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Le leggi razziali del fascismo

4 Décembre 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

Nel 1938 venivano emanate dal governo di Mussolini le leggi razziali che causarono la deportazione degli ebrei italiani nei campi di sterminio.


Accadde settanta anni fa: il 16 ottobre Dannecker (SS capo di un gruppo mobile di intervento per mettere in opera le azioni di rastrellamento nelle grandi comunità ebraiche italiane) e Kappler ordinarono il rastrellamento del ghetto romano. Nell’ azione furono arrestate 1259 persone. La maggioranza lasciò Roma il 18 ottobre su diciotto vagoni merci in direzione nord.
 

Le leggi razziali del fascismo furono una vergogna e una infamia imperdonabile.

Quelle leggi, infatti, portarono alla morte migliaia di ebrei e provocarono sofferenze indicibili, paura, terrore, angoscia e miseria.

Le leggi razziali furono emanate nel 1938: esattamente il 14 luglio con la pubblicazione del famoso “Manifesto del razzismo italiano’’ poi trasformato in decreto, il 15 novembre dello stesso anno, con tanto di firma di Vittorio Emanuele III di Savoia, Re d’Italia e imperatore d’Etiopia “per grazia di Dio e per volontà della nazione”.

Il 25 luglio, il ministro della cultura popolare Dino Alfieri e il segretario del partito fascista Achille Starace si erano premurati di ricevere “un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane che avevano, sotto l’egida del ministero della cultura popolare, redatto il manifesto che gettava le basi del razzismo fascista”.

Le norme erano complesse e articolate, il contenuto chiaro e preciso: fuori gli studenti ebrei dalle scuole pubbliche e private frequentate da alunni italiani (ad eccezione - nel caso la «razza» fosse stata temperata da un battesimo - di quelle private cattoliche); fuori il personale direttivo, insegnante, amministrativo, di cu­stodia ecc. di «razza ebraica»; fuori gli ebrei dalle accademie; fuori dalle scuole medie i libri di testo frutto, anche parziale, di mano ebraica. Gli ebrei venivano anche licenziati dalle amministrazioni militari e civili, dagli enti provinciali e comunali, dagli enti parastatali, dalle banche, dalle assicurazioni.

Tutti i ricercatori dei centri scientifici, se ebrei, erano stati cacciati fino all'ultimo uomo. I loro colleghi «ariani» avevano assistito senza fiatare, chi compiaciuto, chi dispiaciuto e imbarazzato. Molti primari di ospedale erano stati costretti, per sopravvivere, a sbarcare il lunario diventando piccoli contabili presso qualche benevolo imprendito­re. A questa epurazione vergognosa si erano aggiunte norme vessa­torie che impedivano ai «giudei» di avere dipendenti «di razza pura», di contrarre matrimoni misti, di esercitare una serie di attività. Gli ebrei di origine straniera erano stati espulsi dal Paese.

Il 5 agosto del 1938, comparire nelle edicole e nelle librerie, il primo numero del giornale “La difesa della Razza”, diretto da Telesio Interlandi.

 

Interlandi era un giornalista e uno scrittore sulla cresta dell’onda che già dirigeva, su richiesta di Mussolini, il quotidiano “Il Tevere”. Gli scritti di Interlandi erano già di un razzismo ripugnante. Con “La difesa della Razza”, la politica del regime nei confronti degli ebrei diventa metodica e, per così dire, “scientifica” e pianificata. La rivista, fu il prodotto giornalistico più vergognoso e infame del fascismo.

In seguito, Giorgio Almirante fu chiamato a ricoprire l’importantissima carica di segretario di redazione della rivista.

 

“Anche se non coordinate tra loro, le azioni di settembre furono comunque i primi segnali dei gravissimi avvenimenti che di lì a poco avrebbero travolto la comunità ebraica italiana durante l'occupazione del Paese. Nessuno, però, aveva ancora avuto chiara notizia dei massacri avvenuti in Russia, né delle carneficine effettuate nei campi della morte in Polonia, né delle selezioni verso le camere a gas già in atto nel campo di sterminio di Auschwitz.

L'antisemitismo fascista nonostante le sue leggi vessatorie e vergognosamente discriminatorie, non si era mai tradotto in atti dil crudeltà fisica generalizzata.

Paradossalmente, l'antisemitismo legalizzato italiano servì a disorientare i più, che non ritennero necessario fuggire finché ve n'era ancora il tempo” (Liliana Picciotto Fargion).

«Molti ebrei erano convinti che le atrocità di cui sentivano parlare non potevano accadere in Italia. Era purtroppo un'illusione. E più di settemila ebrei, il 15 per cento del totale in Italia finirono nei campi di concentramento (Alexander Stille).

«I fascisti parteciparono attivamente alla ricerca e all'arresto degli ebrei destinati ai campi di sterminio rintracciati il più delle volte grazie agli elenchi che il governo di Mussolini aveva fatto predisporre fin dal 1938» (Arrigo Levi).

Le leggi razziali restarono operanti anche durante i 45 giorni di Badoglio. Le prefetture andarono avanti a fare il loro dovere, aggiornando gli schedari nei quali finirono anche quegli ebrei che continuavano ad affluire dai paesi invasi dalle armate di Hitler.

Con la messa sotto controllo da parte tedesca dell'Italia nel settembre 1943 risultò eliminato per un'altra organizzazione nazionalsocialista un ostacolo che ! l'a stato rappresentato dal governo italiano: l'ufficio di Eichmann intravide ora la possibilità di estendere anche in Italia e nei territori italiani occupati la «soluzione finale». La decisione di introdurre nel 1938 nell'Italia fascista le leggi razziali antiebraiche, cui seguirono ben presto misure restrittive per eliminare gli ebrei dalla vita economica italiana, voleva avere una ripercussione politica soprattutto verso l'esterno, in quanto significava un avvicinamento ideologico alla Germania nazionalsocialista, più che ['espressione di un antisemitismo che fosse fortemente radicato nella popolazione italiana.

Con l'occupazione tedesca dell'Italia, l'ufficio di Eichman (alla Direzione generale per la sicurezza deI Reich) ebbe così la possibilità di trasferire qui i piani nazionalsocialisti di sterminio.

Circa 44000 ebrei si trovavano in Italia nell'estate 1943.

Dato che con la registrazione amministrativa erano già state apprestate le relative msure, ai rappresentanti di Eichmann in Italia rimaneva.«soltanto» di passare alla cattura e deportazione delIe loro vittime italiane.

I pianificatori della deportazione – e questo rese più dirompente sul piano diplomatico l’azione antiebraica nel ghetto romano – si preoccuparono di una possibile protesta del papa contro la deportazionedi ebrei (8.000 residenti a Roma) o temevano addirittura da parte del Vaticano l’abbandono della politica di neutralità.  

Roma non fu la prima città in cui furono attuate misure antiebraiche: singole deportazioni erano già avvenute a metà settembre a Merano, e il 9 ottobre anche a Trieste, mentre reparti della Divisione «Guardie del corpo di Adolf Hitler» fecero un eccidio a Meina, sul lago Maggiore.

Il 16 ottobre Dannecker (SS capo di un gruppo mobile di intervento per mettere in opera le azioni di rastrellamento nelle grandi comunità ebraiche italiane) e Kappler ordinarono il rastrellamento del ghetto romano. Nell’ azione furono arrestate 1259 persone. La maggioranza lasciò Roma il 18 ottobre su diciotto vagoni merci in direzione nord. Perfino in tale situazione il papa non ritenne consigliabile prendere apertamente posizione contro le deportazioni e la protesta diplomatica non ebbe alcun seguito.

Da parte della Chiesa l'unica ufficiosa reazione fu la lettera del vescovo Hudal, rettore della Chiesa cattolica tedesca di Roma, il quale chiese la sospensione degli arresti onde evitare che il papa prendesse pubblicamente posizione contro e con ciò fornire un'arma alla­ propaganda antitedesca. Quando il telegramma giunse a Berlino, gli ebrei romani erano già avviati oltre il Brennero incontro al loro triste e fatale destino.

Entro la fine di novembre in molte città italiane del settentrione si ebbero altre azioni contro gli ebrei.

Là dove la diplomazia vaticana fu assente, tanto più efficace fu l’ aiuto a Roma fornito da religiosi. Soltanto a Roma, oltre 4000 ebrei furono sottratti alla persecuzione in conventi, congregazioni, parrocchie- e nel Vaticano stesso. Senza la solidarietà quasi unanime che gli italiani offrirono ai loro connazionali ebrei e ai fuggiaschi perseguitati, il numero di ebrei vittime del nazismo sarebbe sicuramente stato più elevato.

I piani di Eichmann sembrarono più facilmente realizzabili dal novembre: infatti il 14 novembre, il congresso del Partito fascista  a Verona proclamò che tutti gli ebrei non erano soltanto stranieri ma anche appartenenti a una «nazionalità nemica».

Il 30 novembre il ministro degli Interni, Buffarini-Guidi diede ordine a tutti i prefetti di raccogliere «in campi di concentram nelle province tutti gli ebrei»; le proprietà degli ebrei arrestati sarebbero state requisite e assegnate persone evacuate perché vittime dei bombardamenti.

I piani nazisti dello sterminio ricevettero un apporto decisivo grazie all’arresto e all’internamento degli ebrei nei campi di concentramento italiani.

Un numero non indifferente di ebrei (circa 2500) avevano optato per la resistenza attiva contro i tedeschi e si era unito ai partigiani.

Diversi gruppi di polizia fascisti (come per esempio nel caso di Milano, la Muti, gli Uffici investigativi politici, il gruppo Koch) partecipavano alla ricerca degli ebrei nascosti.

Per le deportazioni naziste e le persecuzioni in Italia e sulle isole di Rodi e di Kos perdettero la vita circa 8.000 ebrei. 820 ebrei italiani sopravvissero alle deportazioni.

 

Le autorità fasciste furono – e i fatti lo dimostrano – strettamente legate agli occupanti nazisti e fornirono nomi ed elenchi “dei figli di Israele” da portare via per sempre. Altre volte, parteciparono direttamente ai rastrellamenti e alle deportazioni. Certo, ci furono questori coraggiosi, poliziotti, carabinieri e autorità militari che aiutarono gli ebrei a rischio della vita. E altri ebrei furono salvati da tanti singoli italiani indignati per la persecuzione. Poi dai parroci, dalle suore e dagli uomini della Resistenza antifascista.

 

Bibliografia:

Marco Nozza - “Hotel Meina – La prima strage di ebrei in Italia” – Ed.Il Saggiatore Milano 2005

Lutz KlinKhammer – “L’occupazione tedesca in Italia 1943-1945” Ed. Bollati Boringhieri 1993

 

 

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