Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

il fascismo

da un giornale tedesco del 22 febbraio 1930

21 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Nel febbraio del 1930, quando la potenza di Mussolini e il prestigio dell' Italia fascista sembravano toccare il vertice, un pubblicista tedesco dava alle stampe su un giornale di Berlino il seguente profilo del dittatore:

 

"La forza di Mussolini consiste nel non rivelare mai quanto egli sia debole in realtà. Da secoli il mondo non è stato giocato da un bluff così completo. Bluff del progresso così vantato: meno disoccupati, ma milioni di uomini costretti a lavori di puro prestigio; bilancio passivo, debito pubblico crescente. Nessuno sa come i buoni del tesoro saranno pagati alla prossima scadenza. L'Italia «non ha più bisogno di danaro straniero», perché non riceve più credito da nessuno. Dappertutto prestiti surrettiziamente forzosi, quindi nessun bilancio sincero. Ogni "fascio" tassa le imprese secondo un suo proprio criterio. Licenziamenti impossibili senza permesso dell'autorità politica, quindi rapido aumento di fallimenti e di cambiali insolvibili.

Si cerca una via d'uscita in un nuovo rialzo dei dazi, che impedisce qualsiasi importazione ma non lascia nessuna possibilità di compenso all'esportazione e deve far rincarare fino all'inverosimile il costo della vita, il cui tenore è già caduto molto in basso. Il Duce deve annunziare che lo stato aiuterà le industrie e i commerci sofferenti, ma nello stesso tempo il ministro delle Finanze invita ad abbandonare ogni lavoro pubblico non assolutamente necessario, e tuttavia stanzia egualmente 350 milioni per materiale ferroviario non necessario, per dare l'illusione di un'intensa attività. Nessuno può veder chiaro nelle cifre pubblicate e molto sospette. Ciascuno sente che la macchina marcia intensamente ma gira a vuoto. E questo stato povero adopera milioni innumerevoli per sostenere i giornali del regno, affinché lodino sempre da capo le opere del fascismo, li prodiga per ungere all'estero i più equivoci individui e comperarsi pubblicità. Esso ha danaro per la Milizia "volontaria", per eserciti polizieschi di spie in tutto il mondo.

Quanto più povero e oppresso diventa il paese, quanto più chiaramente gli uomini al potere sentono il suo malcontento e la sua ira, tanto più enormi somme spendono per lavori d'inutile prestigio o di distrazione e tanto più rapidamente quindi l'Italia diventa povera e l'odio cresce: cerchio del destino che non si può rompere, al quale Mussolini è legato finché la sentenza del fato si compia. Egli ha bisogno dei più forti eccitanti della vanità per dare spettacoli invece di pane; e, come si conviene a un Napoleone senza vittorie, lo scherzo nel suo regno è delitto capitale... In lui come in Bismarck e in Clemenceau, c'è uno sconfinato disprezzo degli uomini. Egli è spinto soltanto dalla sua volontà di dominio: vuol contemplare se stesso nella vita e nelle opere. Con maestria consumata, egli gioca con gli uomini che egli conosce così a fondo. Trova sempre per loro nuovi giocattoli, azioni di parata, profezie, lusinga loro e se stesso parlando di grandezza e di potenza, ed essi come lui sentono l'inganno, ma non lo vogliono vedere: uno spettacolo allo stesso tempo impressionante e grottesco. Dopo la sua fine che potrà avvenire in dieci mesi o in dieci anni, ma che indubbiamente sarà una fine spaventosa, il mondo stupirà anche più della menzogna di questa dittatura che di quella della guerra mondiale. Lo stato divinizzato sarà polvere come nessun altro. Si riconoscerà allora che qui c'era un carcere con 40 milioni di carcerati, condannati all'entusiasmo; un paese dal quale tutti sarebbero fuggiti, in cui erano trattenuti con la forza, un'esaltazione senza spirito, senza idea, senza un solo nome di fama mondiale; una mancanza di riflessione che voleva essere politica realistica; una miseria che dissipava il suo denaro per una schiera di avventurieri e di spioni; un regime che disprezzava le democrazie corrotte e rubava con mani rapaci; un nazionalismo che si dava al servizio di tutti gli imperialismi stranieri per una mancia miserabile".

LUDWIG BAUER, in «Tagebuch» del 22 febbraio 1930.


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Le vittime del fascismo

I 42 fucilati nel ventennio su sentenza del Tribunale Speciale.

Coloro che subirono 28.000 anni di carcere e confino politico.

Gli 80.000 libici sradicati dal Gebel con le loro famiglie e condannati a morire di stenti nelle zone desertiche della Cirenaica dal generale Graziani.

I 700.000 abissini barbaramente uccisi nel corso della impresa Etiopica e nelle successive "operazioni di polizia". I combattenti antifascisti caduti nella guerra di Spagna.

I 350.000 militari e ufficiali italiani caduti o dispersi nella Seconda Guerra mondiale.

I combattenti degli eserciti avversari ed i civili che soffrirono e morirono per le aggressioni fasciste.

I 45.000 deportati politici e razziali nei campi di sterminio, 15.000 dei quali non fecero più ritorno.

I 640.000 internati militari nei lager tedeschi di cui 40.000 deceduti ed i 600.000 e più prigionieri di guerra italiani che languirono per anni rinchiusi tra i reticolati, in tutte le parti del mondo.

I 110.000 caduti nella Lotta di Liberazione in Italia e all'estero.

Le migliaia di civili sepolti vivi tra le macerie dei bombardamenti delle città.

Quei giovani che, o perché privi di alternative, o perché ingannati da falsi ideali, senza commettere alcun crimine, traditi dai camerati tedeschi e dai capi fascisti, caddero combattendo dall’altra parte della barricata.

 

Bibliografia:

Armando Saitta - Dal fascismo alla Resistenza – La Nuova Italia Editrice – Firenze 1965

Monito della storia. Dalla Liberazione alla guerra fredda 1945-1948. Numero unico a cura dell’Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta – Como, aprile 1999

 

 

 

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La stampa italiana durante il ventennio fascista

18 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il Ministero della Cultura popolare e la stampa asservita.

Dal 1925-26 non esisteva più libertà di stampa in Italia; ma ciò non basterà al regime fascista, che controllerà attentamente la sua stessa stampa e, a tal uopo, creerà nel 1935 il Ministero della Cultura popolare. Dei fatti e misfatti di questi «ordini alla stampa» tratta Leone Bortone in un articolo su «Il Ponte», ottobre 1952, dal quale è ricavato questo brano (pp. 1393-1395).

 

Degli ordini impartiti il Ministero rispondeva unicamente al «Duce».

Ogni particolare che lo riguardasse era sottoposto ad attentissimo vaglio: tutta la stampa fascista, in definitiva, non doveva essere che il piedistallo di un mito; e, come accade a tutti i despoti, Mussolini finiva per rimanere prigioniero. Non si poteva chiamarlo Capo, ma soltanto Duce; per lui gli anni non dovevano passare: proibito occuparsi del suo compleanno o qualificarlo come nonno.

 

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Mussolini amava posare da uomo del popolo, ma non gli piaceva ballare; immagini del genere furono bandite.

 

Né era consentita pubblicità agli svaghi che anche il resto dei mortali poteva condividere con lui: «Non si deve pubblicare che il Duce ha ballato». Tutto quello che poteva, invece, esaltare la sua figura veniva «sensibilizzato all'estremo con una tecnica in cui il parossismo adulatorio si univa al più teatrale degli istrionismi. L'apoteosi finiva nella claque. Eccone qualche esempio: «Dire che il Duce è stato chiamato dieci volte al balcone»; «Rilevare l'ammirazione e l'interesse del pubblico per il fatto che il Duce vestiva la divisa di primo maresciallo dell'Impero»; «Si conferma la disposizione concernente l'assoluto divieto di abbinare altri nomi alle acclamazioni all'indirizzo del Duce». Ogni suo «storico» discorso provocava la mobilitazione totale del Ministero e della stampa: le note di servizio diventavano concitate e perentorie, imponevano un'eco di parecchi giorni. Leggiamone qualcuna, a caso, avvertendo che per brevità non le riprendiamo per intero: 24 febbraio 1941: «Massimo rilievo allo storico discorso del 23 feb­braio. "Sensibilizzare" la prima pagina anche nei sottotitoli. Rilevare nei commenti i punti principali del discorso. Mettere in evidenza che milioni di persone in tutta Italia e all’estero hanno ascoltato il discorso del Duce malgrado che non fosse stato preannunciato se non mezz'ora prima. Riportare la cronaca delle manifestazioni in tutta Italia e le impressioni e i commenti dall'estero». E il giorno dopo: «Riprodurre ampiamente e sensibilizzare le varie reazioni nelle varie città italiane e straniere al discorso del Duce. Interrogare uomini e donne di differenti categorie sociali chiedendo quali sono i punti del discorso del Duce da cui più sono stati colpiti ... I punti principali del discorso dovranno essere illustrati nei giorni prossimi con commenti editoriali e anche con articoli di collaboratori e scrittori, sempre in prima pagina, di fondo. Riprodurre in quadretti staccati oppure su 1-2 colonne in neretto i punti salienti del discorso ... ». E dopo aver continuato, il giorno seguente, a imporre commenti dall'interno e dall'estero, una nota del 26 febbraio insaziabilmente prosegue: «La prima pagina dei giornali deve essere ancora intestata per tutta la settimana sul discorso del 23 febbraio; riportare anche in prima pagina i passaggi principali del discorso del Duce, in quadretto o in «palchetto» o in linee smarginate o in altra forma di rilievo tipografico che potrà essere escogitata dai Direttori». (Sappiamo finalmente, da quest'ultima frase, che cosa ci stessero a fare i Direttori dei giornali). Per concludere, una disposizione permanente, qualche tempo dopo, prescrive: «I giornali riproducano ogni giorno una frase o brani di discorsi del Duce». Egli stesso suggerì edizioni straordinarie per il suo discorso dopo l'Anschluss e per la sua nomina, insieme al Re, a primo maresciallo dell'Impero.

 

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Una volta mandò al «Popolo d'Italia» una sua fotografia da sciatore, a torso nudo, commentando: «Serve da esempio ai sedentari».

Talvolta i discorsi di Mussolini erano a doppia faccia: una «feroce» per l'interno, l'altra, più conciliante, per l'estero. Non voleva rinunciare all'effetto di certe frasi, ma ne temeva l'eco al di là dei confini, come avvenne ad Eboli, nella imminenza della guerra etiopica, quando disse alle camicie nere: «Voi vedrete i cinque continenti del mondo inchinarsi e tremare di fronte alla vostra formidabile potenza fascista», ma la frase non venne riferita nella versione ufficiale purgata del discorso. « ... Tener presente, ammonisce una disposizione, in una occasione simile - il 31 ottobre 1938 che le parole pronunciate dal Duce .... non vanno pubblicate nel testo integrale, ma nel sunto che darà la Stefani».

L'adulazione della stampa ha con sé il suo correttivo: il ridicolo è la sua ombra. Il fascismo mancava, è vero, di senso del ridicolo, ma non fino al punto di ignorare l'effetto di comicità micidiale che avrebbero avuto frasi come le seguenti, che una nota dell'ottobre '41 si precipita ad annullare: «Nella cronaca Stefani della visita del Duce a Bologna togliere la frase con ripetute rotture di cordoni e l'altra: la folla è tanta che in certi punti il servizio d'ordine è fatto unicamente dai fragili cordoni dei balilla festanti».

Leone Bortone

 

Bibliografia:

Armando Saitta - Dal fascismo alla Resistenza – La Nuova Italia Editrice – Firenze 1965

 

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Le responsabilità della classe dirigente italiana nel consolidamento del regime fascista (1926-1935)

15 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Nel 1926 il fascismo si era trasformato in regime totalitario. Battuti, incarcerati, costretti all'esilio, qualche volta eliminati fisicamente i suoi più decisi oppositori, il fascismo poteva ormai procedere incontrastato.

Quale è stato il comportamento della classe dirigente italiana dell'epoca, cioè di uomini che, per l'autorità e il prestigio raggiunti nel campo della cultura, dell'insegnamento, del diritto o per le funzioni sociali e statali esercitate, avevano responsabilità primarie, non foss'altro d'esempio verso il popolo e i giovani in particolare?

 

La scuola

La fascistizzazione della scuola fu un'opera complessa, difficile e lunga, cui il regime si dedicò con tenacia e lungimiranza, ben sapendo l'importanza che rivestiva.

Il giuramento degli insegnanti

 

Vi provvide con la riforma Gentile, poi con quella Bottai, con i libri di testo e con la formazione di un corpo insegnante fedele o, almeno, ligio.

carta-scuola-Bottai.jpg La carta della scuola (1939)

 

 

Nelle scuole medie rimasero sempre, specie tra gli insegnanti più anziani, elementi non asserviti al regime che tuttavia riuscirono ad avere una certa influenza sui giovani. Tanto che il regime, non ignorando, vigilava, cercava d'intervenire, di intimidire gl'insegnanti non fascisti, di neutralizzarne l'ascendente sui giovani attraverso l'Opera Balilla, gli istruttori d'educazione fisica e una sottintesa costante polemica contro "i vecchi professori".

 

pagella 1943 retro  pagella 1931 fronte 

 

Migliaia di giovani italiani devono ai loro professori di ginnasio e di liceo se riuscirono a difendersi dalla nefasta influenza della propaganda fascista. E non furono rari gli episodi di persecuzione degli elementi più "pericolosi": sospensioni dall'insegnamento, trasferimenti e anche arresti. Il caso più celebre è quello di Augusto Monti, che era professore di liceo a Torino, condannato a cinque anni di reclusione, nel febbraio '36, insieme ai professori Michele Giua e Massimo Mila, nonché ai loro allievi Vittorio Foa, Vindice Cavallera, Alfredo Perelli (Norberto Bobbio e Cesare Pavese se la cavarono con l'ammonizione).

I docenti universitari, in numero più limitato, erano meglio influenzabili, controllabili e anche più esposti. Salvo rare e nobili eccezioni (il prof. Michele Giua, testé rammentato, ad esempio, docente di chimica al Politecnico di Torino, aveva lasciato spontaneamente l'insegnamento per non prestare giuramento di fedeltà al regime), si deve dire che una troppo rilevante parte di costoro, a differenza dei professori di scuola media, si piegò al fascismo o fu, addirittura, ferventemente fascista.

 

A partire dal '31, il· regime pretese dai docenti universitari il giuramento di fedeltà. Quando questa mortificazione fu imposta, l'8 ottobre '31, solo undici professori, su un corpo accademico che si aggirava attorno ai 1250, si rifiutarono di prestare giuramento, rinunciando alla cattedra.

Gi undici “obiettori” furono:

Giuseppe Antonio" Borgese, docente di Estetica all'Università di Milano : Ernesto, Buonajuti, Storia del Cristianesimo, Roma;

Mario. Carrara, Antropologia Criminale, Torino; Gaetano De Sanctis, Storia Antica, Roma; Giorgio Errera, Chimica, Pavia; Giorgio Levi della Vida Lingue Semitiche, Roma: Pietro. Martinetti, Filosofia, Milano.; Bortolo Negrisoli , Chirurgia, Bologna; il sen. Francesco. Ruffini, Diritto. Ecclesiastico, Torino; Edoardo Ruffini-Avondo, Storia del Diritto, Perugia; Lionello Venturi, Storia dell'Arte, Torino.

Non giurarono, inoltre, perché chiesero il collocamento a riposo in quei giorni, Vittorio Emanuele Orlando, che insegnava Diritto Costituzionale a Roma e Antonio De Viti De Marco, docente di Scienza delle Finanze a Roma.

Anche Guido De Ruggiero riuscì a conservare l'insegnamento. senza giurare.

Certamente, non che tutti i giuranti fossero o fossero divenuti di convinzione fascista. E neppure che tutti giurassero per semplice tornaconto o comodità. Vi erano, probabilmente, quelli che, considerata la natura della materia insegnata, conclusero che per essi il giuramento fascista era vuoto di contenuto.

Il fascismo, prima ancora d'ingannare i giovani del suo tempo, riuscì a piegare, proprio per valersene a quello scopo, tante personalità della cultura.

 

L’alta cultura

L’opera di penetrazione, di condizionamento, di controllo e, purtroppo, anche di conquista- che il regime condusse nei confronti della cultura fu estesa e capillare.

Il 19 dicembre '25, su iniziativa di Giovanni Gentile, fu data vita a un Istituto Fascista di Cultura che, in seguito, con espressione più appropriata, divenne l'Istituto di Cultura Fascista: poiché. tutta la cultura in un regime totalitario, non poteva che essere fascista e. nella maniera più integrale.

Col procedere degli anni e degli eventi, l'Istituto fu potenziato e divenne uno strumento di capillare penetrazione in tutte le provincie e in tutti i rami della cultura che, non solo e non tanto riuscì ad esercitare un controllo e un'influenza sul mondo della cultura ufficiale, ma soprattutto attrasse e impegnò, etichettandoli, in un'attività essenzialmente propagandistica, gran numero di docenti universitari, letterati, artisti, ecc.

Organo ufficiale di quell'Istituto fu la rivista Educazione Fascista, divenuta dopo il '34 Civiltà Fascista.

Agli inizi del '26, Mussolini pensò d'istituire l'Accademia d'Italia. Ne decise e annunciò la fondazione fin dal 25 marzo 1926, ma la lasciò in incubazione per tre anni e mezzo: la solenne inaugurazione avvenne, infatti, il 28 ottobre 1929.

Molti dei suoi membri per i meriti culturali eccezionali, la notorietà spesso mondiale, l'ascendente e il prestigio di cui alcuni di quegli uomini godevano, non potevano ignorare il sottinteso politico insito nell'accettazione della "feluca", che era, in fondo, un fez da tenuta di gala.

Anche quando ciò non avesse significato, per essi, adesione o sottomissione al fascismo, era, sempre un modo di illustrarlo, di non mostrare ripugnanza per un regime che, proprio in quegli ultimi tre anni, tra il '26 e il '29, aveva sepolto in galera o condannato all'esilio centinaia di uomini liberi, di cui alcuni  come Gramsci, Gobetti, Turati e tanti altri non erano certo, anche per ingegno, inferiori a nessuno di coloro che venivano ricoperti di alamari d'oro, per “meriti culturali”.

Fu anche questo un pessimo insegnamento per i giovani; come pensare di resistere al fascismo (o come disperatamente solitario diventasse il tentare di farlo), quando il fascismo, a ogni inaugurazione di anno accademico, poteva esibire sulla ribalta scienziati, studiosi, artisti, scrittori al cui genio o alle cui opere i giovani guardavano con reverenza e ammirazione.

 Guglielmo Marconi presidente Accademia Italia  Guglielmo Marconi in divisa fascista 1934

Guglielmo Marconi presidente dell’Accademia d’Italia e in divisa fascista 1934

 

Il 31 maggio 1939 l'Accademia dei Lincei, antica istituzione culturale indipendente dal regime, fu fatta assorbire dalla Reale (e fascista) Accademia d'Italia; e i suoi membri trasformati in membri "aggregati" di quest'ultima. Vi si trovavano tra gli altri, uomini quali Concetto Marchesi Luigi Einaudi, Arturo Carlo Jernolo, di noti sentimenti antifascisti. Anche costoro furono "aggregati." E, quasi la mortificazione non bastasse, vennero immessi al loro fianco, con lo stesso rango accademico, notissimi fascisti: non solo ex ministri o professori di università ma anche gerarchi.

 

 

Un episodio significativo di questo collettivo asservimento avvenne alla fine del '32, quando venne inaugurata la " Mostra della Rivoluzione Fascista, " che rimase aperta fino al 1935.

 

ingresso mostra rivoluzioneVi furono accompagnati a visitarla sovrani e ministri stranieri, delegazioni di cardinali e di vescovi, personalità di ogni tipo. In una sala vi era il "sacrario dei martiri fascisti," dove non si poteva non chinare il capo. Illustri personaggi vi montarono la guardia.

Secondo la liturgia del tempo, infatti, fu stabilito che, ogni giorno, un diverso drappello di militi, più o meno onorari, rendesse gli onori, appunto, alla istituzione che era stata approntata nel Palazzo delle Esposizioni, in via Nazionale a Roma.

Balilla e avanguardisti, deputati e senatori, gerarchi di periferia e italiani venuti dall'estero, generali e magistrati, ministri e accademici d'Italia, scrittori, poeti, artisti, filosofi, scienziati: a ognuno toccò il suo turno.

Indrappellati in divisa o in orbace, distinti in "mute" per darsi il cambio, all'esterno o all'interno, dell'edificio, uomini con i capelli grigi e magari con la pancia si alternavano in posizione di presentatarm nei punti stabiliti. E, tra mezzogiorno e la una, venivano condotti in giardino a consumare il rancio.

La verità è che Mussolini si compiaceva di quelle esibizioni. Sventuratamente, nemmeno il ridicolo o il grottesco, in un Paese dove anche la gente semplice e incolta è pronta a cogliere il lato umoristico delle cose, trattennero tanti uomini di cultura dal prosternarsi davanti al regime.

 

 

Coloro che resistettero

Non mancarono, dopo il '26 uomini di cultura, oltreché politici, i quali sepperò trovare la strada della dignità, anche quando passava per la galera e per l'esilio. Tra questi (e solo per accennare ad alcuni) docenti illustri come Gaetano Salvemini, giornalisti come Alberto Cianca, direttore dell'amendoliano Il Mondo, Riccardo Bauer, direttore de Il Caffè, Ernesto Rossi, Ignazio Silone, Piero Calamandrei, Silvio Trentin e diversi altri che continuarono a battersi e “non mollarono” mai.

Oltre a questi, che finirono quasi tutti in prigione o esuli (e diversi non tornarono più), non si deve neppure dimenticare la grande schiera degli "oscuri": di coloro che rimasero in Italia, non presero la tessera, non concorsero a cattedre, rinunciarono a pubblicare e, quand'anche non affrontarono persecuzioni, si tennero volontariamente in disparte, per venti anni e senza garanzia d'essere ripagati. Proprio per questo, anzi, rimasero oscuri, quasi sempre, anche dopo: semplici insegnanti di provincia, studiosi o artisti "inespressi", gente che ridimensionò la propria vita, anche professionale, sacrificando vocazioni e capacità.

 

Nel 1925 Gaetano Salvemini aveva dato vita con Piero Calamandrei ed Ernesto Rossi ad uno dei primi giornali clandestini di opposizione, il “Non mollare” (la libertà di stampa ormai era stata soppressa).

 

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Le dimissioni di un professore universitario

«Signor Rettore

la dittatura fascista ha soppresso, ormai completamente, nel nostro Paese quelle condizioni di libertà, mancando le quali l'insegnamento universitario della storia - quale io la intendo - perde ogni dignità, perché deve cessare di essere strumento di libera educazione civile e ridursi a servile adulterazione del partito dominante, oppure ad esercitazioni erudite, estranee alla coscienza morale del maestro e degli alunni.

Sono costretto perciò a dividermi dai miei giovani e dai miei colleghi con dolore profondo, ma con la coscienza sicura di compiere un dovere di lealtà verso di essi, prima che di coerenza e di rispetto verso me stesso.

Ritornerò a servire il mio paese nella scuola quando avremo riacquistato un governo civile».

Gaetano Salvemini

 

 

 

 

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L'Italia in guerra. Verso la crisi del regime fascista.

8 Novembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

È difficile precisare in quale periodo esatto sia cominciata la crisi decisiva del regime fascista, quando cioè abbia avuto inizio la disgregazione di quelle basi di massa sulle quali, oltre che sul terrore poliziesco, esso aveva basato il proprio dominio.

Questa crisi viene alla luce in modo drammatico nel corso della seconda guerra mondiale, essa è tuttavia già avviata prima dello scoppio del conflitto per una complessa serie di motivazioni:

1) la imposizione, verificatasi fin dal 1935, della camicia di forza corporativa e autarchica alla debole economia italiana che ha avvantaggiato enormemente pochi gruppi monopolistici, a scapito dell'intera collettività nazionale;

Le sanzioni

 

2) lo stato di guerra permanente cui è stata assoggettata la popolazione italiana fin dal tempo dell'aggressione all'Etiopia;

3) il conseguente radicalizzarsi di uno stato di disagio e di malcontento fra quegli strati della piccola e media borghesia, nella città e nelle campagne, fra cui il fascismo aveva raccolto inizialmente gran parte dei suoi consensi;

4) motivi politici come la costituzione dell'Asse, l'allineamento della Italia fascista con la Germania nazista, la prona accettazione dell'Anschluss, l'artificiosa importazione della teoria della razza e dell'antisemitismo.

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L’aver accolto Mussolini reduce dal suo viaggio a Monaco quale presunto «salvatore della pace» rivela l'illusione che il fascismo possa garantire la pace e tener fuori l'Italia dalla catastrofe che minaccia il mondo e l'Europa.

L’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania nazista era impopolare e inoltre veniva messa in gioco non solo la sorte del fascismo, ma quella del paese, della collettività nazionale.

corriere 11 06 1940

La popolazione italiana finì per adottare l'ambigua parola d'ordine del vecchio partito socialista nella prima guerra mondiale: « Né aderire, né sabotare ».

« Né aderire»: mancò nella seconda guerra mondiale quel fenomeno tipico della storia militare italiana che è il «volontariato»; mancarono quei «canti di guerra» che erano sempre fioriti sulla bocca dei combattenti dell'Italia unita, anche nel corso delle imprese coloniali come quella di Tripoli. L'unico canto autentico di guerra - quello degli alpini della Julia “Sul ponte di Perati” - nacque dalla disfatta in Grecia ed è ispirato a un senso di tragica rassegnazione.

 

“Sul ponte di Perati bandiera nera / l’è il lutto degli Alpini  che fan la guerra. Quelli che son partiti non son tornati / sui monti della Grecia sono restati. / Sui monti della Grecia c’è la Vojussa / col sangue degli Alpini s’è fatta rossa. / Un coro di fantasmi vien giù dai monti / è il coro degli Alpini che sono morti. / Alpini della Julia in alto i cuori / sul ponte di Perati c’è il Tricolore.”

 

«Né sabotare»: la mancata adesione alla guerra fascista assai tardi si tradusse in un esplicito rifiuto.

Furono le stesse vicende belliche a chiarire la situazione, a rendere evidente come la conservazione del regime fascista in nessun modo potesse identificarsi con una qualsiasi prospettiva di «vittoria». A differenza di ciò che si verificò per le armate del III Reich, il regime fascista, intervenuto nel grande conflitto nella stolta previsione d'una sua rapida conclusione, ma avendo già logorato armamento e mezzi nella guerra d'aggressione in Etiopia e in Spagna, non seppe che collezionare fin dal primo momento sconfitte su sconfitte, dalla campagna di Grecia all'Africa settentrionale e al disastro navale di Taranto.

 

(A Taranto l’11 novembre 1940 dopo le 22 circa, aerei inglesi si lanciarono contro le corazzate italiane “Duilio, Littorio e Cavour” che furono colpite gravemente e che, per evitare l’affondamento, furono portate ad incagliarsi su bassi fondali; danneggiati in modo minore furono il “Trento” e i caccia “Libeccio” e “Pessagno”. Fu la nostra Pearl Harbour).

 

Rapidamente svanita l'illusione di poter condurre una guerra « parallela» - cioè con le proprie forze e con propri obiettivi, in forma autonoma rispetto all'alleato tedesco - ben presto venne alla luce l'effettivo rapporto di forze. La guerra fu condotta dapprima con l'aiuto tedesco (per la riconquista della Cirenaica e per l'invasione alla Grecia) poi sempre più evidentemente al servizio del tedesco, già con la prima spedizione in URSS e poi nella alterna vicenda della campagna in Africa settentrionale.

 

La dura realtà sofferta e vissuta quotidianamente dal paese.

La Germania nazista poteva sostenere il peso della guerra, mediante la spoliazione sistematica d'ogni regione invasa ad ovest e a est. Nel suo sforzo bellico erano inseriti i lavoratori forzati d'ogni parte d'Europa.

Nell’Italia fascista invece:

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a) Gravissima la situazione alimentare: fin dall'inizio del conflitto si applicò il razionamento dei generi fondamentali; la razione giornaliera di pane, stabilita nel settembre '41 a 200 grammi, scendeva nel giugno '42 a 150 grammi; grassi commestibili, razionati inizialmente a 800 grammi mensili, scendevano a 400 grammi; lo zucchero si stabilizzava intorno a 500 grammi. Carne, pollame, uova scomparvero pressoché totalmente dal mercato. Gli italiani che già prima del conflitto erano agli ultimi posti in Europa per il consumo di calorie pro capite, dovettero, per sopravvivere, ricorrere sempre più largamente al «mercato nero»;

tessera-annonaria.JPG file per acquisto pane

 

Rapido e continuo l'aumento del costo della vita: assumendo per base il 1928 = 100, i beni di consumo da 94,3 nel 1939 toccavano la quota di 125,3 nel 1941, i beni strumentali nello stesso periodo da 144,2 ascendevano a 198,3.

Complessivamente il costo della vita, rispetto all'ultimo «anno di pace» goduto dall'Italia prima dello scoppio del conflitto etiopico, era salito del 112 per cento, cioè più che raddoppiato.

b) normalmente fermi o bloccati al livello anteguerra i salari; in continua discesa il loro valore reale. Assumendo come indice il livello da essi conseguito prima dell'avvento del fascismo (1921 = 100), nel 39 essi toccavano la quota 90 per poi precipitare via via nel '41 a 86, nel '42 a 83 e così via;

c) deficit del bilancio statale, che non valgono a colmare le emissioni di Buoni del Tesoro, con percentuali d'interesse (fino al 5,4 per cento) superiori a quelli praticati in ogni paese d'Europa coinvolto nel conflitto. Sempre più accentuata la spinta verso l'inflazione. Il peso dei sacrifici ricade tutto verso il basso, mentre ne sono esonerati i detentori del potere economico e politico.

d) I gruppi monopolistici del capitalismo italiano prosperano fra la generale miseria; in costante aumento risultano i dividendi delle maggiori società azionarie. Aumentano i capitali delle maggiori società come la Montecatini, la Terni, la SIP, l’Adriatica Elettricità, etc. Sono sfrenate le lotte per le commesse belliche;

e) la corruzione dei gerarchi, gli scandalosi episodi di speculazione in cui è coinvolta l'intima cerchia di Mussolini (la «banda Petacci» si dedica al contrabbando dell'oro.

Il distacco dal regime, ancora generico prima dello scoppio della guerra, diventa un vero e proprio «odio fisico» per la stessa figura dei gerarchi esonerati dai sacrifici e dalle sofferenze della guerra.

Ad arginare l'ondata di collera o di disprezzo che via via investe il Partito fascista non valgono i parziali provvedimenti disciplinari, come l'espulsione di qualche gerarca provinciale per «disfattismo» o per reati annonari, né le campagne propagandistiche che vengono lanciate secondo le particolari esigenze belliche. La fiducia nell'uomo che «ha sempre ragione».

Piuttosto che ai bollettini di guerra e ai comunicati della stampa fascista, abitualmente menzogneri e reticenti, si presta fede a Radio Londra, nonostante i divieti.

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Il R.D. del 6 giugno 1940 n° 765, all’articolo 8, vieta agli ascoltatori della radio e ai possessori di apparecchi radioriceventi di ascoltare le trasmissioni delle stazioni “nemiche o neutrali”.

colonnello Stevens BBC Radio Londra 

Il colonnello Stevens ai microfoni della BBC-Radio Londra

 

Largamente diffusi sono i motti di spirito o le barzellette che pongono in ridicolo il regime.

 

Un esempio di scritte murali e commenti:

«Indietro non si torna». La frase fu scritta, per caso, sul muro di un cimitero; e una mano ignota, aggiunse·lì sotto: «Lo credo, io».

«Solo Iddio può piegare la volontà fascista: gli uomini e le cose mai». E il commento fu immediato: «Speriamo in Dio».

 

Al principio dell'estate 1942 le sorti della guerra in Europa pendono ancora a favore di Berlino. Si apre alle forze dell'Asse la vallata del Nilo e la possibilità di colpire al cuore l'impero inglese. Sul fronte russo, le truppe del III Reich hanno ripreso la loro avanzata spingendosi fino al Caucaso e affacciandosi sul Volga a Stalingrado. Mussolini si è già procurato il cavallo bianco, su cui entrare vittorioso ad Alessandria, rinnovando i fastigi napoleonici.

Nell'estate 1942 sul fronte interno avviene il silenzioso, gravissimo sabotaggio alla guerra fascista che i contadini operano nelle campagne, sottraendo più di un terzo del raccolto agli ammassi imposti dal fascismo.

ammasso 

Quando spunta all'orizzonte la sconfitta di El Alamein,  il fascismo cerca di velarne la tragica gravità, spacciandola per una delle tante ritirate strategiche che già si sono verificate in Africa settentrionale.

Ma questa volta tutti comprendono che ci si è avvicinati ad una svolta decisiva della guerra. La sconfitta di El Alamein coincide con l'ingresso nel Mediterraneo delle forze americane, con lo sbarco USA sulla costa dell'Africa settentrionale francese. Ed è questo un fatto nuovo e decisivo, di grande portata storica anche per il futuro e non soltanto collegato alle sorti immediate della guerra. «Gli Stati Uniti, occupando l'Algeria e il Marocco, hanno compiuto un'operazione offensiva che cambia completamente i rapporti di forze in tutto il settore mediterraneo, il quale è per l'Italia il settore decisivo».

Una maestra di una scuola elementare di Lissone scrive il 12 maggio 1943 sul “Giornale della Classe”: «La campagna di Tunisia si è chiusa dopo una resistenza veramente leggendaria da parte dei nostri valorosissimi soldati. Le mie alunne che hanno seguito con grande interesse le vicende della guerra in Africa, sentono il dovere di diventare migliori per essere degne degli eroici giovani che hanno, col loro sangue, resa sacra quella terra dove sicuramente torneremo! La vittoria non ci può mancare!».

p 12mag43 Tunisia vittoria non mancare

 

Ma la realtà è ben diversa: sul fronte orientale le truppe sovietiche, dopo aver resistito nell'assedio di Stalingrado, continuano la loro controffensiva.

Dopo la Russia dove, nel marzo del 1943, i resti di quello che era l’ARMIR erano stati rimpatriati, lasciando in quelle terre circa 100.000 soldati italiani, ora tocca all’Africa: circa 250.000 uomini, tra tedeschi ed italiani, hanno deposto le armi. Gli Alleati avanzano.

Il generale Alexander invia a Churchill il seguente messaggio: «È mio dovere informarla che la campagna di Tunisi è terminata. Ogni forma di resistenza nemica è cessata. Noi controlliamo le spiagge del Nordafrica ...»

 

 

Bibliografia:

Battaglia Roberto, Storia della Resistenza italiana, Einaudi, 1964

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La propaganda tedesca per il reclutamento di lavoratori italiani

30 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

La propaganda tedesca opera in Italia in modo del tutto autonomo, con una rete parallela a quella del governo di Salò, ma che a questa - nei punti strategici e nei momenti focali - si sovrappone o si impone, sia per dettare norme di comportamento sia per l'esercizio di una censura drastica.

Accanto alla PK (Propaganda Kompanien) agiscono nel territorio della RSI altri tre centri: Propaganda Abteilung Deutschen (PAD), Propaganda Abteilung ltalien (PAI) e Propaganda Staffel West.

manifesto lavoratori in Germania manifesto lavoratori in Germania 2

Staffel significa formazione, termine che bene esprime l'intento pedagogico di chi vorrebbe plasmare gli italiani secondo canoni nazionalsocialisti. L'organizzazione tedesca è un’emanazione della Wehrmacht con diverse sedi nelle principali città italiane.

Il feldmaresciallo Rommel ha affidato alla Staffel, il 14 ottobre 1943, il controllo sulla stampa nel territorio della RSI. Il tema del lavoro è quello maggiormente divulgato, per favorire l'affluenza di manodopera in Germania. Nonostante gli slogan, in luogo del volontariato si ricorre alla precettazione. Le condizioni di lavoro nel Reich sono ben diverse da quelle decantate dai manifesti nazisti: lo appurano le stesse fonti di Salò. Una relazione dell' ottobre 1944 ironizza sulla promozione del lavoro in Germania:

«Si rileva come il trattamento tedesco per i nostri operai non risponda esattamente a quello dei proclami e degli inviti disseminati in ogni via d'Italia. Dal viaggio in vagoni bestiame ermeticamente chiusi al durissimo lavoro di 12 ore giornaliere, al rancio niente affatto all'italiana e, per lavoratori dell'industria pesante, insufficiente, i nostri operai sono in uno stato veramente miserevole. Risentimento contro le nostre autorità civili le quali a tutto e a tutti promettono di provvedere: promesse che non hanno alcun esito e alcun effetto. In un campo-lavoro di 45.000 persone, in mezzo a uomini delle più svariate nazionalità, in un conglomerato dove si parlano 22 lingue, tutti sono concordi “nel disprezzare l'italiano” e non c'è nessuno che cerchi di attenuare o modificare questo stato di cose. I metodi tedeschi più inumani e più duri sono usati solo per i lavoratori italiani i quali in questo caso sono da tutti vilipesi, mancando quell'autorità ai nostri dirigenti consolari che dovrebbero far assolutamente cessare questa palese ingiustizia».

La situazione non registra miglioramenti, se ancora a inizio marzo 1945 un emissario del duce che ha visitato i connazionali impegnati nei campi e nelle grandi industrie tedesche relaziona in termini assolutamente negativi:

«I nostri lavoratori sono stati fino ad ora abbandonati a loro stessi. Essi hanno in generale indumenti in stato deplorevole. Sembrano veri accattoni. Hanno sofferto e soffrono terribilmente il freddo. Le loro calzature sono per lo più costituite da zoccoli. Il loro modo di presentarsi li respinge dal consorzio civile; di qui molti incidenti incresciosissimi: è capitato più volte che nostri lavoratori sono stati espulsi dai tram ed altri mezzi pubblici di trasporto. Il loro stato di sporcizia li fa allontanare dai locali pubblici ed in qualche caso anche dai rifugi antiaerei».

Impossibile mascherare questa avvilente realtà e convincere gli italiani a recarsi volontariamente in Germania a svolgervi attività lavorativa.

 

Bibliografia:

- Mimmo Franzinelli, RSI - La repubblica Sociale del duce 1943-1945, Mondadori, 2007

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Braccia italiane per l’Asse e “caccia agli schiavi”

28 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

 

Il reclutamento di lavoratori per la Germania e lo sfruttamento della manodopera italiana operato dai tedeschi nella seconda guerra mondiale.

 

Nella seconda metà degli anni trenta, la prospettiva di guadagnare alti salari, rispetto a quelli pagati in Italia, e di inviare congrue rimesse alle famiglie, invoglia molti lavoratori ad emigrare in Germania. All'esigenza di sopperire con lavoratori stranieri alla carenza di manodopera dell'alleato tedesco, corrisponde l'interesse del governo italiano di risolvere per questa via il problema della disoccupazione, nonché quello di pareggiare, attraverso le rimesse, il conto delle importazioni dalla Germania da cui dipendeva la nostra industria.

 

 

manifesto lavoratori in Germania 2Alla metà di aprile 1937 giunge all’Ambasciata italiana di Berlino la richiesta da parte tedesca di assumere un piccolo contingente di braccianti, 2.500 in tutto. Le autorità del Reich preferirebbero venissero dal Sudtirolo. È poca cosa, ma l’Italia ha circa 150.000 disoccupati nel settore agricolo, e perciò conviene alle autorità aderire all’invito nella speranza, l’anno successivo, di poter aumentare il contingente con braccianti provenienti dalle regioni più colpite dalla disoccupazione (Veneto, Emilia).

 

 

Il 28 luglio si giungerà ad un primo accordo; si conviene che «nell’anno 1938 la cifra dei lavoratori potrà raggiungere il numero di 30.000».

Nel 1938 partirono 31.071 braccianti, che divennero 36.000 nel 1939; dal 1940 il totale annuale si stabilizzò attorno alla cifra di 50.000.

Accanto ai braccianti, il Terzo Reich chiede all’alleato italiano anche edili e minatori. Dei primi, dall’autunno del 1938 a tutto il 1939, ne passeranno il Brennero 9.500, 3.000 destinati alla costruzione delle officine Volkswagen a Fallersleben, gli altri diretti a Salzgitter, dove è aperto il cantiere della grande acciaieria della Hermann-Göring-Werke.

A giudizio delle autorità militari tedesche, gli italiani erano gli unici stranieri che si potevano adibire ad alcune mansioni presso aziende dove si facessero produzioni particolarmente delicate, dal punto di vista militare, o presso cantieri navali.

Con lo scoppio del conflitto e l'invio di numerosi classi al fronte uno dei primi obiettivi del Reich fu quello di reclutare per il proprio fabbisogno produttivo interno lavoratori in tutti i territori occupati.

 

Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra. Obiettivo iniziale del gruppo dirigente di Roma è condurre una “guerra parallela”. Le velleità del regime devono però ridimensionarsi in fretta, visti i rovesci militari sia nell’Africa del Nord sia in Grecia: in entrambi i casi solo l’intervento di forze tedesche evita la sconfitta. Alla dirigenza nazionalsocialista diviene chiaro che l’alleato mediterraneo è di scarsa utilità dal punto di vista militare ma richiede enormi rifornimenti in materie prime e carbone. Conviene, quindi, cercare di utilizzarne al massimo il potenziale produttivo, in modo particolare per quanto riguarda la manodopera.

 

I capi militari nel Reich (il motto adottato dalla decima armata della Wehrmacht era "il tedesco combatte l'italiano lavora per lui") non soltanto avevano deciso di sfruttare le risorse territoriali che l'Italia offriva utilizzando il paese come bastione militare avanzato, ma erano anche risoluti a sfruttare per l'economia tedesca di guerra le «risorse umane» rappresentate dalla manodopera italiana. 

manifesto lavoratori in Germania 3 manifesto lavoratori in Germania

 

È così che, all’inizio del 1941, arrivano alle autorità fasciste richieste consistenti e dettagliate: nel gennaio si discute l’assunzione di 54.000 lavoratori industriali (edili e minatori, questi ultimi destinati alla Ruhr); pochi giorni dopo le trattative si riaprono su una richiesta tedesca di altri 200.000 lavoratori industriali; le autorità italiane ne offrono in tutto 150.000, così suddivisi: 50.000 dell’industria metallurgica, siderurgica, meccanica, 30.000 da altri settori ma suscettibili di essere impiegati in quei tre rami, 70.000 da altre branche produttive. Ed ancora non basta: con una nota del 19 giugno successivo il governo del Reich chiede altri 100.000 operai industriali.

Roma non può che acconsentire; viene così messo in piedi un complicato meccanismo di estrazione di manodopera dalle fabbriche, gestito congiuntamente dal ministero delle Corporazioni, da quello dell’Interno. Provincia per provincia, gli Ispettorati Corporativi e le Prefetture invitano ogni industria a fornire un elenco di tutti i dipendenti; su questa base verrà richiesto ad ogni azienda di fornire una quota proporzionale di lavoratori da mandare in Germania, «se possibile su base volontaria» e scelti, ovviamente, fra le classi di età non soggette alla leva. Dall’aprile 1941 cominciano a partire, dai centri di raccolta di Milano, Verona e Treviso, i primi treni speciali.

 

Nel periodo che va dalla crisi dell’estate 1943 alla Liberazione circa ottocentomila italiani (nella stragrande maggioranza maschi, ma non mancarono alcune migliaia di donne) vennero trasferiti (per la quasi totalità a forza) nel territorio del Terzo Reich. Lì i loro destini si incrociarono con quelli di altri centomila connazionali, giunti in Germania negli anni precedenti (dal 1938 in poi) sulla base di intese intergovernative tra Roma e Berlino.

Il 27 luglio 1943 Himmler, nella sua qualità di capo della polizia tedesca, bloccò i rimpatri di coloro che erano ancora al lavoro in Germania. Lo status degli operai e dei braccianti italiani precipitò a quello di lavoratori coatti.

Il gruppo più numeroso all’interno degli ottocentomila era rappresentato dagli IMI, “Internati Militari Italiani”, termine affibbiato dalle autorità militari e politiche del Terzo Reich a ufficiali, sottufficiali e soldati delle forze armate del Regno d’Italia catturati dalla Wehrmacht nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre 1943, in territorio metropolitano, nella Francia meridionale e nei Balcani.

Classificandoli in tal modo, invece che – come di consueto – “prigionieri di guerra” (Kriegsgefangenen), Berlino poté sottrarli al patrocinio della Croce Rossa Internazionale (CICR) di Ginevra e nello stesso tempo mantenere in vita con maggior spessore simbolico l’idea dell’Asse tra le due maggiori potenze fasciste (Germania ed Italia, quest’ultima sotto le vesti della RSI). Gli IMI, in tutto seicentocinquantamila, vennero detenuti fino all’agosto 1944 in campi di prigionia militare dipendenti dalle regioni militari in cui era suddiviso il Reich; gli ufficiali nei cosiddetti Oflager (campi per ufficiali), i sottufficiali e i soldati nei cosiddetti Stammlager.

Nell’agosto 1944 gli IMI vennero trasformati, con atto d’imperio, in lavoratori civili coatti, e vennero trasferiti nei cosiddetti Arbeiterlager (campi per lavoratori stranieri, sottoposti ad un regime di coazione). Oltre il novanta per cento degli IMI riuscì a sopravvivere alla prigionia: i caduti furono circa quarantamila.

Un secondo gruppo, di circa centomila, comprende i lavoratori portati in Germania dopo l’8 settembre 1943; di costoro un piccolo nucleo (alcune migliaia) aveva accettato le proposte di assunzione nel Reich propagandate dagli uffici aperti nell’Italia occupata dal Plenipotenziario generale per l’impiego della manodopera Fritz Sauckel. Gli altri, la maggioranza, furono catturati durante rastrellamenti (operazione definita «caccia agli schiavi», secondo il gergo della Wehrmacht) operati dalle unità tedesche e dagli apparati armati di Salò nelle retrovie del fronte o nel corso di azioni antipartigiane e vennero trasferiti in Germania per essere utilizzati nella produzione di guerra come lavoratori coatti. I partigiani, non soltanto paralizzavano il sistema dei trasporti e l’attività lavorativa, ma vanificavano anche qualsiasi contributo dell’Italia alla guerra.

Un terzo e numericamente più ridotto gruppo, di circa quarantamila persone in tutto, comprende infine coloro che vennero deportati dall’Italia avendo come destinazione il sistema concentrazionario nazista vero e proprio, dipendente dalla struttura SS. Di loro appena il dieci per cento (circa quattromila) riuscì a sopravvivere.

Tra questi quarantamila deportati italiani circa diecimila erano ebrei gettati nelle spire della «soluzione finale» e perciò mandati in gran parte (circa ottomila, di cui meno di quattrocentocinquanta i sopravvissuti) ad Auschwitz (dove nei mesi precedenti il genocidio era stato centralizzato), mentre i restanti finirono  nei lager di Bergen Belsen, Ravensbrück, Buchenwald, Flossenbürg. Gli altri trentamila, classificati dagli occupanti e dai loro alleati fascisti repubblicani tra gli oppositori politici o sociali, vennero inviati nei lager di Dachau, Mauthausen, Buchenwald, Ravensbrück e Flossenbürg.

 

 

Bibliografia:

 - Brunello Mantelli - Gli italiani in Germania 1938-1945: un universo ricco di sfumature - quaderni Istrevi, n°1/2006

-  Mimmo Franzinelli - RSI-La Repubblica del duce 1943-1945 – Mondadori 2009

 

 

 

 

 

 

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Roma durante il ventennio fascista

25 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Un ritratto della vita a Roma durante il Ventennio, degli inganni e della brutalità del regime dalle pagine di Con cuore di donna- Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista” di Carla Capponi.

Carla Capponi (1918-2000) ha ricevuto la medaglia d'oro al valor militare per aver partecipato alla guerra di liberazione partigiana. Più volte parlamentare del Pci, ha fatto parte del comitato di presidenza dell'Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

 

Dall’avvento del fascismo alla guerra di Spagna.

 

La tragedia del delitto Matteotti aveva dato inizio all'avventura fascista.

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Nel suo intervento alla Camera dei deputati l'onorevole Matteotti, coraggioso uomo politico socialista, aveva lanciato contro il capo del governo delle precise denunce. Dopo la sua requisitoria parlamentare in cui che aveva osato denunciare le violenze e le illegalità compiute durante la campagna elettorale, era seguito l’agguato teso dai fascisti. Sottoposto a violenze, era stato rapito e ucciso all'interno di una macchina, seviziato con decine di coltellate. Fu ritrovato alla Quartarella dal cane di un cacciatore che, alcuni mesi dopo il delitto, mise a nudo il suo corpo martoriato e in disfacimento.

Il delitto risaliva al giugno del 1924, il processo farsa si svolse nel 1925.

 

Dopo l'attentato contro Mussolini nel novembre del 1925, del quale fu accusato quale ideatore il socialista Tito Zamboni, la violenza fascista si scatenò e le misure di sicurezza furono rese più severe. Iniziò la campagna contro le opposizioni e i sindacati, e una serie di provvedimenti colpirono i partiti politici: fu sciolto il Partito socialista unitario, furono sequestrati e sospesi molti giornali della sinistra, fu reso obbligatorio il saluto romano, che negli uffici e nelle scuole sostituì la stretta di mano. A piazza Venezia fu vietato il passaggio sul marciapiede antistante il palazzo dove il dittatore aveva stabilito la sede degli uffici di governo e del Gran consiglio fascista.

Inoltre era divenuta consuetudine imposta dal nuovo regime che prima di ogni film fossero eseguiti l'inno nazionale (marcia reale) e l'inno fascista "Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza" ed era fatto obbligo a tutti di alzarsi in piedi per salutare con il braccio teso.

Gli oppositori costretti nelle carceri, relegati al confino politico, emigrati all'estero o ridotti ai margini della società nelle borgate, perseguitati e ributtati in carcere ogni qual volta si svolgevano le manifestazioni "patriottiche" del PNF.

Nel 1927 c'era stato il primo sciopero delle filandaie e nel 1933, nel Vercellese, dopo mesi di proteste e rivendicazioni era iniziato uno sciopero delle mondine che i fascisti non poterono tenere nascosto perché durò più di un mese provocando violenze crudeli: una mondina restò cieca a causa del vetriolo lanciato dai fascisti contro le donne per intimorirle e farle cedere. Seguirono molti arresti.

Con la crisi economia del 1929 c'era stata una caduta del consenso al regime; si erano manifestati segni di scontento e un certo distacco dai rituali fascisti da parte di masse di lavoratori politicamente più evoluti. In Italia il disagio di certi strati sociali era cresciuto e lo si percepiva dalle difficoltà economiche nelle quali si dibatteva la gran parte degli impiegati e dei salariati: la crisi degli alloggi, gli stipendi bloccati da anni, I'incremento del costo della vita. Una parte sommersa di cittadini viveva ai margini della città ed era alla fame; l'accattonaggio era proibito ed era previsto l'arresto.

Con l'avvento del nazismo in Germania capimmo quale tragica prospettiva si apriva all'Italia con l'alleanza italo-tedesca.

 

 

La guerra contro l'Abissinia

Sulla Domenica del Corriere, Achille Beltrame illustrava in copertina le azioni vittoriose dei nostri soldati nella guerra contro l'Abissinia. Quell'impresa era "un'aggressione a un popolo libero e sovrano". In quelle illustrazioni era rappresentata tutta la violenza di uno scontro impari tra un esercito fornito di armi micidiali, un'aviazione che vantava di essere la migliore del mondo e un popolo che, per difendere la propria sovranità, aveva un esercito mal organizzato, privo di aviazione e di armi moderne. La guerra era condotta anche contro la popolazione civile. Una sciagurata impresa che costò il sacrificio e l'eroismo inutile di molte giovani vite di soldati, illusi di conquistare con facilità la terra di un popolo orgoglioso della propria cultura e geloso della propria libertà.

La guerra aveva fatto risalire il credito del fascismo. La canzone più diffusa nel periodo dell'aggressione all'Abissinia divenne Faccetta nera, ma fu proibita perché prometteva alla "negretta" che sarebbe divenuta cittadina romana e avrebbe avuto "un altro duce e un altro re". La pari cittadinanza con gli italiani non piaceva al Duce, che stava per imitare il Führer sulla purezza della razza, e la popolare canzone fu proibita, tolta dai programmi delle bande militari, ma restò sulla bocca degli italiani che ogni tanto la canticchiavano forse sole per spirito polemico.

Fu nel corso di quella guerra coloniale che l'Inghilterra chiuse lo stretto di Suez, e la Società delle nazioni, dopo vari appelli lanciati all'Italia, decretò le sanzioni economiche contro il governo italiano. Da quel momento ebbe inizio una campagna di propaganda che chiedeva agli italiani sacrifici per lo sforzo bellico: "Oro alla patria e rame e ferro per fare i cannoni".

Nella campagna per "l'oro alla patria", la macchina della propaganda mise in atto una grande manifestazione per la raccolta delle fedi d'oro che le donne italiane "dovevano donare per la grandezza dell'Italia.

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Le madri dei caduti nel gennaio 1935 portano le fedi sull’Altare della Patria a Roma. 

La guerra coloniale la vincemmo. La manifestazione più importante e spettacolare fu la proclamazione dell'Impero. La cosa più impressionante della manifestazione per la proclamazione dell’Impero, spettacolo folcloristico-militare, fu la presenza di alcuni prigionieri di guerra, RAS abissini, costretti a sfilare nei costumi di guerrieri con le caviglie incatenate.

Finita la guerra coloniale, Mussolini ne cominciò un'altra ancora più ingiusta e crudele contro il popolo spagnolo, che si opponeva alla sedizione di un gruppo di generali reazionari capeggiati dal generale Francisco Franco. Aveva avuto inizio la guerra civile spagnola, che assunse carattere internazionale con l'intervento dell'Italia e della Germania; per parte loro, i paesi democratici, Francia, Inghilterra e Paesi Bassi, dichiararono il non intervento, determinando l'isolamento del legittimo governo spagnolo. Migliaia di volontari accorsero a combattere contro i fascisti da ogni parte d'Europa e persino dagli USA, accentuando il carattere internazionale della lotta, e per la prima volta nasceva in Europa uno schieramento antifascista che superava ogni separazione ideologica.

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Grandi problemi di gestione si ebbero per raggiungere l'unità di tutte le forze politiche, per creare un esercito popolare forte, disciplinato, efficiente, per vincere la guerra e rinsaldare il governo repubblicano. Per gli anarchici vincere la guerra non era il fine, poiché tendevano a una rivoluzione sociale che realizzasse l'abolizione della proprietà privata, dello stato, dell'esercito e delle classi sociali, per costituire la "comune libertaria". Ma questa visione della lotta avrebbe determinato l'indebolimento fino alla rottura dell'unità del fronte combattente.

Quella guerra costò al popolo spagnolo un milione di morti e ai volontari italiani cinquemila caduti.

Pochi credevano allora che in breve tempo, di avventura in avventura, quel regime avrebbe portato l'Italia alla rovina. Solo Gramsci lo aveva detto ai giudici del Tribunale speciale che lo aveva appena condannato a morire in carcere, reo di essere il segretario del Partito comunista italiano.

                                                                                                       (continua)

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Roma durante il ventennio fascista (seconda parte)

25 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

dalle pagine di Con cuore di donna- Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista” di Carla Capponi.

 

26 luglio 1943: sentii un clamore improvviso crescere dalle case: vidi spalancarsi le finestre e uomini e donne affacciarsi urlando qualcosa che non capivo. A via Cavour infine mi fermai e chiesi che cosa fosse successo. Una donna mi gridò: «Hanno cacciato via er puzzone, se n'è annato Mussolini».

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Da quel giorno la mia casa divenne uno dei centri dell'attività che riprendeva a manifestarsi riaggregando intorno ai partiti persone rimaste in clandestinità per tanti anni.

Il primo pensiero fu quello di chiedere la scarcerazione dei prigionieri e dei confinati nelle isole. In particolare, le riunioni che si tennero in casa erano tutte finalizzate alla mobilitazione per ottenere la liberazione dei politici costretti nelle carceri di Regina Coeli: avevano già liberato alcuni antifascisti ma non volevano rilasciare i comunisti, che erano i più numerosi.

Si era ai primi di agosto e tutto ancora era incerto. "La guerra continua", aveva avvertito Badoglio, e intanto si aveva notizie che diciotto divisioni tedesche stavano varcando i confini del Brennero.

Nelle discussioni alle quali partecipai si considerava se, caduto il fascismo, potevamo restare alleati di un regime dittatoriale: si poneva il problema che prima o poi avremmo dovuto prendere una decisione che, per logica, sarebbe stata quella di rompere l'alleanza con i tedeschi e di chiedere un armistizio unilaterale agli angloamericani.

I partiti si riorganizzarono e costituirono una forma di governo alla macchia, come si diceva allora, che doveva fungere da centro coordinatore della lotta clandestina: il CLN, Comitato di Liberazione Nazionale, che ebbe quale primo presidente un antifascista, Ivanoe Bonomi.

Molti treni che provenivano da nord erano pieni di gente di ogni categoria, maestre, impiegati, contadini, molte donne: tutti carichi di borse, valigie, pacchi, segno di un traffico di scambi ancora molto attivo tra città e campagna, unica risorsa per integrare le razioni da fame e sopravvivere alla carestia della guerra.

 

Otto settembre

La radio EIAR (sigla della RAI di allora) sospese le trasmissioni musicali alle 19.45 e, dopo un breve silenzio, fu annunciata la lettura di un comunicato. Poi, la voce del maresciallo d'Italia Pietro Badoglio scandì il proclama: "A tutte le forze di terra, di mare e dell'aria: il Governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze angloamericane. La richiesta è stata accettata. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi da qualsiasi parte provenienti".

Roma era divenuta il rifugio di tutti gli abitanti dei paesi distrutti dai bombardamenti. Dopo lo sbarco degli angloamericani a Salerno le popolazioni erano sfollate da Cassino, Frosinone, Colleferro, Valmontone e da altri paesi limitrofi, cacciate dall' avanzare del fronte della guerra e dalle distruzioni dei bombardamenti che avevano devastato città e campagne. Un esodo biblico aveva spostato centinaia di migliaia di persone, prive d'ogni bene, convinte di trovare sicurezza e assistenza nella capitale, protette dalla presenza del Vaticano. I fascisti avevano creato un Commissariato alloggi che smistava le famiglie dei sinistrati negli appartamenti requisiti e nelle foresterie dei conventi che accettavano di ospitarli. Ma di lì a poco anche in quel settore dell'assistenza cominciò a regnare il caos per l'enorme afflusso di sfollati che giungevano ogni giorno e perché i fascisti ne avevano fatto un commercio 'lucroso, ma anche per la disorganizzazione che ormai regnava in ogni settore della vita cittadina. Molte famiglie, fortunate, si erano arrangiate presso parenti; altre, più disperate, erano accampate nei luoghi 'più impensati e in tutte le zone della periferia erano fiorite una quantità di baracche costruite con lamiere, cartoni e ogni materiale reperibile adatto a creare un rifugio; persino le arcate degli acquedotti romani erano divenute alloggio di intere famiglie. Dopo i primi grandi bombardamenti di Roma altre migliaia di sinistrati erano stati collocati in varie caserme. I più raccomandati, i gerarchi fascisti dei vari paesi sfollati, erano sistemati negli appartamenti vuoti di proprietà dei vari enti. Si calcolava che il numero degli abitanti in città fosse addirittura raddoppiato.

 

Dopo l'otto settembre, i fascisti avevano proclamato la Repubblica sociale ricostituendo il disciolto Partito fascista con alcuni uomini del Ventennio. Avevano così avuto inizio le affissioni dei proclami che annunciavano l'obbligo al "servizio di lavoro" e all' arruolamento delle classi 1910-1925 nell' esercito della nuova repubblica fascista.

Non potevamo credere che nei quarantacinque giorni trascorsi da "La guerra continua", prima di decidere l'armistizio il generale Badoglio avesse lasciato entrare in Italia sedici divisioni tedesche che si erano dislocate nei punti strategici e nelle città chiave del Nord e del Centro Italia.

 

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I nazisti che avevano occupato la capitale iniziarono anche loro ad affiggere manifesti che annunciavano l'arruolamento per il servizio del lavoro sotto il comando delle SS, e la minaccia per chi non si presentava in tempo alla chiamata era la "punizione secondo le leggi di guerra" tedesche, ossia la condanna a morte. Ma i romani delusero le aspettative e non risposero agli appelli, sfidando così i diktat di morte dei tedeschi e dei fascisti.

 

Il sette ottobre 1943 il comando tedesco sciolse l'Arma dei carabinieri, arrestandone e deportandone gran parte: molti sfuggirono alla cattura.

Il sedici ottobre, alle cinque e trenta del mattino, ebbe inizio il rastrellamento degli ebrei dal ghetto. Il quartiere fu circondato da circa centocinquanta SS germaniche e da soldati della Wehrmacht, che in due ore rastrellarono mille e ventidue ebrei, snidandoli casa per casa, buttandoli giù dal letto, trascinandoli via senza permettere loro neppure di indossare abiti adatti. Quasi tutti si infilarono un cappotto sopra gli indumenti da notte e furono portati alla Scuola militare senza cibo, senza assistenza, buttati per terra in camerate, in attesa del tragico viaggio. Di quei mille e ventidue deportati in Germania solo quattordici si salvarono: tredici uomini e una donna, unica superstite della famiglia Spizzichino.

Fu dalla stazione Tiburtina che il diciassette, alle cinque del pomeriggio, partirono diciotto vagoni piombati dentro ai quali era anche una bimba, nata durante la notte, che non ebbe neppure una mangiatoia per culla. Pensare a quella madre giovanissima con la sua piccola creatura nuda, nel lungo viaggio verso le camere a gas, divenne per me un assillo che mi tormentò ogni qualvolta dovevo intraprendere un'azione contro gli aguzzini tedeschi e i loro alleati fascisti.

Il ventisette e il ventotto ottobre iniziarono i primi rastrellamenti per recuperare i renitenti di leva. Le strade furono bloccate e mezzi tedeschi sbarrarono le vie di accesso ai quartieri, che vennero circondati dalle milizie; tutti coloro che circolavano furono arrestati, dopodiché iniziarono i rastrellamenti casa per casa, Bussavano a ogni porta e se non ricevevano risposta la sfondavano e arrestavano chiunque fosse all'interno e avesse un' età compresa tra i quindici e i sessant'anni. Con brutalità spingevano i rastrellati nei camion, e spesso nelle perquisizioni rubavano i preziosi; in questa affannosa ricerca di braccia da deportare per il lavoro coatto in Germania o al fronte usavano violenza e molte volte anche le armi per bloccare quanti tentavano di sfuggire.

 

L'attività dei partigiani si concentrò contro il ricostituito Partito fascista. Fu deciso di scoraggiare i fascisti che ricominciavano a girare per la città, spavaldi nelle nuove divise della rinata Guardia nazionale repubblicana e rifatti franchi dalla massiccia presenza a Roma dei loro alleati.

I GAP di zona si organizzarono per attaccare le pattuglie fasciste.

Il mese di ottobre finì e già si contavano i risultati della presenza attiva dei GAP. Più di trenta azioni.

Dopo la disfatta dell'esercito, lo sbandamento dei soldati, l'occupazione della EIAR e dei più importanti ministeri da parte dei tedeschi, Roma era praticamente in mano ai nazisti. Una grande solidarietà si era instaurata tra civili e militari e, proprio grazie alla disponibilità dei primi cittadini, molti militari erano sfuggiti ai rastrellamenti e alla deportazione e avevano potuto riorganizzarsi nella clandestinità.

Così l'anno 1943 finiva. Un anno tragico che aveva cambiato la mia vita ed era stato denso di fatti straordinari e terribili. La guerra aveva incrudelito il conflitto, ma c'era una speranza che s'insinuava nell' animo, suggerita dagli avvenimenti, ed era che il crollo della dittatura nazista avrebbe seguito a breve termine quello del fascismo, avvenuto il venticinque luglio. Le prime disfatte in Africa e a Stalingrado, avevano segnato l'inizio di questo inarrestabile evento. Non pensavamo che ci sarebbero voluti ancora due anni prima della fine della guerra: gli Alleati erano bloccati a Cassino, ma la speranza della rottura di quel fronte ci dava coraggio e determinazione ad agire.

Malgrado avessero più volte dichiarato Roma "città aperta", i tedeschi continuavano a usarla come centro di smistamento delle truppe che combattevano sul fronte di Cassino, e lungo i viali tutta la città era occupata dai camion che ne regolavano il trasporto.

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Lo sbarco ad Anzio avvenne il ventidue gennaio 1944, sorprendendoci tutti, e immediatamente giunse l'ordine di organizzare "comizi volanti" per incitare i romani a concorrere alla cacciata dei tedeschi dalla città.

Alla Resistenza si chiedeva di contrastare con ogni mezzo il flusso di rifornimenti di militari e di armi che provenivano dal Nord, tutti effettuati a mezzo di camion poiché le ferrovie erano colpite ogni giorno e in gran parte erano già distrutte, I camion viaggiavano di notte e si occultavano di giorno, nascondendosi all'interno delle città per non essere attaccati dagli aerei americani.

Il CLN diede mandato alla giunta militare, costituita da Bauer, Amendola, Pertini, Partito d'azione, Partito comunista e Partito socialista, di organizzare la difesa di Roma nonché, secondo le richieste alleate, le operazioni di appoggio allo sbarco.

 

 

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Roma durante il ventennio fascista (terza parte)

25 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

dalle pagine di Con cuore di donna- Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista” di Carla Capponi.

 

Roma: inverno e primavera 1944

 

Il popolo italiano aveva sulle spalle vent'anni di silenzio politico: un'intera generazione era cresciuta nell'assoluta ignoranza di qualsiasi forma di democrazia e di impegno politico e non era quindi pensabile che il popolo avesse la capacità di passare dalla totale inerzia politica a un' azione di lotta rivoluzionaria. I quattromilaseicento comunisti e gli oltre mille antifascisti, liberati dalle carceri nell'agosto del 1943, non erano in grado di riprendere in mano l'organizzazione di un'azione rivoluzionaria. Potevano solo riavviare o stimolare la presa di coscienza delle masse popolari che avevano manifestato il segno dello scontento e del rifiuto alla guerra.

 

25 gennaio 1944: la fuga di Pertini e Saragat dal carcere di Regina Coeli

Pertini, Saragat e gli altri erano stati sorpresi e arrestati in una riunione; portati a via Tasso, furono interrogati e trasferiti al braccio tedesco di Regina Coeli. Subito il PSIUP si mobilitò per studiare il modo di salvarli. A quel tempo era medico di Regina Coeli Alfredo Monaco, che occupava con la moglie, Marcella Ficca, l'appartamento messo a disposizione dei medici dalla direzione del carcere. Alfredo era già da tempo iscritto al Partito socialista ed era un convinto antifascista. Stabiliti i contatti con lui, i compagni Giuliano Vassalli e Filippo Lupis decisero di tentare di far trasferire il gruppo degli arrestati dal braccio tedesco al sesto braccio italiano.

Fu deciso di affidare a Marcella il collegamento tra il carcere e i compagni. Per parte loro, Giuliano Vassalli e Massimo Saverio Giannini agirono all'interno del palazzo di Giustizia grazie a un cancelliere collegato con la Resistenza. Così, Pertini e Saragat furono spostati dal terzo al sesto braccio, operazione determinante per la riuscita dell'impresa. Elementi della Questura centrale procurarono sette permessi di scarcerazione in facsimile, in bianco, e Marcella trovò il modo di contraffare il timbro. A quel tempo si usava ancora dimettere i carcerati direttamente dal carcere previa esibizione dei fogli di rilascio.

Per i due più importanti, Pertini e Saragat, si dovette far arrivare un ordine di immediata scarcerazione, in quanto per i politici, a conferma del foglio già compilato, occorreva un ordine diretto della Questura. Lupis e Luciano Ficca, fratello di Marcella infiltrato nelle PAI, effettuarono una falsa telefonata al direttore del carcere, nella quale Lupis, fingendosi questore, ordinava l'immediato rilascio dei sette nominativi: l'operazione fu portata a termine proprio mezz'ora prima che scadesse il coprifuoco.

 

 

A Roma molti vivevano in condizioni di vita intollerabili e crudeli. Erano militari sbandati, renitenti di leva che aspettavano nascosti la liberazione di Roma, pur di non andare al Nord con i fascisti, rischiando così la fucilazione; erano impiegati dello Stato che si erano rifiutati di trasferirsi al Nord con i ministeri. Le condizioni della loro clandestinità erano intollerabili, spesso costretti a nascondersi dietro intercapedini, in un armadio, in stanze occultate, dove restavano per ore in attesa che i loro ospiti li liberassero non appena fosse cessato l'allarme. Non dovevano fare rumore, obbligati a camminare in casa senza scarpe e a non affacciarsi mai alle finestre; dipendevano in tutto da chi li ospitava: parenti, amici, spesso sconosciuti che dopo l'otto settembre si erano volontariamente offerti di nasconderli, nell'illusione che gli Alleati sarebbero arrivati entro pochi giorni.

Ognuno pensava che da Cassino o da Anzio a Roma si potesse fare presto, e quando caddero le illusioni inizio la paura di non farcela. L'intolleranza a restare chiusi, il rischio sempre più reale di rastrellamenti effettuati perquisendo quartiere per quartiere e casa per casa diede luogo a rischiosi trasferimenti per nuovi nascondigli, mentre fame, freddo, malattie, gli abiti che si andavano logorando accrescevano il disagio e la paura. Per i bombardamenti la città perdeva la funzionalità dei servizi, e vivere nascosti diveniva sempre più difficile.

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Roma, primavera 1944. Donne romane lavano la biancheria nelle fontane pubbliche, presso il Colosseo, per mancanza di acqua nelle case dopo i bombardamenti alleati

 

Lavarsi era un lusso permesso a pochi privilegiati nelle residenze dei quartieri occupati dai comandi tedeschi; spesso mancava l’acqua per bere, gli insetti infestavano anche le case della borghesia, la scabbia si era diffusa per Roma, e per infestarsi era sufficiente andare in autobus, aggrapparsi ai sostegni o appoggiarsi ai mancorrenti, dove altri avevano lasciato i loro acari. L'odore nauseante del farmaco era avvertito fra i viaggiatori, nei bagni pubblici e nelle file per la distribuzione dei generi razionati. Eravamo tutti magrissimi, pallidi, gli abiti cominciavano a caderci addosso, le scarpe avevano la suola già più volte rappezzata, ribattuta da chiodi, e c'era chi portava ancora in pieno inverno zoccoli di legno.

C'era però anche chi la mattina beveva il cappuccino con la brioche, chi spalmava il burro sul pane all'ora del tè chi beveva vini prelibati per accompagnare bistecche e arresti di selvaggina o di abbacchio. Riconoscevi subito chi intrallazzava con i fascisti e con i tedeschi: erano i soli che giravano ancora con le auto a gas, erano donne ben vestite che si recavano impellicciate agli spettacoli dell' opera per le truppe naziste. La città aveva due categorie di cittadini: una minoranza che se la intendeva con il nemico e gli altri, la maggioranza, che soffrivano, morivano, speravano nella liberazione.

Roma serviva come base ai nazisti ed era loro necessario che la popolazione non fosse ostile: qui avevano installato comandi, tribunali, carceri e case di tortura, cercando di fare della città una zona franca sotto la protezione del Vaticano. Gli Alleati, per colpire gli insediamenti nazisti, furono costretti a bombardamenti crudeli che causarono migliaia di morti fra la popolazione civile: nei nove mesi di occupazione Roma ne subì cinquantasei.

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L’attentato di Via Rasella

Spiando da dietro le persiane, aveva notato che puntualmente, tra le quattordici e le quattordici e trenta, una colonna tedesca di circa centocinquanta uomini passava per via Due Macelli. Li aveva osservati attentamente, cercando di capire se erano soldati della Wehrmacht o SS, finché era riuscito a individuare in quel reparto un corpo speciale di SS, certamente con compiti di sostegno all' azione repressiva dei nazisti in città. In seguito, avremmo saputo trattarsi dell'undicesima compagnia del Polizeiregiment Bozen, aggregato alle ss di Kappler. La compagnia era composta di centocinquantasei uomini, di cui il più giovane aveva ventiquattro anni e il più vecchio quaranta. Tutti i soldati erano armati di fucile, di pistola Luger e di bombe a mano.

Dopo il successo di via Tomacelli, Giovanni pensò che si potesse attaccare quel reparto di SS e propose il progetto a Franco Calamandrei, Ernesto Borghese, Guglielmo Blasi e altri. Cominciarono a studiare un piano di attacco, ma l'idea del punto dove attaccare e del mezzo da usare maturò nel corso della preparazione, quando dell'impresa furono investiti entrambi i GAP, di Spartaco e di Cola, con undici uomini in azione e cinque di copertura e segnalazione. Dopo aver studiato bene ogni possibilità offerta dal percorso dei Bozen, fu deciso di scegliere via Rasella.

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La carretta utilizzata per nascondere la bomba nell’attentato di Via Rasella

 

 

La strage delle Fosse Ardeatine

Alle undici e trenta del venticinque marzo, l'Agenzia Stefani emise un comunicato del Comando tedesco di Roma: "Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di Polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata, trentadue uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti badogliani. Sono ancora in atto le indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento angloamericano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l' attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato siano fucilati dieci criminali comunisti badogliani. Quest'ordine è già stato eseguito".

Per noi quell'ordine assassino era un crimine contro il quale occorreva mobilitarsi, attaccare con maggiore durezza e determinazione. L'annuncio "questo ordine è già stato eseguito" con cui terminava il breve comunicato, suonava come una sfida: non avevano scritto "La sentenza è già stata eseguita", perché nessun tribunale avrebbe sancito una condanna così efferata, contro ogni legge, contro ogni morale, contro ogni diritto umano.

Dopo la liberazione di Roma, quando si indagò su quella strage si scoprì che solo tre delle vittime erano state condannate a morte con sentenza; neppure il tribunale tedesco installato a via Lucullo aveva avuto il coraggio o la possibilità di emettere una sentenza che desse appoggio legale a quel massacro. Volevano farei intendere che al di sopra di tutte le leggi del diritto e della morale, c'erano gli "ordini" del comando nazista, il "Deutschland über alles", della razza ariana, destinata a dominare tutte le altre considerate inferiori e per le quali non c'era bisogno né di tribunale né di sentenze.

Avevano assassinato in fretta gli ostaggi, occultato i cadaveri e lasciato le famiglie senza notizie, così che ciascuna potesse sperare che i propri cari non fossero nel numero dei destinati alla morte e aspettassero fiduciose. Per questo non fecero indagini, non cercarono i partigiani, non usarono il mezzo del ricatto chiedendo la resa dei GAP. L'eccidio doveva consumarsi per vendetta, non per cercare giustizia.

Volevano nascondere un altro crimine, l'avere ucciso quindici persone oltre i trecentoventi dichiarati, come scoprimmo quando, liberata Roma, furono riesumate le salme: trecentotrentacinque. I tedeschi uccisi erano stati trentadue, uno dei settanta feriti era morto durante la notte a seguito delle ferite: Kappler decise di sua iniziativa di aggiungere dieci vittime a quelle già predestinate e, nella fretta di dare immediata esecuzione all'eccidio, ne prelevarono dal carcere quindici, cinque in più della vile proporzione tra caduti tedeschi e prigionieri da assassinare, quindici in più di quelli autorizzati dal comando di Kesserling. Dell'" errore" si rese conto Priebke mentre svolgeva l'incarico di "spuntare" le vittime prima dell'esecuzione, rilevandole da un elenco all'ingresso delle cave Ardeatine, luogo prescelto per l'esecuzione e l'occultamento dei cadaveri. Lui stesso e Kappler decisero di assassinare anche quei cinque, rei di essere testimoni scomodi della strage.

 

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Bibliografia:

Carla Capponi Con cuore di donna- Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista- Il Saggiatore Milano 2009

 

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Le stragi nazifasciste (da luglio 1943 ad aprile 1945)

29 Juillet 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Italia: dal luglio 1943 ad aprile 1945 sono circa 9.500 le persone perite in stragi nazifasciste, prive di una effettiva pericolosità militare e quasi tutte immuni da colpe effettive.

Civili inermi e abbandonati

Le vicende della popolazione civile con i suoi travagli e la sua esposizione sul fronte di guerra, hanno inizio ancor prima dell'occupazione nazifascista e contribuiscono a segnare quelle svolte e a preparare quelle reazioni che trovano espressione compiuta nei giorni dell'insurrezione. Nella guerra totale, senza fronti delimitati, la popolazione civile è inconsapevolmentc collocata in una scomoda prima linea alla quale non è prepara ta né materialmente né psicologicamente. I civili non soggetti alla ferma militare (in larga maggioranza si tratta di donne, ragazzi, bambini, anziani), sono quasi sempre impreparati ad una qualsiasi prospettiva di morte sia subita che recata e raramente possiedono armi per difendersi (sempre che siano disposti a usarle). Il militare che combatte vede un fine nella morte del nemico ed è educato a credere che ci sia uno scopo anche nella propria morte; il civile è del tutto estraneo a quest'ordine di idee e vive la morte delle persone care nelle chiavi dell'inutilità e dell'inesplicabilità che portano ad amplificare il sentimento di dolore.

Nel corso di cinque anni di guerra, anche per le donne e gli anziani, la prospettiva della morte è cambiata; si fa l'abitudine alla vista dei corpi senza vita, ma non muta quel sentimento di rabbioso dolore.(che rimanda alla vacuità della morte di un civile cagionata da militari) di fronte alla morte vio. lenta dei propri familiari. Per questo straripamento indistinto dei confini del fronte, sui caduti della seconda guerra mondiale scompare quella particolare costruzione di eroismo, sacralità e perpetua giovinezza che aveva ac. compagnato le morti dei caduti nella Grande guerra. Il fronte totale e le morti dei civili, che per la prima volta, con la seconda guerra mondiale, superano quelle dei militari, fanno rimbalzare sulla sfera pubblica il peso e il rifiuto dei lutti che si protrae anche nei decenni a venire.Complessivamente, tra civili e militari, le vittime della seconda conflagrazione mondiale arrivano a sfiorare i 50 milioni.

La popolazione subisce la violenza indipendentemente dalle sue prese di posizione. Bombardamenti, uccisioni, deportazioni, eccidi sono parte di quella grande macchia sulla quale si è riversato il sangue delle popolazioni civili, italiane ed europee. Questi fenomeni, assieme all'esperienza dello sfollamento, marcano le vicende delle popolazioni civili (e militari) lasciando su queste un segno profondo. Apatia e distacco dal fascismo convivono in percorsi non scontati, passibili di ulteriori mutamenti; certamente i bombardamenti hanno il potere, per le concatenanti reazioni collettive che producono, di cambiare la maniera di esistere e di pensare. Il peso del conflitto sulla popolazione orienta le forze degli individui nella dimensione della sopravvivenza. L'incombenza del pericolo di morte può indurre a istintive reazioni di apatia verso le parti in lotta: «O tedeschi o inglesi per noi è lo stesso, purché finiscano presto questi tormenti, questo lento morire, questa continua ansia mortale».

I bombardamenti, le privazioni e i razionamenti rientrano ancora all'interno di una guerra convenzionale e di conquista. Chi bombarda ha una responsabilità, ma resta anonimo; i nazisti che deportano e uccidono esercitano una violenza diretta e per questo ancora più traumatica: si vedono in faccia, sono vicinissimi. È un destino che si abbatte senza. preavviso, si può uscire di casa e venire rastrellati per essere inviati in un lager perché «la deportazione risulta non un evento eccezionale ma possibile della guerra, un rischio diffuso». Durante il conflitto sono oltre 40.000 gli italiani deportati dopo l'8 settembre nei lager nazisti. Tra questi sono inclusi gli 8.566 cittadini deportati dall'Italia o dalle colonie perché ebrei. Su questi ultimi incombe un destino di morte: l'88% perde la vita nei lager. Alla massa dei deportati vanno aggiunti i circa 730.000 militari dell'esercito italiano internati dai tedeschi. Complessivamente, Fra militari e civili, si stimano in oltre 50.000 gli individui italiani scomparsi nella galassia concentrazionaria.

La soppressione del civile inerme ad opera del militare nazista (o nazifascista) configura la dimensione piu alta del livello di violenza inferto sulla popolazione. È caratteristica delle guerre moderne l'incapacità di controllare l'erogazione del potenziale bellico, tanto che il confine tra militari e civili tende sempre piu a sfumare, ma il civile colpito da un bombardamento può, in diverse circostanze, passare come un evento accidentale é occasionale mentre l'uccisione di un civile senz'armi, abbattuto viso a viso da un militare, assume, inequivocabilmente, i connotati di un intervento deliberato. Nei confronti delle popolazioni italiane i nazisti attuano la strategia deI terrore, capace di sconfinare rapidamente in ripetuti massacri. I nazisti, rispetto a quanto accade nell'Europa dell'Est, non compiono una metodica guerra di annientamento nei confronti dei civili, ciononostante alcune stragi - in primis quella di Marzabotto - ne richiamano i metodi e il risultato d'insieme dell' occupazione nazista è un lungo disseminarsi di eccidi avvenuti per le piu diverse (spesso anche incoerenti) ragioni. La prima strage nazista è compiuta a Castiglione di Sicilia il 12 agosto 1943 e colpisce la popolazione dell'alleato esercito italiano; un numero decisamente basso di eccidi matura per rappresaglia in risposta a un precedente attentato; tale è - ad esempio -la strage del 29 giugno 1944 avvenuta a Civitella in provincia d'Arezzo. Esiste un numero significativo di eccidi che pua essere collocato come ritirata aggressiva (è il casa di alcune stragi nell'Italia centrale e di diverse nell'aprile del 1945, tipico esempio quella di Grugliasco nel torinese del 30 aprile 1945). ln questo caso si assiste a rabbiosi sfoghi di violenza instillati da una coazione ad uccidere insita nell'indottrinamento nazista delle truppe. Ci sono stragi compiute contro i civili eseguite per «ripulire il territorio» dalle formazioni partigiane e da chi offre a queste aiuti e basi; è il caso dell'eccidio di Marzabotto (29 settembre-5 ottobre 1944), che, come altri massacri, non solo si è rivelato strategicamente inutile, ma è stato eseguito in maniera indiscriminata, al di fuori di ogni ragione bellica, come testimonia l'uccisione di 216 bambini, neonati inclusi. La propaganda nazifascista si muove per attribuire la responsabilità morale degli eccidi ai partigiani che vengono indicati come la causa del propagarsi della violenza contro i civili. ln questo modo la pratica della strage vuole essere lo strumento, allo stesso tempo brutale e sottile, per spingere la popolazione a mutare il suo atteggiamento di prevalente complicità con la Resistenza, in un nuovo atteggiamento di totale ostilità verso i partigiani.

Nella pratica della violenza attuata da nazisti e fascisti si scorgono importanti risvoIti psicologici connessi all'ideologia. Ad esempio: per lungo tempo c'è stato il mancato riconoscimento del nemico partigiano - visto solo nella veste di bandito - e ciò ha pradotto l'effetto distorto di vedere nella popolazione civile un potenziale nemico. ln questo modo si muove una contraddizione di fondo tra giustificazione, azione e fini nella condotta nazifascista, che vorrebbe dimostrare che senza partigiani non ci sarebbe violenza, non fosse che l'esecuzione di numerose stragi (tra le altre Castiglione di Sicilia, Bellona, Caiazzo e in larga misura quasi tutte quelle compiute al Sud) ha palesemente provato che l'eccidio prescinde dalla presenza partigiana. Ciò significa che gli stessi civili sono assoggettati al nemico a causa della frequente incapacità dell'esercito straniero e occupante di rapportarsi con la popolazione. Dentro a questo percorso, mentale e materiale, si coglie la ragione che alimenta la violenza nazifascista. Certamente ai nazisti e ai fascisti costa riconoscere il fronte partigiano, soprattutto per quello che i partigiani rappresentano: un'altra autorità, un'altra legittimità, altri valori.Ecco la ragione di fondo celata dietro l'ufficiale disprezzo dei militari di carriera per i gruppi irregolari partigiani che quasi mai si vedono, ma che comunque riescono a colpire. Gli attentati e i sabotaggi subiti sono opera di indistinti banditi, il nemico in quanto tale non esiste, ma cià crea la logica isterica del «nessun nemico tutti nemici» che convive con l'inclinazione all’ esecuzione indiscriminata e sistematica di una violenza che puà sfociare nell' eccidio. L'abitudine alla violenza finisce poi per sovrastare scopi e motivi, cosicché l'esplosione della violenza puà avvenire in modo gratuito e del tutto casuale. Alla negazione del nemico si aggiungono le precise disposizioni emanate, nel luglio 1944, dal comandante delle truppe tedesche in Italia Albert Kesselring che consentono il piu largo uso della violenza anche contro i civili, disposizioni comuni anche alla condotta di occupazione fascista in Jugoslavia e che seguono una pratica già in atto.

Monumento a ricordo della strage di Sant'Anna di Stazzema

Forse non è un caso che, nel corso del successivo mese di agosto, si compiano in Italia almeno 25 eccidi di significative proporzioni facendo entrare la violenza nazista nella sua fase piu intensa. La linea della guerra ai civili è sostenuta senza remore anche dal ministro degli Interni della Rsi Guido Buffarini Guidi il quale, in un rapporto inviato ai prefetti delle province piemontesi, scrive che «la popolazione civile nella sua più ampia maggioranza favorisce i banditi e quindi tutta può e deve pagare».

 

Le vittime degli eccidi

L'esperienza piu traumatizzante per chi vi ha assistito ed è sopravvissuto è senz'aItro quella degli eccidi, di solito attuati nelle pubbliche vie. Sono proprio i civili, in larghissima maggioranza, le vittime di eccidi, persone segnate dalla sventura di trovarsi, non volendolo, in pieno fronte e quasi sempre disarmati. Le donne, gli anziani e i bambini sono le categorie piu deboli; su di lora la violenza puà essere esercitata con minori rischi e su di loro infieriscono impietosamente i nazifascisti tant'è che quasi due terzi dei deceduti nelle stragi nazifasciste appartengono a queste categorie.

Esiste una fitta geografia di eccidi ed uccisioni (con esclusione degli scontri armati). A partire dagli episodi nei quali sono morte più di 7 persone, sono stati individuati in Italia oltre 400 casi di eccidi di civili e di partigiani, con una fitta concentrazione nel Centra-Nord della Penisola. Toscana ed Emilia Romagna sono le regioni che hanno avuto il maggior numero di località teatro di eccidi, eventi che si verifichino soprattutto in quei centri situati in prassimità della Linea Gotica. Il Sud, ad eccezione di alcune aree comprese tra il barese e il foggiano e tra.Napoli e Caserta, resta quasi immune da questa calamità. Nel Nord: Piemonte, Friuli, Istria, Veneto e in particolare nell'area vicentina, risultano tra le regioni piu colpite. Complessivamente sono state stimate in circa 10.000 le vittime civili di stragi e massacri, ma il loro numero - anche sulla base della tabella seguente che non include le numerose circostanz,e dove i caduti sono inferiori al numero di 7 -, deve ritenersi senz'altra superiore. La ricostruzione qui praposta e ancora incompleta delle principali stragi italiane, si è soffermata principalmente sugli eccidi contro i civili. ln diverse circostanze, a perire assieme alla popolazione ci sono anche i partigiani. Complessivamel'lte sono state censite 285 stragi che hanno colpito, 9903 persone. ln questo elenco sono state inserite soltanto alcune delle stragi piu note e sanguinose che hanno colpito i combattenti della Resistenza. Nel nostra computo la categoria di civili include senz'altra ebrei e religiosi mentre, in assenza di ulteriori specificazioni, appare difficile stabilire se le vittime rientrino tra i caduti civili o partigiani quando le fonti indicano denominazioni onnicomprensive come quelle di «detenuti antifascisti» o di «renitenti alla leva».

In base alle indicazioni disponibili, per scindere i ruoli delle persone perite, si può avanzare soltanto una stima approssimativa che include 244 caduti partigiani (cifra in netto difetto perché in numerose stragi di civili sono segnalati caduti partigiani senza che però ne sia riportato il numero), 50 militari (fra questi: forze dell'ordine, vigili urbani, circa 30 disertori tedeschi e 2 soldati alleati). Altro aspetto di non facile soluzione si incontra quando i caduti sono indicati come «patrioti», cioè fiancheggiatori del movimento di Resistenza. Nel caso dei detenuti antifascisti questi individui periscono disarmati di fronte al nemico e spesso, in analoga condizione, si trovano i renitenti alla leva. Si può arrivare a ritenere che possano essere circa 9.500 le persone, perite in queste stragi, prive di una effettiva pericolosità militare e quasi tutte immuni da colpe effettive.

da “La lunga liberazione” di Mirco Dondi - Editori Riuniti/l’Unità - aprile 2008

 

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