Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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L'affermazione dei «moderati»

10 Août 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

«patrimonio comune della Resistenza, è la lotta popolare per la libertà. È un fatto che resterà nella storia d'Italia». Federico Chabod

 

 È una lezione di storia sul periodo che va dalla crisi della Resistenza all'avvento della repubblica.

 

In essa Federico Chabod analizza le cause che alla fine comportarono il successo dei «moderati» (liberali e democratici cristiani) ed individua tre cause o motivazioni:

 

1. il condizionamento degli Alleati (situazione internazionale);

 

2. differenzazione fra Italia settentrionale e Italia meridionale;

 

3. il peso conservatore dell'apparato burocratico dello Stato, che chiama la «terza forza conservatrice ».

 

 

«Ecco perché gli “uomini del nord” trovano a Roma un ambiente che non è quello di Milano e di Torino.  

Cosa sono dunque, ci si chiede, questi Comitati di liberazione nazionale, che spuntano dappertutto come funghi? Nell'Alta Italia, infatti, accanto ai comitati di carattere politico, sorgono comitati nelle fabbriche, ecc. Il fatto è allarmante. È forse un ritorno ai “consigli di fabbrica”? Allorché il segretario del partito liberale, Cattani, durante la formazione del nuovo governo (maggio 1945), sferra un violento contrattacco nella polemica che mette di fronte Milano e Roma, egli ha dietro di sé buona parte dell'opinione pubblica delle regioni italiane che non hanno conosciuto la Resistenza o non hanno potuto conoscerla in tutto il suo vigore. La gente si chiede che cosa siano i Comitati di liberazione. È difficile per un popolo, rimasto diviso un anno e mezzo, rendersi conto di come si sia svolta la vita nell'altra parte. Qui non si tratta soltanto della forza esteriore della Military Police americana; è la stessa Italia che risulta divisa in seguito ad un'esperienza troppo diversa.  

L'ambiente romano non è quello di Milano e di Torino.   Non è colpa di nessuno: gli avvenimenti stessi hanno prodotto tale differenza.

 

Ed ecco fare la sua improvvisa comparsa, con enorme successo, il movimento dell'Uomo qualunque, decisamente ostile alla “politica dei CLN”. Il giornalista e scrittore Giannini fonda un giornale, L'Uomo qualunque, cui fa capo un movimento politico che compie notevoli progressi fino ad avere, nelle elezioni del 1946, 30 deputati. È la reazione della media e piccola borghesia dell'Italia da Roma in giù, contro le esperienze e le aspirazioni del nord. Peraltro, alle elezioni dell'aprile 1948 assisteremo al crollo di questo movimento, il quale non è altro. che un segno di protesta; il suo significato, per così dire, è quello d'una reazione: trascorso un certo periodo, il suo compito sarà esaurito. Ma intanto il movimento è forte, soprattutto a Roma, a Napoli, nelle Puglie.

L'esperienza vissuta dalla città di Roma è tutta particolare: non ha avuto una effettiva, reale esperienza dei Comitati. L'autorità verso cui Roma volge lo sguardo è il Santo Padre, non i Comitati di liberazione. Occorre. tener conto dell’nflusso del sentimento religioso sulla popolazione italiana.

 

Al termine della guerra la situazione della penisola era la seguente:

 

1. Forza militare degli Alleati, che controllano l'Italia.

 L'amministrazione militare alleata (AMG) favorisce largamente gli elementi moderati, non certo quelli «rivoluzionari». Questo si è già verificato nel sud e nel centro e si ripete ora nel nord.

 

2. Netta differenza d'opinioni e d'atteggiamenti fra l'Italia settentrionale (più alcune regioni del Centro) e l'Italia da Roma in giù.

Da soli questi elementi basterebbero nel complesso ad assicurare la vittoria ai partiti moderati del CLN, cioè i liberali e i democristiani, e a sbarrare la strada a ogni sforzo di rinnovamento profondo dello Stato; cioè a ogni tentativo “rivoluzionario”. Ma c'è di più.

 

3. C'è la forza enorme costituita, nello Stato moderno, dalla burocrazia, dalla struttura amministrativa dello Stato. È una forza meno appariscente dei partiti, ma che possiede una continuità, e può quindi esercitare col tempo un influsso forse superiore a quello dei partiti. Lo “Stato” moderno è, per molta parte, l'organizzazione tecnica della vita pubblica, cioè la burocrazia. Ora, la burocrazia è naturalmente conservatrice: la sua forza risiede nella “continuità” delle funzioni, non certo nel sovvertimento. Al suo interno possono operare, e operano di fatto, singoli individui, socialisti, comunisti, o membri del Partito d'azione; ma l'insieme ·funziona come un organismo che tende alla continuità e alla conservazione. La forza tecnica della burocrazia si trasforma così in una forza politica di gran peso, anche se poco appariscente. ...

 

Agli occhi del funzionario, lo Stato appare sempre come un'entità a sé stante, al di sopra della lotta politica; una entità materiata di leggi, di regolamenti, di continuità, di funzioni amministrative, che va salvaguardata ad ogni costo.

In un'Italia devastata e saccheggiata e dove tutto sembra paralizzato, occorre rimettere in funzione l'intero ingranaggio statale: il che significa non solo far circolare i treni, ma imporre di nuovo l'applicazione delle leggi e dei regolameriti, restituire agli uffici le competenze che spesso hanno perduto. I CLN hanno assunto i poteri del prefetto, dei questori, ecc.; ora è necessario tornare alla “normalità”.

Ecco dunque una nuova forza, la terza “forza conservatrice”; allorché il nord viene liberato, essa, nel Mezzogiorno e nel centro, ha già largamente riacquistato la sua capacità d'azione.

Così, al momento della liberazione, quello che era stato l'iniziale “slancio rivoluzionario”, viene infranto. Le discussioni per il nuovo governo fra il CLNAI, Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, e gli uomini politici di Roma durano un mese e mezzo. È una lunga crisi che rispecchia le difficoltà della situazione.

 

Due uomini reclamano a nome del proprio partito il diritto di porsi a capo del governo: Nenni per il partito socialista e De Gasperi per la Democrazia cristiana. Si giunge ad una soluzione che sembra il trionfo della Resistenza, ma in realtà è solo un temporaneo compromesso: presidente del consiglio sarà Parri, uno dei tre capi del Corpo dei Volontari della Libertà, appartenente al Partito d'azione.

Ferruccio-Parri.jpg  manifesto-Partito-d-Azione.jpg

Il governo Parri non dura a lungo. Presidente del consiglio in giugno, nel novembre è costretto a subire l'offensiva lanciata ancora una volta dai liberali. I liberali lasciano il governo e i ministri democristiani escono a loro volta dal gabinetto. I partiti comunista e socialista non sostengono Parri. E il leader democristiano, De Gasperi, diventa presidente del consiglio (10 dicembre 1945).

Alcide De Gasperi 

 

Poco dopo (nel frattempo, dal 1° gennaio 1946, il Governo alleato ha restituito l'amministrazione dell'Italia settentrionale al governo italiano), i prefetti e i questori nominati dai Comitati di liberazione nazionale, che non sono funzionari di carriera, vengono invitati ad entrare regolarmente nell'amministrazione, cioè a trasformarsi in funzionari dello, Stato. Se non accettano, saranno sostituiti da funzionari di carriera. La quasi totalità dei prefetti dei Comitati di liberazione non accettano di entrare nei ruoli, e tornano alle loro professioni abituali.

a memoria di Riccardo Lombardi

Così a capo delle province, tornano i prefetti di carriera, cioè gli organi del governo; è un ritorno della tradizione governativa, della forza amministrativa. Il governo insedia, in questi importantissimi uffici, uomini di sua fiducia, al posto degli uomini del CLN. Il periodo dei prefetti “politici” è finito.

 

La forza enorme rappresentata dalla burocrazia, che è la continuità della tradizione, la forza del vecchio Stato che è riuscita a mantenersi, soprattutto nel sud dove non s'è quasi verificata un'interruzione, adesso riprende vigore, riprende il controllo della situazione politica, dell'ordine pubblico. Quando ciò avviene, si può dire che il periodo rivoluzionario è del tutto conchiuso.

 

Tuttavia un punto essenziale del programma della Resistenza che abbiamo definito “rivoluzionario”, troverà modo di realizzarsi più tardi: l'instaurazione della repubblica col referendum del 2 giugno 1946. Si conclude così il periodo della Resistenza.

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Politicamente esso termina, nell'insieme, col successo di coloro che possiamo chiamare i “moderati”, abbracciando con questo termine sia i liberali, che in seguito non avranno l'appoggio delle grandi masse elettorali, sia i democristiani, che al contrario usciranno vincitori dalla lotta elettorale.

 

Ma quello che resta come patrimonio comune della Resistenza, è la lotta popolare per la libertà. È un fatto che resterà nella storia d'Italia».

 

 

 

FEDERICO CHABOD, L'Italia contemporanea (1918-1948), Einaudi 1961

 

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22 dicembre 1947: la nuova Costituzione della Repubblica

8 Août 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

All'inizio del 1947, la situazione d'emergenza in cui ormai si dibatteva il paese non consentì più ulteriori ritardi nella lotta all'inflazione e nel risanamento dei conti pubblici. Anche perché il "prestito della ricostruzione" lanciato in ottobre non aveva dato i risultati sperati. Intanto la "tregua salariale" stipulata fra la Confederazione Generale del Lavoro e la Confindustria stava per essere travolta da un forte movimento rivendicativo a causa del continuo rincaro dei prezzi. E la vertenza per i contratti di mezzadria, arginata a giugno da un giudizio arbitrale proposto da De Gasperi, rischiava di riesplodere dovunque, dalle campagne del nord a quelle del centro-sud.

 

Nel Paese si andava sempre più ad una radicalizzazione del confronto tra la Democrazia Cristiana e le sinistre, Partito comunista e Socialisti. A questo peggiorato clima, che somiglia sempre più ad uno scontro, contribuisce la Chiesa con gli interventi di papa Pacelli, Pio XII.

Grande era l'influenza delle gerarchie ecclesiastiche cattoliche su un Paese come l'Italia del tempo (nel nome di una fede oltremodo diffusa, che si sentiva minacciata e sfidata dal comunismo, nonostante la moderazione di Togliatti).

In termini strettamente politici, importante sembrava a De Gasperi e ai suoi alleati di centro e di centrodestra l'ancoraggio alla potenza americana, in un momento in cui l'intero quadro internazionale, e non soltanto italiano, appariva fatalmente destinato a spaccarsi.

 

Il 3 gennaio, il presidente del Consiglio è partito per gli Stati Uniti, per una missione che sarebbe risultata decisiva per il futuro dell'Italia.

Truman e De Gasperi 

L'argomento dichiarato dei colloqui americani era la ricostruzione economica italiana e l'aiuto che ad essa sarebbe potuto arrivare dagli Stati Uniti (il Piano Marshall sarebbe stato annunciato solo cinque mesi dopo). Inoltre l'occasione ufficiale del viaggio era un invito a De Gasperi, da parte dell'editore di «Time» Henry Luce, a partecipare a Cleveland a un convegno sul tema: «Che cosa attende il mondo dagli Stati Uniti?». Lo stesso De Gasperi ne aveva dato notizia quasi en passant, al termine di una riunione del Consiglio dei ministri, il 20 dicembre.

Quanto ai risultati del viaggio, essi sono apparsi in definitiva modesti. La delegazione italiana è rientrata a Roma con un prestito della Export-Import Bank di appena 100 milioni di dollari (quando, nella seconda metà del 1946, alla sola Francia ne erano stati concessi 1 miliardo e 370 milioni).

I 100 milioni di dollari erano un gesto simbolico, che rispondeva a interessi di fondo di entrambe le parti e apriva prospettive comuni. E dunque erano la premessa di quella che sarebbe stata, quattro mesi dopo, la grande svolta della politica degasperiana e italiana. Senza patteggiamenti espliciti, ma con la consapevolezza in De Gasperi che, quando il suo difficile rapporto con le sinistre fosse arrivato a un punto di rottura (sulla politica estera, ma anche e molto su quella economica, cioè sui metodi ultimi della ricostruzione e dello sviluppo del Paese), egli avrebbe potuto contare sull'America. Ciò che corrispondeva, ovviamente, anche all'interesse degli americani.

Rientrato dagli Stati Uniti il 15 gennaio, il leader democristiano ha trovato un'altra novità: il Partito socialista di unità proletaria, che già nel congresso di Firenze di nove mesi prima aveva evitato a malapena una scissione tra le sue due «anime», quella filocomunista e quella socialdemocratica, si è definitivamente diviso, nel corso di un congresso stra ordinario. Da una parte la «vecchia casa», che ha ripreso il nome di Partito socialista italiano (Psi), e dall'altra coloro che non vi si riconoscevano più, i seguaci di Giuseppe Saragat e di Matteo Matteotti, che hanno dato vita al Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli).

Giuseppe Saragat

La scissione è detta di Palazzo Barberini, perché in una sua sala si sono riuniti gli scissionisti, per prendere la decisione finale.   De Gasperi dà vita al suo terzo governo, ancora con socialisti (nenniani) e comunisti.  

Il posto del dimissionario Nenni agli Esteri è stato preso dall'«indipendente» Carlo Sforza, dal deciso orientamento filo-occidentale.

Carlo Sforza con Enrico de Nicola

De Gasperi ha mantenuto la coalizione con le sinistre per non affrontare, con i socialcomunisti all'opposizione, due importanti scadenze. La prima, addirittura fondamentale: la firma, il 10 febbraio a Parigi, del Trattato di pace, con le sue dure clausole, che tenevano poco conto della tardiva «cobelligeranza» italiana contro la Germania nazista e dell'apporto della Resistenza. La seconda, più funzionale agli interessi della Dc e ai suoi rapporti con la Chiesa, vale a dire il voto, sempre alla Costituente, sull'introduzione dei Patti lateranensi, cioè del Concordato tra Stato italiano e Santa Sede, nella Costituzione repubblicana, nel famoso articolo 7.

L'occasione della crisi è stata la preparazione dell'intervento del governo in un dibattito a Montecitorio sulla situazione economica. In seguito a contrasti in seno alla maggioranza, De Gasperi annunciò le dimissioni del governo.

Dopo una crisi difficile, De Gasperi, il 30 maggio, ha formato il suo quarto governo, il primo senza le sinistre. Quasi un monocolore democristiano, al quale tuttavia sono stati associati due liberali e quattro indipendenti, tra cui Carlo Sforza che veniva confermato agli Esteri.

Il nuovo governo ha ottenuto i voti della Dc, del Pli e del movimento dell'Uomo Qualunque, e la benevola assenza, al momento della fiducia, di una ventina di socialdemocratici e di alcuni repubblicani. Naturalmente, ha avuto anche il consenso del governo americano.

 

Il 12 marzo, Truman aveva lanciato la sua famosa «dottrina» sull'opposizione americana ad ogni ulteriore espansione del comunismo sovietico, e che al Dipartimento di Stato, il posto di Byrnes era stato preso dal più rigido George Marshall, che da lì a poco avrebbe annunciato il suo celebre Piano. Si era ormai, insomma, in piena guerra fredda. E non a caso la vicenda italiana aveva avuto degli immediati precedenti in Francia e in Belgio, con un'analoga esclusione dei ministri comunisti dai governi di unione nazionale.

Truman e Churchill

 

Nella Polonia sovietizzata, tra il 22 e il 27 settembre ha luogo la riunione istitutiva del Cominform, , con duri attacchi ai partiti italiano e francese (Pci e Pcf) per la loro tattica attendista e «parlamentarista». Secondo relazione conclusiva del sovietico Zdanov, che viene approvata, ormai nel mondo non c'erano che «due campi», quello dell'imperialismo americano e quello del «socialismo», guidato dall'Urss.

In Italia nel mese di novembre Giancarlo Pajetta occupa per un giorno, a scopo «dimostrativo», la prefettura di Milano.

Il Pci contro la crisi economica guida le agitazioni sociali.

Il 7 novembre 1947, i socialisti, che attribuiscono al nuovo Cominform la funzione di un semplice ufficio di collegamento tra partiti omogenei, in una riunione della Direzione, prendono in considerazione, anche in polemica e in alternativa al nuovo Psli di Saragat, sia pure non senza contrasti al loro interno, l'idea di un'alleanza elettorale con il Pci, da chiamare Fronte democratico popolare.

 

 Alle ore 19 del 22 dicembre 1947, fra i rintocchi della campana di Montecitorio, avviene l’approvazione della Carta costituzionale.

giugno 1946 lavori Costituente

I lavori sono durati un anno e mezzo, con 272 giornate di dibattito, il testo è stato preparato da una Commissione di 75 parlamentari, presieduta dal demolaborista Meuccio Ruini, e poi, dal 4 marzo, discusso in aula. I voti finali sono stati 453 a favore e 62 contro, questi ultimi essenzialmente da parte dei monarchici e dei rappresentanti dell’Uomo Qualunque.

 

Cinque giorni dopo, il 27 dicembre, a Palazzo Giustiniani, sede del capo provvisorio dello Stato e ormai primo presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, avviene la cerimonia della promulgazione, vale a dire della firma della nuova Carta. La cerimonia si è svolta nella biblioteca in fondo alla Sala degli specchi.

Alle 17 in punto, nella biblioteca sono entrati il presidente dell'Assemblea, Terracini, e il presidente del Consiglio, De Gasperi, e quindi il capo dello Stato. Su un tavolo in noce, coperto da un velluto cremisi, tre copie della Costituzione rilegate in pelle, quattro portapenne; due calamai di bronzo e un portacarte di cuoio. De Nicola ha inforcato gli occhiali e ha detto: «Possiamo firmarle con coscienza».

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Quindi è stata la volta di Terracini e di De Gasperi. Alle 17 e 30 la riunione si è sciolta.

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La nuova Costituzione era un documento di democrazia, quale il Paese non aveva in fondo mai conosciuto, essendo passato dallo Statuto ottocentesco al regime fascista e poi all'occupazione straniera. Era altresì l'ultimo atto della cooperazione post-bellica tra i partiti antifascisti. A quel punto cominciava la fase conflittuale, come del resto richiedeva la nuova normalità democratica.

 

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Bibliografia:

Aldo Rizzo - “L’anno terribile. 1948: il mondo si divide” - Laterza 1977

 

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La fine di un regno

2 Août 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

In questo documento Giuseppe Romita, ex ministro degli Interni del primo Governo De Gasperi, rievoca le ultime ore della monarchia sabauda quali le vide dall'osservatorio del Viminale.

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Risalta il suo atteggiamento di stretta vigilanza, pur manovrando un apparato alquanto infido, sulle ultime insidie dei monarchici, sempre pronti alla rissa e alla sedizione.

Il computo dei suffragi, durato alcuni giorni, aveva dato alla fine la maggioranza relativa alla repubblica, la Corte di Cassazione aveva però semplicemente registrato il risultato, in attesa di una verifica su un'aliquota di voti che comunque non avrebbe potuto modificare l'esito della consultazione.

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Nell'attesa - il 10 e 11 giugno - i monarchici avevano scatenato violente agitazioni e Umberto fu indotto dall'ala oltranzista del partito di corte a ritardare il passaggio dei poteri al presidente del Consiglio.

Romita racconta quei momenti e la partenza del “re di maggio”.

11 giugno 1946

Al Viminale quel giorno, per la prima volta nella storia, era stata issata la bandiera italiana senza lo scudo sabaudo. Un evento importante - mi sembra - anche se. al Quirinale sventolava ancora l'altra bandiera. E da piazza del Popolo, una folla enorme sfilò sotto il palazzo. Ma fu con la disciplina più completa, perché la repubblica era ormai nella vita del paese e il popolo voleva dimostrare che repubblica, nonostante tutte le denigrazioni delle quali era stata oggetto, significava anche ordine ... Al Quirinale andò De Gasperi nel pomeriggio. Noi socialisti non fummo molto d’ accordo sull’opportunità di quella visita. Ormai, la delega del poteri ci sembrava superata ... Anche altri ministri erano del nostro parere.

De Gasperi, comunque, sospese la seduta del Consiglio.

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Umberto gli aveva promesso la lettera, di delega ed egli ne era in attesa.

Fu un'attesa vana! Un Savoia, per l'ultima volta, mancò di parola.

Il presidente del consiglio ebbe notizia del rifiuto a mezzanotte, per telefono, ma non ce ne diede comunicazione ... E il consiglio dei ministri fu rinviato al giorno seguente.

Gli avvenimenti, ormai, precipitavano. A mezzogiorno del 12 Falcone Lucifero, ministro della Real Casa, consegnò la lettera ufficiale di rifiuto di Umberto. De Gasperi convocò allora il Consiglio dei ministri e ci riferì con esattezza quanto era avvenuto durante la notte e in quella mattinata. Fu una seduta che ci vide tutti concordi: Umberto si avviava su una strada pericolosa. Non accettava più neppure di dare una delega, che avrebbe consentito al presidente del Consiglio di essere capo provvisorio dello Stato in suo nome. Era davvero giunto il momento di finirla! ...

Dopo la relazione di De Gasperi, anch'io presi la parola. Sapevamo che. il momento non era facile; tuttavia sentivamo anche la gioia di essere giunti al termine del nostro grave lavoro.

Chi avrebbe sostituito Umberto, finalmente per volontà della nazione non più re d'Italia? Avevamo ormai vagliato tutti gli aspetti del problema e la soluzione, anche alla luce del diritto costituzionale, ci appariva una sola: durante il breve periodo transitorio che attraversavamo e nell'attesa che l'Assemblea costituente potesse nominare il capo provvisorio dello Stato, l'esercizio di tali funzioni spettava ope legis, al presidente del Consiglio in carica. ...

Con quel documento tagliammo definitivamente ogni ponte col Quirinale: Umberto II per noi del governo, come già da due giorni per il paese, non esisteva più.

I monarchici, tuttavia, non erano dello stesso avviso. Tennero una riunione nel corso della quale discussero tre tesi: gli estremisti erano per il colpo di Stato; i moderati per la partenza del monarca con un manifesto di protesta alla nazione contro il Governo; certuni, infine, erano per la sua permanenza senza alcuna presa di posizione. ... Prevalse, per fortuna, la seconda tesi e non la prima.

Umberto, intanto, quella sera, si era allontanato da palazzo ed era restato in una villa di amici presso Roma.

Ebbi anche notizia dal servizio informazioni degli americani, che aveva avuto un colloquio con l'ammiraglio Stone. ... Mi fu riferito soltanto, che l'ex re aveva chiesto informazioni sull'atteggiamento delle forze alleate. ...

Intanto, seguivamo ogni movimento di Umberto. Egli, dopo essere restato nella villa degli amici sino a tutta la mattina del 13, rientrò al Quirinale alle 14,30 per congedarsi dai propri uomini.

Avuta notizia dell'ora della partenza e del mezzo usato, diedi ordine che le forze di polizia fossero in numero sufficiente per prevenire qualsiasi gesto inconsulto contro la persona dell'ex sovrano, ma che, nel contempo, non fossero tali da dare nell'occhio. ...

Diedi precisi ordini perché all'aeroporto di Ciampino non potessero aver luogo incidenti e la partenza potesse svolgersi tranquillamente. ...

Tra le 14,30 e le 15 Umberto ricevette uomini politici, amici, funzionari ed ufficiali del palazzo. Quindi, con una breve cerimonia militare, prese congedo dai corazzieri e dai carabinieri.

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E alle 15,40 era già sull'aereo.

Egli, però, accettando il consiglio dei suoi diretti collaboratori, all'atto della partenza diramò il noto proclama, che - a parte la retorica - suonava indubbiamente provocatorio.

Fu un gesto che all'ex sovrano recò soltanto danno.

De Gasperi, che nei confronti della corona era sempre stato estremamente obiettivo e aveva più volte espresso giudizi favorevoli sul comportamento del re di maggio, fu in quell'occasione del mio stesso. avviso, condannandone apertamente l'operato.

Probabilmente il destino era segnato: i Savoia dovevano finire con uno dei loro soliti errori di valutazione politica, sicché agli italiani non fosse in alcun modo possibile rimpiangerli.

Il proclama voleva suonare accusa contro il governo: «Il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale ed arbitrario, poteri che non gli spettano, e mi ha posto nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza».

Con queste parole Umberto dimostrava finalmente - lui che si era più volte detto pronto ad accettare la volontà del popolo - di non saper perdere. E l'accenno alla violenza, che diceva di voler evitare, era un invito alla stessa.

«Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della patria, sento il dovere, come italiano e come re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta ... » diceva Umberto. E con ciò si rivolgeva palesemente ad oltre 10 milioni di italiani, che avevano votato per lui, e dai quali, probabilmente, nonostante l'ipocrisia palese dell'invito alla calma, si attendeva una reazione. Se quella reazione fosse avvenuta, l'ex sovrano avrebbe potuto seguirla dal sicuro rifugio dell'esilio. ... Al Viminale, dove restai vigile, mi giunsero rapporti che, per quanto concerneva i monarchici, segnalavano qua e là nel sud qualche manifestazione, ma non di tale entità da essere considerata allarmante per l'ordine pubblico.

l giorno dopo diramammo un comunicato: «La partenza del re, avvenuta ieri alle 15,40 da Ciampino - vi era detto - è stata con ogni cura tenuta nascosta dal governo. » E dopo aver dichiarato fazioso il proclama dell'ex re, così concludevamo: «Il governo ed il buon senso degli italiani provvederanno a riparare a questo gesto disgregatore, rinsaldando la loro concordia per l'avvenire democratico della patria ».

E fu quanto gli italiani fecero.

 

da GIUSEPPE ROMITA, Dalla Monarchia alla Repubblica, Pisa, 1959, pp. 216-222.

 

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La XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione recitava:

 

I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive.

Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale.

I beni, esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi, sono avocati allo Stato. I trasferimenti e le costituzioni di diritti reali sui beni stessi, che siano avvenuti dopo il 2 giugno 1946, sono nulli.

Durante il secondo Governo Berlusconi (giugno 2001- aprile 2005), entrava in vigore la legge costituzionale 23 ottobre 2002, n. 1 che ha stabilito che i commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione esauriscono i loro effetti a decorrere dalla data di entrata in vigore della stessa legge costituzionale (10 novembre 2002), consentendo così l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale ai discendenti della ex Casa Savoia.

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1945: le gravissime condizioni in cui si trovava l'Italia

31 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

Alla fine della seconda guerra mondiale l'Italia era un paese ridotto allo stremo. La produzione agricola risultava dimezzata rispetto al 1938, quella industriale era scesa addirittura a meno di un terzo, ben pochi servizi pubblici continuavano a funzionare, le strade e le ferrovie erano interrotte in più punti. Dovunque s'incontravano cumuli di macerie. Oltre un terzo delle abitazioni private erano distrutte o sinistrate. Di molti edifici pubblici non restavano che i ruderi, numerosi erano gli stabilimenti sventrati dai bombardamenti. Nelle città si faceva la fila per rifornirsi dei viveri distribuiti dagli spacci dell'UNRRA (United Nation Relief and Rehabilitation Administration), un organismo delle Nazioni Unite per i soccorsi alle popolazioni dei paesi liberati, finanziato per larga parte dal governo americano. Quel po' che giungeva dalle campagne finiva sovente nelle mani di incettatori che praticavano la "borsa nera", il commercio clandestino dei generi di prima necessità a prezzi esorbitanti.

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Vendita di generi di prima necessità, pane e olio, nelle vie di una città

 

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I pur consistenti aiuti forniti tra il gennaio e il giugno 1946 dall'UNRRA, per un ammontare di 435 milioni di dollari, bastarono solo ad alleviare le gravissime condizioni in cui versava la penisola.

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 Una famiglia cerca di guadagnarsi da vivere cantando e suonando per le vie di una città

 

Al nord le fabbriche stentavano a riprendere l'attività: mancavano materie prime e combustibili, scarseggiava l'energia elettrica e non c'erano soldi per riorganizzare completamente gli impianti. Al sud gli agrari si opponevano all'applicazione delle norme varate nell'ottobre 1944 dal ministro comunista dell'Agricoltura Gullo per la distribuzione ai contadini di una parte dei latifondi incolti. Per reazione, i braccianti continuavano a occupare le terre, anche le più magre e impervie, per affrancarsi dalla miseria e dall'asservimento. Al centro e in varie regioni, nelle cascine e masserie, mezzadri e coloni erano in agitazione. Chiedevano adeguati indennizzi e patti migliori per continuare le coltivazioni.

fine guerra lavoro campi

Fra operai e salariati agricoli licenziati, reduci e giovani senza lavoro, si contavano oltre due milioni di disoccupati. E quest'altra piaga accresceva le tensioni sociali, che sfociavano non solo in vaste manifestazioni di protesta, ma talora anche in sommosse cruente.

I governi di solidarietà democratica fra le forze antifasciste s'adopravano per quanto possibile a tamponare le falle più vistose, ad assicurare soprattutto il rifornimento di generi alimentari e di un minimo di scorte. Ma all'interno della coalizione esistevano forti divergenze sulle soluzioni da adottare per il risanamento economico.

Anche dopo il secondo ministero De Gasperi formatosi a metà luglio del 1946, continuò a sussistere un profondo contrasto di vedute nell'ambito del governo sulle scelte più impegnative nella gestione dell'economia.

Si preferì così attendere l'elezione del primo parlamento repubblicano, per non provocare una frattura fra i partiti antifascisti impegnati nell'elaborazione della nuova Carta Costituzionale e nella legittimazione della nascente democrazia.

La Democrazia Cristiana, pur critica nei confronti del capitalismo, si richiamava ai principi interclassisti della tradizione cattolica, e mirava a una sintesi fra i diritti individuali di libertà e iniziativa e i valori di solidarietà propri della dottrina sociale della Chiesa. I comunisti di Togliatti e i socialisti di Nenni (legati fra loro da un patto d'unità d'azione) s'ispiravano ai paradigmi classisti del marxismo-leninismo e avevano per obiettivo la transizione sia pur graduale (attraverso una via democratico-parlamentare e le cosiddette "riforme di struttura") verso un'economia pianificata: tanto più in quanto consideravano l'Italia l'anello più debole del capitalismo occidentale. Altro ancora era il programma del Partito d'Azione, quale concepito da Ugo La Malfa, che intendeva conciliare lo sviluppo di un'economia di mercato con alcune incisive riforme sociali e delle istituzioni pubbliche.

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27 aprile 1945: Pertini da Radio Milano

30 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La sera del 27 aprile 1945 dal microfono di Radio Milano, occupata dalle formazioni «Matteotti», Sandro Pertini, segretario del Partito Socialista nell'Italia occupata, diceva:

 

«Lavoratori milanesi, le catene che il fascismo vi aveva imposte per asservirvi alla sua dittatura, sono spezzate, la libertà splende su di voi e la rossa bandiera torna a sventolare nel cielo d'Italia, indicando alla classe operaia la meta del suo riscatto: il socialismo.

In quest'ora di esultanza, vada il nostro saluto alle vittoriose armate delle Nazioni Unite che, con la loro potenza, sono riuscite a piegare il mostro nazifascista. Vada la nostra riconoscenza ai fieri partigiani che, privi di mezzi, armati solo di profondo amore per la libertà e di odio implacabile per il nemico, imponendosi sacrifici di ogni genere, hanno, per lunghi mesi, tenacemente lottato contro il nazifascismo, dimostrando al mondo intero come il popolo italiano non sia un popolo di vili.

E adesso, il nostro popolo, con le stesse sue forze, intende risollevarsi dall'abisso in cui è stato gettato dalla criminosa follia fascista. Per la lotta sostenuta con tanta abnegazione e con tanta virtù da questi figli della classe lavoratrice, per la fierezza con cui i lavoratori hanno saputo affrontare, durante la dominazione nazifascista, i sacrifici, le persecuzioni e i plotoni d'esecuzione, il popolo italiano ha diritto ad essere padrone del proprio destino.

Lavoratori, il fascismo è caduto. I componenti di questa associazione per delinquere, sino a ieri feroci perchè si appoggiavano alla brutale forza nazista, sono fuggiti appena l'insurrezione popolare è esplosa.

Il fascismo è caduto, ma lascia sul suo cammino sangue, miseria e rovine. Questo è il disastroso risultato di venti anni di dominazione fascista. E lo ricordiamo soprattutto a coloro che al fascismo e al suo capo hanno sino a ieri applaudito, pronti oggi a mettersi sotto una delle insegne politiche trionfanti per rifarsi una verginità cento volte perduta e per realizzare quelle ambizioni che non sono riusciti a realizzare sotto il fascismo.

Non vale però recriminare. E' necessario, per noi e per coloro che dopo noi verranno, mettersi subito al lavoro per ricostruire la nostra Patria ancora sanguinante. Noi socialisti non ci sottrarremo a questo inderogabile dovere. In quest'opera di ricostruzione intendiamo metterci alla testa del popolo italiano, ma non vogliamo che sulle presenti rovine si ricostruisca la vecchia società con i suoi privilegi di classe.

Su queste rovine noi vogliamo gettare le fondamenta della futura società socialista. Per questo, noi socialisti affermiamo che il taglio con il passato deve essere netto e che la vecchia classe dirigente, responsabile del fascismo e, quindi, responsabile anche di questa rovinosa guerra, deve essere combattuta e stroncata: per questo vogliamo che la classe lavoratrice si impossessi del potere politico.

Essa è ben degna di assumerlo perchè, gettando nella guerra di Liberazione i figli suoi migliori, ha dimostrato di essere consapevole della missione affidatale dalla storia. Badate, però, lavoratori, che da oggi ha inizio per voi una lotta più dura e difficile di quella sostenuta sotto il fascismo. Le forze della reazione non sono morte con il fascismo, ma, strette intorno alla monarchia per sua natura conservatrice e reazionaria, cercheranno di sbarrarvi il cammino che conduce al vostro riscatto.

Nessun compromesso deve esser fatto con queste forze, contro di esse è necessario lottare con ferma decisione per impedire che possano riprendersi e consolidare le loro posizioni. Pertanto, noi socialisti oggi chiediamo le dimissioni di Ivanoe Bonomi, di quest'uomo che rappresenta troppo il passato, che, nel 1921, Presidente del Consiglio, ha assecondato il fascismo nel suo nascere, e che oggi, dimostrando una congenita e estrema debolezza, non sa o non vuole opporsi con fermezza alle forze della reazione, le quali cercano di rimontare la corrente che sta per travolgerle, onde imporre ancora una volta alla classe lavoratrice
il loro dominio.

Noi socialisti chiediamo che l'attuale governo sia radicalmente rinnovato. Del nuovo governo dovranno far parte i rappresentanti delle forze sinceramente democratiche e uomini che il fascismo abbiano combattuto fin dall'inizio, e che dimostrino, con il loro passato, di avere veramente a cuore le sorti della classe lavoratrice.

Solo così non diverrà vano il sacrificio compiuto da tanti patrioti caduti in nome della libertà sotto la feroce dominazione nazifascista; solo così potremo soddisfare la sete di verità e di purezza così fortemente sentita dalle giovani generazioni, cresciute sotto il fascismo, e che troppe vergogne e troppi tradimenti hanno conosciuti; solo così il popolo italiano potrà risorgere a nuova vita e conquistare quelle libertà democratiche che apriranno alla classe lavoratrice la strada della sua vera e completa emancipazione».

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I Maggio 1945: Pertini a Milano

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Il proclama del CLNAI del 25 aprile 1945

29 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La Resistenza antifascista si concludeva con il proclama del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia all'insurrezione generale, il 25 aprile 1945. Lo Stato fascista veniva dichiarato disciolto. Coordinati con l'azione militare anglo-americana, i reparti partigiani passavano all'attacco in tutto il Nord Italia.

Art. 1. Costrettivi dall'esistenza di forze reazionarie che tentano di perpetuare l'odiata loro tirannia e dalla imprescindibile necessità di assicurare la salvezza del patrimonio nazionale e l'incolumità dei cittadini, l'ordine pubblico ed il funzionamento di tutti i servizi, il Comitato di Liberazione Nazionale proclama lo stato di eccezione in tutto il territorio di sua competenza a far tempo dalle ore ... di oggi. Le norme dello stato di eccezione sono stabilite negli art. 3, 5 e seguenti del presente decreto. Per le ore ... di oggi tutti i cittadini devono ritirarsi nel proprio domicilio.

Art. 2. Sono istituiti i Tribunali di Guerra in ogni Provincia dal Comando di zona del Corpo Volontari della Libertà designato dal Comando stesso che presiede, da un magistrato in servizio attivo o a riposo designato dal Comitato di Liberazione Nazionale provinciale e da un Commissario di guerra addetto al Comando di Zona e da due semplici partigiani nominati dal Comando di Zona. I Tribunali di guerra hanno competenza a giudicare dei reati contemplati dal presente decreto: essi siedono in permanenza e le loro sentenze sono emanate in nome del popolo italiano ed eseguibili immediatamente.

Art. 3. Il saccheggio, il sabotaggio, la rapina, la grassazione, il furto sono puniti con la morte. Chiunque venga sorpreso a compiere uno dei predetti reati sarà immediatamente passato per le armi sul posto.

Art. 4. Le formazioni dell'esercito, dell'aeronautica e della marina fasciste e tutti i corpi armati fascisti, inclusi quelli di polizia, sono disciolti. I loro membri sono esentati dal servizio e liberati dal giuramento prestato. Essi debbono abbandonare il loro posto immediatamente senza asportare alcuna arma, equipaggiamento, munizioni o altro. Essi dovranno recarsi nei campi di concentramento secondo le norme che verranno emanate dal Comando Militare, in attesa dell'accertamento delle rispettive responsabilità. I contravventori sono considerati ribelli passibili di morte e saranno passati per le armi sul posto.

Art. 5. Per la durata dello stato di eccezione sono assolutamente vietati gli assembramenti di più di cinque persone, le riunioni - salvo quelle indette o autorizzate dal Comitato di Liberazione Nazionale.

Art. 6. La tutela dell'ordine pubblico è affidata esclusivamente a quelle formazioni del Corpo dei Volontari della Libertà all'uopo incaricate con esplicito mandato del Comitato di Liberazione Nazionale e del Comando Militare. Chiunque opponga resistenza in qualsiasi modo o contravvenga alle norme del presente decreto sarà deferito al Tribunale di guerra.

Art. 7. Chiunque detenga armi deve farne immediata denuncia e consegna al Comando Militare, pena la confisca dell'arma e l'immediato arresto.

Art. 8. Tutti gli appartenenti alle forze armate tedesche di qualunque specie sono dichiarati prigionieri di guerra e dovranno recarsi nei luoghi stabiliti secondo le norme che verranno tempestivamente emanate dal Comando Militare. Lo stesso trattamento è riservato ai civili di cittadinanza tedesca.

Art. 9. Il Comitato di Liberazione Nazionale ed il Comando Militare hanno la facoltà di ordinare perquisizioni, requisizioni ed arresti.

Milano, 25 aprile 1945.

 

Bibliografia

F. CATALANO, Storia del C.L.N.A.I., Laterza, Bari, 1956

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Governi succedutisi in Italia dal 1943 al 1950

28 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

I° Governo Badoglio (25.07.1943 - 17.04.1944)

 

II° Governo Badoglio (22.04.1944 - 08.06.1944)

 

I° Governo Bonomi (18.06.1944 - 10.12.1944)

Coalizione politica: DC - PCI - PSI- PLI - PRI - PdL - Pd'A – PSIUP

 

II° Governo Bonomi (12.12.1944 - 19.06.1945)

Coalizione politica: DC - PCI - PLI - PdL - Pd'A – PSIUP

 

Governo Parri (21.06.1945 - 08.12.1945)

Coalizione politica: DC PCI PSIUP PLI Pd'A DL

 

I° Governo De Gasperi (10.12.1945 - 01.07.1946)

Coalizione politica: DC-PCI-PSIUP-PLI-PD'A-PDL

 

II° Governo De Gasperi (13.07.1946 - 28.01.1947)

Coalizione politica: DC-PCI-PSIUP-PRI

 

III° Governo De Gasperi (02.02.1947 - 31.05.1947)

Coalizione politica: DC-PCI-PSI

 

IV° Governo De Gasperi (31.05.1947 - 23.05.1948)

Coalizione politica: DC - PLI - PSLI – PRI

 

Proclamazione della Repubblica: 2 giugno 1946

 

Assemblea costituente (25 giugno 1946 - 31 gennaio 1948)

 

V° Governo De Gasperi (23.05.1948 - 14.01.1950)

Coalizione politica: DC - PSLI - PRI - PLI

 

 

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La «svolta di Salerno»

26 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dalla città campana, in cui il governo Badoglio-CLN prese a funzionare, venne un nuovo impulso alla guerra partigiana. Da Napoli, in un articolo de “L’Unità” del 9 novembre 1944, viene pubblicata la risoluzione del Consiglio nazionale del Partico comunista, tenutosi il 1° aprile.

 

L Unità 1944 

 

Alla fine di marzo Palmiro Togliatti rientrava in Italia dall’Unione Sovietica e raggiungeva Napoli. Passando per Algeri aveva già rilasciato alcune dichiarazioni sulla «questione italiana», da cui emergeva la priorità assegnata agli obiettivi e ai compiti della liberazione nazionale.  

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Già in alcuni suoi messaggi messi in onda da Radio Milano Libertà, che trasmetteva da Mosca, Togliatti, aveva affrontato argomenti riguardanti la questione istituzionale, distinguendo un momento di principio ed uno di politica immediata, e la Costituente.

Il 1° aprile il Consiglio nazionale del Partito Comunista Italiano, riunito nella capitale del Mezzogiorno, adottava una risoluzione che superava l'impasse seguita al congresso di Bari dei CLN. Tutte le altre forze del Comitato di Liberazione Nazionale aderirono alla proposta di entrare in un governo transitorio che fu ancora diretto da Badoglio. Contestualmente Vittorio Emanuele dava mano alla luogotenenza, i ministri non giuravano fedeltà al re, e il compromesso era sanzionato dall'impegno di convocare la Costituente. Si giunse, in tal modo, alla cosiddetta «svolta di Salerno» (dalla città in cui il governo Badoglio-CLN prese a funzionare), e ne venne un nuovo impulso alla guerra partigiana e all'unità della Resistenza.

 

“L’Unità”, Napoli, 9 aprile 1944

«Il Consiglio nazionale del Partito comunista italiano, riunito nel momento in cui lo sviluppo della situazione internazionale ed interna indica più fortemente a tutti gli italiani la necessità e il dovere di rafforzare ed estendere l'unità nazionale nella lotta per la liberazione del paese dall'occupazione hitleriana e dai traditori fascisti;

 

saluta nel compagno Ercoli, che riprende in Italia, alla testa della delegazione del Comitato centrale, il suo posto di militante e di capo, la guida sicura del partito e del proletariato italiano;

 

riconferma la politica costantemente seguita dal partito, di unità della classe operaia, e quindi di fraterna e costante collaborazione con il partito socialista; di unità delle forze democratiche e liberali antifasciste nel movimento dei Comitati di liberazione nazionale; e di unità di tutta la nazione italiana nella lotta per la sua libertà, per la sua indipendenza e resurrezione.

 

Il Consiglio nazionale del Partito comunista italiano, esaminata la situazione politica interna della zona liberata, apprezzando altamente lo sforzo fatta dai Comitati di liberazione e dalla giunta esecutiva per indirizzare e dirigere tutto il popolo all'azione per la liberazione del paese e per la distruzione di tutti i residui del regime fascista;

 

considera però che nel momento in cui si avvicina la crisi finale della guerra e tutti i popoli in lotta per la libertà devono unire le loro forze per lo schiacciamento definitivo della Germania hitleriana nel tempo più breve; l'esistenza in Italia da una parte, di un governo investito del potere, ma privo di autorità perché privo dell'adesione dei partiti di massa, dall'altra parte, di un movimento di massa autorevole, ma escluso dal potere, nuoce allo sforzo di guerra del paese ed è esiziale all'Italia.

 

Questa situazione, infatti, mentre alimenta la confusione ed il disordine mentre stanca e delude le masse del popolo e crea un ambiente favorevole agli intrighi reazionari e persino alla rinascita di un movimento fascista, allo stesso tempo indebolisce e discredita il nostro paese.

 

Il partito Comunista, consapevole delle sue responsabilità davanti alla classe operaia ed al popolo intero, ritiene che questa situazione deve essere rapidamente liquidata

 

e propone di liquidarla:

 

1. mantenendo intatta e consolidando l’unita del fronte delle forze democratiche e liberali antifasciste;

 

2. assicurando formalmente al paese che il problema istituzionale verrà risolto liberamente da tutta la nazione attraverso la convocazione di una Assemblea nazionale costituente, eletta a suffragio universale, diretto e segreto subito dopo la fine della guerra;

 

3. creando un nuovo governo di carattere transitorio, ma forte e autorevole per la adesione dei grandi partiti di massa: un governo capace di organizzare un vero e grande sforzo di guerra di tutto il paese e, in primo luogo, di creare un esercito italiano forte, che si batta sul serio contro i tedeschi; un governo capace, con l'aiuto delle grandi potenze democratiche alleate, di prendere delle misure urgenti per alleviare le sofferenze delle masse e far fronte con efficacia ai tentativi di rinascita della reazione;

 

4. assicurando a tutti gli italiani, qualunque sia la loro convinzione e fede politica, sociale e religiosa, che la nostra lotta è diretta a liberare il paese dagli invasori tedeschi, dai traditori della patria, dai responsabili della catastrofe nazionale ma che, nel fronte della nazione, c'è posto per tutti coloro che vogliono battersi per la libertà d'Italia, e che domani tutti avranno la possibilità di difendere davanti al popolo le loro posizioni.

 

Il Consiglio nazionale del Partito comunista italiano dà mandato ai rappresentanti del partito di esporre e difendere questa linea politica nella giunta esecutiva e nei Comitati di liberazione.

 

Invita i compagni, gli operai, i lavoratori e tutti gli antifascisti conseguenti, sinceri, combattivi e coscienti delle loro responsabilità ad unirsi e lottare affinché l'Italia, partecipando attivamente e con tutte le sue forze alla guerra contro la Germania hitleriana, avvicini l'ora della sua definitiva liberazione, l'ora in cui tutto il popolo potrà accingersi alla costruzione di un regime democratico e progressivo, che sani le piaghe lasciate da vent'anni di immonda tirannide fascista e renda la nazione italiana completamente libera e padrona dei suoi destini».

 

Da L'Unità, Napoli, 9 aprile 1944

 

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Dal 25 luglio all’8 settembre 1943

23 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

N° 9 La Stampa luglio 43 N° 9B annuncio armistizio

Nei 45 giorni che vanno dal 25 luglio, caduta del fascismo e nomina di Badoglio a capo del governo, all’8 settembre 1943, armistizio con gli Alleati, tutto è nelle mani del Re e di Badoglio. L'obiettivo che monarchia e governo perseguono non ha nulla in comune con le speranze degli antifascisti: la monarchia scartava la possibilità della formazione di un governo nel quale fossero inclusi i democratici - che avrebbe significato la rottura immediata dell'alleanza con la Germania e la richiesta di un armistizio agli Alleati - preferendo trasformare la dittatura fascista in dittatura militare e continuare la guerra.

La sola ed esclusiva preoccupazione del re era che si verificasse una sollevazione di popolo, che avrebbe ostacolato il pacifico trapasso dei poteri dal governo fascista al governo militare di Badoglio e quindi messo in pericolo le sorti della corona. Avvenne perciò che alla folla in tripudio si rispose con lo stato di assedio. L'ordine venne mantenuto al prezzo di 83 morti, 308 feriti e 1554 arrestati, per la quasi totalità operai scioperanti e dimostranti.

Ma per rendersi conto di che significasse lo stato d'assedio e delle ben più gravi conseguenze che ne sarebbero potute derivare, basterà leggere il seguente stralcio della circolare Roatta diramata a tutti i comandi militari: «Muovendo contro gruppi di individui che perturbino ordine aut non si attengano a prescrizioni autorità militare, si proceda in formazione di combattimento et si apra il fuoco a distanza anche con mortai et artiglieria senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche. Medesimo procedimento venga usato da reparti in posizione contro gruppi di individui avanzanti (...). Non è ammesso il tiro in aria; si tira sempre a colpire come in combattimento (...). Apertura immediata del fuoco contro automezzi che non si fermano all'intimazione; i caporioni e istigatori di disordini, riconosciuti come tali, siano senz'altro fucilati se presi sul fatto, altrimenti siano giudicati immediatamente dal Tribunale di Guerra sedente in veste di Tribunale straordinario».

La proclamazione dello stato d'assedio equivaleva a quello che nella terminologia militare viene detto il falso scopo. Si era infatti voluto giustificarla adducendo ad arte il pericolo di una reazione dei fascisti contro il nuovo governo. Lo scopo vero era di fronteggiare una temuta sollevazione popolare. La quale peraltro non era in quel momento minimamente ipotizzabile date le circostanze.

 

Certi comandi militari profittarono dello stato d'assedio per reprimere spontanee e legittime manifestazioni di gruppi politici. L'atteggiamento chiaramente repubblicano assunto da partiti e da uomini eminenti spaventò i circoli monarchici che consigliarono cautela, repressioni, reazione, Badoglio ricevette dal sovrano un promemoria, in cui questi timori sono riecheggiati: «L'attuale governo deve conservare e mantenere in ogni sua manifestazione il proprio carattere di governo militare come annunciato nel proclama del 26 luglio [...] deve essere lasciato a un secondo tempo e a una successiva formazione di governo l'affrontare i problemi politici [...] l'eliminazione presa come massima di tutti gli ex appartenenti al partito fascista da ogni attività pubblica deve quindi recisamente cessare [...] la sola revisione delle singole posizioni deve essere attentamente curata per allontanare e colpire gli indegni e i colpevoli [...] a nessun partito deve essere consentito né tollerato l'organizzarsi palesemente [...] le commissioni costituite in misura eccessiva presso i ministeri sono state sfavorevolmente accolte dalla parte sana del Paese; tutti, all'esterno e all'interno, possono essere indotti a credere che ogni ramo delle pubbliche amministrazioni sia ormai inquinato [...] ove il sistema iniziato perdurasse si arriverebbe all'assurdo di implicitamente giudicare e condannare l'opera stessa del re [...] la stessa massa onesta degli ex appartenenti al partito fascista, di colpo eliminata senza specifici demeriti, sarà facilmente indotta a trasferire nei partiti estremisti la propria tecnica organizzativa, venendo così ad aumentare le future difficoltà di ogni governo d'ordine; la maggioranza di essa, che si vede abbandonata dal re, perseguitata dal governo, mal giudicata e offesa dall'esigua minoranza dei vecchi partiti che per venti anni ha supinamente accettato ogni posizione di ripiego, mimetizzando le proprie tendenze politiche, tra non molto ricomparirà in difesa della borghesia per affrontare il comunismo, ma questa volta sarà decisamente orientata a sinistra e contraria alla monarchia ... ».

Quando si parlò al consiglio dei ministri di mandar via i prefetti troppo compromessi con il fascismo, Fornaciari, ministro degli Interni, non seppe proporre che tre o quattro nomi. Alla Cultura Popolare il ministro Rocco aveva conservati al loro posto tutti i capi servizio; si che la censura preventiva sulla stampa, istituita dal governo militare per motivi di guerra e di ordine pubblico, era fatta con criteri reazionari; era vietato occuparsi delle responsabilità del fascismo, impedito qualsiasi accenno alle persone che nel fascismo avessero rappresentato una parte qualsiasi; la censura vietò persino che si desse notizia della scomparsa di Ciano da casa sua. I giornali uscivano con grandi finestre bianche nel testo degli articoli di fondo e nelle colonne delle informazioni: ché la censura si faceva all'ultimo momento, sui bozzoni dell'impaginato.

I gerarchi fascisti furono per la maggior parte lasciati liberi. La Milizia fu sciolta, ma incorporata nell'Esercito; gli squadristi , invece di essere arrestati o sorvegliati, furono arruolati proprio in quelle formazioni che più avevano bisogno di essere sottratte a ogni influsso fascista che ne minava la compattezza.

Fu emanato un ordine perché i podestà fascisti rimanessero ai loro posti, così che a Roma, ad esempio, una commissione democratica di ingenui cittadini che si era recata in Campidoglio per chiedere la rimozione del governatore di nomina fascista fu arrestata e tradotta a Regina Coeli.

L'amnistia ai detenuti politici furono sì ottenuti per l'intervento energico del Comitato delle opposizioni di cui facevano parte Buozzi, Bonomi, De Gasperi, Ruini, Salvatorelli, Amendola.

L'amnistia per i detenuti fu emanata, ma ne furono praticamente esclusi, sulle prime, i comunisti, molti dei quali, anche quando l'assurda parzialità - che colpiva il
90% dei detenuti e l'80% dei confinati politici - fu potuta rimuovere, poterono uscire solo in agosto e spesso anche solo ai primi di settembre.

Scrive Luigi Longo nel suo libro “Un popolo alla macchia”: «Leo Lanfranco, l'uomo che nel marzo aveva diretto il primo grande sciopero della Fiat (verrà fucilato dai tedeschi nel 1945 perché comandante di una divisione partigiana), fu arrestato da Badoglio in agosto. Quarantasette antifascisti napoletani, rei di aver tenuto una riunione pubblica, furono arrestati nello stesso mese, e un mese più tardi scamparono per miracolo al massacro che i tedeschi, prima di sgombrare la città, avevano deciso di effettuare. Emilio Sereni una delle figure più notevoli della Resistenza reduce da anni e anni di carcere, di confino e dal maquis” francese fu processato in regime badogliano, insieme a molti altri suoi compagni di lotta. Di questi, alcuni furono anche condannati a morte, e sottratti alla esecuzione solo nella confusione dell’8 settembre. Sereni stesso, e altri condannati a decine di anni di reclusione, poterono essere liberati dai partigiani soltanto un anno dopo, strappati dalle mani dei teschi e dei repubblichini. Noi di Ventotene fummo tra gli ultimi ad essere liberati; per lunghi giorni i compagni temettero seriamente per la nostra sorte, essendo l'isola sottoposta a pericoli di bombardamento e scarseggiando i mezzi di trasporto necessari per ricondurci in continente».

 

Ogni giorno i giornali annunciavano con grandi titoli ed elogianti commenti, i provvedimenti adottati dal governo Badoglio: lo scioglimento del partito; la soppressione del Gran Consiglio e del tribunale speciale; la soppressione della GIL (Gioventù Italiana del Littorio) con i Balilla e i Figli della Lupa; il sequestro del patrimonio degli ex gerarchi e la nomina di una commissione di magistrati per esaminare l'origine dell' arricchimento di gerarchi e di alti funzionari; la soppressione delle corporazioni, con la nomina a commissario della disciolta federazione dell'industria di Bruno Buozzi, ex segretario della federazione degli operai metallurgici, liberato dal confino, e la nomina a vicecommissario Giovanni Roveda, già organizzatore della Camera del lavoro di Torino; l'abrogazione delle leggi sul celibato; la soppressione del libro di stato per le scuole; il ripristino dei ginnasi-licei; l'abolizione del saluto romano nell'esercito; la soppressione del fascio littorio sui biglietti di banca; lo sbattezzamento della corazzata Littorio che diventava Italia, dei cacciatorpediniere Camicia Nera e Squadrista che diventavano Artigliere e Corsaro. Intanto nuove restrizioni della libertà venivano messe in atto, come il coprifuoco istituito per la prima volta a memoria d'uomo.

 

I partiti nel loro insieme non erano pronti ad assumere un ruolo politico di rilievo, lo assumeranno solo dopo l' 8 settembre.

Nel mese di giugno, a Milano, si erano tenute due riunioni fra i rappresentanti del Partito d'azione, del partito comunista, del partito socialista, del Movimento di unità proletaria, della Ricostruzione liberale e della Democrazia cristiana. Un progetto di appello al paese non fu approvato per la pregiudiziale repubblicana del Partito d'azione e perché i rappresentanti liberali e cattolici non approvarono l'invito alla lotta immediata. Era chiaro, però, che bisognava innanzi tutto rafforzare l'unità e la compattezza d’intenti del fronte antifascista.

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Tra la gente, nel volgere di pochi giorni tornò la coscienza della paurosa condizione del Paese; la Sicilia pressoché perduta, e centinaia di migliaia di suoi abitanti profughi, ignudi, desolati; sul continente l'offensiva avversaria sempre più pesante e risoluta e i tedeschi sempre più prepotenti in casa, più padroni che alleati; l'impossibilità di continuare la guerra, l'impossibilità di smetterla; le campagne devastate, parte dei raccolti perduti; sospeso l’arrivo del grano dalla Romania, cessato l'arrivo del carbone dalla Germania, cessato l'arrivo del petrolio, perché i tedeschi così volevano punirci del colpo di Stato, e tenerci alla loro mercè.

 

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Un'offensiva aerea scatenata dagli gli angloamericani superò per terribilità, per danni, per violenza ogni altra precedente.

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Per tutto il mese di agosto, per tutta la prima settimana di settembre, fino a cinque ore prima della proclamazione dell'armistizio, attacchi dall'aria si abbatterono sulle illustri città nostre, non ci fu giorno che non giungesse il grido di dolore da una o più di esse, da Napoli o da Torino da Salerno o da Novara, da Cagliari, da Genova, da Milano: da Roma, da Viterbo, da Benevento, da Grosseto, da Foggia, da Taranto, da Bologna, da Terni, da Civitavecchia, da Orte, da Pisa, da Pescara, da Ancona, da Trento da Bolzano, da Capua, da Rimini, da Terracina, da Formia, da Cosenza, da Sulmona, da Catanzaro, da Frascati.

Il 3 settembre anche la Calabria è invasa, Corrado Alvaro scrive sul «Popolo di Roma» una pagina commossa per la sua terra divenuta prima linea del fronte di guerra. «Battuta secolarmente dai terremoti e dalle alluvioni distrutta e ricostruita almeno una volta ogni secolo, conosce ora la più grande rovina, quella che non ne colpisce solamante le abitazioni costruite Dio sa con quanta pena, vissute Dio sa con quante lacrime, traversie, emigrazioni, lontananze, rimpianti, ritorni, ma distrugge la terra stessa, quella che porta il pane e i frutti e l'olio e il vino, gli alimenti di questo popolo sobrio, silenzioso alla pena, che ama disperatamente la sua vita amara».

bombardamenti-aerei.jpg Milano-Piazza-Fontana-bombardamento.jpg Milano-dopo-un-bombardamento.jpg Milano-galleria-.gif Roma bombardata 19 luglio 1943

 

Le classi operaie volevano la pace, si capisce, e al più presto possibile, la chiedevano per prima cosa, non volevano più costruire armi e strumenti per una guerra odiata, per un alleato ripudiato, anzi rinnegato fino dal primo giorno (comparvero scritte cubitali sui muri di Trastevere: «Vogliamo la pace, via i tedeschi dall'Italia! A morte i tedeschi e i fascisti»): ma si rendevano conto come fosse minacciosa la faccia delle cose nel nostro paese povero, senza scorte, con i tedeschi in casa. Ahimè, non potevano immaginare che attraverso tanti errori e tante calamità si sarebbe arrivati a un armistizio che volle dire soltanto inizio di nuove tribolazioni. Né che l'esercito si sarebbe dissolto; e gli operai avrebbero avuto l'angosciosa esperienza - come quelli delle fabbriche di Milano accorsi in tuta ai comandi militari a chiedere armi, a chiedere di combattere, a chiedere che la città fosse difesa dai tedeschi - di vedersi negata anche la possibilità di correre alle barricate.

 

Bibliografia:

Luigi Longo - Un popolo alla macchia - Editori Riuniti 1965

Giovanni Battista Stucchi - Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell'Ossola - Vangelista Editore, 1983

Paolo Monelli - Roma 1943 – Einaudi 1993

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Francia, anno 1936: il FRONT POPULAIRE

19 Juillet 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #episodi di storia del '900

Toccata più tardi, ma non meno gravemente dalla crisi mondiale (del 1929), la Francia subisce allo stesso tempo il discredito che subisce il sistema repubblicano. Alla fine, la sinistra prende il potere e si impegna a promuovere un nuovo ordine sociale ed economico, incontrando delle forti opposizioni.

 

I mezzi economici francesi, benchè reali, si rivelano ben presto insufficienti per far fronte ad una crisi mal compresa dai responsabili politici, che rifiutano l’adozione di misure drastiche, utilizzate da altri paesi, specialmente la svalutazione. Sebbene l’economia francese non fosse crollata come quella degli stati vicini, tuttavia era in costante flessione; nel 1935, la produzione industriale raggiunge ancora il 75 per cento di quella del 1929, e i disoccupati, tra l’altro poco assistiti, non sono ufficialmente che 465.000.

La classica politica di deflazione e la diminuzione per legge degli stipendi o dei prezzi (decreti legge Laval del 1935) accrescono il malessere sociale, che aumenta per un antiparlamentarismo accresciuto dagli scandali che agitano la cronaca: l’affare Stavisky, seguito dalle dimissioni di Chautemps e dalla sostituzione del prefetto Chiappe, esaspera l’opinione pubblica.

 

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Nel febbraio 1934, non c’è stato un «complotto fascista» ma la gravità dei moti testimonia un malessere sociale e politico.

Nel gennaio 1934, l’ antiparlamentarismo dell’opinione pubblica è esacerbato dal misterioso suicidio di Stavisky,truffatore legato al mondo politico. Inoltre Chiappe, prefetto di Parigi, giudicato troppo indulgente con le leghe, viene sostituito. Queste ultime scendo allora nelle strade il 6 febbraio, giorno dell’investitura del governo Daladier. Si formano diversi cortei: la Croix-de-Feu (organizzazione di ex combattenti, antiparlamentare e nazionalista, fondata nel 1927, e sciolta dal governo del Front Populaire) manifesta in ordine, l’Union nationale des combattants mostra invece una maggiore aggressività nei confronti delle forze dell’ordine; infine, l’Action française e le Jeunesses-Patriotes hanno intenzione di marciare verso il Palais-Bourbon (la sede dell’Assemblea Nazionale). Lo scontro cercato avviene in place de la Concorde; i poliziotti, bombardati da proiettili, fanno fuoco. Negli scontri ci saranno 17 morti e 2.000 feriti. Per cercare di rappacificare gli animi, Daladier, nonostante il sostegno della Camera, si ritira, sostituito da Doumergue: il governo legittimo ha ceduto alla strada, ma il regime ha retto.  

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LA NASCITA del FRONT POPULAIRE

Il 6 febbraio 1934, a Parigi, diverse leghe manifestano con estrema violenza contro «i ladri e i corrotti» ma senza cercare di abbattere il regime benchè screditato. Questi gravi incidenti - 17 morti e più di 2.000 feriti – finiscono tuttavia per suscitare un riflesso di «difesa repubblicana» tra i partiti di sinistra, nonostante una profonda ostilità reciproca, aggravata dall’isolamento del partito comunista, dovuto alla strategia di «classe contro classe» imposta da Mosca.

Qualche giorno dopo tutto evolve. La spinta della «base» si vede il 12 febbraio: i cortei socialista e comunista fraternizzano durante una sfilata di protesta.

Preoccupato della situazione tedesca, il Comintern impone al partito comunista la politica della «mano tesa». Nel giugno del 1934, Maurizio Thorez propone un patto di unità d’azione alla S.F.I.O. (Section Française de l’Internationale Ouvriere, dal 1969 PS, Parti Socialiste), che, il mese seguente, l’accetta; il 13 novembre rivolge la sua proposta ai radicali, con l’idea di un «Front Populaire del lavoro, della libertà e della pace».

Le sconfitte elettorali del partito radicale nel 1934 e nel 1935, la foga dei suoi «Jeunes-Turc» (corrente del partito radicale) - Cot, Mendès France e Zay – spingono questa formazione a partecipare a una giornata comune con la S.F.I.O. e il partito comunista, il 14 luglio 1935, vero atto di nascita del «Rassemblement populaire».

 

VITTORIA ELETTORALE

La manifestazione è un successo che prelude all’alleanza dei partiti e dei sindacati di sinistra in vista delle elezioni del 1936. Il programma di governo, pubblicato nel mese di gennaio, è composto di tre parti: difesa delle libertà contro le leghe faziose, lotta contro la crisi economica e sociale, sicurezza collettiva, che si riassume nella formula «pace, pane, libertà». La S.F.I.O. vi inserisce diverse misure precise e concrete che spera di realizzare. La destra conduce una campagna difensiva sul pericolo bolscevico. Un attentato dei Camelots du roi (organizzazione monarchica) contro Léon Blum in occasione delle esequie di Jacques Bainville (storico monarchico), la rimilitarizzazione della Renania condotta da Hitler, che la Francia lascia fare, la vittoria del Frente popular spagnolo pesano sulle ultime settimane precedenti le votazioni. Alla vigilia del primo turno elettorale, l’Humanité rassicura l’elettorato delle classi medie, intitolando: «Per l’ordine, votate comunista».

Nonostante un tasso di partecipazione record, la sinistra non ottiene che 300.000 voti di più di quelli ottenuti nel 1932, e i ballottaggi sono molto numerosi. Ma l’accordo di votare il candidato meglio piazzato assicura una netta maggioranza al Front Populaire in occasione del secondo turno: 378 seggi su 598. Due sorprese: da una parte, distanziati per la prima volta dai socialisti, i radicali perdono 49 seggi; dall’altra i comunisti moltiplicano per sette il numero dei loro eletti. Più che l’elettorato, il mondo politico va a sinistra. Vincitore della coalizione, Léon Blum diventa presidente del Consiglio alla riapertura delle Camere, il 4 giugno 1936. Primo problema: i comunisti declinano la loro partecipazione al governo; la pressione di Mosca li mantiene lontano dalle responsabilità, per lasciarli liberi di esercitare dal di fuori «una sorta di ministero delle masse», secondo il motto di Paul Vaillant Couturier, direttore de l’Humanité.

I socialisti occupano i ministeri economici e sociali, i radicali ottengono dei posti più politici. Questa prudente distribuzione degli incarichi ministeriali è innovativa per certi aspetti, tra cui la nomina di tre donne segretario di Stato - quando le donne non avevano ancora il diritto di voto – e un manifesto ringiovanimento. Inoltre, Léon Blum ha la saggezza di non cumulare la presidenza del Consiglio con altri ministeri.  

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 LÉON BLUM

Léon Blum 

L’affare Dreyfus e il prestigio di Jean Jaurés (fondatore del foglio socialista l’Humanité, pacifista, energico difensore di Alfred Dreyfus, assassinato da un nazionalista francese) sono determinanti per l’ingresso in politica di questo brillante e raffinato studente dell’Ecole Normale, proveniente da una famiglia di ebrei dell’Alsazia.

Consigliere di Stato, capo di gabinetto del ministro socialista Marcel Sembat nel 1914, ostile all’Internazionale comunista, artefice del cartello delle sinistre, fa crescere il numero dei votanti la S.F.I.O. fino a farla diventare il primo partito di Francia nel 1936; generoso, idealista, perfino entusiasta, il nuovo presidente del Consiglio è un riformista che tenta di piuttosto di conciliare giustizia sociale ed economia liberale. Il suo programma non manca di coerenza, ma ignorava le regole del mercato e si scontrava con l’incomprensione di un padronato distaccato a causa delle difficoltà dell’anteguerra. Capro espiatorio del governo di Vichy, Léon Blum è tradotto davanti alla corte di Riorn nel febbraio 1942, ma si difende così bene che il processo ridicolizza il regime. Deportato in Germania dopo l’invasione della zona libera, presiede un gabinetto effimero dal dicembre 1946 al gennaio 1947, poi si ritira dalla vita politica.    

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UNA KERMESSE PRIMAVERILE

Una settimana dopo la vittoria del FRONT POPULAIRE, scoppiano degli scioperi spontanei che travalicano le tradizionali organizzazioni sindacali. Il movimento ha inizio il 12 maggio a Le Havre, raggiunge Parigi il 14, poi si propaga in provincia. Il 10 giugno, tre milioni di scioperanti occupano i loro luoghi di lavoro in un clima da “buoni ragazzi”. La gioia della vittoria elettorale, il timore diffuso di non poterne raccogliere i frutti, ma con la speranza di un miglioramento delle condizioni della vita quotidiana e il sentimento di una dignità acquisita, sono i principali caratteri di questi scioperi né rivoluzionari né aggressivi: gli operai rispettano gli attrezzi di lavoro e limitano i loro obiettivi alla fabbrica in cui lavorano.

Léon Blum, preso alla sprovvista, calma questo sfogo collettivo con una serie di decisioni spettacolari che vanno oltre il suo programma elettorale: L’11 e il 12 giugno 1936, alcune leggi istituiscono la settimana di 40 ore, 15 giorni di ferie pagate per tutti i salariati e dei contratti collettivi per tutte le categorie professionali.

1936 manifesto CGT

Già la Confederazione nazionale francese del padronato negozia con la C.G.T. (Confédération Générale du Travail) con la mediazione del governo: gli «accordi Matignon» del 7 giugno rivalutano i salari dal 7 al 15 per cento, garantiscono la libertà sindacale, istituiscono i contratti collettivi così come l’elezione dei delegati del personale. Gli scioperi diminuiscono, mentre i «biglietti Lagrange (Ministro delle Attività ricreative)», a tariffe preferenziali, facilitano le prime vacanze per milioni di francesi. Nel corso dell’estate 1936, la volontà di giustizia sociale legata ad un rilancio dell’economia, induce il governo Blum ad una intensa attività legislativa: le industrie degli armamenti e l’industria aeronautica vengono nazionalizzate, sono riformati gli statuti della Banca di Francia (organizzazione privata), la scolarità obbligatoria è prolungata fino ai 14 anni, viene dato un forte impulso al tempo libero e alla cultura. Grandi lavori sono programmati per riassorbire la disoccupazione. Infine la creazione di un Ufficio del grano dovrebbe contribuire a far aumentare le tariffe agricole falcidiate dalla crisi.    

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LO SCIOPERO BIANCO

Per la prima volta, le sospensioni dal lavoro assumono un carattere sorridente. Novità, le fabbriche e le officine sono occupate e diventano un luogo di festa popolare: gli scioperanti giocano a carte o alle bocce, ballano al suono delle fisarmoniche e sono riforniti dalle loro famiglie. Questo entusiasmo tutto pacifico resterà nella memoria.

1936 lavoratori francesi in sciopero

Sorprende i partiti e le stesse centrali sindacali, perchè gli scioperi paradossalmente non riguardano i settori più sindacalizzati. Ordinati, le violenze sono rarissime, piuttosto moderati nelle loro rivendicazioni, questi scioperi cambiano il clima delle imprese; un padrone favorevole al Front Populaire parla di «cura psicoanalitica» della Francia.  

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LE PRIME DIFFICOLTÀ

L’euforia è di breve durata. Il Front Populaire si scontra rapidamente con l’amara realtà della politica estera e dell’economia. La guerra civile spagnola, che scoppia il 18 luglio 1936, provoca la prime crepe nella coalizione di governo: ostili ad ogni sostegno ai repubblicani spagnoli, mentre i socialisti si dimostrano favorevoli, i radicali minacciano di far cadere il governo, Blum cede, ma il non intervento della Francia provoca lo stupore degli «antifascisti» e preannuncia la prossima rottura con i comunisti, fautori accaniti del sostegno.

La conclusione del patto Roma-Berlino sconvolge le alleanze e obbliga la Francia ad aumentere le spese militari, che appesantiscono il bilancio dello Stato. L’attività economica resta stagnante, malgrado una timida ripresa: i prezzi aumentano per compensare le concessioni accordate a giugno. Pierre Gaxotte, un acuto uomo di destra, sottoliea «questa cattiva abitudine del padronato di lasciarsi strappare quello che potrebbero concedere di buona grazia». Gli industriali si rifiutano di investire, alcuni speculano contro il franco; le riforme sono costate caro, senza dare i risultati sperati: la generalizzazione delle «quaranta ore» non ha fatto crescere l’occupazione. Il 28 settembre 1936, il ministro delle Finanze Vincent Auriol svaluta il franco del 25% .

La vita politica interna è avvelenata dagli odiosi attacchi dell’estrema destra, le cui calunnie spingono il ministro degli Interni al suicidio. Sciolte nel mese di giugno, le leghe si ricostituiscono in partiti politici e denunciano la «sovietizzazione della Francia». La stampa moderata approva in coro. Il malessere aumenta: i radicali si preoccupano per l’inefficacia delle riforme, i comunisti, al contrario, reclamano delle misure più dirigiste, come il controllo dei cambi. L’elettorato è sconcertato per l’aumento dei prezzi e per la svalutazione, che decurtano gli aumenti salariali; in autunno degli scioperi sporadici riprendono in tutti i settori ed altri, tuttavia, non possono essere evitati dall’intervento delle commissioni di conciliazione e di arbitrato, istituite nel mese di dicembre. La fiducia nel governo diminuisce: la fuga dei capitali si aggrava, il deficit del bilancio e l’inflazione aumentano.

 

LA FINE DEL FRONT POPULAIRE

Di fronte ad una situazione così delicata, Léon Blum auspica una «pausa» delle rivendicazioni. Il 13 febbraio 1937, il suo annuncio della sospensione delle riforme non frena l’agitazione sociale. Deluso, il presidente del Consiglio così si esprime durante l’inaugurazione dell’Esposizione internazionale del 1937: «I lavoratori non devono confondere libertà e licenza». Qualche settimana prima, la «sparatoria di Clichy» (5 morti e 500 feriti) aveva aggravato la tensione nella coalizione di governo. I comunisti non sostengono più il governo, già minato dal sabotaggio finanziario del padronato. La maggioranza moderata e radicale del Senato rifiutano a Blum la concessione dei pieni poteri, che gli consentirebbero di combattere la speculazione. Il presidente del Consiglio preferisce dare le dimissioni, fedele alle sue convinzioni: «Sono determinato ad affrontare tutto tranne una cosa: un disaccordo con il partito o con l’insieme della classe operaia». Quattro governi prolungano l’agonia del Front Populaire, a poco a poco abbandonato dai radicali. Il gabinetto Chautemps, appoggiato ancora dai socialisti, nazionalizza le compagnie ferroviarie deficitarie. La persistenza degli scioperi, appoggiati dai comunisti, ostacola la ripresa, ma i socialisti fanno dimettere Chautemps che vuole rimettere in discussione il principio delle quaranta ore. Un secondo gabinetto Blum dura qualche giorno. Il 10 aprile 1938, Daladier forma un governo di radicali e di centrodestra; il Front Populaire è ormai un ricordo e un decreto legge del novembre 1938 sopprime la settimana di quaranta ore lavorative.

 

UN MITO POLITICO

Il Front Populaire, primo esercizio del potere da parte di una maggioranza socialista riformista, non ha resistito alla congiunzione di un contesto internazionale teso e all’ostilità degli ambienti finanziari. Le numerose promesse del partito comunista all’elettorato e gli errori di gestione riducono ancora la sua portata politica. Ma l’eredità sociale pone un’ipoteca sul futuro e consente al Front Populaire di diventare un mito per la sinistra francese.  

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LE QUARANTA ORE

La crisi economica rende popolare l’idea di una diminuzione del tempo di lavoro da quarantotto a quaranta ore settimanali, a parità di salario. I sindacati prevedono una miglioramento della produttività e la possibilità di una riduzione della disoccupazione, ma gli ambienti economici, al contrario, avanzano una serie di riserve. I decreti di applicazione promulgati dall’ottobre 1936 alla primavera del 1937 mancano di elasticità. Applicate troppo rapidamente, le «quaranta ore» producono pochi effetti sulla ripresa economica ed il padronato è reticente nell’applicare questa legge. D’altra parte, le imprese non possono sostituire il loro personale qualificato con dei lavoratori con poca esperienza e devono sopportare un aumento del costo del lavoro, soprattutto intervenuto in un periodo di recessione.  

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LE FERIE PAGATE

Le «vacanze pagate» non erano un’innovazione: gli impiegati degli uffici già ne usufruivano. Di più, la recessione induce alcune aziende a fermarsi per qualche settimana durante il mese di agosto; ma queste ferie forzate sono una disoccupazione tecnica mascherata e non remunerata. Da ultimo, il Senato respinge tutti i progetti di legge. Tuttavia, l’11 giugno 1936, un voto quasi unanime – meno un voto – estende le «ferie pagate» a tutti i salariati che hanno almeno un anno di anzianità. L’iniziativa non figurava in modo esplicito nel programma elettorale, ma gli scioperi spingono Léon Blum a prendere tale misura. All’inizio dell’estate i beneficiari si affrettano a salire sui «treni del piacere» a tariffe ridotte  del 40%. Scoprono la Francia, sacco in spalla o sui tandem,

1936 famiglia francese in tandem

alcuni vedono il mare per la prima volta nella loro vita o ritornano, dopo lungo tempo, ai paesi lasciati. Leo Lagrange; ministro dello Sport e del Tempo libero, moltiplica il numero degli stadi, le piscine, gli ostelli della gioventù. Certamente, qualche privilegiato scontroso deplora il degrado delle spiagge da parte dei «poveracci col baschetto che vogliono coprire la Francia di cartacce unte». Benchè molte famiglie rimangono a casa per mancanza di mezzi, le ferie pagate non saranno mai rimesse in discussione. Più commoventi le migliaia di cartoline postali che affluiscono al Matignon (residenza del Primo ministro) con queste semplici parole: «Grazie signor Blum».  

 

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