Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

gli scioperi del marzo 1944 nell'Italia occupata

12 Mars 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

1° marzo 1944, ore 10: la quasi totalità delle maestranze dell'Italia settentrionale e della Toscana entra in sciopero.

Il proletariato industriale era quello che più vigorosamente partecipava alla lotta contro i tedeschi e i fascisti e lo aveva dimostrato con gli scioperi del 1943 e si accingeva a dimostrarlo, ancora una volta, con un grande sciopero che dal gennaio si stava preparando nelle città industriali del Nord. I motivi economici di questo nuovo sciopero erano di un'estrema evidenza: nulla era stato accordato ai lavoratori di quanto era stato loro promesso nel novembre e nel dicembre: i supplementi alimentari non venivano più concessi; la razione di pane a Milano era stata ridotta di 100 grammi; in alcuni stabilimenti non si completava il pagamento del premio di Natale (500 lire più paga per 192 ore di lavoro); il costo de a vita continuava ad aumentare, mentre la borsa nera s'inaspriva sempre più. Ma accanto ai motivi economici, ve ne erano altri politici: impedire il trasferimento del macchinario e l'invio degli operai in Germania (nel mese di febbraio la stampa clandestina annunciava che gli sporadici invii di uomini sarebbero ben presto stati seguiti da un invio in massa: Milano avrebbe dovuto fornire entro il mese di marzo ben 130.000 lavoratori); far cessare la produzione bellica e imporre la ripresa di quella civile; mettere fine alle cruente repressioni dei partigiani. Tutto ciò significava compromettere in maniera irreparabile lo sforzo bellico tedesco e si poteva immaginare come sarebbe stata violenta la reazione dei tedeschi e dei fascisti; ma gli operai l’affrontarono senza timore, consapevoli dei loro insopprimibili diritti e forti della loro segreta organizzazione che li dirigeva con abilità.

Il 10 febbraio il Comitato segreto d'agitazione del Piemonte, della Lombardia (il Comitato di agitazione di Lissone era diretto da Giuseppe Parravicini) e della Liguria diramava un manifesto in cui, dopo aver specificato le rivendicazioni economiche (un effettivo aumento delle paghe, proporzionato all'aumentato costo della vita; un effettivo aumento delle razioni alimentari per tutti; l'effettivo pagamento delle gratifiche promesse in dicembre), si chiedeva che cessassero tutte le violenze fasciste e naziste contro gli operai. «Dobbiamo rifiutarci di continuare a produrre per la guerra fascista»; i lavoratori italiani dovevano restare in Italia a lavorare per il popolo italiano e doveva essere sventato il piano tedesco di trasportare l'industria del nostro paese in Germania.

Si annunciava inoltre che il Comitato segreto di agitazione del Piemonte, della Lombardia e della Liguria avrebbe chiamato ben presto tutti i lavoratori allo sciopero generale : «Scioperate allora compatti, come avete fatto in novembre, in dicembre e in gennaio».

Questo appello era subito accolto dai Comitati d'agitazione clandestini (anche dal Comitato di agitazione clandestino di Lissone) costituitisi nelle varie regioni, nelle varie città e in tutte le fabbriche, dimostrando che la preparazione di questo sciopero era stata veramente minuta e accurata, a differenza degli scioperi precedenti, scoppiati per estemporanee iniziative.

A Milano ad esempio i delegati rappresentanti i comitati agitazione clandestini dei grandi stabilimenti della città della provincia, riunitisi per esaminare la insopportabile e triste condizione che s'è venuta a creare fra la massa lavoratrice, denunciano:

«che le irrisorie concessioni strappate con l'azione di dicembre e gennaio sono già superate dal vertiginoso aumento dei prezzi; che i pochi generi alimentari concessi in dicembre, sono già stati dimezzati, con tendenza a farli sparire; che il tentativo bloccare i prezzi, ha servito solo a far eclissare dal mercato i generi calmierati; che i generi di vestiario, combustibile, gomme per biciclette, ecc., non furono distribuiti, o lo furono in misura esigua da non soddisfare nessuno;

che le promesse fatte nel momento in cui i lavoratori erano in sciopero, sono state negate e disconosciute allorché le masse hanno ripreso il lavoro; che l'assicurazione data di una revisione di salari alle categorie a paghe basse, non è stata praticata; che la liberazione Patrioti e l'eliminazione delle violenze fasciste, si tradusse moltiplicarsi degli arresti, di persecuzioni, violenze, instaurando la fucilazione sommaria dei Patrioti o dei loro familiari ...

Per il raggiungimento delle rivendicazioni su esposte e per rigettare le manovre infami di divisione escogitate dalla reazionaria coalizione, non vi è altra via per le masse lavoratrici che

quella tracciata dall'appello lanciato dal Comitato segreto di agitazione del Piemonte, Lombardia, Liguria, per una rapida preparazione allo sciopero generale, che abbracci tutte le forze dell'Italia occupata dal barbaro tedesco. Essi affermano inoltre che ad eventuali tentativi del nemico di soffocare con la violenza le sacrosante aspirazioni dei lavoratori, questi risponderanno con la violenza, legando la propria azione a quella dei Distaccamenti Garibaldini, avanguardia armata del proletariato ...

Dall’Archivio del C.L.N.A.l. Milano. La mozione è firmata dai delegali delle fabbriche: Breda, Pirelli, Caproni, Marinelli, Acciaierie e Ferriere Falk , Borletti, Motomeccanica, Brown-Boveri , Innocenti, Magnaghi, Alfa Romeo».

In un altro proclama del 26 febbraio, il C.L.N.A.l. richiedeva il concorso attivo di tutta la popolazione per salvare i giovani che non intendevano arruolarsi: «Cittadini, i despoti fascisti, affiancati dall'invasore tedesco, chiamano alle armi i giovani delle classi '22, '23, '24, '25, minacciando la fucilazione a chi non rispondesse all'appello. Sappiate che incombe su loro la minaccia di partire per la terra tedesca, per combattere su fronti lontani o per costruire opere guerresche e rendere più salda la roccaforte della tirannia nazista. I giovani che non rispondono alla chiamata del sedicente governo di Mussolini, non sono disertori. Sono fierissimi cuori che vogliono dare, se occorre, la loro giovinezza per difendere, non opprimere la patria».

Avvicinandosi la data fissata per l’inizio dello sciopero, le autorità, scorgendo la decisa volontà della massa operaia, cercarono di correre ai ripari e rendere meno grave la sconfitta che ormai prevedevano certa, con provvedimenti di emergenza, con contromisure che si riveleranno inefficaci. Anzitutto obbligarono alcune aziende a chiudere, proprio a cominciare dal 1° marzo e per la durata di una settimana, con la scusa della mancanza di energia elettrica; in talune città passavano anche alle aperte minacce, ed a Genova il capo della Provincia pubblicava, la mattina del 1° marzo, un manifesto con cui tentava di intimorire gli operai lasciando loro intravvedere la deportazione in Germania.

Pur con tutto ciò, alle ore 10 del 1° marzo la quasi totalità delle maestranze dell'Italia settentrionale e della Toscana scioperò. Secondo le stesse statistiche di parte fascista, sospesero il lavoro, in quella prima settimana di marzo, più di duecentomila operai e per quanto tale cifra fosse ritenuta esigua da parte dei fascisti in confronto ai lavoratori occupati, tuttavia essa sta a dimostrare che lo sciopero raggiunse una notevole imponenza.

Lo sciopero proseguì compatto fino all'8 marzo quando i responsabili antifascisti diedero l'ordine della ripresa del lavoro, senza lasciarsi allettare da lusinghe né intimorire da minacce.

A Milano sospesero il lavoro anche i tranvieri, reclamando il miglioramento della mensa e della «massa vestiario », oltre alla soluzione della dibattuta questione della fermata durante gli allarmi aerei; asportarono i manettini della marcia e delle valvole per impedire che si tentasse di riprendere il servizio. Elementi fascisti della «Muti» e della «X Mas» fecero uscire ugualmente alcune vetture, ma causarono notevoli danni alle linee ed alle stesse vetture, tanto che ritennero meglio cercare di far ritornare al lavoro i tranvieri. E allora, il 2 marzo, squadristi armati bloccarono alcune loro abitazioni e dopo averli condotti in caserrna li obbligarono a riprendere in parte il servizio. Molti riuscirono a fuggire, mentre una sessantina venivano deportati in Germania, da cui ben 38 non dovevano più ritornare.

«Il podestà Eccellenza Parini ha preso, nei confronti dei tranvieri e operai dell'Azienda che hanno partecipato allo sciopero, un provvedimento inteso ad ammonirli che non si scherza in tempo di guerra. Poiché ci sono stati dei danni, è giusto che li paghino i tranvieri. Fatto fare un preciso conto, il minor introito avutosi sui tranvai, nelle giornate del 2, 3 e 4 marzo, ammonta a L. 1.243.866,65; a questa somma va aggiunta quella di L. 782.000 per i danni causati, in seguito agli urti di 121 vetture, dai tranvieri improvvisati. Un totale, quindi, di lire 2.025.866,65 che i tranvieri rimborseranno all'Azienda mediante trattenuta che sarà divisa in varie rateazioni, detratte le giornate di paga non riscosse ».

Il CLN con un comunicato del 15 marzo promise ai tranvieri il rimborso da parte del Comune di Milano, a liberazione avvenuta: i fondi sarebbero stati prelevati dai beni delle autorità fasciste e da quelli del P.F.R.

Sempre a Milano entrarono in sciopero anche le maestranze del “Corriere della Sera”, per due giorni, togliendo in tal modo ai fascisti la possibilità di mantenere il contatto con la popolazione. Al “Corriere della Sera” il lavoro venne ripreso solo in seguito alla minaccia tedesca di smontare le macchine e di trasferirle in Germania.

Bibliografia:

Franco Catalano – Storia del C.L.N.A.I. – Laterza 1956

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Gli scioperi del 1944 in Brianza

12 Mars 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

“In questa zona dobbiamo concentrare l'attenzione nelle zone elettivamente industriali, come Monza e dintorni, e poi isolatamente alle altre importanti fabbriche presenti sul territorio. L'importante fonte Rapporto sullo sciopero generale del 1 marzo a Milano e provincia, redatta dal partito comunista milanese, ragguaglia che nel primo giorno di agitazione, alla Hensemberger di Monza il lavoro si bloccò alle 10.00, mentre due ore più tardi gli operai avevano addirittura abbandonato lo stabilimento. Già in questa giornata sono arrestati gli operai Giuseppe Vismara di Triuggio e Valentino Rivolta di Macherio, colpevoli di aver tolto la corrente alla fabbrica. A conferma di quanto detto in precedenza, il documento sottolinea la tendenza delle maestranze di questa ed altre fabbriche a seguire l'azione dei complessi di Sesto e Milano.

Alla Singer, presente anch'essa nel capoluogo brianzolo, l'avvenuta interruzione del lavoro è efficacemente contrastata da fascisti e tedeschi che puntano le mitragliatrici contro la fabbrica e minacciano la fucilazione di alcuni ostaggi. Gli operai della Singer sono così costretti a riprendere il lavoro. Intanto a Monza si sono bloccate anche la Philips e la Sertum. Nello stesso giorno sono segnalati scioperi riusciti a Desio alla Bianchi, mentre alla Tessitura Targetti e alla Gavazzi la fermata sembra avere meno successo. In fermento anche l'Isotta Fraschini di Meda. Il giorno 2 marzo, il rapporto informa che a Monza, a causa della brutalità della reazione in alcuni stabilimenti il lavoro è stato ripreso. A Lissone i lavoratori dell'Incisa (1200) e dell'Alecta (500) aderirono allo sciopero in modo massiccio.
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Nella Brianza comasca, abbastanza attiva fu la zona del canturino. La filotecnica Salmoiraghi, azienda milanese sfollata a Cantù, si mise in sciopero il 2 marzo. Le fonti di opposta origine concordano sul numero degli scioperanti; infatti il foglio clandestino Il fronte proletario scrive che alla Salmoiraghi si sono astenuti dal lavoro circa 350 dipendenti. Il notiziario della Guardia nazionale repubblicana di Como riferisce che di 600 operai se ne presentarono al lavoro 200 circa, inoltre anche questi ultimi, intorno alle 10.30, abbandonarono lo stabilimento. Sciopero anche alle Imprese Seriche Italiane di Mariano Comense, sempre dal 2 marzo; alle 14.00 circa 700 operai, in massima parte donne, sospesero il lavoro.

È accertato che anche le ferriere Orsenigo e le Taglietti di Figino Serenza si unirono alla protesta, mentre più turbolenta fu la manifestazione della Vergani di Cantù. Le operaie messe in ferie per evitare che scioperassero, si riunirono lo stesso e si recarono in massa davanti al Municipio, chiedendo pane, latte e grassi per i bambini e un miglior regime alimentare per loro.

Il commissario prefettizio non trovò di meglio che chiamare le autorità tedesche.

Le caratteristiche dello sciopero del marzo '44 in Brianza furono quindi innanzitutto di subalternità nelle azioni e nelle decisioni, nei confronti dei grandi centri sestesi e milanesi. Inoltre, riguardo la durata, mentre nella cintura milanese l'astensione del lavoro continuò fino all'8 marzo, abbiamo visto che sia nel monzese che nel comasco non si andò oltre i due giorni.

Ciò è spiegabile e comprensibile, perché nelle fabbriche brianzole gli scioperanti non potevano contare sulla forza delle enormi masse create dai grandi stabilimenti delle città industriali, la repressione poteva avere più buon gioco e gli agitatori potevano essere più facilmente individuati. Tutti questi motivi sono validi anche per spiegare come mai diverse aziende brianzole si erano astenute dallo sciopero.

In definitiva comunque, si può commentare positivamente l'esito dello sciopero in Brianza, una terra in cui le premesse non erano favorevoli, per il tradizionale e radicato moderatismo di quest'area, e per la mancanza di grandi e compatte masse operaie. Anche se proprio per questo l'adesione non fu al livello di Sesto e Milano, la protesta con la sua portata politica indubbiamente servì a creare una coscienza maggiore nei lavoratori brianzoli, circa la situazione di quel momento, contribuendo ad aumentare l'avversione per un regime che perpetuava una guerra disastrosa e delle condizioni di vita conseguentemente molto precarie. La prova di questo effetto sono i malumori non più repressi e le ribellioni messe in atto senza timore nei mesi successivi al grande sciopero.

Già il 31 marzo, gli addetti ai telai meccanici della Tessitura Cattaneo di Cantù, non avendo ottenuto l'aumento di paga in seguito alla fermata del lavoro fatta in precedenza, si recarono in Direzione per chiedere un anticipo di 5.000 lire, che gli fu loro concesso. Il fatto, presto risaputo in fabbrica, mise in fermento anche altre categorie di dipendenti della Cattaneo, che chiesero anch' essi un analogo trattamento.

Si sa, comunque, che a causa della pressione ancora alta negli stabilimenti del comasco, venne effettuata una distribuzione di viveri e vestiario a prezzo bianco.

Inoltre il comando della Gnr comasca informava che:

8 aprile 1944. La precettazione di manodopera femminile per il servizio di lavoro in Germania provoca vivo malcontento. I commenti nelle fabbriche sono violenti, si parla di schiavismo.

15 aprile 1944. Nelle maestranze femminili perdura il noto malcontento determinato dalla precettazione per il servizio di lavoro in Germania. Nel settore industriale è motivo di seria preoccupazione la mancanza d'acqua che incide sulla produzione di energia elettrica.

Proprio questi motivi, la mancanza di energia elettrica e le difficoltà di approvvigionamento delle materie prime, producono una contrazione dell' attività industriale che si ripercuote sui lavoratori, i quali però non subiscono sempre passivamente.

Il 17 corrente, in Meda, stante la riduzione dell' energia elettrica, la direzione degli stabilimenti Isotta Fraschini; stabilì che su 700 operai normalmente impiegati soltanto 309 prendessero lavoro. Al mattino del predetto giorno si presentarono 38 operai non inclusi nel turno chiedendo di lavorare. La direzione dello stabilimento non accolse la richiesta provocando, per solidarietà, l'astensione dal lavoro di tutte le maestranze. Il lavoro venne ripreso alle 13.30 in seguito all'intervento dei dirigenti.

Anche a Carate Brianza si sciopera, alle Officine meccaniche Formenti si protesta contro la decisione d'inviare alcuni lavoratori in Germania. Per ordine del Capo della provincia, il Commissario del Sindacato dei lavoratori di Milano si recò sul posto ed annullò il provvedimento, le maestranze ripresero così il lavoro. Il 22 maggio a Seregno allo stabilimento Ambrogio Silva, 300 operai iniziano lo sciopero in segno di protesta contro la precettazione per il lavoro nel Reich di 30 loro colleghi.

La grande manifestazione di questa primavera del '44 chiarì, parlando più in generale, agli esponenti della Resistenza, e soprattutto a quelli appartenenti al movimento garibaldino, molte cose riguardo i metodi di lotta da assumere. Innanzitutto emerse l'equivoco dello scambio dello sciopero per l'inizio di un'insurrezione. Gli operai di diverse fabbriche aspettavano l'arrivo dei partigiani per una supposta azione di rivolta totale. Ciò non avvenne, perché questo non era in definitiva il compito dei Gap, le uniche formazione organizzate in città, che tra l'altro versavano in una drammatica situazione a causa dei numerosi arresti subiti. Da questo e dagli arresti che cominciarono ad effettuarsi fra le maestranze, emerse la scarsità e il poco peso delle cellule partigiane di fabbrica, le cosidette squadre di difesa operaie. Si rese pian piano evidente, quindi, la necessità di una diffusione maggiore del movimento di opposizione politico, ma soprattutto militare, di tipo non elitario, come per i Gap, ma popolare ed esteso, mirando ad una partecipazione più larga da parte della popolazione cittadina. E da questo momento, e dal rilievo di queste situazioni, che si comincia a pensare e a meditare nell' ambito del Partito comunista a nuove forme di lotta resistenziale e a nuove strutture, riflessioni che porteranno fra qualche mese all'istituzione delle Sap (Squadre d'azione patriottica) cittadine, che si diffonderanno anche in Brianza.

Ma da parte fascista e tedesca come si reagì davanti agli scioperi di questo periodo? Dopo un primo momento di stupore e di sorpresa e constatata la valenza politica di queste manifestazioni, si tentò prima di renderle vane mettendo in ferie il personale, oppure con le serrate, che avevano lo scopo di piegare la determinazione degli operai sospendendo il pagamento dei salari e riducendo la distribuzione dei generi alimentari. In alcuni stabilimenti si effettuarono dei licenziamenti; accadde ad esempio a Ronco Briantino, dove il cotonificio-manifattura F.lli Nobili-De Ponti, d'accordo con il capo della provincia, licenziò 63 operai, pare però che in questo caso la motivazione del provvedimento fosse dovuta più che altro alla totale mancanza di materie prime. Come già rilevato, il problema dell'approvvigionamento era per l'industria, in quel momento, una vera e propria piaga, che incideva profondamente sull' occupazione. Altri esempi si possono citare a prova di ciò, come la ditta Enrico Mariani saponeria Junior di Seregno, che già il 3 gennaio aveva dovuto licenziare 50 operai per l'impossibilità di lavorare.

Ma il provvedimento più duro e più gravido di conseguenze, fu senza dubbio l'arresto di molti operai, e non solo di quelli che più si esposero nello sciopero. Infatti i lavoratori che nei giorni successivi alla fine della manifestazione, si videro prelevare dalle loro case, nemmeno lontanamente potevano immaginare ciò che li aspettava, ciò che avrebbe rappresentato per loro la deportazione nei campi di sterminio.

I deportati nei campi di sterminio

Con gli arresti successivi agli scioperi del marzo 1944, si ebbe un'impennata del numero dei trasferimenti nei lager tedeschi.

Per ciò che riguarda la Brianza, il fenomeno della deportazione non è assolutamente da sottovalutare. I numeri, pur nella loro aridità, parlano chiaro. Sono 175 i morti brianzoli nei lager e 46 i sopravvissuti. Quest'ultima cifra è in difetto in quanto desunta dal Supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n°130 del 22 maggio 1968, che riportava i nominativi di coloro che avevano richiesto l'apposita pensione spettante ai deportati; è facile immaginare che alcuni per mancata conoscenza non abbiano iniziato la pratica prevista. Quindi in totale ben oltre duecento sono i deportati, di cui solo un quinto ha salvato la vita.

Gli operai, presi soprattutto dopo gli scioperi della primavera del '44, costituirono circa la metà del gruppo brianzolo che conobbe la realtà dei campi di sterminio. Una quota importante, ma anche allucinante nelle sue caratteristiche. Vi figurano dai cinquantenni ai diciassettenni, molti padri di famiglia che lasciarono orfana una consistente figliolanza. Ma a chi andò a prelevare Valentino Rivolta, 3O anni di Macherio, operaio alla Hensemberger di Monza dove aveva diffuso stampa clandestina e partecipato allo sciopero, nulla importava delle sue tre piccole bambine, lo caricarono su un treno merci e lo mandarono a morire a Mauthausen. Come nessuno ebbe rispetto per Battista Caproni, panettiere simpatizzante dei partigiani di Cesano Maderno e maturo padre anch' esso di tre figlie.

Operai, oppositori politici e partigiani che fossero, non furono solo i tedeschi che andarono ad arrestarli. Anzi, molto più spesso furono i fascisti, che meglio conoscevano luoghi e tendenze politiche dei ricercati.

Generalmente il percorso seguito dagli arrestati prevedeva un breve periodo di reclusione nelle carceri di Monza o alla villa Reale, prima di passare al carcere di S. Vittore. Di lì si proseguiva per il campo di smistamento di Fossoli, nel modenese, e dopo l'estate del '44 in quello di Bolzano e quindi il trasferimento in Germania. Dal campo di Bolzano, dal luglio 1944 all'aprile 1945, si calcola che passarono almeno 11.000 persone.

In totale, morirono nei campi di sterminio quasi 9.000 italiani (ebrei esclusi). Nell'elenco dei caduti brianzoli nei lager, ancora per quel che riguarda gli arresti fra gli operai dopo lo sciopero del marzo '44, è la sequenza dei rastrellamenti mirati effettuati in Brianza. Anche se per tutto il mese di marzo si segnalano arresti, c'è un periodo culminante in cui i fascisti e i tedeschi si scatenarono. È quello compreso tra il 10 e il 15 del mese, in particolare il giorno 11 fu cruciale per gli operai monzesi che lavoravano alla Falck soprattutto e alla Breda; ne furono incarcerati undici. Poi il giorno 14 con nove catturati di cui ben sette della Breda; sembrano retate pianificate a secondo degli stabilimenti di appartenenza, in quanto in ogni giorno prevalgono operai provenienti dalla stessa fabbrica. Anche il 10 marzo, ad esempio, dei tre arrestati due sono della Innocenti.

In definitiva, dunque, 170 famiglie in Brianza persero un uomo, senza sapere dove era finito ed ignorando, fino a poco dopo la fine della guerra, che era morto e come era morto.

I sopravvissuti, in molti, fecero il loro dovere di testimonianza che permise di scoprire quegli orrori". (da “La Resistenza in Brianza 1943-1945” di Pietro Arienti)

 

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Carlotta Molgora, staffetta partigiana

6 Mars 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Carlotta Molgora, socia onoraria dell’ANPI ci ha lasciati.

Nel 2015, in occasione del 70° della Liberazione aveva ottenuto un riconoscimento dall’ANPI nazionale e lo scorso anno la medaglia della Liberazione dal ministero della Difesa.

Carlotta durante la Resistenza era stata una staffetta partigiana. Di seguito, la sua storia.

I funerali avranno luogo domani 7 marzo 2017 alle ore 14 presso la Casa di Riposo Agostoni di Lissone.

medaglia della Liberazione

Sabato 11 giugno, a Carlotta Molgora, con una breve cerimonia presso la Casa di riposo dove ora si trova, è stata consegnata da Pierangelo Stucchi, segretario della nostra Sezione, e dal Sindaco di Lissone, Concettina Monguzzi, la medaglia della LIBERAZIONE.

consegna della medaglia della Liberazione a Carlotta Molgora
consegna della medaglia della Liberazione a Carlotta Molgora
consegna della medaglia della Liberazione a Carlotta Molgora
consegna della medaglia della Liberazione a Carlotta Molgora
consegna della medaglia della Liberazione a Carlotta Molgora
consegna della medaglia della Liberazione a Carlotta Molgora
consegna della medaglia della Liberazione a Carlotta Molgora
consegna della medaglia della Liberazione a Carlotta Molgora
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consegna della medaglia della Liberazione a Carlotta Molgora

Nella foto: Carlotta Molgora (a sinistra) un 25 aprile

La storia di Carlotta Molgora

Carlotta, classe 1920, ex operaia in una grossa azienda monzese. Abitante a Lissone, suo paese natio, è figlia di un oppositore del regime fascista fin dagli inizi. Il padre, ferroviere, di idee comuniste, considerato un sovversivo dai fascisti locali, viene sottoposto più volte a maltrattamenti e a veri e propri pestaggi. Decide allora di chiedere un trasferimento. Gli viene assegnata una nuova sede di lavoro, una località nei pressi di Vipiteno, in Alto Adige, dove si trasferisce con la moglie e le due figlie di otto e sei anni. Qui la famiglia riesce a vivere in modo più tranquillo anche se in mezzo ad una comunità prevalentemente di lingua tedesca. Bambina vivace, frequenta le scuole elementari con un buon profitto. Rimane in quel paesino, godendosi le bellezze naturali che lo circondano, per quattro anni. Il padre, colpito da una malattia incurabile, deve riportare la famiglia a Lissone perché costretto a sottoporsi a cure specialistiche presso un ospedale di Milano.

A tredici anni Carlotta rimane orfana di padre. Inizia subito a lavorare per aiutare la madre nel sostentamento della famiglia. In questo periodo uno zio, antifascista di Merate, viene ucciso dai fascisti ed il piccolo cugino, rimasto ferito nell’agguato, perde un occhio.

Crescendo conosce alcuni oppositori al regime fascista della nostra città; alcuni sono gli amici di suo padre, altri sono suoi coetanei. Nell’ambiente di lavoro viene a contatto con membri della Resistenza monzese, tra i quali Enrico Farè, zio di Eugenia Farè (che sarà preside della scuola media di Lissone, a lei poi intitolata), Gianni Citterio, nome di battaglia Redi, avvocato, uomo colto e affabile, ucciso all’età di 35 anni il 18 febbraio 1944 dai tedeschi nella battaglia di Megolo in Val d’Ossola.

Carlotta diventa così una staffetta partigiana. Il suo compito principale è quella di postina: porta ai membri della Resistenza monzese le comunicazioni per gli incontri clandestini, diversi dei quali si svolgono in un locale del vecchio ospedale di Monza. In altri momenti diventa vivandiera di partigiani nascosti in casolari nella campagna nei dintorni di Lissone. È amica dei 4 partigiani lissonesi uccisi il 16 e il 17 Giugno 1944, in particolare di Carlo Parravicini e Remo Chiusi.

Nell’aprile 1945, forse in seguito a una delazione, viene fermata da alcuni repubblichini presso la chiesa dei Frati di Monza, al ritorno di una missione di postina. Con i mitra spianati e puntati contro di lei, le sequestrano la bicicletta e la portano alla caserma San Paolo nel centro di Monza, dove viene picchiata da alcuni giovani appartenenti alla Guardia Nazionale Repubblicana. Si ritrova agli arresti con altri ventidue tra uomini e donne.

Le guardie più anziane stanno abbandonando la caserma; rimangono i più fanatici che imbracciano mitra. Il momento è critico. Rimane in balìa dei fascisti per due giorni.

È il 25 Aprile del 1945. La situazione sta ormai precipitando: Mussolini, dopo essersi recato in arcivescovado a Milano, per trattare la sua resa con i partigiani, decide di tentare, ma inutilmente, la fuga verso la Svizzera.

I partigiani monzesi danno l’assalto alla caserma dai tetti delle case circostanti, così Carlotta viene liberata.

Nel 1946, nel referendum per la scelta tra la monarchia e la repubblica (la prima volta che le donne votano in Italia), fa la scrutatrice in un seggio elettorale presso le scuole di via Aliprandi, guardata con una certa curiosità dalle donne lissonesi.

Da allora è sempre stata presente alle celebrazioni del 25 aprile.

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