Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Uno come sette: la famiglia Cervi

30 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

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«Uno era come dire sette, sette era come dire uno ». Sopra i sette l'autorità del padre, l'amore quieto della madre. La famiglia Cervi è la famiglia patriarcale che arriva al socialismo senza l'intermediazione borghese: dal medioevo al marxismo. La cascina dei Cervi è a Praticello, fra Campegine e Gattatico, nella provincia di Reggio Emilia. Il padre Alcide, la moglie Genoveffa Cocconi, i sette figli, le mogli, i nipoti: ventidue persone. Il più anziano dei figli, Gelindo, ha 24 anni, poi in ordine di età ci sono Antenore, Aldo, Ferdinando. Agostino, Ovidio, Ettore. Gli sposati sono quattro con dieci figli. La moglie di Gelindo sta aspettandone uno.

I Cervi sono dei bravi agricoltori: entrati come fittavoli nel fondo nel 1934, ci hanno trovato cinque fra vacche e vitelli; adesso nella stalla ce ne sono cinquanta, la terra rende. I Cervi sono istruiti, sono la campagna riscattata dalla predicazione socialista; nella piccola libreria della cascina ci sono opere di Dostoevskij, di Jack London, manuali di agricoltura, le raccolte della «Relazioni internazionali» e della «Riforma sociale» di Einaudi. Aldo è il più colto, con più vivi interessi politici. Nella famiglia ognuno ha la sua specialità, chi si occupa dei campi, chi degli alveari, chi delle macchine, chi della stalla, ma le decisioni importanti le prende babbo Alcide. I Cervi sono antifascisti. «Cosa vuole», dice il padre, «noi siamo fatti così, siamo per la libertà». Il 25 luglio quando è caduto il regime il vecchio Alcide ha raccomandato ai figli: «Ragazzi, niente vendette», e ha offerto tre quintali di farina e venticinque chili di burro e centinaia di uova per la gigantesca mangiata di tagliatelle a cui ha invitato tutto il paese. All'8 settembre i Cervi passano alla resistenza: non una resistenza armata come si fa sulla montagna, ma legata alla famiglia e al lavoro, che fa di ogni atto di vita un atto di guerra, che dà a ogni momento della giornata un significato di cospirazione. Aldo è salito sulla montagna, sul Ventasio e a Toano, a cercare i ribelli, che non ci sono o sono troppo deboli. Allora i Cervi si dedicano ai prigionieri di guerra fuggiti dai campi, ne passano ottanta dal settembre al novembre nella loro cascina.

la-casa-della-famiglia-Cervi.jpgIl 25 luglio babbo Cervi non ha voluto vendette: un fascista del paese lo ripaga con la spiata. I fascisti di Reggio arrivano al cascinale nella mattinata nebbiosa, lo circondano, bloccano le uscite. L'ufficiale che li comanda grida: «Cervi arrendetevi!». I Cervi corrono alle armi, rispondono sparando. Poi devono cedere: gli assalitori hanno dato fuoco al fienile, se la casa brucia muoiono anche le donne e i bambini. Prima di uscire Aldo dice: «Tutto quello che è accaduto è opera mia, io mi prendo tutta la responsabilità. Al massimo una parte della colpa può prendersela anche Gelindo. Almeno cinque devono tornare vivi». I Cervi escono dalla cascina: primo il padre a braccia alzate; seguono i prigionieri di guerra. I fascisti li fanno salire su un camion:' poi saccheggiano la cascina. Alla caserma del Servi, a Reggio Emilia, li interrogano, li invitano a passare alla repubblica fascista. «Crederemmo di sporcarci», dice Aldo a un Poliziotto che insiste.

La sera del 27 dicembre i gappisti Bagno in Piano uccidono il segretario del fascio Vincenzo Onfiani. La rappresaglia è immediata, il tribunale speciale, istituto ai primi del mese, giudica i Cervi senza farli comparire, li condanna a morte con una sentenza per cui non è occorsa la camera di consiglio. Si apre la porta della cella: «La .famiglia Cervi al completo» grida un milite. Escono ma il milite ferma babbo Alcide: «No, tu no, tu sei troppo vecchio». «Vi portano a Parma» dice un compagno di cella. «Ma che Parma», fa Aldo, «fra mezz'ora non siamo più vivi.». Antenore mentre cammina per il corridoio mormora: «Mi dispiace se ci fucileranno, non vedete che bel cappotto mi sono fatto?».

Babbo Alcide saprà della loro morte solo l’8 gennaio. Quel giorno gli Alleati bombardano Reggio, una bomba cade sul carcere, i prigionieri fuggono. Alcide torna a casa e la trova distrutta. I sopravvissuti tacciono e piangono., Il vecchio guarda le donne, i nipoti e dice: «Su, non c'e tempo da perdere, dopo un raccolto ne viene. un altro». Alla parete bianca della cucina sono appesi sette ritratti. La madre muore dopo un anno, di crepacuore. Babbo Alcide resiste, regge la famiglia.

 

Bibliografia:

Giorgio Bocca ”STORIA DELL'ITALIA PARTIGIANA”

Casa editrice G. Laterza & Figli, Bari gennaio 1980

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I contadini di montagna e i ribelli

27 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Sono contadini anche quelli della montagna, fra cui vive la ribellione armata. Spettatori di prima fila, spesso coinvolti nel dramma, i montanari sanno poco dei motivi politici della ribellione e ne ascoltano senza convinzione le facili promesse: «Avrete una bella casa, avrete la luce, la strada». Guardano e tacciono: conoscono la storia, nella montagna niente è mai cambiato. Non è il calcolo che decide il favore dei montanari, ma l'istinto: nei ribelli si riconoscono, sono quasi tutti ragazzi della provincia, sanno il dialetto, le canzoni, le usanze; gli ricordano i figli morti in Russia non tornati dalla Grecia, dall'Africa: «Faccio per voi quello che farei per lui». «Se non ci diamo una mano fra noi ... ». La coscienza politica dei montanari è embrionale, eppure il loro appoggio è anche politico: la ribellione che aiutano è ostile a quel potere che sta laggiù nella città della pianura, che arriva nelle valli solo per riscuotere le tasse, per imporre le leve militari; ora per uccidere. Contro questo potere si stabilisce la difesa comune dell'omertà, i montanari coprono i ribelli con il loro silenzio, se salgono i tedeschi e chiedono di una. località fingono di non capire, indicano la via sbagliata. I fascisti e i tedeschi sono degli sconosciuti, degli stranieri; quando vengono è solo per bruciare, per rubare, per uccidere, per minacciare.

Nei primi mesi i rapporti con la ribellione non corrono sempre lisci: il montanaro e il cittadino devono capirsi. Il montanaro è fatto a suo modo, per lui il pensiero della sussistenza ha quel valore preciso, concreto, che la gente di città, ha quasi dimenticato. Di fronte alla roba la sua reazione è primitiva: se può la prende e la nasconde. Nei giorni dell'armistizio i montanari hanno fatto sparire tutto ciò che l'esercito ha abbandonato nelle valli: muli, coperte, camion, bidoni di benzina. Chi ha preso di più è invidiato dagli altri i quali ne parlano con i ribelli, alla maniera montanara dell'allusione. Si va nella casa indicata: «Amico, tira fuori la benzina, te la paghiamo. Sveglia, dicci dove hai sepolto i bidoni». Non parla, si lascia mettere contro il muro, si lascerebbe fucilare senza parlare. Ma se il nascondiglio viene scoperto non prova rancore, sorride: «È andata così». La montagna lo ha educato ai grandi egoismi, ma anche alle grandi generosità, a essere solidale senza limite nei momenti del pericolo. Lo stesso montanaro che mette in pericolo la vita per negare al ribelle la benzina nascosta, se la gioca per aiutarlo se è ferito. Migliaia di partigiani feriti ospiti di famiglie che rischiano la perdita di ogni avere e della vita, si chiederanno il perché, ritroveranno l’umiltà e la riconoscenza. Anche per i consigli preziosi che il montanaro sa dare, per come insegna i modi e la filosofia della resistenza elementare: stare senza lacrime di fronte alla baita incendiata dal tedesco: il tetto brucia ancora e già si rovista fra le macerie, per ricostruire. …

La montagna arriva alla ribellione lentamente: si passa dai piccoli incarichi ausiliari - «tienici questo grano, facci macinare questo grano; imprestaci il mulo» - alle prime squadre che collaborano nei servizi di guardia e di corvée. Il terrore: ecco ciò che stringe i tempi nelle città come nelle montagne; il terrore lega dovunque. Boves che ha aperto la storia della montagna percossa dal terrore nazista è la prima a confermare la fedeltà della montagna: il 31 dicembre, quando il tedesco torna ad incendiare, si vedono i civili combattere per le strade, e uno sparare fino alla morte sicura dall'alto di un campanile.

 

Bibliografia:

Giorgio Bocca ”STORIA DELL'ITALIA PARTIGIANA”

Casa editrice G. Laterza & Figli, Bari gennaio 1980

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La grande parata di distintivi e uniformi

21 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Uno degli aspetti più grotteschi del ventennio fascista fu certo l'orgia di divise e di distintivi elargiti in abbondanza dal regime.

 

Proviamo a enumerarli. C'erano i semplici fascisti che, pochi per amore e moltissimi per necessità, recavano il comune distintivo all'occhiello e che si affrettarono a liberarsene la mattina del 25 luglio. E c'erano i fascisti autorizzati ad adornarsi di placche, ricami, galloni, cordelle, sciarpe, fazzoletti, alamari, sproni, berretti, pennacchi, cinturoni, gambali e altre buffetterie.

La gente osservava curiosa questa pittoresca coreografia e non riusciva a raccapezzarsi; gli stessi attori si truccavano, come quelli di una grande compagnia di riviste, più secondo la propria che l'altrui fantasia, e se venivano interpellati sarebbero stati imbarazzatissimi a spiegare quali differenze correvano tra un fregio e l'altro. Oltre al distintivo ufficiale smaltato, molti occhielli si ornavano anche di una spilletta con la data del 1919; chi la portava era un «diciannovista», ossia uno dei precursori. I distintivi ufficiali erano tredici; oltre all'ordinario, c'erano quelli del G.U.F., dell'O.L.D. (operaie lavoranti a domicilio, le domestiche, insomma), M.R. con la spiga (massaie rurali), A.F.S. con testa di Minerva su fondo vinoso (Associazione fascista della scuola), A.F.P.I. con piccolo panorama urbano, A.F.A.S. con sfondi di ciminiere, A.F.P. con fili su isolatori e corno da caccia. Gli ultimi tre, rettangolari, smalto azzurro, simboli in oro, erano delle Forze Civili. Altre quattro placchette ovali, oro e nero, al centro una falce fiammante in rosso, contrassegnavano l'A.F.F.C.M.I.F.R. (Associazione fascista famiglie caduti, mutilati, invalidi e feriti per la rivoluzione), nonché i mutilati, invalidi e feriti stessi.

Nella categoria dei distintivi, per così dire, complementari c'era poi quello rosso quadrangolare di squadrista, spavalda affermazione di avere partecipato a spedizioni punitive. Se ne ebbe una fioritura quando fu decretato un premio di mille lire agli squadristi; se ne vedevano sul petto di ometti i quali, si poteva giurarlo, non avevano mai fatto male a una mosca.

Nelle grandiose adunate deliranti come nelle manifestazioni, commemorazioni, inaugurazioni, rapporti minori ma sempre «vibranti», si potevano vedere le sfilate e i campionari delle più diverse, fantasiose uniformi, portate spesso con imbarazzo umiliante da gente che indossava la camicia di Nesso (n.d.r. essere un tormento insopportabile), ed erano professori universitari, vecchi e gravi funzionari, panciuti senatori: una berlina.

I «divi» potevano scegliere, e preferivano l'uniforme della Milizia. C'era il grado eccelso, del primo caporale d'onore, gallone triangolare, aquila rannicchiata dentro lo stemma, il fascio nelle unghie; tutto d'oro se per la divisa nera, rosso per il grigioverde. Unico e assai più modesto il contrassegno degli altri caporali d'onore, senz'aquila. Subito dopo venivano, per benemerenza, i «sansepolcristi» - tanti che il salone di piazza San Sepolcro avrebbe dovuto essere una piazza d'armi - con uno strano scudetto, perché una fiamma divorava sino a metà le verghe d'oro e minacciava la scure d'argento. Bisognava avere occhio per distinguere tra loro i componenti del direttorio, tutti sfoggianti uno scudo orlato di cremisi, un secondo bordo d'oro, fondo cinerino, fascio d'oro, scudo d'argento, stellette d'oro. Se le stellette erano tre e avevano un orlo purpureo si trattava del segretario del partito, e se non avevano l'orlo di un vicesegretario, o componente del Gran Consiglio, o ministro, o sottosegretario. Due stellette competevano ai membri del Direttorio nazionale, una agli ispettori del Partito. Attenti alle stellette anche per i gerarchi delle Federazioni: due orlate di rosso per il federale, una per il direttorio, nessuna per l'ispettore federale.

La fatidica iniziale «M» su tutti gli sfondi, condita nei più diversi modi, era riservata alle gerarchie femminili: Fasci, massaie, lavoranti a domicilio. Simboli di stoffa da applicarsi appartenevano alle diverse Associazioni, con sedici differenti contrassegni. Cerchi azzurri racchiudenti i soliti fasci, stelle e stemmi erano per il C.O.N.I., diciassette in tutto. Sei ce n'erano per gli ufficiali in congedo, altrettanti per la Lega Navale; una infinità per i reparti d'Arma. Persino l'Associazione musulmana del Littorio. Poiché qualche musulmano poteva essere sfornito di divisa, uno ne era stato creato da applicarsi all’abito civile.

Senatori e consiglieri nazionali avevano i loro bravi rettangolini di stoffa da applicarsi sul petto; presidi, vicepresidi, rettori della Provincia, podestà e vicepodestà, i cosiddetti liberi professionisti e artisti, capi e dirigenti di aziende si ornavano di simboli svariati, e grande profusione di azzurro e oro si distribuiva sul berretto, la bustina, le manopole, le spalline dei dirigenti, fiduciari, addetti alle varie sezioni del G.D.F. compresi quei fiduciari di facoltà che, negli atenei, ricevevano spesso il più ossequioso saluto romano del rettore magnifico. La tinta scelta per la G. I. L. era il grigio cenere con profusione d'oro e amaranto un po' dovunque sulla divisa e i berretti: una quarantina di gradi ai quali corrispondevano le più diverse forme e dimensioni. Ultima nota di colore, anzi di più colori: ventidue diversi distintivi di carica per funzionari e impiegati.

Era proibito dire cortei: bisognava dire adunate: si vedevano colonne di uomini in camicie nere o in orbace, ragazzini figli e figlie della Lupa, balilla, lupetti e avanguardisti e Giovani fascisti in grigioverde o in candida tenuta estiva.

Una rivoluzione nel guardaroba fascista si verificò quando al fez nero frangiato venne sostituito il berretto a visiera con un'aquila in mezzo.

 

 

Bibliografia:

Gaetano Afeltra - I 45 giorni. che sconvolsero l'Italia – Rizzoli 1993

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da un giornale tedesco del 22 febbraio 1930

21 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Nel febbraio del 1930, quando la potenza di Mussolini e il prestigio dell' Italia fascista sembravano toccare il vertice, un pubblicista tedesco dava alle stampe su un giornale di Berlino il seguente profilo del dittatore:

 

"La forza di Mussolini consiste nel non rivelare mai quanto egli sia debole in realtà. Da secoli il mondo non è stato giocato da un bluff così completo. Bluff del progresso così vantato: meno disoccupati, ma milioni di uomini costretti a lavori di puro prestigio; bilancio passivo, debito pubblico crescente. Nessuno sa come i buoni del tesoro saranno pagati alla prossima scadenza. L'Italia «non ha più bisogno di danaro straniero», perché non riceve più credito da nessuno. Dappertutto prestiti surrettiziamente forzosi, quindi nessun bilancio sincero. Ogni "fascio" tassa le imprese secondo un suo proprio criterio. Licenziamenti impossibili senza permesso dell'autorità politica, quindi rapido aumento di fallimenti e di cambiali insolvibili.

Si cerca una via d'uscita in un nuovo rialzo dei dazi, che impedisce qualsiasi importazione ma non lascia nessuna possibilità di compenso all'esportazione e deve far rincarare fino all'inverosimile il costo della vita, il cui tenore è già caduto molto in basso. Il Duce deve annunziare che lo stato aiuterà le industrie e i commerci sofferenti, ma nello stesso tempo il ministro delle Finanze invita ad abbandonare ogni lavoro pubblico non assolutamente necessario, e tuttavia stanzia egualmente 350 milioni per materiale ferroviario non necessario, per dare l'illusione di un'intensa attività. Nessuno può veder chiaro nelle cifre pubblicate e molto sospette. Ciascuno sente che la macchina marcia intensamente ma gira a vuoto. E questo stato povero adopera milioni innumerevoli per sostenere i giornali del regno, affinché lodino sempre da capo le opere del fascismo, li prodiga per ungere all'estero i più equivoci individui e comperarsi pubblicità. Esso ha danaro per la Milizia "volontaria", per eserciti polizieschi di spie in tutto il mondo.

Quanto più povero e oppresso diventa il paese, quanto più chiaramente gli uomini al potere sentono il suo malcontento e la sua ira, tanto più enormi somme spendono per lavori d'inutile prestigio o di distrazione e tanto più rapidamente quindi l'Italia diventa povera e l'odio cresce: cerchio del destino che non si può rompere, al quale Mussolini è legato finché la sentenza del fato si compia. Egli ha bisogno dei più forti eccitanti della vanità per dare spettacoli invece di pane; e, come si conviene a un Napoleone senza vittorie, lo scherzo nel suo regno è delitto capitale... In lui come in Bismarck e in Clemenceau, c'è uno sconfinato disprezzo degli uomini. Egli è spinto soltanto dalla sua volontà di dominio: vuol contemplare se stesso nella vita e nelle opere. Con maestria consumata, egli gioca con gli uomini che egli conosce così a fondo. Trova sempre per loro nuovi giocattoli, azioni di parata, profezie, lusinga loro e se stesso parlando di grandezza e di potenza, ed essi come lui sentono l'inganno, ma non lo vogliono vedere: uno spettacolo allo stesso tempo impressionante e grottesco. Dopo la sua fine che potrà avvenire in dieci mesi o in dieci anni, ma che indubbiamente sarà una fine spaventosa, il mondo stupirà anche più della menzogna di questa dittatura che di quella della guerra mondiale. Lo stato divinizzato sarà polvere come nessun altro. Si riconoscerà allora che qui c'era un carcere con 40 milioni di carcerati, condannati all'entusiasmo; un paese dal quale tutti sarebbero fuggiti, in cui erano trattenuti con la forza, un'esaltazione senza spirito, senza idea, senza un solo nome di fama mondiale; una mancanza di riflessione che voleva essere politica realistica; una miseria che dissipava il suo denaro per una schiera di avventurieri e di spioni; un regime che disprezzava le democrazie corrotte e rubava con mani rapaci; un nazionalismo che si dava al servizio di tutti gli imperialismi stranieri per una mancia miserabile".

LUDWIG BAUER, in «Tagebuch» del 22 febbraio 1930.


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Le vittime del fascismo

I 42 fucilati nel ventennio su sentenza del Tribunale Speciale.

Coloro che subirono 28.000 anni di carcere e confino politico.

Gli 80.000 libici sradicati dal Gebel con le loro famiglie e condannati a morire di stenti nelle zone desertiche della Cirenaica dal generale Graziani.

I 700.000 abissini barbaramente uccisi nel corso della impresa Etiopica e nelle successive "operazioni di polizia". I combattenti antifascisti caduti nella guerra di Spagna.

I 350.000 militari e ufficiali italiani caduti o dispersi nella Seconda Guerra mondiale.

I combattenti degli eserciti avversari ed i civili che soffrirono e morirono per le aggressioni fasciste.

I 45.000 deportati politici e razziali nei campi di sterminio, 15.000 dei quali non fecero più ritorno.

I 640.000 internati militari nei lager tedeschi di cui 40.000 deceduti ed i 600.000 e più prigionieri di guerra italiani che languirono per anni rinchiusi tra i reticolati, in tutte le parti del mondo.

I 110.000 caduti nella Lotta di Liberazione in Italia e all'estero.

Le migliaia di civili sepolti vivi tra le macerie dei bombardamenti delle città.

Quei giovani che, o perché privi di alternative, o perché ingannati da falsi ideali, senza commettere alcun crimine, traditi dai camerati tedeschi e dai capi fascisti, caddero combattendo dall’altra parte della barricata.

 

Bibliografia:

Armando Saitta - Dal fascismo alla Resistenza – La Nuova Italia Editrice – Firenze 1965

Monito della storia. Dalla Liberazione alla guerra fredda 1945-1948. Numero unico a cura dell’Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta – Como, aprile 1999

 

 

 

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La stampa italiana durante il ventennio fascista

18 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il Ministero della Cultura popolare e la stampa asservita.

Dal 1925-26 non esisteva più libertà di stampa in Italia; ma ciò non basterà al regime fascista, che controllerà attentamente la sua stessa stampa e, a tal uopo, creerà nel 1935 il Ministero della Cultura popolare. Dei fatti e misfatti di questi «ordini alla stampa» tratta Leone Bortone in un articolo su «Il Ponte», ottobre 1952, dal quale è ricavato questo brano (pp. 1393-1395).

 

Degli ordini impartiti il Ministero rispondeva unicamente al «Duce».

Ogni particolare che lo riguardasse era sottoposto ad attentissimo vaglio: tutta la stampa fascista, in definitiva, non doveva essere che il piedistallo di un mito; e, come accade a tutti i despoti, Mussolini finiva per rimanere prigioniero. Non si poteva chiamarlo Capo, ma soltanto Duce; per lui gli anni non dovevano passare: proibito occuparsi del suo compleanno o qualificarlo come nonno.

 

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Mussolini amava posare da uomo del popolo, ma non gli piaceva ballare; immagini del genere furono bandite.

 

Né era consentita pubblicità agli svaghi che anche il resto dei mortali poteva condividere con lui: «Non si deve pubblicare che il Duce ha ballato». Tutto quello che poteva, invece, esaltare la sua figura veniva «sensibilizzato all'estremo con una tecnica in cui il parossismo adulatorio si univa al più teatrale degli istrionismi. L'apoteosi finiva nella claque. Eccone qualche esempio: «Dire che il Duce è stato chiamato dieci volte al balcone»; «Rilevare l'ammirazione e l'interesse del pubblico per il fatto che il Duce vestiva la divisa di primo maresciallo dell'Impero»; «Si conferma la disposizione concernente l'assoluto divieto di abbinare altri nomi alle acclamazioni all'indirizzo del Duce». Ogni suo «storico» discorso provocava la mobilitazione totale del Ministero e della stampa: le note di servizio diventavano concitate e perentorie, imponevano un'eco di parecchi giorni. Leggiamone qualcuna, a caso, avvertendo che per brevità non le riprendiamo per intero: 24 febbraio 1941: «Massimo rilievo allo storico discorso del 23 feb­braio. "Sensibilizzare" la prima pagina anche nei sottotitoli. Rilevare nei commenti i punti principali del discorso. Mettere in evidenza che milioni di persone in tutta Italia e all’estero hanno ascoltato il discorso del Duce malgrado che non fosse stato preannunciato se non mezz'ora prima. Riportare la cronaca delle manifestazioni in tutta Italia e le impressioni e i commenti dall'estero». E il giorno dopo: «Riprodurre ampiamente e sensibilizzare le varie reazioni nelle varie città italiane e straniere al discorso del Duce. Interrogare uomini e donne di differenti categorie sociali chiedendo quali sono i punti del discorso del Duce da cui più sono stati colpiti ... I punti principali del discorso dovranno essere illustrati nei giorni prossimi con commenti editoriali e anche con articoli di collaboratori e scrittori, sempre in prima pagina, di fondo. Riprodurre in quadretti staccati oppure su 1-2 colonne in neretto i punti salienti del discorso ... ». E dopo aver continuato, il giorno seguente, a imporre commenti dall'interno e dall'estero, una nota del 26 febbraio insaziabilmente prosegue: «La prima pagina dei giornali deve essere ancora intestata per tutta la settimana sul discorso del 23 febbraio; riportare anche in prima pagina i passaggi principali del discorso del Duce, in quadretto o in «palchetto» o in linee smarginate o in altra forma di rilievo tipografico che potrà essere escogitata dai Direttori». (Sappiamo finalmente, da quest'ultima frase, che cosa ci stessero a fare i Direttori dei giornali). Per concludere, una disposizione permanente, qualche tempo dopo, prescrive: «I giornali riproducano ogni giorno una frase o brani di discorsi del Duce». Egli stesso suggerì edizioni straordinarie per il suo discorso dopo l'Anschluss e per la sua nomina, insieme al Re, a primo maresciallo dell'Impero.

 

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Una volta mandò al «Popolo d'Italia» una sua fotografia da sciatore, a torso nudo, commentando: «Serve da esempio ai sedentari».

Talvolta i discorsi di Mussolini erano a doppia faccia: una «feroce» per l'interno, l'altra, più conciliante, per l'estero. Non voleva rinunciare all'effetto di certe frasi, ma ne temeva l'eco al di là dei confini, come avvenne ad Eboli, nella imminenza della guerra etiopica, quando disse alle camicie nere: «Voi vedrete i cinque continenti del mondo inchinarsi e tremare di fronte alla vostra formidabile potenza fascista», ma la frase non venne riferita nella versione ufficiale purgata del discorso. « ... Tener presente, ammonisce una disposizione, in una occasione simile - il 31 ottobre 1938 che le parole pronunciate dal Duce .... non vanno pubblicate nel testo integrale, ma nel sunto che darà la Stefani».

L'adulazione della stampa ha con sé il suo correttivo: il ridicolo è la sua ombra. Il fascismo mancava, è vero, di senso del ridicolo, ma non fino al punto di ignorare l'effetto di comicità micidiale che avrebbero avuto frasi come le seguenti, che una nota dell'ottobre '41 si precipita ad annullare: «Nella cronaca Stefani della visita del Duce a Bologna togliere la frase con ripetute rotture di cordoni e l'altra: la folla è tanta che in certi punti il servizio d'ordine è fatto unicamente dai fragili cordoni dei balilla festanti».

Leone Bortone

 

Bibliografia:

Armando Saitta - Dal fascismo alla Resistenza – La Nuova Italia Editrice – Firenze 1965

 

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Le responsabilità della classe dirigente italiana nel consolidamento del regime fascista (1926-1935)

15 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Nel 1926 il fascismo si era trasformato in regime totalitario. Battuti, incarcerati, costretti all'esilio, qualche volta eliminati fisicamente i suoi più decisi oppositori, il fascismo poteva ormai procedere incontrastato.

Quale è stato il comportamento della classe dirigente italiana dell'epoca, cioè di uomini che, per l'autorità e il prestigio raggiunti nel campo della cultura, dell'insegnamento, del diritto o per le funzioni sociali e statali esercitate, avevano responsabilità primarie, non foss'altro d'esempio verso il popolo e i giovani in particolare?

 

La scuola

La fascistizzazione della scuola fu un'opera complessa, difficile e lunga, cui il regime si dedicò con tenacia e lungimiranza, ben sapendo l'importanza che rivestiva.

Il giuramento degli insegnanti

 

Vi provvide con la riforma Gentile, poi con quella Bottai, con i libri di testo e con la formazione di un corpo insegnante fedele o, almeno, ligio.

carta-scuola-Bottai.jpg La carta della scuola (1939)

 

 

Nelle scuole medie rimasero sempre, specie tra gli insegnanti più anziani, elementi non asserviti al regime che tuttavia riuscirono ad avere una certa influenza sui giovani. Tanto che il regime, non ignorando, vigilava, cercava d'intervenire, di intimidire gl'insegnanti non fascisti, di neutralizzarne l'ascendente sui giovani attraverso l'Opera Balilla, gli istruttori d'educazione fisica e una sottintesa costante polemica contro "i vecchi professori".

 

pagella 1943 retro  pagella 1931 fronte 

 

Migliaia di giovani italiani devono ai loro professori di ginnasio e di liceo se riuscirono a difendersi dalla nefasta influenza della propaganda fascista. E non furono rari gli episodi di persecuzione degli elementi più "pericolosi": sospensioni dall'insegnamento, trasferimenti e anche arresti. Il caso più celebre è quello di Augusto Monti, che era professore di liceo a Torino, condannato a cinque anni di reclusione, nel febbraio '36, insieme ai professori Michele Giua e Massimo Mila, nonché ai loro allievi Vittorio Foa, Vindice Cavallera, Alfredo Perelli (Norberto Bobbio e Cesare Pavese se la cavarono con l'ammonizione).

I docenti universitari, in numero più limitato, erano meglio influenzabili, controllabili e anche più esposti. Salvo rare e nobili eccezioni (il prof. Michele Giua, testé rammentato, ad esempio, docente di chimica al Politecnico di Torino, aveva lasciato spontaneamente l'insegnamento per non prestare giuramento di fedeltà al regime), si deve dire che una troppo rilevante parte di costoro, a differenza dei professori di scuola media, si piegò al fascismo o fu, addirittura, ferventemente fascista.

 

A partire dal '31, il· regime pretese dai docenti universitari il giuramento di fedeltà. Quando questa mortificazione fu imposta, l'8 ottobre '31, solo undici professori, su un corpo accademico che si aggirava attorno ai 1250, si rifiutarono di prestare giuramento, rinunciando alla cattedra.

Gi undici “obiettori” furono:

Giuseppe Antonio" Borgese, docente di Estetica all'Università di Milano : Ernesto, Buonajuti, Storia del Cristianesimo, Roma;

Mario. Carrara, Antropologia Criminale, Torino; Gaetano De Sanctis, Storia Antica, Roma; Giorgio Errera, Chimica, Pavia; Giorgio Levi della Vida Lingue Semitiche, Roma: Pietro. Martinetti, Filosofia, Milano.; Bortolo Negrisoli , Chirurgia, Bologna; il sen. Francesco. Ruffini, Diritto. Ecclesiastico, Torino; Edoardo Ruffini-Avondo, Storia del Diritto, Perugia; Lionello Venturi, Storia dell'Arte, Torino.

Non giurarono, inoltre, perché chiesero il collocamento a riposo in quei giorni, Vittorio Emanuele Orlando, che insegnava Diritto Costituzionale a Roma e Antonio De Viti De Marco, docente di Scienza delle Finanze a Roma.

Anche Guido De Ruggiero riuscì a conservare l'insegnamento. senza giurare.

Certamente, non che tutti i giuranti fossero o fossero divenuti di convinzione fascista. E neppure che tutti giurassero per semplice tornaconto o comodità. Vi erano, probabilmente, quelli che, considerata la natura della materia insegnata, conclusero che per essi il giuramento fascista era vuoto di contenuto.

Il fascismo, prima ancora d'ingannare i giovani del suo tempo, riuscì a piegare, proprio per valersene a quello scopo, tante personalità della cultura.

 

L’alta cultura

L’opera di penetrazione, di condizionamento, di controllo e, purtroppo, anche di conquista- che il regime condusse nei confronti della cultura fu estesa e capillare.

Il 19 dicembre '25, su iniziativa di Giovanni Gentile, fu data vita a un Istituto Fascista di Cultura che, in seguito, con espressione più appropriata, divenne l'Istituto di Cultura Fascista: poiché. tutta la cultura in un regime totalitario, non poteva che essere fascista e. nella maniera più integrale.

Col procedere degli anni e degli eventi, l'Istituto fu potenziato e divenne uno strumento di capillare penetrazione in tutte le provincie e in tutti i rami della cultura che, non solo e non tanto riuscì ad esercitare un controllo e un'influenza sul mondo della cultura ufficiale, ma soprattutto attrasse e impegnò, etichettandoli, in un'attività essenzialmente propagandistica, gran numero di docenti universitari, letterati, artisti, ecc.

Organo ufficiale di quell'Istituto fu la rivista Educazione Fascista, divenuta dopo il '34 Civiltà Fascista.

Agli inizi del '26, Mussolini pensò d'istituire l'Accademia d'Italia. Ne decise e annunciò la fondazione fin dal 25 marzo 1926, ma la lasciò in incubazione per tre anni e mezzo: la solenne inaugurazione avvenne, infatti, il 28 ottobre 1929.

Molti dei suoi membri per i meriti culturali eccezionali, la notorietà spesso mondiale, l'ascendente e il prestigio di cui alcuni di quegli uomini godevano, non potevano ignorare il sottinteso politico insito nell'accettazione della "feluca", che era, in fondo, un fez da tenuta di gala.

Anche quando ciò non avesse significato, per essi, adesione o sottomissione al fascismo, era, sempre un modo di illustrarlo, di non mostrare ripugnanza per un regime che, proprio in quegli ultimi tre anni, tra il '26 e il '29, aveva sepolto in galera o condannato all'esilio centinaia di uomini liberi, di cui alcuni  come Gramsci, Gobetti, Turati e tanti altri non erano certo, anche per ingegno, inferiori a nessuno di coloro che venivano ricoperti di alamari d'oro, per “meriti culturali”.

Fu anche questo un pessimo insegnamento per i giovani; come pensare di resistere al fascismo (o come disperatamente solitario diventasse il tentare di farlo), quando il fascismo, a ogni inaugurazione di anno accademico, poteva esibire sulla ribalta scienziati, studiosi, artisti, scrittori al cui genio o alle cui opere i giovani guardavano con reverenza e ammirazione.

 Guglielmo Marconi presidente Accademia Italia  Guglielmo Marconi in divisa fascista 1934

Guglielmo Marconi presidente dell’Accademia d’Italia e in divisa fascista 1934

 

Il 31 maggio 1939 l'Accademia dei Lincei, antica istituzione culturale indipendente dal regime, fu fatta assorbire dalla Reale (e fascista) Accademia d'Italia; e i suoi membri trasformati in membri "aggregati" di quest'ultima. Vi si trovavano tra gli altri, uomini quali Concetto Marchesi Luigi Einaudi, Arturo Carlo Jernolo, di noti sentimenti antifascisti. Anche costoro furono "aggregati." E, quasi la mortificazione non bastasse, vennero immessi al loro fianco, con lo stesso rango accademico, notissimi fascisti: non solo ex ministri o professori di università ma anche gerarchi.

 

 

Un episodio significativo di questo collettivo asservimento avvenne alla fine del '32, quando venne inaugurata la " Mostra della Rivoluzione Fascista, " che rimase aperta fino al 1935.

 

ingresso mostra rivoluzioneVi furono accompagnati a visitarla sovrani e ministri stranieri, delegazioni di cardinali e di vescovi, personalità di ogni tipo. In una sala vi era il "sacrario dei martiri fascisti," dove non si poteva non chinare il capo. Illustri personaggi vi montarono la guardia.

Secondo la liturgia del tempo, infatti, fu stabilito che, ogni giorno, un diverso drappello di militi, più o meno onorari, rendesse gli onori, appunto, alla istituzione che era stata approntata nel Palazzo delle Esposizioni, in via Nazionale a Roma.

Balilla e avanguardisti, deputati e senatori, gerarchi di periferia e italiani venuti dall'estero, generali e magistrati, ministri e accademici d'Italia, scrittori, poeti, artisti, filosofi, scienziati: a ognuno toccò il suo turno.

Indrappellati in divisa o in orbace, distinti in "mute" per darsi il cambio, all'esterno o all'interno, dell'edificio, uomini con i capelli grigi e magari con la pancia si alternavano in posizione di presentatarm nei punti stabiliti. E, tra mezzogiorno e la una, venivano condotti in giardino a consumare il rancio.

La verità è che Mussolini si compiaceva di quelle esibizioni. Sventuratamente, nemmeno il ridicolo o il grottesco, in un Paese dove anche la gente semplice e incolta è pronta a cogliere il lato umoristico delle cose, trattennero tanti uomini di cultura dal prosternarsi davanti al regime.

 

 

Coloro che resistettero

Non mancarono, dopo il '26 uomini di cultura, oltreché politici, i quali sepperò trovare la strada della dignità, anche quando passava per la galera e per l'esilio. Tra questi (e solo per accennare ad alcuni) docenti illustri come Gaetano Salvemini, giornalisti come Alberto Cianca, direttore dell'amendoliano Il Mondo, Riccardo Bauer, direttore de Il Caffè, Ernesto Rossi, Ignazio Silone, Piero Calamandrei, Silvio Trentin e diversi altri che continuarono a battersi e “non mollarono” mai.

Oltre a questi, che finirono quasi tutti in prigione o esuli (e diversi non tornarono più), non si deve neppure dimenticare la grande schiera degli "oscuri": di coloro che rimasero in Italia, non presero la tessera, non concorsero a cattedre, rinunciarono a pubblicare e, quand'anche non affrontarono persecuzioni, si tennero volontariamente in disparte, per venti anni e senza garanzia d'essere ripagati. Proprio per questo, anzi, rimasero oscuri, quasi sempre, anche dopo: semplici insegnanti di provincia, studiosi o artisti "inespressi", gente che ridimensionò la propria vita, anche professionale, sacrificando vocazioni e capacità.

 

Nel 1925 Gaetano Salvemini aveva dato vita con Piero Calamandrei ed Ernesto Rossi ad uno dei primi giornali clandestini di opposizione, il “Non mollare” (la libertà di stampa ormai era stata soppressa).

 

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Le dimissioni di un professore universitario

«Signor Rettore

la dittatura fascista ha soppresso, ormai completamente, nel nostro Paese quelle condizioni di libertà, mancando le quali l'insegnamento universitario della storia - quale io la intendo - perde ogni dignità, perché deve cessare di essere strumento di libera educazione civile e ridursi a servile adulterazione del partito dominante, oppure ad esercitazioni erudite, estranee alla coscienza morale del maestro e degli alunni.

Sono costretto perciò a dividermi dai miei giovani e dai miei colleghi con dolore profondo, ma con la coscienza sicura di compiere un dovere di lealtà verso di essi, prima che di coerenza e di rispetto verso me stesso.

Ritornerò a servire il mio paese nella scuola quando avremo riacquistato un governo civile».

Gaetano Salvemini

 

 

 

 

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Le rovine del "Bel Paese"

14 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Dopo le prime azioni che mirano a colpire obiettivi importanti e d'interesse strategico la pioggia di bombe continua, falcidiando vite umane e distruggendo opere d'arte

 

Le sirene dell'allarme aereo suonarono a Torino otto minuti dopo la mezzanotte di martedì 11 giugno 1940: !'Italia era entrata in guerra il giorno prima. Cominciò la sirena di Mirafiori e subito la seguì quella della Maddalena, poi le altre. L'urlo lamentoso, della durata di quindici secondi, si ripeté sei volte: aerei sconosciuti, varcate le Alpi sulla verticale del Moncenisio, si dirigevano su Torino.

Era una serata afosa ma non troppo calda. Malgrado l'oscuramento parecchia gente sostava nelle strade; i locali della collina, verso Cavoretto, erano affollati. I cinema - dove ancora si proiettavano film americani come «L'amaro tè del generale Yen» e, in terza visione, «Seguendo la flotta» con Fred Astaire e Ginger Rogers - avevano chiuso i battenti alle 23. La «Manon» di Massenet, in scena dal Teatro della Moda, era terminata alle 24 in punto: l'urlo delle sirene accolse gli spettatori che per ultimi lasciavano la sala. Nel silenzio che seguì si poté udire il ronron degli aerei, alti nel cielo senza luna. Alle 0.47 i cannoni da 75/35 della Dicat i­niziarono un tiro di sbarramento, accompagnato da raffiche di mitragliera. Nello stesso istante le luci accecanti dei bengala si accesero sopra Stupinigi e sopra San Mauro; quasi contemporaneamente, con un fischio lacerante caddero 40 bombe da 500 libbre. L'indomani parecchia gente si precipitò alle edicole per cercare nei giornali le notizie dell'attacco aereo della notte prima ma fu delusa: non trovò neppure una riga. La stampa cittadina e nazionale tacque sui 14 morti e i 39 feriti anche il giorno dopo, 12 giugno, e soltanto il 13 il bollettino dell'una pomeridiana parlò di «velivoli nemici, probabilmente inglesi» che avevano attaccato Torino provocando «pochi danni e qualche perdita fra la popolazione civile».

Il bombardamento di Torino fu la prima di una lunga serie di incursioni (oltre 7.000) sulle città italiane durante i cinquantotto mesi e mezzo della guerra: l'ultima avvenne a Gemona del Friuli nella tarda serata del 30 aprile 1945. Complessivamente, secondo i dati dell'Istituto centrale di statistica, le vittime civili ammontarono a 59.796 persone (32.082 di sesso maschile; 27.714 di sesso femminile), pari all'intera popolazione di una città come Asti, o Mantova, o Caltanissetta. L'attacco a Torino rappresentò un vero e proprio raid mai tentato prima ma fu anche un prezioso test per gli esperti degli stati maggiori britannici: duemila chilometri di volo fra andata e ritorno con la necessità di attraversare due volte le Alpi a una quota fra i 5.000 e i 6.000 metri, prima col carico delle bombe e poi col carburante contato. I torinesi che in quella seconda notte di guerra trepidarono sotto lo scoppio delle bombe non sanno che, dei trentasei bimotori Whitley partiti dallo Yorkshire e diretti alla loro città, ventidue furono costretti ad ab­bandonare l'impresa a causa delle violente bufere sulle Alpi. Dei rimanenti, soltanto dodici giunsero nel cielo del Piemonte (gli altri due si diressero su Genova senza riuscire nella missione) ma non ebbero egualmente un compito facile. L'obiettivo primario degli Whitley era la Fiat Mirafiori, quello secondario lo scalo delle ferrovie. I bengala caddero fra Pinerolo e Stupinigi, alcuni andarono anche a nord del Po; tuttavia la loro luce abbagliante non rivelò la città ai piloti: tre quattro Whitley, infatti, proseguirono nella rotta fin quasi ad Asti prima di accorgersi di aver sbagliato obiettivo. Le quaranta bombe (e non trenta, come affermò il reticente bollettino italiano del 13 giugno) furono sganciate sia sulla Fiat sia su Porta Nuova ma fecero effettivamente fiasco.

Nei mesi che seguirono questi primi attacchi avvenne, in campo britannico, un fondamentale mutamento dal punto di vista tattico: l'arma aerea inglese, sotto la direzione di sir Arthur Harris, che non proprio a torto fu chiamato «il macellaio», sviluppò i tipo di velivoli adatti a lunghi percorsi e a notevoli quote e perfezionò gli strumenti di rilevazione e di puntamento. Più tardi, sul finire del 1942, dopo l'entrata in guerra degli Stati Uniti e lo sbarco anglo-americano nel Nord Africa, non un solo lembo del nostro Paese riuscì a sottrarsi all'offesa aerea, diurna e notturna.

In generale, nella fase iniziale del conflitto, cioè fra il giugno 1940 e l'inverno-primavera 1941, a far le maggiori spese dei bombardamenti inglesi furono le città del Meridione, più vicine alle basi britanniche di Malta e di Gibilterra.

Poi la guerra aerea degenerò e, nei suoi orrori, furono coinvolti i civili, senza discriminazione. Di fronte agli sviluppi e all'estensione del conflitto gli inglesi non tardarono, infatti, a sostituire all'indirizzo strategico dell'obiettivo unico e preciso (come la Fiat di Torino, o l'Ansaldo di Genova, o le acciaierie Breda di Milano) il concetto più generico di un bombardamento a zone («area-bombing») che aveva per scopo la progressiva distruzione e lo sconvolgimento del sistema militare, industriale ed economico nemico.

 

 

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Si vive alla giornata, con coraggio e spirito di adattamento, nella Milano dell'agosto 1943. Millequattrocento edifici sono distrutti. Subiscono danni anche la Scala, la Villa Reale, il Castello Sforzesco, la biblioteca Braidense

 

Tutti i più pesanti bombardamenti delle grandi città del Nord furono compiuti dalla Raf con aerei (Stirling, Lancaster, Halifax) partiti da aeroporti dell'Inghilterra meridionale: a cominciare da quelli dell'ottobre-novembre '42, i più disastrosi,· a quelli di Torino del 3 luglio '43 e di Arquata Scrivia, Savona, San Paolo d'Enza del 15 luglio '43 (ma in questo caso i bombardieri inglesi non tornarono indietro e dopo l'incur­sione proseguirono verso sud atterran­do ad Algeri). Anche i bombardieri che attaccarono Milano a Ferragosto del '43 (e l'indomani Torino) arrivavano dalla Gran Bretagna su una rotta che li portava ad attraversare le Alpi svizze­re. Gli americani e la Raf di stanza a Malta attaccavano invece le città del Sud e Centro Italia, come Roma.

Uno degli esempi della tattica dell' «area bombing» fu l'incursione aeronavale scatenata su Genova nell'alba della domenica 9 febbraio 1941. Una squadra della flotta britannica di base a Gibilterra, composta dall'Ark Royal, delle corazzate Renown e Malaya, scortata da incrociatori e da cacciatorpediniere, penetrò nel golfo ligure con una puntata di sorpresa. Favorite dalla foschia di quella grigia mattina festiva e dalla inspiegabile assenza della nostra ricognizione, le navi inglesi giunsero a 15 chilometri dalla costa e rovesciarono sulla città 273 colpi da 381 e 1.182 proiettili di minor calibro: il bilancio fu di 72 morti e 230 feriti.

Ma due anni e mezzo più tardi, quando ormai l'Italia, stremata, stava per uscire dal conflitto (e, caduto il fascismo, già si iniziavano le trattative per l'armistizio dell'8 settembre) i bombardamenti aerei sulle città aumentarono, inspiegabilmente, sia per il ritmo sia per la durezza. All'inizio dell'agosto 1943 Terni venne attaccata. L'obiettivo dichiarato era la stazione ferroviaria ma le bombe, invece, finirono sui quartieri di abitazione: la città fu semidistrutta, i morti accertati ammontarono a 564. La domenica 8 agosto, all'una del mattino, Milano venne attaccata da oltre 600 Stirling e Lancaster che demolirono, con i «block-buster», interi gruppi di case a Porta Venezia, a Porta Nuova, a Porta Garibaldi.

Il venerdì 13 agosto, all'una e un quarto di quella notte afosa, i bombardieri tornarono con altre distruzioni; tornarono anche la mattina di Ferragosto e poi il 16, per la terza volta conse­cutiva, Milano fu di nuovo duramente colpita. Nessuno dubitava che quelle azioni fossero «puro terrorismo». L'indomani della tragica «tre giorni» milanese il bilancio era terrificante: la città mancava di gas, acqua e luce; 1.400 edifici erano stati distrutti; 11.000 avevano riportato danni così gravi da essere considerati perduti, le comunicazioni ferroviarie e telefoniche erano interrotte e sarebbe occorsa almeno una settimana per riattivarle. « ... Non avevo visto niente di più grandiosamente orribile - disse un pilota inglese al ritorno dalla terza incursione su Milano, eppure aveva partecipato agli attacchi su Essen e su Norimberga - ... Mi chiesi perché eravamo lì a bombardare. Secondo me non c'era più niente da bombardare».

 

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Bibliografia:

Giuseppe Mayda in La seconda guerra mondiale di Enzo Biagi – Ed. Corriere della Sera

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I bombardamenti aerei nel Mezzogiorno d’Italia

12 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

«La morte che viene dal cielo»

Nel periodo 1940-45, i bombardamenti sono la causa principale di morte nel Mezzogiorno. Ma non solo: a causa dei bombardamenti, il numero delle vittime civili è molto elevato, coerentemente con quanto avviene nel secondo conflitto mondiale preso nel suo insieme.

                                                  

Le incursioni dell' aviazione furono una costante del secondo conflitto mondiale. Già con la guerra di Spagna erano state massicciamente sperimentate contro i civili. Il 26 aprile 1937 il bombardamento nazista di Guernica provocò la morte di 1.654 civili e la cittadina basca divenne il simbolo della guerra di Spagna, fissato per sempre nell'omonimo quadro di Picasso.

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Poi fu la volta della Gran Bretagna che, a partire dal 10 luglio 1940, venne bombardata incessantemente. Di straordinaria intensità furono i bombardamenti sulla capitale, che si susseguirono dall'inizio di agosto a metà settembre. In particolare fu il quartiere di East End a essere colpito e devastato.

 

 

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A loro volta le città tedesche, incessantemente colpite dall'aviazione anglo-americana e da quella sovietica, diventarono il simbolo della sconfitta della Germania nazista: Dresda, città d'arte, completamente rasa al suolo.

In Italia, incursioni rovinose si susseguirono a partire dall'inizio del conflitto. I primi raids si ebbero su Torino", Napoli, Palermo e Catania, Cagliari, per opera dei bombardieri della RAF, nei giorni immediatamente successivi al 10 giugno 1940, data d'inizio del conflitto per l'Italia.

In questa fase i bombardamenti erano di precisione ed erano effettuati su obiettivi logistico-militari: nodi ferroviari, porti e aeroporti. Va detto inoltre che, dai porti del Sud, in particolare da Napoli, partivano truppe e rifornimenti per l'Africa settentrionale e nordorientale, dove esisteva un altro fronte di guerra tra italiani e inglesi.

I bombardamenti nel Mezzogiorno, ebbero un' escalation nella seconda metà del 1941. Il 6 luglio, e poi ancora il 28, fu colpita Palermo e venne bombardato a tappeto tutto il sistema aeroportuale siciliano. A Napoli, il 10 luglio 1941, si ebbe una violentissima incursione aerea. Qualche tempo dopo fu la volta di Brindisi dove, il 7 novembre, vennero distrutti porto e rete ferroviaria.

 

1943 Cagliari bombardamenti 

 

bombardamenti-aerei.jpgNel 1942 i bombardamenti continuarono: a Messina, durante le incursioni del 25, 26 e 30 maggio, vennero colpiti il porto e l'ospedale civile Principe di Piemonte. Cagliari fu bombardata nella notte tra il 7 e l'8 giugno 1942 e Taranto venne nuovamente attaccata tra il 9 e il 10 giugno. Nel frattempo si intensificava la collaborazione tra inglesi e americani e quindi tra RAF e USAAF.

Di lì a poco iniziarono le incursioni americane con bombardieri potentissimi: nella memoria collettiva sarebbe rimasto a lungo l'incubo delle "fortezze volanti".

A inizio novembre 1942 fu avviata l'operazione Torch, lo sbarco anglo-americano in Nord Africa, preceduto dalla vittoria di El Alamein, dove l'VIII armata inglese, comandata dal generale Montgomery, sconfisse le truppe di Rommel, che si ritirarono in Tunisia.

Sul finire dello stesso anno, con il bombardamento di Napoli del 4 dicembre 1942, le incursioni aeree americane, da allora anche diurne, si collocavano in una precisa strategia, tesa a produrre effetti destabilizzanti tra la popolazione civile delle grandi aree urbane. Il bombardamento diurno, infatti, sconvolgeva il ritmo della vita quotidiana perché costringeva a interrompere il lavoro, le attività scolastiche, le funzioni religiose. Le incursioni colpivano sempre più frequentemente obiettivi civili: treni, tram, fabbriche, chiese, alla fine persino ospedali.

Nel Mezzogiorno pertanto, come del resto nell'intero paese, i bombardamenti, a partire dalla seconda metà del 1942 e soprattutto nel 1943, diventarono esperienza quotidiana.

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Reggio Calabria il 31 gennaio 1943, Palermo il 3 febbraio; a Palermo le incursioni si ripeterono il 5, l'8, il 20, il 22 e il 28 dello stesso mese. Devastanti le incursioni del 17,26 e 28 febbraio 1943 in Sardegna, che colpirono in particolar modo Cagliari e le città portuali di Olbia, Porto Torres, La Maddalena e Alghero. Da Malta partirono, tra il 22 e il 24 aprile, attacchi durissimi contro Siracusa, Cassibile, Ragusa e Lampedusa.

Nel frattempo, l'8 maggio 1943, in Tunisia si arresero i reparti tedeschi. Ciò permise a inglesi e americani di ottenere un risultato logisticamente importante, vale a dire la possibilità di entrare nel Mediterraneo.

L'8 maggio iniziò l'offensiva aerea contro Pantelleria, cui si aggiunse il cannoneggiamento navale. Le incursioni s'intensificarono in previsione dello sbarco in Sicilia. Nel maggio 1943 vi furono 45 incursioni aeree a Catania, 43 a Palermo, 32 a Messina e vennero bombardate anche colonne di profughi.

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L'incursione del 6 maggio 1943 a Reggio Calabria fu effettuata in pieno giorno e, da allora fino al 3 settembre, quando entrò in città l'esercito angloamericano, i raids effettuati furono 24.

In Sardegna, i bombardamenti si intensificarono nel luglio. In Puglia i bombardamenti colpirono Brindisi, Taranto e soprattutto Foggia. La città, evacuata dalla popolazione, rimase di fatto terra di nessuno fino all'arrivo delle truppe inglesi dell'VIII armata, il 27 settembre 1943.

I bombardamenti colpirono pesantemente anche l'Abruzzo e in particolare le città di Sulmona e Pescara, entrambe importanti nodi ferroviari e stradali. A Pescara, nell'incursione del 27 agosto 1943, morirono 1.600 civili, a Sulmona, nella stessa giornata, persero la vita 300 persone. Avezzano in pochi mesi subì ben 83 incursioni.

Le città venivano distrutte dai raids per poi essere minate dai tedeschi.

In Campania, Napoli fu la città dei 101 bombardamenti. In un primo tempo essi vennero effettuati di notte e colpirono obiettivi militari e industriali, ma, a partire dall’incursione del 4 dicembre 1942, diventarono sempre più spesso diurni e colpirono indiscriminatamente obiettivi civili.

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Altre città campane, quali Avellino, Benevento, Capua non furono risparmiate.

Salerno fu bombardata il 21 giugno 1943. Seguirono numerose ricognizioni in preparazione dello sbarco previsto nell'operazione Avalanche.

Il Sud subì anche alcuni bombardamenti tedeschi: Napoli il 23 ottobre e il l° novembre 1943 e, ancora, il 15 marzo 1944; Bari, il 2 dicembre 1943.

I bombardamenti furono un elemento centrale nella percezione del conflitto come guerra totale che attraversa e devasta il quotidiano: contro la morte per bombardamento si può fare ben poco, non si può attivare nessuna delle strategie di sopravvivenza che, invece, sono praticate per fronteggiare gli altri disagi della guerra, in primo luogo la fame.

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Bibliografia:

Gloria Chianese -"Quando uscimmo dai rifugi". Il Mezzogiorno tra guerra e dopoguerra (1943-46)

Ed. Carocci - settembre 2004

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Lo sbarco alleato in Sicilia e la fine del regime fascista

10 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

L'11 giugno 1943, dopo un forte bombardamento aereo, viene espugnata l'isola di Pantelleria e il giorno dopo cade anche anche Lampedusa. Il primo lembo di territorio nazionale è in mano alleata.

Il 24 giugno, ricevendo un gruppo di gerarchi, Mussolini ostenta un'incredibile sicurezza. Nessuna preoccupazione desta in lui, nemmeno la minaccia d'invasione che già pesa sulla Sicilia. «Bisogna che non appena il nemico tenterà di sbarcare sia congelato su quella linea che i marinai chiamano del bagnasciuga».

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    Il 10 luglio, la sterminata flotta alleata (280 navi da guerra, 2275 navi da trasporto, e 1800 mezzi da sbarco) riversa sulla costa dell'isola l'armata d'invasione, la cui prima ondata d'attacco è costituita da 160.000 uomini: la VII armata americana al comando del generale Patton fra Licata e Pozzallo, l'VIII armata britannica al comando del generale Montgomery fra Capo Passero e Siracusa.

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Sotto l'urto massiccio cadono le difese dell'isola, dove l'esercito italiano è privo d'ogni mezzo moderno di guerra e ha un unico reparto, la «Livorno », dotato d'artiglieria motorizzata: gli unici reparti efficienti o capaci di manovra sono due divisioni tedesche inviate da Hitler in seguito alle pressanti richieste di Mussolini. La campagna, dopo un aspro scontro nella piana di Gela, diventa una lunga rincorsa dell'armata di Patton verso Palermo e lo stretto, mentre l'armata di Montgomery arriva alle falde dell'Etna.

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Vittorio Emanuele III autorizza il generale Ambrosio a preparare l'arresto di Mussolini e la dittatura militare da affidare a Badoglio. Contemporaneamente i gerarchi fascisti riescono ad ottenere la convocazione del Gran Consiglio con l'intento, 
ormai abbastanza esplicito, di togliere ogni potere a Mussolini.

La monarchia intende servirsi ancora di lui per ottenere lo «sganciamento dai tedeschi» in modo pacifico e col consenso stesso di Hitler. Nel convegno di Feltre col dittatore tedesco, Mussolini non osa nemmeno accennare alle questioni della «pace separata». È il 19 luglio e nello stesso giorno, in un'incursione massiccia dell'aviazione angloamericana, muoiono a Roma migliaia di persone.

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Si recano a visitare il quartiere di San Lorenzo, semidistrutto dal bombardamento, Pio XII e anche Vittorio Emanuele III. L'automobile di quest'ultimo è presa a sassate dalla gente infuriata che grida: «E mandaci quell'altro!»

Il 24 aprile alle ore 17 si raduna il Gran Consiglio. Vi sono i gerarchi dissidenti capeggiati da Grandi, Ciano e Bottai che illustrano con abbondanza d'argomenti giuridici la necessità «del ritorno alla legalità», cioè il ripristino delle prerogative della Corona.

Vi sono i fanatici ad oltranza che come Galbiati e Scorza confermano invece la propria fedeltà al duce. Fra queste due ali estreme ondeggiano i minori gerarchi del regime che non sanno ancora da quale parte battersi. Il solo Farinacci è fermo sulle sue posizioni e vuole anche lui l'allontanamento del dittatore per condurre la guerra a fondo, sotto la guida dei suoi camerati tedeschi.

Mussolini, dopo aver illustrato in termini quanto mai vaghi la situazione militare, cerca a un certo momento di far rinviare la riunione del Gran Consiglio.

Alle due del mattino del 25 luglio viene messo in votazione l'ordine del giorno Bottai-Grandi-Ciano che raccoglie 19 si, 7 no, 1 astenuto.

È la fine ma Mussolini ancora cerca nelle ore seguenti d'illudersi sul valore non impegnativo del voto del Gran Consiglio. Con questa speranza si reca dal re nel pomeriggio alle ore 17 e cerca di perorare la sua causa. Il re gli ricorda che: «Così non si va più avanti. L'Italia è in tocchi. L'esercito è moralmente a terra. I soldati non vogliono più battersi. Gli alpini cantano una canzone nella quale dicono di non voler più fare la guerra per conto di Mussolini». Poi il re gli annuncia seccamente che ha già provveduto per sostituirlo con Badoglio.

Mussolini, mentre esce da villa Savoia, viene arrestato da un capitano dei carabinieri ed entra nell'autoambulanza che lo condurrà in prigionia.

I cimiteri di guerra alleati in Sicilia e tedeschi in Italia

da «Patria indipendente» rivista dell’ANPI del 21 maggio 2006

Forze Armate degli StatiUniti d’America

Dal luglio 1943 al maggio 1945 le Forze Armate Americane hanno perduto circa 32.000 uomini in Italia tra morti in combattimento e morti a causa della guerra. La “American Battle Monuments Commission” ha provveduto alla raccolta e sistemazione delle salme rimaste in Italia in due grandi cimiteri monumentali di guerra, uno a Nettuno ed uno a Firenze.

In Italia le tombe sono 12.264 ma altri 4.053 Caduti sono ricordati a parte perché le salme non sono state ritrovate o non è stato possibile identificarle. Per l’edificazione dei suddetti cimiteri lo Stato italiano ha concesso il libero uso delle aree di terreno.

Regno Unito e Impero Britannico

Nella campagna d’Italia il Regno Unito e le forze dell’Impero Britannico dal luglio 1943 al maggio 1945 persero 45.469 militari. L’Italia ha stabilito una convenzione con la Commissione Imperiale per le Tombe di Guerra (The Imperial War Graves Commission), la quale ha provveduto alla raccolta e sistemazione dei Caduti in 41 Cimiteri di Guerra. Occorre ricordare che oltre ai britannici, combattevano sotto la bandiera inglese le truppe dell’Impero, poi Commonwealth, (canadesi, indiani, sudafricani, australiani, neozelandesi, ecc.) e soldati di Paesi occupati dalla Germania, come polacchi, norvegesi, danesi, olandesi, belgi. Le aree di terreno sono state concesse gratuitamente dal Governo italiano. Il totale delle tombe è di 39.948; in alcuni cimiteri sono ricordati anche i Caduti non ritrovati e non identificati che ammontano a 5.511.

Cimitero di Guerra Canadese di Agira

Accoglie 490 tombe. Dopo la conquista della Sicilia, le tombe di tutti i canadesi morti durante le operazioni furono raccolte ad Agira, provincia di Enna. Questo posto fu scelto dal Comando canadese nel settembre 1943.

Cimitero di Guerra di Catania

Accoglie 2.135 Caduti. In questo cimitero sono raccolte le salme dei Caduti dell’ultima fase della campagna di Sicilia, soprattutto nei pesanti combattimenti condotti attorno a Catania e nella battaglia per la testa di ponte del fiume Simeto.

Cimitero di Guerra di Siracusa

Accoglie 1.060 Caduti. Il luogo in cui si trova fu scelto nel 1943 durante le fasi della conquista dell’Isola.

La maggior parte di coloro che sono qui sepolti persero la vita negli sbarchi in Sicilia dal 10 luglio 1943 e nelle fasi della campagna della Sicilia. Un gran numero di tombe appartiene al personale aviotrasportato inglese che atterrò nei dintorni della città nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943.

I dati sono stati ricavati dal volume di Livio Massarotti “Sintesi storica della Guerra di Liberazione 1943-1945. I Cimiteri di Guerra. Sacrari Militari della 2a Guerra Mondiale”, edito dalla Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione, Sezione di Udine, nel 2006.

Forze Armate Germaniche

La follia nazista ha travolto anche la Germania. Al di là di ogni considerazione, la Germania ed il popolo tedesco hanno pagato duramente questa follia e le violenze e distruzioni causate a tutti i Paesi dell’Europa.

Dovrà passare molto tempo prima che tutto questo sia assorbito dalle coscienze europee.

Le forze armate germaniche in Italia hanno avuto 120.000 Caduti. Di questi 100.043 sono stati raccolti in quattro cimiteri militari maggiori, che sono a Cassino, Costermano, Passo della Futa e Pomezia. I rimanenti 7.199 sono stati ripartiti in Cimiteri minori già esistenti in quanto raccoglievano i Caduti germanici della Prima Guerra Mondiale: Bolzano, Bressanone, Brunico, Cagliari, Feltre, Merano, Milis (Sardegna), Motta S. Anastasia (Sicilia), Pordoi, Quero.

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L'Italia in guerra. Verso la crisi del regime fascista.

8 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

È difficile precisare in quale periodo esatto sia cominciata la crisi decisiva del regime fascista, quando cioè abbia avuto inizio la disgregazione di quelle basi di massa sulle quali, oltre che sul terrore poliziesco, esso aveva basato il proprio dominio.

Questa crisi viene alla luce in modo drammatico nel corso della seconda guerra mondiale, essa è tuttavia già avviata prima dello scoppio del conflitto per una complessa serie di motivazioni:

1) la imposizione, verificatasi fin dal 1935, della camicia di forza corporativa e autarchica alla debole economia italiana che ha avvantaggiato enormemente pochi gruppi monopolistici, a scapito dell'intera collettività nazionale;

Le sanzioni

 

2) lo stato di guerra permanente cui è stata assoggettata la popolazione italiana fin dal tempo dell'aggressione all'Etiopia;

3) il conseguente radicalizzarsi di uno stato di disagio e di malcontento fra quegli strati della piccola e media borghesia, nella città e nelle campagne, fra cui il fascismo aveva raccolto inizialmente gran parte dei suoi consensi;

4) motivi politici come la costituzione dell'Asse, l'allineamento della Italia fascista con la Germania nazista, la prona accettazione dell'Anschluss, l'artificiosa importazione della teoria della razza e dell'antisemitismo.

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L’aver accolto Mussolini reduce dal suo viaggio a Monaco quale presunto «salvatore della pace» rivela l'illusione che il fascismo possa garantire la pace e tener fuori l'Italia dalla catastrofe che minaccia il mondo e l'Europa.

L’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania nazista era impopolare e inoltre veniva messa in gioco non solo la sorte del fascismo, ma quella del paese, della collettività nazionale.

corriere 11 06 1940

La popolazione italiana finì per adottare l'ambigua parola d'ordine del vecchio partito socialista nella prima guerra mondiale: « Né aderire, né sabotare ».

« Né aderire»: mancò nella seconda guerra mondiale quel fenomeno tipico della storia militare italiana che è il «volontariato»; mancarono quei «canti di guerra» che erano sempre fioriti sulla bocca dei combattenti dell'Italia unita, anche nel corso delle imprese coloniali come quella di Tripoli. L'unico canto autentico di guerra - quello degli alpini della Julia “Sul ponte di Perati” - nacque dalla disfatta in Grecia ed è ispirato a un senso di tragica rassegnazione.

 

“Sul ponte di Perati bandiera nera / l’è il lutto degli Alpini  che fan la guerra. Quelli che son partiti non son tornati / sui monti della Grecia sono restati. / Sui monti della Grecia c’è la Vojussa / col sangue degli Alpini s’è fatta rossa. / Un coro di fantasmi vien giù dai monti / è il coro degli Alpini che sono morti. / Alpini della Julia in alto i cuori / sul ponte di Perati c’è il Tricolore.”

 

«Né sabotare»: la mancata adesione alla guerra fascista assai tardi si tradusse in un esplicito rifiuto.

Furono le stesse vicende belliche a chiarire la situazione, a rendere evidente come la conservazione del regime fascista in nessun modo potesse identificarsi con una qualsiasi prospettiva di «vittoria». A differenza di ciò che si verificò per le armate del III Reich, il regime fascista, intervenuto nel grande conflitto nella stolta previsione d'una sua rapida conclusione, ma avendo già logorato armamento e mezzi nella guerra d'aggressione in Etiopia e in Spagna, non seppe che collezionare fin dal primo momento sconfitte su sconfitte, dalla campagna di Grecia all'Africa settentrionale e al disastro navale di Taranto.

 

(A Taranto l’11 novembre 1940 dopo le 22 circa, aerei inglesi si lanciarono contro le corazzate italiane “Duilio, Littorio e Cavour” che furono colpite gravemente e che, per evitare l’affondamento, furono portate ad incagliarsi su bassi fondali; danneggiati in modo minore furono il “Trento” e i caccia “Libeccio” e “Pessagno”. Fu la nostra Pearl Harbour).

 

Rapidamente svanita l'illusione di poter condurre una guerra « parallela» - cioè con le proprie forze e con propri obiettivi, in forma autonoma rispetto all'alleato tedesco - ben presto venne alla luce l'effettivo rapporto di forze. La guerra fu condotta dapprima con l'aiuto tedesco (per la riconquista della Cirenaica e per l'invasione alla Grecia) poi sempre più evidentemente al servizio del tedesco, già con la prima spedizione in URSS e poi nella alterna vicenda della campagna in Africa settentrionale.

 

La dura realtà sofferta e vissuta quotidianamente dal paese.

La Germania nazista poteva sostenere il peso della guerra, mediante la spoliazione sistematica d'ogni regione invasa ad ovest e a est. Nel suo sforzo bellico erano inseriti i lavoratori forzati d'ogni parte d'Europa.

Nell’Italia fascista invece:

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a) Gravissima la situazione alimentare: fin dall'inizio del conflitto si applicò il razionamento dei generi fondamentali; la razione giornaliera di pane, stabilita nel settembre '41 a 200 grammi, scendeva nel giugno '42 a 150 grammi; grassi commestibili, razionati inizialmente a 800 grammi mensili, scendevano a 400 grammi; lo zucchero si stabilizzava intorno a 500 grammi. Carne, pollame, uova scomparvero pressoché totalmente dal mercato. Gli italiani che già prima del conflitto erano agli ultimi posti in Europa per il consumo di calorie pro capite, dovettero, per sopravvivere, ricorrere sempre più largamente al «mercato nero»;

tessera-annonaria.JPG file per acquisto pane

 

Rapido e continuo l'aumento del costo della vita: assumendo per base il 1928 = 100, i beni di consumo da 94,3 nel 1939 toccavano la quota di 125,3 nel 1941, i beni strumentali nello stesso periodo da 144,2 ascendevano a 198,3.

Complessivamente il costo della vita, rispetto all'ultimo «anno di pace» goduto dall'Italia prima dello scoppio del conflitto etiopico, era salito del 112 per cento, cioè più che raddoppiato.

b) normalmente fermi o bloccati al livello anteguerra i salari; in continua discesa il loro valore reale. Assumendo come indice il livello da essi conseguito prima dell'avvento del fascismo (1921 = 100), nel 39 essi toccavano la quota 90 per poi precipitare via via nel '41 a 86, nel '42 a 83 e così via;

c) deficit del bilancio statale, che non valgono a colmare le emissioni di Buoni del Tesoro, con percentuali d'interesse (fino al 5,4 per cento) superiori a quelli praticati in ogni paese d'Europa coinvolto nel conflitto. Sempre più accentuata la spinta verso l'inflazione. Il peso dei sacrifici ricade tutto verso il basso, mentre ne sono esonerati i detentori del potere economico e politico.

d) I gruppi monopolistici del capitalismo italiano prosperano fra la generale miseria; in costante aumento risultano i dividendi delle maggiori società azionarie. Aumentano i capitali delle maggiori società come la Montecatini, la Terni, la SIP, l’Adriatica Elettricità, etc. Sono sfrenate le lotte per le commesse belliche;

e) la corruzione dei gerarchi, gli scandalosi episodi di speculazione in cui è coinvolta l'intima cerchia di Mussolini (la «banda Petacci» si dedica al contrabbando dell'oro.

Il distacco dal regime, ancora generico prima dello scoppio della guerra, diventa un vero e proprio «odio fisico» per la stessa figura dei gerarchi esonerati dai sacrifici e dalle sofferenze della guerra.

Ad arginare l'ondata di collera o di disprezzo che via via investe il Partito fascista non valgono i parziali provvedimenti disciplinari, come l'espulsione di qualche gerarca provinciale per «disfattismo» o per reati annonari, né le campagne propagandistiche che vengono lanciate secondo le particolari esigenze belliche. La fiducia nell'uomo che «ha sempre ragione».

Piuttosto che ai bollettini di guerra e ai comunicati della stampa fascista, abitualmente menzogneri e reticenti, si presta fede a Radio Londra, nonostante i divieti.

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Il R.D. del 6 giugno 1940 n° 765, all’articolo 8, vieta agli ascoltatori della radio e ai possessori di apparecchi radioriceventi di ascoltare le trasmissioni delle stazioni “nemiche o neutrali”.

colonnello Stevens BBC Radio Londra 

Il colonnello Stevens ai microfoni della BBC-Radio Londra

 

Largamente diffusi sono i motti di spirito o le barzellette che pongono in ridicolo il regime.

 

Un esempio di scritte murali e commenti:

«Indietro non si torna». La frase fu scritta, per caso, sul muro di un cimitero; e una mano ignota, aggiunse·lì sotto: «Lo credo, io».

«Solo Iddio può piegare la volontà fascista: gli uomini e le cose mai». E il commento fu immediato: «Speriamo in Dio».

 

Al principio dell'estate 1942 le sorti della guerra in Europa pendono ancora a favore di Berlino. Si apre alle forze dell'Asse la vallata del Nilo e la possibilità di colpire al cuore l'impero inglese. Sul fronte russo, le truppe del III Reich hanno ripreso la loro avanzata spingendosi fino al Caucaso e affacciandosi sul Volga a Stalingrado. Mussolini si è già procurato il cavallo bianco, su cui entrare vittorioso ad Alessandria, rinnovando i fastigi napoleonici.

Nell'estate 1942 sul fronte interno avviene il silenzioso, gravissimo sabotaggio alla guerra fascista che i contadini operano nelle campagne, sottraendo più di un terzo del raccolto agli ammassi imposti dal fascismo.

ammasso 

Quando spunta all'orizzonte la sconfitta di El Alamein,  il fascismo cerca di velarne la tragica gravità, spacciandola per una delle tante ritirate strategiche che già si sono verificate in Africa settentrionale.

Ma questa volta tutti comprendono che ci si è avvicinati ad una svolta decisiva della guerra. La sconfitta di El Alamein coincide con l'ingresso nel Mediterraneo delle forze americane, con lo sbarco USA sulla costa dell'Africa settentrionale francese. Ed è questo un fatto nuovo e decisivo, di grande portata storica anche per il futuro e non soltanto collegato alle sorti immediate della guerra. «Gli Stati Uniti, occupando l'Algeria e il Marocco, hanno compiuto un'operazione offensiva che cambia completamente i rapporti di forze in tutto il settore mediterraneo, il quale è per l'Italia il settore decisivo».

Una maestra di una scuola elementare di Lissone scrive il 12 maggio 1943 sul “Giornale della Classe”: «La campagna di Tunisia si è chiusa dopo una resistenza veramente leggendaria da parte dei nostri valorosissimi soldati. Le mie alunne che hanno seguito con grande interesse le vicende della guerra in Africa, sentono il dovere di diventare migliori per essere degne degli eroici giovani che hanno, col loro sangue, resa sacra quella terra dove sicuramente torneremo! La vittoria non ci può mancare!».

p 12mag43 Tunisia vittoria non mancare

 

Ma la realtà è ben diversa: sul fronte orientale le truppe sovietiche, dopo aver resistito nell'assedio di Stalingrado, continuano la loro controffensiva.

Dopo la Russia dove, nel marzo del 1943, i resti di quello che era l’ARMIR erano stati rimpatriati, lasciando in quelle terre circa 100.000 soldati italiani, ora tocca all’Africa: circa 250.000 uomini, tra tedeschi ed italiani, hanno deposto le armi. Gli Alleati avanzano.

Il generale Alexander invia a Churchill il seguente messaggio: «È mio dovere informarla che la campagna di Tunisi è terminata. Ogni forma di resistenza nemica è cessata. Noi controlliamo le spiagge del Nordafrica ...»

 

 

Bibliografia:

Battaglia Roberto, Storia della Resistenza italiana, Einaudi, 1964

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