Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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Il proclama del CLNAI del 25 aprile 1945

29 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La Resistenza antifascista si concludeva con il proclama del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia all'insurrezione generale, il 25 aprile 1945. Lo Stato fascista veniva dichiarato disciolto. Coordinati con l'azione militare anglo-americana, i reparti partigiani passavano all'attacco in tutto il Nord Italia.

Art. 1. Costrettivi dall'esistenza di forze reazionarie che tentano di perpetuare l'odiata loro tirannia e dalla imprescindibile necessità di assicurare la salvezza del patrimonio nazionale e l'incolumità dei cittadini, l'ordine pubblico ed il funzionamento di tutti i servizi, il Comitato di Liberazione Nazionale proclama lo stato di eccezione in tutto il territorio di sua competenza a far tempo dalle ore ... di oggi. Le norme dello stato di eccezione sono stabilite negli art. 3, 5 e seguenti del presente decreto. Per le ore ... di oggi tutti i cittadini devono ritirarsi nel proprio domicilio.

Art. 2. Sono istituiti i Tribunali di Guerra in ogni Provincia dal Comando di zona del Corpo Volontari della Libertà designato dal Comando stesso che presiede, da un magistrato in servizio attivo o a riposo designato dal Comitato di Liberazione Nazionale provinciale e da un Commissario di guerra addetto al Comando di Zona e da due semplici partigiani nominati dal Comando di Zona. I Tribunali di guerra hanno competenza a giudicare dei reati contemplati dal presente decreto: essi siedono in permanenza e le loro sentenze sono emanate in nome del popolo italiano ed eseguibili immediatamente.

Art. 3. Il saccheggio, il sabotaggio, la rapina, la grassazione, il furto sono puniti con la morte. Chiunque venga sorpreso a compiere uno dei predetti reati sarà immediatamente passato per le armi sul posto.

Art. 4. Le formazioni dell'esercito, dell'aeronautica e della marina fasciste e tutti i corpi armati fascisti, inclusi quelli di polizia, sono disciolti. I loro membri sono esentati dal servizio e liberati dal giuramento prestato. Essi debbono abbandonare il loro posto immediatamente senza asportare alcuna arma, equipaggiamento, munizioni o altro. Essi dovranno recarsi nei campi di concentramento secondo le norme che verranno emanate dal Comando Militare, in attesa dell'accertamento delle rispettive responsabilità. I contravventori sono considerati ribelli passibili di morte e saranno passati per le armi sul posto.

Art. 5. Per la durata dello stato di eccezione sono assolutamente vietati gli assembramenti di più di cinque persone, le riunioni - salvo quelle indette o autorizzate dal Comitato di Liberazione Nazionale.

Art. 6. La tutela dell'ordine pubblico è affidata esclusivamente a quelle formazioni del Corpo dei Volontari della Libertà all'uopo incaricate con esplicito mandato del Comitato di Liberazione Nazionale e del Comando Militare. Chiunque opponga resistenza in qualsiasi modo o contravvenga alle norme del presente decreto sarà deferito al Tribunale di guerra.

Art. 7. Chiunque detenga armi deve farne immediata denuncia e consegna al Comando Militare, pena la confisca dell'arma e l'immediato arresto.

Art. 8. Tutti gli appartenenti alle forze armate tedesche di qualunque specie sono dichiarati prigionieri di guerra e dovranno recarsi nei luoghi stabiliti secondo le norme che verranno tempestivamente emanate dal Comando Militare. Lo stesso trattamento è riservato ai civili di cittadinanza tedesca.

Art. 9. Il Comitato di Liberazione Nazionale ed il Comando Militare hanno la facoltà di ordinare perquisizioni, requisizioni ed arresti.

Milano, 25 aprile 1945.

 

Bibliografia

F. CATALANO, Storia del C.L.N.A.I., Laterza, Bari, 1956

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Governi succedutisi in Italia dal 1943 al 1950

28 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

I° Governo Badoglio (25.07.1943 - 17.04.1944)

 

II° Governo Badoglio (22.04.1944 - 08.06.1944)

 

I° Governo Bonomi (18.06.1944 - 10.12.1944)

Coalizione politica: DC - PCI - PSI- PLI - PRI - PdL - Pd'A – PSIUP

 

II° Governo Bonomi (12.12.1944 - 19.06.1945)

Coalizione politica: DC - PCI - PLI - PdL - Pd'A – PSIUP

 

Governo Parri (21.06.1945 - 08.12.1945)

Coalizione politica: DC PCI PSIUP PLI Pd'A DL

 

I° Governo De Gasperi (10.12.1945 - 01.07.1946)

Coalizione politica: DC-PCI-PSIUP-PLI-PD'A-PDL

 

II° Governo De Gasperi (13.07.1946 - 28.01.1947)

Coalizione politica: DC-PCI-PSIUP-PRI

 

III° Governo De Gasperi (02.02.1947 - 31.05.1947)

Coalizione politica: DC-PCI-PSI

 

IV° Governo De Gasperi (31.05.1947 - 23.05.1948)

Coalizione politica: DC - PLI - PSLI – PRI

 

Proclamazione della Repubblica: 2 giugno 1946

 

Assemblea costituente (25 giugno 1946 - 31 gennaio 1948)

 

V° Governo De Gasperi (23.05.1948 - 14.01.1950)

Coalizione politica: DC - PSLI - PRI - PLI

 

 

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La «svolta di Salerno»

26 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dalla città campana, in cui il governo Badoglio-CLN prese a funzionare, venne un nuovo impulso alla guerra partigiana. Da Napoli, in un articolo de “L’Unità” del 9 novembre 1944, viene pubblicata la risoluzione del Consiglio nazionale del Partico comunista, tenutosi il 1° aprile.

 

L Unità 1944 

 

Alla fine di marzo Palmiro Togliatti rientrava in Italia dall’Unione Sovietica e raggiungeva Napoli. Passando per Algeri aveva già rilasciato alcune dichiarazioni sulla «questione italiana», da cui emergeva la priorità assegnata agli obiettivi e ai compiti della liberazione nazionale.  

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Già in alcuni suoi messaggi messi in onda da Radio Milano Libertà, che trasmetteva da Mosca, Togliatti, aveva affrontato argomenti riguardanti la questione istituzionale, distinguendo un momento di principio ed uno di politica immediata, e la Costituente.

Il 1° aprile il Consiglio nazionale del Partito Comunista Italiano, riunito nella capitale del Mezzogiorno, adottava una risoluzione che superava l'impasse seguita al congresso di Bari dei CLN. Tutte le altre forze del Comitato di Liberazione Nazionale aderirono alla proposta di entrare in un governo transitorio che fu ancora diretto da Badoglio. Contestualmente Vittorio Emanuele dava mano alla luogotenenza, i ministri non giuravano fedeltà al re, e il compromesso era sanzionato dall'impegno di convocare la Costituente. Si giunse, in tal modo, alla cosiddetta «svolta di Salerno» (dalla città in cui il governo Badoglio-CLN prese a funzionare), e ne venne un nuovo impulso alla guerra partigiana e all'unità della Resistenza.

 

“L’Unità”, Napoli, 9 aprile 1944

«Il Consiglio nazionale del Partito comunista italiano, riunito nel momento in cui lo sviluppo della situazione internazionale ed interna indica più fortemente a tutti gli italiani la necessità e il dovere di rafforzare ed estendere l'unità nazionale nella lotta per la liberazione del paese dall'occupazione hitleriana e dai traditori fascisti;

 

saluta nel compagno Ercoli, che riprende in Italia, alla testa della delegazione del Comitato centrale, il suo posto di militante e di capo, la guida sicura del partito e del proletariato italiano;

 

riconferma la politica costantemente seguita dal partito, di unità della classe operaia, e quindi di fraterna e costante collaborazione con il partito socialista; di unità delle forze democratiche e liberali antifasciste nel movimento dei Comitati di liberazione nazionale; e di unità di tutta la nazione italiana nella lotta per la sua libertà, per la sua indipendenza e resurrezione.

 

Il Consiglio nazionale del Partito comunista italiano, esaminata la situazione politica interna della zona liberata, apprezzando altamente lo sforzo fatta dai Comitati di liberazione e dalla giunta esecutiva per indirizzare e dirigere tutto il popolo all'azione per la liberazione del paese e per la distruzione di tutti i residui del regime fascista;

 

considera però che nel momento in cui si avvicina la crisi finale della guerra e tutti i popoli in lotta per la libertà devono unire le loro forze per lo schiacciamento definitivo della Germania hitleriana nel tempo più breve; l'esistenza in Italia da una parte, di un governo investito del potere, ma privo di autorità perché privo dell'adesione dei partiti di massa, dall'altra parte, di un movimento di massa autorevole, ma escluso dal potere, nuoce allo sforzo di guerra del paese ed è esiziale all'Italia.

 

Questa situazione, infatti, mentre alimenta la confusione ed il disordine mentre stanca e delude le masse del popolo e crea un ambiente favorevole agli intrighi reazionari e persino alla rinascita di un movimento fascista, allo stesso tempo indebolisce e discredita il nostro paese.

 

Il partito Comunista, consapevole delle sue responsabilità davanti alla classe operaia ed al popolo intero, ritiene che questa situazione deve essere rapidamente liquidata

 

e propone di liquidarla:

 

1. mantenendo intatta e consolidando l’unita del fronte delle forze democratiche e liberali antifasciste;

 

2. assicurando formalmente al paese che il problema istituzionale verrà risolto liberamente da tutta la nazione attraverso la convocazione di una Assemblea nazionale costituente, eletta a suffragio universale, diretto e segreto subito dopo la fine della guerra;

 

3. creando un nuovo governo di carattere transitorio, ma forte e autorevole per la adesione dei grandi partiti di massa: un governo capace di organizzare un vero e grande sforzo di guerra di tutto il paese e, in primo luogo, di creare un esercito italiano forte, che si batta sul serio contro i tedeschi; un governo capace, con l'aiuto delle grandi potenze democratiche alleate, di prendere delle misure urgenti per alleviare le sofferenze delle masse e far fronte con efficacia ai tentativi di rinascita della reazione;

 

4. assicurando a tutti gli italiani, qualunque sia la loro convinzione e fede politica, sociale e religiosa, che la nostra lotta è diretta a liberare il paese dagli invasori tedeschi, dai traditori della patria, dai responsabili della catastrofe nazionale ma che, nel fronte della nazione, c'è posto per tutti coloro che vogliono battersi per la libertà d'Italia, e che domani tutti avranno la possibilità di difendere davanti al popolo le loro posizioni.

 

Il Consiglio nazionale del Partito comunista italiano dà mandato ai rappresentanti del partito di esporre e difendere questa linea politica nella giunta esecutiva e nei Comitati di liberazione.

 

Invita i compagni, gli operai, i lavoratori e tutti gli antifascisti conseguenti, sinceri, combattivi e coscienti delle loro responsabilità ad unirsi e lottare affinché l'Italia, partecipando attivamente e con tutte le sue forze alla guerra contro la Germania hitleriana, avvicini l'ora della sua definitiva liberazione, l'ora in cui tutto il popolo potrà accingersi alla costruzione di un regime democratico e progressivo, che sani le piaghe lasciate da vent'anni di immonda tirannide fascista e renda la nazione italiana completamente libera e padrona dei suoi destini».

 

Da L'Unità, Napoli, 9 aprile 1944

 

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Dal 25 luglio all’8 settembre 1943

23 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

N° 9 La Stampa luglio 43 N° 9B annuncio armistizio

Nei 45 giorni che vanno dal 25 luglio, caduta del fascismo e nomina di Badoglio a capo del governo, all’8 settembre 1943, armistizio con gli Alleati, tutto è nelle mani del Re e di Badoglio. L'obiettivo che monarchia e governo perseguono non ha nulla in comune con le speranze degli antifascisti: la monarchia scartava la possibilità della formazione di un governo nel quale fossero inclusi i democratici - che avrebbe significato la rottura immediata dell'alleanza con la Germania e la richiesta di un armistizio agli Alleati - preferendo trasformare la dittatura fascista in dittatura militare e continuare la guerra.

La sola ed esclusiva preoccupazione del re era che si verificasse una sollevazione di popolo, che avrebbe ostacolato il pacifico trapasso dei poteri dal governo fascista al governo militare di Badoglio e quindi messo in pericolo le sorti della corona. Avvenne perciò che alla folla in tripudio si rispose con lo stato di assedio. L'ordine venne mantenuto al prezzo di 83 morti, 308 feriti e 1554 arrestati, per la quasi totalità operai scioperanti e dimostranti.

Ma per rendersi conto di che significasse lo stato d'assedio e delle ben più gravi conseguenze che ne sarebbero potute derivare, basterà leggere il seguente stralcio della circolare Roatta diramata a tutti i comandi militari: «Muovendo contro gruppi di individui che perturbino ordine aut non si attengano a prescrizioni autorità militare, si proceda in formazione di combattimento et si apra il fuoco a distanza anche con mortai et artiglieria senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche. Medesimo procedimento venga usato da reparti in posizione contro gruppi di individui avanzanti (...). Non è ammesso il tiro in aria; si tira sempre a colpire come in combattimento (...). Apertura immediata del fuoco contro automezzi che non si fermano all'intimazione; i caporioni e istigatori di disordini, riconosciuti come tali, siano senz'altro fucilati se presi sul fatto, altrimenti siano giudicati immediatamente dal Tribunale di Guerra sedente in veste di Tribunale straordinario».

La proclamazione dello stato d'assedio equivaleva a quello che nella terminologia militare viene detto il falso scopo. Si era infatti voluto giustificarla adducendo ad arte il pericolo di una reazione dei fascisti contro il nuovo governo. Lo scopo vero era di fronteggiare una temuta sollevazione popolare. La quale peraltro non era in quel momento minimamente ipotizzabile date le circostanze.

 

Certi comandi militari profittarono dello stato d'assedio per reprimere spontanee e legittime manifestazioni di gruppi politici. L'atteggiamento chiaramente repubblicano assunto da partiti e da uomini eminenti spaventò i circoli monarchici che consigliarono cautela, repressioni, reazione, Badoglio ricevette dal sovrano un promemoria, in cui questi timori sono riecheggiati: «L'attuale governo deve conservare e mantenere in ogni sua manifestazione il proprio carattere di governo militare come annunciato nel proclama del 26 luglio [...] deve essere lasciato a un secondo tempo e a una successiva formazione di governo l'affrontare i problemi politici [...] l'eliminazione presa come massima di tutti gli ex appartenenti al partito fascista da ogni attività pubblica deve quindi recisamente cessare [...] la sola revisione delle singole posizioni deve essere attentamente curata per allontanare e colpire gli indegni e i colpevoli [...] a nessun partito deve essere consentito né tollerato l'organizzarsi palesemente [...] le commissioni costituite in misura eccessiva presso i ministeri sono state sfavorevolmente accolte dalla parte sana del Paese; tutti, all'esterno e all'interno, possono essere indotti a credere che ogni ramo delle pubbliche amministrazioni sia ormai inquinato [...] ove il sistema iniziato perdurasse si arriverebbe all'assurdo di implicitamente giudicare e condannare l'opera stessa del re [...] la stessa massa onesta degli ex appartenenti al partito fascista, di colpo eliminata senza specifici demeriti, sarà facilmente indotta a trasferire nei partiti estremisti la propria tecnica organizzativa, venendo così ad aumentare le future difficoltà di ogni governo d'ordine; la maggioranza di essa, che si vede abbandonata dal re, perseguitata dal governo, mal giudicata e offesa dall'esigua minoranza dei vecchi partiti che per venti anni ha supinamente accettato ogni posizione di ripiego, mimetizzando le proprie tendenze politiche, tra non molto ricomparirà in difesa della borghesia per affrontare il comunismo, ma questa volta sarà decisamente orientata a sinistra e contraria alla monarchia ... ».

Quando si parlò al consiglio dei ministri di mandar via i prefetti troppo compromessi con il fascismo, Fornaciari, ministro degli Interni, non seppe proporre che tre o quattro nomi. Alla Cultura Popolare il ministro Rocco aveva conservati al loro posto tutti i capi servizio; si che la censura preventiva sulla stampa, istituita dal governo militare per motivi di guerra e di ordine pubblico, era fatta con criteri reazionari; era vietato occuparsi delle responsabilità del fascismo, impedito qualsiasi accenno alle persone che nel fascismo avessero rappresentato una parte qualsiasi; la censura vietò persino che si desse notizia della scomparsa di Ciano da casa sua. I giornali uscivano con grandi finestre bianche nel testo degli articoli di fondo e nelle colonne delle informazioni: ché la censura si faceva all'ultimo momento, sui bozzoni dell'impaginato.

I gerarchi fascisti furono per la maggior parte lasciati liberi. La Milizia fu sciolta, ma incorporata nell'Esercito; gli squadristi , invece di essere arrestati o sorvegliati, furono arruolati proprio in quelle formazioni che più avevano bisogno di essere sottratte a ogni influsso fascista che ne minava la compattezza.

Fu emanato un ordine perché i podestà fascisti rimanessero ai loro posti, così che a Roma, ad esempio, una commissione democratica di ingenui cittadini che si era recata in Campidoglio per chiedere la rimozione del governatore di nomina fascista fu arrestata e tradotta a Regina Coeli.

L'amnistia ai detenuti politici furono sì ottenuti per l'intervento energico del Comitato delle opposizioni di cui facevano parte Buozzi, Bonomi, De Gasperi, Ruini, Salvatorelli, Amendola.

L'amnistia per i detenuti fu emanata, ma ne furono praticamente esclusi, sulle prime, i comunisti, molti dei quali, anche quando l'assurda parzialità - che colpiva il
90% dei detenuti e l'80% dei confinati politici - fu potuta rimuovere, poterono uscire solo in agosto e spesso anche solo ai primi di settembre.

Scrive Luigi Longo nel suo libro “Un popolo alla macchia”: «Leo Lanfranco, l'uomo che nel marzo aveva diretto il primo grande sciopero della Fiat (verrà fucilato dai tedeschi nel 1945 perché comandante di una divisione partigiana), fu arrestato da Badoglio in agosto. Quarantasette antifascisti napoletani, rei di aver tenuto una riunione pubblica, furono arrestati nello stesso mese, e un mese più tardi scamparono per miracolo al massacro che i tedeschi, prima di sgombrare la città, avevano deciso di effettuare. Emilio Sereni una delle figure più notevoli della Resistenza reduce da anni e anni di carcere, di confino e dal maquis” francese fu processato in regime badogliano, insieme a molti altri suoi compagni di lotta. Di questi, alcuni furono anche condannati a morte, e sottratti alla esecuzione solo nella confusione dell’8 settembre. Sereni stesso, e altri condannati a decine di anni di reclusione, poterono essere liberati dai partigiani soltanto un anno dopo, strappati dalle mani dei teschi e dei repubblichini. Noi di Ventotene fummo tra gli ultimi ad essere liberati; per lunghi giorni i compagni temettero seriamente per la nostra sorte, essendo l'isola sottoposta a pericoli di bombardamento e scarseggiando i mezzi di trasporto necessari per ricondurci in continente».

 

Ogni giorno i giornali annunciavano con grandi titoli ed elogianti commenti, i provvedimenti adottati dal governo Badoglio: lo scioglimento del partito; la soppressione del Gran Consiglio e del tribunale speciale; la soppressione della GIL (Gioventù Italiana del Littorio) con i Balilla e i Figli della Lupa; il sequestro del patrimonio degli ex gerarchi e la nomina di una commissione di magistrati per esaminare l'origine dell' arricchimento di gerarchi e di alti funzionari; la soppressione delle corporazioni, con la nomina a commissario della disciolta federazione dell'industria di Bruno Buozzi, ex segretario della federazione degli operai metallurgici, liberato dal confino, e la nomina a vicecommissario Giovanni Roveda, già organizzatore della Camera del lavoro di Torino; l'abrogazione delle leggi sul celibato; la soppressione del libro di stato per le scuole; il ripristino dei ginnasi-licei; l'abolizione del saluto romano nell'esercito; la soppressione del fascio littorio sui biglietti di banca; lo sbattezzamento della corazzata Littorio che diventava Italia, dei cacciatorpediniere Camicia Nera e Squadrista che diventavano Artigliere e Corsaro. Intanto nuove restrizioni della libertà venivano messe in atto, come il coprifuoco istituito per la prima volta a memoria d'uomo.

 

I partiti nel loro insieme non erano pronti ad assumere un ruolo politico di rilievo, lo assumeranno solo dopo l' 8 settembre.

Nel mese di giugno, a Milano, si erano tenute due riunioni fra i rappresentanti del Partito d'azione, del partito comunista, del partito socialista, del Movimento di unità proletaria, della Ricostruzione liberale e della Democrazia cristiana. Un progetto di appello al paese non fu approvato per la pregiudiziale repubblicana del Partito d'azione e perché i rappresentanti liberali e cattolici non approvarono l'invito alla lotta immediata. Era chiaro, però, che bisognava innanzi tutto rafforzare l'unità e la compattezza d’intenti del fronte antifascista.

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Tra la gente, nel volgere di pochi giorni tornò la coscienza della paurosa condizione del Paese; la Sicilia pressoché perduta, e centinaia di migliaia di suoi abitanti profughi, ignudi, desolati; sul continente l'offensiva avversaria sempre più pesante e risoluta e i tedeschi sempre più prepotenti in casa, più padroni che alleati; l'impossibilità di continuare la guerra, l'impossibilità di smetterla; le campagne devastate, parte dei raccolti perduti; sospeso l’arrivo del grano dalla Romania, cessato l'arrivo del carbone dalla Germania, cessato l'arrivo del petrolio, perché i tedeschi così volevano punirci del colpo di Stato, e tenerci alla loro mercè.

 

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Un'offensiva aerea scatenata dagli gli angloamericani superò per terribilità, per danni, per violenza ogni altra precedente.

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Per tutto il mese di agosto, per tutta la prima settimana di settembre, fino a cinque ore prima della proclamazione dell'armistizio, attacchi dall'aria si abbatterono sulle illustri città nostre, non ci fu giorno che non giungesse il grido di dolore da una o più di esse, da Napoli o da Torino da Salerno o da Novara, da Cagliari, da Genova, da Milano: da Roma, da Viterbo, da Benevento, da Grosseto, da Foggia, da Taranto, da Bologna, da Terni, da Civitavecchia, da Orte, da Pisa, da Pescara, da Ancona, da Trento da Bolzano, da Capua, da Rimini, da Terracina, da Formia, da Cosenza, da Sulmona, da Catanzaro, da Frascati.

Il 3 settembre anche la Calabria è invasa, Corrado Alvaro scrive sul «Popolo di Roma» una pagina commossa per la sua terra divenuta prima linea del fronte di guerra. «Battuta secolarmente dai terremoti e dalle alluvioni distrutta e ricostruita almeno una volta ogni secolo, conosce ora la più grande rovina, quella che non ne colpisce solamante le abitazioni costruite Dio sa con quanta pena, vissute Dio sa con quante lacrime, traversie, emigrazioni, lontananze, rimpianti, ritorni, ma distrugge la terra stessa, quella che porta il pane e i frutti e l'olio e il vino, gli alimenti di questo popolo sobrio, silenzioso alla pena, che ama disperatamente la sua vita amara».

bombardamenti-aerei.jpg Milano-Piazza-Fontana-bombardamento.jpg Milano-dopo-un-bombardamento.jpg Milano-galleria-.gif Roma bombardata 19 luglio 1943

 

Le classi operaie volevano la pace, si capisce, e al più presto possibile, la chiedevano per prima cosa, non volevano più costruire armi e strumenti per una guerra odiata, per un alleato ripudiato, anzi rinnegato fino dal primo giorno (comparvero scritte cubitali sui muri di Trastevere: «Vogliamo la pace, via i tedeschi dall'Italia! A morte i tedeschi e i fascisti»): ma si rendevano conto come fosse minacciosa la faccia delle cose nel nostro paese povero, senza scorte, con i tedeschi in casa. Ahimè, non potevano immaginare che attraverso tanti errori e tante calamità si sarebbe arrivati a un armistizio che volle dire soltanto inizio di nuove tribolazioni. Né che l'esercito si sarebbe dissolto; e gli operai avrebbero avuto l'angosciosa esperienza - come quelli delle fabbriche di Milano accorsi in tuta ai comandi militari a chiedere armi, a chiedere di combattere, a chiedere che la città fosse difesa dai tedeschi - di vedersi negata anche la possibilità di correre alle barricate.

 

Bibliografia:

Luigi Longo - Un popolo alla macchia - Editori Riuniti 1965

Giovanni Battista Stucchi - Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell'Ossola - Vangelista Editore, 1983

Paolo Monelli - Roma 1943 – Einaudi 1993

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Francia, anno 1936: il FRONT POPULAIRE

19 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #episodi di storia del '900

Toccata più tardi, ma non meno gravemente dalla crisi mondiale (del 1929), la Francia subisce allo stesso tempo il discredito che subisce il sistema repubblicano. Alla fine, la sinistra prende il potere e si impegna a promuovere un nuovo ordine sociale ed economico, incontrando delle forti opposizioni.

 

I mezzi economici francesi, benchè reali, si rivelano ben presto insufficienti per far fronte ad una crisi mal compresa dai responsabili politici, che rifiutano l’adozione di misure drastiche, utilizzate da altri paesi, specialmente la svalutazione. Sebbene l’economia francese non fosse crollata come quella degli stati vicini, tuttavia era in costante flessione; nel 1935, la produzione industriale raggiunge ancora il 75 per cento di quella del 1929, e i disoccupati, tra l’altro poco assistiti, non sono ufficialmente che 465.000.

La classica politica di deflazione e la diminuzione per legge degli stipendi o dei prezzi (decreti legge Laval del 1935) accrescono il malessere sociale, che aumenta per un antiparlamentarismo accresciuto dagli scandali che agitano la cronaca: l’affare Stavisky, seguito dalle dimissioni di Chautemps e dalla sostituzione del prefetto Chiappe, esaspera l’opinione pubblica.

 

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Nel febbraio 1934, non c’è stato un «complotto fascista» ma la gravità dei moti testimonia un malessere sociale e politico.

Nel gennaio 1934, l’ antiparlamentarismo dell’opinione pubblica è esacerbato dal misterioso suicidio di Stavisky,truffatore legato al mondo politico. Inoltre Chiappe, prefetto di Parigi, giudicato troppo indulgente con le leghe, viene sostituito. Queste ultime scendo allora nelle strade il 6 febbraio, giorno dell’investitura del governo Daladier. Si formano diversi cortei: la Croix-de-Feu (organizzazione di ex combattenti, antiparlamentare e nazionalista, fondata nel 1927, e sciolta dal governo del Front Populaire) manifesta in ordine, l’Union nationale des combattants mostra invece una maggiore aggressività nei confronti delle forze dell’ordine; infine, l’Action française e le Jeunesses-Patriotes hanno intenzione di marciare verso il Palais-Bourbon (la sede dell’Assemblea Nazionale). Lo scontro cercato avviene in place de la Concorde; i poliziotti, bombardati da proiettili, fanno fuoco. Negli scontri ci saranno 17 morti e 2.000 feriti. Per cercare di rappacificare gli animi, Daladier, nonostante il sostegno della Camera, si ritira, sostituito da Doumergue: il governo legittimo ha ceduto alla strada, ma il regime ha retto.  

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LA NASCITA del FRONT POPULAIRE

Il 6 febbraio 1934, a Parigi, diverse leghe manifestano con estrema violenza contro «i ladri e i corrotti» ma senza cercare di abbattere il regime benchè screditato. Questi gravi incidenti - 17 morti e più di 2.000 feriti – finiscono tuttavia per suscitare un riflesso di «difesa repubblicana» tra i partiti di sinistra, nonostante una profonda ostilità reciproca, aggravata dall’isolamento del partito comunista, dovuto alla strategia di «classe contro classe» imposta da Mosca.

Qualche giorno dopo tutto evolve. La spinta della «base» si vede il 12 febbraio: i cortei socialista e comunista fraternizzano durante una sfilata di protesta.

Preoccupato della situazione tedesca, il Comintern impone al partito comunista la politica della «mano tesa». Nel giugno del 1934, Maurizio Thorez propone un patto di unità d’azione alla S.F.I.O. (Section Française de l’Internationale Ouvriere, dal 1969 PS, Parti Socialiste), che, il mese seguente, l’accetta; il 13 novembre rivolge la sua proposta ai radicali, con l’idea di un «Front Populaire del lavoro, della libertà e della pace».

Le sconfitte elettorali del partito radicale nel 1934 e nel 1935, la foga dei suoi «Jeunes-Turc» (corrente del partito radicale) - Cot, Mendès France e Zay – spingono questa formazione a partecipare a una giornata comune con la S.F.I.O. e il partito comunista, il 14 luglio 1935, vero atto di nascita del «Rassemblement populaire».

 

VITTORIA ELETTORALE

La manifestazione è un successo che prelude all’alleanza dei partiti e dei sindacati di sinistra in vista delle elezioni del 1936. Il programma di governo, pubblicato nel mese di gennaio, è composto di tre parti: difesa delle libertà contro le leghe faziose, lotta contro la crisi economica e sociale, sicurezza collettiva, che si riassume nella formula «pace, pane, libertà». La S.F.I.O. vi inserisce diverse misure precise e concrete che spera di realizzare. La destra conduce una campagna difensiva sul pericolo bolscevico. Un attentato dei Camelots du roi (organizzazione monarchica) contro Léon Blum in occasione delle esequie di Jacques Bainville (storico monarchico), la rimilitarizzazione della Renania condotta da Hitler, che la Francia lascia fare, la vittoria del Frente popular spagnolo pesano sulle ultime settimane precedenti le votazioni. Alla vigilia del primo turno elettorale, l’Humanité rassicura l’elettorato delle classi medie, intitolando: «Per l’ordine, votate comunista».

Nonostante un tasso di partecipazione record, la sinistra non ottiene che 300.000 voti di più di quelli ottenuti nel 1932, e i ballottaggi sono molto numerosi. Ma l’accordo di votare il candidato meglio piazzato assicura una netta maggioranza al Front Populaire in occasione del secondo turno: 378 seggi su 598. Due sorprese: da una parte, distanziati per la prima volta dai socialisti, i radicali perdono 49 seggi; dall’altra i comunisti moltiplicano per sette il numero dei loro eletti. Più che l’elettorato, il mondo politico va a sinistra. Vincitore della coalizione, Léon Blum diventa presidente del Consiglio alla riapertura delle Camere, il 4 giugno 1936. Primo problema: i comunisti declinano la loro partecipazione al governo; la pressione di Mosca li mantiene lontano dalle responsabilità, per lasciarli liberi di esercitare dal di fuori «una sorta di ministero delle masse», secondo il motto di Paul Vaillant Couturier, direttore de l’Humanité.

I socialisti occupano i ministeri economici e sociali, i radicali ottengono dei posti più politici. Questa prudente distribuzione degli incarichi ministeriali è innovativa per certi aspetti, tra cui la nomina di tre donne segretario di Stato - quando le donne non avevano ancora il diritto di voto – e un manifesto ringiovanimento. Inoltre, Léon Blum ha la saggezza di non cumulare la presidenza del Consiglio con altri ministeri.  

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 LÉON BLUM

Léon Blum 

L’affare Dreyfus e il prestigio di Jean Jaurés (fondatore del foglio socialista l’Humanité, pacifista, energico difensore di Alfred Dreyfus, assassinato da un nazionalista francese) sono determinanti per l’ingresso in politica di questo brillante e raffinato studente dell’Ecole Normale, proveniente da una famiglia di ebrei dell’Alsazia.

Consigliere di Stato, capo di gabinetto del ministro socialista Marcel Sembat nel 1914, ostile all’Internazionale comunista, artefice del cartello delle sinistre, fa crescere il numero dei votanti la S.F.I.O. fino a farla diventare il primo partito di Francia nel 1936; generoso, idealista, perfino entusiasta, il nuovo presidente del Consiglio è un riformista che tenta di piuttosto di conciliare giustizia sociale ed economia liberale. Il suo programma non manca di coerenza, ma ignorava le regole del mercato e si scontrava con l’incomprensione di un padronato distaccato a causa delle difficoltà dell’anteguerra. Capro espiatorio del governo di Vichy, Léon Blum è tradotto davanti alla corte di Riorn nel febbraio 1942, ma si difende così bene che il processo ridicolizza il regime. Deportato in Germania dopo l’invasione della zona libera, presiede un gabinetto effimero dal dicembre 1946 al gennaio 1947, poi si ritira dalla vita politica.    

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UNA KERMESSE PRIMAVERILE

Una settimana dopo la vittoria del FRONT POPULAIRE, scoppiano degli scioperi spontanei che travalicano le tradizionali organizzazioni sindacali. Il movimento ha inizio il 12 maggio a Le Havre, raggiunge Parigi il 14, poi si propaga in provincia. Il 10 giugno, tre milioni di scioperanti occupano i loro luoghi di lavoro in un clima da “buoni ragazzi”. La gioia della vittoria elettorale, il timore diffuso di non poterne raccogliere i frutti, ma con la speranza di un miglioramento delle condizioni della vita quotidiana e il sentimento di una dignità acquisita, sono i principali caratteri di questi scioperi né rivoluzionari né aggressivi: gli operai rispettano gli attrezzi di lavoro e limitano i loro obiettivi alla fabbrica in cui lavorano.

Léon Blum, preso alla sprovvista, calma questo sfogo collettivo con una serie di decisioni spettacolari che vanno oltre il suo programma elettorale: L’11 e il 12 giugno 1936, alcune leggi istituiscono la settimana di 40 ore, 15 giorni di ferie pagate per tutti i salariati e dei contratti collettivi per tutte le categorie professionali.

1936 manifesto CGT

Già la Confederazione nazionale francese del padronato negozia con la C.G.T. (Confédération Générale du Travail) con la mediazione del governo: gli «accordi Matignon» del 7 giugno rivalutano i salari dal 7 al 15 per cento, garantiscono la libertà sindacale, istituiscono i contratti collettivi così come l’elezione dei delegati del personale. Gli scioperi diminuiscono, mentre i «biglietti Lagrange (Ministro delle Attività ricreative)», a tariffe preferenziali, facilitano le prime vacanze per milioni di francesi. Nel corso dell’estate 1936, la volontà di giustizia sociale legata ad un rilancio dell’economia, induce il governo Blum ad una intensa attività legislativa: le industrie degli armamenti e l’industria aeronautica vengono nazionalizzate, sono riformati gli statuti della Banca di Francia (organizzazione privata), la scolarità obbligatoria è prolungata fino ai 14 anni, viene dato un forte impulso al tempo libero e alla cultura. Grandi lavori sono programmati per riassorbire la disoccupazione. Infine la creazione di un Ufficio del grano dovrebbe contribuire a far aumentare le tariffe agricole falcidiate dalla crisi.    

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LO SCIOPERO BIANCO

Per la prima volta, le sospensioni dal lavoro assumono un carattere sorridente. Novità, le fabbriche e le officine sono occupate e diventano un luogo di festa popolare: gli scioperanti giocano a carte o alle bocce, ballano al suono delle fisarmoniche e sono riforniti dalle loro famiglie. Questo entusiasmo tutto pacifico resterà nella memoria.

1936 lavoratori francesi in sciopero

Sorprende i partiti e le stesse centrali sindacali, perchè gli scioperi paradossalmente non riguardano i settori più sindacalizzati. Ordinati, le violenze sono rarissime, piuttosto moderati nelle loro rivendicazioni, questi scioperi cambiano il clima delle imprese; un padrone favorevole al Front Populaire parla di «cura psicoanalitica» della Francia.  

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LE PRIME DIFFICOLTÀ

L’euforia è di breve durata. Il Front Populaire si scontra rapidamente con l’amara realtà della politica estera e dell’economia. La guerra civile spagnola, che scoppia il 18 luglio 1936, provoca la prime crepe nella coalizione di governo: ostili ad ogni sostegno ai repubblicani spagnoli, mentre i socialisti si dimostrano favorevoli, i radicali minacciano di far cadere il governo, Blum cede, ma il non intervento della Francia provoca lo stupore degli «antifascisti» e preannuncia la prossima rottura con i comunisti, fautori accaniti del sostegno.

La conclusione del patto Roma-Berlino sconvolge le alleanze e obbliga la Francia ad aumentere le spese militari, che appesantiscono il bilancio dello Stato. L’attività economica resta stagnante, malgrado una timida ripresa: i prezzi aumentano per compensare le concessioni accordate a giugno. Pierre Gaxotte, un acuto uomo di destra, sottoliea «questa cattiva abitudine del padronato di lasciarsi strappare quello che potrebbero concedere di buona grazia». Gli industriali si rifiutano di investire, alcuni speculano contro il franco; le riforme sono costate caro, senza dare i risultati sperati: la generalizzazione delle «quaranta ore» non ha fatto crescere l’occupazione. Il 28 settembre 1936, il ministro delle Finanze Vincent Auriol svaluta il franco del 25% .

La vita politica interna è avvelenata dagli odiosi attacchi dell’estrema destra, le cui calunnie spingono il ministro degli Interni al suicidio. Sciolte nel mese di giugno, le leghe si ricostituiscono in partiti politici e denunciano la «sovietizzazione della Francia». La stampa moderata approva in coro. Il malessere aumenta: i radicali si preoccupano per l’inefficacia delle riforme, i comunisti, al contrario, reclamano delle misure più dirigiste, come il controllo dei cambi. L’elettorato è sconcertato per l’aumento dei prezzi e per la svalutazione, che decurtano gli aumenti salariali; in autunno degli scioperi sporadici riprendono in tutti i settori ed altri, tuttavia, non possono essere evitati dall’intervento delle commissioni di conciliazione e di arbitrato, istituite nel mese di dicembre. La fiducia nel governo diminuisce: la fuga dei capitali si aggrava, il deficit del bilancio e l’inflazione aumentano.

 

LA FINE DEL FRONT POPULAIRE

Di fronte ad una situazione così delicata, Léon Blum auspica una «pausa» delle rivendicazioni. Il 13 febbraio 1937, il suo annuncio della sospensione delle riforme non frena l’agitazione sociale. Deluso, il presidente del Consiglio così si esprime durante l’inaugurazione dell’Esposizione internazionale del 1937: «I lavoratori non devono confondere libertà e licenza». Qualche settimana prima, la «sparatoria di Clichy» (5 morti e 500 feriti) aveva aggravato la tensione nella coalizione di governo. I comunisti non sostengono più il governo, già minato dal sabotaggio finanziario del padronato. La maggioranza moderata e radicale del Senato rifiutano a Blum la concessione dei pieni poteri, che gli consentirebbero di combattere la speculazione. Il presidente del Consiglio preferisce dare le dimissioni, fedele alle sue convinzioni: «Sono determinato ad affrontare tutto tranne una cosa: un disaccordo con il partito o con l’insieme della classe operaia». Quattro governi prolungano l’agonia del Front Populaire, a poco a poco abbandonato dai radicali. Il gabinetto Chautemps, appoggiato ancora dai socialisti, nazionalizza le compagnie ferroviarie deficitarie. La persistenza degli scioperi, appoggiati dai comunisti, ostacola la ripresa, ma i socialisti fanno dimettere Chautemps che vuole rimettere in discussione il principio delle quaranta ore. Un secondo gabinetto Blum dura qualche giorno. Il 10 aprile 1938, Daladier forma un governo di radicali e di centrodestra; il Front Populaire è ormai un ricordo e un decreto legge del novembre 1938 sopprime la settimana di quaranta ore lavorative.

 

UN MITO POLITICO

Il Front Populaire, primo esercizio del potere da parte di una maggioranza socialista riformista, non ha resistito alla congiunzione di un contesto internazionale teso e all’ostilità degli ambienti finanziari. Le numerose promesse del partito comunista all’elettorato e gli errori di gestione riducono ancora la sua portata politica. Ma l’eredità sociale pone un’ipoteca sul futuro e consente al Front Populaire di diventare un mito per la sinistra francese.  

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LE QUARANTA ORE

La crisi economica rende popolare l’idea di una diminuzione del tempo di lavoro da quarantotto a quaranta ore settimanali, a parità di salario. I sindacati prevedono una miglioramento della produttività e la possibilità di una riduzione della disoccupazione, ma gli ambienti economici, al contrario, avanzano una serie di riserve. I decreti di applicazione promulgati dall’ottobre 1936 alla primavera del 1937 mancano di elasticità. Applicate troppo rapidamente, le «quaranta ore» producono pochi effetti sulla ripresa economica ed il padronato è reticente nell’applicare questa legge. D’altra parte, le imprese non possono sostituire il loro personale qualificato con dei lavoratori con poca esperienza e devono sopportare un aumento del costo del lavoro, soprattutto intervenuto in un periodo di recessione.  

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LE FERIE PAGATE

Le «vacanze pagate» non erano un’innovazione: gli impiegati degli uffici già ne usufruivano. Di più, la recessione induce alcune aziende a fermarsi per qualche settimana durante il mese di agosto; ma queste ferie forzate sono una disoccupazione tecnica mascherata e non remunerata. Da ultimo, il Senato respinge tutti i progetti di legge. Tuttavia, l’11 giugno 1936, un voto quasi unanime – meno un voto – estende le «ferie pagate» a tutti i salariati che hanno almeno un anno di anzianità. L’iniziativa non figurava in modo esplicito nel programma elettorale, ma gli scioperi spingono Léon Blum a prendere tale misura. All’inizio dell’estate i beneficiari si affrettano a salire sui «treni del piacere» a tariffe ridotte  del 40%. Scoprono la Francia, sacco in spalla o sui tandem,

1936 famiglia francese in tandem

alcuni vedono il mare per la prima volta nella loro vita o ritornano, dopo lungo tempo, ai paesi lasciati. Leo Lagrange; ministro dello Sport e del Tempo libero, moltiplica il numero degli stadi, le piscine, gli ostelli della gioventù. Certamente, qualche privilegiato scontroso deplora il degrado delle spiagge da parte dei «poveracci col baschetto che vogliono coprire la Francia di cartacce unte». Benchè molte famiglie rimangono a casa per mancanza di mezzi, le ferie pagate non saranno mai rimesse in discussione. Più commoventi le migliaia di cartoline postali che affluiscono al Matignon (residenza del Primo ministro) con queste semplici parole: «Grazie signor Blum».  

 

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L'avvento del regime nazista in Germania

13 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #episodi di storia del '900

Leggendo il libro “Come si diventa nazisti” di William Sheridan Allen, pubblicato nel 1968 da Einaudi, si può comprendere come una democrazia civile abbia potuto precipitare e affondare in una dittatura.

libro come si diventa nazistiL’autore analizza la storia di una piccola città della Germania durante gli ultimi anni della repubblica di Weimar e i primi del Terzo Reich. William Sheridan Allen sostiene che: «Se un microcosmo ha il difetto di non essere rappresentativo, ha però il vantaggio di permettere uno studio preciso e dettagliato. ... La realtà immediata acquista risalto; le azioni possono essere inquadrate nello schema della vita quotidiana e così si riesce a stabilire perché gli individui agirono in quel dato modo, perché i tedeschi fecero quelle scelte che permisero a Hitler di salire al potere».

Le misure naziste a livello locale furono una delle chiavi che aprirono la via all'affermarsi del totalitarismo in Germania. Prima di giungere al potere, Hitler aveva ricevuto un forte appoggio dal virtuosismo e dall'adattabilità delle sue organizzazioni locali di partito, la NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi). L'avvento al potere, nella primavera del 1933, si compì in gran parte per spinta dal basso, pur essendo facilitato e reso possibile dalla posizione di cancelliere tedesco cui Hitler era pervenuto: il Führer raggiunse la vetta, perché i suoi seguaci avevano avuto successo al livello di base.

La situazione economica, per quanto preoccupante, era soltanto una delle componenti della situazione nelle cui spire sempre più opprimenti si sentivano avvolti i tedeschi. A oltre dieci anni di distanza il trattamento punitivo riservato alla Germania dal Trattato di Versailles era sentito dalle masse di tedeschi come un'offesa personale. Essere costretti dai vincitori a pagare danni di guerra onerosissimi, doversi piegare al divieto (peraltro aggirato sin dalla metà degli anni Venti) di riarmare esercito e marina, veder rimessa in discussione la sovranità tedesca sulla Renania dopo aver già perso nel 1919 l’Alsazia, era un'onta per la nazione che ricadendo a livello individuale prendeva alla gola l'operaio come l'insegnante, il funzionario statale come l'agricoltore. Il tutto - l'ansia per lo stato dell' economia e il risentimento per l'umiliazione di Versailles - si era trasformato da anni in un diffuso discredito della classe politica, giudicata incapace di trovare soluzioni decenti all'una come all'altra questione.

I nazisti si seppero muovere con rapidità ed efficacia, proonendosi alle paure reali e fittizie delle classi medie come i soli capaci di sopprimere alla radice le loro cause.

Ad attrarre i voti della media borghesia fu la capacità dei nazisti di distribuire sicurezza, di ridurre con le loro promesse in campo economico e sociale il livello collettivo di angoscia. Al contrario, le forze porogressiste, tra cui SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, Partito Socialdemocratico di Germania) sommarono errore a errore. La borghesia era terrorizzata dallo spettro del comunismo: la NSDAP si presentava come un baluardo d'acciaio nei confronti del nemico rosso, laddove la SPD continuava a ricoprire con slogan massimalisti quelle che erano modeste proposte per una politica socialdemocratica. Sul piano dei rapporti internazionali, non solo tra le file della borghesia, ma anche tra quelle degli operai e dei contadini erano in molti a. sentire lesa la propria personale dignità per il modo in cui la Germania era stata trattata a Versailles e dopo.

Perciò gli articoli di giornale, i volantini, i discorsi dei rappresentanti della NSDAP battevano senza fine su tale tasto, assicurando che se loro fossero giunti al potere si sarebbero impegnati a morte - è la parola - per riscattare l'onore tedesco.

La SPD, infine, si mostrò del tutto incapace di stringere alleanze sia alla propria sinistra che alla propria destra, mentre i nazisti, di elezione in elezione, seppero allacciare le alleanze più spregiudicate con diversi partiti moderati e conservatori, adattandosi di volta in volta a cambiare linguaggio, programmi, slogan, uomini per assumere l'aspetto ora più battagliero, ora pru posato che conveniva al momento per irretire il potenziale alleato. Con questi mezzi i nazisti seppero convincere le classi medie d'essere il partito che le avrebbe, tutt'insieme, protette dai rossi, guarite dall'onore offeso, rimesse in condizione di far prosperare pacificamente i loro affari. Le classi medie li compensarono con una valanga di voti.

Il penultimo giorno di gennaio del 1933 il presidente Hindenburg, rispettando scrupolosamente la legge, nomina Hitler cancelliere del Reich. Il presidente sa che i nazisti sono tipi alquanto invadenti ma ritiene di aver preso adeguate contromisure: nel nuovo gabinetto i ministri nazisti sono soltanto due, Frick e Göring. Molto più perspicaci del vecchio maresciallo, alla notizia che Hitler ha ufficialmente varcato il soglio della Cancelleria, l suoi seguaci inondano la Germania di canti, bandiere, fiaccole e violenze a danno degli avversari politici. In effetti quella notte il colpo di stato a rate, come qualcuno appropriatamente lo definì, era legalmente cominciato. I tedeschi incoraggiarono Hitler a perfezionarlo assegnando al suo partito, alle elezioni nazionali del marzo 1933, quasi il 44 per cento dei voti; e Hitler capitalizzò tale consenso assumendo poco più di un anno dopo, alla morte di Hindenburg, anche la carica di capo dello stato.

Come in tutte le dittature, il primo scopo perseguito è la distruzione dei rapporti associativi tra gli individui, seguito dalla loro sostituzione con il rapporto diretto tra i singoli così isolati e atomizzati e un capo che li controlla. Con i pretesti più vari vengono progressivamente sciolti o costretti alla chiusura quasi tutti i gruppi politici, i centri culturali, le antiche associazioni religiose, le società di mutuo soccorso. Al loro posto subentrano associazioni preposte caso per caso all'inquadramento e all'indottrinamento dei giovani, delle donne, degli impiegati pubblici, degli insegnanti, degli operai, dei contadini: tutte controllate rigidamente sia dalla NSDAP, sia dalle pubbliche autorità, una volta che queste erano divenute semplicemente il braccio operativo di quella. Aumentano paurosamente le violenze, che sino al 1933 non avevano superato il tasso osservabile di regola nei momenti di aspra lotta politica di quei decenni. Con un sapiente dosaggio di percosse e di arresti, di distruzioni di case e di deportazioni nei primi campi di concentramento, la violenza dei nazisti si dirige dapprima contro gli avversari, per estendersi poi a coloro che danno segni pur minimi di dissenso o appaiono indifferenti ai richiami a partecipare con entusiasmo alle manifestazioni organizzate dalla NSDAP. In tutta l'amministrazione pubblica, dalla carica di bidello a quella di sindaco, subentrano uomini ligi al nazismo. Avvolta in una simile maglia, alla fine del 1935 la comunità di Thalburg (la città presa in considerazione dall’autore del libro per la sua analisi e per il suo studio), culturale e morale, ha cessato di esistere.

 

Bibliografia:

William Sheridan Allen  - “Come si diventa nazisti” - Einaudi 1968

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i 91 anni di Egeo Mantovani

12 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

Egeo-Mantovani.jpg Il 12 luglio Egeo Mantovani, Presidente onorario dell’ANPI provinciale di Monza-Brianza e membro del Comitato Onorario Nazionale della nostra associazione, compie 91 anni.

 

Ha scritto Loris Maconi, presidente dell’ANPI provinciale di Monza-Brianza

“L’ANPI provinciale intende festeggiare questa felice ricorrenza.

Pensiamo che rappresenti il giusto riconoscimento per chi, come lui, ha partecipato attivamente alla lotta di liberazione e allo sviluppo del movimento democratico, grazie alla  partecipazione alle lotte dei lavoratori negli anni difficili del dopoguerra.

L’impegno di Egeo, come tutti sappiamo, continua in modo costante anche ora. Infatti non solo è la figura più rappresentativa dell’ANPI provinciale, ma anche colui che, con il suo incessante lavoro, assicura alla nostra associazione un ruolo importante sul territorio.

Martedi’ 12 luglio 2011 alle ore 18.30 presso il circolo Cattaneo tutti gli iscritti all’ANPI festeggeranno i bellissimi 91 anni di Egeo Mantovani.

 

Chi è Egeo Mantovani

Figlio di braccianti agricoli, trasferitisi a Carpi e poi nell'Agro Pontino, a undici anni inizia a lavorare come bracciante e meccanico. Mobilitato durante la Seconda guerra mondiale, Mantovani fa parte della divisione Ariete, di stanza nell'Africa settentrionale, e partecipa anche alla battaglia di El Alamein. L'8 Settembre 1943 si trova a Bologna; la sua caserma è occupata dai nazisti, ma lui riesce a scappare. Si rifugia prima da una zia (che con altre donne aiutava i soldati sbandati, fornendo loro abiti e calzature borghesi), ma presto entra nelle formazioni partigiane che si vanno organizzando sulle montagne tosco-emiliane. Partecipa così a numerose azioni contro i nazifascisti e ha modo di salvare molti soldati inglesi. Mantovani, che è stato fra i protagonisti della liberazione della sua città, ha ricevuto dal comune di Carpi un riconoscimento ufficiale del contributo dato alla Resistenza. Entrato nel 1946 alla "Magneti Marelli", dal 1954 al 1970 è stato membro della commissione interna. rendendosi protagonista di numerose conquiste sindacali. In quegli stessi anni ha ricoperto numerosi incarichi, tra cui quello di presidente della Cooperativa "Carlo Cattaneo" di Monza, membro del direttivo provinciale della Fiom, segretario del Coordinamento nazionale della Magneti-Marelli. Da diversi anni è l'anima e il punto di riferimento dell'ANPI di Monza e della Brianza. Nel 2008 è stato eletto Presidente onorario della nuova ANPI provinciale di Monza-Brianza. Instancabile nella sua quotidiana attività di coordinatore e divulgatore dei principi dell'antifascismo, Egeo Mantovani dice sempre: "C'è molto da lavorare: dobbiamo tirarci su le maniche".

 

Il suo racconto:

«L’8 settembre 1943 mi trovavo a Bologna presso la Caserma “Marconi” del VI Reggimento del Genio, ero sergente. Quel giorno, mentre ero in libera uscita, passai davanti a un bar situato nei pressi della stazione centrale di Bologna e distante poche centinaia di metri dalla Caserma; dall’interno sentii delle grida, mi fermai e appresi, attraverso il bollettino radio, che era stata accettata la domanda di armistizio da parte delle forze anglo-americane. Capendo subito l’importanza di quel comunicato, feci dietro front e rientrai in Caserma dove vi era stato il cambio della guardia e al Caporal Maggiore che la comandava domandai se fosse arrivato qualche Ufficiale dato il momento così delicato. Attesi qualche ora e nessuno si fece vivo: debbo anche dire che gli Ufficiali e Marescialli dormivano fuori dalla Caserma o addirittura con la famiglia. Verso le ore 19,00 decisi di formare una ronda, composta da due soldati e me, per andare a vedere che cosa succedeva in città. Nel centro di Bologna percorremmo strade e portici e notammo che tutto era calmo, solo in alcune osterie si festeggiava l’evento: «Finalmente la guerra è finita!» gridavano. Mi ricordo che incontrammo un tedesco un po’ anzianotto e un uomo che era sulla soglia di casa sua ci sussurrò: «Prendetelo!», ma io dissi: «Noi non abbiamo nessun ordine!». Forse quell’uomo aveva capito la gravità di quel momento.

 

Alle ore 23,00 ritornammo in Caserma e al Caporal Maggiore che comandava il picchetto di guardia dissi: «Stai attento, chiudi bene i cancelli perché non si sa mai che cosa può succedere». Io e i due soldati di ronda andammo a dormire: loro in camerata ed io nelle camerette dei sottufficiali con i quali mi fermai una mezz’ora a parlare e verso mezzanotte ci coricammo in branda. In piena notte verso le ore due sentii una voce stridula che diceva: «VECH! VECH!» e mi vidi puntata una pila in faccia. In quel momento mi si agghiacciò il sangue, mi alzai in fretta e invece di indossare la mia divisa infilai una tuta da meccanico.

 

In fretta e furia, con un fucile puntatomi addosso uscii dalla cameretta e andai nel cortile a raggiungere gli altri sottufficiali che erano già stati presi. Dalle camerate fecero scendere in cortile tutti i soldati e graduati. Nel cortile il cerchio degli ormai prigionieri si stringeva sempre più e così per loro fu facile disarmarci. lo nella mia testa pensavo: «Stai a vedere che dopo quasi due anni di guerra contro gli inglesi in Africa settentrionale con la Divisione Ariete, avanti e indietro in quel maledetto deserto, fino ad El Alamein da cui sono riuscito a scamparla, vengo fatto prigioniero proprio da coloro che combattevano fianco a fianco con me».

 

Conoscendo bene la Caserma e sapendo che da un lato di essa scorreva il fiume Lame, mi acquattai dietro il corpo di guardia e strisciando arrivai alla scarpata. Dopo aver percorso ancora circa venti metri mi portai sotto un ponte dove sapevo esserci solitamente due sentinelle a guardia dell’entrata della Caserma. Al mio arrivo le sentinelle chiesero: «Chi va là?». Risposi che ero il Sergente Mantovani e avvicinandomi dissi loro che cosa stava succedendo e che i tedeschi avevano occupato la caserma e fatto tutti prigionieri senza sprecare un colpo. Le sentinelle mi chiesero che cosa potevano fare e io consigliai loro di gettare il fucile, di scappare e di nascondersi da qualche parte. Mi ascoltarono e così ci separammo.

 

La prima cosa che mi venne in mente era quella di andare da mia zia Maria che abitava a Porta S. Vitale e così di corsa alle tre di notte, passando di portico in portico, di strada in strada, raggiunsi la casa della zia e questo fu il mio primo rifugio. Mia zia, aiutata anche da amiche e conoscenti, mi diede degli abiti borghesi e un paio di scarpe. In seguito seppi che alcuni soldati pur essendo in abiti borghesi erano stati arrestati perché calzavano scarponi da militare. In città regnava una parvenza di calma: solo qualche automezzo blindato, perché la maggior parte della forza tedesca era impegnata a trasferire i prigionieri delle caserme di Bologna e dintorni all’interno del campo sportivo cittadino.

 

I tedeschi trasferirono questi prigionieri in Germania nei campi di concentramento, trasportandoli su convogli ferroviari di tipo carro bestiame. Seppi poi che ne deportarono oltre 600.000.

 

Io rimasi a Bologna, ma circa una settimana dopo venni a conoscenza che vi era in atto da parte dei tedeschi una caccia spietata nei confronti di coloro che erano riusciti a non farsi prendere. Per vedere che cosa si poteva fare, incontrai di nascosto alcuni ufficiali e sottufficiali e venni a sapere da loro che alcuni commilitoni altoatesini della mia caserma avevano subito aderito alle formazioni tedesche.

 

Di nascosto mi trovai altre volte con gli altri ufficiali nel centro di Bologna, ma poi per paura di essere individuati e spiati scegliemmo di andare ognuno per la propria strada. Verso il 20 settembre decisi di darmi alla macchia e così la mia ragazza mi fece conoscere l’ing. Carlini, suo datore di lavoro, persona antifascista di origine marchigiana il quale mi fece arrivare sulle montagne tosco-emiliane della provincia di Bologna… Ma da qui in poi, inizia un’altra storia».


 

Dall’ANPI di Lissone

Caro Egeo,

in occasione del tuo compleanno, l’ANPI di Lissone desidera ringraziarti per il tuo costante impegno per la nostra associazione.

Anche quest'anno, in occasione del 25 aprile, hai intrattenuto gli studenti del Liceo Enriquez di Lissone parlando della Resistenza in Italia e della tua esperienza. Hai promesso loro di ritornare.

La tua assidua presenza  costituisce per tutti noi un utile punto di riferimento.

I tuoi consigli, i tuoi suggerimenti nelle varie occasioni sono sempre preziosi.

La tua scelta di vita, prima da partigiano poi nella vita civile, è un esempio per i giovani con i quali cerchi di mantenere frequenti contatti nelle scuole.

Il tuo modo di dire "C'è molto da lavorare: dobbiamo tirarci su le maniche" è uno sprone ad agire: la vitalità della nostra associazione, l’incremento del numero degli iscritti e delle sezioni sul nostro territorio brianzolo sono anche merito del tuo impegno.

Per questo te ne siamo grati e ti auguriamo ancora ogni bene e 

... lunga vita ai partigiani!

                                                 Il direttivo dell'ANPI di Lissone

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Bretton Woods e il nuovo ordine internazionale

1 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

Nel primo dopoguerra la mancanza di collaborazione fra i paesi vincitori, il desiderio di umiliare e ridurre all'impotenza la Germania sconfitta, la scelta isolazionista degli Stati Uniti che pure erano emersi dal conflitto mondiale come la nazione egemone, per forza economica e militare, avevano concorso a un'instabilità economica, destinata a culminare nella grande crisi del 1929. Gli effetti erano stati devastanti e non ultima ragione dell'avvento e della diffusione in Europa dei regimi totalitari che avevano trascinato il pianeta in una nuova devastante guerra. Errori questi che i responsabili politici e gli esperti economici dei paesi occidentali erano questa volta decisi a evitare. Un mondo più pacifico e prospero e, nella speranza di molti, più democratico, richiedeva innanzitutto la creazione di un ordine economico internazionale più stabile. Le istituzioni create per tutelarlo vennero messe a punto ancor prima della fine del conflitto, nel luglio del 1944, in una conferenza internazionale alla quale parteciparono 44 nazioni e che si tenne a Bretton Woods, una cittadina del New Hampshire, Stati Uniti.

 

Le soluzioni economiche

La ricerca di un nuovo ordine economico internazionale non significava abbandonare i principi del mercato e della concorrenza, ma assicurare un contesto di sicurezza e stabilità all'attività economica. Uno dei problemi fondamentali era quello della stabilità monetaria, ovvero dei rapporti di cambio fra le monete dei diversi paesi. Nel periodo fra le due guerre infatti l'oscillazione nei cambi delle monete era stato uno dei principali ostacoli alla ripresa del commercio internazionale. Molti paesi avevano fatto ricorso alla svalutazione della propria moneta per rendere le esportazioni più competitive sui mercati. In questo modo avevano anche "esportato" la loro disoccupazione innescando una catena di reazioni protezionistiche. Già nel 1942 il grande economista inglese John Maynard Keynes aveva proposto la creazione di un'Unione di compensazione internazionale, dotata di una propria moneta, il bancor, che avrebbe dovuto concedere prestiti alle nazioni la cui bilancia dei pagamenti era passiva, ovvero le cui importazioni superavano le esportazioni  e la cui moneta tendeva quindi a indebolirsi. La soluzione adottata a Bretton Woods fu un po' diversa. Il compito di concedere prestiti ai paesi la cui moneta era momentaneamente indebolita venne affidato a un Fondo Monetario Internazionale (International Monetary Fund)

FMI logo

e anzichè creare una nuova moneta, venne ricostituito un sistema analogo al Gold Exchange Standard, ovvero le varie monete vennero agganciate alla valuta americana - cioè legate da cambi quasi fissi - con una limitata oscillazione al dollaro di cui il governo statunitense assicurava la convertibilità in oro al prezzo di 35 dollari all'oncia.

Uno strumento per promuovere il commercio internazionale avrebbe dovuto essere un General Agreement on Tariffs and Trade (GATT) , ovvero un accordo multilaterale per limitare il ricorso alle pratiche protezionistiche e favorire quindi la libertà di commercio. Per questo però fu necessario attendere la fine della guerra e il primo Gatt venne sottoscritto a Ginevra nel 1947.

 

Il problema della ricostruzione

L'altro grande problema da affrontare riguardava la ricostruzione che richiedeva un impegno gigantesco dopo un conflitto ancora più distruttivo di quello precedente. Per finanziarla a Bretton Woods venne creata un'altra istituzione destinata a svolgere un ruolo importante, la BIRS (Banca internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo) più comunemente nota come Banca mondiale.

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Mentre il Fondo monetario internazionale avrebbe dovuto concedere prestiti a breve termine, la Birs avrebbe dovuto erogare prestiti a lungo termine per finanziare la costruzione di infrastrutture e impianti nei paesi devastati. In realtà la ricostruzione post bellica dell'Europa occidentale venne affidata al cosiddetto Piano Marshall e, nei decenni successivi, la Banca mondiale si sarebbe occupata essenzialmente della promozione dello sviluppo nei paesi del Terzo Mondo.

Il sistema di Bretton Woods sarebbe rimasto in vigore fino al 1973 quando la decisione degli Stati Uniti di non rendere più il dollaro convertibile in oro fece venir meno una componente essenziale. Le altre istituzioni - Fmi, Banca Mondiale e Gatt - continuarono tuttavia a operare.

Il GATT è stato sostituito dall'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), conosciuta anche con il nome inglese di World Trade Organization (WTO).

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L'OMC ha assunto, nell'ambito della regolamentazione del commercio mondiale, il ruolo precedentemente detenuto dal GATT.

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La conferenza di Potsdam

23 Juin 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Al presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, morto il 12 aprile 1945, successe il suo vicepresidente Harry Truman, già senatore del Missouri, tipico democratico del Sud, di stampo conservatore, dunque pragmatico, diffidente, incline a considerare Stalin un dittatore comunista e non il «vecchio zio Joe» della retorica, o delle illusioni, dei rooseveltiani.

Fu Truman a presentarsi a Potsdam, un sobborgo di Berlino, il 17 luglio 1945, alla terza conferenza tripartita, dopo Teheran e Jalta.

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Il tema principale era ovviamente la Germania, ormai arresasi, dopo il suicidio di Hitler: le zone di occupazione, i confini con la Polonia, e della Polonia con l'Urss. E poi, in generale, gli sviluppi della situazione nell'Europa centro-orientale.

La conferenza durò fino al 2 agosto, anche perché nel frattempo si svolsero le elezioni politiche in Gran Bretagna e, sorprendentemente, Winston Churchill, il solo vero «eroe» europeo nella lotta contro il nazismo, fu sconfitto, a vantaggio del Partito laborista: il suo posto fu preso da Clement Attlee.

Ma la vera novità di Potsdam fu un'altra. Il 16 luglio, il giorno dopo il suo arrivo, Truman ricevette dal segretario alla Guerra, Henry Stimson, «lo storico messaggio della prima esplosione di una bomba atomica», come egli stesso annotò nelle Memorie.

I preparativi della bomba atomica erano cominciati a livello teorico, già nel 1939. È del 2 agosto la celebre lettera che Albert Einstein inviò a Franklin Delano Roosevelt: «Signor Presidente, recenti lavori di Enrico Fermi e di Leo Szilard ( ... ) mi portano a supporre che l'elemento uranio possa nell'immediato futuro trasformarsi in una nuova e importante fonte di energia». La preoccupazione degli scienziati, che avevano lasciato l'Europa per sfuggire al nazifascismo, era che la Germania hitleriana potesse arrivare per prima ad imbrigliare, ad uso militare, la nuovissima e imprevedibile fonte energetica. Una preoccupazione nutrita anche dagli inglesi. E così Stati Uniti e Gran Bretagna avevano unito gli sforzi, sul piano delle ricerche scientifiche e delle prove di laboratorio, finché Roosevelt non diede il via, nel 1943, al cosiddetto «Progetto Manhattan», cioè alla fase operativa, guidata da Robert Oppenheimer. Il tutto nella più grande, totale segretezza. Lo stesso Truman ammise che, come vice presidente, aveva saputo poco o nulla di ciò che si andava preparando nel New Mexico e che solo dopo la morte improvvisa di Roosevelt ne era stato messo compiutamente al corrente.

Il segreto fu strettamente mantenuto anche a Potsdam, salvo che per Churchill, che naturalmente sapeva del «progetto», ma non dell'imminenza di un'esplosione sperimentale. Solo otto giorni dopo, il 24 luglio, Truman accennò «casualmente» a Stalin che gli Stati Uniti disponevano di «una nuova arma di una forza distruttiva particolare». La bomba atomica fu effettivamente impiegata, a Hiroshima il 6 agosto e a Nagasaki il 9.

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Anche Stalin aveva capito benissimo la straordinaria, decisiva importanza, strategica e politica, della nuova arma: l’Unione Sovietica ne potè disporre a sua volta nel 1949.

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l’ANPI lissonese li ricorda

15 Juin 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Lissone, 17 giugno 1944

Nel giugno 1944 piombo nazifascista stroncava le giovani vite di cinque lissonesi : Attilio Meroni, fucilato in Valdossola, di anni 19, Pierino Erba, di anni 28 e Carlo Parravicini, di anni 23, fucilati a Lissone nell’attuale Piazza Libertà, Remo Chiusi e Mario Somaschini, di anni 23, fucilati a Monza in Villa Reale.

Nel 67° anniversario del loro sacrificio per la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dal regime fascista, l’ANPI lissonese li ricorda.

 

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In seguito ad alcune nostre ricerche presso gli Archivi di Stato di Milano, abbiamo rinvenuto i documenti originali che attestano l’avvenuta esecuzione dei nostri concittadini, operata da membri delle SS naziste e squadristi della Repubblica Sociale Italiana.

 

 

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