Parigi, 11 novembre 1940
In Francia, l’11 novembre è il giorno in cui si celebra la vittoria del 1918, i sacrifici e l’eroismo dei combattenti della prima guerra mondiale, il giorno in cui si rende loro omaggio all’Arco di Trionfo, ravvivando la fiamma ed esponendo il tricolore sulla tomba del milite ignoto.

Nella Francia occupata dai nazisti, l’11 novembre 1940 s’inscrive nella coscienza della nazione, malgrado la censura, la propaganda tedesca e quella della repubblica collaborazionista di Vichy. Giovani studenti parigini si radunano all’Arco di Trionfo, sfidando il divieto degli occupanti: è una delle prime forme di resistenza all’invasore nazista.
La manifestazione, che avviene solamente quattro mesi dopo la sconfitta della Francia, orienta il popolo alla resistenza e nello stesso tempo rende la stretta di mano tra Hitler e Pétain, avvenuta il 24 ottobre, il simbolo infamante del tradimento.

11 novembre 1940: come non scegliere questa giornata commemorativa per affermare l’amore della patria, la speranza di una vittoria?
Già, venerdì 8 novembre, gli studenti comunisti hanno manifestato davanti al Collège de France, scandendo il nome di Paul Langevin e gridando «Liberté» e «Vive la France». (Paul Langevin, arrestato il 30 ottobre 1940 dalla Gestapo, fisico, professore al Collège de France, scienziato di fama internazionale, era uno degli intellettuali che avevano sostenuto il Front Populaire e che erano impegnati nella lotta antifascista).
Si apprende che Radio Londra ha rivolto un appello a tutti i francesi, e in particolare agli ex combattenti, perchè depongano fiori sulla tomba del milite ignoto.
Le autorità tedesche d’occupazione, in un manifesto, hanno proibito qualsiasi forma di ricordo che costituirebbe, secondo loro, un insulto al Reich e un attentato all’onore della Wermacht. Ciò ha indignato diversi parigini. Se ne parla nelle brasserie, nelle classi dei licei, nei corridoi della Sorbona, nel Quartiere Latino.
La Commissione, incaricata della censura nei media, ha stabilito che, per la rievocazione dell’11 novembre, i giornali non potranno dedicare più di due pagine.
I giornali pubblicano un comunicato della prefettura di polizia di Parigi, che riecheggia quello del Kommandantur: « A Parigi e nel dipartimento della Senna, le pubbliche amministrazioni e le imprese private lavoreranno normalmente il giorno 11 novembre. Le cerimonie commemorative non avranno luogo. Nessuna pubblica dimostrazione sarà tollerata».
Nel Quartiere Latino, nei grandi licei di Parigi, la collera e l’indignazione si diffondono. Gli studenti che hanno partecipato alla manifestazione dell’8 novembre davanti al Collège de France – quasi tutti comunisti – e i liceali – spesso dell’Action Française – dei licei Janson-de-Sailly, Buffon, Condorcet, Carnot, decidono di redigere e stampare dei volantini ed esporli nei licei e nelle facoltà universitarie, invitando tutti gli studenti a manifestare. «Studenti di Francia, l’11 novembre è per te un giorno di festa nazionale. Malgrado l’ordine delle autorità di occupazione sarà un giorno di raccoglimento. Tu andrai a rendere onore al milite ignoto, alle ore 17,30. Non assisterai a nessuna lezione. L’11 novembre 1918 fu il giorno di una grande vittoria. L’11 novembre 1940 sarà l’inizio di una più grande. Tutti gli studenti sono solidali. Vive la France! Ricopiate queste parole e diffondetele».
Tutto inizia il mattino dell’11 novembre. Vengono depositati dei fiori ai piedi della statua rappresentante la città di Strasburgo, in Place de la Concorde. Poi, con il passar delle ore, la folla risale gli Champs-Elisées, depone migliaia di bouquet, corone di fiori davanti alla statua di Georges Clemenceau.
Un commissario di polizia ripete, con una voce dolce: «Andate via, niente raggruppamenti, vi prego, sono proibiti». Subito dei soldati tedeschi, scesi da una vettura, circondano la statua. «Il comandante tedesco non vuole manifestazioni» ripete il commissario.
Improvvisamente, a partire dalle ore 17, migliaia di studenti riempiono il piazzale dell’Arco di Trionfo. Altri arrivano in corteo, drappo tricolore in testa, dall’Avenue Victor Hugo.

Si sentono esplodere colpi di arma da fuoco. Dei veicoli carichi di soldati tedeschi zigzagano sul piazzale e sui marciapiedi, disperdendo i manifestanti. Ci sono dei feriti. Alcuni manifestanti sono travolti dai mezzi militari. Improvvisamente delle SS, armi in pugno, escono dal cinema Le Biarritz. Nuovamente si sentono dei colpi di arma da fuoco e delle raffiche di mitragliatrice.
Si ode la Marseillaise, poi il Chant du départ. Si sentono grida «Vive la France», «abbasso Pétain», «abbasso Hitler».
I tedeschi piazzano una batteria di mitragliatrici, colpiscono con i calci delle armi da fuoco. Si combatte. Una dozzina sono i morti, un centinaio gli arrestati, che vengono caricati su camion, condotti in Avenue de l’Opera, dove si trova un Kommandantur, poi alla prigione di Cherche-Midi, pestati con pugni e calci, con manganelli e il calcio dei fucili. Vengono fatti passare tra due ali di soldati ubriachi. Alcuni vengono sbattuti contro un muro, puntati da un plotone di esecuzione nel cortile della prigione di Cherche-Midi.

Un generale fa irruzione nel cortile. Si è messo a picchiare i soldati, insultandoli «ubriachi, banda di ubriachi». E vedendo gli studenti, si è indignato, esclamando «ma sono dei bambini!». Questi giovani saranno trattenuti in carcere per tre settimane, prima di essere rilasciati.
Solamente sabato 16 novembre la radio e la stampa hanno dato la notizia che «queste manifestazioni hanno richiesto l’intervento del servizio d’ordine delle autorità di occupazione». Ma la notizia della manifestazione si è propagata per tutta la Francia, suscitando un’ondata di emozioni. Non viene prestata alcuna attenzione al comunicato del Kommandantur. Genera indignazione il testo del documento del vice presidente del Consiglio - Pierre Laval – dal titolo «La verità sugli incidenti dell’11 novembre», in cui si dice «quattro persone sono state leggermente ferite, nessuno è stato ucciso».
Non si conosce l’esatto numero delle vittime, ma vista l’importanza dell’avvenimento, vengono presi provvedimenti da parte del governo di Vichy e dalle autorità di occupazione. Viene decretata la chiusura dell’Università di Parigi e degli istituti universitari della capitale. Gli studenti iscritti ai corsi dovranno, ogni giorno, recarsi a firmare presso il commissariato del loro quartiere.
Il rettore Roussy è revocato e sostituito dallo storico Jérome Carcopino, che riscuote la fiducia del potere di Vichy. La ripresa dei corsi viene fissata per il 20 dicembre, quando le vacanze di fine anno incominciano ... il 21.
Le trasmissioni di France Libre, dai microfoni delle BBC da Londra, ripetono: «Dietro questa folla coraggiosa, gli uomini di Vichy sentono che c’è tutto un paese che si rivolta ... ».
Bibliografia:
Max Gallo, 1940 de l’abîme à l’espérance, XO Éditions, 2010
La Grande Guerra: una guerra totale
1918 – 2024. A 106 anni dalla fine della “Grande Guerra” , riportiamo alcune considerazioni di Marcello Flores sulla prima Guerra mondiale, tratte dal suo libro “Il genocidio degli Armeni”.
La “Grande Guerra” è la prima guerra “totale”, che anticipa, prefigura e apre la strada alle violenze più drammatiche dell'intero XX secolo.
Quando la guerra del 1914 non riuscì a produrre rapidamente un risultato, quando diventò una forma di guerra d'assedio tra potenze industriali i cui domini si estendevano da un capo all'altro del pianeta, questa si trasformò in un altro tipo di guerra, più grande, più letale e più corrosiva di qualsiasi conflitto precedente. È a questa nuova tipologia di guerra che si applica propriamente l’etichetta di «guerra totale».
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C’è larga convergenza tra gli storici, ormai, sul carattere di cesura epocale rappresentata dalla prima guerra mondiale.
In poco più quattro anni muoiono nove milioni di persone, quasi tutte fra i venti e i trent'anni, tanto che si darà il nome di «generazione perduta» ai giovani nati nell'ultimo decennio dell'Ottocento e che erano entrati nell'adolescenza mentre il mondo festeggiava con fiducia l'ingresso nel XX secolo.
È un risultato che nessuno, neppure i più pessimisti, aveva minimamente ipotizzato, mentre era largamente diffusa, in entrambi gli schieramenti, la convinzione che il conflitto sarebbe stato breve.
Le intere economie dei paesi in guerra si piegano alle necessità militari, la mobilitazione della società perché partecipi allo sforzo bellico è continua e si cerca di ottenerla con la forza della propaganda e dell'infiammazione patriottica o, quando entrambe si dimostrano inefficaci, con irreggimentazione e la disciplina coatta, la limitazione delle libertà e la minaccia della repressione.
Se questo avviene nelle democrazie più evolute - dove ogni principio, interesse, istituzione sono subordinati al «valore» dell’efficacia bellica -la situazione negli Stati autocratici o semidittatoriali è ancora più drammatica, in modo particolare e tragico per le minoranze nazionali, considerate in blocco inaffidabili e pericolose.
Il ruolo e il peso dei militari nelle decisioni politiche si accompagna alla creazione di un clima plumbeo nell'intera vita sociale e culturale. L'amor di patria si presenta spesso con caratteristiche del sacrificio convinto e accettato delle proprie e altrui libertà.
Siamo di fronte, come è stato ripetuto più volte e come è orma quasi diventato un luogo comune che non suscita particolare emozione, alla prima guerra “totale”, che anticipa, prefigura e apre la strada alle violenze più drammatiche dell'intero XX secolo.
È l’intreccio della produzione industriale con la società di massa a generare un nuovo tipo di guerra, anche se la guerra totale non è mai letteralmente totale. È «totalizzante» nel senso che, quanto più si prolunga, tanto più cresce l'ammontare delle risorse umane e materiali inesorabilmente inghiottite nel suo vortice.
Quando la guerra del 1914 non riuscì a produrre rapidamente un risultato, quando diventò una forma di guerra d'assedio tra potenze industriali i cui domini si estendevano da un capo all'altro del pianeta, questa si trasformò in un altro tipo di guerra, più grande, più letale e più corrosiva di qualsiasi conflitto precedente. È a questa nuova tipologia di guerra che si applica propriamente l’etichetta di «guerra totale».
Il primo anno di guerra si dimostra il più costoso, in termini di vite umane e di battaglie sanguinose, perché entrambi gli schieramenti sono ancora convinti della possibilità di vincere rapidamente il conflitto.
Le regole di guerra, che pure in passato non avevano certo impedito spargimento di sangue e inutili carneficine, sembrano cambiate per sempre.
Il fatto che circa la metà degli uomini tra i diciotto e i quarantanove anni fosse coinvolta nella guerra e che la mobilitazione raggiungesse l'80 per cento di quella fascia l'età - il cuore pulsante e produttivo di ogni nazione - spiega adeguatamente il sentimento di novità - speranza prima e paura dopo - che accompagna il conflitto.
La percentuale dei morti, al termine, fu ancora più impressionante. Più di un serbo su tre che aveva indossato l'uniforme venne ucciso, e per bulgari, rumeni e turchi la percentuale fu di uno su quattro, per tedeschi e francesi di uno su sei e per gli italiani e per gli inglesi di uno su otto.
L'ingresso in questo che si sarebbe dimostrato un massacro collettivo fu accompagnato all'inizio da una mobilitazione in gran parte spontanea ed entusiasta. La volontà bellica degli alti comandi e di non pochi politici fu rafforzata dalla spinta dal basso che ebbe la partecipazione alla guerra, l'entusiasmo patriottico per entrarci, il disprezzo e l'oltraggio per chiunque mostrasse qualche ragionevole dubbio o auspicasse la pace o la neutralità.
Il processo di demonizzazione del nemico, che costituisce uno degli aspetti salienti della guerra mondiale, rende particolarmente virulento il concreto scatenamento di quell' educazione all'odio che i diversi nazionalismi stavano diffondendo da anni in ogni paese.
È la guerra che crea le condizioni perché un sentimento come l’odio nazionale, etnico e razziale - più o meno presente ad ogni latitudine - possa trasformarsi in massacri e crimini di guerra e sia capace di innalzare oltre misura il livello di tolleranza alla violenza delle popolazioni coinvolte.
Nel contesto del conflitto ogni gruppo nazionale o etnico si sente - ed è realmente, visto che la guerra coinvolge e sconvolge tutti - vittima, ed è incapace di guardare alla realtà altrimenti che con il filtro del nazionalismo, del proprio interesse collettivo o della propria paura.
Bibliografia:
Marcello Flores – Il genocidio degli Armeni – Società Editrice il Mulino
La crisi del 1929
Il 24 ottobre 1929, i titoli della Borsa di New York crollano, provocando un crac che è il più doloroso della storia.
Il “martedì nero”
Dovuta ad una speculazione sfrenata, l’aumento dei titoli accelera dal 1927. Culmina il 19 settembre 1929 e s’innesca una svolta il 3 ottobre. Le transazioni quotidiane di Borsa sono in media circa 4 milioni di titoli, mentre il 24 ottobre sono venduti 13 milioni di titoli. L’intervento immediato delle grandi banche limita tuttavia il ribasso dei titoli, ma il sogno di un arricchimento illimitato si allontana. Lo choc decisivo avrà luogo il “martedì nero” il 29 ottobre: 16 milioni di titoli sono venduti e i titoli affondano; l’eccessiva fiducia derivante dalla prosperità del dopoguerra è sostituita da un’ondata di panico che fa piombare l’America nel pessimismo.
«Come guadagnare un milione di dollari alla Borsa di New York? Semplice, è sufficiente investirne due!».

Questa battuta circola dopo il crollo del mercato dei titoli il 24 e il 29 ottobre 1929, ma gli Americani non sono in vena di ridere. Ancora i più ottimisti, come il loro Presidente repubblicano Hoover, credono che si tratti di una semplice recessione e che “la prosperità si trovi dietro l’angolo“. Al contrario, il crollo della Borsa provoca una crisi senza precedenti, con una serie di effetti domino: fallimento di molte banche, diminuzione dei consumi, difficoltà alle industrie, disoccupazione, che a sua volta, alimenta la depressione, riducendo in modo catastrofico i redditi di milioni di potenziali investitori. Peggio, l’onda di choc, nata negli Stati Uniti, si propaga dappertutto dove gli investitori americani avevano piazzato i fondi brutalmente ritirati. La Grande Depressione rivela così la complessità del moderno capitalismo internazionale.
Il 29 ottobre 1929, detto il “martedì nero“ il panico si impadronisce della Borsa di New York e 13 milioni di titoli cambiano di mano. Cinque giorni dopo, il crollo è confermato dalla vendita di 6 milioni di titoli. Gli Stati Uniti cadono nella crisi trascinando il mondo con loro.
Il New York Times dedica la sua prima pagina della sua edizione del 30 ottobre 1929 al crollo nazionale: il rialzo speculativo delle quotazioni che avviene tra il 1926 e il 1929 è annullato in cinque giorni. Benché non tocchi più di un milione di Americani (su una popolazione di 123 milioni), il crollo borsistico ha un impatto considerevole sul piano psicologico. La crescita cieca in un avvenire economico radioso è spazzata via.
L’America sotto choc
Molto rapidamente la recessione tocca il sistema bancario; il ritiro massiccio effettuato dai risparmiatori fa fallire 640 banche nel 1929. L’anno seguente 1300 e più di 2200 nel 1931. Questa brutale paralisi del credito blocca tutti gli investimenti e frena i consumi. La caduta delle vendite accresce gli stock e fa crollare i prezzi: diversi industriali sono rovinati. Dal 1929 al 1932, la produzione americana diminuisce del 46 per cento.
La chiusura delle industrie provoca un tasso di disoccupazione fino ad allora sconosciuto. Il 3% degli attivi nel 1929, il 24% nel 1932.
I colletti blu, - gli operai – per primi, poi i colletti bianchi – gli impiegati e i quadri delle classi medie – perdono il lavoro. Non beneficiando di alcun aiuto piombano nella miseria. Non sono i soli.
Le quotazioni agricole si abbassano della metà durante lo stesso periodo; gli agricoltori, incapaci di pagare i loro debiti, emigrano in California.
Lo choc sociale si ripercuote sulla vita politica: la distruzione delle derrate deperibili, quando milioni di persone soffrono la fame, la nascita di bidonville, ribattezzate “hoverville” dove abitano famiglie una volta agiate, incitano gli elettori a respingere i discorsi del presidente repubblicano, il cui indefettibile ottimismo sembrava molto inadatto alla gravità della situazione.
Nel novembre 1932, Hover cede il posto al democratico Franklin Delano Roosevelt. Contrario ad idee preconcette, questi non ha dei programmi ben definiti né soluzioni miracolose per ristabilire la situazione, ma si impegna tuttavia – questa è un’innovazione – a far intervenire lo Stato nella vita economica.
La depressione del mercato americano tocca rapidamente il Giappone e l’America latina; le loro esportazioni crollano e sono costretti a stabilire un controllo sui cambi a partire dal 1930.
Nello stesso anno il marasma arriva nell’Europa centrale. Il ritiro massiccio dei capitali americani provoca il fallimento di numerose banche che avevano spesso investito a lungo termine le somme di denaro a loro disposizione.
Anche se Hover aveva proposto, per la durata di un anno, la moratoria della riparazione dei danni di guerra dovuti dalla Germania, tuttavia la Germania mise ugualmente, nel luglio 1931, il controllo dei cambi, quando ormai l’orizzonte politico è oscurato dall’accresciuto seguito dei partiti estremisti.
Due mesi più tardi, vista la rapida riduzione della giacenza di oro nelle sue casse, il Regno Unito sospende la convertibilità della lira sterlina, che perde quasi il 30% del suo valore. Quaranta paesi seguono questa svalutazione e formano la “zona sterling”; i prodotti britannici diventano così più competitivi, ma la crisi si estende in tutta l’Europa occidentale e ai suoi fornitori africani o asiatici. Solo l’Unione Sovietica sembra sfuggire al disastro: la collettivizzazione nelle campagne è in pieno sviluppo, la pianificazione industriale ed agricola è esaltata dalla propaganda staliniana, che vuole dimostrare, per mezzo delle statistiche, la superiorità del sistema comunista su un capitalismo senza scampo.
La produzione industriale del globo conosce una diminuzione eccezionale: nel 1929, 120 milioni di tonnellate di acciaio escono dagli altoforni, contro i 50 milioni di tre anni dopo. Le industrie dei beni di consumo sono colpite di riflesso. 1,9 milioni i veicoli fabbricati nel 1932 contro i 6,3 milioni nel 1929.
La disoccupazione esplode; il numero dei disoccupati nei paesi industrializzati è valutato sui 30 milioni nel 1932, di cui 12 milioni di Americani (il 24% della popolazione attiva) e più di 6 milioni di Tedeschi il 17% della popolazione attiva).
Ad eccezione della Gran Bretagna, dove dal 1908 è stato introdotto un sussidio di disoccupazione, gli aiuti ufficiali sono pressoché inesistenti; gli altri paesi sopperiscono come possono alla miseria improvvisa. Molti disoccupati sono costretti a mendicare e sopravvivono unicamente grazie alle mense popolari e ai dormitori.
Una superproduzione agricola fa cadere le quotazioni di oltre la metà o più; ciò spinge a distruggere le scorte con grande scandalo per chi soffre la fame: i Brasiliani utilizzano il caffè invenduto come combustibile per le locomotive a vapore.
Una parte della società trae profitto dagli sconvolgimenti economici: così i risparmiatori vedono aumentare il loro potere d’acquisto man mano che i prezzi diminuiscono; i proprietari di terreni o di immobili beneficiano di un aumento reale delle rendite. Il periodo è nello stesso tempo favorevole a chi conserva il proprio lavoro poiché i salari diminuiscono meno rapidamente dei prezzi. Ma queste disuguaglianze attirano la collera contro i governanti: i regimi parlamentari sono minacciati dal sorgere di movimenti estremisti (partito nazista e comunista in Germania), formazioni di tipo fascista in Europa centrale, leghe in Francia.
Per gli economisti liberali il solo modo di favorire la ripresa è di risanare l’economia con dei rimedi classici: riduzione delle spese pubbliche per ristabilire l’equilibrio del bilancio, la difesa della parità monetaria accompagnata da una diminuzione dei prezzi e dei salari per rilanciare le esportazioni (deflazione).
La deflazione è combattuta con vigore da un economista inglese, John Keynes, autore della “Teoria generale del lavoro, dell’interesse e della moneta”. Apparsa nel 1936, quest’opera attribuisce la crisi ad una insufficienza della domanda. I disoccupati sono costretti a consumare meno, questo aggrava le difficoltà dell’industria. Per uscire da questo circolo vizioso, lo Stato ha un ruolo fondamentale da giocare, con il ricorso sistematico al deficit di bilancio, alla diminuzione del tasso d’interesse e, se necessario alla svalutazione.
Conosciute dopo la loro pubblicazione, le idee di Keynes ispirano in parte le politiche economiche delle democrazie: nel 1934 Roosevelt svaluta il dollaro, instaura un deficit di bilancio e mette in moto una politica di grandi lavori pubblici per assorbire la disoccupazione.
La risposta migliore alle difficoltà del momento sembra venire dalle dittature, che basano il rilancio sul riarmo, sull’esclusione dal mondo del lavoro delle donne e sull’autarchia.
Dei successi spettacolari, amplificati dalla propaganda, rasentano dei fallimenti lampanti: l’industria tedesca del 1936 supera quella del 1929, ma l’agricoltura non è autosufficiente. La massa dei disoccupati è quasi interamente riassorbita, tuttavia il Paese è sottomesso al terrore, mentre il riarmo indica la volontà dei dirigenti di conquistare uno “spazio vitale” con la forza.
Le scelte dell’Italia di Mussolini vanno in questa direzione: lo Stato controlla un’ulteriore parte dell’economia, esalta l’autarchia, procede alla bonifica delle terre per uso agricolo, come la celebre “battaglia del grano”. La conquista dell’Etiopia è conclusa nel 1935 e 1936; in quest’occasione, l’avversione inglese e l’indecisione francese creano delle ostilità con le democrazie occidentali e spingono così il Duce nelle braccia di Hitler.
La dittatura militare giapponese impone dal 1931 un protettorato sulla Manciuria, ricca di minerali, prima di attaccare la Cina nel 1937. La ripresa economica del Giappone, favorita dalla caduta dello yen, si orienta verso le industrie strategiche.
L’arretramento generale delle economie suscita delle guerre commerciali e monetarie che non migliorano le relazioni internazionali. Dal 1930 gli Stati Uniti aumentano i loro dazi doganali più del 50%; nel 1932, la Gran Bretagna interrompe un secolo di libero scambio per il protezionismo. In base agli accordi di Ottawa, stabilisce dei rapporti di preferenza con il Commonwealth, cioè i territori dell’impero britannico.
La Francia agisce allo stesso modo con le colonie e contingenta le sue importazioni.
La Germania e l’Italia si proclamano “nazioni proletarie” e cercano di essere autosufficienti. In un tale contesto, il valore degli scambi commerciali si riduce di due terzi e il volume totale diminuisce del 30% tra il 1929 e il 1932. A tutto ciò si aggiunge una divisione delle nazioni in aree monetarie: la “zona sterling” esiste dal 1931; l’influenza del dollaro si estende al Canada e all’America latina; il marco domina tutta l’Europa centrale e fin al 1936, l’Unione latina (o “blocco oro”) raggruppa i paesi che si rifiutano di svalutare (Francia, Italia, Belgio, Svizzera, Polonia e Olanda).
Al di là dei suoi effetti destrutturanti immediati, la crisi del 1929 segna la fine del liberalismo economico, di cui i teorici non hanno saputo prevedere ne guarire i danni: molti di loro hanno voluto credere che la crisi si sarebbe assorbita spontaneamente. L’intervento regolatore dello Stato si attua in modo empirico, ben prima di essere legittimato dall’analisi di Keynes. I contemporanei assistono così all’apparizione dello Stato-previdenza: i poteri pubblici aiutano le industrie in difficoltà, combattono l’aggravarsi del disagio degli agricoltori e soccorrono i disoccupati. In modo paradossale i gravi problemi dell’economia capitalista conducono alla realizzazione di una legislazione sociale molto spinta. La crisi del 1929 ha così contribuito a mettere a punto un nuovo capitalismo che trionferà dopo il 1945, che associa la libera impresa, il ruolo in economia dello Stato e la solidarietà sociale.
La scuola italiana nell’ottobre 1922
La scuola italiana appariva, alla vigilia dell'ascesa del fascismo al potere, in preda ad una grande confusione, mentre da più parti si chiedeva un cambiamento sostanziale di tutto l'ordine scolastico ed educativo. Tanti erano i dibattiti, le proposte, ma alla fine i tentativi di riforma, ultimo quello di Benedetto Croce, ministro della Pubblica Istruzione tra il 1920 e il 1921, erano sempre falliti, per l'opposizione di questa o quell'altra forza.
Il 28 ottobre del 1922 era un sabato. Le scuole erano aperte da quasi un mese, ma in molte città italiane, Milano, Torino, Bologna, Ferrara e Roma, i giorni di effettiva lezione non erano stati molti. Le violenze fasciste nei confronti di persone e sedi dei partiti avversari e dei loro giornali, avevano consigliato i genitori, al minimo sentore di disordini, di tenere i figli a casa. In molte scuole quel 28 ottobre mancavano anche molti maestri e professori pendolari, impossibilitati a raggiungere il posto di lavoro per la quasi totale paralisi delle ferrovie.
Nella capitale si temeva, più che in ogni altra città, la guerra civile, lo scontro tra i 28 mila soldati in assetto di guerra e i 25 mila fascisti armati che stavano giungendo da ogni parte d'Italia per operare il colpo di Stato con la cosiddetta “marcia su Roma”.
Benito Mussolini, convocato dal re con un telegramma, “marciò” in treno, approfittando di uno spiraglio nello sciopero dei ferrovieri, giungendo a Roma da Milano, il 30 ottobre, in vagone letto, ghette chiare e bombetta, come da cerimoniale di Corte. Il re si era rifiutato di firmare il decreto per lo stato d'assedio. Mussolini, appena giunto a Roma, si dichiarò “fedele servitore” della monarchia. La formazione del governo fascista venne ufficialmente ratificata dal re Vittorio Emanuele III lo stesso giorno dell'arrivo di Mussolini a Roma, mentre gli squadristi fascisti imperversavano per la città distruggendo sedi di giornali e di partiti e bastonando giornalisti e deputati.
A Milano, il "Corriere della Sera" si era piegato di fronte alla minaccia di Mussolini che se il giornale fosse uscito a commentare la rivoluzione fascista avrebbe dovuto fare i conti con le sue squadracce. Era stato “autorizzato” ad uscire, invece, il giornale nemico, il socialista l’“Avanti!”, già devastato alcuni giorni prima, ma era solo una trappola: un alibi preventivo al sadico piacere di bruciarne, poi, le copie e completare la distruzione della sede del quotidiano.

Al ministero della Pubblica Istruzione venne chiamato il filosofo idealista Giovanni Gentile.
16 ottobre 1943: il "sabato nero" del ghetto di Roma
La sinagoga di Roma
Ghetto di Roma, 16 ottobre 1943: alle 5.15 del mattino le SS rastrellano 1.024 persone. Due giorni dopo, diciotto vagoni piombati partono dalla stazione Tiburtina diretti al campo di concentramento di Auschwitz: solo sedici persone faranno ritorno.
È il 16 ottobre del 1943, il "sabato nero" del ghetto di Roma. Alle 5.15 del mattino le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia e rastrellano 1024 persone, tra cui oltre 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni arriveranno al campo di concentramento di Auschwitz in territorio polacco.
Solo quindici uomini e una donna (Settimia Spizzichino) ritorneranno a casa dalla Polonia. Nessuno dei duecento bambini è mai tornato.
Documenti emersi dagli archivi americani fanno luce su una verità inquietante: il corso degli eventi poteva essere cambiato. Gli alleati sapevano dell’imminente rastrellamento, ma non fecero nulla per impedirlo.
Il 25 settembre del 1943, il tenente colonnello Herbert Kappler, capo delle SS a Roma, riceve l’ordine da Berlino di procedere al rastrellamento del Ghetto della capitale italiana. Il capitano decide però di non eseguire subito l’ordine. Insieme al console tedesco, Eitel Friedrich Moellhausen, assume sin dal principio un comportamento molto strano. I due uomini si rivolgono, all’indomani dell’ordine ricevuto da Berlino, al Feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante delle truppe tedesche in Sud Italia, che non concede immediatamente l’appoggio militare all’operazione.
L’oro di Roma
La sera stessa Kappler convoca a Villa Volkonsky, sede del comando tedesco a Roma, i massimi rappresentanti della comunità ebraica Ugo Foà, Presidente della Comunità Israelitica di Roma e Dante Almansi, Presidente della Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, per ricattarli. La richiesta è cinquanta chili d’oro in cambio della salvezza. La consegna dell'oro avviene non già a Villa Volkonsky ma a Via Tasso, e precisamente al numero 155, che non era ancora il famigerato carcere delle SS, luogo di torture e terrore che diventerà in seguito, ma formalmente “l'Ufficio di Collocamento dei Lavoratori italiani per la Germania” (è ora sede del Museo Storico della Liberazione).
Kappler non si presenta. Non vuole abbassarsi alla formalità di ricevere quell'oro che ha estorto. Si fa sostituire da un ufficiale di grado inferiore, il capitano Kurt Schutz. La pesatura viene eseguita con una bilancia della portata di 5 chili. Ogni pesata viene registrata contemporaneamente da Dante Almansi e da un ufficiale tedesco, che si trovano alle due estremità del tavolo. Alla fine dell'operazione, mentre Almansi ha segnato dieci pesate, il capitano Schutz dichiarava risentito che le pesate sono nove. Le proteste di tutti gli ebrei presenti irritano ancor di più il capitano che si oppone anche a quella che era la via più semplice per sciogliere ogni dubbio, cioè ripetere l'operazione. Finalmente, di fronte alle vive insistenze da parte ebraica, il capitano Schutz dà l'ordine di ripetere le pesate. I chili sono 50.

La retata
La comunità non è, ovviamente, al corrente dell’accordo che i due hanno già fatto con Kesserling. Non può sapere che già è stato deciso di non portare avanti l’ordine di Berlino, almeno fino a quel momento. Kappler mente a tutti, mentirà anche durante il processo a suo carico. La città e il Vaticano si mobilitano per aiutare gli ebrei, l’oro è consegnato nei tempi prestabiliti e la comunità si sente finalmente al sicuro. Ma ai primi di ottobre il governo tedesco invia a Roma il Capitano delle SS Theo Dannecker per procedere alla deportazione e velocizzare i tempi. Dannecker è un “esperto” di fiducia di Eichmann che aveva dato il via ai rastrellamenti di Parigi. Grazie ai documenti ritrovati negli archivi degli Stati Uniti, si scopre ora che Kappler e Moellhausen temevano la reazione dei carabinieri se si fosse proceduto al rastrellamento. Ma a Dannecker questo aspetto non spaventa e organizza la retata. Oggi, però, sempre grazie ai documenti segreti, si scopre che milleduecento persone avrebbero ancora potuto salvarsi, anche dopo l’intervento di Dannecker: gli americani erano entrati in possesso di una trasmittente che decifrava i messaggi nazisti. Per quale motivo allora non alzarono un dito per fermare la strage? E Pio XII perché si limitò solo a protestare? Il Papa, in realtà, era sottoposto ad un tacito ricatto: più di 800mila ebrei si erano rifugiati nelle chiese e nei conventi di tutta Europa, in gran parte occupata dai nazisti.
Cosa ne fu allora degli ebrei del ghetto di Roma? Abbandonati al loro destino, non ebbero più scampo. Dal Collegio Militare su Via della Lungara furono tradotti alla stazione Tiburtina, e da lì ad Auschwitz.

Il rapporto di Kappler sulla deportazione degli ebrei romani

Quei duemila carabinieri deportati dalla Capitale
Sono migliaia i carabinieri che hanno combattuto nelle file della Resistenza o sono morti nei campi di prigionia,dopo aver rifiutato l’adesione alla repubblica di Mussolini. Di loro si è sempre parlato troppo poco, anche se si trovano carabinieri in tutte le grandi formazioni partigiane in Italia e all’estero. Come non si ricordano mai abbastanza i carabinieri che presero parte alle Quattro giornate di Napoli o i giovani “allievi” che a Porta San Paolo, a Roma, con i soldati e la popolazione, opposero una eroica resistenza armata all’invasione nazista della Capitale. E come non ricordare Salvo D’Acquisto, gli eroici carabinieri di Fiesole (Firenze) massacrati dai fascisti e dai nazisti, o gli ufficiali e militari uccisi alle Ardeatine?
C’è un episodio poco noto, ma dolorosissimo, che si svolse a Roma, durante l’occupazione nazista: la deportazione di oltre duemila carabinieri poi trasferiti nei lager e sottoposti, come al solito, ad ogni tipo di tortura, alla fame, al freddo per poi finire nelle camere a gas.
La studiosa e storica Anna Maria Casavola ha condotto una straordinaria inchiesta su quella deportazione dei carabinieri e ne ha ricavato un bel libro dal titolo: 7 ottobre 1943 - La deportazione dei carabinieri romani nei lager nazisti (Edizioni Studium, Roma).
Abbiamo ripreso dal volume, autorizzati gentilmente da Anna Maria Casavola, che ringraziamo, il racconto del viaggio dei carabinieri verso la prigionia e alcune terribili testimonianze.
LA DEPORTAZIONE RIMOSSA
Il libro di Anna Maria Casavola fa finalmente luce sull'internamento da Roma dei Carabinieri catturati dai nazisti con l'acquiescenza delle autorità fasciste
Per 60 anni gli archivi storici dell'Arma dei Carabinieri hanno gelosamente custodito in silenzio la memoria del concentramento e della cattura di circa 2.500 Carabinieri presenti a Roma e della loro deportazione nei campi di internamento militare il 7 ottobre 1943, nove giorni prima della razzia nel Ghetto di Roma e della deportazione di 1.024 ebrei. Essi costituivano un patrimonio di forza addestrata, di conoscenza investigativa e di capacità organizzativa di uomini che, per la loro lealtà istituzionale, non apparivano affidabili agli occupanti nazisti e ai loro collaborazionisti della RSI. Un potenziale che, affiancato alla Resistenza - armata e non - del Fronte militare clandestino e dei partiti interni ed esterni al Comitato di Liberazione Nazionale, avrebbe reso difficilmente controllabile la Capitale.
Grazie all'accesso a documenti non più secretati di archivi militari italiani, tedeschi ed alleati e, soprattutto, a diari e testimonianze dirette di giovani allievi e maturi sottufficiali, ufficiali di carriera e militari volontari, il volume segue la vicenda da prima della cattura all'estenuante viaggio su carri ferroviari, all'internamento nei Lagere indaga sulle ragioni del rifiuto che - al pari degli altri 600.000 militari italiani - anche i Carabinieri provenienti da Roma (ma originari di ogni parte d'Italia) opposero alle lusinghe di chi li allettava ad arruolarsi nella RSI e ad entrare a far parte della Guardia Nazionale Repubblicana, di fatto sottoponendosi all'inquadramento e agli ordini della Milizia fascista e scegliendo di reprimere la rivolta di altri italiani contro l'occupante nazista.
L'occasione e la ricchezza documentaria delle testimonianze raccolte ha offerto all’Autrice la possibilità di affrontare anche altri aspetti della partecipazione dei Carabinieri alla Resistenza, fatto corale e non di singoli. Nuova e sorprendente luce, infine, viene fatta anche sulla liberazione di Mussolini dalla custodia di Campo Imperatore.
Marzabotto 1944 2024
Berlino 27 settembre 2024: "Sono grato che, subito dopo la visita di Stato del presidente Mattarella, andremo insieme a Marzabotto per partecipare alle commemorazioni. Ottanta anni fa, reparti delle SS trucidarono centinaia di civili":
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lo ha detto il presidente tedesco, Frank-Walter Steinmeier, nella conferenza stampa tenuta oggi a Berlino con il presidente della Repubblica. Steinmeier ha rimarcato che "il massacro di Marzabotto e altri massacri compiuti in Italia hanno lasciato profonde ferite". "Sono pieno di umiltà nel poter partecipare alla commemorazione delle vittime dei crimini commessi a Marzabotto. E sono grato che ci sia un fondo italiano-tedesco per il futuro (*), che segue molti progetti di elaborazione del nostro passato comune. Un fondo che contribuisce in modo importante, perché ci sia conoscenza del passato da parte dei giovani", ha aggiunto.
Marzabotto Domenica 29 settembre 2024
I due presidenti insieme a Monte Sole per l'ottantesimo anniversario della strage di Marzabotto: note del 'Silenzio' e la deposizione di una corona in memoria dei caduti nella strage, adagiata tra i ruderi della chiesetta di San Martino a Monte Sole. E' iniziata così la visita del presidente della Repubblica italiana e di quello della Repubblica federale tedesca, Sergio Mattarella e Frank-Walter Steinmeier sull'Appennino bolognese, in occasione delle celebrazioni ufficiali, a Marzabotto, dell'80/o anniversario della strage compiuta dalle truppe naziste guidate dal maggiore Walter Reder tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 e che causò la morte di 770 civili tra cui donne, bambini e anziani nei territori tra i comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno.
dal discorso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella:
"Siamo qui - afferma Mattarella - per chinare insieme il capo davanti a tante vite crudelmente spezzate, per riempire con i sentimenti più intensi di solidarietà quelle voragini che la disumana ferocia nazifascista ha aperto in queste terre, in queste comunità.
Siamo qui per ricordare, perché la memoria richiama responsabilità. Nella Seconda guerra mondiale si toccò il fondo dell'abisso. La barbarie, la cancellazione di ogni dignità umana. Vorrei rammentarlo molto consapevolmente anche perché viviamo un momento in cui anche nel mio Paese assistiamo a una recrudescenza delle forze nazionaliste e di estrema destra. Forze che intendono indebolire o minare la democrazia - proprio nel mio Paese. Questo mi preoccupa. Ma mi dà anche determinazione".
dal discorso del presidente della Repubblica federale tedesca Frank-Walter Steinmeier:
"Le parole in questo luogo - afferma il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier - si fanno piccole. Non bastano per descrivere quanto accadde qui a Monte Sole ottanta anni fa. Così tanta crudeltà. Così tanta sofferenza. Così tanto dolore. Così tante persone la cui vita venne qui annientata".
"Cari familiari, cari discendenti, che io possa parlare qui oggi è possibile solo perché Voi tutti avete concesso a noi tedeschi la riconciliazione. Che preziosissimo dono! Questa riconciliazione la vivete molto concretamente qui a Marzabotto e nei comuni limitrofi. Nella Vostra Scuola di Pace, in stretto scambio con giovani tedeschi, nel gemellaggio con Brema-Vegesack e nella sua Scuola Internazionale di Pace".
"Siamo qui oggi uniti nel dolore, ma anche in profonda amicizia. Fivizzano, Marzabotto, le Fosse Ardeatine, Sant'Anna di Stazzema, Civitella, in tutte queste località le truppe naziste perpetrarono crimini disumani in Italia, accecate dall'odio e dal fanatismo. Questi luoghi ne rappresentano tanti altri meno noti, che soprattutto in Germania sono quasi sconosciuti. Anche per questo sono qui oggi. Cari ospiti, oggi sono qui davanti a Voi come Presidente Federale tedesco e provo solo dolore e vergogna. Mi inchino dinnanzi ai morti. A nome del mio Paese oggi Vi chiedo perdono".
Al termine delle parole del presidente tedesco e della commemorazione, la banda municipale ha fatto partire le note di 'Bella Ciao'.
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Anpi: La strage nazifascista di Marzabotto memoria dell'Italia intera
"Oggi, 80 anni fa la strage nazista, con l'attiva collaborazione dei fascisti, a Monte Sole, nei territori di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno: 770 vittime. La più efferata d'Europa nel corso della seconda guerra mondiale. Oggi questa memoria è dell'Italia intera, la storia oggi interroga tutte le coscienze, chiede vigilanza, partecipazione democratica, senso di responsabilità per il presente e il futuro. Il nazi-fascismo ha distrutto milioni di vite, calpestato i diritti umani, criminalizzato, torturato e insanguinato il dissenso, segnato vergognosamente il mondo. E allora, mai più. Tutti con e per la Costituzione, faro e guida di civiltà, democrazia, diritti. Antifascismo, in una parola".
Lo affermano in una nota il presidente nazionale dell'Anpi, Gianfranco Pagliarulo, e quella di Bologna, Anna Cocchi
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(*) Con il Fondo italo-tedesco per il Futuro viene finanziato l'Albo degli IMI Caduti dove ricercatori italiani e tedeschi hanno registrato tutti gli IMI che morirono nei campi tedeschi tra il 1943 e il 1945.
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La Commissione storica italo-tedesca era stata istituita nel 2008 in occasione del Vertice bilaterale tenutosi a Trieste, con il mandato di un approfondimento comune sul passato di guerra italo-tedesco. Nel dicembre 2012 è stato pubblicato il Rapporto finale della commissione, che esamina in particolare anche il destino degli ex internati militari italiani, e che contiene tra l’altro concrete raccomandazioni per la costruzione di una comune cultura della memoria.
Per mettere in pratica le raccomandazioni il Governo Federale ha stanziato un Fondo italo-tedesco per il Futuro per finanziare progetti. Questi progetti vengono scelti in stretta collaborazione con il Ministero italiano degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Sulla pagina, a cui si accede dal seguente link, sono presentati i progetti e altre iniziative.
vedi: Cultura della memoria - Ministero Federale degli Affari Esteri (diplo.de)
Le Quattro Giornate di Napoli (27 – 28 – 29- 30 settembre 1943)
Un’insurrezione “spontanea”
La situazione del Mezzogiorno nelle tragiche giornate dell'autunno è la situazione della parte d'Italia su cui la guerra, l'urto fra i due opposti eserciti grava con tutto il suo peso aggiungendo lutti a lutti, rovina a rovina.
Tutto il peso della lotta si concentra nella Campania, e Napoli si trova al centro della formidabile pressione.

Il 12 settembre il colonnello tedesco Scholl assume il« comando assoluto» con un proclama in cui impone lo stato d'assedio, il coprifuoco e la consegna delle armi.
I nazisti a Napoli saccheggiano, distruggono: la loro furia, che travolge soldati sbandati, e cittadini inermi, raggiunge il culmine nell'incendio della Università. Gli edifici vengono invasi e dati alle fiamme, la popolazione rastrellata per le vie è costretta ad assistete in ginocchio all'esecuzione di un marinaio sulla soglia dell'Università; una lunga colonna di deportati viene avviata verso Aversa, quattordici carabinieri, rei d'aver resistito al palazzo delle Poste, vengono fucilati nel corso della tragica marcia. È dall'Università che s'inizia la distruzione metodica della città che secondo gli ordini di Hitler avrebbe dovuto essere ridotta « in fango e cenere»; e la scelta del punto di partenza del piano terroristico non è, probabilmente, casuale: era infatti nello stesso Ateneo che dopo il 2 luglio avevano risuonato più alte le parole della libertà, come nel proclama del l° settembre con cui il rettore magnifico Adolfo Omodeo ricordava ai giovani che ,«i loro maestri erano della generazione del Carso e del Piave e comprendevano il loro affanno». S'inizia poi la sistematica distruzione delle zone industriali, del grande stabilimento ILVA di Bagnoli, mentre tutta la città è messa a sacco.
Napoli è ridotta alla disperazione per le condizioni selvagge in cui è stata ridotta Napoli, priva di cibo e d'acqua, sgombrata a viva forza e distrutta nei quartieri verso il porto (nello spazio di ventiquattro ore, dal 23 al 24 settembre, oltre 200000 persone restarono senza tetto).
Un antefatto delle Quattro Giornate di Napoli: l'abbandono da parte dei nazisti delle caserme e dei depositi militari contenenti ancora piccole quantità di armi e munizioni. Probabilmente i tedeschi ritennero che il suddetto materiale bellico non avesse importanza, né sarebbe stato utilizzato dalla popolazione contro di loro dopo gli infiniti esempi di terrore, dopo la deportazione di ottomila giovani come misura di rappresaglia per il mancato rispetto del bando Scholl.
Nella notte tra il 27 e il 28 settembre la popolazione si alternò in un incessante via vai fra le caserme e le abitazioni, le donne in cerca di viveri e d'indumenti, gli uomini in cerca d'armi e munizioni.

Molte armi erano state già nascoste e conservate gelosamente nei giorni dell'armistizio: ora la determinazione di usarle, di cercare dovunque nuove scorte di esse, di scendere finalmente ,«in istrada» era sbocciata improvvisa come l'unica possibile. Il popolo aveva« fatto la sua scelta», ma in senso opposto a quello richiesto dal proclama fascista. Già nel pomeriggio e nella sera del 27, sollecitati, sembra, dalla falsa notizia dell'arrivo degli Inglesi a Pozzuoli e a Bagnoli, si erano avuti i primi rapidi scontri, le prime scaramucce in più punti della città, episodi in apparenza casuali, certamente non collegati l'uno con l'altro (un gruppo di cittadini che reagisce al saccheggio della Rinascente, un altro gruppo che liberò a piazza Dante dei giovani razziati, due guastatori tedeschi inseguiti a furia di popolo al Vomero), ma altrettanto certamente rivelatori d'uno stato d'animo ormai comune.

All'alba del 28 settembre la rivolta esplose fulminea al Vomero e da Chiaia a piazza Nazionale. Non vi furono collegamenti fra un centro e l'altro dell'incendio, ma l'insurrezione cominciò ad ardere in decine di punti diversi.
Il 28 settembre è la giornata dell'ardimento popolare sfrenato e travolgente: Tra le decine e decine di combattimenti, tanti giovinetti.

Il dodicenne Gennaro Capuozzo funziona da servente a una mitragliatrice in via Santa Teresa presa sotto il fuoco di carri armati tedeschi, finché cade sfracellato, colpito in pieno da una granata sul posto di combattimento.
Filippo Illuminato e Pasquale Formisano, l'uno di tredici, l'altro di diciassette anni corrono incontro a due autoblinde che da via Chiaia cercano d'imboccare via Roma.« Lo scontro fu assai breve, ma impressionante; vi fu chi vide i due intrepidi giovanetti avanzare decisamente sotto le impetuose raffiche di mitragliatrice fino a quando caddero esanimi a pochi passi dalle autoblinde, nell'atto di scagliare ancora una bomba ».
Tutto si è svolto senza un piano, senza collegamenti fra i vari quartieri o gruppi d'insorti anche se talvolta l'azione degli uni ha contribuito al successo di quella degli altri. Esempio maggiore di questa naturale confluenza degli sforzi insurrezionali l'azione svolta da un gruppo di patrioti che a Moiarello di Capodimonte s'impossessano di una batteria da 37/54 e riescono a bloccare per tutta la giornata il tentativo di una colonna di carri Tigre e di autoblinde tedesche di scendere da Capodichino sulla città; probabilmente, se quel tentativo fosse riuscito, la lotta popolare avrebbe avuto un corso diverso o comunque più sfavorevole e cruento.
La rivolta popolare comincia ad organizzarsi, a individuare alcuni obiettivi da conseguire nella ininterrotta ondata del combattimento a viso aperto. Sorge la prima barricata a piazza Nazionale, vengono costituite postazioni d'arme presso il Museo, si chiarisce l'indirizzo principale sorto spontaneamente: impedire che il tedesco attraversi la città verso nord nel corso del ripiegamento e gettare cosi il disordine e il panico nelle sue truppe incalzate da vicino dagli alleati.
Nel corso della battaglia si determina un obiettivo principale: la conquista del « centro» del quartiere costringendo i tedeschi a ripiegare da via Luca Giordano che lo attraversa diagonalmente. L'attacco viene eseguito a squadre e a balzi successivi come in una manovra di guerra regolare. Poi, dopo la furia popolare, anche la furia degli elementi si abbatte sul Vomero: un violento uragano fa sospendere le operazioni e nella notte il nemico perlustra le strade alla caccia degli insorti dileguatisi con le prime ombre.
Il 29 segna il culmine dell'insurrezione napoletana e, mentre prosegue il generoso afflusso dei giovani e degli adolescenti fra le file degli insorti (muore sotto il fuoco d'un'autoblinda il non ancora ventenne Mario Menichini), affiorano i primi elementi organizzativi. Al Vomero si costituisce il Comando partigiano per iniziativa di Antonino Tarsia. In ogni rione emerge nel corso della lotta una figura di «capo-popolo» intorno a cui gravitano i gruppi degli insorti: a Chiaia si fa luce Stefano Fadda, Ezio Murolo in piazza Dante, Aurelio Spoto a Capodimonte. Ovunque gli scontri diventano più intensi e persistenti: nel solo settore Vincenzo Cuoco i patrioti perdono 12 morti e 32 feriti.
A Capodimonte è strenuamente difeso dai partigiani del rione l'unico serbatoio rimasto intatto dall'immane distruzione ed assicurato, in seguito al successo dell'azione, il rifornimento dell'acqua potabile ad alcuni rioni ancora per due o tre giorni.
L'episodio risolutivo si verifica infine al Vomero: il comandante del presidio maggiore Sakau chiede di trattare la resa. Accompagnato con bandiera bianca presso il Comando superiore germanico al Corso, lo Scholl, edotto della situazione, è costretto ad ordinare l'evacuazione del campo sportivo e la restituzione dei 47 ostaggi detenutivi, purché i partigiani garantiscano l'immunità al presidio tedesco. È, in sostanza, una capitolazione, la più grave umiliazione per lo Scholl che aveva creduto d'imporre il suo dominio alla città e che ora chiede salva la vita per i suoi soldati a un gruppo di « straccioni» ribelli.
Il 30, pur essendo stata evacuata in massima parte la città dai tedeschi, continuano i combattimenti. Il nemico si lascia dietro la lugubre scia delle rappresaglie: gruppi di guastatori tedeschi, attardatisi nella ritirata, massacrano alcuni giovani in località Trombino. Alla Pigna, nella masseria Pezzalunga, s'ingaggia l'ultimo combattimento delle Quattro Giornate, con violenti corpo a corpo fra i patrioti e i tedeschi, mentre nella città risuonano ancora le fucilate in via Duomo, via Settembrini, piazza San Francesco. Ancora il l° ottobre i tedeschi attuano l'ultima rappresaglia e aprono un violento fuoco sulla città con un gruppo di bombarde piazzate nel bosco di Capodimonte, portando lo sterminio fra la popolazione sino quasi a mezzogiorno: un'ora prima dell'entrata dei primi carri armati angloamericani nella città liberata.
Costretti alla fuga i nazisti sfogano la rabbia per il colpo ricevuto: distruggono le più preziose memorie di quel popolo che non ha piegato la testa sotto i suoi ordini, consumando un’atroce vendetta. A San Paolo Belsito, presso Nola, i tedeschi danno fuoco all' Archivio Storico di Napoli, cioè alla maggior fonte per la storia del Mezzogiorno dal Medioevo in poi.
Il bilancio dell'insurrezione napoletana: 152 combattenti caduti; 140 caduti civili, 162 feriti, 19 caduti ignoti (l'elenco delle perdlte continua ad accrescersi anche dopo la liberazione della città: nel pomeriggio del 7 ottobre il palazzo delle Poste, appena riattivato, saltò in aria a causa delle mine lasciatevi dai tedeschi, provocando la morte di molti cittadini.

Sulle barricate s'incontrarono i popolani generosi, le umili donne che offrivano cestini di bombe, come la« Lenuccia» (Maddalena Cerasuolo) e gli esponenti della piccola borghesia meridionale: un Tarsia insegnante a riposo, un Fadda medicochirurgo, un Murolo impiegato.
Parteciparono alla lotta gli studenti del liceo Sannazzaro al Vomero, gli scugnizzi dei quartieri popolari, gli intellettuali come Alfredo Paruta che iniziò il l° ottobre la pubblicazione del giornale « Le barricate»; come gli operai delle fabbriche napoletane. E certo nell'ondata della collera popolare si erano inseriti - qua e là - gli elementi antifascisti consapevoli. Ma l'insurrezione rimase fino all'ultimo un fatto« spontaneo », senza cioè che potessero prevalere in essa gli elementi d'una guida unitaria e anche una chiara coscienza politica dell'accaduto.
Le Quattro Giornate di Napoli saranno sempre presenti nel ricordo di coloro che militeranno nelle file della Resistenza poiché avevano dimostrato la« possibilità» dell'insurrezione cittadina.
«Dopo Napoli la parola d'ordine dell'insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu d'allora la direttiva di marcia per la parte più audace della· Resistenza italiana» (Luigi Longo: dopo l'8 settembre del '43, diede vita alle Brigate Garibaldi. Vicecomandante del Corpo Volontari della Libertà, stretto collaboratore di Parri, fu tra i principali organizzatori dell'insurrezione nel Nord Italia dell'aprile del '45)
Liberamente tratto dalle pagine di “Storia della Resistenza italiana – 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945” di Roberto Battaglia - Einaudi 1964
Le Quattro Giornate di Napoli in letteratura
da “Il giorno prima della felicità” di Erri De Luca
“Ci eravamo abituati a sentire le frottole della radio, dei giornali: la patria, l'eroica difesa dei confini, l'impero. Tenevamo l'impero, mancava il pane, il caffè ma tenevamo l'impero. Il comandante tedesco Scholl ha fatto uscire un bando, gli uomini tra i 18 e i 33 anni devono consegnarsi in caserma o saranno fucilati. Su trentamila che se ne aspettavano si sono presentati in 120.... I tedeschi e i fascisti erano più incanagliti perché la guerra si metteva male. Lo sbarco di Salerno era riuscito. Facevano saltare le fabbriche, saccheggiavano i magazzini per lasciare vuoto. La città negli ultimi giorni di settembre faceva paura per la fame e il sonno in faccia alle persone.... Bombardavano tutte le notti ...Gli scoppi delle bombe tedesche si confondevano con i bombardamenti americani, la sirena di allarme arrivava dopo che la contraerea si era messa a sparare. Le persone uscivano dai ricoveri dopo l'attacco aereo e non trovavano più la casa. Come venne a piovere cominciò la rivolta. Pare che la città aspettava un segno convenuto, che si chiudeva il cielo. E gli americani smisero di bombardare. Una domenica di fine settembre, sento in bocca a tutti la stessa parola, sputata dallo stesso pensiero: mo' basta. Era un vento, non veniva dal mare ma da dentro la città: mo' basta, mo' basta.. La città cacciava la testa fuori dal sacco. Mo' basta, mo' basta, un tamburo chiamava e uscivano i guaglioni con le armi. Fuori i giovani prendevano le armi dalle caserme e le nascondevano. Un gruppo con uno vestito da carabiniere aveva svuotato l' armeria del forte di Sant'Elmo. I napoletani avevano preso le armi dalle caserme. A volte con le buone, i carabinieri avevano distribuito la loro dotazione per sentimento di fedeltà al re. In altre caserme la paura di una rappresaglia tedesca faceva respingere la richiesta di armi. Allora tornavano con le maniere spicce a requisirle. L'assalto del primo giorno fu contro un camion tedesco che era andato a saccheggiare una fabbrica di scarpe. Negli ultimi giorni di settembre i tedeschi si erano messi a razziare quello che potevano dentro i negozi e pure nelle chiese. Cominciò con un assalto improvvisato a un loro camion carico di scarpe, la prima battaglia. Intanto i tedeschi svaligiavano le chiese, facevano saltare il ponte di San Rocco a Capodimonte, quello della Sanità lo salvammo staccando le cariche esplosive, lo stesso facemmo per l'acquedotto. Volevano lasciare la città distrutta. La rivolta è stata una salvezza. Il centro della rivolta si era piazzato nel liceo Sannazzaro, gli studenti erano stati i primi. Poi uscivano gli uomini nascosti sotto la città. Salivano da sottoterra come una resurrezione. 'Dalle 'ncuollo,' dagli addosso, le strade erano bloccate dalle barricate. Al Vomero tagliavano i platani e li mettevano a fermare il passaggio dei carri armati. Facemmo una barricata a via Foria incastrando una trentina di tram. La città scattava a trappola. Quattro giornate e tre nottate. I carri armati tedeschi riuscirono a passare lo sbarramento di via Foria, scesero a piazza Dante e si avviarono per via Roma. Là sono stati fermati. Giuseppe Capano, di anni 15, si è infilato sotto i cingoli di un carro armato, ha disinnescato una bomba a mano ed è riuscito da dietro prima dell'esplosione. Assunta Arnitrano, anni 47, dal quarto piano ha tirato una lastra di marmo presa da un comò e ha scassato la mitragliatrice del carro armato. Luigi Mottola, 51 anni, operaio delle fogne, ha fatto saltare una bombola di gas spuntando da un tombino sotto la pancia di un carro armato. Uno studente di conservatorio, Ruggero Semeraro, anni 17, aprì il balcone e attaccò a suonare al pianoforte La Marsigliese, quella musica che fa venire ancora più coraggio. Il prete Antonio La Spina, anni 67, sulla barricata davanti al banco di Napoli gridava il salmo 94, quello delle vendette. Il barbiere Santo Scapece, anni 37, tirò un catino di schiuma di sapone sul finestrino di guida di un carro armato che andò a sbattere contro la saracinesca di un fioraio. La mira dei nostri cittadini era diventata infallibile nel giro di tre giorni. Le bottiglie incendiarie facevano il guasto ai carri armati, li accecavano di fiamme. Ero diventato esperto nel farle, ci mettevo dentro qualche scaglia di sapone per fare attaccare meglio il fuoco. Il diesel ce lo avevano dato i pescatori di Mergellina, che non potevano uscire per mare a causa del blocco del golfo e delle mine. Sei persone in mezzo a una folla pronta inventavano la mossa giusta per inguaiare un reparto corazzato del più potente esercito che da solo aveva conquistato mezza Europa. Prima di andarsene i tedeschi avevano lasciato in città bombe a tempo ritardato, una esplose alla posta centrale giorni dopo facendo una strage. Era una loro tecnica, ho saputo che l'hanno fatto anche altrove. Non sapevano perdere. A via Foria le barricate con i tram fermarono per ore i carri armati Tigre. Alla fine riuscirono a passare ma non a via Roma. Dai vicoli a monte scendevano all' assalto uomini e ragazzi a buttare bombe e fuoco in mezzo ai cingoli. Contro quei mucchi di spiritati, i corazzati non potevano niente, si ritirarono. C'era un secondo fronte, i fascisti sparavano dalle case sulla folla insorta. Ci furono battaglie per le scale dei palazzi, sui tetti, fucilazioni sul posto.”
25 settembre: anniversario della nascita di Sandro Pertini
La nostra associazione, in un “Viaggio della Memoria” si è recata a Stella, in provincia di Savona, per visitare la casa natale di Pertini, oggi trasformata in un piccolo museo e ha depositato dei fiori sulla tomba dove il “partigiano Pert” è sepolto con la moglie Carla Voltolina.
Alessandro Pertini è nato a Stella (Savona) il 25 settembre 1896.
Laureato in giurisprudenza e in scienze politiche e sociali.
Coniugato con Carla Voltolina.
Ha partecipato alla prima guerra mondiale; ha intrapreso la professione forense e, dopo la prima condanna a otto mesi di carcere per la sua attività politica, nel 1926 è condannato a cinque anni di confino.
Sottrattosi alla cattura, si è rifugiato a Milano e successivamente in Francia, dove ha chiesto e ottenuto asilo politico, lavorando a Parigi.
Anche in Francia ha subito due processi per la sua attività politica.
Tornato in Italia nel 1929, è stato arrestato e nuovamente processato dal tribunale speciale per la difesa dello Stato e condannato a 11 anni di reclusione.
Scontati i primi sette, è stato assegnato per otto anni al confino: ha rifiutato di impetrare la grazia anche quando la domanda è stata firmata da sua madre.
Lettera di Pertini, scritta dal confino di Pianosa, il 23 febbraio 1933, in cui rinuncia alla domanda di grazia presentata dalla madre.

Tornato libero nell'agosto 1943, è entrato a far parte del primo esecutivo del Partito socialista. Catturato dalla SS, è stato condannato a morte.
La sentenza non ha luogo. Nel 1944 è evaso dal carcere assieme a Giuseppe Saragat, ed ha raggiunto Milano per assumere la carica di segretario del Partito Socialista nei territori occupati dal Tedeschi e poi dirigere la lotta partigiana: è stato insignito della Medaglia d'Oro.
Il discorso di Sandro Pertini, segretario del Partito Socialista nell'Italia occupata, pronunciato la sera del 27 aprile 1945 dal microfono di Radio Milano, liberata dalle formazioni “Matteotti”.

I Maggio 1945: Pertini parla a Milano per la prima festa del Lavoro nell'Italia libera
Conclusa la lotta armata, si è dedicato alla vita politica e al giornalismo.
E' stato eletto Segretario del Partito Socialista Italiano di unità proletaria nel 1945. E' stato eletto Deputato all'Assemblea Costituente.
E' stato eletto Senatore della Repubblica nel 1948 e presidente del relativo gruppo parlamentare.
Direttore dell'"Avanti" dal 1945 al 1946 e dal 1950 al 1952, nel 1947 ha assunto la direzione del quotidiano genovese "Il Lavoro".
E' stato eletto Deputato al Parlamento nel 1953, 1958, 1963, 1968, 1972, 1976.
E' stato eletto Vice-Presidente della Camera dei Deputati nel 1963.
E 'stato eletto Presidente della Camera dei Deputati nel 1968 e nel 1972.
Dopo il fallimento della riunificazione tra P.S.I. e P.S.D.I,. aveva rassegnato le dimissioni, respinte da tutti i gruppi parlamentari.
E' stato eletto Presidente della Repubblica l'8 luglio 1978 (al sedicesimo scrutinio con 832 voti su 995). Ha prestato giuramento il giorno successivo.
Ha rassegnato le dimissioni il 29 giugno 1985: è divenuto Senatore a vita quale ex Presidente della Repubblica. E' deceduto il 24 febbraio 1990.
In memoria di FRANCESCO NAPPO
7 settembre 2024
Francesco ci ha lasciati.
La nostra Sezione è onorata di averlo avuto come membro del direttivo e di lui sentiremo la mancanza.
Durante la cerimonia in forma civile che si è svolta sabato 7 settembre, Giovanni Missaglia, vicepresidente della nostra Sezione, così lo ha ricordato:
«Siamo qui oggi a dare un ultimo saluto a un grande militante, a un cittadino esemplare; e poi, certo, anche a un compagno, nel senso più politicamente connotato del termine. Ma prima di tutto è giusto ricordare Franco come militante e come cittadino; l’appartenenza e lo schieramento, il compagno, vengono dopo.
Franco ha militato, ha militato tutta la vita. È stato un soldato, un combattente, ma un soldato e un combattente di pace, per la pace, per la giustizia sociale, per l’uguaglianza, per i grandi valori scolpiti nella nostra Costituzione. Franco sapeva che in qualche modo vivere in società significa lottare e che il conflitto è un momento ineliminabile della crescita personale e collettiva. Ma Franco è stato anche la testimonianza vivente che si può benissimo lottare e vivere il conflitto con gentilezza, con pulizia, con trasparenza, nel pieno rispetto delle regole democratiche e delle persone.
Franco è stato perciò un cittadino esemplare, se è vero che essere cittadini significa soprattutto partecipare. Il cittadino consapevole non si isola, non si rifugia nel privato, ma, appunto, partecipa, prende parte. Franco sapeva, come cantava Giorgio Gaber, che la libertà non è “star sopra un albero”, non è “il volo di un moscone”, ma è partecipazione. L’articolo 3 della Costituzione impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che impediscono – è scritto proprio così – “l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E davvero la partecipazione di Franco è stata effettiva: non ha mai fatto mancare né la sua testa né le sue mani, né le idee né l’impegno concreto e fattivo per realizzarle. E lo ha fatto fino alla fine, senza mai smettere, neppure quando sono cominciati i problemi di salute. Era sempre e comunque in prima fila: nel proporre, nel realizzare, nel sostenere.
Partecipare, prendere parte, parteggiare anche. Il militante, il cittadino, il compagno. Lascio per ultima questa dimensione, non perché sia meno importante, ma perché non deve essere equivocata. Certamente Franco era un uomo di parte, un uomo schierato, un uomo di sinistra, un compagno. Prendere parte, schierarsi, non far finta di essere al di sopra delle parti è doveroso. Ma c’è modo e modo di parteggiare e di schierarsi. Lo si può fare in modo cieco e fazioso, dogmatico, oppure in modo intelligente e aperto, come Franco ha sempre fatto: il compagno non ha mai accecato il cittadino. Franco aveva capito davvero la lezione dei partigiani, che si sono schierati contro un avversario tremendo e hanno scelto una parte ben precisa, ma non lo hanno fatto solo per sé, per la propria parte, ma per tutti, per un Paese intero. Non per niente Franco conosceva l’arte del prendere parte. Lui, uomo di sinistra, militante del PCI e poi di qualcuno dei partiti che sono derivati dalla fine di quella storia, della CGIL e dell’ANPI, ha sempre saputo distinguere con acume queste appartenenze. Io ne sono stato testimone diretto, perché ho avuto la fortuna di vederlo all’opera nel partito, nel sindacato, la FLC-CGIL (Franco era un insegnante. E non per caso: sapeva che è velleitario pensare di cambiare il mondo senza passare in primo luogo attraverso l’educazione dei giovani) e nell’Anpi. Su uno sfondo comune di valori democratici e antifascisti, bisogna poi sapere che fare politica in un partito è una cosa, l’impegno sindacale è una cosa diversa e quello associazionistico è una cosa ancora diversa. Bisogna ogni volta saper individuare alleati e avversari, bisogna avere il senso dell’opportunità, del contesto, bisogna ogni volta capire dove stanno i punti di mediazione e le linee che non possono invece essere varcate. Franco possedeva quest’arte.
L’ha condivisa per una vita con Graziella, di cui è stato in ogni senso, nuovamente, compagno. Compagni nelle gioie e nelle fatiche della quotidianità privata e compagni nelle lotte collettive. Il marito, il padre, però, appartengono a voi, Graziella, Roberta. Noi, insieme a voi, vogliamo rendere onore al militante, al cittadino, al compagno. Grazie, Franco, dal profondo del cuore».
E così ha scritto Walter Consonni, che è stato collega di scuola di Francesco:
«Cara Graziella, cari amici dell'ANPI di Lissone.
Ho saputo della morte di Franco e sono davvero costernato e triste, ancora incredulo anche se ero informato delle sue tribolazioni di salute.
Franco non è stato soltanto un docente, serio e autorevole con gli studenti, allegro e disponibile con noi colleghi, ma un amico vero. Da buon partigiano era sempre attento alle esigenze del sociale e fu lui a portarmi alla "Diligenti", con mio grande piacere. Sapeva che avrei potuto partecipare alla vita della Sezione in modo sporadico, a distanza forzata. Ma lui mi è sempre stato molto vicino.
Franco continuerà a vivere nel mio cuore e nel nostro ideale più bello e supremo.
Non potendo essere presente alla funzione laica, invio un abbraccio affettuoso a Graziella e a tutti voi. Con sincera affezione».
E massimo Martinengo così lo ricorda:
Francesco l'ho conosciuto prima dell'ANPI.
Prima del militante e del compagno lo ricorderò per una caratteristica sempre più rara oggi: il garbo.
Un modo di porsi civile mai disgiunto dalla fermezza delle idee e delle azioni.
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