Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Résultat pour “vento del Nord”

"VENTO DEL NORD"

11 Mai 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

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Di seguito un articolo, firmato da Pietro Nenni, sull’AVANTI! - Quotidiano del Partito Socialista, di venerdì 27 aprile 1945.

“Vento del Nord.

Vento di liberazione contro il nemico di fuori e contro quelli di dentro”.

 

VENTO DEL NORD

Quando parlammo per la prima volta del vento del Nord, i pavidi, che si trovano sempre al di qua del loro tempo, alzarono la testa un poco sgomenti. Che voleva dire? Era un annuncio di guerra civile? Era un incitamento per una notte di San Bartolomeo? Era un appello al bolscevismo?

Era semplicemente un atto di fiducia nelle popolazioni che per essere state più lungamente sotto la dominazione nazifascista, dovevano essere all’avanguardia nella riscossa. Era il riconoscimento delle virtù civiche del nostro popolo, tanto più pronte ad esplodere quanto più lunga ed ermetica sia stata la compressione. Era anche un implicito omaggio alle forze organizzate del lavoro ed alla loro disciplina rivoluzionaria.

Ed ecco il vento del Nord soffia sulla penisola, solleva i cuori, colloca l’Italia in una posizione di avanguardia.

Nelle ultime 48 ore le notizie dell’insurrezione e quelle della guerra si sono succedute con un ritmo vertiginoso. La guerra da Mantova dilagava verso Brescia e Verona, raggiunte e superate nel pomeriggio di ieri. L’insurrezione guadagnava Milano e da Torino si propagava a Genova.

Nell’ora in cui scriviamo tutta l’Alta Italia al di qua dell’Adige, è insorta dietro la guida dei partigiani. A Milano a Torino a Genova i Comitati di Liberazione hanno assunto il potere imponendo la resa dei tedeschi e incalzando le brigate nere fasciste in vittoriosi combattimenti di strada.

Sappiamo il prezzo della riscossa. A Bologna ha nome Giuseppe Bentivogli. Quali nomi porterà la testimonianza del sangue a Torino e Milano? La mano ci trema nel dare un dettaglio dell’insurrezione milanese. Ieri mattina alle cinque, secondo una segnalazione radiotelegrafica, il posto di lotta e di comando di Alessandro Pertini e dell’Esecutivo del nostro partito era circondato dai tedeschi e in grave pericolo. Nessuna notizia è più giunta in serata per dissipare la nostra inquietudine o per confermarla. Ma sappiamo, ahimè!, che ogni battaglia ha le sue vittime e verso di esse, oscure od illustri, sale la nostra riconoscenza.

Perché gli insorti del Nord hanno veramente, nelle ultime quarantotto ore, salvato l’Italia. Mentre a San Francisco, assente il nostro paese, si affrontano i problemi della pace, essi hanno fatto dell’ottima politica estera, facendo della buona politica interna, mostrando cioè che l’Italia antifascista e democratica non è il vaniloquio di pochi illusi o di pochi credenti, ma una forza reale con alla sua base la volontà l’energia il coraggio del popolo.

In verità il vento del Nord annuncia altre mete ancora oltre l’insurrezione nazionale contro i nazifascisti. Gli uomini che per diciotto mesi hanno cospirato nelle città, che per due lunghi inverni hanno dormito sulle montagne stringendo fra le mani un fucile, che escono dalle prigioni o tornano dai campi di concentramento, questi uomini reclamano, e all’occorrenza sono pronti ad imporre, non una rivoluzione di parole ma di cose. Per essi il culto della libertà non è una dilettantesca esasperazione dell’«io» demiurgico, ma sentimento di giustizia e di eguaglianza per sé e per tutti. Alla democrazia essi tendono non attraverso il diritto formale di vita, ma attraverso il diritto sostanziale dell’autogoverno e del controllo popolare. Non si appagheranno quindi di promesse, né di mezze misure. La rapidità stessa e l’implacabile rigore delle loro rappresaglie sono di per sé sole un indice della loro maturità, perché se la salvezza nel paese è nella riconciliazione dei suoi figli, alla riconciliazione si va non attraverso l’indulgenza e la clemenza, ma l’implacabile severità contro i responsabili della dittatura fascista e della guerra.

In codesta primavera della patria che consente tutte le speranze, c’è per noi un solo punto oscuro; si tratta di sapere se gli uomini che qui a Roma scotevano sgomenti il capo all’annuncio del vento del Nord, che vedevano sorgere dal passato l’ombra di Marat o quella di Lenin se qualcuno osava parlare di comitato di salute pubblica, che trovavano empio e demagogico il nostro grido: «tutto il potere ai Comitati di Liberazione», si tratta di sapere se questi uomini intenderanno o no la voce del Nord e sapranno adeguarsi ai tempi. Ad essi noi ripetiamo quello che ieri, da queste stesse colonne, dicevamo agli Alleati – Abbiate fiducia nel popolo, secondatene le aspirazioni, scuotete dalle ossa il torpore che vi stagna, rompete col passato, non fatevi trascinare, dirigete.

A queste condizioni oggi è finalmente possibile risollevare la nazione a dignità di vita nuova, nella concordia del più gran numero di cittadini.

Vento del Nord.

Vento di liberazione contro il nemico di fuori e contro quelli di dentro.

                                                                                    Pietro Nenni

1945 27 aprile Avanti Vento del Nord p


 


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L'Uomo Qualunque

29 Avril 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

Nel dicembre 1944, proprio mentre la Resistenza subisce al nord la prova più dura e la Monarchia gioca la carta del referendum (Umberto di Savoia, come Luogotenente, in un'intervista al «New York Times» del 7 novembre 1944, sosteneva che un apposito referendum, e non l'Assemblea costituente, dovesse decidere tra monarchia e repubblica), nasce il settimanale L'uomo Qualunque, destinato a diventare l'organo di un vasto movimento e poi nel febbraio 1946 di un vero partito.

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Ne è promotore Guglielmo Giannini, un geniale commediografo napoletano, che dimostra acuta sensibilità per contenuti di opinione e sentimenti che agiscono nel profondo della società italiana, ai quali dà voce in maniera brillante e polemica.

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Giannini si oppone ad ogni idea di Stato etico «che pretende di insegnare a pensare al cittadino», nega ogni spazio alla politica che non sia quello della «amministrazione». Alle classi sociali contrappone la «folla» degli «uomini qualunque», nega ogni valore ideale alla patria; definisce come unico e ardente desiderio dell'uomo qualunque quello «che nessuno gli rompa più le scatole», come scrive il 27 dicembre nel primo numero del settimanale. Giannini non è un nostalgico del fascismo. Critica aspramente la guerra nella quale il fascismo ha trascinato il paese e che fra l'altro è costata la vita a un suo figlio, ma di fatto raccoglie tutti i sentimenti di delusione e di risentimento che vanno formandosi nell'Italia liberata nei confronti dei primi e incerti passi dei partiti e del C.L.N. L'uomo Qualunque, che raccoglie consensi diffusi anche in ambienti cattolici e polemizza aspramente contro la Democrazia Cristiana, rappresenta l'espressione più significativa di quello che è stato definito «il vento del sud» in contrapposizione al «vento del nord», alimentato dalla esperienza della Resistenza.

Per capire con precisione cosa sia L'Uomo qualunque, basti tener presente che nelle elezioni politiche del 2 giugno 1946 (alle quali partecipa col nome di Fronte dell'Uomo qualunque ) esso avrà 30 deputati. Sui 20 deputati eletti nei singoli collegi (gli altri 10 rientrano nel Collegio nazionale) uno soltanto proviene dal nord (dal collegio elettorale di Milano - Pavia): gli altri 19 vengono eletti nei collegi di Roma, Benevento-Campobasso, Napoli-Caserta e Bari-Foggia (il massimo: 4 per ogni collegio), a Salerno, in Calabria, in Sicilia e in Sardegna. Alle elezioni amministrative del 1946, L'Uomo qualunque avrà 30 candidati, eletti nell'Italia Settentrionale, 68 nell'Italia centrale (di cui ben 58 a Roma e nelle province limitrofe), 981 nell'Italia meridionale, 218 in Sicilia e in Sardegna.

Alle elezioni dell'aprile 1948 avviene il crollo di questo movimento, il quale non è altro che un segno di protesta; il suo significato, per così dire, è quello d'una reazione: trascorso un certo periodo, il suo compito sarà esaurito.

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La nascita della prima Repubblica

26 Décembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

Il 1948 si è aperto con uno storico alzabandiera al Quirinale, la mattina di Capodanno, per significare che l'antico palazzo, già residenza dei papi e poi sede dei re sabaudi, era diventato la casa ufficiale del presidente della Repubblica.

L'alza bandiera (il tricolore ovviamente epurato dello stemma sabaudo) era storico, perché voleva dire anche e soprattutto che da quella mattina era in vigore la nuova Costituzione, la Carta fondamentale dell'Italia democratica.

Un altro degli obiettivi per cui molti italiani si erano battuti durante la guerra di Liberazione veniva così raggiunto. Ma quali erano stati gli avvenimenti più importanti per la vita della Nazione che erano accaduti tra la fine della guerra e l’inizio del 1948?

 

La nascita della prima Repubblica

«La liberazione non fu solo merito delle forze alleate e delle quattro divisioni dell'esercito italiano. Fu anche il popolo a liberarsi da sé: innanzitutto con l'opera tenace ed eroica delle formazioni partigiane, nelle campagne, nelle montagne, nelle città. Quel 25, aprile del 1945, all'indomani dell'ordine di insurrezione generale delle forze della Resistenza dato dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, molte città del Nord, grandi e piccole, vennero liberate dai partigiani, prima dell'arrivo delle forze alleate. In quello stesso giorno, nelle città che avevano già visto la fine della lunga occupazione, gli italiani si unirono in cortei spontanei ed esultanti. Fu una grande festa di popolo nelle strade e nelle piazze, un popolo che si ritrovava rinato, libero e unito. Le gesta di quelle giornate formarono, per sempre, la nostra coscienza democratica. Gloria a coloro che salvarono l'onore del popolo italiano e diedero il loro vitale contributo alla riconquista della libertà: la libertà per tutti, anche per coloro che li avevano combattuti».

Carlo Azeglio Ciampi, decimo Presidente della Repubblica Italiana

 

 

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Dopo il 25 aprile 1945, che aveva visto la fine della guerra in Italia con la liberazione del Nord dall’occupazione nazista e il crollo definitivo del fascismo, per l'effetto congiunto dell'azione militare alleata e dell'insurrezione partigiana, i capi della Resistenza si ritrovano a Roma e con loro arriva il cosiddetto «vento del Nord», termine coniato da Pietro Nenni. Vento del Nord voleva dire aria di cambiamento, politico e sociale, voleva dire portare fra le alchimie della nuova politica «romana» la lezione della lotta partigiana, una spinta a un profondo rinnovamento. E lo stesso Nenni si è candidato a guidare questa nuova fase, suscitando però l'opposizione di democristiani e moderati. Alla fine si è raggiunto un accordo sul nome di Ferruccio Parri, uno dei dirigenti del Partito d'azione e soprattutto esponente di punta della Resistenza col nome di battaglia «Maurizio».

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Parri ha preso il posto di Bonomi, il cui secondo governo, costituito sei mesi dopo il primo, e durato sei mesi anch'esso, si è dimesso definitivamente il 12 giugno. Nove giorni dopo, è nato il governo del «vento del Nord», in versione moderata, con il leader democristiano De Gasperi agli Esteri, quello comunista Togliatti alla Giustizia e Nenni alla vicepresidenza. Questi governi andavano dai liberali ai comunisti, cioè comprendevano forze politiche diametralmente opposte, che tuttavia collaboravano nel segno dell'emergenza nazionale seguita alla guerra e alla sconfitta.

manifesto Partito d Azione

Nonostante le doti personali di onestà e d'impegno del presidente del Consiglio, Ferruccio Parri, nel governo era cominciato un braccio di ferro tra sinistra e centrodestra su come articolare le prime elezioni democratiche (se subito quelle politiche o quelle amministrative) e sui poteri della futura Assemblea costituente (se dovesse o meno decidere sulla forma istituzionale dello Stato e se dovesse o no avere anche normali poteri legislativi, nell'ambito della sua durata). Il secondo problema era il più importante.

Lo aveva sollevato per primo Umberto di Savoia, come Luogotenente,

N° 4 principe Umberto Lissone 1940

in un'intervista al «New York Times» del 7 novembre 1944, sostenendo che un apposito referendum, e non l'Assemblea costituente, dovesse decidere tra monarchia e repubblica. Lo scopo era chiaro: le chances monarchiche sarebbero state molto più grandi in una consultazione popolare che in un'assemblea elettiva, dato l’orientamento prevalentemente repubblicano dei partiti antifascisti. Il contrasto si era riproposto sui poteri dell'Assemblea: doveva limitarsi a redigere la nuova Carta costituzionale (conservando ovviamente una funzione di controllo politico generale e di ratifica dei trattati internazionali), lasciando al governo il potere di legiferare, oppure il suo mandato doveva essere quello di un normale Parlamento, con in più la funzione costituente?

Dopo solo sei mesi, il governo Parri viene messo in crisi dai liberali; alla guida del Paese arriva il leader della Democrazia cristiana Alcide De Gasperi che forma un governo di estrazione “ciellenistica” con Nenni vicepresidente e Togliatti alla Giustizia.

I governo De Gasperi

Sulla svolta, la prima di una serie che avrebbe portato due anni dopo allo scontro elettorale tra gli ex alleati, decisivo per il futuro del Paese, non hanno mancato di esercitare una notevole influenza gli anglo-americani. Tre giorni dopo l'insediamento del primo governo De Gasperi, le autorità militari anglo-americane hanno deciso di restituire all'amministrazione italiana le regioni del Nord, rimaste ancora sotto il loro controllo.

Di fronte a quella che era ormai la prospettiva di un referendum istituzionale e di una distinta elezione dell'Assemblea costituente i partiti hanno serrato le file, con una serie di congressi. Quello del Partito comunista si svolse dal 29 dicembre 1945 al 7 gennaio 1946. Quello della Democrazia cristiana e quello del Partito liberale, in aprile, hanno registrato, nel primo caso, un senso di ascesa, di responsabilità crescenti, e nel secondo un senso di declino.

Il congresso del Partito d'azione, che si svolse dal 4 all'8 febbraio nel teatro romano Teatro Italia, ha significato l'uscita dalla scena italiana di un piccolo-grande partito, che aveva raccolto le speranze di quanti auspicavano una formazione politica capace di essere una «terza forza» tra i due poli emergenti, entrambi in qualche misura estranei o laterali alla tradizione dell'Italia unita e «risorgimentale», il polo comunista e quello cattolico.

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Una terza forza laica e democratica, occidentale ma riformatrice, anche in senso socialista, erede di un gruppo glorioso della Resistenza, non a caso chiamato Giustizia e Libertà. Una terza forza modernizzatrice, potenzialmente incubatrice di uno schieramento democratico-progressista, alternativo a quello democratico-conservatore, in un sistema liberale «compiuto». In questo senso, era stata vista con interesse dalla stessa America, nella fase «rooseveltiana».

Membri del partito erano uomini come Ugo La Malfa, Leo Valiani, Altiero Spinelli, Luigi Salvatorelli, Ferruccio Parri, Emilio Lussu, Riccardo Lombardi, Piero Calamandrei, Guido Calogero, Tristano Codignola, Francesco De Martino, Vittorio Foa, e vari altri). In ogni caso, essa è crollata nella notte tra il 7 e l'8 febbraio 1946, con l'uscita dal Teatro Italia della componente più spiccatamente «liberale» (Parri, La Malfa), che avrebbe dato vita a un Movimento democratico-repubblicano, di breve durata, abbandonando le correnti tendenzialmente o dichiaratamente «socialiste».

C'è stato scontro anche nel congresso socialista, svoltosi a Firenze dall'11 al 17 aprile. Il Psiup (Partito socialista italiano di unità proletaria, questo era il nome ufficiale) era reduce da forti affermazioni nel primo gruppo di elezioni amministrative, che si era tenuto già in marzo. A Milano era risultato addirittura vincitore assoluto, distanziando Dc e Pci. Era, di fatto, il primo partito della sinistra.

E tuttavia era ormai diviso tra due «anime», che riflettevano anch'esse, nello stesso ambito del socialismo, due modi diversi di vedere il futuro nazionale, e le alleanze necessarie per perseguirlo. Una era l'anima, appunto, «proletaria», legata alla tradizione dell'unità della classe operaia, l'altra era l'anima socialdemocratica e riformista, che riemergeva dopo il periodo della lotta comune della «unità di azione», contro il nazifascismo. Riemergeva quando il nazifascismo era stato ormai sconfitto e si delineava sempre più nettamente una divaricazione, e anzi un conflitto, tra i vincitori dell'Est e quelli dell'Ovest, cioè tra l'Unione Sovietica e l'Occidente liberaldemocratico, ma anche, eventualmente, socialdemocratico: in Gran Bretagna, per dire, il governo laborista di Attlee aveva preso il posto, all'indomani della vittoria, di quello conservatore di Churchill.

Le due anime del Psiup si sono identificate essenzialmente in due volti. Uno, quello di Pietro Nenni e l'altro quello di Giuseppe Saragat.

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Il congresso di Firenze non ha fatto una scelta tra l'uno e l'altro, ha rimosso i motivi dell'incompatibilità, ha cercato una soluzione «unitaria». Ma l'equilibrio di partito che ne è emerso è subito apparso un equilibrio precario, destinato a rompersi alla prima occasione. Nella prospettiva, ancora, di schierarsi in un senso o nell'altro, per l'Est o per l'Ovest.

 

Per il referendum istituzionale e per l'elezione dell'Assemblea costituente (ferma restando la funzione legislativa del governo) è stata infine fissata una data: il 2 giugno 1946.

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La campagna elettorale si è svolta sostanzialmente nella calma. Il clima si è ravvivato dopo il 9 maggio, per la decisione di Vittorio Emanuele III di abdicare in favore del figlio, che da luogotenente è diventato il nuovo re, col nome di Umberto II. Per l’occasione Togliatti inventò uno slogan ironico che definiva Umberto «il re di maggio».

In realtà, la mossa di Vittorio Emanuele (sgombrare il campo della sua persona, comodo bersaglio dei repubblicani e degli antifascisti), subito seguita dalla partenza per l'esilio in Egitto, ha ridato slancio ai sostenitori della monarchia, aiutati anche da una serie di viaggi pre-elettorali di Umberto e da suoi rassicuranti discorsi sull'avvenire della democrazia. Così, una consultazione che sembrava destinata a un sicuro successo della repubblica è ridiventata incerta, e l'attesa è cresciuta.

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Alla fine la repubblica ha vinto e la monarchia ha perso, ma la proclamazione ufficiale del cambiamento istituzionale è stata molto più laboriosa del previsto.

2 giugno 1946 file ai seggi scrutinio-referendum-2-giugno-1946.jpg   scheda elettorale monarchia repubblica

 

I voti sono stati 12.717.923 per la repubblica e 10.719.284 per la monarchia. Ma c'è stato un clamoroso imprevisto: questo risultato si riferiva ai voti validi, mentre la legge parlava della maggioranza dei voti espressi, quindi calcolando le schede bianche e nulle.

Cassazione vittoria repubblica

La Corte di Cassazione ha infine appurato che i voti non validi erano 1.509.735 e che comunque la monarchia aveva perso, sia pure per mezzo milione di voti. Quanto a Umberto II, egli si è deciso a partire per l'esilio il 13 giugno diretto a Lisbona: lo ha fatto lasciando dietro di sé una scia di risentimenti, e senza neppure uno scambio di saluti col presidente del Consiglio De Gasperi, che si era preparato a un commiato formale e rispettoso.

Tuttavia finalmente è nata la Repubblica italiana, e con essa l'Assemblea costituente, chiamata a redigere la Carta fondamentale del nuovo Stato democratico.

seggi Costituente

Ne sono stati chiamati a far parte 207 democristiani, 115 socialisti, 104 comunisti, 41 rappresentanti dell'Unione democratica nazionale (PLI e Democrazia del lavoro), 30 appartenenti all’Uomo Qualunque, 23 repubblicani (del PRI), 16 esponenti del Blocco nazionale della libertà (monarchici), 9 residui azionisti (col concorso del Partito sardo d'azione), 4 rappresentanti del Movimento indipendentista siciliano e così via, fino a completare il numero di 555 membri dell'Assemblea.

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Dopo la proclamazione della Repubblica, il governo ha varato una legge di pacificazione nazionale, l'amnistia generale per i reati politici, firmata dal Guardasigilli Togliatti.

De Gasperi, dopo l'elezione di Enrico De Nicola a capo provvisorio dello Stato,    

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ha formato il suo secondo governo, al quale partecipava anche il PRI, non più trattenuto dalla pregiudiziale antimonarchica, e dal quale era uscito Togliatti: al suo posto, alla Giustizia, un altro comunista, Fausto Gullo.

Ma andava cambiando radicalmente anche il quadro internazionale. Già il 5 marzo, nel famoso discorso di Fulton, Churchill aveva denunciato il calare di una «cortina di ferro» tra Est e Ovest.

Questo metteva quanto meno in grande imbarazzo il rapporto di governo tra De Gasperi e i partiti di sinistra.

Oltre a ciò c'era il problema del Trattato di pace, in via di definizione a Parigi. Il 3 ottobre, la conferenza ha raggiunto un accordo sul confine orientale, che sostanzialmente toglieva all’Italia la penisola istriana e creava il Territorio libero di Trieste, sotto il controllo dell'Onu. Una concessione, anche se incompleta, alla Jugoslavia comunista e all'Urss, ancora alleate e un’altra fonte di disagio per Togliatti, costretto a conciliare la difesa degli interessi italiani con quella del movimento comunista internazionale.

 

 

Bibliografia:

 

Aldo Rizzo - “L’anno terribile. 1948: il mondo si divide” - Laterza 1977

 

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La Grande rafle du Vel d’Hiv

25 Octobre 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

Vento primaverile”, così era stata denominata la retata degli ebrei in Francia, non sarà che una tappa della “soluzione finale”.

 

Due SS, il Haupsturmführer Dannecker e Röthke, sono gli ufficiali tedeschi organizzatori responsabili del “Vento primaverile” (così era stata denominata la retata degli ebrei). Dirigevano la Sezione IV B4 della Gestapo a Parigi, definita IV J “della repressione antiebraica”. Avevano avuto l’onore di ricevere le consegne per l’operazione “Vento primaverile” direttamente dal generale delle SS Reinhardt Heydrich, che era venuto a Parigi il 15 maggio (1942), poco tempo prima della sua morte. Tredici giorni dopo, infatti, il 28 maggio, Reinhardt Heydrich fu ucciso a Praga da due paracadutisti cechi venuti da Londra per compiere la loro missione.

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Dando questi ordini, Heydrich non faceva che portare a termine le decisioni assunte nel corso della conferenza chiamata di Wannsee, nel corso della quale, nel gennaio 1942, era stato deciso lo sterminio degli ebrei europei. Infatti, è durante questa conferenza svoltasi a Berlino al 56 e 58 di Grossen Wannsee-Strasse, nell’ufficio di Eichmann, che i nazisti elaborarono definitivamente la “soluzione finale”, cioè l’annientamento totale degli ebrei europei. L’elite delle SS erano in quel giorno riuniti a Wannsee-Strasse, sotto la presidenza di Heydrich, Eichmann e l’SS Müller.

Vento primaverile”, in Francia, non sarà che una tappa della “soluzione finale”.

Il 16 luglio 1942, all’alba, iniziò a Parigi una vasta operazione di polizia, denominata “Vento primaverile”. Voluta dalle autorità tedesche, mobilitò circa 9.000 uomini delle forze del governo di Vichy. Quel giorno e quello seguente, 12.884 ebrei furono arrestati, tra loro 4.051 bambini. Mentre i celibi e le coppie senza figli furono condotte nel campo di internamento di Drancy, le famiglie, circa 7.000 persone, vennero rinchiuse nel Velodrome d’Hiver. Lì vi rimasero più giorni fino al loro internamento a Pithiviers e a Beaune la Rolande (prima di essere deportati nei lager in Germania e in Polonia), in condizioni spaventose, quasi senz’acqua ne viveri.

«L’alzata di spalle di una guardia è rimasta più profondamente impressa nella mia memoria che non le urla delle vittime» Arthur Koestler

 

Il libro “La Grande rafle du Vel d’Hiv” è frutto di una lunga inchiesta che mette in evidenza la schiacciante responsabilità del governo di Vichy nella deportazione degli ebrei di Francia. Rimane ancora oggi il documento di riferimento sul crimine del “Giovedì nero” del luglio 1942.

Gli autori del libro sono Claude Lévy e Paul Tillard.

Nato nel 1925 a Enghein-les-Bains, Claude Lévy partecipa alla Resistenza prima in Combat poi nel FTP-MOI (35a Brigata). Arrestato nel dicembre 1943, imprigionato, consegnato ai tedeschi, viene deportato il 2 luglio 1944. Riesce a fuggire e raggiunge i partigiani.

Sua madre, suo padre e numerosi altri membri della sua famiglia, arrestati dalla Polizia e dalla polizia di Vichy, perché ebrei, furono deportati e sterminati a Auschwitz.

Paul Tillard, nato nel 1914 a Soyaux (Charente), entrò presto nella Resistenza. Venne arrestato dalla polizia di Vichy nell’agosto 1942. Consegnato alla Gestapo venne inviato come ostaggio nel forte di Romainville e poi deportato nell’aprile del 1943 nel lager di Mauthausen, in Austria. Liberato il 6 maggio 1945, pubblicò, al suo ritorno, la prima testimonianza francese sui campi di concentramento nazisti.

Il 27 luglio 1966, a cinquantuno anni, Paul Tillard morì in seguito alle conseguenze della deportazione. 

 

Bibliografia:

Claude Lévy e Paul Tillard - La grande rafle du Vel d’Hiv – Ed. Laffont 1992

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Lo sterminio nazista degli zingari

27 Janvier 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

In occasione della Giornata della Memoria vogliamo ricordare l'olocausto degli zingari.

A forza di essere vento

 controllo di polizia Baviera 1930

Gli Zingari durante la Seconda guerra mondiale ebbero una sorte simile a quella degli Ebrei, dei prigionieri politici e degli omosessuali.


 

rom arrestati verso Auschwitz

Essi furono perseguitati dai nazisti e rinchiusi nei campi di sterminio, sterilizzati in massa, usati come cavie per esperimenti, condannati ai lavori forzati, ed infine destinati alle camere a gas ed ai crematori. Cinquecentomila zingari morirono nei campi di concentramento, solo nel "Zigeunerlager", il campo loro riservato ad Auschwitz-Birkenau, tra il febbraio 1943 e l'agosto 1944 oltre ventimila tra rom e sinti vennero uccisi.

 

Malgrado ciò nessuno zingaro venne chiamato a testimoniare nei processi ai gerarchi nazisti, neppure a Norimberga. Infine, quando in Germania alcuni sopravvissuti si decisero a chiedere un risarcimento, questo fu loro negato con il pretesto che le persecuzioni subite non erano motivate da ragioni razziali ma dalla loro "asocialità" (caratteristica che i nazisti attribuivano a ragioni biologiche e che quindi li destinava ad una "soluzione finale" al pari degli Ebrei).

 

Dall'oblio oggi riemergono le testimonianze e la documentazione storica di questo "olocausto dimenticato". La casa editrice A di Milano ha pubblicato un doppio DVD intitolato "A forza di essere vento".

Il lavoro, prodotto in ricordo di Fabrizio De Andrè, che fu amico dei nomadi ed ai quali dedicò una canzone-poesia, è costituito da una ricca documentazione audiovisiva (6 documentari per una durata complessiva di circa due ore e mezza): interviste a due Zingari internati ad Auschwitz-Birkenau, uno spettacolo di Moni Ovadia con i musicisti Rom rumeni Taraf da Metropulitana, un filmato dell'Opera Nomadi dal titolo "Porrajmos" (la "Shoà" zingara), una serata multimediale tenutasi alla Camera del Lavoro di Milano ed una illuminante intervista di Marcello Pezzetti del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea sulla storia dello Zigeunerlager.

 

Il rapporto tra le vicende del popolo zingaro e del popolo ebraico trova un significativo riconoscimento nel coinvolgimento dell'UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) in tre dei sei documentari e dimostra una reciproca attenzione: gli Zingari, come gli Ebrei, hanno forgiato la propria identità nella diaspora, attraverso l'incontro con le altre nazioni. Oggi entrambe le comunità si debbono confrontare con una società omologante, lontana dai valori tradizionali e da modelli di vita che la gente condivideva in passato, una società che pone in modo drammatico le minoranze di fronte al pericolo dell'estinzione culturale, un rischio che può e deve essere efficacemente contrastato attraverso il recupero e la valorizzazione dell'identità fondata sulla memoria.

 

"A forza di essere vento" è quindi un'opera preziosa, di quelle che aiutano a non dimenticare il passato ed a non abbassare la guardia di fronte al pericolo di risorgenti sentimenti di intolleranza e di nazionalismo xenofobo.

 
foto tratte da
Opera nomadi 

 

 

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Il manifesto unitario delle organizzazioni della Resistenza e dell'antifascismo

22 Avril 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia






25 APRILE 1945 – 25 APRILE 2008

 

 

 

 

 

Difendiamo i valori

di libertà e giustizia, solidarietà e pace

che hanno animato la lotta di liberazione

e sui quali si fonda la Costituzione della Repubblica

 

Quando i primi partigiani scelsero la via della lotta e salirono sulle montagne per combattere il nazifascismo, rischiarono e spesso offrirono la loro vita per affermare i principi stessi sui quali costruire la convivenza civile: la libertà, l’uguaglianza, la giustizia, la democrazia.

Il prezzo pagato fu altissimo: decine di migliaia di partigiani uccisi, feroci rappresaglie contro la popolazione civile che sosteneva il movimento di Liberazione, oltre 40 mila tra cittadini e lavoratori deportati nei campi di concentramento, eccidi, come a Cefalonia, di soldati che rifiutarono di consegnarsi ai tedeschi, 600 mila internati in Germania, 87 mila militari caduti nella guerra di Liberazione.

Da quella lotta che vide combattere fianco a fianco uomini e donne, operai e intellettuali, contadini e liberi professionisti di diversa fede politica e religiosa, nacque la nostra Costituzione.

Una Costituzione ancora attuale e vitale, fra le più avanzate tra quelle esistenti, non a caso difesa dalla stragrande maggioranza dei cittadini italiani nel referendum del giugno 2006, quando si cercò di snaturarne la sostanza e i valori.

Ma a sessant’anni dal 1° gennaio 1948, da quando essa entrò in vigore, l’Italia sta correndo nuovi pericoli. Emergono sempre più i rischi per la tenuta del sistema democratico, come evidenti si manifestano le difficoltà per il suo indispensabile rinnovamento.

Permangono, d’altro canto, i tentativi di sminuire e infangare la storia della Resistenza, cercando di equiparare i “repubblichini”, sostenitori dei nazisti, ai partigiani e ai combattenti degli eserciti alleati. Un modo per intaccare le ragioni fondanti della nostra Repubblica.

Per questi motivi, per difendere nuovamente le conquiste della democrazia, il 25 APRILE anniversario della Liberazione assume il valore di una ricorrenza non formale.

Nel ricordo dei Caduti ci rivolgiamo ai giovani, ai democratici, agli antifascisti, per una mobilitazione straordinaria in tutto il Paese.

 

Il 25 aprile è oggi una data più viva che mai, in grado di unire

tutti gli italiani attorno ai valori della democrazia.

 

Confederazione Italiana fra le Associazioni Combattentistiche e Partigiane

Fondazione Corpo Volontari della Libertà (CVL)

ANPI-FIAP-FIVL-ANPPIA-ANED-ANEI-ANFIM

PD-PRC-SDI-PdCI-Sd-Verdi-Italia dei Valori-MRE

CGIL-CISL-UIL-ARCI-ACLI-Centro Puecher

Comitato Permanente Antifascista contro il Terrorismo

per la Difesa dell’Ordine Repubblicano




Fischia il vento
  

 

Fischia il vento, infuria la bufera,

scarpe rotte eppur bisogna andar,

a conquistare la rossa primavera

dove sorge il sol dell'avvenir.

Ogni contrada è patria del ribelle

ogni donna a lui dona un sospir,

nella notte lo guidano le stelle

forte il cuore e il braccio nel colpir.

Se ci coglie la crudele morte

dura vendetta verrà dal partigian;

ormai sicura è gia la dura sorte

contro il vile che noi ricerchiam.

Cessa il vento, calma è la bufera,

torna a casa fiero il partigian

Sventolando la rossa sua bandiera;

vittoriosi e alfin liberi siam.

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Settembre 1943, la Milano del dopo armistizio

3 Septembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Settembre 1943, gli stracci sono sempre i primi a volare. La Milano del dopo armistizio si presenta come una città devastata dalle incursioni aeree dell'agosto precedente.
   

Degli oltre duecentomila abitanti rimasti senza tetto la maggior parte sono operai: alloggiavano in «abitazioni malsane e carissime» e ora, dopo che i bombardamenti alleati hanno infierito sui quartieri popolari di Porta Genova, Porta Ticinese, Porta Garibaldi e sull' area a nord dell'Arena, non hanno più nemmeno quelle.

Diverso il discorso per i ceti abbienti, i quali, a quest'epoca, sono già sfollati trovando riparo nelle campagne e nelle valli lombarde. Le autorità municipali, di fronte a tale situazione, ventilano sì un progetto di accertamento e di requisizione dei vani disponibili, ma basta il coro di proteste del sindacato proprietari di fabbricato perché tutto si areni e la proverbiale solidarietà meneghina, il "gran coeur de Milan ", si blocchi di fronte all'inviolabilità della proprietà privata.

Adesso, dopo l '8 settembre, il problema degli alloggi è aggravato anche dalle requisizioni operate dai tedeschi. Trovare casa, anche un buco in cui accalcarsi, diventa impresa sempre più ardua, almeno per chi non possiede un reddito superiore.

Non meno drammatica si presenta la situazione alimentare: le razioni assegnate a prezzi controllati - per ammissione degli stessi repubblichini - forniscono «meno di un terzo del fabbisogno minimo».

Il ricorso al mercato nero è, dunque, un fatto scontato e indispensabile, senonché i prezzi vanno registrando un'impennata vertiginosa. Anche qui, accanto alle disastrose conseguenze di un'economia di guerra di per sé asfittica e sempre più corrosa dalla speculazione, accanto alla rarefazione dei prodotti e alle difficoltà di approvvigionamento dovute al dissesto dei trasporti e al dominio dei cieli da parte dell' aviazione alleata, si aggiunge il peso dell'occupazione germanica.

La fissazione del cambio lira-marco nel rapporto 1 a 10, incoraggia l'accaparramento di beni di consumo da parte dei militari e dei cittadini tedeschi e concorre alla progressiva lievitazione dei prezzi della borsa nera, peraltro già inaccessibili alle classi più povere.

Con lo scorrere delle settimane la situazione generale peggiora sempre più. Il costo della vita ascende a livelli impensati: il capitolo alimentazione del settembre 1943 registra un aumento di 50 punti rispetto ai 14 dell'anno precedente e quello del vestiario un aumento di 74 punti (8 nel 1942).

Nei mesi successivi, da ottobre a dicembre, la Militärkommandantur 1013 segnala l'inadeguatezza del rifornimento dei grassi (destinati prevalentemente al fabbisogno della Wehrmacht), la deficiente disponibilità di zucchero, la scarsità di scarpe e la minaccia della totale scomparsa del sale. Buon ultimo anche la produzione risicola lombarda è destinata all'esportazione verso il Reich e, pertanto, alla popolazione italiana non potranno essere distribuiti che esigui quantitativi.

A completare il quadro già drammatico c'è anche la mancanza di combustibile e di legna da ardere per affrontare i rigori dell'inverno ormai prossimo: a fine anno l'indice relativo al capitolo riscaldamento e luce segna un aumento di ben 84 punti. Va da sé che, in una simile situazione, la difesa del salario e del posto di lavoro si identifichi come non mai con le possibilità di sopravvivenza, tanto più che la classe operaia si trova ora a dover fronteggiare anche i provvedimenti adottati dal padronato nella nuova congiuntura economico-politica.

Dall'agosto all'ottobre del 1943 in previsione della smobilitazione dell'industria bellica e, poi, per la scarsità di materie prime, il numero degli operai occupati diminuisce dell'8,8%, mentre l'indice delle ore lavorative eseguite cala di quasi 11 punti in settembre e di 17,2 in ottobre.

Le cifre statistiche relative all'intera Italia settentrionale trovano conferma in ciò che accade nel capoluogo lombardo. Tra settembre e ottobre si scatena una massiccia ondata di licenziamenti: la Caproni (6.000 dipendenti) ne espelle 2.000, la Lagomarsino (4.000) ne caccia 3.000, la Brown Boveri 2.000 su un totale di 5.000, la Safar (3.000 dipendenti) ne allontana 1.500, la Olap 500, le Rubinetterie riunite 1.300, la Montecatini 700, la Rizzoli riduce il personale da 200 a 70 unità, la Magni chiude, l'Innocenti non licenzia ma sospende 1.500 lavoratori. A nessuno viene corrisposto il previsto pagamento del 75% del salario da parte della cassa integrazione e i licenziamenti sono accompagnati dalla contrazione delle ore lavorative e dal mancato rispetto di accordi aziendali: alla Montecatini la settimana è ridotta a cinque giorni lavorativi, alla Safar si scende a due e inoltre si eludono gli impegni presi in merito alla concordata distribuzione di carbone e di biciclette per gli operai e se ne sospendono altri 300; all' Alfa Romeo di Melzo non vengono pagate le 35 lire pattuite per la trasferta né si provvede, come promesso, agli alloggi per i lavoratori; alla Grazioli si rifiuta il pagamento del 75% del salario ai sospesi e, in novembre, alla Caproni vengono ridotte le tariffe preventive del cottimo. 

 

Novembre 1943, l'angoscia grava sulla città come la sua proverbiale nebbia. Le forniture di gas e energia elettrica sono limitate a alcune ore della giornata, la gente va a dormire al buio e al freddo con l'incubo dei bombardamenti: una valigia ai piedi del letto e la torcia elettrica a dinamo sul comodino, per essere pronti al primo allarme a precipitarsi nelle cantine trasformate in malsicuri rifugi antiaerei.
 

C'è poco da mangiare: a chi possiede una tessera annonaria, in ottobre, sono stati distribuiti un chilo di patate, 100 gr. di fagioli, 50 gr. di salumi, 80 gr. di carne suina, un decilitro di olio, 200 gr. di burro e 100 gr. di grassi di maiale. Riso e pasta si aggirano attorno al chilo, di carne di manzo neanche parlarne, la verdura è introvabile. Una saponetta da bagno da 100 gr. deve durare due mesi e tra poco sparirà dal mercato. Per chi fuma la razione giornaliera è di tre sigarette.

 

Ma non esiste solo una Milano operaia che fa la fame, ne esiste anche un' altra: una Milano che sembra non voler pensare a quanto sta succedendo, una Milano che vuole stordirsi, che vuole o finge di illudersi che tutto stia tornando alla normalità. E i tedeschi, che di questa pseudonormalità hanno bisogno, ne incoraggiano gli aspetti più frivoli concedendo a tutto spiano autorizzazioni alla riapertura di cinema e teatri. I sette cinematografi rimasti aperti nei giorni dell'armistizio diventano ventotto alla fine di ottobre, più quattro teatri.

Bombardata la Scala, la stagione lirica si riapre al Nuovo con il Rigoletto e, se proprio non va bene a chi ha dello spettacolo un gusto un po' più grasso, al Mediolanum c'è Gambe al vento, con la compagnia di quel Nuto Navarrini che vanterà intime amicizie tra gli assassini della Legione autonoma Ettore Muti e che spesso si mostrerà in pubblico indossandone la divisa: negli anni cinquanta troverà benevola accoglienza nei palinsesti televisivi della Rai. Per chi ha denaro, invece, da sabato 29 ottobre è ripreso il galoppo all'ippodromo di San Siro.

È anche contro questa falsa normalità che i gappisti devono battersi per impedire che dilaghi e invischi le coscienze nell'accettazione passiva dell'occupazione straniera e del rigurgito squadrista.
da “Due inverni un’estate e la rossa primavera” di Luigi Borgomaneri


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6 giugno 1944: operazione Overlord, nome in codice dello sbarco in Normandia

5 Juin 2022 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

Il luogo dello sbarco dell’operazione Overlord fu scelto durante la conferenza Trident nel maggio 1943 a Washington: venne preferita la Normandia piuttosto che il Pas-de-Calais, in quanto le divisioni tedesche presenti in questa zona erano più numerose e soprattutto perché non vi erano spiagge e porti che consentissero un rinforzo rapido della testa di ponte.

Alla fine del mese di gennaio 1944, Eisenhower stabilì i mezzi che dovevano essere impiegati nell’operazione: tre divisioni aviotrasportate e cinque divisioni trasportate via mare (due americane e tre inglesi). La zona di sbarco si doveva estendere per circa 60 chilometri, dall’estuario del fiume Orne alla costa orientale del Cotentin. Durante la notte precedente l’operazione anfibia, le divisioni aviotrasportate dovevano coprire tutto il settore di sbarco al fine di proteggerlo ai suoi fianchi.

La scelta della Normandia per l’operazione Overlord consentì di ingannare i tedeschi. Con l’operazione Fortitude, lanciata dagli Alleati, si fece credere ai tedeschi ad uno sbarco nel Pas-de-Calais, bloccando così alcune divisioni tedesche in quest’ultimo settore.

D-DAY Sbarco per la vittoria

La decisione di attaccare i nazisti in Normandia porta la data del 6 giugno 1944. Alle 9.33 del mattino le agenzie americane lanciano il primo flash sullo sbarco. Ma per mettere in ginocchio la Germania il prezzo è altissimo: diecimila morti nelle prime 24 ore.

 

sbarco-in-Normandia.jpg

 

Articolo di Silvio Bertoldi

«Overlord», il Signore: questo è il nome che americani e inglesi hanno scelto per indicare l'operazione di sbarco sul Continente. «Overlord» comincerà quando verrà il momento del D-Day, il Decision Day, o giorno della decisione. Il D-Day viene il 6 giugno 1944, alle 6.30 del mattino, tra nuvole basse e mare di onde lunghe e scure: 2727 navi mercantili, 700 da guerra, 2500 mezzi da sbarco, 1136 aerei inglesi (tra cui una formazione agli ordini del famigerato generale Harris che distruggerà Dresda senza un perché), 1083 aerei americani. Il fronte corre da Le Havre a Cherbourg in Normandia. Una sorpresa per i tedeschi che aspettavano l'attacco sulla Manica, al Pas de Calais, e non vogliono ammettere di essersi sbagliati. Cinque i punti di sbarco, classificati con nomi di fantasia: «Utah» o «Omaha» di pertinenza degli americani a occidente, «Gold», «Judno» e «Sword» per gli inglesi a oriente. Un giorno intero di battaglia sanguinosissima ed è inutile illudersi di salvare il soldato Ryan: di soldati Ryan ne moriranno circa diecimila nelle prime ventiquattr'ore, il prezzo tremendo (peraltro previsto) pagato per una testa di ponte in Europa dopo quattro anni di guerra. Il colpo decisivo per mettere in ginocchio la Germania e sollevare l'Urss dal sostenere da sola il peso del conflitto. Torna alla memoria la promessa di Churchill nella drammatica notte del 2 agosto 1940, quando tutto sembrava perduto: «Ricordate: non ci fermeremo, non ci stancheremo mai, non cederemo mai; l'intero nostro popolo e l'Impero si sono votati al compito di ripulire l'Europa dalla peste nazista e di salvare il mondo dal nuovo Medioevo... e il mattino verrà».

Quel mattino è venuto. È cominciato poco dopo la mezzanotte del 5 giugno, quando sono partiti 60 incursori con il compito di segnalare le zone di atterraggio ai 72 alianti lanciati su Caen, precedendo le divisioni di paracadutisti dei generali Taylor e Ridgway: gli stessi che l'8 settembre sarebbero dovuti scendere su Roma, se un terrorizzato Badoglio non li avesse scongiurati di soprassedere. Poi è toccato alle due Armate, la prima americana di Bradley e la seconda inglese di Dempsey, entrambe agli ordini di Montgomery, l'eroe partito da El Alamein, che ha giurato di concludere la sua corsa solamente a Berlino. Come sarebbe in effetti avvenuto, se ragioni politiche non avessero costretto Eisenhower a imporgli di lasciare la precedenza ai russi.

Alle 9.33 del mattino del 6 giugno le agenzie di stampa americane avevano lanciato il primo flash con l'annuncio dello sbarco, poi era stato letto il proclama di Eisenhower ai soldati. Il generale non aveva fatto economia di parole ed era ricorso a quello che riteneva il tono epico adatto alla circostanza. ...

A Londra, alla Camera dei Comuni, a mezzogiorno Churchill stava illustrando la presa di Roma, avvenuta due giorni avanti. Un segretario gli passò un biglietto, lui lo lesse e, senza alterare il tono della voce, annunciò che la battaglia per liberare l'Europa dal nazismo era cominciata e con l'aiuto di Dio sarebbe continuata fino alla vittoria. Quella sera stessa le truppe alleate erano saldamente attestate nell'entroterra della Normandia e prendeva il via la lunga cavalcata che le avrebbe condotte all'Elba, dopo che Patton ebbe distrutta a Bastogne l'estrema speranza di Hitler di rovesciare la situazione.

Come fu vissuta l'avventura dalle due parti? Il giorno dello sbarco Rommel, capo dell'armata tedesca stanziata in Normandia, non si trovava al suo comando di La Roche-Guyon. Fidando nell'inclemenza del tempo, che lasciava pensare a tutto tranne alla possibilità di uno sbarco, era partito in automobile per la Germania. Andava a festeggiare il compleanno della moglie e le portava in regalo un paio di scarpe francesi. Lo avvertì Speidel, il suo capo di Stato Maggiore e si precipitò verso Parigi a tappe forzate. Capì subito che per tamponare la falla si dovevano spostare le divisioni del Nord verso la zona di Cherbourg, ma per questo occorreva il consenso di Hitler. Il Führer stava dormendo e l’ordine categorico era di non svegliarlo prima di mezzogiorno. Così seppe dello sbarco con dieci ore di ritardo e anzi non volle credere che si trattasse dello sbarco vero, bensì di una manovra degli Alleati, un diversivo a scopo di disturbo. Negò a Rommel di disporre delle truppe richieste e in tal modo diede al nemico una chance di successo mai immaginata. Qualche tempo prima Rommel aveva detto che, quando fosse cominciata la battaglia di Normandia, quello sarebbe stato «il giorno più lungo». Non azzeccò la previsione. Il 6 giugno non fu il giorno più lungo, al cadere della sera era praticamente terminato, con gli Alleati vittoriosi sulla costa.

Per Eisenhower il problema era diverso, legato soprattutto alle condizioni meteorologiche. Dopo una preparazione durata mesi, aveva deciso di attaccare il 5 giugno, perché in quel giorno si presentavano le condizioni ideali di luna, di marea e di vento che, se lasciate passare, si sarebbero ripetute soltanto il mese successivo. Non si poteva restare tanto tempo in sospeso, dunque o subito o chissà quando. Ma una bufera implacabile cominciò a imperversare sulla Manica e rese impossibile la partenza delle navi. Già da venerdì 2 giugno si erano scatenati gli elementi e fu necessario rinviare. Dopo lunghe ore di attesa spasmodica il meteorologo inglese, colonnello Stagg, la sera del lunedì annunciò che il 6 mattina si sarebbe presentata la possibilità di uno spiraglio di qualche ora. Si trattava di cogliere quella problematica occasione, con il pericolo che tutto cambiasse di nuovo. Eisenhower decise di rischiare. Le truppe erano imbarcate da giorni, non era possibile tenerle ancora «prigioniere» nelle navi. Vi fu un'ulteriore consultazione e poi, sulla fede nelle previsioni di Stagg, l'annuncio: «OK si parte». Era il D-Day, il giorno della decisione.

Stagg, l'oscuro eroe della grande avventura, aveva lavorato senza un attimo di sosta per decifrare le sue carte del tempo e indovinare il momento magico per l'attacco. Così era avvenuto, la schiarita c'era stata. Quando le navi furono partite e i comandi svuotati diventarono silenziosi, Stagg si ritirò nel suo accantonamento, si gettò vestito su una branda e dormì dodici ore filate.



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Sbarco in Normandia 1 Sbarco in Normandia 2 Sbarco in Normandia 3 Sbarco in Normandia 4 Sbarco in Normandia 5 Sbarco in Normandia 6 Sbarco in Normandia 7 Sbarco in Normandia 8 Sbarco in Normandia 9 Sbarco in Normandia 10 Sbarco in Normandia 11

 

 

Bibliografia:

supplemento del “Corriere della Sera” - dicembre 1999

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Radio libere e liberate in Italia dopo l’8 settembre 1943

7 Octobre 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Tra le prime fu Radio Palermo, subito occupata dagli americani dopo lo sbarco nell'Isola il 10 luglio del 1943. Musica, notizie, ma anche un'accorta impostazione psicologica: perché gli speaker sono emigrati o figli di emigrati e al microfono parlano il siciliano. Arrivano anche i combat teams, truppe con il compito di esercitare la propaganda nelle zone dei combattimenti e attrezzate per installare emittenti locali nelle più importanti città della Sicilia.

Ma anche Radio Sardegna, vera unica radio libera (e non liberata) nel suolo nazionale, si affida alle cronache della BBC per lanciare, a partire dal mese di settembre, il suo segnale. Prima da Bortigali (un paesino della provincia di Nuoro), con un improbabile trasmettitore manomesso dai tedeschi, installato su un camion e riportato a nuova vita il 10 ottobre del 1943 dopo quindici giorni di prove, poi dalle grotte cagliaritane di Is Mirrionis, dove un gruppo di militari dà corpo alla programmazione dell'emittente. Sulla lunghezza d'onda di 555 metri pari a 540 chilocicli, si alternano notizie, canzoni, informazioni sulle famiglie divise dal conflitto, conversazioni politiche e culturali.

Quasi una vendetta nei confronti del regime. Quella scatola di legno e ferro che spesso e volentieri portava le insegne del fascio, si prestava indifferentemente ad amplificare le voci del Duce come quelle delle nazioni libere.

Bastava girare la manopola e ascoltare. La radio si ribellava all'ottuso destino propagandistico a cui le camicie nere sembravano averla destinata e diffondeva informazioni e notizie in grado di cambiare il corso della storia.

 

Verso le 18 dell'8 settembre 1943, un dispaccio dell'Agenzia Reuters arriva a Radio Algeri attraverso Radio Ankara. Dall'emittente nordafricana (controllata dagli americani), mezz'ora più tardi il generale Eisenhower informa ufficialmente della stipula dell'armistizio fra l'Italia e le Forze alleate. Alle 19.42 la radio italiana trasmette l'annuncio registrato dal maresciallo Badoglio. Finisce la guerra, inizia la Resistenza.

A Bari il 10 mattina, nella centralissima piazza San Ferdinando, uomini del Partito d’Azione e antifascisti di fede repubblicana decidono di prendere l'iniziativa. In quattro si presentano alla sede dell'EIAR e chiedono di poter utilizzare gli impianti. Giuseppe Bartolo, Michele Cifarelli, Beniamino D'Amato e Michele D'Erasmo affrontano il direttore, l'ingegner Damascelli: «Vogliamo fare un notiziario". Da una casa privata spunta un gigantesco apparecchio CGE, buono a captare Radio Londra e Radio Algeri. Alle 13 e alle 14 vanno in onda i primi notiziari. Contemporaneamente, nella vicina Brindisi, giunge il Re con tutta la sua corte. È una fuga mascherata da ritirata strategica, il sovrano deve spiegare molte cose e si affida ancora una volta alla radio. Chiede al povero Damascelli l'invio di una squadra tecnica per la registrazione di un messaggio, infarcito di maiuscole. «Italiani, nella speranza di evitare più gravi offese a Roma, Città Eterna, centro e culla della Cristianità e intangibile capitale della Patria, mi sono trasferito in questo libero lembo dell'Italia peninsulare con mio figlio e gli altri principi che mi hanno potuto raggiungere».

Le trasmissioni iniziano alle 6 del mattino: «Qui parla Radio Bari, libera voce del Governo d'Italia. Italiani! Una è la consegna, uno il comandamento: fuori i tedeschi!». Gli alleati curano i notiziari in inglese, albanese, serbo-croato e greco. Gli antifascisti alimentano la lotta partigiana.

Ma Radio Bari va quasi sempre in diretta. Jazz e swing, la comicità di Bob Hope e le voci di Bing Crosby e di Marlene Dietrich. Un tocco di leggerezza per stemperare la drammaticità della trasmissione più ascoltata e in onda dal gennaio del 1944, "dedicata ai patrioti italiani che lottano contro i tedeschi". Si intitola "L'Italia combatte". Berlino la teme al punto da aver escogitato una "nota di disturbo" con il compito di sovrastare la voce dello speaker. Perché "L'Italia combatte" non solo dà conto della lotta partigiana e dell'avanzata alleata su tutti i fronti ma smaschera i doppiogiochisti: «Italiani, patrioti: occhio alle spie. A Roma in questo momento i delatori e i venduti al nazifascismo sono aumentati. Vi nominiamo stasera alçuni tra gli elementi più pericolosi che agiscono nella capitale. Essi sono ... ». Registrata su grandi dischi e diffusa con periodicità costante, "L'Italia combatte" verrà rilanciata da tutte le radio controllate dagli angloamericani. Ma sarà soprattutto una risposta forte alla propaganda della Repubblica di Salò e un conforto per gli italiani internati dai nazisti dopo l'8 settembre: seicentomila tra soldati e ufficiali che riuscirono chissà come a procurarsi radio di fortuna e ascoltare le notizie provenienti dalla patria libera.

A fine febbraio 1944, con l'avanzata alleata, la Puglia perse la sua centralità e il cuore dell'informazione si spostò a Napoli.

Gli americani hanno il controllo della programmazione ma dopo vent'anni di fascismo si respira un'aria diversa. La città ha subito centoquattro bombardamenti, ma ha saputo trovare la forza di liberarsi da sola dall'oppressione tedesca nel corso di quattro gloriose giornate di scontri. L'avanzata degli Alleati trova sacche di resistenza e di ferocia. C'è da liberare il nord, ancora sotto occupazione nazista. Le formazioni partigiane organizzano emittenti in grado di rilanciare il segnale proveniente dalle zone presidiate dagli Alleati. La radio è uno strumento di collegamento formidabile.

Nella zona di Firenze è Radio CORA (COmmissione RAdio) a tenere contatti con gli angloamericani. Il Partito d'Azione costituisce una redazione capeggiata da Carlo Ludovico Raggianti ed Enrico Bocci, che opera in clandestinità, con una ventina di collaboratori. La radio è il punto di riferimento della resistenza toscana e non solo. Per questo, il 2 giugno del 1944, alcuni uomini dell'8a Armata vengono paracadutati. Il loro compito è quello di rafforzare la radio, per trasmettere informazioni e ottenere lanci di armi.

Ma nonostante i continui cambi di sede, il 7 giugno i nazisti individuano la radio e irrompono in piazza d'Azeglio durante una trasmissione. Sette partigiani vengono arrestati, un giovane radiotelegrafista viene ucciso. Il blitz si conclude con fucilazioni, torture e deportazioni. Solo in due riusciranno a salvarsi.

L'unica emittente radiofonica partigiana rivolta al pubblico e non destinata a uso strettamente militare, operante prima del 25 aprile 1945, fu Radio Libertà di Biella. Le prime dieci note della canzone "Fischia il vento", suonate da una chitarra scordata, aprivano ogni sera alle 21 le trasmissioni, irradiate da un apparecchio radiotrasmittente proveniente dall'aeroporto di Cameri: «Attenzione Radio Libertà, libera voce dei volontari della libertà. Si trasmette tutte le sere alle ore 21 sulla lunghezza d'onda di metri 21». All'annuncio veniva aggiunta una precisazione: «Non abbiano dubbi coloro che ci ascoltano, siamo partigiani, veri partigiani. Lo dice la nostra bandiera: "Italia e libertà". Lo dice il nostro grido di battaglia: "Fuori i tedeschi, fuori i traditori fascisti". Ecco chi siamo: null'altro che veri italiani. Le nostre parole giungeranno, valicando pianure e montagne, a tutti i compagni patrioti della Liguria, della Toscana, del Piemonte, della Lombardia, dell'Emilia, del Veneto, a tutti coloro che combattono per la nostra stessa causa. Viva l'Italia! Viva la libertà!».

Dal dicembre del 1944 al maggio del 1945, prima per mezz'ora, poi per un'ora al giorno, l'emittente cercò di convincere i giovani arruolati dalla Repubblica di Salò a disertare. Lo scopo era quello di cercare di smontare il più possibile il morale delle formazioni fasciste. Commenti, bollettini di guerra partigiani, notizie, lettere di partigiani o familiari, saluti, brani musicali e anche poesie. La radio trasmise fino a pochi giorni prima della Liberazione, messa a tacere dai fascisti nel corso dell'ultima offensiva, quella del 19 aprile. Sei giorni dopo, dalla sede EIAR di Milano, Sandro Pertini annunciava la sconfitta del nazifascismo. Il 6 maggio nelle strade della città lombarda, sfilavano i partigiani vincitori. E solo sentendo la voce familiare di un radiocronista che aveva legato il suo nome a momenti sereni e spensierati, gli italiani capirono che il periodo più buio e infamante della loro storia era finito. Quella voce era di Nicolò Carosio.

 

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Armi per la Resistenza

19 Février 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dopo l’8 settembre 1943, uno dei principali problemi dei partigiani erano i rifornimenti di armi e di munizioni indispensabili per gli attacchi ai nazifascisti e per la difesa dai rastrellamenti che gli stessi nazifascisti organizzavano periodicamente.

In montagna, il problema non era tanto quello dell'abbigliamento o del mangiare: le popolazioni erano vicine ai loro ragazzi (erano soprattutto giovani, che scappavano dalle città per andare in montagna: le ripetute chiamate alle armi del regime fascista erano disertate in massa. Nel solo distretto di Como ben 1272 ragazzi su 1582 richiamati alle armi disertano tra marzo e aprile '44). Il problema sono le armi: qualche colpo di mano frutta pochi moschetti e qualche pistola, ma ci vuole di più.

E allora come procurarsele?

Varie erano le modalità: prelevandole dai depositi dell’esercito italiano. Erano spesso  fucili e  poche altre armi leggere che non potevano reggere il confronto con quelle dei nazisti. C’era poi il problema delle munizioni.

In alcuni casi venivano utilizzate le armi abbandonate dai soldati allo sbando dopo l’8 settembre, come, ad esempio, accadde a Monza. I militari in fuga avevano sotterrato nel cortile  della scuola Ugo Foscolo di Monza 72 mitra e 2 mitragliatrici. Enrico Bracesco (caposquadra attrezzeria alla Breda, monzese, catturato dai nazisti verrà deportato e morirà a Mauthausen) ed altri gappisti riuscirono a rimpossessarsene con grande coraggio, poiché la scuola nel frattempo era stata occupata dai repubblichini. Enrico Bracesco, provvedeva man mano a distribuirle.


Spesso venivano sottratte, con l’aiuto di alcuni operai, dalle fabbriche che producevano armi: è il caso dell’antifascista lissonese Mario Bettega (
noto e apprezzato calciatore della Pro Lissone, operaio della Breda, cadde presto nelle mani dei repubblichini, scoperto mentre trasportava un pacco di otturatori e caricatori provenienti dallo stabilimento sestese, morirà nel lager di Mauthausen).

Si conoscono anche sottrazioni di armi e munizioni dai treni da parte di antifascisti, addetti al carico e scarico di materiale bellico negli scali ferroviari. In altri casi le armi venivano recuperate in seguito ad attacchi ai soldati tedeschi. Per gli esplosivi si ricorreva spesso alla sottrazione dalle polveriere.

Dalla primavera del 1944, gli Alleati rifornivano, tramite i servizi segreti americani Oss (Office of strategic service) ed inglesi MI5 (Military Intelligence Service 5, le forze partigiane mediante aviolanci. 

In qualche caso le armi venivano recuperate mediante attacchi alle caserme della Guardia Nazionale Repubblicana, come viene raccontato da Carlo Levati nel suo libro “Ribelli per Amore della Libertà”: 
«Dal Comando di Brigata ci veniva comunicata l'imminenza di un rifornimento di armi da parte degli Alleati; e la notizia ci procurò molta gioia. Il lancio dall'aereo sarebbe avvenuto entro il territorio sotto il nostro controllo e cioè tra Gorgonzola, Trezzo e Vimercate. Il segnale avrebbe dovuto darlo Radio Londra con queste parole: "Lucio 101" che significava attesa; "Lucio 1O1 il pollo è cotto" voleva significare che la notte seguente noi avremmo dovuto accendere dei falò nelle località citate e quindi recuperare le armi venute dal cielo. Andammo avanti tante notti ad ascoltare la radio e ad aspettare il famoso "pollo", che non venne mai; tant'è che anche il più paziente di noi, dopo un paio di mesi di vana attesa, si lasciò sfuggire questa battuta: "Se il pollo c'è … ormai è carbonizzato!".

Così, senza ulteriori attese di lanci, decidemmo di organizzare l'assalto alla Caserma dei repubblichini di Vaprio d'Adda per recuperare armi.»


Un importante stazione dell’Oss era a Berna in Svizzera. Nel 1944 l’Oss raggiunse il suo massimo sviluppo con 13.000 agenti ed informatori sparsi sui principali teatri di guerra.

 

I contatti tra partigiani, il Corpo Volontari della Libertà (CVL) e gli Alleati avvenivano tramite fuoriusciti in Svizzera (il CVL si costituì a Milano il 9 giugno 1944 ed è stato la prima struttura di coordinamento generale dei partigiani ufficialmente riconosciuto sia dagli Alleati che dal Governo italiano).

Giovanni Battista Stucchi, figura di primo piano dell’antifascismo monzese, Capo di Stato maggiore del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà, collaboratore di Ferruccio Parri, svolse diverse operazioni di collegamento e di direzione dei contatti con le formazioni partigiane dell’Ossola, del Varesotto e della Brianza.


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Nella foto della sfilata della Liberazione a Milano (5 maggio 1945) guidata dal Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà, Giovanni Battista Stucchi è il secondo da sinistra. Da destra a sinistra: Enrico Mattei, Luigi Longo, Raffaele Cadorna, Ferruccio Parri, Giovanni Battista Stucchi, Mario Argenton.

Un altro monzese, Davide Guarenti (verrà trucidato con altri sessantasei detenuti politici nel Poligono di tiro di Cibeno, frazione di Carpi, in provincia di Modena), capo degli antifascisti lissonesi (a Lissone per quattro anni aveva svolto la funzione di vigile urbano) manteneva i contatti con gli oppositori al regime fascista riparati in Svizzera ed in Francia. Tramite loro faceva pervenire informazioni a Radio Londra che le mandava in onda (le trasmissioni in italiano erano aperte dalle prime note della 5ª Sinfonia di Beethoven).

Da Radio Londra venivano trasmessi anche i messaggi in codice riservati alle formazioni partigiane con le conferme degli aviolanci da effettuare.

Grazie ai buoni rapporti tra le formazioni partigiane e gli Alleati, tramite agenti dell'OSS paracadutati, gli aviolanci si intensificarono soprattutto nella tarda primavera del 1945.

I contenuti di un aviolancio comprendeva generalmente armi automatiche e munizioni, esplosivi, materiale per sabotaggi e bombe a mano, vestiario e viveri di conforto. In qualche caso, come quello avvenuto nel maggio 1944 sui Piani di Artavaggio, in Valsassina, il vento disperdeva i paracadute rendendo impossibile ritrovare tutto il materiale lanciato.

Gli aviolanci ebbero una battuta di arresto durante l’inverno del 1944, quando il “Proclama Alexander” fermò l’avanzata sul fronte meridionale della guerra, rimandando ogni iniziativa a dopo l’inverno.

 

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Cartina indicante il  punto stabilito in accordo tra comando alleato e quello partigiano per un aviolancio. Quando gli aviolanci avvenivano di notte, gli aerei, spesso inglesi, erano guidati dai falò accesi dai partigiani,

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oppure mediante segnali luminosi.

 

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Solo nel corso degli ultimi quattro mesi di guerra, gennaio-aprile 1945, gli Alleati organizzarono 865 lanci di materiale da guerra ai partigiani del nord. 

Due terzi di tali lanci riuscirono, cioè 551 per complessive 1200 tonnellate e precisamente 650 tonnellate di armi e munizioni, 300 tonnellate di esplosivo e 250 tonnellate di altri materiali. Con questi aiuti l’efficacia della Resistenza armata fu maggiore nel nord d’Italia.
 

 

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I bisogni erano tali, che intere flotte di aeroplani sarebbero state necessarie per effettuare i lanci nella misura che avrebbe comportato l'armamento, il munizionamento, l'equipaggiamento di decine di migliaia di uomini.

Come erano organizzati i rifornimenti alle formazioni partigiane? Per mezzo delle radio clandestine della Resistenza, le richieste di ogni formazione, vagliate dai Comandi superiori, venivano trasmesse al Sud con i precisi dati trigonometrici della località e con l'indicazione della più vicina e più elevata cima alpina. Insieme erano forniti due messaggi: uno negativo e l'altro positivo. Quando il Sud decideva di effettuare il lancio, trasmetteva a mezzo radio Londra, per alcuni giorni il messaggio negativo e questo preavvisava la formazione che il lancio era prossimo. Il giorno in cui il lancio veniva effettuato, i partigiani non sentivano più il messaggio negativo, bensì, e per una volta sola, quello positivo e così accendevano subito i fuochi e quella notte, tempo permettendo, il lancio veniva effettuato.

Alcune frasi che per vari giorni erano ripetute dalla BBC: «Marta ha sempre paura», «Le scarpe sono rotte», «Felice non è felice», «Pippo piange», «Il gallo canta», «La luna ri­splende»,  erano frasi negative, trasmesse anche in relazione a condizioni atmosferiche sfavorevoli e che poi scomparivano improvvisamente dando il passo ad altre espressioni rimaste sconosciute, perché dette una volta sola e che erano quelle che effettivamente contavano.

 

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