Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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Carlo e Nello Rosselli a 80 anni dalla morte

7 Juin 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

9 giugno 1937 - 9 giugno 2017

Parigi, sabato 19 giugno 1937.

33 di Rue La Grange-aux-Belles, quartiere operaio.

Una stradina stretta trasformata in viale fiorito per gran numero di corone e fasci di fiori porta alla «Maison des Syndicats».. Nella grande sala delle assemblee due feretri, drappeggiati di velluto carminio, quasi scompaiono sotto fiori e nastri, rossi, le ghirlande, rosse, foglie di quercia e d'alloro. Sono quelli di Carlo e Nello Rosselli, rispettivamente di 38 e 37 anni.

Erano stati uccisi tre giorni prima, il 9 giugno, da un gruppo terroristico filofascista, la «Cagoule», Organisation Secrète d'Action Révolutionnaire Nationale, a Bagnoles-de-l'Orne, una città termale in Bassa Normandia, a circa 230 chilometri da Parigi, famosa per i suoi fanghi benefici alle affezioni del sistema venoso e specialmente alle flebiti. Carlo era arrivato a Bagnoles-de-l'Orne il 17 maggio 1937, per curarsi di una flebite, di cui aveva già sofferto da ragazzo e che si era ridestata in Spagna, dove era al comando di una colonna di antifascisti sul fronte aragonese. Lo aveva poi raggiunto il fratello Nello.

Alle 14 l'orchestra della «Federazione Sinfonica dei Concerti Poulet e Siohan», diretta da Siohan, esegue la Settima sinfonia di Beethoven.

Poi una folla dei grandi appuntamenti storici accompagna i Rosselli al cimitero Père-Lachaise. Li seppelliscono all'ombra degli ippocastani, verso il «Mur des Fédérés», davanti al quale nel 1871 furono fucilati gli insorti della Comune. In tombe vicine, Eugenio Chiesa, Gobetti, Turati, Treves .

Sul quotidiano di proprietà del mandante Galeazzo Ciano la notizia del delitto è data sabato 12 giugno 1937 con questo sfrontato sottotitolo: «Si tratta senza dubbio di una "soppressione" dovuta ad odii tra diverse sette estremiste».

Carlo e Nello Rosselli a 80 anni dalla morte

Secco l'incipit del documento diffuso dal Comitato centrale di Giustizia e Libertà: «Noi denunciamo in Benito Mussolini il mandante dell'assassinio perpetrato in Francia dai sicari fascisti contro Carlo e Nello Rosselli». Un'accusa che la ricerca storica non invaliderà. Significative le conclusioni di Renzo De Felice al termine dell' attenta ricognizione di un robusto apparato documentale: «La documentazione oggi disponibile prova senza ombra di dubbio che il delitto fu commesso su mandato del Sim e che la uccisione di Carlo Rosselli era stata studiata almeno dal febbraio nel quadro di un'azione volta a sopprimere varie "persone incomode" e cioè esponenti attivi dell'antifascismo impegnati nel sostegno della Spagna repubblicana e nella denuncia dell'intervento italiano contro di essa. Mentre le indagini e i procedimenti penali svoltisi in Francia contro gli esecutori materiali del delitto e i loro capi francesi non hanno mai ufficialmente affrontato il problema dei mandanti stranieri, gli elementi emersi nel corso di quelli svoltisi in Italia dop la caduta del fascismo non lasciano dubbi, anche se alla fine, la serie dei processi celebrati si è conclusa con un'assoluzione generale. Come ha scritto Salvemini che più di ogni altro ha approfondito le vicende del delitto e dei processi ai quali esso ha dato luogo, "è certo che il delitto fu compiuto da cagoulards francesi per mandato ricevuto da un ufficiale del Sim, Navale; che costui ricevé il mandato dal suo superiore del SIM Emanuele; che costui lo ricevette certamente da Galeazzo Ciano". Secondo Salvemini, "è assai difficile per non dire impossibile" pensare che Ciano avesse agito di testa sua "e non per esegire una volontà di Mussolini".

Nel 1951 i familiari ne traslarono le salme in Italia, nel cimitero Monumentale di Trespiano, nel piccolo borgo omonimo, nel comune di Firenze, sulla via Bolognese. La tomba riporta il simbolo della “spada di fiamma”, emblema di GL, e l’epitaffio scritto da Calamandrei: «GIUSTIZIA E LIBERTÀ / PER QUESTO MORIRONO / PER QUESTO VIVONO».

Nello stesso cimitero sono sepolti Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Piero Calamandrei e Spartaco Lavagnini.

Bibliografia:

Giuseppe Fiori – Casa Rosselli – Einaudi 1999

L’Italia in esilio. L’emigrazione italiana in Francia tra le due guerre  a cura di:

Archivio Centrale dello Stato Roma

Centre d’Etudes et de Documentation sue l’Emigration Italienne, Paris

Centro Studi Piero Gobetti,Torino

Istituto Italiano di Cultura, Paris

1982
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gli scioperi del marzo 1944 nell'Italia occupata

12 Mars 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

1° marzo 1944, ore 10: la quasi totalità delle maestranze dell'Italia settentrionale e della Toscana entra in sciopero.

Il proletariato industriale era quello che più vigorosamente partecipava alla lotta contro i tedeschi e i fascisti e lo aveva dimostrato con gli scioperi del 1943 e si accingeva a dimostrarlo, ancora una volta, con un grande sciopero che dal gennaio si stava preparando nelle città industriali del Nord. I motivi economici di questo nuovo sciopero erano di un'estrema evidenza: nulla era stato accordato ai lavoratori di quanto era stato loro promesso nel novembre e nel dicembre: i supplementi alimentari non venivano più concessi; la razione di pane a Milano era stata ridotta di 100 grammi; in alcuni stabilimenti non si completava il pagamento del premio di Natale (500 lire più paga per 192 ore di lavoro); il costo de a vita continuava ad aumentare, mentre la borsa nera s'inaspriva sempre più. Ma accanto ai motivi economici, ve ne erano altri politici: impedire il trasferimento del macchinario e l'invio degli operai in Germania (nel mese di febbraio la stampa clandestina annunciava che gli sporadici invii di uomini sarebbero ben presto stati seguiti da un invio in massa: Milano avrebbe dovuto fornire entro il mese di marzo ben 130.000 lavoratori); far cessare la produzione bellica e imporre la ripresa di quella civile; mettere fine alle cruente repressioni dei partigiani. Tutto ciò significava compromettere in maniera irreparabile lo sforzo bellico tedesco e si poteva immaginare come sarebbe stata violenta la reazione dei tedeschi e dei fascisti; ma gli operai l’affrontarono senza timore, consapevoli dei loro insopprimibili diritti e forti della loro segreta organizzazione che li dirigeva con abilità.

Il 10 febbraio il Comitato segreto d'agitazione del Piemonte, della Lombardia (il Comitato di agitazione di Lissone era diretto da Giuseppe Parravicini) e della Liguria diramava un manifesto in cui, dopo aver specificato le rivendicazioni economiche (un effettivo aumento delle paghe, proporzionato all'aumentato costo della vita; un effettivo aumento delle razioni alimentari per tutti; l'effettivo pagamento delle gratifiche promesse in dicembre), si chiedeva che cessassero tutte le violenze fasciste e naziste contro gli operai. «Dobbiamo rifiutarci di continuare a produrre per la guerra fascista»; i lavoratori italiani dovevano restare in Italia a lavorare per il popolo italiano e doveva essere sventato il piano tedesco di trasportare l'industria del nostro paese in Germania.

Si annunciava inoltre che il Comitato segreto di agitazione del Piemonte, della Lombardia e della Liguria avrebbe chiamato ben presto tutti i lavoratori allo sciopero generale : «Scioperate allora compatti, come avete fatto in novembre, in dicembre e in gennaio».

Questo appello era subito accolto dai Comitati d'agitazione clandestini (anche dal Comitato di agitazione clandestino di Lissone) costituitisi nelle varie regioni, nelle varie città e in tutte le fabbriche, dimostrando che la preparazione di questo sciopero era stata veramente minuta e accurata, a differenza degli scioperi precedenti, scoppiati per estemporanee iniziative.

A Milano ad esempio i delegati rappresentanti i comitati agitazione clandestini dei grandi stabilimenti della città della provincia, riunitisi per esaminare la insopportabile e triste condizione che s'è venuta a creare fra la massa lavoratrice, denunciano:

«che le irrisorie concessioni strappate con l'azione di dicembre e gennaio sono già superate dal vertiginoso aumento dei prezzi; che i pochi generi alimentari concessi in dicembre, sono già stati dimezzati, con tendenza a farli sparire; che il tentativo bloccare i prezzi, ha servito solo a far eclissare dal mercato i generi calmierati; che i generi di vestiario, combustibile, gomme per biciclette, ecc., non furono distribuiti, o lo furono in misura esigua da non soddisfare nessuno;

che le promesse fatte nel momento in cui i lavoratori erano in sciopero, sono state negate e disconosciute allorché le masse hanno ripreso il lavoro; che l'assicurazione data di una revisione di salari alle categorie a paghe basse, non è stata praticata; che la liberazione Patrioti e l'eliminazione delle violenze fasciste, si tradusse moltiplicarsi degli arresti, di persecuzioni, violenze, instaurando la fucilazione sommaria dei Patrioti o dei loro familiari ...

Per il raggiungimento delle rivendicazioni su esposte e per rigettare le manovre infami di divisione escogitate dalla reazionaria coalizione, non vi è altra via per le masse lavoratrici che

quella tracciata dall'appello lanciato dal Comitato segreto di agitazione del Piemonte, Lombardia, Liguria, per una rapida preparazione allo sciopero generale, che abbracci tutte le forze dell'Italia occupata dal barbaro tedesco. Essi affermano inoltre che ad eventuali tentativi del nemico di soffocare con la violenza le sacrosante aspirazioni dei lavoratori, questi risponderanno con la violenza, legando la propria azione a quella dei Distaccamenti Garibaldini, avanguardia armata del proletariato ...

Dall’Archivio del C.L.N.A.l. Milano. La mozione è firmata dai delegali delle fabbriche: Breda, Pirelli, Caproni, Marinelli, Acciaierie e Ferriere Falk , Borletti, Motomeccanica, Brown-Boveri , Innocenti, Magnaghi, Alfa Romeo».

In un altro proclama del 26 febbraio, il C.L.N.A.l. richiedeva il concorso attivo di tutta la popolazione per salvare i giovani che non intendevano arruolarsi: «Cittadini, i despoti fascisti, affiancati dall'invasore tedesco, chiamano alle armi i giovani delle classi '22, '23, '24, '25, minacciando la fucilazione a chi non rispondesse all'appello. Sappiate che incombe su loro la minaccia di partire per la terra tedesca, per combattere su fronti lontani o per costruire opere guerresche e rendere più salda la roccaforte della tirannia nazista. I giovani che non rispondono alla chiamata del sedicente governo di Mussolini, non sono disertori. Sono fierissimi cuori che vogliono dare, se occorre, la loro giovinezza per difendere, non opprimere la patria».

Avvicinandosi la data fissata per l’inizio dello sciopero, le autorità, scorgendo la decisa volontà della massa operaia, cercarono di correre ai ripari e rendere meno grave la sconfitta che ormai prevedevano certa, con provvedimenti di emergenza, con contromisure che si riveleranno inefficaci. Anzitutto obbligarono alcune aziende a chiudere, proprio a cominciare dal 1° marzo e per la durata di una settimana, con la scusa della mancanza di energia elettrica; in talune città passavano anche alle aperte minacce, ed a Genova il capo della Provincia pubblicava, la mattina del 1° marzo, un manifesto con cui tentava di intimorire gli operai lasciando loro intravvedere la deportazione in Germania.

Pur con tutto ciò, alle ore 10 del 1° marzo la quasi totalità delle maestranze dell'Italia settentrionale e della Toscana scioperò. Secondo le stesse statistiche di parte fascista, sospesero il lavoro, in quella prima settimana di marzo, più di duecentomila operai e per quanto tale cifra fosse ritenuta esigua da parte dei fascisti in confronto ai lavoratori occupati, tuttavia essa sta a dimostrare che lo sciopero raggiunse una notevole imponenza.

Lo sciopero proseguì compatto fino all'8 marzo quando i responsabili antifascisti diedero l'ordine della ripresa del lavoro, senza lasciarsi allettare da lusinghe né intimorire da minacce.

A Milano sospesero il lavoro anche i tranvieri, reclamando il miglioramento della mensa e della «massa vestiario », oltre alla soluzione della dibattuta questione della fermata durante gli allarmi aerei; asportarono i manettini della marcia e delle valvole per impedire che si tentasse di riprendere il servizio. Elementi fascisti della «Muti» e della «X Mas» fecero uscire ugualmente alcune vetture, ma causarono notevoli danni alle linee ed alle stesse vetture, tanto che ritennero meglio cercare di far ritornare al lavoro i tranvieri. E allora, il 2 marzo, squadristi armati bloccarono alcune loro abitazioni e dopo averli condotti in caserrna li obbligarono a riprendere in parte il servizio. Molti riuscirono a fuggire, mentre una sessantina venivano deportati in Germania, da cui ben 38 non dovevano più ritornare.

«Il podestà Eccellenza Parini ha preso, nei confronti dei tranvieri e operai dell'Azienda che hanno partecipato allo sciopero, un provvedimento inteso ad ammonirli che non si scherza in tempo di guerra. Poiché ci sono stati dei danni, è giusto che li paghino i tranvieri. Fatto fare un preciso conto, il minor introito avutosi sui tranvai, nelle giornate del 2, 3 e 4 marzo, ammonta a L. 1.243.866,65; a questa somma va aggiunta quella di L. 782.000 per i danni causati, in seguito agli urti di 121 vetture, dai tranvieri improvvisati. Un totale, quindi, di lire 2.025.866,65 che i tranvieri rimborseranno all'Azienda mediante trattenuta che sarà divisa in varie rateazioni, detratte le giornate di paga non riscosse ».

Il CLN con un comunicato del 15 marzo promise ai tranvieri il rimborso da parte del Comune di Milano, a liberazione avvenuta: i fondi sarebbero stati prelevati dai beni delle autorità fasciste e da quelli del P.F.R.

Sempre a Milano entrarono in sciopero anche le maestranze del “Corriere della Sera”, per due giorni, togliendo in tal modo ai fascisti la possibilità di mantenere il contatto con la popolazione. Al “Corriere della Sera” il lavoro venne ripreso solo in seguito alla minaccia tedesca di smontare le macchine e di trasferirle in Germania.

Bibliografia:

Franco Catalano – Storia del C.L.N.A.I. – Laterza 1956

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Gli scioperi del 1944 in Brianza

12 Mars 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

“In questa zona dobbiamo concentrare l'attenzione nelle zone elettivamente industriali, come Monza e dintorni, e poi isolatamente alle altre importanti fabbriche presenti sul territorio. L'importante fonte Rapporto sullo sciopero generale del 1 marzo a Milano e provincia, redatta dal partito comunista milanese, ragguaglia che nel primo giorno di agitazione, alla Hensemberger di Monza il lavoro si bloccò alle 10.00, mentre due ore più tardi gli operai avevano addirittura abbandonato lo stabilimento. Già in questa giornata sono arrestati gli operai Giuseppe Vismara di Triuggio e Valentino Rivolta di Macherio, colpevoli di aver tolto la corrente alla fabbrica. A conferma di quanto detto in precedenza, il documento sottolinea la tendenza delle maestranze di questa ed altre fabbriche a seguire l'azione dei complessi di Sesto e Milano.

Alla Singer, presente anch'essa nel capoluogo brianzolo, l'avvenuta interruzione del lavoro è efficacemente contrastata da fascisti e tedeschi che puntano le mitragliatrici contro la fabbrica e minacciano la fucilazione di alcuni ostaggi. Gli operai della Singer sono così costretti a riprendere il lavoro. Intanto a Monza si sono bloccate anche la Philips e la Sertum. Nello stesso giorno sono segnalati scioperi riusciti a Desio alla Bianchi, mentre alla Tessitura Targetti e alla Gavazzi la fermata sembra avere meno successo. In fermento anche l'Isotta Fraschini di Meda. Il giorno 2 marzo, il rapporto informa che a Monza, a causa della brutalità della reazione in alcuni stabilimenti il lavoro è stato ripreso. A Lissone i lavoratori dell'Incisa (1200) e dell'Alecta (500) aderirono allo sciopero in modo massiccio.
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Nella Brianza comasca, abbastanza attiva fu la zona del canturino. La filotecnica Salmoiraghi, azienda milanese sfollata a Cantù, si mise in sciopero il 2 marzo. Le fonti di opposta origine concordano sul numero degli scioperanti; infatti il foglio clandestino Il fronte proletario scrive che alla Salmoiraghi si sono astenuti dal lavoro circa 350 dipendenti. Il notiziario della Guardia nazionale repubblicana di Como riferisce che di 600 operai se ne presentarono al lavoro 200 circa, inoltre anche questi ultimi, intorno alle 10.30, abbandonarono lo stabilimento. Sciopero anche alle Imprese Seriche Italiane di Mariano Comense, sempre dal 2 marzo; alle 14.00 circa 700 operai, in massima parte donne, sospesero il lavoro.

È accertato che anche le ferriere Orsenigo e le Taglietti di Figino Serenza si unirono alla protesta, mentre più turbolenta fu la manifestazione della Vergani di Cantù. Le operaie messe in ferie per evitare che scioperassero, si riunirono lo stesso e si recarono in massa davanti al Municipio, chiedendo pane, latte e grassi per i bambini e un miglior regime alimentare per loro.

Il commissario prefettizio non trovò di meglio che chiamare le autorità tedesche.

Le caratteristiche dello sciopero del marzo '44 in Brianza furono quindi innanzitutto di subalternità nelle azioni e nelle decisioni, nei confronti dei grandi centri sestesi e milanesi. Inoltre, riguardo la durata, mentre nella cintura milanese l'astensione del lavoro continuò fino all'8 marzo, abbiamo visto che sia nel monzese che nel comasco non si andò oltre i due giorni.

Ciò è spiegabile e comprensibile, perché nelle fabbriche brianzole gli scioperanti non potevano contare sulla forza delle enormi masse create dai grandi stabilimenti delle città industriali, la repressione poteva avere più buon gioco e gli agitatori potevano essere più facilmente individuati. Tutti questi motivi sono validi anche per spiegare come mai diverse aziende brianzole si erano astenute dallo sciopero.

In definitiva comunque, si può commentare positivamente l'esito dello sciopero in Brianza, una terra in cui le premesse non erano favorevoli, per il tradizionale e radicato moderatismo di quest'area, e per la mancanza di grandi e compatte masse operaie. Anche se proprio per questo l'adesione non fu al livello di Sesto e Milano, la protesta con la sua portata politica indubbiamente servì a creare una coscienza maggiore nei lavoratori brianzoli, circa la situazione di quel momento, contribuendo ad aumentare l'avversione per un regime che perpetuava una guerra disastrosa e delle condizioni di vita conseguentemente molto precarie. La prova di questo effetto sono i malumori non più repressi e le ribellioni messe in atto senza timore nei mesi successivi al grande sciopero.

Già il 31 marzo, gli addetti ai telai meccanici della Tessitura Cattaneo di Cantù, non avendo ottenuto l'aumento di paga in seguito alla fermata del lavoro fatta in precedenza, si recarono in Direzione per chiedere un anticipo di 5.000 lire, che gli fu loro concesso. Il fatto, presto risaputo in fabbrica, mise in fermento anche altre categorie di dipendenti della Cattaneo, che chiesero anch' essi un analogo trattamento.

Si sa, comunque, che a causa della pressione ancora alta negli stabilimenti del comasco, venne effettuata una distribuzione di viveri e vestiario a prezzo bianco.

Inoltre il comando della Gnr comasca informava che:

8 aprile 1944. La precettazione di manodopera femminile per il servizio di lavoro in Germania provoca vivo malcontento. I commenti nelle fabbriche sono violenti, si parla di schiavismo.

15 aprile 1944. Nelle maestranze femminili perdura il noto malcontento determinato dalla precettazione per il servizio di lavoro in Germania. Nel settore industriale è motivo di seria preoccupazione la mancanza d'acqua che incide sulla produzione di energia elettrica.

Proprio questi motivi, la mancanza di energia elettrica e le difficoltà di approvvigionamento delle materie prime, producono una contrazione dell' attività industriale che si ripercuote sui lavoratori, i quali però non subiscono sempre passivamente.

Il 17 corrente, in Meda, stante la riduzione dell' energia elettrica, la direzione degli stabilimenti Isotta Fraschini; stabilì che su 700 operai normalmente impiegati soltanto 309 prendessero lavoro. Al mattino del predetto giorno si presentarono 38 operai non inclusi nel turno chiedendo di lavorare. La direzione dello stabilimento non accolse la richiesta provocando, per solidarietà, l'astensione dal lavoro di tutte le maestranze. Il lavoro venne ripreso alle 13.30 in seguito all'intervento dei dirigenti.

Anche a Carate Brianza si sciopera, alle Officine meccaniche Formenti si protesta contro la decisione d'inviare alcuni lavoratori in Germania. Per ordine del Capo della provincia, il Commissario del Sindacato dei lavoratori di Milano si recò sul posto ed annullò il provvedimento, le maestranze ripresero così il lavoro. Il 22 maggio a Seregno allo stabilimento Ambrogio Silva, 300 operai iniziano lo sciopero in segno di protesta contro la precettazione per il lavoro nel Reich di 30 loro colleghi.

La grande manifestazione di questa primavera del '44 chiarì, parlando più in generale, agli esponenti della Resistenza, e soprattutto a quelli appartenenti al movimento garibaldino, molte cose riguardo i metodi di lotta da assumere. Innanzitutto emerse l'equivoco dello scambio dello sciopero per l'inizio di un'insurrezione. Gli operai di diverse fabbriche aspettavano l'arrivo dei partigiani per una supposta azione di rivolta totale. Ciò non avvenne, perché questo non era in definitiva il compito dei Gap, le uniche formazione organizzate in città, che tra l'altro versavano in una drammatica situazione a causa dei numerosi arresti subiti. Da questo e dagli arresti che cominciarono ad effettuarsi fra le maestranze, emerse la scarsità e il poco peso delle cellule partigiane di fabbrica, le cosidette squadre di difesa operaie. Si rese pian piano evidente, quindi, la necessità di una diffusione maggiore del movimento di opposizione politico, ma soprattutto militare, di tipo non elitario, come per i Gap, ma popolare ed esteso, mirando ad una partecipazione più larga da parte della popolazione cittadina. E da questo momento, e dal rilievo di queste situazioni, che si comincia a pensare e a meditare nell' ambito del Partito comunista a nuove forme di lotta resistenziale e a nuove strutture, riflessioni che porteranno fra qualche mese all'istituzione delle Sap (Squadre d'azione patriottica) cittadine, che si diffonderanno anche in Brianza.

Ma da parte fascista e tedesca come si reagì davanti agli scioperi di questo periodo? Dopo un primo momento di stupore e di sorpresa e constatata la valenza politica di queste manifestazioni, si tentò prima di renderle vane mettendo in ferie il personale, oppure con le serrate, che avevano lo scopo di piegare la determinazione degli operai sospendendo il pagamento dei salari e riducendo la distribuzione dei generi alimentari. In alcuni stabilimenti si effettuarono dei licenziamenti; accadde ad esempio a Ronco Briantino, dove il cotonificio-manifattura F.lli Nobili-De Ponti, d'accordo con il capo della provincia, licenziò 63 operai, pare però che in questo caso la motivazione del provvedimento fosse dovuta più che altro alla totale mancanza di materie prime. Come già rilevato, il problema dell'approvvigionamento era per l'industria, in quel momento, una vera e propria piaga, che incideva profondamente sull' occupazione. Altri esempi si possono citare a prova di ciò, come la ditta Enrico Mariani saponeria Junior di Seregno, che già il 3 gennaio aveva dovuto licenziare 50 operai per l'impossibilità di lavorare.

Ma il provvedimento più duro e più gravido di conseguenze, fu senza dubbio l'arresto di molti operai, e non solo di quelli che più si esposero nello sciopero. Infatti i lavoratori che nei giorni successivi alla fine della manifestazione, si videro prelevare dalle loro case, nemmeno lontanamente potevano immaginare ciò che li aspettava, ciò che avrebbe rappresentato per loro la deportazione nei campi di sterminio.

I deportati nei campi di sterminio

Con gli arresti successivi agli scioperi del marzo 1944, si ebbe un'impennata del numero dei trasferimenti nei lager tedeschi.

Per ciò che riguarda la Brianza, il fenomeno della deportazione non è assolutamente da sottovalutare. I numeri, pur nella loro aridità, parlano chiaro. Sono 175 i morti brianzoli nei lager e 46 i sopravvissuti. Quest'ultima cifra è in difetto in quanto desunta dal Supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n°130 del 22 maggio 1968, che riportava i nominativi di coloro che avevano richiesto l'apposita pensione spettante ai deportati; è facile immaginare che alcuni per mancata conoscenza non abbiano iniziato la pratica prevista. Quindi in totale ben oltre duecento sono i deportati, di cui solo un quinto ha salvato la vita.

Gli operai, presi soprattutto dopo gli scioperi della primavera del '44, costituirono circa la metà del gruppo brianzolo che conobbe la realtà dei campi di sterminio. Una quota importante, ma anche allucinante nelle sue caratteristiche. Vi figurano dai cinquantenni ai diciassettenni, molti padri di famiglia che lasciarono orfana una consistente figliolanza. Ma a chi andò a prelevare Valentino Rivolta, 3O anni di Macherio, operaio alla Hensemberger di Monza dove aveva diffuso stampa clandestina e partecipato allo sciopero, nulla importava delle sue tre piccole bambine, lo caricarono su un treno merci e lo mandarono a morire a Mauthausen. Come nessuno ebbe rispetto per Battista Caproni, panettiere simpatizzante dei partigiani di Cesano Maderno e maturo padre anch' esso di tre figlie.

Operai, oppositori politici e partigiani che fossero, non furono solo i tedeschi che andarono ad arrestarli. Anzi, molto più spesso furono i fascisti, che meglio conoscevano luoghi e tendenze politiche dei ricercati.

Generalmente il percorso seguito dagli arrestati prevedeva un breve periodo di reclusione nelle carceri di Monza o alla villa Reale, prima di passare al carcere di S. Vittore. Di lì si proseguiva per il campo di smistamento di Fossoli, nel modenese, e dopo l'estate del '44 in quello di Bolzano e quindi il trasferimento in Germania. Dal campo di Bolzano, dal luglio 1944 all'aprile 1945, si calcola che passarono almeno 11.000 persone.

In totale, morirono nei campi di sterminio quasi 9.000 italiani (ebrei esclusi). Nell'elenco dei caduti brianzoli nei lager, ancora per quel che riguarda gli arresti fra gli operai dopo lo sciopero del marzo '44, è la sequenza dei rastrellamenti mirati effettuati in Brianza. Anche se per tutto il mese di marzo si segnalano arresti, c'è un periodo culminante in cui i fascisti e i tedeschi si scatenarono. È quello compreso tra il 10 e il 15 del mese, in particolare il giorno 11 fu cruciale per gli operai monzesi che lavoravano alla Falck soprattutto e alla Breda; ne furono incarcerati undici. Poi il giorno 14 con nove catturati di cui ben sette della Breda; sembrano retate pianificate a secondo degli stabilimenti di appartenenza, in quanto in ogni giorno prevalgono operai provenienti dalla stessa fabbrica. Anche il 10 marzo, ad esempio, dei tre arrestati due sono della Innocenti.

In definitiva, dunque, 170 famiglie in Brianza persero un uomo, senza sapere dove era finito ed ignorando, fino a poco dopo la fine della guerra, che era morto e come era morto.

I sopravvissuti, in molti, fecero il loro dovere di testimonianza che permise di scoprire quegli orrori". (da “La Resistenza in Brianza 1943-1945” di Pietro Arienti)

 

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L'emancipazione femminile: il lungo cammino verso il voto delle donne

15 Février 2017 Publié dans #Resistenza italiana

La decisione di ammettere le donne al voto venne presa formalmente a poco più di due mesi dalla conclusione del conflitto, ma essa era maturata fin dal 1944. Soprattutto i leader dei più importanti partiti di massa, DC e PCI, erano infatti ormai convinti, nonostante le resistenze della base, della necessità di un provvedimento che avrebbe incluso nella dialettica tra cittadini e forze politiche una componente essenziale alla vita del Paese e avrebbe inevitabilmente modificato contenuti e metodi dell’organizzazione del consenso.

Alcune formazioni di punta del movimento femminile fecero sentire la loro voce, oltre che per sollecitare le cose, per ribadire che un simile risultato non si configurava nei termini di una pura e semplice concessione. Nell’ottobre 1944 l’UDI, insieme a due associazioni che avevano alle spalle una storia gloriosa, e cioè l’Alleanza femminile pro suffragio e la FILDIS (Federazione italiana laureate e diplomate istituti superiori), inviò un promemoria al capo del governo Bonomi, affinché l’estensione alle donne del voto e dell’eleggibilità fosse tenuta presente nell’elaborazione delle leggi elettorali da introdurre per le future consultazioni. Nello stesso mese, più esattamente il 25, sempre l’UDI indisse a Roma un incontro con le esponenti di DC, PRI, PCI, PSIUP, Partito d'Azione, PLI, Sinistra cristiana, Democrazia del lavoro e delle due associazioni già nominate. Dalla riunione nacque un Comitato pro voto, che il 27 sottopose un promemoria al CLN nazionale. Il 15 novembre un gruppo di donne presentò una mozione al CLN e nello stesso mese il Comitato pro voto si fece promotore di altre iniziative, come la stampa di un opuscolo e la stesura di una petizione, diffusa dal Comitato di iniziativa dell’UDI, per raccogliere il maggior numero possibile di firme.

Parallelamente venne indetta una settimana nazionale di mobilitazione, che in realtà non ebbe luogo in seguito alle decisioni adottate in seno al governo. In un’Italia ancora divisa in due, con il Centro-Sud liberato e la Repubblica di Salò nel Nord occupato dai tedeschi, a Roma su richiesta di De Gasperi e Togliatti la questione venne infatti esaminata dal Consiglio dei ministri il 24 gennaio 1945. Il 30 si ebbe l’approvazione, ratificata con il decreto luogotenenziale n. 23, datato febbraio 1945, un breve testo il quale stabiliva all’art. 2 che, vista l’imminente formazione nei Comuni delle liste elettorali, nelle suddette si iscrivessero in liste separate le elettrici.

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Decreto luogotenenziale febbraio 1945, n. 23

DECRETO LEGISLATIVO LUOGOTENENZIALE febbraio 1945

Estensione alle donne del diritto di voto

UMBERTO DI SAVOIA

PRINCIPE DI PIEMONTE

LUOGOTENENTE GENERALE DEL REGNO

 In virtù dell'autorità a Noi delegata;

Visto il decreto legislativo Luogotenenziale 28 settembre 1944, n. 247, relativo alla compilazione delle liste elettorali;

Visto il decreto-legge Luogotenenziale 23 giugno 1914, n. 151;

Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri;

 Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, Primo Ministro Segretario di Stato e Ministro per l'interno, di concerto con il Ministro per la grazia e giustizia;

Abbiamo sanzionato e promulgato quanto segue:

 Art. 1

Il diritto di voto è esteso alle donne che si trovino nelle condizioni previste dagli articoli 1 e 2 del testo unico della legge elettorale politica, approvato con R. decreto 2 settembre 1919 n. 1495.

 Art. 2

È ordinata la compilazione delle liste elettorali femminili in tutti i Comuni. Per la compilazione di tali liste, che saranno tenute distinte da quelle maschili, si applicano le disposizioni del decreto legislativo Luogotenenziale 28 settembre 1944 n. 247, e le relative norme di attuazione approvate con decreto del Ministro per l'interno in data 24 ottobre 1944.

 Art. 3

Oltre quanto stabilito dall'art. 2 del decreto del Ministro per l'interno in data 24 ottobre 1944, non possono essere iscritte nelle liste elettorali le donne indicate nell'art. 354 del Regolamento per l'esecuzione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, approvato con R. decreto 6 maggio 1940 n. 635.

 Art. 4

Il presente decreto entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del Regno.

Ordiniamo, a chiunque spetti, di osservare il presente decreto e di farlo osservare come legge dello Stato.

 Data a Roma, addì febbraio 1945

UMBERTO DI SAVOIA

BONOMI - TUPINI


Paura del voto femminile

 Alla vigilia delle prime elezioni in cui anche le donne vennero chiamate ad esprimere il proprio parere, nes­suna forza politica poté ignorare quale enorme importanza avrebbe assunto l’elettorato femminile, che, con 14.610.845 persone che acquisirono il diritto a recarsi per la prima volta in una cabina elettorale, costituiva circa il 53% del totale.

De Gasperi e Togliatti erano fondamentalmente concordi sull’estensione del suffragio, ma dovettero scontrarsi con la diffidenza che il provvedimento suscitò, per motivi diversi, all’interno dei loro partiti.

Nel PCI i dubbi circa i risultati delle urne erano legati al timore che le donne si lasciassero troppo influenzare dai loro parroci e dalla Chiesa.

Le perplessità democristiane erano invece legate alla possibilità che, con la nuova partecipazione alla vita politica, esse si allontanassero progressivamente dai valori tradizionali, incrinando così l’unità della famiglia.

Per Nenni e per i socialisti il voto femminile era sicuramente un fatto positivo, ma potenzialmente pericoloso. Il Partito Liberale, il Partito Repubblicano e il Partito d'Azione si mostrarono a volte indifferenti, a volte diffidenti verso il voto alle donne, per timore che risultasse un vantaggio per i partiti di massa.

In più casi venne addirittura rinfacciato alle italiane di essere arrivate al diritto di voto senza aver fatto gran che per ottenerlo, di non aver avuto un movimento suffragista veramente combattivo e consapevole, come ad esempio quello inglese, e molti ribadirono che le donne erano assolutamente impreparate a compiere il loro dovere elettorale

 2 giugno 1946 file ai seggi     


Alle urne

In Italia le donne cominciarono ad esercitare il diritto di voto a partire dalle elezioni amministrative che si tennero in tutta la Penisola fra marzo e aprile 1946. Il 2 giugno dello stesso anno si recarono di nuovo alle urne per il referendum monarchia-repubblica e l’elezione dell’Assemblea Costituente.

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"IN ITALIA SI VOTA

CASTELGANDOLFO - Per fa prima volta dopo ventiquattro anni si sono avute libere elezioni in Italia. Tanto nelle città come nei piccoli centri tutti hanno votato in un ambiente assolutamente calmo. In molti casi le donne, specialmente le contadine, sono state le prime a recarsi alle urne". L'Europeo, 25 marzo 1946


Il 2 giugno 1946, su 556 membri totali vennero elette 21 donne all'Assemblea Costituente.

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La DC, che aveva ottenuto il 35,2% dei voti e 207 costituenti, aveva fra i suoi rappresentanti 9 donne.

Il PSIUP aveva il 20,7%, 115 seggi e 2 donne. Il PCI ottenne il 19% dei consensi, 104 costituenti e fra di essi 9 donne.

40 seggi andarono a vari gruppi moderati, 30 seggi al Partito dell’Uomo Qualunque, di cui uno assegnato a una donna. 23 seggi furono assegnati ai repubblicani e 7 al Partito d'Azione: fra le loro fila nessuna donna.

Le ventuno costituenti appartenevano prevalentemente alla classe media. Tredici erano laureate, soprattutto in materie umanistiche; c'erano poi un’impiegata e una casalinga; due delle comuniste erano state operaie. Avevano nel complesso una buona cultura e provenivano, per la maggior parte dal Centro-Nord del Paese, dove lo sviluppo economico era stato più precoce e dove si era vissuta la Resistenza.


 I lavori dell’Assemblea Costituente 

L’Assemblea Costituente si riunì per la prima volta nel Palazzo di Montecitorio il 25 giugno 1946. Nel corso di quella seduta venne eletto presidente dell’Assemblea Giuseppe Saragat, in seguito dimissionario e sostituito, l’8 febbraio 1947, da Umberto Terracini.

Il 28 giugno 1946 l’Assemblea procedette all’elezione del Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, il quale avrebbe esercitato le sue funzioni fino a quando non fosse stato nominato il Capo dello Stato a norma della Costituzione che sarebbe stata approvata dall’Assemblea.

Ai fini di un più efficiente svolgimento del proprio lavoro, l’Assemblea deliberò la nomina di una Commissione per la Costituzione, composta di 75 membri scelti dal presidente sulla base delle designazioni dei vari gruppi parlamentari in modo da garantire la partecipazione della totalità delle forze politiche, con l’incarico di predisporre un progetto di Costituzione da sottoporre al plenum dell’Assemblea. La Commissione, nominata il 19 luglio 1946 e presieduta da Meuccio Ruini, procedette nei suoi lavori articolandosi in tre sottocommissioni: la prima sui diritti e doveri dei cittadini; la seconda sull’ordinamento costituzionale della Repubblica (divisa a sua volta in due sezioni, per il potere esecutivo e il potere giudiziario, più un comitato di dieci deputati per la redazione di un progetto articolato sull’ordinamento regionale); la terza sui diritti e doveri economico-sociali.

Le donne fra i 75 membri della Commissione furono:

Maria Federici, per la DC, Lina Merlin, per il PSl, Teresa Noce e Nilde lotti, per il PCI; il 6 febbraio 1947 si aggiunse Angela Gotelli (DC).

Una volta terminato il lavoro delle sottocommissioni, la Commissione dei 75 affidò l’incarico di redigere un progetto organico e unitario ad un comitato di redazione, composto di 18 membri. Il comitato approntò il progetto di Costituzione e lo sottopose alla Commissione per la Costituzione, che approvò a sua volta il testo con lievi modifiche e lo presentò il 31 gennaio 1947 all’Assemblea Costituente. Il comitato di redazione ebbe anche l’incarico di rappresentare la Commissione dei 75 durante la discussione presso l’Assemblea plenaria, che si svolse dal 4 marzo al 20 dicembre 1947; il testo definitivo venne presentato all’Assemblea che lo votò il 22 dicembre 1947. La Costituzione venne promulgata il 27 dicembre dal Capo provvisorio dello Stato ed entrò in vigore il gennaio 1948.


La-Costituzione-della-Repubblica-italiana.JPG

La parità tra uomini e donne è affermata in particola­re negli articoli 3, 29, 31, 37, 48 e 51 della Costituzione italiana.

Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 29

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.

Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.

Art. 31

La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.

Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

Art. 37

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.

La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.

La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.

Art. 48

Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.

Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.

Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.

Art. 51

Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge.

La legge può, per l’ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive, parificare ai cittadini gli italiani non appartenenti alla Repubblica.

Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario alloro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro. 

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Quei duemila carabinieri deportati dalla Capitale

17 Octobre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Sono migliaia i carabinieri che hanno combattuto nelle file della Resistenza o sono morti nei campi di prigionia,dopo aver rifiutato l’adesione alla repubblica di Mussolini. Di loro si è sempre parlato troppo poco, anche se si trovano carabinieri in tutte le grandi formazioni partigiane in Italia e all’estero. Come non si ricordano mai abbastanza i carabinieri che presero parte alle Quattro giornate di Napoli o i giovani “allievi” che a Porta San Paolo, a Roma, con i soldati e la popolazione, opposero una eroica resistenza armata all’invasione nazista della Capitale. E come non ricordare Salvo D’Acquisto, gli eroici carabinieri di Fiesole (Firenze) massacrati dai fascisti e dai nazisti, o gli ufficiali e militari uccisi alle Ardeatine?

C’è un episodio poco noto, ma dolorosissimo, che si svolse a Roma, durante l’occupazione nazista: la deportazione di oltre duemila carabinieri poi trasferiti nei lager e sottoposti, come al solito, ad ogni tipo di tortura, alla fame, al freddo per poi finire nelle camere a gas.

La studiosa e storica Anna Maria Casavola ha condotto una straordinaria inchiesta su quella deportazione dei carabinieri e ne ha ricavato un bel libro dal titolo: 7 ottobre 1943 - La deportazione dei carabinieri romani nei lager nazisti (Edizioni Studium, Roma).

Abbiamo ripreso dal volume, autorizzati gentilmente da Anna Maria Casavola, che ringraziamo, il racconto del viaggio dei carabinieri verso la prigionia e alcune terribili testimonianze.

LA DEPORTAZIONE RIMOSSA

copertina libro 7 ottobre 1943Il libro di Anna Maria Casavola fa finalmente luce sull'internamento da Roma dei Carabinieri catturati dai nazisti con l'acquiescenza delle autorità fasciste

Per 60 anni gli archivi storici dell'Arma dei Carabinieri hanno gelosamente custodito in silenzio la memoria del concentramento e della cattura di circa 2.500 Carabinieri presenti a Roma e della loro deportazione nei campi di internamento militare il 7 ottobre 1943, nove giorni prima della razzia nel Ghetto di Roma e della deportazione di 1.024 ebrei. Essi costituivano un patrimonio di forza addestrata, di conoscenza investigativa e di capacità organizzativa di uomini che, per la loro lealtà istituzionale, non apparivano affidabili agli occupanti nazisti e ai loro collaborazionisti della RSI. Un potenziale che, affiancato alla Resistenza - armata e non - del Fronte militare clandestino e dei partiti interni ed esterni al Comitato di Liberazione Nazionale, avrebbe reso difficilmente controllabile la Capitale.

Grazie all'accesso a documenti non più secretati di archivi militari italiani, tedeschi ed alleati e, soprattutto, a diari e testimonianze dirette di giovani allievi e maturi sottufficiali, ufficiali di carriera e militari volontari, il volume segue la vicenda da prima della cattura all'estenuante viaggio su carri ferroviari, all'internamento nei Lagere indaga sulle ragioni del rifiuto che - al pari degli altri 600.000 militari italiani - anche i Carabinieri provenienti da Roma (ma originari di ogni parte d'Italia) opposero alle lusinghe di chi li allettava ad arruolarsi nella RSI e ad entrare a far parte della Guardia Nazionale Repubblicana, di fatto sottoponendosi all'inquadramento e agli ordini della Milizia fascista e scegliendo di reprimere la rivolta di altri italiani contro l'occupante nazista.

L'occasione e la ricchezza documentaria delle testimonianze raccolte ha offerto all’Autrice la possibilità di affrontare anche altri aspetti della partecipazione dei Carabinieri alla Resistenza, fatto corale e non di singoli. Nuova e sorprendente luce, infine, viene fatta anche sulla liberazione di Mussolini dalla custodia di Campo Imperatore.

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Sandro Pertini

25 Septembre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Pertini-e-Biagi.jpgAlessandro Pertini ha 47 anni quando, il 25 luglio 1943, cade Mussolini e più di 13 ne ha trascorsi in carcere o in domicilio coatto. Nel '68 diventa presidente della Camera e nel 1978, ottantaduenne, capo dello Stato. Nel corso del settennato ottiene grande prestigio e uno straordinario consenso popolare.

Questo è il racconto di Pertini Alessandro, del fu Alberto e di Muzio Maria, avvocato, socialista, confinato politico nell'isola di Ventotene.

25 luglio 1943: come vissero quel giorno

 

«Domenica 25 luglio: una serata come tutte le altre. Quando la radio diede il comunicato ci avevano già rinchiusi nel camerone. Eravamo più di settecento, nella stragrande maggioranza comunisti: Longo, Terracini, Scoccimarro, Camilla Ravera, Secchia. Poi c'erano Ernesto Rossi e Riccardo Bauer del Partito d'Azione, e anche degli anarchici, gente che veniva dalle prigioni, naturalmente, che aveva fatto la guerra in Spagna, che era stata nei campi di concentramento francesi.

Alcuni di noi, ritenuti "pericolosissimi", godevano di un trattamento speciale: venivano sorvegliati a vista. La mattina del 26 notai che i militi che avevano la consegna di pedinarmi erano costernati. Un agente gridò: "C'è una comunicazione importante: tutti in piazza". Era lì che ci riunivano per l'appello; quando veniva letto il nostro nome bisognava rispondere "Presente". Una guardia non seppe star zitta, e si lasciò scappare una notizia che aspettavamo da vent'anni: "Hanno arrestato Mussolini".

Scoprimmo così che c'era un nuovo governo, presieduto dal maresciallo Badoglio, che la guerra continuava. Scoppiò un applauso, ma non si videro scene di esultanza clamorose; il sentimento che prevalse fu un senso di angoscia per quel che ci aspettava: una eredità fallimentare.

Presi subito contatto con alcuni compagni: "Se non stiamo attenti," dissi "può accadere qualcosa di grave". Costituimmo un comitato, ne facevano parte, ricordo, anche un albanese, che fu ucciso al ritorno in patria, e un libertario, Giovanni Damaschi, impiccato poi durante la lotta partigiana.

Chiedemmo di essere ricevuti dal direttore della colonia penale, il commissario Guida, che diventò poi questore di Milano. Lo trovammo nel suo ufficio, era pallido, nervoso, aveva già fatto togliere il ritratto del duce. Gli spiegai che da quel momento era il comitato che comandava, e lui doveva collaborare con noi, e come primo gesto, come prima prova di conversione, era opportuno che impartisse l'ordine alla Milizia smetterla di tenerci dietro, e quei giovanotti avrebbero fatto anche bene a togliersi la camicia nera e i distintivi e le cimici come le chiamavamo. Il dottor Guida poteva, saggiamente per evitare inconvenienti, incorporarli nell'Esercito. Gli chiedemmo di far presente, con forte urgenza, al ministero dell'Intemo, che c'era una logica conseguenza dei fatti: dovevamo essere tutti liberati e senza troppe formalità [...].

Il tempo, nell'attesa, passava lentamente, continuava ad arrivare il battello che partiva da Gaeta e trasportava i rifornimenti, la posta, i giornali; quando doveva sbarcare bestiame non c'era attracco, lo buttavano in acqua, con forti urla lo spingevano alla riva.

Vedemmo arrivare anche una corvetta, che gettò l'ancora in una insenatura. A bordo c'era Mussolini. Scesero dei funzionari della Sicurezza, e avevano già deciso: lo avrebbero scaricato lì, ma ad un tratto si imbatterono in un ufficiale tedesco. Chiesero a Guida cosa ci stava a fare e così seppero che sulla costa c'era una batteria antiaerea, con cento soldati. Allora pensarono di cambiare rotta. Non tenevano in alcun conto la nostra presenza e il rischio che comportava. Andammo subito dal direttore per fargli presente il pericolo; ci disse: "So perché siete venuti, ma state tranquilli. Lo hanno già portato a Ponza".

«Lo misero nella casa dove lui aveva fatto alloggiare Ras Imerù, l'abissino che aveva guidato le truppe del Negus e che, dopo la sconfitta, rifiutò di sottomettersi. Era un uomo pieno di dignità, alto, severo, portava un lungo mantello nero.

«Mussolini io lo vidi dunque una sola volta: all'arcivescovado di Milano, nell'aprile del 1945, lui scendeva le scale, io le salivo. Era emaciato, la faccia livida, distrutto [...].

Ed ecco il fausto momento: partì finalmente il primo veliero, ci furono molti abbracci, e quelli che se ne andavano stavano aggrappati alle sartie per salutarci, e noi eravamo lì sul molo, quelli sventolavano i fazzoletti, c'era un confinato che aveva portato con sé il bombardino, lo aveva salvato nelle trincee delle Asturie, nei campi di Vichy, attaccò l'Inno di Mameli e noi ci mettemmo a cantare, con passione, con ira, "va fuori d'Italia", e quelli della Wehrmacht, che capivano, ci fissavano cupi [...].

Un giorno il direttore mi mandò a chiamare: "Ho una bella novità per voi. E arrivato un telegramma che dispone per la vostra liberazione". Grazie, dissi. Però non me ne vado finché qui resta uno solo di noi. Ma Camilla Ravera, che diede sempre prova di una straordinaria forza morale, Terracini e altri, mi convinsero che dovevo partire, per andare a perorare la causa dei detenuti, così non diedi pace a Senise, Capo della Polizia, e a Ricci, che era agli Interni, li andavo a trovare ogni giorno con Bruno Buozzi. Erano restii, avevano nei confronti dei comunisti paura e odio. Minacciammo uno sciopero generale, e l'argomento li convinse. Quando arrivò l'ultimo di Ventotene, potei andare a trovare mia madre. Era molto vecchia e mi attendeva. Stava sempre seduta su un muretto che circondava la nostra casa. "Che cosa fa, signora?" le domandavano. "Aspetto Sandro", rispondeva. Poi rientrai nella capitale. Ero diventato, con Nenni, con Saragat, membro dell'esecutivo del partito e con Giorgio Amendola e Bauer facevo parte della Giunta Militare.

Venne l'8 settembre e fui a Porta San Paolo, c'erano anche Longo, Lussu e Vassalli, e gli ufficiali dei granatieri sparavano e piangevano: "Il re ci ha lasciati, il re ci ha traditi”. Vittorio Emanuele III e Badoglio fuggivano verso Pescara, i tedeschi si preparavano a liberare Mussolini, cominciava un'altra triste e lunga storia».

 

Bibliografia

 

Enzo Biagi - la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1990

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Campo di concentramento di Fossoli, 12 luglio 1944

2 Juillet 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il 12 luglio 1944, 67 internati politici, prelevati dal vicino campo di concentramento di Fossoli, furono trucidati dalle SS naziste all’interno del poligono di tiro di Cibeno.

L’ANPI di Monza, domenica 11 luglio, per la celebrazione del 66° anniversario dell’eccidio, deporrà una corona d’alloro sul luogo della tragedia.

I sei antifascisti brianzoli fucilati:

ANTONIO GAMBACORTI PASSERINI nato a Monza il 14/06/1903

AROSIO ENRICO nato a Monza il 13/11/1904

GUARENTI DAVIDE nato a Monza il 28/08/1894

CARLO PRINA nato a Monza il 28/06/1908: apparteneva alla 25° Brigata del Popolo

CAGLIO FRANCESCO nato a Lesmo nel 1909: apparteneva alla Brigata del Popolo

MESSA ERNESTO nato a Monza il 28/08/1894

 

Antonio Gambacorti Passerini Enrico Arosio Davide Guarenti Carlo Prina Francesco Caglio Enrico Messa

 

Il campo di concentramento di Fossoli era situato nei pressi di Carpi, in provincia di Modena.

23 giugno: viene ucciso a tradimento Poldo Gasparotto

Venti giorni dopo, il 12 luglio, 67 internati antifascisti vengono fucilati.

In quel periodo anche Don Paolo Liggeri era internato a Fossoli. Nelle pagine di luglio 1944 del suo diario (pubblicato nel libro “Triangolo rosso – Dalle carceri milanesi di san Vittore ai campi di concentramento e di eliminazione di Fossoli, Bolzano, Mauthausen, Gusen Dachau) scrive:

«Sono inquieto questa sera, e, per quanto cerchi di dominarmi, non riesco a calmare il mio nervosismo. Dio mio, mi sembra un delitto il solo pensare certe cose, ma dal momento in cui me ne hanno prospettato la possibilità ... Dunque le cose stanno così!

Questa sera, durante la solita adunata per l'appello, è sopraggiunto il maresciallo Hans delle SS con un gran foglio in mano, e ha fatto semplicemente annunciare che coloro che sarebbero stati chiamati avrebbero dovuto lasciare le file e inquadrarsi a parte. Abbiamo avuto tutti il solito brivido di sgomento che ci coglie ogni volta che si presenta la poco lieta prospettiva di una deportazione in Germania.

L'odioso appello è stato subito iniziato, e, contrariamente alle altre volte, è stato lo stesso maresciallo a chiamare ad alta voce il numero di matricola di ogni internato prescelto. Era una breve lista (settanta uomini), ma ci è sembrata interminabile; e l'atmosfera intorno era divenuta stagnante, pregna di amarezza, di neri presentimenti, non so, non riesco a definire.

Siamo tornati alle nostre baracche con le spalle curve e il cuore stretto ... Io anche questa volta, non sono fra i chiamati. Sono andato a portare la comunicazione al mio vicino di pagliericcio,. il generale della Rovere che non era venuto all’appello perché indisposto. Appena gli ho comunicato che era stato incluso nella lista, l'ho visto trasalire: un attimo; subito si è ricomposto, mi ha stretto la mano, e guardandomi con fermezza negli occhi, mi ha detto:

Non ci vedremo più! ...

Davanti e dentro la 21 A, una ressa indescrivibile: gente che trasporta bagagli e pagliericci, abbracci e baci pieni di effusione che si alternano alle calorose strette di mano del più riservati, e uno schiamazzo continuato, un misto di richiami, di saluti ad alta voce, di promesse, di giuramenti, di auguri, di esortazioni, .di parole d’incitamento di esclamazioni di ogni genere, di espressioni fiere ...

C’e chi grida: La va a pochi! (e mi ricorda Gasparotto ... ). C'è chi è visibilmente commosso, non solo fra quelli che partono, ma anche fra quelli che restano ... , come se volessero scacciare un nero presentimento. 

Il fischio stridulo della ritirata ha messo fine ai commiati.

Quando sono rientrato nella mia baracca, G. mi ha chiesto:

- Lo sai?

- Che cosa?

- Degli ebrei ... ?

- Non so nulla di nulla. Spiegati!

Saranno stati una ventina. Sono stati portati fuori del campo con un camion, equipaggiati con piccone e pala. Sono usciti prima di mezzogiorno e non sono ancora rientrati.

- Be', che vuoi dire?

- Non capisci, o non vuoi capire?

- Parla chiaro! che vuoi dire?

- Li uccideranno ...

- Chi, gli ebrei?

- No, quegli altri.

- Li ucci ... Ma sei tu che dovresti farti impiccare, una buona volta! - Ero così furibondo che l'avrei strozzato - Io non capisco che gusto ci provate tu e molti altri a far circolare sempre le notizie più catastrofiche e a far star male tanti compagni che ne hanno già d'avanzo senza le vostre mal augurate fantasticherie.

Ma gli ebrei non sono tornati.

- Segno che sono andati ad aggiustare qualche strada, o a sgombrar macerie.

- Ma anche Fritz l'interprete si è lasciato sfuggire qualche cenno ...

- Fammi il piacere, non parlarne più con nessuno.

Dio mio, adesso ch'è notte, ci penso ancora e non riesco a tranquillizzarmi. Se fosse vero ... Sciocchezze! Abbiamo, tutti, i nervi malati ... Eppure con le SS tutto è possibile. Basti ricordare Gasparotto ...Ma Gasparotto era uno, questi sono settanta. Sarebbe enorme!

Della mia baracca (la 16 A) sono stati scelti diciassette, fra cui i miei due vicini di pagliericcio: li rivedo. Questa sera non mi daranno la «buona notte» ...

Rivedo anche gli altri, tutti amici cari ... Olivelli, Carlo Bianchi, l'avvocato Vercesi, Passerini, Prina, Francesco Caglio, Arosio, Guarenghi, il colonnello Panceri, e Nilo (simpatico bersagliere padovano), Gulin (oh, quella fuga malriuscita), e Kulziski il capo baracca, e gli altri di cui in questo momento non ricordo i nomi. Penso alle loro famiglie ... il colonnello Panceri mi ha parlato questa mattina della sua Mimma e Carlo Bianchi mi ha mostrato la foto dei suoi «pupi». Attende il quarto ...

No, no! Ho i nervi malati. Sono pazzo. È impossibile! 

Fòssoli - 12 luglio 1944

Li hanno ammazzati tutti!

Questa mattina, all'alba, li hanno ammazzati come cani, poveri fratelli miei! È terribile! 

(continua)

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La morte di Antonio Gramsci

1 Juillet 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Antonio Gramsci
Antonio Gramsci

Gramsci si spegne all’alba del 27 aprile 1937. Ha appena compiuto quarantasei anni. Quarto di sette figli di Francesco Gramsci e Giuseppina Marcias, Antonio - Nino, come era chiamato in famiglia – era nato ad Ales, in provincia di Cagliari, il 22 gennaio del 1891.

Quando muore è in corso la guerra di Spagna. Una batteria di artiglieri garibaldini porta il suo nome.

Negli scritti che gli vengono dedicati sulla stampa comunista viene sempre definito capo del partito.

Nel parco di cultura Gor'kij a Mosca, campeggia il ritratto di Gramsci e il suo figliolo minore, Giuliano (che il padre non ha mai potuto vedere), allora sui dieci anni, lo scopre con sorpresa e vuole sapere dalla madre Giulia «tutto ciò che si riferisce» alla sua vita e alla sua sorte.

La fama internazionale, la solidarietà antifascista, non leniscono molto l’isolamento di Gramsci, che non è stato meno profondo negli ultimi anni di semiprigionia, di vigilanza poliziesca strettissima, immutata, anzi rafforzatasi nel passaggio dalla clinica di Formia a quella Quisisana di Roma.

Il malato si trova, fino alla vigilia della morte, in «libertà condizionale», piantonato e sorvegliato. Le sue condizioni di salute sono gravi anche se non ci si aspetta che possano da un momento all'altro diventare gravissime.

Gramsci era stato trasferito alla clinica di Roma (accompagnato da un commissario di PS e da due agenti) il 23 agosto 1935. Ciò è avvenuto soltanto perché, dopo reiterati solleciti della cognata Tatiana e il certificato medico del professor Puricelli, appariva urgente sottoporre il malato ad un intervento chirurgico di ernia. Era stata scelta la clinica Quisisana di Roma, «presi gli ordini da S.E. il capo del governo» e dopo attenti sopralluoghi, perché, secondo il capo della polizia «si presta(va) a una più efficace vigilanza».

Oltre alle visite assidue del fratello Carlo, e a quelle periodiche di Sraffa (Piero Sraffa, antifascista torinese, vicino ai comunisti, quelli dell'«Ordine Nuovo», che ha conosciuto nella prima giovinezza, insegna a Cambridge ed è un economista di grande valore), egli è assistito senza posa dalla cognata Tatiana. La moglie, Giulia Schucht, è stata lunghi anni ammalata, ricoverata in una clinica per malattie nervose. A Gramsci é stata taciuta la gravità dello stato di salute della sua compagna.

Giulia non verrà a trovarlo, probabilmente perché non è in grado di affrontare tale viaggio, e sarà un nuovo motivo di dolore per il prigioniero (che indirizza in questo ultimo periodo frequenti, affettuosissime lettere ai due figli). La sua esistenza nella clinica Quisisana è meno tormentata di quella passata a Formia ma le forze declinano di mese in mese.

Durante il 1936, Gramsci comincia a progettare di trasferirsi in Sardegna non appena finirà il periodo della «libertà vigilata », cioè nell’aprile del 1937.

La sera del 25 aprile 1937 sopravviene improvvisamente un'emorragia cerebrale. Neppure in questa estrema circostanza è assistito adeguatamente dal punto di vista clinico (mentre le suore della clinica gli mandano un sacerdote).

Gramsci si spegne all'alba del 27 aprile, alle 4,10.

La cognata è al suo capezzale: poco dopo arriverà il fratello Carlo. Soltanto questi due congiunti possono vedere la salma, «circondati da una folla di agenti e di funzionari del Ministero degli Interni», ricorda Tatiana. Un fonogramma del questore di Roma, il 28 aprile, dà conto dei funerali: «Comunico che questa sera, alle 19,30, ha avuto luogo il trasporto della salma noto Gramsci Antonio seguito soltanto dai familiari. Il carro ha proceduto al trotto dalla clinica al Verano dove la salma è stata posta in deposito in attesa di essere cremata».

Il cadavere sarà cremato il 5 maggio. I giornali italiani dànno la notizia della morte di Gramsci in poche righe attraverso un dispaccio dell’agenzia Stefani: «É morto nella clinica privata Quisisana di Roma, dove era ricoverato da molto tempo, l'ex deputato comunista Gramsci». L’eco all’estero, sui giornali democratici in Europa e in America, nella stampa comunista e antifascista, sarà grandissima.

Il 22 maggio 1937 (18 giorni prima di venire ucciso con il fratello Nello), Carlo Rosselli, in una commemorazione alla sala Huyghens di Parigi, ricordava Gramsci come uomo «intimo, riservato, razionale, severo, nemico dei sensitivi e delle cose facili, fedele alla classe operaia nella buona come nella cattiva sorte, agonizzante in una cella, con tutto un esercito di poliziotti che cercano di sottrarlo al ricordo e all’amore di un popolo ...». Per Gramsci «conta(va) solo la coerenza e la fedeltà a un ideale, a una causa, che vive di se stessa, indipendentemente da ogni carriera e da ogni interesse personale».

La notizia del sacrificio e l'esaltazione della figura del capo comunista vengono divulgate sulle onde dell'etere da una trasmissione di «Radio Milano», cioè dall’emittente che i comunisti hanno in Spagna e che in Italia viene ascoltata tutte le sere, verso le ore ventitre, da numerossimi radioascoltatori nostante divenga di mese in mese più intensa la caccia della polizia a quanti captano la voce della Spagna. Sulla base dell'intercettazione fatta dalla stazione di Imperia dei carabinieri apprendiamo che la trasmissione speciale in onore di Gramsci, con la partecipazione di oratori comunisti, socialisti e di “Giustizia e Libertà” italiani, ebbe luogo il 22 maggio 1937. In essa si descrive la vita del rivoluzionario, si cita il “processone” del 1928, si dà conto della solidarietà dei combattenti spagnoli per la libertà, si ricordano gli altri prigionieri politici del fascismo e si conclude: «Il nome di Antonio Gramsci sta scritto a lettere d'oro sulla bandiera dei lavoratori italiani».

Bibliografia:
Paolo Spriano - Storia del Partito comunista italiano – Einaudi 1970
La morte di Antonio Gramsci
La morte di Antonio Gramsci
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L’artiglieria dell'altoparlante

14 Juin 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

ricevitore radio 1937
ricevitore radio 1937

La funzione della trasmissioni radio durante la guerra di Spagna (17 luglio 1936 – 1 aprile 1939)

Durante la guerra di Spagna, gli antifascisti cominciano ad avere a disposizione, sin dall'inizio, un'arma (quella che Vittorio Vidali chiamerà «l’artiglieria dell'altoparlante»: la radio. Fino a quel momento, in Italia, le trasmissioni radiofoniche erano state soltanto monopolio del regime fascista e anche un suo potente mezzo di corruzione di massa.

Da Radio Barcellona, da Radio Madrid, Radio Valenza si possono captare in Italia le voci dell'antifascismo, in trasmissioni speciali in lingua italiana (il PCI avrà poi, sino alla fine della guerra, la possibilità di utilizzare una sua radio trasmittente da cui manda anche direttive ai propri seguaci clandestini in Italia).

Ha scritto Elio Vittorini: «Quanto si poteva afferrare tendendo l’udito di dentro alla cuffia di un apparecchio a galena, verso le prime voci non fasciste, che finalmente giunsero fino a noi. Madrid, Barcellona ... Ogni operaio che non fosse un ubriacone e ogni intellettuale che avesse le scarpe rotte, passarono curvi sulla radio a galena ogni loro sera, cercando nella pioggia che cadeva sull'Italia, ogni notte, dopo ogni sera, le colline illuminate di quei due nomi. Ora sentivamo che nell’offeso mondo si poteva essere fuori della servitù e in armi contro di essa».

Da Radio Barcellona, il 13 novembre 1936, Carlo Rosselli lancia lo slogan che può sintetizzare la prospettiva comune del volontariato antifascista italiano in Spagna: «Alla Spagna proletaria tutti i nostri pensieri. Per la Spagna proletaria tutto il nostro aiuto. Oggi in Spagna. Domani in Italia. Anzi, oggi stesso in Italia, perché l’esempio dei fratelli spagnomi può e deve essere seguìto. Gioventù d’Italia, sveglia! Antifascisti italiani, sveglia! Uomini liberi, in piedi!».

A partire dal giugno-luglio del 1937, la stampa di regime ammette sempre più chiaramente che l'Italia è impegnata in Spagna con un proprio contingente.

Dalle emittenti radio della repubblica spagnola ogni sera gli antifascisti - dopo più di dieci anni di silenzio - riescono a parlare al popolo italiano. Vi è la Radio di Stato della repubblica che ha numerose trasmissioni da Madrid e da Valenza in lingue estere. Vi è la radio Generalitat a Barcellona. Vi è infine una emittente, «Radio Milano», che trasmette da Aranjues vicino a Madrid, tutte le sere intorno alle 23,45, che è escusivamente dei comunisti italiani. A giudicare dalla massa enorme di lavoro che essa dà alla polizia italiana, si direbbe che l'ascolto é diffusissimo e ha una importanza nonché un rilievo psicologico e politico notevole. Gli antifascisti italiani dunque esistono, parlano dell'Italia e del resto del mondo, si battono: ecco ciò che scoprono per la prima molti italiani.

La voce che giunge dalla Spagna (e spesso disturbatissima) non si sa quanto incida sulle coscienze. Si tenga presente anche che l'apparecchio radio è ancora un lusso per le masse più povere e diseredate. Ma, appunto, le denunce della polizia e la stessa ripresa di azioni squadristiche su vasta scala per reprimere o intimidire quanti osano sintonizzare il proprio apparecchio sulla lunghezza d'onde di Radio Milano ne dànno un quadro vivissimo. Si apprende che l'ascolto spesso non é individuale o familiare ma spesso viene organizzato, nel retrobottega di un locale pubblico, in una sala di caffé, chiuse le saracinesche verso la mezzanotte, persino in circoli Dopolavoro o della Opera nazionale combattenti. Il che mostra certo una notevole dose di imprudenza (é in questi casi che la sorpresa, la retata degli agenti di PS o dei militi fascisti, la delazione di un finto antifascista, sortiscono i migliori risultati), ma denota nondimeno un bisogno di testimonianza in comune oltre che una sete di informazioni inestinguibile. In qualche caso, la polizia riferirà che all'inizio e alla fine delle trasmissioni, quando risuonano le note dell'inno di Garibaldi e dell'Internazionale, gli ascoltatori si alzano in piedi e salutano con il pugno chiuso.

Non c’é solo solo la curiosità di sentire l'altra campana, di venire a sapere quanto la stampa fascista tace o deforma. C’è anche l’ansia di tanti congiunti di avere qualche notizia del figlio o del marito spedito in Spagna da Mussolini (dopo la battaglia di Guadalajara per settimane si trasmettono messaggi, testimonianze dirette dei prigionieri italiani).

Infatti, i «legionari» italiani, al comando del generale Roatta - dai primi trentamila arriveranno a cinquantamila - erano truppe il cui carattere di volontari è quanto mai discutibile; spesso si trattava di soldati mandati in Spagna a loro insaputa, reclutati per formare «battaglioni lavoratori» nell’impero africano da colonizzare.

La battaglia di Guadalajara del marzo 1937 ha una grande eco internazionale. Celebri restano, tra tutte, le corrispondenze di Ernest Hemingway, che aveva conosciuto i combattenti italiani sul fronte della prima guerra mondiale. Hemingway scrive dopo la battaglia, vedendo i caduti fascisti: «Il caldo dà lo stesso aspetto a tutti i morti, ma questi morti italiani con le loro facce grige, di cera, se ne stanno stesi sulla pioggia, molto piccoli e pietosi ... Il generale Franco scopre adesso che non può fare molto conto sugli italiani, non perché gli italiani siano vili, ma perché gli italiani i quali difendono il Piave e il Grappa sono una cosa e gli italiani mandati a combattere in Spagna mentre credevano di andare in guarnigione in Etiopia sono un’altra».

E parlando da Radio Madrid, il 27 marzo 1937, della fuga dei legionari di Mussolini, Randolfo Pacciardi, repubblicano, comandante del battaglione “Garibaldi”, dice: «Sono scappati non perché sono vigliacchi. Sono scappati perché avevano tanks, cannoni, mitragliatrici, fucili, moschetti, ma non avevano idee. Non si combatte per il piacere di combattere».

La battaglia di Guadalajara é stata il culmine della partecipazione dei garibaldini italiani alla guerra di Spagna.

Nel marzo del 1937 (dopo Guadalajara) il capo della polizia Bocchini così telegrafa ai prefetti del regno: «Viene rilevato come molti ascoltatori radio cerchino di ascoltare iniqua et falsa propaganda radiodiffusa da Barcellona aut da altre stazioni spagnole nonché da Mosca. A tale scopo cercano anche di riunirsi in comitiva presso apparecchi riceventi di casa aut locali pubblici. Fenomeno est particolarmente osservabile presso operai, contadini, piccola borghesia. Est necessario in modo assoluto intervenire prontamente et energicamente con azioni preventive et repressive procedendo a fermi, a provvedimenti di polizia, a chiusura dei pubblici esercizi dove viene effettuata ascoltazione et a ritiro degli apparecchi in caso di flagranza. Vorranno all'uopo predisporre servizi et ricorrere ove sia necessario anche servizio di fiduciari. Si gradirà al riguardo sollecita segnalazione di ogni emergenza».

La prevenzione e la repressione auspicate da Bocchini si sviluppano largamente. Spesso vengono intercettate lettere inviate dall'Italia all’indirizzo di Radio Barcellona nelle quali si formulano elogi oppure richieste di spostare l'ora della trasmissione.

Le trasmissioni, da quel che possiamo arguire attraverso i resoconti registrati dalla polizia italiana, sono efficaci giacché risultano trattati temi che concernono direttamente la guerra di Spagna (notizie sulle battaglie, sullo schieramento internazionale, sulle denunce alla Società delle Nazioni, sull'afflusso di nuove truppe fasciste) sia argomenti che riguardano la vita delle masse popolari italiane. E qui si parla dell'aumento dei prezzi che in effetti è notevole nel 1937 e annulla i vantaggi del generale aumento dei salari e degli stipendi agli impiegati, delle condizioni di vita dei contadini e degli operai, dei profitti delle grandi aziende. E si insiste sulla crescente sudditanza dell’Italia alla Germania nazista.

Bibliografia:

Paolo Spriano - Storia del Partito comunista italiano – Einaudi 1970

Stazioni spagnole ascoltate nel 1937 al Centro di Controllo dell’EIAR e ricevitore radio dell’epocaStazioni spagnole ascoltate nel 1937 al Centro di Controllo dell’EIAR e ricevitore radio dell’epoca

Stazioni spagnole ascoltate nel 1937 al Centro di Controllo dell’EIAR e ricevitore radio dell’epoca

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Omaggio a Firenze e al suo popolo

2 Mai 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944

immagini di Firenze nell'agosto del 1944

Articolo di Piero Calamandrei pubblicato sul «Corriere di Informazione» di Milano del 12 agosto 1945

LA BATTAGLIA IN CITTÀ

Forse l'Italia del Nord non ha saputo interamente che cosa avvenne a Firenze un anno fa: una battaglia.

Per esser esatti, di battaglie a Firenze ve ne furono due, una dentro l'altra; una strategica, per Firenze, che fu combattuta a distanza, tra le artiglierie alleate schierate a semicerchio sui colli a sud dell'Arno contro quelle tedesche schierate sul semicerchio contrapposto delle colline di Fiesole; l'altra tattica, dentro Firenze, che fu combattuta ad armi corte per le vie e per le piazze della città, tra i nazifascisti e il popolo insorto.

Il piano degli alleati, che fecero quanto era in loro per rispettare la città ed evitarle di diventare un terreno di scontro, era preordinato, a quanto si poté giudicare dal suo svolgimento, a liberarla per manovra: gli eserciti liberatori dovevano sostare a sud della città senza entrarvi, e il passaggio in forza dell'Arno doveva avvenire a monte e a valle di essa, in modo che i tedeschi fossero costretti a ritirarsi verso i monti, senza poter combattere in pianura. Ma i tedeschi e i fascisti avevano un altro piano:trasformare la città. colle sue torri ed i suoi marmi in campo trincerato; barricarsi nelle rovine dei suoi palazzi; attirar l'uragano delle granate sulla parte più preziosa dei suoi monumenti, per lasciarli ridurrre in macerie e rigettar poi sugli alleati l'onta di questo misfatto.

Ad attuare questo programma, la cui preparazione fu tenuta celata fino all'ultimo sotto la truffa della «città aperta», i tedeschi trovarono zelante complicità nella «vecchia guardia» del fascismo repubblicano locale, rincuorato dalla presenza di un degno capo, sceso in persona dal Nord a dare le ultime disposizioni: parlo di Alessandro Pavolini, che la storia ricorderà soltanto per il freddo impegno con cui, in quel luglio del 1944, seppe premeditare l'assassinio della città dove era nato, e predisporre la distruzione di quei ponti di cui egli, dalle finestre del suntuoso albergo ove s'era insediato col suo stato maggiore, poteva, da raffinato conoscitore d'arte qual si vantava di essere, apprezzare la incomparabile leggiadria. Costui, nel suo operoso soggiorno a Firenze, rubò cinque milioni alla Prefettura per distribuirli tra le bande dei suoi manigoldi coll'ordine di rimanere in città come «franchi tiratori» e fare strage alla spicciolata, dai tetti e dalle finestre, di donne e di bambini. E poi, tutto avendo disposto per il meglio, se ne tornò al Nord, dove il governo della repubblica aveva bisogno di lui.

Il 30 luglio il comando tedesco ordinò l'immediato sgombero di due larghe strisce cittadine ai lati dell'Arno: centocinquantamila persone si trovarono da un'ora all'altra senza tetto, sapendo che le loro case e i loro negozi erano abbandonati al saccheggio. Nella notte tra il 3 e il 4 i ponti minati saltarono: per amabilità di Hitler fu risparmiato il Ponte Vecchio, ma, per bloccarne il passaggio di qua e di là, furono fatti saltare in sua vece i due rioni che vi davano accesso, Por Santa Maria, via dei Bardi, Borgo Sant'Jacopo, via Guicciardini e le più antiche e care torri della Firenze di Dante. Così, segnata da questa linea di incendi e di esplosioni, cominciò il 4 di agosto, entro l'anello dei cannoni che si rispondevano dai colli, la battaglia ravvicinata della città.

Per una settimana, le slabbrate spallette dell'Arno segnarono la prima linea: alle mitragliatrici e ai mortai tedeschi, appostati sulla riva destra, pattuglie di cittadini dalla sinistra rispondevano a fucilate. Ma da spalletta a spalletta passavano, in difetto dei ponti crollati, misteriose vie di collegamento: come fantasmi di fango le staffette sbucavano dalle fogne, e attraverso le macerie minate che ostruivano il Ponte Vecchio un segreto filo telefonico, riallacciato sotto le granate, permetteva al Comitato di Liberazione di mantenere l'unità del governo. Così parve segnata la sorte di Firenze, tagliata in due dalla battaglia; mentre a sud dell'Arno i partigiani spergevano di casa in casa i «tiratori» fascisti, e migliaia di senzatetto, ricchi e poveri tutti uguali, bivaccavano fraternamente nei saloni dorati di Palazzo Pitti, e la delegazione d'Oltrarno del Comitato di Liberazione già era in contatto coi primi reparti alleati entrati da Porta Romana, la parte a nord dell'Arno, la più popolosa e la più cospicua, era ancora in balia dei tedeschi; e pareva che tentar di espugnarla in forze volesse dire distruggerla. Furono queste, dal 4 all'11 agosto; le terribili giornate in cui i cuori di tutto il mondo tremarono all'idea che di Firenze non dovesse più rimanere che il disperato ricordo.

Ma qui avvenne il miracolo. Alle 6,15 dell'1 agosto, nell'ansioso silenzio mattutino, i fiorentini già liberi d'Oltramo udirono all'improvviso, al di là del fiume, il martellar delle campane che chiamavano all'armi la parte non ancora liberata: e il filo clandestino annunciò laconicamente che il Comando cittadino, per finir di liberare la città, aveva ordinato l'insurrezione.

Si vide allora, al richiamo della vecchia Martinella, il popolo fiorentino, coi ponti rotti alle spalle, far fronte al nemico. Contro le mitragliatrici piazzate dietro gli alberi dei viali, contro i carri «Tigre» in agguato alle barriere, si spiegò come per magia un esiguo velo di giovinetti febbricitanti e di vecchi canuti, armati soltanto della loro furia. Da un'ora all'altra, quel velo diventò una linea, si organizzò, si consolidò; prese sotto la sua protezione il centro della città; non si limitò alla resistenza, ma osò l'avanzata: e ogni giorno entravano dentro quel cerchio nuove vie e nuove piazze liberate.

Così per quasi un mese, per tutto agosto, il fronte di combattimento si confuse coi nomi favolosi dei giardini e delle passeggiate della nostra infanzia: le Cascine, il Parterre, il Campo di Marte. La pacifica topografia cittadina entrava stranamente nei bollettini di guerra: «piazza san Marco sorpassata»; «via santa Caterina raggiunta»; «contrattacco in piazza Donatello». Ragazzi ed anziani erano attratti da quella linea affascinante. Oggi i genitori e le vedove lo raccontano colle lagrime agli occhi: «Non si reggeva più: volle scendere nella strada disarmato. Disse: 'Bisogna che vada anch'io sul Mugnone a ammazzare un tedesco'. E non tornò». Uscivano ansiosi e inebriati, come se fossero attesi a un appuntamento d'amore: con un vecchio fucile da caccia o con una pistola arrugginita, a battersi contro i mortai e contro i carri armati; e non tornarono. Anche le giovinette uscivano, portando ordini di guerra sotto i loro camici di crocerossine: Anna Maria Enriques, Tina Lorenzoni; e non tornarono. E quel sangue sul marciapiede segnava l'estremo punto al quale era stato portato per quel giorno il confine tra la libertà e la vergogna.

Ma dietro quella linea, nella città liberata, ferveva il lavoro. Ogni tanto una donna scarmigliata, nel traversare correndo la via con un fiasco d'acqua, cadeva, fulminata, sul selciato: allora c'era la battuta sui tetti per scovare la belva dietro il comignolo; e poi, sulla piazza, la giustizia sommaria contro il muro. Non c'erano più lettighe né bare: i morti si seppellivano alla rinfusa, nelle grandi fosse del giardino dei Semplici, tra le aiuole in fiore. E intanto le magistrature popolari già sedevano ai loro posti nei palazzi dei padri; e quando un colpo arrivava a scheggiare quelle antiche pietre, guardavano un istante dalle grandi finestre: «Niente di nuovo: cupole e torri sono sempre in piedi». E la seduta continuava.

Questa fu la battaglia di Firenze, durata tre settimane: dal 4 all'11 agosto attraverso le spallette dell' Arno, dall'11 agosto alla fìne del mese sulla linea di avanzata nei quartieri e nei sobborghi a nord della città. Il bilancio si riassume in pochi dati: un grande squarcio nel cuore della città, una immensa cicatrice che sfigurerà nei secoli il suo volto: centoquaranta partigiani morti in combattimento nelle sue strade e molte centinaia di essi feriti: e quasi ottocento cittadini inermi, in gran parte donne e fanciulli, caduti sotto le granate tedesche o sotto il tiro a segno degli assassini. Ma alla fine di agosto questa città, che nel piano nemico avrebbe dovuto diventare la desolata terra di nessuno, era tornata per intero la terra gelosamente diletta dei fiorentini, sfregiata e sanguinante, ma riscattata per sacrificio di popolo: i tedeschi erano in ritirata verso gli Appennini, e i tiratori erano stati snidati e giustiziati ad uno ad uno, nella armoniosa serenità di queste piazze, come cani arrabbiati.

Questa fu la battaglia di Firenze che segnò una tappa decisiva, e forse un esempio unico, nella nostra guerra di liberazione e nel nostro ritorno alla coscienza civile europea: una battaglia a corpo a corpo durata quasi un mese per le vie di una città, combattuta dal popolo insorto e comandata da un governo insurrezionale di magistrature cittadine, che gli alleati, quando giunsero, lasciarono con rispetto ai posti di comando saggiamente tenuti. Qui la guerra non fu il passaggio di una ventata, qui i tedeschi non erano ancora in disfacimento: e i partigiani dovettero ricacciarli combattendo ferocemente ad armi impari per disinfettare la città, metro per metro, da quella pestilenza che vi si era annidata da vent'anni.

Libertà non donata, ma riconquistata a duro prezzo di rovine, di torture, di sangue. Credo che il grande amore per questa mia città rinnovata dal dolore non mi faccia velo, quando penso che la data dell'11 agosto appartiene non alla storia di Firenze, ma a quella d'Italia.

Bibliografia:

Piero Calamandrei – “Uomini e città della Resistenza” – Ed. Laterza Bari 1955

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