Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

... meditate che questo è stato ... Gianfranco De Capitani da Vimercate, caduto per la Libertà

Gianfranco De Capitani da Vimercate, caduto per la Libertà
Lissone 4 febbraio 1925  -  Ebensee 5 dicembre 1944

undefined 

Son morto ch'ero bambino

son morto con altri cento

passato per un camino

e adesso sono nel vento

 

Ad Auschwitz c'era la neve

e il fumo saliva lento

nei campi tante persone

che ora sono nel vento

 

lo chiedo come può l'uomo

uccidere un suo fratello

eppure siamo a milioni

in polvere qui nel vento ...

(da "AUSCHWITZ" di Francesco Guccini)


Lissone, correva l’anno 1925.

Il paese conta quasi 13.000 abitanti.

Dall’ottobre 1922 l’Italia è governata da Benito Mussolini, a cui il re Vittorio Emanuele III aveva affidato l’incarico dopo la marcia su Roma.

Un mese dopo, nel novembre del 1922 si era costituita a Lissone la sezione locale del Fascio nazionale di combattimento.

Nelle elezioni politiche dell’aprile 1924, il Listone di Mussolini, trionfante capo del Governo, che su scala nazionale aveva avuto una media del 60% dei votanti, scesa al 18,7 % in Brianza, a Lissone con 307 voti (pari al 13,2 %) aveva ottenuto il peggiore dei risultati elettorali d’Italia. Allora la furia di Mussolini si era abbattuta sulla Brianza.

Una raffica di violenze colpì le istituzioni cattoliche e quelle socialiste. Con l'aiuto di squadre fasciste giunte dalla Bassa milanese e da Milano, solo a Monza furono devastate le sedi de «Il Cittadino» e della Camera del Lavoro, 14 circoli cattolici e 12 socialisti; e nel circondario cooperative, circoli e biblioteche di ben 43 paesi subirono la stessa sorte. A Lissone la vendetta fascista si scatenò sull’Osteria della Passeggiata, con danni materiali e percosse ai presenti, e sul circolo della gioventù cattolica San Filippo Neri.

Dal 15 settembre 1924 in Comune siede il nuovo Commissario prefettizio, il commendator Carlo De Capitani da Vimercate, insediatosi in attesa della nomina del podestà.

I De Capitani, famiglia della media borghesia illuminata e di antiche origini nobiliari, 
undefined undefined
erano proprietari di un’industria del legno e avevano creato l’industria del compensato. Nel 1907, infatti, su iniziativa di Carlo De Capitani era stata fondata la Società italo-lettone Luterna per la produzione del compensato. Questo materiale era apprezzato per le sue caratteristiche, la resistenza, la leggerezza, l’economicità, ed era impiegato nella produzione di mobili, nell’industria automobilistica ed aeronautica. La Società aveva ricevuto durante la prima guerra mondiale diverse commesse belliche.

Nel 1920 a Lissone era nata la più grande fabbrica italiana di tranciati e compensati, l’Industria Nazionale Compensati ed Affini (INCISA), che assorbiva gli stabilimenti della Carlo De Capitani e Comi e della ditta Sapeli. Contava 1000 dipendenti ed una produzione di 70 metri cubi di compensato al giorno, lavorando 1.750 quintali di tronchi.

Alle scuole elementari la maggior parte dei ragazzi va in classe con gli zoccoli.

Un alunno di allora ha ancora in mente il disordinato “totoc” degli zoccoli che battevano l’uno contro l’altro sul pavimento di legno quando, al mattino, tutti gli scolari si mettevano sull’attenti e facevano il saluto romano alla maestra che entrava in classe.

Essendo la scuola elementare di Via Aliprandi ormai insufficiente a far fronte alle esigenze della popolazione scolastica, erano iniziati i lavori di costruzione della nuova scuola elementare (sarà poi dedicata a Vittorio Veneto e le singole aule assumeranno i nomi delle principali località della guerra, conclusasi da soli sei anni).

Uno dei problemi che affliggevano il paese era la carenza degli alloggi per effetto del costante sviluppo demografico, dovuto alla notevole immigrazione e all’alto tasso di natalità.

Il commissario prefettizio Carlo de Capitani, per cercare di risolvere in parte questa crisi, assume impegni a livello personale e affida ad un ingegnere di Monza l’incarico di progettare case per operai ed impiegati.

Il 17 ottobre era stata inaugurata la nuova chiesa (l’attuale prepositurale) anche se non era ancora stata finita. Il suo altare maggiore era stato donato da Carlo De Capitani.

La Pro Lissone era in piena attività. Lissone, infatti, era dotata di un centro sportivo in perfetta linea con i principi fascisti del culto del corpo e dell'esercizio fisico, a cui era annesso un caseggiato di due piani sede della locale palestra di ginnastica.

Il “salone” di Via Dante era un punto di riferimento per i Lissonesi. 

La guerra (I guerra mondiale) aveva provocato la sospensione delle attività sportive ma non la fine dei sodalizi, anzi qualche società come la Pro Lissone era riuscita a far funzionare qualche squadra o ad inviare alcuni atleti alle rare competizioni. Alle Olimpiadi di Parigi del 1924 il sodalizio bianco blu, con una squadra di otto atleti, aveva conquistato la medaglia d’oro.

Isacco Mariani, un suo atleta dedito alla nuova disciplina, il motociclismo, già campione italiano ed europeo, moriva in un banale incidente. La Società sportiva lissonese, alla vigilia del conflitto del 1915-18, aveva contribuito alla formazione della Croce Verde e Di Carlo De Capitani era stata anche l’idea di costituire il corpo dei pompieri.

In questo contesto, il 4 febbraio  1925 era nato Gianfranco De Capitani, nipote di Carlo e figlio di Giuseppe e di Carlotta Arosio. La famiglia, che abitava in una villa in Via Umberto I, era numerosa.
undefined

Gianfranco cresce in compagnia di altri cinque fratelli e quattro sorelle.

undefined undefined
La fotografia è del 1932.
La famiglia di Gianfranco De Capitani da Vimercate: Gianfranco nella foto è il 6; Giuseppe, il padre di Gianfranco è il 2; Carlo, lo zio di Gianfranco è il numero 8.

 

Gianfranco frequenta la scuola elementare Vittorio Veneto di Lissone.

La scuola elementare ha due sezioni distinte, maschile e femminile, con ingressi separati: anche le classi sono formate da alunni del medesimo sesso.

L’adolescenza di Gianfranco trascorre in modo spensierato; studio, giochi, vacanze. E’ il beniamino della famiglia: e’ bello, studioso, affabile.

Nel 1934 un avvenimento suscita l’entusiasmo degli italiani e soprattutto dei ragazzi: è la vittoria della Nazionale di calcio ai mondiali che si svolgono proprio in Italia. Il mezzo per seguire le partite dei mondiali è la radio.
undefined

Nel 1935 arriva a Lissone Starace (sarà la più alta carica del regime a giungere in città’ durante tutto il ventennio).
undefined undefined

undefined

undefined

Alcuni schedati antifascisti lissonesi, che più volte avevano subito pestaggi dai fascisti locali, vengono fermati e trattenuti, qualcun altro si rifugia in Francia per una settimana.

Gianfranco frequenta la quinta classe elementare. Un mattino il maestro porta in classe uno strano oggetto. È una maschera antigas – spiega il maestro. A turno gli alunni provano ad indossarla.

Gianfranco inizia a frequentare la palestra: il “salone” di Via Dante è un punto di riferimento per i giovani lissonesi.

Terminate le scuole elementari prosegue gli studi alle scuole medie e superiori (istituto commerciale) presso il Ballerini di Seregno.

Ha quindici anni quando il 10 giugno 1940 Mussolini trascina l’Italia nella seconda guerra mondiale. Non poteva finire che così. Il regime che fin dalla scuola primaria tentava di inculcare nei ragazzi ideali bellicosi (credere, obbedire e combattere o libro e moschetto, fascista perfetto e altri slogan) manda in guerra tanti giovani e meno giovani che vengono richiamati alle armi, alleandosi con la Germania nazista.

Gianfranco consegue il diploma di scuola superiorepresso il Collegio Ballerini di Seregno. Gli amici, con i quali frequenta la Pro Lissone, lo chiamano Gianni.  E’ robusto, si dedica oltre alla corsa campestre e alla pesistica. Gli piace stare in compagnia: è un buongustaio; l’appetito non gli manca mai, lo testimonia il fratello Mario.

Mancano pochi giorni a Natale del 1940: diversi giovani lissonesi, reclute e richiamati, in treno raggiungono Brindisi alla volta dell’Albania e poi della Grecia. Secondo Mussolini "Spezzeremo le reni alla Grecia".


Lissone 24 ottobre 1942. Cielo rosso all’orizzonte. Aerei quadrimotori provenienti dall'Inghilterra bombardano di Milano. E' solo la prima incursione: a breve ne seguiranno delle altre; molti milanesi abbandonano la città per riparare in zone più sicure.

Novembre 1942: l'inverno si preannuncia rigido. Già a fine novembre cade la prima neve. Per difendersi dal gelo, un grave problema si presenta a diverse famiglie lissonesi: trovare del carbone per scaldare le case. E per accendere la stufa si utilizzano trucioli e carta straccia raccolta durante tutto l'anno, prima macerata nei mastelli, poi fatta a palle e infine lasciata seccare al sole. 

Aumentano gli ascoltatori di Radio Londra, l’unica fonte alternativa che trasmetteva fatti e notizie senza tagli e censure. Il Centro di Controllo dell’E.I.A.R. riceve le trasmissioni di Radio Mosca durante le quali vengono letti i nominativi degli italiani prigionieri. Gli operatori all’ascolto li trascrivono e poi avvertono i familiari dei prigionieri. 

Marzo 1943 - Fallita la spedizione in Russia, i resti di quello che era il corpo italiano, l’ARMIR, vengono rimpatriati e si fanno i primi conti delle perdite: la forza complessiva presente all’inizio dell’offensiva russa era di 220.000 uomini, il numero degli italiani che non hanno fatto ritorno dal fronte russo è di circa 100.000. Oltre 60 sono i militari lissonesi del corpo di spedizione che non ritornano a Lissone.  

Gli operai scesero in sciopero e diedero avvio alla contestazione aperta contro il Regime chiedendo “pane e pace”, quindi, dissociandosi dalla guerra fascista, considerata sbagliata e ingiusta, e segnando la sconfitta di Mussolini sul fronte interno attraverso la perdita definitiva del consenso già prima della sua destituzione.

 

11 giugno 1943 - Sbarchi alleati in Sicilia.
25 luglio 1943 - Destituzione e arresto di Mussolini; il Re Vittorio Emanuele III nomina a Capo del Governo il maresciallo Badoglio .

 

Manifestazioni di tripudio in tutte le città d’Italia.  

Molti pensano che crollato Mussolini finirà anche la guerra

 

A Lissone, all’indomani, mentre i lissonesi Francesco Mazzilli, Attilio Gattoni e Carlo Arosio, ­arrestati verso la fine giugno 1943 ed incarcerati a S. Vittore vengono liberati, un nostro concittadino, Attilio Mazzi - un benestante milanese ma veronese di nascita, da tempo attivo in Lissone dove aveva aperto uno stabilimento per la tranciatura del legno e dove svolge una ben avviata attività di intermediazione e di rappresentanza di legnami con sede in Via Roma - sfila per le vie di Lissone, innalzando un cartello con l’immagine di Badoglio, mettendosi a capo di un breve corteo che manifesta apertamente a favore del nuovo governo, come per salutare il nuovo spazio di libertà che finalmente sembrava schiudersi. Sfila nel centro del paese, percorre Via Sant'Antonio, attraversa Piazza Vittorio Emanuele (l’attuale Piazza Libertà), sino alla Casa del Fascio, dove vengono strappate le immagini di Mussolini e distrutti i simboli del Fascismo.

Attilio Mazzi, per il suo dichiarato antifascismo, verrà arrestato: passerà poi nel campo di concentramento di Fossoli (dove, il 12 luglio 1944, rischia di essere fucilato con Davide Guarenti), prima di finire i suoi giorni nel lager di Mauthausen-Gusen.

Agosto 1943: nella notte tra il 14 e il 15 agosto altro terribile bombardamento su Milano.

8 settembre 1943- Annuncio dell'armistizio. I nazisti disarmano le truppe italiane.  700.000 italiani finiscono prigionieri nei lager tedeschi.

10 settembre 1943 - I tedeschi occupano Roma dopo brevi scontri con le truppe italiane. Re Vittorio Emanuele III con la famiglia e il seguito fugge a Brindisi.

12 settembre 1943 - Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da un Commando tedesco e raggiunge Monaco.

23 settembre 1943 - Ridotto a un fantoccio nelle mani di Hitler, Mussolini proclama la “Repubblica Sociale Italiana” formando un nuovo governo fascista la cui autorità si estende sul territorio della penisola occupato dai tedeschi.

 

Fine settembre 1943: Formazione dei primi nuclei di partigiani.

 

A Lissone alcuni antifascisti si ritrovano settimanalmente presso il bar della stazione, il cui gestore era un oppositore del regime. 
undefined

Tra loro anche Giuseppe De Capitani, il padre di Gianfranco. Il capo di questo gruppo di antifascisti è Davide Guarenti, monzese, vigile urbano nella nostra città (sarà fucilato nel campo di concentramento di Fossoli).

Altro punto di ritrovo degli antifascisti lissonesi è la Trattoria con alloggio Ronzoni (nella curt di Gergnit), dove spesso i fascisti locali arrivano a menar botte.

Nel 1943 la classe 1925 è chiamata alla visita militare. Era una tradizione che, non avendo i soldi per fare dei manifesti, i coscritti scrivessero sui muri del paese frasi inneggianti alla classe di appartenenza. I lissonesi si ritrovano così altre scritte che non siano quelle di regime, con massime del duce.

 

I coscritti del ’25, nottetempo, scrivono con la calce sui muri della città “W la classe della marmellata” (in periodo di razionamento dei generi alimentari, la marmellata era concessa fino ai ragazzi di età inferiore ai 18 anni) e “W la mica fresca” (mica in dialetto sta per pane).

La notizia in parte distorta arriva a Radio Londra, molto ascoltata, anche se il regime ne proibisce l’ascolto pena l’arresto e il sequestro dell’apparecchio radio. Durante una delle famose trasmissioni rivolte all’Italia, viene trasmessa la notizia che a Lissone vi era stata una “protesta del pane”. 

E’ anche vero che la fame era tanta soprattutto per dei giovani prestanti frequentatori della palestra della Pro Lissone.

Diversi coscritti sono convocati dal podestà Cagnola.

Dopo circa un mese arrivano a Lissone agenti del regime e si insediano nella Casa del fascio (l’attuale Palazzo Terragni): tra i convocati, oltre a Gianfranco e al padre Giuseppe, un certo Federico che protesta vivacemente; questi viene pestato e buttato giù dalle scale esterne della Casa del fascio: finisce malconcio anche se in modo non grave. All’interrogatorio di Gianfranco e del padre assiste anche un noto fascista locale. Giuseppe deve pagare una multa. Giuseppe era di idee socialiste. Per i fascisti Gianfranco è il figlio di un sovversivo.

Intanto continua l’avanzata delle truppe alleate nel sud dell’Italia.

A Lissone aumenta il numero degli sfollati (alla fine del 1944 saranno circa 1.800, per la maggior parte provenienti da Milano. La quantità di rifugiati che il comune poteva ospitare secondo la disponibilità di alloggi registrata nel 1938 era di 1.500 unità).

Gli sfollati portarono anche notizie sul reale andamento della guerra; informazioni che velocemente si diffusero in paese e quando, nel marzo del 1943, sopraggiunsero gli scioperi delle industrie dell'Italia settentrionale, ad essi parteciparono anche gli operai dell'Incisa (1200 dipendenti) e dell'Alecta (500 dipendenti), contribuendo attivamente alla crisi delle istituzioni che doveva portare alla caduta del fascismo il 25 luglio.

Da quel momento la guerra entrò direttamente nelle case dei lissonesi, attraverso gli avvisi alla popolazione controfirmati dall'ing. Aldo Varenna che l'undici agosto del 1943 (pochi giorni dopo la caduta di Mussolini) aveva sostituito il podestà Angelo Cagnola, dimissionario per «diplomatici» motivi di salute.

Al confine tra Lissone e Monza viene installata una postazione di protezione antiaerea, oggetto anche di visita di alcune classi elementari.

La piazza Vittorio Emanuele III, (il re era accusato dai fascisti del tradimento del 25 luglio) dal 3 marzo 1944 viene intitolata ad Ettore Muti (gerarca fascista ucciso; porterà il suo nome, durante i 600 giorni di Salò, una delle più famigerate squadre della Repubblica di Salò). Presso il palazzo Mussi si installa un comando antiaereo tedesco che, con i militi della GNR alloggiati nei locali di palazzo Magatti in via Garibaldi, garantiva un controllo capillare del paese e serviva a contrastare la Resistenza partigiana.

Si diffusero i bandi minacciosi del comando tedesco, insediato a Monza, che comminavano la pena di morte per atti di sabotaggio, che vietavano ogni assembramento e che imponevano il coprifuoco dalle ore 9 di sera sino alle 5 del mattino.

Insieme al decreto del 18 febbraio 1944 che minacciava la pena di morte per i renitenti alla leva, il governo di Salò emanava il bando di chiamata alle armi con scadenza il 7 marzo 1944, delle classi 1923,1924,1925.

undefined 

uno dei minacciosi "bandi Graziani" per il reclutamento di giovani nella RSI o da inviare in Germania

Domenica 27 febbraio 1944, alcuni giovani della Pro Lissone, tra cui anche Gianfranco, si ritrovano in stazione per raggiungere Albate, per partecipare ad una corsa campestre. 

E’ una bella giornata di sole, anche se il paesaggio è imbiancato per la recente nevicata. Sarà questa l’ultima domenica di libertà per Gianfranco.

 

Per far funzionare la loro industria bellica carente di manodopera, i nazisti fanno ricercare dalla milizia repubblichina i renitenti alla leva; li catturano e li spediscono di forza a lavorare nelle fabbriche del Reich.

 

Carlo, lo zio di Gianfranco, è morto mentre si trovava in Ungheria per motivi di lavoro.

La situazione si fa critica. Mamma Carlotta vorrebbe che il figlio rispondesse alla chiamata alle armi, la situazione si fa’ un po’ rischiosa. Il fratello Mario pensa che Gianfranco stia per organizzare una festa per salutare gli amici.

Con la proclamazione repubblica di Salò c’era stato un notevole rincrudimento nell'atteggiamento vessatorio e repressivo di gerarchi e gerarchetti locali, protetti dalle autorità militari tedesche.

Da venerdì 3 Marzo 1944 l’odierna Piazza Libertà è intitolata a Ettore Muti, ras fascista (arrestato vicino a Roma, era stato ucciso mentre i carabinieri lo stavano portando in carcere).

Sabato 4 marzo 1944, Gianfranco, fermato ad un posto di blocco tra Monza e Lissone, mentre era sul tram, è tratto in arresto (forse su indicazione di un ras locale, fondatore del Fascio lissonese). I familiari, non vedendolo rincasare, si preoccupano per la sua assenza. Dopo alcune ricerche vengono a sapere che il giovane Gianfranco è stato portato in Villa Reale, a Monza (la Villa reale di Monza era diventata tristemente famosa perché luogo di tortura di antifascisti e partigiani caduti nelle mani dei repubblichini o dei nazisti). Il fratello Mario si precipita alla Villa Reale: gli viene confermata la presenza di Gianfranco ma gli impediscono di vederlo. Anche il padre Giuseppe inutilmente chiede di vedere il figlio. Poi si perdono le tracce di Gianfranco.  (I parenti verranno poi a sapere, tramite il console di Danimarca in Milano, che Gianfranco si trova a Mauthausen; la triste fama di quel lager lascia poche speranze di un suo ritorno). Forse, se fosse stato ancora in vita lo zio Carlo, che era stato Commissario Prefettizio, avrebbe potuto fare qualcosa per il nipote.

Gianfranco De Capitani ha da poco compiuto i 19 anni.

De Capitani Gianfranco, nato a Lissone il 24/02/1924, professione impiegato, matricola 57014, convoglio numero 32, deportato a Mauthausen con un treno partito l’8 Marzo da Firenze: altri deportati vennero aggiunti nelle soste a Fossoli e a Verona. Sul treno i deportati erano 597, di cui 105 provenienti dalla provincia di Milano. Trasferito poi a Ebensee sottocampo di Mauthausen.

I lombardi erano stati fatti salire sul treno diretto in Germania, durante la sosta alla stazione di Verona.

nelle immagini seguenti: indumento indossato nel lager da un deportato politico italiano, baracche del lager di Ebensee, il forno crematorio di Ebenseee, fosse comuni nei pressi delle baracche del lager

undefined undefined 

undefined undefined

Il campo di concentramento di Ebensee fu insediato fuori città in un’area molto boscosa in grado da permettere il camuffamento delle gallerie in costruzione ed anche del Lager progettato. Fu il primo campo creato per realizzare la costruzione di stabilimenti sotterranei, nell’ambito del progetto Zement (cemento). Un campo di lavoro in cui dovevano essere utilizzati deportati provenienti dal campo centrale di Mauthausen. I prigionieri venivano affittati dalle SS alle ditte incaricate dei lavori di costruzione.

I prigionieri avviati al lavoro schiavo venivano scelti in genere tra coloro che avevano un'età compresa trai 20 e i 40 anni ed erano in buono stato fisico. Ma le loro condizioni peggioravano rapidamente a causa delle pessime condizioni di vita e per il lavoro estremamente duro. Non meno di undici ore ininterrotte di lavori pesanti, spesso senza appropriati attrezzi, senza alcuna misura di sicurezza. Scarsamente alimentati con 250 grammi di pane di segale, con una zuppa di carote o di cavolo. Puniti violentemente per la più piccola interruzione dai kapos e dalle SS, che obbligavano al lavoro anche malati e debilitati. Oltre a queste baracche, poco più che capanne con pavimenti di cemento, pareti formate da assi, un tetto rivestito di cartone, vi erano vari edifici amministrativi, disposti a semicerchio intorno allo spiazzo in cui i detenuti dovevano più volte al giorno riunirsi per l’appello. Il lager era circondato da un recinto elettrificato. All’esterno si trovavano le baracche per le sentinelle.

Il lavoro alla “cava” era particolarmente massacrante e pericoloso. Nel cantiere per la costruzione delle gallerie era occupato anche circa un migliaio di civili tedeschi. Ognuno di loro poteva contare su dieci o più deportati che dovevano eseguire i lavori ordinati dal “capomastro civile” sorvegliati dal Kapo, un detenuto scelto dalle SS per comandare la squadra di lavoro. I Kapos (quasi sempre delinquenti comuni) “incoraggiavano” i lavoratori schiavi con abbondanti colpi di nerbo, manganelli di gomma, pale, corde annodate, sbarre di ferro. La violenza e il terrore, oltre ad essere un mezzo per spingere al massimo le prestazioni di lavoro, erano anche funzionali alla distruzione fisica e psichica dei prigionieri, fiaccandone anche ogni tentativo di solidarietà o di reazione.

“Il pesante lavoro nelle gallerie, scavando fosse e vani sotterranei nella fredda pietra, il rigido clima alpino, il vitto insufficiente, l’abbigliamento e le calzature troppo leggeri furono responsabili dell’elevato numero di malati, a tal punto che praticamente un quarto di tutti i prigionieri era sempre gravemente malato.” (Hrvoje Macanovic – 6 settembre 1945)

“Soprattutto una scala che si trovava all’inizio del percorso (gallerie dell’impianto A) era un grosso ostacolo per molti detenuti, che nonostante avessero dai venti ai quarant’anni non erano più capaci di salirvi sopra (…) Questo dimostra fino a quale punto si fosse già diffuso lo stato di spossamento causato dalla fame e dalle condizioni di lavoro.” (Emil Eugen M.)

Nella primavera del 1944, di fronte alla mortalità crescente, le SS attivarono la costruzione di un crematorio, entrato in funzione il 4 agosto. Poiché le SS “amavano” scrivere parole e motti per lo più irridenti, nei vari siti dei lager, nel crematorio di Ebensee si poteva leggere: “Vermi schifosi non devono cibarsi del mio corpo, la pura fiamma deve assaporarmi in un sol colpo; ho sempre amato il calore e la luce, pertanto bruciatemi e non seppellitemi”.

Nelle squadre di lavoro particolarmente grave era la condizione degli Italiani, per la maggior parte deportati per motivi politici (triangoli rossi) e con la infamante colpa di un “tradimento” dei camerati del Reich. In fondo alla scala, all’ultimo gradino, ebrei e zingari di ogni nazionalità. La situazione generale del lager andò sempre più degradando. Le baracche non offrivano una benché minima protezione contro intemperie, freddo e pioggia; l’alimentazione sempre più insufficiente, l’abbigliamento inadeguato e la mancanza di igiene erano causa di diffuse malattie, spesso mortali.

Ebensee divenne uno dei campi con mortalità altissima, tanto che fu subito necessario costruire un forno crematorio, nonostante si trattasse di un campo «di lavoro».

Costretti a svolgere nelle gallerie un lavoro estenuante, con un clima gelido e un’alimentazione miserabile, i deportati sopravvivevano in media qualche mese. Per il lager passarono 16.647 deportati e, tra questi, numerosi italiani che ebbero - accertati - 552 morti.

Negli ultimi giorni di guerra non bastando il forno crematorio a incenerire tutte le salme, ne furono inumate 1.179 in una fossa comune nei pressi del campo.

Il 5 dicembre 1944, dopo nove mesi di prigionia e di lavoro coatto in condizioni disumane, anche il fisico robusto di un giovane diciannovenne venne stroncato.

 

Nel 1965 la Provincia di Milano nel 20° anniversario della Liberazione conferì ai parenti una medaglia d’oro alla memoria di Gianfranco, caduto per la libertà.

undefined  undefined

 

 

Partager cette page

Repost 0
Pour être informé des derniers articles, inscrivez vous :