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L’8 settembre 1943 in alcune località d’Italia

7 Septembre 2025 , Rédigé par Renato Publié dans #Resistenza italiana

L’8 settembre 1943 in alcune località d’Italia

Vittorio Emanuele III abbandona Roma ancor prima d'averne tentata la difesa, senza preoccuparsi in nessun modo di ciò che resta dietro di lui. «La fuga di Pescara» sancisce definitivamente la separazione tra monarchia e popolo, né può essere più cancellata. E lo stesso sovrano, o chi gli è più vicino, non può prevederne le conseguenze, poiché non prevede in nessun modo che quel «popolo », cosi abbandonato al suo tragico destino, possa esprimere una propria volontà autonoma; non può prevedere che lo stesso 8 settembre possa trasformarsi nel principio della rinascita.

a Roma


La giornata del 9 mentre la divisione Granatieri era impegnata nella difesa ad oltranza del ponte della Magliana, nella città, abbandonata a se stessa, in mezzo alla ridda delle voci contrastanti, i gruppi politici antifascisti cercavano faticosamente d'orientarsi sulla situazione e di prendere contatto con gli organi del governo Badoglio. Il Comitato delle opposizioni delega a questo scopo nelle prime ore del mattino Bonomi e Ruini, i quali si recano al Viminale e vi apprendono la notizia della fuga del re. Li ha preceduti una missione dell' Associazione combattenti richiedendo la distribuzione di armi per potersi battere a fianco dell'esercito. La richiesta, benché appoggiata dagli emissari del CLN è «respinta con un no freddo. Anzi qualcuno aggiunge che non bisogna esasperare gli invasori».

Posto di fronte alla più drammatica delle situazioni, con la sensazione di avere dinnanzi a sé il vuoto più assoluto d'ogni «autorità costituita» il Comitato delle opposizioni reagisce immediatamente; constatando la frattura decisiva determinata dall'8 settembre e traendo da questa constatazione l'indicazione delle sue nuove responsabilità, alle ore 14,30 esso approva la seguente mozione:

“Nel momento in cui il nazismo tenta restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni.”

Intanto nella città incerta fra le più contrastanti notizie, fra le voci più assurde, si organizzano i primi gruppi d'armati facendo. capo ai partiti di sinistra, ai comunisti Longo e Trombadori, ai socialisti Pertini e Gracceva, agli azionisti Baldazzi e Lussu.

La distribuzione delle armi provoca vari incidenti con la polizia, a stento repressi dall'intervento dei dirigenti antifascisti; ... I primi gruppi di civili sono ben presto in linea in uno dei punti più delicati del «fronte», mischiati insieme con un reparto di paracadutisti al bivio dell'Ardeatina e dell'Ostiense e nella giornata del 10 si accentua di ora in ora l'intervento popolare sul campo di battaglia. I granatieri hanno ricevuto il rilevante rinforzo del Montebello, l'eroico squadrone che sino all'ultimo condurrà una serie di contrattacchi sacrificando quasi tutti gli ufficiali e tutti i pezzi; altri reparti delle Forze Armate affluiscono sull'Ostiense alla spicciolata. È la prima volta nella storia d'Italia dal 1848 in poi che il popolo interviene spontaneamente a fianco delle Forze Armate, supera d'un balzo il distacco tradizionale. Quando già la resistenza «regolare» va esaurendosi e già firmata la «resa», allora è il momento che quest'intervento svela tutta la sua importanza non solo militare, ma politica. Dalla piramide di Caio Cestio al Testaccio sono in linea i«civili» armati e cade fra essi, a Porta San Paolo, Raffaele Persichetti, giovane studioso, il primo degli intellettuali sacrificatisi nella Resistenza. E in più punti della città si accendono i combattimenti mossi, più che dalla speranza della vittoria, da uno spirito indomito di odio antinazista: fra via Cavour e via Paolina, in via Marmorata, a piazza dei Cinquecento ove sino a sera si spara contro l'albergo Continentale tenuto dai tedeschi. Sono episodi confusi, di cui è difficile rintracciare volta per volta l'origine e i risultati; ma certo è che in quella resistenza disperata, dispersi in uno spazio quanto mai vasto, isolati l'uno dall'altro, si mischiano insieme i vari ceti sociali e le generazioni diverse, l'operaio e l'ufficiale, il vecchio e il ragazzo; sono i primi bagliori dell'unità della Resistenza ... Roma non è caduta senza resistere: è stata evitata dal sacrificio solidale dell'esercito e del popolo la più profonda umiliazione che potesse essere inferta alla capitale.

Se bastò un ordine «sbagliato» del Comando supremo a dissolvere il nucleo più importante del nostro esercito attestato alla difesa di Roma, nel resto del territorio nazionale, ove le divisioni esistevano in gran parte sulla carta ed erano quasi totalmente prive dei mezzi necessari per ottenere una valida resistenza, bastò assai meno: bastò la mancanza di ordini per far precipitare tutto nel caos, per pregiudicare nel volgere di poche ore anche le sorti d'una difesa onorevole. La Memoria op. 44, diramata da Badoglio ai comandi militari in Italia, subordinava la sua applicazione all'emanazione d'un ordine successivo (che fu impartito dal Sud troppo tardi: solo l’11 settembre); richiedeva cioè agli alti quadri dell'esercito la cosa più difficile da attuare date le stesse tradizioni della nostra casta militare educata fin dall'unità ad «eseguire gli ordini senza discutere», a considerare «l'iniziativa individuale» come un pericolo per la saldezza delle istituzioni. Proprio facendo leva su tale caratteristica il fascismo aveva potuto condurre la guerra nel modo che l'aveva condotta, vincendo l'opposizione dei generali di dissenzienti col richiamo alla «disciplina», alla subordinazione cieca ed assoluta al potere politico; ... Chiedere «d'agire d'iniziativa» era già cosa avventata alla fine d'agosto, quando essa contrastava così evidentemente con la mentalità della nostra casta militare e con la situazione di fatto, con l'estremo punto di consunzione e di logoramento cui era pervenuto l'esercito territoriale: diveniva semplicemente pazzesco nella situazione non solo militare, ma politica creata l’8 settembre con la diserzione dal suo posto di lotta del Comando supremo. ...  

Come nella difesa di Roma non mancano gli esempi che dimostrano come, malgrado tutto, l'8 settembre non era «fatale» nella forma in cui si presentò, come anche all'ultimo momento era possibile «salvare il salvabile» e come in molti casi ufficiali e reparti seppero dar prova di valore e di coraggio. Se sul momento tutto sembrò sommerso nella tragedia e nella vergogna del disfacimento, ora è possibile dare un primo ordinamento a quegli episodi di resistenza che allora parvero del tutto sporadici o semplicemente d'eccezione e trarre da loro qualche conclusione più organica.

Innanzitutto è da osservare che qualsiasi direttiva militare mancò nelle grandi città industriali del Nord come a Milano e a Torino ... Nelle grandi città industriali, più che in ogni altro luogo, i generali responsabili della difesa ... elusero con ogni sorta d'inganni le pressanti richieste di partecipare alla lotta e decisero in ultimo che era preferibile consegnare le armi ai tedeschi piuttosto che agli operai.


a Milano

Così accadde a Milano dove il generale Ruggero, malgrado che la sera del 9 fosse stato respinto da un gruppo di civili il tentativo tedesco d'impadronirsi della stazione, stipulò un accordo con i tedeschi in base al quale l’esercito rimaneva provvisoriamente armato (molto provvisoriamente) ma i civili dovevano consegnare subito le armi di qualsiasi tipo in loro possesso.

“Chiunque userà le armi contro chiunque sia, sa senz'altro passato per le armi sul posto. Da questo momento sono proibite nel modo più assoluto le riunioni anche in locali chiusi salvo quelle del culto nelle chiese. All'aperto non potranno aver luogo riunioni di più di tre persone. Contro gruppi di numero superiore sarà senza intimazione aperto il fuoco dalla forza pubblica”.

Sono frasi tolte dal« proclama ai Milanesi» del 10 settembre, sottoscritto dal generale Ruggero e non da un comandante tedesco.

a Torino

Così si ripete a Torino in forma ancor più sfacciata, se possibile, per opera del generale fascista Adami-Rossi che consegnò la città ai tedeschi «per evitare un'inutile strage», senza nemmeno il minimo cenno di opposizione.


a Genova

Così si ripete a Genova ove l'apparato aggressivo tedesco, subito dopo l'annuncio dell'armistizio, occupa fulmineamente la città senza trovare opposizione nei Comandi militari.

a La Spezia

Un certo accenno di resistenza organizzata sembra di poter scorgere intorno alla piazza militare di La Spezia; qui il comandante del XVI corpo d'armata, generale Carlo Rossi, respinge l’ultimatum tedesco, permettendo alla flotta di porsi in salvo e la divisione Alpini Alpi Graie combatte strenuamente fino all’11 settembre.

 

Altrove non si può parlare di esecuzione di alcun piano militare difensivo, ma d'improvvisi e imprevisti focolai di resistenza che s'accendono qua e là, a Verona come a Parma, a Cuneo come ad Ancona, dove nuclei o reparti dell'esercito, nella generale dissoluzione, si oppongono di propria iniziativa all'aggressione nazista.

a Piombino

L'episodio più notevole di resistenza cittadina fu quello offerto da Piombino abbandonata senza ordini dai Comandi responsabili, quando il 10 settembre si profilò la minaccia d'uno sbarco tedesco in forza proveniente dalla Corsica. Soldati, marinai, operai reagirono per loro conto, occupando le fabbriche, il porto e manovrando, fianco a fianco, le batterie costiere. Dopo una furiosa battaglia il tedesco fu annientato: seicento morti, duecento prigionieri, le zattere di sbarco e due corvette affondate: solo riuscì a scampare al disastro un caccia benché duramente colpito.

al confine occidentale

Una particolare importanza - anche per le. conseguenze che ne seguirono, è da attribuirsi a ciò che avvenne, in quei tragici giorni, nelle zone di confine. Al confine occidentale la IV armata fu colta di sorpresa nel momento critico della sua marcia di trasferimento dalla Francia all'Italia e spezzata in più tronconi dal pronto attacco tedesco: vi fu qualche scontro, saltò la galleria del Moncenisio, ma la IV armata era praticamente dissolta.

a Trento

A Trento, ove l'allarme era stato dato fin dai primi giorni di settembre (il 31 agosto Rommel vi aveva presieduto una riunione di generali tedeschi in vista dell'imminente occupazione militare del territorio italiano), non si verificò alcuna reazione degna di nota da parte dei comandi militari italiani, ai quali gli antifascisti locali, sotto la guida del socialista G. A. Manci avevano trasmesso un dettagliato memoriale per la difesa del Trentino.

Nella città, provata dai duri bombardamenti alleati, reagirono per loro conto i soldati della guarnigione, riportando notevoli perdite (49 morti, 200 feriti).

a Trieste

A Trieste il generale Ferrero, comandante il XXIII corpo d'armata, dopo aver promesso agli esponenti del Fronte democratico nazionale (fra cui l'azionista Gabriele Foschiatti e i comunisti Ernesto Radich e Giovanni Pratolongo) di armare il popolo per la difesa, abbandonò il 10 settembre la città, dopo aver emanato un'ordinanza che stabiliva l'orario del coprifuoco e faceva divieto dell'esercizio della caccia in tutto il territorio del corpo d'armata.

Ed inoltre

a Fiume

il generale Gambara, arrivato da Roma con ordini di difesa ad oltranza, si preoccupò di vietare la ricostituzione dei partiti politici e precisò in un'ordinanza che «nel grave momento che l'Italia attraversa, c'è un solo partito per tutti, nessuno escluso: quello della concordia, dell'onore, dell'ordine. Nessuna iniziativa da qualunque parte venga sarà da me tollerata». La sera del 10 la polizia spara, causando numerose vittime, sulla folla che richiede la liberazione dei detenuti politici. Il 14 il Gambara conclude un accordo con il colonnello Völcher affinché «i soldati italiani potessero difendere la città dalle minacce slave» e poi anch'egli abbandona Fiume, lasciando i suoi soldati in mano ai tedeschi (un mese più tardi, sulla base d'una simile prova d'onore militare, verrà scelto da Graziani quale capo di Stato maggiore dell'esercito fascista in via di costituzione).

a Pola

Così anche Pola verrà consegnata ai tedeschi senza colpo ferire.

a Gorizia

Solo a Gorizia il generale Malagutti si rifiutò di collaborare e venne arrestato insieme a numerosi ufficiali.

Ma la disgregazione delle forze armate è totale e già in quei tragici giorni si può dire che si determina il distacco definitivo di gran parte della Venezia Giulia abbandonata all'invasore tedesco senza resistenza degna di rilievo.

nell'Italia meridionale

a Salerno


da "La Stampa" 14 settembre 1943
Infine, un carattere tutto particolare essa ebbe nell'Italia meridionale: qui infatti, dove la guerra operava la sua maggiore pressione, fu più urgente e grave la scelta a chiunque vestisse una divisa ... In contrasto con i molti generali fuggiaschi o disposti a ogni compromesso col tedesco, ... vi furono episodi individuali di sicuro valore: il generale Ferrante Gonzaga, comandante di una divisione costiera a Salerno, sorpreso con pochi uomini da una pattuglia germanica, si rifiutò sotto la minaccia delle armi su di lui puntate, di impartire l'ordine della resa ai suoi uomini e affrontò senza esitazione la morte cadendo trucidato sul posto; con la stessa serenità e in circostanze simili affrontò la fucilazione il comandante del 48° reggimento fanteria di Nola insieme ai suoi ufficiali.

a Bari

Una notevole resistenza si attuò, contrariamente agli ordini superiori, in alcune caserme di Napoli, e un carattere più esteso ebbe la reazione dell'esercito in Puglia; a Bari il generale Bellomo con pochi ardimentosi, marinai, soldati e operai, assicurò la difesa del porto battendosi come «un civile qualunque» nel corpo a corpo che seguì con i reparti tedeschi (lo stesso Bellomo finì poi fucilato dagli alleati sotto l'accusa di avere provocato la morte d'un prigioniero inglese).

in Sardegna

In Sardegna, maggiori che in ogni altra parte d'Italia furono le possibilità offerte al nostro esercito per eliminare le truppe tedesche stanziate nella parte meridionale dell'isola, assai inferiori per numero anche se superiori per armamento. C'era a nostro vantaggio, prima di ogni altro elemento, la compattezza delle Forze Armate, composte in gran parte di reparti sardi, ... inserite in un ambiente tradizionalmente ostile al fascismo «fenomeno del continente» (né lo stato d'animo della popolazione sarda era soltanto spontaneo: vi agivano gruppi attivi di antifascisti, che da Sassari diramavano il giornale clandestino «Avanti Sardegna!» già dal maggio '43 incitante alla lotta antitedesca e alla guerriglia). Tale possibilità fu sprecata dal Comando che, dopo essersi accordato con i tedeschi per un'evacuazione pacifica, solo il 13, in seguito ad ordini ricevuti dal Comando supremo, decise di attaccarli, quando già con rapidissima manovra essi avevano raggiunto i porti d'imbarco nella parte settentrionale.

Troppo tardi per tagliare loro la strada, appena in tempo per accelerarne la fuga e impossessarsi d'un notevole bottino di guerra. Le speranze dei patrioti sardi andarono deluse e solo alla Maddalena s'ebbe un rilevante fatto d'armi, quando l'isola fu riconquistata da marinai e operai in un'aspra battaglia (8-11 settembre).

Comunque il bilancio non può considerarsi del tutto negativo: poiché furono quei corpi d'armata rimasti in Sardegna, in mezzo al generale sbandamento, la leva su cui cercò d'insistere il governo Badoglio in Italia meridionale per rivendicare un maggior contributo bellico a fianco degli alleati. Nel Mezzogiorno infine, più che in ogni altra parte d'Italia, la resistenza dell'esercito rifluì quasi subito nella resistenza della popolazione civile.


da “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia  Einaudi 1964

 

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Festa provinciale A.N.P.I. MONZA e BRIANZA 2025

24 Juin 2025 , Rédigé par anpi-lissone

80 anni dalla Liberazione, è Festa

25 - 29 giugno 2025
Area feste/Velodromo - via S. Eurosia 29, Cesano Maderno

 

un articolo di  Emanuela Manco sulla festa

Emanuela Manco, presidente sezione Anpi Monza

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Leopoldo Gasparotto, un uomo d'Azione

20 Juin 2025 , Rédigé par Renato Publié dans #Resistenza italiana

Il 22 giugno 1944, su ordine del Comando delle SS di Verona, Poldo Gasparotto, prelevato dal campo di Fossoli veniva ucciso a tradimento. Nel 81° anniversario della sua fucilazione, l'ANPI di Lissone lo ricorda.

Leopoldo Gasparotto era nato a Milano il 30 dicembre 1902. Educato in una prospettiva laica nei valori della patria e della democrazia, durante gli anni trascorsi al liceo Berchet anima il gruppo studentesco repubblicano; nel 1922 si iscrive al Partito repubblicano e frequenta il Circolo milanese di via Sala, cenacolo del mazzinianesimo lombardo.

Nell'agosto 1923 inizia il servizio militare in artiglieria; si congeda nel novembre dell'anno successivo col grado di sottotenente di complemento. Laureatosi nel 1926 in giurisprudenza all'Università di Milano si specializza come avvocato civilista e coadiuva il padre nello studio legale di via Donizetti 32. Il Partito repubblicano viene disciolto, a fine 1926, insieme alle altre formazioni antifasciste; Gasparotto, contrario al partito dominante rinunzia alla politica, sfiduciato sulla possibilità di rovesciare la dittatura.

Gli anni della gioventù sono rallegrati dalla passione per l’alpinismo. Alle prime impegnative escursioni sulle Dolomiti e sul Brenta, seguono lungo tutto il corso degli anni venti ardite ascensioni sul monte Bianco, sul monte Rosa, sulla Grigna.

Alle escursioni montane Gasparotto unisce dalla metà degli anni trenta il gusto per il volo; conseguito il brevetto di pilota, acquista un piccolo apparecchio Breda 15 S, per il quale utilizza la pista di Taliedo (poi intitolata a Forlanini).
 

Il matrimonio con Nuccia Colombo nel 1935.

Lina (Nuccia) Colombo (Varese 1913-Pisa 1977) condivide col marito l’impegno antifascista; passata in Svizzera il 12 settembre 1943 col figlioletto Pierluigi (nato il 6 luglio 1936), nel marzo 1944 dà alla luce il secondogenito Giuliano e dopo tre mesi rimpatria clandestinamente per partecipare alla Resistenza, affidando la prole a Ofelia Muradore, tabaccaia di Besso (Lugano), che ospitava Ernesta Battisti, vedova di Cesare, e la sua famiglia. Assunto il nome di battaglia di Adele, Nuccia Gasparotto coopera col Comando di piazza di Milano e tiene i contatti con dirigenti delle Brigate Matteotti.

Gasparotto divenuto tenente di complemento di artiglieria di montagna, nel giugno 1935 frequenta la Scuola di alpinismo di Aosta. In quella circostanza diviene amico del generale Luigi Masini, direttore della scuola (filosocialista).

Nel 1936-38 Gasparotto è istruttore ai corsi per guide alpine organizzati presso la Scuola di Aosta. Secondo la testimonianza del giovane imprenditore Leonida Calamida: “Nell'inverno 1938, Gasparotto mi invitò con altri due o tre amici ad arruolarmi ad un corso straordinario per allievi ufficiali, aperto a coloro che, pur avendone avuto diritto, non avevano voluto durante il servizio militare di leva essere ufficiali. La durata del corso sarebbe stata di un semestre, con frequenza di una ventina di giorni al mese. Era importantissimo - ci disse Poldo - che frequentassimo questo corso, per poi, come ufficiali, svolgere fra i militari opera di proselitismo antifascista. In una eventuale insurrezione, l'appoggio dell'esercito o almeno la sua benevola neutralità sarebbero stati di capitale importanza per noi. Poldo era convincentissimo ed io non potevo che dargli ragione.”

A Milano nel 1942 si stabiliscono i primi contatti clandestini in ambito repubblicano-azionista, intensificati dal gennaio 1943, quando lo studio legale Gasparotto, in via Donizetti 32, diviene il punto di smistamento del foglio clandestino «L'Italia Libera», organo del Partito d'Azione, formazione politica cui Poldo Gasparotto aderisce, partecipando alle riunioni convocate clandestinamente. Caduto il regime, l'attività politica ritorna alla luce del sole. Lo studio legale di Mario Paggi," in via Brera 2, diviene il quartier generale del Partito d'Azione milanese. A metà agosto Milano è colpita da terribili bombardamenti aerei; chi può lascia la metropoli, per sfuggire a una situazione insostenibile. Le distruzioni acuiscono l'odio verso la guerra e alimentano la sensazione di un prossimo rivolgimento di fronte. Nell'estate alcuni azionisti, tra cui Poldo Gasparotto, organizzano una rete informativa, per segnalare agli alleati gli spostamenti delle truppe tedesche; la villa di famiglia in località Cantello Ligurno, a mezza strada tra Varese e la Svizzera, diviene la base logistica dell'attività illegale, avviata nella prospettiva della lotta contro l'occupazione nazista.

La clandestinità, l’arresto e la prigionia

Nei primi giorni di settembre, quando appare imminente il rovesciamento delle alleanze militari, Poldo Gasparotto progetta con Pizzoni la formazione della Guardia nazionale, struttura militare per il reclutamento di volontari decisi a opporsi ai tedeschi. Al mattino dell'8 settembre il generale Ruggero assicura l'esecutivo antifascista dell'imminente consegna di armi, ma prende tempo. In serata Badoglio rende noto l'armistizio. L'indomani mattina si presenta alla sede del Comando di piazza, in via Brera, una delegazione del Comitato di Liberazione Nazionale milanese; accanto al comunista Girolamo Li Causi vi è Luigi Gasparotto, tra i più decisi nell'incalzare il titubante generale Ruggero. Il 9 settembre il Partito d'Azione stampa e distribuisce un volantino inneggiante al binomio Esercito e Popolo: «chiunque tenti di spezzare questa unità è nemico del popolo e della nazione italiana», proclamano gli azionisti, nel rivolgere un appello all'arruolamento della cittadinanza.

L'azionista Giuliano Pischel, partecipe degli eventi, indica la: paternità del progetto e ne sintetizza gli immediati sviluppi: «L'idea che aveva ventilato Poldo Gasparotto, della costituzione di una Guardia nazionale, veniva ripresa dal Comitato interpartiti tramutatosi in Comitato di Liberazione Nazionale. Ma l'unità operativa tra esercito e popolo resta un'utopia.

Il generale Ruggero, timoroso delle ritorsioni tedesche, si è limitato a generiche promesse, senza esporsi a livello operativo. Il suo atteggiamento è influenzato dall'arrivo del tenente colonnello dei Carabinieri Candeloro De Leo, presentatosi quale emissario del Comando supremo. De Leo, dirigente del servizio segreto militare, vanta contatti col generale Ambrosio e induce Ruggero alla passività.

Un episodio illuminante sulla condotta dei vertici militari nei confronti della nascente organizzazione partigiana, è quella che vide protagonista Rino Pachetti, comandante partigiano. La notte del 9 settembre Pachetti organizzò con Poldo Gasparotto un'azione alla Caproni di Milano; autorizzato dal Gen. Ruggero e con la collaborazione di dirigenti della fabbrica, con pochi uomini uomini disarmò i carabinieri di guardia allo stabilimento e prelevò due autocarri su cui caricò 96 mitragliatrici calibro 7,7 con circa 300.000 colpi e 80.000 maglie per nastri. Questo ingente bottino doveva armare gli uomini, di cui Pachetti aveva assunto il comando, che si andavano raccogliendo tra Cernobbio e il ed il confine svizzero. Il Generale Binacchi, comandante del presidio militare di Como, fermati gli uomini di Pachetti e approfittando della sua assenza, sequestrò le armi che furono poi consegnate ai tedeschi.

Il 10 settembre i rappresentanti del comitato cittadino (Gasparotto, Li Causi, Damiani e Pizzoni) consegnano al comandante di Corpo d'armata una lettera programmatica, per indurlo a rompere gli indugi e ad assecondare l'azione patriottica.

Quel medesimo giorno il generale Ruggero incontra emissari del Comando germanico, da lui rassicurati sulla propria disponibilità. Nel pomeriggio un nuovo abboccamento con gli esponenti antifascisti sancisce la rottura dei rapporti: l'alto ufficiale ha infatti concordato coi tedeschi che l'esercito non ostacolerà l'occupazione della città.

Privi di armi, i promotori del CLN tengono un comizio in piazza Duomo e poi passano nella clandestinità. Scontri sporadici con i tedeschi culminano il pomeriggio del 10 settembre nei pressi della stazione centrale: civili armati si oppongono all'occupazione della stazione e negli scontri uccidono tre militari germanici. In serata il generale Ruggero legge alla radio un comunicato in cui informa dell'avvenuta occupazione delle principali città della Lombardia e dell'Emilia Romagna. In sostanza il Comando di piazza, su direttiva di De Leo, ha lasciato agire indisturbati i tedeschi.

Al mattino dell’11 settembre i punti nevralgici della metropoli sono sotto controllo germanico.
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Su istruzione di De Leo, il generale Ruggero scioglie la Guardia nazionale, sulla base della normativa che vieta ai cittadini l'uso non autorizzato delle armi. Le dinamiche del capoluogo lombardo si ripetono con impressionante analogia in numerose altre città: da Torino a Firenze a Roma. In Lombardia, quel medesimo giorno, reparti germanici assumono pacificamente il controllo di Brescia e di Cremona. I vertici militari restano inerti, quando non collaborano apertamente con l'occupante. Le modalità dell'armistizio, l'ambiguità del comunicato letto da Badoglio alla radio, la fuga del re e dei ministri gettano le forze armate nella confusione, tanto più che i tedeschi sferrano un'impressionante offensiva nella penisola e nei presidi italiani all'estero. Il comportamento di De Leo si chiarirà con l'immediata adesione alla Repubblica sociale italiana, per la quale dirigerà il Servizio informazione militare (SIM). Il 12 settembre i tedeschi, completata l'occupazione di Milano, perquisiscono i cittadini e fermano i militari, in violazione degli accordi stipulati col generale Ruggero. La popolazione è disorientata e demoralizzata dallo scioglimento dell'esercito, disgregatosi all'apparire del nemico. Lo stesso giorno vengono occupate, senza colpo ferire Varese, Como e Sondrio.

Il 12 settembre Gasparotto organizza il passaggio in Svizzera della moglie e del piccolo Pierluigi, attraverso un varco clandestino nella rete confinaria, nei pressi del valico del Gaggiolo. Nuccia si stabilisce a Lugano (dove 1'8 marzo 1944 darà alla luce il secondo figlio, Giuliano). Espatria anche Luigi Gasparotto, ricercato in quanto vecchio antifascista; da Bellinzona si collegherà ai rappresentanti del governo Badoglio in Svizzera.

Con i familiari al sicuro nell'asilo elvetico, Leopoldo Gasparotto passa alla clandestinità (nome di battaglia: Rey) e assume la guida della struttura militare lombarda del Partito d'Azione, coordinandosi col Comitato militare del CLN di Milano, costituito a metà settembre: «Sostituto e primo collaboratore di Parri fu Poldo Gasparotto, il quale partecipò alle riunioni del Comitato militare con tanta frequenza che in alcune testimonianze compare come membro effettivo».

I tradizionali moduli militari si dimostrano inadatti alla lotta contro l'esercito occupante e i reparti collaborazionisti; gruppi numerosi e poco mobili prestano il fianco ad attacchi micidiali, condotti con uno spiegamento di forze cui non è possibile opporre una resistenza frontale. Gasparotto fa tesoro di questa constatazione e dispiega un'azione su due livelli: in ambito urbano e nelle vallate lombarde; tiene viva a Milano un'organizzazione clandestina e alimenta i gruppi costituitisi in località fuori mano. Tra le realtà periferiche di cui è animatore e catalizzatore vi è la provincia di Bergamo, dove si reca di frequente per impiantare la rete militare.

Rey si sposta di frequente dalla città alle vallate alpine, per coordinare l'attività clandestina delle bande e organizzare depositi di armi: visita la Val Brembana e la Val Codera, il Pian dei Resinelli e il Colle di Zambla, ponendo a buon frutto la conoscenza di quelle zone montuose, frequentate sin dagli anni venti in escursioni alpinistiche.

 

Il Triangolo Lariano, quella zona che si protende nel lago compresa tra Como, Erba, Lecco e Bellagio, da classico riferimento per le gite e le vacanze dei milanesi divenne un luogo attraversato da un flusso costante di soldati allo sbando, prigionieri alleati, perseguitati politici in fuga. A metà ottobre in un incontro a Pontelambro tra Leopoldo Gasparotto, il Col. Alonzi, incaricato dal Comitato militare del CLN milanese di tenere i collegamenti con il Comasco, il Col. Morandi, il Ten. Fucci e Giancarlo Puecher si esaminano le possibilità di organizzare nuclei stabili di partigiani nella zona del Triangolo e canali di espatrio più sicuri di quelli che spontaneamente erano stati creati nella zona dalla popolazione, dal clero e da esponenti locali dei partiti antifascisti. I fuggiaschi venivano guidati attraverso percorsi secondari per evitare posti di blocco e pattuglie in perlustrazione, trasbordati dalla sponda orientale a quella occidentale del Lario da barcaioli fidati e quindi accompagnati da valligiani, spesso anche contrabbandieri, sui sentieri che si inerpicavano sui monti che separano il Comasco dalla Svizzera.

Il 23 ottobre passa di nascosto il confine per incontrarsi in una villa di Lugano con esponenti del Comitato di liberazione attivi in Svizzera e informare gli Alleati delle caratteristiche e degli sviluppi assunti dalla guerriglia partigiana.

Dal punto di vista politico l’area in cui Gasparotto opera include – con gli azionisti – repubblicani, socialisti e liberali.

Tra le priorità dell'organizzazione azionista vi è l'approntamento di una via di fuga verso la Svizzera per ebrei, ex prigionieri alleati e ricercati politici. La vita clandestina è dura, col frequente abbandono di un rifugio e la ricerca di un nuovo asilo, nel continuo timore di essere segnalati da una spia o di incappare in un posto di blocco. L'esistenza precaria, incalzata da fascisti e tedeschi, preclude i contatti con i familiari. Saltuari biglietti, portati oltre confine da persone sicure, contengono poche righe e sono redatti in modo da non provocare danni se dovessero finire in mani nemiche. Sostenuto da un ottimismo di fondo, Gasparotto vede prossime la liberazione della patria e la fine della dittatura fascista.

A Milano i tedeschi giocano contro il movimento partigiano la carta di Luca Osteria, il «dottor Ugo», l'abile segugio che dopo un quindicennio di lavoro spionistico per conto della polizia fascista è passato al servizio dei nazisti.

A metà pomeriggio di sabato 11 dicembre è programmato, nel nascondiglio di piazza Castello, l'incontro con emissari dei gruppi partigiani del monte Grigna. Si tratta di uno degli appuntamenti periodici per fare il punto della situazione, scambiare notizie e concordare una strategia comune.

Un evento imprevisto scompagina i piani e mette la polizia fascista sulle tracce del ricercato. Alle ore 17 la città è già avvolta dalle tenebre. Gasparotto, appena entrato nel portone di piazza Castello 2, viene afferrato da alcuni poliziotti, che lo gettano per terra, lo immobilizzano e gli chiudono le manette ai polsi.

La vita clandestina si è protratta per tre mesi, dopo la lucida visione della necessità di iniziare senza indugi la lotta armata.

Portato a Porta Nuova, in un grande edificio scolastico divenuto base logistica di formazioni paramilitari fasciste, che lo utilizzavano come carcere e luogo di tortura, Gasparotto viene poi rinchiuso a San Vittore, nella cella 12 del sesto raggio, col numero di matricola 864,  a disposizione dei tedeschi. La retata dell’11 dicembre è dovuta alla spiata del sessantottenne Luigi Colombo, proprietario di una farmacia del centro cittadino.

Resistere agli interrogatori non è facile. l tedeschi interrompono la segregazione soltanto per portare la loro vittima nella camera di tortura. La violenza fisica è integrata dalle pressioni psicologiche. A Gasparotto si chiedono i nominativi dei compagni; dai prigionieri sospettati di contatti con lui si pretendono rivelazioni sul suo ruolo. Nessuno dei compagni di lotta di Gasparotto ha subito conseguenze dal suo arresto; nell'estate 1944 Indro Montanelli, riparato in Svizzera, ricorderà con riconoscenza la capacità di serbare il silenzio in circostanze così pesanti: «Quando fu arrestato seppi da Martinelli che Poldo aveva taciuto il mio nome, insieme a quello di tanti altri, nonostante le torture a cui era stato sottoposto.

A Gasparotto viene persino serrata la testa in un cerchio di ferro, senza tuttavia riuscire a farlo parlare del CLN milanese né dei rapporti stabiliti con l'intelligence alleata, tra Lombardia e Svizzera. Le SS, consapevoli dell'importanza del personaggio, cercano in ogni modo di piegarne la tempra. Settimana dopo settimana, il detenuto resiste all'isolamento, immerso nei suoi pensieri e attento ai minimi segnali di vita che gli pervengono dalle altre celle.

Nella primavera del 1944 buona parte del gruppo dirigente del Partito d'Azione milanese è sotto chiave, in condizioni fisiche deplorevoli per il trattamento vessatorio praticato dai tedeschi. Rimangono liberi - oltre a Parri - Ugo La Malfa, Riccardo Lombardi e Leo Valiani.

Invece della deportazione in un Lager del Reich, il prigioniero viene internato a Fossoli.
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Il 22 giugno, su ordine del Comando delle SS di Verona, è prelevato dal campo e ucciso a tradimento.


Bibliografia:

- “DIARIO DI FOSSOLI” di Poldo Gasparotto - a cura di Mimmo Franzinelli - Bollati Boringhieri, Torino 2007

- “Storia del Partito d’Azione” di Giovanni De Luna – Utet Libreria 2006

- “La calma apparente del lago” di Vittorio Roncacci – Macchione Editore 2004


Io so cosa vuol dire non tornare.

A traverso il filo spinato ho visto il sole scendere e morire.

Ho sentito lacerarmi la carne le parole del vecchio poeta:

“Possono i soli cadere e tornare,

a noi, quando la luce è spenta, una notte infinita è da dormire”.

Primo Levi


 


Leopoldo Gasparotto ritratto da un compagno di prigionia a Fossoli e una pagina del Diario
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dal “Diario di Fossoli”

26 aprile

L'autobus corre attraverso Carpi, poi Fossoli e infine [ ... ] scorgiamo un cartello POL-LAGER. Siamo al campo.

Ci inquadriamo, ad libitum, a gruppi di venti, veniamo avviati ad una baracca ...

30 aprile

Il grosso soldato tedesco ha ucciso un ebreo con una rivoltellata, per errore.

Sono andato all'infermeria per farmi fare un'iniezione endovenosa di calcio e, per la prima volta dopo cinque mesi, mi sono guardato allo specchio, avendo il piacere di non riconoscermi. Eppure gli amici dicono che in questi tre giorni sono migliorato.

18 maggio

Ascensione. La bandiera non viene inalberata!  Con amici sento il desiderio di ritornare alla baracca. Nella baracca, sono attratto dal mio «castello», finisco nevitabilmente per sdraiarmi sul pagliericcio e rinchiudermi nella mia tana. Cinque mesi di isolamento mi hanno abituato, come molti cani tenuti troppo a lungo alla catena, a non sentirmi me stesso se non sono isolato, nella mia cuccia. Pure, partecipo alla vita del campo: mi sforzo di presenziare, quando vi son chiamato come legale, ai «consigli di campo» e, più raramente, alle serotine assemblee di camerata.

15 giugno

Per la prima volta da oltre vent'anni non sono, in quest'epoca, sulle guglie della Grignetta o della Presolana, sul nudo granito della Val Masino o sugli sterminati ghiacciai dell'Oberland bernese e del Bernina. Quando rivedrò le montagne?

da "Diario di Fossoli" di Leopoldo Gasparotto

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Cronologia: giugno 1940 - giugno 1942

8 Juin 2025 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

I primi due anni di guerra (giugno 1940-giugno 1942)

 

corriere 11 06 1940 10-giugno-1940.jpg

Con l'intervento dell'Italia nel conflitto, un elemento appare subito chiaro, sconcertante e, per molti aspetti, mortificante: che, mentre la Germania, per due anni ancora proseguì nei suoi strabilianti successi militari accentuando l'impressione d'invincibilità, l'Italia subì invece fin dall'inizio e quasi ininterrottamente, rovesci altrettanto sensazionali e venne .così ad assumere ben presto, malgrado l’originaria alleanza, il ruolo di un Paese quanto meno "protetto”, praticamente dominato come tutti gli altri dell'Europa continentale, dal padrone nazista.

È questo un dato storico che contribuì a rendere, se altri motivi non vi fossero stati, assurda e impopolare (oltreché sciagurata) una guerra che, nonostante le menzognere parole d’ordine della propaganda ufficiale, non aveva altre. prospettive, se non quella, in caso di vittoria, di una servitù anche più trista delle altre, in quanto voluta e accettata dalla classe dirigente del tempo.

E ciò spiega - credo -, tra l'altro, non solo la crescente opposizione delle masse popolari, ma anche lo scarso impegno “combattentistico" dei richiamati che, pur battendosi con valore individuale (tanto maggiore, perché sempre in condizioni d’impreparazione e d'inferiorità) quando si trattò di difendere, in singoli episodi, l'onore del Paese, non poterono, certo, essere sorretti dallo spirito volontaristico che anima un popolo quando si trova a dover sostenere una guerra giusta e sentita.

E vengo all'arida cronaca.

10 giugno '40. Lo schieramento delle forze italiane al comando del principe di Piemonte sull'arco alpino è formato di 22. divisioni, 3 raggruppamenti alpini, 2 raggruppamenti celeri per circa 350.000 uomini. Armamento mediocre; situazione militare notoriamente infelice, di fronte alle posizioni e le fortificazioni francesi.

18 giugno '40. Incontro Mussolini-Hitler a Monaco: poche notizie ufficiali; si dice sia avvenuto per concordare l'armistizio con la Francia. (I tedeschi hanno raggiunto Parigi il 14).

Parigi occupata Parigi giugno 1940

Voci che Mussolini vuole attaccare i francesi, nonostante la palese inutilità.

22 giugno '40. I tedeschi firmano l'armistizio col governo francese di Pétain.

Pétain con Hitler 1940 vagone Compiegne resa Francia 

21-24 giugno '40. Per cinque giorni le forze italiane conducono una assurda offensiva sul fronte occidentale, raggiungendo Mentone, sulla costa, e gli avamposti alpini nella regione Ligure-Piemontese. 39 ufficiali morti, 187 feriti, 592 soldati morti, 5311 feriti, di cui 2125 congelati.

24 giugno '40, sera. A Villa Incisa, a Roma, Badoglio e Hutzinger firmano l'armistizio franco-italiano.

29 giugno '40. A Tripoli, Balbo è abbattuto dalla contraerea. Lo sostituisce Graziani.

Giugno-luglio '40. Fin dalle prime settimane, le forze italiane subiscono rovesci in Cirenaica. Si parla di migliaia di prigionieri, tra cui un generale. Nel Mediterraneo i bollettini annunciano “grandi successi”. Le battaglie navali di Punta Stilo (9 luglio) e Capo Spada (19 luglio) si sono risolte con lievi vantaggi italiani. Si sa di contrasti tra marina e aviazione. Si dice che, in un mese, l'aviazione italiana avrebbe perso 250 apparecchi. Si parla di un attacco tedesco contro l'Inghilterra, la cui attuazione è però rinviata di settimana in settimana.

Agosto '40. Violenti bombardamenti tedeschi sulle città inglesi.

Londra-bombardata.jpg manifesto antiinglese

Stasi sui fronti italiani, salvo che per il Mediterraneo.

14 settembre '40. Inizia l'offensiva italiana in Libia, voluta da Mussolini per ragioni di prestigio, contro il parere di Graziani. Ripiegamento inglese; occupazione di Sidi-el-Barrani.

Sidi-el-Barrani.jpg Libia-agosto-1940-Luigi-Gelosa-su-carrarmato.jpg

27 settembre '40. Ciano firma a Berlino il “patto tripartito" tra Germania, Italia e Giappone. La stampa non nasconde il disegno di dominazione mondiale che ne è alla base.

asse Roma Berlino Tokio 

4 ottobre '40. Incontro Mussolini-Hitler al Brennero. Scarse notizie ufficiali. Si dice sia stato esaminato l'abbandono del piano tedesco di invasione dell'Inghilterra, La guerra si farà più lunga e dura.

Metà ottobre '40. I tedeschi occupano la Romania. In Italia voci di attacco alla Grecia.

29 ottobre '40. Comincia l'attacco alla Grecia.

Inizi novembre '40. Notizie nere dalla Grecia. Da fonte radio si apprende che già il 5 novembre le nostre forze hanno dovuto ripiegare. Specialmente provati i contingenti alpini.

10 novembre '40. A conferma delle sconfitte subite il gen. Visconti Prasca è sostituito dal gen. Soddu in Albania.

12 novembre '40. Aereo-siluranti inglesi attaccano la flotta alla fonda a Taranto: colpite le corazzate "Littorio" Duilio” e "Cavour”.

1940-porto-Taranto-attacco.jpg

Metà novembre '40. Continuano i rovesci in Albania. Mussolini annuncia che "spezzeremo le reni alla Grecia”.

italiani-fronte-greco.jpg italiani-fronte-greco-albanese.jpg

 

18 novembre '40. Incontro Hitler-Ciano a Salisburgo: si parla di un grave rabbuffo del Führer per l'iniziativa italiana nei Balcani.

24 novembre '40. Farinacci attacca duramente, sul Regime fascista, Badoglio .

Inizio dicembre '40. Prosegue la rovinosa ritirata in Albania. Gli attacchi a Badoglio s'intensificano, anche da parte degli ambienti nel partito. Si dice che Mussolini abbia criticato il capo di S.M. accusandolo di aver approvato l'attacco alla Grecia, pur conoscendo la nostra impreparazione. Il maresciallo si sarebbe ritirato in Piemonte. Conflitti si sarebbero verificati tra ufficiali dell'esercito e fascisti a Torino; Asti e Roma.

Metà dicembre '40. Ripiegamento generale in Albania.

Le direttive ormai ufficiali del partito sono di dare tutta la colpa dei disastri militari a Badoglio e alla casta dei generali. Gli inglesi contrattaccano in Libia costringendo le forze italiane a ripiegare su Bardia. Si parla di migliaia di prigionieri, cinque divisioni fuori combattimento, generali arresisi senza battersi.

Ondate di critiche nell'opinione pubblica. Si parla di reazioni anche nell'ambiente militare e della corte. Mussolini, furibondo, avrebbe espresso l'intendimento di "mettere a posto" tutti: il re e i generali. Risbucano gli squadristi, a dare lezioni agli ascoltatori delle radio nemiche ma solo nelle grandi città e sotto la protezione della polizia. Nei centri minori e nel paesi i fascisti non si fanno vedere.

Fine dicembre '40. Anche Soddu è stato richiamato dall’Albania, sostituito da Cavallero. Ordine di Cavallero alle truppe: "Morire sul posto”.

Inizi gennaio '41. Continua la disfatta in Libia: cadono Bardia e, poi, Tobruk; si parla di oltre centomila prigionieri.

Tobruk-riconquistata-dagli-inglesi-copie-1.jpg 

 

L’opinione pubblica è esterrefatta. Si parla di gravi dissensi nelle alte sfere del regime: Grandi, Bottai, Federzoni, Delcroix contro Farinacci, Pavolini, Sforza. Si dice che Mussolini intenda reagire con estrema energia: contro il re i generali la borghesia, il Vaticano, il popolo stesso che considera tutti "traditori".

7 gennaio '41. Al Consiglio dei ministri Mussolini legge l'elenco dei generali e dei colonnelli sostituiti e, in un comunicato pubblico, si fa appello "alle masse profonde dell'Italia proletaria fascista".

18 gennaio '41. Mussolini decide la mobilitazione di gerarchi, ministri, deputati, membri del Gran Consiglio, federali: tutto lo stato maggiore - e minore - del regime dovrà andare al fronte con l'inizio di febbraio.

22 gennaio '41. Incontro Mussolini-Hitler a Salisburgo.

Via radio si apprende che è stato comunicato l'abbandono definitivo del progetto di sbarco in Inghilterra, nonostante la feroce offensiva aerea compiuta fino a questo momento. Hitler avrebbe anche promesso l'intervento tedesco nei Balcani e in Libia. Mussolini dovrebbe intercedere presso Franco per indurre anche la Spagna a intervenire a fianco dell'asse.

12 febbraio '41. Incontro Mussolini-Franco a Bordighera. Nulla di fatto.

Metà febbraio '41. Rommel arriva in Libia, di dove Graziani è venuto via alla chetichella sostituito da Gariboldi.

1° marzo '41. Ha inizio l'intervento tedesco nei Balcani, con l'occupazione della Bulgaria.

1°-20 marzo '41. Mussolini si trasferisce in Albania per presenziare alla "grande controffensiva”.

occupazione jugoslavia 

Aprile '41. In concomitanza con l'intervento tedesco contro la Jugoslavia e la Grecia, Cavallero attacca dall'Albania e Ambrosio occupa Lubiana, la Dalmazia fino ai confini del Montenegro. Il 13 aprile i tedeschi occupano Belgrado, il 27 Atene. Rispettivamente il 18 e il 24 sono firmati gli armistizi con la Jugoslavia e la Grecia.

Giungono notizie, a fine aprile, delle sopraffazioni che, ovunque, i tedeschi compiono, mortificando i militari italiani e imperversando contro le popolazioni locali. Notizie analoghe giungono dalla Libia, dove l'arroganza tedesca si verifica al livello degli alti comandi.

Inizi maggio '41. Dopo una progressiva ritirata su tutti i fronti dell'Impero le forze italiane in Africa orientale abbandonano la resistenza. Il 19 maggio la resa dell'ultimo presidio comandato dal duca d'Aosta segna la fine dell'Impero.

18 maggio '41. Dallo smembramento della Jugoslavia, è creato il regno di Croazia, cui Vittorio Emanuele destina come sovrano Aimone, duca di Spoleto.

Seconda metà maggio '41. Si ha notizia che il numero due del nazismo, Hess, è fuggito in Inghilterra.

10 giugno '41. Mussolini pronuncia alla Camera un penoso discorso nel quale dà per sicure imminenti vittorie e definisce il suo recente soggiorno. in Albania "un premio per le truppe".

22 giugno '41. Inizia l'aggressione tedesca contro l'URSS.

Corriere della Sera 18 luglio 1941 operazione Barbarossa

Fine giugno '41. Mussolini decide (sembra contro la stessa resistenza di Hitler) di mandare subito sul nuovo fronte orientale un contingente italiano, che passa in rassegna a Verona il 26 giugno.

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La stampa cattolica, finora dimostratasi distaccata, ravvisa nella nuova offensiva un valore ideologico che la porta a un palese avvicinamento al regime. Riserve e "distinguo" si notano invece sulla stampa fascista di sinistra, perfino. su periodici nati come Critica Fascista e Civiltà Fascista.

Luglio '41. Inizio della rivolta in Montenegro. L'attività partigiana si sviluppa in tutta la regione jugoslavo-greco-albanese, fino alla Venezia Giulia.

Settembre '41. L'avanzata tedesca in URSS si sviluppa fino alla occupazione di Kiev e all'assedio di Leningrado. I reparti italiani raggiungano. Stalino.

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Le condizioni alimentari in Italia si aggravano sensibilmente.

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Circolano, voci di una "occupazione segreta" di agenti tedeschi insediati nelle principali città. Ufficialmente s'installa nella Penisola un comando tedesco diretta da Kesselring.

Ottobre '41. I tedeschi conquistano Karkov e Odessa. Si accentuano in Italia le manifestazioni di fanatismo di Mussolini: il 4 ottobre decide l'allontanamento dalla Sicilia di tutti i funzionari siciliani; a metà mese si apprende che intende inviare in URSS, nonostante le difficoltà prospettate negli ambienti militari, almeno venti divisioni.

parte il CSIR

è promossa una inchiesta a carico di Graziani; voci attendibili riferiscano sull'intensificazione della sorveglianza di polizia e dell'attività del Tribunale speciale.

Novembre '41. Dopo che negli ultimi mesi i convogli avviati in Libia subiscono affondamenti con ritmo pauroso, ha inizio l'offensiva inglese che costringe le forze italo-tedesche a profondi ripiegamenti.

8 dicembre '41. A seguito dell'attacco giapponese a Pearl Harbour,

Pearl-Harbor.jpg

gli Stati Uniti entrano in guerra contro il Tripartito.

21 dicembre '41. Si ha notizia di una crisi militare in Germania: il capo di S.M. Brautchisch è liquidato. Nella seconda metà di dicembre cominciano seri ripiegamenti tedeschi in URSS.

Gennaio' '42. Rommel tenta in Libia una controffensiva riconquistando Bengasi e Derna. Notizie di gravi contrasti tra il maresciallo tedesco e i generali italiani Gambara e Bastico culminano con il siluramento di questi ultimi.

Le restrizioni alimentari in Italia si aggravano: è introdotto, nei pubblici locali, il "rancio unico".

Febbraio '42. S'inasprisce in Italia la polemica fascista "anti-borghese" e contro il Vaticano, "Giri di vite" sono annunziati o effettuati in tutte le direzioni. Il 26 febbraio è decretata la "mobilitazione civile" di tutti gli uomini dai 18 ai 55 anni, che non si comprende bene cosa significhi. Con il 1° marzo la razione del pane è ridotta a 150 grammi.

Marzo '42. La situazione interna italiana si fa particolarmente tesa. Si ha notizia di dimostrazioni di donne avanti ai forni a Venezia, Matera, Piombino e numerosi altri centri. Corre voce che Mussolini intende colpire i ceti abbienti e commercianti cui attribuisce le condizioni di disagio del Paese.

Milano-1944-razionamento.jpg tessera annonaria

Sembra che le autorità di P.S. abbiano. denunciato circa 120 mila esercenti per infrazioni annonarie.

Maggio '42. Ha inizio l'offensiva di Rommel in Marmarica che porta, il 21 giugno, alla riconquista di Tobruk, con la cattura di 25 mila prigionieri inglesi. Anche in URSS i tedeschi sono alla controffensiva.

29 giugno '42. Mussolini parte per la Libia per partecipare all'auspicato ingresso delle truppe italo-tedesche in Alessandria d'Egitto.

 

 

Bibliografia:

Ruggero Zangrandi - Il lungo viaggio attraverso il fascismo - Garzanti 1971

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La Resistenza non ha colore

4 Mai 2025 , Rédigé par Renato Publié dans #Resistenza italiana

Ufficiale medico sudafricano? Partigiano «negro-americano»? Yankee di origine africana? Tutti indizi veri, ma imprecisi: non era facile decifrare l’enigma del cadavere di un civile dalla pelle scura rinvenuto tra le vittime della strage nazista in Val di Fiemme, avvenuta a ostilità concluse il 2 maggio 1945. Chi era quel giovane «mulatto» sul cui corpo esanime vennero rinvenute le insegne dei prigionieri del campo di concentramento di Bolzano, come attestò Giuseppe Morandini, inviato sul luogo del massacro dal Comitato di Liberazione Nazionale?

Merita più di un racconto la vicenda di Giorgio Marincola, partigiano di colore della Resistenza: ne dà conto la densa biografia Razza partigiana (Iacobelli, pp. 174, euro 14,90), volume in cui due giovani storici – Carlo Costa e Lorenzo Teodonio – ricostruiscono tramite documenti d’archivio, riferimenti storiografici e testimonianze dirette la parabola di vita dell’unico partigiano «nero» d’Italia. Figlio di un italiano residente in Somalia, maresciallo di fanteria di stanza a Mahaddei Uen, 50 chilometri a nord di Mogadiscio, Giorgio nasce nel 1923 e ben presto dice addio all’Africa: a differenza di tanti altri commilitoni, infatti, il padre Giuseppe riconosce il pargolo avuto da una donna locale e porta con sé Giorgio e la sorella Isabella in patria nel 1926. Qui l’uomo si sposa con una sarda e i Marincola si stabiliscono a Roma, ma il piccolo Giorgio va dai nonni paterni a Pizzo Calabro dove riceve il soprannome di «Yo-yo». Rientrato a Roma per gli studi, frequenta il liceo Umberto I: qui subisce l’influsso di Pilo Albertelli, docente di filosofia, antifascista, che indirizza il giovane italo-somalo sulla via del dissenso al regime. Valore quanto mai sentito dal mulatto Marincola: le leggi razziali del 1938 impedivano i rapporti tra italiani e «sudditi dell’Africa orientale italiana», ovvero i somali, mentre una nuova norma del 1940 impediva il riconoscimento dei meticci da parte del genitore italiano, sbarrando la strada per l’ottenimento della cittadinanza italiana. Albertelli, membro del Partito d’Azione, ispirò Marincola con abbondanti dosi di antifascismo liberale: leggeva Benedetto Croce, il giovane mulatto, e appuntava stringenti riflessioni sulla libertà politica: «La concezione liberale presuppone dei valori morali a base delle libertà politiche da essa richieste, quali la libertà di pensiero e di stampa, di discussione e di associazione. E quali valori morali che possano veramente far sviluppare e rendere degna della loro funzione le libertà sopracitate, noi crediamo essenziali l’onestà, la lealtà, il rispetto verso le istituzioni e le leggi dello Stato e verso il prossimo».

Proprio dall’educazione ricevuta sui banchi Marincola decise di entrare nelle file della Resistenza dopo l’ 8 settembre: si arruolò in una squadra di «Giustizia e Libertà» e partì per il Viterbese nel febbraio 1944 coi libri di medicina sottomano perché nel frattempo si era iscritto alla facoltà di Medicina: «Voleva ritornare in Somalia e lo studio gli serviva per apportare aiuto alle popolazioni di laggiù» , ricorda un compagno. Dopo la partecipazione all’azione partigiana nelle campagne laziali, Marincola venne ingaggiato dagli inglesi: con il nome di battaglia di Mercurio fu assoldato per la missione Bamon e paracadutato nelle campagne di Biella quale agente di collegamento con le truppe anglo-americane dirette a Nord. Il suo impegno fu così convincente che il capitano di Sua Maestà Jim Bell lo lodò così: «Era l’unico della Bamon che desiderava realmente fare qualcosa e non sprecare il suo tempo e denaro a divertirsi». Ferito in un assalto ad un reparto nazista, Marincola viene arrestato nel gennaio 1945 con il nome di Renato Mariano, quindi picchiato dai fascisti perché inneggiò alla Resistenza anche da prigioniero, durante una trasmissione di propaganda fascista cui fu costretto. Mandato a Torino e quindi a Bolzano, venne rinchiuso nel locale campo di concentramento che fungeva da smistamento verso la Germania. Il 30 aprile 1945 viene liberato ma si dirige verso la Val di Fiemme dove, arruolandosi ancora tra i partigiani, incappa nella furia nazista di Stramentizzo: il 4 maggio 1945 Giorgio il mulatto cade colpito alle spalle dai tedeschi in ritirata.

di Lorenzo Fazzini da Avvenire

 

 

nella foto Marincola (a destra) con un compagno d’armi

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Operation Sunrise. La resa tedesca in Italia 2 maggio 1945

2 Mai 2025 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

29 aprile 1945: a Caserta, le forze tedesche in Italia firmano segretamente la resa incondizionata, divenuta operante alle 14.00 del 2 maggio. Giunge così a conclusione l'operazione Sunrise, nome in codice delle lunghe trattative condotte in Svizzera tra l'OSS, il servizio segreto americano, diretto da Allen Dulles, e il comandante delle SS in Italia, Karl Wolff. È la prima capitolazione dell'esercito hitleriano, che segna la fine delle ostilità sul fronte italiano.

Si evitò così un'inutile resistenza finale lungo l'arco alpino e ulteriori distruzioni vennero risparmiate. I tesori della Galleria degli Uffizi, che erano stati trafugati dai nazisti, furono immediatamente recuperati e Ferruccio Parri, prigioniero della Gestapo, venne riconsegnato agli americani in Svizzera, sano e salvo, già nel marzo 1945. Ma fino all'ultimo l'esito dell'operazione (denominata in codice Sunrise, cioè «Alba») restò in bilico. Wolff, che aveva condotto il negoziato a Berna con l'agente dei servizi segreti americani (allora la sigla era OSS) e futuro direttore della Cia Allen Dulles, inizialmente non riuscì a convincere Kesselring e rischiò di essere arrestato e fucilato. Solo le notizie provenienti da Berlino, dove Hitler si era sparato il 30 aprile nel bunker della Cancelleria, sbloccarono la situazione e consentirono di attuare la resa firmato il giorno prima a Caserta da due emissari tedeschi.

Nel salone di palazzo Reale, Caserta, a sinistra i delegati tedeschi, di fronte l'estensore del verbale delle tre firme e l'interprete tedesco, a destra il Generale Morgan e alle sue spalle anche il Generale Kislenko (con gli stivali)

 

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Angelo Arosio Genola, il primo Sindaco di Lissone dopo la Liberazione

30 Avril 2025 , Rédigé par Renato Publié dans #storie di lissonesi

Il 27 aprile 1945 i membri del Comitato di Liberazione di Lissone - Agostino Frisoni, Attilio Gelosa e Gaetano Cavina, si ritrovano in mattinata nel palazzo comunale per predisporre l'insediamento del Consiglio che, con i responsabili dei tre partiti, aveva delineato nella clandestinità.
Bisogna avvisare il nuovo sindaco, che non ne sa nulla.

In quel momento Angelo Genola è nell'orto della sua casa di Via San Martino che, dati i tempi, più che una passione è una necessità: arriva un delegato del partito, Giulio Meroni, e gli "ordina" di andar subito in Comune perché ci sono i democristiani con padre Zanchettin che gli devono parlare. Genola va e si trova di fronte alla scelta già operata dal C.L.N.: rifiuta, non si sente all'altezza, non ha alle spalle esperienze amministrative, non si considera un uomo d'azione, un politico, non ritiene di essere la persona giusta insomma. "Senta padre - si rivolge allo Zanchettin - io faccio la comunione tutti i giorni e mi creda se le dico che preferisco morire piuttosto che fare il sindaco domani." Il gesuita deciso e risoluto gli batte una mano sulla spalla: "Lei, invece, è l'uomo che cercavamo. Se lei è pronto a morire, faccia qualcosa di diverso e di meglio, faccia il sindaco. Se non lo farà lei - e qui il gesuita lo tocca sul vivo - non c'è alternativa: il sindaco sarà comunista." Interviene, ma in un'altra sede, anche don Gaffuri con una minaccia che è un ricatto morale: " Se non accetti, ti depenno dall'Azione Cattolica." Ma, crediamo, sia stata la sua limpida coscienza a decidere: prima si immagonisce e poi piange, ma accetta.

Discende da una famiglia lissonese di stampo antico, patriarcale e profondamente cattolica, gli Arosio Genola, che conduce in proprio una bottega di falegname. Nato nel 1891, a vent'anni appena di leva, è inviato in Turchia, in Macedonia per la precisione, in zona d'operazione; e di ritorno, senza poter usufruire del congedo, è subito spedito al fronte della Grande Guerra. Ferito gravemente, promosso sergente maggiore di fanteria, si distingue in un'azione vittoriosa tanto da venir promosso "aiutante di battaglia". Congedato, sposatosi più volte perché più volte rimasto amaramente e sfortunatamente vedovo, continua la professione paterna interpretandola, però, come un'espressione d'arte: per lungo tempo le sue opere saranno giudicate veri capolavori. Impegnato a tempo pieno nelle attività parrocchiali, ove emergono il suo senso dell'altruismo e della carità, è uomo di Azione Cattolica, Confratello del SS. Sacramento. Moderato, paziente, mite, corretto, antifascista da sempre, tra i primi ad essere chiamato da don Gaffuri per la ricostruzione del Partito Popolare, è sembrato al C.L.N. l'uomo giusto al momento giusto e si rivelerà l'uomo della Provvidenza.

Il giorno seguente, 28 aprile, Sindaco e giunta si presentano alla cittadinanza con questo proclama:

Lissonesi,

grazie alle forze della Liberazione e della Insurrezione si inizia per il nostro paese un nuovo ordine che vogliamo sia di Libertà e Giustizia.

Nell'assumere oggi per l'autorità del C.L.N. l'Amministrazione straordinaria del Comune, sentiamo il dovere di rivolgervi un saluto fraterno e amoroso.

Portiamo nel cuore i nostri soldati morti, mutilati, prigionieri, internati e reduci ed i lutti e dolori che vi affliggono con un vivo desiderio di operare per il bene di tutti.

Cittadini,

il compito è arduo, bando agli individuali risentimenti, collaborate alla restaurazione pronta e duratura delle rovine accumulate dalla disastrosa politica dittatoriale.

Certi della buona volontà dei Lissonesi e confidando nell'aiuto di Dio ci mettiamo al lavoro. Viva l'Italia, Viva la Libertà, Viva la Giustizia.

 

La sera del 3 maggio, il C.L.N. insedia ufficialmente la nuova Giunta Municipale, la cui composizione era stata decisa sin dalla riunione clandestina del 12 marzo. Per la scelta del sindaco i comunisti, superando la dura opposizione socialista, avevano comprensibilmente messo «il loro voto a disposizione dei democristiani, appellandosi alla situazione prefascista" e la scelta era caduta su Angelo Arosio, detto Genola. Vicesindaco fu nominato Giuseppe Crippa, comunista, e all'amministrazione andò Federico Costa, socialista. La Giunta fu completata da Mario Carnnasio (Dc) all' annonaria, Emilio Colombo (Psi) ai lavori pubblici e Giulio Meroni (Pci) all'assistenza, ai quali si aggiunse il ragionier Giulio Palma, rappresentante del Partito liberale, quale assessore supplente. Nando Vismara è un consigliere dell'Annonaria.

Gelosa tiene il discorso di insediamento: "Già in periodo cospirativo il C.L.N. aveva prescelto nelle vostre persone l'autorità che avrebbe dovuto reggere in stretta collaborazione col Comitato stesso le sorti del paese ...”.  Iniziava la vita democratica di Lissone.

CLN Lissone e I giunta municipale
membri del CLN lissonese, componenti della Giunta e del Consiglio comunale (Maggio 1945)

In primo piano da sinistra:

Leonardo Vismara, Attilio Gelosa, Gaetano Cavina, Agostino Frisoni e Giuseppe Parravicini

in seconda fila al centro, il Sindaco ANGELO AROSIO

 



verbale di insediamento dell'Amministrazione comunale di Lissone - 3 Maggio 1945
 

manifesto del 3 maggio 1945 firmato dal Sindaco Angelo Arosio Genola


documento del 25 maggio 1945 recante la firma del Sindaco Angelo Arosio Genola
firma-sindaco-Arosio-Angelo-Genola.JPG

Bibliografia:
- Archivi Comunali
- “E questa fu la storia” di  Silvano Lissoni – Arti Grafiche Meroni - Lissone 2005
 

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Lissone durante la seconda guerra mondiale: 1945 (seconda parte)

29 Avril 2025 , Rédigé par Renato Publié dans #pagine di storia locale

Il 29 aprile i lissonesi si ritrovarono nella piazza centrale in occasione del passaggio di alcuni carri armati americani: le autorità cittadine civili e religiose avevano preso posto sulla balconata della Casa del Popolo (l'ex Casa del Fascio).

Alleati 29 05 45  Alleati a Lissone

 

E il primo maggio 1945, in Piazza Libertà, in quei  giorni chiamata Piazza Quattro Martiri a ricordo dei partigiani fucilati nel giugno 1944, si svolse una imponente “festa del lavoro”, la prima festa del lavoro dell’Italia libera, alla quale parteciparono in sfilata le formazioni partigiane oltre ai rappresentanti dei ricostituiti sindacati e dei partiti politici.

N° 18 Lissone I maggio 1945  N° 19 I maggio 1945

Primo maggio 1945: sfilata per la festa del lavoro

 

La sera del 3 maggio, il CLN insediò ufficialmente la nuova Giunta Municipale. Al sindaco Angelo Arosio si affiancava come vicesindaco Giuseppe Crippa, comunista, all'Amministrazione andò Federico Costa, socialista. La Giunta fu completata da Mario Camnasio (Dc) all'Annonaria, Emilio Colombo (Psi) ai Lavori Pubblici e Giulio Meroni (Pci) all'Assistenza, ai quali si aggiunse il ragionier Giulio Palma, rappresentante del Partito liberale, quale assessore supplente. Nando Vismara fu consigliere dell'Annonaria.

Il giorno dopo sui muri del paese veniva affisso un manifesto a firma del Sindaco con il seguente contenuto:

«Cittadini! Il regime scomparso ci ha lasciato in eredità rovine, lutti, miserie e una situazione alimentare estremamente disastrosa. Questa Amministrazione Comunale si propone di fronteggiarla e superarla; ma, per farlo, ha bisogno della Vostra cooperazione. Voi tutti, o Cittadini, dovete affiancare l’opera di questa Amministrazione per evitare che la gravità eccezionale del momento si trasformi in una calamità pubblica. Tutti coloro che, avendo avuto delle possibilità, posseggono oggi delle scorte di generi alimentari (frumento, granoturco, riso, farine, zucchero, olio, grassi, ecc.) devono conferirle in Comune, dietro pagamento, per il bisogno impellente della popolazione ...»

La situazione del paese era grave: la maggior parte della popolazione rischiava la fame e le casse comunali non erano certamente floride: notevoli erano state le spese sostenute dall'Amministrazione lissonese durante il periodo dell’occupazione tedesca.

Nei giorni seguenti la Liberazione, nonostante i ripetuti appelli alla calma lanciati dal Comitato di Liberazione Nazionale, la rabbia vendicativa, accumulata per mesi, trovò sfogo appena le circostanze lo consentirono. Seguì un mese di giustizia sommaria. Ragazzi di vent'anni o padri di famiglia pagarono con la vita la scelta di continuare a stare dalla parte di chi aveva elevato la violenza e l'efferatezza a sistema, di chi volontariamente e oggettivamente si era asservito ai nazisti divenendo corresponsabile del saccheggio del patrimonio nazionale, delle deportazioni, delle stragi, delle rappresaglie, delle torture, delle impiccagioni e delle fucilazioni.

Anche a Lissone la giustizia sommaria ebbe, nei giorni seguenti il 25 aprile, il suo tragico corso. Ne furono vittime:

Ennio Arzani, impiegato, di anni 29, Luciano Mori, geometra, segretario del Fascio di Lissone, di anni 45, Giuseppe Tempini, maresciallo dei Carabinieri in pensione, di anni 55, Guglielmo Mapelli, meccanico, di anni 37, Fausto Gislon, falegname, di anni 41.

* * *

La guerra aveva avuto un costo umano ed economico di notevoli proporzioni.

I numeri non hanno anima, ma quelli dei lager e della guerra contengono tutto il dolore dell’uomo.

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L'Italia ha avuto, tra militari e civili, trecentocinquantamila morti e centotrentamila dispersi. Ottocentomila, tra operai e militari italiani, furono deportati in Germania dopo l’8 settembre 1943.

Ai morti vanno aggiunte le distruzioni materiali, le devastazioni di incalcolabili ricchezze, di un immenso patrimonio creato dal lavoro e dalla intelligenza dell'uomo. Il Paese era da ricostruire: settecento chilometri di ferrovia distrutti o danneggiati, persi un milione e novecentomila vani, più di diecimila tra ospedali, cinema, alberghi e teatri. Oltre quarantaduemila chilometri di strade sono impraticabili. Diciannovemila ponti risultano abbattuti, novecento acquedotti non funzionano più. Mancano 28 mila chilometri di linee elettriche.

Il totale dell’immane carneficina che è stata la seconda guerra mondiale è spaventoso: oltre 55 milioni di morti, di cui 25 milioni di soldati e 30 milioni di civili.

Nei 12 anni di regime nazista furono sterminati nei campi di concentramento circa 6 milioni di ebrei. Gli internati furono, in totale, 7.500.000.

Molti paesi furono ridotti nella più completa rovina, con le città trasformate in un cumulo di macerie, le strutture economiche e le comunicazioni sconvolte, le popolazioni superstiti affamate.

La lotta contro il regime dittatoriale fascista e per la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista era costata la vita di tanti giovani che hanno scritto con il loro coraggio e perfino con il loro sangue una pagina tragica e magnifica della nostra storia.

La guerra di Liberazione è nata dalla confluenza di due elementi diversi: le correnti antifasciste che si erano opposte alla dittatura durante il ventennio e le masse popolari, in uniforme e non, il cui malcontento verso il fascismo si era manifestato in modo sempre più acuto nel corso della seconda guerra mondiale.

La guerra di Liberazione non scoppiò come una guerra tradizionale, con un atto formale, ma nacque come moto spontaneo.

Resistenti furono i militari italiani che combatterono a Cefalonia e che vennero trucidati dai nazisti, i militari che combatterono al fianco degli Alleati nel Corpo Italiano di Liberazione, gli oltre 600.000 soldati italiani che, rifiutando di combattere a fianco dei nazisti, finirono nei lager tedeschi.

Quarantacinquemila sono stati i partigiani italiani uccisi o caduti in combattimento.

Importante è stato il contributo delle donne: trentacinquemila sono state le donne partigiane.

Vent’anni di oppressione fascista sboccarono non in episodiche rivolte ma nel più grande movimento armato di massa dell’Europa occidentale.

Gli Alleati, che ebbero un peso determinante nella vittoria finale della guerra, al termine del conflitto hanno riconosciuto il grande contributo militare della Resistenza.

La parte migliore del popolo italiano aveva riconquistato, per tutta la Nazione, la dignità perduta dopo venti anni di regime fascista e tre anni di guerra al fianco di Hitler.

L’Italia è così diventata un paese democratico. Questi valori di democrazia e di rispetto della persona umana vennero sanciti nella Costituzione, promulgata nel 1948 e divenuta fondamento della nostra convivenza politica e civile.

 

* * *

Alle fronde dei salici

E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

 

Salvatore Quasimodo

 

 

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erano le 16,30 del 28 aprile 1945 ...

27 Avril 2025 , Rédigé par Renato Publié dans #il fascismo

Il 27 aprile 1945. Mussolini venne catturato a Dongo (Como). Aveva abbandonato Milano nel tardo pomeriggio del 25 aprile e, con gli ultimi fedelissimi e il codazzo di gerarchi in fuga, aveva raggiunto Como sotto la vincolante custodia di una trentina di SS.

Da Menaggio nella notte tra il 26 e il 27 aprile, si accodò con i suoi gerarchi ad una autocolonna della Luftwaffe che puntava su Chiavenna per raggiungere Merano attraverso il passo dello Stelvio.

La mattina seguente la colonna venne bloccata dai partigiani in quel di Musso, abbandonò il suo seguito, indossò un cappotto dell’aviazione tedesca e cercò di superare i controlli partigiani nascondendosi in un camion tedesco. Riconosciuto, venne fermato dai partigiani della 52ª brigata Garibaldi.

Il 28 aprile 1945 Walter Audisio ufficiale addetto al Comando generale del CVL, col nome di battaglia di "Colonnello Valerio", ricevette l’ordine di recarsi a Dongo, per eseguire la sentenza capitale decretata dal CVL nei confronti di Benito Mussolini, sulla base del decreto emesso, il 25 aprile 1945, dal CLN Alta Italia. L’art. 5 del decreto diceva: " I membri del governo fascista e i gerarchi del fascismo colpevoli di avere contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d’aver distrutto le libertà popolari, creato il fascismo, compromessa e tradita la sorte del Paese e d’averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi, con l’ergastolo".


Sull’esecuzione del capo del fascismo a Giulino di Mezzegra, il Colonnello Valerio ebbe a raccontare:

"… cominciai a leggere il testo della sentenza di condanna a morte del criminale di guerra Benito Mussolini: Per ordine del Comando generale del Corpo volontari della Libertà, sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano. ..”

 

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25 Aprile 1945 - 25 Aprile 2025

26 Avril 2025 , Rédigé par anpi-lissone

 

25 Aprile 1945 - 25 Aprile 2025 80° anniversario della Liberazione dal nazifascismo

l'ANPI di Lissone propone il concerto multimediale " IL PREZZO DELLA LIBERTA' "

Domenica 27 aprile 2025 ore 17

BIBLIOTECA CIVICA DI LISSONE

Sala Polifunzionale - Piazza IV Novembre

 

*************

Così scrivono nel loro sito quelli del LISTONE, lista civica di Lissone a proposito del concerto:

Domenica 27 aprile, in occasione dell’80° anniversario della Festa della Liberazione, la sezione ANPI di Lissone, con il patrocinio del Comune, ha organizzato un evento speciale presso la Biblioteca Comunale: un concerto multimediale a cura di Maurizio Padovan a cui il pubblico ha risposto con entusiasmo, riempiendo ogni posto disponibile.

La sala era gremita, con volti attenti e partecipi. Tra i presenti, anche alcuni esponenti della politica locale. Per l’Amministrazione comunale è intervenuto il vicesindaco Oscar Bonafè, l’unico rappresentante della maggioranza che ha risposto all’accorato appello di partecipazione fatto della sindaca il 25 aprile, al termine del suo intervento in piazza Libertà.

Il cuore della serata è stato l’intenso racconto di Maurizio Padovan, musicista, storico e direttore dell’Accademia Viscontea, che ha guidato il pubblico con una narrazione appassionata e coinvolgente. Attraverso il suono del suo violino, immagini d’epoca, documenti e parole, Padovan ha fatto rivivere storie e musiche della Resistenza, offrendo uno sguardo originale e toccante su un periodo che ha segnato profondamente la nostra storia.

La sua ricerca ha riportato alla luce pagine poco conosciute della canzone italiana durante il fascismo: censure, repressioni, ma anche piccole e coraggiose ribellioni sonore. Tra queste, le Canzoni della Fronda, brani apparentemente innocui come “Crapa pelata”, o “Maramao perché sei morto” che, per la loro ambiguità, venivano interpretati in chiave satirica per prendere in giro il regime. Padovan ne ha eseguiti alcuni, raccontando storie, aneddoti e contesti, andando ben oltre la musica e toccando le corde più profonde della memoria collettiva.

Particolarmente emozionanti i momenti dedicati a giovani violinisti partigiani, spesso vittime di deportazioni o fucilazioni. Una delle storie più toccanti è stata quella di Luigi Freddi, impiccato a soli 18 anni. Il suo violino, incredibilmente, è stato ritrovato molti anni dopo, nel 2012, tra le macerie del terremoto in Emilia: un simbolo potente di ciò che resta, e resiste, nel tempo.

Durante la serata, più volte il pubblico ha manifestato un commosso apprezzamento, con lunghi applausi e un silenzio carico di ascolto. In tanti hanno lasciato la sala con la sensazione di aver vissuto qualcosa di raro, che è andato ben oltre ogni aspettativa.

Un grande grazie a Maurizio Padovan per aver regalato alla città un momento di così alto valore umano e culturale. E con l’augurio, condiviso da molti, che non sia l’ultimo: il suo repertorio è vasto, e abbiamo tutti bisogno di eventi come questo

25 Aprile 1945 - 25 Aprile 2025
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