Sito dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia - Sezione "Emilio Diligenti"
Art. 3. della Costituzione Italiana
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Non dimenticate
Vi chiedo una sola cosa: se sopravvivete a questa epoca non dimenticate. Non dimenticate né i buoni né i cattivi. Raccogliete con
pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi. Un bel giorno oggi sarà il passato e si parlerà di una grande epoca e degli
eroi anonimi che hanno creato la storia. Vorrei che tutti sapessero che non esistono eroi anonimi. Erano persone, con un nome, un volto, desideri e speranze, e il dolore dell 'ultimo fra gli
ultimi non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà. Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone che abbiate conosciuto, come membri
della vostra famiglia, come voi stessi. Julius Fucik eroe
e dirigente della Resistenza cecoslovacca, impiccato a Berlino
l’8
settembre 1943
dedicata ai 15 Lissonesi morti per la libertà
Che cosa ci offri, o Storia,
dalle tue gialle pagine?
Noi eravamo gente oscura,
uomini delle fabbriche e degli uffici.
Eravamo contadini con addosso
puzza di cipolla e di sudore
e sotto i baffi spioventi
imprecavamo contro la vita.
Ci sarà almeno riconosciuto
d’averti saziata d’eventi
e abbeverata con abbondanza
nel sangue di migliaia di morti?
Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,
le nostre immagini mai giungeranno
sino ai tuoi massicci volumi
accumulati nei secoli.
Ma tu almeno racconta con parole semplici
alle genti di domani,
destinate a darci il cambio,
che valorosamente abbiamo lottato.
Nicola Vapzarov (poeta bulgaro, membro della Resistenza contro l’occupazione nazista del suo Paese, fucilato all’età di 33 anni il 23 luglio del 1942)
Il senso della Storia è capire, cercare, trovare, documentare, spiegare …

“Fino a quando queste storie sono raccontate alle generazioni future ci sarà memoria. Se
il filo si spezza si perde la conoscenza del passato, non si comprende il presente e non si potrà vivere il futuro”.
“Noi, - diceva Emilio Diligenti, partigiano, sindacalista, amministratore (alla sua memoria abbiamo intitolato la nostra Sezione lissonese dell’A.N.P.I.) - crediamo che il grande concetto di partecipazione, che fu alla base della Resistenza sia il fondamento della nostra civiltà. Lo è per noi certamente ma ai giovani bisogna cominciare da capo a insegnarglielo. Dobbiamo studiare ancora la nostra storia, bisogna aggiornarla con le nuove esperienze e far capire che l'antifascismo non può essere un fatto di noi partigiani, dei combattenti per la libertà. L’antifascismo, come la democrazia, sono un fatto di civiltà, di libertà, di dignità da diffondere. Occorre in ogni modo prendere precisa coscienza di quella che è stata la tormentata storia d'Italia nella prima metà del 20° secolo, per risolvere positivamente il rapporto fascismo-antifascismo, portando a compimento quella rivoluzione democratica che sola potrà eliminare per sempre dalla società italiana ogni radice di fascismo”.
LA COSTITUZIONE ITALIANA
PRINCIPI FONDAMENTALI
Art. 1.
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Art. 2.
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art. 3.
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Art. 4.
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Art. 5.
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.
Art. 6.
La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.
Art. 7.
Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.
Art. 8.
Tutte le confessioni religiose sono egualmente
libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla
cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.
Art. 9.
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Art. 10.
L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici.
Art. 11.
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
Art. 12
La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.
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Italia: dal luglio 1943 ad aprile 1945 sono circa 9.500 le
persone perite in stragi nazifasciste, prive di una effettiva pericolosità militare e quasi tutte immuni da colpe effettive.
Civili inermi e abbandonati
Le vicende della popolazione civile con i suoi travagli e la sua esposizione sul fronte di guerra, hanno inizio ancor prima dell'occupazione nazifascista e contribuiscono a segnare quelle svolte e a preparare quelle reazioni che trovano espressione compiuta nei giorni dell'insurrezione. Nella guerra totale, senza fronti delimitati, la popolazione civile è inconsapevolmentc collocata in una scomoda prima linea alla quale non è prepara ta né materialmente né psicologicamente. I civili non soggetti alla ferma militare (in larga maggioranza si tratta di donne, ragazzi, bambini, anziani), sono quasi sempre impreparati ad una qualsiasi prospettiva di morte sia subita che recata e raramente possiedono armi per difendersi (sempre che siano disposti a usarle). Il militare che combatte vede un fine nella morte del nemico ed è educato a credere che ci sia uno scopo anche nella propria morte; il civile è del tutto estraneo a quest'ordine di idee e vive la morte delle persone care nelle chiavi dell'inutilità e dell'inesplicabilità che portano ad amplificare il sentimento di dolore.
Nel corso di cinque anni di guerra, anche per le donne e gli anziani, la prospettiva della morte è cambiata; si fa l'abitudine alla vista dei corpi senza vita, ma non muta quel sentimento di rabbioso dolore.(che rimanda alla vacuità della morte di un civile cagionata da militari) di fronte alla morte vio. lenta dei propri familiari. Per questo straripamento indistinto dei confini del fronte, sui caduti della seconda guerra mondiale scompare quella particolare costruzione di eroismo, sacralità e perpetua giovinezza che aveva ac. compagnato le morti dei caduti nella Grande guerra. Il fronte totale e le morti dei civili, che per la prima volta, con la seconda guerra mondiale, superano quelle dei militari, fanno rimbalzare sulla sfera pubblica il peso e il rifiuto dei lutti che si protrae anche nei decenni a venire.Complessivamente, tra civili e militari, le vittime della seconda conflagrazione mondiale arrivano a sfiorare i 50 milioni.
La popolazione subisce la violenza indipendentemente dalle sue prese di posizione. Bombardamenti, uccisioni, deportazioni, eccidi sono parte di quella grande macchia sulla quale si è riversato il sangue delle popolazioni civili, italiane ed europee. Questi fenomeni, assieme all'esperienza dello sfollamento, marcano le vicende delle popolazioni civili (e militari) lasciando su queste un segno profondo. Apatia e distacco dal fascismo convivono in percorsi non scontati, passibili di ulteriori mutamenti; certamente i bombardamenti hanno il potere, per le concatenanti reazioni collettive che producono, di cambiare la maniera di esistere e di pensare. Il peso del conflitto sulla popolazione orienta le forze degli individui nella dimensione della sopravvivenza. L'incombenza del pericolo di morte può indurre a istintive reazioni di apatia verso le parti in lotta: «O tedeschi o inglesi per noi è lo stesso, purché finiscano presto questi tormenti, questo lento morire, questa continua ansia mortale».
I bombardamenti, le privazioni e i razionamenti rientrano ancora all'interno di una guerra convenzionale e di conquista. Chi bombarda ha una responsabilità, ma resta anonimo; i nazisti che deportano e uccidono esercitano una violenza diretta e per questo ancora più traumatica: si vedono in faccia, sono vicinissimi. È un destino che si abbatte senza. preavviso, si può uscire di casa e venire rastrellati per essere inviati in un lager perché «la deportazione risulta non un evento eccezionale ma possibile della guerra, un rischio diffuso». Durante il conflitto sono oltre 40.000 gli italiani deportati dopo l'8 settembre nei lager nazisti. Tra questi sono inclusi gli 8.566 cittadini deportati dall'Italia o dalle colonie perché ebrei. Su questi ultimi incombe un destino di morte: l'88% perde la vita nei lager. Alla massa dei deportati vanno aggiunti i circa 730.000 militari dell'esercito italiano internati dai tedeschi. Complessivamente, Fra militari e civili, si stimano in oltre 50.000 gli individui italiani scomparsi nella galassia concentrazionaria.
La soppressione del civile inerme ad opera del militare nazista (o nazifascista) configura la
dimensione piu alta del livello di violenza inferto sulla popolazione. È caratteristica delle guerre moderne l'incapacità di controllare l'erogazione del potenziale bellico, tanto che il confine
tra militari e civili tende sempre piu a sfumare, ma il civile colpito da un bombardamento può, in diverse circostanze, passare come un evento accidentale é occasionale mentre l'uccisione di un
civile senz'armi, abbattuto viso a viso da un militare, assume, inequivocabilmente, i connotati di un intervento deliberato. Nei confronti delle popolazioni italiane i nazisti attuano la
strategia deI terrore, capace di sconfinare rapidamente in ripetuti massacri. I nazisti, rispetto a quanto accade nell'Europa dell'Est, non compiono una metodica guerra di annientamento nei
confronti dei civili, ciononostante alcune stragi - in primis quella di Marzabotto - ne richiamano i metodi e il risultato d'insieme dell' occupazione nazista è un lungo disseminarsi di eccidi
avvenuti per le piu diverse (spesso anche incoerenti) ragioni. La prima strage nazista è compiuta a Castiglione di Sicilia il 12 agosto 1943 e colpisce la popolazione dell'alleato esercito
italiano; un numero decisamente basso di eccidi matura per rappresaglia in risposta a un precedente attentato; tale è - ad esempio -la strage del 29 giugno 1944 avvenuta a Civitella in provincia
d'Arezzo. Esiste un numero significativo di eccidi che pua essere collocato come ritirata aggressiva (è il casa di alcune stragi nell'Italia centrale e di diverse nell'aprile del 1945, tipico
esempio quella di Grugliasco nel torinese del 30 aprile 1945). ln questo caso si assiste a rabbiosi sfoghi di violenza instillati da una coazione ad uccidere insita nell'indottrinamento nazista
delle truppe. Ci sono stragi compiute contro i civili eseguite per «ripulire il territorio» dalle formazioni partigiane e da chi offre a queste aiuti e basi;
è il caso dell'eccidio di Marzabotto (29 settembre-5 ottobre 1944), che, come
altri massacri, non solo si è rivelato strategicamente inutile, ma è stato eseguito in maniera indiscriminata, al di fuori di ogni ragione bellica, come testimonia l'uccisione di 216 bambini,
neonati inclusi. La propaganda nazifascista si muove per attribuire la responsabilità morale degli eccidi ai partigiani che vengono indicati come la causa del propagarsi della violenza contro i
civili. ln questo modo la pratica della strage vuole essere lo strumento, allo stesso tempo brutale e sottile, per spingere la popolazione a mutare il suo atteggiamento di prevalente complicità
con la Resistenza, in un nuovo atteggiamento di totale ostilità verso i partigiani.
Nella pratica della violenza attuata da nazisti e fascisti si scorgono importanti risvoIti
psicologici connessi all'ideologia. Ad esempio: per lungo tempo c'è stato il mancato riconoscimento del nemico partigiano - visto solo nella veste di bandito - e ciò ha pradotto l'effetto
distorto di vedere nella popolazione civile un potenziale nemico. ln questo modo si muove una contraddizione di fondo tra giustificazione, azione e fini nella condotta nazifascista, che vorrebbe
dimostrare che senza partigiani non ci sarebbe violenza, non fosse che l'esecuzione di numerose stragi (tra le altre Castiglione di Sicilia, Bellona, Caiazzo e in larga misura quasi tutte quelle
compiute al Sud) ha palesemente provato che l'eccidio prescinde dalla presenza partigiana. Ciò significa che gli stessi civili sono assoggettati al nemico a causa della frequente incapacità
dell'esercito straniero e occupante di rapportarsi con la popolazione. Dentro a questo percorso, mentale e materiale, si coglie la ragione che alimenta la violenza nazifascista. Certamente ai
nazisti e ai fascisti costa riconoscere il fronte partigiano, soprattutto per quello che i partigiani rappresentano: un'altra autorità, un'altra legittimità, altri valori.Ecco la ragione di fondo
celata dietro l'ufficiale disprezzo dei militari di carriera per i gruppi irregolari partigiani che quasi mai si vedono, ma che comunque riescono a colpire. Gli attentati e i sabotaggi subiti
sono opera di indistinti banditi, il nemico in quanto tale non esiste, ma cià crea la logica isterica del «nessun nemico tutti nemici» che convive con l'inclinazione all’ esecuzione
indiscriminata e sistematica di una violenza che puà sfociare nell' eccidio. L'abitudine alla violenza finisce poi per sovrastare scopi e motivi, cosicché l'esplosione della violenza puà avvenire
in modo gratuito e del tutto casuale. Alla negazione del nemico si aggiungono le precise disposizioni emanate, nel luglio 1944, dal comandante delle
truppe tedesche in Italia Albert Kesselring che consentono il piu largo uso della violenza anche contro i civili, disposizioni comuni anche alla condotta di occupazione fascista in Jugoslavia
e che seguono una pratica già in atto.
Monumento a ricordo della strage di Sant'Anna di Stazzema
Forse non è un caso che, nel corso del successivo mese di agosto, si compiano in Italia almeno 25 eccidi di significative proporzioni facendo entrare la violenza nazista nella sua fase piu
intensa. La linea della guerra ai civili è sostenuta senza remore anche dal ministro degli Interni della Rsi Guido Buffarini Guidi il quale, in un
rapporto inviato ai prefetti delle province piemontesi, scrive che «la popolazione civile nella sua più ampia maggioranza favorisce i banditi e quindi tutta può e deve pagare».
Le vittime degli eccidi
L'esperienza piu traumatizzante per chi vi ha assistito ed è sopravvissuto è senz'aItro quella degli eccidi, di solito attuati nelle pubbliche vie. Sono proprio i civili, in larghissima maggioranza, le vittime di eccidi, persone segnate dalla sventura di trovarsi, non volendolo, in pieno fronte e quasi sempre disarmati. Le donne, gli anziani e i bambini sono le categorie piu deboli; su di lora la violenza puà essere esercitata con minori rischi e su di loro infieriscono impietosamente i nazifascisti tant'è che quasi due terzi dei deceduti nelle stragi nazifasciste appartengono a queste categorie.
Esiste una fitta geografia di eccidi ed uccisioni (con esclusione degli scontri armati). A partire dagli episodi nei quali sono morte più di 7 persone, sono stati individuati in Italia oltre 400 casi di eccidi di civili e di partigiani, con una fitta concentrazione nel Centra-Nord della Penisola. Toscana ed Emilia Romagna sono le regioni che hanno avuto il maggior numero di località teatro di eccidi, eventi che si verifichino soprattutto in quei centri situati in prassimità della Linea Gotica. Il Sud, ad eccezione di alcune aree comprese tra il barese e il foggiano e tra.Napoli e Caserta, resta quasi immune da questa calamità. Nel Nord: Piemonte, Friuli, Istria, Veneto e in particolare nell'area vicentina, risultano tra le regioni piu colpite. Complessivamente sono state stimate in circa 10.000 le vittime civili di stragi e massacri, ma il loro numero - anche sulla base della tabella seguente che non include le numerose circostanz,e dove i caduti sono inferiori al numero di 7 -, deve ritenersi senz'altra superiore. La ricostruzione qui praposta e ancora incompleta delle principali stragi italiane, si è soffermata principalmente sugli eccidi contro i civili. ln diverse circostanze, a perire assieme alla popolazione ci sono anche i partigiani. Complessivamel'lte sono state censite 285 stragi che hanno colpito, 9903 persone. ln questo elenco sono state inserite soltanto alcune delle stragi piu note e sanguinose che hanno colpito i combattenti della Resistenza. Nel nostra computo la categoria di civili include senz'altra ebrei e religiosi mentre, in assenza di ulteriori specificazioni, appare difficile stabilire se le vittime rientrino tra i caduti civili o partigiani quando le fonti indicano denominazioni onnicomprensive come quelle di «detenuti antifascisti» o di «renitenti alla leva».
In base alle indicazioni disponibili, per scindere i ruoli delle persone perite, si può avanzare soltanto una stima approssimativa che include 244 caduti partigiani (cifra in netto difetto perché in numerose stragi di civili sono segnalati caduti partigiani senza che però ne sia riportato il numero), 50 militari (fra questi: forze dell'ordine, vigili urbani, circa 30 disertori tedeschi e 2 soldati alleati). Altro aspetto di non facile soluzione si incontra quando i caduti sono indicati come «patrioti», cioè fiancheggiatori del movimento di Resistenza. Nel caso dei detenuti antifascisti questi individui periscono disarmati di fronte al nemico e spesso, in analoga condizione, si trovano i renitenti alla leva. Si può arrivare a ritenere che possano essere circa 9.500 le persone, perite in queste stragi, prive di una effettiva pericolosità militare e quasi tutte immuni da colpe effettive.
da “La lunga liberazione” di Mirco Dondi - Editori Riuniti/l’Unità - aprile 2008