Viaggio della Memoria a Sestri Levante 2 aprile 2017
Per ricordare i caduti della Vallata di S. Vittoria tra cui Arturo Arosio, partigiano lissonese fucilato a S. Margherita di Fossa Lupara. In rappresentanza dell’Amministrazione comunale di Lissone era presente il consigliere comunale Monica Borgonovo.
gli scioperi del marzo 1944 nell'Italia occupata
1° marzo 1944, ore 10: la quasi totalità delle maestranze dell'Italia settentrionale e della Toscana entra in sciopero.
Il proletariato industriale era quello che più vigorosamente partecipava alla lotta contro i tedeschi e i fascisti e lo aveva dimostrato con gli scioperi del 1943 e si accingeva a dimostrarlo, ancora una volta, con un grande sciopero che dal gennaio si stava preparando nelle città industriali del Nord. I motivi economici di questo nuovo sciopero erano di un'estrema evidenza: nulla era stato accordato ai lavoratori di quanto era stato loro promesso nel novembre e nel dicembre: i supplementi alimentari non venivano più concessi; la razione di pane a Milano era stata ridotta di 100 grammi; in alcuni stabilimenti non si completava il pagamento del premio di Natale (500 lire più paga per 192 ore di lavoro); il costo de a vita continuava ad aumentare, mentre la borsa nera s'inaspriva sempre più. Ma accanto ai motivi economici, ve ne erano altri politici: impedire il trasferimento del macchinario e l'invio degli operai in Germania (nel mese di febbraio la stampa clandestina annunciava che gli sporadici invii di uomini sarebbero ben presto stati seguiti da un invio in massa: Milano avrebbe dovuto fornire entro il mese di marzo ben 130.000 lavoratori); far cessare la produzione bellica e imporre la ripresa di quella civile; mettere fine alle cruente repressioni dei partigiani. Tutto ciò significava compromettere in maniera irreparabile lo sforzo bellico tedesco e si poteva immaginare come sarebbe stata violenta la reazione dei tedeschi e dei fascisti; ma gli operai l’affrontarono senza timore, consapevoli dei loro insopprimibili diritti e forti della loro segreta organizzazione che li dirigeva con abilità.
Il 10 febbraio il Comitato segreto d'agitazione del Piemonte, della Lombardia (il Comitato di agitazione di Lissone era diretto da Giuseppe Parravicini) e della Liguria diramava un manifesto in cui, dopo aver specificato le rivendicazioni economiche (un effettivo aumento delle paghe, proporzionato all'aumentato costo della vita; un effettivo aumento delle razioni alimentari per tutti; l'effettivo pagamento delle gratifiche promesse in dicembre), si chiedeva che cessassero tutte le violenze fasciste e naziste contro gli operai. «Dobbiamo rifiutarci di continuare a produrre per la guerra fascista»; i lavoratori italiani dovevano restare in Italia a lavorare per il popolo italiano e doveva essere sventato il piano tedesco di trasportare l'industria del nostro paese in Germania.
Si annunciava inoltre che il Comitato segreto di agitazione del Piemonte, della Lombardia e della Liguria avrebbe chiamato ben presto tutti i lavoratori allo sciopero generale : «Scioperate allora compatti, come avete fatto in novembre, in dicembre e in gennaio».
Questo appello era subito accolto dai Comitati d'agitazione clandestini (anche dal Comitato di agitazione clandestino di Lissone) costituitisi nelle varie regioni, nelle varie città e in tutte le fabbriche, dimostrando che la preparazione di questo sciopero era stata veramente minuta e accurata, a differenza degli scioperi precedenti, scoppiati per estemporanee iniziative.
A Milano ad esempio i delegati rappresentanti i comitati agitazione clandestini dei grandi stabilimenti della città della provincia, riunitisi per esaminare la insopportabile e triste condizione che s'è venuta a creare fra la massa lavoratrice, denunciano:
«che le irrisorie concessioni strappate con l'azione di dicembre e gennaio sono già superate dal vertiginoso aumento dei prezzi; che i pochi generi alimentari concessi in dicembre, sono già stati dimezzati, con tendenza a farli sparire; che il tentativo bloccare i prezzi, ha servito solo a far eclissare dal mercato i generi calmierati; che i generi di vestiario, combustibile, gomme per biciclette, ecc., non furono distribuiti, o lo furono in misura esigua da non soddisfare nessuno;
che le promesse fatte nel momento in cui i lavoratori erano in sciopero, sono state negate e disconosciute allorché le masse hanno ripreso il lavoro; che l'assicurazione data di una revisione di salari alle categorie a paghe basse, non è stata praticata; che la liberazione Patrioti e l'eliminazione delle violenze fasciste, si tradusse moltiplicarsi degli arresti, di persecuzioni, violenze, instaurando la fucilazione sommaria dei Patrioti o dei loro familiari ...
Per il raggiungimento delle rivendicazioni su esposte e per rigettare le manovre infami di divisione escogitate dalla reazionaria coalizione, non vi è altra via per le masse lavoratrici che
quella tracciata dall'appello lanciato dal Comitato segreto di agitazione del Piemonte, Lombardia, Liguria, per una rapida preparazione allo sciopero generale, che abbracci tutte le forze dell'Italia occupata dal barbaro tedesco. Essi affermano inoltre che ad eventuali tentativi del nemico di soffocare con la violenza le sacrosante aspirazioni dei lavoratori, questi risponderanno con la violenza, legando la propria azione a quella dei Distaccamenti Garibaldini, avanguardia armata del proletariato ...
Dall’Archivio del C.L.N.A.l. Milano. La mozione è firmata dai delegali delle fabbriche: Breda, Pirelli, Caproni, Marinelli, Acciaierie e Ferriere Falk , Borletti, Motomeccanica, Brown-Boveri , Innocenti, Magnaghi, Alfa Romeo».
In un altro proclama del 26 febbraio, il C.L.N.A.l. richiedeva il concorso attivo di tutta la popolazione per salvare i giovani che non intendevano arruolarsi: «Cittadini, i despoti fascisti, affiancati dall'invasore tedesco, chiamano alle armi i giovani delle classi '22, '23, '24, '25, minacciando la fucilazione a chi non rispondesse all'appello. Sappiate che incombe su loro la minaccia di partire per la terra tedesca, per combattere su fronti lontani o per costruire opere guerresche e rendere più salda la roccaforte della tirannia nazista. I giovani che non rispondono alla chiamata del sedicente governo di Mussolini, non sono disertori. Sono fierissimi cuori che vogliono dare, se occorre, la loro giovinezza per difendere, non opprimere la patria».
Avvicinandosi la data fissata per l’inizio dello sciopero, le autorità, scorgendo la decisa volontà della massa operaia, cercarono di correre ai ripari e rendere meno grave la sconfitta che ormai prevedevano certa, con provvedimenti di emergenza, con contromisure che si riveleranno inefficaci. Anzitutto obbligarono alcune aziende a chiudere, proprio a cominciare dal 1° marzo e per la durata di una settimana, con la scusa della mancanza di energia elettrica; in talune città passavano anche alle aperte minacce, ed a Genova il capo della Provincia pubblicava, la mattina del 1° marzo, un manifesto con cui tentava di intimorire gli operai lasciando loro intravvedere la deportazione in Germania.
Pur con tutto ciò, alle ore 10 del 1° marzo la quasi totalità delle maestranze dell'Italia settentrionale e della Toscana scioperò. Secondo le stesse statistiche di parte fascista, sospesero il lavoro, in quella prima settimana di marzo, più di duecentomila operai e per quanto tale cifra fosse ritenuta esigua da parte dei fascisti in confronto ai lavoratori occupati, tuttavia essa sta a dimostrare che lo sciopero raggiunse una notevole imponenza.
Lo sciopero proseguì compatto fino all'8 marzo quando i responsabili antifascisti diedero l'ordine della ripresa del lavoro, senza lasciarsi allettare da lusinghe né intimorire da minacce.
A Milano sospesero il lavoro anche i tranvieri, reclamando il miglioramento della mensa e della «massa vestiario », oltre alla soluzione della dibattuta questione della fermata durante gli allarmi aerei; asportarono i manettini della marcia e delle valvole per impedire che si tentasse di riprendere il servizio. Elementi fascisti della «Muti» e della «X Mas» fecero uscire ugualmente alcune vetture, ma causarono notevoli danni alle linee ed alle stesse vetture, tanto che ritennero meglio cercare di far ritornare al lavoro i tranvieri. E allora, il 2 marzo, squadristi armati bloccarono alcune loro abitazioni e dopo averli condotti in caserrna li obbligarono a riprendere in parte il servizio. Molti riuscirono a fuggire, mentre una sessantina venivano deportati in Germania, da cui ben 38 non dovevano più ritornare.
«Il podestà Eccellenza Parini ha preso, nei confronti dei tranvieri e operai dell'Azienda che hanno partecipato allo sciopero, un provvedimento inteso ad ammonirli che non si scherza in tempo di guerra. Poiché ci sono stati dei danni, è giusto che li paghino i tranvieri. Fatto fare un preciso conto, il minor introito avutosi sui tranvai, nelle giornate del 2, 3 e 4 marzo, ammonta a L. 1.243.866,65; a questa somma va aggiunta quella di L. 782.000 per i danni causati, in seguito agli urti di 121 vetture, dai tranvieri improvvisati. Un totale, quindi, di lire 2.025.866,65 che i tranvieri rimborseranno all'Azienda mediante trattenuta che sarà divisa in varie rateazioni, detratte le giornate di paga non riscosse ».
Il CLN con un comunicato del 15 marzo promise ai tranvieri il rimborso da parte del Comune di Milano, a liberazione avvenuta: i fondi sarebbero stati prelevati dai beni delle autorità fasciste e da quelli del P.F.R.
Sempre a Milano entrarono in sciopero anche le maestranze del “Corriere della Sera”, per due giorni, togliendo in tal modo ai fascisti la possibilità di mantenere il contatto con la popolazione. Al “Corriere della Sera” il lavoro venne ripreso solo in seguito alla minaccia tedesca di smontare le macchine e di trasferirle in Germania.
Bibliografia:
Franco Catalano – Storia del C.L.N.A.I. – Laterza 1956
Carlotta Molgora, staffetta partigiana
Carlotta Molgora, socia onoraria dell’ANPI ci ha lasciati.
Nel 2015, in occasione del 70° della Liberazione aveva ottenuto un riconoscimento dall’ANPI nazionale e lo scorso anno la medaglia della Liberazione dal ministero della Difesa.
Carlotta durante la Resistenza era stata una staffetta partigiana. Di seguito, la sua storia.
I funerali avranno luogo domani 7 marzo 2017 alle ore 14 presso la Casa di Riposo Agostoni di Lissone.

Sabato 11 giugno, a Carlotta Molgora, con una breve cerimonia presso la Casa di riposo dove ora si trova, è stata consegnata da Pierangelo Stucchi, segretario della nostra Sezione, e dal Sindaco di Lissone, Concettina Monguzzi, la medaglia della LIBERAZIONE.
consegna della medaglia della Liberazione a Carlotta Molgora

Nella foto: Carlotta Molgora (a sinistra) un 25 aprile
La storia di Carlotta Molgora
Carlotta, classe 1920, ex operaia in una grossa azienda monzese. Abitante a Lissone, suo paese natio, è figlia di un oppositore del regime fascista fin dagli inizi. Il padre, ferroviere, di idee comuniste, considerato un sovversivo dai fascisti locali, viene sottoposto più volte a maltrattamenti e a veri e propri pestaggi. Decide allora di chiedere un trasferimento. Gli viene assegnata una nuova sede di lavoro, una località nei pressi di Vipiteno, in Alto Adige, dove si trasferisce con la moglie e le due figlie di otto e sei anni. Qui la famiglia riesce a vivere in modo più tranquillo anche se in mezzo ad una comunità prevalentemente di lingua tedesca. Bambina vivace, frequenta le scuole elementari con un buon profitto. Rimane in quel paesino, godendosi le bellezze naturali che lo circondano, per quattro anni. Il padre, colpito da una malattia incurabile, deve riportare la famiglia a Lissone perché costretto a sottoporsi a cure specialistiche presso un ospedale di Milano.
A tredici anni Carlotta rimane orfana di padre. Inizia subito a lavorare per aiutare la madre nel sostentamento della famiglia. In questo periodo uno zio, antifascista di Merate, viene ucciso dai fascisti ed il piccolo cugino, rimasto ferito nell’agguato, perde un occhio.
Crescendo conosce alcuni oppositori al regime fascista della nostra città; alcuni sono gli amici di suo padre, altri sono suoi coetanei. Nell’ambiente di lavoro viene a contatto con membri della Resistenza monzese, tra i quali Enrico Farè, zio di Eugenia Farè (che sarà preside della scuola media di Lissone, a lei poi intitolata), Gianni Citterio, nome di battaglia Redi, avvocato, uomo colto e affabile, ucciso all’età di 35 anni il 18 febbraio 1944 dai tedeschi nella battaglia di Megolo in Val d’Ossola.
Carlotta diventa così una staffetta partigiana. Il suo compito principale è quella di postina: porta ai membri della Resistenza monzese le comunicazioni per gli incontri clandestini, diversi dei quali si svolgono in un locale del vecchio ospedale di Monza. In altri momenti diventa vivandiera di partigiani nascosti in casolari nella campagna nei dintorni di Lissone. È amica dei 4 partigiani lissonesi uccisi il 16 e il 17 Giugno 1944, in particolare di Carlo Parravicini e Remo Chiusi.
Nell’aprile 1945, forse in seguito a una delazione, viene fermata da alcuni repubblichini presso la chiesa dei Frati di Monza, al ritorno di una missione di postina. Con i mitra spianati e puntati contro di lei, le sequestrano la bicicletta e la portano alla caserma San Paolo nel centro di Monza, dove viene picchiata da alcuni giovani appartenenti alla Guardia Nazionale Repubblicana. Si ritrova agli arresti con altri ventidue tra uomini e donne.
Le guardie più anziane stanno abbandonando la caserma; rimangono i più fanatici che imbracciano mitra. Il momento è critico. Rimane in balìa dei fascisti per due giorni.
È il 25 Aprile del 1945. La situazione sta ormai precipitando: Mussolini, dopo essersi recato in arcivescovado a Milano, per trattare la sua resa con i partigiani, decide di tentare, ma inutilmente, la fuga verso la Svizzera.
I partigiani monzesi danno l’assalto alla caserma dai tetti delle case circostanti, così Carlotta viene liberata.
Nel 1946, nel referendum per la scelta tra la monarchia e la repubblica (la prima volta che le donne votano in Italia), fa la scrutatrice in un seggio elettorale presso le scuole di via Aliprandi, guardata con una certa curiosità dalle donne lissonesi.
Da allora è sempre stata presente alle celebrazioni del 25 aprile.
ASSEMBLEA ORGANIZZATIVA - FESTA DEL TESSERAMENTO 2017
Sabato 11 febbraio presso la sala Missaglia di Palazzo Terragni si terrà l'assemblea organizzativa della Sezione dell'ANPI di Lissone e la festa del tesseramento. Durante la manifestazione, Maurizio Parma si esibirà con il suo violino.
Le attività svolte dalla Sezione ANPI di Lissone nell'anno 2016
per conoscere l'ANPI e le attività dell'Associazione
per il GIORNO della MEMORIA 2017, il ricordo dei deportati militari italiani nei campi nazisti
Ha scritto Brunello Mantelli in un articolo inserito nel catalogo della mostra “TRA PIÙ FUOCHI. LA STORIA DEGLI INTERNATI MILITARI ITALIANI 1943-1945”, inaugurata a Berlino:
«L'ingresso ufficiale della prigionia degli IMI nel calendario istituzionale della Repubblica è avvenuto con la legge del 20 luglio 2000, n. 211, che approvata in precedenza dal Parlamento e pubblicata il 31 seguente dalla Gazzetta Ufficiale, istitituiva, fissandolo al 27 gennaio, il “Giorno della Memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”. Al di là della positività indiscutibile dell’iniziativa, la sua stessa intitolazione richiama l’ambiguità costitutiva del ruolo svolto dall’Italia nella Seconda guerra mondiale e nel ventennio precedente, allorché il paese fu governato dal regime fascista. Si commemora assieme, infatti, ciò che l'Italia ha fatto (la persecuzione antiebraica iniziata nel 1938 poi radicalizzatasi) e ciò che l'Italia ha subito (la deportazione politica e l’internamento militare). Siamo tuttora fermi lì».
Concordo pienamente con lui.
Renato Pellizzoni
Legge 20 luglio 2000, n. 211
"Istituzione del "Giorno della Memoria" in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti"
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000
Art. 1.
La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
Art. 2.
In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere.
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In occasione del "Giorno della Memoria", quest’anno desidero ricordare i deportati militari italiani nei campi nazisti e in particolare alcuni internati militari lissonesi le cui vicissitudini mi sono state raccontate, nel tempo, direttamente da loro o che ho conosciuto attraverso i documenti conservati dai loro familiari.
Furono deportati in Germania per essere impiegati come lavoratori coatti nelle fabbriche del Reich. Le loro storie sono raccolte nel nostro sito:
Lambrughi, Mazzola, Parma e Pellizzoni, benché profondamente provati fisicamente e moralmente sono riusciti a tornare dalla Germania, mentre Cassanmagnago e Fumagalli sono morti, rispettivamente nei lager di Dachau e di Salza.
Oltre 600.000 furono i militari Italiani che dopo l’8 settembre 1943 finirono nei lager nazisti, per quel “NO” che dissero quando “con lusinghe e minacce” fu chiesto loro “di riprendere le armi per il Grande Reich e poi per la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini”. Gerard Schreiber, ufficiale della Marina tedesca, ha dedicato un libro ai militari italiani nei lager nazisti intitolato “I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943–1945 Traditi - Disprezzati – Dimenticati”. Questi tre aggettivi sono i più appropriati per descrivere la situazione in cui si sono trovati i 600.000 italiani dopo l’8 settembre 1943.
Gli "schiavi di Hitler", così sono stati definiti, avevano poco più di vent’anni, erano sparsi per mezza Europa, cintati da filo spinato, sottoposti a fame, malattie, schiavitù, violenza, minaccia delle armi e al lavoro forzato: 50.000 morirono…
«… i militari rinchiusi nei campi di prigionia nazisti, nel rifiutare ogni forma di collaborazione con la Repubblica Sociale Italiana e con il Terzo Reich, attuarono anche loro, sia pure senza l’uso delle armi, una forma di resistenza …»
La prigionia nei lager tedeschi va considerata parte integrante della resistenza antifascista e si iscrive a pieno titolo nella storia della Resistenza che ebbe molte forme: quella operata dagli intellettuali e da uomini politici (che si opposero alla dittatura fascista, assassinati o imprigionati per diversi anni o mandati al confino o costretti a rifugiarsi all’estero), quella degli operai in sciopero nelle fabbriche, quella dei partigiani sulle montagne; resistenti furono anche i civili che li aiutarono, i militari che si schierarono con il Regno del Sud.
Ha detto l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi: “Quella che a me piace chiamare la Resistenza allargata […] si manifestò in quella sorta di plebiscito, di prima votazione libera degli italiani […] che fecero le centinaia di migliaia di nostri militari deportati nei campi di concentramento tedeschi, preferendo, a schiacciante maggioranza, una durissima prigionia, che costò a molti di loro la vita, pur di mantenere fede al giuramento prestato.”
Anche Nuto Revelli, scrittore-partigiano, così si espresse sulla vicenda dei militari italiani internati: “la prigionia nei lager tedeschi è una pagina della Resistenza almeno nobile ed eroica quanto la nostra guerra di liberazione”.
Per diversi anni, perfino all’interno delle famiglie, le tristi esperienze vissute nei lager furono un argomento di cui era meglio non parlare. Un deportato italiano così diceva: “raccontare poco non era giusto, raccontare il vero non si era creduti, allora ho evitato di raccontare, sono stato prigioniero e bon, dicevo …” .
La definizione Internati Militari Italiani fu decisa da Hitler il 20 Settembre 1943: per questo i 600.000 italiani non furono tutelati dagli accordi internazionali sui prigionieri di guerra e vennero così sottratti al controllo della Croce Rossa Internazionale. A loro fu riservato un trattamento peggiore che a qualsiasi altra persona catturata in guerra.
Da non molto la storiografia ha incominciato ad occuparsi degli Internati Militari Italiani; per troppo tempo sono stati ignorati anche dallo Stato italiano.
Gli internati hanno ottenuto come riconoscimento dallo Stato italiano la Croce al Merito di guerra per la detenzione nei campi nazisti (D.P.R. 8 settembre 1949),
il distintivo d’Onore dei Volontari della Libertà con legge del 1° dicembre 1977 n.344
e recentemente la Medaglia d’Onore con legge del 27 dicembre 2006 n.296.
Sia in Italia che in Germania il riconoscimento per la sorte degli internati militari é arrivato molto tardi. La stragrande maggioranza degli internati militari italiani non ha ricevuto fino ad oggi alcun indennizzo da parte tedesca.
Cronaca dei risarcimenti negati
27 febbraio 1953: Accordo di Londra sui debiti esteri germanici
Le rivendicazioni di indennità e risarcimenti nei confronti della Repubblica Federale Tedesca da parte di ex lavoratori coatti e detenuti dei campi di concentramento con cittadinanza straniera vengono rimandate a un futuro trattato di pace.
Giugno 1956: Legge federale sul risarcimento alle vittime della persecuzione nazista
Nessun pagamento agli ex lavoratori coatti e prigionieri di guerra stranieri.
2 giugno 1961: Accordo globale italo-tedesco
La Repubblica Federale Tedesca versa 40 milioni di marchi (circa 20 milioni di euro) a titolo di risarcimento per i perseguitati del regime nazista. Agli ex internati militari non spetta niente.
2 agosto 2000: Legge per l'istituzione della fondazione "Memoria, Responsabilità e Futuro" (EVZ)
La Repubblica Federale Tedesca e l'industria tedesca mettono a disposizione 10 miliardi di marchi (circa 5 miliardi di euro) per il risarcimento agli ex lavoratori coatti e ai deportati
27 novembre 2001: "Informazione" del governo federale in merito all'esclusione degli internati militari dai risarcimenti della EVZ
Il governo federale segue le indicazioni di una perizia che, nonostante il loro passaggio allo status di civili nel 1944, considera gli internati militari come prigionieri di guerra. Come tali sono esclusi dai risarcimenti della EVZ. La maggior parte delle circa 130.000 richieste italiane viene respinta.
11 marzo 2004: Sentenza della Corte di Cassazione italiana
La Repubblica Federale Tedesca è condannata al risarcimento dei lavoratori coatti italiani. Per i risarcimenti agli ex internati questa sentenza rimane senza seguito.
20 giugno 2008:gravi dichiarazioni del ministro degli Esteri Frattini sugli schiavi di Hitler nel corso della sua visita a Berlino.
Ferma presa di posizione del Prof. Valter Merazzi, responsabile del Centro di Ricerca Schiavi di Hitler/Fondo Imi Claudio Sommaruga, delegato del Coordinamento degli enti e associazioni per il risarcimento del lavoro coatto presso l’Oim di Ginevra.
2012: Sentenza della Corte europea di giustizia dell'Aia
La Corte non ammette le cause civili di cittadini stranieri e pertanto nemmeno quelle di cittadini italiani contro la Repubblica Federale Tedesca.
2012: Costituzione di un Fondo italo-tedesco per il futuro
Il Ministero degli Affari Esteri tedesco costituisce un Fondo per il Futuro per finanziare progetti della memoria. Non sono previsti risarcimenti.
20 maggio 2015: Delibera del governo federale per il risarcimento di ex prigionieri di guerra sovietici
Per gli ex internati militari italiani non si prospetta alcun risarcimento.
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In Italia a Cernobbio (CO), ha sede il “Centro Studi Schiavi di Hitler”.

Per informazioni: Centro studi “Schiavi di Hitler”
via Regina, 5 - 22012 Cernobbio tel. 3202461195 info@schiavidihitler.it
Presidente è Valter Merazzi.
Dallo Statuto, la finalità del “Centro Studi Schiavi di Hitler” è quella di “favorire e promuovere l'attività di ricerca storica e di raccolta documentale sui militari e civili italiani deportati e costretti al lavoro forzato nella Germania nazista tra il 1943 e il 1945 e sostenere la campagna per il loro pieno riconoscimento storico e morale”.
La ricerca storica per lo studio della deportazione in Germania tra il 1943 e il 1945, finalizzata al risarcimento del lavoro forzato cui furono costretti gli italiani, é iniziata nel 1999.
Nonostante l'esclusione degli Imi e dei deportati civili (ad eccezione dei Kz) dal risarcimento, la raccolta di documenti, testimonianze, pubblicazioni, lo sviluppo di progetti con enti di ricerca in Italia e in Germania, l'assistenza a ricercatori, la promozione e l'aiuto a reduci e parenti nella richiesta della medaglia d'onore concessa dallo Stato italiano, sono proseguiti sino ad oggi.
Il “Centro studi Schiavi di Hitler" ha una raccolta, unica in Italia, di oltre un centinaio di interviste frutto di un lavoro che si è protratto per oltre quindici anni.
Ha inoltre realizzato una mostra dal titolo: "Schiavi di Hitler. Racconti, immagini, documenti dei deportati italiani 1943-1945"
Nell'anno 2000, con la costituzione della fondazione “Memoria, Responsabilità e Futuro” si sarebbe dovuta concludere la lunga controversia in merito agli indennizzi per gli ex lavoratori coatti durante il periodo nazista. Ma a differenza dei prigionieri polacchi, i soldati sovietici e italiani furono esclusi dagli indennizzi, nonostante che anch’essi fossero stati costretti al lavoro coatto. (Nel caso dei prigionieri di guerra sovietici, il Parlamento Federale tedesco ha deliberato nel 2015 l’erogazione di un simbolico “riconoscimento” finanziario).
Dopo un peggioramento dei rapporti tra Germania e Italia, nel novembre 2008, i ministri degli Affari Esteri di entrambi i paesi (per l’Italia era in carica il ministro Franco Frattini) al vertice italo-tedesco di Trieste decisero di insediare una commissione congiunta di storici. La commissione, nel 2012, ha proposto una mostra permanente al Centro di documentazione sul lavoro coatto durante il nazismo di Berlino-Schöneweide. É questa mostra che è stata inaugurata il 30 novembre 2016. Lo scopo della mostra é quello di far conoscere il destino dei circa 650.000 militari internati italiani e le loro vicissitudini, circostanze che in Germania sono poco conosciute al vasto pubblico.
"E in Germania, un campo di concentramento per militari italiani diventa un museo a Berlino". É il titolo del servizio TV del corrispondente della Rai Rino Pellino, andato in onda in occasione dell'inaugurazione della mostra. Vedi il servizio: un museo dedicato militari italiani deportati
Il titolo della mostra permanente: “Zwischen allen Stühlen. Die geschichte der Italienischen militärinternierten 1943-1945”. “Tra più fuochi. La storia degli internati militari italiani 1943-1945”.
La mostra è allestita in una delle lunghe e basse casupole in muratura, ancora oggi presenti nel quartiere di Schöneweide, nella parte sud orientale di Berlino, dove nel corso della guerra venne “alloggiato” un consistente numero di lavoratori forzati, il cui gruppo più numeroso era costituito da circa 500 italiani.
Il Lager di Schöneweide, è nei sobborghi di Berlino vicino alla riva della Sprea. Si raggiunge dopo aver attraversato il parco di Treptow, dove è collocato l'imponente memoriale ai caduti dell'Armata rossa nella decisiva battaglia per Berlino.
Il Lager di Schöneweide è oggi un luogo di Memoria. Ospita il “Centro di documentazione sul lavoro forzato nella Germania nazista”, emanazione della fondazione “Topografia del Terrore” che gestisce alcuni fra i principali siti sulla seconda guerra mondiale nella città di Berlino.
In altre casupole sono allestite le mostre in “La vita quotidiana dei lavoratori forzati nella Germania nazista 1938–1945” e “Batterie per la Wehrmacht. Lavoratori coatti alla Petrix 1939-1945”. I sotterranei della baracca n. 13, dove sono stati rinvenuti alcuni minuscoli graffiti vergati da italiani, sono visitabili su richiesta.
La mostra, bilingue si sviluppa su una superficie di 250 mq e occorrono alcune ore per visitarla. Il ricco catalogo ne ripercorre la scansione e ripropone i documenti più significativi.
Le baracche in muratura, ben conservate, sono inserite in un contesto periferico urbano, collocate in un grande prato con qualche albero circondato da palazzi a quattro-cinque piani. L'ambiente circostante è di per sé un documento di come il lavoro forzato fosse non l'eccezione ma la regola nella società tedesca in guerra.
Nel dopoguerra le baracche sono state utilizzate dal ministero della sanità della Ddr e successivamente alcune per usi commerciali e artigianali.
ulteriori informazioni sulla mostra
Alla realizzazione della mostra ha contribuito anche il Centro studi “Schiavi di Hitler”, che ha sede in Italia, a Cernobbio. Il Centro studi “Schiavi di Hitler” ha rapporti con alcuni tra i principali centri di ricerca e memoriali della Germania.
All’inaugurazione della mostra ha partecipato anche Valter Merazzi, presidente del Centro studi “Schiavi di Hitler”.
Dalla sua relazione sulla mostra:
«La mostra è molto ben curata nel suo sviluppo e nella grafica. Per la sua realizzazione sono occorsi almeno due anni. Molti i reperti, gli oggetti raccolti con una paziente ricerca in Italia donati da famiglie e associazioni locali. Le postazioni video consentono la visione di sequenze di interviste con sottotitoli anche in inglese. Altre postazioni offrono alcuni semplici strumenti per un approccio didattico-educativo di tipo interattivo.
Dal punto di vista dei contenuti la mostra si sviluppa nei seguenti otto capitoli
1) i rapporti fra Italia fascista e Germania nazista dal 1936 all'8 settembre 1943
2) la cattura
3) le disastrose condizioni del trasporto
4) la condizione di vita degli Imi nei lager e nelle aziende. Malattie e decessi
5) la prigionia degli ufficiali
6) la civilizzazione degli Imi
7) liberazione, attesa e rimpatrio.
8) gli ex internati nel dopoguerra. Ignorati in Italia, mai indennizzati dalla Germania
Inoltre vengono approfonditi quattro temi sulle “condizioni particolari che determinavano la sorte degli italiani”:
1) la propaganda nazista contro gli italiani traditori
2) La condizione degli Imi e le differenze con gli altri prigionieri di guerra
3) La pecularietà degli italiani. La richiesta di arruolamento dei tedeschi e della Rsi
4) Il ruolo della Rsi verso gli IMI.»
Le videotestimonianze dei protagonisti sono uno degli aspetti salienti della mostra e nell'allestimento sono presenti una quindicina di testimoni la metà dei quali intervistati da Valter Merazzi presidente Centro studi "Schiavi di Hitler", che così ha commentato: «Abbiamo avuto la piacevole sorpresa di essere inclusi nel video dedicato ai principali storici che si sono occupati di questa vicenda; non solo per le videotestimonianze, ma anche per la nostra ostinata attività per una giustizia storica, materiale e morale».
Viale Elisa Ancona a Lissone
alcuni momenti dell'inaugurazione di Viale Elisa Ancona
Dal sito del Comune di Lissone: il Sindaco Concettina Monguzzi "In memoria di Elisa Ancona"
Il comunicato stampa dell'Amministrazione comunale, dal sito del Comune:
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La legge istitutiva del "Giorno della Memoria"
Legge 20 luglio 2000, n. 211
"Istituzione del "Giorno della Memoria" in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti"
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000
Art. 1.
La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
Art. 2.
In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere.
Giorno della Memoria 27 gennaio 2017 a Lissone

Chi era Elisa Ancona
Era nata il 10 ottobre 1863 a Ferrara. Prima di rifugiarsi a Lissone in seguito all’occupazione tedesca del nostro Paese dopo l’8 settembre 1943, abitava in via Nievo 26 a Milano. Era vedova di Achille Rossi. Risiedeva nel capoluogo lombardo dal 1902 ed era iscritta alla locale Comunità israelitica.
Venne a rifugiarsi a Lissone come sfollata in seguito all'occupazione tedesca dopo l'8 settembre 1943 e per sfuggire ai bombardamenti alleati della città. L’anziana donna fu arrestata il 30 giugno 1944 a Lissone da militi della Guardia Nazionale Repubblicana e reclusa a San Vittore. Venne successivamente trasportata a Verona dove fu inclusa, il 2 agosto, nel trasporto proveniente da Fossoli e arrivato ad Auschwitz il 6 agosto 1944. Elisa Ancona, come avveniva per tutti gli anziani, fu avviata subito alle camere a gas; aveva 80 anni.
Alcuni particolari sulla vicenda di Elisa Ancona, appresi da alcuni suoi discendenti:
Elisa Ancona, nata a Ferrara nel 1863, era rimasta vedova ancora giovane e si era trasferita a Milano con i tre figli, due dei quali durante la guerra fuggirono clandestinamente in Svizzera per salvarsi dalla persecuzione razziale.
Prima però pensarono di sistemare la mamma, che per l'età non poteva affrontare la via dell'esilio, in un istituto religioso o casa di riposo a Lissone, dove abitava una famiglia di amici.
Ma per un caso sfortunato (e forse per una segnalazione di un delatore) la signora incappò in una retata: la Guardia Nazionale Repubblicana (i carabinieri della Repubblica fascista di Salo') stavano cercando un'altra persona ebrea che si trovava sotto falso nome nella stessa casa e che invece era riuscita a fuggire.
Dal 1938 in Italia erano in vigore le leggi razziali, volute da Mussolini.
vedi anche: Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia
Nel dopoguerra un nipote di Elisa Ancona, Guido Piazza, tornò a Lissone e aprì una nota concessionaria d'auto; tant'è che, regalando alla locale Croce Verde una delle sue prime ambulanze, volle intitolarla proprio alla memoria della nonna morta nel campo di concentramento.
In occasione del “Giorno della Memoria 2017” a Palazzo Terragni è stata allestita una mostra di pittura dal titolo “IN MEMORIA DELLA SHOA” curata dall’Associazione “Club Donna Natalia Ginzburg” di Lissone in collaborazione con l’Accademia “Accademia Dipingere Insieme Desio” di Desio.
Di seguito alcune delle opere esposte:
Angelo Casnici, prigioniero degli Inglesi
Durante la seconda guerra mondiale fu prigioniero degli Inglesi per tre anni (dal 4 agosto 1943 al 18 maggio 1946).

Nasce a Solferino, in provincia di Mantova, il 27 novembre 1919, da Luigi e Caiola Giovanna.
Di professione agricoltore, viene chiamato al servizio di leva il 7 aprile 1938. Viene congedato 7 aprile 1939.
In guerra
Viene richiamato alle armi il 13 marzo 1940: destinazione Palermo, inquadrato nel 12° Reggimento Artiglieria di Corpo d’Armata.
Dopo l’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania nazista, il 10 giugno 1940, dal 1 agosto 1941 passa alla Direzione Artiglieria della Sicilia e successivamente, dal 26 maggio 1942, al 24° Reggimento Artiglieria facente parte della Compagnia Direzionale della 6a Armata.
La 6ª Armata italiana in Sicilia era comandata dal generale Alfredo Guzzoni consisteva di nove divisioni per un totale di circa 230.000 uomini.
Le operazioni preliminari dell'attacco all'Italia da parte degli Alleati si erano concluse, più rapidamente del previsto, con l’occupazione delle isole di Pantelleria e di Lampedusa che sbarravano il canale di Sicilia.
Come in Tunisia, gli italiani si arrendevano non soltanto perché soverchiati dalla potenza militare avversaria, ma perché sapevano che ogni resistenza alla potenza distruttiva dei bombardamenti aerei e navali sarebbe stata priva di senso.
La Sicilia doveva essere il primo obiettivo dell'invasione, ma intanto occorreva colpire direttamente tutta l'Italia per indurla ad uscire dalla guerra. Bombardieri degli Alleati colpivano le città italiane con attacchi sufficienti a disorganizzare la vita di un Paese già provato, e ad abbatterne il morale.
Più gravi, agli effetti della continuazione della guerra, erano le distruzioni degli impianti: industrie, porti, stazioni ferroviarie, vie di comunicazione. Distruzioni che paralizzavano la macchina militare. Il terrore spingeva decine di migliaia di persone a sgomberare le città maggiormente esposte agli attacchi. La situazione alimentare era gravissima, accentuata dalla crisi dei rifornimenti e dall'aumento dei prezzi. D'altra parte le razioni assicurate dal tesseramento si rivelavano sempre più insufficienti.
Oltre a Palermo, la rovina si abbatté su Messina. Tutte le navi traghetto, meno una, vennero affondate; i rifornimenti si ridussero ancora e crebbe nell'isola la sensazione d'essere completamente abbandonati dal resto d'Italia.
Erano complessivamente quasi 1.500 navi da trasporto e oltre 1.800 mezzi da sbarco. 280 navi da guerra facevano da scorta ai due convogli che portavano 160.000 uomini, 14.000 veicoli, 600 carri armati, 1.800 cannoni; 4.000 aerei erano allineati nelle basi nordafricane.
La più grande flotta che avesse mai solcato le acque del Mediterraneo si era data appuntamento nello stretto di Sicilia. A destra il convoglio che portava l'VIII Armata inglese del generale Montgomery puntava sulle coste sud-orientali dell'isola. A sinistra, diretto verso le coste meridionali, il convoglio che trasportava la VII Armata americana, comandata dal generale Patton.
La situazione economica, sociale e morale della Sicilia era ancor più triste di quella militare. Tutti i mali di cui soffriva allora l'Italia, - miseria, carestia, disorganizzazione della vita civile -, qui erano inaspriti dallo stato di grave isolamento e dal martellamento massiccio dell'aviazione alleata. Il malcontento dei siciliani era aggravato dalla presenza dei tedeschi, che si abbandonavano frequentemente a violenze e ruberie. Era vivo il desiderio di uscire comunque dalla guerra.
Ciò che stupiva gli invasori era la quiete che regnava su quelle coste. Le due o tre batterie che in certi punti avevano risposto al fuoco, erano subito state ridotte al silenzio dai tiri combinati delle navi.
Perciò gli sbarchi avvenivano quasi ovunque senza combattere. Nelle prime ore del mattino, mentre sulle spiagge era un riversarsi continuo di automezzi, carri armati, cannoni, i reparti più avanzati marciavano già sulle strade dell'isola, diretti verso i paesi dell'interno.
Sotto i colpi delle artiglierie navali, le postazioni italiane resistettero tenacemente fino all'esaurimento delle munizioni.
La situazione dei difensori diventava sempre più insostenibile. Il 25 luglio aveva aggravato la crisi dei reparti superstiti della VI Armata italiana, mentre i tedeschi avevano avuto l'ordine di passare al più presto sul continente.
Crollato il fascismo, i siciliani ormai consideravano gli invasori come degli amici. Si manifestavano sempre più forme di opposizione popolare alla guerra, dalle diserzioni in massa delle truppe italiane, aiutate dalla popolazione, sino a scontri armati con i tedeschi nella piana di Catania.
Molti soldati italiani si erano arresi o dispersi per lo scoramento che ormai animava ufficiali e soldati. Tra coloro che cercarono rifugio presso masserie di contadini siciliani vi era anche Angelo Casnici con un gruppo di suoi commilitoni.
Dopo alcuni giorni, il loro nascondiglio viene scoperto da un gruppo di tedeschi in ritirata. Durante il loro trasferimento verso il comando tedesco, riescono ad avere il sopravvento sulla scorta composta da due militari tedeschi e a fuggire.
Vagano sui monti mentre l’avanzata degli Alleati verso Messina continua. Dopo una settimana di continui spostamenti tra mille difficoltà, in una situazione caotica, il 4 agosto 1943, Angelo viene catturato a Mistretta dagli Americani e poi trasferito alle autorità inglesi.
Per circa un anno Angelo Casnici rimane internato in Sicilia come lavoratore al seguito delle truppe. Il 13 giugno 1944, insieme ad altri prigionieri catturati in Sicilia viene trasportato in Algeria al campo 211 di Cap Matifou, nei pressi di Algeri.
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Le truppe americane e britanniche erano sbarcate in Marocco e in Algeria l'8 novembre 1942, durante l'operazione Torch. Le forze locali della Francia di Vichy opposero poca resistenza prima di unirsi alle forze alleate. Le truppe tedesche e italiane vennero prese nella morsa di una doppia avanzata dall'Algeria e dalla Libia.
Prigioniero degli Inglesi
É il 4 agosto 1943.
Il giorno dopo, superate le ultime resistenze, le avanguardie del XIII Corpo britannico entrarono a Catania da ovest e da sud.
Ormai il comando italo-germanico si preoccupava solo di riportare sul continente il maggior numero di truppe.
Nel pomeriggio dell'11 agosto ebbe inizio la fase finale dello sgombero dell'isola.
Su motozattere, traghetti e imbarcazioni di fortuna, sotto le bombe dell'aviazione alleata e il tiro dell' artiglieria, i resti delle Divisioni italiane e tedesche riuscirono a riparare in Calabria.
Il 17 agosto, con l’entrata degli Alleati a Messina la campagna di Sicilia era praticamente chiusa.
Un’«infornata» di prigionieri italiani catturati in Sicilia venne trasportata in Algeria. Altri furono trattenuti in Sicilia, i rimanenti furono trasferiti in Inghilterra.
Il limite principale ai trasferimenti risiedeva nel rischio, effettivamente concreto, che le navi trasportanti i prigionieri fossero affondate lungo le rotte verso la Gran Bretagna.
Angelo Casnici ai primi di luglio 1944 viene trasportato in nave nel Regno Unito.
Dopo un viaggio di alcuni giorni, attraverso il mar Mediterraneo occidentale, lo stretto di Gibilterra e l’oceano Atlantico, la nave che trasporta prigionieri italiani, approda in Inghilterra.
Negli stessi giorni di agosto 1944, e precisamente la mattina del 14 agosto, gli Alleati entrano in Firenze liberata dai partigiani. Il 15 agosto le forze alleate sbarcano in Provenza.
Il trattamento dei prigionieri
Al loro arrivo i prigionieri, dopo aver specificato, nome, grado e numero di matricola, dovevano sottoscrivere la seguente dichiarazione:
«Io prometto che in conseguenza dell' armistizio concluso tra le nazioni alleate e il Regno d'Italia e dello stato di guerra che ora esiste tra l'Italia e la Germania, di lavorare secondo gli ordini e per conto delle Nazioni Unite e di assisterle con tutti i miei mezzi nella prosecuzione della guerra contro il nemico comune: la Germania. Io mi impegno a non abusare della fiducia in me riposta e a non violare alcuna delle condizioni sotto le quali i privilegi speciali che la seguente dichiarazione comporta sono stati a me concessi. Io mi impegno a eseguire tutti gli ordini e a uniformarmi a tutti i regolamenti promulgati dalle Autorità Militari Alleate, ben sapendo che, mancando a tali doveri, perderò diritto ai miei privilegi».
A differenza dei tedeschi con i prigionieri italiani, gli Alleati intendevano rispettare la Convenzione di Ginevra. (La Convenzione di Ginevra, che era stata votata il 27 luglio 1929 di comune accordo dalle grandi potenze, codificava il trattamento che dovevano ricevere i prigionieri nelle guerre future: i loro diritti, i loro doveri e tutte le altre esigenze dal punto di vista materiale).
In particolare gli articoli 7 e 9, prevedevano, rispettivamente che i prigionieri non fossero «esposti a rischi, mentre aspetta[va]no l’evacuazione da una zona di guerra» e che non potessero essere inviati «in un’area dove avrebbero potuto essere esposti al fuoco di combattimento, o essere usati per rendere alcuni siti o aree immuni da bombardamenti grazie alla loro presenza».
La situazione dei prigionieri italiani non cambiò neppure dopo la proclamazione dell armistizio dell’8 settembre 1943, né dopo lo stesso riconoscimento della «cobelligeranza», concesso all'Italia dagli Alleati in seguito alla dichiarazione di guerra alla Germania fatta dal Governo Badoglio il 13 ottobre di quell'anno, perché gli inglesi continuavano ad essere estremamente interessati allo sfruttamento della manodopera fornita dai POWs (la forma abbreviata, usata regolarmente nella documentazione britannica, di Prisoners of War).
La scelta dei britannici - come, del resto, degli americani - era dettata soprattutto dalla volontà di non privarsi di manodopera ritenuta così preziosa che non solo non furono rilasciati i militari italiani già presenti nel Regno Unito, ma si dispose il trasferimento in Gran Bretagna di altri prigionieri italiani detenuti nel Medio Oriente, in India, in Sud Africa, in Kenya e in altri paesi del Commonwealth, così che già nel 1943 risultavano detenuti nel Regno Unito circa 80.000 militari italiani, diventati 140.000 nel novembre 1944 per giungere a 155 - 158.000 nei primi mesi del 1945.
Da prigionieri a «cooperatori»
Le autorità inglesi si mostravano, inoltre, particolarmente interessate a trasformare i POWs in «cooperatori», così da poterli impiegare come manodopera anche nei cantieri, negli stabilimenti e persino nelle installazioni militari, superando le limitazioni imposte dall'articolo 31 della Convenzione di Ginevra all'impiego dei prigionieri. Nello stesso tempo, però, non intendevano minimamente rinunciare al potere di controllo e di comando che potevano esercitare su di loro in quanto prigionieri, e così anche i militari italiani detenuti in Gran Bretagna che accettarono di «cooperare» rimasero a tutti gli effetti «prigionieri di guerra», sia pure dotati di qualche privilegio rispetto al passato.
Il trattamento riservato dagli inglesi ai militari non era dunque neppure lontanamente paragonabile a quello durissimo, realmente disumano, che sarebbe stato imposto dopo l'8 settembre 1943 dai tedeschi ai militari italiani internati nei lager nazisti, minati nel fisico, spesso fino a morirne, per la fame, per il freddo, per le epidemie e per i lavori pesantissimi cui erano obbligati. L'alimentazione dei prigionieri italiani detenuti nel Regno Unito, in particolare, risultò sempre decisamente migliore non solo di quella, largamente inferiore al minimo indispensabile per sopravvivere, fornita ai prigionieri di guerra italiani internati nei campi di concentramento della Germania nazista e della Russia staliniana, ma anche di quella modestissima assicurata agli stessi civili italiani in patria.
Il numero dei «cooperatori», comunque, aumentò progressivamente fino a comprendere la stragrande maggioranza dei prigionieri italiani, anche perché chi aderiva riceveva una paga più alta ed era alloggiato in campi o in hostels migliori dai quali poteva anche liberamente allontanarsi, entro una certa distanza.
I rapporti con i datori di lavoro
Nonostante l’ostilità manifestata dalla popolazione britannica verso gli italiani e alla larga diffusione nel Regno Unito di pregiudizi nei loro confronti, però, si registravano buoni rapporti tra i POWs e i loro datori di lavoro, in particolare con i piccoli proprietari terrieri e le loro famiglie, con cui, anzi, si stabilirono molto spesso forti legami affettivi, perché avevano accolto con rispetto e benevolenza i militari impegnati nei lavori agricoli così da farli sentire, in qualche modo, come a casa propria.
I prigionieri italiani erano tenuti a lavorare sodo e per una paga molto modesta, per gli standard inglesi, ma il lavoro non fu mai eccessivamente pesante e fu comunque sempre sostenuto in buone condizioni fisiche, perché, di norma, erano loro assicurati un'alimentazione soddisfacente (con tre pasti al giorno e razioni abbondanti), degli alloggi puliti, efficienti, riscaldati, dotati di corrente elettrica e di acqua, anche calda, un adeguato vestiario e un'assistenza medica di buon livello. I prigionieri, infine, poterono sempre contare sull'azione di sostegno materiale e di conforto morale prestata con grande generosità dai volontari dell'YMCA (Young Men's Christian Association).
I militari italiani seppero comunque adattarsi alla loro difficile situazione, tanto da spingere le autorità inglesi ad impiegarli anche per lavori particolarmente delicati per la sicurezza militare; e nel settembre 1944 si decise di impiegare gli italiani cooperatori addirittura presso le stazioni della Royal Air Force e Angelo Casnici fu tra questi.
L’impiego
Angelo Casnici il 9 luglio viene internato nel campo 17 Lodge Moor di Sheffield nello Yorkshire. Poi il 17 luglio al campo 701 di Hereford nello Herefordshire dove risulta presente al 6 novembre 1944.
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Lavora presso un aeroporto della RAF (Royal Air Force).
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La corrispondenza con i familiari in Italia
Come confermato anche dal figlio di Angelo Casnici, Giuseppe, scarsa fu la corrispondenza con i familiari in Italia: i prigionieri italiani incolpavano il servizio postale britannico, la censura, la Croce Rossa anche se cominciava a diffondersi l’idea che, per quanto riguardava la posta diretta all'Italia settentrionale, fossero i tedeschi a impedirne il recapito. Tutto il Nord Italia, dove vi era la Repubblica sociale di Mussolini, era sotto occupazione tedesca.
Dalle poche lettere si constata che la preoccupazione principale degli italiani riguardava la situazione in cui versavano le loro famiglie in Italia. Consapevoli del fatto che le loro condizioni fossero di gran lunga migliori di quelle della maggior parte dei connazionali in patria, avrebbero voluto - contrariamente a ciò che di solito i prigionieri desiderano, cioè ricevere generi di conforto - spedire a casa cibo e altri beni primari, dei quali in Italia vi era un’estrema necessità per garantire la mera sopravvivenza.
Il ritardato ritorno in Italia
Neppure l'impiego di tutti i POWs presenti in Gran Bretagna bastava a coprire i vuoti lasciati dai lavoratori inglesi ancora sotto le armi. Il rimpatrio dei prigionieri italiani poté perciò essere avviato solo alla fine del 1945 e non poté essere effettuato che per piccoli scaglioni mensili tanto da essere portato a termine solo nell'agosto-settembre 1946.
Il rimpatrio dei POWs italiani fu dunque continuamente rinviato, posticipandolo, prima, alla fine del conflitto in Europa; poi, alla fine delle ostilità contro il Giappone, e, dopo ancora, alla conclusione del raccolto delle patate e delle barbabietole del dicembre 1945, perché per la sua riuscita era indispensabile l'apporto dei prigionieri italiani.
Naturalmente la priorità fu data al rientro dei prigionieri alleati internati nei lager nazisti e poi a quello delle truppe anglo-americane impegnate nel continente europeo.
La documentazione utilizzata da Insolvibile nel suo libro “Wops- I prigionieri italiani in Gran Bretagna (1941-1946) [Wops è anche l'anagramma di P.o.Ws., la forma abbreviata, usata regolarmente nella documentazione britannica, di Prisoners of War] mette bene in luce come la responsabilità dei ritardi nel rimpatrio dei POWs ricada in buona parte sulle stesse autorità italiane, che non si mostrarono mai particolarmente interessate al rientro dei prigionieri o, addirittura, tentarono in ogni modo di incoraggiarli a restare in Gran Bretagna, così come negli Stati Uniti, come immigrati permanenti per ridurre al minimo la pressione dei reduci sul già disastrato mercato del lavoro in Italia e per poter utilizzare la valuta pregiata fornita dalle loro rimesse per finanziare la ricostruzione nazionale.
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Angelo Casnici rientrò in Italia il 18 maggio 1946.
Da prigionieri a reduci
L'enorme stress emotivo che i militari italiani detenuti nel Regno Unito dovettero sopportare per lunghi anni per l'estenuante attesa del rimpatrio e per le deprimenti notizie provenienti dall'Italia sulla critica situazione economica del paese, che li metteva in ansia per la sorte delle loro famiglie e li rendeva rabbiosi e depressi per la propria impotenza, contribuì non poco a rendere amaro il ritorno alla libertà. Anzi, anche il tanto atteso rientro in Italia finì col tradursi nell'ennesima stagione della delusione per questi sfortunati compatrioti, perché il trauma per la situazione trovata in Italia e le difficoltà incontrate per il reinserimento nella vita civile di un paese, uscito semidistrutto dalla guerra e ancora ridotto alla fame, non consentirono loro di sentirsi finalmente davvero «liberi» ma li portarono semplicemente a passare dall'umiliante status di «prigionieri» a quello amaro e insoddisfatto di «reduci».
Estranei ai grandi cambiamenti materiali, politici e psicologici del paese durante la guerra, la Resistenza, la nascita della Repubblica, esclusi per troppo tempo dall'intimità delle proprie case e dei propri affetti, disoccupati, per la maggior parte, in un paese in preda alla fame e alla miseria, dovettero reinventarsi, affrontare nuove sfide, scoprirsi cittadini democratici, dimenticando nel contempo, volutamente o meno, di essere stati sudditi, e fascisti, più a lungo degli altri, anche se non per scelta.
Per chi poté rientrare solamente dopo il 2 giugno 1946
Il 2 giugno 1946, 260.000 italiani, di cui 38.000 ancora in Gran Bretagna, non poterono partecipare al primo appuntamento democratico nazionale dell'Italia postfascista, la scelta tra monarchia e repubblica e l’elezione dei “padri costituenti”, coloro che avrebbero preparato la nuova costituzione dell’Italia repubblicana.
Il giorno prima delle elezioni il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi rivolse un messaggio ai prigionieri:
«Alla vigilia del plebiscito e del voto per l'Assemblea Costituente devo dirvi che pensiamo con particolare dolore a voi, prigionieri di guerra o internati civili, fratelli tutti, di cui da tempo attendiamo invano il ritorno. Anche in occasione della conferenza di Parigi i nostri delegati hanno insistito presso gli Alleati, affinché possiate rientrare in Patria. Si ripetono, si ribadiscono le promesse, e lo stesso progetto del nuovo armistizio contiene un ulteriore solenne impegno degli Alleati, per il rimpatrio dei prigionieri. Non prestate fede a chi insinua che la Patria vi dimentica o trascura di ricorrere ad ogni mezzo per farvi ritornare. Il ritmo dei rimpatri a cura degli Alleati e per quanto comportano i limitati mezzi delle nostre marine da guerra e mercantile a cura dell'Italia sta gradatamente accelerandosi e lascia prevedere non lontano ormai il vostro totale rimpatrio. [...]. Non credere un momento solo alla calunnia che noi non vi vogliamo. Quando abbiamo fissata la data delle elezioni avevamo ragione di sperare che nel frattempo i trasporti si sarebbero accelerati [...]. Di questo ritardi ci lagniamo amaramente; ma d'altro canto consideriamo che l'elezione di un'Assemblea Popolare, la costituzione di un nuovo governo democratico su basi elettive, darà maggiore forza alla nostra protesta e alle nostre insistenze per il vostro ritorno». Il messaggio di De Gasperi, inciso su disco, fu trasmesso nei campi la sera dello giugno 1946.
Il governo britannico, approffittando della bella stagione, decise di velocizzare i rimpatri effettuando trasferimenti via terra attraverso la Germania e il Brennero. I trasporti Gran Bretagna-Calais-Verona divennero ben presto l'unico sistema utilizzato per il rimpatrio degli italiani dal Regno Unito. Tale sistema permetteva di far rientrare in Italia circa 9.000 uomini al mese. Le fonti italiane riferiscono che a fine luglio 1946 i rimpatri potevano considerarsi (quasi) conclusi.
Angelo Casnici rimase a Solferino sino al 1952, poi emigrò in Svizzera, a Zurigo. Nel frattempo si sposò e rientrò in Italia venendo ad abitare a Lissone nel 1959.
Muore nel 1984 a Vedano al Lambro, dove si era trasferito nel 1966.
Ringrazio Giuseppe Casnici per avermi mostrato i documenti che illustrano le vicissitudini di suo padre Angelo durante la seconda guerra mondiale e per aver raccolto i suoi ricordi che costituiscono una preziosa testimonianza.
10 dicembre 2016 inaugurazione di Piazza Sandro Pertini a Lissone
Lissone, 10 dicembre 2016

É stata inaugurata questa mattina la piazza che l’Amministrazione comunale di Lissone ha deciso di dedicare al nostro ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Piazzale Pertini è l’area antistante Villa Magatti, antica sede del Municipio, adiacente a Piazza Libertà.
Alla presenza di molte associazioni della città, la cerimonia è iniziata con l’inno nazionale. Nel suo intervento il Sindaco Concettina Monguzzi ha ricordato i momenti salienti della vita del nostro ex Presidente della Repubblica e del suo settennato al Quirinale.
I presenti hanno letto la seguente frase di Pertini: «I giovani non hanno bisogno di prediche, i giovani hanno bisogno, da parte degli anziani, di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo»
La cerimonia di inaugurazione si é conclusa al canto di “Bella Ciao”.
fotografie di Gianni Radaelli
Un luogo della città dedicato a Sandro Pertini
Lissone, 3 dicembre 2016
Anche la nostra città avrà una piazza dedicata all’ex Presidente della Repubblica, “il più amato dagli Italiani”.
La cerimonia ufficiale di intitolazione avverrà Sabato 10 dicembre alle ore 10,30. Piazzale Pertini sarà l’area antistante Villa Magatti, antica sede del Municipio, simbolo della città, edificio che richiama alla mente tanti momenti della storia di Lissone.
Nelle immagini la piazza che sarà dedicata a Sandro Pertini, com'era negli anni '60 e attualmente:
In attesa della cerimonia , ieri sera a Palazzo Terragni, la compagnia teatrale “Utòpia” ha presentato lo spettacolo “Gli uomini per essere liberi Sandro Pertini il Presidente”, con musiche dal vivo e proiezioni di immagini, che ha ripercorso i momenti salienti della vita del nostro ex Presidente della Repubblica.
L’ANPI di Lissone esprime la sua grande soddisfazione per la decisione dell’Ammministrazione Comunale e parteciperà con suoi rappresentanti alla cerimonia.
Fu proprio Sandro Pertini che, durante il suo settennato al Quirinale, con Decreto del Presidente della Repubblica del 27 novembre 1982, conferì a Lissone il titolo di città.
Diversi sono gli articoli dedicati a Sandro Pertini pubblicati nel nostro sito, e precisamente:
25 gennaio 1944: la fuga di Pertini e Saragat dal carcere di Regina Coeli
27 aprile 1945: Pertini da Radio Milano
Salvatore Lambrughi, internato militare in Germania
Lissone, 21 novembre 2016
Salvatore Lambrughi ci ha lasciati. Durante la seconda guerra mondiale, giovanissimo, è stato un IMI, Internato Militare Italiano in Germania, cioé uno dei prigionieri che i tedeschi hanno utilizzato come manodopera coatta. Secondo la storiografia moderna gli IMI vengono definiti "gli schiavi di Hitler".
L'ANPI di Lissone lo ricorda.
Proprio in questi giorni, alla presenza dei ministri degli esteri di Italia e Germania si é tenuta la cerimonia di apertura della mostra "Tra più fuochi. La storia degli Internati Militari Italiani 1943-1945" presso il Centro di documentazione “NS-Zwangsarbeit”, Britzer Straße 5, 12439 Berlino.
La mostra che ha carattere permanente è allestita nel quartiere di Schöneweide, nelle casupole ancora esistenti di un lager dove vennero rinchiusi militari e civili italiani costretti al lavoro coatto.
La mostra sugli IMI è stata realizzata dalla Fondazione “Topografia del terrore” che gestisce alcuni fra i principali luoghi della memoria sulla seconda guerra mondiale nella capitale tedesca (un milione di visitatori nel 2015).
In questo articolo sono narrate le sue vicissitudini
In un quaderno di una trentina di pagine, Salvatore Lambrughi racconta i principali avvenimenti di quel triste periodo della sua vita, durante la seconda guerra mondiale, trascorso in prigionia.

Dalla prima pagina del quaderno:
«Memorie di un prigioniero di guerra in Germania. Il grido di un prigioniero di guerra soffocato dal dolore. Così iniziò il calvario che durò venticinque mesi».
Il 23 agosto 1943, il diciottenne lissonese Salvatore Lambrughi, classe 1924, risponde alla chiamata alle armi e dal distretto militare di Monza viene destinato a Vicenza. In città nota la presenza di soldati tedeschi. Passano quindici giorni: l’8 settembre alla radio viene dato l’annuncio dell’avvenuto accordo segreto di armistizio tra l’Italia e le potenze alleate, fino ad allora nemiche. Nel giro di pochi giorni tutte le principali città del nord e del centro Italia vengono occupate dai tedeschi. Salvatore viene disarmato dai tedeschi e fatto prigioniero.

Caricato su un vagone ferroviario, 40 uomini in un carro merci piombato, del tipo usato per il trasporto di cavalli, parte per la Germania.
Il suo destino è simile a quello di altri 600.000 soldati italiani prigionieri: diventa un Internato Militare Italiano (IMI) in Germania. Secondo questo status, deciso da Hitler il 20 Settembre 1943, agli IMI doveva essere riservato un trattamento peggiore di quello di qualsiasi altro prigioniero. E ciò in conseguenza di quel “NO” che dissero quando, con lusinghe e minacce, fu chiesto loro di riprendere le armi per il Grande Reich e poi per la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini.
Dal quaderno di Salvatore: «Dopo due giorni e due notti di viaggio, la tradotta si ferma in aperta campagna: a piedi, attraversiamo una grande pineta al cui interno vi era il campo di concentramento. Sul cancello d’ingresso la scritta: KUSTRIN Stalak 3 C.

Küstrin, località a circa 100 chilometri ad est di Berlino, sul fiume Oder, era il nome tedesco di Kostrzyn, cittadina della Polonia.
«Ad accoglierci vi sono due ufficiali, un tedesco ed un italiano. Le parole dell’ufficiale italiano suonano come un terribile avvertimento: “L’acqua di questo campo non è potabile: per berla occorre farla bollire. Vi avverto perché qui sono già morti ottantamila russi”».
I prigionieri italiani vengono poi sottoposti al taglio dei capelli e fotografati; a ciascuno viene assegnato un numero di matricola inciso su una piastrina: a Salvatore Lambrughi tocca il numero 39280.

«Poi veniamo passati in rassegna da un ufficiale tedesco accompagnato da un interprete italiano. Con altri 4 internati vengo destinato a svolgere dei lavori agricoli. Con un trattore mi portano in una fattoria della zona. Il nostro alloggio è una baracca già occupata da ottanta alpini italiani prigionieri.
L’indomani si incomincia a lavorare nei campi: c’è chi raccoglie patate, chi barbabietole. C’erano anche russi, uomini e donne, alcune delle quali con bambini piccoli che dovevano accudire. Durante il primo giorno alla fattoria, attraversando il cortile, incontro un soldato russo con due patate bollite in mano che, sorridendo, me ne offre una: un bel gesto inaspettato di solidarietà tra prigionieri. Passarono quattro mesi. Un giorno arrivò da Berlino una richiesta di quindici prigionieri da utilizzare per lo sgombero delle macerie di edifici bombardati dagli Alleati. Salvatore è tra i prescelti. L’indomani partenza su un carro merci.
«A tarda sera il treno si ferma in una stazione: si ode il segnale di allarme, segno di un imminente bombardamento aereo. Le bombe cadevano a poca distanza dal treno: lo spostamento d’aria provocava forti scossoni al carro merci. Ci sentivamo come topi in trappola; c’era chi piangeva, chi pregava».
Salvatore, sperando nella buona fortuna, si sdraia sul fondo del vagone coprendosi la testa col bavero del pastrano. Cessato l’allarme, il treno può ripartire e, a notte inoltrata, arriva a Spandau West. Sobborgo di Berlino, era una zona industriale e per questo era soggetta a continui bombardamenti sia di giorno che di notte.
«A piedi raggiungiamo un grande campo di concentramento. Il mattino seguente, dopo l’appello in cortile, vengo destinato a lavorare, anzichè alla rimozione delle macerie, in una grande fabbrica: la Siemens. Era un edificio di dieci piani: il mio reparto si trovava al quinto. Io ero addetto alla tempera di bulloni e rondelle».

Scrive Salvatore: «Un giorno, verso l’alba, suona l’allarme: si corre verso un rifugio, interrato per metà, chiamato “paraschegge”. Passano sopra di noi un gran numero di aerei che sganciano bombe in continuazione. Qualcuno viene abbattuto dalla contraerea. Una bomba cade nei pressi del nostro rifugio, nella buca dove si portava la spazzatura: fortunatamente non esplode, ma lo spostamento d’aria è tale che un prigioniero che stava raggiungendo il rifugio viene scaraventato contro un palo della luce, perdendo la vita. A me saltano tutti i bottoni del pastrano che indosso».
Già dal primo giorno, durante la pausa di lavoro, in tedesco Frühstück, delle ore 9,30, durante la quale i dipendenti bevevano del caffè e mangiavano fettine di pane con margarina e marmellata portate da casa, una donna tedesca, che lavorava nello stesso reparto, si avvicina all’affamato Salvatore, rintanato in un angolo nelle vicinanze dei forni per la tempera: gli offre delle fettine di pane, senza farsi scorgere dagli altri dipendenti, e si allontana rapidamente. La stessa scena si ripete per più giorni. Salvatore, diciannovenne, viene poi a conoscenza del probabile motivo di quei momenti di generosità: un prigioniero italiano, già da alcuni mesi in quella fabbrica, lo informa che il figlio della donna, giovane marinaio, era dato per disperso. «Si prendeva cura di me come se fossi suo figlio tanto che, quando doveva andare in ferie, lasciò la tessera del pane ad una sua amica per non farmi mancare niente. Ma un giorno, purtroppo, venni improvvisamente trasferito.
Dalla fabbrica a piedi fino alla stazione, poi su un carro merci verso una destinazione sconosciuta. Il treno percorse diversi chilometri e si arrestò in aperta campagna. In un capannone ci fecero fare una doccia e i vestiti furono sottoposti a disinfezione. Ripartimmo sullo stesso carro e giungemmo verso sera in una stazione di un piccolo paese, Barwalde. Trascorremmo la notte dormendo sulla paglia in un grande cascinale. Rimanemmo in questa località alcuni mesi: si lavorava in una grande pineta i cui alberi venivano utilizzati per la produzione della carta. Poi altro trasferimento in un grande campo di concentramento. Era inverno. La prima notte al campo la passammo dormendo all’aperto: il mattino seguente ci svegliammo coperti di neve. Poi ci mostrarono quelli che dovevano servirci come riparo per la notte: erano delle piccole tende di forma circolare. Ci venne distribuito del caffè e dopo l’appello, scortati da soldati armati, fummo condotti al lavoro.
Eravamo impiegati nella costruzione di fortificazioni: si scavavano fossati anticarro, larghi quindici metri e profondi cinque, e trincee; si allestivano inoltre postazioni per i cannoni. Alcune SS tenevano sotto controllo i prigionieri al lavoro».
Una delle prime sere, di ritorno al campo, non vede più il suo zainetto che aveva lasciato sotto la tenda e viene colto dalla disperazione; era tutto ciò che gli era rimasto. Per fortuna un suo compagno lo ritrova nei dintorni.
«Un giorno - racconta Salvatore – un prigioniero che lavorava al mio fianco, esausto per la malnutrizione o perchè ammalato, si era fermato appoggiandosi al badile. Venne notato da due guardie: in un attimo gli furono addosso, e a colpi di badile lo tramortirono. Il poveretto rimase a terra fino a sera, poi due suoi amici lo trasportarono in spalla al campo. Mentre passavano nelle vie di quel piccolo paese, alcuni ragazzini iniziarono a deriderli e a gli sputargli addosso».
A giudizio di Salvatore, questo fu il periodo peggiore della sua prigionia. Il lavoro era massacrante, reso ancor più pesante per la scarsa alimentazione. Alcune volte, al mattino o alla sera durante l’appello, il comandante del campo operava una selezione di quei prigionieri che non riteneva più abili al lavoro: la strategia nazista dell’annientamento attraverso il lavoro era una triste realtà in quel campo!
La nostalgia di casa ogni tanto lo prende. Ricorda Salvatore un momento struggente di questo terribile periodo della sua prigionia: una sera, osservando la luna piena il cielo, immagina che anche sua madre, i suoi cari, la stiano guardando e ciò gli infonde la forza di volontà per resistere.
Per le pessime condizioni igieniche del campo, anche le malattie infettive si diffondono. Un giorno, da Berlino arrivano due ufficiali medici, che sottopongono i prigionieri a dei controlli. «Avevo male alla gola; dagli esami medici sono risultato positivo alla difterite. Fui perciò messo in quarantena in una tenda un po’ più protetta dal freddo. Per quaranta giorni venni esentato dal lavoro: la malattia mi aveva colpito in forma lieve, altrimenti non sarei qui a raccontare, come capitò a qualche altro ammalato».

Tornato al lavoro, un giorno sente dei colpi di cannone: sono le armate russe che avanzano verso l’Oder mentre soldati tedeschi sono in ritirata. «Scortati da guardie tedesche, dobbiamo abbandonare il campo: ci viene consegnato un filone di pane a testa che, a detta dei tedeschi dovrebbe durare per sei giorni, ma la maggior parte dei prigionieri lo divora in poco tempo».
Si deve attraversare il fiume Oder che in quel punto è gelato: ciò rende un po’ meno difficoltoso l’attraversamento. «Per chi rimane indietro o si fa male è la fine: i soldati tedeschi gli sparano un colpo di fucile. La ritirata dura sei giorni: arriviamo in una località chiamata Steglitz (un distretto di Berlino), dove c’era un campo di fortuna. Tanta è la fame che anche delle erbe del campo presto diventano cibo per i prigionieri!».
La mattina dopo una quindicina di prigionieri, tra cui Salvatore, vengono prelevati e portati in una casa di fortuna. Poi, un uomo anziano, che si presenta come il nuovo chef (in tedesco capo), li conduce in una zona colpita dai bombardamenti degli Alleati per la rimozione delle macerie: questo era il nuovo lavoro.
«Ogni giorno, in fila dietro lo chef, si raggiungeva una zona bombardata. Una mattina, la nostra squadra passa davanti ad una panetteria danneggiata, il cui proprietario era intento a sgombrarla dalle macerie. Trovandomi in ultima posizione, lascio il gruppo, senza farmi scorgere, e mi presento al panettiere: “ich arbeiten” (posso lavorare, dice Salvatore che ha ormai imparato le parole tedesche essenziali per la sopravvivenza, che gli saranno utili anche in altre circostanze). Alla sua risposta affermativa “ja”, inizio a spalare ottenendo come ricompensa un filone di pane che mangio subito. Rimango tutta la giornata: alle cinque del pomeriggio, mi presento nel cortile del Comune, che era il punto di ritrovo della nostra squadra. Lo chef, in primo momento mi minacciò di mandarmi in prigione, poi si calmò al mio racconto, anzi accosentì che rimanessi per qualche giorno al servizio del prestinaio. Altri giorni lo “chef” arrivava alle sette e, con l’U-Bahn (metropolitana), ci conduceva sul posto di lavoro. Io partivo mezz’ora prima e approfittavo per passare in alcuni negozi, chiedendo “ein bisschen brot (un po’ di pane)”. In qualche caso me lo davano, ma spesso ero costretto dalla fame a rubarlo; lo nascondevo sotto il pastrano per consumarlo poi senza essere scoperto. Una mattina la proprietaria del negozio mi vede e si mette ad urlare: scappo via e mi nascondo in una casa bombardata nelle vicinanze, perchè in quel momento stava passando una compagnia di soldati tedeschi armati che intonavano la canzone Lilì Marleen (famosissima canzone tedesca che racconta la storia del soldato che pensa al suo amore lontano). Passato lo spavento, raggiungo rapidamente il posto di lavoro».
Eravamo ormai nella primavera 1945: i bombardamenti continuavano senza tregua. «Un mattino, un areo sganciò due bombe sopra di noi. Dal primo piano della casa dove mi trovavo con due alpini, mi precipitai giù dalle scale. Per nostra fortuna le bombe caddero poco più lontano, ma lo spostamento d’aria fu fatale per un prigioniero che si trovava nel cortile. Allora mi rifugiai nello scantinato di un palazzo vicino, dove rimasi per tre giorni: con me c’erano anche dei civili russi anch’essi prigionieri. La mattina del quarto giorno udii il rumore di una camionetta; piano piano uscii dal nascondiglio cercando di non farmi notare. I due ufficiali russi che erano a bordo mi videro: scesero subito a terra e con il mitra spianato mi vennero incontro. Con le braccia alzate, salii gli ultimi gradini, dicendo “italiano”. Allora abbassarono i mitra dicendo in russo “italiano buono” e segnalai la presenza di loro compatrioti nello scantinato. Poco dopo arrivarono dei soldati russi: piazzarono sul marciapiede una Katyusha (lanciarazzi di fabbricazione sovietica) e, cantando, iniziarono, a sparare all’impazzata».

Salvatore con due amici partono alla ricerca di cibo: tutt’intorno vedono distruzione e morte.
«Abbiamo trovato un po’ di farina e delle patate che abbiamo caricato su un piccolo carrello e, in bicicletta, siamo partiti senza una precisa direzione; avevamo in mente una sola cosa: tornare a casa. Dappertutto uno spettacolo di desolazione: rovine e cadaveri sia di uomini che di animali.
Dopo qualche giorno, attraversando anche delle foreste, siamo giunti in una località – non ricordo il nome - situata su di un fiume che era impossibile attraversare: il ponte era stato bombardato. Allora abbandonammo le biciclette e ci dirigemmo verso la stazione. C’era un caos tremendo. Sulla prima tradotta che passò, salimmo senza sapere dove era diretta. Dopo aver percorso diversi chilometri, il treno si fermò. Ci trovavamo a Oleśnica, cittadina della Polonia. Il treno non ripartiva; allora scendemmo. Alcuni prigionieri dicevano che i russi ci avrebbero rimpatriati con una nuova tradotta. Ci sistemammo in un campo di raccolta di prigionieri di guerra. Ma il tempo passava e nessun treno arrivava. Dopo qualche settimana intorno al nostro campo erano comparsi dei soldati tedeschi armati e in stazione vi erano delle guardie russe. Anche per paura di essere portati in Russia, io e un mio amico di Verona decidemmo di fuggire. L’indomani, alle cinque di mattina, con dei pezzi di coperta legati sotto gli scarponi per non far rumore, in tre andammo in stazione e, quando sopraggiunse un treno merci, aprimmo il portellone di un vagone e salimmo. Con nostra sorpresa all’interno del vagone c’erano già altri soldati che dormivano: si svegliarono, erano dei serbi che ci chiesero chi fossimo. Provammo un po’ di paura e allora decidemmo di scendere alla prima fermata. Era una piccola stazione: dopo qualche ora salimmo su un treno passeggeri diretto a Varsavia. Qui c’era la Croce Rossa Italiana: ci diedero del pane e del caffè e poi, sempre in treno, ci portarono a Praga e, dopo quindici giorni, a Innsbruck, dove venimmo alloggiati in una caserma della cavalleria. Eravamo in attesa di essere rimpatriati: finalmente, un mattino, arrivò l’ordine di partenza per l’Italia. Salimmo su una tradotta merci e in poco tempo arrivammo a Bolzano. Era mattina presto, il sole stava sorgendo: delle crocerossine ci portarono del caffelatte. Qualcuno cominciò a intonare la canzone di Beniamino Gigli “Mamma”. Molti soldati e anche delle crocerossine si misero a piangere, ma la gioia di essere riusciti a tornare in Italia era grande.

Da Bolzano ci portarono poi a Pescantina, nel veronese , dove era stato istituito un centro di accoglienza e di smistamento dei prigionieri rimpatriati. Mi consegnarono un foglio di viaggio e cinquemila lire. Poi ognuno partiva per la propria destinazione. Dopo tanta sofferenza anch’io stavo per tornare a Lissone e finalmente, dopo così tanto tempo, avrei rivisto i miei cari».

In questo documento ho riportato parti del quaderno che Salvatore custodisce gelosamente. Lo ringrazio per avermene consentito la lettura. Ritengo che il suo modo di raccontare le tristi vicende di cui è stato protagonista ne renda partecipe il lettore. Per questo, con la sua autorizzazione, l’ho reso pubblico.
Salvatore Lambrughi è amante della pittura, diversi sono i quadri da lui dipinti appesi alla pareti della sua casa di Lissone, e della poesia: nelle pagine del suo quaderno ne ha trascritte alcune.
In occasione del “Giorno della Memoria”, il 27 gennaio 2010, a Salvatore Lambrughi è stata consegnata una medaglia d’onore come riconoscimento dello Stato italiano per il suo internamento nei lager nazisti.

E in occasione del 70° annoversario della Liberazione, Roberta Pinotti, ministro della Difesa, gli conferi' la "medaglia della Liberazione"
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