Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Uno come sette: la famiglia Cervi

30 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

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«Uno era come dire sette, sette era come dire uno ». Sopra i sette l'autorità del padre, l'amore quieto della madre. La famiglia Cervi è la famiglia patriarcale che arriva al socialismo senza l'intermediazione borghese: dal medioevo al marxismo. La cascina dei Cervi è a Praticello, fra Campegine e Gattatico, nella provincia di Reggio Emilia. Il padre Alcide, la moglie Genoveffa Cocconi, i sette figli, le mogli, i nipoti: ventidue persone. Il più anziano dei figli, Gelindo, ha 24 anni, poi in ordine di età ci sono Antenore, Aldo, Ferdinando. Agostino, Ovidio, Ettore. Gli sposati sono quattro con dieci figli. La moglie di Gelindo sta aspettandone uno.

I Cervi sono dei bravi agricoltori: entrati come fittavoli nel fondo nel 1934, ci hanno trovato cinque fra vacche e vitelli; adesso nella stalla ce ne sono cinquanta, la terra rende. I Cervi sono istruiti, sono la campagna riscattata dalla predicazione socialista; nella piccola libreria della cascina ci sono opere di Dostoevskij, di Jack London, manuali di agricoltura, le raccolte della «Relazioni internazionali» e della «Riforma sociale» di Einaudi. Aldo è il più colto, con più vivi interessi politici. Nella famiglia ognuno ha la sua specialità, chi si occupa dei campi, chi degli alveari, chi delle macchine, chi della stalla, ma le decisioni importanti le prende babbo Alcide. I Cervi sono antifascisti. «Cosa vuole», dice il padre, «noi siamo fatti così, siamo per la libertà». Il 25 luglio quando è caduto il regime il vecchio Alcide ha raccomandato ai figli: «Ragazzi, niente vendette», e ha offerto tre quintali di farina e venticinque chili di burro e centinaia di uova per la gigantesca mangiata di tagliatelle a cui ha invitato tutto il paese. All'8 settembre i Cervi passano alla resistenza: non una resistenza armata come si fa sulla montagna, ma legata alla famiglia e al lavoro, che fa di ogni atto di vita un atto di guerra, che dà a ogni momento della giornata un significato di cospirazione. Aldo è salito sulla montagna, sul Ventasio e a Toano, a cercare i ribelli, che non ci sono o sono troppo deboli. Allora i Cervi si dedicano ai prigionieri di guerra fuggiti dai campi, ne passano ottanta dal settembre al novembre nella loro cascina.

la-casa-della-famiglia-Cervi.jpgIl 25 luglio babbo Cervi non ha voluto vendette: un fascista del paese lo ripaga con la spiata. I fascisti di Reggio arrivano al cascinale nella mattinata nebbiosa, lo circondano, bloccano le uscite. L'ufficiale che li comanda grida: «Cervi arrendetevi!». I Cervi corrono alle armi, rispondono sparando. Poi devono cedere: gli assalitori hanno dato fuoco al fienile, se la casa brucia muoiono anche le donne e i bambini. Prima di uscire Aldo dice: «Tutto quello che è accaduto è opera mia, io mi prendo tutta la responsabilità. Al massimo una parte della colpa può prendersela anche Gelindo. Almeno cinque devono tornare vivi». I Cervi escono dalla cascina: primo il padre a braccia alzate; seguono i prigionieri di guerra. I fascisti li fanno salire su un camion:' poi saccheggiano la cascina. Alla caserma del Servi, a Reggio Emilia, li interrogano, li invitano a passare alla repubblica fascista. «Crederemmo di sporcarci», dice Aldo a un Poliziotto che insiste.

La sera del 27 dicembre i gappisti Bagno in Piano uccidono il segretario del fascio Vincenzo Onfiani. La rappresaglia è immediata, il tribunale speciale, istituto ai primi del mese, giudica i Cervi senza farli comparire, li condanna a morte con una sentenza per cui non è occorsa la camera di consiglio. Si apre la porta della cella: «La .famiglia Cervi al completo» grida un milite. Escono ma il milite ferma babbo Alcide: «No, tu no, tu sei troppo vecchio». «Vi portano a Parma» dice un compagno di cella. «Ma che Parma», fa Aldo, «fra mezz'ora non siamo più vivi.». Antenore mentre cammina per il corridoio mormora: «Mi dispiace se ci fucileranno, non vedete che bel cappotto mi sono fatto?».

Babbo Alcide saprà della loro morte solo l’8 gennaio. Quel giorno gli Alleati bombardano Reggio, una bomba cade sul carcere, i prigionieri fuggono. Alcide torna a casa e la trova distrutta. I sopravvissuti tacciono e piangono., Il vecchio guarda le donne, i nipoti e dice: «Su, non c'e tempo da perdere, dopo un raccolto ne viene. un altro». Alla parete bianca della cucina sono appesi sette ritratti. La madre muore dopo un anno, di crepacuore. Babbo Alcide resiste, regge la famiglia.

 

Bibliografia:

Giorgio Bocca ”STORIA DELL'ITALIA PARTIGIANA”

Casa editrice G. Laterza & Figli, Bari gennaio 1980

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I contadini di montagna e i ribelli

27 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Sono contadini anche quelli della montagna, fra cui vive la ribellione armata. Spettatori di prima fila, spesso coinvolti nel dramma, i montanari sanno poco dei motivi politici della ribellione e ne ascoltano senza convinzione le facili promesse: «Avrete una bella casa, avrete la luce, la strada». Guardano e tacciono: conoscono la storia, nella montagna niente è mai cambiato. Non è il calcolo che decide il favore dei montanari, ma l'istinto: nei ribelli si riconoscono, sono quasi tutti ragazzi della provincia, sanno il dialetto, le canzoni, le usanze; gli ricordano i figli morti in Russia non tornati dalla Grecia, dall'Africa: «Faccio per voi quello che farei per lui». «Se non ci diamo una mano fra noi ... ». La coscienza politica dei montanari è embrionale, eppure il loro appoggio è anche politico: la ribellione che aiutano è ostile a quel potere che sta laggiù nella città della pianura, che arriva nelle valli solo per riscuotere le tasse, per imporre le leve militari; ora per uccidere. Contro questo potere si stabilisce la difesa comune dell'omertà, i montanari coprono i ribelli con il loro silenzio, se salgono i tedeschi e chiedono di una. località fingono di non capire, indicano la via sbagliata. I fascisti e i tedeschi sono degli sconosciuti, degli stranieri; quando vengono è solo per bruciare, per rubare, per uccidere, per minacciare.

Nei primi mesi i rapporti con la ribellione non corrono sempre lisci: il montanaro e il cittadino devono capirsi. Il montanaro è fatto a suo modo, per lui il pensiero della sussistenza ha quel valore preciso, concreto, che la gente di città, ha quasi dimenticato. Di fronte alla roba la sua reazione è primitiva: se può la prende e la nasconde. Nei giorni dell'armistizio i montanari hanno fatto sparire tutto ciò che l'esercito ha abbandonato nelle valli: muli, coperte, camion, bidoni di benzina. Chi ha preso di più è invidiato dagli altri i quali ne parlano con i ribelli, alla maniera montanara dell'allusione. Si va nella casa indicata: «Amico, tira fuori la benzina, te la paghiamo. Sveglia, dicci dove hai sepolto i bidoni». Non parla, si lascia mettere contro il muro, si lascerebbe fucilare senza parlare. Ma se il nascondiglio viene scoperto non prova rancore, sorride: «È andata così». La montagna lo ha educato ai grandi egoismi, ma anche alle grandi generosità, a essere solidale senza limite nei momenti del pericolo. Lo stesso montanaro che mette in pericolo la vita per negare al ribelle la benzina nascosta, se la gioca per aiutarlo se è ferito. Migliaia di partigiani feriti ospiti di famiglie che rischiano la perdita di ogni avere e della vita, si chiederanno il perché, ritroveranno l’umiltà e la riconoscenza. Anche per i consigli preziosi che il montanaro sa dare, per come insegna i modi e la filosofia della resistenza elementare: stare senza lacrime di fronte alla baita incendiata dal tedesco: il tetto brucia ancora e già si rovista fra le macerie, per ricostruire. …

La montagna arriva alla ribellione lentamente: si passa dai piccoli incarichi ausiliari - «tienici questo grano, facci macinare questo grano; imprestaci il mulo» - alle prime squadre che collaborano nei servizi di guardia e di corvée. Il terrore: ecco ciò che stringe i tempi nelle città come nelle montagne; il terrore lega dovunque. Boves che ha aperto la storia della montagna percossa dal terrore nazista è la prima a confermare la fedeltà della montagna: il 31 dicembre, quando il tedesco torna ad incendiare, si vedono i civili combattere per le strade, e uno sparare fino alla morte sicura dall'alto di un campanile.

 

Bibliografia:

Giorgio Bocca ”STORIA DELL'ITALIA PARTIGIANA”

Casa editrice G. Laterza & Figli, Bari gennaio 1980

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La scuola che resiste

24 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Nel novembre 1943, all'apertura dei corsi universitari la ribellione si estende alla scuola. La Resistenza veneta è guidata da tre professori universitari: Silvio Trentin rientrato clandestinamente dall'esilio francese, Concetto Marchesi, Egidio Meneghetti: l'antica Università padovana non mancherà la dichiarazione di guerra al nazifascismo. Bisogna però attendere che si apra l'anno accademico. Così fino a novembre il mondo universitario combatte il fascismo nelle città e nelle campagne, i professori partecipano ai convegni della cospirazione, gli assistenti Pighin, Carli, Zancan percorrono il Veneto per organizzarla; e il CLN tiene le sue sedute proprio nel palazzo Pappafava dove ha posto la sua sede il ministero della Educazione nazionale repubblichino.

 

La battaglia nella scuola si accende alla data fissata. Il 9 di novembre il rettore Concetto Marchesi apre l’ anno accademico con un primo inequivocabile gesto di ostilità al nazifascismo: dal suo ufficio non è partito alcun invito alle autorità per assistere alla cerimonia. Ci vengono in forma «privata» il ministro Biggini e il prefetto Fumei. Il fascismo padovano cade in un grossolano errore, manda nell’aula una squadra di giovani armati che salgono sul palco proprio mentre entra il rettore magnifico seguito dal professor Mereghetti. I due docenti si gettano d'impulso contro i fascisti mentre l'adunanza degli studenti urla «via gli armati!». Gli intrusi sono costretti ad allontanarsi e il rettore pronuncia la memorabile allocuzione, l'atto di fede nella libera Università: «Qui dentro si raduna ciò che distruggere non si può». Marchesi esalta nel mondo del lavoro una civiltà opposta alla nazifascista e dichiara aperto l'anno accademico nel nome « del lavoratori, degli artisti, e degli scienziati». Il 28 novembre il rettore deve rassegnare le dimissioni e trasferirsi sotto falso nome a Milano; ma lascia un nobile messaggio agli studenti: «Oggi non è più possibile sperare che l’Università resti asilo indisturbato di libere coscienze operose, mentre lo straniero preme alle porte dei nostri istituti e l'ordine di un governo, che per la defezione di un vecchio complice ardisce chiamarsi repubblicano, vorrebbe convertire la gioventù universitaria in una milizia di mercenari e di sgherri massacratori... Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra patria; vi ha gettato tra cumuli di rovine. Voi dovete tra quelle rovine portare la luce di una fede, l’impeto dell'azione e ricomporre la giovinezza e la patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dalla ignavia, dalla servilità criminosa, voi insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell'Italia e costituire il popolo italiano».

 

La resistenza della scuola romana prende invece l’avvio da gruppi studenteschi di formazione spontanea: l'Associazione rivoluzionaria studentesca guidata da Ferdinando Agnini e da Gianni Corbi; il gruppo azionista promosso da Pier Luigi Sagona; quello comunista di Dario Puccini e di Carlo Lizzani. Di fronte alla minaccia fascista di escludere dagli esami universitari quanti non si sono presentati ai distretti i vari gruppi si uniscono, danno vita a un Comitato studentesco di agitazione e a un Comitato tecnico diretto da Maurizio Ferrara che si mette alla testa della prima grande manifestazione antifascista del 17 gennaio. Gli studenti di medicina entrano nel Policlinico, stracciano i registri, percuotono i fascisti. di guardia. Maurizio Ferrara, salito su una panchina, incita i colleghi alla ribellione. Si forma un corteo, c'è uno scontro a fuoco, un giovane è ferito, altri arrestati.

 

A Milano e a Torino, capitali della resistenza armata le Università sono i distretti della ribellione, da esse partono i quadri delle bande. Gli ultimi mesi del 1943 insegnano che la partecipazione attiva alla Resistenza (lo scrive a un amico Giaime Pintor) è l'unica possibilità aperta a un intellettuale che voglia operare per il riscatto del Paese. Gli studenti universitari, in particolare, non possono mancare la prova. Sono i giovani borghesi giunti all'antifascismo attraverso il fascismo: la guerra partigiana è il suggello delle conversioni sincere.

 

Il lungo viaggio

Gli studenti o i laureati fra i venti e i trent'anni che partecipano alla Resistenza vi giungono da esperienze diverse, ma tutte compiute dentro il fascismo. Il loro è stato un lungo cammino che ora, essendo resistenti, ripercorrono con la memoria, senza mentire a se stessi. Fino al 1938, la maggioranza ha partecipato al fascismo: rassegnata alla sua inevitabilità, sedotta da certe proposte. Non quella di un fascismo sociale che promette un socialismo «più umano, più moderno», riservata a pochi ingenui; ma le altre dei vantaggi concreti, offerti ai giovani borghesi da una dittatura borghese. Fino al '38 i giovani sono fascisti o filofascisti non solo per la ragione ovvia di essere nati dentro il fascismo, ma perché credono di poter ottenere dal fascismo occasioni e promozioni gradite al loro forte appetito, tanto forte da soffocare nei più i primi dubbi e il fastidio morale per le menzogne e le sopraffazioni del regime. I giovani vedono nel fascismo tre possibili vantaggi: una promozione dei ceti medi, una maggiore efficienza amministrativa, una crescente disponibilità di impieghi. Vantaggi in gran parte illusori, ma ci vorrà il lungo cammino fino al '43 per capirlo. Prima del '38 la gioventù borghese e studiosa capisce poco e male la struttura sociale del fascismo:

La personalità di Mussolini nasconde, ai suoi occhi, il «consorzio dei privilegi»; l'avventura imperialistica la distrae dall'affarismo autarchico. E poi il grande capitale faccia pure i suoi affari purché lasci ai borghesi famelici la sua rappresentanza politica e amministrativa. È difficile per i giovani capire che la promozione dei ceti medi è dovuta ai tempi più che al regime; per loro coincide con esso: allevati in famiglie assillate dal pensiero del posto sicuro, essi vedono nel fascismo imperialistico una fabbrica di nuovi posti, e non hanno motivi per rifiutare la propaganda sull'efficientismo del regime. Il regime non è privo di scaltrezza, concede ai giovani una libertà vigilata, li lascia scrivere, dibattere fino a un certo limite sui giornali studenteschi o durante le competizioni culturali come i «littoriali».

 

L'appetito dei giovani è robusto, la loro preparazione culturale mediocre; eppure il fastidio morale c'è e cresce, molti giovani sono già entrati nel lungo cammino e non lo sanno, sarà l'anno 1938 a rivelarlo, con turbamento e dolore. Il 1938 è l'anno in cui la Germania nazista annette l'Austria e in cui l'Italia fascista si accoda alla persecuzione razziale: così ammettendo pubblicamente la sua qualità di nazione subalterna, al rimorchio dell'imperialismo germanico. È soprattutto la persecuzione razziale, con la sua ignominia gratuita, a far «precipitare» tutti gli scontenti morali per l'ipocrisia, per il conformismo, per la servilità della dittatura. Con la vigilia della guerra e con la guerra il distacco morale trova le conferme della ragione, diventa distacco definitivo: non solo e non tanto perché la guerra dimostra l'inefficienza del regime e fa cadere le proposte e le speranze dei vantaggi, ma perché si capisce, da alcuni in modo oscuro, da altri con un principio di chiarezza, che è sbagliata la scelta in sé, la scelta della guerra imperialistica. Una guerra per il dominio mondiale in cui l'Italia entra avendo già perso quello fra i Paesi fascisti, e proprio quando l'imperialismo capitalistico sta per rinunciare dovunque ai rapporti coloniali, quando la rivoluzione industriale esclude lo schiavismo del tipo barbarico. La guerra mette a nudo la povertà intellettuale e morale del regime, segna il naufragio dell'intera classe dirigente.

 

I giovani assistono umiliati, delusi. Alcuni reagiscono rifugiandosi in quella indifferenza che è già disponibilità per una nuova scelta; altri, i più razionali, si sorprendono a desiderare la vittoria del nemico, a rallegrarsi se l'Inghilterra o la Russia resistono, se l'America interviene: preferendo essere liberi nella sconfitta che schiavi nella vittoria; altri ancora, i più sentimentali, i più sensibili ai tormenti delle responsabilità personali, cercano la bella morte sui campi di battaglia, come Giani, Pallotta, Sigieri Minocchi. C'è anche una minoranza di intellettuali come Alleata, Ingrao, Pintor, che possono passare all'antifascismo militante; ma per la maggioranza il lungo viaggio non è ancora finito, passa per gli anni della guerra, per la vergogna della disfatta, anche per i primi mesi della Resistenza. Perché i resistenti borghesi che sul finire del '43 ripensano il lungo cammino capiscono solo ora di avere ignorato gli altri ceti e la loro oscura pena: ora che stanno nella guerra di tutti, con gli operai e con i contadini.

 

Bibliografia:

Giorgio Bocca ”STORIA DELL'ITALIA PARTIGIANA”

Casa editrice G. Laterza & Figli, Bari gennaio 1980

 


 

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La grande parata di distintivi e uniformi

21 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Uno degli aspetti più grotteschi del ventennio fascista fu certo l'orgia di divise e di distintivi elargiti in abbondanza dal regime.

 

Proviamo a enumerarli. C'erano i semplici fascisti che, pochi per amore e moltissimi per necessità, recavano il comune distintivo all'occhiello e che si affrettarono a liberarsene la mattina del 25 luglio. E c'erano i fascisti autorizzati ad adornarsi di placche, ricami, galloni, cordelle, sciarpe, fazzoletti, alamari, sproni, berretti, pennacchi, cinturoni, gambali e altre buffetterie.

La gente osservava curiosa questa pittoresca coreografia e non riusciva a raccapezzarsi; gli stessi attori si truccavano, come quelli di una grande compagnia di riviste, più secondo la propria che l'altrui fantasia, e se venivano interpellati sarebbero stati imbarazzatissimi a spiegare quali differenze correvano tra un fregio e l'altro. Oltre al distintivo ufficiale smaltato, molti occhielli si ornavano anche di una spilletta con la data del 1919; chi la portava era un «diciannovista», ossia uno dei precursori. I distintivi ufficiali erano tredici; oltre all'ordinario, c'erano quelli del G.U.F., dell'O.L.D. (operaie lavoranti a domicilio, le domestiche, insomma), M.R. con la spiga (massaie rurali), A.F.S. con testa di Minerva su fondo vinoso (Associazione fascista della scuola), A.F.P.I. con piccolo panorama urbano, A.F.A.S. con sfondi di ciminiere, A.F.P. con fili su isolatori e corno da caccia. Gli ultimi tre, rettangolari, smalto azzurro, simboli in oro, erano delle Forze Civili. Altre quattro placchette ovali, oro e nero, al centro una falce fiammante in rosso, contrassegnavano l'A.F.F.C.M.I.F.R. (Associazione fascista famiglie caduti, mutilati, invalidi e feriti per la rivoluzione), nonché i mutilati, invalidi e feriti stessi.

Nella categoria dei distintivi, per così dire, complementari c'era poi quello rosso quadrangolare di squadrista, spavalda affermazione di avere partecipato a spedizioni punitive. Se ne ebbe una fioritura quando fu decretato un premio di mille lire agli squadristi; se ne vedevano sul petto di ometti i quali, si poteva giurarlo, non avevano mai fatto male a una mosca.

Nelle grandiose adunate deliranti come nelle manifestazioni, commemorazioni, inaugurazioni, rapporti minori ma sempre «vibranti», si potevano vedere le sfilate e i campionari delle più diverse, fantasiose uniformi, portate spesso con imbarazzo umiliante da gente che indossava la camicia di Nesso (n.d.r. essere un tormento insopportabile), ed erano professori universitari, vecchi e gravi funzionari, panciuti senatori: una berlina.

I «divi» potevano scegliere, e preferivano l'uniforme della Milizia. C'era il grado eccelso, del primo caporale d'onore, gallone triangolare, aquila rannicchiata dentro lo stemma, il fascio nelle unghie; tutto d'oro se per la divisa nera, rosso per il grigioverde. Unico e assai più modesto il contrassegno degli altri caporali d'onore, senz'aquila. Subito dopo venivano, per benemerenza, i «sansepolcristi» - tanti che il salone di piazza San Sepolcro avrebbe dovuto essere una piazza d'armi - con uno strano scudetto, perché una fiamma divorava sino a metà le verghe d'oro e minacciava la scure d'argento. Bisognava avere occhio per distinguere tra loro i componenti del direttorio, tutti sfoggianti uno scudo orlato di cremisi, un secondo bordo d'oro, fondo cinerino, fascio d'oro, scudo d'argento, stellette d'oro. Se le stellette erano tre e avevano un orlo purpureo si trattava del segretario del partito, e se non avevano l'orlo di un vicesegretario, o componente del Gran Consiglio, o ministro, o sottosegretario. Due stellette competevano ai membri del Direttorio nazionale, una agli ispettori del Partito. Attenti alle stellette anche per i gerarchi delle Federazioni: due orlate di rosso per il federale, una per il direttorio, nessuna per l'ispettore federale.

La fatidica iniziale «M» su tutti gli sfondi, condita nei più diversi modi, era riservata alle gerarchie femminili: Fasci, massaie, lavoranti a domicilio. Simboli di stoffa da applicarsi appartenevano alle diverse Associazioni, con sedici differenti contrassegni. Cerchi azzurri racchiudenti i soliti fasci, stelle e stemmi erano per il C.O.N.I., diciassette in tutto. Sei ce n'erano per gli ufficiali in congedo, altrettanti per la Lega Navale; una infinità per i reparti d'Arma. Persino l'Associazione musulmana del Littorio. Poiché qualche musulmano poteva essere sfornito di divisa, uno ne era stato creato da applicarsi all’abito civile.

Senatori e consiglieri nazionali avevano i loro bravi rettangolini di stoffa da applicarsi sul petto; presidi, vicepresidi, rettori della Provincia, podestà e vicepodestà, i cosiddetti liberi professionisti e artisti, capi e dirigenti di aziende si ornavano di simboli svariati, e grande profusione di azzurro e oro si distribuiva sul berretto, la bustina, le manopole, le spalline dei dirigenti, fiduciari, addetti alle varie sezioni del G.D.F. compresi quei fiduciari di facoltà che, negli atenei, ricevevano spesso il più ossequioso saluto romano del rettore magnifico. La tinta scelta per la G. I. L. era il grigio cenere con profusione d'oro e amaranto un po' dovunque sulla divisa e i berretti: una quarantina di gradi ai quali corrispondevano le più diverse forme e dimensioni. Ultima nota di colore, anzi di più colori: ventidue diversi distintivi di carica per funzionari e impiegati.

Era proibito dire cortei: bisognava dire adunate: si vedevano colonne di uomini in camicie nere o in orbace, ragazzini figli e figlie della Lupa, balilla, lupetti e avanguardisti e Giovani fascisti in grigioverde o in candida tenuta estiva.

Una rivoluzione nel guardaroba fascista si verificò quando al fez nero frangiato venne sostituito il berretto a visiera con un'aquila in mezzo.

 

 

Bibliografia:

Gaetano Afeltra - I 45 giorni. che sconvolsero l'Italia – Rizzoli 1993

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da un giornale tedesco del 22 febbraio 1930

21 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Nel febbraio del 1930, quando la potenza di Mussolini e il prestigio dell' Italia fascista sembravano toccare il vertice, un pubblicista tedesco dava alle stampe su un giornale di Berlino il seguente profilo del dittatore:

 

"La forza di Mussolini consiste nel non rivelare mai quanto egli sia debole in realtà. Da secoli il mondo non è stato giocato da un bluff così completo. Bluff del progresso così vantato: meno disoccupati, ma milioni di uomini costretti a lavori di puro prestigio; bilancio passivo, debito pubblico crescente. Nessuno sa come i buoni del tesoro saranno pagati alla prossima scadenza. L'Italia «non ha più bisogno di danaro straniero», perché non riceve più credito da nessuno. Dappertutto prestiti surrettiziamente forzosi, quindi nessun bilancio sincero. Ogni "fascio" tassa le imprese secondo un suo proprio criterio. Licenziamenti impossibili senza permesso dell'autorità politica, quindi rapido aumento di fallimenti e di cambiali insolvibili.

Si cerca una via d'uscita in un nuovo rialzo dei dazi, che impedisce qualsiasi importazione ma non lascia nessuna possibilità di compenso all'esportazione e deve far rincarare fino all'inverosimile il costo della vita, il cui tenore è già caduto molto in basso. Il Duce deve annunziare che lo stato aiuterà le industrie e i commerci sofferenti, ma nello stesso tempo il ministro delle Finanze invita ad abbandonare ogni lavoro pubblico non assolutamente necessario, e tuttavia stanzia egualmente 350 milioni per materiale ferroviario non necessario, per dare l'illusione di un'intensa attività. Nessuno può veder chiaro nelle cifre pubblicate e molto sospette. Ciascuno sente che la macchina marcia intensamente ma gira a vuoto. E questo stato povero adopera milioni innumerevoli per sostenere i giornali del regno, affinché lodino sempre da capo le opere del fascismo, li prodiga per ungere all'estero i più equivoci individui e comperarsi pubblicità. Esso ha danaro per la Milizia "volontaria", per eserciti polizieschi di spie in tutto il mondo.

Quanto più povero e oppresso diventa il paese, quanto più chiaramente gli uomini al potere sentono il suo malcontento e la sua ira, tanto più enormi somme spendono per lavori d'inutile prestigio o di distrazione e tanto più rapidamente quindi l'Italia diventa povera e l'odio cresce: cerchio del destino che non si può rompere, al quale Mussolini è legato finché la sentenza del fato si compia. Egli ha bisogno dei più forti eccitanti della vanità per dare spettacoli invece di pane; e, come si conviene a un Napoleone senza vittorie, lo scherzo nel suo regno è delitto capitale... In lui come in Bismarck e in Clemenceau, c'è uno sconfinato disprezzo degli uomini. Egli è spinto soltanto dalla sua volontà di dominio: vuol contemplare se stesso nella vita e nelle opere. Con maestria consumata, egli gioca con gli uomini che egli conosce così a fondo. Trova sempre per loro nuovi giocattoli, azioni di parata, profezie, lusinga loro e se stesso parlando di grandezza e di potenza, ed essi come lui sentono l'inganno, ma non lo vogliono vedere: uno spettacolo allo stesso tempo impressionante e grottesco. Dopo la sua fine che potrà avvenire in dieci mesi o in dieci anni, ma che indubbiamente sarà una fine spaventosa, il mondo stupirà anche più della menzogna di questa dittatura che di quella della guerra mondiale. Lo stato divinizzato sarà polvere come nessun altro. Si riconoscerà allora che qui c'era un carcere con 40 milioni di carcerati, condannati all'entusiasmo; un paese dal quale tutti sarebbero fuggiti, in cui erano trattenuti con la forza, un'esaltazione senza spirito, senza idea, senza un solo nome di fama mondiale; una mancanza di riflessione che voleva essere politica realistica; una miseria che dissipava il suo denaro per una schiera di avventurieri e di spioni; un regime che disprezzava le democrazie corrotte e rubava con mani rapaci; un nazionalismo che si dava al servizio di tutti gli imperialismi stranieri per una mancia miserabile".

LUDWIG BAUER, in «Tagebuch» del 22 febbraio 1930.


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Le vittime del fascismo

I 42 fucilati nel ventennio su sentenza del Tribunale Speciale.

Coloro che subirono 28.000 anni di carcere e confino politico.

Gli 80.000 libici sradicati dal Gebel con le loro famiglie e condannati a morire di stenti nelle zone desertiche della Cirenaica dal generale Graziani.

I 700.000 abissini barbaramente uccisi nel corso della impresa Etiopica e nelle successive "operazioni di polizia". I combattenti antifascisti caduti nella guerra di Spagna.

I 350.000 militari e ufficiali italiani caduti o dispersi nella Seconda Guerra mondiale.

I combattenti degli eserciti avversari ed i civili che soffrirono e morirono per le aggressioni fasciste.

I 45.000 deportati politici e razziali nei campi di sterminio, 15.000 dei quali non fecero più ritorno.

I 640.000 internati militari nei lager tedeschi di cui 40.000 deceduti ed i 600.000 e più prigionieri di guerra italiani che languirono per anni rinchiusi tra i reticolati, in tutte le parti del mondo.

I 110.000 caduti nella Lotta di Liberazione in Italia e all'estero.

Le migliaia di civili sepolti vivi tra le macerie dei bombardamenti delle città.

Quei giovani che, o perché privi di alternative, o perché ingannati da falsi ideali, senza commettere alcun crimine, traditi dai camerati tedeschi e dai capi fascisti, caddero combattendo dall’altra parte della barricata.

 

Bibliografia:

Armando Saitta - Dal fascismo alla Resistenza – La Nuova Italia Editrice – Firenze 1965

Monito della storia. Dalla Liberazione alla guerra fredda 1945-1948. Numero unico a cura dell’Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta – Como, aprile 1999

 

 

 

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La stampa italiana durante il ventennio fascista

18 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il Ministero della Cultura popolare e la stampa asservita.

Dal 1925-26 non esisteva più libertà di stampa in Italia; ma ciò non basterà al regime fascista, che controllerà attentamente la sua stessa stampa e, a tal uopo, creerà nel 1935 il Ministero della Cultura popolare. Dei fatti e misfatti di questi «ordini alla stampa» tratta Leone Bortone in un articolo su «Il Ponte», ottobre 1952, dal quale è ricavato questo brano (pp. 1393-1395).

 

Degli ordini impartiti il Ministero rispondeva unicamente al «Duce».

Ogni particolare che lo riguardasse era sottoposto ad attentissimo vaglio: tutta la stampa fascista, in definitiva, non doveva essere che il piedistallo di un mito; e, come accade a tutti i despoti, Mussolini finiva per rimanere prigioniero. Non si poteva chiamarlo Capo, ma soltanto Duce; per lui gli anni non dovevano passare: proibito occuparsi del suo compleanno o qualificarlo come nonno.

 

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Mussolini amava posare da uomo del popolo, ma non gli piaceva ballare; immagini del genere furono bandite.

 

Né era consentita pubblicità agli svaghi che anche il resto dei mortali poteva condividere con lui: «Non si deve pubblicare che il Duce ha ballato». Tutto quello che poteva, invece, esaltare la sua figura veniva «sensibilizzato all'estremo con una tecnica in cui il parossismo adulatorio si univa al più teatrale degli istrionismi. L'apoteosi finiva nella claque. Eccone qualche esempio: «Dire che il Duce è stato chiamato dieci volte al balcone»; «Rilevare l'ammirazione e l'interesse del pubblico per il fatto che il Duce vestiva la divisa di primo maresciallo dell'Impero»; «Si conferma la disposizione concernente l'assoluto divieto di abbinare altri nomi alle acclamazioni all'indirizzo del Duce». Ogni suo «storico» discorso provocava la mobilitazione totale del Ministero e della stampa: le note di servizio diventavano concitate e perentorie, imponevano un'eco di parecchi giorni. Leggiamone qualcuna, a caso, avvertendo che per brevità non le riprendiamo per intero: 24 febbraio 1941: «Massimo rilievo allo storico discorso del 23 feb­braio. "Sensibilizzare" la prima pagina anche nei sottotitoli. Rilevare nei commenti i punti principali del discorso. Mettere in evidenza che milioni di persone in tutta Italia e all’estero hanno ascoltato il discorso del Duce malgrado che non fosse stato preannunciato se non mezz'ora prima. Riportare la cronaca delle manifestazioni in tutta Italia e le impressioni e i commenti dall'estero». E il giorno dopo: «Riprodurre ampiamente e sensibilizzare le varie reazioni nelle varie città italiane e straniere al discorso del Duce. Interrogare uomini e donne di differenti categorie sociali chiedendo quali sono i punti del discorso del Duce da cui più sono stati colpiti ... I punti principali del discorso dovranno essere illustrati nei giorni prossimi con commenti editoriali e anche con articoli di collaboratori e scrittori, sempre in prima pagina, di fondo. Riprodurre in quadretti staccati oppure su 1-2 colonne in neretto i punti salienti del discorso ... ». E dopo aver continuato, il giorno seguente, a imporre commenti dall'interno e dall'estero, una nota del 26 febbraio insaziabilmente prosegue: «La prima pagina dei giornali deve essere ancora intestata per tutta la settimana sul discorso del 23 febbraio; riportare anche in prima pagina i passaggi principali del discorso del Duce, in quadretto o in «palchetto» o in linee smarginate o in altra forma di rilievo tipografico che potrà essere escogitata dai Direttori». (Sappiamo finalmente, da quest'ultima frase, che cosa ci stessero a fare i Direttori dei giornali). Per concludere, una disposizione permanente, qualche tempo dopo, prescrive: «I giornali riproducano ogni giorno una frase o brani di discorsi del Duce». Egli stesso suggerì edizioni straordinarie per il suo discorso dopo l'Anschluss e per la sua nomina, insieme al Re, a primo maresciallo dell'Impero.

 

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Una volta mandò al «Popolo d'Italia» una sua fotografia da sciatore, a torso nudo, commentando: «Serve da esempio ai sedentari».

Talvolta i discorsi di Mussolini erano a doppia faccia: una «feroce» per l'interno, l'altra, più conciliante, per l'estero. Non voleva rinunciare all'effetto di certe frasi, ma ne temeva l'eco al di là dei confini, come avvenne ad Eboli, nella imminenza della guerra etiopica, quando disse alle camicie nere: «Voi vedrete i cinque continenti del mondo inchinarsi e tremare di fronte alla vostra formidabile potenza fascista», ma la frase non venne riferita nella versione ufficiale purgata del discorso. « ... Tener presente, ammonisce una disposizione, in una occasione simile - il 31 ottobre 1938 che le parole pronunciate dal Duce .... non vanno pubblicate nel testo integrale, ma nel sunto che darà la Stefani».

L'adulazione della stampa ha con sé il suo correttivo: il ridicolo è la sua ombra. Il fascismo mancava, è vero, di senso del ridicolo, ma non fino al punto di ignorare l'effetto di comicità micidiale che avrebbero avuto frasi come le seguenti, che una nota dell'ottobre '41 si precipita ad annullare: «Nella cronaca Stefani della visita del Duce a Bologna togliere la frase con ripetute rotture di cordoni e l'altra: la folla è tanta che in certi punti il servizio d'ordine è fatto unicamente dai fragili cordoni dei balilla festanti».

Leone Bortone

 

Bibliografia:

Armando Saitta - Dal fascismo alla Resistenza – La Nuova Italia Editrice – Firenze 1965

 

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Le responsabilità della classe dirigente italiana nel consolidamento del regime fascista (1926-1935)

15 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Nel 1926 il fascismo si era trasformato in regime totalitario. Battuti, incarcerati, costretti all'esilio, qualche volta eliminati fisicamente i suoi più decisi oppositori, il fascismo poteva ormai procedere incontrastato.

Quale è stato il comportamento della classe dirigente italiana dell'epoca, cioè di uomini che, per l'autorità e il prestigio raggiunti nel campo della cultura, dell'insegnamento, del diritto o per le funzioni sociali e statali esercitate, avevano responsabilità primarie, non foss'altro d'esempio verso il popolo e i giovani in particolare?

 

La scuola

La fascistizzazione della scuola fu un'opera complessa, difficile e lunga, cui il regime si dedicò con tenacia e lungimiranza, ben sapendo l'importanza che rivestiva.

Il giuramento degli insegnanti

 

Vi provvide con la riforma Gentile, poi con quella Bottai, con i libri di testo e con la formazione di un corpo insegnante fedele o, almeno, ligio.

carta-scuola-Bottai.jpg La carta della scuola (1939)

 

 

Nelle scuole medie rimasero sempre, specie tra gli insegnanti più anziani, elementi non asserviti al regime che tuttavia riuscirono ad avere una certa influenza sui giovani. Tanto che il regime, non ignorando, vigilava, cercava d'intervenire, di intimidire gl'insegnanti non fascisti, di neutralizzarne l'ascendente sui giovani attraverso l'Opera Balilla, gli istruttori d'educazione fisica e una sottintesa costante polemica contro "i vecchi professori".

 

pagella 1943 retro  pagella 1931 fronte 

 

Migliaia di giovani italiani devono ai loro professori di ginnasio e di liceo se riuscirono a difendersi dalla nefasta influenza della propaganda fascista. E non furono rari gli episodi di persecuzione degli elementi più "pericolosi": sospensioni dall'insegnamento, trasferimenti e anche arresti. Il caso più celebre è quello di Augusto Monti, che era professore di liceo a Torino, condannato a cinque anni di reclusione, nel febbraio '36, insieme ai professori Michele Giua e Massimo Mila, nonché ai loro allievi Vittorio Foa, Vindice Cavallera, Alfredo Perelli (Norberto Bobbio e Cesare Pavese se la cavarono con l'ammonizione).

I docenti universitari, in numero più limitato, erano meglio influenzabili, controllabili e anche più esposti. Salvo rare e nobili eccezioni (il prof. Michele Giua, testé rammentato, ad esempio, docente di chimica al Politecnico di Torino, aveva lasciato spontaneamente l'insegnamento per non prestare giuramento di fedeltà al regime), si deve dire che una troppo rilevante parte di costoro, a differenza dei professori di scuola media, si piegò al fascismo o fu, addirittura, ferventemente fascista.

 

A partire dal '31, il· regime pretese dai docenti universitari il giuramento di fedeltà. Quando questa mortificazione fu imposta, l'8 ottobre '31, solo undici professori, su un corpo accademico che si aggirava attorno ai 1250, si rifiutarono di prestare giuramento, rinunciando alla cattedra.

Gi undici “obiettori” furono:

Giuseppe Antonio" Borgese, docente di Estetica all'Università di Milano : Ernesto, Buonajuti, Storia del Cristianesimo, Roma;

Mario. Carrara, Antropologia Criminale, Torino; Gaetano De Sanctis, Storia Antica, Roma; Giorgio Errera, Chimica, Pavia; Giorgio Levi della Vida Lingue Semitiche, Roma: Pietro. Martinetti, Filosofia, Milano.; Bortolo Negrisoli , Chirurgia, Bologna; il sen. Francesco. Ruffini, Diritto. Ecclesiastico, Torino; Edoardo Ruffini-Avondo, Storia del Diritto, Perugia; Lionello Venturi, Storia dell'Arte, Torino.

Non giurarono, inoltre, perché chiesero il collocamento a riposo in quei giorni, Vittorio Emanuele Orlando, che insegnava Diritto Costituzionale a Roma e Antonio De Viti De Marco, docente di Scienza delle Finanze a Roma.

Anche Guido De Ruggiero riuscì a conservare l'insegnamento. senza giurare.

Certamente, non che tutti i giuranti fossero o fossero divenuti di convinzione fascista. E neppure che tutti giurassero per semplice tornaconto o comodità. Vi erano, probabilmente, quelli che, considerata la natura della materia insegnata, conclusero che per essi il giuramento fascista era vuoto di contenuto.

Il fascismo, prima ancora d'ingannare i giovani del suo tempo, riuscì a piegare, proprio per valersene a quello scopo, tante personalità della cultura.

 

L’alta cultura

L’opera di penetrazione, di condizionamento, di controllo e, purtroppo, anche di conquista- che il regime condusse nei confronti della cultura fu estesa e capillare.

Il 19 dicembre '25, su iniziativa di Giovanni Gentile, fu data vita a un Istituto Fascista di Cultura che, in seguito, con espressione più appropriata, divenne l'Istituto di Cultura Fascista: poiché. tutta la cultura in un regime totalitario, non poteva che essere fascista e. nella maniera più integrale.

Col procedere degli anni e degli eventi, l'Istituto fu potenziato e divenne uno strumento di capillare penetrazione in tutte le provincie e in tutti i rami della cultura che, non solo e non tanto riuscì ad esercitare un controllo e un'influenza sul mondo della cultura ufficiale, ma soprattutto attrasse e impegnò, etichettandoli, in un'attività essenzialmente propagandistica, gran numero di docenti universitari, letterati, artisti, ecc.

Organo ufficiale di quell'Istituto fu la rivista Educazione Fascista, divenuta dopo il '34 Civiltà Fascista.

Agli inizi del '26, Mussolini pensò d'istituire l'Accademia d'Italia. Ne decise e annunciò la fondazione fin dal 25 marzo 1926, ma la lasciò in incubazione per tre anni e mezzo: la solenne inaugurazione avvenne, infatti, il 28 ottobre 1929.

Molti dei suoi membri per i meriti culturali eccezionali, la notorietà spesso mondiale, l'ascendente e il prestigio di cui alcuni di quegli uomini godevano, non potevano ignorare il sottinteso politico insito nell'accettazione della "feluca", che era, in fondo, un fez da tenuta di gala.

Anche quando ciò non avesse significato, per essi, adesione o sottomissione al fascismo, era, sempre un modo di illustrarlo, di non mostrare ripugnanza per un regime che, proprio in quegli ultimi tre anni, tra il '26 e il '29, aveva sepolto in galera o condannato all'esilio centinaia di uomini liberi, di cui alcuni  come Gramsci, Gobetti, Turati e tanti altri non erano certo, anche per ingegno, inferiori a nessuno di coloro che venivano ricoperti di alamari d'oro, per “meriti culturali”.

Fu anche questo un pessimo insegnamento per i giovani; come pensare di resistere al fascismo (o come disperatamente solitario diventasse il tentare di farlo), quando il fascismo, a ogni inaugurazione di anno accademico, poteva esibire sulla ribalta scienziati, studiosi, artisti, scrittori al cui genio o alle cui opere i giovani guardavano con reverenza e ammirazione.

 Guglielmo Marconi presidente Accademia Italia  Guglielmo Marconi in divisa fascista 1934

Guglielmo Marconi presidente dell’Accademia d’Italia e in divisa fascista 1934

 

Il 31 maggio 1939 l'Accademia dei Lincei, antica istituzione culturale indipendente dal regime, fu fatta assorbire dalla Reale (e fascista) Accademia d'Italia; e i suoi membri trasformati in membri "aggregati" di quest'ultima. Vi si trovavano tra gli altri, uomini quali Concetto Marchesi Luigi Einaudi, Arturo Carlo Jernolo, di noti sentimenti antifascisti. Anche costoro furono "aggregati." E, quasi la mortificazione non bastasse, vennero immessi al loro fianco, con lo stesso rango accademico, notissimi fascisti: non solo ex ministri o professori di università ma anche gerarchi.

 

 

Un episodio significativo di questo collettivo asservimento avvenne alla fine del '32, quando venne inaugurata la " Mostra della Rivoluzione Fascista, " che rimase aperta fino al 1935.

 

ingresso mostra rivoluzioneVi furono accompagnati a visitarla sovrani e ministri stranieri, delegazioni di cardinali e di vescovi, personalità di ogni tipo. In una sala vi era il "sacrario dei martiri fascisti," dove non si poteva non chinare il capo. Illustri personaggi vi montarono la guardia.

Secondo la liturgia del tempo, infatti, fu stabilito che, ogni giorno, un diverso drappello di militi, più o meno onorari, rendesse gli onori, appunto, alla istituzione che era stata approntata nel Palazzo delle Esposizioni, in via Nazionale a Roma.

Balilla e avanguardisti, deputati e senatori, gerarchi di periferia e italiani venuti dall'estero, generali e magistrati, ministri e accademici d'Italia, scrittori, poeti, artisti, filosofi, scienziati: a ognuno toccò il suo turno.

Indrappellati in divisa o in orbace, distinti in "mute" per darsi il cambio, all'esterno o all'interno, dell'edificio, uomini con i capelli grigi e magari con la pancia si alternavano in posizione di presentatarm nei punti stabiliti. E, tra mezzogiorno e la una, venivano condotti in giardino a consumare il rancio.

La verità è che Mussolini si compiaceva di quelle esibizioni. Sventuratamente, nemmeno il ridicolo o il grottesco, in un Paese dove anche la gente semplice e incolta è pronta a cogliere il lato umoristico delle cose, trattennero tanti uomini di cultura dal prosternarsi davanti al regime.

 

 

Coloro che resistettero

Non mancarono, dopo il '26 uomini di cultura, oltreché politici, i quali sepperò trovare la strada della dignità, anche quando passava per la galera e per l'esilio. Tra questi (e solo per accennare ad alcuni) docenti illustri come Gaetano Salvemini, giornalisti come Alberto Cianca, direttore dell'amendoliano Il Mondo, Riccardo Bauer, direttore de Il Caffè, Ernesto Rossi, Ignazio Silone, Piero Calamandrei, Silvio Trentin e diversi altri che continuarono a battersi e “non mollarono” mai.

Oltre a questi, che finirono quasi tutti in prigione o esuli (e diversi non tornarono più), non si deve neppure dimenticare la grande schiera degli "oscuri": di coloro che rimasero in Italia, non presero la tessera, non concorsero a cattedre, rinunciarono a pubblicare e, quand'anche non affrontarono persecuzioni, si tennero volontariamente in disparte, per venti anni e senza garanzia d'essere ripagati. Proprio per questo, anzi, rimasero oscuri, quasi sempre, anche dopo: semplici insegnanti di provincia, studiosi o artisti "inespressi", gente che ridimensionò la propria vita, anche professionale, sacrificando vocazioni e capacità.

 

Nel 1925 Gaetano Salvemini aveva dato vita con Piero Calamandrei ed Ernesto Rossi ad uno dei primi giornali clandestini di opposizione, il “Non mollare” (la libertà di stampa ormai era stata soppressa).

 

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Le dimissioni di un professore universitario

«Signor Rettore

la dittatura fascista ha soppresso, ormai completamente, nel nostro Paese quelle condizioni di libertà, mancando le quali l'insegnamento universitario della storia - quale io la intendo - perde ogni dignità, perché deve cessare di essere strumento di libera educazione civile e ridursi a servile adulterazione del partito dominante, oppure ad esercitazioni erudite, estranee alla coscienza morale del maestro e degli alunni.

Sono costretto perciò a dividermi dai miei giovani e dai miei colleghi con dolore profondo, ma con la coscienza sicura di compiere un dovere di lealtà verso di essi, prima che di coerenza e di rispetto verso me stesso.

Ritornerò a servire il mio paese nella scuola quando avremo riacquistato un governo civile».

Gaetano Salvemini

 

 

 

 

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Le rovine del "Bel Paese"

14 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Dopo le prime azioni che mirano a colpire obiettivi importanti e d'interesse strategico la pioggia di bombe continua, falcidiando vite umane e distruggendo opere d'arte

 

Le sirene dell'allarme aereo suonarono a Torino otto minuti dopo la mezzanotte di martedì 11 giugno 1940: !'Italia era entrata in guerra il giorno prima. Cominciò la sirena di Mirafiori e subito la seguì quella della Maddalena, poi le altre. L'urlo lamentoso, della durata di quindici secondi, si ripeté sei volte: aerei sconosciuti, varcate le Alpi sulla verticale del Moncenisio, si dirigevano su Torino.

Era una serata afosa ma non troppo calda. Malgrado l'oscuramento parecchia gente sostava nelle strade; i locali della collina, verso Cavoretto, erano affollati. I cinema - dove ancora si proiettavano film americani come «L'amaro tè del generale Yen» e, in terza visione, «Seguendo la flotta» con Fred Astaire e Ginger Rogers - avevano chiuso i battenti alle 23. La «Manon» di Massenet, in scena dal Teatro della Moda, era terminata alle 24 in punto: l'urlo delle sirene accolse gli spettatori che per ultimi lasciavano la sala. Nel silenzio che seguì si poté udire il ronron degli aerei, alti nel cielo senza luna. Alle 0.47 i cannoni da 75/35 della Dicat i­niziarono un tiro di sbarramento, accompagnato da raffiche di mitragliera. Nello stesso istante le luci accecanti dei bengala si accesero sopra Stupinigi e sopra San Mauro; quasi contemporaneamente, con un fischio lacerante caddero 40 bombe da 500 libbre. L'indomani parecchia gente si precipitò alle edicole per cercare nei giornali le notizie dell'attacco aereo della notte prima ma fu delusa: non trovò neppure una riga. La stampa cittadina e nazionale tacque sui 14 morti e i 39 feriti anche il giorno dopo, 12 giugno, e soltanto il 13 il bollettino dell'una pomeridiana parlò di «velivoli nemici, probabilmente inglesi» che avevano attaccato Torino provocando «pochi danni e qualche perdita fra la popolazione civile».

Il bombardamento di Torino fu la prima di una lunga serie di incursioni (oltre 7.000) sulle città italiane durante i cinquantotto mesi e mezzo della guerra: l'ultima avvenne a Gemona del Friuli nella tarda serata del 30 aprile 1945. Complessivamente, secondo i dati dell'Istituto centrale di statistica, le vittime civili ammontarono a 59.796 persone (32.082 di sesso maschile; 27.714 di sesso femminile), pari all'intera popolazione di una città come Asti, o Mantova, o Caltanissetta. L'attacco a Torino rappresentò un vero e proprio raid mai tentato prima ma fu anche un prezioso test per gli esperti degli stati maggiori britannici: duemila chilometri di volo fra andata e ritorno con la necessità di attraversare due volte le Alpi a una quota fra i 5.000 e i 6.000 metri, prima col carico delle bombe e poi col carburante contato. I torinesi che in quella seconda notte di guerra trepidarono sotto lo scoppio delle bombe non sanno che, dei trentasei bimotori Whitley partiti dallo Yorkshire e diretti alla loro città, ventidue furono costretti ad ab­bandonare l'impresa a causa delle violente bufere sulle Alpi. Dei rimanenti, soltanto dodici giunsero nel cielo del Piemonte (gli altri due si diressero su Genova senza riuscire nella missione) ma non ebbero egualmente un compito facile. L'obiettivo primario degli Whitley era la Fiat Mirafiori, quello secondario lo scalo delle ferrovie. I bengala caddero fra Pinerolo e Stupinigi, alcuni andarono anche a nord del Po; tuttavia la loro luce abbagliante non rivelò la città ai piloti: tre quattro Whitley, infatti, proseguirono nella rotta fin quasi ad Asti prima di accorgersi di aver sbagliato obiettivo. Le quaranta bombe (e non trenta, come affermò il reticente bollettino italiano del 13 giugno) furono sganciate sia sulla Fiat sia su Porta Nuova ma fecero effettivamente fiasco.

Nei mesi che seguirono questi primi attacchi avvenne, in campo britannico, un fondamentale mutamento dal punto di vista tattico: l'arma aerea inglese, sotto la direzione di sir Arthur Harris, che non proprio a torto fu chiamato «il macellaio», sviluppò i tipo di velivoli adatti a lunghi percorsi e a notevoli quote e perfezionò gli strumenti di rilevazione e di puntamento. Più tardi, sul finire del 1942, dopo l'entrata in guerra degli Stati Uniti e lo sbarco anglo-americano nel Nord Africa, non un solo lembo del nostro Paese riuscì a sottrarsi all'offesa aerea, diurna e notturna.

In generale, nella fase iniziale del conflitto, cioè fra il giugno 1940 e l'inverno-primavera 1941, a far le maggiori spese dei bombardamenti inglesi furono le città del Meridione, più vicine alle basi britanniche di Malta e di Gibilterra.

Poi la guerra aerea degenerò e, nei suoi orrori, furono coinvolti i civili, senza discriminazione. Di fronte agli sviluppi e all'estensione del conflitto gli inglesi non tardarono, infatti, a sostituire all'indirizzo strategico dell'obiettivo unico e preciso (come la Fiat di Torino, o l'Ansaldo di Genova, o le acciaierie Breda di Milano) il concetto più generico di un bombardamento a zone («area-bombing») che aveva per scopo la progressiva distruzione e lo sconvolgimento del sistema militare, industriale ed economico nemico.

 

 

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Si vive alla giornata, con coraggio e spirito di adattamento, nella Milano dell'agosto 1943. Millequattrocento edifici sono distrutti. Subiscono danni anche la Scala, la Villa Reale, il Castello Sforzesco, la biblioteca Braidense

 

Tutti i più pesanti bombardamenti delle grandi città del Nord furono compiuti dalla Raf con aerei (Stirling, Lancaster, Halifax) partiti da aeroporti dell'Inghilterra meridionale: a cominciare da quelli dell'ottobre-novembre '42, i più disastrosi,· a quelli di Torino del 3 luglio '43 e di Arquata Scrivia, Savona, San Paolo d'Enza del 15 luglio '43 (ma in questo caso i bombardieri inglesi non tornarono indietro e dopo l'incur­sione proseguirono verso sud atterran­do ad Algeri). Anche i bombardieri che attaccarono Milano a Ferragosto del '43 (e l'indomani Torino) arrivavano dalla Gran Bretagna su una rotta che li portava ad attraversare le Alpi svizze­re. Gli americani e la Raf di stanza a Malta attaccavano invece le città del Sud e Centro Italia, come Roma.

Uno degli esempi della tattica dell' «area bombing» fu l'incursione aeronavale scatenata su Genova nell'alba della domenica 9 febbraio 1941. Una squadra della flotta britannica di base a Gibilterra, composta dall'Ark Royal, delle corazzate Renown e Malaya, scortata da incrociatori e da cacciatorpediniere, penetrò nel golfo ligure con una puntata di sorpresa. Favorite dalla foschia di quella grigia mattina festiva e dalla inspiegabile assenza della nostra ricognizione, le navi inglesi giunsero a 15 chilometri dalla costa e rovesciarono sulla città 273 colpi da 381 e 1.182 proiettili di minor calibro: il bilancio fu di 72 morti e 230 feriti.

Ma due anni e mezzo più tardi, quando ormai l'Italia, stremata, stava per uscire dal conflitto (e, caduto il fascismo, già si iniziavano le trattative per l'armistizio dell'8 settembre) i bombardamenti aerei sulle città aumentarono, inspiegabilmente, sia per il ritmo sia per la durezza. All'inizio dell'agosto 1943 Terni venne attaccata. L'obiettivo dichiarato era la stazione ferroviaria ma le bombe, invece, finirono sui quartieri di abitazione: la città fu semidistrutta, i morti accertati ammontarono a 564. La domenica 8 agosto, all'una del mattino, Milano venne attaccata da oltre 600 Stirling e Lancaster che demolirono, con i «block-buster», interi gruppi di case a Porta Venezia, a Porta Nuova, a Porta Garibaldi.

Il venerdì 13 agosto, all'una e un quarto di quella notte afosa, i bombardieri tornarono con altre distruzioni; tornarono anche la mattina di Ferragosto e poi il 16, per la terza volta conse­cutiva, Milano fu di nuovo duramente colpita. Nessuno dubitava che quelle azioni fossero «puro terrorismo». L'indomani della tragica «tre giorni» milanese il bilancio era terrificante: la città mancava di gas, acqua e luce; 1.400 edifici erano stati distrutti; 11.000 avevano riportato danni così gravi da essere considerati perduti, le comunicazioni ferroviarie e telefoniche erano interrotte e sarebbe occorsa almeno una settimana per riattivarle. « ... Non avevo visto niente di più grandiosamente orribile - disse un pilota inglese al ritorno dalla terza incursione su Milano, eppure aveva partecipato agli attacchi su Essen e su Norimberga - ... Mi chiesi perché eravamo lì a bombardare. Secondo me non c'era più niente da bombardare».

 

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Bibliografia:

Giuseppe Mayda in La seconda guerra mondiale di Enzo Biagi – Ed. Corriere della Sera

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I bombardamenti aerei nel Mezzogiorno d’Italia

12 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

«La morte che viene dal cielo»

Nel periodo 1940-45, i bombardamenti sono la causa principale di morte nel Mezzogiorno. Ma non solo: a causa dei bombardamenti, il numero delle vittime civili è molto elevato, coerentemente con quanto avviene nel secondo conflitto mondiale preso nel suo insieme.

                                                  

Le incursioni dell' aviazione furono una costante del secondo conflitto mondiale. Già con la guerra di Spagna erano state massicciamente sperimentate contro i civili. Il 26 aprile 1937 il bombardamento nazista di Guernica provocò la morte di 1.654 civili e la cittadina basca divenne il simbolo della guerra di Spagna, fissato per sempre nell'omonimo quadro di Picasso.

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Poi fu la volta della Gran Bretagna che, a partire dal 10 luglio 1940, venne bombardata incessantemente. Di straordinaria intensità furono i bombardamenti sulla capitale, che si susseguirono dall'inizio di agosto a metà settembre. In particolare fu il quartiere di East End a essere colpito e devastato.

 

 

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A loro volta le città tedesche, incessantemente colpite dall'aviazione anglo-americana e da quella sovietica, diventarono il simbolo della sconfitta della Germania nazista: Dresda, città d'arte, completamente rasa al suolo.

In Italia, incursioni rovinose si susseguirono a partire dall'inizio del conflitto. I primi raids si ebbero su Torino", Napoli, Palermo e Catania, Cagliari, per opera dei bombardieri della RAF, nei giorni immediatamente successivi al 10 giugno 1940, data d'inizio del conflitto per l'Italia.

In questa fase i bombardamenti erano di precisione ed erano effettuati su obiettivi logistico-militari: nodi ferroviari, porti e aeroporti. Va detto inoltre che, dai porti del Sud, in particolare da Napoli, partivano truppe e rifornimenti per l'Africa settentrionale e nordorientale, dove esisteva un altro fronte di guerra tra italiani e inglesi.

I bombardamenti nel Mezzogiorno, ebbero un' escalation nella seconda metà del 1941. Il 6 luglio, e poi ancora il 28, fu colpita Palermo e venne bombardato a tappeto tutto il sistema aeroportuale siciliano. A Napoli, il 10 luglio 1941, si ebbe una violentissima incursione aerea. Qualche tempo dopo fu la volta di Brindisi dove, il 7 novembre, vennero distrutti porto e rete ferroviaria.

 

1943 Cagliari bombardamenti 

 

bombardamenti-aerei.jpgNel 1942 i bombardamenti continuarono: a Messina, durante le incursioni del 25, 26 e 30 maggio, vennero colpiti il porto e l'ospedale civile Principe di Piemonte. Cagliari fu bombardata nella notte tra il 7 e l'8 giugno 1942 e Taranto venne nuovamente attaccata tra il 9 e il 10 giugno. Nel frattempo si intensificava la collaborazione tra inglesi e americani e quindi tra RAF e USAAF.

Di lì a poco iniziarono le incursioni americane con bombardieri potentissimi: nella memoria collettiva sarebbe rimasto a lungo l'incubo delle "fortezze volanti".

A inizio novembre 1942 fu avviata l'operazione Torch, lo sbarco anglo-americano in Nord Africa, preceduto dalla vittoria di El Alamein, dove l'VIII armata inglese, comandata dal generale Montgomery, sconfisse le truppe di Rommel, che si ritirarono in Tunisia.

Sul finire dello stesso anno, con il bombardamento di Napoli del 4 dicembre 1942, le incursioni aeree americane, da allora anche diurne, si collocavano in una precisa strategia, tesa a produrre effetti destabilizzanti tra la popolazione civile delle grandi aree urbane. Il bombardamento diurno, infatti, sconvolgeva il ritmo della vita quotidiana perché costringeva a interrompere il lavoro, le attività scolastiche, le funzioni religiose. Le incursioni colpivano sempre più frequentemente obiettivi civili: treni, tram, fabbriche, chiese, alla fine persino ospedali.

Nel Mezzogiorno pertanto, come del resto nell'intero paese, i bombardamenti, a partire dalla seconda metà del 1942 e soprattutto nel 1943, diventarono esperienza quotidiana.

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Reggio Calabria il 31 gennaio 1943, Palermo il 3 febbraio; a Palermo le incursioni si ripeterono il 5, l'8, il 20, il 22 e il 28 dello stesso mese. Devastanti le incursioni del 17,26 e 28 febbraio 1943 in Sardegna, che colpirono in particolar modo Cagliari e le città portuali di Olbia, Porto Torres, La Maddalena e Alghero. Da Malta partirono, tra il 22 e il 24 aprile, attacchi durissimi contro Siracusa, Cassibile, Ragusa e Lampedusa.

Nel frattempo, l'8 maggio 1943, in Tunisia si arresero i reparti tedeschi. Ciò permise a inglesi e americani di ottenere un risultato logisticamente importante, vale a dire la possibilità di entrare nel Mediterraneo.

L'8 maggio iniziò l'offensiva aerea contro Pantelleria, cui si aggiunse il cannoneggiamento navale. Le incursioni s'intensificarono in previsione dello sbarco in Sicilia. Nel maggio 1943 vi furono 45 incursioni aeree a Catania, 43 a Palermo, 32 a Messina e vennero bombardate anche colonne di profughi.

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L'incursione del 6 maggio 1943 a Reggio Calabria fu effettuata in pieno giorno e, da allora fino al 3 settembre, quando entrò in città l'esercito angloamericano, i raids effettuati furono 24.

In Sardegna, i bombardamenti si intensificarono nel luglio. In Puglia i bombardamenti colpirono Brindisi, Taranto e soprattutto Foggia. La città, evacuata dalla popolazione, rimase di fatto terra di nessuno fino all'arrivo delle truppe inglesi dell'VIII armata, il 27 settembre 1943.

I bombardamenti colpirono pesantemente anche l'Abruzzo e in particolare le città di Sulmona e Pescara, entrambe importanti nodi ferroviari e stradali. A Pescara, nell'incursione del 27 agosto 1943, morirono 1.600 civili, a Sulmona, nella stessa giornata, persero la vita 300 persone. Avezzano in pochi mesi subì ben 83 incursioni.

Le città venivano distrutte dai raids per poi essere minate dai tedeschi.

In Campania, Napoli fu la città dei 101 bombardamenti. In un primo tempo essi vennero effettuati di notte e colpirono obiettivi militari e industriali, ma, a partire dall’incursione del 4 dicembre 1942, diventarono sempre più spesso diurni e colpirono indiscriminatamente obiettivi civili.

1943 Napoli molo bombardato

Altre città campane, quali Avellino, Benevento, Capua non furono risparmiate.

Salerno fu bombardata il 21 giugno 1943. Seguirono numerose ricognizioni in preparazione dello sbarco previsto nell'operazione Avalanche.

Il Sud subì anche alcuni bombardamenti tedeschi: Napoli il 23 ottobre e il l° novembre 1943 e, ancora, il 15 marzo 1944; Bari, il 2 dicembre 1943.

I bombardamenti furono un elemento centrale nella percezione del conflitto come guerra totale che attraversa e devasta il quotidiano: contro la morte per bombardamento si può fare ben poco, non si può attivare nessuna delle strategie di sopravvivenza che, invece, sono praticate per fronteggiare gli altri disagi della guerra, in primo luogo la fame.

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Bibliografia:

Gloria Chianese -"Quando uscimmo dai rifugi". Il Mezzogiorno tra guerra e dopoguerra (1943-46)

Ed. Carocci - settembre 2004

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Lo sbarco alleato in Sicilia e la fine del regime fascista

10 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

L'11 giugno 1943, dopo un forte bombardamento aereo, viene espugnata l'isola di Pantelleria e il giorno dopo cade anche anche Lampedusa. Il primo lembo di territorio nazionale è in mano alleata.

Il 24 giugno, ricevendo un gruppo di gerarchi, Mussolini ostenta un'incredibile sicurezza. Nessuna preoccupazione desta in lui, nemmeno la minaccia d'invasione che già pesa sulla Sicilia. «Bisogna che non appena il nemico tenterà di sbarcare sia congelato su quella linea che i marinai chiamano del bagnasciuga».

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    Il 10 luglio, la sterminata flotta alleata (280 navi da guerra, 2275 navi da trasporto, e 1800 mezzi da sbarco) riversa sulla costa dell'isola l'armata d'invasione, la cui prima ondata d'attacco è costituita da 160.000 uomini: la VII armata americana al comando del generale Patton fra Licata e Pozzallo, l'VIII armata britannica al comando del generale Montgomery fra Capo Passero e Siracusa.

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Sotto l'urto massiccio cadono le difese dell'isola, dove l'esercito italiano è privo d'ogni mezzo moderno di guerra e ha un unico reparto, la «Livorno », dotato d'artiglieria motorizzata: gli unici reparti efficienti o capaci di manovra sono due divisioni tedesche inviate da Hitler in seguito alle pressanti richieste di Mussolini. La campagna, dopo un aspro scontro nella piana di Gela, diventa una lunga rincorsa dell'armata di Patton verso Palermo e lo stretto, mentre l'armata di Montgomery arriva alle falde dell'Etna.

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Vittorio Emanuele III autorizza il generale Ambrosio a preparare l'arresto di Mussolini e la dittatura militare da affidare a Badoglio. Contemporaneamente i gerarchi fascisti riescono ad ottenere la convocazione del Gran Consiglio con l'intento, 
ormai abbastanza esplicito, di togliere ogni potere a Mussolini.

La monarchia intende servirsi ancora di lui per ottenere lo «sganciamento dai tedeschi» in modo pacifico e col consenso stesso di Hitler. Nel convegno di Feltre col dittatore tedesco, Mussolini non osa nemmeno accennare alle questioni della «pace separata». È il 19 luglio e nello stesso giorno, in un'incursione massiccia dell'aviazione angloamericana, muoiono a Roma migliaia di persone.

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Si recano a visitare il quartiere di San Lorenzo, semidistrutto dal bombardamento, Pio XII e anche Vittorio Emanuele III. L'automobile di quest'ultimo è presa a sassate dalla gente infuriata che grida: «E mandaci quell'altro!»

Il 24 aprile alle ore 17 si raduna il Gran Consiglio. Vi sono i gerarchi dissidenti capeggiati da Grandi, Ciano e Bottai che illustrano con abbondanza d'argomenti giuridici la necessità «del ritorno alla legalità», cioè il ripristino delle prerogative della Corona.

Vi sono i fanatici ad oltranza che come Galbiati e Scorza confermano invece la propria fedeltà al duce. Fra queste due ali estreme ondeggiano i minori gerarchi del regime che non sanno ancora da quale parte battersi. Il solo Farinacci è fermo sulle sue posizioni e vuole anche lui l'allontanamento del dittatore per condurre la guerra a fondo, sotto la guida dei suoi camerati tedeschi.

Mussolini, dopo aver illustrato in termini quanto mai vaghi la situazione militare, cerca a un certo momento di far rinviare la riunione del Gran Consiglio.

Alle due del mattino del 25 luglio viene messo in votazione l'ordine del giorno Bottai-Grandi-Ciano che raccoglie 19 si, 7 no, 1 astenuto.

È la fine ma Mussolini ancora cerca nelle ore seguenti d'illudersi sul valore non impegnativo del voto del Gran Consiglio. Con questa speranza si reca dal re nel pomeriggio alle ore 17 e cerca di perorare la sua causa. Il re gli ricorda che: «Così non si va più avanti. L'Italia è in tocchi. L'esercito è moralmente a terra. I soldati non vogliono più battersi. Gli alpini cantano una canzone nella quale dicono di non voler più fare la guerra per conto di Mussolini». Poi il re gli annuncia seccamente che ha già provveduto per sostituirlo con Badoglio.

Mussolini, mentre esce da villa Savoia, viene arrestato da un capitano dei carabinieri ed entra nell'autoambulanza che lo condurrà in prigionia.

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