Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Brigate nere e SS italiane

1 Mars 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Nell'estate del 1944 mancavano circa dieci mesi alla conclu­sione della seconda guerra mondiale. Americani, inglesi, canadesi e francesi erano sbarcati, con superiorità schiacciante, in Normandia, i russi si trovavano ai confini della Prussia Orientale e dell'Ungheria e, in Italia, Winston Churchill, seduto su una panca accanto al gen. Ale­xander, osservava il territorio ancora da conquistare al di là della Linea Gotica, che correva da La Spezia a Pesaro.

La superiorità alleata era schiacciante, soprattutto in morale. Quegli uomini lanciati contro il colosso nazista erano soldati giovani, preparati e intelligenti, eguagliavano i tedeschi per carattere e capacità.

Pavolini, segretario del Partito Fascista Repubblicano, dopo aver convinto il Duce, si accinse a militarizzare il partito. I volonta­ri che accolsero il suo appello di formare un corpo ideologizzato furono, invece, salvo eccezioni, gruppi raccogliticci, con ragazzi di tredici anni e vecchietti di settanta, che credevano ancora in un mitico squadrismo da Anni Venti, quando la semplice massa, alcuni autocarri, i manganelli e un po' di bottiglie d'olio di ricino poterono decidere il destino d'uno Stato. Ecco: l'ultimo fascismo nacque così, all'insegna di un'incredibile illusione, e storica­mente era già battuto.

 

Pavolini vuole solo elementi di fede indiscussa, che vadano a combattere i partigiani, che stanino i traditori, che facciano i cani da guardia del fascismo con la massima intransigenza. Il 26 giugno 1944, il duce firma un decreto: con esso si istituisce il Corpo ausiliario delle squadre d'azione delle Camicie nere, il segretario del partito ne prenderà il comando. Le federazioni fasciste assumeranno il nome di Brigate nere del Corpo ausiliario, dandosi il nome di un caduto per la causa fascista e i commissari federali la carica di comandanti di brigata. Ne faranno parte i volontari iscritti al partito con età compresa fra i 18 e i 60 anni. Nel testo del decreto, si dice che il corpo sarà impiegato per la difesa dell'ordine nella Repubblica Sociale Italiana sia per la lotta contro i ribelli, mentre non sarà impiegato per requisizioni, arresti o altri compiti di polizia. Questa disposizione fu presto disattesa, perché le brigate nere compiranno tanti di quei furti e di quegli arresti, da provocare a volte perfino l'intervento dei tedeschi che ne chiederanno lo scioglimento.

La funzione delle Brigate nere rimane allora la funzione territoriale, poliziesca nelle città, dove diventano il bersaglio dell'odio popolare, perché sono loro che nei luoghi pubblici e nelle abitazioni rastrellano i renitenti, i disertori e i parenti dei partigiani trasferitisi in montagna. Sono loro che s'impadroniscono nei negozi, nei magazzini e nelle fabbriche di tanta merce con la scusa di combattere il mercato nero e gli imboscamenti. Molti sono noti sfaccendati, piccoli criminali o ex-impiegati delle federazioni che non rinunciano così ai propri privilegi.

 
undefinedPavolini (a destra) e Costa (al centro)

La Brigata nera Aldo Resega

La Brianza fu interessata dall'azione di due brigate nere, essendo composta dal territorio di due province. In quello milanese agì l'VIII Brigata nera Aldo Resega, comandata dal maggiore Vincenzo Costa, quest'ultimo, subentrato come federale di Milano a Boattini, successore del defunto Resega. La brigata nera di Costa, presta giuramento il 25 luglio 1944 sul sagrato della Basilica di S. Lorenzo e stabilisce il comando in via Zecca Vecchia. Sarà la brigata nera più forte e numerosa della RSI. Si doterà anche di un giornale proprio, grossolano nello stile di scrittura, dove si sprecano promesse di manganellature e sonore punizioni per tutti. S'intitola semplicemente Brigata nera “Aldo Resega", ma il motto in dialetto milanese sotto la testata è grottesco: Forsa bagai ... alegher, fidigh san per la gloria d'Italia e de Milan.

I principali centri brianzoli furono sede di plotoni e presidi della formazione repubblichina. Il comandante in capo Alessandro Pavolini, suggellerà i comuni intenti delle brigate nere lombarde, tenendo rapporto ai loro comandanti il 16 ottobre 1944 a Monza.

Una delle azioni che questi fascisti misero in atto, e che aumentò l'avversione della popolazione verso di loro, furono i rastrellamenti, retate che avevano come obiettivo la cattura di renitenti e disertori. Ma diverse di queste spedizioni, furono trasformate dalle brigate nere in occasioni per razziare beni e soprattutto generi alimentari, spacciandole per azioni repressive contro il mercato nero e l'accaparramento, funzioni che, tra l'altro, non erano di loro competenza. Questo denota ancora una volta, quali erano le mire di certe polizie autonome fasciste e come si disinteressassero della cura del loro rapporto con la gente comune. Agli occhi dei brigatisti, la Brianza si presentava come una zona di opulenza dal punto di vista alimentare. Così diverse cittadine di questa zona, subirono dei veri e propri saccheggi.

Diverse sono le segnalazioni di soprusi commessi dagli stessi presidi presenti in Brianza.

È una situazione ormai degenerata che i poteri centrali della RSI non controllano più, se mai l'hanno controllata. E più la fine si avvicina, più i componenti di queste polizie aumentano la loro attività illegale, nel tentativo di crearsi la propria personale base di sostentamento o, addirittura, di ricchezza, da trasferire poi con un acrobatico trasformismo, nella nuova società post-fascista.

Con l'ascesa di queste forze così vicine ai nazisti e al fascismo più ideologizzato ed intollerante, si registra la decadenza della Guardia Nazionale Repubblicana, che ha puntato tutto sulla quantità, sul reclutamento senza andare troppo per il sottile che ne ha minato la struttura ed ha aperto voragini nelle sue fila con le diserzioni. 
Della Brigata nera Aldo Resega faceva parte anche il lissonese Gislon Fausto.

 

undefinedLegione Muti

Un'altra delle numerose polizie, nate durante la RSI con il fine di sorreggere il fascismo più intransigente, ma anche con lo scopo di guadagnare potere e soldi, fu la Legione Muti.

L'ex-caporale del regio esercito Franco Colombo, radunò attorno a sé, dopo l'8 settembre, un aggregato di fanatici e pregiudicati, che presto ottenne il favore dei tedeschi, appoggi altolocati nella RSI e il timore e il disprezzo della gente. Pose la base in via Rovello a Milano, negli edifici ora riscattati al genere umano dal Piccolo Teatro. Agirono con tale spregio di ogni regola che lo stesso federale di Milano, Aldo Resega, che di lì a poco sarà abbattuto dai partigiani, tentò invano di far sciogliere il malfamato reparto. Il comando della Muti appare però inattaccabile; riesce ad ottenere dal Ministero degli interni nella primavera del '44 la trasformazione formale in Legione autonoma Ettore Muti. Quel termine autonoma, i mutini lo interpreteranno a modo loro, cioè come possibilità di fare quello che vogliono.

Nell'elenco degli arruolati della Muti, riportato da Ricciotti Lazzero nel suo volume Le Brigate nere, figurano numerosi brianzoli, esattamente 64, provenienti per la metà dalle città di Monza e Lissone. Di questi arruolati, 30 hanno un'età compresa tra i 14 e i 17 anni.

 Arditi della Legione Autonoma Mobile “Ettore Muti” di Monza e circondario:

 Arosio Emilio (Muggiò), Arosio Felice (Lissone), Arosio Mario (Lissone), Biella Oreste (Monza), Bisesti Cesare (Monza), Calderini  Cesare (Monza), Calloni Luigi (Lissone), Cazzaniga Giuseppe (Lissone), Cereda Franco (Monza), Colombo Antonio (Monza), Comi Arcangelo (Lissone), De Molinari Luigi (Monza), Erba Pietro (Monza), Farina Paolo (Monza), Galbiati Giordano (Monza), Galimberti Bruno (Lissone), Garibaldi Angelo (Monza), Gatti Erino (Lissone), Graglia Michele (Monza), Lucarelli Michele (Desio), Mantegazza Pietro (Monza), Montrasio Angelo (Monza), Montrasio Osvaldo (Monza), Nobile Arturo (Monza), Nunzi Santino (Lissone), Piazza Francesco (Monza), Radice Sandro (Desio), Rigamonti Osvaldo (Monza), Tieghi Galliano (Monza),Villa Giorgio (Monza).

Il re Vittorio Emanuele III, accusato dai fascisti del tradimento del 25 luglio, scomparve dai documenti ufficiali e addirittura dalla piazza principale di Lissone che dal 3 marzo 1944 verrà intitolata ad Ettore Muti. Nella piazza, presso il palazzo Mussi tra il febbraio e il marzo del 1944 troverà alloggio anche il comando antiaereo tedesco che, con i militi della GNR alloggiati nei locali di palazzo Magatti (N.d.R. il vecchio municipio) in via Garibaldi,· garantiva un controllo più capillare del paese volto in particolar modo a contrastare la Resistenza. La locale sezione della GNR, dipendente dal comando di Desio, verrà soppressa nel novembre 1944; al suo posto resterà sino agli ultimi giorni di guerra un distaccamento delle Brigate nere.

Compiti affidati alla Legione: 

1.    Lotta anti-partigiana.

2.    Repressione di ogni tentativo di movimento antinazionale o comun­que diretto a sabotare l'opera del Governo repubblicano (scioperi, at­tentati, propaganda sovversiva, ecc.).

3.    Impiego immediato contro eventuali nuclei di paracadutisti.

4.    Impiego immediato per fronteggiare eventuali sommosse popolari.

5.    Eventuali compiti a seconda dell'emergenza del momento e sempre dietro ordine del Capo della Provincia (sorveglianza conferimento ammassi, protezione lavori di trebbiatura, servizio di presidio ad enti statali, scorta convogli di carattere militare).

Forza della Legione (permanenti):

Ufficiali 69; sottufficiali 89; graduati 44; arditi 1306. Totale 1.508.

Ufficiali superiori:

colonnello Franco Colombo, comandante, ten.col. Ampelio Spadoni, di Romano Lombardo (Bergamo), vice-comandante

ten. col. "Luciano Folli, di Lodi,

maggiore" Alessandro Bongi, di Milano,

maggiore Bruno DeStefani, di Milano

 

Dal libro di Ricciotti Lazzero “Le brigate nere” Rizzoli 1983

Fonte: Archivio di Stato - Como - Prefettura 122. L'elenco venne preparato, assieme a quello di tutti gli organi di polizie speciali della RSI in servizio al 25 aprile 1945, dalla Presidenza del Consiglio e trasmesso in plico sigillato, nell'agosto 1945, ai Prefetti ed ai Questori, in copie strettamente personali.

Poco prima della fine, il 9 marzo 1945, la "Muti" effettuò un rastrellamento in Val Cannobina, lungo la strada che da Cannobio (Lago Maggiore) porta a Domodossola. Nove partigiani garibaldini dell’85.ma Brigata furono costretti ad ingoiare ricci di castagne, poi evirati e sventrati a baionettate. L'11 marzo la "Muti" continuò il rastrellamento ad Armeno. (Guerriglia dell’'Ossola, Feltrinelli, Milano, pag.101).

 

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SS italiane

In quasi tutti i paesi da loro occupati, i tedeschi avevano formato con i residenti dei reparti militari che avevano inserito a vario titolo nel proprio esercito; fra questi, spiccavano i battaglioni delle SS. Anche in Italia, ormai paese satellite, si percorse questa strada, anzi lo stesso Mussolini, sempre preoccupato di non perdere considerazione presso il Fuhrer, chiese la formazione di reparti di SS italiane già il 24 settembre 1943. Gli arruolati vengono addestrati a Munsingen, credono di andare a combattere inglesi e americani al fronte, ma Himmler e Wolff hanno stabilito che questi reparti debbano essere utilizzati per compiti di polizia, di ordine pubblico e di lotta antipartigiana. Gli vengono fornite le divise rabberciate dell'ex-esercito italiano ma, cosa determinante, con le mostrine rosse come le vere SS. A novembre avviene il rimpatrio, con la prima emorragia di soldati che scappano verso le loro case o la macchia. Malgrado ciò si costituiscono tredici battaglioni, sistemati nell'alta Italia, al comando di un generale tedesco alle dipendenze dirette di Wolff. Né Mussolini e né Graziani avranno mai potere su questi reparti, che giureranno non a loro ma a Hitler.

I componenti delle SS italiane copiano i loro maestri tedeschi e vogliono superarli, nei paesi dove eseguono i rastrellamenti dilaga il terrore.
 

Anche la Brianza ebbe le sue Ville Tristi, a partire dalla Villa Reale di Monza fino ad andare ai vari presidi delle brigate nere sparsi sul territorio. Per chi ancora abbia bisogno di rendersi conto di cosa fu il fascismo repubblichino, una  testimonianza di Antonio Gambacorti Passerini, antifascista socialista monzese, che sperimentò la terribile esperienza della tortura:

“Fra i tanti supplizi subiti, ricordo uno messo in pratica da un certo Bussolin: le due mani legate, le ginocchia fatte sporgere per la forte flessione degli arti sul tronco al di sopra dei gomiti e fissate da un manico di scopa che passava al di sopra dei gomiti e al di sotto delle ginocchia; così ridotto un uomo non può in alcun modo difendersi e nemmeno riparare con parti più resistenti zone più delicate del proprio corpo. Così ridotto ad una palla, venivo colpito disordinatamente dai miei carnefici con calci, pugni, colpi di frusta e bastonature ... Ma non parlai; e così quando il Gatti mi disse "Ti fucilerei domani mattina", il Bussolin urlò "Ma intanto ha vinto lui! Non ha parlato, a quest'ora i suoi compagni ormai già sapranno della sua cattura e si saranno messi in salvo! No! Prima di morire deve parlare”.

Antonio Gambacorti Passerini,
uno dei protagonisti che parteciparono alle manifestazioni di giubilo per la caduta di Mussolini e nei 45 giorni che precedettero l’8 settembre 1943, fu impegnato per la riorganizzazione in senso democratico
  del comune di Monza che per oltre venti anni era stato guidato da un Podestà fascista. Questo suo aperto impegno a sostegno della cosa pubblica lo mise in evidenza, divenne una persona conosciuta ed alla prima occasione venne arrestato dai nazifascisti. Portato poi nel campo cosiddetto di “transito di Fossoli” in provincia di Modena, il 12 luglio 1944, per un atto di brutale e vigliacca rappresaglia, a cui erano barbaramente abituati i nazisti, venne portato al poligono di tiro di Cibeno, vicino a Carpi e fucilato assieme ad altri 66 antifascisti.

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