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Festa ANPI di Monza e Brianza

A.N.P.I. MONZA e BRIANZA

Festa provinciale

26 – 30 giugno 2013

BESANA BRIANZA -

via De Gasperi

festa anpi monza e brianza

il programma completo

cerca nel sito

dedicata ai

 15 Lissonesi morti per la libertà

 

Che cosa ci offri, o Storia,

dalle tue gialle pagine?

Noi eravamo gente oscura,

uomini delle fabbriche e degli uffici.

Eravamo contadini con addosso

puzza di cipolla e di sudore

e sotto i baffi spioventi

imprecavamo contro la vita.

Ci sarà almeno riconosciuto

d’averti saziata d’eventi

e abbeverata con abbondanza

nel sangue di migliaia di morti?

Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,

le nostre immagini mai giungeranno

sino ai tuoi massicci volumi

accumulati nei secoli.

Ma tu almeno racconta con parole semplici

alle genti di domani,

destinate a darci il cambio,

che valorosamente abbiamo lottato. 

Nicola Vapzarov  (poeta bulgaro, membro della Resistenza contro l’occupazione nazista del suo Paese,  fucilato all’età di 33 anni  il 23 luglio del 1942)

 

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Domenica 16 giugno alle ore 10 in piazza Libertà, presso il monumento ai quattro partigiani, l'ANPI di Lissone organizza una cerimonia di commemorazione

A RICORDO DI QUATTRO GIOVANI LISSONESI:

Pierino Erba                                           Carlo Parravicini                               Remo Chiusi                                 Mario Somaschini
 

Pierino-Erba.jpg   Carlo-Parravicini-copie-1.jpg   Remo-Chiusi.jpg   Mario-Somaschini.jpg

Giovedì 15 giugno 1944

Sono ormai quattro anni che l’Italia è in guerra, fino all’ 8 settembre 1943 al fianco dei tedeschi, ora con gli Alleati, che il 4 giugno hanno liberato Roma. Mentre l’avanzata degli Alleati procede lentamente lungo la penisola, il nord Italia è sotto occupazione nazista: i tedeschi, alla fine di settembre 1943, hanno contribuito alla formazione della Repubblica Sociale Italiana con a capo Mussolini, che ha la capitale a Salò, sul lago di Garda.

Da dieci giorni le truppe alleate, formate da americani, inglesi e canadesi, sono sul territorio francese. L’operazione Overlord, che ha portato più di 1.200.000 soldati sulle coste della Normandia, è in corso anche se la resistenza tedesca si sta rivelando più dura del previsto.

A Lissone da un mese si è formato il locale Comitato di Liberazione Nazionale.

Lo sciopero generale del marzo 1944 (a cui avevano partecipato anche gli operai dell’Incisa, che contava circa 1200 dipendenti e dell’Alecta, 500 dipendenti) aveva ottenuto un grande e lusinghiero successo così da scuotere in Lissone l'assenteismo della popolazione, interessandola alla lotta per la liberazione e a coloro che combattevano per ottenerla.


Lissone, Venerdì 16 giugno 1944
.

Da alcune ore i quattro partigiani lissonesi Remo Chiusi, Mario Somaschini, Pierino Erba e Carlo Parravicini, accusati dell’attentato in Corso Milano contro due militi fascisti (avvenuto in tarda serata di ieri), sono nelle mani dei nazifascisti: Erba e Parravicini sono presso la Casa del Fascio di Lissone (l’attuale Palazzo Terragni), Chiusi e Somaschini in Villa Reale a Monza.


Nell'ora di uscita degli operai dal lavoro, gli altoparlanti chiamano a raccolta la popolazione in piazza Ettore Muti (l'attuale piazza della Libertà) per assistere ad uno spet­tacolo. La gente, ignara di quanto stava per accadere, si ferma e s'infittisce in una sospettosa attesa. Ad un certo punto, dalla scalinata della Casa del Fascio scendono due giovani quasi inca­paci di reggersi in piedi per le torture subite: sono Pierino Erba (di 28 anni) e Carlo Parravicini di anni 23.
I due partigiani vengono messi davanti alla fontana e fucilati tra lo sgomento della popolazione.

L'incredulità e lo sbigottimento della folla attonita lasciano il posto all'orro­re ed al terrore ed in un attimo la piaz­za si svuota mentre altre raffiche di mitra solcano l'aria.

Ed inizia una sera impregnata di spa­vento, la gente si chiude nelle proprie case ed in paese sembra che il copri­fuoco sia calato in anticipo tanto le vie sono deserte: si sentono solo le scarpe chiodate delle ronde che perlu­strano le strade facendo scoppiare qualche bomba a mano o sventaglian­do contro l'acciottolato delle raffiche di mitra per il sadico gusto di intimidire maggiormente la gente.

L’indomani alla Villa Reale di Monza, Remo Chiusi e Mario Somaschini, entrambi ventitreenni, subiscono la stessa sorte dei loro amici.

Nei giorni seguenti anche Radio Londra nella trasmissio­ne "La Voce della Libertà" ricordava il tragico episodio esaltando il martirio dei quattro patrioti.
Finita la guerra, i solenni funerali dei quattro partigiani lissonesi furono celebrati il 13 Maggio 1945 nella chiesa di San Carlo.


A guerra terminata, sulla tomba a loro dedicata presso il cimitero urbano



i Lissonesi scrissero:

“libertà e umanità fu per questi martiri anelito di vita, insofferenza di tirannia, assassinati da piombo fascista e da sevizia nazista, lor giovinezza immolata è monito di pace e di giustizia, cittadini meditate ed imparate”.

 

 

L’anno successivo fu posta sul luogo della fucilazione una targa commemorativa in marmo, recante la scritta “Parravicini Carlo, Erba Pierino, Chiusi Remo, Somaschini Mario nel nome della libertà caddero  trucidati dai nazifascisti il 16 -17 giugno 1944”.

La cerimonia di inaugurazione avvenne alla presenza del Sindaco ing. Mario Camnasio (1946 - 1951).

 

La lapide commemorativa originaria, nel 2005, iniziati i lavori di riqualificazione di Piazza Libertà, è stata ricollocata al cimitero urbano.

 

Inoltre i dipendenti delle O.E.B. Officine Egidio Brugola, a ricordo dei loro colleghi, posero una lapide all’interno dello stabilimento in Via Dante.

Nel 1985, in occasione del 40° anniversario della Liberazione, l’Amministrazione Comunale, Sindaco Angelo Cerizzi, e la Direzione aziendale realizzarono un nuovo monumento in acciaio che reca la scritta ” “Gli operai di questo stabilimento pongono a ricordo dei loro compagni di lavoro SOMASHINI MARIO, ERBA PIERINO, CHIUSI REMO caduti per la libertà”. Ancora oggi nelle ore notturne viene illuminato, a perenne ricordo.

 

 

 







































Dopo il 25 Aprile 1945, la piazza principale della nostra città (Piazza Fontana per i lissonesi), per un breve periodo fu chiamata Piazza IV Martiri prima di assumere la denominazione attuale di Piazza Libertà. Nel corso del XX secolo la piazza, ha cambiato nome diverse volte: dapprima Piazza della Chiesa (per la presenza della vecchia chiesa), poi, dopo la I guerra mondiale, Piazza Trento e Trieste, in seguito, dal 1934 Piazza Vittorio Emanuele III, quindi Piazza Ettore Muti.

 

nella foto: I Maggio 1945 in Piazza IV Martiri.

Dal balcone di Palazzo Terragni, il socialista monzese Ettore  Reina parla ai lissonesi, attorniato dai membri della locale Sezione del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale)


L’A.N.P.I. lissonese, mentre ricorda il sacrificio di questi quattro giovani concittadini, desidera dedicare anche un pensiero a tutti i lissonesi che in vari modi si opposero al fascismo. Vogliamo ricordare anche chi attuò la cosiddetta Resistenza silenziosa ed i cui nomi non sono riportati nei libri di storia o nei documenti ufficiali, chi lottò nelle file della Resistenza armata, chi fu internato nei campi di concentramento in Germania, tutti coloro che persero la vita perché anche Lissone divenisse una città libera e democratica.

16-giugno-2007.jpg documento originale sulla fucilazione di Pierino Erba e Carlo Parravicini 

documento originale sulla fucilazione di Remo Chiusi e Mario Somaschini

(i documenti sono l'esatta trascrizione degli originali conservati presso gli Archivi di Stato di Milano)

Lundi 10 juin 2013 1 10 /06 /Juin /2013 14:00

Il luogo dello sbarco dell’operazione Overlord fu scelto durante la conferenza Trident nel maggio 1943 a Washington: venne preferita la Normandia piuttosto che il Pas-de-Calais, in quanto le divisioni tedesche presenti in questa zona erano più numerose e soprattutto perché non vi erano spiagge e porti che consentissero un rinforzo rapido della testa di ponte.

Alla fine del mese di gennaio 1944, Eisenhower stabilì i mezzi che dovevano essere impiegati nell’operazione: tre divisioni aviotrasportate e cinque divisioni trasportate via mare (due americane e tre inglesi). La zona di sbarco si doveva estendere per circa 60 chilometri, dall’estuario del fiume Orne alla costa orientale del Cotentin. Durante la notte precedente l’operazione anfibia, le divisioni aviotrasportate dovevano coprire tutto il settore di sbarco al fine di proteggerlo ai suoi fianchi.

La scelta della Normandia per l’operazione Overlord consentì di ingannare i tedeschi. Con l’operazione Fortitude, lanciata dagli Alleati, si fece credere ai tedeschi ad uno sbarco nel Pas-de-Calais, bloccando così alcune divisioni tedesche in quest’ultimo settore.

 

 


D-DAY Sbarco per la vittoria

 

La decisione di attaccare i nazisti in Normandia porta la data del 6 giugno 1944. Alle 9.33 del mattino le agenzie americane lanciano il primo flash sullo sbarco. Ma per mettere in ginocchio la Germania il prezzo è altissimo: diecimila morti nelle prime 24 ore.

 

sbarco-in-Normandia.jpg

 

Articolo di Silvio Bertoldi

«Overlord», il Signore: questo è il nome che americani e inglesi hanno scelto per indicare l'operazione di sbarco sul Continente. «Overlord» comincerà quando verrà il momento del D-Day, il Decision Day, o giorno della decisione. Il D-Day viene il 6 giugno 1944, alle 6.30 del mattino, tra nuvole basse e mare di onde lunghe e scure: 2727 navi mercantili, 700 da guerra, 2500 mezzi da sbarco, 1136 aerei inglesi (tra cui una formazione agli ordini del famigerato generale Harris che distruggerà Dresda senza un perché), 1083 aerei americani. Il fronte corre da Le Havre a Cherbourg in Normandia. Una sorpresa per i tedeschi che aspettavano l'attacco sulla Manica, al Pas de Calais, e non vogliono ammettere di essersi sbagliati. Cinque i punti di sbarco, classificati con nomi di fantasia: «Utah» o «Omaha» di pertinenza degli americani a occidente, «Gold», «Judno» e «Sword» per gli inglesi a oriente. Un giorno intero di battaglia sanguinosissima ed è inutile illudersi di salvare il soldato Ryan: di soldati Ryan ne moriranno circa diecimila nelle prime ventiquattr'ore, il prezzo tremendo (peraltro previsto) pagato per una testa di ponte in Europa dopo quattro anni di guerra. Il colpo decisivo per mettere in ginocchio la Germania e sollevare l'Urss dal sostenere da sola il peso del conflitto. Torna alla memoria la promessa di Churchill nella drammatica notte del 2 agosto 1940, quando tutto sembrava perduto: «Ricordate: non ci fermeremo, non ci stancheremo mai, non cederemo mai; l'intero nostro popolo e l'Impero si sono votati al compito di ripulire l'Europa dalla peste nazista e di salvare il mondo dal nuovo Medioevo... e il mattino verrà».

Quel mattino è venuto. È cominciato poco dopo la mezzanotte del 5 giugno, quando sono partiti 60 incursori con il compito di segnalare le zone di atterraggio ai 72 alianti lanciati su Caen, precedendo le divisioni di paracadutisti dei generali Taylor e Ridgway: gli stessi che l'8 settembre sarebbero dovuti scendere su Roma, se un terrorizzato Badoglio non li avesse scongiurati di soprassedere. Poi è toccato alle due Armate, la prima americana di Bradley e la seconda inglese di Dempsey, entrambe agli ordini di Montgomery, l'eroe partito da El Alamein, che ha giurato di concludere la sua corsa solamente a Berlino. Come sarebbe in effetti avvenuto, se ragioni politiche non avessero costretto Eisenhower a imporgli di lasciare la precedenza ai russi.

Alle 9.33 del mattino del 6 giugno le agenzie di stampa americane avevano lanciato il primo flash con l'annuncio dello sbarco, poi era stato letto il proclama di Eisenhower ai soldati. Il generale non aveva fatto economia di parole ed era ricorso a quello che riteneva il tono epico adatto alla circostanza. ...

A Londra, alla Camera dei Comuni, a mezzogiorno Churchill stava illustrando la presa di Roma, avvenuta due giorni avanti. Un segretario gli passò un biglietto, lui lo lesse e, senza alterare il tono della voce, annunciò che la battaglia per liberare l'Europa dal nazismo era cominciata e con l'aiuto di Dio sarebbe continuata fino alla vittoria. Quella sera stessa le truppe alleate erano saldamente attestate nell'entroterra della Normandia e prendeva il via la lunga cavalcata che le avrebbe condotte all'Elba, dopo che Patton ebbe distrutta a Bastogne l'estrema speranza di Hitler di rovesciare la situazione.

Come fu vissuta l'avventura dalle due parti? Il giorno dello sbarco Rommel, capo dell'armata tedesca stanziata in Normandia, non si trovava al suo comando di La Roche-Guyon. Fidando nell'inclemenza del tempo, che lasciava pensare a tutto tranne alla possibilità di uno sbarco, era partito in automobile per la Germania. Andava a festeggiare il compleanno della moglie e le portava in regalo un paio di scarpe francesi. Lo avvertì Speidel, il suo capo di Stato Maggiore e si precipitò verso Parigi a tappe forzate. Capì subito che per tamponare la falla si dovevano spostare le divisioni del Nord verso la zona di Cherbourg, ma per questo occorreva il consenso di Hitler. Il Führer stava dormendo e l’ordine categorico era di non svegliarlo prima di mezzogiorno. Così seppe dello sbarco con dieci ore di ritardo e anzi non volle credere che si trattasse dello sbarco vero, bensì di una manovra degli Alleati, un diversivo a scopo di disturbo. Negò a Rommel di disporre delle truppe richieste e in tal modo diede al nemico una chance di successo mai immaginata. Qualche tempo prima Rommel aveva detto che, quando fosse cominciata la battaglia di Normandia, quello sarebbe stato «il giorno più lungo». Non azzeccò la previsione. Il 6 giugno non fu il giorno più lungo, al cadere della sera era praticamente terminato, con gli Alleati vittoriosi sulla costa.

Per Eisenhower il problema era diverso, legato soprattutto alle condizioni meteorologiche. Dopo una preparazione durata mesi, aveva deciso di attaccare il 5 giugno, perché in quel giorno si presentavano le condizioni ideali di luna, di marea e di vento che, se lasciate passare, si sarebbero ripetute soltanto il mese successivo. Non si poteva restare tanto tempo in sospeso, dunque o subito o chissà quando. Ma una bufera implacabile cominciò a imperversare sulla Manica e rese impossibile la partenza delle navi. Già da venerdì 2 giugno si erano scatenati gli elementi e fu necessario rinviare. Dopo lunghe ore di attesa spasmodica il meteorologo inglese, colonnello Stagg, la sera del lunedì annunciò che il 6 mattina si sarebbe presentata la possibilità di uno spiraglio di qualche ora. Si trattava di cogliere quella problematica occasione, con il pericolo che tutto cambiasse di nuovo. Eisenhower decise di rischiare. Le truppe erano imbarcate da giorni, non era possibile tenerle ancora «prigioniere» nelle navi. Vi fu un'ulteriore consultazione e poi, sulla fede nelle previsioni di Stagg, l'annuncio: «OK si parte». Era il D-Day, il giorno della decisione.

Stagg, l'oscuro eroe della grande avventura, aveva lavorato senza un attimo di sosta per decifrare le sue carte del tempo e indovinare il momento magico per l'attacco. Così era avvenuto, la schiarita c'era stata. Quando le navi furono partite e i comandi svuotati diventarono silenziosi, Stagg si ritirò nel suo accantonamento, si gettò vestito su una branda e dormì dodici ore filate.



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Sbarco in Normandia 1 Sbarco in Normandia 2 Sbarco in Normandia 3 Sbarco in Normandia 4 Sbarco in Normandia 5 Sbarco in Normandia 6 Sbarco in Normandia 7 Sbarco in Normandia 8 Sbarco in Normandia 9 Sbarco in Normandia 10 Sbarco in Normandia 11

 

 

Bibliografia:

supplemento del “Corriere della Sera” - dicembre 1999

Mercredi 5 juin 2013 3 05 /06 /Juin /2013 12:10

Roma, ultimi giorni di maggio, primi giorni di giugno. La città con il suo milione e mezzo di abitanti vive come trasognata, in apatica stanchezza, inerte sotto guai e angherie che pare non debbano mai avere fine.


Improvvisamente, il pomeriggio del 3 giugno, le cose precipitano. Gli abitanti delle case lungo i viali Margherita, Liegi, Parioli, lungo il Corso e la via Flaminia, vedono passare in fila ininterrotta cannoni, carri armati, autocarri che si dirigono verso settentrione. La gente guarda, assiepata sui marciapiedi, non osa pensare che sia vero. Sfilano per tutto quel pomeriggio, per tutta la notte e il giorno seguente pezzi d'artiglieria d'ogni calibro; carri colmi di roba rubata, autocarri stipati di soldati sporchi laceri molti macchiati di sangue, la faccia annerita, gli occhi perduti. Sfilano con un rumoreggiare continuo, paracadutisti, carristi della Göring, SS, granatieri, artiglieri, soldati dei servizi con una disciplina meccanica e spasmodica, le armi puntate contro la strada, contro le finestre. Sanno che traversano una città nemica.

 

Verso le due del pomeriggio del 4 il flusso si attenua, si arresta. Il rumore della battaglia, più chiaro ora nel silenzio delle strade, non pare avvicinarsi. Dalle terrazze si vedono i colli dei Castelli avvolti da una nebbia, da un fumo fermo. Qualche macchina tedesca qualche macchina di fascisti indugia con tracotanza, va su e giù; ma generali e gerarchi hanno cominciato a scappare da ieri sera, sono scappati i direttori dei giornali, scappa Zerbino alto commissario, scappa il questore Caruso (nella fretta della fuga l'automobile andrà a sbattere contro un albero presso Bagnoregio, Caruso si romperà una gamba, lo raccoglieranno, lo riconosceranno, sarà arrestato e giustiziato), scappa Koch, piantando in asso i minori scagnozzi, scappa Kappler con gli aguzzini di via Tasso, scappa il generale Kurt Mälzer comandante della piazza di Roma, ubriaco come al solito. Ma prima hanno avviato verso il nord i prigionieri più importanti, li han tirati fuori delle celle orribili, stivati nei carri. A un sergente affidano un autocarro con Bruno Buozzi, con il generale Dodi, con altri dodici preziosi ostaggi, non si possono lasciare indietro, bisogna portarli a Mussolini. Ma giunto alla Storta il sergente tedesco pensa che quei quattordici prendon troppo posto, si potrebbe caricare tanto buon bottino invece; e li fa scendere dal carro, li fa fucilare, tutti e quattordici, e riparte, con la coscienza leggera.

 

15-giugno-1944-il-partigiano-fronte.jpg 15-giugno-1944-il-partigiano-retro.jpg

 

La sera scende limpida, fresca. Il crepuscolo si è fuso col chiarore della luna che sorge. Rientrano in casa i cittadini, disciplinati, all'ora del coprifuoco; ma indugiano sulle soglie, stanno alle finestre, tendono l'orecchio al grande silenzio. Ed ecco scoppi di combattimento vicinissimo, battere di mitragliatrici, latrati di bombe. E di nuovo il silenzio, limitato da un uguale lontano brontolio di motori. Sto anch'io al balcone, con gli amici che mi ospitano. Sentiamo d'un tratto venire da via Veneto un batter di mani, grida di evviva. Scappo fuori, scappiamo fuori, corriamo verso il clamore. Davanti all'Excelsior c'è un piccolo gruppo eccitato di persone, dicono che son passati tre o quattro carri armati inglesi o americani, non sanno bene: ringraziavano degli applausi, pregavano che non gli si facesse perdere tempo, chiedevano la via per Ponte Milvio, dovevano subito buttarsi dietro ai tedeschi. Corriamo verso piazza Barberini, verso un vicino ansimare di motori. La piazza è deserta, chiara nella luce della luna. Un enorme carro armato è fermo all'angolo delle Quattro Fontane; quando ci arriviamo, vediamo una fila di altri carri su per la salita, fermi. C'è attorno un brusio, d'una piccola folla curiosa, alacre, che non grida, che non acclama. Un soldato altissimo, magro, è in piedi a terra davanti al primo carro, mastica qualcosa. La gente lo guarda, non dice niente. Chiedo; «Where do you come from?» «From Texas», risponde.

 

1944 alleati Roma

 

 1944-giugno--Roma-porta-Maggiore.jpg

 

Ho l'improvvisa vertigine d'una vastità sconfinata, che accoglie e dissolve la pena, le angosce di nove mesi, ove lo stesso sollievo si smarrisce. Arrivano due ragazzette con una bandiera tricolore in mano, la danno al soldato. il soldato, serio, si volge in su verso i compagni seduti in cima al carro, le gambe penzoloni: «Here is a flag».

Uno stende una mano, afferra la bandiera, la issa sulla torretta.

 

romani-con-fanti-americani.jpg giugno-44-alleati-a-Roma.jpg

 

Bibliografia:

Paolo Monelli - Roma 1943 – Einaudi 1993

Lundi 3 juin 2013 1 03 /06 /Juin /2013 21:00

2giugno.jpg 2 giugno 1946: il primo referendum che ha cambiato l´Italia. Monarchia o Repubblica?

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Di fronte al quesito secco, due opzioni antitetiche, oltre 12 milioni di italiani scelsero di cambiare. E con un margine di due milioni di voti sui monarchici nacque la Repubblica Italiana.

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Voti

 

 

 

%

 

 

 

MONARCHIA

 

 

 

10 718 502

 

 

 

45,70%

 

 

 

REPUBBLICA

 

 

 

12 718 641

 

 

 

54,30%

 

 

 

bianche/nulle

 

 

 

1 509 735

 

 

 

 

 

 

 

Totale voti validi

 

 

 

23 437 143

 

 

 

100%

 

 

 

 

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Mardi 28 mai 2013 2 28 /05 /Mai /2013 11:00

Nel breve spazio di tempo che va dal marzo al giugno 1946, gli italiani furono chiamati alle urne due volte: la prima, per eleggere le amministrazioni comunali, la seconda, il 2 giugno 1946, per scegliere la forma istituzionale dello Stato, monarchia o repubblica, ed eleggere i componenti dell’Assemblea Costituente incaricata di redigere la nuova Costituzione.


Lissone 1946

 

A Lissone, il 3 maggio 1945, nella residenza comunale, il Comitato di Liberazione Nazionale insediò la nuova Giunta municipale, la cui composizione era stata decisa sin dalla riunione clandestina del 12 marzo. Per la scelta del sindaco i comunisti, superando la dura opposizione socialista, avevano comprensibilmente messo «il loro voto a disposizione dei democristiani, appellandosi alla situazione prefascista» e la scelta era caduta su Angelo Arosio, detto Genola. Vicesindaco fu nominato Giuseppe Crippa, comunista, e all'amministrazione andò Federico Costa, socialista. La Giunta fu completata da Mario Camnasio (Dc) all'annonaria, Emilio Colombo (Psi) ai lavori pubblici e Giulio Meroni (Pci) all'assistenza ai quali si aggiunse il ragionier Giulio Palma, rappresentante del Partito liberale, quale assessore supplente.

Giunta-di-Lissone-luglio-1945.jpg   

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Il Comitato di Liberazione Nazionale aprì una grande sottoscrizione per garantire l'assistenza ai più poveri; i fondi furono gestiti ed erogati da una speciale Commissione finanziaria che, oltre dell'assistenza si occupò anche di sostenere l'ospedale della Carità, il patronato scolastico, la scuola professionale di disegno, l'Associazione mutilati e invalidi di guerra e l'Associazione reduci e la Conferenza di San Vincenzo.

La guerra aveva avuto un costo umano ed economico di grandi proporzioni. Notevoli furono le spese sostenute dall'Amministrazione comunale lissonese durante il periodo dell’occupazione tedesca.

In campo internazionale, gli USA, una volta vinta la guerra, furono l'unica potenza in condizioni di prosperità di fronte ad un'Europa terribilmente impoverita e devastata. Perciò, con il preciso scopo di combattere l'influenza sovietica e mostrare agli europei il volto del loro possente capitalismo, gli americani programmarono notevoli aiuti ai paesi europei. Uno strumento importante sorto nel novembre 1943 a Washinghton con il fine di pianificare l'aiuto per la ricostruzione delle zone devastate dalla guerra, fu l'United Nation Relief and Rehabilitation Administration (UNRRA), formalmente sotto il controllo ONU, ma di fatto frutto dell'intervento economico degli USA. Furono messi a disposizione capitali, materiali e generi alimentari.

A Lissone il problema dell'assistenza aveva determinato la nascita nel dicembre del 1945 del Comitato comunale per l'assistenza post-bellica con lo scopo di favorire la distribuzione di vestiario e generi alimentari, mentre il 9 gennaio 1946 il comune fu incluso nel piano di distribuzione viveri e prodotti tessili del comitato provinciale UNRRA. A tal proposito nello stesso anno si formò il comitato comunale di assistenza UNRRA e nacquero contemporaneamente quattro centri di assistenza, ubicati presso la scuola materna comunale di via G. Marconi, l'asilo infantile Maria Bambina di via Origo, la mensa materna ONMI di via Fiume e lo spaccio comunale ECA di piazza Libertà.

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In definitiva nel luglio del 1946 erano assistiti tramite refezione gratuita e distribuzione di generi in natura circa 540 minori e 120 madri, anche se i bisognosi ammontavano in tutto a 900 persone. 

Le prime elezioni libere dopo la fine del regime fascista furono quelle amministrative che furono fissate per il 7 aprile 1946; 5.700 furono i Comuni italiani interessati dal voto.

Alla vigilia delle prime elezioni in cui anche le donne vennero chiamate ad esprimere il proprio parere, nessuna forza politica poté ignorare quale enorme importanza avrebbe assunto l’elettorato femminile, che, con 14.610.845 persone che acquisirono il diritto a recarsi per la prima volta in una cabina elettorale, costituiva circa il 53% del totale.

De Gasperi e Togliatti erano fondamentalmente concordi sull’estensione del suffragio, ma dovettero scontrarsi con la diffidenza che il provvedimento suscitò, per motivi diversi, all’interno dei loro partiti.

De Gasperi Nenni Togliatti

Nel PCI i dubbi circa i risultati delle urne erano legati al timore che le donne si lasciassero troppo influenzare dai loro parroci e dalla Chiesa.

Le perplessità democristiane erano invece legate alla possibilità che, con la nuova partecipazione alla vita politica, esse si allontanassero progressivamente dai valori tradizionali, incrinando così l’unità della famiglia.

Per Nenni e per i socialisti il voto femminile era sicuramente un fatto positivo, ma potenzialmente pericoloso. Il Partito Liberale, il Partito Repubblicano e il Partito d'Azione si mostrarono a volte indifferenti, a volte diffidenti verso il voto alle donne, per timore che risultasse un vantaggio per i partiti di massa.

In Brianza si affermò la Democrazia cristiana, che vinse in tutti i paesi ad eccezione di Albiate e Nova.

Nonostante le preoccupazioni della Questura di Milano, che temendo incidenti, inviò una circolare contenente le direttive per mantenere l'ordine pubblico, anche a Lissone la giornata elettorale trascorse «da parte della cittadinanza in una atmosfera di disciplina e compostezza e di esemplare senso civico».

torre Casa del popolo dopoguerra-comizio.jpg 1948 Comizio

A Lissone, i seggi elettorali erano insediati in piazza IV Novembre, alle scuole di via Aliprandi, alla cascina Santa Margherita. Verso sera, alle 18, l'altoparlante della casa del popolo comunicò i dati riassuntivi: la Dc prese il 58,45% (e 24 seggi), l'Unione dei partiti di sinistra il 36,7% (6 seggi), e infine gli indipendenti con soli 411 voti presero il 4% e nessun seggio in Consiglio comunale. Ma il dato più significativo fu l'affluenza alle urne, che raggiunse il 92% degli iscritti (gli aventi diritto al voto erano oltre 11.000).

Il 17 aprile 1946 si insediò quindi il nuovo Consiglio comunale, e dopo il doveroso ricordo dei caduti della liberazione in un clima di grande rispetto reciproco e di consapevolezza delle difficoltà del momento, la maggioranza, per voce di Bruno Muschiato (che lo presiedeva nella sua qualità di consigliere capolista), chiese «ai colleghi della minoranza [...] la loro collaborazione e specific[ò] che [era] intenzione di riserbare un posto di assessore effettivo al consigliere Federico Costa nella sua qualità di capo riconosciuto dalla minoranza stessa». Dopo il rifiuto del Costa, motivato dalla necessità «di poter svolgere liberamente il compito di controllo e di critica costruttiva che in regime veramente democratico sono indispensabili», Mario Camnasio fu eletto sindaco. 

1949 Lissone Amministrazione comunale 1  1949 Lissone Amministrazione comunale 2

 

Angelo-Arosio-Genola.jpg

«Il lavoro da compiere - sostenne il sindaco uscente Angelo Arosio - è oltremodo difficoltoso e non si può certamente sperare che una bacchetta magica lo possa immediatamente risolvere; il pareggio di bilancio, ad esempio, appariva ben distante da raggiungere. E nonostante si dovesse operare, secondo la Giunta, «più con la riduzione delle spese che con eccessivi inasprimenti di tributi locali o con l'assunzione di mutui, furono applicate dall'amministrazione comunale «la sovraimposta al 3° limite [e] tutte le altre imposte e tasse comunali [...] con le aliquote e nelle misure massime stabilite dalle vigenti disposizioni di legge in materia, e [...] pure sono state applicate le addizionali sulla imposta di famiglia e sulla imposta industria, arti, commercio e professioni». Malgrado gli sforzi e le nuove imposizioni il risultato fu tuttavia sconsolante, poiché «benché applicate al massimo le imposte non hanno seguito il vertiginoso aumento dei prezzi. Infatti [...] le entrate non potranno pareggiare le uscite».

In questa situazione la Giunta affrontò il problema degli alloggi nominando una apposita Commissione comunale, con «mansioni principalmente conciliative per la disciplina dell'importante servizio» e programmando sistemazioni anche precarie per le famiglie degli sfrattati. Inoltre, «constatata la necessità da parte della popolazione e particolarmente dei ceti meno abbienti, di disporre di generi alimentari non razionati di più largo consumo e prezzi equi», fu istituito l'Ente comunale di consumo e programmato un piano organico di opere pubbliche a «sollievo della disoccupazione, sempre più preoccupante in ogni categoria operaia», con il contributo dello Stato. 

2 giugno 1946 file ai seggi manifesto PCI per la repubblica

Il 2 giugno 1946 il corpo elettorale venne nuovamente chiamato alle urne. Gli elettori dovevano scegliere con un referendum tra la monarchia e la repubblica ed eleggere i loro rappresentanti all'assemblea costituente. Vittorio Emanuele III, in un ultimo disperato tentativo di salvare la monarchia aveva meno di un mese prima abdicato in favore di suo figlio, Umberto.

1946-9-maggio-abdicazione-Re-V-E-III.JPG 1946-2-giugno-Umberto-II-vota.JPG

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Ma fu vana impresa e con 12.717.923 (il 54,2%) contro 10.719.284 (il 45,8%) l’Italia divenne una repubblica. Ufficializzata la votazione Umberto inizialmente chiese tempo, affermando che le preferenze per la Repubblica costituivano la maggioranza dei voti validi, ma non la maggioranza della totalità degli aventi diritto al voto.

1946-giugno-Corriere-Repubblica-a.JPG 1946-risultati-Referendum-per-regione.JPG

Furono giorni carichi di tensione, e circolarono voci di un possibile colpo di stato dell' esercito in appoggio al re. Tuttavia De Gasperi e gli altri ministri rimasero fermi al loro posto e infine il 13 giugno il «re di maggio», come venne poi soprannominato, prese la via dell'esilio.

1946-Torino-W-la-Repubblica.JPG 1946 re Umberto II lascia Quirinale

Enrico De Nicola, l'ultimo presidente della Camera prefascista, fu, quindici giorni più tardi, eletto capo provvisorio dello Stato.

Enrico De Nicola I presidente

A Lissone le elezioni si svolsero «in un clima di concordia e di consapevolezza dell'importanza e della gravità» del momento.

scheda elettorale monarchia repubblica   Lissone-referendum-2-giugno-1946.jpg

Anche il corpo elettorale cittadino votò in grande maggioranza per la Repubblica (76,2% contro il 23,8% per la Monarchia) e Federico Costa, il 17 giugno, alla prima adunanza del Consiglio comunale dopo il referendum, sottolineò con forza che «la superata crisi dei giorni scorsi per merito dei nostri dirigenti democratici e per la maturità politica di tutto il popolo dimostra quanto fosse retrograda e reazionaria la dinastia che resse i destini del nostro paese per tanti anni».

manifesto per Costituente giugno 1946 lavori Costituente

L'elezione per l'Assemblea Costituente dette inoltre per la prima volta una indicazione precisa della forza dei partiti. A livello nazionale la Dc emerse come primo partito con il 35,2%, seguito dai socialisti con il 20,7% e dal Pci con il 19%. I tre grandi partiti ebbero da soli quasi il 75 per cento dei voti, presentandosi come i dominatori della Costituente. A Lissone la percentuale ottenuta dai tre partiti fu addirittura maggiore, il 94,13%, e lo scrutinio non presentò particolari stravolgimenti rispetto a due mesi prima. La Dc tuttavia perse quattro punti percentuali, e con 5.577 voti ottenne il 54,2%; i socialisti con 3.086 voti ottennero il 29,99%, il Pci con 1.023 voti ebbe il 9,94%. Gli altri partiti si spartirono il 6% rimanente (Democrazia repubblicana ebbe 84 voti; i repubblicani 93; i comunisti internazionalisti 9; il Blocco libertà 41; l'Unione democratico liberale 199 e lo Schieramento nazionale 8. Da notare che nettamente inferiore al dato nazionale fu il risultato raggiunto a Lissone dal Fronte dell'Uomo qualunque, che con 169 voti ottennero un misero 1,64%).

l Unità W la Repubblica ministro Romita vittoria repubblica 

Ricominciava quindi definitivamente la vita democratica, era nata la Repubblica, e la classe dirigente lissonese si rendeva conto che anche dalla rappresentanza comunale «dipende[va] che questa istituzione di liberi cittadini prosperi e si rafforzi in un clima di democrazia, di giustizia, di moralità e di progresso sociale». La minoranza socialista, attraverso Federico Costa, offrì «all'uopo un sincero appoggio» alla Giunta democristiana «in tutte quelle deliberazioni che devono tradursi in un miglioramento delle condizioni del popolo», consci che in città «i problemi da risolvere [erano] numerosi e difficili» e che necessario era soprattutto un riordinamento della materia tributaria, in cui «occorre oculatezza e massima rigidezza, [e] bisogna gravare senza tema di ostilità quelle persone che molto hanno e che nulla vogliono dare per il bene comune».

1946-via-simboli-monarchici.JPG 2 giugno 1946

 

Bibliografia:

Archivi comunali di Lissone

Antonio Maria Orecchia in “La seconda guerra mondiale, la Resistenza, la Liberazione”

Mardi 28 mai 2013 2 28 /05 /Mai /2013 10:30

Il 1948 si è aperto con uno storico alzabandiera al Quirinale, la mattina di Capodanno, per significare che l'antico palazzo, già residenza dei papi e poi sede dei re sabaudi, era diventato la casa ufficiale del presidente della Repubblica.

L'alza bandiera (il tricolore ovviamente epurato dello stemma sabaudo) era storico, perché voleva dire anche e soprattutto che da quella mattina era in vigore la nuova Costituzione, la Carta fondamentale dell'Italia democratica.

Un altro degli obiettivi per cui molti italiani si erano battuti durante la guerra di Liberazione veniva così raggiunto. Ma quali erano stati gli avvenimenti più importanti per la vita della Nazione che erano accaduti tra la fine della guerra e l’inizio del 1948?

 

La nascita della prima Repubblica

«La liberazione non fu solo merito delle forze alleate e delle quattro divisioni dell'esercito italiano. Fu anche il popolo a liberarsi da sé: innanzitutto con l'opera tenace ed eroica delle formazioni partigiane, nelle campagne, nelle montagne, nelle città. Quel 25, aprile del 1945, all'indomani dell'ordine di insurrezione generale delle forze della Resistenza dato dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, molte città del Nord, grandi e piccole, vennero liberate dai partigiani, prima dell'arrivo delle forze alleate. In quello stesso giorno, nelle città che avevano già visto la fine della lunga occupazione, gli italiani si unirono in cortei spontanei ed esultanti. Fu una grande festa di popolo nelle strade e nelle piazze, un popolo che si ritrovava rinato, libero e unito. Le gesta di quelle giornate formarono, per sempre, la nostra coscienza democratica. Gloria a coloro che salvarono l'onore del popolo italiano e diedero il loro vitale contributo alla riconquista della libertà: la libertà per tutti, anche per coloro che li avevano combattuti».

Carlo Azeglio Ciampi, decimo Presidente della Repubblica Italiana

 

 

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Dopo il 25 aprile 1945, che aveva visto la fine della guerra in Italia con la liberazione del Nord dall’occupazione nazista e il crollo definitivo del fascismo, per l'effetto congiunto dell'azione militare alleata e dell'insurrezione partigiana, i capi della Resistenza si ritrovano a Roma e con loro arriva il cosiddetto «vento del Nord», termine coniato da Pietro Nenni. Vento del Nord voleva dire aria di cambiamento, politico e sociale, voleva dire portare fra le alchimie della nuova politica «romana» la lezione della lotta partigiana, una spinta a un profondo rinnovamento. E lo stesso Nenni si è candidato a guidare questa nuova fase, suscitando però l'opposizione di democristiani e moderati. Alla fine si è raggiunto un accordo sul nome di Ferruccio Parri, uno dei dirigenti del Partito d'azione e soprattutto esponente di punta della Resistenza col nome di battaglia «Maurizio».

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Parri ha preso il posto di Bonomi, il cui secondo governo, costituito sei mesi dopo il primo, e durato sei mesi anch'esso, si è dimesso definitivamente il 12 giugno. Nove giorni dopo, è nato il governo del «vento del Nord», in versione moderata, con il leader democristiano De Gasperi agli Esteri, quello comunista Togliatti alla Giustizia e Nenni alla vicepresidenza. Questi governi andavano dai liberali ai comunisti, cioè comprendevano forze politiche diametralmente opposte, che tuttavia collaboravano nel segno dell'emergenza nazionale seguita alla guerra e alla sconfitta.

manifesto Partito d Azione

Nonostante le doti personali di onestà e d'impegno del presidente del Consiglio, Ferruccio Parri, nel governo era cominciato un braccio di ferro tra sinistra e centrodestra su come articolare le prime elezioni democratiche (se subito quelle politiche o quelle amministrative) e sui poteri della futura Assemblea costituente (se dovesse o meno decidere sulla forma istituzionale dello Stato e se dovesse o no avere anche normali poteri legislativi, nell'ambito della sua durata). Il secondo problema era il più importante.

Lo aveva sollevato per primo Umberto di Savoia, come Luogotenente,

N° 4 principe Umberto Lissone 1940

in un'intervista al «New York Times» del 7 novembre 1944, sostenendo che un apposito referendum, e non l'Assemblea costituente, dovesse decidere tra monarchia e repubblica. Lo scopo era chiaro: le chances monarchiche sarebbero state molto più grandi in una consultazione popolare che in un'assemblea elettiva, dato l’orientamento prevalentemente repubblicano dei partiti antifascisti. Il contrasto si era riproposto sui poteri dell'Assemblea: doveva limitarsi a redigere la nuova Carta costituzionale (conservando ovviamente una funzione di controllo politico generale e di ratifica dei trattati internazionali), lasciando al governo il potere di legiferare, oppure il suo mandato doveva essere quello di un normale Parlamento, con in più la funzione costituente?

Dopo solo sei mesi, il governo Parri viene messo in crisi dai liberali; alla guida del Paese arriva il leader della Democrazia cristiana Alcide De Gasperi che forma un governo di estrazione “ciellenistica” con Nenni vicepresidente e Togliatti alla Giustizia.

I governo De Gasperi

Sulla svolta, la prima di una serie che avrebbe portato due anni dopo allo scontro elettorale tra gli ex alleati, decisivo per il futuro del Paese, non hanno mancato di esercitare una notevole influenza gli anglo-americani. Tre giorni dopo l'insediamento del primo governo De Gasperi, le autorità militari anglo-americane hanno deciso di restituire all'amministrazione italiana le regioni del Nord, rimaste ancora sotto il loro controllo.

Di fronte a quella che era ormai la prospettiva di un referendum istituzionale e di una distinta elezione dell'Assemblea costituente i partiti hanno serrato le file, con una serie di congressi. Quello del Partito comunista si svolse dal 29 dicembre 1945 al 7 gennaio 1946. Quello della Democrazia cristiana e quello del Partito liberale, in aprile, hanno registrato, nel primo caso, un senso di ascesa, di responsabilità crescenti, e nel secondo un senso di declino.

Il congresso del Partito d'azione, che si svolse dal 4 all'8 febbraio nel teatro romano Teatro Italia, ha significato l'uscita dalla scena italiana di un piccolo-grande partito, che aveva raccolto le speranze di quanti auspicavano una formazione politica capace di essere una «terza forza» tra i due poli emergenti, entrambi in qualche misura estranei o laterali alla tradizione dell'Italia unita e «risorgimentale», il polo comunista e quello cattolico.

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Una terza forza laica e democratica, occidentale ma riformatrice, anche in senso socialista, erede di un gruppo glorioso della Resistenza, non a caso chiamato Giustizia e Libertà. Una terza forza modernizzatrice, potenzialmente incubatrice di uno schieramento democratico-progressista, alternativo a quello democratico-conservatore, in un sistema liberale «compiuto». In questo senso, era stata vista con interesse dalla stessa America, nella fase «rooseveltiana».

Membri del partito erano uomini come Ugo La Malfa, Leo Valiani, Altiero Spinelli, Luigi Salvatorelli, Ferruccio Parri, Emilio Lussu, Riccardo Lombardi, Piero Calamandrei, Guido Calogero, Tristano Codignola, Francesco De Martino, Vittorio Foa, e vari altri). In ogni caso, essa è crollata nella notte tra il 7 e l'8 febbraio 1946, con l'uscita dal Teatro Italia della componente più spiccatamente «liberale» (Parri, La Malfa), che avrebbe dato vita a un Movimento democratico-repubblicano, di breve durata, abbandonando le correnti tendenzialmente o dichiaratamente «socialiste».

C'è stato scontro anche nel congresso socialista, svoltosi a Firenze dall'11 al 17 aprile. Il Psiup (Partito socialista italiano di unità proletaria, questo era il nome ufficiale) era reduce da forti affermazioni nel primo gruppo di elezioni amministrative, che si era tenuto già in marzo. A Milano era risultato addirittura vincitore assoluto, distanziando Dc e Pci. Era, di fatto, il primo partito della sinistra.

E tuttavia era ormai diviso tra due «anime», che riflettevano anch'esse, nello stesso ambito del socialismo, due modi diversi di vedere il futuro nazionale, e le alleanze necessarie per perseguirlo. Una era l'anima, appunto, «proletaria», legata alla tradizione dell'unità della classe operaia, l'altra era l'anima socialdemocratica e riformista, che riemergeva dopo il periodo della lotta comune della «unità di azione», contro il nazifascismo. Riemergeva quando il nazifascismo era stato ormai sconfitto e si delineava sempre più nettamente una divaricazione, e anzi un conflitto, tra i vincitori dell'Est e quelli dell'Ovest, cioè tra l'Unione Sovietica e l'Occidente liberaldemocratico, ma anche, eventualmente, socialdemocratico: in Gran Bretagna, per dire, il governo laborista di Attlee aveva preso il posto, all'indomani della vittoria, di quello conservatore di Churchill.

Le due anime del Psiup si sono identificate essenzialmente in due volti. Uno, quello di Pietro Nenni e l'altro quello di Giuseppe Saragat.

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Il congresso di Firenze non ha fatto una scelta tra l'uno e l'altro, ha rimosso i motivi dell'incompatibilità, ha cercato una soluzione «unitaria». Ma l'equilibrio di partito che ne è emerso è subito apparso un equilibrio precario, destinato a rompersi alla prima occasione. Nella prospettiva, ancora, di schierarsi in un senso o nell'altro, per l'Est o per l'Ovest.

 

Per il referendum istituzionale e per l'elezione dell'Assemblea costituente (ferma restando la funzione legislativa del governo) è stata infine fissata una data: il 2 giugno 1946.

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La campagna elettorale si è svolta sostanzialmente nella calma. Il clima si è ravvivato dopo il 9 maggio, per la decisione di Vittorio Emanuele III di abdicare in favore del figlio, che da luogotenente è diventato il nuovo re, col nome di Umberto II. Per l’occasione Togliatti inventò uno slogan ironico che definiva Umberto «il re di maggio».

In realtà, la mossa di Vittorio Emanuele (sgombrare il campo della sua persona, comodo bersaglio dei repubblicani e degli antifascisti), subito seguita dalla partenza per l'esilio in Egitto, ha ridato slancio ai sostenitori della monarchia, aiutati anche da una serie di viaggi pre-elettorali di Umberto e da suoi rassicuranti discorsi sull'avvenire della democrazia. Così, una consultazione che sembrava destinata a un sicuro successo della repubblica è ridiventata incerta, e l'attesa è cresciuta.

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Alla fine la repubblica ha vinto e la monarchia ha perso, ma la proclamazione ufficiale del cambiamento istituzionale è stata molto più laboriosa del previsto.

2 giugno 1946 file ai seggi scrutinio-referendum-2-giugno-1946.jpg   scheda elettorale monarchia repubblica

 

I voti sono stati 12.717.923 per la repubblica e 10.719.284 per la monarchia. Ma c'è stato un clamoroso imprevisto: questo risultato si riferiva ai voti validi, mentre la legge parlava della maggioranza dei voti espressi, quindi calcolando le schede bianche e nulle.

Cassazione vittoria repubblica

La Corte di Cassazione ha infine appurato che i voti non validi erano 1.509.735 e che comunque la monarchia aveva perso, sia pure per mezzo milione di voti. Quanto a Umberto II, egli si è deciso a partire per l'esilio il 13 giugno diretto a Lisbona: lo ha fatto lasciando dietro di sé una scia di risentimenti, e senza neppure uno scambio di saluti col presidente del Consiglio De Gasperi, che si era preparato a un commiato formale e rispettoso.

Tuttavia finalmente è nata la Repubblica italiana, e con essa l'Assemblea costituente, chiamata a redigere la Carta fondamentale del nuovo Stato democratico.

seggi Costituente

Ne sono stati chiamati a far parte 207 democristiani, 115 socialisti, 104 comunisti, 41 rappresentanti dell'Unione democratica nazionale (PLI e Democrazia del lavoro), 30 appartenenti all’Uomo Qualunque, 23 repubblicani (del PRI), 16 esponenti del Blocco nazionale della libertà (monarchici), 9 residui azionisti (col concorso del Partito sardo d'azione), 4 rappresentanti del Movimento indipendentista siciliano e così via, fino a completare il numero di 555 membri dell'Assemblea.

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Dopo la proclamazione della Repubblica, il governo ha varato una legge di pacificazione nazionale, l'amnistia generale per i reati politici, firmata dal Guardasigilli Togliatti.

De Gasperi, dopo l'elezione di Enrico De Nicola a capo provvisorio dello Stato,    

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ha formato il suo secondo governo, al quale partecipava anche il PRI, non più trattenuto dalla pregiudiziale antimonarchica, e dal quale era uscito Togliatti: al suo posto, alla Giustizia, un altro comunista, Fausto Gullo.

Ma andava cambiando radicalmente anche il quadro internazionale. Già il 5 marzo, nel famoso discorso di Fulton, Churchill aveva denunciato il calare di una «cortina di ferro» tra Est e Ovest.

Questo metteva quanto meno in grande imbarazzo il rapporto di governo tra De Gasperi e i partiti di sinistra.

Oltre a ciò c'era il problema del Trattato di pace, in via di definizione a Parigi. Il 3 ottobre, la conferenza ha raggiunto un accordo sul confine orientale, che sostanzialmente toglieva all’Italia la penisola istriana e creava il Territorio libero di Trieste, sotto il controllo dell'Onu. Una concessione, anche se incompleta, alla Jugoslavia comunista e all'Urss, ancora alleate e un’altra fonte di disagio per Togliatti, costretto a conciliare la difesa degli interessi italiani con quella del movimento comunista internazionale.

 

 

Bibliografia:

 

Aldo Rizzo - “L’anno terribile. 1948: il mondo si divide” - Laterza 1977

 

Mardi 28 mai 2013 2 28 /05 /Mai /2013 10:00

 Dopo il 25 aprile e la liberazione di tutto il territorio nazionale, l'Italia rimane tagliata in due ancora per qualche tempo, perché lungo la «linea Gotica» gli Alleati hanno steso un cordone di polizia, invalicabile senza un loro lasciapassare. Dicono che si tratta di un «cordone sanitario», inteso a impedire il diffondersi dal Sud al Nord del mercato nero e del disordine economico e finanziario. Ma in realtà ad essi preme soprattutto che, nell'incontro immediato, l'Italia dell'insurrezione non sollevi anche l'altra e, con un colpo di mano, si rompa la tregua istituzionale e si proclami la repubblica, col duplice rischio di una ripresa della lotta civile (nella quale le forze anglo-americane sarebbero fatalmente coinvolte, come in Grecia) e del misconoscimento della resa incondizionata e delle sue conseguenze da parte di uno Stato interamente nuovo e di un governo rivoluzionario.

Come è cominciata la tregua istituzionale? Prima ancora di essere imposta formalmente, la tregua si è instaurata di fatto, per la forza degli avvenimenti e per ragioni militari, come un compromesso tra le divergenze che dividono inglesi e americani, e che condizionano la loro condotta politica e strategica dal marzo del '43 ai primi del '44.

Il punto fondamentale della divergenza è noto. Roosevelt vuole impegnarsi esclusivamente nello sforzo decisivo contro la Germania attraverso la Manica, come insistentemente chiede anche Stalin. Churchill preferirebbe sviluppare intanto una vasta operazione dal Sud attraverso l'Italia e i Balcani.

Perciò, quando si prospettano l'eventualità di una resa dell'Italia e l'opportunità di predisporre un programma per il periodo dell'occupazione, Roosevelt dà due direttive - imposizione rigorosa della «resa incondizionata» e abolizione della monarchia - che rispondono prevalentemente a motivi morali e, almeno la seconda, anche elettorali, poiché un'attiva campagna dei fuorusciti antifascisti ha mobilitato un settore dell'opinione pubblica americana contro Vittorio Emanuele III, corresponsabile del fascismo e della guerra fascista e contro la monarchia sabauda.

Invece Churchill, che persegue tenacemente il suo piano strategico-politico, per esigenze di pratica utilità aborrisce dall'una e dall'altra direttiva rooseveltiana. Egli ha in mente una liberazione abbastanza rapida e un'occupazione poco onerosa di parte della penisola italiana, come base adatta e conveniente per ulteriori spinte in direzione dell'Austria e della Jugoslavia. Dunque è convinto che sia meglio conciliarsi gli italiani con un atteggiamento più benevolo che non quello della «resa incondizionata», e che sia essenziale tenere in piedi la monarchia per garantirsi la cooperazione delle forze armate italiane (e specialmente della flotta) e per assicurare l'ordine civile contro un periodo di caos e una probabile ondata comunista. Diversamente, il prezzo degli sbarchi in Italia risulterebbe troppo elevato e il grave peso della occupazione impegnerebbe un'aliquota troppo forte delle non numerose truppe alleate del Mediterraneo, impedendo ogni altra operazione.

Questo criterio di utilità strumentale determina, e insieme chiarisce, l'azione di Churchill assai più che non la sua inclinazione personale verso la monarchia. Al medesimo criterio dovrà assoggettarsi lo stesso Roosevelt, sia pure con riluttanza e con qualche riserva, ma abbastanza velocemente. Donde il compromesso della tregua istituzionale.

Subito dopo il 25 luglio il Presidente scrive esultando al Premier. Più conciliante sulla formula della «resa incondizionata », che difatti non figurerà come tale nel «corto armistizio», egli rammenta tuttavia che dovrà tener fermo il proprio atteggiamento nei confronti della monarchia, a causa delle pressioni che su di lui esercitano gli avversari americani della dinastia dei Savoia. Churchill risponde: «Ora che Mussolini è andato, io tratterei con qualsiasi governo italiano non fascista che sia in grado di consegnare la merce». Il 27 dice ai Comuni: «Mentre gli affari italiani sono in una condizione cosi fluida e flessibile, sarebbe un grave errore per le potenze liberatrici agire in modo da far crollare l'intera struttura e l'espressione dello Stato italiano ».

Il 30 luglio Roosevelt scrive: 

«C'è qui della gente litigiosa che si prepara a far baccano se noi abbiamo l'aria di riconoscere Casa Savoia o Badoglio. Sono gli stessi che fecero tanto chiasso a proposito del Nord Africa. Oggi io ho detto alla stampa che siamo pronti a trattare con qualsiasi persona o gruppo di persone che possano darci: primo, il disarmo dell'Italia e secondo una garanzia contro il caos. Credo altresì che voi ed io, dopo un eventuale armistizio, potremmo dire qualcosa in merito all'autodeterminazione in Italia, a tempo opportuno». 

Ma Churchill risponde scartando quest'ultima proposta, per il momento; egli non sente «la minima paura d'aver l'aria di riconoscere Casa Savoia o Badoglio, sempre che costoro siano gli uomini capaci di far fare agli italiani ciò che a noi serve per i nostri scopi di guerra».

Ciò che serve agli anglo-americani per i loro scopi di guerra risulta dal «lungo armistizio» e dai piani elaborati per l'AMGOT: avere il completo controllo delle forze armate italiane; assicurare il massimo sfruttamento delle risorse del Paese per lo sforzo di guerra alleato, sia come base di operazioni sia come fonte di beni di consumo e di servizi; disporre di un governo locale che sollevi il Comandante in Capo da ogni preoccupazione verso la popolazione civile e da complicazioni politiche, e al quale una commissione di controllo trasmetta gli ordini, badando che vengano effettivamente eseguiti.

Dopo l'8 settembre tutti e tre questi obbiettivi appaiono meglio ottenibili col riconoscimento del governo del re e di Badoglio, che ha firmato la resa, ha consegnato la flotta, ha con sé quel che resta delle forze armate, può garantire - con la continuità dello Stato - l'osservanza delle clausole armistiziali e disporre almeno di uno scheletro di apparato amministrativo.

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da LA STAMPA del 20 settembre 1943

Il 19 settembre, quando Mussolini ha appena annunciato la formazione di un nuovo Stato fascista repubblicano nel Nord, gli Alleati si affrettano a lasciare al governo del re l'amministrazione delle quattro province di Brindisi, Lecce, Taranto e Bari, «per conservargli quel poco di dignità che gli è rimasta dopo l'ignominiosa fuga da Roma». Non gli danno di fatto alcun potere decisionale, ma creano così «l'Italia del re» o Regno del Sud.

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E contemporaneamente Eisenhower propone ai capi dello Stato Maggiore congiunto questa alternativa: «O accettare e rafforzare il governo del re e di Badoglio, riconoscendolo formalmente non solo come l'unico governo legittimo d'Italia, ma anche come cobelligerante; oppure spazzarlo via e instaurare un governo militare alleato su tutta l'Italia occupata ».

Ma delle due soluzioni il Comandante raccomanda fortemente la prima per ragioni militari, facendo presente la considerevole assistenza già ottenuta in Sardegna, in Corsica e altrove dall'attiva cooperazione delle forze italiane che obbediscono al re. A suo parere il riconoscimento della legittimità e della cobelligeranza deve essere accordato alle seguenti condizioni: l'inclusione dei rappresentanti dei partiti politici nel governo, in modo da farne una coalizione nazionale; la promessa di elezioni libere per un'Assemblea Costituente, dopo la guerra; e possibilmente l'abdicazione del re in favore del figlio o del nipote, richiedendo tuttavia questo punto un ulteriore studio, «perché potrebbe dimostrarsi più popolare all'estero che tra il popolo italiano ».

Queste proposizioni, nelle quali Eisenhower cerca di accozzare tutt'insieme le sue esigenze di Comandante, le propensioni della Casa Bianca e quelle di Churchill, i pareri dei suoi servizi di Intelligence e le sollecitazioni dei fuorusciti antifascisti, sono abbastanza contraddittorie. Assai più coerenti sarebbero i suggerimenti che, negli stessi giorni, a lui manda il Segretario di Stato Cordell Hull. Hull non si fida del re né di Badoglio, e propone di formulare il «lungo armistizio» in modo da sospendere per tutta la sua durata i poteri della corona italiana e di affidare il governo ai partiti antifascisti. Con questa soluzione saremmo di fronte non soltanto al pieno riconoscimento delle responsabilità del re e del diritto degli italiani a scegliersi le loro istituzioni dopo la fine della guerra, ma anche a un rigoroso condizionamento della tregua istituzionale, nel senso che la Corona, privata dei poteri costituzionali, non potrebbe avvalersene per influire a proprio vantaggio sulla futura scelta tra monarchia e repubblica.

Tuttavia Churchill dichiara scopertamente ai Comuni: 

«È necessario che il re e il maresciallo Badoglio siano sostenuti da tutti gli elementi quali si siano, liberali e di sinistra, capaci di tener testa alla combinazione nazifascista, e di creare così le condizioni che consentano di cacciare tale infame combinazione dal suolo italiano. Tutto ciò, naturalmente, senza alcun pregiudizio per l'indipendente diritto della nazione italiana di dare quella qualsiasi sistemazione che preferisce al futuro governo del Paese, nella linea democratica, quando la pace e la tranquillità saranno restaurate ». 

Come Eisenhower, anche Churchill cita i combattimenti delle truppe italiane contro i tedeschi in Sardegna e in Corsica e il comportamento della popolazione civile, mettendoli in questa luce: 

«La popolazione e le forze militari italiane si sono dovunque mostrate sfavorevoli o attivamente ostili ai tedeschi: esse si sono mostrate dovunque ansiose di obbedire sino ai limiti delle loro possibilità agli ordini del nuovo governo del re d'Italia». 

E infine giustifica con questa versione la mancata difesa di Roma e la fuga di Pescara:

«Le divisioni tedesche corazzate, che si trovavano fuori di Roma, irruppero nella città e ne cacciarono il re e il governo, che si sono ora stabiliti dietro le nostre linee avanzate». 

Le responsabilità passate e presenti del re vengono così ignorate per ragioni di convenienza militare e politica, per una contrapposizione dell'«Italia del re» alla repubblica di Mussolini, come lo stesso Churchill scrive a Stalin: 

«Ora che i tedeschi hanno messo Mussolini a capo del cosiddetto governo fascista repubblicano, è importante parare questa mossa facendo tutto il possibile per rafforzare l'autorità del re e di Badoglio». 

Roosevelt, i suoi consiglieri Hopkins e Hull - benché si siano piegati malvolentieri alle varie transazioni di guerra col re e Badoglio, come a espedienti transitori giustificati soltanto da vantaggi militari, e non vedano l'ora di effettuare un mutamento che trasferisca tutto il potere ad altri elementi politici non associati con Mussolini e il fascismo - debbono accettare ormai anche quest'altro compromesso indicato da Eisenhower e da Churchill: la compartecipazione al potere dei partiti antifascisti insieme col re Vittorio Emanuele, con l'intesa che questa soluzione non menomi la possibilità degli italiani di scegliere la propria forma di governo, quando la pace sarà restaurata.

La medesima formula vien fatta includere nel proclama con cui Badoglio annuncia la dichiarazione di guerra alla Germania, e si ritrova nella dichiarazione congiunta del 13 ottobre con cui Roosevelt, Churchill e Stalin accettano l'Italia come cobelligerante. Ed è una formula estremamente ambigua.

È vero che quando Badoglio ha firmato il peggiore strumento della «resa incondizionata», cioè l'armistizio lungo, la resa è già soggetta a condizioni. Roosevelt, Churchill e Eisenhower hanno già promesso che gli italiani saranno trattati umanamente e che il loro aiuto militare nella guerra contro la Germania otterrà una ricompensa; hanno loro assicurato la possibilità di riguadagnare un posto rispettato nel mondo, e di scegliersi la propria forma di governo. Ma tra queste condizioni la esplicita promessa - suggerita da Eisenhower - di libere elezioni per un'Assemblea Costituente dopo la guerra, non c'è.

Nel discorso di Churchill e nella dichiarazione tripartita si parla di scelta della forma di governo: non della forma dello Stato. La tregua istituzionale resta piuttosto sottintesa; e comunque, nelle enunci azioni degli Alleati, essa si configura nei termini più favorevoli possibili a Vittorio Emanuele e alla monarchia.

Da un lato gli Alleati definiscono «assoluto e autonomo» il diritto di scelta degli italiani, dall'altro già lo sminuiscono rimettendo nell'ombra le responsabilità del re e cercando di ottenergli il sostegno di tutte le forze politiche; e rendono questo diritto ancora più agevolmente vulnerabile nel momento in cui, caduto il suggerimento di Cordell Hull, lasciano tutti i poteri costituzionali alla Corona.

L'azione dei politici e dei partiti antifascisti del Comitato di Liberazione Nazionale, d'ora in poi, si concentrerà nello sforzo di risolvere questo problema e si estrinsecherà sia nel tenace rifiuto di collaborare col re - poiché la collaborazione equivarrebbe a un riconoscimento della sua non responsabilità - sia in una serie di tentativi e di atti intesi a svuotare i poteri e a neutralizzare gli strumenti di cui dispone la Corona, in modo che la scelta degli italiani possa avvenire, a suo tempo, senza ingerenze della dinastia e risulti davvero una scelta libera tra monarchia e repubblica.

La posizione di rifiuto caratterizza subito, per forza di circostanze, i partiti e gli uomini politici operanti nel Sud. L'altra questione invece, quella dei poteri costituzionali, vien posta con più forza - ma anche tra seri contrasti - nell'ambito del CLN a Roma.

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Dei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale alcuni sono dichiaratamente repubblicani e prendono talora - come gli azionisti, i socialisti e più tiepidamente i comunisti atteggiamenti di rigorosa intransigenza; altri sono tuttora agnostici, come la democrazia cristiana, o tendenzialmente monarchici come i liberali e i demolaburisti. Ma gli uni e gli altri concordano ben presto sulla necessità della tregua istituzionale, e anche nell'ambito del CLN i dissensi, i contrasti e perfino le crisi sorgono quando si teme che una tendenza possa avvantaggiarsi nei confronti dell'altra nel periodo della tregua.

Di fronte ai rapporti e agli accordi che si sono stabiliti tra il governo del re e gli Alleati, e alle condizioni nelle quali si è instaurata la tregua, i partiti del CLN cercano di reagire con una propria, diversa posizione. A partire dal 28 settembre il CLN riesce a riconvocarsi e a riunirsi più volte - sempre cambiando sede, e talora mutando i partecipanti, perché infuria il terrore nazista - e porta avanti un aspro dibattito. A giudizio degli uni è necessario accettare il mantenimento provvisorio della monarchia nelle sue funzioni, puro mettendola sub judice, mentre gli altri vorrebbero che essa fosse accantonata mediante una sospensione «effettiva ed evidente» delle prerogative regie. Questi ultimi riprendono insomma la tesi di Cordell Hull, pur senza conoscerla.

All'ipotesi che il re torni a Roma e si proponga di completare il ministero Badoglio col concorso dei partiti antifascisti, si oppone un rifiuto per tre motivi: la mancata dichiarazione di guerra alla Germania dopo «l'ibrido colpo di Stato del 25 luglio»; la fuga del monarca e del maresciallo senza lasciare istruzioni precise alle truppe, donde lo, sfacelo del 9 settembre; la colpevole negligenza nella custodia di Mussolini, donde la guerra civile in atto. All'ipotesi che il re, tornando nella capitale, inviti il CLN a formare un nuovo governo, si pongono due condizioni: che questo governo abbia tutti i poteri costituzionali e la monarchia sia relegata in una specie di limbo con «la sola funzione di segnare la continuità fra il passato e l'avvenire richiesta dalle Nazioni Unite a garanzia della validità e della permanenza delle gravi e durissime clausole della resa»; e che il vecchio giuramento di fedeltà al re e ai suoi reali successori sia sostituito «con una solenne dichiarazione dei ministri di astenersi, fino alla decisione popolare, da ogni atto che possa pregiudicare, in un senso o nell'altro, la soluzione del problema istituzionale rimessa alla libera volontà del Paese»

Tutto ciò è condensato in un ordine del giorno del 16 ottobre, steso da Giovanni Gronchi e approvato all'unanimità. Esso fissa in particolare due punti: il governo del re e di Badoglio non consente una operante unità spirituale del Paese per la riconquista della libertà e dell'indipendenza, e perciò deve essere sostituito da un «governo straordinario», espressione dei partiti democratici; questo governo straordinario deve assumere «tutti i poteri costituzionali dello Stato, evitando però ogni atteggiamento che possa compromettere la concordia della nazione e pregiudicare la futura decisione popolare». Più tardi, il 17 novembre, un altro ordine del giorno ribadisce la sostanza del primo e aggiunge che il problema istituzionale dovrà essere sottoposto al popolo «nella sua interezza, non pregiudicabile da sostituzioni di persona».

Con questo secondo ordine del giorno il CLN respinge l'ipotesi che una reggenza, quale è stata già ventilata nel Sud, possa mai assolvere l'istituto monarchico dalle colpe di Vittorio Emanuele. La reggenza «potrebbe far mettere in disparte, o comunque indebolire, quella richiesta di una libera decisione del Paese sulle forme istituzionali che è fondamentale e pregiudiziale e va ben oltre l'esigenza di abdicazione immediata»

L'idea della reggenza, che appare nei suggerimenti di Eisenhower, è già stata affacciata anche dal laburista Ivor Thomas. Nel corso del dibattito che si è prolungato dalla fine di luglio ai primi di agosto ai Comuni, un agguerrito gruppo di oppositori ha contrastato il programma di Churchill basato sul valore strumentale dello Stato italiano e del regime Vittorio Emanuele-Badoglio come forza da impiegare contro i tedeschi. Aneurin Bevan, in quell'occasione, ha rammentato al Premier certe sue vecchie simpatie per Mussolini; altri hanno chiesto l'incriminazione di Badoglio per la guerra d'Etiopia; sono stati fatti i nomi degli animatori della lotta antifascista, i quali non potrebbero certamente collaborare col re, corresponsabile del fascismo; e Ivor Thomas ha detto che semmai la monarchia italiana potrebbe essere salvata soltanto dall'ascesa al trono del piccolo principe di Napoli, assistito da un Consiglio di reggenza.

Qui è prevista la posizione in cui vengono appunto a trovarsi Benedetto Croce, i leaders politici del Regno del Sud e i reduci dal confino e dall'esilio, come Sforza, Cianca e Tarchiani, allorché Badoglio, premuto da Eisenhower e impegnato dalle direttive concordate a Mosca dalla conferenza dei ministri degli Esteri delle tre grandi potenze, deve adoperarsi per dare una larga base democratica al suo governo, includendovi i rappresentanti dei partiti antifascisti. La loro risposta è negativa. Vittorio Emanuele, «supremo colpevole» della rovina del Paese, non può dare coesione né vigore morale alla lotta di liberazione: perciò deve abdicare immediatamente. Questa è la tesi di Croce. I contatti del filosofo con i consiglieri di Eisenhower - l'inglese MacMillan e l'americano Robert Murphy - con alti ufficiali alleati, con inviati dei servizi di Intelligence e di autorevoli giornali inglesi e americani, valgono a riaprire e a pubblicizzare la questione della responsabilità del re. Allo stesso effetto conduce l'atteggiamento di Sforza. Vittorio Emanuele deve andarsene.

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La reggenza pare a Croce «un'idea molto savia ... perché rimanda la questione di monarchia o repubblica alla decisione di tutto il popolo italiano, presa in forma legalmente corretta, cioè per mezzo di una Assemblea Costituente e di un plebiscito», e intanto elimina Vittorio Emanuele e anche Umberto, mentre il titolo di re andrà al principe di Napoli con un reggente o un Consiglio di reggenza, che consentirebbe «il risorgere di una rigenerata monarchia costituzionale con un principe educato dalla nuova Italia antifascista e liberale».

In linea di principio, Croce è un monarchico: un monarchico liberale e antifascista.

Benedetto Croce

Ma anche i repubblicani (azionisti, socialisti, comunisti) debbono rendersi conto che ora niente di più si potrebbe in nessun modo ottenere dagli Alleati; e così si rimane assai al di qua delle posizioni fissate a Roma dal Comitato di Liberazione Nazionale. Né più oltre andrà il Congresso di Bari, dove si riaffermerà che, non consentendo le condizioni attuali un'immediata soluzione della questione istituzionale, l'abdicazione del re è condizione essenziale per la ricostruzione morale ed economica dell'Italia e per la formazione di un governo di larga coalizione democratica munito di «pieni poteri» (che è una formula più restrittiva di quella dell'ordine del giorno del 16 ottobre).

atti del Congresso CLN Bari

Benedetto Croce, il leader democristiano Rodinò e lo stesso Sforza hanno fatto in modo che, dove la risoluzione del Congresso domanda l'abdicazione del re, non si faccia menzione del principe Umberto. La ragione è che essi attendono l'esito delle conversazioni avviate da Enrico De Nicola per indurre Vittorio Emanuele non già ad abdicare, bensì a ritirarsi dalla vita pubblica dopo aver designato il principe ereditario come Luogotenente del regno, affidandogli le sue funzioni fino al momento della consultazione popolare. I partiti di sinistra non sanno nulla di tutto ciò; ma in pratica, quando avviene il Congresso di Bari, alla fine del gennaio del 1944, l'eventualità dell'abdicazione di Vittorio Emanuele è svanita da tempo. Il re vi si è rifiutato recisamente. Gli Alleati non hanno insistito, assorbiti dalle cure dell'apertura del secondo fronte e dagli altri problemi emersi nella conferenza dei tre Grandi a Teheran, e già è stata messa allo studio la formula della luogotenenza. Un «memorandum sull'abdicazione del re e l'istituto italiano della luogotenenza», redatto dall'esperto inglese Guy Hannaford per la Commissione alleata di controllo in Italia, porta la data del 21 dicembre 1943. Nove giorni più tardi De Nicola propone a Croce l'espediente della luogotenenza, «che durerebbe due o tre anni, cioè fino a quando il popolo possa essere consultato e dia il suo responso sulla forma istituzionale da adottare». Il filosofo non nasconde inizialmente la propria riluttanza: la luogotenenza «porta logicamente verso la repubblica», perché, togliendo la continuità dei poteri all'istituto monarchico, è quasi impossibile che poi la consultazione popolare o la Costituente «possano tornare alla monarchia». Perciò egli è convinto che il re non l'accetterà. Ma si arrende alla certezza manifestata da De Nicola, al quale attribuisce un «migliore intuito del carattere del re».

La decisione di Vittorio Emanuele matura il 20 febbraio del '44 a Ravello, dove ora egli risiede. Fa sapere a De Nicola che accetta la luogotenenza e ne darà subito annuncio con un proclama; ma il trapasso dei poteri avverrà alla liberazione di Roma «e questo differimento sarebbe necessario per ragioni di residenza, e simili». Il differimento delude Croce e Sforza. Tanto più che non si tratta di ragioni di residenza, si sono riaperte delle divergenze tra gli inglesi e gli americani.

Churchill continua a fidarsi più del vecchio re e di Badoglio che non dei partiti antifascisti. Il 22 febbraio pronuncia un crudo discorso ai Comuni: 

«Quando si deve reggere una caffettiera bollente, è meglio non rompere il manico finché non si è sicuri di averne un altro ugualmente comodo e pratico a portata di mano. Ora non si può cambiare governo, in Italia. È da Roma che un governo italiano su più vasta base può essere formato, e io non posso dire se un tale governo sarà di aiuto agli Alleati altrettanto dell'attuale. I rappresentanti dei vari partiti italiani non hanno alcuna autorità elettiva, e certamente non avranno alcuna autorità costituzionale sino a che l'attuale re abdichi, o egli stesso e il suo successore non li invitino ad assumere quell’ufficio».

Dunque, fin dopo la presa di Roma, niente mutamenti neanche nella posizione del re, dal cui ritiro dipende unicamente la formazione di un «governo su più vasta base». Ma diverso è il parere di Roosevelt. Il Congresso di Bari ha suscitato larghi motivi di propaganda contro il re non soltanto nell'Italia del Sud, ma anche all'estero, e particolarmente negli Stati Uniti. Il lungo ritardo nell'occupazione di Roma ha già convinto il Dipartimento di Stato che non dev'esserci un ulteriore rinvio nella riorganizzazione del governo italiano e che si deve far pressione sul re perché, con la sua abdicazione, renda possibile la formazione di un governo di larga coalizione. Il nuovo Comandante in Capo, il generale inglese Maitland Wilson, ha prospettato ai capi dello Stato Maggiore congiunto questa alternativa: o premere sul re perché abdichi in favore del figlio, o informare i leaders politici italiani che gli Alleati non tollereranno alcun cambiamento nella situazione politica fino all'occupazione di Roma e che ogni tentativo di intralcio frapposto al governo Badoglio sarà rigorosamente represso. Avvertendo la pressione dei partiti e dell'opinione pubblica, Wilson raccomanda la prima soluzione e chiede che i governi alleati inducano il re ad inchinarsi alla volontà popolare.

Roosevelt dunque scrive a Churchill così: 

«Nella situazione attuale il Comandante in Capo e i suoi consiglieri politici, sia britannici sia americani, hanno raccomandato di dare immediato appoggio al programma dei sei partiti di opposizione ... Non riesco assolutamente a capire perché dovremmo esitare ad appoggiare una politica che si accorda così bene con i nostri obbiettivi militari e politici. La pubblica opinione americana non potrebbe mai comprendere la nostra costante tolleranza e il nostro apparente appoggio a Vittorio Emanuele ». 

Ed ecco entra in scena anche Stalin. L'8 marzo, dopo una trattativa della quale gli inglesi e gli americani non sono stati informati, si annuncia il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra l'URSS e l'Italia. Sembra che anche il maresciallo sovietico tenda la mano verso il vecchio «manico della caffettiera». La questione del re non può più restare immobile. Nel giuoco serrato di spinte e di contro spinte che ora si sviluppa, Churchill e Stalin, benché stiano dalla stessa parte, tirano in realtà in direzioni diverse; e altrettanto sta per accadere nell'ambito dei partiti.

I fatti si susseguono velocemente. Il 16 marzo il re convoca a Ravello Badoglio e i membri del governo e, sotto il vincolo del segreto, li informa che rinuncerà alle sue funzioni di capo dello Stato per dar vita alla luogotenenza, appena rioccupata la capitale. Il 27 e il 28 marzo Croce insiste con i suoi amici perché si rompano senz'altro gli indugi, «che possono riuscire dannosi e sono pericolosi», e si induca il re a pubblicare subito il proclama della luogotenenza. Il 30 un articolo delle Izvestija afferma che l'URSS «è pronta con tutti i mezzi» a fare in modo che, a prescindere dalla questione del re, l'ingresso dei partiti antifascisti nel governo Badoglio «non sia rimandato per esempio, fino alla presa di Roma». E lo stesso giorno Palmiro Togliatti, che e appena arrivato da Mosca, dice in una conferenza stampa e in un comunicato del suo partito che occorre sbloccare la situazione.

« Tutte le forze devono unirsi nella guerra contro il nazifascismo Questo è l’obiettivo fondamentale. Col contrasto tra il governo del re e i partiti si sono creati invece una confusione e un disordine che stancano e deludono le masse del popolo». 

Bisogna dunque creare un governo di guerra e organizzare un forte esercito, «che si batta sul serio contro i tedeschi», rinviando il problema istituzionale. E aggiunge di non avere pregiudiziale alcuna contro il maresciallo Badoglio.

Da un punto di vista politico, l'aspetto negativo della proposta di Togliatti è messo in luce da un sostenitore del re come Agostino Degli Espinosa, quando scrive:

«Andarsene significava per il re la consegna della sua figura alla storia senza alcun tentativo di estremo miglioramento. Forse pochi mesi ancora di regno lo avrebbero assolto, anche sul piano dei sentimenti, dall’accusa che gli si muoveva, e di attendere quei mesi ormai ne aveva la forza, poiché nessuno avrebbe potuto giudicare tirannico e antidemocratico il re che introduceva nel suo governo i rappresentanti del partiti che già raccoglievano il massimo numero di seguaci» 

Palesemente Togliatti equivoca fra la tregua istituzionale ormai fuori discussione, e la questione del re e ignora o misconosce, sia il valore del Congresso di Bari, sia il problema dei poteri costituzionali nei termini in cui è stato posto a Roma dal CLN; né si capisce come i partiti, mettendosi col re, siano in grado di organizzare un forte esercito.

Dopo la «svolta» di Togliatti, da un lato sembra in pericolo l'unità dei partiti antifascisti, perché gli azionisti, i democristiani, i liberali, i socialisti rifiutano di passar sopra al deliberato di Bari; dall'altro lato però si profila la possibilità che, andando i comunisti al potere con Badoglio (e il maresciallo certamente non li rifiuterebbe), dovranno finire per andarci anche socialisti e democristiani, poiché sono anch'essi partiti di massa, e ciò non solo fa insorgere i liberali, ma smuove gli Alleati stessi, i quali vogliono un governo di coalizione nazionale .

La giunta dei partiti si riunisce nella casa di Croce a Sorrento. Croce rivela anche alle sinistre i risultati a cui è pervenuto De Nicola e l'impegno preso dal re; non si deve tornare indietro: «Se i partiti che voi rappresentate manterranno salda e leale unione, potremo arrivare a un governo che abbia autorità morale sufficiente per salvare il Paese».

Mentre la disputa continua nei giorni successivi, intervengono gli anglo-americani. L'8 aprile si riunisce la Commissione alleata di controllo; e il 12 si presentano dal re, a Ravello, il capo della Commissione MacFarlane e i consiglieri politici Murphy, MacMillan e sir Noel Charles. Gli dicono che i governi inglese e americano considerano ormai l'opinione pubblica italiana decisamente contraria alla sua permanenza sul trono e ritengono perciò indispensabile la sua rinuncia alle funzioni di capo dello Stato.

Vittorio Emanuele si impunta e resiste: ottiene, come voleva, che il trapasso dei poteri al figlio avvenga soltanto il giorno della presa di Roma, ma deve darne subito l'annuncio. Le stazioni radio di Bari e di Napoli trasmettono il suo ultimo proclama agli italiani: 

«Ho deciso di ritirarmi dalla vita pubblica, nominando Luogotenente generale mio figlio. Tale nomina diventerà effettiva, mediante il passaggio materiale dei poteri, lo stesso giorno in cui le truppe alleate entreranno in Roma. Questa mia decisione, che ho ferma fiducia faciliterà l’unità nazionale, è definitiva e irrevocabile». 

In base a una risoluzione del Comitato consultivo degli Alleati per l'Italia, il generale MacFarlane fa sottoscrivere a Badoglio due impegni: primo, che il nuovo governo accetta tutte le obbligazioni assunte dal governo precedente verso gli Alleati; secondo, che la questione istituzionale non verrà in nessun modo riaperta fino al momento in cui tutto il popolo italiano sarà in grado di esprimere liberamente il proprio giudizio. È la prima volta che l'impegno della tregua istituzionale, e quindi della scelta elettorale, viene preso per iscritto dal governo e insieme dagli Alleati; e d'ora innanzi esso sarà ripetuto ad ogni nuova formazione di governo.

A loro volta i sei partiti nella dichiarazione programmatica affermano di volersi dedicare unitariamente alla soluzione dei «problemi vitali e urgenti dell'ora», mettendo da parte di proposito gli altri, anche se di somma importanza, «primo fra tutti quello della forma istituzionale dello Stato, che non potrà risolversi se non quando, liberato il Paese e cessata la guerra, il popolo italiano sarà stato convocato ai liberi comizi mercé un suffragio universale ed eleggerà l'Assemblea Costituente». Inoltre «il governo presenterà a suo tempo una legge elettorale ispirata a questi concetti», e si propone intanto di «dar vita, in contatto con i Comitati di Liberazione, a un sia pur ristretto corpo consultivo, simbolo del Parlamento che ci manca». Dunque: tregua istituzionale, Consulta e Costituente.

Mentre si snodano questi avvenimenti, a Roma il CLN attraversa una seria crisi, al fondo della quale sta la diversa interpretazione che i vari partiti danno all'ordine del giorno del 16 ottobre 1943, là dove esso stabilisce che la monarchia rimane sub judice sino a dopo la fine della guerra, ma «tutti» i poteri costituzionali dello Stato vengono assorbiti dal Comitato di Liberazione Nazionale. Già dopo il Congresso di Bari gli azionisti e i socialisti, in sede di CLN, hanno riaffermato l'impossibilità di collaborare in qualsiasi forma con la monarchia. Poi, dopo lo sbarco di Anzio (quando ormai sembra imminente la liberazione di Roma e il CLN discute l'applicazione pratica della formula del 16 ottobre in vista della formazione del nuovo governo), il dissidio fra i partiti si inasprisce: intransigenti gli azionisti e i socialisti, concilianti gli altri.

Ugo La Malfa, spiegando la posizione degli azionisti, ha detto:

«Noi non accettavamo compromessi (e più tardi sconfessammo anche i rappresentanti del Partito d'Azione che erano entrati nel ministero con Badoglio) e mantenevamo una posizione intransigente, perché ci riferivamo sempre all'ordine del giorno del 16 ottobre, che per noi rappresentava la Carta Costituzionale per tutto il tempo che ci separava dalla convocazione dell'Assemblea Costituente».

L'atteggiamento accomodante dei comunisti vien giustificato in questo modo dal senatore Mauro Scoccimarro:

«Gli azionisti e i socialisti con una critica aspra e dura giustamente denunciavano le manovre di spostamento a destra. Ma noi, in quel momento, vedemmo il gravissimo pericolo che si disgregasse il Comitato di Liberazione con gravi ripercussioni sulla lotta partigiana che si conduceva nel Centro-Nord. E intervenimmo per trovare un punto di accordo, avvertendo che i termini concreti in cui si sarebbe risolto il problema dei rapporti di poteri tra il Luogotenente e il CLN non poteva definirsi a priori, ma sarebbe dipeso dal modo come sarebbe stata liberata Roma e dalle condizioni e dagli atteggiamenti degli Alleati. Restava fermo tuttavia che il CLN doveva assumere su di sé la maggior parte dei poteri, anche costituzionali». 

Ma in mancanza di un compromesso, il 24 marzo Bonomi si dimette dalla presidenza del CLN, il quale torna a ricomporsi soltanto dopo la costituzione del governo dell'esarchia con Badoglio.

Il giorno dopo la liberazione di Roma, Vittorio Emanuele firma a Ravello il decreto per la luogotenenza. Badoglio presenta le dimissioni al Luogotenente Umberto, che lo incarica di formare un nuovo governo. Il pomeriggio dell’8 giugno nella capitale, al Grand Hotel, si riuniscono alla presenza del generale MacFarlane, Badoglio che è il presidente del Consiglio designato da Umberto ed ha con sé i suoi ministri e Bonomi designato dal Comitato Centrale di Liberazione, i cui rappresentanti sono con lui: De Gasperi, Nenni, La Malfa, Scoccimarro, Ruini, Casati.

Nel corso della discussione Togliatti inclina dalla parte di Badoglio. Scoccimarro ha poi raccontato: 

«Noi del CLN ci riunimmo il mattino e fummo tutti d'accordo nel chiedere le dimissioni di Badoglio. Quando poi ci trovammo al Grand Hotel io rividi Togliatti dopo diciassette anni e in un semplice abbraccio, in due minuti, mi chiese: "Qual'è la posizione qui?". E io gli dissi quale era la posizione nostra. Quando presero la parola gli altri rappresentanti del Comitato di Liberazione, Togliatti capì una cosa: che era stato un grave errore di Badoglio venire a Roma con una proposta di rimpasto, perché questo presupponeva un reincarico avuto dal Luogotenente, il che era in contrasto con tutta la posizione del Comitato di Liberazione. E allora fu appunto lui che dichiarò a Badoglio che non poteva appoggiarlo più; che egli era d'accordo con gli amici del CLN, e che d'altra parte Badoglio non aveva in pratica mantenuto gli impegni presi a Salerno sull'epurazione e sul resto ». 

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La conclusione è che Bonomi diventa presidente del Consiglio, Badoglio si ritira a vita privata. E ciò significa che non più il Capo dello Stato, bensì il CLN designa il presidente del Consiglio. I membri del governo giurano ancora nelle mani del Luogotenente, ma con la seguente formula: 

«I sottoscritti ministri e sottosegretari di Stato italiani si impegnano sul loro onore di esercitare le loro funzioni per i supremi interessi della nazione e di non commettere alcun atto che possa in qualsiasi maniera pregiudicare la soluzione del problema istituzionale prima della convocazione dell'Assemblea Costituente». 

E il 25 giugno il governo Bonomi, trasferito a Salerno, approva il suo primo decreto legislativo, che dice: 

«Dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali dello Stato saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà un'Assemblea Costituente». 

A questo punto quella posizione di vantaggio nella tregua istituzionale, che per ragioni di convenienza gli Alleati avevano fatta alla monarchia, è in gran parte smantellata. Con la scomparsa della persona del sovrano dalla designazione del presidente del Consiglio e dal giuramento dei ministri; con l'eliminazione dai decreti del preambolo sulla regalità di fonte divina e popolare; con i poteri legislativi attribuiti al governo e con la definizione dei compiti della futura Costituente siamo di fronte a un ordinamento nuovo che ha quasi rotto ogni continuità costituzionale col regime precedente. E tutto ciò si è raggiunto senza colpi di testa, senza velleità né conati insurrezionali che - date le circostanze - sarebbero stati follia.

Se ora si guarda in retrospettiva alle vicende della questione istituzionale e della tregua, come si giustificano il «cordone sanitario», stabilito dagli Alleati tra Nord e Sud dopo il 25 aprile 1945, e il motivo di fondo che li ha indotti a stenderlo? Diremo che la loro preoccupazione e la loro decisione possono apparire comprensibili, se si tiene a mente non solo il clima arroventato di quelle giornate, ma anche il fatto che, quando l'Italia del Nord si ricongiunge finalmente con quella del Centro e del Sud, rimane una sorta di frattura, politica e psicologica, che il corso stesso degli avvenimenti ha provocata. Una frattura che può apparire seria e preoccupante. A Roma c'è un governo e ci sono dei leaders politici che hanno dovuto fare i conti con delle difficoltà indomabili. Hanno dovuto imparare a destreggiarsi tra mille ostacoli, a far valere dei diritti elementari presso i vincitori. Hanno cercato di giocare vantaggiosamente con gli Alleati le carte offerte dalla Resistenza, dalla partecipazione alla guerra contro i tedeschi, dal ritorno verso la democrazia, dalla leale osservanza degli impegni presi.

Al Nord ci sono i Comitati di Liberazione, che trattano direttamente con gli Alleati, nominano prefetti e sindaci, organizzano la vita civile; ci sono le forze che escono dalla crudele guerriglia di un anno e mezzo e sono ben consapevoli che l'unità e la libertà si sono riconquistate anche con loro inestimabile sacrificio. Perciò nel Nord fervono accese speranze; si sono prodotte delle spinte violentemente innovatrici o, per qualche aspetto, confusamente rivoluzionarie.

E se questo stato di cose spiega il tormento della crisi politica, che va dal 25 aprile alla formazione del governo Parri, spiega altresì la dichiarazione resa nota il 13 luglio dagli Alleati, per rammentare i loro poteri e i loro diritti di vincitori, di occupanti e, in certo modo, di tutori: 

«La Commissione alleata, in seguito alla crisi ministeriale, ha comunicato il testo degli impegni che i membri del nuovo Gabinetto dovranno - come è prescrizione precisa - dichiarare di rispettare. Immutato rimane l'obbligo per tutti i ministri di accettare la tregua istituzionale finché il popolo italiano non abbia avuto l'opportunità di fare esso stesso la propria scelta ».

Ma anche dopo il superamento di quei mesi tempestosi dell'incontro fra le due Italie il cammino verso la consultazione popolare attraverserà altre fasi ardue e tormentose.

I governo De Gasperi

«L'attrito più grave all'interno dei partiti della coalizione - dice Pietro Nenni - si manifestò nei primi due mesi del '46 e rischiò di mettere in crisi il governo De Gasperi». È il momento in cui si tratta ormai di decidere il tempo e il metodo per effettuare la scelta tra monarchia e repubblica: due questioni che possono avere una forte incidenza sulla presa elettorale di ogni singolo partito.

Quanto al metodo, il decreto di Salerno prevedeva che le forme istituzionali sarebbero state determinate dalla Costituente. Ma ora, mentre Nenni e Togliatti, la maggioranza dei ministri e inizialmente lo stesso De Gasperi sono fermi a quel deliberato, il ministro liberale Cattani sostiene che la scelta tra monarchia e repubblica dev'essere affidata alla diretta consultazione popolare mediante un referendum.

Cattani ha allegato in seguito due ragioni a sostegno della sua tesi. Prima di tutto, bisognava domandarsi se non fosse più utile risolvere il problema istituzionale mediante un voto diretto e contemporaneo con l'elezione della Costituente, in modo che l'Assemblea cominciasse i suoi lavori non già in una condizione di passioni scatenate, che fatalmente avrebbero avuto il loro teatro nel Parlamento ma piuttosto in un ambiente già rasserenato e tranquillo, quando quella questione, che aveva turbato gli animi al punto di far rasentare al Paese una lotta civile, fosse già risolta direttamente dal popolo. In secondo luogo, poiché c'erano repubblicani e monarchici nel partito liberale - come ce n'erano in quello democristiano - è ovvio che se il quesito sulle sorti della monarchia fosse stato sciolto separatamente da quello sui partiti, non vi sarebbero state fratture né dispersioni fra gli iscritti e i simpatizzanti. «Era nostra opinione che la questione istituzionale, per importante che fosse, non dovesse sminuire o rompere le nostre forze quando si trattava di affrontare, con la Costituente, tutta la serie dei problemi più essenziali della nazione».

In questo senso si orienta poi anche De Gasperi, poi Togliatti: si adotta il referendum. Ma ancora si discute se esso debba effettuarsi prima, dopo o durante la Costituente, o se contestualmente.

Le dispute sul modo e sul tempo della scelta istituzionale occupano cinque lunghe sedute del Consiglio dei ministri dal 19 al 28 febbraio del '46, con fasi talora drammatiche, con polemiche acute. Racconta Nenni: 

«In quella disputa, che mi mise sovente alle prese con i liberali, io ero il legalitario, perché, essendo ministro per la Costituente, mi attenevo strettamente alle norme del decreto del 25 giugno 1944, il quale prevedeva la Costituente e non il referendum prima, durante o dopo. Tuttavia il corso delle discussioni al Consiglio dei Ministri - assai accese e anche pericolose - fece sì che io assumessi su di me, a un certo momento, la responsabilità di accettare la proposta del referendum da tenersi contestualmente con l'elezione della Costituente. Perché era sorto il problema del referendum? Da parte di alcune forze del Paese e da parte della dinastia l'idea del referendum era suggerita, molto probabilmente, dal ricordo dei plebisciti dell'epoca del Risorgimento. Le nostre diffidenze invece nascevano dal convincimento che la Costituente dovesse avere poteri sovrani, che fosse essa a decidere la forma dello Stato e che la sua decisione fosse inappellabile. Comunque, nel contrasto delle opinioni, e davanti al rischio di una crisi che poteva far perdere al governo il controllo della piazza, e anche determinare delle gravissime complicazioni con le forze di liberazione e di occupazione anglo-americane, io preferii correre l'alea del referendum, anche perché avevo la profonda convinzione che, sia mediante il referendum, sia per deliberazione della Assemblea Costituente, il risultato sarebbe stato in ogni modo la repubblica » 

Rammenta Cattani: 

«Il legalismo dell'on. Nenni noi allora lo qualificavamo giacobinismo e dicevamo che in esso c'era una nostalgia di rivoluzione francese, di processo al re fatto da una Assemblea Costituente. Nenni parlava di Costituente sovrana, il che era perfettamente corretto, ma l'insistenza sulla delega di tutti i poteri dello Stato all'Assemblea richiamava certe lontane reminiscenze scolastiche, come la Convenzione o i Decemviri. Di qui la nostra diffidenza. Ma, in realtà, in quello che poi decidemmo non ci fu niente di illegale». 

Altrettanto importante è la valutazione del tempo. Deve adeguarsi al termometro degli umori dell' opinione pubblica e ai fatti della realtà obbiettiva. Qual'è la realtà, e che cosa segna il termometro? Si affaccia lo spettro della fame, e c'è penuria di carbone. Nenni annota nel suo diario: «Ci si trova davanti alla necessità di ridurre a 150 grammi la razione di pane. È una misura penosa e drammatica. Alla vigilia delle elezioni la minaccia della carestia può essere un fattore di decomposizione sociale e di provocazione». Tuttavia Nenni, come De Gasperi e a differenza di Togliatti, è convinto che si debba «arrivare il più sollecitamente possibile» allo scioglimento di questo grosso problema, in modo da «trovare un nuovo equilibrio e, sulla base di questo, ricostituire la vita democratica e costituzionale del Paese». Infine, il 16 marzo, il Consiglio dei ministri fissa la data del 2 giugno per l'elezione della Costituente e per il referendum.

Il ministro dell'Interno Romita scrive: «L'apparato statale tutto monarchico, la polizia influenzata dai monarchici, l'instabilità dell'ordine pubblico, la preponderanza dei monarchici nel Sud sono altrettanti elementi atti a compromettere la soluzione repubblicana».

Dunque la monarchia è in forte ripresa. Ma gli statali, la polizia, i meridionali - e così via - non sono monarchici naturaliter. Oltre ai sentimenti, entrano nel giuoco le suggestioni e i motivi reali. Nel 1944, quando si è fatto il decreto di Salerno, i simpatizzanti della monarchia sono pochi. Poi la monarchia ha ripreso quota via via, con le vicende dell'epurazione, col gonfiarsi delle agitazioni sociali, con certe affermazioni estremistiche dei partiti di sinistra. «La repubblica è un salto nel buio»: questo slogan fa presa abbastanza largamente tra i conservatori, tra i moderati, tra gli scontenti, tra quanti paventano l'imprevisto e il disordine, anche a prescindere dai partiti nei quali militano o per cui propendono. E in questo senso è valida la tesi di Cattani.

I partiti della sinistra sono sempre stati dichiaratamente repubblicani. I liberali si professano agnostici, ma sono in larghissima parte monarchici. La democrazia cristiana getta ora il suo peso determinante sulla bilancia. Dopo un referendum tra i suoi iscritti, la democrazia cristiana si pronuncia per la repubblica con 740 mila voti contro 254 mila; ai singoli si lascia libertà di scelta.

Eppure, vi è molta incertezza nell'aria. Nenni scrive nel diario: «Per il referendum De Gasperi considera sicura la vittoria repubblicana. Togliatti non esclude che noi si rimanga un poco al di sotto del 50 per cento. Io sono di avviso contrario».

Il 9 maggio Vittorio Emanuele III di Savoia abdica alla corona d'Italia in favore del figlio, che diventa re Umberto II, il «re di maggio» lo chiameranno i repubblicani. «Con l'abdicazione - dice il vecchio monarca al generale Puntoni - la posizione di mio figlio e della dinastia ne risulteranno consolidate»: è una mossa elettorale, intesa ad avvantaggiare Umberto, non coinvolto come il padre nelle responsabilità del fascismo e della guerra. In ogni modo il nuovo re scrive subito a De Gasperi che questo atto non modifica «in alcuna maniera l'impegno da me assunto nei confronti del referendum e della Costituzione». Egli conferma insomma quanto ha già detto nella lettera con la quale ha restituito a De Gasperi, debitamente firmati, i decreti sul referendum e la Costituente: 

«Per assicurare la massima libertà degli individui e delle coscienze, ho dato libertà di voto a quanti sono legati dal giuramento. Io, profondamente unito alle vicende del Paese, rispetterò come ogni Italiano le libere determinazioni del popolo, che, ne sono certo, saranno ispirate al migliore avvenire della patria». 

Ma le cose non andranno così lisce.

2 giugno 1946 file ai seggi

Le consultazioni elettorali del 2 giugno 1946 sono certamente tra le più tranquille e le più libere di quante se ne svolgano in quell’anno in tutta l'Europa liberata. Gli elettori vanno compatti alle urne e affollano i seggi; ma, nonostante le tensioni di quei giorni, il ministro dell'Interno Romita, che sta come accampato al Viminale non ha di che preoccuparsi, almeno per la disciplina dei votanti. È assai vivido e quasi pittoresco il suo racconto delle ansie di quella notte tra il 3 e il 4, quando un blocco di voti monarchici del Sud manda in vantaggio per qualche ora la monarchia. Tuttavia la mattina la repubblica ha vinto, e il ministro si affretta a darne pubblica notizia.

Lo scrutinio dei voti e la «proclamazione ufficiale dei risultati spettano alla Corte di Cassazione. Ma già dopo l’annuncio di Romita il re Umberto appare convinto che il responso popolare gli è stato sfavorevole, e ordina la partenza immediata per il Portogallo della regina con i figli: egli aspetterà soltanto la «proclamazione ufficiale». I monarchici invece, col «ricorso Selvaggi», pongono una prima obbiezione di carattere giuridico: per la vittoria della repubblica ci vorrà una maggioranza assoluta, cioè un numero di voti repubblicani che superi i voti monarchici e quelli nulli sommati insieme. Gli altri ribattono che i voti nulli non entrano nel quorum. Dovrà decidere la Cassazione.

Cassazione vittoria repubblica

Il 10 giugno la Corte di Cassazione si riunisce in seduta pubblica nel Salone della Lupa a Montecitorio e il suo primo Presidente Giuseppe Pagano, al termine dei conteggi, dichiara: 

«Repubblica, totale dei voti 12.672.767 (54,3 per cento); monarchia, totale dei voti 10.688.905 (45,7 per cento). La Corte, a norma dell'art. 19 del decreto-legge luogotenenziale 23 aprile 1946, emetterà in altra adunanza il giudizio definitivo sulle contestazioni, le proteste, i reclami presentati agli uffici delle singole sezioni, o agli uffici centrali circoscrizionali o alla stessa Corte, concernenti lo svolgimento delle operazioni relative al referendum; integrerà i risultati con i dati delle sezioni ancora mancanti; e indicherà il numero complessivo degli elettori votanti e quello dei voti nulli». 

Di nuovo è evidente che la repubblica ha vinto, ma la dichiarazione della Corte è interlocutoria. In attesa della «proclamazione ufficiale», rinviata vagamente ad altra seduta, Umberto rifiuta di trasferire i suoi poteri al presidente del Consiglio (come prevede la legge). Dice Nenni: 

«E a quel punto si apre una crisi che durò fino al 13 ed apparve estremamente grave, poiché entrarono in conflitto due posizioni opposte. Da un lato c'era la pressione di una parte del Consiglio dei ministri (e io con quella) che non intendeva in nessun modo che si perdessero altri giorni, e voleva che il risultato elettorale fosse considerato tale da determinare ope legis il trapasso dei poteri dalla monarchia alla repubblica; dall'altra parte c'era la pressione di alcune forze politiche e la resistenza opposta dal re, e soprattutto dai suoi consiglieri, i quali pretendevano che si aspettasse fino alla nuova riunione della Corte suprema. Conflitto molto aspro, molto difficile, in cui cozzarono due mentalità: la mentalità dei giacobini come allora si disse e quella dei moderati; un conflitto nel quale il presidente del Consiglio De Gasperi dimostrò molto tatto, molta saggezza, sicché molto si dovette a lui se le cose non si inasprirono fino a una clamorosa rottura, di cui nessuno era in grado di prevedere le conseguenze». 

Per tre giorni il Consiglio dei ministri rimane riunito quasi in permanenza al Viminale. Al Quirinale Orlando, Nitti, Bonomi confortano la resistenza del re sul piano giuridico, altri la inaspriscono sul piano della fazione. Il conflitto tra Corona e Governo si è trasferito nel Paese; a Roma si vedono forti schieramenti di polizia e di truppa: spira aria di insurrezione. Il risultato del referendum ha mostrato, che l'Italia è nettamente divisa in due: fortemente repubblicana dall'Umbria in su e fortemente monarchica dal Lazio, in giù. De Gasperi fa pazientemente la spola fra i due palazzi: assorbe mortificazioni da un lato e pressioni dall'altro. L'ambasciatore inglese Sir Noel Charles lo informa che il governo di Sua Maestà interpreta come non definitiva la pronuncia della Cassazione; il Capo della Commissione alleata di controllo, l'americano Stone, lo avverte che il governo italiano non può assumere una posizione diversa da quella della Suprema Corte. Nel Consiglio dei ministri si manifestano ipotesi estreme. Qualcuno dei colleghi di partito accusa De Gasperi di debolezza, quasi di non saper fronteggiare la situazione.

Qual'è dunque la posizione di De Gasperi? Nel giudizio, di Giulio Andreotti, egli mira - pur nella fermezza - ad assicurare soprattutto che una svolta così importante, come è la scelta istituzionale, si possa compiere in modo da non offrire in seguito motivi o pretesti di dubitare che essa non abbia un'assoluta validità morale, prima ancora che politica. Vuole altresì che fra i partiti della coalizione non si cristallizzi una frattura, che impedisca poi il più ampio schieramento in seno all'Assemblea Costituente. E infine non ha dubbio che il re, nonostante i consiglieri, nonostante i cavilli e le divergenze giuridiche, finirà per mantenere l'impegno di lealtà verso il responso popolare.

La notte del 12 giugno si rompono gli indugi. Il governo approva unanime quest'ordine del giorno: 

«Il Consiglio dei ministri riafferma che la proclamazione dei risultati del referendum fatta il 10 giugno dalla Corte di Cassazione ha portato automaticamente alla instaurazione di un regime transitorio durante il quale, fino a quando l'Assemblea Costituente non abbia nominato il Capo provvisorio dello Stato, l'esercizio delle funzioni di capo dello Stato spetti ope legis al presidente del Consiglio in carica». 

1946-re-Umberto-II-lascia-Quirinale.jpg

Nel primo pomeriggio del 13, Umberto parte in volo per l'esilio col nome di conte di Sarre. Ha lasciato dietro di sé un proclama piuttosto acrimonioso, in cui dice che «in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano, della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo con atto unilaterale e arbitrario poteri che non gli spettano» e ha posto il re «nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza». Ma gli elettori che hanno votato per la monarchia accettano democraticamente il volere della maggioranza.

Il 18 giugno, ancora a Montecitorio, la Corte di Cassazione pronuncia finalmente il suo giudizio definitivo. «Ma ormai - ricorda Andreotti - tanto erano prive di interesse per tutti le conclusioni, che nella sala eravamo forse una ventina di giornalisti, e di più non ne erano venuti proprio perché il risultato era dato per scontato, come è scontato il linguaggio dei fatti».

 

 

Bibliografia

AA. VV. - Dal 25 luglio alla Repubblica 1943 – 1946 – ERI 1966

Mardi 28 mai 2013 2 28 /05 /Mai /2013 07:00

1943 Milano   1943 Milano Corso Vittorio Emanuele

Milano e le cittadine confinanti furono fra i luoghi italiani più colpiti durante la seconda guerra mondiale. Il primo bombardamento avvenne nella notte fra il 15 e il 16 giugno 1940 con lievi danni alle strutture pubbliche ed industriali. Ne seguirono altri, ad intervalli, fra il giugno e il dicembre 1940. Il primo massiccio bombardamento di Milano (dopo un intervallo durato tutto il 1941 e parte del 1942) si verificò il 24 ottobre 1942, in pieno giorno, ad opera dell'aviazione inglese. Nella notte del 14-15 febbraio 1943 fu il turno degli aerei americani. Fra il 7 e l'8, il 12 e il 13, il 14 e il 16 agosto 1943 gli attacchi furono più violenti e numerosi: Milano fu colpita più volte da ben 916 bombardieri. Vennero sganciate in quei giorni 2600 tonnellate di bombe. Furono distrutte migliaia di case, i servizi pubblici furono interrotti, i morti si contarono a centinaia. I bombardamenti proseguirono nel 1944 in un crescendo pesantissimo.

1943 Milano palazzo bombardato   1943 Milano Piazza Fontana bombardata

Alla fine del 1943 a Milano si contavano 250.000 senza tetto, 300.000 evacuati, 687 morti e 113 feriti. Il 65% dei monumenti era stato gravemente danneggiato o distrutto. Dei 273 edifici protetti della città, 183 avevano subito danni.

1943 Milano San Babila bombardata   1943 Milano Sant'Ambrogio bombardata  

Il 14 febbraio 1943 un raid aereo provocò qualche danno di minore entità alla chiesa di Santa Maria delle Grazie e alla volta del refettorio. Un altro attacco durante la notte fra il 13 e il 14 agosto 1943 danneggiò il convento ma non il refettorio.

1943 ospedale Maggiore Milano bombardato  

Padre Acerbi, un veterano della grande guerra, trascorse l'ennesima notte all'addiaccio in un umido rifugio antiaereo di Milano, in compagnia dei suoi confratelli domenicani. Sperava che i terrificanti eventi cui aveva assistito la notte precedente non si sarebbero ripetuti. Era domenica 15 agosto 1943. Quel giorno lui e i suoi concittadini avevano festeggiato Ferragosto, l'Assunzione di Maria Vergine, ma la celebrazione si era svolta sottotono. Acerbi aveva pregato per la cessazione dei bombardamenti, chiedendo anche solo qualche ora di tregua: i milanesi erano stanchi e avevano bisogno di dormire, così come lui e gli altri frati.

Poco dopo la mezzanotte, mentre la luna piena cominciava a riemergere da un'eclissi parziale, aveva riudito il temuto suono delle sirene antiaeree. I raid precedenti avevano già costretto centinaia di migliaia di persone a lasciare la città. Venti minuti dopo le sirene, aveva sentito il rombo dei bombardieri, poi coperto dal frastuono delle prime esplosioni. La terra aveva tremato sotto i piedi dei confratelli, con crescente violenza, a mano a mano che la prima ondata dei Lancaster della RAF britannica si avvicinava al centro. I lampi delle esplosioni avevano reso ancor più luminoso il cielo già chiaro. L’aria si era riempita dell'odore acre degli incendi. Un ordigno da quasi due tonnellate era scoppiato vicino al rifugio dei monaci, con un boato assordante.

Qualche notte prima, le schegge avevano investito la chiesa di Santa Maria delle Grazie e il refettorio. Sorprendentemente, nessuna aveva danneggiato il gioiello di Milano, l'opera che sorvegliava i pasti quotidiani dei domenicani: L'ultima cena di Leonardo. Per tradizione, da secoli i frati mangiavano di fronte alla parete su cui Leonardo aveva ritratto i dodici apostoli e Gesù in procinto di consumare la loro cena.

Quando sorse l'alba, padre Acerbi vide che l'esplosione aveva interrotto quella tradizione, forse per sempre.

Leonardo aveva scelto un approccio contemplativo quando aveva dipinto il Cenacolo. Matteo Bandello, giovane monaco e rinomato autore di novelle, osservò che Leonardo «soleva anco spesso, ed io più volte l'ho veduto e considerato, andar la matina a buon'ora e montar sul ponte, perché il cenacolo è alquanto da terra alto; soleva, dico, dal nascente sole sino a l'imbrunita sera non levarsi mai il pennello di mano, ma scordatosi il mangiare e il bere, di continovo dipingere. Se ne sarebbe poi stato dui, tre e quattro di che non v'averebbe messa mano, e tuttavia dimorava talora una e due ore del giorno, e solamente contemplava, considerava, ed essaminando tra sé, le sue figure giudicava».

Quando l'affresco era stato terminato, nel 1498, tutti erano rimasti sbalorditi. Fino ad allora le rappresentazioni di quel soggetto, dai primi affreschi nelle catacombe del V e del VI secolo fino alle opere più recenti di Taddeo Gaddi (1350 ca.), Andrea del Castagno (1447 ca.), Domenico Ghirlandaio (1480 ca.) e Pietro Perugino (1493 ca.), avevano enfatizzato il tema dell'eucaristia, disponendo i dodici apostoli intorno al tavolo mentre Cristo preparava e offriva il pane e il vino consacrati. L’ambientazione di quelle opere era immaginaria, le figure erano statiche e prive di emozioni. Spesso Giuda veniva ritratto in disparte, lontano da Gesù e dagli altri apostoli.

Ma Leonardo, attento osservatore della natura e studioso del corpo umano, aveva rotto con la tradizione e fuso la cerimonia dell'eucaristia con il drammatico momento in cui Cristo annuncia ai presenti: «In verità vi dico: uno di voi mi tradirà». Avendo notato che «i movimenti dell'uomo sono altrettanto variegati delle emozioni che li attraversano», il maestro aveva ritratto la reazione di ogni apostolo a quell'annuncio sconvolgente: Filippo si porta le mani al petto come a protestare la sua innocenza, Giacomo maggiore fa un gesto di indignazione, Bartolomeo non stacca gli occhi da Gesù e si sporge in avanti, mentre Giuda, dopo avere rovesciato accidentalmente il sale, si ritrae sulla difensiva e stringe un sacchetto, forse contenente i trenta denari. L’uso del colore e l'aspetto realistico dei personaggi coinvolgono l'osservatore nella drammatica narrativa di Leonardo.

La notte di Ferragosto del 1943 il dipinto rischiò di scomparire, polverizzato. La bomba piombò al centro del chiostro dei Morti, un piccolo spazio erboso a est del refettorio e a nord della chiesa. L’esplosione distrusse il corridoio coperto che i monaci biancovestiti attraversavano quotidianamente. L’unica testimonianza rimasta della sua esistenza erano alcune colonne spezzate, che fino al giorno prima sostenevano le graziose arcate e gli affreschi del passaggio che portava alla chiesa.

La detonazione mandò in frantumi la parete orientale del refettorio, facendo crollare il tetto. Le travi maestre distrussero la fragile volta dell'edificio come un martello calato su un uovo. Nel 1940 i funzionari addetti alla tutela delle opere d'arte avevano preventivamente sistemato una protezione fatta di sacchi di sabbia, impalcature di legno e rinforzi metallici su entrambi lati della parete settentrionale. Grazie a questa precauzione, il capolavoro di Leonardo non crollò. Anche se il giorno dopo l'attacco nessuno era in grado di confermare lo stato dell'Ultima cena, padre Acerbi pensò al miracolo quando vide che, forse, l'affresco era sopravvissuto a una bomba esplosa a una ventina di metri di distanza.

Per dipingerlo, Leonardo aveva adottato una tecnica sperimentale. Invece di utilizzare il procedimento consueto, applicando i pigmenti all'intonaco fresco, aveva dipinto su una parete asciutta, sperando di ottenere una tavolozza più completa. Questo approccio si adattava bene anche al suo metodo di lavoro, lento e meditativo. Aveva impiegato circa tre anni a completarlo; una volta finito, misurava 460 cm di altezza per 880 di lunghezza, e copriva quasi l'intera larghezza del refettorio. Ma l'esperimento era fallito: dopo meno di vent'anni, la superficie pittorica mostrava già diversi segni di deterioramento. Nel 1726 c'era stato il primo di una lunga serie di interventi di restauro, alcuni documentati, altri no. Troppo spesso, però, questi sforzi riflettevano non tanto l'intenzione di far riaderire la pittura di Leonardo alla parete perpetuamente umida, quanto piuttosto il desiderio del restauratore di legare la sua attività e il suo nome al capolavoro. Come osservò un'esperta: «Non esiste al mondo un'opera d'arte che, quanto il Cenacolo, sia più venerata dal popolo e più offesa dagli intellettuali».

L’attacco aereo del 16 agosto 1943 fu solo l'ultimo e il più drammatico esempio di «intervento» invasivo.

L’umidità della parete settentrionale aveva sempre preoccupato i custodi dell'affresco, e la sua improvvisa esposizione agli elementi creò nuovi rischi. Il crollo del muro orientale infranse il delicato microclima del refettorio; la calura dell'estate milanese aumentò l'umidità della parete, provocando un rigonfiamento e quindi un distacco del materiale pittorico. L'esplosione aveva anche scaraventato alcuni sacchi di sabbia contro la superficie del dipinto: il primo temporale estivo avrebbe potuto lavarne via intere sezioni. Un edificio più basso a ridosso della parete settentrionale del refettorio aveva subito gravi danni ed era pericolante; forse sarebbe bastata una scossa, e di sicuro un'esplosione ravvicinata in seguito a un altro raid alleato, per far crollare il muro. Anche se questo fosse sopravvissuto, il capolavoro di Leonardo era in grave pericolo.

 

Bibliografia:

Guglielmo Mozzoni, La vera storia del tenente Mozzoni dal 25 luglio 1943 al 30 aprile 1945, Edizioni Arterigere 2011

Robert M. Edsel, Monuments men, Sperling & Kupfer 2013

1943 Milano galleria   1943 ospedale Maggiore Milano bombardato 2   1944 dicembre Milano La Scala 2

Jeudi 16 mai 2013 4 16 /05 /Mai /2013 09:02

9maggio

 

Il 16 luglio 1982 veniva ucciso dalle Brigate Rosse il Maresciallo dei Carabinieri di Lissone Valerio Renzi.

Purtroppo anche Lissone ha avuto una vittima di quegli “anni di piombo”: il maresciallo dei Carabinieri Valerio Renzi.

Valerio Renzi nato a Rieti nel 1938, era comandante della stazione dei Carabinieri di Lissone, sposato e padre di due bambini.




La mattina del 16 Luglio 1982, Renzi si recò, come era solito fare, da solo, con la sua Alfetta di servizio, presso l'ufficio postale di Lissone per ritirare la corrispondenza.

Proprio in quegli attimi, un gruppo di terroristi stavano compiendo una rapina (un’ "operazione di esproprio proletario" nel gergo delle Brigate Rosse, come scrissero nella rivendicazione dell’attentato).

Alla vista dell’auto dei Carabinieri i terroristi sparavano raffiche di mitra contro il maresciallo Renzi. L'Alfetta venne crivellata di colpi.

Il suo omicidio venne rivendicato dalla colonna Walter Alasia, un ramo delle Brigate Rosse.

 

 

 

Un’involontaria testimone oculare di quella tragica mattina del 16 luglio 1982, la lissonese Carlotta Molgora, così ci ha raccontato:

Ormai pensionata, ogni due mesi mi recavo presso l’Ufficio postale per ritirare la pensione. Era Venerdì 16 luglio 1982. Mentre ero in fila davanti allo sportello e discutevo con altre mie conoscenti, entrò un giovane con un mitra spianato ordinando a tutti i presenti di sdraiarsi per terra. Un altro giovane si affacciò sulla porta dell’ufficio postale, imbracciando anche lui un mitra. Tutti pensarono ad una rapina. Qualcuno svenne. Poi improvvisamente si sentì il crepitio di una raffica di mitra. In un attimo gli assalitori si dileguarono. Qualcuno uscì dall’ufficio postale. Ai suoi occhi apparve una scena raccapricciante: all’interno di un’auto dei Carabinieri, un graduato era stato colpito a morte. Era il maresciallo della stazione dei Carabinieri di Lissone, Valerio Renzi. I brigatisti lo avevano ammazzato. Il giorno prima a Napoli allo stesso modo era stato massacrato il capo della squadra mobile. Erano gli anni del terrorismo che aveva seminato terrore e morte nel nostro Paese e che fu sconfitto solo dopo aver lasciato una scia di sangue”.

 



Maresciallo Renzi manifesto




L'Arma dei Carabinieri conferì la Medaglia d'argento al valor civile alla memoria a Valerio Renzi e fece erigere sul luogo dell'attentato, di fronte all’Ufficio Postale di Lissone, un monumento in sua memoria, opera della scultrice Virginia Frisoni.

 

 

Nel 1988 la Provincia di Milano conferì il Premio Isimbardi alla memoria di Valerio Renzi con la seguente motivazione:

“Maresciallo capo, comandante della stazione dei carabinieri di Lissone ucciso dai terroristi nel corso di una rapina all'Ufficio postale di Lissone nel 1982. Il suo esempio ha onorato l'arma cui apparteneva e ha contribuito alla lotta contro la criminalità politica per la dedizione e l'impegno dimostrati fino all'estremo sacrificio.”


La rassegna stampa dell'epoca


 

 

 

Mercredi 8 mai 2013 3 08 /05 /Mai /2013 07:30

IL-TEMPO-8-maggio-1945.jpg

 

C'è una fotografia che ritrae dei bambini intenti a giocare con armi e proiettili sparsi sul terreno, nel cortile di un grande caseggiato. E' finita.



Nel bunker della Cancelleria, a Berlino, Hitler ha ucciso Eva Braun, poi si è sparato. Ha voluto che anche il suo cane prediletto, Blondi, venisse abbattuto. Poi, i camerati hanno bruciato i corpi di Adolf e della moglie.

 

La Repubblica di Salò non ha vissuto che diciotto mesi.

Mussolini non ha molte illusioni; confida al prefetto Nicoletti: «I tedeschi perdono sempre un'ora, una battaglia, un'idea». Il cardinale Schuster, che riceve Mussolini in Arcivescovado, lo descrive come «un uomo senza forza di volontà che muove incontro al suo fato senza reazione».

Alle 16.20 del 28 aprile, a Giulino di Mezzegra, davanti al cancello arrugginito di una villa, cadono fucilati Benito Mussolini e la sua amante Clara Petacci, che ne ha voluto condividere il destino.

Il 7 maggio il Grande Reich firma l'atto di resa senza condizioni: al posto del Führer comanda l'ammiraglio Donitz, eletto suo successore.

A Berlino si contano cinquemila suicidi. Sono arrivati quelli dell'Armata Rossa e non guardano tanto per il sottile, ma dicono le donne che ricordano i terribili bombardamenti: «Meglio un russo sulla pancia che un americano sulla testa».

Il 6 agosto, gli americani sganciano la prima atomica su Hiroshima, tre giorni dopo tocca a Nagasaki: due lampi accecanti, che sviluppano una temperatura di milioni di gradi, diecimila volte più del sole.

Si contano le perdite: l'URSS raggiunge la cifra enorme di 37 milioni, di cui 12 sono i caduti. Più di settantamila città e villaggi risultano distrutti, 30 mila fabbriche sono in rovina, 25 milioni di persone sono senza casa.

Gli americani non arrivano, tra morti e dispersi, a 400 mila; i francesi, tra prima e dopo l'armistizio, 275 mila; gli inglesi 330 mila; l'Italia ha avuto, tra militari e civili, 309.453 morti e 135.070 dispersi. Le perdite tedesche sarebbero state di 2.250.000 caduti e di un milione e mezzo di dispersi. Il Giappone, tra feriti, dispersi e deceduti, circa 1.500.000 uomini; la Polonia oltre un milione di soldati uccisi, e cinque milioni di cittadini, dei quali tre sono ebrei.



L'Italia ha avuto tra militari e civili trecentocinquantamila morti e centotrentamila dispersi, settecento chilometri di ferrovia sono distrutti o danneggiati, ha perso un milione e novecentomila vani e più di diecimila tra ospedali, cinema, alberghi e teatri, più di quarantaduemila chilometri di strade sono impraticabili, 19 mila ponti risultano abbattuti, novecento dieci acquedotti non funzionano più. Mancano 28 mila chilometri di linee elettriche. 
Secondo una stima americana, il costo totale della seconda guerra mondiale sarebbe stato di 1.154.000.000.000 di dollari, di cui 94.000.000.000 pagati da noi. Sono pochi i mutamenti territoriali: la Cecoslovacchia cede all'Unione Sovietica l’Ucraina Sub-carpatica, la Polonia raggiunge l’Oder Neisse, e divide la Prussia orientale con Mosca, alla quale cede una zona di confine, compresa Brest-Litovsk.

Un orologio di Hiroshima,

 

 

coi numeri quasi cancellati, fuso dal calore, e le lancette che segnano le 8.16.

Un marinaio a Manhattan, sulla Times Square, si butta su un'infermiera della Croce Rossa per baciarla, e celebrare così la sconfitta del Giappone.

Poi, una frase di Georges Bernanos, che vale per tutti i superstiti: «Ci sono tanti morti nella mia vita, ma più morto di tutti è il ragazzo che fui io». 

Finita la guerra: i bambini giocano con i residuati bellici. Il progresso tecnologico non ha reso il conflitto meno feroce. E sembrato anzi che, insieme agli aerei velocissimi, all'atomica, ai missili, al radar sia stata la barbarie la protagonista su tutti i fronti.

 

Da “la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti” di Enzo Biagi – Corriere della Sera 1980


cimitero americano a Omaha Beach (Normandia)


 

cimitero polacco a Montecassino

 

ATTO DI RESA MILITARE TEDESCA

Firmato a Reims alle ore 2:41 del 7 Maggio 1945

Noi sottoscritti, in virtù dell'autorità conferitaci dall'Alto Comando Tedesco, dichiariamo al Supremo Comando delle Forze di Spedizione Alleate e contemporaneamente all'Alto Comando Sovietico, la resa incondizionata di tutte le forze armate di terra, di mare e dell'aria che a questa data sono sotto il controllo Tedesco.

L'Alto Comando Tedesco invierà immediatamente a tutte le proprie autorità militari terrestri, navali ed aeree e a tutte le forze sotto il suo controllo, l'ordine di cessare ogni operazione militare attualmente in atto a partire dalle 23:01, ora dell'Europa Centrale, dell' 8 Maggio e di rimanere nelle posizioni in cui si trovano in quel momento. Nessuna nave dovrà essere deliberatamente affondata, né dovranno essere arrecati danni agli scafi, alle macchine o alle attrezzature di bordo e nessun aereo dovrà essere volontariamente distrutto o danneggiato.

L'Alto Comando Tedesco provvederà attraverso i propri Comandanti, ad assicurare che venga prontamente eseguito ogni ulteriore ordine impartito dal Comando Supremo delle Forze di Spedizione Alleate e dall'Alto Comando Sovietico.

Questo atto di resa militare potrà essere integrato da successive condizioni di resa globale da imporre alla Germania per conto delle Nazioni Unite.

Nel caso in cui l'Alto Comando Tedesco od ogni altra forza militare sotto il suo controllo non ottemperi a quanto stabilito da questo Atto di Resa, il Comando Supremo delle Forze di Spedizione Alleate e l'Alto Comando Sovietico adotteranno i provvedimenti che riterranno più opportuni.

Firmato a REIMS, in Francia, alle ore 02:41 del 7 Maggio 1945

In rappresentanza dell'Alto Comando Tedesco: Alfred JODL

ALLA PRESENZA DI:

In rappresentanza del Comando Supremo Alleato: Walter Bedell SMITH

In rappresentanza dell'Alto Comando Sovietico: Ivan SOUSLOPAROV

In qualità di Testimone: François SEVEZ (Generale dell'Esercito Francese)

 



 
Vendredi 3 mai 2013 5 03 /05 /Mai /2013 07:00
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