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L’assedio di Leningrado

11 Février 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Tre settimane dopo l'inizio dell'invasione dell’U.R.S.S. (l'Operazione Barbarossa, iniziata il 21 giugno 1941), le forze tedesche sono sul punto di conquistare una delle città più ricche e popolose dell'impero di Stalin, ma si trovano di fronte a un'improvvisa, disperata resistenza destinata a durare, in condizioni terribili, oltre ogni limite immaginabile. Lo resterà per due anni e o, i famosi «novecento giorni».

Leningrado era una metropoli con il suo centro lussuoso e le sue vetrine, quartieri periferici tutti eguali, monotoni e tristi, istituti scientifici, musei e fabbriche, spaziosi boulevards ma anche vicoli, con mille e mille problemi. Ma era circondata come da un muro, da un nemico implacabile che non permetteva l'afflusso né di viveri né di rifornimenti di alcun genere, tranne quel poco che si poté in qualche modo apportare mediante la «via d'emergenza» apprestata in fretta e furia, e sempre sotto il fuoco nemico, gettando dei binari sopra un lago ghiacciato.

 

Concerto sotto le bombe

Dmitrij SostakovichNel solo mese di Settembre l'orgogliosa città costruita da Pietro e dai suoi architetti italiani «gettando marmo sulla palude» subì bombardamenti a tappeto della Luftwaffe: 23 grandi incursioni aeree nelle quali 675 aerei tedeschi hanno sganciato 987 bombe dirompenti e 15.100 incendiarie. In uno di questi bombardamenti del settembre è stato gravemente danneggiato e incendiato l'appartamento al quinto piano di uno stabile in cui il grande compositore Dmitrij Sostakovich stava provando alcuni brani della sua Settima sinfonia: la leggenda dice che continuò a suonare come niente fosse.

La sua settima sinfonia venne eseguita per lo prima volta il 9 agosto 1942, mentre infuriavano gli attacchi tedeschi su Leningrado.

 

Da un’intervista di Enzo Biagi al musicista KSENIJA MATUSKH.

Lei ricorda la prima esecuzione della Settima sinfonia detta anche "Sinfonia di Leningrado"?

«Quando scoppiò la guerra, studiavo al Conservatorio. Nei primi mesi andavo in trincea come soldato volontario nella contraerea e ho assistito al primo bombardamento e al grande incendio dei depositi alimentari. Quella notte udii la radio che invitava tutti gli studenti residenti in città a registrarsi. Ci andai e mi fu offerto di entrare nell'orchestra sinfonica insieme ad altri musicisti. Oltre alle prove d'orchestra lavorammo, come tutti i leningradesi, a pulire le strade perché si temevano epidemie e a far funzionare i trasporti che in quel terribile inverno erano fermi».

E poi?

«Nella gelida sala del teatro Puschkin tenemmo il nostro primo concerto pubblico: suonammo indossando i cappotti e tenendo i cappelli in testa. Nel settembre '41 Sostakovich disse alla radio che stava componendo una sinfonia. A ottobre lasciò la città per terminare la sua opera e gli spartiti furono portati a Leningrado con un volo speciale».

Quando suonaste la Settima?

Il presidente della radio e il nostro direttore d'orchestra, Eliasberv, ottennero che il comando militare richiamasse dal fronte, direttamente dalle unità in battaglia quei musicisti che mancavano. Tutti furono muniti di un lasciapassare che diceva: il tal dei tali è inviato a Leningrado per l'esecuzione della Settima sinfonia di Sostakovich. Infine in città apparvero i manifesti che annunciavano che il 9 agosto 1942, nella grande sala della Filarmonica, si sarebbe tenuta l'esecuzione della Settima sinfonia».

Fu un grande spettacolo?

«Assolutamente. Eravamo felici ed entusiasti. Gli uomini si erano fatta la barba e avevano indossato i migliori vestiti, con gli indumenti invernali sotto per scaldarsi e per nascondere come erano diventati magri. Vedemmo che nella sala entrava il pubblico come in tempo di pace ma molti erano venuti direttamente dal fronte e impugnavano ancora le armi. Il direttore Eliasberv fece alzare in piedi l'orchestra e il pubblico ci salutò. Poi cominciammo».

Accadde qualcosa di particolare?

«Sì, questo. A Leningrado se suonava l'allarme nel corso di un concerto o di una recita teatrale, si interrompeva lo spettacolo e il pubblico correva nei rifugi. Quella volta, invece, sentimmo le cannonate per tutta la sinfonia, ma nessuno si mosse. Eravamo stupiti: come mai non si interrompeva l'esecuzione? Solo venti anni dopo abbiamo saputo che erano le nostre batterie a sparare contro i tedeschi per prevenire un loro eventuale attacco. Quando finì la musica vi fu una pausa di silenzio assoluto, poi scoppiarono applausi fragorosi. Molti piangevano. Una bambina si avvicinò al palcoscenico portando un mazzo di fiori e fu una cosa straordinaria: non esistevano più fiori in città; nei giardini la gente coltivava cavoli, ortica, insalata, pomodori. Per me fu una festa. Sapevamo che la radio trasmetteva la sinfonia in tutto il Paese. Sapevamo che all'estero ci stavano ascoltando. Sapevamo che attraverso i nostri altoparlanti anche i nazisti nelle loro trincee ci sentivano».

Che senso aveva allora la vita?

«Penso che la vita abbia sempre un grande senso, ma a quell'epoca ne aveva uno particolare per coloro che lottavano contro i nazisti: quel 9 agosto '42 Hitler offri un grandioso pranzo, a Berlino, all'hotel Astoria per festeggiare la sua presunta occupazione della nostra città e noi, nella Filarmonica di Leningrado, suonammo la Settima di Sostakovich».

 

L'Ermitage nella bufera

1941 Museo Ermitage bombardatoDa un’intervista di Enzo Biagi con BORIS PIOTROYSKIJ, direttore dell'Ermitage

Signor Boris Piotrovskij. che cosa accadde allo scoppio della guerra, al Museo Ermitage di Leningrado?

«Il blitz tedesco non ci colse di sorpresa. Già il 22 giugno '41 cominciarono i lavori per portare via le collezioni. I quadri furono imballati e sistemati in casse speciali che avevamo preparato apposta da tempo. Il 1° luglio partì un treno diretto a Sverdlovsk: oltre ai vagoni merci e passeggeri c'erano anche carri scoperti, sui quali erano stati sistemati cannoni antiaerei per difendere il treno contro un eventuale attacco dell'aviazione nazista. A questo enorme lavoro per salvare i valori dell'Ermitage parteciparono soldati, marinai, attori, pittori oltre, naturalmente, tutti i dipendenti del Museo. Solo la loro attività ben organizzata permise di completare in breve tempo tutti i lavori necessari».

E poi vi furono altri convogli?

«Certamente. Un secondo treno seguì il primo ma il terzo non fece in tempo: la situazione militare era diventata troppo pericolosa, la ferrovia non era più sicura».

Durante l'assedio che cosa accadde?

1941-Museo-Ermitage.JPG«L'attività dell'Ermitage fu diretta sia a difendere i valori culturali del Museo rimasti, sia a salvare la vita di quei numerosi leningradesi che trovavano rifugio nelle vecchie cantine del Palazzo d'Inverno così ben costruite dal suo connazionale Rastrelli. I ricoveri antiaerei dell'Ermitage potevano ospitare contemporaneamente circa 2.000 persone. Di questo fatto esiste una bella testimonianza dell'architetto Nikkolskie, progettista dello stadio di Leningrado, che lasciò un diario e un album di disegni sulla vita della città assediata e, in particolare, sull'Ermitage».

Ma il Museo viveva?

«Oh, sì! L'Ermitage continuava a svolgere l'attività scientifica e a organizzare le sue famose conferenze: per esempio, il 19 ottobre '41 celebrò l'anniversario della nascita del poeta Nisami e a dicembre dello stesso anno, in un periodo particolarmente grave, quando persino i tram smisero di funzionare, promosse una sessione scientifica dedicata al cinquecentesimo anniversario del poeta Navoi».

 

Morte per fame

Da un’intervista di Enzo Biagi con IVAN ANDREENKO.

Ivan Andreenko, che fu vice presidente del Comune di Leningrado durante il lungo e feroce assedio nazista, racconta come la città visse quei 900 giorni, di quando i combattenti venivano portati al fronte con i tram e la gente doveva tentare di sopravvivere con una razione giornaliera di 125 grammi di pane.

1942-assedio-Leningrado-bambino-morto.JPG 1942-assedio-Leningrado-donne-acqua.JPG

Signor Andreenko, di quei lunghi, tremendi giorni dell'assedio di Leningrado lei ricorda un episodio di cui furono protagonisti i ragazzi?

«Sì, uno. In tutta la città la fame era acutissima, i casi di morte per edemi da denutrizione erano più che frequenti. Una mattina, nella panetteria del quartiere Nevvskij, entrò un uomo piuttosto alto con un'aspetto insolito per gli assediati. Si avvicinò agli scaffali del pane e cominciò a rovesciarli per terra gridando! Prendeteli! Prendeteli! Nessuno dei bambini presenti toccò i pani. La gente rimase immobile. Lui diede un pugno alla commessa e si diresse verso l'uscita. Ma fu fermato dagli stessi scolari».

C' era ancora la scuola?

«Sì. Le scuole funzionavano. In quel periodo avevamo più di duecentomila alunni. Dopo un ritardo iniziale l'anno scolastico incominciò regolarmente ma nel '41 e poi nel '42 le lezioni si svolsero nei rifugi perché nelle scuole era troppo pericoloso a causa dei continui attacchi aerei e di artiglieria».

Rammenta episodi di cui furono protagonisti i ragazzi di Leningrado?

«Una sera un proiettile di artiglieria colpì un camion carico di pane: l'autista fu ucciso, l'autocarro distrutto. In pochi minuti sul luogo si riunirono parecchi ragazzi della zona. Uno di loro corse a telefonare al Centro Rifornimenti e quando arrivò un altro camion i bambini raccolsero e consegnarono tutte le provviste. Nel giugno '42 una bomba incendiò un negozio di alimentari. Accorsero quattro ragazze coraggiose e cominciarono a tirar fuori casse incuranti del rischio».

Fin quando Leningrado fu affamata?

1942-donne-assedio-Leningrado.JPG«Dalla seconda metà del novembre '41 fino a tutto il gennaio '42 le riserve di grano erano quasi esaurite e la città era costretta a vivere solo con quello che vi poteva venir trasportato. Purtroppo la ferrovia era bloccata e, prima che entrasse in funzione la strada sul Ladoga ghiacciato passammo tremende settimane. Bisogna dire però che la linea del Ladoga riuscì a portarci più di 25mila tonnellate di viveri e l'aviazione ne fornì oltre cinquemila tonnellate. Era un notevole aiuto; ma in seguito si dovettero ridurre drasticamente le razioni. Per esempio: quella del pane l'abbiamo ridotta cinque volte. La più bassa si ebbe dal 20 novembre al 24 dicembre '41 quando operai e tecnici ebbero, ogni giorno 250 grammi di pane a testa mentre le altre categorie impiegati, donne, pensionati, bimbi, non più di 125 grammi. Per capire quanto erano misere le razioni in generale, le dico che una razione forniva 1087 calorie contro le 3000 indispensabili per sopravvivere. Il periodo peggiore fu nei mesi di novembre e dicembre '41 e gennaio febbraio '42: i morti per fame durante l'assedio furono 632.000».

 

Bibliografia:

     Enzo Biagi - la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1990

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Aktion T4

6 Janvier 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

nella foto: l'edificio di 4 Tiergartenstrasse (Via del Giardino zoologico n°4) di Berlino, sede di Aktion T4.

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Settantacinque anni fa il nazismo impose la logica della disumanizzazione, di un corpo-stato, governato da un capo, che espelle le parti malate di sé.

La scienza diede il proprio avallo, la Chiesa tacque, molti girarono lo sguardo altrove. Poi, fu troppo tardi.

Cominciarono a morire prima dei campi di concentramento, prima degli zingari, prima degli ebrei, prima degli omosessuali e degli antinazisti e continuarono a morire dopo, dopo la liberazione, dopo che il resto era finito.

 

Già prima dell’arrivo al potere di Hitler, autorevoli medici si erano pronunciati a favore dell’eliminazione dei malati mentali e più in generale dei pazienti affetti da malattie giudicate incurabili. Hitler stesso aveva affermato in modo esplicito la necessità di «purificare la razza germanica». Temendo le reazioni degli ambienti religiosi, il Führer non attuò subito il suo progetto.

Nel 1935, la promulgazione della legge sulla sterilizzazione dei malati mentali rese evidenti e fondate le loro preoccupazioni e provocò le proteste della Chiesa.

Occorreva attendere un contesto più favorevole: ciò avverrà durante la guerra. È significativo che il decreto, che ordinava di «accordare l’autorizzazione per dare la morte a malati, che, entro dati limiti di giudizio e dopo un approfondito esame medico, saranno dichiarati incurabili», sia datato 1° settembre 1939. Inoltre, basandosi su un rapporto di un teologo, Josef Meyer, che valutò la posizione delle autorità religiose sulla questione dell’eutanasia e le cui conclusioni erano assai vaghe, Hitler ritenne che poteva correre il rischio di attuare il suo piano.

Questo decreto, promulgato nel più grande segreto dalla Cancelleria e mai reso pubblico, non fu conosciuto che da una ristretta cerchia di persone; diversi ministri ne ignorarono l’esistenza per lungo tempo. Il capo della Cancelleria, Philip Bouhler e il medico personale di Hitler, Kurt Brandt, furono incaricati personalmente della sua applicazione. Per questo essi crearono diversi organismi dai nomi anodini che erano incaricati dell’operazione. Il principale si trovava a Berlino, al numero 4 di Tiergartenstrasse, da cui il nome in codice «T4» dato all’operazione. La centrale T4 si servì di un comitato di esperti costituito da circa 25 psichiatri, tra cui sette professori titolari di cattedre universitarie.

Tutti gli ospedali psichiatrici del paese dovettero presto riempire un questionario destinato a censire il numero degli ammalati presenti e a valutare la natura delle loro malattie. Qualche settimana dopo, la direzione dell’ospedale riceveva una lettera del ministero degli Interni che ordinava il trasferimento di alcuni malati per motivi militari. Una società di trasporto di malati, la GEKRAT, appositamente creata per l’operazione e costituita unicamente da SS, veniva a prendere in consegna gli ammalati per portarli negli “istituti di eutanasia”.

Dopo diverse prove, alla fine del 1939, il procedimento di asfissia con l’ossido di carbonio fu ritenuto il più efficace e, nel corso dell’anno seguente, entrarono in funzione cinque centri: i cadaveri venivano inceneriti nei forni crematori. Le famiglie venivano poi informate del decesso dei loro familiari con una lettera del ministero degli Interni che precisava che, su loro richiesta, potevano ricevere le ceneri del defunto. Poi veniva consegnato loro un certificato; il caso era chiuso: la morte del malato era legalizzata.

Nel corso dell’autunno 1939, quando i direttori degli ospedali psichiatrici compilano i questionari, non si allarmano più del normale. Li riempirono e gli automezzi della GEKRAT vennero a cercare i primi malati. Ma nel corso della primavera del 1940 quando le lettere dei decessi arrivarono ai familiari, molti capirono cosa era successo.

Coloro che si mostrarono più ostili furono generalmente coloro che dirigevano gli ospedali privati (circa il 35% degli psichiatri tedeschi), gestiti dalla Missione interna delle Chiese evangeliche. Tuttavia non sapevano come reagire. Alcuni tentarono, ad esempio, di negoziare la riduzione del 10% degli effettivi malati richiesti, ma alla visita seguente della GEKRAT, coloro che erano stati risparmiati finivano nuovamente sulla lista. Nello stesso tempo i medici, isolati, non sapevano a quale tattica ricorrere. Alcuni si rifiutarono di rispondere ai questionari, ma la centrale T4 si affrettava ad inviare una commissione di esperti per farli riempire al loro posto. Occorreva una forza considerevole per salvare qualche malato, inventando vari pretesti. Uno dei mezzi più efficaci fu semplicemente quello di invitare i parenti a ritirare i loro familiari, ma ben presto un decreto ministeriale proibì ai dirigenti degli ospedali di procedere in questo modo. Ci furono delle eccezioni. In particolare, il pastore Fritz von Bodelschwingh, direttore del grande centro per epilettici di Bethel, in Westfalia riuscì ad opporsi all’accanimento: avendo stabilito un contatto personale con il medico personale di Hitler, Kurt Brandt, salvò gli ottomila malati del suo ospedale.

Ma coloro che avevano ideato l’operazione avevano sottostimato la reazione delle famiglie. Genitori che non capendo il motivo del decesso del loro figlio, iniziavano delle azioni per scoprirne le cause, ben presto scoprivano l’orribile verità. Inoltre il servizio T4 commise degli errori grossolani: certificati di decesso indicavano, ad esempio, come causa della morte una crisi di appendicite per un malato che non era stato operato; alcune famiglie ricevettero due urne anziché una; altre un certificato di decesso quando il loro familiare era ancora in vita.

Nei necrologi della stampa locale, l’incremento dei decessi di malati negli ospedali della regione finì per insospettire; subito il T4 fece proibire la pubblicazione dei necrologi sulla stampa. Alla lunga l’andirivieni degli autocarri della GEKRAT non potevano più passare inosservati nei centri dove si recavano. Arrivavano sempre pieni e ripartivano vuoti. I fumi che uscivano dopo i loro passaggi non lasciavano più dubbi sulla loro venuta.

Progressivamente una sensazione di paura si impadronì della popolazione tedesca. La gente era spaventata dalla potenza di uno Stato che poteva così impunemente uccidere degli innocenti. Degli anziani incominciarono a pensare che dopo i malati mentali sarebbe arrivato il loro turno. A posteriori, non si può dire che il popolo tedesco non potesse reagire a una tale aggressione. Pertanto, questa forte emozione dell’opinione pubblica, già intensa in alcune regioni nel corso dell’estate del 1940, a fatica trovò dei portaparola istituzionali, capaci di fare pressione sulle pubbliche autorità.

Il programma di eutanasia provocò dei sommovimenti negli ambienti giudiziari. Hitler aveva chiesto lo studio di un disegno di legge sulla questione, ma in ultima analisi, l’idea era stata respinta.

Aktion T4 si sviluppò quindi al di fuori di tutto il quadro giuridico, cioè nella più totale illegalità. Inoltre diversi procuratori di provincia furono investiti delle querele dei familiari degli scomparsi. Essendo all’oscuro di tutto, non erano in grado di dare delle risposte a queste richieste. Con l’aumentare del numero delle querele, Bouhler e Brandt decisero di convocare i presidenti e i procuratori dei tribunali. Nel corso di questa conferenza, il 21 e 22 aprile 1941, esposero le ragioni e lo svolgimento del programma, senza incontrare una maggiore opposizione tra i magistrati.

I rapporti trasmessi dai responsabili locali del partito nazista segnalavano ugualmente l’inquietudine crescente della popolazione. Anche gli ambienti militari si sentivano coinvolti, in quanto gli invalidi di guerra, trattandosi di persone handicappate o incurabili, rientravano tra i malati da eliminare. Nacquero dei dissensi anche tra lo Stato maggiore del Reich quando ne vennero al corrente. Himmler, in particolare, non fu mai troppo convinto di questa politica. Quanto a Goebbels temeva le reazioni degli ambienti cattolici. Egli riteneva che per vincere la guerra occorresse non prendersela con le Chiese. Per Goebbels, infatti, le Chiese contribuivano a mantenere un buon morale nella popolazione, fattore fondamentale per vincere le guerre. Una volta vinta la guerra, sarebbe venuto il tempo  per regolare i conti con la «pretaglia». Goebbels aveva ragione. Le gerarchie ecclesiastiche, benché presto informate di quello che succedeva nei centri psichiatrici, non furono tra le prime a reagire. I movimenti di protesta si levarono dalla base delle Chiese. Alcuni pastori della Missione interna delle Chiese evangeliche fecero diversi passi presso le autorità. Il pastore Paul Gerhard Braune fece anche numerosi tentativi presso alti funzionari, anche dei ministeri, che gli confessavano però la loro impotenza. Decise allora di redigere un memorandum, facendo riferimento a delle prove incontestabili da lui raccolte e da diversi suoi colleghi. Questo testo, inviato alla Cancelleria il 9 giugno 1940, sottolineava le preoccupazioni dei militari e si incentrava sul problema della definizione della nozione di incurabilità: «Chi è anormale, asociale, malato senza speranza di guarire? Che cosa se ne farà dei soldati che combattendo per la patria avranno riportato dei mali incurabili? Negli ambienti militari già se ne parla». Senza accordarsi, Theophil Wurm, vescovo protestante di Wurtemberg, invia anche lui, il 5 luglio 1940, una lettera circonstanziata al ministro degli Interni; scrive anche al ministro di Giustizia. Utilizzando abilmente la fraseologia nazista e riferendosi alle dichiarazioni del Führer per una «fede cristiana positiva», il primo di questi testi circola all’insaputa del suo autore negli ambienti del partito e dell’esercito producendo un grande impatto.

Nell’autunno 1940, alcuni pastori tentano allora di suscitare una presa di posizione comune delle Chiese protestanti. Ma il pastore Ernst Wilm, che fu la colonna portante di questo progetto, dovette constatare che anche all’interno della Chiesa protestante si era divisi sulla tattica da seguire. Altri pastori prendono altre iniziative senza raggiungere alcun risultato, tranne che l’arresto e in alcuni casi la deportazione dei loro autori.

La Germania stava allora riportando dei trionfi militari. In effetti, tra il mese di aprile e il mese di giugno del 1940, le considerevoli conquiste territoriali facevano passare in secondo piano i problemi interni del paese. Nell’insieme, l’alto clero applaudì alla successione impressionante di queste vittorie e, contemporaneamente Aktion T4 continuava la sua azione infernale.

Accadde allora che alcuni prelati cattolici si decisero a prendere la parola e a protestare pubblicamente contro questa impresa di morte a cui occorreva porre fine. Nel corso dell’estate 1940, un numero crescente di sacerdoti e di religiose fecero pressione sui loro vescovi affinché reagissero apertamente. In un primo tempo i vescovi cattolici preferirono adottare gli stessi procedimenti confidenziali dei loro colleghi protestanti.

Il 1° agosto 1940, l’arcivescovo di Friburgo, Konrad Grober, autore di un’opera contro l’eutanasia pubblicata nel 1937, inviò una lettera di protesta al ministro degli Interni. Il 15 dicembre 1940, in risposta ad una lettera del vescovo di Berlino, von Preysing, deciso ad agire pubblicamente e con forza, il papa Pio XII condannò fermamente l’eutanasia e invitò i vescovi tedeschi a reagire. Ma costoro tuttavia esitavano a fare delle dichiarazioni esplicite anche per l’opposizione del presidente della Conferenza episcopale, l’arcivescovo e cardinale di Breslan, Adolf Bertram. L’11 agosto 1940, costui aveva indirizzato una lettera confidenziale alla Cancelleria per ricordare la condanna dell’eutanasia da parte della Chiesa cattolica. Ma si rifiutò di avere un confronto diretto con il regime, preoccupato di preservare i beni della Chiesa, di cui si doveva prender cura. Contemporaneamente l’uccisione dei malati «incurabili» era divenuta di pubblica notorietà.

Confortato dalla lettera di sostegno del papa, il vescovo di Berlino, von Preysing, si decise a prendere la parola. In un discorso del 9 maggio 1941, criticò apertamente le «morti per eutanasia». Il 12 luglio 1941, dopo lunghe tergiversazioni, la Conferenza episcopale inviò al governo un testo in cui si pronunciava apertamente contro l’eutanasia in termini molto generali.  Gli attacchi più forti vennero finalmente dalla Westfalia con il sermone del vescovo di Münster, Clement August von Galen. Costui non era fondamentalmente ostile al regime. Grande aristocratico, patriota convinto ed ex combattente, riteneva che l’ideologia nazista avesse degli eccessi che occorreva combattere. Con dei termini a volte molto bruschi, il 13 luglio 1941, condannò le brutalità della Gestapo. Il 20 chiamò i cristiani alla fermezza di fronte alle pratiche del regime. Poi, il 3 agosto, nel suo discorso diventato il più celebre, denunciò con forza l’assassinio dei malati mentali. Ricordò di aver fatto causa davanti ai tribunali contro i crimini commessi nella sua diocesi, facendo riferimento all’articolo 139 del codice penale che stabiliva che «colui che è a conoscenza reale di un progetto di un assassinio e omette di farne denuncia, sia alle autorità, sia alla persona minacciata, nei tempi dovuti, sarà punito». Poiché questa denuncia non ebbe alcun seguito giudiziario, egli chiamò i cristiani alla resistenza. «Con coloro che vogliono continuare a provocare la giustizia divina, che rubano e cacciano i nostri religiosi e con coloro che uccidono degli uomini innocenti, fratelli e sorelle, noi dobbiamo evitare ogni contatto. Noi vogliamo sottrarci alla loro influenza al fine di non essere contaminati dai loro pensieri e dalle loro empie azioni ... ».

Tre preti di campagna furono uccisi per aver ripreso nelle loro parrocchie il discorso di von Galen.

In seguito altri vescovi denunceranno l’eutanasia, ma furono i sermoni del «Leone di Münster» che ebbero un maggior impatto sull’opinione pubblica e sul potere. Essi furono riprodotti e diffusi in tutti i paesi e in Europa. Anche uno degli eroi dell’aviazione tedesca, Werner Molders, fervente cattolico, che Hitler aveva decorato con la “Croce di ferro”, protestò contro l’eutanasia.

Ormai le operazioni T4 non erano più segrete. Anche il capo delle SS, Himmler, era favorevole alla sua interruzione anche perché gli ambienti militari esprimevano severe critiche. Il maresciallo Keithel intervenne mettendo in evidenza che tra i malati si trovavano dei soldati della guerra del 1914-1918.  Anche il partito nazista era diviso se arrestare o no von Galen. Mentre Bormann si pronuncia per l’eliminazione fisica del vescovo, Goebbels scrive sul suo giornale che qualunque cosa capiti al vescovo di Münster può provocare la perdita del consenso alla guerra di tutta la popolazione della Westfalia.

Da due mesi ormai la Germania aveva ingaggiato una formidabile battaglia contro l’Unione Sovietica e tutte le forze della nazione erano mobilitate. Hitler riteneva che non si poteva correre il rischio della divisione all’interno del paese.

Il 24 agosto 1941, una «fuga di notizie» dalla Cancelleria lasciò intendere che Aktion T4 contro i malati era stata fermata e che si attribuiva al Führer la responsabilità di questa interruzione. Sembra che Hitler interpretò questa decisione come una sconfitta personale. Nel suo animo nutriva un sentimento di rivincita: riprenderà il dossier una volta che la guerra sarà vinta per regolare i conti con le Chiese, che odiava ferocemente. Sapeva che, per il momento, il regime aveva bisogno del loro appoggio.

In meno di due anni Aktion T4 aveva fatto tra 70.000 e 100.000 vittime tra cui 5.000 bambini. Tuttavia il programma non fu completamente fermato: entrarono in funzione i campi di sterminio in Polonia, dove il personale del T4 venne trasferito.

Il personale T4 non viene disperso, l'esperienza accumulata è considerata preziosa, saranno trasferiti oltreconfine, a oriente, saranno tra i protagonisti di quella che gli artefici chiamano soluzione finale e le vittime olocausto. Senza l'esperienza dei centri di uccisione forse non sarebbero riusciti a immaginare dei campi di sterminio.

È tuttavia vero che, per la prima volta dal suo arrivo al potere, Hitler subiva uno scacco dal suo popolo che riteneva aver sottomesso.

Il 1° settembre 1941, nello stesso momento in cui cessavano le esecuzioni dei malati mentali, gli ebrei erano costretti a portare la stella gialla. Le prime esecuzioni di massa degli ebrei iniziavano in Polonia e in URSS.

Dal 1933, in generale, né le Chiese né la pubblica opinione avevano manifestato la loro opposizione alla persecuzione degli ebrei ad eccezione di qualche caso come quello del pastore Dietrich Bonhoeffer. É un fatto che la società tedesca ha tollerato l’aggressione degli ebrei ma non quelle dei malati mentali.

Ufficialmente T4 cessa. E abbiamo anche il bilancio, perché a Hartheim,

HartheimCastle.jpg

in uno dei centri di uccisione (nella foto), dove quasi tutto è stato bruciato ma qualcosa nella fretta è sfuggito, trovano questa lista della spesa, la trovano in un armadio.

È calcolato che fino al 10 settembre 1941 sono stati disinfettati 70.273 pazienti. [ ... ]

Calcolando un costo giornaliero di 3,50 Reichsmark, abbiano fatto risparmiare:

- 4.781.339,72 kg di pane;

- 19.754.325,27 kg di patate.

Poi marmellata, margarina, caffè d'orzo, zucchero, farina, carne e salsicce, burro, legumi, pasta, prosciutto crudo, verdure di campo, sale e spezie, ricotta, formaggio per un totale di 33.733.033,40 kg.

E inoltre 2.124.568 uova.

L'allontanamento, l'eliminazione di questi pazienti dai reparti si calcola faccia risparmiare spese ospedaliere per 88.543.980,00 Reichsmark all'anno.

L'allontanamento, l'eliminazione di questi pazienti dai reparti si calcola faccia risparmiare spese ospedaliere per 88.543.980,00 Reichsmark all'anno.

E ufficialmente T4 finisce e il suo bilancio definitivo è scritto lì: 70.273 persone, ma la verità è che durante Aktion T4 sono stati uccisi e passati per il camino circa trecentomila esseri umani classificati come «vite indegne di essere vissute».

70.273 persone è un consuntivo di bilancio.

Ma non é finita. Si chiudono i centri di uccisione più chiacchierati e gli altri vengono riconvertiti, alcune camere a gas continueranno a funzionare. Non per i ricoverati dei manicomi, ma per i prigionieri dei campi di concentramento più vicini.

Diventeranno sedi distaccate di lager.

Non ci sono rallentamenti nella produzione, ma ogni filiale va per conto suo e nessuno coordina più. Ogni medico diventa arbitro del suo reparto, ha potere di tenere in vita o di concedere morte pietosa. Quasi nessuno ormai lo trova strano, si sono abituati a uccidere o a far morire di fame i pazienti.

Nel 1942, un anno dopo la fine ufficiale di Aktion T4, a Berlino, presso il ministero dell'Interno, sono convocati urgentemente tutti i direttori degli ospedali psichiatrici bavaresi. I partecipanti sono vincolati al segreto di Stato. Hanno bisogno di accelerare i decessi, liberare posti negli ospedali e ridurre i costi di gestione, e anche finire il lavoro cominciato.

Perché c'è la guerra da mandare avanti, non possiamo sfamare certe bocche, sono nutzlose Esser, mangiatori inutili, mangiatori inutili.

Il dottor Valentin Faltlhauser, consulente di Aktion T4, è lui a imprimere una svolta al lavoro di molti ospedali, di molti medici e infermieri. È lui in quella riunione a decidere la sorte di tantissimi ricoverati nei tre anni successivi.

Faltlhauser prende la parola come direttore sanitario preoccupato di contenere i costi di ricovero dei suoi pazienti, e dice: «Nella nostro ospadale applichiamo una dieta assolutamente priva di grassi. La chiamo dieta E».

Questa è una dieta assolutamente priva di grassi. Diventa la dieta ufficiale per tutti i manicomi del Sud della Germania. Secondo il dottor Faltlhauser, in un tempo variabile da sei a dieci-dodici settimane i malati muoiono, muoiono per edema da fame. Funziona, la dieta E.

Per quelli con cui non funziona, si può ricorrere a iniezioni, psicofarmaci, barbiturici. In overdose, in maniera da sospendere le funzioni vitali del malato e fare in modo che poi egli muoia da solo, dimenticandosi di vivere.

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Nel 2006 è stata siglata alle Nazioni Unite la Convenzione internazionale dei diritti delle persone con disabilità, il cui scopo è: (articolo I)

promuovere, proteggere e garantire il pieno e uguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, e promuovere il rispetto per la loro intrinseca dignità.

Nessuno - recita l'articolo 15 - può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. In particolare, nessuno può essere sottoposto, senza il proprio libero consenso, a sperimentazioni mediche o scientifiche.

Bibliografia:

Jacques Semelin, Sans armes face à Hitler, Petit Bibliothèque Payot 1998

Marco Paolini, Ausmerzen, Einaudi 2012

_______________________________________________

Su “AKTION T4”, l’ANFASS (Associazione Famiglie di Disabili Intellettivi e Relazionali) di Modena ha curato una mostra dal titolo “Ricordiamo. Perché non accada mai più, vedere la presentazione in :

http://video.repubblica.it/edizione/bologna/giornata-memoria-modena-ricorda-lo-sterminio-dei-disabili/117494/115956?ref=search

La mostra è in Biblioteca a Lissone in occasione del "Giorno della Memoria" 2014

Lissone Memoria 2014 logoMostra AKTION T4

pieghevole mostra Aktion T4

È un percorso rivolto a tutti e in particolare ai più giovani, agli studenti, alle scuole. Un modo per onorare la memoria di quelle vittime innocenti e destare domande e riflessioni.

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I cappellani militari internati in Germania

16 Décembre 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Furono circa 400 i cappellani che subirono la medesima sorte dei militari che assistevano religiosamente: una sessantina di loro fu rilasciata nei primi giorni dopo la cattura, 339 invece furono internati nei lager: successivamente anche a loro fu proposta l'adesione alla RSI, ma la maggior parte rifiutò e rientrò in Italia solo dopo la fine del conflitto.

Il dramma della deportazione degli "internati militari" è stato a lungo misconosciuto e la loro testimonianza non è stata adeguatamente valorizzata nel contesto della Resistenza. Eppure essi appartengono pienamente alla vicenda resistenziale, perché - come risulta dai loro diari o dalle loro memorie autobiografiche - anche ad essi fu chiesto di fare una scelta a favore o contro il nazifascismo, la scelta di ritornare subito liberi o di restare reclusi e sfruttati nei lager. Anzi, su circa 25 milioni di prigionieri del Reich, gli italiani furono gli unici a cui fu offerta la possibilità del rimpatrio. Ma, in grande maggioranza (80-85%) scelsero di rimanere prigionieri, nonostante avessero già sperimentato le condizioni di disagio, di vessazione, di violenza tipiche dei lager. Il loro è stato un consapevole No alla guerra e al fascismo che la guerra l'aveva voluta e voleva ancora continuarla: ha impedito alla RSI sia di acquisire credibilità di fronte ai tedeschi e alla popolazione italiana sia di sconfiggere sul nascere la Resistenza armata in Italia. Il loro No ha rappresentato il distacco definitivo di una generazione dal fascismo, anticipando il fenomeno di massa della renitenza dei diciottenni chiamati alla leva della RSI. Infine gli "internati militari" hanno scritto una pagina alta della Resistenza per la dignità e la forza con cui hanno vissuto l'esperienza del lager a fronte di quotidiane privazioni, umiliazioni, violenze; anche i diari che alcuni di loro scrissero con costanza e con fatica per conservare memoria precisa della vita nei lager costituiscono un atto di resistenza di particolare valore.

Accanto ai soldati catturati dai tedeschi rimasero anche molti cappellani militari: preferirono, anche quando fu offerta loro la possibilità di mettersi in salvo, condividere la sorte dei propri reparti. Don Olindo Pezzin, al generale tedesco che gli dava la possibilità di andarsene: rispose: "Con che coscienza lascio i miei soldati? Sono tre anni che viviamo insieme". E don Giuseppe Carrara, che aveva avuto l'offerta da un ufficiale della Marina di scappare con lui in aereo, declinò l'invito: "Sono qui per assistere i soldati, non per fuggire". Furono circa 400 i cappellani che subirono la medesima sorte dei militari che assistevano religiosamente: una sessantina di loro fu rilasciata nei primi giorni dopo la cattura, 339 invece - secondo lo storico Maurilio Guasco - furono internati nei lager: successivamente anche a loro fu proposta l'adesione alla RSI, ma "la maggior parte rifiutò e rientrò in Italia solo dopo la fine del conflitto". Tra di loro padre Onorino Marcolini, dell'Oratorio della Pace di Brescia, ingegnere, cappellano degli Alpini; lo scrittore Mario Rigoni Stern, suo compagno di prigionia, ha ricordato che l'8 settembre, catturati dai tedeschi a Colle Isarco, incolonnati a piedi verso Innsbruck, padre Marcolini camminava con i suoi soldati, "l'unico ufficiale"; Rigoni Stern gli confidò che era determinato a tentare la fuga:

Padre Marcolini incominciò a parlarmi sottovoce, in dialetto, come si fa per calmare un bambino irritato. 'Non andare' mi diceva. 'E i tuoi compagni? E le reclute che sono qui con noi? Non puoi abbandonarle anche tu ... Vedi, anch'io ho scelto questa sorte perché loro hanno bisogno di me ... Non dobbiamo lasciarli'.

Condivise la sorte dei suoi soldati ogni giorno, rinunciando ai gradi di ufficiale, rifiutando ogni agevolazione, difendendo i diritti degli altri, assistendo gli ammalati, dando pietosa sepoltura ai morti, cercando di convincere i compagni che, "malgrado tutto, dobbiamo sentirci più liberi di quei soldati che ci puntano le armi contro".

 

Bibliografia:

 

Ercole Ongaro, Resistenza nonviolenta 1943-1945, I Libri di Emil Editore

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10 giugno 1940

9 Décembre 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Nel racconto di Enzo Biagi:

«Nel giugno del 1940 io non avevo ancora vent'anni, ed ero «praticante» al Resto del Carlino e matricola all'Università. Stavo in cronaca. e mi mandarono in piazza: dovevo raccontare come la gente avrebbe accolto l'annuncio. Lui, il Duce, doveva parlare.

Ricordo che era un pomeriggio molto caldo; d'estate Bologna arde, non scende un filo di vento dalle colline, e non ti salva l'ombra dei portici. Ho in mente i cortei che arrivavano da fuori porta; gli operai portavano cartelli col nome delle fabbriche - Ducati, Sabiem, Calzoni - qualcuno spingeva la bicicletta. I giovani erano in divisa, le ragazze in camicetta bianca ridevano. C'erano anche le massaie rurali, venute dalle vicine campagne.

Nei cinegiornali, si proiettavano già scene delle avanzate tedesche: la guerra-lampo annientava le inesperte divisioni polacche. Si vedevano campi di prigionieri, uomini seduti per terra con le nuche rasate, abbandonati allo sconforto. Le colonne motorizzate della Wehrmacht sollevavano nuvole di polvere nell'immensa pianura. I fotografi della propaganda Kompanie ritraevano volti di vecchi sconsolati, una bambina stava seduta, sola, sulle macerie, e teneva tra le mani un gabbia con un uccellino.

L'esercito tedesco aveva già invaso Belgio e l'Olanda, e marciava verso Parigi.

C'era già l'oscuramento, suonavano le sirene e si facevano le prove degli allarmi, le cantine venivano trasformate con qualche palo di legno, qualche panchina, e qualche secchio di sabbia in rifugio.

Avevano distribuite le carte annonarie, le «tessere» e tutto era razionato: tanti «punti» per le stoffe e per le scarpe. Spariti praticamente il caffè, ci si adattava al «Karkadè», scarseggiava il carbone, e si facevano seccare palle carte. Ma c’era chi accaparra: chi imbosca scatole di tonno e salami, lana e cuoio, tutto serve, e tutto diventerà prezioso. Diceva mio padre, promosso capofabbrica: «Se uno compera un quintale di pepe diventa milionario». È l’inizio del mercato nero.

Sparivano le calze di seta, e si imponeva la gonna pantalone; si leggevano i romanzi ungheresi e quelli di Cronin, Ameiricana di Vittorini ci fece conoscere un mondo sconosciuto. Le auto circolavano a metano e anche a carbonella. Era proibito ballare, ma si organizzavano festicciole in famiglia: ognuno contribuiva, con una avara torta o con bottiglia di vermut.

Verso le sei di quel lunedì, Mussolini parlò. Gridò: «Vinceremo!». Ci furono urli e applausi, ma vicino al bollettino di Diaz, che celebrava una ormai lontana vittoria, una donna vestita di nero piangeva. Più tardi venimmo convocati al GUF, Gruppo Universitari Fascisti, e il segretario ci comunicò che dovevamo considerarci volontari. Molti non tornarono».

il popolo d italia giornale«Nel breve giro di un'ora Piazza Venezia ha ripreso l'aspetto di quelle meravigliose, indimenticabili adunate, tutta colma d'una moltitudine acclamante, tutta balenante di vessilli e risuonante di grida guerriere, di squilli, di canti e di un'altissima appassionata invocazione Duce! Duce! Duce!... Ed ecco, alle 18 precise. Egli si affaccia sul balcone di Palazzo Venezia. Il Duce appare in divisa fascista, il braccio proteso nel saluto romano, il busto eretto, il volto sereno come una scultorea figura cesarea. La passione del popolo l'investe e l'avvolge in un alone di trionfo. Le grida, e acclamazioni, i canti, gli squilli, si fondono in un clamore tonante. La selva delle bandiere si solleva come una fiamma verso il cielo. È un attimo di una solennità incomparabile, è l'attimo atteso delle supreme decisioni, l'attimo che sta per segnare l'inizio di una nuova storia ... il Segretario del Partito, Capoferri, ordina il saluto al Duce, accolto da un formidabile «A Noi». Poi la parola del Duce scende lenta, martellante, incisiva ... Si canta, si grida si agitano bandiere e cartelli. Ancora una volta Mussolini ha pronunziato, la «parola paurosa e fascinatrice: guerra».

Da Il Popolo d’Italia (giornale fondato da Mussolini) dell'11 giugno 1940.

 

Bibliografia:

 

Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale - Parlano i protagonisti, Rizzoli, 1990

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Com'era il confino a Ventotene

15 Novembre 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Isole PontineCi sono luoghi cui la natura, la volontà degli uomini e la storia affidano un particolare destino, quello di essere luoghi di esilio, le piccole isole ne sono un esempio peculiare. L’isola di Ventotene, anche per le sue ridotte dimensioni, non si è sottratta a tale sorte e da sempre luogo ideale di segregazione, fu individuata, durante il periodo fascista, come colonia di confino politico.

Il regime fascista per non arrecare pericolo allo Stato, inviò sull’isola, per 13 anni donne e uomini coraggiosi, allontanandoli dalle loro attività e dai loro affetti per fiaccarli, svilirli e umiliarli nella loro dignità, li riunì coattivamente in una sorta di pollaio, ma inconsapevolmente, trasformò l’isola in un’occasione speciale e irripetibile per la storia futura del nostro paese, perché è proprio a Ventotene che si forgiò la classe politica della futura Repubblica. L’isola da luogo di umiliazione, si trasformò in luogo di testimonianza e di riscatto per tutti coloro che opponendosi alla violenza e alla sopraffazione decisero di non mollare e difendere con dignità le proprie idee.

Il confino politico era regolato da alcuni articoli delle leggi speciali del 1926, leggi che avevano abolito i partiti e i loro giornali, i sindacati e le associazioni antifasciste. Con queste leggi fu anche istituito il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato e la Commissione Provinciale che assegnava al confino.

Lo scopo del confino era quello di allontanare gli individui ritenuti pericolosi per lo Stato ma anche per l’ordine e la sicurezza pubblica, così finirono al confino anche gli omosessuali, (soprattutto alle Tremiti) e i religiosi di fede diversa, testimoni di Geova, evangelisti.

Per finire al confino bastava veramente poco, come si evince dalle oltre 12000 ordinanze emesse dalle Commissioni Provinciali: partecipare al funerale di un amico comunista, deporre fiori sulla tomba di un antifascista, ironizzare o raccontare barzellette sul fascismo o sulla figura del duce, diffondere notizie ascoltate da una radio straniera, leggere libri ritenuti sovversivi, cantare inni considerati rivoluzionari, anche in abitazioni private. Festeggiare il primo maggio era poi considerata un oltraggio per il regime fascista.

Diversamente dal vecchio domicilio coatto, il confino non era una condanna stabilita dal potere giudiziario, ma una misura preventiva volta a liberarsi degli oppositori politici senza ricorrere ad un processo e soprattutto senza l’esibizione delle prove.

La durata del confino era variabile da uno a cinque anni ma spesso allo scadere del periodo assegnato si utilizzava il meccanismo del rinnovamento perché il confinato non aveva dato segni di ravvedimento e costituiva dunque ancora pericolo per lo Stato.

Per attuare le misure di repressione contro l’opposizione antifascista, il regime si dotò di una nuova forza, una polizia segreta appositamente istituita, l’OVRA, mentre la milizia fascista, M.V.S.N., fu individuata come forza d’ordine nelle colonie confinarie.

La storia della colonia di confino politico di Ventotene inizia nel 1930, quando per ragioni di sicurezza il Ministero degli Interni (Divisione Affari Generali e Riservati) decise di chiudere la colonia di Lipari, anche in seguito alla clamorosa fuga di Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Fausto Nitti, e individuò nell’isola di Ventotene il luogo che meglio rispondesse, date le ridotte dimensioni e la scarsa accessibilità delle coste, alle ragioni di sicurezza, il più adatto ad “ospitare” i confinati ritenuti più pericolosi ed irriducibili, comunisti ed anarchici . La colonia divenne veramente importante, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, per i nomi dei suoi confinati, solo a partire dal 1939, quando fu ridimensionata la colonia di Ponza. Da quella data il capo della polizia, Arturo Bocchini, progetta per l’isola la nascita di una vera e propria colonia confinaria dove concentrare i più pericolosi avversari del regime.

Fu costruita a tale scopo una cittadella confinaria, con un’imponente caserma per gli agenti di PS, 12 padiglioni, uno destinato alle donne, uno ai tubercolotici e un’infermeria e fu trasferito sull’isola un intero reparto di milizia volontaria. Tra agenti, militi e carabinieri erano più di 350 ed assolvevano ad un efficiente controllo lungo le coste e per mare. Su circa 800 confinati presenti sull’isola la metà era costituita da comunisti, seguivano poi in ordine di grandezza gli anarchici e i socialisti, il gruppo di Giustizia e Libertà e i Federalisti di Altiero Spinelli. Erano presenti anche gli stranieri, i nuovi sudditi dissidenti dell’impero mussoliniano: albanesi, jugoslavi, dalmati, montenegrini, croati, sloveni.

Antifascisti verso il confinoIl confinato arrivava sull’isola, dopo un lungo ed estenuante viaggio con sosta nelle celle di transito sporche ed infestate di insetti, caricato con i ferri ai polsi e legato a catena con gli altri sul piccolo postale che collegava l’isola al continente, era condotto nei locali della Direzione della colonia e sottoposto ad un accurato controllo, era privato dei suoi documenti personali e fornito di una carta di permanenza, il famoso libretto rosso, nel quale erano segnate tutte le prescrizione alle quali doveva attenersi.

Il confinato poteva passeggiare in un percorso limitato, solo al centro del paese, senza superare il limite di confino che era segnalato da cartelli, da filo spinato o da garitte con guardie armate, poteva passeggiare solo con un altro confinato. Aveva l’obbligo di rispettare gli orari di uscita ed entrata nei cameroni e rispondere, due e in alcuni periodi, anche tre volte al giorno agli appelli; non poteva avere nessun rapporto con gli isolani, non poteva entrare nei locali pubblici se non per il brevissimo tempo dello scambio commerciale, non poteva partecipare a riunioni o intrattenimenti pubblici, non poteva parlare di politica, ascoltare la radio, non poteva avere carta da scrivere se non timbrata dalla direzione, poteva scrivere, con le persone autorizzate dalla direzione, una sola lettera a settimana, lunga 24 righe, ovviamente sottoposta a censura. Vi erano poi alcuni confinati speciali, che avevano come ulteriore umiliazione un milite che li seguiva a tre passi.

I confinati però negli anni seppero organizzarsi in una serie di imprese comunitarie: spacci, botteghe, mense, biblioteche, perfino un’orchestrina che si esibiva la domenica. A Ventotene, a differenza di quanto era avvenuto nelle altre isole di confino, le mense erano organizzate per appartenenza politica: vi erano 7 mense dei comunisti, componente più numerosa, con i nomi più importanti (Terracini, Secchia, Scoccimarro, Longo, Roveda, Curiel, Ravera …), 2 mense degli anarchici dove spiccava la figura quasi leggendaria di Paolo Schicchi; c’era Giovanni Domaschi, conosciuto in tutte le colonie confinarie per le sue rocambolesche fughe. Vi era poi la mensa dei giellisti dedicata ai fratelli Rosselli, con Ernesto Rossi, Bauer, Fancello, Calace, Dino Roberto. Vi era poi la mensa dei socialisti con a capo Sandro Pertini, due mense dei manciuriani, cioè di quei confinati isolati dalla componente politica perché ritenuti delatori al soldo della direzione politica e infine vi era la mensa dei federalisti europei con Altiero Spinelli, mensa che aggregava proprio per il consenso alle nuove idee contenute in quello che poi diverrà famoso come il Manifesto di Ventotene per un’Europa libera ed unita. C’era anche la mensa A degli ammalati, soprattutto tubercolotici, dove la generosità di alcuni confinati, tra i quali Di Vittorio, faceva arrivare il latte della loro stalla e i prodotti dei campi che coltivavano.

I confinati avevano a Ventotene una fornitissima biblioteca con volumi di storia, di economia, di filosofia di letteratura sia italiana che straniera, accanto alla biblioteca ufficiale vi era poi una biblioteca clandestina a cui potevano accedere solo in pochi.

Attorno alla biblioteca nacque in quegli anni un’intensa attività di studi, di riflessioni di preparazione, non a caso Ventotene è stata definita l’Università del confino, un autentico laboratorio culturale. Nelle stradine dell’isola, in una vera e propria organizzazione, i confinati studiavano, analizzavano, discutevano; si tenevano lezioni sistematiche e specialistiche di storia, di economia, di finanza, di statistica e perfino lezioni di tecniche militari impartite da alcuni ufficiali albanesi e dai combattenti di Spagna. Qualcuno ha poi raccontato che quelle lezioni furono fondamentali nella lotta partigiana.

Ognuno si specializzava nello studio dei testi, ma tutti si arricchivano e si formavano per lo scambio privilegiato con alcune personalità di altissimo spessore culturale e morale presenti allora sull’isola. Nella apparente immobilità della vita confinaria Pietro Grifone, scrisse la sua opera più importante Il capitale finanziario e nell’introduzione all’opera dedica una parte proprio a come si studiava al confino di Ventotene; anche Ernesto Rossi scrisse e soprattutto scrisse Altiero Spinelli il Manifesto di Ventotene .

Parallelamente all’efficiente sistema di sicurezza, di sorveglianza e di censura messo a punto dalla direzione della colonia negli anni, i confinati avevano altrettanto saputo organizzare un’ efficiente organizzazione per la ricezione e la trasmissione di documenti, da e per il continente, con la complicità di qualche familiare in visita o di qualche isolano, partivano messaggi clandestini celati negli oggetti più disparati. Per tutti quegli anni il collettivo del partito riuscì sempre ad essere collegato con il centro sia in Italia che all’estero, non a caso qualcuno argutamente ha definito il gruppo dei comunisti dell’isola, il governo di Ventotene, perché era proprio dall’isola che partivano le direttive più importanti.

Il 25 luglio cade il fascismo, i confinati si sentono liberi, ma il giorno dopo viene affondato, da quattro aerei siluranti inglesi, il piccolo postale che collegava l’isola al continente, e i confinati privi di mezzi rimasero bloccati sull’isola.

Il 28 luglio giunse nel piccolo porto dell’isola un ospite d’eccellenza Benito Mussolini che ironia della sorte, qualcuno aveva deciso di confinare a Ventotene, ma il direttore della colonia, Marcello Guida, per ragioni di sicurezza, considerata la presenza di quasi novecento confinati e della bene armata guarnigione tedesca, (che si occupava di un potente radar) decise di non accogliere. La corvetta si diresse allora verso la vicina Ponza.

Gli ultimi confinati partirono verso la fine di agosto, erano soprattutto anarchici e slavi che furono destinati ai campi di concentramento di Fraschette d’Alatri e Renicci d’Anghiari, gli altri si erano già uniti ai gruppi combattenti per la liberazione d’Italia.

L’8 settembre sull’isola sbarcano 45 paracadutisti americani e grazie alla collaborazione di un ex confinato, che era rimasto sull’isola dopo la partenza degli altri, i tedeschi consegnarono le armi e Ventotene divenne il primo comune della provincia di Latina ad essere liberato dagli alleati, di questo episodio si conosce la testimonianza di un inviato di guerra molto speciale, J. Steinbeck, che accompagnava i soldati in quella che fu chiamata Ventotene Mission; l’episodio è raccontato nel suo libro C’era una volta una guerra.

Siamo un popolo dalla memoria assai corta, che dimentica facilmente gli errori e i sacrifici compiuti dalle generazioni che ci hanno preceduto, così negli ultimi anni è accaduto che nell’immaginario collettivo la mistificatoria associazione confino-villeggiatura sia andata rafforzandosi e qualcuno ha utilizzato l’assonanza isola-villeggiatura per un revisionismo storico alterato e manipolato, rivalutando il regime fascista come benevolo e svilendo la repressione degli oppositori come fatto secondario. L’isola invece da luogo di umiliazione, si trasformò in luogo di testimonianza e di riscatto per tutti coloro che opponendosi alla violenza e alla sopraffazione decisero di non mollare e difendere con dignità le proprie idee.

 

articolo di Filomena Gargiulo

tratto dal sito dell’ANPI  http://www.anpi.it/a1045/

 

 

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correva l'anno 1923

6 Novembre 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Nell'aprile del 1923, a sei mesi dalla “marcia su Roma”, fu Giovanni Amendola a coniare l'aggettivo «totalitario» per definire il sistema fascista che, con la pratica di violenza e di demagogia, si stava impossessando del monopolio del potere e imponeva agli italiani la sua identificazione con la nazione e con lo Stato, perseguitando come nemico dell'Italia chiunque rifiutasse di sottomettersi al nuovo regime del partito fascista, e di associarsi al conformismo collettivo, rinunciando alla propria libertà e alla propria dignità.

 

Depretis fu presidente del Consiglio per 3.189 giorni, Crispi per 2.104, Giolitti per 3.837, A nessuno di loro, neppure al più ambizioso dei tre, come era Crispi, era mai passato per la mente di far coniare una moneta, di emettere un francobollo o di organizzare cerimonie di Stato per celebrare la loro chiamata alla guida del Governo come un evento storico. E non lo aveva fatto mai nessun primo ministro di uno Stato parlamentare europeo. Lo fece Mussolini, il più giovane fra i presidenti del Consiglio del Regno d'Italia, appena un anno dopo la «marcia su Roma».

L'idea gli venne pochi mesi dopo la sua nomina alla guida del Governo. Il 1° gennaio 1923 fece approvare dal Consiglio dei ministri, composto, oltre che da deputati fascisti, da rappresentanti del partito popolare, del partito liberale, del partito nazionalista e della democrazia sociale, la proposta di coniare una moneta col fascio littorio. Infine, il 21 ottobre 1923 sulla «Gazzetta Ufficiale» fu pubblicato il decreto col quale erano «istituite monete nazionali d'oro commemorative della Marcia fascista per l'instaurazione del Governo nazionale», nei tagli da lire 100·e lire 20, con l'effige del re da un lato, e dall'altro il fascio littorio «recante la scure completa a destra ornata di una testa di ariete».

Per commemorare «l'ascesa del Governo nazionale», il Consiglio dei ministri deliberò anche l'emissione di una serie speciale di francobolli recanti il simbolo del littorio. In tal modo, il simbolo del partito fascista era incorporato fra i simboli dello Stato e la data della «marcia su Roma» entrava nel calendario dei grandi eventi della nazione.

 Le iniziative per celebrare la «marcia su Roma» non si esaurirono con la moneta e il francobollo. Il 12 luglio, il Gran Consiglio del fascismo, il nuovo organo dirigente del partito fascista, nominò una commissione per «preparare il programma dei festeggiamenti che avranno la durata di tre giorni nell'anniversario della rivoluzione fascista». Il programma conferì alle celebrazioni il carattere ufficiale di una festa nazionale, con la partecipazione del re, del governo e delle autorità civili e militari. Fu inoltre disposto, per tutti i giorni delle celebrazioni dal 28 al 31 ottobre, l'imbandieramento dei pubblici uffici, delle caserme e degli edifici militari.

Anche la Chiesa fu coinvolta indirettamente nelle celebrazioni, che iniziarono la mattina del 28 ottobre 1923 in tutta Italia con messe da campo in suffragio dei «martiri fascisti». Le celebrazioni proseguirono con adunate fasciste a Milano, Bologna, Perugia e Roma, officiate dal duce, che in divisa di caporale della Milizia, rifece simbolicamente il percorso che un anno prima aveva condotto il fascismo al potere. Nei suoi discorsi, Mussolini avvertì minacciosamente gli avversari a rendersi conto «che quello che è stato è stato, che non si torna più indietro, che siamo disposti a impegnare le più dure battaglie per difendere la nostra rivoluzione». E, rivolto ai fascisti agitanti fucili e moschetti, aggiunse: «la rivoluzione venne fatta coi bastoni ... ora la rivoluzione si difende e si consolida con le armi, coi vostri fucili».

Le celebrazioni culminarono a Roma la mattina del 31 ottobre, con una grandiosa sfilata delle «camicie nere», mentre cinquecento aerei volteggiavano nel cielo della capitale. Le celebrazioni si conclusero con un ricevimento a Palazzo Venezia, al quale parteciparono il re, il governo e le più alte cariche civili e militari, e rappresentanti diplomatici: tutti resero omaggio al duce del fascismo, che per l'occasione aveva sostituito l'uniforme di caporale della Milizia con quella di presidente del Consiglio.

La partecipazione popolare alle celebrazioni della «rivoluzione fascista» fu numerosa ed entusiasta, come scrissero i giornali fascisti e favorevoli al fascismo, mentre molti antifascisti liberali, democratici, socialisti e comunisti, ancora si illudevano sulla effimera durata del governo Mussolini.

 

Non condivideva questa illusione l'antifascista ventiduenne Piero Gobetti:

Piero Gobetticommentando sulla sua rivista «La Rivoluzione Liberale» le celebrazioni fasciste, constatò che Mussolini «ha spezzato tutte le resistenze, ha costretto tutti gli uomini a piegarsi, a rinunciare alla loro dignità. Ha ridotto alla schiavitù liberali, democratici, popolari .... Ma c'è un fatto che sta sopra tutti i fatti: il regime si consolida, trionfa di tutte le opposizioni, canzona tutti gli avversari». Gobetti era convinto che la dittatura fascista sarebbe durata a lungo, circondata dal conformismo collettivo degli italiani.

 

Analogo fu il giudizio del deputato socialista Giacomo Matteotti,

Giacomo Matteottiche alla fine del 1923 pubblicò un opuscolo intitolato Un anno di dominazione fascista, documentando la realtà di uno «Stato asservito al partito», dove i fascisti godevano di una «seconda e più importante cittadinanza italiana, senza la quale non si godono i diritti civili e le libertà del voto, del domicilio, della circolazione, della riunione, del lavoro, della parola e dello stesso pensiero».

 

Ma il commento più perspicace sulle celebrazioni della «marcia su Roma» lo fece l'antifascista liberale Giovanni Amendola:

Giovanni Amendola«la caratteristica saliente del moto fascista - scrisse il 2 novembre – rimarrà, per coloro che lo studieranno in futuro, lo "spirito totalitario"; il quale non consente all'avvenire di avere albe che non saranno salutate col gesto romano, come non consente al presente di nutrire anime che non siano piegate nella confessione "credo". Questa singolare "guerra di religione" che da oltre un anno imperversa in Italia non vi offre una fede (che a voler chiamar fede quella nell'Italia possiamo rispondere che noi l'avevamo già da tempo quando molti dei suoi attuali banditori non l'avevano scoperta!) ma in compenso vi nega il diritto di avere una coscienza -la vostra e non l'altrui - e vi preclude con una plumbea ipoteca l'avvenire».

 

Era stato Amendola a coniare nell'aprile del 1923 l'aggettivo «totalitario» per definire il sistema fascista di conquistare con la violenza il controllo delle amministrazioni comunali. Ora, parlando di «spirito totalitario», egli attribuiva un nuovo e più importante significato all'aggettivo, per definire la pratica di violenza e di demagogia, con la quale il fascismo si stava impossessando del monopolio del potere e imponeva agli italiani la sua identificazione con la nazione e con lo Stato, come dimostravano le celebrazioni della «marcia su Roma», perseguitando come nemico dell'Italia chiunque rifiutasse di convertirsi alla religione fascista, di sottomettersi al nuovo regime del partito fascista, e di associarsi al conformismo collettivo, rinunciando alla propria libertà e alla propria dignità.

 

Giovanni Amendola, fondatore dei gruppi della sinistra liberale, esiliato, morirà a Cannes nell'aprile 1926 non essendosi più ripreso dalle percosse ricevute durante delle aggressioni fasciste; Piero Gobetti, fondatore della rivista "Rivoluzione liberale", perseguitato e colpito più volte da squadre fasciste, morirà a Parigi il 6 febbraio 1926; Giacomo Matteotti, dopo il memorabile discorso alla Camera contro le violenze fasciste nel corso delle elezioni del 1924, fu rapito e assassinato il 10 giugno 1924 da cinque squa­dristi. 

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Caduti lissonesi nella "Grande Guerra"

24 Octobre 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #I guerra mondiale

Caduti lissonesi nella GUERRA 1915-1918

AGOSTONI GUGLIELMO

CASTOLDI GUIDO

FOSSATI FLAVIO

ALIPRANDI PIETRO

CASTOLDI MARIO

FOSSATI GIOVANNI

AROSIO ADOLFO

CAVINA ANTONIO

FUMAGALLI ORESTE

AROSIO AMBROGIO

CERIZZI FELlCE

FUSI ACHILLE

AROSIO ANGELO

CERIZZI GIUSEPPE

GALBIATI GIUSEPPE

AROSIO ANGELO

CHIUSI ANTONIO

GALBIATI ORESTE

AROSIO ANTONIO

COLLA ANGELO

GALIMBERTI ANGELO

AROSIO FERMO

COLOMBO ALFREDO

GAUMBERTI GIOVANNI

AROSIO GAETANO

COLOMBO MARCO

GALIMBERTI LUIGI

AROSIO GIOVANNI

COLOMBO ORESTE

GALIMBERTI PIETRO

AROSIO GIUSEPPE

COLZANI ANGELO

GATTI ALFREDO

AROSIO LUIGI

COLZANI LUIGI

GATTI ANGELO

AROSIO ORESTE

COLZANI MAURO RINALDO

GATTI ANTONIO

AROSIO PAOLO

COMI CARLO

GATTI GIOVANNI

AROSIO RODOLFO

CONFALONIERI DIAMANTE

GATTI PIETRO

AROSIO VITTORIO

CONSONNI FERDINANDO

GATTI RICCARDO

AROSIO VITTORIO

CONSONNI GIOSUE'

GAVAZZI GIUSEPPE

ASEGA ORESTE

CORINO MARIO

GELOSA CARLO

BAIONI GIULlO

DASSI ANGELO

GELOSA GIUSEPPE

BALLABIO MODESTO

DASSI CARLO

GIARDINI ANTONIO

BARZAGHI ANGELO

DASSI RODOLFO

GRANATA GIOVANNI

BEACHI LUIGI

DASSI SIRO

GRENATI GIOVANNI

BERETTA PASQUALE

DE CAPITANI ANGELO

LUCCHINI EMILIO

BORGONOVO STEFANO

DOSSI ERNESTO

MARlANI ALFONSO

BRIVIO GIOVANNI

DOSSI FRANCESCO

MARlANI ANDREA

BUGAm DOMENICO

DUBINI CARLO

MARIANI ANGELO

CASATI AMBROGIO

ERBA LUIGI

MARlANI ANGELO

CASATI ANTONIO SANTO

ERBA UMBERTO

MARlANI A TTIUO

CASATI CARLO

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:rvIARIA.~1 CARLO

CASATI CARLO

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MARIANI CARLO

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MARIANI DAVIDE

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MARIANI GIUSEPPE

MARIANI GIUSEPPE

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PANZERI ENRICO

SALA GIUSEPPE CARLO

 

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La Risiera di San Sabba a Trieste

23 Octobre 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Le immagini contenute nel documento sono state riprese in occasione di una recente visita.
 
Nella notte tra il 29 e il 30 aprile del 1945 si chiudeva il tragico capitolo del Polizeihaftlager (campo di detenzione di polizia) della Risiera, il suo disastroso bilancio di sofferenza e morte. Ventiquattr’ore prima, con il favore delle tenebre, si era dato alla fuga il potente Gauleiter della Carinzia, Commissario supremo (Oberste Kommissar) del Litorale Adriatico, Friedrich Rainer, seguito soltanto un giorno dopo dall'amico, Gruppenführer delle SS, Odilo Lotario Globločnik che, in Polonia, si era reso responsabile dello sterminio di circa due milioni e mezzo di ebrei e di oppositori politici, per lo più polacchi (Aktion Reinhard). La sera del 29, secondo un testimone, fu Joseph Oberhauser, mandato a Trieste alla Risiera dal campo di sterminio di Treblinka, a decidere di lasciare liberi gli «artigiani» del campo, forse trenta o quaranta persone in tutto, tra ebrei, non ebrei, italiani e iugoslavi. Il piccolo gruppo di donne legate in qualche modo agli aguzzini SS non sopravvisse e, a parte Federica Teich, addetta alla farmacia e all'amministrazione, che si suicidò l'ultimo giorno, è rimasto non identificato .
 
Nel corso della stessa notte, le SS fecero saltare il forno crematorio che secondo alcune testimonianze era entrato in funzione già nel febbraio-marzo del 1944. In seguito, dopo la liberazione, tra le macerie e la cenere del forno vennero ritrovate ossa e indumenti umani.
 
 
Storia di un’ex Pilatura di riso
 
Risiera.JPGLa Prima Pilatura Triestina di riso raggiunge, a sedici mesi dallo scoppio della prima guerra mondiale un capitale azionario di sei milioni di corone austriache. E proprio nel 1913 viene completato a San Sabba il complesso degli edifici, sede del nuovo stabilimento. È il ventesimo anno di vita dell'industria e la gestione chiude con un deficit di 399.698 corone. La concorrenza sta all'erta, la gestione del complesso diventa sempre più gravosa. Una rozza pianificazione prevedeva la pilatura di un milione di quintali di risone all'anno - mercato principale la Boemia. Si raggiungono invece i cinquecentomila quintali: è l'inizio della fine.
 
Gli edifici a più piani erano adibiti alla lavorazione del prodotto e magazzinaggio. Ad un grande essiccatoio era collegata una ciminiera alta circa quaranta metri. La ciminiera aveva eruttato un acre fumo di carbone a tutto il 1924. L'agonia continuò per alcuni anni sotto l'amministrazione italiana e procedeva di pari passo con il decadimento dell'Emporio.
 
Questa Pilatura di riso era uno squallido complesso di edifici color mattone sporco, situato in una delle zone più anonime e tetre negli immediati dintorni di Trieste, accanto al macello comunale, a circa cinque chilometri dal centro. Sorge in una vasta depressione a poche centinaia di metri dal mare, e sul suo lato sinistro scorre un torrentaccio, oggi coperto, chiamato pomposamente Rio Primario. Esso sfocia quasi subito nel mare del cosiddetto Vallone di Muggia. La zona è sovrastata a nord-ovest da un borgo, il vecchio villaggio sloveno di Servola.
 
Durante quasi vent’anni, dal 1929 al 1943, lo squallido stabilimento abbandonato della Pilatura vide crescere e ampliarsi il rione operaio di San Sabba. Inoltre, entro il perimetro della Pilatura, venne allestito un campo di transito per cavalli e cavalleggeri di un reggimento sabaudo, il Novara cavalleria. L’essiccatoio venne in un primo tempo trasformato in una specie di cucina da campo, gli edifici più alti in un ospizio di fortuna. Nelle vicinanze erano sorti i nuovi impianti della raffineria della società Aquila, un tentativo di insediamento industriale nella zona triestina operato dal fascismo.
 
Quest'area dell'estrema periferia della città di Trieste, divenuta poi luogo di pena, era cosi ben protetta da occhi indiscreti, cosi nascosta, così incredibilmente segreta che pochi vecchi triestini la conoscevano. Era probabilmente ignoto anche a James Joyce che, ispirandosi a San Sabba, aveva scritto una delle poesie più belle: I canottieri di San Sabba, tradotta poi da Eugenio Montale.
 
 
Strutture e metodi della Risiera
 
Quando nel settembre del 1943 i tedeschi occuparono l'ex Ôsterreichisches Küstenland, lo ribattezzarono Adriatisches Küstenland. Poi, nell'ottobre del 1943 - fra il 16 e il 29 ,sbarcarono a Trieste i primi novantadue «specialisti» dell'Einsatzkommando Reinhard. Era uno dei gruppo di pronto intervento, composto da personale altamente specializzato addetto a compiti particolari. Esso nulla aveva a che fare con le Waffen-SS, cioè con le unità da combattimento SS: i compiti erano essenzialmente politici, e militari soltanto nelle circostanze e nella misura in cui diremo. Inoltre il Kommando Reinhard non aveva alcuna dipendenza dai comandi della Wehrmacht, perlomeno su un piano gerarchico. Mentre in più casi, specialmente sul Carso e in Istria, collaborò ad alcune azioni di carattere militare nel senso antipartigiano, partecipando però anche a razzie, devastazioni, incendi e cattura di civili.
 
Certamente fu rilevante il fatto che a capo di tutta l'organizzazione di polizia e antiguerriglia fosse stato posto il triestino Globločnik già Brigadeführer SS nel distretto di Lublino, il quale era vissuto a Trieste fino al 1923 poi trasferitosi a Klagenfurt e che spesso era ritornato negli anni Trenta «in visita» nella sua città e in generale nel Veneto.
 
Operativamente era necessario trovare un punto di appoggio militare e tale base logistica, all'inizio Polizeilager e centro di partenza e di rifornimento per i capisaldi tedeschi in Istria, fu la ex Pilatura di riso di San Sabba. Si trattava di un comprensorio vasto circa settemila metri quadrati con altri quattromila metri quadrati aggiunti a sud, verso il mare, dove, fra l'ottobre e il dicembre 1943, venne stabilita la base operativa di questo gruppo di specialisti. Il comando venne assunto dal Kriminalkommissär, Christian Wirth. Fu Wirth a definire la Risiera di San Sabba Polizeilager, probabilmente perché la sua mentalità di poliziotto non gli faceva balenare subito l'idea che questo centro militare potesse e «dovesse» trasformarsi rapidamente in un campo di concentramento, di transito e, dall’inizio del 1944 in un Vernichtungslager, un luogo di sterminio sistematico di una parte dei prigionieri catturati a Fiume, a Trieste, nel Friuli, nel Veneto, sul Carso e in Istria.
 
Le notizie che riguardano la struttura e la vita quotidiana della Risiera sono frammentarie; è difficile riuscire a tracciare una ricostruzione articolata della sua vita quotidiana perché il campo si trasformò rapidamente in caserma per le SS provenienti dalla Polonia, ma non per tutte, per gli ucraini e i ruteni che avevano seguito l'Einsatzkommando Reinhard (e alcuni di loro avevano con sé le proprie donne); perché, per ordine di Globločnik, si dovette procedere all'addestramento militare di quello che impropriamente venne chiamato il battaglione David, un battaglione di camicie nere e di altre formazioni della Repubblica mussoliniana; perché il campo cominciò a venir impiegato come punto di transito degli ebrei catturati dai sottufficiali . Suchomel e Hackenholt, prima nella zona di Fiume, poi nell'area del Friuli orientale; perché vi si costituì e organizzò un grande magazzino dei beni razziati; perché, infine, il problema della guerriglia stava diventando nel settore del Carso goriziano-triestino-fiumano uno scottante problema militare. Fu dunque la situazione obiettiva dell'occupatore tedesco a indurlo a creare un fortilizio militare nel perimetro urbano, anche se alla periferia - anzi, allora, all'estrema periferia - della città.
 
ingresso.JPGCarlo Schiffrer, storico e uno dei maggiori antifascisti di Trieste, scrisse sulla rivista «Trieste» (luglio-agosto 1961): «Gli occupatori adattarono la Risiera alle proprie necessità per farne uno strumento del cosiddetto “ordine nuovo” - e di quell'ordine essa oggi si può considerare simbolo. Essa divenne insieme caserma di occupazione e prigione, centro di srnistarnento degli infelici destinati alla deportazione e magazzino di beni saccheggiati, tribunale segreto e luogo di esecuzioni capitali. Già l'adattamento dei vecchi edifici alla nuova funzione è attuato con cura meticolosa e secondo un piano al quale non possiamo negare una sua logicità, anche se rivela l'inumanità di chi lo concepì. Subito presso l'entrata un primo cortile; a sinistra il corpo di guardia e l'abitazione del comandante; a destra gli alloggi per i sottufficiali SS germanici e ucraini e per le donne di questi ultimi. Di fronte all'entrata un edificio trasversale con o quanto si trova in una normale caserma, cioè camerate, cucina, spaccio, infermeria, uffici, armeria, depositi vari ecc. [ ... ] Il comando naturalmente è germanico ma la truppa comprende ucraini e italiani arruolati con la forza; il trattamento dei militari varia secondo la nazionalità; i peggio trattati sono proprio gli italiani ...»
 
Lo storico non era infatti al corrente che non proprio tutti questi “poveri italiani” del battaglione David e delle altre formazioni addestrate dai tedeschi erano stati arruolati con la forza; che inoltre gli ucraini a San Sabba non ebbero funzioni di secondo ordine; si trattava di persone perfettamente consapevoli della scelta fatta, i quali godevano della fiducia incondizionata dei germanici.
 
Ci sono notizie incomplete anche sui metodi di sorveglianza esterna del campo. In un primo tempo sarebbero stati incaricati della vigilanza i militi fascisti, poi i carabinieri, mentre dall'aprile 1944 la custodia sarebbe stata affidata alle SS italiane. Né il primo comandante del campo Wirth (che però aveva la più ampia qualifica di «ispettore»), né il secondo comandante, Allers (anch'egli «ispettore»), hanno mai abitato a San Sabba.
 
cortile.JPGLa descrizione del lager fatta dallo Schiffrer continua: «Un sottopassaggio a volta ricavato nel pianterreno porta a un secondo cortile, al quale hanno accesso soltanto gli elementi più fidati: gli italiani sono sospetti e poi potrebbero avere maggiori occasioni di disertare e di mimetizzarsi nella vicina città italiana, perciò di diffondere le notizie su che cosa succede in quel luogo di morte. In fondo al cortile c'è il magazzino-deposito dei beni razziati, soprattutto agli ebrei locali. Tutto il rimanente edificio di sinistra è destinato ai reietti; ci sono alcune ampie camerate che accolgono per periodi di solito brevi i vari elementi destinati alla deportazione; ci sono, al piano terreno, le celle d'isolamento per gli inquisiti, anguste, prive di finestre e di aria: le condizioni di vita vi sono terribili e tali da schiantare in breve le tempre più forti. Di fronte all'edificio delle prigioni, sulla destra di chi entra nel cortile, c'è il forno crematorio. Riflettiamo su questo solo particolare: prigione e forno crematorio, l'una di fronte all'altro; di modo che dalla prima non si poteva non vedere o non sentire ciò che accadeva nel secondo ...».
 
All'alloggio del comandante del campo, anzi per essere più precisi del capo-esecutivo del campo si accedeva attraverso una scala esterna assai scomoda e pericolosa. Ma all'alloggio del comandante - al pianterreno era stato sistemato il posto di guardia - era possibile accedere anche da un cancelletto che dà sulla via Rio Primario. L'arredamento del posto di guardia era composto da sei brande, un tavolo e da alcune sedie, mentre l'alloggio di Oberhauser era raccogliticcio, ma con qualche comodità.
 
Nell'edificio maggiore, quello posto trasversalmente ai muri perimetrali, alloggiavano alcune SS ucraine e, alla fine del 1943, una ventina di italiani provenienti da reparti della Milizia difesa territoriale, gente più sbandata che altro, la quale non era in grado di disporre della propria vita.
 
Le cucine avevano subito una trasformazione radicale. A capo dell'organizzazione erano state poste le donne ucraine, mentre la cucina per i prigionieri in un primo tempo era stata affidata a un'ebrea di Zagabria.
 
celle.JPGDalle 17 «piccole celle» - quelle cosiddette della morte (più la cella maggiore, la cella della morte per antonomasia situata a sinistra del pianterreno) si passava nella camera a gas mobile, o nel garage trasformato in camera a gas e poi nel forno crematorio, oppure ad una morte violenta, qualunque fosse stato il mezzo usato dai tedeschi o dagli ucraini, nel forno crematorio. All'inizio del 1944, infatti, il vecchio essiccatoio della Pilatura di riso era stato trasformato in crematorio.
 
In base ad alcune testimonianze di superstiti, tre erano i metodi di sterminio nella Risiera di San Sabba: il primo è l'uso del gas venefico (o in autofurgoni mobili, o nello stesso garage); il secondo la fucilazione; il terzo, probabilmente il più terribile, l'incatenamento del prigioniero che poi veniva trascinato a lungo per terra e alla fine era colpito più volte alla testa dalla mazza del Polizeimeister. I corpi inanimati o magari con ancora un filo di vita venivano gettati nel forno.
 
posizione-forno-crematorio.JPG forno-crematorio.JPGIl vecchio essiccatoio era stato trasformato in crematorio. Proprio lì era stato utilizzato un vano piuttosto ampio, chiamato convenzionalmente «garage». Da questo garage si passava nel crematorio attraverso una porta mascherata da un vecchio mobile. La camera a gas funzionava in modo rudimentale. Come vi veniva immesso il gas venefico? I tedeschi avevano fatto venire dalla Germania un furgone particolare. Attraverso grossi tubi di scarico il gas veniva immesso nel garage.
 
I corpi venivano bruciati sulla legna, legna che spesso veniva predisposta dagli stessi prigionieri sotto il controllo degli ucraini. Una grande quantità di legna di faggio era stata appunto accantonata già sin dall'estate del 1943 in un edificio basso in fondo al secondo cortile.
 
Il forno crematorio, il famoso garage e la ciminiera, sono stati fatti saltare in aria dai tedeschi la notte fra il 29 e il 30 aprile 1945, poco prima di lasciare il campo di San Sabba. È stato Joseph Oberhauser, il capo della manovalanza della Risiera, a provvedere a far sparire le tracce più evidenti delle apparecchiature di morte.
 
edificio-prigionieri.JPGCi si è chiesti spesso quanti prigionieri al giorno venivano uccisi; sarebbe stato cosi possibile dare una cifra attendibile sul numero delle vittime della Risiera di San Sabba. La risposta, anzi, le risposte che oggi possiamo proporre sono le seguenti: non siamo in grado di dire - se non con notevole approssimazione - quante persone furono uccise nel periodo che va dalla fine di ottobre 1943 al febbraio-marzo del 1944, quando il forno cominciò a funzionare. Si può affermare che, dal febbraio-marzo 1944, appunto perché il forno era in fase di collaudo, venivano cremate mediamente 30-40 persone alla volta. Ciò dipendeva anche dall'efficacia e dalla frequenza dei rastrellamenti compiuti sia dalla Wehrmacht, sia dall’Einsatzkommando Reinhard e dalle formazioni ad esso collegate. È invece universalmente riconosciuto che la data ufficiale dell'inizio dell'attività della (o delle) camera a gas mobile, del “garage”, e del crematorio risale al 4 aprile 1944 - anche se fonti diverse parlano del 17 o addirittura del 21 giugno. Possiamo così stabilire senza ombra di dubbio che il campo militare si è trasformato in campo sterminio con caratteristiche molto simili, pur se ridotto nella sua drammatica entità numerica, ai grandi campi di sterminio nazisti di Germania e di Polonia.
 
È probabile l'ipotesi secondo la quale la gassazione e la cremazione, o comunque l'uccisione e la cremazione dei cadaveri, avessero luogo di solito dalle due alle tre volte alla settimana. Il forno era stato attrezzato per cremare un massimo di cinquanta-sessanta cadaveri alla volta. Secondo le testimonianze degli abitanti in quella zona di San Sabba e di Servola (infatti dal versante orientale della collina di Servola si riesce a vedere il comprensorio del campo), la ciminiera eruttava un fumo giallognolo la sera, grosso modo dalle 21 alle 24, di solito nei giorni centrali della settimana. Alcuni testimoni oculari hanno detto che questo succedeva soltanto il martedì e il giovedì.
 
Il numero complessivo delle persone soppresse prima e durante il periodo di funzionamento del crematorio si avvicina ai 5000 prigionieri trucidati. Gli jugoslavi, che hanno in proposito una vasta documentazione, sono giunti anch'essi più o meno alla stessa cifra.
 
Gran parte dei libri-mastri dove gli uffici amministrativi di Oberhauser registravano il nome e cognome dei detenuti in transito è stata fatta sparire alla fine di aprile, così come quasi tutta la documentazione compromettente è stata bruciata nel crematorio il 28 aprile 1945.
 
Complessivamente, in circa diciotto mesi di esistenza, il campo di San Sabba avrebbe ospitato 25.000 persone. Almeno il 95% delle persone rinchiuse nel campo sono morte: o trucidate a San Sabba (circa il 25%), oppure nei campi dove venivano avviate, prima ad Auschwitz, poi, con l'approssimarsi dei sovietici essenzialmente a Dachau e a Buchenwald. Circa 1500 persone transitate da San Sabba sono riuscite a ritornare alle proprie case.
 
Parecchi sacchi di “cemento armato” venivano scaricati in mare a circa 150 metri di distanza dalla Risiera. Nei sacchi però non v'era cemento, ma resti umani.
 Bibliografia:
Ferruccio Folkel, La Risiera di San Sabba, BUR 2001
       
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20 ottobre 1944: Milano, quartiere di Gorla

17 Octobre 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Presso il comando generale della 15a Air Force, dal febbraio 1944 era presente un rapporto della R.A.F. britannica dove si informava che gli stabilimenti milanesi operanti nel settore meccanico-siderurgico erano in piena attività, probabilmente al servizio dell'industria bellica; questo portò alla decisione di effettuare sopra la città di Milano una pesante incursione che distruggesse tutti gli impianti produttivi. La data decisa era quella venerdi 20 ottobre 1944.
Il 20 ottobre 1944, Milano subì un feroce bombardamento da parte degli Alleati. Una bomba cadde sulla scuola elementare di Gorla.

 

Non dimenticare la scuola di Gorla
:
il bombardamento aereo del 1944 distrusse la locale scuola elementare uccidendone tutti gli alunni e gli insegnanti.

Milano, fu sottoposta a circa 60 bombardamenti da parte degli Alleati.
Questa la cronologia delle incursioni e i danni dei bombardamenti:
Anno 1940
15-16 giugno; 16-17 giugno; 13-14 agosto; 18-19 agosto; 24-25 agosto; 18-19 dicembre. I danni furono limitati.
24 ottobre 1942
Aree colpite: Ticinese, Magenta, Piazza Tricolore, Sempione, Venezia e Corso Buenos Aires, Garibaldi, zona Duomo.
Tra gli edifici: Cimitero Monumentale, Pio Istituto dei Rachitici, Stazione di Porta Vittoria, Libreria Hoepli, Teatro Carcano.
24-25 ottobre 1942
Danni lievi alla periferia
14-15 febbraio 1943
S. Maria del Carmine; S. Lorenzo Maggiore, Palazzo Reale, Pinacoteca Ambrosiana, Permanente, Galleria d'Arte Moderna, Umanitaria, Conservatorio, Ospedale Maggiore, Scalo Farini, Porta Romana, Porta Genova, deposito tram Via Messina. Zone più colpite: Corso Roma (Porta Romana), Ticinese, Monforte, Porta Vittoria, Arena, Loreto; aree nei pressi della Università Cattolica, del Duomo, della Stazione Centrale.
Milano-basilica-san-Lorenzo.jpg Duomo-Milano-danneggiato.jpg
7-8 agosto 1943
S. Maria del Carmine, S. Carlo al Lazzaretto, Tempio lsraelitico, Teatro Filodrammatici, Teatro Garibaldi, Circolo Filologico, Accademia Belle Arti di Brera, Triennale, Museo Poldi Pezzoli, Acquario Municipale, Museo di Storia Naturale, Galleria d'Arte Moderna, Ospedale Fatebenefratelli, Ferrovie Nord, Stazione Centrale, Scalo Farini, Porta Nuova. Zone più colpite: Porta Venezia, Porta Garibaldi, Sempione, Corso Magenta. Porta Ticinese.
12-13 agosto 1943
S. Maria del Carmine, Duomo e Galleria, S. Maria alla Porta, S. Maria alla Scala in S. Fedele, S. Maria delle Grazie, Palazzo Marino, Castello Sforzesco, Accademia Belle Arti di Brera, Triennale, Galleria d'Arte Moderna, Fiera Campionaria, Teatro Lirico, Cinema Odeon, Teatro Manzoni, Zone più colpite: Duomo, Venezia, Vittoria, Sempione, Garibaldi, Ticinese.
Milano-Piazza-Fontana-bombardamento.jpg 
14-15 agosto 1943
Duomo, S. Carlo, S. Maria delle Grazie, S. Pietro in Gessate, Biblioteca Ambrosiana, Palazzo Reale, Cinema Teatro dal Verme, Cinema Teatro Verdi, Basilica S. Ambrogio, Università Cattolica, Monumento ai Caduti, Castello Sforzesco.
15-16 agosto 1943
Ca' Granda, S. Pietro in Gessate, S. Maria Assunta in Certosa, S. Bernardino alle Ossa, S. Nazaro, S. Babila, S. Lorenzo Maggiore; Pio Istituto dei Rachitici, Teatro alla Scala, Cinema Teatro Odeon, Teatro Nuovo, Conservatorio, Museo Poldi Pezzoli, Biblioteca Ambrosiana, Palazzo della Provincia, Archivio di Stato, La Rinascente.
28 marzo 1944- 13 aprile 1945
L'area di Milano subì 45 bombardamenti, molti dei quali diurni, volti principalmente a interrompere le vie di comunicazione. Il più grave fu quello del 20 ottobre 1944: furono colpiti i quartieri di Gorla, Precotto e Turro, i morti furono 614.
 

Se sono scarse, sui giornali, le notizie dei bombardamenti, mancano del tutto servizi che spieghino alla popolazione cosa fare in caso di bombardamenti pesanti. La stampa su indicazione dell'apposito ministero, preferisce non affrontare l'argomento. Bisogna, contro ogni evidenza, che la gente sia convinta che tutto va, ancora, per il meglio. La “Domenica del Corriere” come l' “Illustrazione Italiana” non ospitano mai fotografie di macerie né tantomeno di cadaveri, ma soltanto immagini rassicuranti, di monumenti protetti da impalcature, muretti di mattoni e sacchi di sabbia.

Il tentativo di «minimizzare» acquista toni di inaudito cinismo nelle parole di alcuni commentatori. Su “Critica Fascista” del dicembre del 1942 Emilio Canevari scrive: «Quale danno è stato poi prodotto dai famosi bombardamenti? Lo ha detto Mussolini: sono state buttate a terra alcune centinaia di case e ciò favorirà il rinnovamento edilizio contro il cattivo gusto antico e nuovo e sono state uccise meno di duemila persone. È doloroso perché si tratta in genere di donne, vecchi e bambini. Ma dobbiamo anche ricordare che queste cifre valgono sì e no alle perdite per incidenti automobilistici di un anno nelle metropoli moderne. Ma se il timore bombardamenti riuscisse a frenare l'urbanesimo con tutte le sue piaghe, ciò sarebbe certo un beneficio. Finalmente i borghesi se ne andranno nei loro poderi e li cureranno maggiormente».

    
   
1944 gennaio Milano tabellone dati bombardamenti il tabellone della Repubblica Sociale Italiana posto davanti alla Stazione Centrale
 
Bibliografia:
A. Rastelli Bombe sulle città Mursia, 2000 
Mafai Miriam, Pane nero, Mondadori, 1987
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Silvio e Bruno Trentin: biografie di due protagonisti della Resistenza italiana

23 Août 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Voglio soltanto testimoniare che quel poco di valido e di utile che ho saputo produrre nel corso della mia lunga vita, lo debbo interamente al suo insegnamento e al suo esempio; alla sua radicale incapacità di separare l'etica della politica dalla propria morale quotidiana, pagando sempre di persona i propri convincimenti».  

Bruno Trentin parlando del padre Silvio

 

Ai primi di settembre 1943 Silvio Trentin torna dall'esilio con la moglie e i due figli maschi Giorgio e Bruno. Nato a S. Donà nel 1885, docente di diritto dal 1911, volontario nella prima guerra mondiale, deputato nel '19, grande giurista antifascista, in seguito all' emanazione del decreto legge del 24 dicembre del '25 che privava tutti gli impiegati dello Stato della loro libertà politica e intellettuale, si era dimesso dall'insegnamento con una nobilissima lettera di denuncia dell'incompatibilità dell'obbedienza alla legge fascista con il rispetto delle proprie idee. Soltanto altri due docenti in Italia compiono allora lo stesso gesto: Gaetano Salvemini e Francesco Saverio Nitti.

Nel febbraio del 1926 decide di espatriare in Francia. Lo accompagnano la moglie Beppa Nardari, trevigiana, e i due figli Giorgio e Franca, di otto anni e mezzo e sei. È stato per loro un viaggio di distacco doloroso - dalla patria, dagli affetti, per i due bambini dai giochi con gli amici, dalla lingua.

Trentin per sopravvivere si dedica per molti anni ai lavori più umili, di agricoltore e di operaio tipografo, ma continua a studiare, scrive molti trattati giuridici; è fra i promotori della concentrazione antifascista, fra i fonda tori con Carlo Rosselli del movimento Giustizia e libertà; ospita nella sua libreria di Tolosa le figure più note dell'antifascismo italiano ed europeo.

numero unico giornale Liberer et Federer 

Durante la guerra civile spagnola si reca più volte al fronte. E tra i più attivi organizzatori della resistenza francese fin dagli esordi nel '40. Fonda il movimento Libérer et fédérer. Dopo l'11 novembre 1942, allorché le truppe tedesche occupano l'intero territorio metropolitano francese, è costretto a passare in clandestinità.

Dopo quasi 18 anni di esilio, per Silvio Trentin, sua moglie, il figlio primogenito Giorgio, questo, del settembre '43, è stato indubbiamente un viaggio di ritorno. Un ritorno in patria. Un ritorno a casa. La casa del padre di Beppa, Francesco Nardari, in via Filippini, a Treviso.

Per Bruno era invece un viaggio di andata. In un paese sconosciuto. Un'andata che comportava l'abbandono di quella che considerava la sua patria - la Francia -, la sua città - Tolosa.

Bruno è nato dieci mesi dopo l'arrivo in Francia della famiglia, nel dicembre del '26. La sua nascita segna - cronologicamente e simbolicamente - l'inizio di una vita nuova per i coniugi Trentin. Bruno giunge in una famiglia con un passato a lui sconosciuto, che non gli appartiene. I fratelli possiedono il sentimento della nostalgia per un passato che continua ad esistere nella loro fantasia, nei loro ricordi. Hanno la consapevolezza, come possono averla dei bambini, del quando e del perché è avvenuto questo mutamento radicale della loro esistenza.

Bruno conosce solo le scomodità della vita d'esilio, l'incongruenza tra gli stenti patiti e la magnificenza degli antichi mobili veneziani che la madre era riuscita a portare con sé (ma di cui sarà presto costretta a disfarsi per avere di che vivere). Vive da bambino povero, ma figlio di un padre che percepisce come prestigioso, un padre di cui essere orgoglioso, un padre con una doppia vita, che di giorno lavora come operaio in una tipografia e la sera, nell'«altra sua esistenza» di militante antifascista, scrive trattati di diritto, riceve persone importanti che vengono da lontano, organizza l'attività clandestina che si svolge in Italia.

Bruno fa fatica anche a comprendere la lingua dei genitori.

In una lettera ad un amico di famiglia di S. Donà, del novembre del '28 - Bruno ha due anni - la madre scrive: «le prodezze di Bruno che comincia a parlare una dolce lingua misto di francese e d'italiano costituiscono la nostra sola distrazione». Bruno stesso parla divertito di questa lingua mista che si era costruito nel tempo, «uno swahili, [...] fatto di francese, di veneto, di un po' d'italiano». Vive con un certo disagio questa «alterità» rispetto ai genitori che sente quasi come stranieri, «non solo italiani - dice - ma veneti». Lui cresce sentendosi completamente francese. La mediazione avviene con i fratelli con i quali anche in casa parla esclusivamente in francese. Ha l'esigenza primaria di integrarsi con gli altri bambini, «il bisogno - dice - di essere riconosciuto dai miei simili ... liberandomi da tutte le tracce possibili della mia origine». Arriva a cambiarsi il nome, a farsi chiamare dagli amici non Bruno ma Jacques. Cresce con questo «sentimento di una vita divisa», con «la percezione di questa anomalia di cui ero molto anche compreso e fiero, nello stesso tempo l'avvertivo come il segno di un paese diverso, di una storia diversa che non mi apparteneva».

Con il padre ha un rapporto di identificazione e di conflitto. Era un uomo «intransigente, con un'altra faccia assolutamente contraddittoria, e cioè il gusto per lo scherzo gioioso, e quindi io ho vissuto nella storia della mia infanzia queste due facce, compreso il conflitto con la faccia austera e severa di un uomo [...] "tutto d'un pezzo" con il quale avevo un rapporto di timore e anche di rivolta, e dall'altra parte un uomo che esprimeva una capacità di comprendere gioiosamente la vita». Ma tutta la famiglia «era una famiglia piena di allegria e di rigore». D'altra parte il padre stesso, pur così severo ed esigente con lui, non poteva non riconoscersi nell'esuberanza ribelle di Bruno. Silvio, studente brillante, si era fatto cacciare dal Collegio Nardari da quello che sarebbe poi diventato suo suocero, il commendatore Francesco Nardari, per episodi piuttosto sconvenienti di mancanza di rispetto delle regole vigenti nel prestigioso convitto di via Filippini, frequentato dai figli della crème della borghesia veneta. Nel lessico familiare dei fratelli Trentin ricorre spesso il racconto delle «farse di famiglia», delle burle e dei travestimenti del padre, lui così austero e riservato con gli estranei (e anche in questo aspetto Bruno gli assomiglierà!).

Il padre si portava appresso Bruno, nei fine settimana, nelle festività, durante le vacanze scolastiche, in passeggiate in campagna di decine e decine di chilometri, per l'intera Gua­scogna, alla ricerca dei luoghi mitici dei moschettieri, di D'Artagnan, del Graal, dei catari, e questa passione Bruno la coltiverà sempre, per i miti, per i cavalieri solitari, per i templari, per gli antichi manieri. Ricorderà sempre con grande tenerezza questi lunghi «pellegrinaggi a due», questi momenti di intimità e complicità con il padre. Divenne un lettore appassionato di libri di avventura. In una lettera non datata ad un amico di famiglia di S. Donà, elenca i libri appena letti e ne «ordina» altri, la saga di Sandokan, ad esempio. «Fin da piccolo - ricorda la sorella Franca - ci dava preoccupazioni, perché era un ribelle permanente, pieno di progetti di riabili­tazione dei vinti della storia e aveva sempre delle iniziative spericolate». Quando scopre poi la storia degli indiani, si appassiona alla loro sorte, ne fa una bandiera della lotta contro l'ingiustizia e la sopraffazione, tanto da tenere frementi comizi casalinghi alla sorella - la sua protettrice! - contro Davy Crockett e Buffalo Bill. Dopo la guerra, quando va negli Stati Uniti d'America, ad Harvard, acquista sei incisioni di capi indiani e le appenderà in camera sua, prima qui a Treviso, e poi nelle sue abitazioni di Roma, dove resteranno appese, fino alla fine.

Ma spesso la sua esplosiva voglia di autonomia doveva essere contenuta, castigata. Ecco allora i frequenti tentativi di fuga: aveva una sua valigetta, ci metteva dentro qualche indumento, un libro, e scappava. E il fratello doveva poi andare alla sua ricerca per le colline intorno ad Auch. Nel '36 - a dieci anni - all'epoca del naufragio dell'esploratore Charcot, organizza una spedizione con una banda di amici per andare alla ricerca delle sue spoglie, preparando uno zaino in cui ripone tutte le scorte di latte condensato messe sotto chiave dalla madre che scopre in tempo il furto e si mette in allarme.

Partecipa con i fratelli alle attività scoutistiche, ma, da adolescente, capeggia delle bande quasi «con dei rischi delinquenziali». Il suo cruccio è sempre quello: il peso di questa «duplice identità», «di figlio di un militante, figlio di un uomo molto impegnato nella lotta politica di cui ero molto fiero; e poi l'identità di uno che voleva essere altro, che si sentiva un francese che cercava [...] di ricostruire una identità alternativa a quella di mio padre».

Nel '34 la famiglia si trasferisce a Tolosa dove con l'aiuto di familiari e amici può acquistare una libreria.

Silvio Trentin a Tolosa

A otto anni Bruno assiste ad una scena che colpisce molto la sua fantasia: gli scontri tra una manifestazione di sinistra contro i tentativi di putsch della destra e le guardie repubblicane a cavallo, la carica delle guardie, i dimostranti che fanno scivolare su delle biglie d'acciaio i cavalli che stramazzano a terra: «la prima mia immagine di come una battaglia politica potesse diventare un fatto drammatico». Non è più una storia d'invenzione, un'av­ventura di Sandokan, ma la percezione che le cose di cui si occupa suo padre possono rivestire aspetti emotivamente coinvolgenti, di alta tensione.

La guerra di Spagna è lo spartiacque, «il primo grande momento di presa di coscienza che ha attraversato le giovani generazioni di tutte le culture», un fenomeno di dimensioni internazionali. La libreria e la casa Trentin diventano il centro di smistamento, meta dei volontari che accorrono da vari paesi in soccorso dei repubblicani spagnoli, un va e vieni continuo di giovani dalle varie nazionalità e lingue. I tre ragazzi Trentin cedono spesso i loro letti in quei mesi, dormono su giacigli di fortuna. Bruno s'infiamma ai racconti rivoluzionari di questi giovani volontari. Alcuni di questi non torneranno indietro, muoiono al fronte, e Bruno ne prova un acuto dolore. Gli resta la «cattiva coscienza» per non aver partecipato a questa guerra, nonostante non fosse che un ragazzino. Dopo la sconfitta la libreria e la casa ridiventano luoghi di passaggio all'incontrario, molto più mesti. Arrivano, oltre ai volontari, gli spagnoli che fuggono da Franco, perfino ex ministri del governo repubblicano. Casa Trentin divenne allora una sorta d'ambasciata, dirà Lussu. Bruno si impegna molto nell'aiutare i suoi a soccorrere gli esuli spagnoli nei campi di concentramento vicino a Tolosa.

Proprio grazie alla guerra di Spagna matura la volontà di aderire alla stessa battaglia di suo padre: «si è precisato [...] questo bisogno di partecipare alla stessa avventura di mio padre e di essere invece su un altro fronte». C'è sempre questa esigenza di autonomia, di marcare la sua identità diversa. Legge Kropòtkin, un grande libertario russo, teorico dell'anarchia, anzi teorico di un comunismo libertario a base federalistica e solidaristica. Sfida il padre: «il primo confronto serio [...] è stato quando io ho palesato in modo molto ingenuo [...] le mie prime letture entusiaste per i teorici dell'anarchia, mi ricordo il primo fu un libro di Kropòtkin che io divorai [...] E lui cercò di aprire un dialogo manifestando molto rispetto. Io invece mi inalberai di fronte a quella che ritenevo un po' essere una sottovalutazione della mia scoperta».

Questo confronto-scontro con il padre - dove è lui a cercare lo scontro - «accelerò in me il bisogno di impegnarmi ma nello stesso tempo di impegnarmi appunto in un mondo diverso». Così nel '41, a 15 anni, costituisce un suo gruppo, il Gif (Gruppo insurrezionale francese), di tendenze anarchiche, con altri compagni del suo liceo. Producono anche un giornale clandestino - è il periodo della repubblica di Vichy e Bruno utilizza ritagliandola la carta intestata della libreria di suo padre: un segno di infantilismo incosciente, ma anche la riprova che si trattava innanzitutto di «tentativi di ribellione all'autorità paterna». Organizzano delle uscite di attacco alle nuove formazioni fasciste del '42, ai cagoulards. Una notte riempiono i muri della città - siamo ormai nell'autunno - di scritte antifasciste. Vengono arrestati. Un commissario feroce li sottopone a duri interrogatori conditi da bastonate. E sconvolto dalla durezza della prova e in cella è rincuorato da un anarchico spagnolo: «ricordo che una prima notte ho avuto proprio la tentazione, sia pure molto adolescenziale [...] del suicidio [...] Chi mi salvò fu un anarchico spagnolo [...] che aveva appena fatto un attentato [...] mi ha coperto di un affetto straordinario in quelle due notti che ho passato in guardina prima di essere trasferito alla prigione, coprendomi con una coperta fra un interrogatorio e l'altro».

Viene chiamata la madre che accorre con la figlia. Il padre è già nella clandestinità, nascosto nelle campagne nei pressi di Tolosa dove sta organizzando la resistenza. Lui si presenta alla madre ammanettato, fiero e coraggioso. La madre gli va incontro e gli dà uno schiaffo violento, sibilandogli, quasi con «un tono velenoso», una frase: «Se fai il nome di tuo padre ti ammazzo». Questa frase inizialmente lo ferisce, ma poi dirà: «è uno dei ricordi più belli che ho». Questo schiaffo non fu salutare solo per la sua maturazione, ma anche dal punto di vista processuale, in quanto derubricò la faccenda quasi a ragazzata. Dopo un periodo di carcere e il processo - Bruno compie 16 anni in prigione - i ragazzi sono condannati alla detenzione in un campo di concentramento, ma nei fatti la gendarmeria li lascia fuggire, data la situazione di cambio della guardia con l'arrivo in città delle truppe tedesche. Il ragazzino piccolo e grassottello (soprannominato petit cul dagli amici) piuttosto spavaldo dopo pochi mesi di carcere - ricorda la sorella - era diventato un ragazzo serio, magro e con i pantaloni a mezz'asta, da tanto era cresciuto. Non può però tornare a casa. Si nasconde allora in una colonia di combattenti spagnoli rifugiati in alcune case contadine, dove alternano il lavoro dei campi ad azioni di maquis, organizzati nel Moi, il movimento di resistenza della manodopera immigrata.

C'è una figura qui che lo attrae particolarmente: è Horace Torrubia, un eroe della guerra di Spagna, uno studente di medicina, comunista, che aveva lasciato gli studi per combattere e aveva partecipato ad azioni quasi leggendarie, in Spagna e ora nella Francia occupata: Horace avrà una grande influenza, politica e psicologica, su Bruno, quasi un fratello maggiore - diventerà in seguito suo cognato - che incarna i suoi ideali rivoluzionari e una spregiudicatezza anche fisica che lo affascina. Per non perdere l'anno scolastico Bruno affianca i lavori dei campi allo studio, uno studio molto disordinato, discontinuo. Alla fine riuscirà a fare gli esami finali clandestini grazie alla complicità di alcuni insegnanti. Vive l'esperienza di questa vita comunitaria, coinvolto nell'ideazione e nell'organizzazione di attentati. Il 25 luglio - una notte di tempesta - arriva un compagno spagnolo con la lanterna e annuncia: è caduto Mussolini. Tutti si girano verso di lui, l'unico italiano. E lui non capisce perché, percepisce solo che era successo qualcosa di importante che riguardava suo padre. Solo due giorni dopo capisce, quando il padre lo fa chiamare e s'incontrano nel suo rifugio, gli spiega la situazione, che si era finalmente verificato il momento tanto sperato, che lui doveva rientrare in Italia perché ora si trattava di organizzare la resistenza militare. E gli propone di andare con lui. Bruno è restio ad accettare, sente che il suo posto è lì, in Francia, a fianco dei suoi amici anarchici e dei compa­gni spagnoli: «io vivevo ancora un'altra storia».

La trattativa padre-figlio si risolve con un patto scritto: Bruno accetta di seguire il padre in Italia, ma dopo questa breve parentesi sarebbe stato libero di rientrare in Francia per partecipare alla rivoluzione. E nell'intervista del '98 racconta: «Io accettavo [...] di seguirlo in Italia, di collaborare quindi col suo movimento, la formazione Giustizia e libertà, ma io mi sentivo sempre anarchico [...] e il mio grande obiettivo era quello di tornare in Francia appena la guerra fosse finita, per me il mio paese era quello; accettavo dal momento in cui la Resistenza era diventato un fatto internazionale, una grande battaglia internazionale; per me qualsiasi paese andava bene e quindi anche l'Italia».

Agenti del controspionaggio organizzano il ritorno - piuttosto rocambolesco - di Trentin con i due figli attraverso Andorra, Portogallo, Algeria, Sicilia, da dove sarebbe stato paracadutato nell'Italia del Nord. Ma la traversata dei Pirenei si rivela drammatica per un attacco di cuore di Silvio. Devono tornare indietro. Si tenta un'altra strada: attraversare la frontiera fra Nizza e Ventimiglia. Ma nel frattempo una delibera del Governo Badoglio permette agli esiliati di ottenere i passaporti legali, che infatti vengono rilasciati ai Trentin verso il 20 di agosto. Attendono la Beppa che li raggiunge. Solo Franca resta, la sola naturalizzata francese. Sembra una scelta provvisoria: li raggiungerà appena possibile. Invece non sarà più possibile fino alla Liberazione, nell'estate del '45. Resterà tagliata fuori, a lungo senza notizie della famiglia, per due anni (Franca aveva organizzato con la madre e i fratelli l'accoglienza degli esuli spagnoli nei campi di concentramento; durante l'attività antifascista del padre, nel movimento Libérer et fédérer e poi in clandestinità, aveva svolto il ruolo di staffetta per tenere i collegamenti con il Comitato clandestino di Giustizia e libertà. Dopo la partenza della famiglia, dà in gestione la libreria e si rifugia nella casa mezzadrile degli spagnoli repubblicani, continuando a fare la staffetta fino alla liberazione di Tolosa. Sposa nel marzo del '44 Horace Torrubia, ma apprenderà solo dopo parecchio tempo della morte del padre. Riuscirà a raggiungere la madre e i fratelli soltanto nell'estate del '45. Nel viaggio, si ferma a Milano dove riesce ad incontrare Bruno).

Questo viaggio verso l'Italia, visto inizialmente come qualcosa di provvisorio, cambierà la vita di Bruno, i suoi progetti per il futuro, e soprattutto il rapporto con il padre: «da quel momento lì fino [...] alla sua morte io [...] ho ritrovato mio padre da tutti i punti di vista, cioè si è costruito quel rapporto che era in parte mancato nella prima adolescenza, un rapporto straordinario, io ho lavorato con lui e per lui nelle prime organizzazioni delle bande nel Veneto».

E in un'altra intervista, dice: «dal punto di vista personale, questo è il periodo più bello della mia vita, in Italia, con mio padre».

Viaggiano in treno verso il Veneto. Il 4 settembre arrivano a Mestre, il 5 a Treviso. Il «Gazzettino» preannuncia l'arrivo. E succede una cosa incredibile per Treviso: una folla festante accorre spontaneamente e li accoglie alla stazione. Un impatto esaltante, commovente, per Silvio, i figli, e la Beppa (una soddisfazione personale per lei, cui la scelta coraggiosa di seguire il marito con i figli nel faticoso esilio - era stata più volte rimproverata proprio nell'ambito dei familiari e degli amici della sua città).

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Vanno a casa del nonno Nardari, un francesista, liberale, anticlericale, che era stato anche sottosegretario, un illuminista europeo. Qui cominciano ad arrivare telegrammi e telefonate di felicitazioni, per due giorni c'è un susseguirsi di visite di omaggio. Trentin è festeggiato dagli esponenti locali del Partito d'azione. La sera un giornalista del «Gazzettino» si fa ricevere. L'articolo appare martedì 7 settembre: si esaltano il coraggio e il patriottismo, la rettitudine morale e le doti scientifiche e di educatore, la sua «fede nella virtù del popolo» e la grande dedizione alla patria.

Il 6 Silvio si reca con Bruno a S. Donà, sua città natale: un'accoglienza trionfale.

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L'8 settembre, l'armistizio. Il giorno dopo a Bruno in Comune a Treviso viene rilasciata la carta d'identità: avrà la residenza a Treviso fino al '49.

Silvio avvia da subito i primi contatti per organizzare la Resistenza. Bruno, in un colloquio con Zannoner nel 1974, ricorda tra le prime persone conosciute negli incontri avuti dal padre, Aldo Damo di S. Donà, rappresentante del Pci appena uscito di prigione, e il professor Antonio Giuriolo (cui Silvio affiderà la traduzione del suo saggio teorico Libérer et fédérer). Nei primi giorni dopo l'armistizio Bruno accompagna il padre in alcuni incontri con i generali Coturri, Loasses e Nasci a Treviso e a Feltre, per tentare - invano - di convincerli a distribuire armi alla Resistenza. Trentin è il primo a impostare nel Veneto un'attività di sabotaggio nei trasporti ferroviari. Tornano a S. Donà per cercare un rifugio, ma questa volta tutte le porte gli vengono chiuse. Silvio prende contatti con Marchesi e Meneghetti a Padova per creare il Comitato di liberazione regionale e viene eletto all'unanimità presidente del primo Esecutivo militare regionale.

Stende un Appello ai Veneti guardia avanzata della nazione italiana, che verrà pubblicato il 1° novembre sul giornale del Pda veneto «Giustizia e Libertà», sollevando molte discussioni, anche per la radicalità del linguaggio: la missione rivoluzionaria del proletariato, la necessità di darsi alla macchia, di armarsi e battersi non solo per scacciare i tedeschi, ma per rovesciare «il regime grottesco e crudele» del fascismo. Il 23 ottobre Trentin scrive una lunga lettera a Emilio Lussu in cui spiega la ragione per cui non accetta di entrare nella direzione centrale del CLN a Roma - il suo posto è qui, dove molti sono i giovani pronti a battersi, e che devono essere guidati - e ribadisce la sua posizione critica nei confronti di certe posizioni del Pda: la sua - ribadisce - è una posizione rivoluzionaria, per la volontà di «riorganizzare dalle fondamenta la società politica italiana» e non certo ripristinare sotto nuove vesti l'«Italietta piccolo-borghese» prefascista.

Nei mesi di settembre e ottobre padre e figlio cambiano spesso nascondiglio: per un periodo restano nascosti presso la famiglia Franceschini a Castelfranco, a casa Naletto a Noale, quindi a Mira nella villa del dottor Fortuni, e poi a Stra, ma si recano quasi quotidianamente in corriera a Padova, dove si incontrano regolarmente nell'ufficio di Marchesi, situato nello stesso edificio, il Palazzo Papafava, in cui ha sede il Ministero dell'Educazione nazionale. Un giorno - rievoca divertito Bruno nel colloquio con Zannoner - avviene una scena tragicomica. I due Trentin assieme a Camillo Matter, il tesoriere del Cln, stanno organizzando con Marchesi la spartizione dei denari raccolti per il movimento, sparsi sulla scrivania di Marchesi, quando improvvisamente entra Carlo Alberto Biggini: Marchesi balza in piedi e provoca il maggior caos possibile per distogliere l'attenzione del ministro, mentre i due Trentin raccolgono in gran fretta il denaro e fuggono da una porta laterale.

Sono presenti all'inaugurazione dell'anno accademico con Marchesi, un episodio che colpisce molto Bruno: «Un episodio che mi ha molto colpito [...] come giovane francese arrivato in un paese per me ancora sconosciuto come l'Italia, è stato l'inaugurazione dell'anno accademico all'università di Padova nel novembre del 1943 [...] siamo arrivati all'università mischiando ci fra gli studenti ma evitando proprio di figurare in qualche modo, dato, che l'ateneo era pieno di poliziotti e poi c'era un gruppo di fascisti molto bellicosi; e ricordo questa cerimonia abbastanza strana per uno come me perché sopravvivevano ancora dei riti nell'Università di Padova anche nel vestire degli uscieri, naturalmente dei docenti, del senato accademico, dei presidi e dei rettori, che dava veramente l'impressione di una [...] storia di altri tempi. Poco prima che iniziasse la cerimonia questo drappello di fascisti [...] hanno occupato il palco [...] cercato di arringare la folla degli studenti, [...] con atteggiamenti molto aggressivi, [...] ed è in quel momento che, in modo molto teatrale [...] con un usciere con l'alabarda che si è presentato sul palco battendo tre colpi, [...] è entrato il senato accademico dell'Università di Padova, e in mezzo ai docenti, ai presidi, [...] è avanzato un piccolo uomo col mantello di ermellino, era Concetto Marchesi, che si diresse direttamente verso il palco dove parlava il capo di questo manipolo di fascisti, lo prese per la collottola e lo buttò giù dal palco letteralmente di fronte allo stupore attonito degli altri fascisti e di fronte all'ammirazione e all'entusiasmo di questa folla di studenti che aspettavano [...] un segno [...]; dopo pochi minuti Marchesi cominciò il suo discorso di inaugurazione dell'anno accademico [...] in nome del popolo lavoratore "Inauguro l'anno accademico. 1943-44 ... " sviluppando poi il discorso sul ruolo del lavoro nella civiltà e sulla indissociabilità tra lavoro e libertà».

Da fine ottobre o dai primi di novembre si sono trasferiti a Padova, a casa dei signori Monici, in via del Santo 47. La signora Dina Monici, in una testimonianza rilasciata dopo la guerra, ricorda le discussioni accese tra padre e figlio, a volte perfino dei litigi - Bruno era impaziente di agire, non tollerava le lunghe riunioni che gli sembravano inutili - ma anche l'intransigenza aspra, il linguaggio duro, aggressivo, di Silvio quando parlava dei compatrioti fascisti. Il 15 novembre Trentin viene avvertito che stanno per arrestarlo e allora con Bruno si nasconde, come degente, presso la clinica oculistica del professor Palmieri (aderente al Partito d'azione), rifugio di molti ebrei e ricercati per tutto il periodo della Resistenza. Cessato l'allarme, tornano a casa Monici, ma la sera del 19 vengono arrestati dalla squadra d'azione «Ettore Muti» di Al­fredo Allegro. Nel percorso verso la sede della federazione fascista, in via Padovanino, Bruno ingoia tutti i documenti compromettenti («ho mangiato tutto quello che ho potuto»), tanto che durante la notte in cella ha un'occlusione intestinale e li scopre la tenerezza del padre: ricorda con commozione in un'intervista recente la premura affettuosa con cui l'ha assistito. Quindi la polizia fascista ritrova addosso ai Trentin solo i falsi documenti di Trentin padre, la carta d'identità autentica di Bruno, rilasciata dal Comune di Treviso, il sommario manoscritto di un'opera di Silvio, qualche ritaglio di giornale e un foglietto con dei versi scritti a mano - con vari errori ortografici - da Bruno: «La patria al cui soccorso/ Graziani vi esorta ad accorere (sic) / dei carnefici e dei predoni, dei / massacratori e degli sbiri» (sic), che sarà così giustificato da Silvio nel suo interrogatorio: «gli scarabocchi scritti sul mezzo foglio di carta protocollo son frutti della fantasia di mio figlio», e da Bruno stesso come: «parole [...] scritte da me allo scopo di mettere su carta le idee che mi affluivano nella mente». Nell'interrogatorio, avvenuto due giorni dopo presso la Questura di Padova, Bruno fa mettere a verbale (non senza ironia): «Nego di aver mai fatto propaganda contraria al Partito repubblicano fascista per il quale invece ho sempre avuto una certa simpatia essendo io un antimonarchico». Trasferiti nel carcere giudiziario dei Paolotti, ricevono la visita della Beppa.

Così Bruno passa anche questo compleanno incarcerato, o almeno in libertà vigilata, dato che lui il 29 novembre, suo padre il 2 dicembre, vengono scarcerati per l'aggravarsi dei disturbi cardiaci di Silvio e affidati alla Questura di Treviso.

Silvio viene ricoverato all'ospedale di Treviso presso il reparto del professor Pennati dove resterà fino all'11 febbraio quando dopo i primi bombardamenti viene trasferito alla clinica Carisi di Monastier. È sempre piantonato. Anche Bruno deve regolarmente presentarsi in Questura. Durante questi mesi, fino alla morte, Bruno e Giorgio assistono il padre, ma anche gli organizzano incontri politici con esponenti del Pda, Zwirner, Meneghetti, Armando Gavagnin, Fermo Solari. Molto frequenti le visite degli esponenti azionisti trevigiani Opocher e Ramanzini. Anche Valiani viene a trovarlo all' ospedale e in quell'incontro ambedue riconoscono la necessità di un'alleanza politica tra il Pda e il Pci. È in quell'occasione che, secondo le testimonianze dei familiari, Silvio «affida» il figlio Bruno al grande dirigente del Partito d'azione - l'affido del suo «erede», perché ne fosse garantita una continuità nella formazione anche dopo la sua morte (e così sarà: dall'autunno del '44 fino alla Liberazione e poi nei primi anni dopo la guerra Valiani si terrà sempre al suo fianco Bruno).

Silvio in gennaio redige l'ultimo appello «ai lavoratori delle Venezie» e detta proprio a Bruno una bozza di Costituzione per il nuovo Stato italiano. Bruno la scrive a mano, e una volta dattiloscritta, sarà poi corretta a mano da Silvio.

Dall'arrivo in Italia in settembre fino alla malattia e alla morte, Bruno è sempre stato l'ombra del padre, un padre che vede efficientissimo, pragmatico, pieno di iniziative, un grande organizzatore, un uomo del fare, e insieme lo studioso che esamina, ascolta, riflette e chiama a riflettere, non nasconde le complessità, non tende a semplificare, stende piani strategici, patti costituzionali. Il sognatore e l'organizzatore di uno Stato nuovo, di una società nuova. Il pensiero e l'azione, il sapere e il fare; l'attitudine alla ricerca, al dubbio, alla messa in discussione, senza chiusure dogmatiche, ideologiche, il senso austero del dovere in nome del bene comune: una scuola determinante che sarà per sempre anche lo stile di Bruno Trentin. Per Vittorio Foa, suo grande amico e maestro, Bruno «ha ereditato [...] l'apertura mentale del padre, [...] il non credere, il non dare per scontato nulla», un «atteggiamento di ricerca» come etica di vita quotidiana. Bruno ha sempre avuto un grande riserbo nel parlare di suo padre. Lasciava volentieri alla sorella Franca l'incombenza di seguire tutte le iniziative dedicate alla sua memoria, come quelle del Centro studi Silvio Trentin di Jesolo. Ma pochi anni fa, il 13 settembre del 2002, nel ricevere la laurea ad honorem dalla Università Ca' Foscari di Venezia, iniziava la sua lectio doctoralis dicendo: «Voi potete comprendere la mia emozione, in questo momento, non solo per l'onore che mi fate, forse impropriamente, con questa candidatura, ma per la scelta che avete compiuto di tenere questa riunione nell'aula che porta il nome di mio padre. Sono sempre stato restio a parlare di lui, non cambierò oggi il mio atteggiamento. Voglio soltanto testimoniare che quel poco di valido e di utile che ho saputo produrre nel corso della mia lunga vita, lo debbo interamente al suo insegnamento e al suo esempio; alla sua radicale incapacità di separare l'etica della politica dalla propria morale quotidiana, pagando sempre di persona i propri convincimenti».

Durante la degenza del padre, Bruno entra in contatto con Ettore Luccini, docente di storia e filosofia al Liceo Canova, amico e «allievo» di Curiel. Va a lezione privata da lui: vuole migliorare il suo italiano e prendere lezioni di filosofia per completare la sua preparazione in vista del ritorno in Francia.

Ma il padre peggiora. Il 12 marzo muore. Il 14 marzo è sepolto nella tomba di famiglia a S. Donà. Le autorità vietano il corteo funebre. Dietro il carretto con la bara ci sono solo Beppa, i due figli e l'amico Matter.

La morte del padre segna indelebilmente la vita di Bruno. Vive la tragedia del padre: ora che cominciava a delinearsi finalmente l'esito positivo di quest'avventura straordinaria cui aveva dedicato tutta la vita, a lui, che della nuova Italia avrebbe potuto essere uno dei leaders più prestigiosi, questo esito positivo non era concesso di vivere (Nenni, appena appresa la notizia della morte di Trentin, nota sul suo diario: «Sarebbe stato certamente uno dei capi della nuova Italia, uno dei maestri della nuova generazione. Invece ... »). Ma i due ragazzi non si lasciano sopraffare, il dolore per il padre non può essere rielaborato che proseguendo la lotta. Bruno continuava ad essere sotto sorveglianza (doveva presentarsi in Questura ogni giorno), quindi scappa ed entra completamente in clandestinità.

Ora la resistenza, fino a quel momento «mediata» dal padre, diventa un'esperienza tutta «sua». Con il fratello partecipa a varie azioni delle formazioni di GL nei dintorni di Treviso: attacchi a presidi militari fascisti e tedeschi, organizzazione di alcuni lanci degli Alleati in un'azienda agricola di S. Biagio di Callalta. Giorgio ricorda ancora la «disavventura» vissuta un giorno con il fratello: il bagno involontario prolungato nelle acque gelide di una palude per recuperare il materiale di un lancio, e poi la sosta ristoratrice nella casa colonica dove scoprono le virtù terapeutiche della grappa.

Mentre il fratello Giorgio resta in zona (abita con la madre, sfollata da Treviso, in una casa sulle rive del Sile a Silea all'altezza del traghetto sul fiume), come commissario politico del battaglione GL comandato da Vito Rapisardi, Bruno passa alle dirette dipendenze del Comando militare regionale.

Durante i mesi estivi resta nella pedemontana trevigiana, inviato in una formazione autonoma, con il compito di ripianare delle difficoltà di collaborazione tra questa e le altre formazioni partigiane della zona.

Dopo questo primo periodo in cui è chiamato a svolgere trattative e risolvere conflitti («ero considerato specializzato in grane»), si butta nello scontro militare vero e proprio. Partecipa a diverse azioni con la dinamite contro camion militari ad attentati alla rete ferroviaria al Ponte della Priula. Per l'occasione si dedica allo studio e all'uso degli esplosivi, ai vari sistemi di innesco della dinamite.

Vive l'esperienza della resistenza trevigiana nella sua fase più esaltante e drammatica: la liberazione di quasi tutta la pedemontana - ad opera soprattutto delle brigate garibaldine Tollot e Mazzini - e poi i durissimi rastrellamenti pagati a caro prezzo sia dai partigiani che dalle popolazioni. «È stato un apprendistato difficile e doloroso», dice, anche per i limiti della strategia militare partigiana, la «follia» di occupare e presidiare zone troppo esposte o troppo vaste rispetto al rapporto di forze, con metodi di guerra inadeguati: «Era un fronte molto lungo con migliaia di partigiani armati, anche lì l'errore fu l'illusione di poter occupare un territorio tenerlo con le regole di una guerra di posizione, quando i rapporti di forza lo rendevano assolutamente impossibile. Furono liberati interi paesi, villaggi anche importanti, è stata un'esperienza da un certo punto di vista molto bella, si eleggono i primi sindaci, però fu pagata cara quando cominciò la repressione».

In quelle settimane tutta la zona pedemontana (Miane, Follina, Cison, Revine, Tarzo) è infatti zona libera. Nel mese di agosto a Revine si tengono anche le elezioni amministrative, viene eletto il sindaco, nominata una giunta democratica. I partigiani provvedono alla distribuzione di alimenti alla popolazione, con una specie di autoamministrazione. Per Bruno sarà un'esperienza fondamentale: sente che si tratta di quella guerra di popolo per cui il padre si era tanto battuto:

«Questa scoperta della Resistenza come guerra di popolo che credo che soltanto in Italia, a parte la Jugoslavia, si è potuto vivere in Europa occidentale [...] E questo dato che mi ha profondamente turbato, conquistato e che mi ha fatto scegliere di restare in Italia, anche prima della fine della guerra».

In questo periodo, in cui Bruno con il suo gruppo è stanziato tra Tarzo e il lago di Revine, lo raggiunge per ben due volte il fratello Giorgio che gli porta delle armi, ma che poi rientra dalla madre in modo rocambolesco attraversando le linee tedesche durante il rastrellamento.

Dall'11 agosto i tedeschi arrivano a Pieve di Soligo con un grande dispiegamento di forze, coadiuvati dalle brigate nere di Treviso. Bruno in quei giorni partecipa alla battaglia per la difesa di Pieve di Soligo ma anche alla ritirata rapida, con la perdita di tutti i mezzi, armi, viveri. Per ben cinque giorni i tedeschi tentano di avanzare verso Solighetto, ma i partigiani tengono le posizioni e alla fine costringono alla ritirata reparti superiori a loro sia per mezzi che per uomini. Alla fine di agosto e ai primi di settembre il rastrellamento si intensifica (per il 3 settembre erano state organizzate le elezioni amministrative a Tarzo ma non possono svolgersi per l'avanzata delle truppe tedesche): «Quando i tedeschi arrivarono da un lato con un treno semiblindato che poteva sparare cannonate e mitragliatrici a raffica sui versanti della pedemontana, quando aggredirono questi villaggi con i partigiani che avevano [...] pochissime munizioni per poter reggere un fatto di questo genere, ci fu, dopo due giorni di battaglia anche eroica, un tracollo totale. Io ho vissuto un altro otto settembre in quei giorni nel senso che bisognava sgomberare dei paesi in fretta e furia, far saltare tutti i depositi sia di viveri che di mezzi di trasporto [...] e poi purtroppo lasciare le popolazioni alla mercè della vendetta. Tutti questi paesi furono bruciati, incendiati, e i partigiani ripiegarono sulle montagne fino a quando non furono poi costretti anche lì a passare in pianura, in qualche modo a disperdersi per alcuni mesi almeno».

Anche il gruppo di Bruno risale in montagna, cerca di attraversare il Fadalto per raggiungere le formazioni garibaldine in Cansiglio, ma non ci riesce; scendono quindi di notte per i crinali della montagna e nei dintorni di Tarzo hanno degli scontri a fuoco. Sono ridotti a otto, di cui un pilota afroamericano e un ufficiale tedesco prigioniero. Sono costretti a sciogliersi per raggiungere individualmente la pianura. Bruno torna a Padova. Il CLN regionale lo destina al Comando regionale lombardo e al Comitato di liberazione Alta Italia. Qui ritrova Valiani, il suo padre putativo. A Milano gli viene assegnato il lavoro di collegamento delle varie formazioni GAP della città. Sarà un gappista determinato, audace, con un sangue freddo incredibile, e un grande organizzatore: forma i nuovi adepti, addestra alla clandestinità, impone regole, di­stribuisce incarichi, fissa obiettivi. Compie allora 18 anni. La sua partecipazione alla lotta armata ha cambiato completamente segno: non più vita di brigata, inserita in un contesto geografico e sociale in qualche modo protettivo, come era stata l'esperienza nella pedemontana trevigiana, ma clandestinità totale, mimetizzazione, cambio continuo di residenza, organizzazione di azioni individuali ad estremo rischio che comportano quasi sempre il trauma della violenza, dell'usare violenza, del dare anche morte. Organizza dei commando anche spericolati per liberare prigionieri, acquisire armi, giustiziare spie. Si muove spesso travestito da SS in camion militari di nazisti o fascisti. Una volta, sotto un bombardamento, in un camion tedesco, teme che il destino gli stia giocando un macabro scherzo: farlo morire confuso con gli SS, come uno di loro. In divisa da SS italiana e con documenti della polizia tedesca nel febbraio del '45 viene mandato a Verona per organizzare un'impresa praticamente suicida: la liberazione di Parri (fortunatamente interrotta per sopravvenuto scambio con un generale tedesco). Nelle ultime settimane precedenti l'insurrezione conosce Vittorio Foa.

Negli ultimi giorni a Bruno viene assegnata la gestione della radio che doveva guidare la liberazione di Milano e il comando della brigata Rosselli. Come comandante di questa brigata partecipa alla liberazione della città, andando ad occupare la sede dei giornali, liberando l'arena che era un deposito di armi e bombe della Wehrmacht, sostenendo duri combattimenti con le sacche di resistenza fascista. Il giornale del PdA, «Italia libera», dopo la fine della guerra scriverà di questa eroica Brigata Rosselli comandata da Bruno - alla testa dell'insurrezione - che la mattina del 26 aprile passa - sono tutti giovani, completamente armati - su una colonna di autocarri, tra due file di folla plaudente; in piazza della Scala hanno uno scontro a fuoco con i fascisti, un combattimento molto lungo che lascia morti e feriti anche tra i giovani della Rosselli che però hanno la meglio; il giorno successivo nuova imboscata fascista ma tutti i fascisti vengono uccisi o catturati, permettendo così che si possa tenere il grande comizio della Liberazione. E sul palco di Piazza Duomo, il 28 aprile, dopo Pertini, Longo, Moscatelli, sarà Bruno Trentin a prendere la parola a nome di tutti i giovani partigiani protagonisti dell'insurrezione.

Dato che era diventato un esperto di esplosivi, alla Liberazione Bruno viene mandato a Venezia, al porto di Marghera, a disinnescare delle navi tedesche minate. A Treviso nel frattempo, il 28 aprile, il CLN emana un decreto con cui designa il sindaco (Vittorio Ghidetti del Pci) e la giunta popolare tra i cui componenti, espressione dei vari partiti del CLN, risulta essere anche Bruno Trentin a nome del PdA.

Per la sua partecipazione alla Resistenza gli verrà assegnata la croce al valor militare con la seguente motivazione: «Partigiano combattente - brigate G.L. - Partecipava con grande slancio alla lotta partigiana. Benché giovanissimo, dimostrava ottime capacità nell'organizzare alcune formazioni, alla testa delle quali compiva numerose azioni e concorreva efficacemente ai vittoriosi combattimenti delle giornate insurrezionali - Treviso-Milano settembre 1943 - aprile 1945».

Si ferma a Milano ancora per diverso tempo, nella redazione del giornale del Pda, «Italia libera». È qui che nell'estate riuscirà a trovarlo la sorella Franca, in viaggio dalla Francia. Quasi non lo riconosce: era diventato un ragazzone robusto con una grande barba, un po' scontroso: «era cresciuto, non era più il bambino che proteggevo. Quando mi ha vista ha manifestato una sorta di stupore come se mi avesse dimenticata, come se gli ricordassi la vita francese sepolta».

Dopo la fine della guerra, Bruno, pur riconoscendo che la Resistenza ha condizionato totalmente tutte le scelte della sua vita futura, sente la necessità di tagliare - non aderisce nemmeno alle associazioni di ex partigiani -, di proiettarsi oltre l'esperienza della lotta di liberazione. Soltanto negli ultimi anni accetterà di parlare della «sua» Resistenza. Lo fa con il rammarico di aver «attraversato» quel periodo «con la furia di un ragazzo che aveva solo voglia di divorare, di divorare conoscenze, luoghi, persone», vissuti in modo molto intenso, ma «con la fretta e la furia di scoprire la sensazione che il mondo fosse nelle tue mani», senza poter, di quel periodo, trattenere, e rielaborare appieno, la ricchezza che esprimeva.

Partecipa comunque a tutte le commemorazioni ufficiali in memoria del padre. Nel dicembre del '45 al Teatro comunale di Treviso, affollatissimo, l'orazione per Silvio Trentin è tenuta da Egidio Meneghetti, rettore dell'Università di Padova, presentato dal prefetto di Treviso Leopoldo Ramanzini; dopo la commemorazione viene scoperta nella piazza ora chiamata Silvio Trentin una lapide a cura della locale federazione del Partito d'azione.

Bruno continua ad andare a Milano, per lavorare al giornale diretto da Riccardo Lombardi, «Il giornale di mezzogiorno», e fa la spola tra Milano, Padova, dove è iscritto a Giurisprudenza, e Treviso. Come delegato del movimento giovanile del Pda fa una serie di viaggi internazionali. E alla prima Conferenza mondiale della gioventù a Londra, nel novembre del '45.

«[...] fino al 2 giugno del '46, ho di fronte agli occhi un magma quasi indistinto di corse in vari posti d'Italia, in Inghilterra, in Francia». Sono esperienze che vive con entusiasmo e una certa frenesia: ha fame di vedere, conoscere, capire, aprirsi a nuove realtà. Si sente cittadino del mondo, come si sentiva suo padre.

Iniziano i suoi primi frequenti viaggi a Roma per partecipare alle riunioni del Partito d'azione e per organizzare il movimento giovanile del Pda di cui diventa segretario nazionale. Nel '47 si reca negli Stati Uniti, a un convegno internazionale di giovani, ma coglie l'occasione di frequentare l'università e di dedicarsi già alla tesi di laurea sulla Corte suprema degli Stati Uniti, ad Harvard, dove incontra Salvemini. Per un mese e mezzo lavora nella biblioteca del Campus universitario. Seguono dopo il rientro in Italia due mesi di un seminario universitario, sempre dell'Università di Harvard, in Austria, a Salisburgo, anche li un crocevia di persone di tutta Europa e degli Stati Uniti.

Tra un viaggio e l'altro, torna a Treviso e a frequentare l'Università a Padova, dove si reca da pendolare. L'esperienza universitaria non è molto felice. Innanzitutto la scelta della facoltà è stata determinata più da un obbligo morale verso il padre che da una vocazione personale (fin da ragazzino, in Francia, si sentiva portato per diventare economista). Si era già iscritto nell'autunno del '43, evidentemente su consiglio del padre, come «copertura», per avere maggiore libertà di movimento, ma la sua decisione personale - di perseguire effettivamente la strada degli studi di giurisprudenza - matura soltanto nel '46. Affronta gli esami con grande ansia, a volte con crisi vere e proprie di panico, per l'handicap della lingua italiana che ancora non padroneggia perfettamente e che lo danneggia nei voti. Soltanto nell'Istituto di Filosofia del diritto, dove insegnano Bobbio e Opocher, si trova a suo agio, tanto da accettare di collaborarvi per un periodo. Si laurea nel '49 con una tesi dal titolo La Funzione del giudizio di equità nella crisi giuridica contemporanea (con particolare riferimento all'esperienza giuridica americana), con il professar Enrico Opocher come relatore.

Così racconta il suo percorso politico: «in quegli anni, in quei mesi così intensi certamente quello che era un compromesso più o meno finto fatto con mio padre quando accettai di venire in Italia scomparì, e divenni un militante da tutti i punti di vista, del movimento di Giustizia e libertà e del Partito d'azione poi, partecipando anche a quel tanto di lotta politica che allora iniziava anche all'interno del Partito d'azione, una lotta politica che aveva come uno dei suoi aspetti fondamentali il rapporto con la sinistra e si può dire con la sinistra nuova che era rappresentata dal Partito comunista».

Il 21 ottobre '45 esce su «Giustizia e Libertà», settimanale veneto del Pda, un suo articolo a quattro colonne, Esperienze federaliste, in cui a commento del primo congresso della sezione italiana del Movimento federalista europeo (cui ha partecipato nei giorni precedenti), a seguito di quello tenuto si prima a Parigi, afferma che entrambi si sono chiusi con un sostanziale fallimento, poiché il Movimento federalista continua nella «sua piccola vita di movimento di élite, senza contatto con le masse popolari e le loro esigenze». L'errore di valutazione da parte del Mfe è stato, secondo lui, quello di «identificare le forze del federalismo [...] nel piccolo movimento federalista europeo», mentre le forze che effettivamente potranno avviare la realizzazione di un'Europa federale sono i partiti politici di massa e le forze del lavoro che «costituiscono il vero esercito della rivoluzione federalista». Conclude: «chi scrive si sente molto più vicino [a questa opzione] [...] Effettivamente se si crede nella capacità rivoluzionaria di queste forze politiche uscite dall'esperienza internazionale della Resistenza, e di queste forze di lavoratori (le quali hanno effettivamente possibilità di portare la loro voce di federalisti anche in seno ai governi, su problemi concreti), non si può pensare che il federalismo sia in crisi, ma bensì in atto». Auspica il coinvolgimento del partito comunista e del proletariato internazionale, poiché ritiene che «il Pc non possa non appoggiare la rivoluzione federalista europea anche perché esigenze storiche [...] lo portano a lottare in terreno democratico». A nemmeno 19 anni Bruno dimostra non solo di aver fatto propria la lezione del padre sulla concezione federalista e sulla necessità del coinvolgimento dei partiti di massa e delle forze del lavoro, ma anzi di saperla portare più avanti, rielaborando sia la propria esperienza diretta nella Resistenza come fatto di massa sia i legami internazionali in cui si è formato. Il processo di unità europea - sostiene - è indispensabile alla costruzione della pace ma può essere messo in moto solo se legato ai problemi concreti dei lavoratori. Si sta già delineando in fondo quello che sarà anche nel suo futuro di dirigente politico e sindacale, e alla fine di deputato europeo, il suo approccio al problemi politici e sociali, in particolare la sua attenzione alla concretezza della realtà e della storia come base e condizione di qualsiasi progresso.

Resta fino alla fine nel Partito d'azione, partecipando con passione alle discussioni interne, confrontandosi con i massimi dirigenti del partito.

Vittorio Foa ci ha raccontato un episodio significativo di quel periodo appassionato, che ha portato a lacerazioni dolorose, e in particolare al distacco di Bruno dai suoi grandi padri, Lussu e Valiani. Ma è lo stesso Valiani - come racconta Foa nella sua intervista - a «preannunciargli», con determinazione, la scelta futura - l'adesione al Pci -, ancora in incubazione in Bruno, come per rassicurarlo che l'abbandono del «padre» è nelle cose e non va vissuto come una colpa.

In effetti, dopo lo scioglimento del Pda, Bruno non segue gli ex compagni che confluiscono nel Psi. Già nelle discussioni nel periodo finale del partito, si riconosce nelle posizioni critiche di chi esprime dure riserve verso l'atteggiamento che i socialisti hanno avuto con il fascismo. È da «francese» soprattutto che sposa questa tesi, rifacendosi alle posizioni del padre: «Il Partito d'azione e Giustizia e libertà era molto segnato in questo senso - c'era un dato comune con i comunisti - da una riflessione profondamente critica sul modo in cui il Partito socialista, non solo in Italia ma anche in Francia era crollato e si era anche disgregato di fronte all'avventura fascista, insomma, non c'erano soltanto gli episodi dell'inizio del fascismo che. hanno visto per esempio metà della CGIL tentare di salvarsi attraverso un compromesso con il nuovo regime, ma anche la fine ingloriosa di un Parlamento come quello francese in cui la maggioranza dei deputati socialisti praticamente votò la fiducia a Pétain, ecco [...] aveva segnato di sé molto fortemente anche un movimento che nasce [...] come socialista, come Giustizia e libertà, e quindi il rapporto con i comunisti era una questione che ci attanagliava allora già fortemente, era l'assillo di mio padre e diventò anche una mia profonda convinzione, non a caso appunto nel momento in cui il Partito d'azione praticamente si sciolse, iniziò il suo percorso, la sua diaspora, io scelsi di entrare nel Partito comunista».

Ma non entra subito nel Pci. Presenterà domanda formale di iscrizione al partito solo alla fine del '49 dopo essere entrato all'Ufficio studi della Cgil, chiamato da Vittorio Foa, perché voleva essere accettato per quello che era e non in «quota» del partito: «la scelta, diciamo così, politica e ideale era già fatta nel '48, però io rimasi per alcuni anni indipendente, pur militando in tutti i movimenti vicini al Partito comunista; mi iscrissi alla fine del '49».

Al Pci ha aderito soprattutto in quanto partito che rappresenta interi settori sociali, come forza di cambiamento che coinvolge le masse popolari: è il «partito del lavoro». Dalle testimonianze raccolte, sembra sia stata più una scelta metodologica ed etica, che dottrinale, ideologica. E un'adesione alla ricchezza umana del partito e dei suoi organismi di massa, alla sua potenza organizzativa, alla capacità di agire sulla realtà. Quando, in un'intervista recente, ipotizza che forse anche il padre, se fosse vissuto, avrebbe potuto fare la scelta del Pci, Bruno dice: «per cambiare il PCI». Mentre lo dice, probabilmente pensa a se stesso, alla motivazione della sua scelta.

La CGIL offriva allora prospettive do grande respiro intellettuale, di libertà ideativa, da coniugare con progetti concreti, senza i condizionamenti ideologici e i compromessi tattici dei partiti. È la CGIL di Di Vittorio e di Foa. L’Ufficio studi vuol diventare il laboratorio per trasformare le piccole battaglie sindacali di corto respiro in lungimiranti progetti di grandi riforme per la nuova società tutta da inventare e da costruire.

 

 

Bibliografia

Iginio Ariemma e Luisa Bellina - Bruno Trentin dalla guerra partigiana alla CGIL - Nuova Iniziativa Editoriale 2008

 

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