Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

"Soldati delle paludi", il canto del ricordo dei crimini contro l'umanità

25 Janvier 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza europea

Soldati delle paludi.

Lontano all'infinito si estendono

grandi prati paludosi.

Non un uccello canta

sugli alberi secchi e cavi.

 O terra di afflizione

dove dobbiamo senza sosta zappare,

zappare!

In questo campo cupo e selvaggio,

circondato da mura di ferro,

ci sembra di vivere in gabbia

in mezzo a un grande deserto.

O terra di afflizione ...

Rumore di passi e rumore di armi,

sentinelle giorno e notte

e sangue, grida, lacrime,

la morte per chi fugge.

 O terra di afflizione ...

Ma un giorno della nostra vita

la primavera rifiorirà.

Libero allora, o Patria!

Dirò: sei mia.

 O terra infine libera

dove potremo rivivere, amare!

O terra infine libera

dove potremo rivivere, amare,

amare.

 

Il canto Soldati delle paludi fu composto nel 1934 in uno dei primi campi creati nelle paludi, alla frontiera tedesco-olandese, da un detenuto minatore, Johan Esser; fu messo in versi dal poeta Wolfgang Langhoff e musicato da Rudi Goguel, anch'essi prigionieri.

Soldati delle paludi fu cantato già nel 1936 in Spagna dalla Brigata internazionale.

Questo canto è diventato per i deportati di tutti gli altri Paesi l'inno della speranza e, in seguito, del ricordo dei crimini contro l'umanità.

per ascoltare Soldati delle paludi Eseguito dal coro Suoni e l'ANPI

Tratto da:

Qui non ci sono bambini. Un'infanzia ad Auschwitz di Thomas Geve - Einaudi 2011 Yad Vashem Publications.

 

Thomas Geve nasce a Stettino, sulle rive del Baltico, nel 1929. A cinque anni si trasferisce con la madre a Berlino presso i nonni, mentre il padre è costretto a emigrare in Inghilterra. Nel 1943, a poco più di tredici anni, viene deportato ad Auschwitz e in seguito a Gross-Rosen e Buchenwald, dove finalmente, nell'aprile del 1945, irrompe l'esercito alleato che libera gli internati. Geve chiede delle matite e dei fogli con cui fissa in 79 disegni il ricordo della prigionia. Riunitosi al padre, dopo la guerra si trasferisce prima a Londra e poi in Israele, dedicandosi alla carriera di ingegnere civile. Nel 1985 dona i suoi disegni al museo Yad Vashem, il memoriale ufficiale di Israele delle vittime ebree dell'Olocausto, dove vengono raccolti, restaurati e conservati.

Da quei giorni del 1945 Thomas Geve non ha mai più disegnato.

 

Thomas-Geve-1945.jpg 

Thomas Geve, nel 1945, nel centro di convalescenza svizzero; ha quindici anni e sta scrivendo a suo padre.

Due dei disegni di  Thomas Geve:

la-porta-di-Birkenau.jpg 

Un altro mondo – la porta di Birkenau.

È da questa porta del campo di Birkenau che passavano le vittime.

 

La-cultura-ad-Auschwitz.jpg 

La cultura ad Auschwitz.

Impiccagione di dodici polacchi, sospettati di aver tentato la fuga.

Lire la suite

iniziativa dell'ANPI di Lissone per il Giorno della Memoria 2015

7 Janvier 2015 , Rédigé par anpi-lissone

iniziativa dell'ANPI di Lissone per il Giorno della Memoria 2015

Venerdì 23 gennaio 2015 ore 21

nella sala polifunzionale della BIBLIOTECA CIVICA DI LISSONE

in Piazza IV Novembre

Testimonianza di Milena Bracesco, figlia del partigiano monzese Enrico Bracesco, deportato e ucciso dai nazisti nel Castello di Hartheim

e proiezione del film sulla deportazione “E come potevamo noi cantare

Enrico Bracesco

Enrico Bracesco figlio di Francesco e di Teruzzi Maria (nato a Monza il 10 aprile 1910, deceduto nel Castello di Hartheim il 15 dicembre 1944). Era il più giovane di tre fratelli antifascisti.

Caposquadra attrezzeria alla Breda V Sezione Aeronautica, fu il primo mutilato della Resistenza operaia. Fra i promotori degli scioperi del marzo 1943, arrestato e licenziato dalla Breda, fu condannato con la condizionale a un anno per “abbandono del servizio” e poi riassunto grazie all'intervento dei compagni di lavoro.

Bracesco si fece carico del rifornimento di armi alle formazioni partigiane. Riuscì a recuperare con altri gappisti ben 72 mitra e 2 mitragliatrici, che i soldati in fuga dopo l'8 settembre avevano sotterrato nel cortile della scuola Ugo Foscolo di Monza, diventata nel frattempo quartier generale dei repubblichini. La notte del 4 novembre 1943 Enrico Bracesco portò un quantitativo di armi con un motofurgone, a Michele Robecchi – anch’egli operaio alla Breda V Sezione Aeronautica - a Muggiò, ma sulla strada del ritorno, intercettato ed inseguito dalla polizia fascista nei pressi di Cinisello, uscì di strada e rimase sotto il camioncino. Trasportato all'ospedale di Monza, gli fu amputata la gamba destra. Evase dall’ospedale con l’aiuto del fratello Carlo, perché era spiato da finti malati e si nascose in una cascina presso dei parenti alla periferia della città.

Tutte le mattine il fratello Carlo si recava da lui per le medicazioni. La mattina del 15 marzo, non vedendolo arrivare, Enrico si avviò con le stampelle verso l’abitato, ma venne riconosciuto, arrestato e portato a San Vittore dove la moglie Maria Parma lo vide per l’ultima volta. Fu portato a Fossoli, poi nel lager di Bolzano, e da lì deportato, il 5 agosto 1944, a Mauthausen. Fu selezionato subito e portato al Castello di Hartheim, vicino a Linz, dove, dopo un lungo e doloroso calvario, fu assassinato.

Maria Parma (1912-1996)

Moglie di Enrico Bracesco. Cominciò a lavorare a dieci anni come apprendista guantaia. A sedici conobbe Enrico che sposò sette anni più tardi. Ebbero due figli, Luigi e Milena. Maria condivise con la famiglia Bracesco (il cognato Carlo e la moglie Maria Farina) la lunga lotta clandestina alla dittatura durante il ventennio fascista fino alla militanza partigiana e all’arresto di Enrico, nel novembre 1943. Maria rivide Enrico per un attimo al carcere di San Vittore a Milano.

Lettera di Enrico Bracesco alla moglie del 7.6.1944 dal campo di concentramento di Fossoli

Mia amatissima,

che devo dirti della fotografia? Credo di non essere in grado di esprimere i sentimenti che mi presero, quando la vidi. I miei occhi si posarono sulle tre piccole figure, cercando di indovinare i pensieri di ciascuna di esse.

Quanto tempo rimasi così assorto e lontano da ciò che mi circondava? Vidi i vostri tre sguardi posarsi su di me, mi immaginai di esservi vicino, baciando la piccola rosa appena sbocciata col suo grande profumo, che è Milena. Strinsi forte nelle mie braccia la visione di Luigi, cercando di far sorridere un pochino la sua infantile serietà, che tanto ha colpito il mio cuore. Lo so, lo sento, mi cerca in silenzio. Che dire poi di te, mia cara: ti leggo sul viso i segni del dolore e dell'attesa. Coraggio, Maria! Tutto ha fine, ti sono sempre vicino spiritualmente, sono sicuro che mi senti e che porterai a termine anche questo tuo duro compito con quei sacrifici che solo una giovane sposa e madre sa trovare la forza di sopportare, attingendo alla sua inesauribile fonte d'amore. Così state tutti e tre uniti sul mio cuore, sento un solo palpito, nè posso essere sordo al vostro richiamo: troverò certo e presto la via del ritorno e saprò farvi dimenticare i giorni tristi.

La mia salute è ottima e godo che lo sia anche la vostra: quando mi parli dei nostri piccoli e dei progressi di Milena, vorrei averla un istante solo per appagare il mio desiderio di stringerla sul petto. E Luigi comincia a scrivere qualche cosa? Baciameli forte tutti e due e te, Maria, bacio e abbraccio forte.

Tuo e sempre amatissimo Enrico.

Lire la suite