Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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IL PREZZO della LIBERTÀ

28 Avril 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #attività 2016

il maestro Maurizio Padovanil maestro Maurizio Padovan

il maestro Maurizio Padovan

locandina dell'evento
locandina dell'evento

Si sono vissuti momenti di intensa commozione durante il Concerto Multimediale, che si è svolto

Giovedì 21 aprile 2016 in BIBLIOTECA CIVICA di LISSONE, dal titolo

IL PREZZO DELLA LIBERTÀ

Musica, Resistenza e violinisti partigiani.

É stato un incontro per ricordare la storia della Liberazione attraverso l’insolito sguardo della musica. Esecuzioni musicali, racconti, immagini e filmati hanno rivelato curiosi aspetti della canzone antifascista e commoventi storie di violini e di violinisti partigiani.

A cura dell’Associazione Culturale Accademia Viscontea

Violinista/relatore: Maurizio Padovan

momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
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momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
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momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore

momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore

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25 aprile a Lissone

26 Avril 2016 , Rédigé par anpi-lissone

oratore ufficiale dell'ANPI: prof. Giovanni Missaglia

oratore ufficiale dell'ANPI: prof. Giovanni Missaglia

alcuni momenti della celebrazione della festa della Liberazione a Lissone (foto di Luigi Sala)
alcuni momenti della celebrazione della festa della Liberazione a Lissone (foto di Luigi Sala)
alcuni momenti della celebrazione della festa della Liberazione a Lissone (foto di Luigi Sala)
alcuni momenti della celebrazione della festa della Liberazione a Lissone (foto di Luigi Sala)

alcuni momenti della celebrazione della festa della Liberazione a Lissone (foto di Luigi Sala)

Germana e Gabriele: anche loro sono con noi

Germana e Gabriele: anche loro sono con noi

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Lissone-prigionieri-II-guerra-mondiale

26 Avril 2016 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

frontespizio del fascicolo
frontespizio del fascicolo

Dagli archivi comunali: nominativi dei 670 lissonesi che sono stati prigionieri durante la seconda guerra mondiale, sia degli Alleati, prima dell'8 settembre 1943, che dei tedeschi.

Lissone-prigionieri-II-guerra-mondiale
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É morto un partigiano: Gabriele Cavenago ci ha lasciati

16 Avril 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Lissone, 16 aprile 2015

Gabriele Cavenago, presidente onorario della nostra Sezione ANPI di Lissone, è mancato questa mattina.

Con lui scompare un altro protagonista della guerra di liberazione dal nazifascismo.

Fronte francese, poi in Russia, sul Don, e dopo l’8 settembre 1943, partigiano, membro della 105.ma Brigata SAP della Divisione “Fiume ADDA”.

Nel 1942 è artigliere dell’ARMIR, l’Armata Italiana in Russia. Reduce, dopo l’8 settembre 1943 entra nelle fila della Resistenza armata operante nel Vimercatese come membro delle SAP (Squadre di Azione Patriottica): il 24 aprile 1945, ad un posto di blocco organizzato dai partigiani, viene ferito ad un braccio, fortunatamente senza gravi conseguenze, da un nazista appartenente ad una colonna tedesca in fuga da Monza.

Gabriele mi aveva raccontato la sua storia che qui si può leggere.

 


Nato a Caponago il 4 marzo 1920, da 65 anni risiedeva a Lissone.

Dal racconto di Gabriele Cavenago

«Presto servizio militare ad Acqui Terme dal 10 marzo 1940, artigliere con mansione di tiratore. Dopo un breve periodo di istruzione, inizio a sparare con i cannoni in un poligono di tiro. 

Il fronte francese
A metà maggio 1940, raggiungo l’Argentera, al confine francese, prima in treno fino a Cuneo, poi in colonna a piedi. Ai piedi della montagna vengono preparate le piazzole per posizionare i cannoni, obici da 149-13, in grado di bombardare il territorio francese, superando la cima della montagna.

  

Ai primi di Giugno 1940, in seguito ad un nuovo ordine, si cambia località: Colle della Maddalena, a 2000 metri, dove si montano le tende e si posizionano i cannoni. 10 giugno: l’Italia è in guerra; con i cannoni si spara verso il territorio francese per due giorni, quasi ininterrottamente, sotto una tormenta di neve.

   

fronte e retro della medaglia del “Gruppo Obici” e della “Battaglia delle Alpi”

Firmato l’armistizio tra Francia e Italia, parto per una breve licenza: ritorno poi ad Acqui Terme dove rimango fino agli inizi del 1942, allorquando arriva l’ordine di iniziare i preparativi in vista di nuova destinazione: il fronte russo.

 

Il fronte russo
 

spilla dei partecipanti all’ARMIR

A giugno 1942 partenza: trenta giorni di viaggio in treno che trasporta anche camion, trattori e cannoni, destinazione Minsk, da dove in colonna proseguo verso il Don. Lungo il percorso di trasferimento, nei pressi di Stalino, incontro mio fratello che si trovava in Russia già da alcuni mesi.
 

Il Don e la linea del fronte

Arrivo sul fronte del Don il 14 agosto 1942. In un’ansa del fiume si iniziano i lavori per la costruzione di camminamenti, rifugi, postazioni di tiro per i cannoni. La posizione è quella riservata alla Divisione Corseria.

Fine di ottobre-inizio novembre 1942: il freddo della steppa comincia a farsi sentire. Nei rifugi sotterranei si può trovare un po’ di conforto, ma i combattimenti avvengono principalmente nelle ore notturne. Si spara sui movimenti dei russi sotto la neve che cade abbondantemente.

   
Le munizioni stanno finendo. Primi di dicembre 1942: non arriva più alcun rifornimento.

Come potevano credere alla vittoria fascista i soldati sul Don che, nell’inverno 1942, ricevevano “le mele del duce” come dimostrazione dell’interesse della patria, quando mancavano di calzature, olio anticongelante e rancio adeguati al clima russo, per non parlare degli armamenti?

Si spera in un intervento dei carriarmati tedeschi, ma invano. I trattori non partono per il gelo e i russi si avvicinano. 11 dicembre 1942: accerchiati. Appena si vede uno spiraglio inizia la ritirata: per un po’ veniamo inseguiti dai carrarmati russi. Si raggiunge Karkov. Mentre troviamo un po’ di riparo in un capannone, durante una breve sosta per riposare, sopraggiungono i carrarmati russi. Riesco a salire su un camion della prima batteria del mio gruppo, ma dopo qualche ora rimaniamo senza benzina; si continua la ritirata a piedi.

Di notte cerchiamo rifugio nelle isbe: al caldo, tra vecchi, donne e bambini piccoli, possiamo riposare sul pavimento di legno dopo aver bevuto un po’ di brodaglia che ci veniva offerta. Procediamo verso Ponte del Donez dove convergevano i vari reparti: mancano all’appello 15 soldati della mia batteria: sono stati fatti prigionieri. Sempre a piedi, giungiamo il 24 dicembre a Varocscilov Grad, dove, in un cinema, trascorriamo il Natale mangiando un po’ di pasta. All’indomani si riprende la marcia: percorriamo dai 20 ai 25 chilometri al giorno. Riusciamo a salire su un treno scoperto che ci trasporta per una settimana in mezzo a bufere di neve. Per il freddo mi si stava congelando il naso: il mio tenente me lo strofina massaggiandolo con neve mista ad antigelo.

Alla metà di aprile 1943 arriviamo a Minsk; dopo una doccia e la bollitura degli indumenti per eliminare i pidocchi, si riparte a piedi in direzione Kiev dove giungiamo alla fine di aprile. Ci sistemiamo in alcune case e riusciamo ad alimentarci e a riprendere un po’ di forze.

Ai primi di maggio arrivano gli ordini di rientrare in Italia: essendo artigliere corro il rischio di finire in Germania per un corso di addestramento alla contraerea. Ai primi di giugno, dalla stazione di Kiev, si parte invece tutti per l’Italia. Appena il treno incomincia a muoversi, un aeroplano russo ci sorvola lanciando una bomba che cade fortunatamente ad una cinquantina di metri dal treno: bel saluto di addio! Si raggiunge Vienna e, attraverso il Brennero, arriviamo a Vipiteno dove siamo sottoposti a disinfezione e al cambio di indumenti. Si riparte poi per Pisa dove si rimane per 20 giorni in contumacia. Ritorno poi in caserma ad Acqui Terme: siamo ai primi di luglio 1943. Faccio lavori come muratore presso un acquedotto in attesa della licenza di 20 giorni come reduce dalla Russia. Prima di tornare al paese passo da Peschiera per incontrare mio fratello che non rivedevo dopo il breve incontro in terra di Russia.

Alla metà di agosto, al rientro dalla licenza, con cannoni e trattori nuovi, parto da Acqui Terme verso Firenze e raggiungiamo Asciano; era l’8 settembre 1943

8 settembre 1943

Ascoltiamo l’annuncio dell’armistizio. Il giorno 10 settembre nascondiamo i trattori e i cannoni in un avvallamento ed eseguiamo l’ordine del capitano “tutti liberi si ritorna a casa”. A piedi camminando lungo la ferrovia raggiungiamo la stazione di Firenze, da dove con il primo treno riesco a partire per Milano. Il capotreno ci avverte di scendere prima di arrivare in stazione Centrale per evitare di essere catturati dai tedeschi.

In prossimità di Lambrate salto dal treno e poi salgo su un tram, nascondendomi sotto i sedili dietro le gonne di alcune donne.

L’11 settembre arrivo a casa, a Caponago, che allora contava circa 3.000 abitanti. Ero uno “sbandato”. Dopo qualche giorno vengo avvicinato da un anziano antifascista del paese: decido di passare tra le fila dei partigiani, scelta condivisa da mio fratello e da un amico.

In Brianza dopo l’8 settembre non regnò la rassegnazione assoluta verso ciò che stava accadendo. Ci furono persone che cercarono di riconoscersi nella volontà di opporsi alla nuova realtà e tentarono di organizzarsi per agire.

membro delle SAP (Squadre di Azione Patriottica)

Le SAP erano concepite come piccoli gruppi di uomini che vivevano generalmente nelle loro cittadine, svolgendo, in alcuni casi, il proprio lavoro e che venivano chiamate clandestinamente a svolgere azioni di propaganda, come volantinaggi notturni e distribuzione di stampa antifascista, atti di sabotaggio, fino ad azioni di recupero di armi sottratte a militi colti in solitudine e ad azioni più complesse, terminate le quali il sappista tornava ad inserirsi nel tessuto di sempre.
“Le brigate Sap avevano reso possibile la crescita e l'impiego, quand'anche in forme diverse, di miglaia di nuovi combattenti, i migliori dei quali avevano anche affiancato e rinsanguato con forze fresche e collaudate quella gappiste continuamente falcidiate dalla repressione; avevano trasformato la guerriglia urbana, sostenuta inizialmente soltanto dai Gap, in lotta armata di massa e, come le Sap delle campagne, le cosidette Sap foranee, avevano spezzato l'isolamento che circondava la lotta armata sui monti, così le Sap cittadine hanno spezzato l'isolamento che minacciava le lotte operaie nelle fabbriche e la lotta dei Gap nelle strade.

La minore incisività della maggior parte degli interventi sappisti, rappresentati per lo più da azioni di propaganda, volantinaggi o disarmi era stata compensata dal numero complessivo delle azioni che grazie ad un impiego di massa delle forze erano progressivamente aumentate nel tempo e si erano sempre più estese sul territorio.

Diversamente dal gappista senza volto, il cui agire era sempre fulmineo, cruento e tanto più eclatante quanto invisibile, il sappista era stato il più delle volte necessariamente e deliberatamente ben visibile dimostrando con la sua presenza fisica, in carne e ossa, l'inoppugnabile esistenza e l'estensione del movimento partigiano. Negli interventi contro la trebbiatura del grano destinato all'ammasso, nella protezione delle manifestazioni di protesta delle donne o degli scioperi dellle mondine, nelle decine di comizi volanti nelle fabbriche o nei cinema, il sappista era comparso tra le masse per attirare l'attenzione e la sua presenza e la sua parola avevano infuso speranza e suscitato entusiasmi indispensabili ad alimentare il clima insurrezionale.

Le Sap, scriverà Luigi Longo, sono state «il tentativo - in gran parte riuscito - di giungere a mobilitare, via via, in modo organico, la maggior parte della popolazione» e, crediamo si possa aggiungere, sono state, per la concezione e la portata del fenomeno, uno strumento di lotta originale e forse unico nella Resistenza europea nonché il fattore decisivo e insostituibile nella preparazione e nell'affermazione dell'insurrezione nel capoluogo lombardo”.

(da “Due inverni, un'estate e la rossa primavera. Le Brigate Garibaldi a Milano e provincia. 1943-1945” di Luigi Borgomaneri){C}
 

  

Ricevevo gli ordini da Emilio Diligenti. Ero inquadrato nella Divisione “Fiume ADDA”, 105.ma Brigata SAP.

 

Tra i primi incarichi che mi sono affidati è l’affissione di manifesti e didtribuzione di volantini che incitano la popolazione a ribellarsi all’occupazione nazista e a disubbidire agli ordini della Repubblica Sociale Italiana.
“Questo metodo di comunicare coi volantini, risultava un modo di opposizione al nemico che incoraggiava moralmente la gente, portandola lentamente a simpatizzare ed avere fiducia negli uomini della Resistenza. Si creava una coscienza nella gente ed uno stimolo a partecipare al cambiamento”. Si passa poi ad azioni di sabotaggio di linee telefoniche utilizzate dai tedeschi.
Per rifornire i gruppi di partigiani sui monti servono anche armi e munizioni. Ne recuperiamo alcune abbandonate nelle caserme, poi con azioni di gruppo, tentiamo degli attacchi contro camion tedeschi in transito sull’autostrada. La stalla di mio padre si trovava a circa 200 metri dall’autostrada Milano Bergamo. Ci rifugiavamo poi nei boschi della pianura.

Per i partigiani di pianura le attività iniziali sono in gran parte ancora in funzione della montagna. Si recuperano armi, viveri, indumenti da inviare alle formazioni, si fa opera di convinzione e si procurano aiuti a chi vuole raggiungerle, si organizza il sostegno politico e morale. Le armi venivano nascoste, in un primo tempo nel fienile, poi venivano distribuite alle altre squadre partigiane. Un’azione di blocco di un’auto che trasportava un ufficiale tedesco fallisce; ci riusciranno altri partigiani nei pressi di Trezzo d’Adda.

Il 24 aprile 1945 organizziamo un nuovo posto di blocco; cerchiamo di fermare una colonna di nazisti in fuga da Monza. Armato di una pistola, affronto un tedesco che sparando mi ferisce al braccio; nell’azione, anche il comandante della nostra squadra rimane ferito. Raccolgo la pistola che mi era caduta e con l’aiuto di mio fratello trovo riparo in un cascinale, mentre la ferita continua a sanguinare. I miei compagni chiedono l’intervento di un medico di Pessano, che era amico dei partigiani, che presta le prime cure a me e al mio comandate. Entrambi siamo stati fortunati; niente di grave: dalla successiva radiografia l’osso del mio avambraccio risulterà intatto.

La colonna dei tedeschi in fuga verrà poi fermata dai partigiani nei pressi di Verderio.

 

Bruno Trentin  nel suo “Diario di guerra” ha scritto:

“La guerra in pianura, in campagna, era la scelta più pericolosa; non c’era il «fronte» ma una guerra selvaggia condotta da giovani, senza retroterra dove rifugiarsi. Era una guerra dalla quale, una volta cominciata, non si poteva tirarsi indietro. Si è scritto poco su questo versante della guerra partigiana che è la guerra in pianura, il più esposto, il più indifeso e, nello stesso tempo, impensabile senza il sostegno delle popolazioni contadine.

In pianura è stato necessario prendere le armi al nemico o organizzare dei lanci di paracadute (da parte degli Alleati) all’aperto, in piena campagna; a pochi chilometri dalle postazioni tedesche o fasciste. …

La Resistenza armata, senza un sostegno diffuso della popolazione, anche in un lontano borgo agricolo, non avrebbe potuto sopravvivere. Hanno concorso a questo processo le pessime condizioni di vita di una popolazione stremata dall’economia di guerra. E certamente ha pesato la sconfitta di una guerra, lo smantellamento dell’esercito come è accaduto all’8 settembre, e l’alternativa che si pose a molti giovani che rifiutavano l’ingresso nelle bande della Repubblica di Salò, di nascondersi o di combattere. …

Vent’anni di oppressione fascista sboccarono non in episodiche rivolte ma nel più grande movimento armato di massa dell’Europa occidentale. …

La scelta di libertà e di democrazia da parte di una generazione che non l’aveva mai conosciuta”.

 A causa della ferita, non avevo potuto partecipare alla festa della Liberazione e mi era dispiaciuto, tuttavia l’aria che si respirava era quella di un Paese che voleva al più presto riguadagnare il tempo perduto dopo le tragedie del fascismo. In quei momenti di gioia per la fine della guerra e della Liberazione, si sperava in un mondo diverso, in un mondo di pace, di giustizia sociale e di lavoro».

 


 


  
nel 40mo anniversario della Liberazione, il Sindaco di Caponago premia Gabriele Cavenago


In occasione del 64° anniversario della Liberazione, nel pomeriggio di Sabato 18 aprile 2009, presso la Biblioteca civica, si è svolto un importante appuntamento alla presenza due partigiani, il lissonese Gabriele Cavenago ed Egeo Mantovani, attuale presidente onorario dell’ANPI di Monza e Brianza.

Prima della proiezione del documentario sulla storia della Resistenza italiana, Nicoletta Lissoni ha letto, con un sottofondo di musiche di Johan Sebastian Bach, due lettere di condannati a morte durante la guerra di Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista.

A Gabriele Cavenago, che è anche presidente onorario dell’ANPI di Lissone, è stata consegnata una pergamena a ricordo del suo impegno di giovane partigiano, membro delle Squadre di Azione Patriottica.


Per questa occasione, Gabriele Cavenago ha donato all’ANPI di Lissone una bandiera storica del 1945, quando a Lissone si era costituita la sezione dell’ANPI.

 

 

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L’ANPI di Lissone a Sestri Levante

10 Avril 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

L’ANPI di Lissone a Sestri Levante

Sabato 9 aprile 2016, una delegazione dell’ANPI di Lissone ha partecipato a Sestri Levante alle cerimonie per ricordare coloro che persero la vita in combattimento o vennero uccisi dai nazifascisti nell’entroterra ligure, tra cui il lissonese Arturo Arosio.

L’ANPI di Lissone a Sestri Levante

L’intervento di Renato Pellizzoni, presidente dell’ANPI di Lissone

l’assenza che ci unisce” così sta inciso sulla piasta di pietra di Lavagna che l’ANPI di Sestri ha donato a noi, Sezione dell’ANPI di Lissone, lo scorso anno quando una delegazione dell’ANPI di Sestri è venuta a Lissone per l’inaugurazione di una piazza dedicata al partigiano Arturo Arosio.

É anche grazie a voi che siamo riusciti a far dedicare un luogo della nostra città ad Arturo Arosio, uno dei giovani fucilati a Fossa Lupara. E, in occasione del 70° anniversario della Liberazione, l’Amministrazione comunale della nostra città ha intitolato uno spazio verde “Parco della Resistenza” vicino al Largo Arturo Arosio.

Ed oggi c’é un’altra “assenza che ci unisce”: quella di Lucifero, Daniele Massa.

Purtroppo abbiamo appreso della sua scomparsa, solamente dopo i suoi funerali. Per questo, a nome di tutti i cittadini lissonesi iscritti all’ANPI, porgiamo le nostre più sentite condoglianze ai suoi familiari.

Risale all’autunno del 2007, la mia conoscenza con Lucifero. Per la prima volta ci eravamo parlati per telefono quando avevo iniziato delle ricerche sui cittadini lissonesi caduti durante la guerra di Liberazione. Quindici furono i nostri concittadini che persero la vita per mano dei nazifascisti: otto vennero fucilati e sette non tornarono dai lager nazisti.

Fu allora che Lucifero mi invitò a partecipare alle cerimonie per ricordare coloro che persero la vita in combattimento o vennero uccisi dai nazifascisti nell’entroterra ligure. E così dalla primavera del 2008, ogni anno, membri dell’ANPI di Lissone sono stati presenti qui a Santa Margherita di Fossa Lupara.

E nel 2011, in occasione del suo compleanno, avevamo nominato Daniele Massa membro onorario della nostra Sezione.

Con la scomparsa di Lucifero viene a mancare un altro testimone diretto e un protagonista di quei giorni in cui uomini e donne, con il loro impegno e con il loro sacrificio, hanno riscattato la dignità del nostro Paese, contribuendo alla sua liberazione dal fascismo, un regime che lo aveva oppresso per più di vent’anni.

Ha scritto. il partigiano Enzo Biagi, nome di battaglia “il Giornalista”, nel suo libro “I quattordici mesi”:

«Il 25 aprile 1945 l’Italia era finalmente libera dall’occupazione nazista e dal fascismo: Quando ripenso a quel periodo, provo l'orgoglio di chi si sente di essere stato dalla parte giusta».

Ricordando Daniele Massa, desideriamo essere riconoscenti a tutti coloro che in vari modi hanno partecipato alla Resistenza.

Io sono nato quando è entrata in vigore la Costituzione della Repubblica italiana, in un Paese libero e democratico: libertà e democrazia che i miei genitori, la cosiddetta "generazione del Littorio", avevano dovuto conquistare faticosamente.

Non ho vissuto gli orrori della seconda guerra mondiale, una guerra inutile e sciagurata in cui l’Italia era stata trascinata dal regime dittatoriale fascista, che aveva fatto della guerra un dato fondamentale della propria azione politica e dell'educazione dei giovani.

Come viene anche affermato nel documento del prossimo congresso nazionale della nostra associazione, “la memoria” non può che restare ed essere il primo compito dell’ANPI, quello più tradizionale e consono alle sue stesse finalità.

É questo il compito che tocca a noi ed è per questo che oggi siamo venuti qui a Sestri, è questo il significato della nostra presenza.

Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016

Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016

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INTERVENTO PER IL CONGRESSO ANPI 2016 SULLE RIFORME ISTITUZIONALI

10 Avril 2016 , Rédigé par anpi-lissone

INTERVENTO PER IL CONGRESSO ANPI 2016 SULLE RIFORME ISTITUZIONALI

Di seguito l'intervento di Giovanni Missaglia, vicepresidente dell'ANPI di Lissone, al Congresso provinciale, tenutosi domenica 3 aprile a Lissone presso Palazzo Terragni.

1. Il primo passo dovrebbe essere di “pulizia linguistica”. Smettiamo di accettare la denominazione di “riforma del Senato” per una riforma che in realtà modifica tutta la parte seconda della nostra Costituzione: il tipo di bicameralismo, il processo di formazione delle leggi, il rapporto tra Governo e Parlamento, le modalità di elezione degli organi di garanzia. Prendiamo i titoli che strutturano la parte seconda della Costituzione. Titolo I: il Parlamento; Titolo II: il Presidente della Repubblica; Titolo III: il Governo; Titolo IV: la Magistratura; Titolo V: Comuni, Provincie e Regioni; Titolo VI: Garanzie costituzionali. Nessuna, dico nessuna di queste parti non è toccata dalla riforma. A rigore, siamo molto oltre il potere di “revisione costituzionale” previsto dall'articolo 138, che dovrebbe limitarsi a modifiche puntuali e omogenee. Qui siamo all'esercizio abusivo di un vero e proprio “potere costituente”, che richiederebbe ovviamente una vera assemblea costituente eletta con metodo proporzionale, non un Parlamento eletto con legge dichiarata incostituzionale dalla Corte! La modifica della parte seconda non può non incidere sulla prima e, direi di più, sugli stessi principi fondamentali. Prendiamo, per esempio, l’articolo 1, che stabilisce che la sovranità popolare si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Siccome cambiano questa forme e questi limiti, viene di fatto modificato lo stesso principio della sovranità popolare.

2. A proposito di pulizia linguistica: ci diranno che siamo contro “il cambiamento”, che siamo “conservatori”, “passatisti” ostinatamente incapaci di vedere che il mondo è cambiato. Dobbiamo essere molto chiari su questo punto. L'ANPI non è in linea di principio contraria a qualsiasi modifica costituzionale. Anzi, dobbiamo stare molto attenti a fare nostri slogan come “la Costituzione non si tocca” o “giù le mani dalla Costituzione”, che lasciano pensare a una specie di feticismo della Costituzione. La Costituzione non è un feticcio, non è un idolo e noi abbiamo ripetutamente dichiarato, anche attraverso delle proposte di merito, la nostra disponibilità a superare il bicameralismo perfetto. Detto questo, è ovvio che la parola “cambiamento”, di per sé, non significa nulla ed è profondamente ambivalente. I cambiamenti possono essere progressivi o regressivi e noi pensiamo che le modifiche istituzionali proposte dal Governo siano profondamente regressive. Chiedere la “conservazione” di alcune norme della Costituzione che la proposta governativa vuole cancellare significa opporsi al regresso, al grave passo indietro che un simile “cambiamento” finirà per determinare. Dobbiamo dire chiaramente che il cambiamento non è un valore in sé: nessuno cambierebbe la donna che ama con la prima che passa o una bottiglia di buon vino con un altro che non vale niente. Ma il vero punto è un altro: i termini “conservatore” e “progressista” non indicano, meccanicamente, chi vuole conservare e chi vuole cambiare, ma chi vuole conservare un certo assetto sociale e chi lo vorrebbe modificare per allargare gli spazi di partecipazione, di uguaglianza e di democrazia. In materia istituzionale, poi, storicamente i conservatori sono sempre stati coloro che hanno difeso le prerogative del Governo, dell’esecutivo, contrastando la crescita del ruolo del Parlamento, del legislativo: insomma, la buona borghesia timorosa di un eccessivo protagonismo popolare, di un trasferimento di competenze da un organo ristretto di maggioranza, il Governo, a un organo più largo di rappresentanza, il Parlamento. Ora, poiché questa riforma sposta clamorosamente il baricentro dal legislativo all’esecutivo, chi è il vero conservatore?

Ma, si obietta, bisogna rafforzare il potere del Governo per sbloccare una democrazia rissosa e incapace di decidere. Insomma, la governabilità esige queste riforme. Vediamo.

3. In primo luogo, non dimentichiamo che è un grave errore imputare al sistema costituzionale tutti i difetti del sistema politico: le regole istituzionali sono importanti, importantissime, ma è illusorio credere che l'instabilità dei governi, la rissosità delle maggioranze, le lentezze legislative, ecc., dipendano solo o principalmente dalle norme della Costituzione. Tant'è vero che con queste stesse regole i governi hanno avuto la durata più diversa (Berlusconi ha doppiato Prodi, Renzi ha doppiato Letta) e il Parlamento ha saputo legiferare rapidissimamente e a colpi di fiducia o, al contrario, ha discusso per mesi senza risultato. Nessuna norma costituzionale può sostituirsi alla coesione politica e nessun sistema costituzionale determina da solo l'efficacia di un sistema politico.

In secondo luogo, se è vero che è importante che una democrazia sappia decidere, che, come si dice, una democrazia sia “decidente” (e abbiamo appena visto che lo sa benissimo essere anche con queste regole costituzionali), è almeno altrettanto importante che una democrazia sia rappresentativa, capace di dare espressione istituzionale alle tante voci della società italiana. Non è forse vero che questo è il momento storico di un vertiginoso calo della partecipazione elettorale e della dilagante indifferenza politica? O riusciremo a costruire un Parlamento sufficientemente rappresentativo o la distanza tra la Piazza e il Palazzo, tra il Paese reale e il Paese Legale, tra – per dirla col linguaggio dei populisti – la Gente e la Casta diventerà incolmabile, dando spazio a tutti i populismi che giustamente ci preoccupano. Perché il populismo, non dimentichiamolo, non nasce solo o tanto nel contesto di una democrazia che non sa decidere, ma soprattutto in quello di un sistema istituzionale autoreferenziale che non sa rappresentare.

4. Nel merito, ciò che innanzitutto ci preoccupa profondamente è l'effetto congiunto, il combinato disposto come dicono i giuristi, della nuova legge elettorale, l'Italicum, e delle riforme costituzionali. Questo è il punto essenziale. Se passasse la riforma costituzionale, come noto non vi sarebbe più il rapporto di fiducia tra Governo e Parlamento, ma solo tra Governo e Camera dei deputati. Il Senato, che, a proposito di pulizia linguistica, continuerebbe ad esistere e non verrebbe affatto “abolito”, non dovrebbe più accordare né potrebbe più revocare la fiducia al Governo. Ma allora, si dirà, la Camera dei deputati dovrà essere eletta in modo da garantire una vera rappresentanza del “popolo sovrano” di cui al primo articolo della Costituzione. Se solo la Camera sarà legata da un rapporto fiduciario col Governo, se, come si dice, solo la Camera dei deputati sarà la “camera politica”, allora ci aspetteremmo una legge elettorale che consenta a questa Camera sia, certo, di garantire al Governo la maggioranza per governare, sia però di rappresentare in maniera adeguata le opposizioni. Ma purtroppo non è così. L'Italicum garantisce forzosamente al Governo una maggioranza stabile con un incredibile premio di maggioranza, ma proprio per questo mortifica in modo impressionante la rappresentatività. La forza politica (anche da sola e non coalizzata!) che al ballottaggio avrà raggiunto il 40% dei voti avrà il 55% dei seggi. Al ballottaggio! A prescindere dall’anomalia di un ballottaggio nazionale (il ballottaggio in genere riguarda due candidati ed ha carattere territoriale), nulla vieta, quindi, che al primo turno possa aver ottenuto anche una percentuale molto ma molto inferiore. Aggiungete che i capilista saranno bloccati, come nel Porcellum, decisi dai vertici dei partiti, e che sarà ancora possibile il meccanismo delle pluricandidature (un candidato, lo stesso candidato, in 10 collegi elettorali, alla faccia del rapporto tra i candidati e il territorio!) in modo che anche i secondi eletti saranno di fatto controllati dai partiti più che decisi dagli elettori. Il pluricandidato, infatti, dovrà ovviamente optare per un collegio, lasciando graziosamente al secondo “eletto” il suo seggio. Insomma, una Camera dei deputati di “yes men”, di fedelissimi sempre pronti a votare le proposte del Governo, anzi del capo del Governo, alla faccia della divisione dei poteri e della funzione di controllo del Parlamento. Questo è tanto più vero se si pensa che con l’introduzione dell’istituto del cosiddetto voto a data certa, il Governo potrà imporre al Parlamento contenuto e tempistica dei provvedimenti che considera più importanti. Insomma, verrà costituzionalizzata la tendenza già in atto per cui non è il Parlamento a controllare il Governo, ma il Governo a controllare il Parlamento. Aggiungete, infine, che i deputati così “eletti” continueranno ad essere 630, mentre i senatori saranno solo 100: in questo modo la Camera, pura emanazione del Governo e solo in minima parte espressione delle opposizioni, riuscirà di fatto a controllare anche l'elezione degli organi di garanzia, il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale, cioè delle istituzioni che per eccellenza dovrebbero essere super partes, espressione del Paese in tutte le sue articolazioni e non della sola maggioranza governativa. Si obietta: ma è già così da molto tempo. Infatti! Questa riforma sta di fatto costituzionalizzando la sciagurata prassi della seconda Repubblica per cui chi vince (con leggi elettorali molto “premianti”) si prende tutto, governo, sottogoverno, ma anche cariche istituzionali. Niente a che vedere con la prima Repubblica, quando la sensibilità costituzionale e la preoccupazione per l’equilibrio dei poteri prevedevano che almeno una delle due Camere fosse presieduta dall’opposizione.

5. Veniamo rapidamente al Senato. I sostenitori della riforma useranno spudoratamente e populisticamente l'argomento “i senatori non saranno più pagati”. Ma il risparmio non è un argomento quando sono in gioco gli equilibri costituzionali della Repubblica, altrimenti dovremmo semplicemente abolire il Parlamento! E poi, a proposito di risparmio, non sarebbe stato molto più ragionevole dimezzare il numero di parlamentari, quindi anche dei deputati, mantenendo l'equilibrio delle istituzioni? O, persino, introdurre il monocameralismo, ma prevedendo ovviamente l'elezione dell'unica assemblea legislativa con una legge elettorale davvero rappresentativa? Soprattutto, non ci convince affatto né il modo in cui il nuovo Senato verrà formato né il tipo di funzioni che gli verranno attribuite. Il Senato non sarà più eletto direttamente dai cittadini, ma dai Consigli regionali e fra i consiglieri regionali, anche se, dice misteriosamente il testo della riforma, “nel rispetto della scelta dei cittadini”. Un pasticcio pericoloso: attraverso quella che in gergo si chiama “riserva di legge”, il nuovo articolo 57 rimanda a una futura legge elettorale per le Regioni, che dovrà fare in modo, chissà come?, che i consiglieri regionali eletti dai cittadini eleggano poi i senatori nel rispetto della scelta dei cittadini che, però, non avranno il potere di eleggere direttamente i senatori! Miracolo lessicale prima ancora che politico: i cittadini scelgono ma non eleggono i nuovi senatori! E ancora. Si dice, nel testo della riforma, nel nuovo articolo 67, che solo la Camera dei deputati rappresenta la Nazione, mentre il Senato rappresenta le istituzioni territoriali. Bene: in effetti, non si vede perché i senatori eletti, poniamo, dal Consiglio regionale della Lombardia dovrebbero rappresentare la Nazione. Ma allora perché attribuire al nuovo Senato un potere identico a quello della Camera dei deputati in materia di revisione costituzionale? Perché dei senatori eletti su base territoriale e per rappresentare i territori dovrebbero poter riformare la Costituzione della Repubblica italiana e non, giustappunto, lo Statuto della Regione che sono chiamati a rappresentare? E, soprattutto, come si può pensare che un Senato non eletto direttamente dal popolo sovrano possa esercitare il potere sovrano per eccellenza, quello di modificare la Costituzione del Paese? Infine, a proposito di costi e dell'argomento demagogico del risparmio, ovviamente resteranno inalterati i costi della struttura del Senato e questi senatori part-time, che dovranno anche fare i consiglieri regionali, dovranno pur essere spesati per le loro frequenti uscite romane.

Tutto questo potrà almeno servire a semplificare il processo legislativo? Nient'affatto. Come da settimane denuncia Alessandro Pace, professore emerito di Diritto costituzionale, insieme a decine di altri costituzionalisti, vi saranno leggi approvate dalla sola Camera, leggi approvate dal solo Senato, leggi approvate dalla Camera ma su cui il Senato avrà un “potere di richiamo”, chiedendo di discuterle, ecc. Ci saranno, continua Pace, almeno sette o otto tipi diversi di votazione delle leggi ordinarie con conseguenze pregiudizievoli per il funzionamento del Parlamento e con una prevedibile esplosione dei conflitti di attribuzione.

Insomma, almeno i principi fossero stati sacrificati sull'altare dell'efficienza. Qui i principi sono stati sacrificati all'insegna di un colossale pasticcio.

6. Merita una parola anche l'ennesimo intervento sul titolo V della parte seconda, quello dedicato agli enti locali. Si sa che, in base alla riforma proposta, molte materie che ora sono di competenza regionale o di competenza concorrente tra Stato e Regioni verranno affidate allo Stato. La legislazione concorrente verrà eliminata. Ognuno di noi può giudicare diversamente questa “ristatalizzazione” di molte materie, specie dopo la discutibile riforma del 2001. Ma allora perché, con una mano, attuare una nuova centralizzazione del potere e, con l'altra, esaltare retoricamente il ruolo dei “territori” e prevedere un Senato che rappresenti, appunto, le istituzioni territoriali?

7. Infine, ci si obietta anche al nostro interno: ma come facciamo a stare dalla stessa parte di Salvini e di Brunetta? Se volessi cavarmela con una battuta, dovrei dire: e allora? Oppure potrei dire che in realtà è stato lo stesso Renzi a politicizzare il referendum trasformandolo in un plebiscito sulla sua persona. Ma non voglio cavarmela così. Ricordiamoci allora la più grande lezione dei nostri Costituenti: la capacità di tenere distinto il piano politico da quello istituzionale. Votarono insieme, il 22 dicembre 1947, il testo della Costituzione, nonostante la drammatica rottura politica del maggio dello stesso anno, quando vi fu la cosiddetta “espulsione delle sinistre dal Governo”, che fino ad allora era stato di unità nazionale. I nuovi equilibri nazionali e internazionali imponevano l’uscita dei socialisti e dei comunisti dall’area di governo, ma questo non impedì il voto unanime in Assemblea Costituente. Grande lezione di responsabilità: non confondere la lotta politica contingente con il terreno delle istituzioni comuni E, allora, dovremmo dire di sì a una riforma costituzionale per il solo fatto che Brunetta e Salvini dicono di no? Non finiremmo per replicare, a parti invertite, la pura logica di schieramento e di posizionamento politico che contestiamo ai Brunetta e ai Salvini? Manteniamoci davvero sul terreno istituzionale, l’unico proprio per l’Anpi, se ne siamo capaci. Su questo terreno così alto, così proprio delle ragioni statutarie della nostra associazione, incontreremo solo buoni amici e non ci dovremo guardare dalle cattive compagnie.

Giovanni Missaglia

testo dell'intervento di Giovanni Missaglia sulle riforme istituzionali in formato pdf

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Un secolo tra i banchi di scuola. Lissone dall’Unità d’Italia agli anni Sessanta

31 Mars 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

locandina della presentazione
locandina della presentazione

Sabato 2 aprile alle ore 14,45 nella sala polifunzionale della Biblioteca civica di Lissone in piazza IV Novembre, é stato presentato il libro di Renato Pellizzoni “Un secolo tra i banchi di scuola. Lissone dall’Unità d’Italia agli anni Sessanta”.

Il libro è un viaggio nel mondo della Scuola primaria nel contesto delle trasformazioni sociali, economiche e politiche dell’ Italia e della città di Lissone.

«L’istruzione è una condizione sine qua non della libertà, dell’uguaglianza e della democrazia».

Nicolas de Condorcet (1743–1794)

immagini del libro
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La scomparsa di Daniele Massa presidente dell’ANPI di Sestri Levante

30 Mars 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Daniele Massa a Lissone, marzo 2015
Daniele Massa a Lissone, marzo 2015

Daniele Massa, Lucifero ci ha lasciati.

Esattamente un anno fa, Lucifero era venuto nella nostra città di Lissone per l’inaugurazione di una bella piazza dedicata ad Arturo Arosio, partigiano lissonese fucilato nel marzo 1945 a Sestri Levante.

Nell’autunno del 2007, per la prima volta ci eravamo parlati per telefono quando avevo iniziato delle ricerche sui cittadini lissonesi caduti durante la guerra di Liberazione. Fu allora che mi invitò a partecipare alle cerimonie per ricordare coloro che persero la vita in combattimento o vennero uccisi dai nazifascisti nell’entroterra ligure. E così dalla primavera del 2008, ogni anno, membri dell’ANPI di Lissone sono stati presenti a Santa Margherita di Fossa Lupara.

Ricordiamo Daniele Massa per la sua instancabile attività nell’ANPI e anche la sua partecipazione al 15° congresso nazionale della nostra associazione svoltosi nel 2011. E proprio in quell’anno lo avevamo nominato membro onorario della nostra Sezione.

Lucifero a Lissone 22 marzo 2015
Lucifero a Lissone 22 marzo 2015
Lucifero a Lissone 22 marzo 2015
Lucifero a Lissone 22 marzo 2015
Lucifero a Lissone 22 marzo 2015

Lucifero a Lissone 22 marzo 2015

Abbiamo potuto conoscere il suo impegno, prima come giovane partigiano, e poi, dopo la guerra, come amministratore comunale, attraverso una sua testimonianza, pubblicata nel libro “Come fosse ieri ...” di Ornella Visca, che riportiamo:

«Mi chiamo DANIELE MASSA e sono nato a Velva, nel comune di Castiglione Chiavarese, il 10 aprile 1924. All'età di nemmeno 6 anni sono rimasto orfano di padre e mia mamma è rimasta vedova a quarant'anni con otto figli, il più grande dei quali aveva 21 anni.

Si viveva da contadini a mezzadria, perciò la vita era di stenti. Con mio padre si viveva meglio perché lui, oltre che il mezzadro, faceva anche il muratore e si andava avanti discretamente. Dopo la sua morte mia mamma ha mandato le mie sorelle a fare le donne di servizio, mentre noi più piccoli stavamo in casa con lei. Io facevo il chierichetto e dicevano che ero molto bravo. Il parroco del paese si interessò, d'accordo con mia madre, per trovarmi un posto in seminario a Chiavari, in poche parole per farmi diventare prete; ma, alla sera della vigilia della mia partenza per il seminario, mentre mi trovavo con mia mamma in casa di un mio zio; questo mio zio, per scherzo, mi disse: "Vai a farti prete e così non potrai nemmeno prendere moglie, sei proprio un belinun!" lo mi sono messo a piangere e non sono più voluto partire. Ho poi passato alcuni anni a lavorare con questo mio zio, naturalmente quando ero libero dalla scuola.

Finita la quinta elementare, mia mamma, io, mio fratello del '22 e una mia sorella del '26 ci trasferimmo a Sestri Levante ed io andai a fare il garzone in un negozio di alimentari nell'attuale Piazza della Repubblica, dove rimasi fino a 15 anni. Nel novembre del '39 entrai nella FIT, Fabbrica Italiana Tubi, di Sestri Levante e andai avanti fino a che iniziò la guerra. Si lavorava da bestie, 12 ore al giorno e il mangiare era sempre meno, era stato razionato con la tessera annonaria.

Il 1° dicembre del '43 ci fu il primo bombardamento a Sestri, dove rimasi ferito. Dopo la mia guarigione, io e mio fratello del '22 scegliemmo di andare in montagna con i partigiani. Fu una lotta molto dura, di stenti, privazioni, freddo e fame, ma finalmente arrivò la Liberazione il 25 aprile '45. Dopo la Liberazione mi fermai per parecchi mesi al Comando della Divisione "Coduri", dove facevo il segretario del comandante "Virgola". Quando nacque l' ANPI, divenni il primo presidente della sezione di Sestri Levante. Quando eravamo ancora in montagna, nel dicembre del '44, io e mio fratello aderimmo al PCI. Rientrai in FIT, ma non smisi mai la mia attività sia nell'ANPI sia nel partito. Nel 1956 fui candidato per la prima volta alle elezioni amministrative e divenni assessore alla Pubblica Istruzione, carica che mantenni fino al 1964, mentre rimasi consigliere comunale fino al 1969, quando mi ritirai dall'attività politica. Non smisi mai invece di dedicarmi al rafforzamento dell' ANPI, cosa che faccio ancora oggi con grande piacere e con molta soddisfazione.

Nel 1979 - '80 cominciai a dare attività anche nella cooperazione e proprio in quegli anni fui eletto presidente della Sezione Soci della Coop di Sestri Levante, carica che detengo ancora oggi».

Abbiamo potuto conoscere anche uno dei momenti critici sia di Lucifero, ventenne partigiano della Divisione garibaldina “Coduri”, che dell’intero movimento di Resistenza italiana, nell’inverno 1944.

Dal libro “Scarpe rotte e pur bisogna andar ...” di Daniele Massa “Lucifero”:

«La grande delusione del novembre 1944.

In questo mese noi tutti eravamo convinti che entro Natale l'Italia sarebbe stata liberata dai nazi-fascisti e che non avremmo dovuto passare un altro intero inverno in montagna. Invece arrivò la doccia fredda del proclama di Alexander, nel quale ci si invitava ad andare a casa, in attesa che gli alleati si potessero organizzare per la primavera del '45, per sferrare l'attacco finale.

Ora, ragionando ci un po' sopra e attentamente, quasi quasi verrebbe da dire che fu una specie di tradimento che ci fecero: come potevamo noi abbandonare la lotta e tornare a casa, come se fossimo un esercito regolare e potessimo trasferirei regolarmente da una zona all'altra o addirittura tornare a casa? Tornare a casa voleva dire consegnarci nelle mani dei fascisti e dei nazisti e lascio immaginare quali sarebbero state le conseguenze alle quali saremmo andati incontro. E' pur vero che gli alleati nel proclama facevano presente la difficoltà di poter continuare l'offensiva, senza rifornimenti di armi e munizioni e col tempo che si presentava, e loro non avrebbero potuto venire avanti, considerando anche che c'era da sfondare la linea gotica, ma invitarci ad andare a casa era come avviarci al suicidio. Come reagimmo a tutto questo? Pur essendo consapevoli a cosa si andava incontro, le formazioni partigiane decisero che si doveva continuare a combattere e si può dire che questa decisione venne presa all'unanimità.

Quanto ai tedeschi e ai fascisti, a questo proclama non gli parve nemmeno vero di poter togliere delle truppe dal fronte e preparare un grande rastrellamento, che infatti avvenne nel gennaio '45: i nostri nemici erano convinti di annientare una volta per sempre le bande di ribelli che erano in montagna.

Quello che noi imputavamo agli alleati fu proprio il modo in cui si propagandò questo messaggio; ci parve che si sarebbero potuti usare altri sistemi perché i partigiani fossero informati di questo momentaneo arresto dell'offensiva alleata. Invece il proclama venne diffuso via radio e, come lo ascoltammo noi, altrettanto fecero i nostri nemici i quali, rassicurati che non ci sarebbe stata per il momento nessuna offensiva, ebbero tutto il tempo di preparare loro la propria offensiva.

Quale fu la strategia partigiana quando tedeschi, fascisti, mongoli vennero su in montagna? Tanti partigiani di quelle montagne seppero preparare dei nascondigli perfetti e riuscirono a salvarsi, ma il grosso della nostra formazione scese giù nelle vallate, vicino alle città; per noi, per esempio, la vallata di S. Vittoria, una vallata nella quale, come ho già detto, quasi in ogni famiglia vi era un partigiano, fu un rifugio perfetto, con l'aiuto dei nostri collaboratori; ed erano in molti ad aiutarci: dalle gallerie della miniera di Libiola a tutti gli anfratti della boscaglia, si crearono dei nascondigli che ci permisero di salvare il grosso della nostra formazione. Appena passata la bufera del mese di gennaio, ai primi di febbraio si ritornò sui nostri monti.

Si può dire che questa fu come una presa in giro dei nostri nemici, anche se parecchi dei nostri furono presi, anche a causa di qualche spiata e di qualcuno che si era infiltrato nelle nostre file facendo il doppio gioco».

Ricordando Daniele Massa, desideriamo essere riconoscenti a quegli uomini e a quelle donne che, con il loro impegno e a volte con il loro sacrificio, durante la Resistenza hanno riscattato la dignità del nostro Paese. E, come viene anche affermato nel documento del prossimo congresso nazionale della nostra associazione, “la memoria” non può che restare ed essere il primo compito dell’ANPI, quello più tradizionale e consono alle sue stesse finalità.

Renato Pellizzoni

presidente della Sezione ANPI di Lissone

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Una bella notizia

14 Mars 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

Una bella notizia

Nel luglio 2011, la nostra associazione aveva chiesto all’Amministrazione comunale allora in carica, di dedicare alla memoria del defunto presidente della Repubblica, Sandro Pertini, un luogo di Lissone.

Oggi con la Giunta di Concettina Monguzzi sindaco, il nostro desiderio è diventato realtà.

Lissone, 14 Marzo 2016

dal sito del Comune di Lissone:

LISSONE INTITOLERA' UN PIAZZALE A SANDRO PERTINI

«La Giunta Comunale ha deciso di intitolare l'area verde collocata di fronte a Villa Magatti (compresa tra la via Garibaldi e via Paradiso) al Presidente Sandro Pertini. L'intitolazione di questo spazio, che prenderà il nome di "Piazzale Sandro Pertini - Settimo Presidente della Repubblica Italiana - 1896-1990", vuole ricordare il ruolo determinante del Presidente Pertini in un momento particolarmente difficile per la vita del Paese e quanto il suo mandato presidenziale sia stato caratterizzato da una forte impronta personale, tanto da essere ricordato come il "Presidente più amato dagli italiani" e come uno dei "padri della Patria" in virtù della sua opera nell'ambito della Resistenza e dell'Assemblea Costituente».


Domenica 14 settembre 2014 con un “VIAGGIO DELLA MEMORIA” eravamo andati a Stella (SV) alla casa di Sandro Pertini. La casa di Sandro Pertini è in Via Muzio 42 a Stella San Giovanni (SV). È sede Museale e biblioteca, nonché sede dell’Associazione “Sandro Pertini”, che mantiene e diffonde il patrimonio storico, umano e politico del presidente Pertini

Una bella notizia

Alessandro Pertini è nato a Stella (Savona) il 25 settembre 1896. Laureato in giurisprudenza e in scienze politiche e sociali. Coniugato con Carla Voltolina. Ha partecipato alla prima guerra mondiale; ha intrapreso la professione forense e, dopo la prima condanna a otto mesi di carcere per la sua attività politica, nel 1926 è condannato a cinque anni di confino. Sottrattosi alla cattura, si è rifugiato a Milano e successivamente in Francia, dove ha chiesto e ottenuto asilo politico, lavorando a Parigi. Anche in Francia ha subito due processi per la sua attività politica. Tornato in Italia nel 1929, è stato arrestato e nuovamente processato dal tribunale speciale per la difesa dello Stato e condannato a 11 anni di reclusione. Scontati i primi sette, è stato assegnato per otto anni al confino: ha richiesto di non dare seguito alla domanda di grazia presentata da sua madre. Lettera di Pertini, scritta dal confino di Pianosa, il 23 febbraio 1933, in cui rinuncia alla domanda di grazia.

Lettera di Pertini, scritta dal confino di Pianosa, il 23 febbraio 1933

Lettera di Pertini, scritta dal confino di Pianosa, il 23 febbraio 1933

Tornato libero nell'agosto 1943, è entrato a far parte del primo esecutivo del Partito socialista. Catturato dalla SS, è stato condannato a morte.

La sentenza non ha luogo. Nel 1944 è evaso dal carcere assieme a Giuseppe Saragat, ed ha raggiunto Milano per assumere la carica di segretario del Partito Socialista nei territori occupati dal Tedeschi e poi dirigere la lotta partigiana: è stato insignito della Medaglia d'Oro.

Il discorso di Sandro Pertini, segretario del Partito Socialista nell'Italia occupata, pronunciato la sera del 27 aprile 1945 dal microfono di Radio Milano, liberata dalle formazioni “Matteotti”.

I Maggio 1945: Pertini parla a Milano per la prima festa del Lavoro nell'Italia libera

I Maggio 1945: Pertini parla a Milano per la prima festa del Lavoro nell'Italia libera

Conclusa la lotta armata, si è dedicato alla vita politica e al giornalismo. E' stato eletto Segretario del Partito Socialista Italiano di unità proletaria nel 1945. E' stato eletto Deputato all'Assemblea Costituente. E' stato eletto Senatore della Repubblica nel 1948 e presidente del relativo gruppo parlamentare. Direttore dell'"Avanti" dal 1945 al 1946 e dal 1950 al 1952, nel 1947 ha assunto la direzione del quotidiano genovese "Il Lavoro". E' stato eletto Deputato al Parlamento nel 1953, 1958, 1963, 1968, 1972, 1976.

E' stato eletto Vice-Presidente della Camera dei Deputati nel 1963. E 'stato eletto Presidente della Camera dei Deputati nel 1968 e nel 1972. Dopo il fallimento della riunificazione tra P.S.I. e P.S.D.I,. aveva rassegnato le dimissioni, respinte da tutti i gruppi parlamentari.

E' stato eletto Presidente della Repubblica l'8 luglio 1978 (al sedicesimo scrutinio con 832 voti su 995). Ha prestato giuramento il giorno successivo. Ha rassegnato le dimissioni il 29 giugno 1985: è divenuto Senatore a vita quale ex Presidente della Repubblica. E' deceduto il 24 febbraio 1990.

Questo è il racconto di Pertini, socialista, confinato politico nell'isola di Ventotene.

«Domenica 25 luglio: una serata come tutte le altre. Quando la radio diede il comunicato ci avevano già rinchiusi nel camerone. Eravamo più di settecento, nella stragrande maggioranza comunisti: Longo, Terracini, Scoccimarro, Camilla Ravera, Secchia. Poi c'erano Ernesto Rossi e Riccardo Bauer del Partito d'Azione, e anche degli anarchici, gente che veniva dalle prigioni, naturalmente, che aveva fatto la guerra in Spagna, che era stata nei campi di concentramento francesi.

Alcuni di noi, ritenuti "pericolosissimi", godevano di un trattamento speciale: venivano sorvegliati a vista. La mattina del 26 notai che i militi che avevano la consegna di pedinarmi erano costernati. Un agente gridò: "C'è una comunicazione importante: tutti in piazza". Era lì che ci riunivano per l'appello; quando veniva letto il nostro nome bisognava rispondere "Presente". Una guardia non seppe star zitta, e si lasciò scappare una notizia che aspettavamo da vent'anni: "Hanno arrestato Mussolini".

Scoprimmo così che c'era un nuovo governo, presieduto dal maresciallo Badoglio, che la guerra continuava. Scoppiò un applauso, ma non si videro scene di esultanza clamorose; il sentimento che prevalse fu un senso di angoscia per quel che ci aspettava: una eredità fallimentare.

Presi subito contatto con alcuni compagni: "Se non stiamo attenti," dissi "può accadere qualcosa di grave". Costituimmo un comitato, ne facevano parte, ricordo, anche un albanese, che fu ucciso al ritorno in patria, e un libertario, Giovanni Damaschi, impiccato poi durante la lotta partigiana.

Chiedemmo di essere ricevuti dal direttore della colonia penale, il commissario Guida, che diventò poi questore di Milano. Lo trovammo nel suo ufficio, era pallido, nervoso, aveva già fatto togliere il ritratto del duce. Gli spiegai che da quel momento era il comitato che comandava, e lui doveva collaborare con noi, e come primo gesto, come prima prova di conversione, era opportuno che impartisse l'ordine alla Milizia smetterla di tenerci dietro, e quei giovanotti avrebbero fatto anche bene a togliersi la camicia nera e i distintivi e le cimici come le chiamavamo. Il dottor Guida poteva, saggiamente per evitare inconvenienti, incorporarli nell'Esercito. Gli chiedemmo di far presente, con forte urgenza, al ministero dell'Intemo, che c'era una logica conseguenza dei fatti: dovevamo essere tutti liberati e senza troppe formalità [...].

Il tempo, nell'attesa, passava lentamente, continuava ad arrivare il battello che partiva da Gaeta e trasportava i rifornimenti, la posta, i giornali; quando doveva sbarcare bestiame non c'era attracco, lo buttavano in acqua, con forti urla lo spingevano alla riva.

Vedemmo arrivare anche una corvetta, che gettò l'ancora in una insenatura. A bordo c'era Mussolini. Scesero dei funzionari della Sicurezza, e avevano già deciso: lo avrebbero scaricato lì, ma ad un tratto si imbatterono in un ufficiale tedesco. Chiesero a Guida cosa ci stava a fare e così seppero che sulla costa c'era una batteria antiaerea, con cento soldati. Allora pensarono di cambiare rotta. Non tenevano in alcun conto la nostra presenza e il rischio che comportava. Andammo subito dal direttore per fargli presente il pericolo; ci disse: "So perché siete venuti, ma state tranquilli. Lo hanno già portato a Ponza".

«Lo misero nella casa dove lui aveva fatto alloggiare Ras Imerù, l'abissino che aveva guidato le truppe del Negus e che, dopo la sconfitta, rifiutò di sottomettersi. Era un uomo pieno di dignità, alto, severo, portava un lungo mantello nero.

«Mussolini io lo vidi dunque una sola volta: all'arcivescovado di Milano, nell'aprile del 1945, lui scendeva le scale, io le salivo. Era emaciato, la faccia livida, distrutto [...].

Ed ecco il fausto momento: partì finalmente il primo veliero, ci furono molti abbracci, e quelli che se ne andavano stavano aggrappati alle sartie per salutarci, e noi eravamo lì sul molo, quelli sventolavano i fazzoletti, c'era un confinato che aveva portato con sé il bombardino, lo aveva salvato nelle trincee delle Asturie, nei campi di Vichy, attaccò l'Inno di Mameli e noi ci mettemmo a cantare, con passione, con ira, "va fuori d'Italia", e quelli della Wehrmacht, che capivano, ci fissavano cupi [...].

Un giorno il direttore mi mandò a chiamare: "Ho una bella novità per voi. E arrivato un telegramma che dispone per la vostra liberazione". Grazie, dissi. Però non me ne vado finché qui resta uno solo di noi. Ma Camilla Ravera, che diede sempre prova di una straordinaria forza morale, Terracini e altri, mi convinsero che dovevo partire, per andare a perorare la causa dei detenuti, così non diedi pace a Senise, Capo della Polizia, e a Ricci, che era agli Interni, li andavo a trovare ogni giorno con Bruno Buozzi. Erano restii, avevano nei confronti dei comunisti paura e odio. Minacciammo uno sciopero generale, e l'argomento li convinse. Quando arrivò l'ultimo di Ventotene, potei andare a trovare mia madre. Era molto vecchia e mi attendeva. Stava sempre seduta su un muretto che circondava la nostra casa. "Che cosa fa, signora?" le domandavano. "Aspetto Sandro", rispondeva. Poi rientrai nella capitale. Ero diventato, con Nenni, con Saragat, membro dell'esecutivo del partito e con Giorgio Amendola e Bauer facevo parte della Giunta Militare.

Venne l'8 settembre e fui a Porta San Paolo, c'erano anche Longo, Lussu e Vassalli, e gli ufficiali dei granatieri sparavano e piangevano: "Il re ci ha lasciati, il re ci ha traditi”. Vittorio Emanuele III e Badoglio fuggivano verso Pescara, i tedeschi si preparavano a liberare Mussolini, cominciava un'altra triste e lunga storia».

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Le donne e le conquiste del dopoguerra

8 Mars 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti



Dopo il 1946.


La Costituzione repubblicana aveva stabilito l’uguaglianza formale fra i sessi, ma la conquista dei diritti civili si intrecciava da parte delle donne con la percezione, che divenne via via più nitida negli anni Sessanta e Settanta, di aver raggiunto diritti non completi, di avere di fronte consuetudini sociali e culturali che ancora non riconoscevano loro una reale parità.

Dalla fine degli anni Sessanta il cambiamento dell’idea stessa di politica diffuso dai movimenti giovanili e studenteschi iniziò a investire anche la sfera del privato, modificando le forme di partecipazione alla vita pubblica. Per settori consistenti della popolazione femminile, soprattutto nelle grandi città, l’adesione alla mobilitazione del '68 significò in molti casi una forma di iniziazione alla politica. Il bisogno di impegnarsi attivamente fu anche un modo per dar voce a istanze di emancipazione e di liberazione che fino a quel momento erano state scarsamente recepite a livello istituzionale.

Gli anni Settanta furono il periodo in assoluto più importante per il movimento femminista italiano, che dovette fronteggiare sia la crisi del Paese, sia una difficile modernizzazione. Questi anni, grazie anche e, forse, soprattutto, alle battaglie condotte dalle donne, segnarono importanti vittorie civili, sociali e culturali. In Italia, dal dopoguerra ad oggi, la condizione sociale e giuridica delle donne si è infatti lentamente ma radicalmente modificata. Ecco alcune tappe fondamentali di tale cammino:


1948

Entra in vigore la Costituzione. Gli articoli 3, 29, 31,37,48 e 51 sanciscono la parità tra uomini e donne.

Angela Maria Cingolani Guidi è la prima donna sottosegretario (Industria e commercio con delega all'artigianato).

1950

Varata la legge 26 agosto 1950, n. 860, «Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri».

1956

Le donne possono accedere alle giurie popolari col limite massimo di tre su sei (la norma rimarrà in vigore fino al 1978) e ai tribunali minorili.

Le funzioni riconosciute alle donne sono ancora quelle legate alla figura materna. Il loro intervento viene giudicato opportuno in quei casi in cui i problemi vadano risolti, «più che con l'applicazione di fredde formule giuridiche con il sentimento e la conoscenza del fanciullo che è proprio della donna».

1958

La legge Merlin chiude definitivamente le case di tolleranza: legge 20 febbraio 1958, n. 75, «Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui».

1959

Viene istituito il Corpo di polizia femminile.

1963

Il matrimonio non è più ammesso come causa di licenziamento: legge 9 gennaio 1963, n. 7, «Divieto di licenziamento delle lavoratrici per causa di matrimonio e modifiche della legge 26 agosto 1950, n. 860».

Marisa Cinciari Rodano è eletta vicepresidente della Camera. Le donne sono ammesse alla magistratura: legge 9 febbraio 1963, n. 66, «Ammissione della donna ai pubblici uffici ed alle professioni».

Un ulteriore passo avanti nell'effettiva attuazione dell'art.51 della Costituzione: le donne possono accedere a tutti i pubblici uffici senza distinzione di carriere né limitazioni di grado.

1968

L'adulterio femminile non è più considerato reato.

L'art. 559 del Codice penale recitava: «La moglie adultera è punita con la reclusione fino ad un anno. Con la stessa pena è punito il correo». Per il marito non esisteva nulla del genere: la disparità di trattamento non rispettava le norme fondamentali della Costituzione. Con due senten­ze del 19 dicembre 1968, la Corte costituzionale abroga l'articolo sul diverso trattamento dell'adulterio maschile e femminile e quello analogo del Codice penale.

1970

Viene approvata la legge sul divorzio: legge dicembre 1970, n. 898, «Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio».

L'introduzione del divorzio in Italia era stata collegata alla questione del voto alle donne. In sede costituente, il PCI, per una scelta di fondo sfociata nell'approvazione dell'art. 7, non aveva sollevato la questione. La Commissione dei 75 avrebbe voluto includere l'indissolubilità del matrimonio nel testo della carta costituzionale, ma, dopo un'aspra battaglia in aula, la parola «indissolubile» non era stata inserita, bocciata con un esiguo margine di voti.

Nel 1965, il socialista Loris Fortuna avanzò la prima proposta di legge, sulle orme del collega Renato Sansone, che negli anni Cinquanta aveva proposto a più riprese e senza successo una legge di «piccolo divorzio», per i casi estremi di ergastolani, malati di mente, scomparsi, divorziati all'estero.

Dopo l'approvazione della nuova normativa, nel 1974 sarebbe stato indetto un referendum abrogativo, ma in seguito alla vittoria del fronte del NO col 59% dei voti la legge sarebbe rimasta in vigore.

1971

La Corte costituzionale cancella l'articolo del Codice civile che punisce la propaganda di anticoncezionali.

Dall'inizio degli anni Sessanta la pillola contraccettiva era in commercio in molti Paesi europei, ma nel 1968 la Chiesa condannò aspramente la contraccezione. Nel 1969 la pillola cominciò, tuttavia, a essere venduta anche in Italia, come farmaco per le disfunzioni del ciclo mestruale. Nel 1971 la Corte costituzionale, dopo un'aspra battaglia, abrogò l'art. 535 del Codice penale che vietava la propaganda di qualsiasi mezzo contraccettivo e puniva i trasgressori col carcere.

Viene approvata la legge sulle lavoratrici madri: legge 30 dicembre 1971, n. 1204, «Tutela delle lavoratrici madri».

Sono istituiti gli asili nido comunali: legge 6 dicembre 1971, n. 1044, «Piano quinquennale per l'istituzione di asili-nido comunali con il concorso dello Stato».

1975

Riforma del diritto di famiglia: legge 19 maggio 1975, n. 151, «Riforma del diritto di famiglia».

Fino a questa riforma, il peso dell'educazione dei figli gravava, di fatto, sulle madri, ma tale impegno non aveva un adeguato riconoscimento giuridico. La patria potestà spettava ad entrambi i genitori, ma il suo esercizio toccava al padre, secondo l'art. 316 del Codice civile.

Col nuovo diritto di famiglia, la legge riconosce parità giuridica tra i coniugi che hanno uguali diritti e responsabilità e attribuisce ad entrambi la patria potestà.

1976

Per la prima volta una donna, Tina Anselmi, viene nominata ministro (Lavoro e previdenza sociale).

1977

È riconosciuta la parità di trattamento tra donne e uomini nel campo del lavoro: legge 9 dicembre 1977 n. 903, «Parità fra uomini e donne in materia di lavoro».

1978

Viene approvata la legge sull'aborto.

Nel 1974 i radicali avevano iniziato una campagna per un referendum al fine di abrogare le norme che penalizzavano l'aborto. Gli articoli dal 546 al 551 del Codice penale stabilivano, infatti, che la donna che si procurava un aborto dovesse essere punita con la reclusione da uno a quattro anni (ma, se l'aborto era effettuato per "salvare l'onore", era prevista una riduzione, che andava da un terzo alla metà della pena).

Dopo l'approvazione della legge, un referendum abrogativo del maggio del 1981 non avrebbe avuto successo.

1979

Nilde Jotti è la prima donna presidente della Camera.

1981

Il motivo d'onore non è più attenuante nell'omicidio del coniuge infedele.

1983

La Corte costituzionale stabilisce la parità tra padri e madri circa i congedi dal lavoro per accudire i figli.

1984

Presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri è costituita la Commissione nazionale per la realizzazione delle pari opportunità, presieduta da Elena Marinucci.

1986

La commissione nazionale per la parità uomo e donna elabora il «Programma azioni positive»: aziende e sindacati devono tutelare accesso, carriera e retribuzioni femminili.

1989

Le donne sono ammesse alla magistratura militare.

1991

Legge 10 aprile 1991, n. 125, «Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro».

La legge dovrebbe essere in grado di intervenire nel rimuovere le discriminazioni e valorizzare la presenza e il lavoro delle donne nella società. Purtroppo, è ancora poco applicata.

1992

Legge, 25 febbraio 1992, n. 215, «Azioni positive per l'imprenditorialità femminile».

La legge sull'imprenditoria femminile favorisce la nascita di imprese composte per il 60% da donne, società di capitali gestiti per almeno 2/3 da donne e imprese individuali.

1993

Con la legge 25 marzo 1993, n. 81 per la prima volta vengono introdotte le "quote rosa" in merito alle elezioni dei rappresentanti degli enti locali.

Si stabilisce che per le elezioni regionali e comunali, i candidati dello stesso sesso non possano essere inseriti nelle liste in misura superiore ai due terzi: ciò riserva, di fatto, un terzo dei posti disponibili al sesso sottorappresentato (cioè le donne). Per le elezioni nazionali, viene introdotta l'alternativa obbligatoria di uomini e donne per il recupero proporzionale ai fini della designazione alla Camera dei deputati.

Nel 1995 questa serie di interventi legislativi è stata annullata con la sentenza n. 422 della Corte costituzionale, avendo il giudice stabilito che, in materia elettorale, debba trovare applicazione solo il principio di uguaglianza formale e che qualsiasi disposizione tendente ad introdurre riferimenti al sesso dei rappresentanti, anche se formulata in modo neutro, sia in contrasto con tale principio.

1996

La legge 15 febbraio 1996, n. 66, «Norme contro la violenza sessuale», punisce lo stupro come delitto contro la persona e non contro la morale come in precedenza.

Il governo nomina un ministro per le pari opportunità, Anna Finocchiaro.

2000

Legge 8 marzo 2000, n. 53, «Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città».

Sia il padre che la madre possono chiedere l'aspettativa, da sei a dieci mesi, entro gli otto anni di vita del bambino. La cura dei figli smette di essere, dal punto di vista legislativo, esclusiva prerogativa delle madri.

2003

Legge costituzionale 30 maggio 2003, n. l, «Modifica dell'art. 51 della Costituzione».

L’art. 51 della Costituzione («Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizione di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge») viene modificato, con l'aggiunta: «A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini».

2004

La legge sulle elezioni dei membri del Parlamento europeo introduce una norma in materia di "pari opportunità": legge 8 aprile 2004, n. 90, «Norme in materia di elezioni dei membri del Parlamento europeo e altre disposizioni inerenti ad elezioni da svolgersi nell'anno 2004».

L’art. 3 prescrive che le liste circoscrizionali, aventi un medesimo contrassegno, debbano essere formate in modo che nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura superiore ai due terzi dei candidati.

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