Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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12 settembre 1943: il «Savoia Cavalleria» ripara in Svizzera

22 Octobre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Il Reggimento «Savoia Cavalleria» entrò in formazione chiusa la sera del 12 settembre 1943, alle ore 19.30, dal varco della Cantinetta sopra Ligornetto e fu ammesso per decisione del Consiglio federale.

Questo Reggimento, che portava un nome glorioso nella storia dell'Esercito italiano, non era, di fatto, che un Corpo di truppa di nuova formazione, destinato a sostituire il «Savoia cavalleria » che nell'agosto 1942 combattè con distinzione e cattiva fortuna a Stalingrado e fu, nel successivo inverno, completamente disperso e distrutto in terra russa.

Il Reggimento proveniva da Somma Lombardo, suo centro di istruzione, e faceva ottima impressione per disciplina e portamento. La truppa fu disarmata e poi incamminata, in colonna di marcia, su Rancate-Riva S. Vitale--Capolago-Melano, dove giunse alle ore 0030 del 13 settembre 1943. Con sé aveva 8 autocarri, fucili, mitragliatrici, munizioni, materiali vari, viveri e scorte.

Effettivi: 15 ufficiali, 642 sottufficiali e soldati, 316 cavalli, 9 muli.

Il Comandante era il ten. col. Piscicelli Pietro, classe 1897. Il Reggimento provvide alla sussistenza, con cucina e viveri propri, fino alla partenza da Melano.

Già il 13 settembre 1943 trecento uomini furono trasferiti al campo di Roveredo-Grigioni. poi al di là dal Gottardo. Il resto degli uomini e i cavalli partirono il giorno 16 settembre 1943 per Ins (Anet).

Bibliografia:

Antonio Bolzani, “Oltre la rete”, Società Editrice Nazionale, Milano 1946

 

1943-1945: rifugiati e internati in Svizzera

20 Octobre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Dall'inizio alla fine della guerra hanno chiesto ospitalità alla Svizzera e sono stati accolti nel suo territorio 293.773 rifugiati e internati provenienti da tutti i punti cardinali.

Nella regione meridionale è stato l'episodio dei fuoriusciti italiani, ebrei e politici, braccati dalla sbrirraglia nazifascista e dei fuggiaschi militari italiani e alleati; i primi,. renitenti alle leve della repubblica di Mussolini o alla deportazione; i secondi, in cerca di scampo dopo l'evasione dai campi di concentramento.

Di questo speciale episodio Antonio Bolzani, ha dovuto occuparsi per la carica militare (colonnello) che ricopriva nell’Esercito. Scrive nella prefazione del suo libro “Oltre la rete”, pubblicato subito dopo la fine della guerra, nel 1946: «Sono state così numerose e interessanti le cose viste e vissute che mi è nata l'idea di comporre un libro di memorie e di darlo alla stampa».

Dal libro sono tratte le informazioni che sono di seguito riportate.

 

La fiumana (settembre 1943)

Il 9 settembre 1943, in seguito all'armistizio fra l'Italia: e gli Alleati, vi fu, nel Ticino, una mobilitazione parziale di truppe per guarnire la frontiera meridionale.

Si temevano dei contraccolpi come conseguenza del disarmo dell'esercito italiano da parte della Wehrmacht, dell'occupazione tedesca di tutte le città e i punti strategici importanti nell'Italia settentrionale, delle lotte fra fascisti e antifascisti, della caccia agli ebrei, che non era mai stata accanita anche dopo la legge razziale del 1938, ma che stava per diventare feroce sotto la pressione dei germanici e, infine, a cagione della scarsità dei viveri e delle riserve, specialmente nei centri popolosi, scarsità che si sarebbe senza dubbio accentuata per effetto delle prevedibili requisizioni da parte dell'esercito occupante.

I primi fuggiaschi apparvero l'11 settembre 1943: venti prigionieri inglesi evasi dai campi di concentramento, che erano stati aperti dagli stessi italiani alla proclamazione dell'armistizio. Il giorno dopo furono novanta senegalesi.

Il Comando territoriale fino alla mobilitazione del 9 settembre 1943 non aveva preso che ristrette misure per l'internamento, limitandosi a preparare un campo unico a Roveredo (Mesolcina).

Ma i fuggiaschi accettati dagli organi di sicurezza disseminati lungo il confine divennero di giorno in giorno più numerosi, fino a formare una vera fiumana che si sovrappose a qualsiasi controllo ordinato e straripò sul territorio svizzero, da ogni dove. Già il 14 settembre se ne contavano più di mille.

 

Nel frattempo, il Comando territoriale aveva aperto in tutta fretta e arredato sommariamente dei campi di raccolta:

-         a Melano, per le regioni del mendrisiotto, del Generoso e della Valle d'Intelvi;

-         a Lamone, per il luganese, la Val Colla, la Tresa, il Malcantone,

-         a Quartino, per il Monte Tamaro e il Gambarogno;

-         a Cugnasco, per il locarnese, la Valle Maggia, le Centovalli,

-         a Roveredo, per la Mesolcina.

Ma ben. presto anche questi campi improvvisati diventarono insufficienti e si dovette aprirne altri a Gudo, a Bellinzona, a Bodio, che a loro volta furono subito riempiti e allora venne presa la decisione di far sostare i fuggiaschi in campi di masse presso la truppa di frontiera e di organizzare dei trasporti ferroviari per l'interno della Svizzera.

Il sabato 18 settembre si contavano nei diversi campi di masse non meno di 14.000 fuggiaschi, quasi tutti italiani, la più gran parte militari.

Erano presenti circa:

-         3.000 uomini a Chiasso, accampati un po’ dappertutto: nei depositi della stazione, al campo di foot-ball, nel nuovo cinematografo, in un treno preparato per la partenza dieci ore in anticipo;

-         3.000 uomini a Mendrisio, intorno alla chiesetta del manicomio cantonale;

-         800 uomini a Stabio, nella camiceria Realini;

-         700 a Riva S. Vitale, la maggior parte nell'antico, collegio Baragiola (Istituto Canisio);

-         700 a Melano, nella ex filanda;

-         800 a Lamone, nell'asilo e nella riseria;

-         1.200 a Gudo, nella grande casa colonica dello Stato che, dopo alcune sommarie trasformazioni, aveva già ospitato nei primi anni della guerra gli internati polacchi e francesi;

-         400 a Bellinzona, nell'Istituto Soave;

-         600 a Roveredo, nel collegio S. Anna.

Benché i più si dichiarassero militari, solamente dei piccoli gruppi portavano l'uniforme. Tutti gli altri erano in abito borghese e, malgrado la buona stagione, parecchi erano muniti di soprabiti, di maglie di lana e di grosse valige, ben conoscendo i rigori dell’inverno svizzero. Fra i militari in uniforme si contavano in gran numero le guardie di finanza e i carabinieri. Le guardie di finanza di Porlezza e di Porto Ceresio si erano consegnate agli organi di frontiera con i loro motoscafi.

Una buona percentuale dei fuggitivi era composta di militari in congedo abitanti nelle città e nei borghi situati in vicinanza della frontiera, che volevano sottrarsi al reclutamento da parte dei neofascisti o all'invio in Germania per il servizio del lavoro.

 

Ospitalità da parte svizzera per tutta questa gente? Diritto di asilo?

Scrive il Bolzani:

«Per i militari il presupposto per essere accettati come internati era di avere combattuto nelle vicinanze del confine e di essere stati sospinti dalle vicende della battaglia in territorio svizzero, in cerca di scampo.

Per i civili e anche per i prigionieri evasi, entra in linea di conto il diritto d'asilo, che consiste nel diritto di uno Stato di garantire, entro i suoi confini, protezione e rifugio alle persone perseguitate per motivi politici o religiosi da parte delle autorità del loro paese.

Ogni Stato indipendente è libero di accettare o di respingere i fuggiaschi e il diritto di asilo è l'espressione di questa libertà.

Esso costituisce pertanto un diritto di fronte agli altri Stati, non rappresenta un obbligo nè di fronte a uno Stato nè di fronte ai fuggiaschi in cerca di asilo.

Si deve quindi ritenere che non esiste un diritto all'asilo e che lo Stato al quale il fuggiasco fa ricorso, è libero concedere o di rifiutare l'asilo, secondo il proprio giusto criterio.

È libero cioè, in quanto Stato sovrano, di poter dire: questi entrano e sono meritevoli di protezione e questi altri non entrano perché non corrono pericoli o sono nocivi. In conclusione, se i nostri organi di vigilanza alla frontiera (nei primi venti giorni del settembre 1943 assai deboli di numero) non fossero stati travolti dalla improvvisa fiumana e non fosse mancata la possibilità di vagliare caso per caso, almeno i nove decimi dei fuggiaschi si sarebbero dovuti respingere.

 

Formavano i nove decimi tutti i militari del disciolto esercito italiano, si trovassero in servizio o fossero in congedo, e costituivano il decimo rimanente (non più di 2000) i prigionieri evasi e i fuggiaschi civili, perseguitati politici o razziali.

Ma una volta la fiumana straripata sul nostro territorio, come fare un esame a posteriori dei fuorusciti e decidere la sorte di ognuno? La decisione spettava al Consiglio federale per i militari, e per i civili alle guardie federali di confine, rispettivamente al Comando territoriale, per delegazione del Dipartimento federale di Giustizia e Polizia. Si poteva certo pensare di respingerli in massa, senza appello; ma prevalsero, come sempre. le ragioni di umanità e fu decisa l'accettazione, nella speranza che fosse questione di poche settimane. Invece l'internamento durò quasi due anni e fu sotto ogni aspetto assai gravoso. L'accettazione, considerata al lume d'oggi, ha indubbiamente valso a salvare centinaia centinaia di giovani dalla morte e dagli orrori dei campi concentramento germanici.

Decisa l'accettazione fu necessario provvedere immediatamente alle operazioni di controllo, alle visite sanitarie e al vettovagliamento.

I Comandi di truppa si incaricarono, ognuno, delle proprie centurie di fuorusciti e il Comando territoriale, d'intesa colla direzione del II Circondario delle ferrovie federali, provvide al loro trasporto oltre Gottardo, dove furono presi in consegna dal Commissariato per l'internamento, organismo militare appositamente creato dalla Confederazione per la custodia e la reggenza di tutti gli internati.

Dal 14 al 30 settembre, i trasporti notturni con treni interessarono 19.055 persone».

Nel rapporto sugli avvenimenti della seconda quindicina di settembre ha scritto le seguenti considerazioni:

«Sono per lo più uomini validi, assai dotati intellettualmente e fisicamente, ma moralmente dei naufraghi ... Solo una piccola minoranza non mi è parsa compresa della situazione angosciosa e deprimente nella quale si trovava e ha rivelato la superficialità dell'educazione ricevuta durante i venti anni di regime fascista».

 

Bibliografia:

Antonio Bolzani, “Oltre la rete”, Società Editrice Nazionale, Milano 1946

Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli

15 Octobre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli libro PizzoniAlfredo Pizzoni è nato a Cremona il 20 gennaio 1894 da Paolo, ufficiale di Artiglieria, ed Emma Fanelli. Compiuto il liceo, studia a Oxford e a Londra e si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza di Pavia. Partecipa alla Grande Guerra come ufficiale dei Bersaglieri, meritando una medaglia d'argento; dopo un periodo di prigionia in Austria viene rimpatriato ed è aggregato come ufficiale di collegamento al Corpo di spedizione internazionale in Palestina. Al termine della guerra prende parte per breve tempo all'impresa di Fiume. Nel 1920 si laurea ed entra al Credito Italiano dove inizia una brillante carriera. Nel 1922 si sposa con Barbara Longa, dalla quale avrà cinque figli. Durante il fascismo Pizzoni, che è avverso al regime, frequenta gruppi antifascisti avvicinandosi in particolare a «Giustizia e Libertà». All'entrata in guerra dell'Italia nel 1940 si fa richiamare alle armi come maggiore dei Bersaglieri. Il 23 gennaio 1942 la motonave «Victoria», diretta in Nordafrica, sulla quale è imbarcato come comandante del 36° battaglione Bersaglieri, viene affondata; per il suo comportamento in quell'occasione gli è attribuita una medaglia di bronzo. Smobilitato per ragioni di salute quello stesso anno, riprende il lavoro alla direzione centrale del Credito Italiano a Milano e torna a frequentare gli ambienti antifascisti. Dopo la caduta del fascismo e l'armistizio dell'8 settembre 1943 partecipa alla costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, di cui è sin dall'inizio nominato presidente. Ricoprirà questo ruolo per tutta la durata della lotta di Liberazione fino al 27 aprile 1945, allorché viene sostituito dal socialista Rodolfo Morandi. Nel dopoguerra Pizzoni è membro della Consulta nazionale, e presidente del Credito Italiano, carica che tiene fino alla morte, avvenuta il 3 gennaio 1958.

 

Scriveva Alfredo Pizzoni nel settembre 1946:

«Si pensi ora, quale forza morale avrebbe oggi e sempre l'Italia davanti al mondo intero, davanti a tutti i popoli, se allora (25 luglio 1943, n.d.r.) avesse saputo decisamente avviarsi sulla via della redenzione. I rischi non dovevano essere calcolati: certo gli Alleati, anche se impotenti e impreparati, e diffidenti, sarebbero almeno in un secondo tempo venuti ad aiutarci e sarebbero stati costretti a impiegare le truppe italiane, affiancandoci così effettivamente e in misura rilevante e sin dall'inizio, alla guerra di Liberazione del nostro territorio nazionale.

Invece la storia dei 45 giorni è tutta una pietosa storia, ed è all'origine di molti dei nostri attuali malanni. Sono intimamente persuaso che sarebbe bastato l'esempio dei capi, e il popolo e moltissimi soldati si sarebbero battuti eroicamente e il corso della storia nostra, presente e futura, avrebbe tutt'altro svolgimento.

 

A Milano, martedì 27 luglio si era riunito per la prima volta il Comitato antifascista; vi erano rappresentati tutti i cinque partiti antifascisti.

Roberto Veratti (avvocato, esponente socialista) venne a trovarmi al Credito Italiano e mi invitò a intervenire.

Ricordo che eravamo presenti: io per il Partito liberale, Malavasi per la Democrazia cristiana, Albasini Scrosati per il Partito d'Azione, Veratti per il Partito socialista, Basso e Molinari per il MUP e Roveda e Grilli per il Partito comunista.

La discussione si occupò delle prime necessarie misure e manifestazioni e della necessità di influire su Roma perché si venisse al più presto alla cessazione delle ostilità.

Una seconda riunione fu tenuta due giorni dopo in casa di Basso: c'era anche Gronchi per la Democrazia cristiana.

Il Comitato prese l'abitudine di riunirsi, nello studio Veratti, e io vi ero sempre ospite gradito, e interpellato specialmente ogni volta che un argomento militare affiorava. Fu così che un giorno, prima dei bombardamenti alleati di mezzo agosto, in un momento di discussione, vivace e disordinata, qualcuno disse: «È necessario che uno di noi assuma la presidenza e ottenga ordine nel parlare». Veratti intervenne: «Pizzoni assuma la presidenza». Tutti annuirono e così iniziai il mio lavoro di dirigenza e di coordinazione.

Di quel primo tempestoso periodo ricordo che il principale argomento era il far decidere Roma a concludere un armistizio con gli Alleati. Delegazioni vennero inviate, ordini del giorno spediti. Veratti andò a Roma. A poco a poco, avemmo la certezza che, se pur lentamente, Badoglio si muoveva. Ma tempo prezioso venne perduto».

 

I bombardamenti di Ferragosto a Milano

«Intanto, a Milano, si ebbero gli spaventosi e inutili bombardamenti intorno a Ferragosto; che angoscia in quei giorni!

La nostra bella città era fino allora, fortunosamente, rimasti quasi immune dai danni della guerra. Non vi era a Milano alcun obiettivo militare importante, non truppe tedesche inqua drate. Perché tanti enormi danni furono arrecati, perché si volle ferire, avvilire una popolazione che andava ritrovando lo spirito concorde ed eroico delle cinque giornate del 1848? È questa una domanda alla quale non trovo risposta, né presso gli Alleati, cautamente interrogati, ho potuto sapere e accettare nulla. Necessità militari, accennatemi, non ve ne erano. Grave errore politico? Ma quello fu un delitto, non un errore ...

La popolazione di Milano sotto i ripetuti, terribili colpi, si comportò in modo ammirevole. Intendo dire il popolo, il ceto medio, la povera gente, ché gli abbienti non c'erano, erano, salvo poche eccezioni, «filati», erano nelle loro ville della Brianza e del Varesotto, non comparvero mai, in quei giorni, in città; incominciarono timidamente, a cose finite, a bombardamenti cessati, a compiere fuggevoli gite in automobile per vedere se le loro case erano intatte o distrutte, e poi scomparvero per un pezzo ...

I poveri: si vedevano la mattina dopo i bombardamenti, seduti davanti alle loro case distrutte, inebetiti, stanchi, sporchi, laceri, commossi, intenti a radunare i resti delle loro povere cose. Non dicevano nulla, non chiedevano nulla, non imprecavano, non hanno mai imprecato, subivano con animo cristiano la maledizione per le malefatte di altri.

Ricordo una mattina che percorsi a piedi il tratto dalla stazione di porta Genova a piazza del Duomo: pareva di essere in un girone dell'Inferno dantesco. Non una casa era indenne; molte erano distrutte da bombe dirompenti, moltissime bruciavano e nessuno poteva intervenire; file interminabili di persone cariche di valige, di materassi, o che spingevano carretti colmi di vecchi arnesi e di mobilucci, si avviavano silenziose verso la periferia.

... E Milano bruciava, e i pompieri combattevano una battaglia senza mezzi adeguati e perciò perduta in partenza, e l'ira divina si abbatteva sulla magnifica e fiera città». 

 

Arriva l’8 settembre

«In quei terribili giorni noi antifascisti ci radunammo lo stesso, sempre nello studio Veratti, rimasto intatto, in mezzo a case crollate o bruciate; non c'era che da imporre a Roma la decisione suprema: cessare le ostilità; la guerra non doveva continuare e non bisognava aver paura dei tedeschi, nostri naturali nemici, causa unica oramai, dopo la caduta del fascismo, di tanta inutile sciagura.

Intanto, a poco a poco, dagli avvenimenti in corso o che si dovevano prevedere, e dalle nostre discussioni, scaturiva la necessità di armarci, di organizzare le forze che spontaneamente si mettevano a nostra disposizione.

Il conflitto con i tedeschi appariva vicino e inevitabile, l'esercito dava la penosa impressione di essere bacato, marcio, i capi incerti, imbelli, chiusi in formule, rispettabili e doverose in tempi normali, ma in quel momento anacronistiche e controproducenti. Consultatomi con Veratti, predisposi uno schema di «Guardia nazionale», lo misi a punto in una riunione autorizzata, e andai a parlare con il comandante del Corpo d'Armata territoriale di Milano. Da pochi giorni vi era stato destinato, con incarico del grado superiore, il generale di divisione Ruggero, proveniente dai bersaglieri e dallo Stato Maggiore. Si dichiarava antifascista, era vivace e simpatico, appariva animato da sincero spirito di collaborazione con i partiti politici. Vi furono altri colloqui col generale Ruggero. A questo consegnammo copia del progetto compilato di costituzione della «Guardia Nazionale» a Milano estendibile in altre città e regioni dell'Italia settentrionale. Ruggero promise di mandarlo subito a Roma, di appoggiarlo, di farci avere una risposta in pochi giorni. Ma ci accorgemmo poi che non ne aveva fatto nulla. Questo generale, in definitiva, si comportò male: non capì nulla della situazione; non ne poteva capire nulla; era impreparato; era leggero e facilone; non stava a tavolino a organizzare; non aveva servizi regolari di segreteria; credeva di risolvere la situazione con buone parole e propositi incerti.

 

Si arrivò ai primi di settembre: chiedemmo esplicitamente a Ruggero di fornirci armi, o, quanto meno, di accantonarne a nostra disposizione e con facilità per noi di prelevarle. Ci rispose con promesse vaghe e assicurazioni di buona volontà e avevamo l'impressione che non faceva sul serio, che non capiva. Ma non potevamo che stargli vicino, mantenere con lui le più cordiali relazioni, fare opera di persuasione, per portarlo a decisioni al momento dell'azione. Si arrivò così ai giorni immediatamente precedenti l'8 settembre. Oramai tutto faceva prevedere che l'armistizio o, comunque, una effettiva cessazione delle ostilità verso gli Alleati era imminente.

La mattina dell'8 fui chiamato dal generale Ruggero che mi fece capire che eravamo vicinissimi alla crisi: egli aveva avuto precise informazioni e istruzioni da Roma, a mezzo di un colonnello di Stato Maggiore, inviato dal Comando supremo, e che aveva fatto il giro dei Comandi di Corpo d'Armata territoriali. Ruggero estrasse di tasca alcune carte e mi disse: «Qui ho le mie annotazioni». Mi ripeté l'assicurazione di essere deciso ad agire, di essere con noi e che ci avrebbe dato le armi. Tedeschi a Milano ce n'erano pochissimi, addetti a servizi e con solo armi leggere.

La sera dell'8 settembre, sentito l'annuncio dell' armistizio alla radio, telefonai subito al generale Ruggero. Gli dissi: «Sono qui pronto ad agire, insieme con i miei amici, ed è questo il momento di agire». La risposta fu tipica della mentalità di un uomo che non aveva capito nulla, o che non voleva capire nulla: «Oramai c'è l'armistizio e non c'è nulla da fare; la situazione è chiarita». Replicai, ribattendo che bisognava agire. Ma di fatto, in quel preciso momento, nulla potevamo fare; era notte fonda ed eravamo tutti dispersi, senza un punto di riferimento o un luogo di convegno.

 

La mattina del 9, presto, ci fu una riunione nello studio Veratti e poi ci recammo numerosi al Comando di via Brera. Ruggero temporeggiava, Gasparotto voleva che si andasse alle barricate, io chiesi ci si dessero le armi e dichiarai che la Guardia nazionale e il popolo milanese avrebbero fatto il loro dovere e avrebbero combattuto contro i tedeschi. Ma lì non si decise nulla e allora noi venimmo via e decidemmo di aprire gli arruolamenti alla Guardia nazionale.

Solo nel pomeriggio avemmo le tessere da distribuire; diedi istruzioni agli ufficiali di arruolamento, che si installarono negli uffici dei mandamenti urbani, e che procedettero ad arruolare qualche migliaio di uomini. Nel frattempo, in piazza del Duomo, vi fu un comizio di popolo, deciso nella riunione della mattina in via Brera coll'assenso di Ruggero, e con la nostra garanzia che non ci sarebbero stati disordini: e non ce ne furono. Parlò l'avvocato Scotti per i liberali; Li Causi per i comunisti; Viotto per i socialisti e non so quali oratori per gli altri due partiti.

Prima di sera, tornai in via Brera, rividi Ruggero, e dal colloquio trassi sconfortanti certezze di insuccesso. Non si decise a darci le armi, incominciò a dire che non ne aveva, e che non aveva munizioni oltre il fabbisogno minimo dei suoi reparti, che le diserzioni avvenivano in misura impressionante e che persino dello squadrone appiedato del Savoia Cavalleria, assegnato a difesa del Comando, buona parte degli uomini si erano dileguati. Come di regola in quei giorni, non aveva un preciso disegno di azione; evidentemente cercava una via di uscita. Le notizie dalle guarnigioni periferiche della zona di sua giurisdizione erano pessime; i presidi cadevano a uno a uno senza resistenza o con azioni di fuoco minori, a opera di pochi animosi, con armi leggere e affrontati decisamente da reparti corazzati e autotrasportati tedeschi.

 

L'indomani, 10 settembre, riunione in via del Lauro, nell'ufficio dell'avvocato Della Giusta (Piero): eravamo in molti: Gasparotto, Boeri, Jacini, Li Causi, Veratti, Tino, Maffei ... Il generale Ruggero, sentivamo, non voleva prenderci sul serio; aveva un suo disegno, che nel pomeriggio si delineò: mettersi d'accordo con i tedeschi, uscire dalla situazione senza combattere e con un accomodamento, quale che fosse.

Nel pomeriggio - verso le tre - il generale Ruggero si lamentò per un incidente avvenuto vicino alla stazione: i patrioti avevano fatto fuoco su di un'automobile tedesca e ferito l'ufficiale tedesco di collegamento con Ruggero: questi temeva complicazioni e difficoltà nelle trattative che già andava conducendo per uscire da una situazione che giudicava insostenibile, deciso com'era a non compiere atti di forza. Il Comando di via Brera era pieno di ufficiali superiori che cercavano di tenersi al corrente degli avvenimenti ed esprimevano e maturavano propositi solo di fuga e di sbandamenti. Spettacolo sempre più pietoso.

Intanto con Casati, socialista serio e deciso, muniti di un'autorizzazione di Ruggero, mi recai nell'ufficio di un tenente colonnello di cavalleria che doveva farci avere munizioni da fucile per la Guardia nazionale: mi dichiarò che ne aveva pochissima, e che serviva ai reparti armati dell'esercito!

Al Comando, Ruggero, invisibile, era chiuso a chiave con un ufficiale tedesco, un semplice sottotenente, che avrebbe dovuto rappresentare, autorevolmente!, il comandante della colonna corazzata che, proveniente dalla zona emiliana, procedeva su Milano. Trattavano la resa della città, e Ruggero si illuse e volle illuderci che salvava, con onore, capra e cavoli.

 

Al palazzo di via Brera, verso le 8 di sera, la lunga conferenza con il giovane ufficiale tedesco ebbe termine, e il generale Ruggero, dopo una breve riunione con i suoi ufficiali, ricevette i tre rappresentanti del Comitato di Resistenza: Stefano Jacini, Gerolamo Li Causi e io; ci comunicò i termini dell'accordo, per cui le truppe tedesche si erano impegnate a non occupare la città, ma solo di presidiare una dozzina di sedi e uffici pubblici: posta, telegrafo, stazione, consolati, ecc.; ogni presidio sarebbe stato composto di pochissimi militari armati e da un'auto blindata, e sarebbe stato affiancato da un egual numero di soldati italiani. Ruggero si dichiarava persuaso che i tedeschi avrebbero rispettato i patti. Dimostrò inoltre di avere la sensazione di aver concluso un concordato poco onorevole, quando ci disse che riteneva che il popolo avrebbe giudicato male il suo operato, ma che riteneva di aver così agito nell'interesse della città e per risparmiare vite umane. Gli rispondemmo nell'ordine: Jacini, io, Li Causi, e tutti stigmatizzammo il suo operato, e dichiarammo il nostro disaccordo e il nostro biasimo. Si erano fatte così le 11 di sera. Ruggero si ritirò per preparare il discorso che poi fece alla radio, per comunicare al popolo l'accordo e invitare alla calma.

L'indomani mattina, uscito verso le otto, trovai piazza Cordusio piena di armati tedeschi, e così via Dante e così Foro Bonaparte. Era una magnifica e potente colonna corazzata, con armi e mezzi modernissimi. Uomini aitanti, giovani, con indumenti mimetizzati, tutti autotrasportati, su automezzi a cingoli, cannoni anticarro, obici di vari tipi: impressione di grande efficienza.

Seppi poi che si trattava della migliore divisione di SS corazzata dell'esercito tedesco: la SS Adolf Hitler Leibstandarte».

 

Da CLN a CLNAI

«Per il CLN lombardo - che solo nel febbraio 1944 prese il nome di Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia - i primi mesi di vita furono di lavoro intenso e i suoi componenti furono, oltre che a pericoli continui, sottoposti senza interruzione a continua tensione nervosa e mentale. A vicenda, ci istruivamo alla nuova vita, che veramente era di cospirazione: nomi falsi, documenti di riconoscimento contraffatti, tenore e abitudini di vita del tutto differenti da quelle fino allora seguite, connotati fisici modificati; parole d'ordine di riconoscimento quando ci si incontrava per la prima volta con uomini mai visti in precedenza. Cercavamo di riunirci, anche in incontri parziali, il più spesso possibile, e discutevamo e scambiavamo idee, sempre per meglio conoscerci, per scrutare i più reconditi propositi, per sentire fino a qual punto potevamo contare gli uni sugli altri quando le situazioni si sarebbero fatte drammatiche e tragiche. E poi, un continuo adoperarsi per fare propaganda, per incitare alla ribellione contro i tedeschi e i fascisti, per organizzare le forze sparse un po' dappertutto, dare loro un indirizzo, fornire loro i mezzi materiali per vivere e per armarsi, creare nuovi nuclei che poi diventavano formazioni, e presero forma di reparti, e bande e brigate e divisioni partigiane. Opera lunga, difficile, fatta di fede, di tenacia, di pazienza, irta di rischi, spesso sconosciuti e imprevedibili, nel corso della quale molti dei nostri migliori caddero, e furono catturati, imprigionati, sottoposti a sevizie, e finirono nei campi di concentramento, e fucilati e impiccati, e molti deportati in Germania e in Austria a morire oscuramente di stenti.

È merito assoluto ed esclusivo del CLN di avere, sin dai primissimi giorni della lotta, chiaramente e fermamente voluto che, nel crollo dell'apparato statale, nella carenza del governo, la guerra di Liberazione nazionale diventasse la guerra del popolo italiano, di tutto il popolo italiano, per il riscatto, col nostro sangue, dell'onore, della libertà e dell'indipendenza della Patria!».

Le repubbliche partigiane

6 Octobre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Venerdì 10 ottobre 2014 ore 21

“LAMPI NELLE TENEBRE”:

LE REPUBBLICHE PARTIGIANE

Esperienze di autogoverno democratico

Le repubbliche partigiane

Marzabotto

30 Septembre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

 

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La “cavalcata” del terrore iniziò all’alba del 29 settembre 1944, quando la 16a SS-Panzergrenadier-Division, agli ordini del maggiore Walter Reder, detto “il monco”, partì squarciando con il ferro e con il fuoco le valli attorno al Monte Sole. A far da cani-guida, un pugno di militi delle Brigate nere, per l’occasione in divisa SS col distintivo simile a un “44” sulle mostrine, che sapevano i sentieri, le case, i rifugi e additavano mogli, figli e padri dei partigiani della Brigata “Stella Rossa”.

Dall’eccidio non fu risparmiato nessun paese, villaggio o fattoria della zona che, a una ventina di chilometri da Bologna, è delimitata dal corso dei fiumi Reno e Setta: Marzabotto (il Comune più grande), Grizzana, Vado di Monzuno e tutte le altre località che punteggiano le vallate declinanti dall’acrocoro dominato dalla cima del Monte Sole.

Il 13 gennaio 2007, il tribunale militare di La Spezia ha condannato all’ergastolo in contumacia 10 dei 17 imputati ex nazisti ancora in vita. Sono tutti ultraottantenni e non conosceranno mai il carcere, la legge italiana non lo permette.

Il processo, infatti, non si è potuto celebrare prima perché i documenti in grado di inchiodare i responsabili del massacro sono rimasti chiusi per cinquant’anni nell’armadio della vergogna e nei sotterranei delle procure italiane. Ritrovate a metà degli Anni 90, quelle carte, con nomi e fatti, hanno potuto dare finalmente il via ai procedimenti penali.

Finora per la strage di Marzabotto esisteva un solo colpevole: il maggiore Walter Reder. Nel 1951 il tribunale militare di Bologna sentenziò per lui una condanna a vita, da scontare nel carcere militare di Gaeta. Ci passerà trentaquattro anni, malgrado un’ipocrita richiesta di perdono giunta nel 1967 agli abitanti di Marzabotto che, riuniti in Consiglio comunale, respinsero al mittente con 356 voti su 360 la petizione di clemenza sostenuta anche dalla Chiesa. Poi, nel 1980, arrivò la sentenza del Tribunale di Bari che disponeva un periodo di “prova” di cinque anni per il condannato, in attesa della scarcerazione. Fu l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, nel gennaio 1985, a concedere la grazia e a spalancare le porte della galera a Walter Reder, morto nel 1991 nella sua residenza austriaca.

La testimonianza è tratta dal volume “Marzabotto parla” di Renato Giorgi, edito per la prima volta nel 1955, ristampato a cura dell’ANPI di Bologna nel 1991. 

Località Casaglia, testimonianza di Lidia Pirini

«Era il 29 settembre, alle nove del mattino. (…) Quando a Casaglia fummo convinti che i nazisti stavano per arrivare perché si sentivano gli spari e si vedeva il fumo degli incendi, nessuno sapeva dove correre e cosa fare. Alla fine ci rifugiammo in chiesa, una chiesa abbastanza grande, piena per metà, e don Marchioni cominciò a recitare il rosario. Ho saputo in seguito che lo trovarono ucciso ai piedi dell’altare: allora non me ne accorsi e adesso riferisco solo quanto ricordo. Quando arrivarono i nazisti io non li vidi, avevo paura a guardarli in faccia. Chiusero la porta della chiesa e dentro tutti urlavano di terrore, specialmente i bambini. Dopo un poco tornarono ad aprire (…) e ci condussero al cimitero: dovettero scardinare il cancello con i fucili perché non riuscivano ad aprirlo. Ci ammucchiarono contro la cappella, tra le lapidi e le croci di legno; loro si erano messi negli angoli e si erano inginocchiati per prendere bene la mira. Avevano mitra e fucili e cominciarono a sparare. Fui colpita da una pallottola di mitra alla coscia destra e caddi svenuta. Quando tornai ad aprire gli occhi, la prima cosa che vidi furono i nazisti che giravano ancora per il cimitero, poi mi accorsi che addosso a me c’erano degli altri, erano morti e non mi potevo muovere; avevo proprio sopra un ragazzo che conoscevo, era rigido e freddo, per fortuna potevo respirare perché la testa restava fuori. Mi accorsi anche del dolore alla coscia, che aumentava sempre di più. Mi avevano scheggiato l’osso e non sono mai più riuscita a guarire bene, anche dopo mesi e anni di cura. (…) Intorno a me sentivo i lamenti di alcuni feriti. Così passò la notte e quasi tutto il giorno 30. (…) Verso sera, ci si vedeva ancora, trovai finalmente la forza di decidermi, riuscii a scostarmi i cadaveri di dosso e pian piano mi allontanai dal cimitero».

 

Marzabotto: è stato un inenarrabile martirio.

Non fu reazione senza limiti e controlli ad un episodio, non fu gesto sconsiderato di un singolo o di pochi, nel fuoco della guerra; fu il netto disegno, il proposito calcolato e deliberato di distruggere tutta una popolazione persino nelle nuove vite che sorgevano nel grembo delle madri.

Non fu gesto isolato per il numero delle formazioni militari germaniche che vi parteciparono e per la sua esecuzione condotta con metodo di guerra; guerra che si faceva sterminatrice contro una popolazione civile, dopo (ed era ben noto a chi lo comandava) che la eroica resistenza partigiana, costellata di sublimi sacrifici, era stata purtroppo in quel punto spezzata dalla forza schiacciante del numero e delle armi.

Non fu gesto isolato perché la ferocia brutale ed anche inutile agli stessi fini dell'invasore tedesco si abbatté su tante altre contrade del nostro Paese. Innumerevoli i delitti e gli orrori, terribili e gravissimi, ma nessuno che noi sappiamo di proporzioni così vaste come quello perpetrato dalla Wehrmacht e dalle SS a Marzabotto. Le vittime furono 1830 ed ebbero pace soltanto dopo la Liberazione; anzi, in certi casi nemmeno allora poiché le mine cosparse a perpetuare il delitto si accanirono contro le povere ossa senza riposo e contro i superstiti ritornati a compiere opera straziante e pietosa, a far rivivere la loro terra che quelli avrebbero voluta morta come le donne, i bambini, i vegliardi, i sacerdoti che avevano assassinato.

Non fu gesto isolato perché continuò nel tempo giorni e giorni: alla villa Colle Ameno, reso fosco dagli occupanti tedeschi, il 18 ottobre 1944 alcuni cittadini di Marzabotto venivano trucidati; lì era stato freddamente ucciso don Fornasini; e l'azione della Wehrmacht era incominciata il 28 settembre! 
 

Siamo stati a Marzabotto. Siamo andati per "dare un futuro alla memoria, nella consapevolezza che la memoria è conoscenza e che la conoscenza è libertà e che solo nella conoscenza l'uomo può trovare le ragioni e le condizioni per qualsiasi scelta della sua vita, se vuole che possa essere veramente libera, senza condizionamenti".


Per i caduti di Marzabotto

Questa è memoria di sangue

di fuoco, di martirio,

del più vile sterminio di popolo

voluto dai nazisti di Von Kesselring

e dai loro soldati di ventura

dell’ultima servitù di Salò

per ritorcere azioni di guerra partigiana.

I milleottocentotrenta dell’altipiano

fucilati e arsi

da oscura cronaca contadina e operaia

entrano nella storia del mondo

col nome di Marzabotto.

Terribile e giusta la loro gloria:

indica ai potenti le leggi del diritto

il civile consenso

per governare anche il cuore dell’uomo,

non chiede compianto o ira

onore invece di libere armi

davanti alle montagne e alle selve

dove il “Lupo” e la sua brigata

piegarono più volte

i nemici della libertà.

La loro morte copre uno spazio immenso,

in esso uomini d’ogni terra

non dimenticano Marzabotto

il suo feroce evo

di barbarie contemporanea.

                                               Salvatore Quasimodo

 

MARZABOTTO MEDAGLIA D'ORO

Incassata tra le scoscese rupi e le verdi boscaglie dell'antica terra etrusca, Marzabotto preferì ferro, fuoco e distruzioni piuttosto che cedere all'oppressore. Per quattordici mesi sopportò la dura prepotenza delle orde teutoniche che non riuscirono a debellare la fierezza dei suoi figli arroccati sulle aspre vette di monte Venere e di monte Sole sorretti dall'amore e dall'incitamento dei vecchi, delle donne e dei fanciulli. Gli spietati massacri degli inermi giovinetti, delle fiorenti spose, e dei genitori cadenti non la domarono ed i suoi 1830 morti riposano sui monti e nelle valli a perenne monito alle future generazioni di quanto possa l'amore per la patria.

Marzabotto, 8 settembre 1943 – 1° novembre 1944 



Per quella “operazione” il feldmaresciallo Kesserling si complimentò con gli uomini della sedicesima divisione, in particolare con il maggiore Walter Reder.

Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue "gravissime" condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l'impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che - anzi - gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli... un monumento. A tale affermazione rispose Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe:

Lo avrai

camerata Kesselring

il monumento che pretendi da noi italiani

ma con che pietra si costruirà

a deciderlo tocca a noi

non coi sassi affumicati

dei borghi inermi straziati  dal tuo sterminio

non colla terra dei cimiteri

dove i nostri compagni giovinetti

riposano in serenità

non colla neve inviolata delle montagne

che per due inverni ti sfidarono

non colla primavera di queste valli

che ti vide fuggire

ma soltanto col silenzio dei torturati

piú duro d'ogni  macigno

soltanto con la roccia di questo patto

giurato fra uomini liberi

che volontari s'adunarono

per dignità non per odio

decisi a riscattare

la vergogna e il terrore del mondo

su queste strade se vorrai tornare

ai nostri posti ci troverai

morti e vivi collo stesso impegno

popolo serrato intorno al monumento

che si chiama

ora e sempre

resistenza.

Aldo Fumagalli

24 Septembre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi



Nato a Lissone il 26/9/1921, morto a Salza il 24/09/1944.


Era figlio di Carlo e Maria Ernesta Tremolada.

Aldo Fumagalli era un Geniere del III Reggimento di Pavia, Internato Militare Italiano (IMI).  Non conosciamo dove fu catturato dai nazisti. Giunse a Dora Mittelbau il 13.10.1943 con un trasporto di 869 militari italiani. Ad Aldo fu assegnata la matricola 0149.

Dora Mittelbau/Salza è situata nel distretto di Nordhausen, in Germania. La regione è la Turingia e Nordhausen è ad est di Gottingen, ad ovest di Halle e a nord di Erfurt.

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Il campo Dora era situato nelle colline dell'Harz.

Il 13.10.1943 Dora Mittelbau era un sottocampo di Buchenwald e divenne autonomo da Buchenwald il 28/10/1944.

 

Salza era un sottocampo del lager Dora.

L'allestimento di Dora e dei suoi annessi è legato alla storia delle armi segrete hitleriane.

In poco tempo furono fatti completare ai deportati due tunnel, della lunghezza di 1.800 metri, collegati con un sistema di numerose gallerie minori servito da una ferrovia interna a scartamento ridotto, che consentiva il trasferimento dei singoli componenti degli ordigni nella sala dove avveniva il montaggio.

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I primi scaglioni di deportati sistemarono le caverne, impiantarono le officine e misero a punto le altre installazioni. Essi vivevano nelle caverne, dormivano in alveari costruiti all'interno dei tunnel, dandosi il cambio in modo che una squadra potesse riposare mentre l'altra era al lavoro. La ventilazione e l'illuminazione erano scarse e insufficienti. Mancava qualsiasi installazione igienica per soddisfare i bisogni corporali, mancava l'acqua; la vita era un inferno. Molti deportati non hanno visto la luce del sole per mesi e mesi.

Chi non era stroncato dalla fatica, chi non veniva ucciso a bastonate o fucilato per supposto sabotaggio, poteva dirsi fortunato.

Nel marzo del 1944, per poter soddisfare le esigenze del campo, furono portate a termine le baracche sulle alture delle colline perché oramai lo spazio, nelle gallerie, non consentiva di sistemare altri deportati e soprattutto perché era necessario ampliare gli impianti per la produzione dei missili. Così alle 12-16 ore di lavoro massacrante si aggiunsero i tempi di trasferta e gli appelli di controllo tanto che il tempo disponibile per il riposo si riduceva a poche ore. Nei venti mesi della sua esistenza, sono stati registrati a Dora 138.000 deportati, dei quali più di 90.000 vi hanno perso la vita. Tra di essi diverse migliaia di italiani, politici e anche militari, trasferiti qui in spregio ad ogni convenzione internazionale sui prigionieri di guerra.

Le difficoltà di comprendersi a causa della diversità delle lingue non impedirono il sorgere di un forte movimento di resistenza clandestina che organizzava soprattutto dei sabotaggi. Se i missili nazisti non furono prodotti nei tempi voluti e non furono sempre quel marchingegno di perfezione e di mortale efficacia auspicato da Hitler, ciò è dovuto anche al fatto che le lavorazioni erano costantemente ritardate e danneggiate dai deportati addetti alla loro fabbricazione.

Dopo un anno dal suo arrivo nel lager,  Aldo Fumagalli muore il 24 settembre 1944 per denutrizione e maltrattamenti: mancavano due giorni e avrebbe compiuto 23 anni.

 dichiarazione di un suo compagno di lager

 

Dora è stato liberato dagli americani il 15 aprile 1945.

        " Ti hanno dato un nome di donna, Dora.

          Avresti dovuto rasserenare le fronti  affaticate.

          Ti hanno dato un nome di donna, Dora,

          per ingannarci ancora una volta.

          Tu eri, Dora, una donna di pietra.

          Migliaia e migliaia ti son morti tra le

          braccia,

          migliaia ti hanno maledetta,

          il tuo respiro era gelido,

          il tuo sorriso era di ghiaccio

          e il tuo bacio avvelenato. "

 

                 Stanislas Radimecki

                 Deportato ceco

 

viaggio a Stella

23 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone

viaggio a Stella

Domenica 14 settembre 2014 “VIAGGIO DELLA MEMORIA” a Stella (SV) alla casa di Sandro Pertini

Partecipanti al viaggio a Stella (SV), organizzato dalla Sezione lissonese dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, davanti alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini.

La casa di Sandro Pertini è in Via Muzio 42 a Stella San Giovanni (SV). È sede Museale e biblioteca, nonché sede dell’Associazione “Sandro Pertini”, che mantiene e diffonde il patrimonio storico, umano e politico del presidente Pertini.

viaggio a Stella

Milano, 16 agosto 1943: il capolavoro di Leonardo in grave pericolo

15 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

1943 Milano 1943 Milano Corso Vittorio Emanuele

Milano e le cittadine confinanti furono fra i luoghi italiani più colpiti durante la seconda guerra mondiale. Il primo bombardamento avvenne nella notte fra il 15 e il 16 giugno 1940 con lievi danni alle strutture pubbliche ed industriali. Ne seguirono altri, ad intervalli, fra il giugno e il dicembre 1940. Il primo massiccio bombardamento di Milano (dopo un intervallo durato tutto il 1941 e parte del 1942) si verificò il 24 ottobre 1942, in pieno giorno, ad opera dell'aviazione inglese. Nella notte del 14-15 febbraio 1943 fu il turno degli aerei americani. Fra il 7 e l'8, il 12 e il 13, il 14 e il 16 agosto 1943 gli attacchi furono più violenti e numerosi: Milano fu colpita più volte da ben 916 bombardieri. Vennero sganciate in quei giorni 2600 tonnellate di bombe. Furono distrutte migliaia di case, i servizi pubblici furono interrotti, i morti si contarono a centinaia. I bombardamenti proseguirono nel 1944 in un crescendo pesantissimo.

1943 Milano palazzo bombardato 1943 Milano Piazza Fontana bombardata

Alla fine del 1943 a Milano si contavano 250.000 senza tetto, 300.000 evacuati, 687 morti e 113 feriti. Il 65% dei monumenti era stato gravemente danneggiato o distrutto. Dei 273 edifici protetti della città, 183 avevano subito danni.

1943 Milano San Babila bombardata 1943 Milano Sant'Ambrogio bombardata 

Il 14 febbraio 1943 un raid aereo provocò qualche danno di minore entità alla chiesa di Santa Maria delle Grazie e alla volta del refettorio. Un altro attacco durante la notte fra il 13 e il 14 agosto 1943 danneggiò il convento ma non il refettorio.

1943 ospedale Maggiore Milano bombardato 

Padre Acerbi, un veterano della grande guerra, trascorse l'ennesima notte all'addiaccio in un umido rifugio antiaereo di Milano, in compagnia dei suoi confratelli domenicani. Sperava che i terrificanti eventi cui aveva assistito la notte precedente non si sarebbero ripetuti. Era domenica 15 agosto 1943. Quel giorno lui e i suoi concittadini avevano festeggiato Ferragosto, l'Assunzione di Maria Vergine, ma la celebrazione si era svolta sottotono. Acerbi aveva pregato per la cessazione dei bombardamenti, chiedendo anche solo qualche ora di tregua: i milanesi erano stanchi e avevano bisogno di dormire, così come lui e gli altri frati.

Poco dopo la mezzanotte, mentre la luna piena cominciava a riemergere da un'eclissi parziale, aveva riudito il temuto suono delle sirene antiaeree. I raid precedenti avevano già costretto centinaia di migliaia di persone a lasciare la città. Venti minuti dopo le sirene, aveva sentito il rombo dei bombardieri, poi coperto dal frastuono delle prime esplosioni. La terra aveva tremato sotto i piedi dei confratelli, con crescente violenza, a mano a mano che la prima ondata dei Lancaster della RAF britannica si avvicinava al centro. I lampi delle esplosioni avevano reso ancor più luminoso il cielo già chiaro. L’aria si era riempita dell'odore acre degli incendi. Un ordigno da quasi due tonnellate era scoppiato vicino al rifugio dei monaci, con un boato assordante.

Qualche notte prima, le schegge avevano investito la chiesa di Santa Maria delle Grazie e il refettorio. Sorprendentemente, nessuna aveva danneggiato il gioiello di Milano, l'opera che sorvegliava i pasti quotidiani dei domenicani: L'ultima cena di Leonardo. Per tradizione, da secoli i frati mangiavano di fronte alla parete su cui Leonardo aveva ritratto i dodici apostoli e Gesù in procinto di consumare la loro cena.

Quando sorse l'alba, padre Acerbi vide che l'esplosione aveva interrotto quella tradizione, forse per sempre.

Leonardo aveva scelto un approccio contemplativo quando aveva dipinto il Cenacolo. Matteo Bandello, giovane monaco e rinomato autore di novelle, osservò che Leonardo «soleva anco spesso, ed io più volte l'ho veduto e considerato, andar la matina a buon'ora e montar sul ponte, perché il cenacolo è alquanto da terra alto; soleva, dico, dal nascente sole sino a l'imbrunita sera non levarsi mai il pennello di mano, ma scordatosi il mangiare e il bere, di continovo dipingere. Se ne sarebbe poi stato dui, tre e quattro di che non v'averebbe messa mano, e tuttavia dimorava talora una e due ore del giorno, e solamente contemplava, considerava, ed essaminando tra sé, le sue figure giudicava».

Quando l'affresco era stato terminato, nel 1498, tutti erano rimasti sbalorditi. Fino ad allora le rappresentazioni di quel soggetto, dai primi affreschi nelle catacombe del V e del VI secolo fino alle opere più recenti di Taddeo Gaddi (1350 ca.), Andrea del Castagno (1447 ca.), Domenico Ghirlandaio (1480 ca.) e Pietro Perugino (1493 ca.), avevano enfatizzato il tema dell'eucaristia, disponendo i dodici apostoli intorno al tavolo mentre Cristo preparava e offriva il pane e il vino consacrati. L’ambientazione di quelle opere era immaginaria, le figure erano statiche e prive di emozioni. Spesso Giuda veniva ritratto in disparte, lontano da Gesù e dagli altri apostoli.

Ma Leonardo, attento osservatore della natura e studioso del corpo umano, aveva rotto con la tradizione e fuso la cerimonia dell'eucaristia con il drammatico momento in cui Cristo annuncia ai presenti: «In verità vi dico: uno di voi mi tradirà». Avendo notato che «i movimenti dell'uomo sono altrettanto variegati delle emozioni che li attraversano», il maestro aveva ritratto la reazione di ogni apostolo a quell'annuncio sconvolgente: Filippo si porta le mani al petto come a protestare la sua innocenza, Giacomo maggiore fa un gesto di indignazione, Bartolomeo non stacca gli occhi da Gesù e si sporge in avanti, mentre Giuda, dopo avere rovesciato accidentalmente il sale, si ritrae sulla difensiva e stringe un sacchetto, forse contenente i trenta denari. L’uso del colore e l'aspetto realistico dei personaggi coinvolgono l'osservatore nella drammatica narrativa di Leonardo.

La notte di Ferragosto del 1943 il dipinto rischiò di scomparire, polverizzato. La bomba piombò al centro del chiostro dei Morti, un piccolo spazio erboso a est del refettorio e a nord della chiesa. L’esplosione distrusse il corridoio coperto che i monaci biancovestiti attraversavano quotidianamente. L’unica testimonianza rimasta della sua esistenza erano alcune colonne spezzate, che fino al giorno prima sostenevano le graziose arcate e gli affreschi del passaggio che portava alla chiesa.

La detonazione mandò in frantumi la parete orientale del refettorio, facendo crollare il tetto. Le travi maestre distrussero la fragile volta dell'edificio come un martello calato su un uovo. Nel 1940 i funzionari addetti alla tutela delle opere d'arte avevano preventivamente sistemato una protezione fatta di sacchi di sabbia, impalcature di legno e rinforzi metallici su entrambi lati della parete settentrionale. Grazie a questa precauzione, il capolavoro di Leonardo non crollò. Anche se il giorno dopo l'attacco nessuno era in grado di confermare lo stato dell'Ultima cena, padre Acerbi pensò al miracolo quando vide che, forse, l'affresco era sopravvissuto a una bomba esplosa a una ventina di metri di distanza.

Per dipingerlo, Leonardo aveva adottato una tecnica sperimentale. Invece di utilizzare il procedimento consueto, applicando i pigmenti all'intonaco fresco, aveva dipinto su una parete asciutta, sperando di ottenere una tavolozza più completa. Questo approccio si adattava bene anche al suo metodo di lavoro, lento e meditativo. Aveva impiegato circa tre anni a completarlo; una volta finito, misurava 460 cm di altezza per 880 di lunghezza, e copriva quasi l'intera larghezza del refettorio. Ma l'esperimento era fallito: dopo meno di vent'anni, la superficie pittorica mostrava già diversi segni di deterioramento. Nel 1726 c'era stato il primo di una lunga serie di interventi di restauro, alcuni documentati, altri no. Troppo spesso, però, questi sforzi riflettevano non tanto l'intenzione di far riaderire la pittura di Leonardo alla parete perpetuamente umida, quanto piuttosto il desiderio del restauratore di legare la sua attività e il suo nome al capolavoro. Come osservò un'esperta: «Non esiste al mondo un'opera d'arte che, quanto il Cenacolo, sia più venerata dal popolo e più offesa dagli intellettuali».

L’attacco aereo del 16 agosto 1943 fu solo l'ultimo e il più drammatico esempio di «intervento» invasivo.

L’umidità della parete settentrionale aveva sempre preoccupato i custodi dell'affresco, e la sua improvvisa esposizione agli elementi creò nuovi rischi. Il crollo del muro orientale infranse il delicato microclima del refettorio; la calura dell'estate milanese aumentò l'umidità della parete, provocando un rigonfiamento e quindi un distacco del materiale pittorico. L'esplosione aveva anche scaraventato alcuni sacchi di sabbia contro la superficie del dipinto: il primo temporale estivo avrebbe potuto lavarne via intere sezioni. Un edificio più basso a ridosso della parete settentrionale del refettorio aveva subito gravi danni ed era pericolante; forse sarebbe bastata una scossa, e di sicuro un'esplosione ravvicinata in seguito a un altro raid alleato, per far crollare il muro. Anche se questo fosse sopravvissuto, il capolavoro di Leonardo era in grave pericolo.

 

Bibliografia:

Guglielmo Mozzoni, La vera storia del tenente Mozzoni dal 25 luglio 1943 al 30 aprile 1945, Edizioni Arterigere 2011

Robert M. Edsel, Monuments men, Sperling & Kupfer 2013

1943 Milano galleria 1943 ospedale Maggiore Milano bombardato 2 1944 dicembre Milano La Scala 2

un lutto nella nostra Sezione

12 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Giuseppina Galanti ci ha lasciati. Era nel Consiglio direttivo della nostra Sezione. Ha combattuto con tutte le sue forze una malattia dolorosa. Era sempre partecipe a tutte le nostre iniziative fino all’ultimo, dando il suo contributo prezioso. Era schiva ma ben determinata nello svolgimento degli incarichi a lei affidati. Ci mancherà la sua dolcezza, la sua simpatia, il suo sorriso.

Il direttivo della Sezione

Fu un massacro ... a Sant'Anna di Stazzema

11 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

 


I nazisti in ritirata fanno saltare i ponti di Firenze



Agosto 1944

Gli Alleati avanzano verso nord nell’Italia centrale. partigiani-in-azione-Firenze.jpg Il 6 agosto i milleseicento partigiani della divisione Garibaldi entrano in azione nelle operazioni per la liberazione di Firenze (verrà liberata il 12 agosto).

Il 5 agosto la Wehrmacht aveva disposto l'evacuazione di Stazzema, paesino in provincia di Lucca ai piedi delle Alpi Apuane. Come in molti altri casi soltanto una parte della po­polazione aveva obbedito all' ordine; anzi fino a quel giorno fa­tale, in seguito al diffondersi di voci tranquillizzanti, non sol­tanto fecero ritorno alle proprie case un gran numero di donne e bambini, ma si rifugiarono a Sant' Anna anche numerosi sfol­lati provenienti da altre frazioni. La sera dell'11 agosto i tedeschi, che ritirandosi oppongono una forte resistenza e si abbandonano ad ogni sorta di eccidi,  emanano un ordine (in tedesco Bandenunternehmen) per «l'impiego delle truppe contro le bande» considerando tutti quelli che abitavano nelle zone di montagna come dei «partigiani».

L'unità della XVI divisione, in cui erano inquad­rati anche soldati italiani delle SS, si muoveva verso Sant' Anna da quattro direzioni. Entrò in azione anche un discreto numero di collaborazionisti, almeno una quindicina. Guidarono i nazisti per le impervie mulattiere che portavano a Sant'Anna, si caricarono sulle spalle cassette di munizioni.

Il 12 agosto del ’44 fu un massacro.

All’alba del 12 agosto, reparti di SS, in tutto alcune centinaia, in assetto di guerra, salirono a Sant’Anna.

Sant-Anna-alcune-case-oggi.jpg

Verso le sette il paese era ormai circondato. Gli abitanti non pensavano ad una strage, ma piuttosto ad una normale operazione di rastrellamento. Molti uomini infatti fuggirono, nascondendosi nei boschi. Troppo tardi si accorsero delle reali intenzioni dei nazisti.
Così lo scrittore Manlio Cancogni narra gli avvenimenti di quella terribile giornata: «I tedeschi, a Sant’Anna, condussero più di 140 esseri umani, strappati a viva forza dalle case, sulla piazza della chiesa. Li avevano presi quasi dai loro letti; erano mezzi vestiti, avevano le membra ancora intorpidite dal sonno; tutti pensavano che sarebbero stati allontanati da quei luoghi verso altri e guardavano i loro carnefici con meraviglia ma senza timore né odio.

 


Li ammassarono prima contro la facciata della chiesa, poi li spinsero nel mezzo della piazza, una piazza non più lunga di venti metri e larga altrettanto, una piazza di tenera erba, tra giovani piante di platani, chiusa tra due brevi muriccioli;

luogo-del-massacro.jpg

e quando puntarono le canne dei mitragliatori contro quei corpi li avevano tanto vicini che potevano leggere negli occhi esterrefatti delle vittime che cadevano sotto i colpi senza avere tempo nemmeno di gridare.

Breve è la giustizia dei mitragliatori; le mani dei carnefici avevano troppo presto finito e già fremevano d’impazienza. Così ammassarono sul mucchio dei corpi ancora tiepidi e forse ancora viventi, le panche della chiesa devastata, i materassi presi dalle case, e appiccarono loro fuoco.

E assistendo insoddisfatti alla consumazione dei corpi spingevano nel braciere altri uomini e donne che esanimi dal terrore erano condotti sul luogo, e che non offrivano alcuna resistenza.

Intanto le case sparse sulle alture, le povere case di montagna, costruite pietra su pietra, senza intonaco, senza armature, povere come la vita degli uomini che ci vivevano erano bloccate.

Gli abitanti erano spinti negli anditi, nelle stanze a pianterreno e ivi mitragliati e, prima che tutti fossero spirati, era dato fuoco alla casa; e le mura, i mobili, i cadaveri, i corpi vivi, le bestie nelle stalle, bruciavano in un’unica fiamma. Poi c’erano quelli che cercavano di fuggire correndo fra i campi, e quelli colpivano a volo con le raffiche delle mitragliatrici, abbattendoli quando con grido d’angoscia di suprema speranza erano già sul limitare del bosco che li avrebbe salvati.

Poi c’erano i bambini, i teneri corpi dei bimbi a eccitare quella libidine pazza di distruzione. Fracassavano loro il capo con il calcio della «pistol-machine », e infilato loro nel ventre un bastone, li appiccicavano ai muri delle case. Sette ne presero e li misero nel forno preparato quella mattina per il pane e ivi li lasciarono cuocere a fuoco lento. E non avevano ancora finito.

Scesero perciò il sentiero della valle ancora smaniosi di colpire, di distruggere, compiendo nuovi delitti fino a sera.

A mezzogiorno tutte le case del paese erano incendiate; i suoi abitanti fissi e gli sfollati erano stati tutti trucidati. Le vittime superano di gran lunga i cinquecento, ma il numero esatto non si potrà mai sapere.

"Alcuni scampati all’eccidio erano corsi in basso a portare la notizia agli abitanti della pianura raccolti in gran numero nella conca di Valdicastello. La notizia la portavano sui loro volti esterrefatti, nelle parole monche che erano appena capaci di pronunciare e dalle quali chi li incontrava capiva che qualcosa di terribile era accaduto pur senza immaginare le proporzioni. Della verità cominciarono invece a sospettare nelle prime ore del pomeriggio quando le prime squadre di assassini scendendo dalle alture di Sant’Anna, si annunciarono sull’imbocco della vallata a monte del paese.

Li sentivano venir giù precipitosi,accompagnati dal suono di organetti e di canzoni esaltate, e quel ch’è peggio dal rumore di nuovi spari, da nuove grida, che non convinti di aver ben speso quella giornata, i tedeschi la completavano uccidendo quanti incontravano sul sentiero della montagna.

Alcuni che al loro passaggio s’erano nascosti nelle antrosità della roccia vi furono bruciati dentro dal getto del lanciafiamme. Una donna che correva disperata portando in salvo la sua creatura, raggiunta che fu, le strapparono dalle braccia il prezioso fardello, lo scagliarono nella scarpata e lei stessa l’uccisero a colpi di rivoltella nel cranio.

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Molti altri furono raggiunti dalle raffiche di mitragliatori mentre fuggivano saltando per le balze della montagna, come capre selvatiche contro le quali si esercitava la bravura del cacciatore. Quando i tedeschi raggiunsero Valdicastello cominciando a rastrellare gli abitanti, il paese era già stretto dall’angoscia; gli abitanti serrati nelle case e nascosti alla meglio; la strada deserta; tutti oppressi da un incubo di morte. Il passaggio dei tedeschi dal paese si chiuse con la discesa del buio sulla valle, dopodiché ottocento uomini erano stati strappati dalle case e condotti via, e un’ultima raffica di mitragliatrice accompagnata da un suono più sguaiato e atroce di organetto, aveva tolto la vita ad altri quattordici infelici, scelti a caso».

 

vittime bambini Stazzema

Alla fine le vittime di questa strage furono 560, tra cui molti anziani, donne e bambini.
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Quella mattina la furia omicida si scatenò anche contro una bambina di 20 giorni, Anna Pardini: morirà un mese dopo, troppo piccola per sopravvivere alle ferite.
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chiesa-Sant-Anna-di-Stazzema.jpgNella piccola chiesa di Sant’Anna di Stazzema, il 29 luglio 2007, per la prima volta dopo 63 anni, sono tornate a suonare le note di un organo. Quello preesistente fu distrutto, a scariche di mitra, durante la strage nazista del 12 agosto 1944 e non fu più sostituito. Il dono del nuovo organo è il frutto della sensibilità e dell’impegno di due musicisti tedeschi di Essen, i coniugi Maren e Horst Westermann, i quali, da un lustro, raccolgono fondi in Germania e in Italia organizzando concerti espressamente finalizzati a questo scopo.

 

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