Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"
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gli Italiani e l’8 settembre del 1943

4 Septembre 2021 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

l’8 di settembre 1943 la collettività italiana usciva da vent’anni di fascismo e di diseducazione politica, con l’aggravante, non secondaria, di una guerra irresponsabilmente mossa in uno scenario internazionale che congiurava a sfavore del nostro paese, intrapresa in condizioni estremamente precarie sul piano militare e con un consenso passivo, manifestato sotto il balcone del palazzo di piazza Venezia, da una folla incosciente del baratro che andava così aprendosi.

L’8 settembre è sospeso tra la tragedia di un collasso politico-istituzionale e la farsa che fece da corredo al disfacimento di quel che rimaneva di un regime che si voleva totale e totalitario.

Una intera generazione ne visse più direttamente gli effetti: i giovani coscritti, impegnati nella leva e dislocati nei diversi reparti militari, operanti in tutto lo scenario del Mediterraneo, subirono per primi le conseguenze del cambiamento di alleanze e della vacanza di comando.

Avviene lo sbandamento dei militari, il concreto esautoramento e il dissolversi delle figure di comando, la comprensione che i vecchi alleati diventavano i nuovi invasori, l’avvio di una vendetta per parte tedesca che sarebbe durata fino alla conclusione della guerra e che si sarebbe esercitata in prima battuta contro l’esercito ed immediatamente dopo contro la stessa popolazione.

Vi è come una linea di continuità tra date diverse: il periodo tra settembre e novembre del 1938, con l’emanazione e l’introduzione dei provvedimenti legislativi e amministrativi meglio conosciuti come “leggi razziali”, che segnarono la radicalizzazione del regime fascista; il 10 di giugno 1940, che segna l’entrata in guerra dell’Italia; il marzo del 1943 con i ripetuti scioperi, a carattere corale e con spiccata connotazione politica, nelle fabbriche del Nord; il 25 luglio 1943, con il ribaltone nel Gran Consiglio del fascismo, la caduta di Mussolini e l’eclissi del regime, l’abbandono e il tradimento che le classi dirigenti operarono nei confronti di coloro che avevano considerato sempre e solo come sudditi.

La fuga del re e dei suoi più stretti collaboratori, preceduta dalla scomparsa del fascismo-regime, l’abbandono al suo destino di Roma capitale per parte delle Forze Armate fu il totale fallimento di una politica di guerra faticosamente perseguita da Mussolini e dalla casa regnante.

Una varietà di reazioni ebbero reparti e uomini, chiamati dalla latitanza colpevole dei governanti alla scelta individuale: la resistenza o la resa, la collaborazione con i tedeschi o la fedeltà al re.

Da una parte vi è l’inettitudine e l’irresponsabilità di quanti erano alla guida politica e militare del paese, dal basso un esercito lasciato sì allo sbando, ma pronto in molti casi ad assumersi il peso delle scelte e, come nell’eccidio di Cefalonia o in tanti altri episodi, a pagarle fino in fondo. La reazione armata di questi militari si rivela una componente fondamentale della Resistenza italiana.

L’8 settembre è un vero e proprio spartiacque nella coscienza nazionale con episodi quali il rifiuto per parte delle nostre truppe di arrendersi all’ex-alleato, la reazione popolare contro la presenza tedesca in Roma, negli stessi giorni – soprattutto a Porta San Paolo, dove si ebbero scontri armati tra paracadutisti germanici e elementi militari e civili nostrani.

Il rapporto che i tedeschi stabilirono con il nostro paese dopo l’8 settembre fu l’asservimento della popolazione civile, lo sfruttamento e la rapina sistematica delle risorse e l’eliminazione fisica degli individui presi in ostaggio in totale spregio di qualsivoglia residuo diritto.

Due gli schieramenti che si formarono, interni alla guerra che era in atto nella nostra penisola: i neofascisti repubblichini da un lato, i partigiani dall’altro.

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L’8 settembre 1943 in alcune località d’Italia

4 Septembre 2021 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

L’8 settembre 1943 in alcune località d’Italia

Vittorio Emanuele III abbandona Roma ancor prima d'averne tentata la difesa, senza preoccuparsi in nessun modo di ciò che resta dietro di lui. «La fuga di Pescara» sancisce definitivamente la separazione tra monarchia e popolo, né può essere più cancellata. E lo stesso sovrano, o chi gli è più vicino, non può prevederne le conseguenze, poiché non prevede in nessun modo che quel «popolo », cosi abbandonato al suo tragico destino, possa esprimere una propria volontà autonoma; non può prevedere che lo stesso 8 settembre possa trasformarsi nel principio della rinascita.

a Roma


La giornata del 9 mentre la divisione Granatieri era impegnata nella difesa ad oltranza del ponte della Magliana, nella città, abbandonata a se stessa, in mezzo alla ridda delle voci contrastanti, i gruppi politici antifascisti cercavano faticosamente d'orientarsi sulla situazione e di prendere contatto con gli organi del governo Badoglio. Il Comitato delle opposizioni delega a questo scopo nelle prime ore del mattino Bonomi e Ruini, i quali si recano al Viminale e vi apprendono la notizia della fuga del re. Li ha preceduti una missione dell' Associazione combattenti richiedendo la distribuzione di armi per potersi battere a fianco dell'esercito. La richiesta, benché appoggiata dagli emissari del CLN è «respinta con un no freddo. Anzi qualcuno aggiunge che non bisogna esasperare gli invasori».

Posto di fronte alla più drammatica delle situazioni, con la sensazione di avere dinnanzi a sé il vuoto più assoluto d'ogni «autorità costituita» il Comitato delle opposizioni reagisce immediatamente; constatando la frattura decisiva determinata dall'8 settembre e traendo da questa constatazione l'indicazione delle sue nuove responsabilità, alle ore 14,30 esso approva la seguente mozione:

“Nel momento in cui il nazismo tenta restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni.”

Intanto nella città incerta fra le più contrastanti notizie, fra le voci più assurde, si organizzano i primi gruppi d'armati facendo. capo ai partiti di sinistra, ai comunisti Longo e Trombadori, ai socialisti Pertini e Gracceva, agli azionisti Baldazzi e Lussu.

La distribuzione delle armi provoca vari incidenti con la polizia, a stento repressi dall'intervento dei dirigenti antifascisti; ... I primi gruppi di civili sono ben presto in linea in uno dei punti più delicati del «fronte», mischiati insieme con un reparto di paracadutisti al bivio dell'Ardeatina e dell'Ostiense e nella giornata del 10 si accentua di ora in ora l'intervento popolare sul campo di battaglia. I granatieri hanno ricevuto il rilevante rinforzo del Montebello, l'eroico squadrone che sino all'ultimo condurrà una serie di contrattacchi sacrificando quasi tutti gli ufficiali e tutti i pezzi; altri reparti delle Forze Armate affluiscono sull'Ostiense alla spicciolata. È la prima volta nella storia d'Italia dal 1848 in poi che il popolo interviene spontaneamente a fianco delle Forze Armate, supera d'un balzo il distacco tradizionale. Quando già la resistenza «regolare» va esaurendosi e già firmata la «resa», allora è il momento che quest'intervento svela tutta la sua importanza non solo militare, ma politica. Dalla piramide di Caio Cestio al Testaccio sono in linea i«civili» armati e cade fra essi, a Porta San Paolo, Raffaele Persichetti, giovane studioso, il primo degli intellettuali sacrificatisi nella Resistenza. E in più punti della città si accendono i combattimenti mossi, più che dalla speranza della vittoria, da uno spirito indomito di odio antinazista: fra via Cavour e via Paolina, in via Marmorata, a piazza dei Cinquecento ove sino a sera si spara contro l'albergo Continentale tenuto dai tedeschi. Sono episodi confusi, di cui è difficile rintracciare volta per volta l'origine e i risultati; ma certo è che in quella resistenza disperata, dispersi in uno spazio quanto mai vasto, isolati l'uno dall'altro, si mischiano insieme i vari ceti sociali e le generazioni diverse, l'operaio e l'ufficiale, il vecchio e il ragazzo; sono i primi bagliori dell'unità della Resistenza ... Roma non è caduta senza resistere: è stata evitata dal sacrificio solidale dell'esercito e del popolo la più profonda umiliazione che potesse essere inferta alla capitale.

Se bastò un ordine «sbagliato» del Comando supremo a dissolvere il nucleo più importante del nostro esercito attestato alla difesa di Roma, nel resto del territorio nazionale, ove le divisioni esistevano in gran parte sulla carta ed erano quasi totalmente prive dei mezzi necessari per ottenere una valida resistenza, bastò assai meno: bastò la mancanza di ordini per far precipitare tutto nel caos, per pregiudicare nel volgere di poche ore anche le sorti d'una difesa onorevole. La Memoria op. 44, diramata da Badoglio ai comandi militari in Italia, subordinava la sua applicazione all'emanazione d'un ordine successivo (che fu impartito dal Sud troppo tardi: solo l’11 settembre); richiedeva cioè agli alti quadri dell'esercito la cosa più difficile da attuare date le stesse tradizioni della nostra casta militare educata fin dall'unità ad «eseguire gli ordini senza discutere», a considerare «l'iniziativa individuale» come un pericolo per la saldezza delle istituzioni. Proprio facendo leva su tale caratteristica il fascismo aveva potuto condurre la guerra nel modo che l'aveva condotta, vincendo l'opposizione dei generali di dissenzienti col richiamo alla «disciplina», alla subordinazione cieca ed assoluta al potere politico; ... Chiedere «d'agire d'iniziativa» era già cosa avventata alla fine d'agosto, quando essa contrastava così evidentemente con la mentalità della nostra casta militare e con la situazione di fatto, con l'estremo punto di consunzione e di logoramento cui era pervenuto l'esercito territoriale: diveniva semplicemente pazzesco nella situazione non solo militare, ma politica creata l’8 settembre con la diserzione dal suo posto di lotta del Comando supremo. ...  

Come nella difesa di Roma non mancano gli esempi che dimostrano come, malgrado tutto, l'8 settembre non era «fatale» nella forma in cui si presentò, come anche all'ultimo momento era possibile «salvare il salvabile» e come in molti casi ufficiali e reparti seppero dar prova di valore e di coraggio. Se sul momento tutto sembrò sommerso nella tragedia e nella vergogna del disfacimento, ora è possibile dare un primo ordinamento a quegli episodi di resistenza che allora parvero del tutto sporadici o semplicemente d'eccezione e trarre da loro qualche conclusione più organica.

Innanzitutto è da osservare che qualsiasi direttiva militare mancò nelle grandi città industriali del Nord come a Milano e a Torino ... Nelle grandi città industriali, più che in ogni altro luogo, i generali responsabili della difesa ... elusero con ogni sorta d'inganni le pressanti richieste di partecipare alla lotta e decisero in ultimo che era preferibile consegnare le armi ai tedeschi piuttosto che agli operai.


a Milano

Così accadde a Milano dove il generale Ruggero, malgrado che la sera del 9 fosse stato respinto da un gruppo di civili il tentativo tedesco d'impadronirsi della stazione, stipulò un accordo con i tedeschi in base al quale l’esercito rimaneva provvisoriamente armato (molto provvisoriamente) ma i civili dovevano consegnare subito le armi di qualsiasi tipo in loro possesso.

“Chiunque userà le armi contro chiunque sia, sa senz'altro passato per le armi sul posto. Da questo momento sono proibite nel modo più assoluto le riunioni anche in locali chiusi salvo quelle del culto nelle chiese. All'aperto non potranno aver luogo riunioni di più di tre persone. Contro gruppi di numero superiore sarà senza intimazione aperto il fuoco dalla forza pubblica”.

Sono frasi tolte dal« proclama ai Milanesi» del 10 settembre, sottoscritto dal generale Ruggero e non da un comandante tedesco.

a Torino

Così si ripete a Torino in forma ancor più sfacciata, se possibile, per opera del generale fascista Adami-Rossi che consegnò la città ai tedeschi «per evitare un'inutile strage», senza nemmeno il minimo cenno di opposizione.


a Genova

Così si ripete a Genova ove l'apparato aggressivo tedesco, subito dopo l'annuncio dell'armistizio, occupa fulmineamente la città senza trovare opposizione nei Comandi militari.

a La Spezia

Un certo accenno di resistenza organizzata sembra di poter scorgere intorno alla piazza militare di La Spezia; qui il comandante del XVI corpo d'armata, generale Carlo Rossi, respinge l’ultimatum tedesco, permettendo alla flotta di porsi in salvo e la divisione Alpini Alpi Graie combatte strenuamente fino all’11 settembre.

 

Altrove non si può parlare di esecuzione di alcun piano militare difensivo, ma d'improvvisi e imprevisti focolai di resistenza che s'accendono qua e là, a Verona come a Parma, a Cuneo come ad Ancona, dove nuclei o reparti dell'esercito, nella generale dissoluzione, si oppongono di propria iniziativa all'aggressione nazista.

a Piombino

L'episodio più notevole di resistenza cittadina fu quello offerto da Piombino abbandonata senza ordini dai Comandi responsabili, quando il 10 settembre si profilò la minaccia d'uno sbarco tedesco in forza proveniente dalla Corsica. Soldati, marinai, operai reagirono per loro conto, occupando le fabbriche, il porto e manovrando, fianco a fianco, le batterie costiere. Dopo una furiosa battaglia il tedesco fu annientato: seicento morti, duecento prigionieri, le zattere di sbarco e due corvette affondate: solo riuscì a scampare al disastro un caccia benché duramente colpito.

al confine occidentale

Una particolare importanza - anche per le. conseguenze che ne seguirono, è da attribuirsi a ciò che avvenne, in quei tragici giorni, nelle zone di confine. Al confine occidentale la IV armata fu colta di sorpresa nel momento critico della sua marcia di trasferimento dalla Francia all'Italia e spezzata in più tronconi dal pronto attacco tedesco: vi fu qualche scontro, saltò la galleria del Moncenisio, ma la IV armata era praticamente dissolta.

a Trento

A Trento, ove l'allarme era stato dato fin dai primi giorni di settembre (il 31 agosto Rommel vi aveva presieduto una riunione di generali tedeschi in vista dell'imminente occupazione militare del territorio italiano), non si verificò alcuna reazione degna di nota da parte dei comandi militari italiani, ai quali gli antifascisti locali, sotto la guida del socialista G. A. Manci avevano trasmesso un dettagliato memoriale per la difesa del Trentino.

Nella città, provata dai duri bombardamenti alleati, reagirono per loro conto i soldati della guarnigione, riportando notevoli perdite (49 morti, 200 feriti).

a Trieste

A Trieste il generale Ferrero, comandante il XXIII corpo d'armata, dopo aver promesso agli esponenti del Fronte democratico nazionale (fra cui l'azionista Gabriele Foschiatti e i comunisti Ernesto Radich e Giovanni Pratolongo) di armare il popolo per la difesa, abbandonò il 10 settembre la città, dopo aver emanato un'ordinanza che stabiliva l'orario del coprifuoco e faceva divieto dell'esercizio della caccia in tutto il territorio del corpo d'armata.

Ed inoltre

a Fiume

il generale Gambara, arrivato da Roma con ordini di difesa ad oltranza, si preoccupò di vietare la ricostituzione dei partiti politici e precisò in un'ordinanza che «nel grave momento che l'Italia attraversa, c'è un solo partito per tutti, nessuno escluso: quello della concordia, dell'onore, dell'ordine. Nessuna iniziativa da qualunque parte venga sarà da me tollerata». La sera del 10 la polizia spara, causando numerose vittime, sulla folla che richiede la liberazione dei detenuti politici. Il 14 il Gambara conclude un accordo con il colonnello Völcher affinché «i soldati italiani potessero difendere la città dalle minacce slave» e poi anch'egli abbandona Fiume, lasciando i suoi soldati in mano ai tedeschi (un mese più tardi, sulla base d'una simile prova d'onore militare, verrà scelto da Graziani quale capo di Stato maggiore dell'esercito fascista in via di costituzione).

a Pola

Così anche Pola verrà consegnata ai tedeschi senza colpo ferire.

a Gorizia

Solo a Gorizia il generale Malagutti si rifiutò di collaborare e venne arrestato insieme a numerosi ufficiali.

Ma la disgregazione delle forze armate è totale e già in quei tragici giorni si può dire che si determina il distacco definitivo di gran parte della Venezia Giulia abbandonata all'invasore tedesco senza resistenza degna di rilievo.

nell'Italia meridionale

a Salerno


da "La Stampa" 14 settembre 1943
Infine, un carattere tutto particolare essa ebbe nell'Italia meridionale: qui infatti, dove la guerra operava la sua maggiore pressione, fu più urgente e grave la scelta a chiunque vestisse una divisa ... In contrasto con i molti generali fuggiaschi o disposti a ogni compromesso col tedesco, ... vi furono episodi individuali di sicuro valore: il generale Ferrante Gonzaga, comandante di una divisione costiera a Salerno, sorpreso con pochi uomini da una pattuglia germanica, si rifiutò sotto la minaccia delle armi su di lui puntate, di impartire l'ordine della resa ai suoi uomini e affrontò senza esitazione la morte cadendo trucidato sul posto; con la stessa serenità e in circostanze simili affrontò la fucilazione il comandante del 48° reggimento fanteria di Nola insieme ai suoi ufficiali.

a Bari

Una notevole resistenza si attuò, contrariamente agli ordini superiori, in alcune caserme di Napoli, e un carattere più esteso ebbe la reazione dell'esercito in Puglia; a Bari il generale Bellomo con pochi ardimentosi, marinai, soldati e operai, assicurò la difesa del porto battendosi come «un civile qualunque» nel corpo a corpo che seguì con i reparti tedeschi (lo stesso Bellomo finì poi fucilato dagli alleati sotto l'accusa di avere provocato la morte d'un prigioniero inglese).

in Sardegna

In Sardegna, maggiori che in ogni altra parte d'Italia furono le possibilità offerte al nostro esercito per eliminare le truppe tedesche stanziate nella parte meridionale dell'isola, assai inferiori per numero anche se superiori per armamento. C'era a nostro vantaggio, prima di ogni altro elemento, la compattezza delle Forze Armate, composte in gran parte di reparti sardi, ... inserite in un ambiente tradizionalmente ostile al fascismo «fenomeno del continente» (né lo stato d'animo della popolazione sarda era soltanto spontaneo: vi agivano gruppi attivi di antifascisti, che da Sassari diramavano il giornale clandestino «Avanti Sardegna!» già dal maggio '43 incitante alla lotta antitedesca e alla guerriglia). Tale possibilità fu sprecata dal Comando che, dopo essersi accordato con i tedeschi per un'evacuazione pacifica, solo il 13, in seguito ad ordini ricevuti dal Comando supremo, decise di attaccarli, quando già con rapidissima manovra essi avevano raggiunto i porti d'imbarco nella parte settentrionale.

Troppo tardi per tagliare loro la strada, appena in tempo per accelerarne la fuga e impossessarsi d'un notevole bottino di guerra. Le speranze dei patrioti sardi andarono deluse e solo alla Maddalena s'ebbe un rilevante fatto d'armi, quando l'isola fu riconquistata da marinai e operai in un'aspra battaglia (8-11 settembre).

Comunque il bilancio non può considerarsi del tutto negativo: poiché furono quei corpi d'armata rimasti in Sardegna, in mezzo al generale sbandamento, la leva su cui cercò d'insistere il governo Badoglio in Italia meridionale per rivendicare un maggior contributo bellico a fianco degli alleati. Nel Mezzogiorno infine, più che in ogni altra parte d'Italia, la resistenza dell'esercito rifluì quasi subito nella resistenza della popolazione civile.


da “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia  Einaudi 1964

 

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Agosto 1943: Milano prese fuoco

31 Juillet 2021 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Italiani! Per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore assumo il Governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua. L'Italia, duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni. Si serrino le file attorno a Sua Maestà il Re e Imperatore, immagine vivente della Patria, esempio per tutti. La consegna ricevuta è chiara e precisa: sarà scrupolosamente eseguita, e chiunque si illuda di poterne intralciare il normale svolgimento, o tenti turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito. Viva l'Italia. Viva il Re. Firmato: Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, 25 luglio 1943».

Come ripeteva ossessivamente l'eco di questa frase badogliana, la guerra continuava. E con l'agosto le principali città italiane e soprattutto Milano entrarono in un girone infernale di fuoco e distruzione per lo scatenarsi dell'offensiva aerea alleata.

Dal 9 al 16 agosto, ogni notte Milano fu attaccata. E ogni volta non era possibile fare confronti con la furia devastatrice della notte precedente. Furono colpite tutte le zone della città. Il Duomo danneggiato, la Scala diventata un rogo, la Galleria sventrata, Palazzo Reale, Brera, l’Ospedale Maggiore, chiese, musei, fabbriche, case, monumenti distrutti. I binari del tram sradicatii.

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Macerie su macerie. Al mattino, le strade erano percorse da lunghe file di cittadini che arrivavano dalle località di sfollamento, spesso a piedi o in bicicletta, per vedere che cosa era rimasto della propria casa. Sostavano da lontano a osservare le macerie, i falò degli incendi che ardevano ancora qua e là durante la giornata. Dovunque c'era desolazione: crolli e rovine, cumuli di mobili accatastati sui marciapiedi, gruppi di donne e di uomini come inebetiti dall’enormità della tragedia. C'era chi si metteva a scavare tra le macerie sperando di salvare qualcosa. La Città era morta.

Le prime ombre rendevano ancora più atroce lo spettacolo. Le mura smozzicate delle case le occhiaie vuote degli edifici devastati, apparivano come fondali sinistri. A sera riprendeva l'esodo dei cittadini, con ogni mezzo di trasporto. Le vie si ripopolavano di cortei interminabili di ciclisti e di pedoni che recavano seco le massenzie per il pernottamento di fortuna. Poi la città diventava deserta, per un'altra notte.

«L'esodo delle moltitudini migranti sotto un cielo sempre pieno di minaccia» scriveva la cronaca del “Corriere” «è uno spettacolo d'indicibile commozione [...]. E una folla che, solo dopo una lunga resistenza, dopo un fatalismo ostinato, si è decisa a sottrarsi in tutta fretta alla selvaggia furia dei bombardamenti [...]. Nei borghi e nei villaggi ci sono generosi che un po' di posto lo offrono, restringendosi pieni di buona volontà e di fraterna sollecitudine. Ma gli esempi di gretto egoismo non mancano. Vi sono ancora case dalle porte indebitamente chiuse [...]».

Però era anche l'ora della bontà, della solidarietà cristiana. Ricordo solo un piccolo fatto: il parroco della Incoronata a Milano ospitò nella chiesa un buon numero di famiglie con le loro masserizie, trasformando il tempio in albergo, cucina, luogo di soggiorno, riparo. Mai l'Incoronata, come allora, fu la casa del Signore.

Nella confusione generale, il “Corriere” si era a sua volta trasformato in un centro di soccorso, almeno informativo, psicologico. I telefoni squillavano in continuazione, i rimasti in città chiedevano, volevano sapere. Il centralino passava le comunicazioni nel rifugio dove, a turno, eravamo accampati. Mottola e io restavamo di guardia insieme con due tipografi, sperando che arrivasse da un momento all'altro la notizia dell armistizio, pronti a mettere insieme un'edizione straordinaria. Dall'altro capo del filo, il più delle volte, c'era una voce di donna, e dal timbro si capiva che era una donna anziana che voleva sapere, ma soprattutto essere rassicurata, confortata. Ma che cosa potevamo risponderle?

Milano si sgretolava sotto i colpi dei bombardieri, andava in fiamme. Anche il teatro alla Scala fu colpito nella notte del 15 agosto. Era una notte di luna piena. Dal cielo certo si vedevano i tetti delle case, i selciati delle vie. La Scala venne presa in pieno: sembrava una Pompei.

 

Bibliografia:

Gaetano Afeltra – I 45 giorni che sconvolsero l’Italia. 25 luglio – 8 settembre 1943. Dall’osservatorio di un grande giornale –  Rizzoli Ed. 1993

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6 giugno 2021: auguri ANPI

5 Juin 2021 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Domenica 6 giugno 2021 ricorre il 77mo anniversario della costituzione dell’ANPI.

Per l’occasione, in mattinata, la nostra sezione lissonese rimarrà aperta per consentire il proseguimento del tesseramento.

Per le altre iniziative della giornata, vedere il sito dell’ANPI nazionale: anpi.it

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2 giugno: festa della Repubblica

28 Mai 2021 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

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2 giugno 1946: il primo referendum che ha cambiato l´Italia. Monarchia o Repubblica?

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Di fronte al quesito secco, due opzioni antitetiche, oltre 12 milioni di italiani scelsero di cambiare. E con un margine di due milioni di voti sui monarchici nacque la Repubblica Italiana.

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Voti

 

 

 

%

 

 

 

MONARCHIA

 

 

 

10 718 502

 

 

 

45,70%

 

 

 

REPUBBLICA

 

 

 

12 718 641

 

 

 

54,30%

 

 

 

bianche/nulle

 

 

 

1 509 735

 

 

 

 

 

 

 

Totale voti validi

 

 

 

23 437 143

 

 

 

100%

 

 

 

 

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Le prime libere elezioni dopo la fine del regime fascista, la scelta tra monarchia e repubblica a Lissone

28 Mai 2021 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

Nel breve spazio di tempo che va dal marzo al giugno 1946, gli italiani furono chiamati alle urne due volte: la prima, per eleggere le amministrazioni comunali, la seconda, il 2 giugno 1946, per scegliere la forma istituzionale dello Stato, monarchia o repubblica, ed eleggere i componenti dell’Assemblea Costituente incaricata di redigere la nuova Costituzione.

 

Lissone 1946

 

A Lissone, il 3 maggio 1945, nella residenza comunale, il Comitato di Liberazione Nazionale insediò la nuova Giunta municipale, la cui composizione era stata decisa sin dalla riunione clandestina del 12 marzo. Per la scelta del sindaco i comunisti, superando la dura opposizione socialista, avevano comprensibilmente messo «il loro voto a disposizione dei democristiani, appellandosi alla situazione prefascista» e la scelta era caduta su Angelo Arosio, detto Genola. Vicesindaco fu nominato Giuseppe Crippa, comunista, e all'amministrazione andò Federico Costa, socialista. La Giunta fu completata da Mario Camnasio (Dc) all'annonaria, Emilio Colombo (Psi) ai lavori pubblici e Giulio Meroni (Pci) all'assistenza ai quali si aggiunse il ragionier Giulio Palma, rappresentante del Partito liberale, quale assessore supplente.

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Il Comitato di Liberazione Nazionale aprì una grande sottoscrizione per garantire l'assistenza ai più poveri; i fondi furono gestiti ed erogati da una speciale Commissione finanziaria che, oltre dell'assistenza si occupò anche di sostenere l'ospedale della Carità, il patronato scolastico, la scuola professionale di disegno, l'Associazione mutilati e invalidi di guerra e l'Associazione reduci e la Conferenza di San Vincenzo.

La guerra aveva avuto un costo umano ed economico di grandi proporzioni. Notevoli furono le spese sostenute dall'Amministrazione comunale lissonese durante il periodo dell’occupazione tedesca.

In campo internazionale, gli USA, una volta vinta la guerra, furono l'unica potenza in condizioni di prosperità di fronte ad un'Europa terribilmente impoverita e devastata. Perciò, con il preciso scopo di combattere l'influenza sovietica e mostrare agli europei il volto del loro possente capitalismo, gli americani programmarono notevoli aiuti ai paesi europei. Uno strumento importante sorto nel novembre 1943 a Washinghton con il fine di pianificare l'aiuto per la ricostruzione delle zone devastate dalla guerra, fu l'United Nation Relief and Rehabilitation Administration (UNRRA), formalmente sotto il controllo ONU, ma di fatto frutto dell'intervento economico degli USA. Furono messi a disposizione capitali, materiali e generi alimentari.

A Lissone il problema dell'assistenza aveva determinato la nascita nel dicembre del 1945 del Comitato comunale per l'assistenza post-bellica con lo scopo di favorire la distribuzione di vestiario e generi alimentari, mentre il 9 gennaio 1946 il comune fu incluso nel piano di distribuzione viveri e prodotti tessili del comitato provinciale UNRRA. A tal proposito nello stesso anno si formò il comitato comunale di assistenza UNRRA e nacquero contemporaneamente quattro centri di assistenza, ubicati presso la scuola materna comunale di via G. Marconi, l'asilo infantile Maria Bambina di via Origo, la mensa materna ONMI di via Fiume e lo spaccio comunale ECA di piazza Libertà.

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In definitiva nel luglio del 1946 erano assistiti tramite refezione gratuita e distribuzione di generi in natura circa 540 minori e 120 madri, anche se i bisognosi ammontavano in tutto a 900 persone. 

Le prime elezioni libere dopo la fine del regime fascista furono quelle amministrative che furono fissate per il 7 aprile 1946; 5.700 furono i Comuni italiani interessati dal voto.

Alla vigilia delle prime elezioni in cui anche le donne vennero chiamate ad esprimere il proprio parere, nessuna forza politica poté ignorare quale enorme importanza avrebbe assunto l’elettorato femminile, che, con 14.610.845 persone che acquisirono il diritto a recarsi per la prima volta in una cabina elettorale, costituiva circa il 53% del totale.

De Gasperi e Togliatti erano fondamentalmente concordi sull’estensione del suffragio, ma dovettero scontrarsi con la diffidenza che il provvedimento suscitò, per motivi diversi, all’interno dei loro partiti.

De Gasperi Nenni Togliatti

Nel PCI i dubbi circa i risultati delle urne erano legati al timore che le donne si lasciassero troppo influenzare dai loro parroci e dalla Chiesa.

Le perplessità democristiane erano invece legate alla possibilità che, con la nuova partecipazione alla vita politica, esse si allontanassero progressivamente dai valori tradizionali, incrinando così l’unità della famiglia.

Per Nenni e per i socialisti il voto femminile era sicuramente un fatto positivo, ma potenzialmente pericoloso. Il Partito Liberale, il Partito Repubblicano e il Partito d'Azione si mostrarono a volte indifferenti, a volte diffidenti verso il voto alle donne, per timore che risultasse un vantaggio per i partiti di massa.

In Brianza si affermò la Democrazia cristiana, che vinse in tutti i paesi ad eccezione di Albiate e Nova.

Nonostante le preoccupazioni della Questura di Milano, che temendo incidenti, inviò una circolare contenente le direttive per mantenere l'ordine pubblico, anche a Lissone la giornata elettorale trascorse «da parte della cittadinanza in una atmosfera di disciplina e compostezza e di esemplare senso civico».

torre Casa del popolo dopoguerra-comizio.jpg 1948 Comizio

A Lissone, i seggi elettorali erano insediati in piazza IV Novembre, alle scuole di via Aliprandi, alla cascina Santa Margherita. Verso sera, alle 18, l'altoparlante della casa del popolo comunicò i dati riassuntivi: la Dc prese il 58,45% (e 24 seggi), l'Unione dei partiti di sinistra il 36,7% (6 seggi), e infine gli indipendenti con soli 411 voti presero il 4% e nessun seggio in Consiglio comunale. Ma il dato più significativo fu l'affluenza alle urne, che raggiunse il 92% degli iscritti (gli aventi diritto al voto erano oltre 11.000).

Il 17 aprile 1946 si insediò quindi il nuovo Consiglio comunale, e dopo il doveroso ricordo dei caduti della liberazione in un clima di grande rispetto reciproco e di consapevolezza delle difficoltà del momento, la maggioranza, per voce di Bruno Muschiato (che lo presiedeva nella sua qualità di consigliere capolista), chiese «ai colleghi della minoranza [...] la loro collaborazione e specific[ò] che [era] intenzione di riserbare un posto di assessore effettivo al consigliere Federico Costa nella sua qualità di capo riconosciuto dalla minoranza stessa». Dopo il rifiuto del Costa, motivato dalla necessità «di poter svolgere liberamente il compito di controllo e di critica costruttiva che in regime veramente democratico sono indispensabili», Mario Camnasio fu eletto sindaco. 

1949 Lissone Amministrazione comunale 1  1949 Lissone Amministrazione comunale 2

 

Angelo-Arosio-Genola.jpg

«Il lavoro da compiere - sostenne il sindaco uscente Angelo Arosio - è oltremodo difficoltoso e non si può certamente sperare che una bacchetta magica lo possa immediatamente risolvere; il pareggio di bilancio, ad esempio, appariva ben distante da raggiungere. E nonostante si dovesse operare, secondo la Giunta, «più con la riduzione delle spese che con eccessivi inasprimenti di tributi locali o con l'assunzione di mutui, furono applicate dall'amministrazione comunale «la sovraimposta al 3° limite [e] tutte le altre imposte e tasse comunali [...] con le aliquote e nelle misure massime stabilite dalle vigenti disposizioni di legge in materia, e [...] pure sono state applicate le addizionali sulla imposta di famiglia e sulla imposta industria, arti, commercio e professioni». Malgrado gli sforzi e le nuove imposizioni il risultato fu tuttavia sconsolante, poiché «benché applicate al massimo le imposte non hanno seguito il vertiginoso aumento dei prezzi. Infatti [...] le entrate non potranno pareggiare le uscite».

In questa situazione la Giunta affrontò il problema degli alloggi nominando una apposita Commissione comunale, con «mansioni principalmente conciliative per la disciplina dell'importante servizio» e programmando sistemazioni anche precarie per le famiglie degli sfrattati. Inoltre, «constatata la necessità da parte della popolazione e particolarmente dei ceti meno abbienti, di disporre di generi alimentari non razionati di più largo consumo e prezzi equi», fu istituito l'Ente comunale di consumo e programmato un piano organico di opere pubbliche a «sollievo della disoccupazione, sempre più preoccupante in ogni categoria operaia», con il contributo dello Stato. 

2 giugno 1946 file ai seggi manifesto PCI per la repubblica

Il 2 giugno 1946 il corpo elettorale venne nuovamente chiamato alle urne. Gli elettori dovevano scegliere con un referendum tra la monarchia e la repubblica ed eleggere i loro rappresentanti all'assemblea costituente. Vittorio Emanuele III, in un ultimo disperato tentativo di salvare la monarchia aveva meno di un mese prima abdicato in favore di suo figlio, Umberto.

1946-9-maggio-abdicazione-Re-V-E-III.JPG 1946-2-giugno-Umberto-II-vota.JPG

1946-manifestanti-pro-Repubblica.JPG

Ma fu vana impresa e con 12.717.923 (il 54,2%) contro 10.719.284 (il 45,8%) l’Italia divenne una repubblica. Ufficializzata la votazione Umberto inizialmente chiese tempo, affermando che le preferenze per la Repubblica costituivano la maggioranza dei voti validi, ma non la maggioranza della totalità degli aventi diritto al voto.

1946-giugno-Corriere-Repubblica-a.JPG 1946-risultati-Referendum-per-regione.JPG

Furono giorni carichi di tensione, e circolarono voci di un possibile colpo di stato dell' esercito in appoggio al re. Tuttavia De Gasperi e gli altri ministri rimasero fermi al loro posto e infine il 13 giugno il «re di maggio», come venne poi soprannominato, prese la via dell'esilio.

1946-Torino-W-la-Repubblica.JPG 1946 re Umberto II lascia Quirinale

Enrico De Nicola, l'ultimo presidente della Camera prefascista, fu, quindici giorni più tardi, eletto capo provvisorio dello Stato.

Enrico De Nicola I presidente

A Lissone le elezioni si svolsero «in un clima di concordia e di consapevolezza dell'importanza e della gravità» del momento.

scheda elettorale monarchia repubblica Lissone-referendum-2-giugno-1946.jpg

Anche il corpo elettorale cittadino votò in grande maggioranza per la Repubblica (76,2% contro il 23,8% per la Monarchia) e Federico Costa, il 17 giugno, alla prima adunanza del Consiglio comunale dopo il referendum, sottolineò con forza che «la superata crisi dei giorni scorsi per merito dei nostri dirigenti democratici e per la maturità politica di tutto il popolo dimostra quanto fosse retrograda e reazionaria la dinastia che resse i destini del nostro paese per tanti anni».

manifesto per Costituente giugno 1946 lavori Costituente

L'elezione per l'Assemblea Costituente dette inoltre per la prima volta una indicazione precisa della forza dei partiti. A livello nazionale la Dc emerse come primo partito con il 35,2%, seguito dai socialisti con il 20,7% e dal Pci con il 19%. I tre grandi partiti ebbero da soli quasi il 75 per cento dei voti, presentandosi come i dominatori della Costituente. A Lissone la percentuale ottenuta dai tre partiti fu addirittura maggiore, il 94,13%, e lo scrutinio non presentò particolari stravolgimenti rispetto a due mesi prima. La Dc tuttavia perse quattro punti percentuali, e con 5.577 voti ottenne il 54,2%; i socialisti con 3.086 voti ottennero il 29,99%, il Pci con 1.023 voti ebbe il 9,94%. Gli altri partiti si spartirono il 6% rimanente (Democrazia repubblicana ebbe 84 voti; i repubblicani 93; i comunisti internazionalisti 9; il Blocco libertà 41; l'Unione democratico liberale 199 e lo Schieramento nazionale 8. Da notare che nettamente inferiore al dato nazionale fu il risultato raggiunto a Lissone dal Fronte dell'Uomo qualunque, che con 169 voti ottennero un misero 1,64%).

l Unità W la Repubblica ministro Romita vittoria repubblica 

Ricominciava quindi definitivamente la vita democratica, era nata la Repubblica, e la classe dirigente lissonese si rendeva conto che anche dalla rappresentanza comunale «dipende[va] che questa istituzione di liberi cittadini prosperi e si rafforzi in un clima di democrazia, di giustizia, di moralità e di progresso sociale». La minoranza socialista, attraverso Federico Costa, offrì «all'uopo un sincero appoggio» alla Giunta democristiana «in tutte quelle deliberazioni che devono tradursi in un miglioramento delle condizioni del popolo», consci che in città «i problemi da risolvere [erano] numerosi e difficili» e che necessario era soprattutto un riordinamento della materia tributaria, in cui «occorre oculatezza e massima rigidezza, [e] bisogna gravare senza tema di ostilità quelle persone che molto hanno e che nulla vogliono dare per il bene comune».

1946-via-simboli-monarchici.JPG 2 giugno 1946

 

Bibliografia:

Archivi comunali di Lissone

Antonio Maria Orecchia in “La seconda guerra mondiale, la Resistenza, la Liberazione”

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25 aprile 2021

18 Avril 2021 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

25 aprile 2021

In ricordo dei partigiani, militari, civili e di tutti coloro che hanno contribuito, anche a sacrificio della vita, alla lotta contro l’oppressione nazifascista, per ridare libertà, pace e giustizia al nostro Paese.

25 aprile 2021

Nella Giornata della festa della Liberazione, nel Parco della Resistenza di Via Don Minzoni, angolo via Dante, avverrà l'inaugurazione del monumento "La Pace regni nel mondo", realizzato dalla scultrice Virginia Frisoni, e donato alla Città di Lissone dalla sezione "Emilio Diligenti" dell'ANPI. L'opera rappresenta una colomba, simbolo universale di pace.

dal sito del Comune di Lissone

dal sito del Comune di Lissone

foto di G. Radaelli
foto di G. Radaelli
foto di G. Radaelli
foto di G. Radaelli
foto di G. Radaelli
foto di G. Radaelli
foto di G. Radaelli
foto di G. Radaelli
foto di G. Radaelli
foto di G. Radaelli

foto di G. Radaelli

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Le donne nella Resistenza in Lombardia

6 Mars 2021 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Le donne certamente hanno portato nella Resistenza valori specifici e il loro apporto, anche quando facevano le stesse cose, era profondamente diverso da quello degli uomini. Meno politicizzate, sentivano in compenso più forte l'impegno generale per un mondo diverso e migliore; meno militarizzate, erano in compenso più sensibili alla solidarietà nella lotta senza distinzioni di gruppo; meno protagoniste, profondevano anonima abnegazione a piene mani.

[...]

Nei libri scritti da uomini, storici o politici o, più spesso, da ex comandanti partigiani, le donne compaiono poco, talvolta come nota di colore e sono viste quasi sempre in funzione di aiutanti, di collaboratrici anziché di vere e proprie combattenti in prima persona quali sono state. I capi esprimono la loro riconoscenza, quasi che la partecipazione fosse un aiuto da persona a persona e non un intervento diretto in una lotta tesa alla realizzazione di comuni ideali.

Le donne, anzi, avevano un ideale in più: quello della loro personale liberazione, quello di una società diversa in cui diversa fosse la loro collocazione. Di questo non tutte erano consapevoli, soprattutto all'inizio, ma la cosa balza agli occhi nei fogli clandestini, dove si avanzano rivendicazioni quali il voto, la parità salariale e la parità in famiglia.

[ ... ]

Occorre inoltre ricordare che le donne erano tutte assolutamente volontarie, a differenza degli uomini, in particolare dei giovani in età di leva, per i quali una scelta comunque si imponeva: lasciarsi mandare in un campo di lavoro in Germania, entrare nelle Brigate nere o salire in montagna coi partigiani. Le donne avrebbero potuto restarsene a casa tranquille; trovavano facilmente lavoro appunto in sostituzione degli uomini e da amichevoli rapporti coi tedeschi o coi fascisti avevano solamente da guadagnare, in un momento in cui la mancanza di viveri e di altri generi indispensabili, di cui questi largamente disponevano, si faceva sentire in modo drammatico.

Volontarie quindi, e spesso entusiaste, affrontavano rischi e fatiche con uno spirito che stupiva i compagni.

Erano tante. Difficile fare un conto anche approssimato, perché raramente le donne erano iscritte nei ruolini delle formazioni; questo avveniva solo per le combattenti in armi - non poche - che giunsero anche a funzioni di comando con gradi militari poi ufficialmente riconosciuti alla liberazione. La maggior parte assolvevano a compiti di natura diversa, ma non per questo meno pericolosi.

1945-25-aprile-Milano-partigiane.JPG partigiana-in-bicicletta-Modena-liberata.jpg

C'erano le famose staffette, che erano in verità quasi sempre veri e propri ufficiali di collegamento e non solo «battistrada» nelle azioni e negli spostamenti; quel tipo di lavoro era facilitato dalla maggiore possibilità di movimento per le donne, anche in zone controllate dove gli uomini venivano di regola fermati.

C'erano le informatrici, talvolta addirittura infilate come impiegate negli uffici militari o paramilitari tedeschi o fascisti; a queste facevano capo altre, che portavano le notizie interessanti direttamente alle formazioni, a tappe forzate, magari a piedi o in bicicletta, riuscendo spesso a vanificare progettati rastrellamenti.

C'erano le infermiere, che agivano dentro e fuori dagli ospedali nascondendo e curando feriti, o raggiungendoli in formazione; le dottoresse, che sovraintendevano a una complessa rete di ospedaletti da campo.

C'erano le addette alla stampa, che operavano nelle redazioni clandestine e badavano alla distribuzione di giornali e volantini. C'erano le portatrici d'armi, le segretarie dei comandi, le addette alla organizzazione di alloggi clandestini e luoghi d'incontro per i capi militari e politici.

C'era insomma intorno al movimento partigiano, sia in città che sui monti, una fitta ragnatela di donne che facevano tutto, fronteggiando le situazioni più impensate, spostandosi continuamente, aiutandosi fra loro e scegliendosi l'un l'altra con sicuro intuito in cerchi sempre più larghi, sempre più complessi e sempre più fluidi.

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Bibliografia: Giuliana Beltrami Gradola - Donna lombarda - a cura di Ada Gigli Marchetti e Nanda Torcellan, Milano, Angeli, 1992. 

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Evento previsto per il 10 marzo 2021, ore 18 in diretta streaming

La Resistenza civile delle donne a Milano: Fernanda Wittgens e le altre

Si parlerà della Resistenza civile delle donne a Milano, una Resistenza senz’armi, ispirata a valori etici imprescindibili e combattuta nei musei, nelle case, nel carcere, nei luoghi di cultura, nelle scuole, salvando grandi opere d’arte, ebrei e perseguitati politici.

In particolare, parleremo di Fernanda Wittgens, prima donna direttrice della Pinacoteca di Brera, che ne ha portato in salvo dalla distruzione della guerra il patrimonio artistico, restituendone nel 1950 il Palazzo, distrutto dai bombardamenti, e portando a termine il recupero de il Cenacolo di Leonardo.

Per avere salvato famiglie ebree e antifascisti, scontò il carcere insieme a Adele Cappelli Vegni e le sorelle Tresoldi.

Trasmissione in diretta e interazione sui social network dell’Unione femminile nazionale, di Milanosifastoria e di Anpi provinciale Milano

YouTube: https://www.youtube.com/user/unionefemminile

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Giornate del tesseramento ANPI 2021

17 Février 2021 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Sabato 27 e domenica 28 febbraio si svolgeranno le giornate del tesseramento ANPI 2021.

In questa occasione la sede di Lissone (Villa Magatti, Piazzale S. Pertini) rimarrà aperta,  rispettando tutte le norme di sicurezza,

Sabato 27/02 ore 15,00 – 17,30

Domenica 28/02 ore 10,00 – 12,00

vista la situazione sanitaria non possiamo garantire i tradizionali appuntamenti pubblici, pertanto vi invitiamo ad utilizzare questa ed eventuali altre aperture della sede.

 

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10 febbraio: Giorno del ricordo

7 Février 2021 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #episodi di storia del '900

le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo
le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo
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le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo
le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo

le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo

«La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale "Giorno del ricordo" al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale» (legge 30 marzo 2004 n. 92)

Articoli sull’argomento pubblicati nel sito:

Per comprendere il perché delle foibe o dell’esodo di molti italiani che risiedevano lungo i confini orientali dell’Italia:

http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/FASCISMO_FOIBE_ESODO_1918_1956_Le_tragedie_del_confine_orientale-240947.html

La fine per fame e malattie di donne, bambini e antifascisti. Nel campo fascista di Arbe morirono centinaia di sloveni e croati.

http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/Il_campo_fascista_di_Arbe-4520561.html

Le dimensioni dell'Esodo degli italiani

http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/Le_dimensioni_dellEsodo-8515033.html

Le motivazioni a spingere gli istriani ad abbandonare la loro terra

http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/Le_motivazioni_degli_esuli-8515038.html

Tra il 1944 e la fine degli anni Cinquanta, alla frontiera orientale d'Italia più di 250.000 persone, in massima parte italiani, dovettero abbandonare le proprie sedi storiche di residenza, vale a dire le città di Zara e di Fiume, le isole del Quarnaro - Cherso e Lussino - e la penisola istriana, passate sotto il controllo jugoslavo.

http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/LEsodo_dei_giulianodalmati-8515028.html

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