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Angelo Arosio Genola, il primo Sindaco di Lissone dopo la Liberazione

15 Mai 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Il 27 aprile 1945 i membri del Comitato di Liberazione di Lissone - Agostino Frisoni, Attilio Gelosa e Gaetano Cavina, si ritrovano in mattinata nel palazzo comunale per predisporre l'insediamento del Consiglio che, con i responsabili dei tre partiti, aveva delineato nella clandestinità.
Bisogna avvisare il nuovo sindaco, che non ne sa nulla.

In quel momento Angelo Genola è nell'orto della sua casa di Via San Martino che, dati i tempi, più che una passione è una necessità: arriva un delegato del partito, Giulio Meroni, e gli "ordina" di andar subito in Comune perché ci sono i democristiani con padre Zanchettin che gli devono parlare. Genola va e si trova di fronte alla scelta già operata dal C.L.N.: rifiuta, non si sente all'altezza, non ha alle spalle esperienze amministrative, non si considera un uomo d'azione, un politico, non ritiene di essere la persona giusta insomma. "Senta padre - si rivolge allo Zanchettin - io faccio la comunione tutti i giorni e mi creda se le dico che preferisco morire piuttosto che fare il sindaco domani." Il gesuita deciso e risoluto gli batte una mano sulla spalla: "Lei, invece, è l'uomo che cercavamo. Se lei è pronto a morire, faccia qualcosa di diverso e di meglio, faccia il sindaco. Se non lo farà lei - e qui il gesuita lo tocca sul vivo - non c'è alternativa: il sindaco sarà comunista." Interviene, ma in un'altra sede, anche don Gaffuri con una minaccia che è un ricatto morale: " Se non accetti, ti depenno dall'Azione Cattolica." Ma, crediamo, sia stata la sua limpida coscienza a decidere: prima si immagonisce e poi piange, ma accetta.

Discende da una famiglia lissonese di stampo antico, patriarcale e profondamente cattolica, gli Arosio Genola, che conduce in proprio una bottega di falegname. Nato nel 1891, a vent'anni appena di leva, è inviato in Turchia, in Macedonia per la precisione, in zona d'operazione; e di ritorno, senza poter usufruire del congedo, è subito spedito al fronte della Grande Guerra. Ferito gravemente, promosso sergente maggiore di fanteria, si distingue in un'azione vittoriosa tanto da venir promosso "aiutante di battaglia". Congedato, sposatosi più volte perché più volte rimasto amaramente e sfortunatamente vedovo, continua la professione paterna interpretandola, però, come un'espressione d'arte: per lungo tempo le sue opere saranno giudicate veri capolavori. Impegnato a tempo pieno nelle attività parrocchiali, ove emergono il suo senso dell'altruismo e della carità, è uomo di Azione Cattolica, Confratello del SS. Sacramento. Moderato, paziente, mite, corretto, antifascista da sempre, tra i primi ad essere chiamato da don Gaffuri per la ricostruzione del Partito Popolare, è sembrato al C.L.N. l'uomo giusto al momento giusto e si rivelerà l'uomo della Provvidenza.

Il giorno seguente, 28 aprile, Sindaco e giunta si presentano alla cittadinanza con questo proclama:

Lissonesi,

grazie alle forze della Liberazione e della Insurrezione si inizia per il nostro paese un nuovo ordine che vogliamo sia di Libertà e Giustizia.

Nell'assumere oggi per l'autorità del C.L.N. l'Amministrazione straordinaria del Comune, sentiamo il dovere di rivolgervi un saluto fraterno e amoroso.

Portiamo nel cuore i nostri soldati morti, mutilati, prigionieri, internati e reduci ed i lutti e dolori che vi affliggono con un vivo desiderio di operare per il bene di tutti.

Cittadini,

il compito è arduo, bando agli individuali risentimenti, collaborate alla restaurazione pronta e duratura delle rovine accumulate dalla disastrosa politica dittatoriale.

Certi della buona volontà dei Lissonesi e confidando nell'aiuto di Dio ci mettiamo al lavoro. Viva l'Italia, Viva la Libertà, Viva la Giustizia.

 

La sera del 3 maggio, il C.L.N. insedia ufficialmente la nuova Giunta Municipale, la cui composizione era stata decisa sin dalla riunione clandestina del 12 marzo. Per la scelta del sindaco i comunisti, superando la dura opposizione socialista, avevano comprensibilmente messo «il loro voto a disposizione dei democristiani, appellandosi alla situazione prefascista" e la scelta era caduta su Angelo Arosio, detto Genola. Vicesindaco fu nominato Giuseppe Crippa, comunista, e all'amministrazione andò Federico Costa, socialista. La Giunta fu completata da Mario Carnnasio (Dc) all' annonaria, Emilio Colombo (Psi) ai lavori pubblici e Giulio Meroni (Pci) all'assistenza, ai quali si aggiunse il ragionier Giulio Palma, rappresentante del Partito liberale, quale assessore supplente. Nando Vismara è un consigliere dell'Annonaria.

Gelosa tiene il discorso di insediamento: "Già in periodo cospirativo il C.L.N. aveva prescelto nelle vostre persone l'autorità che avrebbe dovuto reggere in stretta collaborazione col Comitato stesso le sorti del paese ...”.  Iniziava la vita democratica di Lissone.

CLN Lissone e I giunta municipale
membri del CLN lissonese, componenti della Giunta e del Consiglio comunale (Maggio 1945)

In primo piano da sinistra:

Leonardo Vismara, Attilio Gelosa, Gaetano Cavina, Agostino Frisoni e Giuseppe Parravicini

in seconda fila al centro, il Sindaco ANGELO AROSIO

 



verbale di insediamento dell'Amministrazione comunale di Lissone - 3 Maggio 1945
 

manifesto del 3 maggio 1945 firmato dal Sindaco Angelo Arosio Genola


documento del 25 maggio 1945 recante la firma del Sindaco Angelo Arosio Genola
firma-sindaco-Arosio-Angelo-Genola.JPG

Bibliografia:
- Archivi Comunali
- “E questa fu la storia” di  Silvano Lissoni – Arti Grafiche Meroni - Lissone 2005
 

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8 maggio 1945: in Europa la guerra è finita

15 Mai 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

IL-TEMPO-8-maggio-1945.jpg

 

C'è una fotografia che ritrae dei bambini intenti a giocare con armi e proiettili sparsi sul terreno, nel cortile di un grande caseggiato. E' finita.



Nel bunker della Cancelleria, a Berlino, Hitler ha ucciso Eva Braun, poi si è sparato. Ha voluto che anche il suo cane prediletto, Blondi, venisse abbattuto. Poi, i camerati hanno bruciato i corpi di Adolf e della moglie.

 

La Repubblica di Salò non ha vissuto che diciotto mesi.

Mussolini non ha molte illusioni; confida al prefetto Nicoletti: «I tedeschi perdono sempre un'ora, una battaglia, un'idea». Il cardinale Schuster, che riceve Mussolini in Arcivescovado, lo descrive come «un uomo senza forza di volontà che muove incontro al suo fato senza reazione».

Alle 16.20 del 28 aprile, a Giulino di Mezzegra, davanti al cancello arrugginito di una villa, cadono fucilati Benito Mussolini e la sua amante Clara Petacci, che ne ha voluto condividere il destino.

Il 7 maggio il Grande Reich firma l'atto di resa senza condizioni: al posto del Führer comanda l'ammiraglio Donitz, eletto suo successore.

A Berlino si contano cinquemila suicidi. Sono arrivati quelli dell'Armata Rossa e non guardano tanto per il sottile, ma dicono le donne che ricordano i terribili bombardamenti: «Meglio un russo sulla pancia che un americano sulla testa».

Il 6 agosto, gli americani sganciano la prima atomica su Hiroshima, tre giorni dopo tocca a Nagasaki: due lampi accecanti, che sviluppano una temperatura di milioni di gradi, diecimila volte più del sole.

Si contano le perdite: l'URSS raggiunge la cifra enorme di 37 milioni, di cui 12 sono i caduti. Più di settantamila città e villaggi risultano distrutti, 30 mila fabbriche sono in rovina, 25 milioni di persone sono senza casa.

Gli americani non arrivano, tra morti e dispersi, a 400 mila; i francesi, tra prima e dopo l'armistizio, 275 mila; gli inglesi 330 mila; l'Italia ha avuto, tra militari e civili, 309.453 morti e 135.070 dispersi. Le perdite tedesche sarebbero state di 2.250.000 caduti e di un milione e mezzo di dispersi. Il Giappone, tra feriti, dispersi e deceduti, circa 1.500.000 uomini; la Polonia oltre un milione di soldati uccisi, e cinque milioni di cittadini, dei quali tre sono ebrei.



L'Italia ha avuto tra militari e civili trecentocinquantamila morti e centotrentamila dispersi, settecento chilometri di ferrovia sono distrutti o danneggiati, ha perso un milione e novecentomila vani e più di diecimila tra ospedali, cinema, alberghi e teatri, più di quarantaduemila chilometri di strade sono impraticabili, 19 mila ponti risultano abbattuti, novecento dieci acquedotti non funzionano più. Mancano 28 mila chilometri di linee elettriche. 
Secondo una stima americana, il costo totale della seconda guerra mondiale sarebbe stato di 1.154.000.000.000 di dollari, di cui 94.000.000.000 pagati da noi. Sono pochi i mutamenti territoriali: la Cecoslovacchia cede all'Unione Sovietica l’Ucraina Sub-carpatica, la Polonia raggiunge l’Oder Neisse, e divide la Prussia orientale con Mosca, alla quale cede una zona di confine, compresa Brest-Litovsk.

Un orologio di Hiroshima,

 

 

coi numeri quasi cancellati, fuso dal calore, e le lancette che segnano le 8.16.

Un marinaio a Manhattan, sulla Times Square, si butta su un'infermiera della Croce Rossa per baciarla, e celebrare così la sconfitta del Giappone.

Poi, una frase di Georges Bernanos, che vale per tutti i superstiti: «Ci sono tanti morti nella mia vita, ma più morto di tutti è il ragazzo che fui io». 

Finita la guerra: i bambini giocano con i residuati bellici. Il progresso tecnologico non ha reso il conflitto meno feroce. E sembrato anzi che, insieme agli aerei velocissimi, all'atomica, ai missili, al radar sia stata la barbarie la protagonista su tutti i fronti.

 

Da “la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti” di Enzo Biagi – Corriere della Sera 1980


cimitero americano a Omaha Beach (Normandia)


 

cimitero polacco a Montecassino

 

ATTO DI RESA MILITARE TEDESCA

Firmato a Reims alle ore 2:41 del 7 Maggio 1945

Noi sottoscritti, in virtù dell'autorità conferitaci dall'Alto Comando Tedesco, dichiariamo al Supremo Comando delle Forze di Spedizione Alleate e contemporaneamente all'Alto Comando Sovietico, la resa incondizionata di tutte le forze armate di terra, di mare e dell'aria che a questa data sono sotto il controllo Tedesco.

L'Alto Comando Tedesco invierà immediatamente a tutte le proprie autorità militari terrestri, navali ed aeree e a tutte le forze sotto il suo controllo, l'ordine di cessare ogni operazione militare attualmente in atto a partire dalle 23:01, ora dell'Europa Centrale, dell' 8 Maggio e di rimanere nelle posizioni in cui si trovano in quel momento. Nessuna nave dovrà essere deliberatamente affondata, né dovranno essere arrecati danni agli scafi, alle macchine o alle attrezzature di bordo e nessun aereo dovrà essere volontariamente distrutto o danneggiato.

L'Alto Comando Tedesco provvederà attraverso i propri Comandanti, ad assicurare che venga prontamente eseguito ogni ulteriore ordine impartito dal Comando Supremo delle Forze di Spedizione Alleate e dall'Alto Comando Sovietico.

Questo atto di resa militare potrà essere integrato da successive condizioni di resa globale da imporre alla Germania per conto delle Nazioni Unite.

Nel caso in cui l'Alto Comando Tedesco od ogni altra forza militare sotto il suo controllo non ottemperi a quanto stabilito da questo Atto di Resa, il Comando Supremo delle Forze di Spedizione Alleate e l'Alto Comando Sovietico adotteranno i provvedimenti che riterranno più opportuni.

Firmato a REIMS, in Francia, alle ore 02:41 del 7 Maggio 1945

In rappresentanza dell'Alto Comando Tedesco: Alfred JODL

ALLA PRESENZA DI:

In rappresentanza del Comando Supremo Alleato: Walter Bedell SMITH

In rappresentanza dell'Alto Comando Sovietico: Ivan SOUSLOPAROV

In qualità di Testimone: François SEVEZ (Generale dell'Esercito Francese)

 



 
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Aprile 1945: l' insurrezione popolare

24 Avril 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Aprile 1945: l' insurrezione popolare

Nei primi mesi del 1945 i due grandi fronti della guerra contro la Germania si rimisero in movimento. Il 12 gennaio veniva sferrata la grande offensiva invernale russa, al termine della quale, nel febbraio, le armate sovietiche, oltrepassato l'Oder, si trovavano a cento miglia da Berlino; l’aviazione anglo-americana sconvolgeva tutto il territorio tedesco, mentre Eisenhower, il 10 marzo, portava le sue truppe ad attestarsi sul Reno. I russi riprendevano intanto l’offensiva, e dopo aver occupato la Slesia e attraversato rapidamente la Cecoslovacchia puntavano su Vienna. Sembrava che la fortezza tedesca non potesse resistere più a lungo, e sempre più disperati apparivano gli appelli e le esortazioni di Goebbels.

Questo favorevole andamento delle operazioni sui fronti occidentale e orientale aveva ripercussioni, naturalmente, anche nell'Italia settentrionale, sebbene fino alla fìne di marzo non fosse ancora iniziata l'offensiva decisiva per le sorti della guerra nel nostro paese.

Nel mese di febbraio, il 14, manifestarono gli studenti dell'Università Bocconi a Milano: dopo aver bloccato tutte le entrate e rastrellato le aule convogliando gli studenti, i professori e gli inservienti nell'atrio della segreteria, uno studente aveva parlato ai presenti, esortandoli a lottare contro i tedeschi e i fascisti. Alcuni agenti, presentatisi all’ingresso dell'edificio, furono assaliti e, nel breve combattimento, uno di essi fu ucciso e un altro ferito gravemente. Il C.L.N.A.I, su proposta del partito d'azione, approvò il 16 febbraio una mozione di plauso e di solidarietà per quegli studenti che, dietro invito dell'Associazione universitaria studentesca, aderente al Fronte della gioventù, avevano affrontato i fascisti con le armi in pugno, contribuendo a dimostrare quanto debole fosse orma il potere che questi esercitavano.

Nel mese di marzo si rimettevano in movimento gli operai e dopo parecchie dimostrazioni, il 28, entravano in sciopero le maestranze degli stabilimenti industriali di Milano e dei principali centri della Lombardia. Anche in questa occasione il C.L.N.A.I. esprimeva il suo «fervido» plauso a quei lavoratori che, con la loro lotta, preparavano la «ormai prossima insurrezione di popolo per l'estirpazione radicale del nazismo e del fascismo e per il trionfo di una democrazia progressiva».

All' inizio di aprile partivano all'attacco le formazioni partigiane: «Ai primi di aprile Alba è riconquistata dai Volontari della Libertà. La Val Pellice è riconquistata, il Pinerolese è invaso. Le formazioni del Monferrato bloccano ogni trasporto nazifascista tra Asti, Alessandria e Torino, occupano quella rete ferroviaria, giungono fin sulle colline attorno a Torino ... In tutta l'Italia le nostre divisioni sono pronte ad affrontare quelle tedesche».

Il 16 aprile il C.L.N.A.I. rivolgeva ai Comitati di agitazione, agli operai, ai tecnici le sue istruzioni e indicava i compiti cui essi dovevano assolvere nella imminente insurrezione: difendere le fabbriche e gli uffici pubblici dalle distruzioni del nemico e passare poi all'attacco per ingrossare le file dei partigiani e per occupare i punti più importanti della città. Da notare che in queste istruzioni il compito di salvare gli impianti produttivi e di pubblica utilità, il patrimonio industriale, non era inteso passivamente bensì attivamente, come pronto e rapido passaggio dalla difesa all’offensiva, ben sapendo come, anche in questo caso, l’unico modo per raggiungere l'intento fosse quello di non rinchiudersi nelle fabbriche, ma di attaccare appena possibile.

Il 18 aprile, quasi raccogliendo subito questo appello, «Torino proclama un grande sciopero ... definendolo la prova generale dell' insurrezione. Lo sciopero si estende al Biellese, Vercellese e Novarese» . Il 19 aprile, il C.L.N.A.I. esortava i ferrovieri e i lavoratori dei trasporti dell’Italia occupata a seguire l'esempio dei loro compagni piemontesi, che da tempo avevano abbandonato il lavoro al servizio del nemico e si mantenevano compatti in sciopero. Mentre invitava formalmente i comitati di agitazione compartimentali a organizzare l'abbandono immediato e in massa del lavoro, con particolare riguardo al personale di macchina, dichiarava che era giunta l'ora di rifiutarsi a un lavoro che era un servizio al nemico e che metteva a repentaglio, con l'onore nazionale, anche l'avvenire e la vita degli stessi lavoratori.

Le direttive erano applicate senza indugio: il 23 i ferrovieri milanesi dichiaravano lo sciopero generale, contribuendo in misura decisiva a paralizzare i movimenti e il traffico dell'avversario.

Il fascismo però sembrava voler tentare una estrema resistenza, ora accentuando la politica repressiva, ora quella distensiva. Erano le due tendenze che, già inconciliabili in precedenza, tendevano adesso, per l'avvicinarsi dell'estremo pericolo, ad allontanarsi ancor di più l'una dall'altra. Continuavano da un lato gli arresti, i rastrellamenti, la sconfessione degli elementi che cercavano una «pacificazione».

D'altro lato, al contrario, il fascismo proseguiva i suoi esperimenti di socializzazione, forse illudendosi ancora di poter attrarre a sé la classe lavoratrice. Il 15 febbraio i giornali annunciavano che presso l'Università di Torino sarebbe stato ben presto inaugurato un corso sulla socializzazione «destinato ai lavoratori, capi delle aziende e dirigenti di imprese ». Il 21 febbraio il «duce» elogiava Padova per la sua «fede nella socializzazione»: «Voi avete cam­minato - aveva detto alla commissione della città recatasi a trovarlo a Gargnano - con passo celere, verso quello che ormai comunemente si chiama lo Stato del Lavoro, e cioè la Repubblica sociale italiana, secondo i primi e immutabili principi del Fascismo. Oltre la socializzazione, cardine fondamentale della Repubblica, le classi operaie hanno ora la responsabilità amministrativa dei Comuni e quella dei problemi annonari che interessano così da vicino il popolo». Il 23 marzo, nell'annuale della fondazione dei fasci, con grandi titoli su tutta la pagina, si scriveva che «la marcia rivoluzionaria continua per la difesa dell'avvenire dell'Italia e la conquista di una più alta giustizia per il popolo». Ancora il 1° aprile il «Corriere della Sera» annunciava che il 21 aprile si sarebbe proceduto «alla socializzazione di due importanti categorie di imprese industriali. Non a caso è stata scelta la data del Natale di Roma. Quest'anno, la festa del lavoro segnerà un nuovo e decisivo progresso campo sociale. Il ritmo della socializzazione diviene infatti sempre più vivace ...».

Il C.L.N.A.I. denunziò (12 aprile) come criminali di guerra i membri del direttorio fascista, e (13 aprile) diede disposizioni alle formazioni partigiane sul modo comportarsi verso i nazifascisti che si arrendevano.

Poi, il 25 aprile, mentre l'insurrezione era nel pieno del suo vittorioso svolgimento, il C.L.N.A.I. abrogava ogni legge e disposizione del governo fascista repubblicano sulla «so­cializzazione »: rispondeva in tal modo alla politica «sociale» del fascismo, che tanta diffidenza e ostilità aveva incontrato fra i lavoratori per il suo persistente corporativismo paternalistico, e apriva la via alla lotta sindacale libera e democratica.

La seduta del C.L.N.A.I. che aveva dato inizio alla insurrezione era stata quella del 19 aprile, in cui era stata approvata la mozione sui ferrovieri. Nella stessa seduta fu decisa anche, su proposta comunista, la proclamazione di una «Giornata dei Martiri e degli Eroi», e si suggerì al governo di Roma di indire tale celebrazione il 2 giugno, anniversario della morte di Garibaldi; venne inoltre discusso e approvato un lungo proclama con cui il C.L.N.A.I. quale delegato del governo italiano, intimava «formalmente» alle forze armate tedesche e fasciste, ai funzionari civili del governo fascista repubblicano, e a quelli dell'apparato di occupazione germanico, di «arrendersi o perire».

Gli Alleati, dopo aver simulato il 5 aprile un attacco sul litorale tirrenico – attacco che li portava a liberare Massa il 10 e Carrara l'11, con l'aiuto dei partigiani, come riconosceva il generale Clark – iniziavano il 9 aprile l'offensiva principale sul fronte dell’VIII Armata schierata sull'Adriatico. Nella notte fra il 20 e il 21 Bologna, la città lungamente contesa, era liberata e vi entravano per primi i soldati italiani della «Legnano», mentre Forlì, Ravenna, Modena, Ferrara venivano liberate dai partigiani. Il 23 aprile insorgeva Genova: le SAP entravano in azione e le formazioni dei patrioti scendevano dai monti circostanti; il giorno dopo il C.L.N. assumeva i pieni poteri.

Intanto il generale Clark, nei giorni precedenti la liberazione di Bologna, annunziava alle forze partigiane dell’Italia settentrionale che la battaglia finale per la liberazione d'Italia e la distruzione dell'invasore era cominciata: «Voi siete preparati a combattere, ma il momento della vostra concertata azione non è ancora giunto. A certe bande sono già state impartite istruzioni speciali. Altre bande si concentreranno nella protezione delle loro zone e delle loro città dalla distruzione, quando il nemico sarà costretto a ritirarsi... A quelle bande che non hanno avuto compiti specifici per l'immediato futuro: voi dovete alimentare la vostra forza e tenervi pronte alla chiamata. Non fate il giuoco del nemico agendo prima del tempo scelto per voi. Non sperperate la vostra forza. Non lasciatevi tentare ad agire prematuramente. Quando verrà il momento, ciascuno di voi e tutti voi sarete chiamati a far la vostra parte nella liberazione dell'Italia e nella distruzione dell'odiato nemico». Ma i partigiani, come non avevano aspettato questo proclama per mettersi in azione, così non rispettarono questi inviti alla prudenza e all'attesa, desiderando mostrare agli Alleati quanto fosse stato decisivo il contributo degli italiani alla liberazione del loro paese. Lo stesso Clark dovrà riconoscere che «i servizi resi dai partigiani furono molti e molto importanti, compresa l'occupazione di parecchie città e di parecchi villaggi».

Il C.L.N.A.I. dal canto suo continuava a preoccuparsi della difesa degli impianti industriali e di utilità pubblica, poiché sarebbe stata certamente una liberazione pagata a troppo caro prezzo se quegli impianti fossero andati distrutti. Perciò inviava il 21 aprile ai vari C.L.N. e al Comando generale del Corpo Volontari della Libertà una « circolare per l'emergenza» in cui - prevedendo che, favoriti dallo stato d'assedio, reparti di guastatori nemici potessero tentare di «mettere in esecuzione il piano di distruzioni di fabbriche» ecc. e che reparti polizieschi procedessero «al fermo di elementi della Resistenza o ritenuti tali» - dava disposizioni su come rompere il coprifuoco e attaccare ogni pattuglia nazifascista in circolazione. Il 23 aprile poi, dietro proposta del partito liberale, stabiliva le pene per chi si fosse reso responsabile di distruzioni di vie di comunicazione, di impianti industriali e in genere dell'attrezzatura produttiva.

Il C.L.N.A.I. si preoccupava anche di altri problemi che potrebbero apparire meno importanti ma di cui pure ci si doveva interessare per garantire uno sviluppo il più possibile ordinato della vita nell'immediato dopoguerra e per evitare nuove difficoltà. Ad esempio, il 23 aprile approvava deliberazione sulla nomina dei conservatori agli archivi della Repubblica sociale, con cui intendeva assicurare la conservazione degli archivi dei vari ministeri fascisti, salvando il materiale che avrebbe potuto risultare prezioso per una migliore conoscenza - anche ai fini penali - di tanti aspetti di quella repubblica.

Il 24 poi diffidava le autorità tedesche e fasciste dal continuare i maltrattamenti contro gli ebrei rinchiusi nel carcere di San Vittore di Milano con una mozione che era nel tempo stesso una chiara condanna del razzismo e una significativa promessa di un domani ben diverso.

Giunse finalmente l'insurrezione di Milano, la città che aveva guidato per tanti mesi la lotta partigiana: come quasi tutte le città e quasi tutti i villaggi dell'Italia settentrionale, anche Milano voleva liberarsi da sola e presentare agli Alleati una ripresa ordinata e pacifica della vita. Il 29 marzo era stato costituito un Comitato insurrezionale del C.L.N.A.I., composto da Valiani, Pertini e Sereni, che svolse un'azione molto importante vincendo le esitazioni di coloro che non avevano fiducia nell'insurrezione popolare. Il 24 aprile le formazioni partigiane cittadine raccolsero un appello dal C.L.N. milanese perché prendessero le armi; e il giorno seguente, mentre le maestranze occupavano le fabbriche mettendosi agli ordini del C.L.N., la battaglia raggiunse il suo culmine e si profilò senza più incertezze la vittoria.

Mussolini riallacciò attraverso il cardinal Schuster i rapporti con il C.L.N.A.I. per un ultimo, disperato tentativo di salvezza; ma di fronte alla richiesta dei rappresentanti del Comitato di arrendersi senza condizioni, prese tempo e si allontanò dall'Arcivescovado, dove si era svolto il colloquio nel pomeriggio del 25, dicendo che avrebbe dato la sua risposta. Invece partì poco dopo, nella speranza di poter riparare in Svizzera e consegnarsi agli Alleati evitando la resa al C.L.N.A.I., che doveva apparirgli umiliante e penosa. Ormai non gli era rimasto nulla per negoziare da una posizione di forza, giacché i tedeschi avevano già da tempo svolto trattative a sua insaputa e le milizie fasciste non erano più organizzate ed efficienti.

Il C.L.N.A.I. aveva assunto pubblicamente i poteri civili e militari con due proclami emanati il mattino del 25 aprile: il primo che incitava la cittadinanza allo sciopero generale e all'insurrezione sotto la guida del Comitato; e il secondo che dava le prime disposizioni con cui il C.L.N.A.I., delegato del governo italiano, intendeva «assicurare la continuazione della guerra di liberazione a fianco degli Alleati, per garantire e difendere contro chiunque la libertà, la giustizia e la sicurezza pubblica».

Nello stesso giorno, a perfezionare il precedente proclama, veniva emanato un decreto sull'amministrazione giustizia. Occorreva fissare norme precise affinché la punizione dei delitti fascisti fosse sottratta alla indignazione popolare e avvenisse con una sanzione di legalità: norme, naturalmente, che tenessero conto dello stato d'animo generale e che traducessero tale stato d'animo in termini giuridici. Con tale decreto, che mirava ad «assolvere il molto delicato compito di offrire alla popolazione seria garanzia che giustizia sarà fatta con serenità e con sollecitudine», il C.L.N.A.I. insediava le Commissioni di giustizia per la funzione inquirente, le Corti d'Assise del popolo per quella giudicante e i Tribunali di guerra per lo stato di emergenza.

Erano gli ultimi atti del dramma che aveva schierato in due campi opposti il nostro popolo: non desiderio di vendetta né spirito di rappresaglia animavano quelle deliberazioni del C.L.N.A.I., ma la naturale aspirazione a ridare alle cose umane e ai valori morali la loro giusta importanza e la loro esatta misura, non più in base a un sogno di oppressione bensì a un ideale di libertà e di giustizia, a quell’ideale che aveva animato gli uomini della Resistenza, che li aveva resi capaci di sopportare con animo sereno tante dure prove.

Ora si era giunti al termine e si poteva ripensare con soddisfazione alle difficoltà superate, ai sacrifici sofferti, si potevano rievocare con un acuto senso di rimpianto e di gratitudine i compagni caduti lungo la strada, quelle «file di morti che non tornano più».

I partigiani guardavano con fierezza ai risultati della loro tenacia: l'esercito che fin dall' inizio si erano sforzati di creare ora esisteva veramente, dopo che era stata vinta la contrarietà dei nemici da un verso e degli Alleati dall'altro. Quell'esercito aveva contribuito efficacemente, e spesso in maniera decisiva, al successo e alla rapida avanzala delle armate anglo-americane, come dovevano riconoscere gli stessi alti Comandi alleati e come ammetterà, nelle sue memorie, perfino Churchill. Basti leggere il rapporto della Special Force (cui spettava il compito di tenere i contatti con le formazioni partigiane, di dirigerne i movimenti e di coordinarli con l'azione tattica dei reparti alleati), in cui si avverte chiaramente la meraviglia per l'appoggio fornito dai patrioti, superiore al previsto e non limitato al controsabotaggio: «Il contributo partigiano alla vittoria alleata in Italia fu assai notevole e sorpassò di gran lunga le più ottimistiche previsioni. Colla forza delle armi essi aiutarono a spezzare la potenza e il morale di un nemico di gran lunga superiore ad essi per numero. Senza queste vittorie partigiane non vi sarebbe stata in Italia una vittoria alleata così rapida, così schiacciante o cosi poco dispendiosa».

Gli uomini della Resistenza potevano dirsi contenti dei risultati raggiunti sul piano politico: anche qui avevano dovuto lottare, contro la tendenza degli Alleati a limitare e a ridurre il significato e il valore dei C.L.N., ma ora, nel momento dell'insurrezione vittoriosa i C.L.N. assolvevano pienamente al loro importante compito, dirigendo lo slancio popolare, assumendo funzioni di governo, riedificando rapidamente e con grande capacità tutta la struttura di una nuova vita libera e democratica. Il riconoscimento più ampio venne reso proprio dagli inglesi, i quali, nel rapporto citato sopra, parlarono dell'eccellente lavoro compiuto dai C.L.N. prima dell’arrivo dell'A.M.G.: « ... Quanto essi hanno fatto, lo hanno fatto bene e il prestigio del movimento di resistenza italiano non e mai stato più alto che in queste ultime settimane, risultando dell'ottimo lavoro compiuto dal C.L.N.A.I. dai suoi Comitati regionali e provinciali ... Si può dire che essi hanno assolto le loro funzioni nella maniera più soddisfacente e il tempo mostrerà quali conseguenze ciò potrà avere per il futuro politico dell' Italia». Gli inglesi furono pure colpiti dalla consapevolezza e dalla disciplina con cui erano state accolte le disposizioni dei Comandi alleati: «... Tutte le armi e le munizioni vennero consegnate a Pavia, Voghera e nelle città lungo la via Emilia in quasi tutti i casi senza incidenti e in una atmosfera che smentì completamente qualsiasi possibilità di una seconda Grecia». Le gravi preoccupazioni e i timori degli alleati si dimostrarono perciò vani: la Resistenza italiana diede un esempio di compattezza, di unità, di ardore combattivo mai disgiunto dal senso dei limiti entro cui la propria azione doveva essere mantenuta perché fosse veramente efficace: la Resistenza svelò il profondo e diffuso spirito democratico del popolo italiano.

Il 26 aprile segnò la conclusione di questo travagliato e drammatico periodo: i combattimenti continuarono per alcuni giorni ancora, perché i partigiani assalirono con successo, costringendole alla resa, le colonne tedesche che dal Piemonte, dal Piacentino e dalla bassa Lombardia cercavano di aprirsi il varco verso il Brennero; ma in quel giorno il C.L.N.A.I. pose termine all'attività clandestina, passando al nuovo periodo dell'attività pubblica e palese, Il 26 veniva pubblicato il manifesto per l'assunzione dei poteri:

Il Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta Italia, delegato del solo governo legale italiano, in nome del Popolo e dei Volontari della Libertà assume tutti i poteri di amministrazione e di governo per la continuazione della guerra di liberazione al fianco delle Nazioni Unite, per l'eliminazione degli ultimi resti del fascismo e per la tutela dei diritti democratici.

Gli italiani devono dargli pieno appoggio. Tutti i fascisti devono fare atto di resa alle Autorità del C.L.N. e consegnare le armi. Coloro che resisteranno saranno trattati come nemici della Patria e come tali sterminati.

In quello stesso giorno, in un altro documento, si profilava il primo e basilare problema da risolvere per la ricostruzione pacifica di un nuovo ordinamento democratico: all'unanimità il C.L.N.A.I. approvava una mozione sulla riforma del futuro governo, manifestando una fiducia che non poteva andar delusa. poiché solo in essa c'erano le possibilità di un profondo rinnovamento della vita italiana, di quel rinnovamento che era stato uno dei più segreti e costanti ideali della Resistenza:

Il Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta ltalia in in vista della riforma del governo che certamente seguirà alla liberazione del Nord, esprime al C.L.N. centrale il voto che i Ministeri decisivi per la condotta della guerra e per il rinnovamento democratico del paese, e in particolare il Ministero degli Interni, siano affidati a uomini che abbiano decisamente combattuto il fascismo sin dal suo sorgere e che diano prova di saper degnamente esprimere i bisogni di vita e di giustizia sociale e le profonde aspirazioni democratiche delle masse lavoratrici e partigiane che sono state all’avanguardia della nostra guerra di liberazione.

Questa mozione apre nuovi problemi, prospetta l’inizio di una nuova lotta politica: la vita, nel suo infaticabile corso, non si arrestava e rapidamente portava con sé altri compiti, facendo svanire a poco a poco nel ricordo le sofferenze, i dolori, le pene e lasciando nell'anima la traccia di una più alta vita morale e l'incitamento a mantenersi sempre degni della grande esperienza della Resistenza.

Bibliografia:

Franco Catalano – Storia del C.L.N.A.I. – Laterza 1956

Aprile 1945: l' insurrezione popolareAprile 1945: l' insurrezione popolareAprile 1945: l' insurrezione popolareAprile 1945: l' insurrezione popolare
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25 aprile 1945 - 25 aprile 2015: una mostra per il settantesimo della Liberazione

22 Avril 2015 , Rédigé par anpi-lissone

25 aprile 1945 - 25 aprile 2015: una mostra per il settantesimo della Liberazione

Realizzata dall’ANPI di Lissone, la mostra consiste di 16 pannelli: uno introduttivo e 15 dedicati ai lissonesi che hanno dato la vita per la liberazione del nostro Paese dal nazifascismo: 8 sono stati fucilati e 7 sono morti nei lager nazisti.

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I FASCISTI NON SONO COME GLI ANTIFASCISTI

20 Avril 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

Lissone, 20 aprile 2015

In relazione agli articoli comparsi sull'ultimo numero de IL Cittadino, agli equivoci e alle polemiche che essi hanno suscitato, l'ANPI di Lissone vuole fare chiarezza definitiva.

L'unica mostra che la nostra Sezione ha promosso è quella dedicata ai quindici lissonesi vittime del nazifascismo. Essa compare sul sito del Comune di Lissone che ha ovviamente condiviso l'iniziativa e non comprende alcun altro pannello.

Il presidente dell'ANPI lissonese, Renato Pellizzoni, su richiesta dell'assessore Beretta, ha fornito allo stesso alcune schede relative ad altri protagonisti delle vicende della seconda guerra mondiale. Fra di esse, una comprende i nomi dei fascisti che, a Lissone, nei giorni successivi al 25 aprile furono sommariamente giustiziati. In nessun modo l'ANPI ha avallato una forma di parificazione tra i partigiani e i fascisti, che, invece, sembra chiaramente trasparire dalle parole dell'assessore Beretta e, purtroppo, anche dall'editoriale del direttore de IL Cittadino.

La scelta dei fascisti che sostennero la repubblica sociale italiana e quella dei partigiani di tutte le provenienze politiche che lottarono per dare all'Italia una Costituzione democratica non possono in nessun modo essere equiparate sul piano storico, etico e politico. La pietà per i morti, per tutti i morti, non ha niente a che vedere col giudizio storico sulle scelte che fecero i vivi. I partigiani erano dalla parte della ragione, i fascisti dalla parte del torto.

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inaugurazione di Largo Arturo Arosio

18 Mars 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

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Oreste Ballabio, un lissonese nel Corpo Italiano di Liberazione

10 Mars 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Oreste Ballabio, un lissonese nel Corpo Italiano di Liberazione

Oreste Ballabio ci ha lasciati. Era socio onorario dell'ANPI.

Nel 2010, in occasione del “Giorno della Memoria”, gli avevamo conferito la tessera ad honorem, in segno di riconoscenza per aver contribuito alla Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dal regime fascista.

Oreste Ballabio, dopo l’8 settembre 1943, fece parte del Corpo Italiano di Liberazione che, con gli Alleati, contribuirono alla liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista. Questi militari del C.I.L. vanno considerati dei resistenti come quelli che combatterono a Cefalonia o che finirono, rifiutando di combattere a fianco dei nazisti, nei lager tedeschi. Questi combattenti nelle unità militari, accomunati a quelli nelle formazioni partigiane e ai prigionieri in mano tedesca, compirono un grande sacrificio. A loro il nostro pensiero riconoscente e la gratitudine per averci consentito di riacquistare la dignità nazionale.

Quella di Oreste Ballabio è una preziosa testimonianza: quattro anni (dal gennaio 1942 al luglio 1946) in cui il giovane lissonese, da protagonista, vide la fine del regime fascista, la sconfitta del nazismo e poi, anche con il suo voto, la nascita della Repubblica Italiana.

Pedalando, fin dall’inizio

Oreste Ballabio si è affacciato alla vita il 24 ottobre del 1922 a Lissone, figlio di Ambrogio (pà ‘mBrusìn) e di Maria Perego.

Quello stesso giorno si radunavano a Napoli 60.000 camicie nere ad ascoltare Mussolini che proclamava: «O ci daranno il governo o lo prenderemo»  e a preparare la marcia su Roma, che in effetti ci sarà appena 4 giorni più tardi e che tanto avrebbe condizionato la giovinezza del nuovo nato.

58° artiglieria, cappello alpino

«Nel febbraio 1941 ho fatto la visita di leva, a Monza in “Forti e Liberi”. Poi sono partito il 10 gennaio del 1942 e sono tornato  a luglio del 1946. A vent’anni avevo già fatto 10 mesi di naja. Avevo 19 anni e tre mesi e sono tornato a 24 anni non ancora fatti».

«All’inizio sono andato a Milano alla caserma di piazzale Perrucchetti, artiglieria, e non so come mai sono andato lì; tornavo a casa tutte le domeniche, tram e treno. L’addestramento forte l’abbiamo fatto a Caslino d’Erba».

Ecco cosa dice un possibile commilitone del nonno Oreste, l’artigliere valtellinese Cesare Poletti Riz: «Nel gennaio dell’anno 1941 mi sono presentato alle armi con i nati nel 1921. Fui arruolato, fra le reclute, nel 58° Reggimento di Artiglieria Divisione Fanteria Legnano di cui alcuni reparti combattevano sul fronte greco-albanese. Eravamo ospiti nella caserma di Baggio, a Milano, presso il 27° Reggimento di Artiglieria. Dopo un primo periodo di istruzione, siamo stati inviati al campo a Canzo-Asso in provincia di Como e sistemati in una vecchia filanda con i nostri muli. Nell’autunno del 1941 il mio reparto è stato inviato in Liguria, a Cervo San Bartolomeo e dintorni; eravamo alloggiati in baracche vicino al mare e facevamo lunghe marce nell’entroterra ed esercitazioni varie. Dalla Liguria, nel novembre 1941, il reparto al quale appartenevo, con armamento e muli, fu spostato in Francia, sulla Costa Azzurra, presso Cannes, dove siamo rimasti fino al luglio 1942. La zona era bellissima con tante ville lussuose. Noi eravamo attendati, anche durante i mesi più freddi, con il compito di occupare il territorio francese e, nell’eventualità di uno sbarco dal mare, avevamo i nostri pezzi di artiglieria piazzati lungo la costa. I primi due mesi sono stati durissimi, anche per la scarsità dei rifornimenti, ma in seguito la situazione migliorò notevolmente ed a noi, come truppa di occupazione, venne assegnata una paga giornaliera di 50 franchi francesi, molto più del soldo nel territorio italiano. Stavamo bene tutti e il rapporto con la popolazione locale, nonostante alcune regole da osservare, come il coprifuoco, era buono ed eravamo benvisti».

Anche il nonno Oreste – che appartiene alla Divisione di fanteria «Legnano» e più precisamente al 58° artiglieria «Legnano» e quindi porta il cappello da artigliere alpino -  ha una storia del genere, sebbene posticipata di un anno:

«Poi sono partito per il reggimento che era in Liguria ad Albenga, a giugno. A novembre siamo andati in Francia. Già pronti per andare in Russia a rinforzare la Tridentina, invece di andare a prendere il treno ci hanno mandati in Francia. I bersaglieri in bicicletta e noi a piedi».

«Il più brutto l’ho fatto più in Francia che dopo. Si stava fuori un giorno o due a costruire camminamenti, poi quand’era pronto ci spostavano. Si faceva una media di 25-30 km tutti i giorni. Siamo arrivati fino a Lione. Nel 1943 abbiamo cominciato a stare un po’ fermi e a star bene, abbiamo costruito le baracche, e ci hanno rimpatriati».

Ecco cosa testimonia un altro reduce, un ufficiale:

«Fra i compiti dei reparti Italiani attestati nella Francia meridionale era quello di preparare delle difese per ostacolare il probabile tentativo di sbarco da parte degli anglo-americani. Infatti uno degli incarichi che ebbi in quel periodo, inverno e primavera del 1943, fu quello della responsabilità per oltre tre mesi di un plotone formato in gran parte di valtellinesi e comaschi impiegato nella costruzione di alcuni fortini in cemento armato per mitragliatrici e cannoni anticarro nella località di La Napoule a circa sei chilometri oltre la città di Cannes e organizzata come caposaldo. Gli approntamenti difensivi, grazie ai miei fanti tutti esperti muratori e carpentieri, furono lodati dal colonnello comandante il Reggimento, e seppero resistere all’usura del tempo: infatti ne ho ritrovato due intatti quando nel 1989 tornai in quella località. Ai primi di settembre 1943 i reparti della “Legnano” furono inviati in Puglia per contrastare l’avanzata delle truppe anglo-americane sbarcate in Sicilia».

Mitraglia a truppa

Continua infatti l’Oreste:

«Io il 6 settembre 1943 ero a Bologna per scendere in Bass’Italia. A un certo punto il tenente mi dice: “Ballabio, metti la mitraglia truppa!”. In pratica, sui carri merci avevamo le mitraglie in posizione contraerea e dovevamo invece metterle in posizione per sparare alle persone. Lì ho capito che stava succedendo qualcosa di grosso».

«Ma dell’armistizio abbiamo saputo solo quando siamo arrivati a Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi. L’abbiamo saputo lì perché il tenente al ma dis: “Ballabio (io avevo la mitraglia), dovete portare in salvo la bandiera. Però state attenti, non fate il fesso. Se incontrate qualcuno fate così subito” e faceva il segno di alzare le mani. “Però cercate di bruciare il camion con dentro la bandiera, per non farla restare prigioniera”. Invece, come siamo arrivati in caserma, due carri armati americani ci hanno bloccato il camion ed è finita lì, noi siamo stati agli ordini del tenente».

Ecco la testimonianza di un altro reduce:

«Il mio reparto, dopo una prima destinazione nei pressi di Bologna, a Samoggia, ai primi di settembre fu inviato, con tutto l’armamento e i muli, per “destinazione ignota”. Il viaggio fu molto lungo, in tradotta militare.

Giunti nelle vicinanze di Barletta, alle 8 di sera dell’8 settembre 1943, arrivò la comunicazione dell’avvenuto armistizio.

Pensavamo tutti che la guerra fosse ormai finita, ma alle 9 della stessa sera la radio comunicò che la guerra sarebbe continuata. Le notizie erano molto confuse, non si riusciva più a capire quale fosse il nemico, forse i tedeschi! Per nostra fortuna il viaggio proseguì senza incidenti ed arrivammo incolumi alla nostra destinazione: San Vito dei Normanni, in Puglia».

Coi «soldati del re»

Dopo l'8 settembre 1943, infatti, la Divisione Legnano fornisce i reparti base per la costituzione del 1° Raggruppamento Motorizzato, che diventa successivamente Corpo Italiano di Liberazione (Cil): sono i «soldati del re», che ora finalmente cominciano ad essere rivalutati  per la loro opera, perché l’Italia non è stata liberata solo dai partigiani, ma anche da questi soldati fedeli al loro giuramento e che persero 8100 uomini.

«Già il 28 settembre 1943 – scrive uno storico – un gran numero di fanti della Legnano costituirono, insieme ad altri reparti, il nucleo del 1º Raggruppamento Motorizzato, circa 5000 uomini che furono la prima unità combattente italiana ammessa a partecipare alla guerra contro i tedeschi», anche se – almeno all’inizio – in un settore marginale della guerra; probabilmente perché gli Alleati non si fidavano troppo. Ma il valore anche morale della loro lotta è stato altissimo: erano italiani che finalmente lottavano per liberare la loro terra».

 Il nonno Oreste prosegue:

«Eravamo prigionieri e non prigionieri, ci hanno disarmato e poi ci hanno armato ancora con le nostre armi. Eravamo l’esercito del Sud. Noi eravamo i primi, poi sono rientrati vari altri reparti e si è formato un Gruppo Legnano specializzato, poi c’erano gli alpini. Più avanti ci hanno dato la divisa inglese kaki e le sue armi, ma sempre col cappello alpino; comandante (dal gennaio 1944, ndr) era il generale Umberto Utili».

Il 58° artiglieria entra nel I Raggruppamento Motorizzato dal 15 novembre 1943. Il Raggruppamento venne impiegato già sin dal 7 dicembre 1943 sul fronte di Cassino e, in venti giorni di prima linea, caddero per la conquista del Montelungo 47 fanti e si ebbero 102 feriti. Per fortuna, il nostro Oreste lì non c’era, anche perché quella del Montelungo fu un’operazione militarmente sbagliata.

Lui era altrove:

«Prima a Brindisi, dopo a Mesagne, poi a Manduria, poi a Lizzano, poi a Taranto. Non facevamo niente. Abitavamo in tendopoli. La divisione 67 fanteria ha cominciato a combattere a Montelungo nel dicembre del 1943, noi nel febbraio 1944 sulle Mainarde, Monte Morrone.

Lì c’era una batteria alpina che era spostata e non poteva sparare, noi siamo arrivati a un punto che di munizioni non ce n’era più e allora ce le ha date la batteria alpina. Combattevamo i tedeschi, non gli italiani. Prima non avevo mai sparato, in Francia eravamo truppe d’occupazione. Nella mia batteria uno solo è morto, con la mina: stava portando il rancio in linea pezzi ed è saltato».

Sulle Mainarde

Monte Marrone è sulla catena delle Mainarde, ai confini tra le province d’Isernia e di Frosinone. Lì gli italiani combattono prima (per poco tempo) al servizio delle truppe francesi del generale De Gaulle, poi con i bersaglieri e gli alpini del «Piemonte», che s’impadronirono a metà maggio 1944 del Monte Marrone e poi occuparono Monte Mare e Monte Cavallo ed aprirono agli Alleati una nuova direttrice per raggiungere Roma.

«Il 24 maggio – spiegano i libri - venne dato l'ordine al 4° Reggimento bersaglieri, agli alpini del battaglione “Piemonte”, all'85° Reparto paracadutisti, al IX Reparto d’assalto e al IV Gruppo artiglieria someggiato di avanzare per l'alto lungo la direttrice Monte Marrone, Monte Mare, valle Venafrana, Picinisco».

«La resistenza tedesca si irrigidiva sul Monte Irto e Monte Pietroso che sbarravano l'accesso alla valle di Fondillo; ovunque avanzando, il 28 fu raggiunto Picinisco. Quando i soldati italiani del Corpo Italiano di Liberazione già gridavano “Roma, Roma!”, gli Alleati, in particolare i britannici, non vedevano di buon occhio l'entrata a Roma delle unità italiane».

Questo il ricordo di Oreste:

«Siamo scesi a Picinisco col battaglione Boschetti, il famoso battaglione Boschetti degli arditi. Poi abbiamo attraversato una valle, non so se era la valle del Liri, e c’era un ufficiale, un tenente del Boschetti che era davanti, e sento che dice se c’era qualcuno della Lombardia. Gli dicono c’è un Ballabio… “Ciao - al ma ciama, io avevo la mitraglia -. Da che part ta set?”. “Mi son da Lisòn”. “Mi son da Aròs. Ciao!”».

In effetti, quel battaglione di arditi (era il IX Reparto d'assalto)godeva di fama di grandi combattenti; entrò in linea il 20 marzo 1944 presso Monte Castelnuovo sulle Mainarde.  Veniva chiamato Boschetti dal nome del suo comandante, Guido Boschetti, e contava su circa 500 o 600 uomini, tutti volontari; dall’armistizio alla fine della guerra avrà a 60 caduti e circa 200 feriti.

Il nonno racconta di un sergente del Boschetti che, saltato su una mina e gravemente ferito, estrae una pistola e si spara alla testa.

«Come truppe destinate ad entrare in azione – racconta un altro testimone - ci fu un miglioramento nel vitto e nell’equipaggiamento; la paga fu portata a 50 lire giornaliere per soldati e ufficiali. In questa zona combattevano truppe italiane, polacche, marocchine e indiane, sulla Linea Gustav, lungo la quale avanzammo lentamente con combattimenti durissimi contro i tedeschi».

«La Pasqua del 1944 fu tragica, con moltissime perdite da una parte e dall’altra, sulla cima del Monte Marrone. Questo è stato il periodo delle grandi e sanguinose battaglie di Monte Cassino, Monte Lungo, Monte Mainardi, Monte Marrone e Monte Mare: battaglie che, anche con la partecipazione del Gruppo di combattimento Legnano del rinato esercito italiano, a fianco degli Alleati, aprirono la strada della liberazione di Roma».

Ma gli Alleati non volevano che Roma fosse liberata proprio dagli italiani, che nel frattempo – a primavera del 1944 - si erano costituiti nel Corpo Italiano di Liberazione. Esso infatti venne deviato verso l’Adriatico e impiegato alle dipendenze del II Corpo d’Armata Polacco, comandato dal generale Anders e che rappresentava l'estrema sinistra dello schieramento dell'VIII Armata britannica.

Il 1° giugno i 12-14 mila uomini del Cil erano stati organizzati su due Brigate, una Divisione e un Comando artiglieria. Oreste fa parte della prima Brigata, costituita dal 4° Reggimento bersaglieri, dal 3° Reggimento alpini (con i battaglioni Piemonte e Monte Granero) dal 185° Reparto paracadutisti e appunto dal IV Gruppo artiglieria someggiato.

Come testimoniano gli storici:

«Il Cil dall'8 giugno iniziò una travolgente offensiva che doveva portarlo da Guardiagrele al Metauro. Lo sfondamento della linea invernale portò l'8 giugno alla conquista di Canosa Sannitica, Guardiagrele e Orsogna. Mentre dopo questa operazione la II Brigata rimase a presidio del settore, i bersaglieri e gli alpini della I Brigata proseguirono l'avanzata ed occuparono Bucchianico. Nei giorni 11, 13 e 15 giugno elementi della I Brigata raggiunsero rispettivamente Sulmona, L'Aquila e Teramo. Dura poi fu la resistenza tedesca sul Chienti, ma, serrati sotto i reparti che nella rapida avanzata si erano scaglionati per decine di chilometri, a fine giugno furono occupati Tolentino e Macerata».

Spiega un reduce della “Legnano”:

«Nel maggio 1944 l’avanzata proseguì verso Roma e anche il mio reparto si spostò più a nord. Avanzammo verso Pescara; attraversammo, a piedi, il fiume Pescara trasportando mezzi e muli protetti da una pattuglia di Alpini. Deviammo verso l’Aquila, sempre a piedi, e poi ancora verso Teramo, Ascoli Piceno e Filottrano. Proprio a Filottrano (caposaldo indispensabile per la presa di Ancona) ci fu una durissima battaglia».

La battaglia di Filottrano

Infatti quella di Filottrano, tra il 9 e l’11 luglio 1944, fu una delle più dure battaglie di tutto il Cil, con 300 morti tra i paracadutisti della Nembo. Eccone una sintesi:

«I tedeschi ritirandosi da Macerata, avrebbero voluto organizzare una difesa sul fiume Musone a nord di Filottrano ma non ebbero il tempo e cercarono di resistere all'interno e nei pressi del paese. L'artiglieria del Cil si schierò nei pressi di Sant’Antonio al Forone, da dove la mattina del 7 luglio cominciò ad aggiustare i tiri sui tedeschi. La maggior parte degli obiettivi da battere erano compresi tra Filottrano e Centofinestre».

«I tedeschi battevano la strada che da Centofinestre porta a Filottrano per fermare gli attaccanti: i parà della Nembo, il San Marco, gli arditi e il 68° fanteria. Per tutta la mattina durò il combattimento e solo verso mezzogiorno ci fu una stasi. Il paese era occupato metà dagli italiani, metà dai tedeschi e si combatteva casa per casa».

«L'abitato fu molto danneggiato. Nel pomeriggio dal lato nord del paese i tedeschi sferrarono un attacco con alcuni carri armati "Tigre" ma furono dopo poco fermati dal tiro intenso dell'artiglieria. Iniziarono così a ritirarsi verso il fiume Musone e il 9 luglio il tricolore potè sventolare sul campanile di Filottrano. L'avanzata italiana continuò il 17 e portò il Cil oltre il Musone, quindi a S. Maria Nuova il 19 e a Jesi il 21».

Così invece la racconta Oreste:

«L’abbiamo vista brutta anche noi, nelle Marche, a Filottrano, si sparava a zero, appena appena sopra la nostra fanteria. Carica uno, la carica minima: già il pezzo sparava a 4 km al massimo, figurarsi dov’erano i nemici... Eran già arrivati i muli in linea, pronti per caricare la roba e scappare. Poi comincio a sentire: “Alzo più uno”, “Alzo più due”, poi “Carica terza”… Basta, era andata».

Il cannone della Grande Guerra

Per avere un’idea dell’armamento, le batterie di artiglieria da montagna erano armate con un obice da 75/13 mod. 15già preda bellica austro-ungarica nella Grande Guerra, prodotto dalla Skoda. Il pezzo era lungo 3 metri e mezzo circa, pesava oltre 600 kg e sparava (teoricamente) a 8 km. Il tutto someggiato a dorso di mulo.

Oreste però era capo arma della mitraglia pesante (una Fiat 14/ 35, che pesava circa 17 kg più altri 23 per il treppiede) nella decima batteria del IV Gruppo someggiato. Ogni batteria contava su 4 pezzi e due mitraglie:

«La mitraglia pesante era solo in difesa dei pezzi: nella ritirata, la mitraglia doveva stare lì. La portava un soldato con i muli, pesava quasi più del pezzo.. Ero il capo-arma».

«Sono rimasto in linea fino al settembre del 1944. Salendo da Pescara fino alla Linea Gotica, sempre nelle Marche più o meno».

Il Corpo Italiano di Liberazione giunge stremato al Metauro, dopo aver abbandonato lunga la strada la maggior parte dei suoi mezzi  distrutti. Viene quindi deciso di costituire con i reparti del Cil, integrato da nuove forze provenienti dalla Sardegna, sei divisioni o Gruppi di Combattimento ognuno di circa 10 mila uomini, armati ed equipaggiati con materiale inglese.

Il 24 settembre 1944, sulla base della ex Prima Brigata cui apparteneva Oreste, si ricostituisce così il Gruppo di combattimento «Legnano» con il 68° Reggimento di fanteria «Palermo», rinforzato dal IX reparto d'assalto (gli arditi del Boschetti), un Reggimento Fanteria Speciale (costituito con quanto resta del 3° alpini e del 4° bersaglieri).

L’acqua giù per le spalle

Infatti Oreste se lo ricorda bene:

«Ai primi di ottobre del 1944 eravamo nella divisione Legnano del Corpo italiano di liberazione. Poi siamo andati a riposo a Piedimonte d’Alife, mi sembra che fosse nel matese, in provincia di Caserta. L’inverno l’abbiamo fatto lì, sotto le tende. Avevamo le divise estive, i pantaloni corti. Poi, quando eravamo quasi marci con l’acqua che viaggiava sotto le tende, qualche signora ci ha fatto entrare a dormire in una casa del paese».

Un altro reduce conferma, quasi parola per parola:

«Veniamo dotati di uniformi inglesi che accettiamo molto mal volentieri, stante la nostra volontà, dimostrata in modo energico, di mantenere il grigio–verde. Anche l’armamento è inglese  e inglese diviene la tattica,  per cui necessita un particolare addestramento».

«Il battaglione viene trasferito a Piedimonte d’Alife, attendato in un campo fangoso. I mesi di ottobre e novembre sono particolarmente piovosi, ma l’addestramento, duro e spregiudicato, non conosce sosta. Alla sera, sotto il grande tendone dello spaccio, intrattengo la compagnia raccontando barzellette e facezie varie, con grande gradimento dei bersaglieri, ufficiali compresi, il che mi incoraggia a mettere insieme un’orchestrina clarinetto, tromba, tamburi ed altri a strumenti vari, tra i quali un alpino al sassofono,  ottenuti in modo rocambolesco».

Poi Oreste (ed esattamente il 23 marzo) torna al fronte, in Romagna:

«Ai primi del 1945 siamo rientrati in linea. Subito al fronte, ma si è combattuto molto. Lì chi ha lasciato tante penne è stata la Sforzesca».

Ecco la storia ufficiale:

«Il Gruppo Legnano raggiunse il fronte il 19 marzo 1945 alle dipendenze della Quinta Armata americana, schierandosi (il più a ovest dei reparti italiani) nel settore del fiume Idice».

«Gli alpini del Piemonte e dell'Aquila e i bersaglieri del Goito presero posizione fra le valli Zena e Idice, unicamente ai fanti del 68°, schierati a Monte Tano e Monte Castelvecchia. Fu subito un succedersi continuo di scontri di pattuglie e colpi di mano per saggiare, con azioni preliminari, la consistenza del dispositivo tedesco».

«Il 10 aprile ebbe inizio l'attacco contro le posizioni nemiche, da parte di due compagnie di arditi che puntarono su Vignale. Seguirono, l'occupazione di Cà del Fiume, San Chierico e del costone dei Roccioni di Pizzano. Il 21 aprile riprese l'avanzata verso Bologna dove entrarono poco dopo. Ormai i tedeschi erano in rotta».

La liberazione a casa

«Nell'ultima fase dell'inseguimento il Gruppo si divise in vane colonne motorizzate nella pianura padana; Mantova, Brescia, Bergamo, Milano, Torino furono le sue ultime tappe».

Così il nonno Oreste ricorda:

«Il 25 aprile eravamo a fare i combattimenti, dopo l’armistizio sono tornato a casa. Non tornavo al febbraio del 1943 e dopo l’armistizio notizie non se ne sapevano più. Eravamo 10, tutti lombardi; abbiamo preso un camion (lo sapeva anche un nostro ufficiale) e siamo partiti, abbiamo attraversato il Po su un ponte di barche e siamo arrivati su. L’autista era di Como».

«L’armistizio proprio ero a casa, quel giorno lì; il 5 o 6 maggio. Tant’è vero che mi hanno chiesto: “E’ lunga amò ‘sta guerra?”. “Mah. Credo che ormai è finita”. C’è la fotografia dove ci sono anch’io con la scritta: “La Brianza libera non vuole il Savoia traditore” e io sto versando il latte nel bicchiere».

La guerra è finita, la naja no

Ma intanto per Oreste è ora di tornare in caserma…

«Un giorno arriva la camionetta, il tenente ci fa: “Dai, bagai che l’hi fada fin trop!”. Mi han trovato tramite i carabinieri».

«Ci hanno sparpagliati tutti, hanno diviso il Corpo Italiano di liberazione. Chi è andavo alla Legnano, chi è andato alla Picena. Io sono andato a finire alla Nembo: alla Folgore, via, ai paracadutisti».

«E siamo tornati, siamo finiti direttamente al Brennero, a Fortezza, Bressanone, un giorno di qua, 15 giorni di là. Aspettavamo il rimpatrio dei soldati italiani. Facevamo i posti di blocco nei paesi».

«Un giorno eravamo a Miramonti, c’era un grosso capannone, pieno di copertoni e altro materiale. Quel giorno dovevo montare di guardia, il furiere mi dice: “Ballabio!”. “Dai, porco cane, ho smontato ieri sera di guardia...”. “O vai in cucina, o monti di guardia”, fa lui. Allora vado in cucina! Quella notte lì è sparita metà dei copertoni. Nessuno ha visto niente e tutto era chiuso: dove è andata a finire la roba, se le chiavi ce le aveva il maggiore?».

«C’era la popolazione altoatesina, ma hanno dovuto abbassare la testa. A San Michele dell’Adige, nel paese di Savor, ci hanno dato l’albergo e e parlavano tedesco, ma c’era un cameriere italiano: “Ho 40 anni e non riesco a capire una parola di tedesco…”, diceva».

Lo confermano gli storici: «Concluse le ostilità, il Gruppo di combattimento “Folgore” fu destinato al presidio della linea di confine tra l'Italia e l'Austria, dal Passo di Resia al Brennero fino a Prato alla Drava. Il Reggimento paracadutisti “Nembo” con comando a Brunico venne dislocato in Val Pusteria e nell'Alta Valle del Piave e vi rimase fino al 24 dicembre 1945. Nel successivo dicembre, la Folgore viene trasferita in Toscana e in Umbria».

Infatti Oreste se lo ricorda bene:

«A Natale del 1945, il giorno prima, partenza per la Toscana. A Pistoia nella caserma della Nembo, dei paracadutisti, ad aspettare che venisse sera. Poi son venuto anche a casa, 6 giorni di licenza».

«Poi il 2 giugno 1946, alle prime elezioni, siamo andati a presidiare il paese di San Marcello Pistoiese. Io ho votato repubblica, chi devo votare? Mi hanno fatto fare 10 anni di militare, i Savoia!».

Congedo da paracadutisti

«Da lì siamo andati a Pisa, a fare vacanza. E’ stato bello: ci svegliavamo alla mattina quando volevamo, alle 7 al massimo, poi si prendeva il camion e si andava a Marina di Pisa, al mare; solo noi, gli anziani. Poi si rientrava al rancio, si faceva il riposino fino alle 3 e poi si andava ancora al mare. Si giocava al pallone fino alle 7 e poi si andava in libera uscita e rientravi quando volevi. Basta che alla mattina alle 7 eri presente. Una pacchia. Io ho visto la torre di Pisa perché ero militare».

«Poi è arrivato il congedo, il 18 luglio. Ho buttato via la divisa, mi sono vestito da borghese. Era la divisa dei prigionieri di guerra, ma non grigioverde né kaki, verdone scuro con una pezza gialla dietro sulla schiena, e appena a casa l’ho buttata via. Era un venerdì e ho cominciato a lavorare dopo 8 giorni: “T’è ripusà asé”, m’an dì».

 

L’articolo è un estratto dal libro " ’Ndem, Oreste! " di Roberto Beretta. Il testo in corsivo è tratto da una registrazione di Oreste Ballabio, effettuata da Roberto Beretta. 

Libri utili

Cesare Medeghini - «Gli italiani nella guerra di liberazione. Da Cassino alle Alpi» (S.E.S.A. 1945)

Umberto Utili - «Ragazzi, in piedi», Mursia

Antonio e Giulio Ricchezza - «L’esercito del Sud», Mursia

Lorenzo Bedeschi - «La nostra guerra di liberazione: gli Arditi», Savio

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DALLA GRANDE GUERRA AL FASCISMO

8 Mars 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

DALLA GRANDE GUERRA AL FASCISMO

Conferenza del prof. Giovanni Missaglia e letture a cura di Nicoletta Lissoni

MERCOLEDI' 11 MARZO 2015 ore 21 sala polifunzionale della Biblioteca civica di Lissone, piazza IV Novembre

Questa iniziativa dell’ANPI di Lissone rientra nelle celebrazioni lissonesi per centenario della prima guerra mondiale.

La Grande Guerra segnò una linea di confine netta tra il prima e il dopo, portando con sé strascichi politici, economici e sociali che avrebbero creato il terreno fertile all’affermazione dei grandi totalitarismi.

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Le donne e le conquiste del dopoguerra

7 Mars 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti



Dopo il 1946.


La Costituzione repubblicana aveva stabilito l’uguaglianza formale fra i sessi, ma la conquista dei diritti civili si intrecciava da parte delle donne con la percezione, che divenne via via più nitida negli anni Sessanta e Settanta, di aver raggiunto diritti non completi, di avere di fronte consuetudini sociali e culturali che ancora non riconoscevano loro una reale parità.

Dalla fine degli anni Sessanta il cambiamento dell’idea stessa di politica diffuso dai movimenti giovanili e studenteschi iniziò a investire anche la sfera del privato, modificando le forme di partecipazione alla vita pubblica. Per settori consistenti della popolazione femminile, soprattutto nelle grandi città, l’adesione alla mobilitazione del '68 significò in molti casi una forma di iniziazione alla politica. Il bisogno di impegnarsi attivamente fu anche un modo per dar voce a istanze di emancipazione e di liberazione che fino a quel momento erano state scarsamente recepite a livello istituzionale.

Gli anni Settanta furono il periodo in assoluto più importante per il movimento femminista italiano, che dovette fronteggiare sia la crisi del Paese, sia una difficile modernizzazione. Questi anni, grazie anche e, forse, soprattutto, alle battaglie condotte dalle donne, segnarono importanti vittorie civili, sociali e culturali. In Italia, dal dopoguerra ad oggi, la condizione sociale e giuridica delle donne si è infatti lentamente ma radicalmente modificata. Ecco alcune tappe fondamentali di tale cammino:


1948

Entra in vigore la Costituzione. Gli articoli 3, 29, 31,37,48 e 51 sanciscono la parità tra uomini e donne.

Angela Maria Cingolani Guidi è la prima donna sottosegretario (Industria e commercio con delega all'artigianato).

1950

Varata la legge 26 agosto 1950, n. 860, «Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri».

1956

Le donne possono accedere alle giurie popolari col limite massimo di tre su sei (la norma rimarrà in vigore fino al 1978) e ai tribunali minorili.

Le funzioni riconosciute alle donne sono ancora quelle legate alla figura materna. Il loro intervento viene giudicato opportuno in quei casi in cui i problemi vadano risolti, «più che con l'applicazione di fredde formule giuridiche con il sentimento e la conoscenza del fanciullo che è proprio della donna».

1958

La legge Merlin chiude definitivamente le case di tolleranza: legge 20 febbraio 1958, n. 75, «Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui».

1959

Viene istituito il Corpo di polizia femminile.

1963

Il matrimonio non è più ammesso come causa di licenziamento: legge 9 gennaio 1963, n. 7, «Divieto di licenziamento delle lavoratrici per causa di matrimonio e modifiche della legge 26 agosto 1950, n. 860».

Marisa Cinciari Rodano è eletta vicepresidente della Camera. Le donne sono ammesse alla magistratura: legge 9 febbraio 1963, n. 66, «Ammissione della donna ai pubblici uffici ed alle professioni».

Un ulteriore passo avanti nell'effettiva attuazione dell'art.51 della Costituzione: le donne possono accedere a tutti i pubblici uffici senza distinzione di carriere né limitazioni di grado.

1968

L'adulterio femminile non è più considerato reato.

L'art. 559 del Codice penale recitava: «La moglie adultera è punita con la reclusione fino ad un anno. Con la stessa pena è punito il correo». Per il marito non esisteva nulla del genere: la disparità di trattamento non rispettava le norme fondamentali della Costituzione. Con due senten­ze del 19 dicembre 1968, la Corte costituzionale abroga l'articolo sul diverso trattamento dell'adulterio maschile e femminile e quello analogo del Codice penale.

1970

Viene approvata la legge sul divorzio: legge dicembre 1970, n. 898, «Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio».

L'introduzione del divorzio in Italia era stata collegata alla questione del voto alle donne. In sede costituente, il PCI, per una scelta di fondo sfociata nell'approvazione dell'art. 7, non aveva sollevato la questione. La Commissione dei 75 avrebbe voluto includere l'indissolubilità del matrimonio nel testo della carta costituzionale, ma, dopo un'aspra battaglia in aula, la parola «indissolubile» non era stata inserita, bocciata con un esiguo margine di voti.

Nel 1965, il socialista Loris Fortuna avanzò la prima proposta di legge, sulle orme del collega Renato Sansone, che negli anni Cinquanta aveva proposto a più riprese e senza successo una legge di «piccolo divorzio», per i casi estremi di ergastolani, malati di mente, scomparsi, divorziati all'estero.

Dopo l'approvazione della nuova normativa, nel 1974 sarebbe stato indetto un referendum abrogativo, ma in seguito alla vittoria del fronte del NO col 59% dei voti la legge sarebbe rimasta in vigore.

1971

La Corte costituzionale cancella l'articolo del Codice civile che punisce la propaganda di anticoncezionali.

Dall'inizio degli anni Sessanta la pillola contraccettiva era in commercio in molti Paesi europei, ma nel 1968 la Chiesa condannò aspramente la contraccezione. Nel 1969 la pillola cominciò, tuttavia, a essere venduta anche in Italia, come farmaco per le disfunzioni del ciclo mestruale. Nel 1971 la Corte costituzionale, dopo un'aspra battaglia, abrogò l'art. 535 del Codice penale che vietava la propaganda di qualsiasi mezzo contraccettivo e puniva i trasgressori col carcere.

Viene approvata la legge sulle lavoratrici madri: legge 30 dicembre 1971, n. 1204, «Tutela delle lavoratrici madri».

Sono istituiti gli asili nido comunali: legge 6 dicembre 1971, n. 1044, «Piano quinquennale per l'istituzione di asili-nido comunali con il concorso dello Stato».

1975

Riforma del diritto di famiglia: legge 19 maggio 1975, n. 151, «Riforma del diritto di famiglia».

Fino a questa riforma, il peso dell'educazione dei figli gravava, di fatto, sulle madri, ma tale impegno non aveva un adeguato riconoscimento giuridico. La patria potestà spettava ad entrambi i genitori, ma il suo esercizio toccava al padre, secondo l'art. 316 del Codice civile.

Col nuovo diritto di famiglia, la legge riconosce parità giuridica tra i coniugi che hanno uguali diritti e responsabilità e attribuisce ad entrambi la patria potestà.

1976

Per la prima volta una donna, Tina Anselmi, viene nominata ministro (Lavoro e previdenza sociale).

1977

È riconosciuta la parità di trattamento tra donne e uomini nel campo del lavoro: legge 9 dicembre 1977 n. 903, «Parità fra uomini e donne in materia di lavoro».

1978

Viene approvata la legge sull'aborto.

Nel 1974 i radicali avevano iniziato una campagna per un referendum al fine di abrogare le norme che penalizzavano l'aborto. Gli articoli dal 546 al 551 del Codice penale stabilivano, infatti, che la donna che si procurava un aborto dovesse essere punita con la reclusione da uno a quattro anni (ma, se l'aborto era effettuato per "salvare l'onore", era prevista una riduzione, che andava da un terzo alla metà della pena).

Dopo l'approvazione della legge, un referendum abrogativo del maggio del 1981 non avrebbe avuto successo.

1979

Nilde Jotti è la prima donna presidente della Camera.

1981

Il motivo d'onore non è più attenuante nell'omicidio del coniuge infedele.

1983

La Corte costituzionale stabilisce la parità tra padri e madri circa i congedi dal lavoro per accudire i figli.

1984

Presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri è costituita la Commissione nazionale per la realizzazione delle pari opportunità, presieduta da Elena Marinucci.

1986

La commissione nazionale per la parità uomo e donna elabora il «Programma azioni positive»: aziende e sindacati devono tutelare accesso, carriera e retribuzioni femminili.

1989

Le donne sono ammesse alla magistratura militare.

1991

Legge 10 aprile 1991, n. 125, «Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro».

La legge dovrebbe essere in grado di intervenire nel rimuovere le discriminazioni e valorizzare la presenza e il lavoro delle donne nella società. Purtroppo, è ancora poco applicata.

1992

Legge, 25 febbraio 1992, n. 215, «Azioni positive per l'imprenditorialità femminile».

La legge sull'imprenditoria femminile favorisce la nascita di imprese composte per il 60% da donne, società di capitali gestiti per almeno 2/3 da donne e imprese individuali.

1993

Con la legge 25 marzo 1993, n. 81 per la prima volta vengono introdotte le "quote rosa" in merito alle elezioni dei rappresentanti degli enti locali.

Si stabilisce che per le elezioni regionali e comunali, i candidati dello stesso sesso non possano essere inseriti nelle liste in misura superiore ai due terzi: ciò riserva, di fatto, un terzo dei posti disponibili al sesso sottorappresentato (cioè le donne). Per le elezioni nazionali, viene introdotta l'alternativa obbligatoria di uomini e donne per il recupero proporzionale ai fini della designazione alla Camera dei deputati.

Nel 1995 questa serie di interventi legislativi è stata annullata con la sentenza n. 422 della Corte costituzionale, avendo il giudice stabilito che, in materia elettorale, debba trovare applicazione solo il principio di uguaglianza formale e che qualsiasi disposizione tendente ad introdurre riferimenti al sesso dei rappresentanti, anche se formulata in modo neutro, sia in contrasto con tale principio.

1996

La legge 15 febbraio 1996, n. 66, «Norme contro la violenza sessuale», punisce lo stupro come delitto contro la persona e non contro la morale come in precedenza.

Il governo nomina un ministro per le pari opportunità, Anna Finocchiaro.

2000

Legge 8 marzo 2000, n. 53, «Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città».

Sia il padre che la madre possono chiedere l'aspettativa, da sei a dieci mesi, entro gli otto anni di vita del bambino. La cura dei figli smette di essere, dal punto di vista legislativo, esclusiva prerogativa delle madri.

2003

Legge costituzionale 30 maggio 2003, n. l, «Modifica dell'art. 51 della Costituzione».

L’art. 51 della Costituzione («Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizione di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge») viene modificato, con l'aggiunta: «A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini».

2004

La legge sulle elezioni dei membri del Parlamento europeo introduce una norma in materia di "pari opportunità": legge 8 aprile 2004, n. 90, «Norme in materia di elezioni dei membri del Parlamento europeo e altre disposizioni inerenti ad elezioni da svolgersi nell'anno 2004».

L’art. 3 prescrive che le liste circoscrizionali, aventi un medesimo contrassegno, debbano essere formate in modo che nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura superiore ai due terzi dei candidati.

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Gabriele Cavenago, memorie di un partigiano

3 Mars 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

4 marzo 2015: auguri a Gabriele Cavenago, presidente onorario dell'ANPI di Lissone, che oggi compie 95 anni

Premessa

Tradizionalmente la storia è stata considerata come quella disciplina che utilizzava come fonti il materiale scritto. Ormai sempre più di frequente testimonianze orali, memorie di vita, sono entrate nella base documentaria della ricostruzione storica. È la cosiddetta “storia orale” che consiste nel raccogliere dalla viva voce di testimoni oculari racconti di fatti ed eventi di rilevanza storica, per poi elaborarli, archiviarli e diffonderli.

Una mia particolare sensibilità per il racconto diretto, per la “storia orale” che rappresenta una parte preziosa della storia, mi spinge, fin quando sarà possibile, a raccogliere le testimonianze di alcuni protagonisti della Resistenza italiana, come quella di Gabriele Cavenago, uno degli ultimi partigiani ancora viventi a Lissone. (Renato Pellizzoni)

 

Presentazione


Nato a Caponago il 4 marzo 1920, da 61 anni risiede a Lissone.

Nel 1942 è artigliere dell’ARMIR, l’Armata Italiana in Russia. Reduce, dopo l’8 settembre 1943 entra nelle fila della Resistenza armata operante nel Vimercatese come membro delle SAP (Squadre di Azione Patriottica): il 24 aprile 1945, ad un posto di blocco organizzato dai partigiani, viene ferito ad un braccio, fortunatamente senza gravi conseguenze, da un nazista appartenente ad una colonna tedesca in fuga da Monza.

Gabriele Cavenago è presidente onorario della Sezione lissonese dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

 

Dal racconto di Gabriele Cavenago

«Presto servizio militare ad Acqui Terme dal 10 marzo 1940, artigliere con mansione di tiratore. Dopo un breve periodo di istruzione, inizio a sparare con i cannoni in un poligono di tiro. 

Il fronte francese
A metà maggio 1940, raggiungo l’Argentera, al confine francese, prima in treno fino a Cuneo, poi in colonna a piedi. Ai piedi della montagna vengono preparate le piazzole per posizionare i cannoni, obici da 149-13, in grado di bombardare il territorio francese, superando la cima della montagna.

  

Ai primi di Giugno 1940, in seguito ad un nuovo ordine, si cambia località: Colle della Maddalena, a 2000 metri, dove si montano le tende e si posizionano i cannoni. 10 giugno: l’Italia è in guerra; con i cannoni si spara verso il territorio francese per due giorni, quasi ininterrottamente, sotto una tormenta di neve.

   

fronte e retro della medaglia del “Gruppo Obici” e della “Battaglia delle Alpi”

Firmato l’armistizio tra Francia e Italia, parto per una breve licenza: ritorno poi ad Acqui Terme dove rimango fino agli inizi del 1942, allorquando arriva l’ordine di iniziare i preparativi in vista di nuova destinazione: il fronte russo.

 

Il fronte russo
 

spilla dei partecipanti all’ARMIR

A giugno 1942 partenza: trenta giorni di viaggio in treno che trasporta anche camion, trattori e cannoni, destinazione Minsk, da dove in colonna proseguo verso il Don. Lungo il percorso di trasferimento, nei pressi di Stalino, incontro mio fratello che si trovava in Russia già da alcuni mesi.
 

Il Don e la linea del fronte

Arrivo sul fronte del Don il 14 agosto 1942. In un’ansa del fiume si iniziano i lavori per la costruzione di camminamenti, rifugi, postazioni di tiro per i cannoni. La posizione è quella riservata alla Divisione Corseria.

Fine di ottobre-inizio novembre 1942: il freddo della steppa comincia a farsi sentire. Nei rifugi sotterranei si può trovare un po’ di conforto, ma i combattimenti avvengono principalmente nelle ore notturne. Si spara sui movimenti dei russi sotto la neve che cade abbondantemente.

   
Le munizioni stanno finendo. Primi di dicembre 1942: non arriva più alcun rifornimento.

 

Come potevano credere alla vittoria fascista i soldati sul Don che, nell’inverno 1942, ricevevano “le mele del duce” come dimostrazione dell’interesse della patria, quando mancavano di calzature, olio anticongelante e rancio adeguati al clima russo, per non parlare degli armamenti?


Si spera in un intervento dei carriarmati tedeschi, ma invano. I trattori non partono per il gelo e i russi si avvicinano. 11 dicembre 1942: accerchiati. Appena si vede uno spiraglio inizia la ritirata: per un po’ veniamo inseguiti dai carrarmati russi. Si raggiunge Karkov. Mentre troviamo un po’ di riparo in un capannone, durante una breve sosta per riposare, sopraggiungono i carrarmati russi. Riesco a salire su un camion della prima batteria del mio gruppo, ma dopo qualche ora rimaniamo senza benzina; si continua la ritirata a piedi.

Di notte cerchiamo rifugio nelle isbe: al caldo, tra vecchi, donne e bambini piccoli, possiamo riposare sul pavimento di legno dopo aver bevuto un po’ di brodaglia che ci veniva offerta. Procediamo verso Ponte del Donez dove convergevano i vari reparti: mancano all’appello 15 soldati della mia batteria: sono stati fatti prigionieri. Sempre a piedi, giungiamo il 24 dicembre a Varocscilov Grad, dove, in un cinema, trascorriamo il Natale mangiando un po’ di pasta. All’indomani si riprende la marcia: percorriamo dai 20 ai 25 chilometri al giorno. Riusciamo a salire su un treno scoperto che ci trasporta per una settimana in mezzo a bufere di neve. Per il freddo mi si stava congelando il naso: il mio tenente me lo strofina massaggiandolo con neve mista ad antigelo.

Alla metà di aprile 1943 arriviamo a Minsk; dopo una doccia e la bollitura degli indumenti per eliminare i pidocchi, si riparte a piedi in direzione Kiev dove giungiamo alla fine di aprile. Ci sistemiamo in alcune case e riusciamo ad alimentarci e a riprendere un po’ di forze.

Ai primi di maggio arrivano gli ordini di rientrare in Italia: essendo artigliere corro il rischio di finire in Germania per un corso di addestramento alla contraerea. Ai primi di giugno, dalla stazione di Kiev, si parte invece tutti per l’Italia. Appena il treno incomincia a muoversi, un aeroplano russo ci sorvola lanciando una bomba che cade fortunatamente ad una cinquantina di metri dal treno: bel saluto di addio! Si raggiunge Vienna e, attraverso il Brennero, arriviamo a Vipiteno dove siamo sottoposti a disinfezione e al cambio di indumenti. Si riparte poi per Pisa dove si rimane per 20 giorni in contumacia. Ritorno poi in caserma ad Acqui Terme: siamo ai primi di luglio 1943. Faccio lavori come muratore presso un acquedotto in attesa della licenza di 20 giorni come reduce dalla Russia. Prima di tornare al paese passo da Peschiera per incontrare mio fratello che non rivedevo dopo il breve incontro in terra di Russia.

Alla metà di agosto, al rientro dalla licenza, con cannoni e trattori nuovi, parto da Acqui Terme verso Firenze e raggiungiamo Asciano; era l’8 settembre 1943

 

8 settembre 1943

Ascoltiamo l’annuncio dell’armistizio. Il giorno 10 settembre nascondiamo i trattori e i cannoni in un avvallamento ed eseguiamo l’ordine del capitano “tutti liberi si ritorna a casa”. A piedi camminando lungo la ferrovia raggiungiamo la stazione di Firenze, da dove con il primo treno riesco a partire per Milano. Il capotreno ci avverte di scendere prima di arrivare in stazione Centrale per evitare di essere catturati dai tedeschi.

In prossimità di Lambrate salto dal treno e poi salgo su un tram, nascondendomi sotto i sedili dietro le gonne di alcune donne.

L’11 settembre arrivo a casa, a Caponago, che allora contava circa 3.000 abitanti. Ero uno “sbandato”. Dopo qualche giorno vengo avvicinato da un anziano antifascista del paese: decido di passare tra le fila dei partigiani, scelta condivisa da mio fratello e da un amico.

In Brianza dopo l’8 settembre non regnò la rassegnazione assoluta verso ciò che stava accadendo. Ci furono persone che cercarono di riconoscersi nella volontà di opporsi alla nuova realtà e tentarono di organizzarsi per agire.
 

membro delle SAP (Squadre di Azione Patriottica)

Le SAP erano concepite come piccoli gruppi di uomini che vivevano generalmente nelle loro cittadine, svolgendo, in alcuni casi, il proprio lavoro e che venivano chiamate clandestinamente a svolgere azioni di propaganda, come volantinaggi notturni e distribuzione di stampa antifascista, atti di sabotaggio, fino ad azioni di recupero di armi sottratte a militi colti in solitudine e ad azioni più complesse, terminate le quali il sappista tornava ad inserirsi nel tessuto di sempre.
“Le brigate Sap avevano reso possibile la crescita e l'impiego, quand'anche in forme diverse, di miglaia di nuovi combattenti, i migliori dei quali avevano anche affiancato e rinsanguato con forze fresche e collaudate quella gappiste continuamente falcidiate dalla repressione; avevano trasformato la guerriglia urbana, sostenuta inizialmente soltanto dai Gap, in lotta armata di massa e, come le Sap delle campagne, le cosidette Sap foranee, avevano spezzato l'isolamento che circondava la lotta armata sui monti, così le Sap cittadine hanno spezzato l'isolamento che minacciava le lotte operaie nelle fabbriche e la lotta dei Gap nelle strade.

La minore incisività della maggior parte degli interventi sappisti, rappresentati per lo più da azioni di propaganda, volantinaggi o disarmi era stata compensata dal numero complessivo delle azioni che grazie ad un impiego di massa delle forze erano progressivamente aumentate nel tempo e si erano sempre più estese sul territorio.

Diversamente dal gappista senza volto, il cui agire era sempre fulmineo, cruento e tanto più eclatante quanto invisibile, il sappista era stato il più delle volte necessariamente e deliberatamente ben visibile dimostrando con la sua presenza fisica, in carne e ossa, l'inoppugnabile esistenza e l'estensione del movimento partigiano. Negli interventi contro la trebbiatura del grano destinato all'ammasso, nella protezione delle manifestazioni di protesta delle donne o degli scioperi dellle mondine, nelle decine di comizi volanti nelle fabbriche o nei cinema, il sappista era comparso tra le masse per attirare l'attenzione e la sua presenza e la sua parola avevano infuso speranza e suscitato entusiasmi indispensabili ad alimentare il clima insurrezionale.

Le Sap, scriverà Luigi Longo, sono state «il tentativo - in gran parte riuscito - di giungere a mobilitare, via via, in modo organico, la maggior parte della popolazione» e, crediamo si possa aggiungere, sono state, per la concezione e la portata del fenomeno, uno strumento di lotta originale e forse unico nella Resistenza europea nonché il fattore decisivo e insostituibile nella preparazione e nell'affermazione dell'insurrezione nel capoluogo lombardo”.

(da “Due inverni, un'estate e la rossa primavera. Le Brigate Garibaldi a Milano e provincia. 1943-1945” di Luigi Borgomaneri){C}
 

  

Ricevevo gli ordini da Emilio Diligenti. Ero inquadrato nella Divisione “Fiume ADDA”, 105.ma Brigata SAP.

 

Tra i primi incarichi che mi sono affidati è l’affissione di manifesti e didtribuzione di volantini che incitano la popolazione a ribellarsi all’occupazione nazista e a disubbidire agli ordini della Repubblica Sociale Italiana.
“Questo metodo di comunicare coi volantini, risultava un modo di opposizione al nemico che incoraggiava moralmente la gente, portandola lentamente a simpatizzare ed avere fiducia negli uomini della Resistenza. Si creava una coscienza nella gente ed uno stimolo a partecipare al cambiamento”. Si passa poi ad azioni di sabotaggio di linee telefoniche utilizzate dai tedeschi.
Per rifornire i gruppi di partigiani sui monti servono anche armi e munizioni. Ne recuperiamo alcune abbandonate nelle caserme, poi con azioni di gruppo, tentiamo degli attacchi contro camion tedeschi in transito sull’autostrada. La stalla di mio padre si trovava a circa 200 metri dall’autostrada Milano Bergamo. Ci rifugiavamo poi nei boschi della pianura.

Per i partigiani di pianura le attività iniziali sono in gran parte ancora in funzione della montagna. Si recuperano armi, viveri, indumenti da inviare alle formazioni, si fa opera di convinzione e si procurano aiuti a chi vuole raggiungerle, si organizza il sostegno politico e morale. Le armi venivano nascoste, in un primo tempo nel fienile, poi venivano distribuite alle altre squadre partigiane. Un’azione di blocco di un’auto che trasportava un ufficiale tedesco fallisce; ci riusciranno altri partigiani nei pressi di Trezzo d’Adda.

Il 24 aprile 1945 organizziamo un nuovo posto di blocco; cerchiamo di fermare una colonna di nazisti in fuga da Monza. Armato di una pistola, affronto un tedesco che sparando mi ferisce al braccio; nell’azione, anche il comandante della nostra squadra rimane ferito. Raccolgo la pistola che mi era caduta e con l’aiuto di mio fratello trovo riparo in un cascinale, mentre la ferita continua a sanguinare. I miei compagni chiedono l’intervento di un medico di Pessano, che era amico dei partigiani, che presta le prime cure a me e al mio comandate. Entrambi siamo stati fortunati; niente di grave: dalla successiva radiografia l’osso del mio avambraccio risulterà intatto.

La colonna dei tedeschi in fuga verrà poi fermata dai partigiani nei pressi di Verderio.

 

Bruno Trentin  nel suo “Diario di guerra” ha scritto:

“La guerra in pianura, in campagna, era la scelta più pericolosa; non c’era il «fronte» ma una guerra selvaggia condotta da giovani, senza retroterra dove rifugiarsi. Era una guerra dalla quale, una volta cominciata, non si poteva tirarsi indietro. Si è scritto poco su questo versante della guerra partigiana che è la guerra in pianura, il più esposto, il più indifeso e, nello stesso tempo, impensabile senza il sostegno delle popolazioni contadine.

In pianura è stato necessario prendere le armi al nemico o organizzare dei lanci di paracadute (da parte degli Alleati) all’aperto, in piena campagna; a pochi chilometri dalle postazioni tedesche o fasciste. …

La Resistenza armata, senza un sostegno diffuso della popolazione, anche in un lontano borgo agricolo, non avrebbe potuto sopravvivere. Hanno concorso a questo processo le pessime condizioni di vita di una popolazione stremata dall’economia di guerra. E certamente ha pesato la sconfitta di una guerra, lo smantellamento dell’esercito come è accaduto all’8 settembre, e l’alternativa che si pose a molti giovani che rifiutavano l’ingresso nelle bande della Repubblica di Salò, di nascondersi o di combattere. …

Vent’anni di oppressione fascista sboccarono non in episodiche rivolte ma nel più grande movimento armato di massa dell’Europa occidentale. …

La scelta di libertà e di democrazia da parte di una generazione che non l’aveva mai conosciuta”.

 A causa della ferita, non avevo potuto partecipare alla festa della Liberazione e mi era dispiaciuto, tuttavia l’aria che si respirava era quella di un Paese che voleva al più presto riguadagnare il tempo perduto dopo le tragedie del fascismo. In quei momenti di gioia per la fine della guerra e della Liberazione, si sperava in un mondo diverso, in un mondo di pace, di giustizia sociale e di lavoro».

 


 


  
nel 40mo anniversario della Liberazione, il Sindaco di Caponago premia Gabriele Cavenago


In occasione del 64° anniversario della Liberazione, nel pomeriggio di Sabato 18 aprile 2009, presso la Biblioteca civica, si è svolto un importante appuntamento alla presenza due partigiani, il lissonese Gabriele Cavenago ed Egeo Mantovani, attuale presidente onorario dell’ANPI di Monza e Brianza.

Prima della proiezione del documentario sulla storia della Resistenza italiana, Nicoletta Lissoni ha letto, con un sottofondo di musiche di Johan Sebastian Bach, due lettere di condannati a morte durante la guerra di Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista.

A Gabriele Cavenago, che è anche presidente onorario dell’ANPI di Lissone, è stata consegnata una pergamena a ricordo del suo impegno di giovane partigiano, membro delle Squadre di Azione Patriottica.


Per questa occasione, Gabriele Cavenago ha donato all’ANPI di Lissone una bandiera storica del 1945, quando a Lissone si era costituita la sezione dell’ANPI.

 

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