Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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Come cominciò la «guerra fredda»

19 Septembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

L'espressione «guerra fredda» fu coniata da quello che è stato forse il più importante giornalista politico americano, Walter Lippmann, nel 1947. Voleva dire ovviamente uno stato di tensione nelle relazioni internazionali talmente grave da somigliare a una guerra, senza tuttavia esserlo davvero, ma con il pericolo di diventarlo .

Tale era il tipo di rapporti che si andava instaurando tra l'Est e l'Ovest, e soprattutto tra Unione Sovietica e Stati Uniti, all'indomani della comune vittoria contro la Germania nazista.

È del 1946 un'altra espressione famosa: «cortina di ferro». A pronunciarla, il 5 marzo, fu l'ex primo ministro britannico Winston Churchill, uno dei grandi protagonisti della guerra contro Hitler, in un discorso al Westminster College di Fulton, nello Stato americano del Missouri.

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Disse Churchill che una cortina o sipario di ferro, appunto, «è sceso attraverso il continente, da Stettino nel Baltico a Trieste nell'Adriatico», volendo significare la pretesa dell'Urss di fare dei Paesi liberati dall'Armata Rossa nell'Europa centro-orientale una sorta d'impero al servizio di Mosca.

A Churchill, Stalin rispose sprezzantemente che «le nazioni che non parlano la lingua inglese non vogliono una nuova schiavitù», evidentemente sottintendendo che non ci sarebbe stato posto per un nuovo Impero britannico, o, nella nuova situazione, anglo-americano, e quindi rivendicando per se stesso e per l'Urss un ruolo storico di alternativa al potere occidentale.

Prove tecniche, diremmo oggi, di guerra fredda, cioè di un confronto, che sarebbe diventato globale, europeo e planetario, tra due blocchi di potere geopolitico tradizionale, con in più due ideologie contrapposte e inconciliabili, frutto delle rivoluzioni degli ultimi due secoli. Insomma la preparazione di una fase storica che, per l'intreccio e la complessità dei fattori, e per la gravità del pericolo di una loro esplosione, poteva essere considerata senza precedenti. E che, tra alti e bassi, sarebbe durata quasi mezzo secolo.

 

 

La Guerra Fredda come scontro di due progetti ideologicamente contrastanti.

 

La Guerra Fredda non fu uno scontro inevitabile. Fu la guerra provocata dal Terzo Reich che portò nel cuore dell'Europa Stati Uniti e Unione Sovietica e li pose gli uni di fronte all'altra. Entrambi cercarono di inglobare nella propria sfera d'influenza gli Stati europei e in particolare entrambi inclusero nella propria coalizione uno dei due Stati tedeschi nati dalle macerie della guerra. La contrapposizione politica, economica e militare tra le due Germanie acuì l'ostilità tra Stati Uniti e Urss e fece venire meno le basi dell'alleanza che si era formata durante il periodo nazista.

 

«La guerra fredda si sviluppò come conseguenza dell'esistenza di due progetti mondiali ideologicamente contrastanti e che i due campi si adoperarono per diffondere politicamente, economicamente e infine anche militarmente. La particolare asprezza assunta in Europa da questo scontro trova la sua giustificazione nel fatto che, se è vero che il potenziale tedesco venne controllato in entrambi i campi, è anche vero che quello tedesco-occidentale, ben più rilevante, non solo venne consolidato, ma venne anche mobilitato contro L'Unione Sovietica. Anche la Guerra Fredda, quindi, fu una conseguenza della guerra di conquista scatenata dalla Germania nazista». Jost Duffler

 

 


Winston Churchill: il discorso di Fulton

 

Un'ombra è caduta sulle scene così recentemente illuminate dalla vittoria degli alleati. Nessuno sa ciò che la Russia sovietica e la sua organizzazione internazionale intendono fare nell'immediato futuro, o quali siano i limiti, se ce ne sono, alle loro tendenze all'espansione e al proselitismo. [...] Noi comprendiamo il bisogno della Russia di essere sicura alle sue frontiere occidentali di fronte a qualsiasi ripetersi dell'aggressione tedesca. [...] È tuttavia mio dovere porre davanti a voi certi fatti al riguardo dell'attuale situazione in Europa: è mio dovere farlo, penso, anche se senza dubbio preferirei farne a meno.

 Da Stettino sul Baltico a Trieste sull'Adriatico, è scesa sul continente europeo una cortina di ferro. Dietro quella linea ci sono tutte le capitali degli antichi Stati dell'Europa centrale e orientale. Varsavia, Berlino, Praga, Vienna, Budapest, Belgrado, Bucarest e Sofia, tutte queste famose città e le popolazioni che le circondano si trovano nella sfera sovietica e sono soggette, in una forma o nell'altra, non soltanto all'influenza sovietica, ma a un'altissima e crescente misura di controllo da Mosca. [...] Governi polizieschi stanno prevalendo in quasi tutti i casi, e finora, esclusa la Cecoslovacchia, non c'è vera democrazia. [...] D'altra parte io respingo l'idea che una nuova guerra sia inevitabile; e ancor più che sia imminente. È proprio perché sono così certo che le nostre fortune sono nelle nostre mani e che possiamo salvare il futuro, che sento il dovere di parlare ora che ho l'occasione di farlo. Non credo che la Russia sovietica desideri la guerra. Ciò che essi desiderano sono i frutti della guerra e l'indefinita espansione della loro potenza e della loro dottrina. Ma quello che dobbiamo considerare qui, oggi, mentre siamo ancora in tempo, è la prevenzione permanente della guerra e la creazione di condizioni di libertà e democrazia, il più rapidamente possibile, in tutti i paesi. [...] Se le democrazie occidentali si uniscono nella stretta aderenza ai principi della Carta delle Nazioni Unite, immensa sarà la loro influenza nella spinta in avanti di questi principi e nessuno probabilmente le molesterà. Se, invece, si dividono o esitano nel compimento del loro dovere, e se si permette a questi anni tanto importanti di scivolare via, allora potrà davvero sopraffarci tutti una catastrofe [...].

 

Cit. in J. MORRAY, Storia della guerra fredda, Editori Riuniti, Roma, 1962

 

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Giustizia per le vittime italiane e greche del nazismo

10 Septembre 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

 

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schiavi di Hitler

 

Centro di ricerca “SCHIAVI DI HITLER” / fondo I.M.I. Claudio Sommaruga

22012 Cernobbio (CO) - via Regina, 5 - mail: info@schiavidihitler.it - www.schiavidihitler.it

Sezione dell'Istituto di Storia Contemporanea "P.A. Perretta" 22100 Como – via Brambilla, 39

 

Io sostengo il punto di vista che una parte importante della realizzazione dei diritti umani sia il diritto di chiunque sia stato o sia costretto a lavorare per altri a ricevere l'adeguata ricompensa.

Per il lavoratore coatto questo indennizzo deve essere dato da chi ha tratto profitto da lui”.

Simon Wiesenthal, lettera a Ricciotti Lazzero, 20 marzo 2000

 

Giustizia per le vittime italiane e greche del nazismo

 

Dal 12 al 16 settembre si terrà presso la Corte internazionale di giustizia a L’Aia il dibattimento inerente il ricorso presentato dalla Germania contro l’Italia per le sentenze della nostra Corte di Cassazione in merito alle cause giudiziarie in corso relative a:

 

sfruttamento del lavoro coatto di oltre settecentomila internati militari e civili italiani deportati dopo l’8 settembre 1943,

eccidi compiuti dall’esercito tedesco contro i civili sugli Appennini nel corso della 2a guerra mondiale,

esecutività in Italia delle sentenze dei tribunali greci relative alla strage di Distomo.

 

La difesa dell’immunità degli stati trova la convergenza del governo tedesco e di quello italiano, ribadita da una dichiarazione congiunta che affida al tribunale internazionale “il chiarimento su tale questione” contro la decisione della nostra massima Corte, che con chiarezza ha ribadito che gli stati non possono pretendere immunità quando commettono gravi crimini di guerra o crimini contro l'umanità.

 

Noi temiamo che con il processo a L’Aia si vogliano chiudere definitivamente i capitoli dolosi e dolorosi della nostra storia a cui non si è voluto per oltre sessantacinque anni rendere giustizia.

 

Critichiamo e condanniamo l’atteggiamento del governo tedesco, che rifiutando il riconoscimento delle responsabilità delle sue imprese e del nazismo antepone alla giustizia e alla storia degli individui gli interessi economici e le opportunità politiche. Nello stesso tempo critichiamo e condanniamo l’atteggiamento del governo italiano, che offende i suoi cittadini e la storia del Paese in nome della ragione di stato e sospende l’esecutività delle sentenze dei tribunali della Repubblica.

 

Ancora una volta la vicenda della deportazione per lavoro coatto e le stragi di civili sono oggetto di scambio in nome di interessi che nulla hanno a che fare con la dignità degli individui e delle nazioni.

 

Tutto questo è particolarmente grave nella comune dimensione europea e costituisce un’offesa a qualsiasi politica che sulla ”memoria” voglia costruire un patrimonio comune in grado di orientare e di essere di monito al presente, per preservarlo dagli errori e dalle tragedie del passato.

 

Ma c’è di più in questo processo che si apre a L’Aia, che va al di là dello spregio dei cittadini italiani e greci, macinati dalla guerra nazista e dalla real-politik di tutti i governi del dopoguerra, qualcosa su cui dobbiamo porre attenzione.

 

La corte è chiamata ad esprimere un giudizio e fare giurisprudenza sul delicato e decisivo confine fra diritto individuale e responsabilità istituzionale.

In discussione a L’Aia c’è in generale il principio dell’immunità degli stati oltre“il punto di rottura dell'esercizio tollerabile della sovranità“, un principio che attiene il diritto internazionale dei popoli nel presente.

 

Storia della nazione e dei suoi cittadini, diritti individuali e collettivi sono in discussione in una causa ignorata dai media e coperta dal silenzio degli stati.

 

Riteniamo indispensabile in questa occasione fare sentire la nostra protesta e invitiamo quanti provano la nostra stessa preoccupazione ed indignazione a fare sentire la loro voce in tutte le sedi che giudicheranno più opportune.

 

Cernobbio 8 settembre 2011

Centro di ricerca “Schiavi di Hitler”

Claudio Sommaruga, Valter Merazzi, Maura Sala,                          

 

Chi intende porre la sua firma in calce a questo documento può comunicarlo scrivendo a: info@schiavidihitler.it

Informazioni e notizie, col vostro aiuto su: www.schiavidihitler.it

 

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La Costituzione italiana e i diritti del lavoro

31 Août 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

Un commento alla Costituzione repubblicana, scritto da Umberto Terracini nel 1948 .

 

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Terracini, che nell' ultimo periodo era stato presidente dell'Assemblea costituente, si sofferma su quei punti della Costituzione che riguardano il mondo del lavoro, ribadendo che «le norme scritte nella Costituzione rimarranno sulla carta, non si realizzeranno automaticamente, se i lavoratori stessi non agiranno, non veglieranno affinché gli organi dello Stato le svolgano in nuove leggi, e l'amministrazione pubblica non esegua ciò che queste leggi disporranno».

 

 «La nuova Costituzione della repubblica italiana è entrata in vigore il 1° gennaio di quest'anno. Il lavoratore italiano desidera sapere se ed in che modo la nuova legge fondamentale della repubblica provveda a soddisfare, dopo tante promesse, attese e speranze, le sue aspirazioni per un rinnovamento profondo della compagine sociale ed economica del nostro paese, in modo da assicurargli il posto che gli spetta nella vita nazionale.

A questo interrogativo si propone di rispondere brevemente questo scritto.

Il lettore della nuova Costituzione vede ricorrere in essa molte volte la parola «lavoro», completamente ignorata dallo statuto albertino del 1848. Sta di fatto che, dopo decenni e decenni di lotte tenaci, pur 'attraverso la parentesi obbrobriosa del fascismo, i diritti del lavoro hanno avuto finalmente il loro riconoscimento decisivo, diventando materia costituzionale e cioè parte integrante della legge fondamentale della repubblica.

La nuova Costituzione è ora patrimonio di tutto il popolo; e tutto il popolo deve sapere fino a qual punto in essa trovano corona le sue speranze e premio le sue battaglie.

Vediamola dunque più da vicino questa Costituzione, soffermandoci su quei punti che maggiormente interessano il lavoratore.

 

La Costituzione consta di 139 articoli e XVIII disposizioni transitorie e finali. Gli articoli sono raggruppati in Principi fondamentali e in due parti, di cui la prima è dedicata ai diritti e doveri dei cittadini e la seconda all'Ordinamento della repubblica. Ogni parte a sua volta è suddivisa in Titoli e alcuni Titoli in sezioni.

Le norme che riguardano particolarmente il cittadino lavoratore, sono raggruppate sotto il Titolo III della prima parte, che contempla i rapporti economici. Altre disposizioni sono poste all'inizio, fra i principi stessi fondamentali della Costituzione.

Infatti l'art. 1 stabilisce che «I'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro». Questa solenne affermazione evidentemente sta a significare non solo che il lavoro determina la prosperità ed il benessere della vita della nazione - che è vecchio assioma della scienza economica - ma anche che, a coloro che ne sono i portatori, debbono essere riconosciuti, nel quadro dello Stato, particolari funzioni, corrispondenti a quei diritti che numerosi articoli espongono.

A proposito dell'art. 1, giova ricordare che, nel corso della discussione avvenuta all'Assemblea costituente, era stata proposta la dizione: «l'Italia è una repubblica democratica di lavoratori» più impegnativa e più densa di significato: quasi ad affermare, che il titolo di cittadinanza nella repubblica presupponeva la qualità di lavoratore. Tuttavia questa proposta del deputato comunista Amendola, fu respinta per i voti contrari del centro e della destra.

Stabilito comunque che la repubblica è fondata sul lavoro, ne discendeva come conseguenza necessaria che tutti i cittadini devono essere messi in grado di lavorare, per riconfermare così ad ogni momento il loro titolo alla cittadinanza. Occorreva cioè affermare che il lavoro non può piu rimanere un fatto esclusivamente privato, di cui lo Stato si disinteressa, ma bensì un diritto oltre che un dovere del cittadino. Ecco quindi l'art. 4 proclamare non soltanto «il diritto al lavoro», ma anche l'obbligo per la repubblica di «promuovere le condizioni che rendono effettivo questo diritto». A nessuno può sfuggire l’importanza di questo impegno che poche altre Costituzioni assumono nei confronti dei cittadini; tra esse quella dell'Unione repubbliche socialiste sovietiche.

Ma anche l'art. 3 è interessante per questo nostro breve , studio, occupandosi come fa, dell'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Ma non già di una generica uguaglianza, basata sull'astratta parità di diritti. Noi sappiamo che una effettiva uguaglianza presuppone il superamento delle iniziali differenze di posizione economica. Ecco perché l'art. 3 sancisce: «È compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscano il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese». Sono queste le disposizioni di carattere generale sul lavoro. Passiamo ora alle disposizioni particolari.

La tutela del lavoro, in ogni sua forma ed applicazione, è stabilita dall'arto 35 che prevede anche la libertà di emigrazione e la tutela del lavoro italiano all'estero.

La giusta retribuzione del lavoro prestato, «in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé ed alla famiglia una esistenza libera. e dignitosa» è stabilita dall'art. 36. Lo stesso articolo si occupa anche della durata massima della giornata lavorativa, che dovrà essere fissata dalla legge; e inoltre del diritto del lavoratore al riposo settimanale e alle ferie annuali retribuite, senza possibilità di rinunciarvi.

La tutela della donna lavoratrice è efficacemente costituita dall'art. 37 che prevede per la donna parità. di diritti e di retribuzione - a parità di lavoro - con l'uomo. Ciò vale anche nel confronto dei minori.

Per i cittadini inabili al lavoro, nonché per i lavoratori colpiti da infortunio, malattie, invalidità, vecchiaia e disoccupazione provvede l'art. 38, affermando il diritto dei primi al mantenimento e all'assistenza sociale, e per tutti gli altri alla tutela necessaria, esercitata attraverso organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.

La libertà dell'organizzazione sindacale è sancita pienamente dall'art. 39 che prevede per i sindacati «rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti», la facoltà di «stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce». Questa norma rappresenta un forte incentivo al mantenimento dell'unità sindacale, sebbene si speri da alcuno che la «libertà sindacale » possa essere intesa come stimolo alla creazione di vari concorrenti sindacati. Infatti, è dalla forza numerica delle organizzazioni, e cioè dalla coesione delle categorie e dell'intera classe, che discende la capacità di convincere a patti vantaggiosi i datori di lavoro i quali non avrebbero
che da guadagnare dalle lotte intestine dei lavoratori.

Siamo giunti così all'arto 40 dedicato al diritto di sciopero, riconosciuto nell'ambito delle leggi che lo regolano. Ciò vuole dire che le leggi future potranno soltanto stabilire le modalità del suo esercizio, ma non mai sopprimerlo considerandolo, come già nel ventennio fascista, quale reato. Sarebbe stata in realtà desiderabile una formulazione più categorica del diritto di sciopero, quale contenuto nel primitivo progetto nel quale si leggeva: «tutti i lavoratori hanno diritto di sciopero». Ma contro di questa si sono battute tutte le prevenzioni e le diffidenze coalizzate dei gruppi politici non ancora convinti della maturità di coscienza dei lavoratori. È interessante ricordare che non è mancato, in seno alla Costituente, chi voleva sopprimere nella Costituzione ogni accenno al diritto di sciopero, evidentemente per abbandonare questa fondamentale arma di difesa dei lavoratori alle oscillanti venture della sorte politica; e nemmeno chi voleva condizionare il diritto di sciopero a quello di serrata, o addirittura stabilire il divieto di sciopero. Ma tutte queste velleità hanno dovuto cedere dinanzi alla formula concordata tra i maggiori partiti, che salva almeno il principio e non ogni sua estrinsecazione.

L'art. 41 stabilisce la libertà dell'iniziativa economica privata a condizione che non si svolga in contrasto con l'utilità sociale o a danno della sicurezza, della libertà o della dignità umana. Esso aggiunge che, «la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali», timido inizio questo di una economia programmata.

Secondo l'articolo 42 la proprietà privata è riconosciuta dalla legge, «che ne determina», però i «limiti allo scopo di assicurare la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti», aspirazione forse utopistica, ma che autorizza larghe misure legislative di riforma agraria. È anche prevista dall' art. 43 la possibilità di esproprio per motivi di interesse generale, a favore di comunità di lavoratori o di utenti, qualora si tratti di servizi pubblici essenziali o di fonti di energia o di situazioni di monopolio; strada aperta, questa, a misure riformatrici in campo industriale.

La proprietà della terra è disciplinata dall'articolo 44, affermandovisi che «la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione» e «la trasformazione del latifondo». Dopo di che è sperabile che anche la magistratura rinuncierà a bollare di anticostìtuzionalità le leggi colpevoli solo di antilatifondismo!

Alla tutela ed allo sviluppo della cooperazione e dell'artigianato è dedicato l'art. 45, che erige un primo argine difensivo delle più modeste, ma più sane attività produttrici contro la spietata concorrenza delle maggiori intraprese capitalistiche.

Particolare attenzione merita l'art. 46, per il quale «la repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge, alla gestione delle aziende». Echeggia in queste parole il grande moto operaio per il riconoscimento dei consigli di gestione, rivestito finalmente di valore giuridico e solo subordinato alle norme che la legge dovrà ormai sollecitamente emanare. I lavoratori, dopo questo solenne riconoscimento, non potranno più vedersi opporre le abusate accuse di illegalità nella loro azione innovatrice dei rapporti interni di fabbrica. Si deve peraltro ricordare che il testo del progetto di Costituzione era ancora più esplicito al riguardo, affermando «che i lavoratori hanno diritto di partecipare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende dove prestano la loro opera». Ma anche qui, sotto il velo di preoccupazioni giuridiche, si sono coalizzate in fronte ostile ai lavoratori tutte le forze più o meno conservatrici; sicché ha finito di prevalere la formula più temperata e cauta, tale tuttavia da confortare i lavoratori nelle loro lotte per un diretto intervento nella dirigenza delle intraprese.

Occorre da ultimo far parola di una nuova assemblea rappresentativa creata dalla Costituzione: «il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro». Previsto dall'articolo 99, dovrà essere composto di esperti e di rappresentanti delle categorie produttive, in misura che tenga conto della loro importanza numerica e qualitativa; e sarà organo consultivo, darà cioè pareri alle Camere e al governo sulle materie che gli saranno attribuite dalla legge. Il Consiglio potrà. anche presentare all'approvazione del parlamento disegni di legge e contribuire alla legislazione economica e sociale. ...

Esaurito così l'esame delle norme scritte nella Costituzione circa i diritti del lavoro, i lavoratori italiani si domanderanno come e quando esse saranno realizzate nella vita concreta del nostro popolo.

A questa domanda la risposta deve essere chiara e precisa: le norme scritte nella Costituzione rimarranno sulla carta, non si realizzeranno automaticamente, se i lavoratori stessi non agiranno, non veglieranno affinché gli organi dello Stato le svolgano in nuove leggi, e l'amministrazione pubblica non esegua ciò che queste leggi disporranno. Se, cioè, i lavoratori non opereranno per permeare tutta la vita politica del nostro paese dello spirito nuovo e trasformatore che ha dettate le formule costituzionali, pur nella loro azione ancora troppo spesso timida ed incerta.

Come l'affermazione dei diritti del lavoro si deve in gran parte alla forza dei lavoratori che, stretti in un grande organismo unitario, hanno esercitato la loro influenza e hanno posto all'ordine del giorno del paese la soluzione dei problemi del lavoro, così la realizzazione concreta di quelle affermazioni dipenderà dall'azione che, per l'avvenire, essi sapranno svolgere nel quadro della legalità democratica, secondo gli orientamenti riformatori che furono propri della grande lotta popolare per la libertà».

 

 UMBERTO TERRACINI, La Costituzione e i diritti del lavoro, in Costituzione della Repubblica, Roma, 1948.

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Considerazioni di Piero Calamandrei sulla Costituzione italiana

24 Août 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

«Tra il tipo di Costituzione breve, meramente organizzativa dell'apparato dello Stato, e il tipo di Costituzione lunga, che fosse anche ordinativa della società, l'Assemblea costituente scelse un tipo di Costituzione lunga, cioè contenente anche una parte ordinativa: la quale però, invece di esser volta ad effettuare una trasformazione delle strutture sociali, si limitava a prometterla a lunga scadenza, tracciandone il programma per l'avvenire». Piero Calamandrei

I lavori della Costituente, fino alla loro conclusione (dicembre 1947), si svolsero in un clima politico in rapida evoluzione In un articolo del 1955 Piero Calamandrei parla dei risultati apparentemente raggiunti con l'approvazione della Costituzione.

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«La Costituzione non fu, come lo statuto albertino, una Costituzione regia, cioè elargita (octroyée) da un sovrano, ma fu una Costituzione popolare, deliberata, quando ormai ogni ingerenza dell’ex sovrano era stata esclusa dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946 che aveva scelto la forma repubblicana, da un'assemblea rappresentativa eletta dal popolo con metodo rigorosamente democratico. Ma non fu una Costituzione rivoluzionaria, nel senso che consacrasse in formule giuridiche una rivoluzione politicamente già compiuta. La generosa illusione del Partito d'azione che dalla unanimità antifascista della Resistenza potesse immediatamente uscire, subito dopo la liberazione, un rinnovamento delle strutture sociali ed economiche sulla base dei CLN, ebbe corta durata: con le dimissioni del breve governo di Ferruccio Parri, che rappresentò per qualche mese (dal giugno al novembre 1945) le superstiti speranze della Resistenza di dare all'Italia un governo di popolo che non implicasse la restaurazione della vecchia classe dirigente responsabile di aver dato vita al fascismo, la Costituente si aprì in un'atmosfera non più di unanime fervore rivoluzionario, ma di patteggiamento tra i grandi partiti di massa, da una parte i democristiani, dall'altra i socialisti e i comunisti. L'unica rivoluzione effettivamente già compiuta, della quale la nuova Costituzione doveva dare atto in formule giuridiche, era la caduta della monarchia: tutti erano concordi nell'assegnare alla Costituzione il compito di costruire giuridicamente un congegno di governo che avesse la forma repubblicana al luogo di quella monarchica, purché, al disotto di quella nuova forma politica, rimanessero invariate, almeno per il momento, le strutture economiche e sociali dell'Italia prefascista. Qualcuno avrebbe voluto che si desse alla Costituente non solo il compito di ricostruire in forma repubblicana le strutture fondamentali dello Stato, ma anche quello di deliberare almeno alcune fondamentali riforme di carattere economico-sociale, che rappresentassero l'inizio di una trasformazione della società in senso progressivo: avrebbe voluto cioè che la nuova Costituzione dovesse essere non semplicemente “organizzativa”  dei congegni di governo (dello Stato-apparato), ma anche “ordinativa” della vita sociale italiana (dello Stato-comunità). Ma questa idea non fu accolta; o per dir meglio fu raccolta a metà, per dare ai suoi sostenitori l'illusione che non fosse stata respinta del tutto. Tra il tipo di Costituzione breve, meramente organizzativa dell'apparato dello Stato, e il tipo di Costituzione lunga, che fosse anche ordinativa della società, l'Assemblea costituente scelse un tipo di Costituzione lunga, cioè contenente anche una parte ordinativa: la quale però, invece di esser volta ad effettuare una trasformazione delle strutture sociali, si limitava a prometterla a lunga scadenza, tracciandone il programma per l'avvenire.

Questo singolare ibridismo fu la conclusione di un compromesso tra quelle forze politiche contrastanti, che, con espressione approssimativa, si possono chiamare le forze conservatrici di destra e le forze riformatrici di sinistra.

Non si può dire che le forze conservatrici si identificassero colla Democrazia cristiana, perché questo partito già fino da allora comprendeva in sé tendenze contrastanti, alcune delle quali nettamente progressive in senso cristiano-sociale; e perché forze nettamente reazionarie, oltreché all'ala destra di quel partito, si trovavano fuori di esso, alla destra. estrema, sotto le etichette del partito liberale o del partito monarchico; né si può dire viceversa che le forze progressive si identificassero coi partiti socialista e comunista, perché in altri gruppi numericamente minori, come il Partito d'azione o il partito repubblicano, o all'ala sinistra della stessa Democrazia cristiana, erano ugualmente sentite le istanze di un profondo rinnovamento sociale. Dall'urto di queste due tendenze venne fuori il compromesso: tutti parvero concordi (o almeno la gran maggioranza, formata dall'incontro dei grandi partiti) nella condanna di quel tipo di plutocrazia capitalistica dalla quale era nato il fascismo, e nel riconoscere la necessità di un profondo rinnovamento delle strutture economiche della società italiana. Ma questa apparente accondiscendenza da parte delle destre a inserire tale riconoscimento, meramente astratto e programmatico, nella Costituzione, fu condizionata a che le sinistre rinunciassero ad ogni tentativo anche parziale di attuazione immediata di questa trasformazione sociale vagheggiata (e quasi si direbbe sognata) per l'avvenire, e accettassero di procedere a questa trasformazione mediante graduali riforme proiettate nel futuro, da concretarsi in leggi ordinarie attraverso i metodi legalitari della democrazia parlamentare. Così, come già fu osservato, “per compensare le forze di sinistra di una rivoluzione mancata, le forze di destra non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa“: purché l'estrema sinistra (e specialmente il partito comunista) accettasse i meccanismi “borghesi” della legalità parlamentare, le forze “borghesi” non si opponevano a lasciare aperta verso l'incerto futuro questa via legalitaria di un graduale e pacifico rinnovamento sociale, di cui già era segnato l'indirizzo e riconosciuta in anticipo la legittimità».

PIERO CALAMANDREI, La Costituzione, in AA.VV., Dieci anni dopo. 1945-1955, Bari, 1955, pp. 212- 215.

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L'affermazione dei «moderati»

10 Août 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

«patrimonio comune della Resistenza, è la lotta popolare per la libertà. È un fatto che resterà nella storia d'Italia». Federico Chabod

 

 È una lezione di storia sul periodo che va dalla crisi della Resistenza all'avvento della repubblica.

 

In essa Federico Chabod analizza le cause che alla fine comportarono il successo dei «moderati» (liberali e democratici cristiani) ed individua tre cause o motivazioni:

 

1. il condizionamento degli Alleati (situazione internazionale);

 

2. differenzazione fra Italia settentrionale e Italia meridionale;

 

3. il peso conservatore dell'apparato burocratico dello Stato, che chiama la «terza forza conservatrice ».

 

 

«Ecco perché gli “uomini del nord” trovano a Roma un ambiente che non è quello di Milano e di Torino.  

Cosa sono dunque, ci si chiede, questi Comitati di liberazione nazionale, che spuntano dappertutto come funghi? Nell'Alta Italia, infatti, accanto ai comitati di carattere politico, sorgono comitati nelle fabbriche, ecc. Il fatto è allarmante. È forse un ritorno ai “consigli di fabbrica”? Allorché il segretario del partito liberale, Cattani, durante la formazione del nuovo governo (maggio 1945), sferra un violento contrattacco nella polemica che mette di fronte Milano e Roma, egli ha dietro di sé buona parte dell'opinione pubblica delle regioni italiane che non hanno conosciuto la Resistenza o non hanno potuto conoscerla in tutto il suo vigore. La gente si chiede che cosa siano i Comitati di liberazione. È difficile per un popolo, rimasto diviso un anno e mezzo, rendersi conto di come si sia svolta la vita nell'altra parte. Qui non si tratta soltanto della forza esteriore della Military Police americana; è la stessa Italia che risulta divisa in seguito ad un'esperienza troppo diversa.  

L'ambiente romano non è quello di Milano e di Torino.   Non è colpa di nessuno: gli avvenimenti stessi hanno prodotto tale differenza.

 

Ed ecco fare la sua improvvisa comparsa, con enorme successo, il movimento dell'Uomo qualunque, decisamente ostile alla “politica dei CLN”. Il giornalista e scrittore Giannini fonda un giornale, L'Uomo qualunque, cui fa capo un movimento politico che compie notevoli progressi fino ad avere, nelle elezioni del 1946, 30 deputati. È la reazione della media e piccola borghesia dell'Italia da Roma in giù, contro le esperienze e le aspirazioni del nord. Peraltro, alle elezioni dell'aprile 1948 assisteremo al crollo di questo movimento, il quale non è altro. che un segno di protesta; il suo significato, per così dire, è quello d'una reazione: trascorso un certo periodo, il suo compito sarà esaurito. Ma intanto il movimento è forte, soprattutto a Roma, a Napoli, nelle Puglie.

L'esperienza vissuta dalla città di Roma è tutta particolare: non ha avuto una effettiva, reale esperienza dei Comitati. L'autorità verso cui Roma volge lo sguardo è il Santo Padre, non i Comitati di liberazione. Occorre. tener conto dell’nflusso del sentimento religioso sulla popolazione italiana.

 

Al termine della guerra la situazione della penisola era la seguente:

 

1. Forza militare degli Alleati, che controllano l'Italia.

 L'amministrazione militare alleata (AMG) favorisce largamente gli elementi moderati, non certo quelli «rivoluzionari». Questo si è già verificato nel sud e nel centro e si ripete ora nel nord.

 

2. Netta differenza d'opinioni e d'atteggiamenti fra l'Italia settentrionale (più alcune regioni del Centro) e l'Italia da Roma in giù.

Da soli questi elementi basterebbero nel complesso ad assicurare la vittoria ai partiti moderati del CLN, cioè i liberali e i democristiani, e a sbarrare la strada a ogni sforzo di rinnovamento profondo dello Stato; cioè a ogni tentativo “rivoluzionario”. Ma c'è di più.

 

3. C'è la forza enorme costituita, nello Stato moderno, dalla burocrazia, dalla struttura amministrativa dello Stato. È una forza meno appariscente dei partiti, ma che possiede una continuità, e può quindi esercitare col tempo un influsso forse superiore a quello dei partiti. Lo “Stato” moderno è, per molta parte, l'organizzazione tecnica della vita pubblica, cioè la burocrazia. Ora, la burocrazia è naturalmente conservatrice: la sua forza risiede nella “continuità” delle funzioni, non certo nel sovvertimento. Al suo interno possono operare, e operano di fatto, singoli individui, socialisti, comunisti, o membri del Partito d'azione; ma l'insieme ·funziona come un organismo che tende alla continuità e alla conservazione. La forza tecnica della burocrazia si trasforma così in una forza politica di gran peso, anche se poco appariscente. ...

 

Agli occhi del funzionario, lo Stato appare sempre come un'entità a sé stante, al di sopra della lotta politica; una entità materiata di leggi, di regolamenti, di continuità, di funzioni amministrative, che va salvaguardata ad ogni costo.

In un'Italia devastata e saccheggiata e dove tutto sembra paralizzato, occorre rimettere in funzione l'intero ingranaggio statale: il che significa non solo far circolare i treni, ma imporre di nuovo l'applicazione delle leggi e dei regolameriti, restituire agli uffici le competenze che spesso hanno perduto. I CLN hanno assunto i poteri del prefetto, dei questori, ecc.; ora è necessario tornare alla “normalità”.

Ecco dunque una nuova forza, la terza “forza conservatrice”; allorché il nord viene liberato, essa, nel Mezzogiorno e nel centro, ha già largamente riacquistato la sua capacità d'azione.

Così, al momento della liberazione, quello che era stato l'iniziale “slancio rivoluzionario”, viene infranto. Le discussioni per il nuovo governo fra il CLNAI, Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, e gli uomini politici di Roma durano un mese e mezzo. È una lunga crisi che rispecchia le difficoltà della situazione.

 

Due uomini reclamano a nome del proprio partito il diritto di porsi a capo del governo: Nenni per il partito socialista e De Gasperi per la Democrazia cristiana. Si giunge ad una soluzione che sembra il trionfo della Resistenza, ma in realtà è solo un temporaneo compromesso: presidente del consiglio sarà Parri, uno dei tre capi del Corpo dei Volontari della Libertà, appartenente al Partito d'azione.

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Il governo Parri non dura a lungo. Presidente del consiglio in giugno, nel novembre è costretto a subire l'offensiva lanciata ancora una volta dai liberali. I liberali lasciano il governo e i ministri democristiani escono a loro volta dal gabinetto. I partiti comunista e socialista non sostengono Parri. E il leader democristiano, De Gasperi, diventa presidente del consiglio (10 dicembre 1945).

Alcide De Gasperi 

 

Poco dopo (nel frattempo, dal 1° gennaio 1946, il Governo alleato ha restituito l'amministrazione dell'Italia settentrionale al governo italiano), i prefetti e i questori nominati dai Comitati di liberazione nazionale, che non sono funzionari di carriera, vengono invitati ad entrare regolarmente nell'amministrazione, cioè a trasformarsi in funzionari dello, Stato. Se non accettano, saranno sostituiti da funzionari di carriera. La quasi totalità dei prefetti dei Comitati di liberazione non accettano di entrare nei ruoli, e tornano alle loro professioni abituali.

a memoria di Riccardo Lombardi

Così a capo delle province, tornano i prefetti di carriera, cioè gli organi del governo; è un ritorno della tradizione governativa, della forza amministrativa. Il governo insedia, in questi importantissimi uffici, uomini di sua fiducia, al posto degli uomini del CLN. Il periodo dei prefetti “politici” è finito.

 

La forza enorme rappresentata dalla burocrazia, che è la continuità della tradizione, la forza del vecchio Stato che è riuscita a mantenersi, soprattutto nel sud dove non s'è quasi verificata un'interruzione, adesso riprende vigore, riprende il controllo della situazione politica, dell'ordine pubblico. Quando ciò avviene, si può dire che il periodo rivoluzionario è del tutto conchiuso.

 

Tuttavia un punto essenziale del programma della Resistenza che abbiamo definito “rivoluzionario”, troverà modo di realizzarsi più tardi: l'instaurazione della repubblica col referendum del 2 giugno 1946. Si conclude così il periodo della Resistenza.

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Politicamente esso termina, nell'insieme, col successo di coloro che possiamo chiamare i “moderati”, abbracciando con questo termine sia i liberali, che in seguito non avranno l'appoggio delle grandi masse elettorali, sia i democristiani, che al contrario usciranno vincitori dalla lotta elettorale.

 

Ma quello che resta come patrimonio comune della Resistenza, è la lotta popolare per la libertà. È un fatto che resterà nella storia d'Italia».

 

 

 

FEDERICO CHABOD, L'Italia contemporanea (1918-1948), Einaudi 1961

 

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22 dicembre 1947: la nuova Costituzione della Repubblica

8 Août 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

All'inizio del 1947, la situazione d'emergenza in cui ormai si dibatteva il paese non consentì più ulteriori ritardi nella lotta all'inflazione e nel risanamento dei conti pubblici. Anche perché il "prestito della ricostruzione" lanciato in ottobre non aveva dato i risultati sperati. Intanto la "tregua salariale" stipulata fra la Confederazione Generale del Lavoro e la Confindustria stava per essere travolta da un forte movimento rivendicativo a causa del continuo rincaro dei prezzi. E la vertenza per i contratti di mezzadria, arginata a giugno da un giudizio arbitrale proposto da De Gasperi, rischiava di riesplodere dovunque, dalle campagne del nord a quelle del centro-sud.

 

Nel Paese si andava sempre più ad una radicalizzazione del confronto tra la Democrazia Cristiana e le sinistre, Partito comunista e Socialisti. A questo peggiorato clima, che somiglia sempre più ad uno scontro, contribuisce la Chiesa con gli interventi di papa Pacelli, Pio XII.

Grande era l'influenza delle gerarchie ecclesiastiche cattoliche su un Paese come l'Italia del tempo (nel nome di una fede oltremodo diffusa, che si sentiva minacciata e sfidata dal comunismo, nonostante la moderazione di Togliatti).

In termini strettamente politici, importante sembrava a De Gasperi e ai suoi alleati di centro e di centrodestra l'ancoraggio alla potenza americana, in un momento in cui l'intero quadro internazionale, e non soltanto italiano, appariva fatalmente destinato a spaccarsi.

 

Il 3 gennaio, il presidente del Consiglio è partito per gli Stati Uniti, per una missione che sarebbe risultata decisiva per il futuro dell'Italia.

Truman e De Gasperi 

L'argomento dichiarato dei colloqui americani era la ricostruzione economica italiana e l'aiuto che ad essa sarebbe potuto arrivare dagli Stati Uniti (il Piano Marshall sarebbe stato annunciato solo cinque mesi dopo). Inoltre l'occasione ufficiale del viaggio era un invito a De Gasperi, da parte dell'editore di «Time» Henry Luce, a partecipare a Cleveland a un convegno sul tema: «Che cosa attende il mondo dagli Stati Uniti?». Lo stesso De Gasperi ne aveva dato notizia quasi en passant, al termine di una riunione del Consiglio dei ministri, il 20 dicembre.

Quanto ai risultati del viaggio, essi sono apparsi in definitiva modesti. La delegazione italiana è rientrata a Roma con un prestito della Export-Import Bank di appena 100 milioni di dollari (quando, nella seconda metà del 1946, alla sola Francia ne erano stati concessi 1 miliardo e 370 milioni).

I 100 milioni di dollari erano un gesto simbolico, che rispondeva a interessi di fondo di entrambe le parti e apriva prospettive comuni. E dunque erano la premessa di quella che sarebbe stata, quattro mesi dopo, la grande svolta della politica degasperiana e italiana. Senza patteggiamenti espliciti, ma con la consapevolezza in De Gasperi che, quando il suo difficile rapporto con le sinistre fosse arrivato a un punto di rottura (sulla politica estera, ma anche e molto su quella economica, cioè sui metodi ultimi della ricostruzione e dello sviluppo del Paese), egli avrebbe potuto contare sull'America. Ciò che corrispondeva, ovviamente, anche all'interesse degli americani.

Rientrato dagli Stati Uniti il 15 gennaio, il leader democristiano ha trovato un'altra novità: il Partito socialista di unità proletaria, che già nel congresso di Firenze di nove mesi prima aveva evitato a malapena una scissione tra le sue due «anime», quella filocomunista e quella socialdemocratica, si è definitivamente diviso, nel corso di un congresso stra ordinario. Da una parte la «vecchia casa», che ha ripreso il nome di Partito socialista italiano (Psi), e dall'altra coloro che non vi si riconoscevano più, i seguaci di Giuseppe Saragat e di Matteo Matteotti, che hanno dato vita al Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli).

Giuseppe Saragat

La scissione è detta di Palazzo Barberini, perché in una sua sala si sono riuniti gli scissionisti, per prendere la decisione finale.   De Gasperi dà vita al suo terzo governo, ancora con socialisti (nenniani) e comunisti.  

Il posto del dimissionario Nenni agli Esteri è stato preso dall'«indipendente» Carlo Sforza, dal deciso orientamento filo-occidentale.

Carlo Sforza con Enrico de Nicola

De Gasperi ha mantenuto la coalizione con le sinistre per non affrontare, con i socialcomunisti all'opposizione, due importanti scadenze. La prima, addirittura fondamentale: la firma, il 10 febbraio a Parigi, del Trattato di pace, con le sue dure clausole, che tenevano poco conto della tardiva «cobelligeranza» italiana contro la Germania nazista e dell'apporto della Resistenza. La seconda, più funzionale agli interessi della Dc e ai suoi rapporti con la Chiesa, vale a dire il voto, sempre alla Costituente, sull'introduzione dei Patti lateranensi, cioè del Concordato tra Stato italiano e Santa Sede, nella Costituzione repubblicana, nel famoso articolo 7.

L'occasione della crisi è stata la preparazione dell'intervento del governo in un dibattito a Montecitorio sulla situazione economica. In seguito a contrasti in seno alla maggioranza, De Gasperi annunciò le dimissioni del governo.

Dopo una crisi difficile, De Gasperi, il 30 maggio, ha formato il suo quarto governo, il primo senza le sinistre. Quasi un monocolore democristiano, al quale tuttavia sono stati associati due liberali e quattro indipendenti, tra cui Carlo Sforza che veniva confermato agli Esteri.

Il nuovo governo ha ottenuto i voti della Dc, del Pli e del movimento dell'Uomo Qualunque, e la benevola assenza, al momento della fiducia, di una ventina di socialdemocratici e di alcuni repubblicani. Naturalmente, ha avuto anche il consenso del governo americano.

 

Il 12 marzo, Truman aveva lanciato la sua famosa «dottrina» sull'opposizione americana ad ogni ulteriore espansione del comunismo sovietico, e che al Dipartimento di Stato, il posto di Byrnes era stato preso dal più rigido George Marshall, che da lì a poco avrebbe annunciato il suo celebre Piano. Si era ormai, insomma, in piena guerra fredda. E non a caso la vicenda italiana aveva avuto degli immediati precedenti in Francia e in Belgio, con un'analoga esclusione dei ministri comunisti dai governi di unione nazionale.

Truman e Churchill

 

Nella Polonia sovietizzata, tra il 22 e il 27 settembre ha luogo la riunione istitutiva del Cominform, , con duri attacchi ai partiti italiano e francese (Pci e Pcf) per la loro tattica attendista e «parlamentarista». Secondo relazione conclusiva del sovietico Zdanov, che viene approvata, ormai nel mondo non c'erano che «due campi», quello dell'imperialismo americano e quello del «socialismo», guidato dall'Urss.

In Italia nel mese di novembre Giancarlo Pajetta occupa per un giorno, a scopo «dimostrativo», la prefettura di Milano.

Il Pci contro la crisi economica guida le agitazioni sociali.

Il 7 novembre 1947, i socialisti, che attribuiscono al nuovo Cominform la funzione di un semplice ufficio di collegamento tra partiti omogenei, in una riunione della Direzione, prendono in considerazione, anche in polemica e in alternativa al nuovo Psli di Saragat, sia pure non senza contrasti al loro interno, l'idea di un'alleanza elettorale con il Pci, da chiamare Fronte democratico popolare.

 

 Alle ore 19 del 22 dicembre 1947, fra i rintocchi della campana di Montecitorio, avviene l’approvazione della Carta costituzionale.

giugno 1946 lavori Costituente

I lavori sono durati un anno e mezzo, con 272 giornate di dibattito, il testo è stato preparato da una Commissione di 75 parlamentari, presieduta dal demolaborista Meuccio Ruini, e poi, dal 4 marzo, discusso in aula. I voti finali sono stati 453 a favore e 62 contro, questi ultimi essenzialmente da parte dei monarchici e dei rappresentanti dell’Uomo Qualunque.

 

Cinque giorni dopo, il 27 dicembre, a Palazzo Giustiniani, sede del capo provvisorio dello Stato e ormai primo presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, avviene la cerimonia della promulgazione, vale a dire della firma della nuova Carta. La cerimonia si è svolta nella biblioteca in fondo alla Sala degli specchi.

Alle 17 in punto, nella biblioteca sono entrati il presidente dell'Assemblea, Terracini, e il presidente del Consiglio, De Gasperi, e quindi il capo dello Stato. Su un tavolo in noce, coperto da un velluto cremisi, tre copie della Costituzione rilegate in pelle, quattro portapenne; due calamai di bronzo e un portacarte di cuoio. De Nicola ha inforcato gli occhiali e ha detto: «Possiamo firmarle con coscienza».

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Quindi è stata la volta di Terracini e di De Gasperi. Alle 17 e 30 la riunione si è sciolta.

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La nuova Costituzione era un documento di democrazia, quale il Paese non aveva in fondo mai conosciuto, essendo passato dallo Statuto ottocentesco al regime fascista e poi all'occupazione straniera. Era altresì l'ultimo atto della cooperazione post-bellica tra i partiti antifascisti. A quel punto cominciava la fase conflittuale, come del resto richiedeva la nuova normalità democratica.

 

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Bibliografia:

Aldo Rizzo - “L’anno terribile. 1948: il mondo si divide” - Laterza 1977

 

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La fine di un regno

2 Août 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

In questo documento Giuseppe Romita, ex ministro degli Interni del primo Governo De Gasperi, rievoca le ultime ore della monarchia sabauda quali le vide dall'osservatorio del Viminale.

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Risalta il suo atteggiamento di stretta vigilanza, pur manovrando un apparato alquanto infido, sulle ultime insidie dei monarchici, sempre pronti alla rissa e alla sedizione.

Il computo dei suffragi, durato alcuni giorni, aveva dato alla fine la maggioranza relativa alla repubblica, la Corte di Cassazione aveva però semplicemente registrato il risultato, in attesa di una verifica su un'aliquota di voti che comunque non avrebbe potuto modificare l'esito della consultazione.

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Nell'attesa - il 10 e 11 giugno - i monarchici avevano scatenato violente agitazioni e Umberto fu indotto dall'ala oltranzista del partito di corte a ritardare il passaggio dei poteri al presidente del Consiglio.

Romita racconta quei momenti e la partenza del “re di maggio”.

11 giugno 1946

Al Viminale quel giorno, per la prima volta nella storia, era stata issata la bandiera italiana senza lo scudo sabaudo. Un evento importante - mi sembra - anche se. al Quirinale sventolava ancora l'altra bandiera. E da piazza del Popolo, una folla enorme sfilò sotto il palazzo. Ma fu con la disciplina più completa, perché la repubblica era ormai nella vita del paese e il popolo voleva dimostrare che repubblica, nonostante tutte le denigrazioni delle quali era stata oggetto, significava anche ordine ... Al Quirinale andò De Gasperi nel pomeriggio. Noi socialisti non fummo molto d’ accordo sull’opportunità di quella visita. Ormai, la delega del poteri ci sembrava superata ... Anche altri ministri erano del nostro parere.

De Gasperi, comunque, sospese la seduta del Consiglio.

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Umberto gli aveva promesso la lettera, di delega ed egli ne era in attesa.

Fu un'attesa vana! Un Savoia, per l'ultima volta, mancò di parola.

Il presidente del consiglio ebbe notizia del rifiuto a mezzanotte, per telefono, ma non ce ne diede comunicazione ... E il consiglio dei ministri fu rinviato al giorno seguente.

Gli avvenimenti, ormai, precipitavano. A mezzogiorno del 12 Falcone Lucifero, ministro della Real Casa, consegnò la lettera ufficiale di rifiuto di Umberto. De Gasperi convocò allora il Consiglio dei ministri e ci riferì con esattezza quanto era avvenuto durante la notte e in quella mattinata. Fu una seduta che ci vide tutti concordi: Umberto si avviava su una strada pericolosa. Non accettava più neppure di dare una delega, che avrebbe consentito al presidente del Consiglio di essere capo provvisorio dello Stato in suo nome. Era davvero giunto il momento di finirla! ...

Dopo la relazione di De Gasperi, anch'io presi la parola. Sapevamo che. il momento non era facile; tuttavia sentivamo anche la gioia di essere giunti al termine del nostro grave lavoro.

Chi avrebbe sostituito Umberto, finalmente per volontà della nazione non più re d'Italia? Avevamo ormai vagliato tutti gli aspetti del problema e la soluzione, anche alla luce del diritto costituzionale, ci appariva una sola: durante il breve periodo transitorio che attraversavamo e nell'attesa che l'Assemblea costituente potesse nominare il capo provvisorio dello Stato, l'esercizio di tali funzioni spettava ope legis, al presidente del Consiglio in carica. ...

Con quel documento tagliammo definitivamente ogni ponte col Quirinale: Umberto II per noi del governo, come già da due giorni per il paese, non esisteva più.

I monarchici, tuttavia, non erano dello stesso avviso. Tennero una riunione nel corso della quale discussero tre tesi: gli estremisti erano per il colpo di Stato; i moderati per la partenza del monarca con un manifesto di protesta alla nazione contro il Governo; certuni, infine, erano per la sua permanenza senza alcuna presa di posizione. ... Prevalse, per fortuna, la seconda tesi e non la prima.

Umberto, intanto, quella sera, si era allontanato da palazzo ed era restato in una villa di amici presso Roma.

Ebbi anche notizia dal servizio informazioni degli americani, che aveva avuto un colloquio con l'ammiraglio Stone. ... Mi fu riferito soltanto, che l'ex re aveva chiesto informazioni sull'atteggiamento delle forze alleate. ...

Intanto, seguivamo ogni movimento di Umberto. Egli, dopo essere restato nella villa degli amici sino a tutta la mattina del 13, rientrò al Quirinale alle 14,30 per congedarsi dai propri uomini.

Avuta notizia dell'ora della partenza e del mezzo usato, diedi ordine che le forze di polizia fossero in numero sufficiente per prevenire qualsiasi gesto inconsulto contro la persona dell'ex sovrano, ma che, nel contempo, non fossero tali da dare nell'occhio. ...

Diedi precisi ordini perché all'aeroporto di Ciampino non potessero aver luogo incidenti e la partenza potesse svolgersi tranquillamente. ...

Tra le 14,30 e le 15 Umberto ricevette uomini politici, amici, funzionari ed ufficiali del palazzo. Quindi, con una breve cerimonia militare, prese congedo dai corazzieri e dai carabinieri.

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E alle 15,40 era già sull'aereo.

Egli, però, accettando il consiglio dei suoi diretti collaboratori, all'atto della partenza diramò il noto proclama, che - a parte la retorica - suonava indubbiamente provocatorio.

Fu un gesto che all'ex sovrano recò soltanto danno.

De Gasperi, che nei confronti della corona era sempre stato estremamente obiettivo e aveva più volte espresso giudizi favorevoli sul comportamento del re di maggio, fu in quell'occasione del mio stesso. avviso, condannandone apertamente l'operato.

Probabilmente il destino era segnato: i Savoia dovevano finire con uno dei loro soliti errori di valutazione politica, sicché agli italiani non fosse in alcun modo possibile rimpiangerli.

Il proclama voleva suonare accusa contro il governo: «Il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale ed arbitrario, poteri che non gli spettano, e mi ha posto nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza».

Con queste parole Umberto dimostrava finalmente - lui che si era più volte detto pronto ad accettare la volontà del popolo - di non saper perdere. E l'accenno alla violenza, che diceva di voler evitare, era un invito alla stessa.

«Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della patria, sento il dovere, come italiano e come re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta ... » diceva Umberto. E con ciò si rivolgeva palesemente ad oltre 10 milioni di italiani, che avevano votato per lui, e dai quali, probabilmente, nonostante l'ipocrisia palese dell'invito alla calma, si attendeva una reazione. Se quella reazione fosse avvenuta, l'ex sovrano avrebbe potuto seguirla dal sicuro rifugio dell'esilio. ... Al Viminale, dove restai vigile, mi giunsero rapporti che, per quanto concerneva i monarchici, segnalavano qua e là nel sud qualche manifestazione, ma non di tale entità da essere considerata allarmante per l'ordine pubblico.

l giorno dopo diramammo un comunicato: «La partenza del re, avvenuta ieri alle 15,40 da Ciampino - vi era detto - è stata con ogni cura tenuta nascosta dal governo. » E dopo aver dichiarato fazioso il proclama dell'ex re, così concludevamo: «Il governo ed il buon senso degli italiani provvederanno a riparare a questo gesto disgregatore, rinsaldando la loro concordia per l'avvenire democratico della patria ».

E fu quanto gli italiani fecero.

 

da GIUSEPPE ROMITA, Dalla Monarchia alla Repubblica, Pisa, 1959, pp. 216-222.

 

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La XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione recitava:

 

I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive.

Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale.

I beni, esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi, sono avocati allo Stato. I trasferimenti e le costituzioni di diritti reali sui beni stessi, che siano avvenuti dopo il 2 giugno 1946, sono nulli.

Durante il secondo Governo Berlusconi (giugno 2001- aprile 2005), entrava in vigore la legge costituzionale 23 ottobre 2002, n. 1 che ha stabilito che i commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione esauriscono i loro effetti a decorrere dalla data di entrata in vigore della stessa legge costituzionale (10 novembre 2002), consentendo così l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale ai discendenti della ex Casa Savoia.

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1945: le gravissime condizioni in cui si trovava l'Italia

31 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

Alla fine della seconda guerra mondiale l'Italia era un paese ridotto allo stremo. La produzione agricola risultava dimezzata rispetto al 1938, quella industriale era scesa addirittura a meno di un terzo, ben pochi servizi pubblici continuavano a funzionare, le strade e le ferrovie erano interrotte in più punti. Dovunque s'incontravano cumuli di macerie. Oltre un terzo delle abitazioni private erano distrutte o sinistrate. Di molti edifici pubblici non restavano che i ruderi, numerosi erano gli stabilimenti sventrati dai bombardamenti. Nelle città si faceva la fila per rifornirsi dei viveri distribuiti dagli spacci dell'UNRRA (United Nation Relief and Rehabilitation Administration), un organismo delle Nazioni Unite per i soccorsi alle popolazioni dei paesi liberati, finanziato per larga parte dal governo americano. Quel po' che giungeva dalle campagne finiva sovente nelle mani di incettatori che praticavano la "borsa nera", il commercio clandestino dei generi di prima necessità a prezzi esorbitanti.

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Vendita di generi di prima necessità, pane e olio, nelle vie di una città

 

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I pur consistenti aiuti forniti tra il gennaio e il giugno 1946 dall'UNRRA, per un ammontare di 435 milioni di dollari, bastarono solo ad alleviare le gravissime condizioni in cui versava la penisola.

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 Una famiglia cerca di guadagnarsi da vivere cantando e suonando per le vie di una città

 

Al nord le fabbriche stentavano a riprendere l'attività: mancavano materie prime e combustibili, scarseggiava l'energia elettrica e non c'erano soldi per riorganizzare completamente gli impianti. Al sud gli agrari si opponevano all'applicazione delle norme varate nell'ottobre 1944 dal ministro comunista dell'Agricoltura Gullo per la distribuzione ai contadini di una parte dei latifondi incolti. Per reazione, i braccianti continuavano a occupare le terre, anche le più magre e impervie, per affrancarsi dalla miseria e dall'asservimento. Al centro e in varie regioni, nelle cascine e masserie, mezzadri e coloni erano in agitazione. Chiedevano adeguati indennizzi e patti migliori per continuare le coltivazioni.

fine guerra lavoro campi

Fra operai e salariati agricoli licenziati, reduci e giovani senza lavoro, si contavano oltre due milioni di disoccupati. E quest'altra piaga accresceva le tensioni sociali, che sfociavano non solo in vaste manifestazioni di protesta, ma talora anche in sommosse cruente.

I governi di solidarietà democratica fra le forze antifasciste s'adopravano per quanto possibile a tamponare le falle più vistose, ad assicurare soprattutto il rifornimento di generi alimentari e di un minimo di scorte. Ma all'interno della coalizione esistevano forti divergenze sulle soluzioni da adottare per il risanamento economico.

Anche dopo il secondo ministero De Gasperi formatosi a metà luglio del 1946, continuò a sussistere un profondo contrasto di vedute nell'ambito del governo sulle scelte più impegnative nella gestione dell'economia.

Si preferì così attendere l'elezione del primo parlamento repubblicano, per non provocare una frattura fra i partiti antifascisti impegnati nell'elaborazione della nuova Carta Costituzionale e nella legittimazione della nascente democrazia.

La Democrazia Cristiana, pur critica nei confronti del capitalismo, si richiamava ai principi interclassisti della tradizione cattolica, e mirava a una sintesi fra i diritti individuali di libertà e iniziativa e i valori di solidarietà propri della dottrina sociale della Chiesa. I comunisti di Togliatti e i socialisti di Nenni (legati fra loro da un patto d'unità d'azione) s'ispiravano ai paradigmi classisti del marxismo-leninismo e avevano per obiettivo la transizione sia pur graduale (attraverso una via democratico-parlamentare e le cosiddette "riforme di struttura") verso un'economia pianificata: tanto più in quanto consideravano l'Italia l'anello più debole del capitalismo occidentale. Altro ancora era il programma del Partito d'Azione, quale concepito da Ugo La Malfa, che intendeva conciliare lo sviluppo di un'economia di mercato con alcune incisive riforme sociali e delle istituzioni pubbliche.

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27 aprile 1945: Pertini da Radio Milano

30 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La sera del 27 aprile 1945 dal microfono di Radio Milano, occupata dalle formazioni «Matteotti», Sandro Pertini, segretario del Partito Socialista nell'Italia occupata, diceva:

 

«Lavoratori milanesi, le catene che il fascismo vi aveva imposte per asservirvi alla sua dittatura, sono spezzate, la libertà splende su di voi e la rossa bandiera torna a sventolare nel cielo d'Italia, indicando alla classe operaia la meta del suo riscatto: il socialismo.

In quest'ora di esultanza, vada il nostro saluto alle vittoriose armate delle Nazioni Unite che, con la loro potenza, sono riuscite a piegare il mostro nazifascista. Vada la nostra riconoscenza ai fieri partigiani che, privi di mezzi, armati solo di profondo amore per la libertà e di odio implacabile per il nemico, imponendosi sacrifici di ogni genere, hanno, per lunghi mesi, tenacemente lottato contro il nazifascismo, dimostrando al mondo intero come il popolo italiano non sia un popolo di vili.

E adesso, il nostro popolo, con le stesse sue forze, intende risollevarsi dall'abisso in cui è stato gettato dalla criminosa follia fascista. Per la lotta sostenuta con tanta abnegazione e con tanta virtù da questi figli della classe lavoratrice, per la fierezza con cui i lavoratori hanno saputo affrontare, durante la dominazione nazifascista, i sacrifici, le persecuzioni e i plotoni d'esecuzione, il popolo italiano ha diritto ad essere padrone del proprio destino.

Lavoratori, il fascismo è caduto. I componenti di questa associazione per delinquere, sino a ieri feroci perchè si appoggiavano alla brutale forza nazista, sono fuggiti appena l'insurrezione popolare è esplosa.

Il fascismo è caduto, ma lascia sul suo cammino sangue, miseria e rovine. Questo è il disastroso risultato di venti anni di dominazione fascista. E lo ricordiamo soprattutto a coloro che al fascismo e al suo capo hanno sino a ieri applaudito, pronti oggi a mettersi sotto una delle insegne politiche trionfanti per rifarsi una verginità cento volte perduta e per realizzare quelle ambizioni che non sono riusciti a realizzare sotto il fascismo.

Non vale però recriminare. E' necessario, per noi e per coloro che dopo noi verranno, mettersi subito al lavoro per ricostruire la nostra Patria ancora sanguinante. Noi socialisti non ci sottrarremo a questo inderogabile dovere. In quest'opera di ricostruzione intendiamo metterci alla testa del popolo italiano, ma non vogliamo che sulle presenti rovine si ricostruisca la vecchia società con i suoi privilegi di classe.

Su queste rovine noi vogliamo gettare le fondamenta della futura società socialista. Per questo, noi socialisti affermiamo che il taglio con il passato deve essere netto e che la vecchia classe dirigente, responsabile del fascismo e, quindi, responsabile anche di questa rovinosa guerra, deve essere combattuta e stroncata: per questo vogliamo che la classe lavoratrice si impossessi del potere politico.

Essa è ben degna di assumerlo perchè, gettando nella guerra di Liberazione i figli suoi migliori, ha dimostrato di essere consapevole della missione affidatale dalla storia. Badate, però, lavoratori, che da oggi ha inizio per voi una lotta più dura e difficile di quella sostenuta sotto il fascismo. Le forze della reazione non sono morte con il fascismo, ma, strette intorno alla monarchia per sua natura conservatrice e reazionaria, cercheranno di sbarrarvi il cammino che conduce al vostro riscatto.

Nessun compromesso deve esser fatto con queste forze, contro di esse è necessario lottare con ferma decisione per impedire che possano riprendersi e consolidare le loro posizioni. Pertanto, noi socialisti oggi chiediamo le dimissioni di Ivanoe Bonomi, di quest'uomo che rappresenta troppo il passato, che, nel 1921, Presidente del Consiglio, ha assecondato il fascismo nel suo nascere, e che oggi, dimostrando una congenita e estrema debolezza, non sa o non vuole opporsi con fermezza alle forze della reazione, le quali cercano di rimontare la corrente che sta per travolgerle, onde imporre ancora una volta alla classe lavoratrice
il loro dominio.

Noi socialisti chiediamo che l'attuale governo sia radicalmente rinnovato. Del nuovo governo dovranno far parte i rappresentanti delle forze sinceramente democratiche e uomini che il fascismo abbiano combattuto fin dall'inizio, e che dimostrino, con il loro passato, di avere veramente a cuore le sorti della classe lavoratrice.

Solo così non diverrà vano il sacrificio compiuto da tanti patrioti caduti in nome della libertà sotto la feroce dominazione nazifascista; solo così potremo soddisfare la sete di verità e di purezza così fortemente sentita dalle giovani generazioni, cresciute sotto il fascismo, e che troppe vergogne e troppi tradimenti hanno conosciuti; solo così il popolo italiano potrà risorgere a nuova vita e conquistare quelle libertà democratiche che apriranno alla classe lavoratrice la strada della sua vera e completa emancipazione».

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I Maggio 1945: Pertini a Milano

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Il proclama del CLNAI del 25 aprile 1945

29 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La Resistenza antifascista si concludeva con il proclama del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia all'insurrezione generale, il 25 aprile 1945. Lo Stato fascista veniva dichiarato disciolto. Coordinati con l'azione militare anglo-americana, i reparti partigiani passavano all'attacco in tutto il Nord Italia.

Art. 1. Costrettivi dall'esistenza di forze reazionarie che tentano di perpetuare l'odiata loro tirannia e dalla imprescindibile necessità di assicurare la salvezza del patrimonio nazionale e l'incolumità dei cittadini, l'ordine pubblico ed il funzionamento di tutti i servizi, il Comitato di Liberazione Nazionale proclama lo stato di eccezione in tutto il territorio di sua competenza a far tempo dalle ore ... di oggi. Le norme dello stato di eccezione sono stabilite negli art. 3, 5 e seguenti del presente decreto. Per le ore ... di oggi tutti i cittadini devono ritirarsi nel proprio domicilio.

Art. 2. Sono istituiti i Tribunali di Guerra in ogni Provincia dal Comando di zona del Corpo Volontari della Libertà designato dal Comando stesso che presiede, da un magistrato in servizio attivo o a riposo designato dal Comitato di Liberazione Nazionale provinciale e da un Commissario di guerra addetto al Comando di Zona e da due semplici partigiani nominati dal Comando di Zona. I Tribunali di guerra hanno competenza a giudicare dei reati contemplati dal presente decreto: essi siedono in permanenza e le loro sentenze sono emanate in nome del popolo italiano ed eseguibili immediatamente.

Art. 3. Il saccheggio, il sabotaggio, la rapina, la grassazione, il furto sono puniti con la morte. Chiunque venga sorpreso a compiere uno dei predetti reati sarà immediatamente passato per le armi sul posto.

Art. 4. Le formazioni dell'esercito, dell'aeronautica e della marina fasciste e tutti i corpi armati fascisti, inclusi quelli di polizia, sono disciolti. I loro membri sono esentati dal servizio e liberati dal giuramento prestato. Essi debbono abbandonare il loro posto immediatamente senza asportare alcuna arma, equipaggiamento, munizioni o altro. Essi dovranno recarsi nei campi di concentramento secondo le norme che verranno emanate dal Comando Militare, in attesa dell'accertamento delle rispettive responsabilità. I contravventori sono considerati ribelli passibili di morte e saranno passati per le armi sul posto.

Art. 5. Per la durata dello stato di eccezione sono assolutamente vietati gli assembramenti di più di cinque persone, le riunioni - salvo quelle indette o autorizzate dal Comitato di Liberazione Nazionale.

Art. 6. La tutela dell'ordine pubblico è affidata esclusivamente a quelle formazioni del Corpo dei Volontari della Libertà all'uopo incaricate con esplicito mandato del Comitato di Liberazione Nazionale e del Comando Militare. Chiunque opponga resistenza in qualsiasi modo o contravvenga alle norme del presente decreto sarà deferito al Tribunale di guerra.

Art. 7. Chiunque detenga armi deve farne immediata denuncia e consegna al Comando Militare, pena la confisca dell'arma e l'immediato arresto.

Art. 8. Tutti gli appartenenti alle forze armate tedesche di qualunque specie sono dichiarati prigionieri di guerra e dovranno recarsi nei luoghi stabiliti secondo le norme che verranno tempestivamente emanate dal Comando Militare. Lo stesso trattamento è riservato ai civili di cittadinanza tedesca.

Art. 9. Il Comitato di Liberazione Nazionale ed il Comando Militare hanno la facoltà di ordinare perquisizioni, requisizioni ed arresti.

Milano, 25 aprile 1945.

 

Bibliografia

F. CATALANO, Storia del C.L.N.A.I., Laterza, Bari, 1956

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