen), partirono dalla località modenese sei convogli ferroviari carichi di internati, selezionati d'intesa tra il comandante Titho e il Comando germanico veronese. Nel complesso verranno deportati oltre cinquemila prigionieri: 2726 ebrei e 2483 politici.
Per chi proveniva da mesi di isolamento in una cella malsana, esposto inerme alle torture degli aguzzini, il trasferimento a Fossoli - col ritorno alla dimensione sociale - apparve l'uscita da un incubo. Sensazione comune ai prigionieri politici sottoposti nel carcere milanese a pressioni disumane: «La prima impressione fu che il campo di Fossoli fosse un luogo migliore di San Vittore e che anche le SS fossero, per così dire, più corrette», osserverà l'architetto Belgiojoso. Le possibilità di ritrovarsi in compagnia, di poter parlare senza il terrore della punizione, di impostare forme clandestine di aggregazione politica segnavano un deciso mutamento di condizione. Tuttavia gli internati sapevano che la loro sorte era sospesa a un filo: potevano essere condannati a morte per la loro attività cospirativa, oppure fucilati per rappresaglia contro un'azione partigiana, oppure venire deportati in un campo di eliminazione.
…
Il pensiero della fuga era dominante, alla sorveglianza delle guardie si univa quella - meno appariscente ma ugualmente micidiale - delle spie. L'evasione individuale si presentava ardua, quella collettiva era ancora più problematica. Una volta fuori dal campo i fuggiaschi sarebbero statu alla mercé dell'apparato repressivo tedesco, agevolato dalle estese campagne, che offrivano scarsi nascondigli. A fatica si cercava di stabilire un rapporto con l'esterno; il rischio di cadere in provocazioni era elevato e concedere la fiducia a una spia poteva significare la fucilazione.
(da Diario di Fossoli di Leopoldo Gasparotto a cura di Mimmo Franzinelli)
Diario di Fossoli -
L'autobus corre attraverso Carpi, poi Fossoli e infine [ ... ] scorgiamo un cartello POL-LAGER. Siamo al campo.
Ci inquadriamo, ad libitum, a gruppi di venti, veniamo avviati ad una baracca dove ognuno di noi dà le generalità ad un'impiegata ebrea, distinta da un nastro giallo sulla blusa e, in compenso, riceve due triangoli rossi e due rettangolini bianchi recanti il nuovo numero di matricola che altri ebrei si affrettano a cucire sulla giacca, per "modo che, poco dopo, i primi di noi fanno pompa di un riuscito distintivo che non ci riesce affatto antipatico. -
Leopoldo Gasparotto
Leopoldo Gasparotto
(Milano 1902 - Fossoli 1944), figlio di un ex ministro radicale, nei primi anni venti milita nella Gioventù repubblicana, poi lavora come avvocato e si cimenta in ascensioni alpinistiche in Italia e all'estero, con spedizioni in Caucaso e in Antartide. Militante del Partito d'azione dal 1942, durante il periodo badogliano è tra i protagonisti della rinascita democratica di Milano. Entrato nella clandestinità, diviene il comandante militare delle forze resistenziali della città e promuove e coordina alcuni gruppi nelle vallate delle province di Como, Varese e Bergamo. Arrestato l'11 dicembre 1943 e rinchiuso a San Vittore, viene torturato dai tedeschi. Il 27 aprile 1944 è internato a Fossoli, dove anima il collettivo dei «politici». Il 22 giugno, su ordine del Comando delle SS di Verona, è prelevato dal campo e ucciso a tradimento. È stato insignito di medaglia d'oro al valor militare alla memoria.
Luciano Donghi, un antifascista lissonese impegnato nella Resistenza e nella vita sociale
Luciano Donghi era nato a Lissone il 18 marzo 1908. Era stato operaio della Breda poi artigiano metalmeccanico: il suo laboratorio, situato nell’attuale Via Don Minzoni, prospiciente l’ex stabilimento della Montana.
Luciano Donghi, subito dopo il 25 luglio 1943, fece parte di quel piccolo nucleo di antifascisti lissonesi, socialisti e comunisti, che si ritrova segretamente presso l’abitazione di Federico Costa (Costa sarà poi membro del CLN locale per il Partito Socialista, con il nome di battaglia “Francesco”).
Di quel gruppo di antifascisti, oltre a Luciano Donghi e Federico Costa, facevano parte Gaetano Cavina, Agostino Frisoni. Pensano di ricostituire i due partiti a livello locale, ma intendono dar vita ad una resistenza organizzata, costituire comitati di agitazione nelle fabbriche.
Donghi e gli altri antifascisti sono sorretti da un’innata fede nella libertà, credono nei valori dell’uguaglianza e della democrazia e intendono impegnarsi per i bisogni della collettività.
Da questo gruppo usciranno gli uomini che guideranno Lissone nella Resistenza, nella Liberazione e nei primi tempi della vita democratica.
Antifascista, iscritto al Partito Comunista clandestino, dopo l’ 8 settembre 1943 il suo impegno nella Resistenza contro i Tedeschi ed i fascisti divenne lo scopo della sua vita. Fece parte delle SAP, le squadre di azione patriottica brianzole, come partigiano di strada a Lissone, negli anni dal 1943 al 1945.
Scrive nel suo “Diario di guerra”, Bruno Trentin,“La guerra in pianura, in campagna, era la scelta più pericolosa; non c’era il «fronte» ma una guerra selvaggia anche, condotta da giovani, senza retroterra dove rifugiarsi. Era una guerra dalla quale, una volta cominciata, non si poteva tirarsi indietro. Si è scritto poco su questo versante della guerra partigiana che è la guerra in pianura, il più esposto, il più indifeso e, nello stesso tempo, impensabile senza il sostegno delle popolazioni ...”.
Per alimentare la vita partigiana erano necessarie delle armi: in un primo tempo si utilizzavano le armi abbandonate dai soldati sbandati dopo l’ 8 settembre 1943, a volte si prendevano al nemico, in altri casi le armi provenivano dai lanci di paracadute da parte degli Alleati anche a pochi chilometri dalle postazioni tedesche o fasciste.
Luciano Donghi era abile nel riparare le armi quando addirittura non le costruiva: spesso Mario Bettega, operaio della Breda e amico, lo riforniva con qualche pacco di otturatori e caricatori, di provenienza dallo stesso stabilimento sestese. Luciano Donghi costruiva anche piccole bombe che richiudeva nelle scatolette per la carne in conserva. Queste “scatole esplosive” venivano custodite in una fabbrica produttrice di carne in scatola (la Montana), nei cui pressi il Donghi aveva il suo laboratorio.
Mario Bettega e Luciano Donghi avevano contatti con il movimento clandestino locale oltre che con i gruppi partigiani della Valsassina e della Valtellina.
Purtroppo Mario Bettega cadde presto nelle mani dei repubblichini: dal carcere di San Vittore di Milano venne deportato a Mauthausen dove morì, all’età di ventisei anni, nel marzo 1945.
Nonostante la deportazione del suo amico, Luciano Donghi continuò a svolgere un gran lavoro per sostenere ed estendere l’attività resistenziale, oltre ad aiutare gli sbandati.
Vent’anni di oppressione fascista sboccarono non in episodiche rivolte ma nel più grande movimento armato di massa dell’Europa occidentale.
Gli ideali di libertà che hanno animato quei giovani sono oggi contenuti nella Costituzione Italiana di cui quest’anno ricorre il 60° anniversario: per questo ci sentiamo riconoscenti a Luciano Donghi come a tutti coloro che hanno dato la loro vita per gli stessi ideali.
Luciano Donghi, smessi i panni del partigiano, continuò il suo impegno nel partito e, nel 1965, fu eletto Consigliere Comunale per il PCI, sempre interessandosi alle persone più deboli, carica che ricoprì fino al 1975.
Pensionato, il suo desiderio di solidarietà verso le persone portatrici di handicap, lo vide impegnato, nel 1975, nella creazione del primo nucleo del Laboratorio Sociale, con sede in Via Volta, per creare uno spazio lavorativo rivolto a persone con problemi di disabilità psicofisica, malattia mentale, disadattamento sociale: il Laboratorio Sociale, nel 1995, ha assunto l’attuale denominazione, Società Cooperativa Sociale Luciano Donghi.
nella foto, la sede attuale della cooperativa a lui dedicata
Luciano Donghi moriva a Lissone, all’età di 70 anni, il 29 gennaio 1978 lasciando tutti i suoi averi in favore dei disabili Lissone.
Nel decennale della sua morte, nel 1988, a lui fu dedicata la locale sezione dell’allora Partito Comunista.
Nel trentesimo anniversario della sua morte l’A.N.P.I. di Lissone aveva chiesto all’Amministrazione Comunale di Lissone di dare una degna sepoltura ai resti di Luciano Donghi con una cerimonia commemorativa in ricordo dell’opera da lui svolta.
L’Amministrazione Comunale di Lissone ha accettato la proposta: le sue spoglie sono state traslate nella Cappella dei benemeriti nel famedio del Comune.
Giulio Colzani

Nato a Lissone il 12 febbraio 1911 da Carlo e da Giulia Vismara.
Arrestato a Lissone in data non nota tra dicembre 1943 e gennaio 1944.
Viene trasportato nel lager Buchenwald, dove, dopo sedici mesi, muore il 24/4/1945, dopo pochi giorni dalla Liberazione avvenuta l’11 aprile 1945 (auto-liberazione ed Eserciti Alleati), in una delle "marce della morte”, che seminano di cadaveri le strade della Germania, ucciso da una guardia tedesca a colpi di mitra.

Buchenwald era situato in Germania, nei pressi di Weimar sulle pendici della collina di Ettersberg, a circa dieci chilometri da Weimar, in Turingia.
Istituito nel luglio 1937, vi vennero deportati oppositori politici del regime nazista, omosessuali, asociali, ebrei e Testimoni di Geova.
I deportati venivano sfruttati per il lavoro nelle numerose industrie belliche allestite nei 136 campi dipendenti da Buchenwald.Nel Lager ebbero luogo uccisioni in massa di molti prigionieri di guerra; molti deportati morirono per la fame e per le malattie, per le terribili condizioni di lavoro, per le torture e le violenze ed anche in conseguenza di esperimenti medici.
Dal luglio del 1937 fino all'aprile del 1945 vennero qui deportate oltre 250.000 persone: di esse più di 50.000 morirono.
Nel gennaio del 1945 affluirono al Lager di Buchenwald migliaia di deportati evacuati dalla Polonia, precisamente dal complesso concentrazionario di Auschwitz e dal Lager di Gross-Rosen.
Ai primi di aprile del 1945 le SS fecero evacuare gran parte dei deportati in lunghe marce forzate (o marce della morte), nel corso delle quali morirono circa 28.000 deportati.
In una di queste “marce della morte”, che seminano di cadaveri le strade della Germania, Giulio Colzani, sfinito, il 24 aprile 1945 viene ucciso da una guardia tedesca a colpi di mitra.
Il comitato di resistenza che operava clandestinamente nel Lager di Buchenwald rese possibile l'ingresso nel Lager ad alcune unità della terza armata americana, dopo che le SS erano fuggite: era l'11 aprile del 1945.
…
Con me soffrono molti compagni
tutti ragazzi fieri e coraggiosi,
non versiamo lacrime,
tiriamo tutti la stessa corda.
Se dalla palude scrutiamo l’orizzonte
e tuffiamo lo sguardo nel vasto mondo
nei nostri cuori di prigionieri
dilaga una mesta nostalgia.
Fugge via il giorno, fuggono le nuvole
al mese segue l’anno -
tutto il dolore, tutte le ansie
ci imbiancano precocemente i capelli.
Ci mancano le nostre donne,
la nostra patria, la nostra vita -
e sconsolati torniamo a scrutare:
libertà, quando ritornerai?
(Canti dai lager: ESILIATO NEL REMOTO NORD
DELL’EMSLAND
il testo è stato redatto nel 1933 dal deportato Kaufmann nel Lager di Neu-Sustrum)
(da Lager e Deportazione http://www.lageredeportazione.org/)
Fonti:
- ANED Sesto san Giovanni, dalla Gazzetta Ufficiale n.130 del 22 maggio 1968
- Gazzetta Ufficiale della Repubblica Federale Tedesca, 24.09.77
- Schwarz, G., 1990, Die nationalsozialistischen Lager, Fischer Verlag
- Tibaldi, I., 1994, Compagni di viaggio
- Dall'Italia ai Lager nazisti
- I "trasporti" dei deportati 1943-1945, Franco Angeli editore
- Pieghevoli informativi dei Lager
chi erano i GAP (Gruppi di Azione Patriottica)?
«I gappisti non si fermarono mai davanti a nessun ostacolo, a nessun pericolo. Le loro gesta occupano un posto di rilievo nella storia della Resistenza popolare contro nazisti e fascisti.
Chi furono i gappisti?
Potremmo dire che furono "commandos." Ma questo termine non è esatto. Essi furono qualcosa di più e di diverso di semplici "commandos." Furono gruppi di patrioti che non diedero mai “tregua” al nemico: lo colpirono sempre, in ogni circostanza, di giorno e di notte, nelle strade delle città e nel cuore dei suoi fortilizi.
Con la loro azione i gappisti sconvolsero più e più volte l'organizzazione nemica, giustiziando gli ufficiali nazisti e repubblichini e le spie, attaccando convogli stradali, distruggendo interi parchi di locomotori, incendiando gli aerei sui campi di aviazione. Ancora non sappiamo chi erano i gappisti.
Sono coloro che dopo l’8 settembre ruppero con l'attendismo e scesero nelle strade a dare battaglia, iniziarono una lotta dura, spietata, senza tregua contro i nazisti che ci avevano portato la guerra in casa e contro i fascisti che avevano ceduto la patria all'invasore, per conservare qualche briciola di potere.
Gli episodi più straordinari e meno conosciuti di questa lotta si svolsero nelle grandi città, dove il gappista lottava solo e braccato contro forze schiaccianti e implacabili; sono coloro che colpirono subito i nazisti sfatando il mito della loro supremazia e ricreando fiducia negli incerti e nei titubanti i quali ripresero le armi in pugno.
I gappisti non furono mai molti: alcuni erano giovanissimi, altri avevano dietro di sé l'esperienza della guerra di Spagna e la severa disciplina della cospirazione, del carcere fascista e del confino. Tutti, nel difficile momento dell'azione, nelle giornate drammatiche della reazione più violenta, quando la vita era sospesa a un filo, a una delazione, a una retata occasionale, tutti, giovani e anziani, seppero trovare la forza e la coscienza di non fermarsi. Soprattutto, i gappisti furono uomini che amavano la vita, la giustizia; credevano profondamente nella libertà, aspiravano a un avvenire di pace, non erano spronati da ambizione personale, da arrivismo da calcoli meschini.
Erano dei "superuomini"? No di certo. Erano soltanto degli uomini, ma degli uomini dominati dalla volontà di non dare mai tregua al nemico. Il loro orgoglio aveva radici profonde: coscienti del sacrificio di tutti coloro che avevano sofferto impavidi carcere, persecuzioni, sevizie ne rivendicavano la grandezza e l'insegnamento. Senza l'autorità dei vecchi militanti che avevano sofferto galera, confino, ed esilio, durante il ventennio fascista, ai dirigenti non sarebbe stato possibile esigere dai gappisti, dai partigiani la disciplina più severa che conduceva spesso alla morte più straziante, né ai combattenti avere il cuore saldo per affrontarla. Era soltanto orgoglio ed entusiasmo lo spirito che animò i gappisti? Era un legame di reciproca fiducia tra i vecchi militanti e i giovani, tra coloro che avevano dimostrato di saper resistere sulla via giusta aprendo nuove prospettive e coloro che si inserivano in una lotta che era la lotta eterna contro la sopraffazione, il privilegio, la schiavitù. Senza gli antichi legami del presente oscuro col passato glorioso, davvero non vi sarebbe stata la guerra di liberazione, non avremmo riscattato l'onta del fascismo, "non avremmo conquistato il diritto di essere un popolo libero e indipendente." »
dal libro di Giovanni Pesce “Senza tregua – La guerra dei GAP” Feltrinelli Editore
Giovanni Pesce e Onorina Brambilla nel giorno delle loro nozze (14 luglio 1945).
Giovanni Pesce, nato a Visone (Alessandria) il 22 febbraio 1918, è morto a Milano il 27 luglio 2007: Medaglia d’Oro al valor militare. Nel settembre del 1943 è tra gli organizzatori dei G.A.P. a Torino; dal maggio del 1944 assume a Milano, sino alla Liberazione il comando del 3° G.A.P. "Rubini".
Onorina, “Nori”, per il marito, gli amici e i compagni è membro del Consiglio Nazionale dell’ANPI.
Di quanta terra ha bisogno un uomo?
Quando si esaminano le ambizioni iperottimistiche di Hitler nella fase iniziale della campagna di Russia (estate 1941), risulta chiaro che non aveva mai letto, o non aveva assimilato, il racconto di Lev Tolstoj, «Di quanta terra ha bisogno un uomo?», scritto nel 1886.
Vi si narra di un contadino benestante di nome Pahom che viene a sapere di una ricca terra nel paese dei BakSir, al di là del Volga. Sono gente semplice e lui potrebbe avere tutta la terra che vuole senza tanti problemi. Quando giunge nel territorio dei Baksir, gli dicono che per mille rubli potrà avere tutta la terra che riuscirà a percorrere nel corso di una giornata. Disprezzandoli per la loro mancanza di furbizia, Pahom è tutto contento. È sicuro di poter coprire una lunga distanza. Ma appena si mette in viaggio vede tante cose belle e decide di includerle nel suo percorso: uno stagno laggiù, una distesa di terra adatta alla coltivazione del lino ecc. Poi si accorge che il sole comincia a calare. Comprendendo che rischia di perdere tutto, corre sempre più in fretta per tornare in tempo. «Ne ho presa troppa», dice tra sé, «e ho rovinato tutto.» Lo sforzo lo uccide. Muore proprio sul traguardo ed è lì che viene sepolto. «Un metro e ottanta dalla testa ai piedi era tutta la terra di cui aveva bisogno», conclude Tolstoj. A distanza di meno di sessant'anni, l'unica differenza era che nella steppa non era sepolto un uomo solo, ma centinaia di migliaia di soldati.
cittadini di LISSONE non tornati dal fronte russo (1943) - parte prima
(dati forniti dall’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia)
Elenco parziale dei cittadini di LISSONE non tornati dal fronte russo
| 1 | Arosio Alessandro | 05.11.20 | 7° autoragg.to | ++ 30.10.43 |
| 2 | Arosio Carlo | 16.06.13 | 54°rgt. fanteria | disperso |
| 3 | Arosio Felice | 25.06.11 | 54°rgt. fanteria | ++ 14.04.43 lager Tiomnikov |
| 4 | Arosio Franco | 07.06.12 | 2° btg. mortai | disperso |
| 5 | Arosio Oreste | 15.03.22 | 2° artiglieria C.A. | disperso |
| 6 | Arosio Pasquale | 5.03.13 | 54° rgt. fanteria | disperso |
| 7 | Arosio Pierino | 19.08.13 | 81° rgt. fanteria | ++ 02.02.43 lager Tambov |
| 8 | Arosio Ugo | 1.04.12 | 54° rgt. fanteria | disperso |
| 9 | Arosio Vittorio | 23.09.22 | 52° rgt .. artiglieria | disperso |
| 10 | Cattaneo Fernando | 10.09.22 | rgl. artig1.a cavallo | ++ 09.02.43 lager Tambov |
| 11 | Cattaneo Luciano | 18.08.22 | 52° rgt. artiglieria | disperso |
| 12 | Ciccardi Stefano | 26.12.14 | 2°btg. mortai | ++ 03.02,43 lager Nova Liada |
| 13 | Crippa Ferdinando | 19.09.12 | 54° rgt. fanteria | disperso |
| 14 | Corno Feiice | 19.04.12 | 2° btg. mortai | disperso |
| 15 | Dassi Dino | 14.08.22 | 2° artiglieria c.A. | disperso |
| 16 | Erba Felice | 20.02.11 | 54° rgt. fanteria | ++? lager Tiomnikov |
| 17 | Erba Rodolfo | 7.10.14 | 9° rgt. artiglieria A. | ++ 22.01.43 lager Tambov |
| 18 | Erba ·Silvio | 21.07.21 | 81° rgt fanteria | 12 .12.41 . ? |
| 19 | Fiocchi Felice | 27.07.07 | 5° rgt. alpini | disperso |
| 20 | Fossati Alessandro | 22.10.12 | 54° rgt. fanteria | ++? |
+ caduto o deceduto in seguito per ferite ++ morto in prigionia

(continua)
cittadini di LISSONE non tornati dal fronte russo (1943) - parte seconda
(continuazione)
(dati forniti dall’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia)
Elenco parziale dei cittadini di LISSONE non tornati dal fronte russo (1943)
|
21 |
Fossati Arnaldo |
14.02.15 |
54° rgt. fanteria |
disperso |
|
22 |
Fossati Giuseppe |
16.04.15 |
54° rgt. fa..Tlteria |
++ 07.02.43 lager Taliza |
|
23 |
Fossati Lodovico |
19.10.10 |
2° btg. Qlortai |
disperso |
|
24 |
Fossati Luigi |
19.09. 21 |
54° rgt.fanteria |
++ 06.04.43 lager? |
|
25 |
Fossati Napoleone |
11.09.12 |
54° rgt. fanteria |
disperso |
|
26 |
Fossati Oreste |
24. 10.21 |
52° rgt artiglieria |
++ 30.03.43 lager Tiomnikov |
|
27 |
Fossati Ugo |
1.06.21 |
7° autoraggr.d'Arm. |
disperso |
|
28 |
Fumagalli Arturo |
26.05.15 |
54° rgt. fanteria |
++ 11.03.43 lager Taliza |
|
29 |
Gatti Angelo |
8.12.11 |
54° rgt. fanteria |
disperso |
|
30 |
Gatti Giovanni |
5.12.20 |
9° rgt. artigi d'Ann. |
disperso |
|
31 |
Gatti Giuseppe |
5.10.11 |
54° rgt. fanteria |
+ 17.12.42 osp.miiit. Rikovo |
|
32 |
Gelosa Vincenzo |
11.10.19 |
4° btg. genio alpino |
disperso |
|
33 |
Giussani Ambrogio |
10.10.10 |
54° rgt. fanteria |
++ 19.12.42 lager Tambov |
|
34 |
Giussani Franco |
6.01.22 |
52° rgl. artiglieria |
disperso |
|
35 |
Mariani Carlo |
04.08.20 |
89° rgt. fanteria |
++ 31.03.43 lager? |
|
36 |
Mariani Cesare |
12.02.14 |
278° fanteria |
disperso |
|
37 |
Mariani Ugo |
20.02.20 |
54° rgt. fanteria |
++ 25,07,44 lager 2983 ? |
|
38 |
Mariani Virgilio |
03.12.12 |
14° autogr Div.Celere |
disperso |
|
39 |
Manferto Ezio |
07.05.14- |
17° rgt.artiglieria |
dìsperso |
|
40 |
Manferto Nevio |
26.08.14 |
8° btg. collegamenti |
disperso |
+ caduto o deceduto in seguito per ferite ++ morto in prigionia

(continua)
cittadini di LISSONE non tornati dal fronte russo (1943) - parte terza
(dati forniti dall’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia)
| 41 | Montrasio Aldo | 17.09.22 | 2° btg. mortai | disperso |
| 42 | Perego Antonio | 12.12.10 | 54°rgt. fanteria | disperso |
| 43 | Perego Eugenio | 2.09.19 | 53° rgt. fanteria | disperso |
| 44 | Pirola Giuseppe | 15.08.14 | 278° rgt. fanteria | disperso |
| 45 | Pozzi Augusto | 22.06.21 | 3° btg genio alpini | disperso |
| 46 | Pozzi Pietro | 11.12.14 | 277° rgt. fanteria | disperso |
| 47 | Sala Luigi | 23.02.18 | rgt. Lancieri di Novara | disperso |
| 48 | Santamaria Erminio | 16.01.22 | rgt. genio ferrovieri | disperso |
| 49 | Sironi Mario | 4.12.16 | rgt. Savoia Cavalleria | disperso |
| 50 | Tarenghi Angelo | 26.01.12 | 278° rgt. fanteria | disperso |
| 51 | Teruzzi Angelo | 10.10.22 | rgt. artigl. a cavallo | ++ 10.06.43 lager Ak Bullak |
| 52 | Trabattoni Luigi | 25.02.22 | 54° rgt. fanteria | disperso |
| 53 | Viganò Antonio | 13.07.21 | 80° rgt. fanteria | disperso |
| 54 | Volentieri Giuseppe | 22.03.11 | 2° rgt. artigl. C.A. | disperso 24.12.1942 |
|
+ caduto o deceduto in seguito per ferite ++ morto in prigionia | ||||

BILANCIO DELLA CAMPAGNA DI RUSSIA
Nel marzo del 1943 i resti di quello che era l’ARMIR vengono rimpatriati e si fanno i primi conti delle perdite. La forza complessiva presente all’inizio dell’offensiva russa era di 220.000 uomini e, secondo i dati pubblicati dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore, mancavano all’appello 84.830 uomini. Oggi, dopo approfondite indagini presso ciascun Comune e ciascun Distretto Militare, da parte dell’Ufficio dell’Albo d’Oro — Sezione del Ministero della Difesa che funziona da anagrafe di tutti i militari — il numero degli italiani che non hanno fatto ritorno dal fronte russo è di circa 100.000. Tenuto conto che circa 5.000 erano caduti per i fatti d’arme antecedenti al 15 dicembre, le perdite della ritirata sono di 95.000 uomini. Secondo i dati più recenti, desunti dalla documentazione esistente negli archivi russi, finalmente aperti ai ricercatori italiani, 25.000 sono morti combattendo o di stenti durante la ritirata e 70.000 sono stati fatti prigionieri. Questi prigionieri furono costretti a marciare per centinaia di chilometri e poi a viaggiare su carri bestiame per settimane, in condizioni allucinanti, senza mangiare, senza poter riposare la notte, con temperature siberiane. Coloro che riuscirono a raggiungere i lager di smistamento — improvvisati, disorganizzati, con condizioni igieniche medioevali — erano talmente denutriti e debilitati che le epidemie di tifo e dissenteria ne falciarono ben presto la maggior parte. Siamo in possesso dei nominativi degli italiani deceduti nei lager, quasi tutti nei primi sei mesi del 1943. Solo nel 1945 ed in parte nel 1946. 10.000 sopravvissuti furono restituiti dall’Unione Sovietica.

Rientro di soldati reduci dalla Russia
Dalla documentazione russa risulta la presenza di italiani in circa 400 diversi lager, quelli più tristemente famosi sono quelli di Tambov - dove morirono circa 10.000 italiani -quelli di Miciurinsk, di Khrinovoje, di Tioìnnikov.
dal sito internet dell’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia:
http://www.fronterussounirr.it/chisiamo.html
la strategia politica del regime fascista
Estetizzazione della politica, estetizzazione delle masse
La spettacolarizzazione della vita politica durante il regime fascista costituiva la base e il presupposto della strategia politica del regime.
Il fascismo aveva bisogno di alimentare continuamente la fede nel partito e nel Duce attraverso l'istituzione di rituali patriottici, commemorazioni ufficiali, celebrazioni di storia patria, marce e cerimonie politiche.
Specialmente le mostre allestite secondo la logica modernista dello «spettacolare», diventarono un importante tassello nella strategia politica del fascismo che usò queste manifestazioni come cassa di risonanza per celebrare la propria storia.
Allestimenti iperbolici che assicurarono folle di visitatori, incuriosendo gli indecisi con la promozione di campagne pubblicitarie, con riduzioni ferroviarie e talvolta addirittura con facilitazioni di soggiorno.
Ogni mostra diveniva anche occasione per presentare le sue conquiste, celebrare la sua storia fornendo tangibilità e materia a questi risultati, mostrando, di volta in volta insieme a arte, sculture, fotomontaggi e gigantografie, cimeli di guerra come nella Mostra della Rivoluzione Fascista.
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