Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

L'attacco alla linea Gustav

22 Mars 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Quando la guerra è passata i bollettini militari non si occupano più dei paesi e delle città dove c'è stata la battaglia. Il fronte è più avanti. Tocca ai civili che ritornano fare l'inventario delle rovine. A volte resta molto poco. Sono paesi vecchi, quelli del Sud: due o tre salve d'artiglieria bastano per distruggerli. Mura decrepite, case povere. Inutile cercare fra le macerie: non si ritrova quasi nulla.

Tuttavia la vita riprende, anche quella politica. Alcune provincie, Bari, Brindisi, Taranto, Lecce, sono già rientrate sotto l'amministrazione italiana. Le altre rimangono sottoposte al controllo degli Alleati, che preparano il ritorno all'autogoverno locale. Si tratta di rimuovere le vecchie autorità, legate al fascismo, e sostituirle con persone che godano la fiducia popolare e non siano compromesse col passato regime. Il podestà viene rimosso e ricompare il sindaco.

Al Sud però l'atmosfera politica non era tranquilla.

L'ostinazione del re a restare sul trono provocava malumore negli stessi monarchici, che vedevano compromessa la loro causa, e irritazione negli antimonarchici che non distinguevano fra il re e l'istituzione e rifiutavano l'uno e l'altra.

Benedetto Croce non era diventato repubblicano. Ma considerava il re corresponsabile del fascismo e riteneva necessario il suo allontanamento.

Il conte Sforza invece era antimonarchico, tuttavia sarebbe stato disposto a collaborare col re su un piano decisamente antifascista. Il re non era chiaro su questo punto, e così tutti gli esponenti dell'antifascismo si rifiutarono di entrare nel governo Badoglio.

I rappresentanti dei Comitati di Liberazione Nazionale che il 28 e il 29 gennaio si riunirono, al teatro «Piccinni» di Bari, erano invece apertamente repubblicani. Accanto a Sforza e Croce parteciparono al congresso uomini politici d'ogni tendenza.

congresso Bari CLN 1944

C'erano il democristiano Rodinò, Zaniboni (l'attentatore di Mussolini che con Cianca presiedette i lavori), Spano per il Partito Comunista, il socialista Lizzadri giunto avventurosamente da Roma, Omodeo per il Partito d'Azione. Il governo di Brindisi, che non aveva potuto impedire il congresso, lo sottopose a un rigido controllo di polizia. Non voleva cedere il potere agli uomini che più legittimamente avrebbero rappresentato l'Italia democratica.

Al Congresso di Bari si chiese, in nome del popolo italiano, l'immediata abdicazione del re, vennero poste le premesse del futuro governo a base antifascista e si auspicò l’intensificazione della lotta contro i tedeschi a fianco degli Alleati.

atti del Congresso CLN Bari

La guerra non era lontana e si fece sentire anche a Sud. Proprio a Bari che era la grande base di rifornimento dell'VIII Armata, qualche settimana prima i tedeschi avevano sferrato un duro colpo. Una rapida incursione aerea sul porto: i danni furono enormi. 17 navi affondate, 1.000 uomini perduti. Ed enorme fu anche l'impressione nella gente che da settembre s'illudeva che la guerra fosse finita.

Sulle montagne, al fango era subentrata la neve. Proprio in questa stagione gli italiani cominciarono ad affluire al fronte numerosi. Per ora erano utilizzati nei servizi di retrovia. Era stato l'autunno più piovoso degli ultimi anni; s'annunciava un inverno rigidissimo. Gli Alleati non avevano immaginato che nel «paese del sole» facesse tanto freddo, ci fosse tanto ghiaccio.

I più sorpresi erano i marocchini mandati a raggiungere le posizioni in alta montagna sul fronte della V Armata. I soldati francesi, provenienti in gran parte dal Nord Africa, formavano un Corpo di spedizione al comando del generale Juin.

1944-Francesi-a-Cassino.jpg 1944-Alleati-marocchini-Cassino.jpg

Anche i polacchi affluivano al fronte, nel settore dell'VIII Armata. Avevano percorso migliaia di chilometri per arrivare, dai campi di prigionia della Russia, ad incontrarsi col nemico che da più di quattro anni occupava la loro patria. Erano pieni di ardore e di odio. Li comandava un eroe della guerra, il generale Wladyslaw Anders, e appena in linea ricevettero la visita del generale Oliver Leese che aveva sostituito Montgomery nel comando d'Armata.

Sul fronte adriatico, dopo lo sfondamento della «linea d'inverno» e l'occupazione di Lanciano e Ortona, l'offensiva alleata si era arrestata davanti ad Orsogna e al massiccio della Majella, e avrebbe ripreso soltanto in primavera. In un mese l'VIII Armata era riuscita ad avanzare oltre il Sangro appena pochi chilometri.

Infine i tedeschi erano arretrati ordinatamente sulla linea «Gustav», costruita in precedenza lungo i fiumi Rapido, Gari e Garigliano. Era una posizione fortemente organizzata e collegata ai lati con il preesistente sistema difensivo, che aveva come cardine Cassino con il colle del Monastero.

I soldati della V Armata potevano vederlo distintamente: alto, massiccio, bianco, il Monastero era lì, in cima alla collina che dominava l'accesso alla valle del Liri, da quindici secoli.

Intorno, appena fuori del sacro recinto, il monte brulicava di tedeschi, di fortini, trincee, armi da fuoco.

1943-44-linea-Gustav.jpg

Ecco la linea «Gustav» su cui Kesselring ha schierato il suo esercito. Dal quartier generale Hitler ha fatto giungere il suo ordine: «Il Führer chiede che ciascuno tenga la linea "Gustav" fino all'estremo e fa assegnamento sulla più accanita difesa di ogni metro di terreno ».

Gli americani sanno che il nemico sta osservando con mille occhi il lento strisciare delle loro Divisioni nel fondo della valle. È la vigilia della grande battaglia che durerà fino alla fine di maggio.

Il piano alleato per superare la linea «Gustav» e decidere della battaglia di Roma prevedeva lo sbarco ad Anzio di due Divisioni e di reparti d'assalto, allo scopo di sorprendere alle spalle il nemico e di puntare sulla via Appia e sulla Casilina tagliandogli possibilmente la ritirata. L'operazione doveva essere preceduta da un attacco della V Armata sulla linea «Gustav» per attirarvi il maggior numero di forze tedesche distogliendole così dalla testa di sbarco. L'offensiva ebbe inizio il 12 gennaio con attacchi del Corpo di spedizione francese a nord dello schieramento e, qualche giorno dopo, del X Corpo britannico a sud, presso la foce del Garigliano. Malgrado la violenza degli scontri i risultati furono scarsi. Al centro, lungo il basso corso del fiume Rapido, la sera del 20 gennaio il II Corpo americano doveva sferrare l'attacco principale.

L'azione fu affidata agli uomini della XXXVI Divisione, la Divisione «Texas». L'obiettivo, dall'altra parte del fiume, era il villaggio di Sant'Angelo.

Di sera, con un tempo nebbioso, i giovanotti del Texas si gettarono attraverso il Rapido sui loro fragili battelli mentre i tedeschi sparavano senza requie.

All'alba del 21 solo poche compagnie erano riuscite a passare il fiume. Si avanzava a sbalzi: per pochi metri di terreno conquistato cadevano decine di uomini.

Il 21 e il 22 gennaio furono giornate dure per i soldati rimasti al di là del Rapido. Poi i tedeschi contrattaccarono. I texani si difesero con le spalle alla corrente che portava via le loro speranze. Solo una quarantina di uomini tornarono sulla riva americana.

Più a destra, nella zona montagnosa, gli Alleati ebbero maggiore fortuna. Qui l'attacco fu sferrato insieme dal corpo di spedizione francese e dalla XXXIV Divisione americana. Si trattava di aggirare Montecassino e di conquistare l'Abbazia scendendo dall'alto.

Le fanterie francesi realizzarono nel nuovo attacco progressi molto modesti.

Anche gli americani incontrarono una resistenza accanita. Riuscirono tuttavia a gettare un ponte di barche sul Rapido a nord di Cassino e a costituire al di là piccole teste di ponte. La penetrazione entro le linee tedesche fu arrestata dal fuoco dei difensori e si limitò alla conquista del villaggio di Caira. La prima battaglia di Cassino volgeva alla fine. Per la prima volta da El Alamein i tedeschi avevano tenuto duro.

Mentre a Cassino i combattimenti infuriavano avveniva lo sbarco di Anzio.

1944-Anzio-sbarco-alleati.jpg

Erano i due momenti della stessa operazione. In quel modo la linea «Gustav» sarebbe stata presa come una noce fra le due morse di una tenaglia. La navigazione non fu disturbata. I tedeschi avevano mandato a Cassino tutte le riserve e non vigilavano le coste del Lazio.

Inglesi e americani presero terra sulle brevi spiagge ai lati della città. Calcolavano di dover combattere per impadronirsene. Ma Anzio e il suo porto caddero senza resistenza. In tutta la zona c'erano poche centinaia di tedeschi. Mai un'operazione era cominciata così favorevolmente.

1944 alleati in Anzio

Gli ordini erano di avanzare il più rapidamente possibile nell'interno perché la testa di ponte potesse vivere con i suoi mezzi, liberando la flotta per altri impieghi. Ma i capi sembravano perplessi, come se la mancata reazione tedesca li insospettisse. Invece di lanciare avanti le sue Divisioni, il generale Lucas si preoccupava soltanto di sbarcare sulle spiagge quanti più uomini e materiali fosse possibile, perdendo del tempo prezioso.

Al termine della prima giornata la testa di ponte era profonda otto chilometri, con gli americani a destra e gli inglesi a sinistra. I tedeschi ancora non si vedevano. La strada di Roma era aperta, sarebbe bastato approfittarne.

Quel grande concentramento di navi e di spiagge coperte di materiale erano un magnifico bersaglio per gli «Stukas». Hitler aveva ordinato personalmente il contrattacco. Aveva bisogno di un grande successo, e intravedeva la possibilità di ottenerlo.

Stukas in volo

Da tutte le parti i tedeschi facevano affluire i rinforzi: dall'alta Italia, dal fronte Adriatico, persino dalla «Gustav» e dal Garigliano. In tal modo, approfittando della lentezza e dei dubbi di Lucas, riuscirono a contenere la testa di sbarco. In pochi giorni gli Alleati ebbero di fronte un esercito di 70.000 uomini.

In quei giorni Alexander volle vedere con i suoi occhi i motivi del ritardo che minacciava di far fallire l'impresa. Non approvava la tattica di Lucas. Anche Clark, sebbene cercasse di scusare il comandante del corpo di sbarco, cominciava ad essere preoccupato, e lo invitò ad attaccare. Lucas non seppe fare di meglio che accumulare altro materiale sulla spiaggia esponendosi all'osservazione dei ricognitori tedeschi, a nuovi colpi e a nuove disavventure.

In questa circostanza i tedeschi misero in azione il più lungo cannone mai comparso in Italia. Si chiamava «Leopoldo»; gli Alleati lo avevano battezzato «Anzio Express». Dalla linea ferroviaria che correva ai piedi dei colli Albani i suoi colpi arrivavano fino al mare.

Compiuto il lavoro, prima che gli Alleati lo potessero individuare, veniva ritirato e nascosto in una galleria.

Era un mostro: costituiva da solo uno spettacolo di grande effetto, ma di scarsa utilità.

Finalmente il 30 gennaio Lucas si sentì in grado di sferrare l'offensiva. Mentre a sinistra gli inglesi puntavano sui colli Albani ma erano presto fermati, gli americani attaccarono verso Cisterna. La battaglia fu accanita.

Due battaglioni di «rangers» che si erano spinti troppo avanti vennero tagliati fuori e catturati in blocco. I tedeschi celebrarono vistosamente i loro successi. Era più di un anno che non facevano tanti prigionieri. Bisognava mostrarli: persuadere i romani, i quali attendevano l'arrivo degli Alleati, che la Germania era sempre la più forte. E così i prigionieri furono fatti sfilare per le vie di Roma prima di essere avviati ai campi di concentramento.

In realtà ad Anzio i tedeschi avevano ottenuto solo una vittoria tattica, pagandola molto cara. E quanto ai prigionieri il conto era almeno pari. Dopo gli ultimi scontri nemmeno le minacce di Hitler avrebbero potuto far avanzare di un metro i reparti sfiniti della Wehrmacht.

La spedizione che avrebbe dovuto risolvere il problema di Cassino, era fallita. Anche sul fronte di Anzio cominciava la guerra di posizione. Deluso, Churchill disse: «Avevo sperato di lanciare contro la terra ferma un gatto selvaggio e ora ci trovavamo sulla riva con una balena arenata ».

Fino a maggio il canale Mussolini, principale opera della tanto reclamizzata bonifica pontina, segnò il limite sud-occidentale della testa di ponte.

I colli Albani, l'obiettivo iniziale, sembravano a portata di mano come il primo giorno, ma per arrivarci sarebbero occorsi quattro mesi.

 

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

 

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