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Giovanni Emilio Diligenti: partigiano in Brianza (parte III)

22 Avril 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Nei Gap (Gruppi di azione patriottica) a Milano

«A Milano rimasi fino al marzo 1944 militando nei Gap, che erano i nuclei clandestini per eccellenza. Ogni Gap era composto da tre o quattro uomini; solo il comandante era collegato col comando dei Gap esistente in città.

Le precauzioni cospirative erano ferree e scrupolosamente rispettate: io e mio fratello venivamo presentati da Parodi come suoi cugini di Ovada, suo paese di origine, a tutti i militanti antifascisti con cui avevamo occasione di incontrarci. Avevamo inoltre documenti falsi, da cui non potevamo risultare renitenti alla leva o sbandati dopo l'armistizio. Aldo aveva veramente i diciott'anni risultanti dai documenti e, quanto a me, la corporatura minuta e il viso, ancora da ragazzino, convincevano anche le guardie fasciste che talvolta mi fermavano della veridicità di quei diciassette anni assegnatimi dai nostri falsificatori.

 

Fra le azioni compiute dai Gap, ne ricordo in particolare una per un pericoloso incidente che si verificò. Erano i primi giorni di marzo e si stava svolgendo in tutt'Italia il grandioso sciopero generale proclamato dal CLNAI. Era necessario appoggiare, con atti di sabotaggio, lo sciopero dei tranvieri per cui Parodi, mio fratello e io ricevemmo l'ordine di far saltare con la dinamite gli scambi dei tram di piazzale Loreto.

Avevamo avuto quattro tubi di dinamite, numerati, appositamente preparati dai nostri artificieri per esplodere simultaneamente. Senonché, mentre stavamo innescando il terzo, uno dei due tubi già sistemati esplose all'improvviso. In fretta innescammo le due ultime cariche e via a gambe levate, verso il laboratorio di Parodi, a 300 metri da piazzale Loreto. Ancor oggi non riusciamo a spiegarci cosa fosse accaduto.

Durante la permanenza da Parodi presi parte a qualche altra azione: disarmo di fascisti che a sera inoltrata si trovavano isolati per le strade; affissione di volantini e manifesti antifascisti; lancio di chiodi a tre punte costruiti in modo particolare perché, comunque cadessero per terra, una punta rimaneva sempre rivolta verso l'alto e quindi, penetrando nelle ruote degli automezzi tedeschi e fascisti, ne faceva scoppiare il pneumatico. Ebbi anche l'occasione di conoscere alcuni antifascisti milanesi amici di Parodi, fra i quali, in particolare, Giovanni “l'infermiere” che veniva per curare Parodi e approfittava dell'occasione per farci delle vere lezioni di antifascismo. Conosceva bene la storia del movimento operaio e delle sue lotte perché era stato anche lui “all'università degli antifascisti”, cioè in carcere. Oltre a lui, conobbi in quel periodo Tino Camera, Tonino Abba e altri».

 

La costituzione della Divisione “Fiume Adda”

«La mia esperienza gappista ebbe termine alla fine di marzo, quando il partito mi mandò di nuovo in Brianza per preparare la costituzione delle Sap (Squadre di azione patriottica), che formeranno in seguito le Brigate Garibaldi inquadrate nella Divisione “Fiume Adda”.

 giornale SAP provincia Milano

I tempi erano ormai maturi per intensificare la lotta armata anche in pianura. Nei primi mesi del 1944 il movimento partigiano era una forza reale, radicata nella popolazione e gli stessi Alleati erano costretti a riconoscerlo. Le “missioni” paracadutate dal Comando alleato scoprirono un'Italia nuova, con valli libere e organizzate, con migliaia di uomini armati, con migliaia di caduti. I partigiani c'erano e combattevano seriamente contro i nazi-fascisti. Strappando loro le armi, avevano meritato quelle degli .anglo-americani. Le richieste dei partigiani agli Alleati erano sempre le stesse: armi, e la prova del fuoco per gli uomini. Contemporaneamente, la Resistenza si organizzava anche sul piano politico; sorgevano dovunque i Comitati di liberazione nazionale, espressione dei partiti antifascisti. Nei primi mesi del 1944 si stavano intensificando anche le lotte operaie, che si esprimevano non solo con gli scioperi, ma pure con ripetuti atti di sabotaggio alla produzione bellica.

In questo quadro si inseriva la necessità di estendere la guerriglia anche in pianura, affiancandola e coordinandola alle lotte operaie. Occorreva attaccare le vie di comunicazione (strade, ponti, linee ferroviarie) e compiere azioni contro i reparti nazi-fascisti nei paesi, nei loro posti di ritrovo e di transito, nelle loro caserme.

 

Venni dunque inviato in Brianza dal Comando delle Brigate d'assalto Garibaldi per costituirvi i primi distaccamenti delle Sap; ricevettero lo stesso incarico mio fratello, Giordano Cipriani (“Bassi” Contardo Verdi, Andrea Galliani e Mascetti.

Prendemmo dapprima contatto a Monza con i compagni Rinaldo Vegetti e “Comin”, che ci ospitarono per qualche giorno nella loro stalla alla cascina San Bernardo, in viale Libertà. Poi Vegetti ci accompagnò a Concorezzo dal compagno Casiraghi, un artigiano generoso e coraggioso. Egli non esitò un attimo ad accoglierci in casa sua, ben sapendo il grave rischio cui andava incontro unitamente alla sua famiglia. Iscritto al Pci dal 1921, era originario di Burago Molgora, un centro rosso della Brianza Vimercatese. In casa sua passavano molti partigiani e molti appartenenti all'organizzazione clandestina. Veniva Albertino Paleari a ritirare la stampa clandestina del Pci che giungeva direttamente a Concorezzo da Milano; da Trezzo d'Adda veniva con lo stesso compito Luigi Radaelli (“Gigio”). Casiraghi aveva ospitato per due notti anche Ferrari, prima della sua partenza per la Val Grande. Facendo “visite” saltuarie in casa Casiraghi (di volta in volta eravamo a Vimercate da Levati, a Ornate da Berto Gilardelli, a Cavenago da Fumagalli, “Zobi” e altri, a Burago da “zio Modesto”, a Gorgonzola, ecc.), ci mettemmo subito al lavoro. I documenti falsi, indispensabili a causa dei nostri frequenti spostamenti, ci venivano forniti anche dalla figlia di Casiraghi, Iride, una ragazzina di diciassette anni che dopo la Liberazione diventò mia moglie. Iride lavorava alle poste ed ebbe così modo di conoscere un impiegato del Comune, da cui si procurava le carte d'identità false.

 

A Concorezzo, in casa del compagno Rurali, vicino. alla Roggia Ghiringhella, installammo il Comando della 103aBrigata Garibaldi; il Comandante era Verdi (“Ciro”), il vice-comandante io, il vice-commissario mio fratello Aldo.

Iniziammo il raggruppamento delle squadre di distaccamenti. Vennero costituiti quello di Vimercate (comandante: Igino Rota), Concorezzo (comandante: Adriano Radaelli; commissario: Ottorino Cereda), Brugherio (comandante: Nando Mandelli), Cavenago (Comandante: Mario Fumagalli), Trezzo, Arcore, Bernareggio, Caponago, Omate, Ornago, Rossino.

Non era soltanto un'attività organizzativa. Man mano che si formavano i distaccamenti si agiva, si effettuavano azioni di guerra: disarmo di fascisti; assalti notturni alle caserme e ai posti di blocco; sabotaggi alle linee ferroviarie e lancio sulle strade di chiodi a tre punte; blocchi e at­tacchi a convogli tedeschi e fascisti sull'autostrada Milano-Bergamo, In un'operazione di quest'ultimo tipo rimase ferito Tommaso Crippa (“Maso”) del distaccamento di Concorezzo; fu portato all'ospedale di Vimercate dove, curato e protetto da medici e suore appartenenti alla Resistenza, dovettero amputargli una gamba.

 

Il primo distaccamento che si costituì fu quello di Vimercate, dove alcuni “vecchi” antifascisti (Frigerio, Scaccabarozzi, Galbusera e altri ancora) avevano già riorganizzato le file del movimento clandestino, nel quale era entrato un giovane deciso e coraggioso, di poche parole, ma efficaci e precise: Igino Rota. Fu lui a informare il Comando dell'esistenza a Vimercate di alcuni giovani disposti a combattere; occorreva però organizzarli e armarli. La loro base era il cascinale del “Mancino”, a poca distanza dalla provinciale Milano-Trezzo-Bergamo.

Io stesso consegnai un pomeriggio a Rota due mitra Beretta calibro 9, dopo averli portati a Vimercate avvolti in un sacco legato sulla canna di una bicicletta. In poco tempo si formò il distaccamento, comandato da “Acciaio”, lo pseudonimo assunto da Rota.

Gli altri componenti erano: Mario Cazzaniga, Emilio Cereda, Pierino Colombo, Carlo Levati, Aldo Motta, Renato Pellegatta, Luigi Ronchi, Verderio e infine mio fratello Aldo e io. Consideravamo componente del distaccamento anche Enrico Assi, un giovane sacerdote di Vimercate, oggi vescovo.

Parecchie furono le azioni compiute dal distaccamento di Vimercate, al quale il Comando affidava quasi sempre le imprese più impegnative e rischiose. Sabotaggi alla linea ferroviaria Milano-Lecco-Sondrio, attacchi alle colonne nazi-fasciste, in particolare sull'autostrada Milano-Bergamo e sulla statale 36, disarmo di soldati nemici, recupero di armi. Ma le operazioni più importanti furono gli attacchi alla caserma della G.N.R. di Vaprio d'Adda e al campo di aviazione di Arcore».

 

Gli attacchi alla caserma della G.N.R. di Vaprio d'Adda e al campo di aviazione di Arcore

«L'azione di Vaprio, svoltasi il 6 ottobre 1944, fu compiuta dal distaccamento di Vimercate assieme a reparti della 119aBrigata Garibaldi, che operava nella Brianza Occidentale al comando di Alberto Gabellini (“Walter”).

 

Travestiti da fascisti, di notte, disarmammo la ronda mentre stava uscendo da un caffè nel centro del paese; portammo i tre fascisti catturati alla loro caserma e li costringemmo, sotto la minaccia delle armi, a dire la parola d'ordine alla guardia che s'era affacciata allo spioncino. L'improvvisa irruzione di una decina di partigiani sorprese i militi fascisti che stavano mangiando, ignari e incapaci di immaginare che i partigiani potessero osare tanto. Dopo pochi attimi i fascisti, una quindicina, erano a mani in alto addossati al muro, pieni di paura. Avevamo ricevuto ordini precisi, in base ai quali dovevamo giustiziare il comandante lasciando liberi tutti gli altri fascisti. Ebbene, quando i nostri compagni scovarono il brigadiere che comandava la caserma, il “bandito” Gabellini non fu capace di eseguire l'ordine. Si accontentò di assestargli un poderoso calcio nel sedere e di ammonirlo: «Non farti incontrare un'altra volta sulla mia strada».

manifesto-Pessano-fucilazione-Walter.JPG“Walter” sarà fucilato a Pessano il 9 marzo 1945 assieme ad altri sei partigiani (Angelo Barzago, Romeo Cerizza, Claudio Cesana, Dante Cesana, Mario Vago, Angelo Viganò). Catturati in seguito a una spiata, i sette “banditi”, come venivano chiamati i partigiani dai fascisti, furono condannati a morte. Una ricerca condotta dal Comitato Antifascista di Pessano così ricostruisce la loro morte: «I sette partigiani vengono lasciati sul carro tutto coperto. Luigi Gatti, gerarca di Monza, legge la sentenza di morte: i banditi sono rei confessi di appartenere al movimento insurrezionale; di aver svolto attività terroristica e rapine a mano armata. Poi il Maggiore Wernik dà ordine di affiggere ai muri di Pessano il manifesto della incriminazione e fucilazione. Alle ore 17,45 viene gridato l'ordine di procedere, il carrozzone parte seguito da una macchina berlina. Il corteo passa per le vie Vittorio Veneto, Vittorio Emanuele e Monte Grappa fermandosi davanti a casa Colombo. Luigi Gatti fa allineare gli altri contro il muro. Sulla riva del torrente Molgora due fascisti con il loro Mab spianato sono già pronti a sparare. Alle ore 18.00 due violente raffiche di mitra lacerano l'aria. È testimoniato che tra la prima e la seconda raffica Gabellini, il famoso Walter, ha il tempo di gridare: «SPARATE SU DI ME, VIGLIACCHI, NON SU QUESTI RAGAZZI». Vago, Mario, Cesana, Cerizza e altri riescono a sussurare: «VIVA L'ITALIA! VIVA I PARTIGIANI!». Poi i sette corpi cadono a terra».

Così morì “Walter” che, iscritto da tempo al Pci, aveva conosciuto per alcuni anni le galere fasciste per la sua attività e, pur combattendo coraggiosamente, non si sentiva di odiare nessuno. La 103a Brigata Garibaldi aveva assunto il nome di suo padre, Vincenzo, ucciso e pugnalate dai fascisti e abbandonato in una roggia a Cambiago, nel 1921.

 

Igino Rota morì durante un'azione al campo d'aviazione di Arcore. La sera del 20 ottobre 1944 il distaccamento che lui comandava si riunì nella base per studiare in tutti i dettagli l'attacco all'aeroporto, avvalendosi delle preziose informazioni fornite dai CLN di Arcore e di Vimercate. Stabilito il piano, verso le dieci di sera, sei partigiani, travestiti da repubblichini e armati di mitra, si incamminarono in fila indiana lungo il bordo della strada provinciale Oreno-Arcore, avvicinandosi all'aeroporto.

1944-20-ott-campo-volo-Arcore-aereo-distrutto.JPGGli altri componenti del distaccamento e un gruppo di giovanissimi patrioti del Fronte della gioventù si diressero verso l'obiettivo attraverso i campi.

I sei partigiani fecero irruzione nella sede del corpo di guardia, immobilizzando le dieci sentinelle fasciste. Tagliati i fili del telefono e lasciato un garibaldino di guardia, il gruppetto si ricongiunse con gli altri partecipanti all'azione e tutti insieme si diressero verso gli hangar. Le torce elettriche illuminarono cinque aerosiluranti tipo Savoia Marchetti 79, pronti a spiccare il volo per le loro missioni di morte. Dopo aver ammucchiato intorno agli apparecchi bidoni di olio lubrificante, fusti di benzina, bombole di acetilene e di ossigeno e tutto il materiale infiammabile che riuscimmo a scovare, lanciammo alcune bottiglie “molotov”.

Ormai lontani, nei campi, sentimmo violente esplosioni e scorgemmo bagliori accecanti che illuminavano l’obiettivo della nostra azione. L'operazione, conclusasi con la distruzione di tutti gli aerei, meritò una citazione solenne da parte del Comando di Divisione e venne menzionata anche nel corso del notiziario trasmesso dr Radio Londra.

 

Due mesi dopo, il 29 dicembre 1944 il distaccamento decise di ripetere l’attacco. Si unirono a noi alcuni partigiani del Fronte della gioventù e della 13a Brigata del Popolo, la formazione dei cattolici vimercatesi guidata da Felice Sirtori. Ci dividemmo in due squadre: la prima, al comando di “Acciaio”, doveva disarmare la ronda forzare l'ingresso nel campo e infine catturare tutti i militi del presidio; a questo punto sarebbe entrata in azione la seconda squadra, guidata da Carlo Levati, con il compito di distruggere gli apparecchi.

Stava già concludendosi la prima fa e dell'attacco quando un banale incidente fece fallire l'operazione, causando la morte di Igino Rota. L'ultima sentinella, disarmata davanti alla sede del presidio, riuscì a dare l'allarme, cosicché la sorpresa non fu completa. Nello scontro con i fascisti, il comandante del distaccamento fu abbattuto da una raffica di mitra. Immediatamente iniziò una furibonda sparatoria. I militari fascisti non ancora catturati erano asseragliati nella palazzina del comando e da qui sparavano a zero con tutte le armi automatiche a loro disposizione; noi rispondevamo al fuoco, nel disperato tentativo di recuperare il corpo del nostro comandante, essendo ormai impossibile concludere l'operazione prefissata. Tutto, però, fu inutile, perché il nostro armamento era inferiore e inoltre eravamo in una posizione precaria, in mezzo al campo, illuminato dalla luna piena, assolutamente allo scoperto. Fu perciò necessario ritirarsi, lasciando in mani fasciste il corpo di Rota. Le perdite del nemico non furono mai comunicate ufficialmente ma, da notizie raccolte dai CLN di Arcore e di Vimercate, risultò che almeno dieci furono i fascisti messi fuori combattimento.

 

ordine-fucilazione-5-partigiani-Vimercate.JPGPurtroppo, il triste bilancio dell'azione non si limitò alla perdita di “Acciaio”: identificato il caduto, divenne facile per i fascisti, aiutati da una spia del luogo, risalire alla cerchia di conoscenti e amici di Rota. Perquisizioni, arresti, interrogatori, minacce e lusinghe ai familiari portarono alla cattura di una parte dei componenti il distaccamento nella notte tra l'1 e il 2 gennaio 1945, poche ore prima che ci si ritrovasse per spostarci in un'altra zona e sottrarci alle ricerche. Riuscirono a sfuggire all'arresto solamente pochi partigiani, tra cui Carlo Levati, che si lanciò seminudo dalla finestra al primo piano della sua abitazione e percorse a piedi nudi otto chilometri nei campi ricoperti di neve, prima di trovare rifugio nella base di Cavenago.

Arrestati, interrogati, torturati, i giovani patrioti vennero poi rìnchiusi nelle carceri milanesi di San Vittore. Qui, la mattina del 2 febbraio, sfogliando il “Corriere della Sera” i familiari che attendevano davanti al portone per consegnare ai loro cari viveri e capi di vestiario appresero la tremenda notizia: Cereda, Colombo, Motta, Pellegatta e Ronchi erano stati fucilati alle quattro del mattino nello stesso aeroporto di Arcore che aveva visto le loro imprese.

 

Il tribunale fascista di Milano che aveva emesso la sentenza condannò a trent'anni di carcere, data la minore età, altri quattro giovanissimi patrioti, appartenenti al Fronte della gioventù, che vennero liberati dai partigiani il 25 aprile. Anche don Enrico Assi, in due riprese, e Felice Sirtori furono arrestati; in particolare, il comandante della 13a Brigata del Popolo fu torturato a lungo nelle carceri di Monza, ma i fascisti non riuscirono a strappargli né un nome né un'informazione e furono così costretti a rilasciarlo dopo alcune settimane.

Fu un momento terribile per la 103a Brigata Garibaldi: alla perdita di compagni con cui avevamo condiviso rischi, trepidazioni, gioie e dolori, si aggiungeva la dissoluzione del distaccamento di Vimercate, il più attivo della Brigata. Coloro che riuscirono a sottrarsi alla cattura si diedero alla macchia, mentre io fui inviato nella 105aBrigata, sempre in qualità di vice-comandante. Rimasi nel distaccamento di Gorgonzola fino alla liberazione, che era ormai vicina».

 

Emilio Diligenti assessore.jpgAlla fine della guerra, smessi i panni del partigiano, Emilio Diligenti cominciò subito la sua attività come segretario della Camera del Lavoro di Lissone e dopo qualche tempo fu eletto Consigliere comunale della nostra città. In seguito fu Consigliere provinciale e quindi Assessore. Nel 1981 fu premiato dalla Provincia di Milano con il premio Isimbardi per aver “costantemente lottato per la progressiva attuazione degli ideali di giustizia sociale, unendo alle capacità di iniziativa dinamica e realizzatrice, l’interesse per la storia della Brianza”. Emilio Diligenti ci ha lasciato un importante libro sulla storia del nostro territorio, scritto con l’amico giornalista Alfredo Pozzi, dal titolo “La Brianza in un secolo di storia italiana (1848-1945)”.

libro-Storia-della-Brianza.jpg 

La nostra Sezione A.N.P.I. di Lissone è a lui intitolata.

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Stalingrado: fine di un esercito

12 Avril 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Tre grandi città segnano il destino dell’invasione tedesca in Russia: Leningrado, con il martirio dei suoi abitanti, Mosca, con la dissennata ostinazione di Hitler che non vuole essere inferiore a Napoleone, e Stalingrado che vede frantumarsi il potenziale distruttivo delle armate tedesche. Quando la città è divenuta un cumulo di macerie i sovietici cominciano a dettare le regole del gioco: lasciano avanzare i carri armati che finiranno comunque in trappola tra mucchi di mattoni e di cemento e distruggono le fanterie, attaccano di notte quando il nemico è maggiormente in difficoltà, attendono che questi concentri al massimo le sue forze per poi chiuderlo in trappola.

1942-Stalingrado.JPG 1942-Stalingrado-2.JPG

Da un articolo di Enzo Biagi in La Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1989

Sono arrivato a Volgograd, dove non ero mai stato; si chiamava Stalingrado, e l'hanno scioccamente epurata. Mi ha detto un collega della «Pravda» che le ridaranno il nome per cui è conosciuta in tutto il mondo, ma la burocrazia è lunga e il partito prudente.

È sulla collinetta di Mamaja, sulla terribile quota 102, che Hitler ha perso la guerra, ed è cambiato anche il nostro destino. I tedeschi che combattono lo chiamano «il grande fungo» ed è un intrico di ridotte, di nidi di mitragliatrici, di postazioni di mortai. Adesso è meta di turisti e di scolaresche.

1943-2-febbraio-resa-Paulus-a-Krusciov.JPGPaulus si è rifugiato nei sotterranei dei Grandi Magazzini; una cantina di quattro metri per quattro, ricoperta di legno, riscaldata da una stufa di argilla, costruita sul posto dai soldati.

Il suo rancio è due zuppe al giorno e una fetta di pane; a un comandante di battaglione insignito della croce di ferro, pochi giorni prima della resa, ha mandato in dono una pagnotta una scatola di aringhe al pomodoro.

 

La mattina del 31 gennaio 1943, un ufficiale del corpo di guardia si affaccia all'emporio e avverte: «I russi sono alla porta». Friedrich Paulus decide di farla finita e «senza tante storie», precisa; si avvia all'uscita pallido e umiliato. Nella notte è stato promosso feldmaresciallo. Fuori, lo aspettano anche i fotografi. E un momento che va ricordato. Nella foto: Paulus, feldmaresciallo da un giorno, appare di spalle mentre va a comunicare lo resa a Nikita Krusciov.

In vetrina espongono ora giocattoli di pezza e profumi a buon mercato. In quello che era il rifugio di Vasilij Ivanovič Čujkov, l'avversario, sulla riva del Volga, dentro la roccia porosa, han sistemato un ristorante. Più in su, c'è un teatro: stasera si rappresenta Ballo al Savoy.

Quando, il 21 giugno 1941, un sabato, Hitler dà ordine di attaccare l'Unione Sovietica, al Cremlino non dovrebbe esserci sorpresa; le spie li hanno avvertiti perfino del giorno e dell'ora dell'invasione. Soltanto trenta minuti dopo mezzanotte, il commissario del popolo alla Difesa Timošenko ordina alle truppe delle regioni di confine di prepararsi a resistere. Eppure, racconta il diplomatico Berezkov, che sta in quel momento all'ambasciata di Berlino, già in febbraio un tipografo amico gli ha portato un manuale di conversazione russo-tedesco, avvertendolo che se ne stanno stampando migliaia di copie. Il frasario è di questo genere: «Dov'è il presidente del Kolchoz?», «In alto le mani, o sparo», «Arrenditi».

La dichiarazione ufficiale di guerra la fa Ribbentrop, alle tre del mattino, davanti agli operatori e ai giornalisti: ha la faccia gonfia, gli occhi appannati, le palpebre arrossate. Balbetta, ha bevuto. L'ambasciata dell'URSS nel congedarsi commenta: «Questa volta la pagherete cara».

La rapidità e la portata dei successi della Wehrmacht sbalordiscono. Le divisioni corazzate minacciano la capitale: le punte avanzate arrivano a una trentina di chilometri. Stalin non si muove. Organizza uomini e mezzi per bloccare il nemico. Telefona a Zukov, il vice capo della Stavka, l'alto comando: «Siete certo di poter tenere Mosca? Ve lo chiedo col cuore straziato, da comunista».

Risposta: «Senza alcun dubbio. Ma avremo bisogno di due armate con più di duecento carri armati».

Zukov mantiene la promessa: e l'esercito nazista non arriverà mai, come Napoleone, ad assestarsi sulla Collina dei Passeri: nella battaglia per Mosca perde più di mezzo milione di soldati, 1300 carri armati, 2500 cannoni e una quantità enorme di materiale. Viene respinto di oltre 100 chilometri verso Ovest.

Più tardi Hitler, riferisce Rahn, un suo diplomatico, ammette l'errore: «Per quanto riguarda i russi, mi sono effettivamente sbagliato, e per la prima volta. Al momento dell'invasione contavo che disponessero di 4000 carri armati, e ne avevano invece 12.000».

Eppure il conte von der Schulenburg, che nell’URSS rappresentava il Terzo Reich, non aveva nascosto il suo giudizio e le sue previsioni: «Le cose non potranno mai andar bene. Non si ha alcuna idea della potenza dell'Armata Rossa e dell'energia concentrata nell'ideologia sovietica».

Quando torna la buona stagione, Hitler lancia il «Progetto Azzurro», una larga manovra che ha come obiettivo l'occupazione del Caucaso e la conquista dei giacimenti petroliferi: Stalingrado, nei suoi piani, ha una importanza marginale. E una città industriale che, nel 1925, ha preso il nome del capo: prima si chiamava Sarizija, ma il compagno Dzugasvili nel 1918 sostò da queste parti come commissario di guerra; c'era da battere i «bianchi» del generale Krasnov. Invece, per cinque mesi, in quelle strade, si svolgono «i combattimenti più esasperati del secondo conflitto mondiale».

Alla fine di ottobre nove decimi del centro urbano sono occupati dai reparti nazisti, e la bandiera di combattimento del Reich sventola sulla piazza principale: ma Zukov, che coordina la controffensiva, avverte: «Presto avremo un giorno di festa».

Paulus vede le sue divisioni combattere e cadere disperatamente, in una lotta disumana, ma non sa ribellarsi; il chilometro, come unità di misura, scrive Paul Carell, cede il posto al metro, la carta dello Stato maggiore è sostituita da quella topografica: si spara in un vecchio mulino, tra i serbatoi d'acqua, sulla linea ferroviaria; capita che nello stesso appartamento i sovietici, riferisce il corrispondente Walter Kerr, hanno occupato la cucina e i tedeschi il soggiorno.

I rifornimenti promessi dalla Luftwaffe non arrivano, o vengono scaricati in quantità minima, o finiscono, coi lanci, tra le macerie, o nelle mani del nemico. Confessa poi Paulus: «Lottavo dentro di me, e mi chiedevo se dovevo preferire l'obbedienza che mi veniva chiesta con l'argomento perentorio che ogni ora guadagnata era di vitale importanza, oppure la compassione umana per i miei soldati. Credetti allora di dover risolvere il conflitto facendo prevalere la disciplina».

Contro di lui, Vasilij Ivanovič Čujkov, quarantadue anni, figlio di contadini, amante degli scacchi, delle letture e della buona tavola, deciso e intelligente, che sa quello che vuole: «Se rischi la pelle salvi quella di molti combattenti», dice, ed è pronto a pagare: «O terremo la città o moriremo qui».

Pensa di lui Paulus: «Non è un militare, è uno stregone». I biografi lo descrivono «ambizioso, pieno di talento strategico, intrepido e incredibilmente tenace». Comanda la LXll Armata, e ha alle spalle, come consigliere politico, un vecchio comunista, Nikita Sergeevič Chruščëv.

 

1942-fabbrica-carrarmati-URSS.JPGCambia di continuo le regole: i tedeschi preferiscono combattere durante il giorno, e lui gli impone la notte, amano lottare nelle vie, e lui le lascia deserte. Lancia nel corpo a corpo i siberiani, armati di coltelli finlandesi e di pugnali, mobilita cinquantamila civili e forma la Difesa Popolare, tremila ragazze diventano ausiliarie e infermiere, i giovanetti del Komsomol vanno al fronte, perché il fronte è ovunque. Dalla fabbrica di trattori Gerginksij escono carri armati, e vanno subito in linea, senza vernice, senza strumentazione ottica, con equipaggi formati dagli stessi operai che li hanno costruiti. Nello stabilimento «Barricata rossa» si producono cannoni: che appena fuori dai reparti, sono in postazione e sparano.

Novembre, maledetto novembre per l'Asse: quante batoste. Montgomery, a El Alamein, batte Rommel; Eisenhower sbarca in Africa occidentale e marcia su Tunisi; Hitler parla ad antichi camerati, quelli della birreria di Monaco, di ciò che sta accadendo a Stalingrado, e promette:«Nessuna potenza al mondo riuscirà a sloggiarci di là».

Immagina manovre dai simboli fascinosi e carichi di minacce: «Colpo di tuono», «Tempesta invernale», ma la pioggia, il nevischio, la nebbia ghiacciata segnano le ore della sconfitta.

Von Manstein, la mente più sottile tra gli strateghi della Wehrmacht, promette: «Faremo tutto il possibile per liberarvi», e Paulus ancora si illude di farcela; e una settimana prima della caduta ordina: «Radunare le ultime forze per resistere fino al cedimento dei russi».

Trecentomila uomini sono chiusi nella sacca: ma la fame e i proiettili li distruggono. Non si distribuisce quasi più il rancio, non ci sono bende per curare i feriti, si insegna a cucinare la carne dei pochi cavalli rimasti. Già il 22 novembre un marconigramma di Paulus informa l'Oberkommando: «Carburante quasi esaurito. Situazione munizioni precaria. Viveri solo per sei giorni».

Dagli altoparlanti arriva la voce di Ulbricht che esorta a deporre le armi, e viene diffuso un manifesto coi versi del poeta comunista Becher, uno dei rifugiati a Mosca: «Nel sogno il volantino gli parlò: non ti succederà nulla di male I Il pezzetto di carta lo prese per mano I Io conosco bene questo paese So dove andiamo».

Il 31 gennaio, la strada la imparano anche centomila soldati che hanno ubbidito agli ordini del Führer, e vanno verso la prigionia. Tra loro, quasi diecimila rumeni. Una fila senza fine di straccioni e di malati.

L'ultimo aereo ha decollato da Gurmak il 23: lo pilota il luogotenente Krause, ha undici feriti a bordo e il timone di profondità in avaria. Sul limite del campo, sono raccolti migliaia di disgraziati che vengono abbandonati al loro destino.

 

Nel cielo splendente di sole, i russi fanno sfilare una parata aerea, trentacinque bombardieri formano la stella sovietica. Hanno sbigottito con la loro caparbietà, con la loro «pazzia» il nemico; ora sentono che comincia la marcia verso Berlino «Perfino dopo morti», ricorda il colonnello Adam «restavano avvinghiati al volante dei carri armati distrutti».

1943-gennaio-prigionieri-tedeschi.JPGGli ultimi momenti del dramma dei soldati tedeschi a Stalingrado.

Dei 320.000 tedeschi di Stalingrado, 140.000 sono morti per ferite ricevute in combattimento, fame, freddo, malattie, 20.000 dispersi, 70.000 feriti evacuati prima e dopo la sacca. I superstiti 90.000 lasciano in mano ai russi 750 aerei, 1550 carri armati, 480 autoblindo, 8000 cannoni e mortai, 60.000 autocarri e 235 depositi di munizioni e partono per i campi di prigionia della Siberia.

 

Fra loro vi sono 2500 ufficiali, 23 generali ed un feldmaresciallo: torneranno in soli 5000, meno del 2 per cento. Alle 14.46 del 2 febbraio un aereo tedesco da ricognizione sorvola a grande altezza la città e trasmette questo messaggio «A Stalingrado, nessun segno di combattimento».


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Attilio Mazzi

9 Avril 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

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27/4/1885     9/4/1945 a Mauthausen-Gusen
Lissone, 9 aprile 2014
Oggi desideriamo ricordare Attilio Mazzi che per il suo dichiarato antifascismo perse la vita. Dedichiamo queste brevi note a tutti i suoi parenti.
Ma ripercorriamo brevemente i fatti di quella domenica 25 luglio 1943.
Nella riunione del Gran Consiglio del Fascismo, alle 3 del mattino viene approvato l'ordine del giorno presentato da Grandi (con 19 voti su 27); la fine del fascismo è decretata: Mussolini è messo in minoranza. Il Gran Consiglio ha provocato la caduta del regime.
Alle 17 Mussolini porta al re le decisioni del Gran Consiglio e viene informato che sarà sostituito a capo del governo dal generale Badoglio. Al termine dell'udienza Mussolini viene tratto in arresto.
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Il radiogiornale della sera (alle ore 22.45) informa gli italiani dell'accaduto.

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A Lissone, all’indomani, mentre i lissonesi Francesco Mazzilli, Attilio Gattoni e Carlo Arosio, ­arrestati verso la fine giugno 1943 ed incarcerati a S. Vittore vengono liberati, un nostro concittadino, Attilio Mazzi - un benestante milanese ma veronese di nascita, da tempo attivo in Lissone dove aveva aperto uno stabilimento per la tranciatura del legno e dove svolge una ben avviata attività di intermediazione e di rappresentanza di legnami con sede in Via Roma - sfila per le vie di Lissone, innalzando un cartello con l’immagine di Badoglio, mettendosi a capo di un breve corteo che manifesta apertamente a favore del nuovo governo, come per salutare il nuovo spazio di libertà che finalmente sembrava schiudersi. Sfila nel centro del paese, percorre Via Sant'Antonio, attraversa Piazza Vittorio Emanuele (l’attuale Piazza Libertà), sino alla Casa del Fascio, dove vengono strappate le immagini di Mussolini e distrutti i simboli del Fascismo.

Ma dopo la fondazione della Repubblica Sociale, il 22 febbraio 1944, la polizia arresta Mazzi davanti alla stazione, all'arrivo dalla sua abitazione di Milano. Rinchiuso nelle carceri di Monza, interrogato dalle SS, viene trasferito a San Vittore. Negli stessi giorni il suo magazzino di legnami di via Roma viene saccheggiato: da un momento all'altro la sua famiglia si trova senza più nulla, sul lastrico. Il 27 aprile 1944 Attilio Mazzi, per il suo dichiarato antifascismo, è internato nel campo di concentramento di

Fossoli (dove, il 12 luglio 1944, rischia di essere fucilato con Davide Guarenti), prima di finire i suoi giorni, per la fatica sul lavoro e gli stenti, nel lager di Mauthausen-Gusen. Da Fossoli 
undefinedscrive una tenerissima lettera alla moglie: “... Qualunque cosa avvenga, tu dovrai essere fiera del nome che porto. Non mi sono mai pentito di essere stato, e lo sono sempre un vero italiano – lo dissi e lo ripetei ai miei inquisitori con testa alta. Ci tengo a ripeterlo perché tu un giorno lo possa dire …”. 
Desideriamo oggi ricordarlo per la sua forza d'animo e, raccogliendo il suo invito, ci impegniamo a far conoscere il suo sacrificio alle nuove generazioni.  Durante l’Amministrazione del sindaco Fausto Meroni, una via di Lissone è stata dedicata ad Attilio Mazzi. 
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trascrizione della lettera di Attilio Mazzi inviata alla moglie dal campo di concentramento di Fossoli

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Tre Italie nella bufera

7 Avril 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Il confuso quadro politico del Paese nel quarto anno di guerra.

Non ha nome, né governo né Parlamento; non emette leggi, né batte moneta e non ha neppure una vera capitale. I suoi confini sono angusti, abbracciano soltanto quattro province (Bari, Brindisi, Lecce, Taranto) e due milioni di abitanti. Roosevelt l'ha definita King's Italy, l'Italia del re: eppure è proprio questo piccolo regno del Sud a rappresentare, nello sfacelo seguito all’armistizio dell'8 settembre 1943, la continuità del Paese, la nascita pur timida e incerta della nuova democrazia italiana.

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Piccolo regno, quello del Sud, con nessunissimo potere, sottoposto al rigido controllo di una commissione militare alleata - presieduta dall'inglese Mac Farlane e dall'americano Maxwell Talor - che nel complesso, nutre scarsa simpatia o totale indifferenza per l'Italia in genere e per Vittorio Emanuele III in particolare.

Piccolo regno quello del Sud, con una piccola reggia (la villetta dell'Ammiragliato a Brindisi) e una piccola Corte dalla quale, con la precipitosa fuga da Roma, sono scomparsi i Gran Maestri di Palazzo, i Segretari Generali, gli Scudieri Onorari, i Prefetti, le Dame di compagnia, i Cappellani.

Un regno con un governo di quattro ministri (Badoglio, Piccardi, De Courten, Sandalli) che ha vita stentata e che governa soltanto su miseria, fame, epidemie, distruzioni. Il Sud, già tradizionalmente povero, è stato ridotto al lumicino dai bombardamenti aerei e navali, dalle requisizioni tedesche e dall’invasione alleata; adesso l'ultimo colpo glielo dà l'inflazione che si scatena con l’introduziona delle «am-lire», quei lunghi fogli rettangolari azzurrini, simili in tutto ad assegni, che recano al centro stampato con gran numeri, il loro valore.

AM Lire

Al Nord un abile ministro di Salò, Pellegrini-Giampietro, è riuscito a far ritirare ai tedeschi il marco di occupazione e a ottenere un cambio quasi equo, date le circostanze, (un marco uguale a dieci lire); nel Meridione Badoglio invano scrive, supplica protesta e si rivolge personalmente a Churchill: la gente del Sud pagherà 100 lire per un dollaro, 400 per una sterlina. Così, di colpo, il potere d'acquisto dei soldi italiani si volatilizza (un soldato semplice americano guadagna 6.000 lire al mese pagate in dollari mentre il prefetto di Taranto ne riceve 2.500 in «am-lire») e le banche vengono prese d'assalto dai risparmiatori, i capitali spariscono, la miseria nelle campagne è totale e spinge a tumulti e rivolte.

Da oltre Atlantico arrivano i divertimenti e le novità: gli eserciti alleati hanno portato il boogie-woogie e dalle navi sbarca - insieme con le tavolette di chewing-gum e con un veicolo mai visto, la jeep - anche un farmaco quasi miracoloso, la penicillina.

Con la fame diventa irrefrenabile la delinquenza dilagante. La città più tormentata è Napoli, col suo milione di abitanti assiepati nei «bassi» privi d'acqua, di luce e di fognature, fra vicoli stracolmi di spazzatura gettata dalle finestre e infestati da legioni di topi.

La metropoli vive di mille mestieri per lo più illeciti tra cui fanno spicco la prostituzione, il furto e il contrabbando.

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La promiscuità, la sporcizia, la carenza d'acqua provocano epidemie a ripetizione: dall'ottobre 1943 al luglio 1944, a Napoli, ne scoppiano due ed entrambe di tifo con un bilancio di quasi ottocento morti.

Ma altre nubi s'addensano sulla piccola reggia di Vittorio Emanuele III. Un re che, caparbio, non vuole abdicare che non sente la necessità di un Parlamento e che impiega settimane a decidersi a dichiarare guerra alla Germania quando invece, nel 1940, aveva approvato quella fascista in un baleno.

Il governo Badoglio, privo dell'aiuto dei partiti che gli negano la collaborazione se il re non se ne va, ha difficoltà a mettere in piedi un piccolo esercito che affianchi gli alleati (i generali non gli mancherebbero: da Roma, all'8 settembre, ben 57 sono fuggiti al Sud) e la frustrazione aumenta con il «lungo armistizio» che Badoglio, a Malta, è costretto a firmare quasi col coltello alla gola.

Palmiro-Togliatti.jpgMa poi, con la primavera '44, qualcosa muta nel quadro politico. Il cambiamento comincia con l'arrivo da Mosca di un signore sui cinquant'anni, occhiali da miope, piccolo, tarchiato, con un incredibile maglione a scacchi e i calzoni che gli fanno le borse sui ginocchi: quest'uomo dall'aria di professore, conosciuto nella clandestinità con nome di Ercole Ercoli, è in realtà Palmiro Togliatti (e c'è la scena di Togliatti che appena sbarcato a Napoli dalla motonave Tuscania, va a bussare a tarda sera alla porta della federazione comunista in via San Potito dove, in quel momento, sono riuniti Maurizio Valenzi, Eugenio Velio Spano e altri dirigenti del PCI. Salvatore Cacciapuoti, che lo riceve, lo scambia per un compagno bisognoso e cerca di disfarsene: «Vieni domani, ora è tardi, qui è tutto chiuso»).

Togliatti rovescia clamorosamente la strategia comunista con la «svolta di Salerno»: l'obiettivo - dice - è la liberazione dell'Italia e per l'aggiungerlo occorrono la concordia e l'unità nazionale».

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Mentre il PCI entra nel governo Badoglio - e Stalin ne rafforza subito la posizione internazionale riconoscendolo ufficialmente e costringendo così Stati Uniti e Gran Bretagna a fare altrettanto – Enrico De Nicola vince abilmente le resistenze del re sull'abdicazione, il nostro Corpo di Liberazione (CIL) si batte bene a Montelungo e finalmente, la notte fra il 4 e il 5 giugno '44, gli alleati entrano a Roma.

La Repubblica Sociale Italiana

stemma RSISul fronte opposto, cioè, sul territorio della nuova repubblica fascista (due terzi dell'Italia ventotto milioni di abitanti) non vi è alcuna autorità riconosciuta tranne Mussolini. I tedeschi, a parole «fedeli camerati e alleati», nella pratica esercitano un assoluto e ferreo controllo su ogni aspetto della vita politica e amministrativa nominando perfino i prefetti (come a Torino) o istituendo nelle singole province, un funzionario superiore dell'amministrazione militare germanica quale controfigura del prefetto italiano (rapporto Hufnagel, 20 febbraio 1944). Il governo di Mussolini non ha potere anche perché privo di adesioni concrete e di uomini di rilievo. Gli iscritti al Partito Fascista Repubblicano sono pochissimi (circa 250.000) e non si sa bene da dove provengano, ideologicamente, che cosa cioè li abbia mossi, che cosa si attendano dal futuro.

Fra gli aderenti al Partito Fascista Repubblicano c'è un solo nome veramente noto nella cultura, il filosofo Giovanni Gentile, e uno altrettanto noto della casta militare, il maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani. Sessantototto anni, nativo di Castelvetrano (Trapani), liberale di destra, ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo Mussolini e poi senatore del regno, Gentile - il filosofo dell' «atto puro» e l'autore di una fondamentale riforma della scuola - ha dato il suo appoggio alla repubblica di Salò con un pubblico discorso a Roma: «La resurrezione di Mussolini ha detto «era necessaria come ogni evento che rientra nella logica della storia». In cambio, il duce lo nominerà presidente dell'Accademia d'Italia.

Graziani, invece, cerca nella Rsi la sua «revanche» sull'odiato Badoglio dal quale è stato diviso per anni da gelosia personale. Nato a Filettino di Frosinone, sessantunenne, e comandante di truppe coloniali in Libia e in Somalia ex viceré d'Etiopia ed ex capo di Stato Maggiore dell'esercito, il maresciallo Graziani accetta la carica di ministro delle Forze Armate.

Mancando Roma come capitale, alcuni ministeri sono sparsi lungo le sponde del lago di Garda fra Salò (Esteri e Cultura Popolare), Maderno (Interno e direzione del partito), Desenzano (Forze Armate) e Bogliaco (presidenza del Consiglio dei Ministri). Altri sono a Vicenza, Treviso, Padova, San Pellegrino, Brescia, Verona, Cremona, Venezia.

Poveri e miseri ministeri, messi su di fretta e in preda al disordine.

Villa-Feltrinelli-lago-di-Garda.JPGMussolini è invece alloggiato a villa Feltrinelli, a due chilometri da Gargnano: questo palazzetto ottocentesco, di media grandezza, con una facciata di marmo rosa e circondato da un piccolo parco in riva al lago, gli serve contemporaneamente da ufficio e da abitazione. I suoi «guardiani» non sono distanti: Rahn è a Fasano, Wolff a Gardone. La villa Feltrinelli è guardata a vista da un distaccamento della Leibstandarte «Adolf Hitler», reparto speciale di SS, che ha montato un cannone antiaereo sul tetto di un edificio vicino. Presta servizio di guardia anche la milizia fascista ma tutte le comunicazioni di Mussolini sono strettamente controllate dai tedeschi - e debitamente registrate su disco - e anche le sue telefonate personali debbono passare attraverso un centralino da campo germanico.

E ci sono anche i nuovi fascisti, arrivati alla RSI dall'estremismo inconsulto, giovani imbevuti della propaganda di un ventennio, teppisti di vecchia data reclutati fra il sottoproletariato o nelle galere che formeranno quanto prima il nerbo delle compagnie di ventura e di tortura (i Bardi, i Pollastrini, i Carità, i Koch, i Colombo, gli Spiotta. Oppure gente che ha vissuto ai margini del fascismo fino all'8 settembre e adesso è carica di rancori e di invidie. Personaggi violenti come gli uomini del federale di Como, Porta, che bastonava i passanti che non alzavano il braccio nel saluto romano al loro passaggio.

Questi sono i nuovi fascisti che faranno la storia di Salò; sono i militi in maglione nero accollato, berretto alla paracadutista, gladio al posto delle stellette e mitra in mano che a Savona, agli operai in sciopero al grido di «Pane, pane!», ritorcono con una torva minaccia: «Avrete del piombo, non del pane».

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Arturo Arosio

28 Mars 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

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«Quando il tuo corpo

non sarà più, il tuo

spirito sarà ancora più

vivo nel ricordo di

chi resta.

Fa che possa essere

sempre di esempio»

   (ultimo messaggio lasciato scritto sul muro

di una cella delle carceri di Via  Tasso

a Roma

da uno dei martiri delle Fosse Ardeatine)

 
Il 18 marzo 1945 veniva fucilato dai nazifascisti Arturo Arosio. 

Di anni 19. Nato a Lissone (Milano) il 24 maggio 1925, come molti altri giovani risponde al bando Graziani di chiamata alle armi e si arruola nella Divisione alpina «Monterosa»; addestrato con i commilitoni a Münsingen, in Germania, sotto la diretta supervisione dei tedeschi, rimpatria nella seconda metà del 1944 ed è dislocato in un reparto di presidio nell'entroterra ligure. Valutata la situazione, diserta e si aggrega ai partigiani della Brigata «Centocroci» di La Spezia. Catturato durante un rastrellamento, viene processato per diserzione e condannato a 30 anni di reclusione, grazie alla difesa di un capace avvocato, Emilio Furnò, che riesce ad evitargli (seppure per poco) la fucilazione. La sera del 13 marzo 1945 due partigiani armati di rivoltella irrompono nell'abitazione del tenente della X flottiglia Mas Roberto Gandolfo (arruolato nella 5a Compagnia del Battaglione «Lupo») e lo uccidono insieme a suo padre. Per rappresaglia il Tribunale militare di Chiavari condanna a morte con rito sommario sei prigionieri (Arturo Arosio, Giuseppe Barletta Alessandro Sigurtà, Emanuele Giacardi, Luigi Marone e Mario Piana), prelevati il 18 marzo dalle carceri, condotti sul luogo dell'azione partigiana, in località «Villa Pino» di Santa Margherita di Fossa Lupara (comune di Sestri Levante), e fucilati da un plotone della 3a Compagnia della XXXI Brigata Nera «Generale Silvio Parodi» comandato dal tenente Giuseppe Barbalace. Per cinque di essi la fine è immediata; il sesto, Mario Piana, lasciato per morto, trascinatosi sul terreno riesce a raggiungere il vicino bosco, dove è ritrovato dopo alcune ore dai partigiani; ricoverato all'ospedale da campo di Santo Stefano d'Aveto, si spegne nel giro di pochi giorni per emorragia. Sul luogo della fucilazione, accanto alla casa della famiglia Gandolfo, un cippo ricorda i sei fucilati. La salma di Arturo Arosio è trasportata a fine maggio 1945 a Lissone, suo paese natale, per la celebrazione di solenni funerali partigiani. (tratto da “Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza 1943-1945” a cura di Mimmo Franzinelli – Ed. Oscar Storia – marzo 2006 pag.87, 88 e 89)

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Lettera alla famiglia del 5 maggio 1944, scritta durante l’addestramento in Germania


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Tratte dalla pubblicazione “Le Brigate del Popolo” del 17 gennaio 1946 (pagg. 12 e 13)

ARTURO AROSIO 14ma Brigata del Popolo

Partigiano di fede, per il suo ideale sacrificò la vita. Dopo un lungo periodo di dura prigionia venne fucilato a Sestri Levante dai tedeschi, perche appartenente a formazioni partigiane.

Unico sentimento espresso nell’ultima lettera ai suoi cari l'orgoglio di morire per la sua Patria "Italia”.

Fucilato a Sestri Levante il 18 marzo 1945.


UNA LETTERA

Un glorioso caduto ebbe la 14.ma Brigata: il caporale Arturo Arosio, nome di battaglia “Tarzan”, fucilato il 18 marzo 1945 dai nazifascisti di Sestri Levante. Ad illustrare la figura di “Tarzan”ogni nostra parola sarebbe vana per cui ci rimettiamo alla sua penna pubblicando stralci della lettera scritta poco prima di essere condotto alla fucilazione.

 Chiavari, 16 marzo 1945

Cara mamma. Carletto, Antonio, Bruno, Angelina, Ernestina, Luigia e il cognato Luigi, Zii, Zio, parenti, cugini e cugine, amici.

Eccomi a Voi con questo ultimo mio scritto primo di partire per la mia sentenza, io muoio contento di aver fatto il mio dovere di vero soldato e di vero italiano; cara mamma sii forte che io dal cielo pregherò per te; sei stata l'unica consolazione, hai sofferto tanto per me e soffrirai ancora dopo la mia morte? Cara mamma io pregherò tanto per te e per i fratelli e sorelle!

Cari fratelli e sorelle, siate orgogliosi di aiutare la mamma e sopportare la sua pesante croce che dovrà portare in alto dei cieli. Mamma non piangere per me, pensa che tu mamma nell’altra guerra, hai avuto un fratello caduto al fronte, e io vado a raggiungerlo la dove godrò un'altra vita felice e beata, dove ci sarà un altro tribunale davanti a Dio onnipotente, là dove ci sarà finalmente giustizia per quelli che hanno fatto del bene o del male.

Cara mamma, fratelli e sorelle, nel momento della mia morte, invocherò e pregherò per voi, pregherò il Signore perché vi benedica e vi tenga sani in una lunga vita di pace e felicità. Miei cari fratelli ricordatevi di me nelle vostre povere preghiere, credo che tutto il male che vi ho fatto, me l'avrete perdonato; scusatemi se vi ho fatto arrabbiare e perdonatemi di tutto.

Al mio caro Carletto, che tutti giorni facevo impazzire credo che mi perdonerà di tutto il male che gli ho fatto, per le volte che l'ho fatto piangere? Mi perdoni?

Ai miei cari fratelli Anselmo e Bruno, per fare che aiutino la mamma e sia ubbidienti e laboriosi, ricordino che il loro fratello è stato processato e dopo fucilato nella schiena.

Alle care sorelle Ernestina, Angelina e Luigia perché mi perdonino e preghino per me, che io pregherò per loro quando salirò in cielo.

Alla mia cara mammina che tanto piangeva per me, mamma sii forte a sopportare questo tremendo delitto, che Dio pense a maledire questi uomini senza fede e senza speranza in Dio. Dio non paga solamente al sabato, ma paga tutti i giorni. Fate bene fratelli, che il tempo passa e la morte s’avvicina.

Vi mando i miei ultimi saluti e baci, tanti bacioni a te mamma, baci a voi cari fratelli, Carlo, Anselmo, Bruno, baci alle mie care sorelle Angelica, Ernestina, Luigia e Luigi.

Vostro fratello Arturo.

Tuo figlio ti manda tanti baci, tanti saluti; ci rivedremo in cielo.

Arturo, ciao mamma mia.

Salutami la zia Vittorina, Viola, Salvatore, lo zio Giuseppe, la zia Agnese, Arturo, Teresina, Arcangelo, Maria Adelaide, zia Giovanna e tutti i suoi figli, lo zio Alessandro, zia Paolina, Alfonso, sua moglie e i suoi figli, Arturo e tutti gli altri parenti che non ricordo più.

Baci a tutti, ci rivedremo in cielo, Ciao, ciao, ciao.

Mamma, miei fratelli e sorelle, pregate per me. Baci, baci, baci.

Vostro Arturo.

Un inutile commento sciuperebbe la piena di commozioni e sentimenti che suscita la lettura di questa lettera, sono parole semplici di un'anima semplice che va a presentarsi a Dio, conscia di aver fatto null'altro che il proprio dovere.

Ed in pochi minuti prima di morire ecco il suo nobile post scriptum alla lettera.

Chiavari, 18 marzo 1945.

Cara mamma,

sii forte che io vado a trovare il caro e amato papà e tutti i nostri cari morti. Baci, baci, baci.

Saluti a tutti i nostri cari parenti. Ciao mamma, fratelli e sorelle.

Vostro Arturo - Ciao. 

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Arturo era credente: a lui dedichiamo la «Preghiera del partigiano»:


"Signore, cala la notte sui monti, ed io elevo a Te la mia preghiera. Tu che leggi nel cuore degli uomini, ascolta questa voce. Benedici la mia casa lontana, coloro che in ansia attendono il mio ritorno.

Benedici i compagni che vegliano in armi, fa' che l'occhio sia vigile, pronta la mente, salda la volontà.

Benedici la gente d'Italia, i fratelli che soffrono, perché dalle loro pene fiorisca la libertà, ritorni il regno della giustizia.

Accogli nel Tuo mondo di luce i nostri Morti, rendimi degno del loro sacrificio.

Fa' che ogni mio gesto, ogni pensiero, sia puro come le nevi, guarda con misericordia alle mie colpe.

Benedici l'Italia, o Signore, benedici coloro che nel suo nome operano e combattono.

Così sia".

 


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Il cippo in località Santa Margherita di Fossa Lupara (comune di Sestri Levante) che ricorda i partigiani caduti tra cui Arosio Arturo 


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Il Comune di Lissone nel decennale della Liberazione


Arturo Arosio aveva tre fratelli e tre sorelle. Abitavano in Via Crippa a Lissone. Nella foto degli anni ’30, Arturo è il primo a destra.

 

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Due sono stati i processi cui è stato sottoposto Arturo Arosio dopo la sua cattura, il secondo dei quali è stato una vera e propria farsa: una sentenza scontata, pronunciata, nel pomeriggio del 18 marzo 1945 dopo un processo con rito sommario, da giudici militari del Tribunale di guerra della “Monterosa”, giudici succubi del regime tirannico della Repubblica Sociale Italiana, ormai con i giorni contati, e sotto la minaccia delle Brigate Nere.
Emilio Furno, uno dei tre avvocati difensori che con le loro arringhe hanno tentato di evitare la condanna alla fucilazione dei sei partigiani rinchiusi nel carcere di Chiavari, così scrive:

Chiavari, 18 marzo 1945.
Oggi al tramonto, in S. Margherita di Fossa Lupara, Brigate Nere hanno eseguito la sentenza di morte contro un gruppo di Partigiani, pronunciata nel pomeriggio dal Tribunale di Guerra della «Monterosa». Oggi la morte ha stroncato la giovinezza di altri nostri fratelli.
La sera cade sui corpi insanguinati di Barletta Giuseppe, Piana Mario, Marone Luigi, Arosio Arturo, Sigurtà Alessandro, Giaccardi Emanuele.
Come erano giovani!
Barletta, Piana, Arosio, Giaccardi vent'anni. Marone ventuno. Sigurtà ventidue.
Pesa su di me un'invincibile angoscia, fatta di avvilimento e d'ira.
Ho lasciato il Tribunale piangendo né mi· son dato pena di·nascondere le lacrime ai Giudici militari, silenziosamente raccolti sulla scalinata di Villa Navone. Ma non serve a nulla il piangere! Sottolinea soltanto la mia impotenza. E non solo la mia. Quando finirà questa guerra fratricida?
Rolando Perasso, Giovanni Trucco, fraterni compagni nella dolorosa via che essi stessi mi hanno esortato a percorrere, sono stati fino a tardi con me. Rolando ha detto poche parole, vincendo la sua pena di uomo con l'accettazione del combattente. Più loquace Trucco, con il quale ho spartito la fatica e la difesa e che oggi ha pronunciato un'orazione ardente e coraggiosa.
Caro Giovanni! Ricorderò sempre quello che hai detto oggi in Tribunale. Ed i pallidi volti dei giudici.
Domani, forse, sembrerà nulla, sembrerà naturale, ma oggi ci vuole molto coraggio a dire certe cose! Trucco ha detto che voleva portare in aula la voce e l'ammonimento del popolo, assente, ma presente. E ha portato questa voce, chiedendo la liberazione dei giovani con estrema energia.
Il vecchio alpino non ha avuto peli sulla lingua. Trucco ed io abbiamo speso tutte le nostre forze. Qualcosa abbiamo ottenuto. Gli imputati erano dieci. Quattro hanno avuto salva la vita. Ma non basta al nostro cuore. Ho negli occhi i sei condannati.
Piana Mario, ancora ferito al viso, calmissimo. Affrontava risoluto il suo ultimo combattimento. Marone Luigi aveva conservato, ancor dopo la condanna, la sua ligure compostezza. E dalla scalinata del Tribunale guardava il sole, alto nel cielo. Barletta, Arosio, Sigurtà, Giaccardi hanno saputo vincere il tremito della carne. Tutti intorno a me, prima di salire sulla corriera, che li avrebbe portati a S. Margherita di Fossa Lupara. Che sforzo a non piangere davanti ad essi. Marone mi ha consegnato il portafoglio, ricordo per il padre. Lo apro questa notte. V'è la sua fotografia, un'immagine di S. Antonio, una moneta abissina.
La mia angoscia aumenta. Aumenta la mia solitudine. … E' ancora guerra.
Eppure la primavera si è già affacciata sull'appennino e guarda dolce il ligure mare. Ma la primavera non ferma il destino. Avv. Emilio Furno(da “Storia della Divisione Garibaldina «Coduri» di Amato Berti e Marziano Tasso Seriarte Genova 1982)

In corriera i sei partigiani, tra cui Arturo Arosio, vengono portati da militi delle Brigate Nere a Santa Margherita di Fossa Lupara, frazione di Sestri Levante.

Su un dosso tra viti ed ulivi, a poca distanza dal mare, in un paesaggio che suscita sentimenti di pace e di tranquillità in chi oggi raggiunge il luogo, avviene la tragedia.

 

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Nel silenzio della natura, siamo stati anche noi oggi, muti, sul posto dove un cippo ricorda i sei partigiani fucilati: Arturo è il primo della lista.

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Abbiamo trovato dei fiori freschi che gli amici dell’ANPI di Sestri Levante avevano appena deposto. Poi abbiamo scambiato delle parole con gli attuali proprietari del terreno su cui avvenne la fucilazione: a noi, nati con la Costituzione repubblicana, in un Paese libero, hanno raccomandato di far conoscere ai giovani ciò che è stato. E' un impegno che ci proponiamo di mantenere.

 

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Mario Bettega

19 Mars 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Il 16 agosto del 1918 nasceva a Lissone Mario Bettega. Calciatore biancoblu della ProLissone, di grande talento, operaio della Breda, antifascista, impegnato nella Resistenza, all’età di ventisei anni, il 19 marzo 1945 moriva nel lager di Mauthausen.
 
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Mario Bettega     16/8/1918      19/3/1945 a Mauthausen

 

Dopo l’8 settembre 1943 la Resistenza armata dei partigiani in montagna e delle SAP, Squadre di Azione Patriottica nelle città, aveva bisogno di armi, che arrivavano attraverso vari canali tra cui le fabbriche di armi, soprattutto dalla Breda.

Nell’autunno 1943, proprio mentre trasportava su un motocarro un carico di armi quasi totalmente trafugato dalla Breda, il monzese Enrico Bracesco fu arrestato e ferito (internato politico quale elemento molto pericoloso e uno degli organizzatori degli scioperi del marzo '43 alla Breda di Sesto S. Giovanni; anche lui finì a Mauthausen e poi a Hartheim da dove non tornò più).

Mario Bettega era un suo compagno di lavoro. Riforniva con qualche pacco di otturatori e caricatori, di provenienza dallo stesso stabilimento sestese, un abile artigiano metalmeccanico lissonese, Luciano Donghi, comunista ed ex operaio della Breda (a lui era stata dedicata la Sezione lissonese dei Democratici di Sinistra), che a sua volta s’ingegnava a riparare armi quando addirittura non le costruiva. Luciano Donghi costruiva anche piccole bombe che richiudeva nelle scatolette per la carne in conserva. Queste “scatole esplosive” venivano custodite in una fabbrica produttrice di carne in scatola (la Montana), nei cui pressi il Donghi aveva il suo laboratorio clandestino.

Mario Bettega era un noto e apprezzato calciatore della ProLissone.

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Formazione della ProLissone alla fine degli anni ’30. Mario Bettega è il quarto da destra.
 

Con le sue conoscenze tra i giovani che frequentavano la società sportiva, svolgeva un gran lavoro per sostenere ed estendere l’attività resistenziale, oltre ad aiutare gli sbandati.

Mario Bettega e Luciano Donghi avevano contatti con il movimento clandestino locale e le SAP, oltre che con i gruppi partigiani della Valsassina e della Valtellina.

Purtroppo Mario Bettega cadde presto nelle mani dei repubblichini, scoperto mentre trasportava un pacco di otturatori e caricatori provenienti dallo stabilimento sestese della Breda, che servivano, come detto, ad alimentare la produzione clandestina del Donghi.

Dal carcere di San Vittore di Milano, nel novembre 1943 in seguito ad atti da sabotaggio della produzione da parte degli operai della ditta Caproni (la Caproni costruiva biplani e triplani da bombardamento), definiti "fatti ostili alle forze germaniche di occupazione", viene deportato.
Come altri antifascisti arrestati, fu trasportato, dentro un vagone piombato, fino a Mauthausen (vicino a Linz, in Austria), campo di punizione e di annientamento attraverso il lavoro, uno dei più terribili lager nazisti, dove i prigionieri dovevano fare fronte a condizioni di detenzione inumane e lavorare come schiavi nelle cave. Gli italiani deportati qui furono più di 8.000.
Mario Bettega vi morì, all’età di ventisei anni, il 19 marzo 1945.
 

LA CANZONE DI DACHAU di Soyfer Yura (traduzione di Franco Fortini).

Reticolati armati di morte

il nostro mondo hanno accerchiato:

martella gelo e sole dannato,

dall'alto, un cielo senza pietà.

Troppo è lontana ogni gioia da noi.

Lontana la Patria, lontane le donne,

quando a migliaia di bigie colonne

muti nell'alba al lavoro si va.

Ma il motto di DACHAU noi lo sappiamo a mente.

Duri come l'acciaio noi si diventerà.

Compagno, sii un uomo.

Compagno, resta umano.

Dura fino alla fine.

Sotto, compagno, dai!

Lavoro è libertà.

Strascica i massi, spingi i carrelli,

non sia mai troppa la pena per te.

Non resta nulla, più nulla non c'è

di quel che eri ai tuoi giorni lontani.

Pianta il piccone, che scava in profondo,

e seppellisci là in fondo il dolore.

Muta te stesso, nel lungo sudore,

in ferro e in sasso, più forte del mondo.

Ma griderà la sirena un mattino:

« In piedi, fuori, per l'ultimo appello! »

Certo, quel giorno, compagno, dovunque

tu sia, per tutti la gioia verrà.

Incontro al sole, dov'è libertà,

colmo di allegro coraggio tu andrai.

E questo nostro lavoro, vedrai,

buono, quel giorno, compagno, sarà ...

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Nel 1963, l’Amministrazione Comunale con sindaco Fausto Meroni, ha dedicato a Mario Bettega una via di Lissone.

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Ambrogio Avvoi

12 Mars 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

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Oggi lo ricordiamo.
 12.4.1894 Lissone (Mi) – 12.3.1945 Flossenbürg

 

Nato a Lissone il 12/4/1894, da Ambrogio e Galimberti Giuseppina.

Sposato con Dassi Alessandrina Bice il 5 maggio 1921.

Professione: falegname ebanista.

Comunista, cinquantenne, viene arrestato a Monza nei primi giorni di marzo 1944 e portato nel carcere di Monza. Il 20 marzo 1944 è trasferito a Milano nel carcere di San Vittore. Da qui viene inviato al campo di Fossoli (MO) il 9 giugno 1944 per poi essere mandato, nei primi giorni di agosto 1944, nel lager di Bolzano. Durante il trasporto in treno da Bolzano al lager nazista di Flossembürg, il 18 dicembre 1944, a Vipiteno riesce a fuggire insieme a dieci compagni di sventura (7 sono operai delle industrie di Sesto San Giovanni). Sfortunatamente sono ripresi a Bressanone e rinchiusi nel carcere locale, dove rimangono per qualche giorno, per poi essere nuovamente trasferiti al campo di Bolzano.

Con un nuovo trasporto sono portati a Flossembürg, lager “di frontiera”, situato nel nord-est della Baviera vicino al confine con la regione dei Sudeti, luogo di “sterminio attraverso il lavoro”. Come negli altri lager era in funzione il forno crematorio.

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Ambrogio Avvoi, triangolo rosso di deportato politico, è registrato con numero di matricola 43841. Per il suo tentativo di fuga gli viene riservato un “trattamento particolare”.  
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Muore l’8 marzo 1945. 
Il lager fu liberato il 23 aprile 1945.

 

Nel cimitero di Lissone una lapide lo ricorda.   

 

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Nel 1963, l’Amministrazione Comunale, sindaco Fausto Meroni, ha dedicato ad Ambrogio Avvoi una via di Lissone.

 

 

 

Dati forniti dall’ANED

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Ercole Galimberti

9 Mars 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Nei giorni di calma, come erano belle le serate, tutti uniti a cantare le nostre canzoni, a scherzare, a ridere.

un giovane partigiano diciottenne 

  

 Ercole Galimberti 

Ercole Galimberti, nome di battaglia "Balilla"   

  

 

Come Attilio Meroni, anche Ercole Galimberti, nato a Lissone il 9 aprile 1926, abitante in Via don Minzoni, decide di non rispondere alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale di Mussolini, maturando la scelta di unirsi alle forze partigiane in montagna. Viene indirizzato verso il Piemonte dove è in continuo aumento il numero di partigiani. Ormai le loro azioni si susseguono una dietro l’altra: sono combattimenti locali, trasporto di armi e stampa clandestina, sabotaggi alle macchine nemiche lungo le autostrade, scritte murali, lanci di manifestini in città, scorta alle frontiere dei prigionieri alleati sbandati nel nostro territorio e degli antifascisti che, essendosi troppo esposti, sono ricercati attivamente dalla polizia tedesca e fascista. Ercole Galimberti opera in Val di Susa, con il nome di battaglia di "Balilla".

Entra a far parte della 42a Brigata Garibaldi "Walter Fontan", comandata da Alessandro Ciamei, nome di battaglia "Falco", a sua volta inquadrata nella III Divisione Garibaldi ''Piemonte".

Dalla Val di Susa passa la linea ferroviaria che, tramite il traforo del Frejus, collega Torino e il Nord Italia con l'Europa centro-settentrionale, permettendo così all'esercito tedesco di ricevere rifornimenti. Diventano di fondamentale importanza le azioni partigiane di sabotaggio. Nonostante gli sforzi dei tedeschi per presidiare il percorso dei treni, in particolare tra l'inverno del 1944 e la primavera del 1945 è un susseguirsi di sabotaggi contro tralicci, binari, ponti.

Il 16 febbraio 1945, nella zona di Chianocchio, piccolo paese a dieci chilometri da Susa, le basi della 42a Brigata Garibaldi sono oggetto di un attacco nazifascista.

In un combattimento presso Pavaglione, frazione montana di Chianocchio, Ercole Galimberti viene catturato. Insieme ad altri partigiani della Brigata caduti nelle mani dei nazifascisti, viene portato in stato di arresto a Bussoleno e qui detenuto.

Il 24 febbraio, in uno scontro tra partigiani e truppe tedesche, rimane ucciso un soldato tedesco, mentre continuano le azioni di sabotaggio da parte dei partigiani: i binari dell’importante linea ferroviaria che attraversa la Val di Susa vengono fatti saltare in due tratti nelle vicinanze del comune di Coldimosso.

Per rappresaglia, il Comando tedesco ordina la fucilazione di cinque partigiani detenuti, tra cui Ercole Galimberti. Informati del loro tragico destino, vengono condotti da un plotone tedesco da Bussoleno verso il centro abitato di Coldimosso.  L’esecuzione avviene il 9 marzo 1945, alle 16,30, in un prato adiacente la centrale elettrica.

Esattamente un mese dopo, Ercole, "Balilla", avrebbe compiuto diciannove anni. Mancano quarantacinque giorni alla Liberazione dell’Italia: la guerra per i tedeschi e i loro alleati fascisti della Repubblica Sociale è ormai persa, ma la loro violenza continua.

comunicato fucilazione Ercole Galimberti 

manifesto del Comando tedesco che informa dell’esecuzione dei cinque partigiani

 

 

Banditen era il nome con cui i nazisti chiamavano i partigiani nei manifesti rivolti alla popolazione civile. «Achtung Banditen!» era il cartello che veniva appeso nelle campagne e nelle zone in cui più forte era la presenza dei gruppi resistenziali, e che spesso veniva anche appeso al collo dei partigiani catturati e impiccati.

Il comandante della Brigata partigiana, “Falco”, e il commissario politico, nome di battaglia “Ugo”, nel rapporto redatto il giorno seguente la fucilazione per il Comando della III Divisione Garibaldi “Piemonte” (il documento originale è conservato negli archivi dell’ Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” di Torino) così scrivono:

Relazione istoreto

«Arrivati in località Coldimosso (Susa) i cinque Patrioti vengono allineati in un prato … La popolazione subito intuisce ... atterrita si ritira nelle proprie abitazioni» ... «i Patrioti vengono trucidati». Dopo la fucilazione «viene ordinato alla popolazione», di portare, «entro due ore», i corpi dei cinque partigiani al cimitero di Susa e seppellirli «in un'unica fossa, senza cassa e cerimonia alcuna». … Poco dopo «alcuni si avvicinano … sono due giovani ragazze della frazione che caricano le cinque salme sopra un carro …   e si avviano verso il cimitero di Susa». Come ordinato dai tedeschi, i cinque corpi sono deposti in una fossa comune. Più tardi alcuni abitanti del luogo «sotto la loro personale responsabilità, li rimuovono», e li seppelliscono in cinque bare coprendo le loro tombe di fiori.

A Coldimosso, sul luogo dell’esecuzione, una lapide li ricorda.

lapide Ercole Galimberti lapide Ercole Galimberti 2 lapide Ercole Galimberti 3

 

Il corpo di Ercole Galimberti, nel maggio 1945, fu trasportato a Lissone e sepolto con gli altri partigiani lissonesi fucilati.

Nel 1963, l’Amministrazione Comunale, sindaco Fausto Meroni, gli ha intitolato una via.

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Bella ciao

Bella Ciao è una delle canzoni più conosciute. Durante la Resistenza veniva cantata da alcuni gruppi di partigiani dell’Emilia Romagna.

 

Una mattina mi son svegliato

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

una mattina mi son svegliato

e ho trovato l'invasor.

 

O partigiano, portami via

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

o partigiano, portami via,

che mi sento di morir.

 

E se io muoio da partigiano

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

e se io muoio da partigiano

tu mi devi seppellir.

 

E seppellire lassù in montagna,

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

seppellire lassù in montagna,

sotto l'ombra di un bel fior.

 

E le genti che passeranno,

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

e le genti che passeranno

mi diranno: " Che bel fior ".

 

È questo il fiore del partigiano,

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

è questo il fiore del partigiano

morto per la libertà.

 

 


 

in memoria di Ercole Galimberti, partigiano lissonese

 

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Ferdinando Cassanmagnago

9 Mars 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Oggi ricordiamo:
Cassanmagnago Ferdinando, nato a Lissone il 2/06/1924 e morto a Dachau il 9/03/1945.

La sua mamma si chiamava Rivolta Maria; era nata a Lissone il 3/05/1896.


Ferdinando fu arrestato a San Remo (probabilmente nel marzo del 1944). Trascorse un periodo in vari carceri italiani per poi essere trasferito al campo di concentramento di Bolzano. Con un trasporto che partì il 5 ottobre 1944, con altri 490 deportati, giunse il 9 ottobre nel lager Dachau, nelle vicinanze di Monaco. Gli venne assegnata la matricola 113259.

Il campo di concentramento di Dachau è stato il primo istituito «ufficialmente» dal regime nazista, poche settimane dopo la presa del potere in Germania. Trattandosi di un campo a prevalente presenza di prigionieri politici, fu un "campo modello" nel quale furono sperimentate e messe a punto le più raffinate tecniche di annientamento fisico e psichico degli avversari politici. Il Lager fu sovraffollato al limite tale che tre persone dovevano dormire nello stesso letto, servirsi degli stessi impianti igienici, dividere il poco e pessimo cibo. I prigionieri venivano stroncati dalla fatica.

 

 

Nei primi tempi i prigionieri erano destinati alle opere di completamento delle installazioni del campo, in lavori stradali e di sistemazione del territorio intorno al campo. Poi essi furono distaccati presso varie imprese appaltatrici delle forniture di materiali per impiego bellico, che si erano nel frattempo installate nella zona.

 

 

A Dachau furono registrati a turno circa 200.000 deportati (di cui oltre 10.000 italiani). Il 29 aprile 1945 gli Americani che liberarono il campo contarono 31.432 persone, più altre 36.246 presenti nei sottocampi e distaccamenti. L'anagrafe del campo ha registrato circa 45.000 decessi, ma questa è sicuramente una cifra inferiore alla tragica realtà di Dachau. (fonte A.N.E.D.)

Ferdinando Cassanmagnago morì dopo cinque mesi dal suo arrivo nel lager di Dachau. Aveva solo vent'anni.
Non abbiamo una sua fotografia.


(fonte
A.N.E.D. Sesto San Giovanni)


"lo qui
chiusa da

filo spinato e lassù

la bianca bianca nuvola

che verso casa va

 

lo qui chiusa da

reticolati e poi

sarò una bianca nuvola

che a casa tornerà "

 

AUSCHWlTZ '45

(Ursuia-Budka Suilera- Traduz. L.Settimelli)

(Da “I canti dei Lager”: composizione scritta per "non dimenticare". È polacca e descrive i pensieri di una ragazzina di fronte al forno crematorio.)

 

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Strage nella steppa

18 Février 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

bedeschi.jpgGiulio Bedeschi, medico e scrittore, con Centomila gavette di ghiaccio, un piccolo classico della guerra, ha narrato le vicende degli alpini, dal Don al villaggio di Bol'setroikoje, dove i pochi superstiti si ritrovano. Si contano le perdite: 84.830 soldati, 3060 ufficiali.

Da un'intervista di Enzo Biagi a Giulio Bedeschi

 Che cosa scopriste quando, dopo aver attraversato la Germania, l'Europa orientale, arrivaste in Russia?

«Prima la steppa, poi le isbe, poi la popolazione. La steppa è sconcertante per la vastità, è paurosa. Gli alpini pensavano: "Di qua bisogna tornare indietro, a un certo punto".

«Le isbe, queste abitazioni così diverse dalle nostre, puzzolenti, le finestre sigillate, perché durante l'inverno non entrasse neanche uno spiffero d'aria. Una benedizione durante la ritirata La gente: noi potevamo anche essere prevenuti, ma hanno apprezzato durante l'estate il nostro comportamento umano, da soldati che non avevano l'aggressività dei tedeschi, e durante il ripiegamento si è letteralmente disfatta per noi poveracci, praticamente senza armi, togliendosi il pane e le patate di bocca per darceli».

campagna di Russia 12 campagna-di-Russia-13.jpg

Come vivevano i nostri soldati?

«D'estate senza problemi, c'era molto caldo e d'inverno nei rifugi sottoterra, con stufette che portavano la temperatura ai 25, ai 28, ai 30 gradi. Risalendo in superficie ci trovavamo anche ai 40 sotto zero. Lo sbalzo era qualcosa di opprimente, difficile da superare. I turni di guardia obbligavano a un avvicendamento di dieci minuti, di cinque minuti, se no ci si assiderava».

Che cosa mancava all' equipaggiamento dell' ARMIR?

«Prima di tutto le buone intenzioni di provvedervi con un corredo adeguato. Ci siamo trovati come in Albania, con una tenuta del tutto inadeguata. C'erano reparti che avevano ancora la divisa estiva, parlo della divisione "Vicenza". Noi alpini avevamo una attrezzatura che era già un po' migliore, nel senso che disponevamo anche di qualche cappotto a pelo, di qualche calzare, che ogni tanto arrivava in dotazione. Servivano più che altro per le sentinelle. I russi indossavano i loro giubbotti imbottiti, portavano quei famosi valenki, gli stivaloni di feltro e i tedeschi avevano provveduto a fornirsi di uniformi con l'ovatta, bianche in modo da non essere avvistati dagli aerei, e noi con i nostri cappottini, con i nostri pantaloncini e soprattutto con quelle scarpe chiodate infelici che portavano dritte al congelamento».

Alpini sparano cannone 1941-fronte-russo-attacco.JPG

Cosa voleva dire fare il medico laggiù?

«Affrontare un'esperienza diabolica, sconcertante. Io facevo parte di una batteria di artiglieria alpina e disponevo di uno zainetto di sanità che conteneva alcune garze e una pinza emostatica, dei cerotti, un disinfettante e poco più. C'era però la cosiddetta tabellina diagnostica, un foglietto cerato, in duplice copia, naturalmente, con la carta a ricalco, e sulla quale si doveva scrivere il nome e il cognome e la diagnosi e poi attaccarlo a un bottone del cappotto del soldato. E quando i tempi sono diventati duri, non più guerra di posizione sul Don, non c'era un mezzo di trasporto e non c'era l'ospedale da campo. Ma non ci si poteva fermare a medicare degli uomini, perché perdere il contatto col proprio gruppo, con la piccola unità che per elezione si era determinata, in quanto ognuno si fidava dell'altro, si finiva nella massa anonima, che ti respingeva. Dovevi tenere il passo con chi stava marciando, cercare di restare coi tuoi amici.

ritirata di Russia retrovieMentre arrancavo nella bufera, cercando anch’io di sopravvivere, mi sono trovato accanto un alpino che mi diceva: "Signor tenente, el me brasso el me lo cava". Un colpo di granata lo aveva colpito poco prima, e coi trenta gradi sotto zero si forma un coagulo e non c'è lo svenamento immediato. Ho preso il mio coltello, che mi era servito un po' per tutto, per aprire le scatolette, e ho tagliato quegli ultimi laccetti di pelle e di muscolo e io mi ricordo, e lo devo ricordare per tutta la vita, lo sguardo di questo ragazzo che aveva vent'anni e restava col braccio in mano e mi guardava e poi diceva: "E adesso che cosa ne faccio? Ciao" E lo buttava nella neve: "L'importante xe che torni a casa mia". Tre volte mi è successo questo fatto».

Di che cosa sentivate di più la mancanza?

Di qualcosa da mangiare e dell'acqua. All'inizio del ripiegamento, sul Don, ci avevano distribuito una scatoletta, due gallette, dicendoci: "Fatene buon conto, il resto lo avrete quando vi riunirete all'Armata". Per quindici giorni abbiamo vissuto di semi di girasole, trovati nelle capanne, nelle fessure dei cassetti, dei tavoli; la grande risorsa erano i letamai, perché i soldati, da contadini, andavano a frugare nel concime e tiravano fuori una rapa, una barbabietola marcia, buttate via chi sa quanto tempo prima: la salvezza».

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Quando vi siete accorti che vi avevano mandati all'avventura?

«Alcuni subito, perché erano già psicologicamente sulla difensiva, altri invece pensavano che stessimo avanzando, c'era l'inverno di mezzo, ma poi con la primavera saremmo andati a Mosca. Ma a un certo punto abbiamo avuto la sensazione concreta che qualcosa stava maturando. Dall'altra sponda del Don arrivavano rumori sempre crescenti, di ferraglie in movimento: si stava preparando qualcosa, ma da fonte ufficiale smentivano: tutto è sotto controllo. Invece l'11 dicembre del '42 Ravenna e Cosseria si sono viste attaccate dalla I e dalla VI Armata russa. Due armate contro due divisioni, settecento carri armati contro nessuno. Quattromila bocche da fuoco contro quelle poche che avevamo».

Coi prigionieri russi, come vi comportavate?

All'italiana, diventavano nostri amici. Avevamo l'ordine di consegnarli ai tedeschi: ma noi sapevamo che erano crudeli, e d'altra parte ci faceva piacere e comodo avere persone che ci aiutassero a sbrigare i nostri compiti quotidiani. Dovevamo scavare rifugi, trasportare piante, rami, materiali, e preferivamo tenerli in forza, senza però avere le razioni militari per loro, ma i soldati dividevano, alla solita maniera, il loro rancio. Facevano la fila con noi, e come noi mangiavano. Verso le 4, le 5, quando veniva buio, andavano a dormire nel loro ricovero, e rispuntavano la mattina dopo sereni e pacifici. Avrebbero potuto tranquillamente fuggire, ma nessuno lo ha mai fatto».

E coi tedeschi come andava? C'era cameratismo?

Non si può generalizzare. Arrivati sul Don abbiamo dato il cambio a una batteria della Wehrmacht, e siamo stati accolti come fratelli, andavano a riposo, ci hanno invitati a cena, avevano preparato anatre arrosto, poi ci hanno fatto la sorpresa di farci ascoltare Radio Roma, il notiziario».

Sono vere le storie dei nazisti che cacciavano i nostri dai camion battendo coi moschetti sulle mani aggrappate?

«Sì, sono vere anche queste cose. So che Adenauer li ha definiti "pecore carnivore". Va detto però che certe volte avevano delle attenuanti; le slitte erano cariche dei loro feriti e congelati, e procedevano marciando per ore, e a un dato momento il comandante della piccola colonna, un maresciallo, diceva: "Giù tutti, perché i cavalli debbono camminare per un'ora scossi": che vuol dire senza peso. E anche i malati andavano avanti come potevano, e la slitta procedeva vuota».

Come combattevano i sovietici?

«Ai limiti del fanatismo. Pareva che per loro la vita non avesse significato».

Quando cominciò la tragedia?

«Con l'attacco alla Cosseria e alla Ravenna, dalla sera alla mattina, all'improvviso, prendendo di sorpresa i comandi. Non avevamo alle spalle nessuna riserva che potesse venirci in aiuto; hanno costituito un cosiddetto reparto di pronto intervento, formato da qualche compagnia della Julia, la mia divisione, e da due batterie di artiglieria, e una era la mia, così mi sono trovato nel settore di Novaja Kalitva, dove i russi premevano, e dopo cinque giorni di resistenza, privi di munizioni, di rifornimenti, di viveri, abbiamo dovuto cedere. Avevamo già alle spalle, a cinquanta chilometri, i carri armati sovietici. Siamo stati portati nella terra di nessuno e abbandonati a noi stessi.

Ci hanno schierati nella neve, alla distanza di sette, otto metri l'uno dall'altro, protetti solo da muriccioli di ghiaccio, con trenta o quaranta gradi sotto zero. Scendeva la notte, ma guai se ti addormentavi: significava assideramento nel sonno. Si formavano gruppi di quattro, cinque compagni, si faceva cerchio e ci si accucciava, e ognuno faceva la guardia per cinque minuti, poi toccava a un altro, e così via, e questo voleva dire, in un'ora, un terzo di riposo».

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Come si spiegano quelle migliaia di morti, i dispersi di cui non si è saputo più nulla?

Questo è un dramma nato dalle cose, perché pensare di fare quattrocentocinquanta chilometri di ritirata, nelle condizioni che le ho descritte, senza cibo, senza acqua e con quel gelo, senza possibilità di dormire, perché quando si aveva la fortuna di buttarsi nelle isbe, si sapeva anche con certezza che nel giro di un'ora, due ore i partigiani che di lontano seguivano sempre la nostra colonna, sarebbero arrivati con gli sci silenziosi, un calcio alla porta e il mitra, una innaffiata di proiettili sul pavimento sul quale si erano ammucchiate le caterve di uomini al buio, e uccidevano e chi si salvava riprendeva il cammino. In queste condizioni di stanchezza e poi combattimenti quotidiani che ci falcidiavano, tutto questo faceva sì che un numero sempre crescente di soldati non ce la faceva più e si afflosciava sul terreno. Si potevano fare cento, duecento, trecento metri, reggendo il peso di un corpo sulle spalle, poi si cadeva».

Quando vi siete sentiti salvi?

«Quando il generale Nasci, comandante del corpo di Armata alpina, ci ha detto: "Ragazzi, siamo fuori dalla sacca, ma dobbiamo camminare anche più svelti, perché i russi possono avanzare". E così siamo andati avanti per un mese, per altri milleduecento chilometri».

Il poeta Svetlov dedica una lirica agli infelici combattenti:

O giovane nato a Napoli!

Che cosa cercavi sui campi della Russia? Perché non sei rimasto là, felice

 

Nel celebre tuo golfo natio?

 

Bibliografia

Enzo Biagi - la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1990

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