Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Monumento alla pace

25 Février 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

Da un’intervista di ENZO BIAGI con KENZO TANGE

 Kenzo-Tange.jpegArchitetto e urbanista giapponese (Imabari 1913 - Tokyo 2005). Tra i più noti protagonisti dell'architettura contemporanea, svolse una intensa attività a livello internazionale, che lo vide presente con numerose realizzazioni sia in Giappone sia in Italia, Stati Uniti, Australia, Arabia, Asia e Singapore. In Italia progettò diverse opere tra cui l'urbanizzazione di Librino, Catania (dal 1970), il piano per la Fiera di Bologna (1971-74), il Centro direzionale di Napoli (dal 1982) e i quartieri S. Francesco e Affari a San Donato Milanese (dal 1991).

La prima opera importante affidata a Kenzo fu lo progettazione del Centro della pace sui resti della città di Hiroshima distrutta.

 

Come ricorda lo scoppio della seconda guerra mondiale?

«Il 1939 credo sia stato l'anno successivo a quello in cui io terminai i miei studi di architetto. A quel tempo pur essendo laureati, per gli architetti non c'era quasi lavoro. Era un'epoca in cui non si poteva costruire nient'altro che con legno, e non era possibile usare né cemento né ferro. Ma, noi, ci siamo resi conto della guerra praticamente solo quando il Giappone ha attaccato a Pearl Harbour. Molta gente rimase stupita chiedendosi perché il Giappone s'era gettato in un'impresa così stupida. Poi ci fu l'atomica su Hiroshima, e con ciò finì la guerra. Per caso i miei genitori vivevano ad Imabari, una piccola città sul mare che si trova dall'altra parte di Hiroshima; erano sfollati là per sfuggire alle conseguenze della guerra. Invece morirono entrambi: mio padre per le radiazioni e mia madre colpita da una bomba incendiaria. I miei fratelli si erano sistemati poco più lontano da Imabari presso nostri parenti, e là io mi diressi non appena seppi del lancio dell'atomica su Hiroshima. E fu lì, in quella piccola città di campagna, che ascoltai alla radio l'annuncio della fine della guerra. Per me fu come se l'estrema tensione dello spirito fosse all'improvviso scomparsa».

Quella dura vicenda che cosa ha insegnato ai giapponesi?

«Nel mio caso, la morte dei miei genitori e la bomba su Hiroshima si sono sovrapposti e mi hanno lasciato quindi una impressione estremamente forte. Ma penso che, in un certo senso, sono stati proprio questi due fatti luttuosi, terribili che mi hanno insegnato il valore della pace. Finita la guerra noi giovani architetti fummo mobilitati per tracciare i piani di ricostruzione delle città giapponesi distrutte nel conflitto. Però, ad Hiroshima erano pochi ad andarci, volentieri: si diceva che, ad andarci subito ci si sarebbe ammalati e si sarebbe morti certamente. Io, non ebbi paura e chiesi quella destinazione. Fu così che venni mandato ad Hiroshima».

Che cosa significa per lei il "Memorial" che ha progettato per ricordare la bomba di Hiroshima?

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«Per Hiroshima vi fu una specie di concorso nazionale e quando seppi di avere vinto pensai che non fosse vero. Del resto, ritenevo che non ci sarebbe mai stato il finanziamento per un'opera del genere. Poco alla volta, tuttavia, nel giro di due anni i denari, furono trovati. Occorse poi quasi un decennio prima che la costruzione potesse essere completata. Per me, quindi, Hiroshima rappresenta la prima opera della mia carriera di architetto, ed è quindi qualcosa di molto importante come punto di partenza nella evoluzione della mia produzione».

 

Bibliografia

     Enzo Biagi - la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1990

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Strage nella steppa

18 Février 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

bedeschi.jpgGiulio Bedeschi, medico e scrittore, con Centomila gavette di ghiaccio, un piccolo classico della guerra, ha narrato le vicende degli alpini, dal Don al villaggio di Bol'setroikoje, dove i pochi superstiti si ritrovano. Si contano le perdite: 84.830 soldati, 3060 ufficiali.

Da un'intervista di Enzo Biagi a Giulio Bedeschi

 Che cosa scopriste quando, dopo aver attraversato la Germania, l'Europa orientale, arrivaste in Russia?

«Prima la steppa, poi le isbe, poi la popolazione. La steppa è sconcertante per la vastità, è paurosa. Gli alpini pensavano: "Di qua bisogna tornare indietro, a un certo punto".

«Le isbe, queste abitazioni così diverse dalle nostre, puzzolenti, le finestre sigillate, perché durante l'inverno non entrasse neanche uno spiffero d'aria. Una benedizione durante la ritirata La gente: noi potevamo anche essere prevenuti, ma hanno apprezzato durante l'estate il nostro comportamento umano, da soldati che non avevano l'aggressività dei tedeschi, e durante il ripiegamento si è letteralmente disfatta per noi poveracci, praticamente senza armi, togliendosi il pane e le patate di bocca per darceli».

campagna di Russia 12 campagna-di-Russia-13.jpg

Come vivevano i nostri soldati?

«D'estate senza problemi, c'era molto caldo e d'inverno nei rifugi sottoterra, con stufette che portavano la temperatura ai 25, ai 28, ai 30 gradi. Risalendo in superficie ci trovavamo anche ai 40 sotto zero. Lo sbalzo era qualcosa di opprimente, difficile da superare. I turni di guardia obbligavano a un avvicendamento di dieci minuti, di cinque minuti, se no ci si assiderava».

Che cosa mancava all' equipaggiamento dell' ARMIR?

«Prima di tutto le buone intenzioni di provvedervi con un corredo adeguato. Ci siamo trovati come in Albania, con una tenuta del tutto inadeguata. C'erano reparti che avevano ancora la divisa estiva, parlo della divisione "Vicenza". Noi alpini avevamo una attrezzatura che era già un po' migliore, nel senso che disponevamo anche di qualche cappotto a pelo, di qualche calzare, che ogni tanto arrivava in dotazione. Servivano più che altro per le sentinelle. I russi indossavano i loro giubbotti imbottiti, portavano quei famosi valenki, gli stivaloni di feltro e i tedeschi avevano provveduto a fornirsi di uniformi con l'ovatta, bianche in modo da non essere avvistati dagli aerei, e noi con i nostri cappottini, con i nostri pantaloncini e soprattutto con quelle scarpe chiodate infelici che portavano dritte al congelamento».

Alpini sparano cannone 1941-fronte-russo-attacco.JPG

Cosa voleva dire fare il medico laggiù?

«Affrontare un'esperienza diabolica, sconcertante. Io facevo parte di una batteria di artiglieria alpina e disponevo di uno zainetto di sanità che conteneva alcune garze e una pinza emostatica, dei cerotti, un disinfettante e poco più. C'era però la cosiddetta tabellina diagnostica, un foglietto cerato, in duplice copia, naturalmente, con la carta a ricalco, e sulla quale si doveva scrivere il nome e il cognome e la diagnosi e poi attaccarlo a un bottone del cappotto del soldato. E quando i tempi sono diventati duri, non più guerra di posizione sul Don, non c'era un mezzo di trasporto e non c'era l'ospedale da campo. Ma non ci si poteva fermare a medicare degli uomini, perché perdere il contatto col proprio gruppo, con la piccola unità che per elezione si era determinata, in quanto ognuno si fidava dell'altro, si finiva nella massa anonima, che ti respingeva. Dovevi tenere il passo con chi stava marciando, cercare di restare coi tuoi amici.

ritirata di Russia retrovieMentre arrancavo nella bufera, cercando anch’io di sopravvivere, mi sono trovato accanto un alpino che mi diceva: "Signor tenente, el me brasso el me lo cava". Un colpo di granata lo aveva colpito poco prima, e coi trenta gradi sotto zero si forma un coagulo e non c'è lo svenamento immediato. Ho preso il mio coltello, che mi era servito un po' per tutto, per aprire le scatolette, e ho tagliato quegli ultimi laccetti di pelle e di muscolo e io mi ricordo, e lo devo ricordare per tutta la vita, lo sguardo di questo ragazzo che aveva vent'anni e restava col braccio in mano e mi guardava e poi diceva: "E adesso che cosa ne faccio? Ciao" E lo buttava nella neve: "L'importante xe che torni a casa mia". Tre volte mi è successo questo fatto».

Di che cosa sentivate di più la mancanza?

Di qualcosa da mangiare e dell'acqua. All'inizio del ripiegamento, sul Don, ci avevano distribuito una scatoletta, due gallette, dicendoci: "Fatene buon conto, il resto lo avrete quando vi riunirete all'Armata". Per quindici giorni abbiamo vissuto di semi di girasole, trovati nelle capanne, nelle fessure dei cassetti, dei tavoli; la grande risorsa erano i letamai, perché i soldati, da contadini, andavano a frugare nel concime e tiravano fuori una rapa, una barbabietola marcia, buttate via chi sa quanto tempo prima: la salvezza».

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Quando vi siete accorti che vi avevano mandati all'avventura?

«Alcuni subito, perché erano già psicologicamente sulla difensiva, altri invece pensavano che stessimo avanzando, c'era l'inverno di mezzo, ma poi con la primavera saremmo andati a Mosca. Ma a un certo punto abbiamo avuto la sensazione concreta che qualcosa stava maturando. Dall'altra sponda del Don arrivavano rumori sempre crescenti, di ferraglie in movimento: si stava preparando qualcosa, ma da fonte ufficiale smentivano: tutto è sotto controllo. Invece l'11 dicembre del '42 Ravenna e Cosseria si sono viste attaccate dalla I e dalla VI Armata russa. Due armate contro due divisioni, settecento carri armati contro nessuno. Quattromila bocche da fuoco contro quelle poche che avevamo».

Coi prigionieri russi, come vi comportavate?

All'italiana, diventavano nostri amici. Avevamo l'ordine di consegnarli ai tedeschi: ma noi sapevamo che erano crudeli, e d'altra parte ci faceva piacere e comodo avere persone che ci aiutassero a sbrigare i nostri compiti quotidiani. Dovevamo scavare rifugi, trasportare piante, rami, materiali, e preferivamo tenerli in forza, senza però avere le razioni militari per loro, ma i soldati dividevano, alla solita maniera, il loro rancio. Facevano la fila con noi, e come noi mangiavano. Verso le 4, le 5, quando veniva buio, andavano a dormire nel loro ricovero, e rispuntavano la mattina dopo sereni e pacifici. Avrebbero potuto tranquillamente fuggire, ma nessuno lo ha mai fatto».

E coi tedeschi come andava? C'era cameratismo?

Non si può generalizzare. Arrivati sul Don abbiamo dato il cambio a una batteria della Wehrmacht, e siamo stati accolti come fratelli, andavano a riposo, ci hanno invitati a cena, avevano preparato anatre arrosto, poi ci hanno fatto la sorpresa di farci ascoltare Radio Roma, il notiziario».

Sono vere le storie dei nazisti che cacciavano i nostri dai camion battendo coi moschetti sulle mani aggrappate?

«Sì, sono vere anche queste cose. So che Adenauer li ha definiti "pecore carnivore". Va detto però che certe volte avevano delle attenuanti; le slitte erano cariche dei loro feriti e congelati, e procedevano marciando per ore, e a un dato momento il comandante della piccola colonna, un maresciallo, diceva: "Giù tutti, perché i cavalli debbono camminare per un'ora scossi": che vuol dire senza peso. E anche i malati andavano avanti come potevano, e la slitta procedeva vuota».

Come combattevano i sovietici?

«Ai limiti del fanatismo. Pareva che per loro la vita non avesse significato».

Quando cominciò la tragedia?

«Con l'attacco alla Cosseria e alla Ravenna, dalla sera alla mattina, all'improvviso, prendendo di sorpresa i comandi. Non avevamo alle spalle nessuna riserva che potesse venirci in aiuto; hanno costituito un cosiddetto reparto di pronto intervento, formato da qualche compagnia della Julia, la mia divisione, e da due batterie di artiglieria, e una era la mia, così mi sono trovato nel settore di Novaja Kalitva, dove i russi premevano, e dopo cinque giorni di resistenza, privi di munizioni, di rifornimenti, di viveri, abbiamo dovuto cedere. Avevamo già alle spalle, a cinquanta chilometri, i carri armati sovietici. Siamo stati portati nella terra di nessuno e abbandonati a noi stessi.

Ci hanno schierati nella neve, alla distanza di sette, otto metri l'uno dall'altro, protetti solo da muriccioli di ghiaccio, con trenta o quaranta gradi sotto zero. Scendeva la notte, ma guai se ti addormentavi: significava assideramento nel sonno. Si formavano gruppi di quattro, cinque compagni, si faceva cerchio e ci si accucciava, e ognuno faceva la guardia per cinque minuti, poi toccava a un altro, e così via, e questo voleva dire, in un'ora, un terzo di riposo».

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Come si spiegano quelle migliaia di morti, i dispersi di cui non si è saputo più nulla?

Questo è un dramma nato dalle cose, perché pensare di fare quattrocentocinquanta chilometri di ritirata, nelle condizioni che le ho descritte, senza cibo, senza acqua e con quel gelo, senza possibilità di dormire, perché quando si aveva la fortuna di buttarsi nelle isbe, si sapeva anche con certezza che nel giro di un'ora, due ore i partigiani che di lontano seguivano sempre la nostra colonna, sarebbero arrivati con gli sci silenziosi, un calcio alla porta e il mitra, una innaffiata di proiettili sul pavimento sul quale si erano ammucchiate le caterve di uomini al buio, e uccidevano e chi si salvava riprendeva il cammino. In queste condizioni di stanchezza e poi combattimenti quotidiani che ci falcidiavano, tutto questo faceva sì che un numero sempre crescente di soldati non ce la faceva più e si afflosciava sul terreno. Si potevano fare cento, duecento, trecento metri, reggendo il peso di un corpo sulle spalle, poi si cadeva».

Quando vi siete sentiti salvi?

«Quando il generale Nasci, comandante del corpo di Armata alpina, ci ha detto: "Ragazzi, siamo fuori dalla sacca, ma dobbiamo camminare anche più svelti, perché i russi possono avanzare". E così siamo andati avanti per un mese, per altri milleduecento chilometri».

Il poeta Svetlov dedica una lirica agli infelici combattenti:

O giovane nato a Napoli!

Che cosa cercavi sui campi della Russia? Perché non sei rimasto là, felice

 

Nel celebre tuo golfo natio?

 

Bibliografia

Enzo Biagi - la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1990

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in ricordo di Gianni Citterio, medaglia d’oro al valor militare

12 Février 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Sabato 22 febbraio 2014: la cerimonia di commemorazione a Monza

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Nato a Monza il 13 giugno 1908, caduto a Megolo (Novara) il 13 febbraio 1944, laureato in Legge, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.


L’incontro e la morte di Gianni Citterio

dal libro “Tornim a baita. Dalla campagna di Russia alla Repubblica dell'Ossola” di Giovanni Battista Stucchi.

 

Gianni Citterio nacque a Monza il 13 giugno 1908. Figlio di Giuseppe, vecchio militante socialista (nel 1945 sarà sindaco di Monza) e di Angela Sacconaghi. Gianni frequentò le elementari alla scuola Dante Alighieri di Monza, poi il ginnasio allo Zucchi, il liceo Berchet di Milano e l’università a Pavia dove nel 1913 si laureò in legge.

Quando Stucchi si trovava sul fronte del Don, i maggiori esponenti dell'antifascismo monzese si riunivano clandestinamente nel retro della farmacia Casanova o nello studio legale Scali: ebbene, promotore e animatore di quegli incontri era Gianni, il più giovane di tutti.

Gianni Citterio era stato uno degli organizzatori del Partito Comunista italiano.

Il 26 luglio 1943, tra la città esultante per la destituzione di Mussolini, Gianni Citterio, dopo aver guidato un lungo corteo di popolo, parlò nel salone affollato della trattoria Santa Lucia, in via Manara, incitando tutti ad organizzare la resistenza.

L’8 settembre parlò per l’ultima volta pubblicamente ai monzesi: aveva 35 anni. Tenne un comizio dal balcone del municipio, in piazza Carducci, attorniato da rappresentanti dei partiti democratici. Più tardi, questi dirigenti antifascisti riuscivano ad ottenere le prime armi dal comandante della caserma Pastrengo, mentre i tedeschi occupavano la città.

Dopo l’8 settembre 1943, Gianni Citterio era stato mandato in montagna, con nome di battaglia Diomede, nella formazione partigiana di Filippo Beltrami (architetto milanese) a rappresentare il Comitato militare del CLN Alta Italia, allora diretto da Ferruccio Parri.

Nell’assolvere la sua funzione di commissario politico della formazione, aveva assunto il nome di Redi.

Nel breve periodo che seguì la partenza da Milano, costretto con gli uomini della banda Beltrami alle estenuanti marce di trasferimento dalla Valle Strona a Premosello prima e a Megolo d'Ossola poi, Gianni non si concesse riposo. I pochi sopravvissuti ricordano ancora il commissario politico Redi, l'alta figura dell'”avvocato di Milano” con i pantaloni alla cavallerizza, presente ovunque col consiglio pieno di senno, con la parola d'incoraggiamento.

«Gli uomini, una sessantina, avevano trovato temporaneo riparo in vecchie baracche di legno situate su di un ripiano del pendio alle spalle del paese. A una proposta di tregua avanzata il giorno precedente dal comando tedesco era stata data risposta con le parole suggerite da Gianni: «Col nemico non si tratta».

Erano le sei del mattino del giorno 13 quando un partigiano arrivò di corsa trafelato ad annunciare che i tedeschi provenendo su automezzi dalla bassa valle, stavano occupando Megolo. In pochi minuti gli uomini si portarono ai rispettivi posti di combattimento, come già stabilito.

Il fuoco incessante delle mitragliatrici, dei mortai e dei cannoncini a tiro rapido da parte nemica incominciò subito e con tale estensione e intensità da far capire che non sarebbe stato facile uscire indenni da quell'inferno. Per di più i tedeschi avevano quasi effettuato l'accerchiamento su tre lati il quarto era costituito dal fianco del monte in quel tratto inaccessibile. Il capitano Beltrami, appena se ne rese conto, ordinò ai suoi uomini la ritirata, restando egli fermo in luogo per proteggerla assieme agli altri componenti del comando.... Ha scritto un superstite fortunosamente scampato al massacro: «Sulla nostra destra si era appostato Gianni Citterio (Redi). Ma poco dopo anche da quella parte venne un lamento. "Ritirati, ritirati", gridò il capitano. Ci parve che si muovesse e poi sentimmo un rantolo. Era finita. Anche Gianni era morto».

Inutilmente nei giorni che seguirono il giudice istruttore del Tribunale di Verbania cercherà di accertare l'identità del «commissario Redi». Fu sepolto in anonimo, come se nessuno lo avesse mai visto né conosciuto. Non era vero: molti erano stati coloro che lo avevano conosciuto e amato. Quando una settimana dopo potei recarmi al piccolo cimitero di Megolo, vidi che sul tumulo di terra fresca della sua tomba, l'ultima a destra del vialetto centrale, era stata deposta una grande corona di fiori: recava la testimonianza di amore e di riconoscenza degli operai della Rumianca (azienda chimica con stabilimento in Val d’Ossola)».

 

 

 


 

 

 

Militante nel Partito comunista dal 1940, fu tra gli organizzatori degli scioperi milanesi del marzo 1943. Il giorno dopo l’annuncio dell’armistizio, Citterio parlò da un balcone del palazzo municipale di Monza, incitando i suoi concittadini alla lotta contro gli invasori tedeschi. Si diede quindi all’organizzazione, a Milano e in Lombardia, dei primi Gruppi d’Azione Patriottica e delle prime bande partigiane. In rappresentanza del Partito comunista, il giovane avvocato entrò nel primo Comitato militare del CLNAI e, come ispettore del Comando generale delle Brigate Garibaldi, fece la spola tra Milano e la Val d’Ossola, finché il Comando stesso reputò opportuno che Citterio si fermasse nell’Ossolano, per accelerare l’organizzazione di quel movimento partigiano.

Nel ruolo di commissario politico della banda dell’architetto Filippo Beltrami, Citterio (che aveva scelto il nome di battaglia di "Redi") esercitò un grande ascendente sui giovani che cominciarono, sempre più numerosi ad entrare nella formazione. Il progetto di Redi, mirante a trasformare le prime bande di combattenti in vere e proprie Brigate, non fu portato a compimento da lui. Cadde, con il capitano Beltrami e con altri valorosi antifascisti, nello scontro di Megolo.

Nella motivazione della ricompensa al valore assegnata alla memoria di Citterio è scritto: "Attivissimo organizzatore della resistenza partigiana, prese parte a tutte le più rischiose imprese della sua formazione, accoppiando intrepido coraggio alle supreme idealità. Mentre con un pugno di audaci rientrava da un'ardita impresa compiuta, venne attaccato da forze nemiche venti volte superiori, e senza esitare accettò la disperata battaglia. Benché ferito ripetutamente, mentre attorno a lui cadevano tutti i suoi compagni, sostenne l'impari lotta, finché colpito da una raffica di mitraglia esalava lo spirito invincibile".

 

Scritto da GIANNI CITTERIO nel giornale clandestino “PACE E LIBERTA’” il 25 giugno1943

SPEZZIAMO LA SCHIAVITU

"L’italiano, dopo vent’anni di fascismo, si può paragonare ad un ammalato di lunga estenuante malattia che cerca sottrarsi al male che lo porta alla morte ma che non trova in sé la forza di reagire. Immaginiamoci di essere guidati da un medico che cerchi di sviluppare a gradi le nostre energie latenti, fino a che le forze irromperanno rigogliose a nuova vita. Nell’attesa di rompere con lo stato di schiavitù al quale siamo soggetti, vediamo di ridiventare liberi cittadini degni di questo nome con quotidiane modeste manifestazioni di forza:

“Cessate di portare il distintivo, ne seguirà il provvedimento di espulsione e sarete automaticamente ridiventati liberi di voi stessi.

Non salutate romanamente.

Non usate il voi nei luoghi dove è imposto.

Nei ritrovi pubblici cercate la compagnia di color che sapete essere antifascisti.

Non andate a manifestazioni a carattere politico.

Quando vi si chiede il consenso per l’operato del fascismo, tacete.

Non parlate mai di politica con fascisti. Quando qualcuno di essi tiene conferenza in riunioni di amici o al caffè allontanatevi.

Dite sempre a voi stessi: «La rovina di tutti sarà anche la mia rovina e quella dei miei cari. Bisogna fare qualche cosa contro i nostri carnefici. Bisogna fare qualche cosa.

Siate decisi e fermi in questa convinzione e non tarderà chi vi indicherà quello che dovete fare.”

 

MEGOLO 13 Febbraio 1944 - Resistenza eroica.

Caduti: Arch. Cap. Filippo Maria Beltrami – Avv. Cap. Gianni Citterio (Redi) – Ten. Antonio Di Dio – Carlo Antibo – Bassano Bassetto – Aldo Carletti – Angelo Clavena – Bartolomeo Creola – Emilio Gorla – Paolo Marino – Gaspare Pajetta – Elio Toninelli.

Erano le 6.30 del 13 febbraio 1944. Dei reparti di SS appoggiati da una compagnia della Guardia Nazionale Repubblichina, coperti dalla fitta nebbia delle prime ore del mattino, nascosti gli automezzi in un avvallamento a qualche centinaio di metri da Megolo, invasero la piccola frazione del comune di Pieve Vergonte.

Prima facile preda del nemico furono Bassano Bassetto e Bartolomeo Creola, colti nel sonno in una camera dell’Osteria del Remo. I due partigiani riposavano in attesa che l’oste alle 7 li svegliasse perché avrebbero dovuto raggiungere i distaccamenti dislocati in altre località della valle.

Vennero trascinati alla presenza del cap. Simon, comandante delle forze nazi-fasciste. Pur essendo frustati, bastonati e torturati, i due giovanissimi partigiani rimasero nel più assoluto silenzio e infine vennero consegnati ai militi. I fascisti ripresero la bastonatura dei due ragazzi e quindi li fucilarono in una piazzetta a lato dell’osteria.

Il capitano Beltrami, con calma e sicurezza, dispose i suoi partigiani su una linea di circa 200 metri e quindi prese il proprio posto di combattimento. Cinquantatré uomini con una mitragliatrice, due mitragliatori, un mitra, e una cinquantina di moschetti erano pronti a difendersi dall’attacco condotto da oltre cinquecento nazi–fascisti armati di un cannoncino, due mortai, una mitragliera da 20 mm., tre mitragliatrici pesanti, fucili mitragliatori e mitra.

Il Capitano aveva respinto per la seconda volta l’invito alla resa del Comandante tedesco: con tutti i suoi partigiani, aveva accettato il combattimento.

Alle 7 del 13 febbraio 1944, la nebbia era dispersa dai raggi del sole che illuminava la valletta di Megolo. I partigiani, distesi lungo la linea di difesa, assistevano immobili all’avanzata della colonna tedesca, a al successivo disporsi per l’attacco delle forze nemiche. I tedeschi avanzavano in tre linee, distanziate l’una dall’altra di qualche metro: la GNR, rinforzata reparti di SS, avanzava sulle due ali.

Era necessario attendere: l’esiguo numero di uomini e la scarsa potenza di fuoco consigliavano di attendere che il nemico fosse giunto a breve distanza. L’attesa era estenuante, snervante. Le SS erano ad una trentina di metri dalla balza dietro cui era appostato il gruppetto di comando. Il mitra del Capitano ruppe, con il suo crepitare, il silenzio della valle. Tutte le armi della difesa risposero al richiamo e la prima linea dell'avversario fu costretta a ripiegare in disordine lasciando sul terreno alcune decine di morti.

Non vi furono soste nella battaglia; dall’una e dall’altra parte si continuò con sempre maggior accanimento. Purtroppo, l’unica arma pesante si inceppò e dovette essere abbandonata. Un colpo di mortaio raggiunse la piazzola del mitragliatore all’ala sinistra della difesa, uccidendo il servente al pezzo.

Alle 10, dai Presidi dell’Ossola giunsero rinforzi al nemico: da quel momento la situazione volse a favore delle forze nazi–fasciste.

Nel tentativo di spostarsi verso il centro, il cap. Citterio venne colpito da una raffica e abbattuto. Era una grave perdita: Redi, uno dei valorosi della vecchia guardia di Beltrami, era un coraggioso, un abile ufficiale e un prezioso consigliere del Capitano. La scarsità di munizioni non permetteva di resistere a lungo e con scarse possibilità di successo. Bisognava tentare una sortita e Beltrami avvertì gli uomini di tenersi pronti. Approfittando di uno dei frequenti avvicendamenti nella prima linea del nemico, diede l’ordine di contrattaccare e i partigiani balzarono in avanti all’assalto. Sorpresi dall’ardita azione di un pugno di uomini ormai decisi a tutto, la prima linea nemica si ritirò disordinatamente, travolgendo e disorganizzando anche le linee di rincalzo. La fuga nazi–fascista ebbe termine nell’abitato di Megolo. Entrarono in azione i rinforzi sopraggiunti dal Nord; i giovanissimi della ‘banda’, lasciatisi trascinare dell'entusiasmo, anziché retrocedere e prendere posizione su una nuova linea, abbandonarono ogni prudenza e si spinsero allo scoperto fino alle prime case, dove vennero falciati dalle raffiche delle mitragliatrici.

Caddero Antibo, Gorla, Clavena, Toninelli, Carletti. Anche Marino venne abbattuto poco dopo da una raffica di mitra sulla soglia di una casa.

Intanto il Capitano tentava di riorganizzare i propri uomini su una nuova linea di difesa ma, ormai convinto di non poter reggere ai nuovi attacchi, dava disposizione per evitare l’accerchiamento e per operare un’azione di sganciamento, nel caso in cui la situazione fosse ancora peggiorata. Mentre, ritto accanto ad un grosso castano, osservava le posizioni, il Capitano venne colpito da una raffica al petto e alla gola. Antonio e Gaspare gli furono subito accanto e tentarono di trasportarlo in una baita che sorgeva sul pianoro a una trentina di metri dal luogo in cui era stato ferito. Ma il Capitano, intuendo la sua prossima fine, a cenni fece comprendere ai due giovani di ritirarsi prima che fossero accerchiati dal nemico. La sua posizione venne individuata e diventò un bersaglio sicuro: un colpo di mortaio troncò ad un tempo la vita di Beltrami, Di Dio e Pajetta. Dopo quattro ore di combattimento accanito, al termine delle munizioni, senza la guida del loro Capitano, i superstiti furono costretti a ripiegare e disperdersi fra le rocce e nella boscaglia, cercando poi di raggiungere gli altri distaccamenti.

Ultimo atto della tragedia: un fascista, raggiunto il Capitano, infierì ripetutamente con il pugnale sul corpo esanime.

Il Cap. Simon, invece, riconoscendo la generosità, il valore, il coraggio, la nobiltà dei sentimenti dell’eroico comandante partigiano gli fece tributare gli onori militari da un reparto di SS. Era infatti caduto combattendo, alla testa dei suoi ragazzi, un uomo le cui epiche gesta avevano attirato l’attenzione non solo del popolo e del nemico nella nostra provincia, ma di tutta l’Italia occupata e dal Comando supremo nazista.


Ha detto il  Presidente della Repubblica GIORGIO NAPOLITANO:

«Dobbiamo rendere onore a tutti coloro che sono stati tra i protagonisti della lotta antifascista, che hanno pagato con il carcere, il confino e l’esilio il loro amore per la libertà e la democrazia e sono stati fra gli ispiratori e i protagonisti della lotta per la liberazione dell’Italia.»

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L’assedio di Leningrado

11 Février 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Tre settimane dopo l'inizio dell'invasione dell’U.R.S.S. (l'Operazione Barbarossa, iniziata il 21 giugno 1941), le forze tedesche sono sul punto di conquistare una delle città più ricche e popolose dell'impero di Stalin, ma si trovano di fronte a un'improvvisa, disperata resistenza destinata a durare, in condizioni terribili, oltre ogni limite immaginabile. Lo resterà per due anni e o, i famosi «novecento giorni».

Leningrado era una metropoli con il suo centro lussuoso e le sue vetrine, quartieri periferici tutti eguali, monotoni e tristi, istituti scientifici, musei e fabbriche, spaziosi boulevards ma anche vicoli, con mille e mille problemi. Ma era circondata come da un muro, da un nemico implacabile che non permetteva l'afflusso né di viveri né di rifornimenti di alcun genere, tranne quel poco che si poté in qualche modo apportare mediante la «via d'emergenza» apprestata in fretta e furia, e sempre sotto il fuoco nemico, gettando dei binari sopra un lago ghiacciato.

 

Concerto sotto le bombe

Dmitrij SostakovichNel solo mese di Settembre l'orgogliosa città costruita da Pietro e dai suoi architetti italiani «gettando marmo sulla palude» subì bombardamenti a tappeto della Luftwaffe: 23 grandi incursioni aeree nelle quali 675 aerei tedeschi hanno sganciato 987 bombe dirompenti e 15.100 incendiarie. In uno di questi bombardamenti del settembre è stato gravemente danneggiato e incendiato l'appartamento al quinto piano di uno stabile in cui il grande compositore Dmitrij Sostakovich stava provando alcuni brani della sua Settima sinfonia: la leggenda dice che continuò a suonare come niente fosse.

La sua settima sinfonia venne eseguita per lo prima volta il 9 agosto 1942, mentre infuriavano gli attacchi tedeschi su Leningrado.

 

Da un’intervista di Enzo Biagi al musicista KSENIJA MATUSKH.

Lei ricorda la prima esecuzione della Settima sinfonia detta anche "Sinfonia di Leningrado"?

«Quando scoppiò la guerra, studiavo al Conservatorio. Nei primi mesi andavo in trincea come soldato volontario nella contraerea e ho assistito al primo bombardamento e al grande incendio dei depositi alimentari. Quella notte udii la radio che invitava tutti gli studenti residenti in città a registrarsi. Ci andai e mi fu offerto di entrare nell'orchestra sinfonica insieme ad altri musicisti. Oltre alle prove d'orchestra lavorammo, come tutti i leningradesi, a pulire le strade perché si temevano epidemie e a far funzionare i trasporti che in quel terribile inverno erano fermi».

E poi?

«Nella gelida sala del teatro Puschkin tenemmo il nostro primo concerto pubblico: suonammo indossando i cappotti e tenendo i cappelli in testa. Nel settembre '41 Sostakovich disse alla radio che stava componendo una sinfonia. A ottobre lasciò la città per terminare la sua opera e gli spartiti furono portati a Leningrado con un volo speciale».

Quando suonaste la Settima?

Il presidente della radio e il nostro direttore d'orchestra, Eliasberv, ottennero che il comando militare richiamasse dal fronte, direttamente dalle unità in battaglia quei musicisti che mancavano. Tutti furono muniti di un lasciapassare che diceva: il tal dei tali è inviato a Leningrado per l'esecuzione della Settima sinfonia di Sostakovich. Infine in città apparvero i manifesti che annunciavano che il 9 agosto 1942, nella grande sala della Filarmonica, si sarebbe tenuta l'esecuzione della Settima sinfonia».

Fu un grande spettacolo?

«Assolutamente. Eravamo felici ed entusiasti. Gli uomini si erano fatta la barba e avevano indossato i migliori vestiti, con gli indumenti invernali sotto per scaldarsi e per nascondere come erano diventati magri. Vedemmo che nella sala entrava il pubblico come in tempo di pace ma molti erano venuti direttamente dal fronte e impugnavano ancora le armi. Il direttore Eliasberv fece alzare in piedi l'orchestra e il pubblico ci salutò. Poi cominciammo».

Accadde qualcosa di particolare?

«Sì, questo. A Leningrado se suonava l'allarme nel corso di un concerto o di una recita teatrale, si interrompeva lo spettacolo e il pubblico correva nei rifugi. Quella volta, invece, sentimmo le cannonate per tutta la sinfonia, ma nessuno si mosse. Eravamo stupiti: come mai non si interrompeva l'esecuzione? Solo venti anni dopo abbiamo saputo che erano le nostre batterie a sparare contro i tedeschi per prevenire un loro eventuale attacco. Quando finì la musica vi fu una pausa di silenzio assoluto, poi scoppiarono applausi fragorosi. Molti piangevano. Una bambina si avvicinò al palcoscenico portando un mazzo di fiori e fu una cosa straordinaria: non esistevano più fiori in città; nei giardini la gente coltivava cavoli, ortica, insalata, pomodori. Per me fu una festa. Sapevamo che la radio trasmetteva la sinfonia in tutto il Paese. Sapevamo che all'estero ci stavano ascoltando. Sapevamo che attraverso i nostri altoparlanti anche i nazisti nelle loro trincee ci sentivano».

Che senso aveva allora la vita?

«Penso che la vita abbia sempre un grande senso, ma a quell'epoca ne aveva uno particolare per coloro che lottavano contro i nazisti: quel 9 agosto '42 Hitler offri un grandioso pranzo, a Berlino, all'hotel Astoria per festeggiare la sua presunta occupazione della nostra città e noi, nella Filarmonica di Leningrado, suonammo la Settima di Sostakovich».

 

L'Ermitage nella bufera

1941 Museo Ermitage bombardatoDa un’intervista di Enzo Biagi con BORIS PIOTROYSKIJ, direttore dell'Ermitage

Signor Boris Piotrovskij. che cosa accadde allo scoppio della guerra, al Museo Ermitage di Leningrado?

«Il blitz tedesco non ci colse di sorpresa. Già il 22 giugno '41 cominciarono i lavori per portare via le collezioni. I quadri furono imballati e sistemati in casse speciali che avevamo preparato apposta da tempo. Il 1° luglio partì un treno diretto a Sverdlovsk: oltre ai vagoni merci e passeggeri c'erano anche carri scoperti, sui quali erano stati sistemati cannoni antiaerei per difendere il treno contro un eventuale attacco dell'aviazione nazista. A questo enorme lavoro per salvare i valori dell'Ermitage parteciparono soldati, marinai, attori, pittori oltre, naturalmente, tutti i dipendenti del Museo. Solo la loro attività ben organizzata permise di completare in breve tempo tutti i lavori necessari».

E poi vi furono altri convogli?

«Certamente. Un secondo treno seguì il primo ma il terzo non fece in tempo: la situazione militare era diventata troppo pericolosa, la ferrovia non era più sicura».

Durante l'assedio che cosa accadde?

1941-Museo-Ermitage.JPG«L'attività dell'Ermitage fu diretta sia a difendere i valori culturali del Museo rimasti, sia a salvare la vita di quei numerosi leningradesi che trovavano rifugio nelle vecchie cantine del Palazzo d'Inverno così ben costruite dal suo connazionale Rastrelli. I ricoveri antiaerei dell'Ermitage potevano ospitare contemporaneamente circa 2.000 persone. Di questo fatto esiste una bella testimonianza dell'architetto Nikkolskie, progettista dello stadio di Leningrado, che lasciò un diario e un album di disegni sulla vita della città assediata e, in particolare, sull'Ermitage».

Ma il Museo viveva?

«Oh, sì! L'Ermitage continuava a svolgere l'attività scientifica e a organizzare le sue famose conferenze: per esempio, il 19 ottobre '41 celebrò l'anniversario della nascita del poeta Nisami e a dicembre dello stesso anno, in un periodo particolarmente grave, quando persino i tram smisero di funzionare, promosse una sessione scientifica dedicata al cinquecentesimo anniversario del poeta Navoi».

 

Morte per fame

Da un’intervista di Enzo Biagi con IVAN ANDREENKO.

Ivan Andreenko, che fu vice presidente del Comune di Leningrado durante il lungo e feroce assedio nazista, racconta come la città visse quei 900 giorni, di quando i combattenti venivano portati al fronte con i tram e la gente doveva tentare di sopravvivere con una razione giornaliera di 125 grammi di pane.

1942-assedio-Leningrado-bambino-morto.JPG 1942-assedio-Leningrado-donne-acqua.JPG

Signor Andreenko, di quei lunghi, tremendi giorni dell'assedio di Leningrado lei ricorda un episodio di cui furono protagonisti i ragazzi?

«Sì, uno. In tutta la città la fame era acutissima, i casi di morte per edemi da denutrizione erano più che frequenti. Una mattina, nella panetteria del quartiere Nevvskij, entrò un uomo piuttosto alto con un'aspetto insolito per gli assediati. Si avvicinò agli scaffali del pane e cominciò a rovesciarli per terra gridando! Prendeteli! Prendeteli! Nessuno dei bambini presenti toccò i pani. La gente rimase immobile. Lui diede un pugno alla commessa e si diresse verso l'uscita. Ma fu fermato dagli stessi scolari».

C' era ancora la scuola?

«Sì. Le scuole funzionavano. In quel periodo avevamo più di duecentomila alunni. Dopo un ritardo iniziale l'anno scolastico incominciò regolarmente ma nel '41 e poi nel '42 le lezioni si svolsero nei rifugi perché nelle scuole era troppo pericoloso a causa dei continui attacchi aerei e di artiglieria».

Rammenta episodi di cui furono protagonisti i ragazzi di Leningrado?

«Una sera un proiettile di artiglieria colpì un camion carico di pane: l'autista fu ucciso, l'autocarro distrutto. In pochi minuti sul luogo si riunirono parecchi ragazzi della zona. Uno di loro corse a telefonare al Centro Rifornimenti e quando arrivò un altro camion i bambini raccolsero e consegnarono tutte le provviste. Nel giugno '42 una bomba incendiò un negozio di alimentari. Accorsero quattro ragazze coraggiose e cominciarono a tirar fuori casse incuranti del rischio».

Fin quando Leningrado fu affamata?

1942-donne-assedio-Leningrado.JPG«Dalla seconda metà del novembre '41 fino a tutto il gennaio '42 le riserve di grano erano quasi esaurite e la città era costretta a vivere solo con quello che vi poteva venir trasportato. Purtroppo la ferrovia era bloccata e, prima che entrasse in funzione la strada sul Ladoga ghiacciato passammo tremende settimane. Bisogna dire però che la linea del Ladoga riuscì a portarci più di 25mila tonnellate di viveri e l'aviazione ne fornì oltre cinquemila tonnellate. Era un notevole aiuto; ma in seguito si dovettero ridurre drasticamente le razioni. Per esempio: quella del pane l'abbiamo ridotta cinque volte. La più bassa si ebbe dal 20 novembre al 24 dicembre '41 quando operai e tecnici ebbero, ogni giorno 250 grammi di pane a testa mentre le altre categorie impiegati, donne, pensionati, bimbi, non più di 125 grammi. Per capire quanto erano misere le razioni in generale, le dico che una razione forniva 1087 calorie contro le 3000 indispensabili per sopravvivere. Il periodo peggiore fu nei mesi di novembre e dicembre '41 e gennaio febbraio '42: i morti per fame durante l'assedio furono 632.000».

 

Bibliografia:

     Enzo Biagi - la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1990

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