Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

I militari italiani internati nei lager nazisti

26 Décembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dalla Conversazione tenuta da VITTORIO E. GIUNTELLA il 24 gennaio 1975 nell'Aula magna dell'Università Cattolica di Milano.

Debbo di necessità limitarmi ad alcuni aspetti essenziali del problema storico rappresentato dalla vicenda dei militari italiani internati nei lager nazisti dopo l'8 settembre 1943. Più che sugli episodi vorrei porre l'accento sulla portata e il significato di questa vicenda.

Desidero anzitutto precisare la dimensione di questo fenomeno dell'internamento: si tratta di una massa considerevole di militari, oltre seicentomila. I dati di fonte tedesca sono imprecisi e oscillano dai seicentomila ai settecentomila. Sono le vittime della catastrofe militare dell'8 settembre. L'armistizio li ha sorpresi nel vasto scacchiere di guerra, nel quale sono presenti le forze armate italiane, dalla Francia alla penisola balcanica, alle basi navali dell'Atlantico e del Baltico, ai comandi tappa della Polonia. Sono stati coinvolti i reparti della madrepatria, specie nell’Italia centrale e settentrionale, che non sono riusciti sottrarsi alla cattura. Si tratta di giovani delle classi più attive e più valide della popolazione. Sono le vittime doloranti del disastro dell'8 settembre. Vi sono tra di loro gli scampati agli eccidi di Cefalonia, Corfù, Spalato, Lero.

I militari italiani internati nei lager nazistiI militari italiani internati nei lager nazisti
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momenti di vita degli IMI nei lager nazisti
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momenti di vita degli IMI nei lager nazisti
momenti di vita degli IMI nei lager nazisti
momenti di vita degli IMI nei lager nazisti

momenti di vita degli IMI nei lager nazisti

Questa massa imponente di militari viene deportata in Germania. Gli ufficiali sono divisi dai soldati; gli ufficiali superiori dagli inferiori. Hitler dispone che gli ufficiali siano trasferiti per punizione in Polonia, nei campi peggiori già abitati dai prigionieri russi. Anche in Germania normalmente sono assegnati agli internati italiani i lager dove erano stati i russi, lager che il Comitato internazionale dello Croce Rossa ha dichiarato inabitabili. A centinaia di migliaia vi erano morti i russi, decimati dalle epidemie e dai patimenti. Le fosse comuni dei russi sono il panorama abituale al di là dei reticolati.

Nella gerarchia dei militari prigionieri dei tedeschi i russi sono all'ultimo posto e gli italiani al penultimo: russi e italiani sono stati privati delle garanzie previste dalle convenzioni internazionali e dell'assistenza del Comitato internazionale della Croce Rossa. Naturalmente i campi degli internati militari italiani non sono paragonabili a quelli più spaventosi, in cui furono concentrati i deporti politici e gli ebrei per esservi massacrati. Ma anche in questi campi finirono alcuni militari.

Mussolini ebbe a dichiarare che si sarebbe dovuto vergognare se dagli internati militari non avesse potuto trarre almeno ventimila volontari per le sue forze armate. Dovette vergognarsi anche in questo caso, perché non riuscì ad arruolare nel ricostituito esercito fascista ventimila internati e dovette ricorrere allo stratagemma di inviare all'addestramento in Germania militari reclutati in Italia. Sottoposti a ripetute richieste di adesione alle formazioni SS, all'esercito tedesco e a quello fascista, oltre il 90 per cento dei militari italiani internati (le statistiche del Ministero della Difesa parlano del 99 per cento) oppose netto rifiuto. Non vi era nessuna comunicazione fra i diversi lager, ma ovunque il comportamento degli internati italiani fu identico.

Lo sconcerto e la preoccupazione per le ripercussioni che l'episodio avrebbe potuto avere in Italia, sono ampiamente testimoniati nel carteggio di Mussolini con Hitler utilizzato dal Deakin per la sua storia della repubblica di Salò.

Mi sembra che su questo rifiuto ci si debba soffermare per analizzarne le motivazioni e per sottolineare che le decisioni furono da ciascuno prese individualmente e sapendo bene a che cosa si andava incontro.

Vorrei citare due sole testimonianze, quella di un soldato, che non aderì, e quella di un ufficiale, che, non avendo aderito inizialmente, aderì in seguito, perché va ricordato, che fino all'ultimo giorno di guerra rimase aperta la possibilità di uscire dal lager aderendo.

Scrive nel suo diario il primo: "Il tedesco con voce stridula grida e l’interprete traduce: 'Chi non è fascista alzi la mano'. Eravamo in duemila, consapevoli che stavamo per decretarci un destino di sofferenze e forse di morte ma tutti, non uno escluso, abbiamo alzato la mano: era una selva di braccia e in quell'istante ci siamo sentiti tutti noi”. L'ufficiale domanda ancora: “Da dove vengono?” “Da tutti i fronti: è la risposta”.

L'ufficiale, che fini per aderire, era un ufficiale di marina. Al rientro in Italia scrisse una relazione, che fu presentata a Mussolini e che ora è conservata nell'Archivio centrale dello Stato a Roma, "Il generale” egli scrive “ci disse alcune parole: aderendo si aveva il trattamento dei soldati e dell'ufficiale tedesco che mangia bene ed è ben pagato. Coloro che non avessero voluto aderire sarebbero stati oramai abbandonati al loro destino e avrebbero pensato la fame e l'inverno polacco a servirli. Questo discorso fatto a gente che, affamata, scarsamente coperta, stava più di un'ora all'aperto a parecchi gradi sotto zero, ebbe un effetto deleterio. Ci prese una tristezza ed uno scoraggiamento infinito; ci si chiedeva di essere dei mercenari, perché non della Patria ci si parlava, ma del soldo e del vitto. Non della fratellanza che sola in tanta sciagura avrebbe dovuto risollevare dal fango l'Italia, ma un italiano minacciava altri italiani di essere abbandonati al loro destino”.

“La fame e l'inverno polacco avrebbero pensato a minare dei fratelli. Anche chi come il sottoscritto era pronto ad aderire e non desiderava altro che ritornare uomo e soldato sentì un moto di ribellione in se stesso. Aderirono su circa 2000 ufficiali 160 circa, di cui la maggior parte malati gravi, invalidi e vecchi. I giovani dicevano apertamente che aveva vinto la fame”.

In questo rifiuto massiccio del fascismo (la percentuale più alta indicata nella relazione citata si deve a particolari condizioni di vita di quel lager) ci sono alcuni motivi, che vanno precisati.

Si tratta di una parte notevole della gioventù italiana, che non ha avuto esperienza politica che quella del fascismo, che ha vissuto fino in fondo di persona la guerra disastrosa, dalla campagna di Grecia alla ritirata di Russia e oltre, ed ha, nella catastrofe, individuato le responsabilità del regime e dei suoi capi e capito che la guerra non poteva non essere che la naturale conclusione del ventennio. Al rifiuto di continuare la guerra a fianco dei nazisti e dei fascisti si arriva attraverso questa amara esperienza dei frutti del fascismo. In tutti è preponderante il rifiuto del fascismo come esperienza storica irrevocabilmente chiusa con il disastro e la vergogna.

Anche se all'inizio non vi è nella massa degli internati una chiara coscienza politica (la fedeltà al governo legittimo è per molti ancora il primo argomento), vi è però in tutti la consapevolezza che una generale risposta negativa al fascismo e al nazismo ha il significato di una rottura con il passato, di una scelta, che ha il valore di un plebiscito politico da parte di una generazione che per la prima volta viene direttamente e individualmente interpellata, sia pure in una grave situazione di costrizione esterna.

Il contatto con le altre vittime del nazismo, specie in Polonia (popolazione civile, ebrei, deportati), dà alla decisione il significato di uno schieramento con il resto dell’Europa, che lotta contro l'occupante. È un ritorno nella grande famiglia dei popoli europei, dalla quale il fascismo aveva cercato di distaccare il popolo italiano. La presenza degli internati·italiani nei lager internazionali ha questo carattere provvidenziale.

La lotta contro l'adesione è lotta anche contro se stessi; la fame, il freddo, la paura delle epidemie, la morte; ma anche la nostalgia di casa, specie dopo la notizia del rientro degli aderenti. Questa lotta va condotta ogni giorno, con decisione perché ogni giorno è possibile farla finita e uscire dal lager sottoscrivendo l'adesione. Si tratta di una lotta attiva, che vede tutti impegnati. Nuclei clandestini sostengono i propri compagni con un'adeguata propaganda e con direttive di azione. Sono composti di antifascisti, giovani e anziani, intellettuali e operai, militari effettivi. Tra coloro che hanno fatto una scelta politica precisa, troviamo in questa attività intensa e rischiosa cattolici e protestanti, accomunati nel giudicare il nazismo come il regno dell'anticristo e per i quali il rifiuto ha valore di impegno religioso. Mi sia concesso in questa sede di citare il nome del rettore Lazzati, che guidò la lotta contro l'adesione nei campi di Sandbostel e di Wietzendorf.

Questa lotta è condotta fino in fondo, in una condizione resa ancora più difficile dal fatto che i nazisti non riconoscono agli italiani la posizione giuridica di prigionieri di guerra e le autorità fasciste impedirono ogni intervento del Comitato internazionale della Croce Rossa, anche quando le autorità tedesche ebbero ceduto alle pressanti e ripetute richieste di Ginevra.

È una lotta affrontata come un combattimento, nel quale si può morire; un combattimento a oltranza, senza alternative morali, in condizioni fisiche sempre più precarie, perché a ogni rifiuto i tedeschi aggravano le condizioni di vita. Il numero dei caduti è di conseguenza elevato e proporzionalmente non ha riscontro se non tra i prigionieri russi. Non si è potuto accertare con esattezza il numero dei caduti. Ai trenta-quarantamila delle statistiche ministeriali vanno purtroppo aggiunti i dispersi, per i quali non raggiunta una documentazione di morte. In un recente viaggio in Polonia alla ricerca di documenti sugli internati militari italiani, trovai numerose relazioni sulla scoperta di fosse comuni con centinaia di massacrati e chiare testimonianze della loro nazionalità italiana. A Treblinka, il famigerato campo di sterminio, l'ultimo convoglio conservato con amore nella stazione (sulla quale campeggiano due scritte: "Non più guerre" – “Non più Treblinka”) ancora chiamato dai polacchi “il treno degli Italiani”. Non è tornato nessuno e non si sa neppure quanti fossero. I carri sono molti.

chi rimane e chi ritorna
chi rimane e chi ritorna
chi rimane e chi ritorna
chi rimane e chi ritorna

chi rimane e chi ritorna

Va anche detto che per molti il rimpatrio alla fine della guerra ha significato solo il venire a morire in Italia. Nel Cimitero militare di Merano sono sepolti internati militari morti in sanatorio negli anni successivi alla liberazione.

Gli episodi di questa resistenza, condotta fino allo stremo delle forze, sono tanti. Vi furono dei malati gravi che rifiutarono il rimpatrio condizionato all'adesione; vi furono degli internati, che rifiutarono il rimpatrio anche come lavoratori fascisti, con il solo obbligo di riconoscere la repubblica fascista; vi furono degli internati che scontarono la loro intransigenza nei campi di sterminio.

Gli internati ebbero notizia della Resistenza in Italia e questo tonificò la loro lotta, dando ad essa il carattere di un combattimento comune, per gli stessi ideali e con la stessa tenacia. Notizie dai lager giunsero alla Resistenza italiana, che riconobbe nella decisione degli internati, lo stesso animo e il medesimo ardore combattivo. Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia espresse il 27 marzo 1944 la sua solidarietà e la sua ammirazione agli internati che "in una suprema affermazione di dignità e di fierezza hanno voluto negare ogni collaborazione e prestazione al nemico"; “solidarietà e ammirazione", prosegue l'ordine del giorno "che è la solidarietà e l'ammirazione dei liberi e degli onesti di tutto il mondo".

"L'altra faccia della Resistenza", come l'ha chiamata Giorgio Bocca, "la meno nota, non la meno importante” ebbe rilievo anche nel determinare la scelta dello schieramento per migliaia di italiani, padri, madri, spose, figli, parenti di internati nei lager, e anche per coloro vano visto passare nelle stazioni italiane i carri piombati, che li trasportavano in Germania, e avevano assistito alla brutalità delle sentinelle tedesche.

L'internamento è, dunque, parte integrante della Resistenza e si può capire soltanto inquadrandolo in quella che è la generale ribellione degli italiani ai fascisti e ai nazisti.

 

Bibliografia:

1945/1975 ITALIA. Fascismo antifascismo Resistenza rinnovamento.

Conversazioni promosse dal Consiglio regionale lombardo nel trentennale della Liberazione.

Feltrinelli Editore aprile 1975

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