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Aprile 1945: l' insurrezione popolare

8 Avril 2015 , Rédigé par anpi-lissone

Aprile 1945: l' insurrezione popolare

Nei primi mesi del 1945 i due grandi fronti della guerra contro la Germania si rimisero in movimento. Il 12 gennaio veniva sferrata la grande offensiva invernale russa, al termine della quale, nel febbraio, le armate sovietiche, oltrepassato l'Oder, si trovavano a cento miglia da Berlino; l’aviazione anglo-americana sconvolgeva tutto il territorio tedesco, mentre Eisenhower, il 10 marzo, portava le sue truppe ad attestarsi sul Reno. I russi riprendevano intanto l’offensiva, e dopo aver occupato la Slesia e attraversato rapidamente la Cecoslovacchia puntavano su Vienna. Sembrava che la fortezza tedesca non potesse resistere più a lungo, e sempre più disperati apparivano gli appelli e le esortazioni di Goebbels.

Questo favorevole andamento delle operazioni sui fronti occidentale e orientale aveva ripercussioni, naturalmente, anche nell'Italia settentrionale, sebbene fino alla fìne di marzo non fosse ancora iniziata l'offensiva decisiva per le sorti della guerra nel nostro paese.

Nel mese di febbraio, il 14, manifestarono gli studenti dell'Università Bocconi a Milano: dopo aver bloccato tutte le entrate e rastrellato le aule convogliando gli studenti, i professori e gli inservienti nell'atrio della segreteria, uno studente aveva parlato ai presenti, esortandoli a lottare contro i tedeschi e i fascisti. Alcuni agenti, presentatisi all’ingresso dell'edificio, furono assaliti e, nel breve combattimento, uno di essi fu ucciso e un altro ferito gravemente. Il C.L.N.A.I, su proposta del partito d'azione, approvò il 16 febbraio una mozione di plauso e di solidarietà per quegli studenti che, dietro invito dell'Associazione universitaria studentesca, aderente al Fronte della gioventù, avevano affrontato i fascisti con le armi in pugno, contribuendo a dimostrare quanto debole fosse orma il potere che questi esercitavano.

Nel mese di marzo si rimettevano in movimento gli operai e dopo parecchie dimostrazioni, il 28, entravano in sciopero le maestranze degli stabilimenti industriali di Milano e dei principali centri della Lombardia. Anche in questa occasione il C.L.N.A.I. esprimeva il suo «fervido» plauso a quei lavoratori che, con la loro lotta, preparavano la «ormai prossima insurrezione di popolo per l'estirpazione radicale del nazismo e del fascismo e per il trionfo di una democrazia progressiva».

All' inizio di aprile partivano all'attacco le formazioni partigiane: «Ai primi di aprile Alba è riconquistata dai Volontari della Libertà. La Val Pellice è riconquistata, il Pinerolese è invaso. Le formazioni del Monferrato bloccano ogni trasporto nazifascista tra Asti, Alessandria e Torino, occupano quella rete ferroviaria, giungono fin sulle colline attorno a Torino ... In tutta l'Italia le nostre divisioni sono pronte ad affrontare quelle tedesche».

Il 16 aprile il C.L.N.A.I. rivolgeva ai Comitati di agitazione, agli operai, ai tecnici le sue istruzioni e indicava i compiti cui essi dovevano assolvere nella imminente insurrezione: difendere le fabbriche e gli uffici pubblici dalle distruzioni del nemico e passare poi all'attacco per ingrossare le file dei partigiani e per occupare i punti più importanti della città. Da notare che in queste istruzioni il compito di salvare gli impianti produttivi e di pubblica utilità, il patrimonio industriale, non era inteso passivamente bensì attivamente, come pronto e rapido passaggio dalla difesa all’offensiva, ben sapendo come, anche in questo caso, l’unico modo per raggiungere l'intento fosse quello di non rinchiudersi nelle fabbriche, ma di attaccare appena possibile.

Il 18 aprile, quasi raccogliendo subito questo appello, «Torino proclama un grande sciopero ... definendolo la prova generale dell' insurrezione. Lo sciopero si estende al Biellese, Vercellese e Novarese» . Il 19 aprile, il C.L.N.A.I. esortava i ferrovieri e i lavoratori dei trasporti dell’Italia occupata a seguire l'esempio dei loro compagni piemontesi, che da tempo avevano abbandonato il lavoro al servizio del nemico e si mantenevano compatti in sciopero. Mentre invitava formalmente i comitati di agitazione compartimentali a organizzare l'abbandono immediato e in massa del lavoro, con particolare riguardo al personale di macchina, dichiarava che era giunta l'ora di rifiutarsi a un lavoro che era un servizio al nemico e che metteva a repentaglio, con l'onore nazionale, anche l'avvenire e la vita degli stessi lavoratori.

Le direttive erano applicate senza indugio: il 23 i ferrovieri milanesi dichiaravano lo sciopero generale, contribuendo in misura decisiva a paralizzare i movimenti e il traffico dell'avversario.

Il fascismo però sembrava voler tentare una estrema resistenza, ora accentuando la politica repressiva, ora quella distensiva. Erano le due tendenze che, già inconciliabili in precedenza, tendevano adesso, per l'avvicinarsi dell'estremo pericolo, ad allontanarsi ancor di più l'una dall'altra. Continuavano da un lato gli arresti, i rastrellamenti, la sconfessione degli elementi che cercavano una «pacificazione».

D'altro lato, al contrario, il fascismo proseguiva i suoi esperimenti di socializzazione, forse illudendosi ancora di poter attrarre a sé la classe lavoratrice. Il 15 febbraio i giornali annunciavano che presso l'Università di Torino sarebbe stato ben presto inaugurato un corso sulla socializzazione «destinato ai lavoratori, capi delle aziende e dirigenti di imprese ». Il 21 febbraio il «duce» elogiava Padova per la sua «fede nella socializzazione»: «Voi avete cam­minato - aveva detto alla commissione della città recatasi a trovarlo a Gargnano - con passo celere, verso quello che ormai comunemente si chiama lo Stato del Lavoro, e cioè la Repubblica sociale italiana, secondo i primi e immutabili principi del Fascismo. Oltre la socializzazione, cardine fondamentale della Repubblica, le classi operaie hanno ora la responsabilità amministrativa dei Comuni e quella dei problemi annonari che interessano così da vicino il popolo». Il 23 marzo, nell'annuale della fondazione dei fasci, con grandi titoli su tutta la pagina, si scriveva che «la marcia rivoluzionaria continua per la difesa dell'avvenire dell'Italia e la conquista di una più alta giustizia per il popolo». Ancora il 1° aprile il «Corriere della Sera» annunciava che il 21 aprile si sarebbe proceduto «alla socializzazione di due importanti categorie di imprese industriali. Non a caso è stata scelta la data del Natale di Roma. Quest'anno, la festa del lavoro segnerà un nuovo e decisivo progresso campo sociale. Il ritmo della socializzazione diviene infatti sempre più vivace ...».

Il C.L.N.A.I. denunziò (12 aprile) come criminali di guerra i membri del direttorio fascista, e (13 aprile) diede disposizioni alle formazioni partigiane sul modo comportarsi verso i nazifascisti che si arrendevano.

Poi, il 25 aprile, mentre l'insurrezione era nel pieno del suo vittorioso svolgimento, il C.L.N.A.I. abrogava ogni legge e disposizione del governo fascista repubblicano sulla «so­cializzazione »: rispondeva in tal modo alla politica «sociale» del fascismo, che tanta diffidenza e ostilità aveva incontrato fra i lavoratori per il suo persistente corporativismo paternalistico, e apriva la via alla lotta sindacale libera e democratica.

La seduta del C.L.N.A.I. che aveva dato inizio alla insurrezione era stata quella del 19 aprile, in cui era stata approvata la mozione sui ferrovieri. Nella stessa seduta fu decisa anche, su proposta comunista, la proclamazione di una «Giornata dei Martiri e degli Eroi», e si suggerì al governo di Roma di indire tale celebrazione il 2 giugno, anniversario della morte di Garibaldi; venne inoltre discusso e approvato un lungo proclama con cui il C.L.N.A.I. quale delegato del governo italiano, intimava «formalmente» alle forze armate tedesche e fasciste, ai funzionari civili del governo fascista repubblicano, e a quelli dell'apparato di occupazione germanico, di «arrendersi o perire».

Gli Alleati, dopo aver simulato il 5 aprile un attacco sul litorale tirrenico – attacco che li portava a liberare Massa il 10 e Carrara l'11, con l'aiuto dei partigiani, come riconosceva il generale Clark – iniziavano il 9 aprile l'offensiva principale sul fronte dell’VIII Armata schierata sull'Adriatico. Nella notte fra il 20 e il 21 Bologna, la città lungamente contesa, era liberata e vi entravano per primi i soldati italiani della «Legnano», mentre Forlì, Ravenna, Modena, Ferrara venivano liberate dai partigiani. Il 23 aprile insorgeva Genova: le SAP entravano in azione e le formazioni dei patrioti scendevano dai monti circostanti; il giorno dopo il C.L.N. assumeva i pieni poteri.

Intanto il generale Clark, nei giorni precedenti la liberazione di Bologna, annunziava alle forze partigiane dell’Italia settentrionale che la battaglia finale per la liberazione d'Italia e la distruzione dell'invasore era cominciata: «Voi siete preparati a combattere, ma il momento della vostra concertata azione non è ancora giunto. A certe bande sono già state impartite istruzioni speciali. Altre bande si concentreranno nella protezione delle loro zone e delle loro città dalla distruzione, quando il nemico sarà costretto a ritirarsi... A quelle bande che non hanno avuto compiti specifici per l'immediato futuro: voi dovete alimentare la vostra forza e tenervi pronte alla chiamata. Non fate il giuoco del nemico agendo prima del tempo scelto per voi. Non sperperate la vostra forza. Non lasciatevi tentare ad agire prematuramente. Quando verrà il momento, ciascuno di voi e tutti voi sarete chiamati a far la vostra parte nella liberazione dell'Italia e nella distruzione dell'odiato nemico». Ma i partigiani, come non avevano aspettato questo proclama per mettersi in azione, così non rispettarono questi inviti alla prudenza e all'attesa, desiderando mostrare agli Alleati quanto fosse stato decisivo il contributo degli italiani alla liberazione del loro paese. Lo stesso Clark dovrà riconoscere che «i servizi resi dai partigiani furono molti e molto importanti, compresa l'occupazione di parecchie città e di parecchi villaggi».

Il C.L.N.A.I. dal canto suo continuava a preoccuparsi della difesa degli impianti industriali e di utilità pubblica, poiché sarebbe stata certamente una liberazione pagata a troppo caro prezzo se quegli impianti fossero andati distrutti. Perciò inviava il 21 aprile ai vari C.L.N. e al Comando generale del Corpo Volontari della Libertà una « circolare per l'emergenza» in cui - prevedendo che, favoriti dallo stato d'assedio, reparti di guastatori nemici potessero tentare di «mettere in esecuzione il piano di distruzioni di fabbriche» ecc. e che reparti polizieschi procedessero «al fermo di elementi della Resistenza o ritenuti tali» - dava disposizioni su come rompere il coprifuoco e attaccare ogni pattuglia nazifascista in circolazione. Il 23 aprile poi, dietro proposta del partito liberale, stabiliva le pene per chi si fosse reso responsabile di distruzioni di vie di comunicazione, di impianti industriali e in genere dell'attrezzatura produttiva.

Il C.L.N.A.I. si preoccupava anche di altri problemi che potrebbero apparire meno importanti ma di cui pure ci si doveva interessare per garantire uno sviluppo il più possibile ordinato della vita nell'immediato dopoguerra e per evitare nuove difficoltà. Ad esempio, il 23 aprile approvava deliberazione sulla nomina dei conservatori agli archivi della Repubblica sociale, con cui intendeva assicurare la conservazione degli archivi dei vari ministeri fascisti, salvando il materiale che avrebbe potuto risultare prezioso per una migliore conoscenza - anche ai fini penali - di tanti aspetti di quella repubblica.

Il 24 poi diffidava le autorità tedesche e fasciste dal continuare i maltrattamenti contro gli ebrei rinchiusi nel carcere di San Vittore di Milano con una mozione che era nel tempo stesso una chiara condanna del razzismo e una significativa promessa di un domani ben diverso.

Giunse finalmente l'insurrezione di Milano, la città che aveva guidato per tanti mesi la lotta partigiana: come quasi tutte le città e quasi tutti i villaggi dell'Italia settentrionale, anche Milano voleva liberarsi da sola e presentare agli Alleati una ripresa ordinata e pacifica della vita. Il 29 marzo era stato costituito un Comitato insurrezionale del C.L.N.A.I., composto da Valiani, Pertini e Sereni, che svolse un'azione molto importante vincendo le esitazioni di coloro che non avevano fiducia nell'insurrezione popolare. Il 24 aprile le formazioni partigiane cittadine raccolsero un appello dal C.L.N. milanese perché prendessero le armi; e il giorno seguente, mentre le maestranze occupavano le fabbriche mettendosi agli ordini del C.L.N., la battaglia raggiunse il suo culmine e si profilò senza più incertezze la vittoria.

Mussolini riallacciò attraverso il cardinal Schuster i rapporti con il C.L.N.A.I. per un ultimo, disperato tentativo di salvezza; ma di fronte alla richiesta dei rappresentanti del Comitato di arrendersi senza condizioni, prese tempo e si allontanò dall'Arcivescovado, dove si era svolto il colloquio nel pomeriggio del 25, dicendo che avrebbe dato la sua risposta. Invece partì poco dopo, nella speranza di poter riparare in Svizzera e consegnarsi agli Alleati evitando la resa al C.L.N.A.I., che doveva apparirgli umiliante e penosa. Ormai non gli era rimasto nulla per negoziare da una posizione di forza, giacché i tedeschi avevano già da tempo svolto trattative a sua insaputa e le milizie fasciste non erano più organizzate ed efficienti.

Il C.L.N.A.I. aveva assunto pubblicamente i poteri civili e militari con due proclami emanati il mattino del 25 aprile: il primo che incitava la cittadinanza allo sciopero generale e all'insurrezione sotto la guida del Comitato; e il secondo che dava le prime disposizioni con cui il C.L.N.A.I., delegato del governo italiano, intendeva «assicurare la continuazione della guerra di liberazione a fianco degli Alleati, per garantire e difendere contro chiunque la libertà, la giustizia e la sicurezza pubblica».

Nello stesso giorno, a perfezionare il precedente proclama, veniva emanato un decreto sull'amministrazione giustizia. Occorreva fissare norme precise affinché la punizione dei delitti fascisti fosse sottratta alla indignazione popolare e avvenisse con una sanzione di legalità: norme, naturalmente, che tenessero conto dello stato d'animo generale e che traducessero tale stato d'animo in termini giuridici. Con tale decreto, che mirava ad «assolvere il molto delicato compito di offrire alla popolazione seria garanzia che giustizia sarà fatta con serenità e con sollecitudine», il C.L.N.A.I. insediava le Commissioni di giustizia per la funzione inquirente, le Corti d'Assise del popolo per quella giudicante e i Tribunali di guerra per lo stato di emergenza.

Erano gli ultimi atti del dramma che aveva schierato in due campi opposti il nostro popolo: non desiderio di vendetta né spirito di rappresaglia animavano quelle deliberazioni del C.L.N.A.I., ma la naturale aspirazione a ridare alle cose umane e ai valori morali la loro giusta importanza e la loro esatta misura, non più in base a un sogno di oppressione bensì a un ideale di libertà e di giustizia, a quell’ideale che aveva animato gli uomini della Resistenza, che li aveva resi capaci di sopportare con animo sereno tante dure prove.

Ora si era giunti al termine e si poteva ripensare con soddisfazione alle difficoltà superate, ai sacrifici sofferti, si potevano rievocare con un acuto senso di rimpianto e di gratitudine i compagni caduti lungo la strada, quelle «file di morti che non tornano più».

I partigiani guardavano con fierezza ai risultati della loro tenacia: l'esercito che fin dall' inizio si erano sforzati di creare ora esisteva veramente, dopo che era stata vinta la contrarietà dei nemici da un verso e degli Alleati dall'altro. Quell'esercito aveva contribuito efficacemente, e spesso in maniera decisiva, al successo e alla rapida avanzala delle armate anglo-americane, come dovevano riconoscere gli stessi alti Comandi alleati e come ammetterà, nelle sue memorie, perfino Churchill. Basti leggere il rapporto della Special Force (cui spettava il compito di tenere i contatti con le formazioni partigiane, di dirigerne i movimenti e di coordinarli con l'azione tattica dei reparti alleati), in cui si avverte chiaramente la meraviglia per l'appoggio fornito dai patrioti, superiore al previsto e non limitato al controsabotaggio: «Il contributo partigiano alla vittoria alleata in Italia fu assai notevole e sorpassò di gran lunga le più ottimistiche previsioni. Colla forza delle armi essi aiutarono a spezzare la potenza e il morale di un nemico di gran lunga superiore ad essi per numero. Senza queste vittorie partigiane non vi sarebbe stata in Italia una vittoria alleata così rapida, così schiacciante o cosi poco dispendiosa».

Gli uomini della Resistenza potevano dirsi contenti dei risultati raggiunti sul piano politico: anche qui avevano dovuto lottare, contro la tendenza degli Alleati a limitare e a ridurre il significato e il valore dei C.L.N., ma ora, nel momento dell'insurrezione vittoriosa i C.L.N. assolvevano pienamente al loro importante compito, dirigendo lo slancio popolare, assumendo funzioni di governo, riedificando rapidamente e con grande capacità tutta la struttura di una nuova vita libera e democratica. Il riconoscimento più ampio venne reso proprio dagli inglesi, i quali, nel rapporto citato sopra, parlarono dell'eccellente lavoro compiuto dai C.L.N. prima dell’arrivo dell'A.M.G.: « ... Quanto essi hanno fatto, lo hanno fatto bene e il prestigio del movimento di resistenza italiano non e mai stato più alto che in queste ultime settimane, risultando dell'ottimo lavoro compiuto dal C.L.N.A.I. dai suoi Comitati regionali e provinciali ... Si può dire che essi hanno assolto le loro funzioni nella maniera più soddisfacente e il tempo mostrerà quali conseguenze ciò potrà avere per il futuro politico dell' Italia». Gli inglesi furono pure colpiti dalla consapevolezza e dalla disciplina con cui erano state accolte le disposizioni dei Comandi alleati: «... Tutte le armi e le munizioni vennero consegnate a Pavia, Voghera e nelle città lungo la via Emilia in quasi tutti i casi senza incidenti e in una atmosfera che smentì completamente qualsiasi possibilità di una seconda Grecia». Le gravi preoccupazioni e i timori degli alleati si dimostrarono perciò vani: la Resistenza italiana diede un esempio di compattezza, di unità, di ardore combattivo mai disgiunto dal senso dei limiti entro cui la propria azione doveva essere mantenuta perché fosse veramente efficace: la Resistenza svelò il profondo e diffuso spirito democratico del popolo italiano.

Il 26 aprile segnò la conclusione di questo travagliato e drammatico periodo: i combattimenti continuarono per alcuni giorni ancora, perché i partigiani assalirono con successo, costringendole alla resa, le colonne tedesche che dal Piemonte, dal Piacentino e dalla bassa Lombardia cercavano di aprirsi il varco verso il Brennero; ma in quel giorno il C.L.N.A.I. pose termine all'attività clandestina, passando al nuovo periodo dell'attività pubblica e palese, Il 26 veniva pubblicato il manifesto per l'assunzione dei poteri:

Il Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta Italia, delegato del solo governo legale italiano, in nome del Popolo e dei Volontari della Libertà assume tutti i poteri di amministrazione e di governo per la continuazione della guerra di liberazione al fianco delle Nazioni Unite, per l'eliminazione degli ultimi resti del fascismo e per la tutela dei diritti democratici.

Gli italiani devono dargli pieno appoggio. Tutti i fascisti devono fare atto di resa alle Autorità del C.L.N. e consegnare le armi. Coloro che resisteranno saranno trattati come nemici della Patria e come tali sterminati.

In quello stesso giorno, in un altro documento, si profilava il primo e basilare problema da risolvere per la ricostruzione pacifica di un nuovo ordinamento democratico: all'unanimità il C.L.N.A.I. approvava una mozione sulla riforma del futuro governo, manifestando una fiducia che non poteva andar delusa. poiché solo in essa c'erano le possibilità di un profondo rinnovamento della vita italiana, di quel rinnovamento che era stato uno dei più segreti e costanti ideali della Resistenza:

Il Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta ltalia in in vista della riforma del governo che certamente seguirà alla liberazione del Nord, esprime al C.L.N. centrale il voto che i Ministeri decisivi per la condotta della guerra e per il rinnovamento democratico del paese, e in particolare il Ministero degli Interni, siano affidati a uomini che abbiano decisamente combattuto il fascismo sin dal suo sorgere e che diano prova di saper degnamente esprimere i bisogni di vita e di giustizia sociale e le profonde aspirazioni democratiche delle masse lavoratrici e partigiane che sono state all’avanguardia della nostra guerra di liberazione.

Questa mozione apre nuovi problemi, prospetta l’inizio di una nuova lotta politica: la vita, nel suo infaticabile corso, non si arrestava e rapidamente portava con sé altri compiti, facendo svanire a poco a poco nel ricordo le sofferenze, i dolori, le pene e lasciando nell'anima la traccia di una più alta vita morale e l'incitamento a mantenersi sempre degni della grande esperienza della Resistenza.

Bibliografia:

Franco Catalano – Storia del C.L.N.A.I. – Laterza 1956

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inaugurazione di Largo Arturo Arosio

18 Mars 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

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Oreste Ballabio, un lissonese nel Corpo Italiano di Liberazione

10 Mars 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Oreste Ballabio, un lissonese nel Corpo Italiano di Liberazione

Oreste Ballabio ci ha lasciati. Era socio onorario dell'ANPI.

Nel 2010, in occasione del “Giorno della Memoria”, gli avevamo conferito la tessera ad honorem, in segno di riconoscenza per aver contribuito alla Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dal regime fascista.

Oreste Ballabio, dopo l’8 settembre 1943, fece parte del Corpo Italiano di Liberazione che, con gli Alleati, contribuirono alla liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista. Questi militari del C.I.L. vanno considerati dei resistenti come quelli che combatterono a Cefalonia o che finirono, rifiutando di combattere a fianco dei nazisti, nei lager tedeschi. Questi combattenti nelle unità militari, accomunati a quelli nelle formazioni partigiane e ai prigionieri in mano tedesca, compirono un grande sacrificio. A loro il nostro pensiero riconoscente e la gratitudine per averci consentito di riacquistare la dignità nazionale.

Quella di Oreste Ballabio è una preziosa testimonianza: quattro anni (dal gennaio 1942 al luglio 1946) in cui il giovane lissonese, da protagonista, vide la fine del regime fascista, la sconfitta del nazismo e poi, anche con il suo voto, la nascita della Repubblica Italiana.

Pedalando, fin dall’inizio

Oreste Ballabio si è affacciato alla vita il 24 ottobre del 1922 a Lissone, figlio di Ambrogio (pà ‘mBrusìn) e di Maria Perego.

Quello stesso giorno si radunavano a Napoli 60.000 camicie nere ad ascoltare Mussolini che proclamava: «O ci daranno il governo o lo prenderemo»  e a preparare la marcia su Roma, che in effetti ci sarà appena 4 giorni più tardi e che tanto avrebbe condizionato la giovinezza del nuovo nato.

58° artiglieria, cappello alpino

«Nel febbraio 1941 ho fatto la visita di leva, a Monza in “Forti e Liberi”. Poi sono partito il 10 gennaio del 1942 e sono tornato  a luglio del 1946. A vent’anni avevo già fatto 10 mesi di naja. Avevo 19 anni e tre mesi e sono tornato a 24 anni non ancora fatti».

«All’inizio sono andato a Milano alla caserma di piazzale Perrucchetti, artiglieria, e non so come mai sono andato lì; tornavo a casa tutte le domeniche, tram e treno. L’addestramento forte l’abbiamo fatto a Caslino d’Erba».

Ecco cosa dice un possibile commilitone del nonno Oreste, l’artigliere valtellinese Cesare Poletti Riz: «Nel gennaio dell’anno 1941 mi sono presentato alle armi con i nati nel 1921. Fui arruolato, fra le reclute, nel 58° Reggimento di Artiglieria Divisione Fanteria Legnano di cui alcuni reparti combattevano sul fronte greco-albanese. Eravamo ospiti nella caserma di Baggio, a Milano, presso il 27° Reggimento di Artiglieria. Dopo un primo periodo di istruzione, siamo stati inviati al campo a Canzo-Asso in provincia di Como e sistemati in una vecchia filanda con i nostri muli. Nell’autunno del 1941 il mio reparto è stato inviato in Liguria, a Cervo San Bartolomeo e dintorni; eravamo alloggiati in baracche vicino al mare e facevamo lunghe marce nell’entroterra ed esercitazioni varie. Dalla Liguria, nel novembre 1941, il reparto al quale appartenevo, con armamento e muli, fu spostato in Francia, sulla Costa Azzurra, presso Cannes, dove siamo rimasti fino al luglio 1942. La zona era bellissima con tante ville lussuose. Noi eravamo attendati, anche durante i mesi più freddi, con il compito di occupare il territorio francese e, nell’eventualità di uno sbarco dal mare, avevamo i nostri pezzi di artiglieria piazzati lungo la costa. I primi due mesi sono stati durissimi, anche per la scarsità dei rifornimenti, ma in seguito la situazione migliorò notevolmente ed a noi, come truppa di occupazione, venne assegnata una paga giornaliera di 50 franchi francesi, molto più del soldo nel territorio italiano. Stavamo bene tutti e il rapporto con la popolazione locale, nonostante alcune regole da osservare, come il coprifuoco, era buono ed eravamo benvisti».

Anche il nonno Oreste – che appartiene alla Divisione di fanteria «Legnano» e più precisamente al 58° artiglieria «Legnano» e quindi porta il cappello da artigliere alpino -  ha una storia del genere, sebbene posticipata di un anno:

«Poi sono partito per il reggimento che era in Liguria ad Albenga, a giugno. A novembre siamo andati in Francia. Già pronti per andare in Russia a rinforzare la Tridentina, invece di andare a prendere il treno ci hanno mandati in Francia. I bersaglieri in bicicletta e noi a piedi».

«Il più brutto l’ho fatto più in Francia che dopo. Si stava fuori un giorno o due a costruire camminamenti, poi quand’era pronto ci spostavano. Si faceva una media di 25-30 km tutti i giorni. Siamo arrivati fino a Lione. Nel 1943 abbiamo cominciato a stare un po’ fermi e a star bene, abbiamo costruito le baracche, e ci hanno rimpatriati».

Ecco cosa testimonia un altro reduce, un ufficiale:

«Fra i compiti dei reparti Italiani attestati nella Francia meridionale era quello di preparare delle difese per ostacolare il probabile tentativo di sbarco da parte degli anglo-americani. Infatti uno degli incarichi che ebbi in quel periodo, inverno e primavera del 1943, fu quello della responsabilità per oltre tre mesi di un plotone formato in gran parte di valtellinesi e comaschi impiegato nella costruzione di alcuni fortini in cemento armato per mitragliatrici e cannoni anticarro nella località di La Napoule a circa sei chilometri oltre la città di Cannes e organizzata come caposaldo. Gli approntamenti difensivi, grazie ai miei fanti tutti esperti muratori e carpentieri, furono lodati dal colonnello comandante il Reggimento, e seppero resistere all’usura del tempo: infatti ne ho ritrovato due intatti quando nel 1989 tornai in quella località. Ai primi di settembre 1943 i reparti della “Legnano” furono inviati in Puglia per contrastare l’avanzata delle truppe anglo-americane sbarcate in Sicilia».

Mitraglia a truppa

Continua infatti l’Oreste:

«Io il 6 settembre 1943 ero a Bologna per scendere in Bass’Italia. A un certo punto il tenente mi dice: “Ballabio, metti la mitraglia truppa!”. In pratica, sui carri merci avevamo le mitraglie in posizione contraerea e dovevamo invece metterle in posizione per sparare alle persone. Lì ho capito che stava succedendo qualcosa di grosso».

«Ma dell’armistizio abbiamo saputo solo quando siamo arrivati a Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi. L’abbiamo saputo lì perché il tenente al ma dis: “Ballabio (io avevo la mitraglia), dovete portare in salvo la bandiera. Però state attenti, non fate il fesso. Se incontrate qualcuno fate così subito” e faceva il segno di alzare le mani. “Però cercate di bruciare il camion con dentro la bandiera, per non farla restare prigioniera”. Invece, come siamo arrivati in caserma, due carri armati americani ci hanno bloccato il camion ed è finita lì, noi siamo stati agli ordini del tenente».

Ecco la testimonianza di un altro reduce:

«Il mio reparto, dopo una prima destinazione nei pressi di Bologna, a Samoggia, ai primi di settembre fu inviato, con tutto l’armamento e i muli, per “destinazione ignota”. Il viaggio fu molto lungo, in tradotta militare.

Giunti nelle vicinanze di Barletta, alle 8 di sera dell’8 settembre 1943, arrivò la comunicazione dell’avvenuto armistizio.

Pensavamo tutti che la guerra fosse ormai finita, ma alle 9 della stessa sera la radio comunicò che la guerra sarebbe continuata. Le notizie erano molto confuse, non si riusciva più a capire quale fosse il nemico, forse i tedeschi! Per nostra fortuna il viaggio proseguì senza incidenti ed arrivammo incolumi alla nostra destinazione: San Vito dei Normanni, in Puglia».

Coi «soldati del re»

Dopo l'8 settembre 1943, infatti, la Divisione Legnano fornisce i reparti base per la costituzione del 1° Raggruppamento Motorizzato, che diventa successivamente Corpo Italiano di Liberazione (Cil): sono i «soldati del re», che ora finalmente cominciano ad essere rivalutati  per la loro opera, perché l’Italia non è stata liberata solo dai partigiani, ma anche da questi soldati fedeli al loro giuramento e che persero 8100 uomini.

«Già il 28 settembre 1943 – scrive uno storico – un gran numero di fanti della Legnano costituirono, insieme ad altri reparti, il nucleo del 1º Raggruppamento Motorizzato, circa 5000 uomini che furono la prima unità combattente italiana ammessa a partecipare alla guerra contro i tedeschi», anche se – almeno all’inizio – in un settore marginale della guerra; probabilmente perché gli Alleati non si fidavano troppo. Ma il valore anche morale della loro lotta è stato altissimo: erano italiani che finalmente lottavano per liberare la loro terra».

 Il nonno Oreste prosegue:

«Eravamo prigionieri e non prigionieri, ci hanno disarmato e poi ci hanno armato ancora con le nostre armi. Eravamo l’esercito del Sud. Noi eravamo i primi, poi sono rientrati vari altri reparti e si è formato un Gruppo Legnano specializzato, poi c’erano gli alpini. Più avanti ci hanno dato la divisa inglese kaki e le sue armi, ma sempre col cappello alpino; comandante (dal gennaio 1944, ndr) era il generale Umberto Utili».

Il 58° artiglieria entra nel I Raggruppamento Motorizzato dal 15 novembre 1943. Il Raggruppamento venne impiegato già sin dal 7 dicembre 1943 sul fronte di Cassino e, in venti giorni di prima linea, caddero per la conquista del Montelungo 47 fanti e si ebbero 102 feriti. Per fortuna, il nostro Oreste lì non c’era, anche perché quella del Montelungo fu un’operazione militarmente sbagliata.

Lui era altrove:

«Prima a Brindisi, dopo a Mesagne, poi a Manduria, poi a Lizzano, poi a Taranto. Non facevamo niente. Abitavamo in tendopoli. La divisione 67 fanteria ha cominciato a combattere a Montelungo nel dicembre del 1943, noi nel febbraio 1944 sulle Mainarde, Monte Morrone.

Lì c’era una batteria alpina che era spostata e non poteva sparare, noi siamo arrivati a un punto che di munizioni non ce n’era più e allora ce le ha date la batteria alpina. Combattevamo i tedeschi, non gli italiani. Prima non avevo mai sparato, in Francia eravamo truppe d’occupazione. Nella mia batteria uno solo è morto, con la mina: stava portando il rancio in linea pezzi ed è saltato».

Sulle Mainarde

Monte Marrone è sulla catena delle Mainarde, ai confini tra le province d’Isernia e di Frosinone. Lì gli italiani combattono prima (per poco tempo) al servizio delle truppe francesi del generale De Gaulle, poi con i bersaglieri e gli alpini del «Piemonte», che s’impadronirono a metà maggio 1944 del Monte Marrone e poi occuparono Monte Mare e Monte Cavallo ed aprirono agli Alleati una nuova direttrice per raggiungere Roma.

«Il 24 maggio – spiegano i libri - venne dato l'ordine al 4° Reggimento bersaglieri, agli alpini del battaglione “Piemonte”, all'85° Reparto paracadutisti, al IX Reparto d’assalto e al IV Gruppo artiglieria someggiato di avanzare per l'alto lungo la direttrice Monte Marrone, Monte Mare, valle Venafrana, Picinisco».

«La resistenza tedesca si irrigidiva sul Monte Irto e Monte Pietroso che sbarravano l'accesso alla valle di Fondillo; ovunque avanzando, il 28 fu raggiunto Picinisco. Quando i soldati italiani del Corpo Italiano di Liberazione già gridavano “Roma, Roma!”, gli Alleati, in particolare i britannici, non vedevano di buon occhio l'entrata a Roma delle unità italiane».

Questo il ricordo di Oreste:

«Siamo scesi a Picinisco col battaglione Boschetti, il famoso battaglione Boschetti degli arditi. Poi abbiamo attraversato una valle, non so se era la valle del Liri, e c’era un ufficiale, un tenente del Boschetti che era davanti, e sento che dice se c’era qualcuno della Lombardia. Gli dicono c’è un Ballabio… “Ciao - al ma ciama, io avevo la mitraglia -. Da che part ta set?”. “Mi son da Lisòn”. “Mi son da Aròs. Ciao!”».

In effetti, quel battaglione di arditi (era il IX Reparto d'assalto)godeva di fama di grandi combattenti; entrò in linea il 20 marzo 1944 presso Monte Castelnuovo sulle Mainarde.  Veniva chiamato Boschetti dal nome del suo comandante, Guido Boschetti, e contava su circa 500 o 600 uomini, tutti volontari; dall’armistizio alla fine della guerra avrà a 60 caduti e circa 200 feriti.

Il nonno racconta di un sergente del Boschetti che, saltato su una mina e gravemente ferito, estrae una pistola e si spara alla testa.

«Come truppe destinate ad entrare in azione – racconta un altro testimone - ci fu un miglioramento nel vitto e nell’equipaggiamento; la paga fu portata a 50 lire giornaliere per soldati e ufficiali. In questa zona combattevano truppe italiane, polacche, marocchine e indiane, sulla Linea Gustav, lungo la quale avanzammo lentamente con combattimenti durissimi contro i tedeschi».

«La Pasqua del 1944 fu tragica, con moltissime perdite da una parte e dall’altra, sulla cima del Monte Marrone. Questo è stato il periodo delle grandi e sanguinose battaglie di Monte Cassino, Monte Lungo, Monte Mainardi, Monte Marrone e Monte Mare: battaglie che, anche con la partecipazione del Gruppo di combattimento Legnano del rinato esercito italiano, a fianco degli Alleati, aprirono la strada della liberazione di Roma».

Ma gli Alleati non volevano che Roma fosse liberata proprio dagli italiani, che nel frattempo – a primavera del 1944 - si erano costituiti nel Corpo Italiano di Liberazione. Esso infatti venne deviato verso l’Adriatico e impiegato alle dipendenze del II Corpo d’Armata Polacco, comandato dal generale Anders e che rappresentava l'estrema sinistra dello schieramento dell'VIII Armata britannica.

Il 1° giugno i 12-14 mila uomini del Cil erano stati organizzati su due Brigate, una Divisione e un Comando artiglieria. Oreste fa parte della prima Brigata, costituita dal 4° Reggimento bersaglieri, dal 3° Reggimento alpini (con i battaglioni Piemonte e Monte Granero) dal 185° Reparto paracadutisti e appunto dal IV Gruppo artiglieria someggiato.

Come testimoniano gli storici:

«Il Cil dall'8 giugno iniziò una travolgente offensiva che doveva portarlo da Guardiagrele al Metauro. Lo sfondamento della linea invernale portò l'8 giugno alla conquista di Canosa Sannitica, Guardiagrele e Orsogna. Mentre dopo questa operazione la II Brigata rimase a presidio del settore, i bersaglieri e gli alpini della I Brigata proseguirono l'avanzata ed occuparono Bucchianico. Nei giorni 11, 13 e 15 giugno elementi della I Brigata raggiunsero rispettivamente Sulmona, L'Aquila e Teramo. Dura poi fu la resistenza tedesca sul Chienti, ma, serrati sotto i reparti che nella rapida avanzata si erano scaglionati per decine di chilometri, a fine giugno furono occupati Tolentino e Macerata».

Spiega un reduce della “Legnano”:

«Nel maggio 1944 l’avanzata proseguì verso Roma e anche il mio reparto si spostò più a nord. Avanzammo verso Pescara; attraversammo, a piedi, il fiume Pescara trasportando mezzi e muli protetti da una pattuglia di Alpini. Deviammo verso l’Aquila, sempre a piedi, e poi ancora verso Teramo, Ascoli Piceno e Filottrano. Proprio a Filottrano (caposaldo indispensabile per la presa di Ancona) ci fu una durissima battaglia».

La battaglia di Filottrano

Infatti quella di Filottrano, tra il 9 e l’11 luglio 1944, fu una delle più dure battaglie di tutto il Cil, con 300 morti tra i paracadutisti della Nembo. Eccone una sintesi:

«I tedeschi ritirandosi da Macerata, avrebbero voluto organizzare una difesa sul fiume Musone a nord di Filottrano ma non ebbero il tempo e cercarono di resistere all'interno e nei pressi del paese. L'artiglieria del Cil si schierò nei pressi di Sant’Antonio al Forone, da dove la mattina del 7 luglio cominciò ad aggiustare i tiri sui tedeschi. La maggior parte degli obiettivi da battere erano compresi tra Filottrano e Centofinestre».

«I tedeschi battevano la strada che da Centofinestre porta a Filottrano per fermare gli attaccanti: i parà della Nembo, il San Marco, gli arditi e il 68° fanteria. Per tutta la mattina durò il combattimento e solo verso mezzogiorno ci fu una stasi. Il paese era occupato metà dagli italiani, metà dai tedeschi e si combatteva casa per casa».

«L'abitato fu molto danneggiato. Nel pomeriggio dal lato nord del paese i tedeschi sferrarono un attacco con alcuni carri armati "Tigre" ma furono dopo poco fermati dal tiro intenso dell'artiglieria. Iniziarono così a ritirarsi verso il fiume Musone e il 9 luglio il tricolore potè sventolare sul campanile di Filottrano. L'avanzata italiana continuò il 17 e portò il Cil oltre il Musone, quindi a S. Maria Nuova il 19 e a Jesi il 21».

Così invece la racconta Oreste:

«L’abbiamo vista brutta anche noi, nelle Marche, a Filottrano, si sparava a zero, appena appena sopra la nostra fanteria. Carica uno, la carica minima: già il pezzo sparava a 4 km al massimo, figurarsi dov’erano i nemici... Eran già arrivati i muli in linea, pronti per caricare la roba e scappare. Poi comincio a sentire: “Alzo più uno”, “Alzo più due”, poi “Carica terza”… Basta, era andata».

Il cannone della Grande Guerra

Per avere un’idea dell’armamento, le batterie di artiglieria da montagna erano armate con un obice da 75/13 mod. 15già preda bellica austro-ungarica nella Grande Guerra, prodotto dalla Skoda. Il pezzo era lungo 3 metri e mezzo circa, pesava oltre 600 kg e sparava (teoricamente) a 8 km. Il tutto someggiato a dorso di mulo.

Oreste però era capo arma della mitraglia pesante (una Fiat 14/ 35, che pesava circa 17 kg più altri 23 per il treppiede) nella decima batteria del IV Gruppo someggiato. Ogni batteria contava su 4 pezzi e due mitraglie:

«La mitraglia pesante era solo in difesa dei pezzi: nella ritirata, la mitraglia doveva stare lì. La portava un soldato con i muli, pesava quasi più del pezzo.. Ero il capo-arma».

«Sono rimasto in linea fino al settembre del 1944. Salendo da Pescara fino alla Linea Gotica, sempre nelle Marche più o meno».

Il Corpo Italiano di Liberazione giunge stremato al Metauro, dopo aver abbandonato lunga la strada la maggior parte dei suoi mezzi  distrutti. Viene quindi deciso di costituire con i reparti del Cil, integrato da nuove forze provenienti dalla Sardegna, sei divisioni o Gruppi di Combattimento ognuno di circa 10 mila uomini, armati ed equipaggiati con materiale inglese.

Il 24 settembre 1944, sulla base della ex Prima Brigata cui apparteneva Oreste, si ricostituisce così il Gruppo di combattimento «Legnano» con il 68° Reggimento di fanteria «Palermo», rinforzato dal IX reparto d'assalto (gli arditi del Boschetti), un Reggimento Fanteria Speciale (costituito con quanto resta del 3° alpini e del 4° bersaglieri).

L’acqua giù per le spalle

Infatti Oreste se lo ricorda bene:

«Ai primi di ottobre del 1944 eravamo nella divisione Legnano del Corpo italiano di liberazione. Poi siamo andati a riposo a Piedimonte d’Alife, mi sembra che fosse nel matese, in provincia di Caserta. L’inverno l’abbiamo fatto lì, sotto le tende. Avevamo le divise estive, i pantaloni corti. Poi, quando eravamo quasi marci con l’acqua che viaggiava sotto le tende, qualche signora ci ha fatto entrare a dormire in una casa del paese».

Un altro reduce conferma, quasi parola per parola:

«Veniamo dotati di uniformi inglesi che accettiamo molto mal volentieri, stante la nostra volontà, dimostrata in modo energico, di mantenere il grigio–verde. Anche l’armamento è inglese  e inglese diviene la tattica,  per cui necessita un particolare addestramento».

«Il battaglione viene trasferito a Piedimonte d’Alife, attendato in un campo fangoso. I mesi di ottobre e novembre sono particolarmente piovosi, ma l’addestramento, duro e spregiudicato, non conosce sosta. Alla sera, sotto il grande tendone dello spaccio, intrattengo la compagnia raccontando barzellette e facezie varie, con grande gradimento dei bersaglieri, ufficiali compresi, il che mi incoraggia a mettere insieme un’orchestrina clarinetto, tromba, tamburi ed altri a strumenti vari, tra i quali un alpino al sassofono,  ottenuti in modo rocambolesco».

Poi Oreste (ed esattamente il 23 marzo) torna al fronte, in Romagna:

«Ai primi del 1945 siamo rientrati in linea. Subito al fronte, ma si è combattuto molto. Lì chi ha lasciato tante penne è stata la Sforzesca».

Ecco la storia ufficiale:

«Il Gruppo Legnano raggiunse il fronte il 19 marzo 1945 alle dipendenze della Quinta Armata americana, schierandosi (il più a ovest dei reparti italiani) nel settore del fiume Idice».

«Gli alpini del Piemonte e dell'Aquila e i bersaglieri del Goito presero posizione fra le valli Zena e Idice, unicamente ai fanti del 68°, schierati a Monte Tano e Monte Castelvecchia. Fu subito un succedersi continuo di scontri di pattuglie e colpi di mano per saggiare, con azioni preliminari, la consistenza del dispositivo tedesco».

«Il 10 aprile ebbe inizio l'attacco contro le posizioni nemiche, da parte di due compagnie di arditi che puntarono su Vignale. Seguirono, l'occupazione di Cà del Fiume, San Chierico e del costone dei Roccioni di Pizzano. Il 21 aprile riprese l'avanzata verso Bologna dove entrarono poco dopo. Ormai i tedeschi erano in rotta».

La liberazione a casa

«Nell'ultima fase dell'inseguimento il Gruppo si divise in vane colonne motorizzate nella pianura padana; Mantova, Brescia, Bergamo, Milano, Torino furono le sue ultime tappe».

Così il nonno Oreste ricorda:

«Il 25 aprile eravamo a fare i combattimenti, dopo l’armistizio sono tornato a casa. Non tornavo al febbraio del 1943 e dopo l’armistizio notizie non se ne sapevano più. Eravamo 10, tutti lombardi; abbiamo preso un camion (lo sapeva anche un nostro ufficiale) e siamo partiti, abbiamo attraversato il Po su un ponte di barche e siamo arrivati su. L’autista era di Como».

«L’armistizio proprio ero a casa, quel giorno lì; il 5 o 6 maggio. Tant’è vero che mi hanno chiesto: “E’ lunga amò ‘sta guerra?”. “Mah. Credo che ormai è finita”. C’è la fotografia dove ci sono anch’io con la scritta: “La Brianza libera non vuole il Savoia traditore” e io sto versando il latte nel bicchiere».

La guerra è finita, la naja no

Ma intanto per Oreste è ora di tornare in caserma…

«Un giorno arriva la camionetta, il tenente ci fa: “Dai, bagai che l’hi fada fin trop!”. Mi han trovato tramite i carabinieri».

«Ci hanno sparpagliati tutti, hanno diviso il Corpo Italiano di liberazione. Chi è andavo alla Legnano, chi è andato alla Picena. Io sono andato a finire alla Nembo: alla Folgore, via, ai paracadutisti».

«E siamo tornati, siamo finiti direttamente al Brennero, a Fortezza, Bressanone, un giorno di qua, 15 giorni di là. Aspettavamo il rimpatrio dei soldati italiani. Facevamo i posti di blocco nei paesi».

«Un giorno eravamo a Miramonti, c’era un grosso capannone, pieno di copertoni e altro materiale. Quel giorno dovevo montare di guardia, il furiere mi dice: “Ballabio!”. “Dai, porco cane, ho smontato ieri sera di guardia...”. “O vai in cucina, o monti di guardia”, fa lui. Allora vado in cucina! Quella notte lì è sparita metà dei copertoni. Nessuno ha visto niente e tutto era chiuso: dove è andata a finire la roba, se le chiavi ce le aveva il maggiore?».

«C’era la popolazione altoatesina, ma hanno dovuto abbassare la testa. A San Michele dell’Adige, nel paese di Savor, ci hanno dato l’albergo e e parlavano tedesco, ma c’era un cameriere italiano: “Ho 40 anni e non riesco a capire una parola di tedesco…”, diceva».

Lo confermano gli storici: «Concluse le ostilità, il Gruppo di combattimento “Folgore” fu destinato al presidio della linea di confine tra l'Italia e l'Austria, dal Passo di Resia al Brennero fino a Prato alla Drava. Il Reggimento paracadutisti “Nembo” con comando a Brunico venne dislocato in Val Pusteria e nell'Alta Valle del Piave e vi rimase fino al 24 dicembre 1945. Nel successivo dicembre, la Folgore viene trasferita in Toscana e in Umbria».

Infatti Oreste se lo ricorda bene:

«A Natale del 1945, il giorno prima, partenza per la Toscana. A Pistoia nella caserma della Nembo, dei paracadutisti, ad aspettare che venisse sera. Poi son venuto anche a casa, 6 giorni di licenza».

«Poi il 2 giugno 1946, alle prime elezioni, siamo andati a presidiare il paese di San Marcello Pistoiese. Io ho votato repubblica, chi devo votare? Mi hanno fatto fare 10 anni di militare, i Savoia!».

Congedo da paracadutisti

«Da lì siamo andati a Pisa, a fare vacanza. E’ stato bello: ci svegliavamo alla mattina quando volevamo, alle 7 al massimo, poi si prendeva il camion e si andava a Marina di Pisa, al mare; solo noi, gli anziani. Poi si rientrava al rancio, si faceva il riposino fino alle 3 e poi si andava ancora al mare. Si giocava al pallone fino alle 7 e poi si andava in libera uscita e rientravi quando volevi. Basta che alla mattina alle 7 eri presente. Una pacchia. Io ho visto la torre di Pisa perché ero militare».

«Poi è arrivato il congedo, il 18 luglio. Ho buttato via la divisa, mi sono vestito da borghese. Era la divisa dei prigionieri di guerra, ma non grigioverde né kaki, verdone scuro con una pezza gialla dietro sulla schiena, e appena a casa l’ho buttata via. Era un venerdì e ho cominciato a lavorare dopo 8 giorni: “T’è ripusà asé”, m’an dì».

 

L’articolo è un estratto dal libro " ’Ndem, Oreste! " di Roberto Beretta. Il testo in corsivo è tratto da una registrazione di Oreste Ballabio, effettuata da Roberto Beretta. 

Libri utili

Cesare Medeghini - «Gli italiani nella guerra di liberazione. Da Cassino alle Alpi» (S.E.S.A. 1945)

Umberto Utili - «Ragazzi, in piedi», Mursia

Antonio e Giulio Ricchezza - «L’esercito del Sud», Mursia

Lorenzo Bedeschi - «La nostra guerra di liberazione: gli Arditi», Savio

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DALLA GRANDE GUERRA AL FASCISMO

8 Mars 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

DALLA GRANDE GUERRA AL FASCISMO

Conferenza del prof. Giovanni Missaglia e letture a cura di Nicoletta Lissoni

MERCOLEDI' 11 MARZO 2015 ore 21 sala polifunzionale della Biblioteca civica di Lissone, piazza IV Novembre

Questa iniziativa dell’ANPI di Lissone rientra nelle celebrazioni lissonesi per centenario della prima guerra mondiale.

La Grande Guerra segnò una linea di confine netta tra il prima e il dopo, portando con sé strascichi politici, economici e sociali che avrebbero creato il terreno fertile all’affermazione dei grandi totalitarismi.

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Le donne e le conquiste del dopoguerra

7 Mars 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti



Dopo il 1946.


La Costituzione repubblicana aveva stabilito l’uguaglianza formale fra i sessi, ma la conquista dei diritti civili si intrecciava da parte delle donne con la percezione, che divenne via via più nitida negli anni Sessanta e Settanta, di aver raggiunto diritti non completi, di avere di fronte consuetudini sociali e culturali che ancora non riconoscevano loro una reale parità.

Dalla fine degli anni Sessanta il cambiamento dell’idea stessa di politica diffuso dai movimenti giovanili e studenteschi iniziò a investire anche la sfera del privato, modificando le forme di partecipazione alla vita pubblica. Per settori consistenti della popolazione femminile, soprattutto nelle grandi città, l’adesione alla mobilitazione del '68 significò in molti casi una forma di iniziazione alla politica. Il bisogno di impegnarsi attivamente fu anche un modo per dar voce a istanze di emancipazione e di liberazione che fino a quel momento erano state scarsamente recepite a livello istituzionale.

Gli anni Settanta furono il periodo in assoluto più importante per il movimento femminista italiano, che dovette fronteggiare sia la crisi del Paese, sia una difficile modernizzazione. Questi anni, grazie anche e, forse, soprattutto, alle battaglie condotte dalle donne, segnarono importanti vittorie civili, sociali e culturali. In Italia, dal dopoguerra ad oggi, la condizione sociale e giuridica delle donne si è infatti lentamente ma radicalmente modificata. Ecco alcune tappe fondamentali di tale cammino:


1948

Entra in vigore la Costituzione. Gli articoli 3, 29, 31,37,48 e 51 sanciscono la parità tra uomini e donne.

Angela Maria Cingolani Guidi è la prima donna sottosegretario (Industria e commercio con delega all'artigianato).

1950

Varata la legge 26 agosto 1950, n. 860, «Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri».

1956

Le donne possono accedere alle giurie popolari col limite massimo di tre su sei (la norma rimarrà in vigore fino al 1978) e ai tribunali minorili.

Le funzioni riconosciute alle donne sono ancora quelle legate alla figura materna. Il loro intervento viene giudicato opportuno in quei casi in cui i problemi vadano risolti, «più che con l'applicazione di fredde formule giuridiche con il sentimento e la conoscenza del fanciullo che è proprio della donna».

1958

La legge Merlin chiude definitivamente le case di tolleranza: legge 20 febbraio 1958, n. 75, «Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui».

1959

Viene istituito il Corpo di polizia femminile.

1963

Il matrimonio non è più ammesso come causa di licenziamento: legge 9 gennaio 1963, n. 7, «Divieto di licenziamento delle lavoratrici per causa di matrimonio e modifiche della legge 26 agosto 1950, n. 860».

Marisa Cinciari Rodano è eletta vicepresidente della Camera. Le donne sono ammesse alla magistratura: legge 9 febbraio 1963, n. 66, «Ammissione della donna ai pubblici uffici ed alle professioni».

Un ulteriore passo avanti nell'effettiva attuazione dell'art.51 della Costituzione: le donne possono accedere a tutti i pubblici uffici senza distinzione di carriere né limitazioni di grado.

1968

L'adulterio femminile non è più considerato reato.

L'art. 559 del Codice penale recitava: «La moglie adultera è punita con la reclusione fino ad un anno. Con la stessa pena è punito il correo». Per il marito non esisteva nulla del genere: la disparità di trattamento non rispettava le norme fondamentali della Costituzione. Con due senten­ze del 19 dicembre 1968, la Corte costituzionale abroga l'articolo sul diverso trattamento dell'adulterio maschile e femminile e quello analogo del Codice penale.

1970

Viene approvata la legge sul divorzio: legge dicembre 1970, n. 898, «Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio».

L'introduzione del divorzio in Italia era stata collegata alla questione del voto alle donne. In sede costituente, il PCI, per una scelta di fondo sfociata nell'approvazione dell'art. 7, non aveva sollevato la questione. La Commissione dei 75 avrebbe voluto includere l'indissolubilità del matrimonio nel testo della carta costituzionale, ma, dopo un'aspra battaglia in aula, la parola «indissolubile» non era stata inserita, bocciata con un esiguo margine di voti.

Nel 1965, il socialista Loris Fortuna avanzò la prima proposta di legge, sulle orme del collega Renato Sansone, che negli anni Cinquanta aveva proposto a più riprese e senza successo una legge di «piccolo divorzio», per i casi estremi di ergastolani, malati di mente, scomparsi, divorziati all'estero.

Dopo l'approvazione della nuova normativa, nel 1974 sarebbe stato indetto un referendum abrogativo, ma in seguito alla vittoria del fronte del NO col 59% dei voti la legge sarebbe rimasta in vigore.

1971

La Corte costituzionale cancella l'articolo del Codice civile che punisce la propaganda di anticoncezionali.

Dall'inizio degli anni Sessanta la pillola contraccettiva era in commercio in molti Paesi europei, ma nel 1968 la Chiesa condannò aspramente la contraccezione. Nel 1969 la pillola cominciò, tuttavia, a essere venduta anche in Italia, come farmaco per le disfunzioni del ciclo mestruale. Nel 1971 la Corte costituzionale, dopo un'aspra battaglia, abrogò l'art. 535 del Codice penale che vietava la propaganda di qualsiasi mezzo contraccettivo e puniva i trasgressori col carcere.

Viene approvata la legge sulle lavoratrici madri: legge 30 dicembre 1971, n. 1204, «Tutela delle lavoratrici madri».

Sono istituiti gli asili nido comunali: legge 6 dicembre 1971, n. 1044, «Piano quinquennale per l'istituzione di asili-nido comunali con il concorso dello Stato».

1975

Riforma del diritto di famiglia: legge 19 maggio 1975, n. 151, «Riforma del diritto di famiglia».

Fino a questa riforma, il peso dell'educazione dei figli gravava, di fatto, sulle madri, ma tale impegno non aveva un adeguato riconoscimento giuridico. La patria potestà spettava ad entrambi i genitori, ma il suo esercizio toccava al padre, secondo l'art. 316 del Codice civile.

Col nuovo diritto di famiglia, la legge riconosce parità giuridica tra i coniugi che hanno uguali diritti e responsabilità e attribuisce ad entrambi la patria potestà.

1976

Per la prima volta una donna, Tina Anselmi, viene nominata ministro (Lavoro e previdenza sociale).

1977

È riconosciuta la parità di trattamento tra donne e uomini nel campo del lavoro: legge 9 dicembre 1977 n. 903, «Parità fra uomini e donne in materia di lavoro».

1978

Viene approvata la legge sull'aborto.

Nel 1974 i radicali avevano iniziato una campagna per un referendum al fine di abrogare le norme che penalizzavano l'aborto. Gli articoli dal 546 al 551 del Codice penale stabilivano, infatti, che la donna che si procurava un aborto dovesse essere punita con la reclusione da uno a quattro anni (ma, se l'aborto era effettuato per "salvare l'onore", era prevista una riduzione, che andava da un terzo alla metà della pena).

Dopo l'approvazione della legge, un referendum abrogativo del maggio del 1981 non avrebbe avuto successo.

1979

Nilde Jotti è la prima donna presidente della Camera.

1981

Il motivo d'onore non è più attenuante nell'omicidio del coniuge infedele.

1983

La Corte costituzionale stabilisce la parità tra padri e madri circa i congedi dal lavoro per accudire i figli.

1984

Presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri è costituita la Commissione nazionale per la realizzazione delle pari opportunità, presieduta da Elena Marinucci.

1986

La commissione nazionale per la parità uomo e donna elabora il «Programma azioni positive»: aziende e sindacati devono tutelare accesso, carriera e retribuzioni femminili.

1989

Le donne sono ammesse alla magistratura militare.

1991

Legge 10 aprile 1991, n. 125, «Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro».

La legge dovrebbe essere in grado di intervenire nel rimuovere le discriminazioni e valorizzare la presenza e il lavoro delle donne nella società. Purtroppo, è ancora poco applicata.

1992

Legge, 25 febbraio 1992, n. 215, «Azioni positive per l'imprenditorialità femminile».

La legge sull'imprenditoria femminile favorisce la nascita di imprese composte per il 60% da donne, società di capitali gestiti per almeno 2/3 da donne e imprese individuali.

1993

Con la legge 25 marzo 1993, n. 81 per la prima volta vengono introdotte le "quote rosa" in merito alle elezioni dei rappresentanti degli enti locali.

Si stabilisce che per le elezioni regionali e comunali, i candidati dello stesso sesso non possano essere inseriti nelle liste in misura superiore ai due terzi: ciò riserva, di fatto, un terzo dei posti disponibili al sesso sottorappresentato (cioè le donne). Per le elezioni nazionali, viene introdotta l'alternativa obbligatoria di uomini e donne per il recupero proporzionale ai fini della designazione alla Camera dei deputati.

Nel 1995 questa serie di interventi legislativi è stata annullata con la sentenza n. 422 della Corte costituzionale, avendo il giudice stabilito che, in materia elettorale, debba trovare applicazione solo il principio di uguaglianza formale e che qualsiasi disposizione tendente ad introdurre riferimenti al sesso dei rappresentanti, anche se formulata in modo neutro, sia in contrasto con tale principio.

1996

La legge 15 febbraio 1996, n. 66, «Norme contro la violenza sessuale», punisce lo stupro come delitto contro la persona e non contro la morale come in precedenza.

Il governo nomina un ministro per le pari opportunità, Anna Finocchiaro.

2000

Legge 8 marzo 2000, n. 53, «Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città».

Sia il padre che la madre possono chiedere l'aspettativa, da sei a dieci mesi, entro gli otto anni di vita del bambino. La cura dei figli smette di essere, dal punto di vista legislativo, esclusiva prerogativa delle madri.

2003

Legge costituzionale 30 maggio 2003, n. l, «Modifica dell'art. 51 della Costituzione».

L’art. 51 della Costituzione («Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizione di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge») viene modificato, con l'aggiunta: «A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini».

2004

La legge sulle elezioni dei membri del Parlamento europeo introduce una norma in materia di "pari opportunità": legge 8 aprile 2004, n. 90, «Norme in materia di elezioni dei membri del Parlamento europeo e altre disposizioni inerenti ad elezioni da svolgersi nell'anno 2004».

L’art. 3 prescrive che le liste circoscrizionali, aventi un medesimo contrassegno, debbano essere formate in modo che nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura superiore ai due terzi dei candidati.

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Gabriele Cavenago, memorie di un partigiano

3 Mars 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

4 marzo 2015: auguri a Gabriele Cavenago, presidente onorario dell'ANPI di Lissone, che oggi compie 95 anni

Premessa

Tradizionalmente la storia è stata considerata come quella disciplina che utilizzava come fonti il materiale scritto. Ormai sempre più di frequente testimonianze orali, memorie di vita, sono entrate nella base documentaria della ricostruzione storica. È la cosiddetta “storia orale” che consiste nel raccogliere dalla viva voce di testimoni oculari racconti di fatti ed eventi di rilevanza storica, per poi elaborarli, archiviarli e diffonderli.

Una mia particolare sensibilità per il racconto diretto, per la “storia orale” che rappresenta una parte preziosa della storia, mi spinge, fin quando sarà possibile, a raccogliere le testimonianze di alcuni protagonisti della Resistenza italiana, come quella di Gabriele Cavenago, uno degli ultimi partigiani ancora viventi a Lissone. (Renato Pellizzoni)

 

Presentazione


Nato a Caponago il 4 marzo 1920, da 61 anni risiede a Lissone.

Nel 1942 è artigliere dell’ARMIR, l’Armata Italiana in Russia. Reduce, dopo l’8 settembre 1943 entra nelle fila della Resistenza armata operante nel Vimercatese come membro delle SAP (Squadre di Azione Patriottica): il 24 aprile 1945, ad un posto di blocco organizzato dai partigiani, viene ferito ad un braccio, fortunatamente senza gravi conseguenze, da un nazista appartenente ad una colonna tedesca in fuga da Monza.

Gabriele Cavenago è presidente onorario della Sezione lissonese dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

 

Dal racconto di Gabriele Cavenago

«Presto servizio militare ad Acqui Terme dal 10 marzo 1940, artigliere con mansione di tiratore. Dopo un breve periodo di istruzione, inizio a sparare con i cannoni in un poligono di tiro. 

Il fronte francese
A metà maggio 1940, raggiungo l’Argentera, al confine francese, prima in treno fino a Cuneo, poi in colonna a piedi. Ai piedi della montagna vengono preparate le piazzole per posizionare i cannoni, obici da 149-13, in grado di bombardare il territorio francese, superando la cima della montagna.

  

Ai primi di Giugno 1940, in seguito ad un nuovo ordine, si cambia località: Colle della Maddalena, a 2000 metri, dove si montano le tende e si posizionano i cannoni. 10 giugno: l’Italia è in guerra; con i cannoni si spara verso il territorio francese per due giorni, quasi ininterrottamente, sotto una tormenta di neve.

   

fronte e retro della medaglia del “Gruppo Obici” e della “Battaglia delle Alpi”

Firmato l’armistizio tra Francia e Italia, parto per una breve licenza: ritorno poi ad Acqui Terme dove rimango fino agli inizi del 1942, allorquando arriva l’ordine di iniziare i preparativi in vista di nuova destinazione: il fronte russo.

 

Il fronte russo
 

spilla dei partecipanti all’ARMIR

A giugno 1942 partenza: trenta giorni di viaggio in treno che trasporta anche camion, trattori e cannoni, destinazione Minsk, da dove in colonna proseguo verso il Don. Lungo il percorso di trasferimento, nei pressi di Stalino, incontro mio fratello che si trovava in Russia già da alcuni mesi.
 

Il Don e la linea del fronte

Arrivo sul fronte del Don il 14 agosto 1942. In un’ansa del fiume si iniziano i lavori per la costruzione di camminamenti, rifugi, postazioni di tiro per i cannoni. La posizione è quella riservata alla Divisione Corseria.

Fine di ottobre-inizio novembre 1942: il freddo della steppa comincia a farsi sentire. Nei rifugi sotterranei si può trovare un po’ di conforto, ma i combattimenti avvengono principalmente nelle ore notturne. Si spara sui movimenti dei russi sotto la neve che cade abbondantemente.

   
Le munizioni stanno finendo. Primi di dicembre 1942: non arriva più alcun rifornimento.

 

Come potevano credere alla vittoria fascista i soldati sul Don che, nell’inverno 1942, ricevevano “le mele del duce” come dimostrazione dell’interesse della patria, quando mancavano di calzature, olio anticongelante e rancio adeguati al clima russo, per non parlare degli armamenti?


Si spera in un intervento dei carriarmati tedeschi, ma invano. I trattori non partono per il gelo e i russi si avvicinano. 11 dicembre 1942: accerchiati. Appena si vede uno spiraglio inizia la ritirata: per un po’ veniamo inseguiti dai carrarmati russi. Si raggiunge Karkov. Mentre troviamo un po’ di riparo in un capannone, durante una breve sosta per riposare, sopraggiungono i carrarmati russi. Riesco a salire su un camion della prima batteria del mio gruppo, ma dopo qualche ora rimaniamo senza benzina; si continua la ritirata a piedi.

Di notte cerchiamo rifugio nelle isbe: al caldo, tra vecchi, donne e bambini piccoli, possiamo riposare sul pavimento di legno dopo aver bevuto un po’ di brodaglia che ci veniva offerta. Procediamo verso Ponte del Donez dove convergevano i vari reparti: mancano all’appello 15 soldati della mia batteria: sono stati fatti prigionieri. Sempre a piedi, giungiamo il 24 dicembre a Varocscilov Grad, dove, in un cinema, trascorriamo il Natale mangiando un po’ di pasta. All’indomani si riprende la marcia: percorriamo dai 20 ai 25 chilometri al giorno. Riusciamo a salire su un treno scoperto che ci trasporta per una settimana in mezzo a bufere di neve. Per il freddo mi si stava congelando il naso: il mio tenente me lo strofina massaggiandolo con neve mista ad antigelo.

Alla metà di aprile 1943 arriviamo a Minsk; dopo una doccia e la bollitura degli indumenti per eliminare i pidocchi, si riparte a piedi in direzione Kiev dove giungiamo alla fine di aprile. Ci sistemiamo in alcune case e riusciamo ad alimentarci e a riprendere un po’ di forze.

Ai primi di maggio arrivano gli ordini di rientrare in Italia: essendo artigliere corro il rischio di finire in Germania per un corso di addestramento alla contraerea. Ai primi di giugno, dalla stazione di Kiev, si parte invece tutti per l’Italia. Appena il treno incomincia a muoversi, un aeroplano russo ci sorvola lanciando una bomba che cade fortunatamente ad una cinquantina di metri dal treno: bel saluto di addio! Si raggiunge Vienna e, attraverso il Brennero, arriviamo a Vipiteno dove siamo sottoposti a disinfezione e al cambio di indumenti. Si riparte poi per Pisa dove si rimane per 20 giorni in contumacia. Ritorno poi in caserma ad Acqui Terme: siamo ai primi di luglio 1943. Faccio lavori come muratore presso un acquedotto in attesa della licenza di 20 giorni come reduce dalla Russia. Prima di tornare al paese passo da Peschiera per incontrare mio fratello che non rivedevo dopo il breve incontro in terra di Russia.

Alla metà di agosto, al rientro dalla licenza, con cannoni e trattori nuovi, parto da Acqui Terme verso Firenze e raggiungiamo Asciano; era l’8 settembre 1943

 

8 settembre 1943

Ascoltiamo l’annuncio dell’armistizio. Il giorno 10 settembre nascondiamo i trattori e i cannoni in un avvallamento ed eseguiamo l’ordine del capitano “tutti liberi si ritorna a casa”. A piedi camminando lungo la ferrovia raggiungiamo la stazione di Firenze, da dove con il primo treno riesco a partire per Milano. Il capotreno ci avverte di scendere prima di arrivare in stazione Centrale per evitare di essere catturati dai tedeschi.

In prossimità di Lambrate salto dal treno e poi salgo su un tram, nascondendomi sotto i sedili dietro le gonne di alcune donne.

L’11 settembre arrivo a casa, a Caponago, che allora contava circa 3.000 abitanti. Ero uno “sbandato”. Dopo qualche giorno vengo avvicinato da un anziano antifascista del paese: decido di passare tra le fila dei partigiani, scelta condivisa da mio fratello e da un amico.

In Brianza dopo l’8 settembre non regnò la rassegnazione assoluta verso ciò che stava accadendo. Ci furono persone che cercarono di riconoscersi nella volontà di opporsi alla nuova realtà e tentarono di organizzarsi per agire.
 

membro delle SAP (Squadre di Azione Patriottica)

Le SAP erano concepite come piccoli gruppi di uomini che vivevano generalmente nelle loro cittadine, svolgendo, in alcuni casi, il proprio lavoro e che venivano chiamate clandestinamente a svolgere azioni di propaganda, come volantinaggi notturni e distribuzione di stampa antifascista, atti di sabotaggio, fino ad azioni di recupero di armi sottratte a militi colti in solitudine e ad azioni più complesse, terminate le quali il sappista tornava ad inserirsi nel tessuto di sempre.
“Le brigate Sap avevano reso possibile la crescita e l'impiego, quand'anche in forme diverse, di miglaia di nuovi combattenti, i migliori dei quali avevano anche affiancato e rinsanguato con forze fresche e collaudate quella gappiste continuamente falcidiate dalla repressione; avevano trasformato la guerriglia urbana, sostenuta inizialmente soltanto dai Gap, in lotta armata di massa e, come le Sap delle campagne, le cosidette Sap foranee, avevano spezzato l'isolamento che circondava la lotta armata sui monti, così le Sap cittadine hanno spezzato l'isolamento che minacciava le lotte operaie nelle fabbriche e la lotta dei Gap nelle strade.

La minore incisività della maggior parte degli interventi sappisti, rappresentati per lo più da azioni di propaganda, volantinaggi o disarmi era stata compensata dal numero complessivo delle azioni che grazie ad un impiego di massa delle forze erano progressivamente aumentate nel tempo e si erano sempre più estese sul territorio.

Diversamente dal gappista senza volto, il cui agire era sempre fulmineo, cruento e tanto più eclatante quanto invisibile, il sappista era stato il più delle volte necessariamente e deliberatamente ben visibile dimostrando con la sua presenza fisica, in carne e ossa, l'inoppugnabile esistenza e l'estensione del movimento partigiano. Negli interventi contro la trebbiatura del grano destinato all'ammasso, nella protezione delle manifestazioni di protesta delle donne o degli scioperi dellle mondine, nelle decine di comizi volanti nelle fabbriche o nei cinema, il sappista era comparso tra le masse per attirare l'attenzione e la sua presenza e la sua parola avevano infuso speranza e suscitato entusiasmi indispensabili ad alimentare il clima insurrezionale.

Le Sap, scriverà Luigi Longo, sono state «il tentativo - in gran parte riuscito - di giungere a mobilitare, via via, in modo organico, la maggior parte della popolazione» e, crediamo si possa aggiungere, sono state, per la concezione e la portata del fenomeno, uno strumento di lotta originale e forse unico nella Resistenza europea nonché il fattore decisivo e insostituibile nella preparazione e nell'affermazione dell'insurrezione nel capoluogo lombardo”.

(da “Due inverni, un'estate e la rossa primavera. Le Brigate Garibaldi a Milano e provincia. 1943-1945” di Luigi Borgomaneri){C}
 

  

Ricevevo gli ordini da Emilio Diligenti. Ero inquadrato nella Divisione “Fiume ADDA”, 105.ma Brigata SAP.

 

Tra i primi incarichi che mi sono affidati è l’affissione di manifesti e didtribuzione di volantini che incitano la popolazione a ribellarsi all’occupazione nazista e a disubbidire agli ordini della Repubblica Sociale Italiana.
“Questo metodo di comunicare coi volantini, risultava un modo di opposizione al nemico che incoraggiava moralmente la gente, portandola lentamente a simpatizzare ed avere fiducia negli uomini della Resistenza. Si creava una coscienza nella gente ed uno stimolo a partecipare al cambiamento”. Si passa poi ad azioni di sabotaggio di linee telefoniche utilizzate dai tedeschi.
Per rifornire i gruppi di partigiani sui monti servono anche armi e munizioni. Ne recuperiamo alcune abbandonate nelle caserme, poi con azioni di gruppo, tentiamo degli attacchi contro camion tedeschi in transito sull’autostrada. La stalla di mio padre si trovava a circa 200 metri dall’autostrada Milano Bergamo. Ci rifugiavamo poi nei boschi della pianura.

Per i partigiani di pianura le attività iniziali sono in gran parte ancora in funzione della montagna. Si recuperano armi, viveri, indumenti da inviare alle formazioni, si fa opera di convinzione e si procurano aiuti a chi vuole raggiungerle, si organizza il sostegno politico e morale. Le armi venivano nascoste, in un primo tempo nel fienile, poi venivano distribuite alle altre squadre partigiane. Un’azione di blocco di un’auto che trasportava un ufficiale tedesco fallisce; ci riusciranno altri partigiani nei pressi di Trezzo d’Adda.

Il 24 aprile 1945 organizziamo un nuovo posto di blocco; cerchiamo di fermare una colonna di nazisti in fuga da Monza. Armato di una pistola, affronto un tedesco che sparando mi ferisce al braccio; nell’azione, anche il comandante della nostra squadra rimane ferito. Raccolgo la pistola che mi era caduta e con l’aiuto di mio fratello trovo riparo in un cascinale, mentre la ferita continua a sanguinare. I miei compagni chiedono l’intervento di un medico di Pessano, che era amico dei partigiani, che presta le prime cure a me e al mio comandate. Entrambi siamo stati fortunati; niente di grave: dalla successiva radiografia l’osso del mio avambraccio risulterà intatto.

La colonna dei tedeschi in fuga verrà poi fermata dai partigiani nei pressi di Verderio.

 

Bruno Trentin  nel suo “Diario di guerra” ha scritto:

“La guerra in pianura, in campagna, era la scelta più pericolosa; non c’era il «fronte» ma una guerra selvaggia condotta da giovani, senza retroterra dove rifugiarsi. Era una guerra dalla quale, una volta cominciata, non si poteva tirarsi indietro. Si è scritto poco su questo versante della guerra partigiana che è la guerra in pianura, il più esposto, il più indifeso e, nello stesso tempo, impensabile senza il sostegno delle popolazioni contadine.

In pianura è stato necessario prendere le armi al nemico o organizzare dei lanci di paracadute (da parte degli Alleati) all’aperto, in piena campagna; a pochi chilometri dalle postazioni tedesche o fasciste. …

La Resistenza armata, senza un sostegno diffuso della popolazione, anche in un lontano borgo agricolo, non avrebbe potuto sopravvivere. Hanno concorso a questo processo le pessime condizioni di vita di una popolazione stremata dall’economia di guerra. E certamente ha pesato la sconfitta di una guerra, lo smantellamento dell’esercito come è accaduto all’8 settembre, e l’alternativa che si pose a molti giovani che rifiutavano l’ingresso nelle bande della Repubblica di Salò, di nascondersi o di combattere. …

Vent’anni di oppressione fascista sboccarono non in episodiche rivolte ma nel più grande movimento armato di massa dell’Europa occidentale. …

La scelta di libertà e di democrazia da parte di una generazione che non l’aveva mai conosciuta”.

 A causa della ferita, non avevo potuto partecipare alla festa della Liberazione e mi era dispiaciuto, tuttavia l’aria che si respirava era quella di un Paese che voleva al più presto riguadagnare il tempo perduto dopo le tragedie del fascismo. In quei momenti di gioia per la fine della guerra e della Liberazione, si sperava in un mondo diverso, in un mondo di pace, di giustizia sociale e di lavoro».

 


 


  
nel 40mo anniversario della Liberazione, il Sindaco di Caponago premia Gabriele Cavenago


In occasione del 64° anniversario della Liberazione, nel pomeriggio di Sabato 18 aprile 2009, presso la Biblioteca civica, si è svolto un importante appuntamento alla presenza due partigiani, il lissonese Gabriele Cavenago ed Egeo Mantovani, attuale presidente onorario dell’ANPI di Monza e Brianza.

Prima della proiezione del documentario sulla storia della Resistenza italiana, Nicoletta Lissoni ha letto, con un sottofondo di musiche di Johan Sebastian Bach, due lettere di condannati a morte durante la guerra di Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista.

A Gabriele Cavenago, che è anche presidente onorario dell’ANPI di Lissone, è stata consegnata una pergamena a ricordo del suo impegno di giovane partigiano, membro delle Squadre di Azione Patriottica.


Per questa occasione, Gabriele Cavenago ha donato all’ANPI di Lissone una bandiera storica del 1945, quando a Lissone si era costituita la sezione dell’ANPI.

 

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La scomparsa di Giannantonio Brugola, presidente della OEB

23 Février 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

L’avevo incontrato otto anni fa, in occasione dell’installazione, in piazza IV Novembre a Lissone, della stampatrice anni ’50 della sua azienda: ricorreva allora l’80° anniversario della fondazione della OEB.

Mi aveva poi condotto nello stabilimento di via Dante per mostrarmi la targa e il monumento in acciaio che ricordavano i tre operai della OEB, Pierino Erba, Remo Chiusi e Mario Somaschini, fucilati dai nazifascisti nel giugno 1944. Mi aveva anche parlato di alcuni momenti di quelle tragiche giornate, ricostruiti in base alla testimonianza di sua madre.

Nel 2014, per Giannantonio Brugola ricorreva il cinquantesimo anniversario di dirigenza della OEB.

Sulla storia di questa industria lissonese leader mondiale nel suo settore, nel mese di luglio 2014 avevo scritto il seguente articolo frutto di mie ricerche storiche.

Renato Pellizzoni

Un numero uno del made in Italy

Giannantonio Brugola, da cinquant’anni alla guida dell’OEB

Un’iperbole ascendente è la curva che meglio può rappresentare l’andamento della crescita e dello sviluppo nel tempo dell’attività dell’azienda lissonese OEB (Officine Egidio Brugola).

Egidio Brugola, nato a Lissone il 31 agosto 1901, già direttore di un’azienda meccanica, nel 1926 decide di mettersi in proprio. Il venticinquenne lissonese fonda così la OEB che è oggi un’industria leader a livello mondiale nella produzione di viti speciali di metallo ad altissimo contenuto tecnologico impiegate da diverse case automobilistiche per le esigenze specifiche dei loro motori.

Nella sua prima sede in via Cesare Battisti a Lissone, l’azienda produce rondelle, anelli speciali per motori ed affini. Alla fine degli anni Venti, Egidio amplia la produzione al settore della viteria: con un’intuizione geniale inizia a fabbricare su scala industriale una vite, già esistente all’inizio del Novecento, che, per un singolare processo di identificazione tra il prodotto e il suo ideatore, si chiama ormai comunemente vite brugola. Questo tipo di vite, a testa con incavo esagonale, viene brevettata da Egidio Brugola nel 1945.

In seguito alla morte prematura di Egidio, avvenuta a Portoferraio il 29 giugno 1959, la direzione dell’azienda, essendo il figlio Giannantonio sedicenne, passa alla moglie Emmy (Emmy Spezia era di nobile famiglia torinese). Cinque anni più tardi, nel 1964, sarà proprio Giannantonio ad occuparsi direttamente della OEB, che ancora dirige.

Dalle viti standard brugola degli anni Sessanta, la OEB passa negli anni Ottanta alle produzione di viti speciali. Giannantonio Brugola, conia il motto “Spirit of excellence”, che riassume la spinta innovativa dell’OEB. Nel 1993 brevetta in campo europeo una nuova vite, la “polydrive”, forma evoluta di vite, con un profilo a geometria complessa, che consente un maggior serraggio con un minor sforzo e sulla quale, in caso di necessità, si può agire anche con una chiave brugola esagonale standard. «È un’invenzione – afferma Giannantonio – che ha segnato una seconda tappa fondamentale nell’apporto della famiglia Brugola allo sviluppo della bulloneria mondiale».

Attualmente la sede della Direzione della OEB è in via Dante a Lissone. Quattro i siti produttivi in città, con 300 dipendenti: in Via Dante, in Via Pacinotti e due in via Majorana: uno di questi ultimi due, realizzato nel 2003, è «una delle fabbriche più robotizzate al mondo nel campo della logistica interna». Grazie alla qualità ed affidabilità del prodotto, conseguite mediante un’elevata automazione e alla continua ricerca (circa il 15% del fatturato è investito in questo settore in cui operano 20 ingegneri), è la prima industria al mondo nella produzione di viti di fissaggio testata cilindro.

In un motore d’auto si impiegano circa 70 tipi di viti speciali dette “fastener” (che costituiscono il sistema di serraggio dei motori) 7 dei quali sono definiti ‘critici” cioè cruciali per il raggiungimento delle prestazioni del motore. Si tratta di quelle che assicurano il serraggio della testata, della bancata, del volano, della biella, della puleggia, dell’ingranaggio dell’albero a camme e del cappello dell’albero a camme. Sono queste le viti della OEB di oggi, progettate e sviluppate in stretta collaborazione con le case automobilistiche. In ogni auto ne occorrono circa 300, che in totale fanno dai 4 ai 5 kg di metallo ad altissimo contenuto tecnologico.

Dieci milioni di motori al mondo vengono assemblati con viti brugola. Dai 6 ai 7 milioni di pezzi è la produzione giornaliera della OEB. La quota di mercato è attorno al 20%, vale a dire che c’è un po’ di OEB in una ogni cinque auto vendute nel mondo. Il fatturato nel 2013 ha sfiorato i 123 milioni di Euro.

Da Lissone le viti vengono spedite ai centri di distribuzione logistica OEB in USA, Messico, UK, Germania, Spagna e Ungheria. L’industria lissonese lavora per i diversi marchi dei gruppi Ford, Volkswagen, General Motors, Renault, Jaguar. Attualmente, sulle linee di montaggio di ben 42 fabbriche di motori nei più diversi angoli del mondo si fa ricorso ai “fastener” della OEB.

Detroit, è la capitale americana dei motori. Ed è in Michigan, dove ha già un centro di distribuzione, che la OEB ha in progetto di aprire una fabbrica alla fine del 2015, dove saranno impiegati una quarantina di persone, senza intaccare i livelli produttivi e occupazionali a Lissone. «Il nostro è un lavoro “capital intensive” e l’incidenza della manodopera è solo del 12%» afferma il presidente Giannantonio Brugola.

Attuale vicepresidente della OEB è Egidio Brugola, classe 1979, figlio di Giannantonio. Come non accade spesso nel mondo dell’industria, e a differenza di altre fabbriche storiche di Lissone che hanno addirittura cessato la loro attività, tre generazioni di continuità familiare sono un giusto motivo di soddisfazione per Giannantonio (parla cinque lingue, è un appassionato studioso della cultura tedesca), «un umanista prestato al mondo dell’industria» ama definirsi.

La storia della OEB è intrecciata con la storia non solo industriale, ma anche sociale e civile di Lissone.

Tre operai della OEB sono martiri della Resistenza lissonese, fucilati nel giugno 1944.

Nel 2006, in occasione dell’ottantesimo anniversario di fondazione della OEB, Giannantonio Brugola ha donato al Comune di Lissone una macchina storica della sua azienda: una stampatrice del 1950 che fa bella mostra in piazza IV Novembre di fronte al municipio. Inoltre, diverse associazioni hanno usufruito di contributi della OEB: tra loro la Croce Verde lissonese, per l’acquisto di mezzi di soccorso.

Nel 2008, con una cerimonia svoltasi nel Sala dei Corazzieri al Quirinale, Giannantonio Brugola è stato insignito dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dell'Ordine al "Merito del Lavoro" titolo che viene attribuito a quegli imprenditori che si sono “distinti nei diversi settori dell'economia, contribuendo allo sviluppo sociale, occupazionale e tecnologico e alla crescita del prestigio del made in Italy”.

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FASCISMO FOIBE ESODO 1918 1956: Le tragedie del confine orientale

5 Février 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #episodi di storia del '900

«La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale "Giorno del ricordo" al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale» (legge 30 marzo 2004 n. 92)

 

Per comprendere il perché delle foibe o dell’esodo di molti italiani che risiedevano lungo i confini orientali dell’Italia, occorre inquadrare questi avvenimenti in un più vasto contesto storico.  È quello che si è tentato di fare nei capitoli successivi.


Le vicende del confine orientale 


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1918 1922  
 Dopo la vittoria arriva il fascismo

La conclusione della prima guerra mondiale con il conseguente disfacimento dell’Impero asburgico, consegnarono all’Italia la Venezia Giulia e Zara. Nel 1924 venne annessa anche la città di Fiume. Il Regno d’Italia si estese così su terre abitate sia da popolazioni di origine italiana, soprattutto nelle zone costiere, sia da sloveni e croati, in prevalenza nei paesi dell’interno.

In questa mescolanza di etnie e nel complesso intreccio di vicende storiche locali, trovò alimento un nazionalismo fascista particolarmente virulento e aggressivo. Già all’inizio del 1919 vengono costituiti forti gruppi di squadristi che – come si legge in un documento dell’epoca – «insegnarono a tutti i Fasci d’Italia il metodo più efficace di lotta contro l’Antinazione e inaugurarono per prime, come divisa ufficiale, la gloriosa Camicia nera».

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Gli effetti della violenza fascista non tardarono a farsi sentire. Non solo gli antifascisti furono presi di mira, come avvenne in quegli anni nel resto d’Italia, ma le squadracce fasciste si accanirono soprattutto contro la popolazione di etnia slovena e croata. Gli squadristi, capeggiati da Francesco Giunta, incendiarono a Trieste il 13 luglio 1920 l’hotel Balkan, sede del “Narodni Dom”, il più importante e moderno centro culturale delle organizzazioni slovene in città.

Questo gravissimo episodio verrà definito da Mussolini «il provvidenziale incendio del Balkan». Dopo questo autorevole avallo, la violenza fascista dilaga con l’obiettivo della completa italianizzazione delle popolazioni di etnia non italiana che abitavano quelle terre da tempo immemorabile. 

 

Casa della Nazione in fiamme Trieste

Così racconta un testimone di allora, lo scrittore Boris Pahor, nel libro “Necropoli”:

“Già in gioventù ogni illusione ci era stata spazzata via dalla coscienza a colpi di manganello e ci eravamo gradualmente abituati all' attesa di un male sempre più radicale, più apocalittico. Al bambino a cui era capitato in sorte di partecipare all' angoscia della propria comunità che veniva rinnegata e che assisteva passivamente alle fiamme che nel 1920 distruggevano il suo teatro nel centro di Trieste, a quel bambino era stata per sempre compromessa ogni immagine di futuro. Il cielo color sangue sopra il porto, i fascisti che, dopo aver cosparso di benzina quelle mura aristocratiche, danzavano come selvaggi attorno al grande rogo: tutto ciò si era impresso nel suo animo infantile, traumatizzandolo. E quello era stato soltanto l'inizio, perché in seguito il ragazzo si ritrovò a essere considerato colpevole, senza sapere contro chi o che cosa avesse peccato. Non poteva capire che lo si condannasse per l'uso della lingua attraverso cui aveva imparato ad amare i genitori e cominciato a conoscere il mondo. Tutto divenne ancora più mostruoso quando a decine di migliaia di persone furono cambiati il cognome e il nome, e non soltanto ai vivi ma anche agli abitanti dei cimiteri.”


1922 1940  Proibita anche la messa in sloveno
      

Su un intreccio perverso di antislavismo e antisocialismo si incardina la politica del fascismo negli anni successivi alla presa del potere. «Di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone», si legge in un proclama diffuso dal fascismo in quegli anni.

Gli abitanti di etnia slovena e croata, definiti “allogeni” (termine neutro dal punto di vista scientifico, ma caricato in quegli anni da un forte senso di estraneità, di disprezzo e di inferiorità), sono sottoposti a una serie inaudita di angherie: si chiudono i circoli culturali sopravvissuti alle devastazioni squadristiche , si obbligano le popolazioni alla italianizzazione dei loro cognomi, altrettanto avviene per i nomi slavi dei paesi, e soprattutto si impone l’obbligo della lingua italiana in qualsiasi luogo pubblico (ne soffriranno soprattutto i bambini a scuola, costretti a studiare in una lingua che non conoscono affatto).

Si arriva a proibire l’uso della lingua persino in chiesa, durante le funzioni religiose.

Il clero cerca di resistere, ma inutilmente.

Nel 1928 il vescovo Fogar così si rivolgeva al clero e ai fedeli commentando le decisioni del governo italiano che colpivano anche la Chiesa: «Cosa possiamo fare noi sacerdoti, combattuti tante volte da quelli stessi che dicono di credere in Gesù Cristo?

Dove l’empietà comincia a trionfare, ivi non tarderà a scatenarsi la persecuzione».

 

1941  L’aggressione alla Jugoslavia

occupazione jugoslavia 

 Il 6 aprile 1941 cinquantasei divisioni tedesche, italiane, ungheresi e bulgare attaccano da ogni parte il Regno di Jugoslavia. La debole resistenza del paese aggredito viene subito sopraffatta. Lo stato crolla, l’esercito si scioglie e la Jugoslavia viene smembrata.
La Slovenia settentrionale è assegnata alla Germania nazista, quella meridionale viene annessa all’Italia con la denominazione “Provincia di Lubiana”. L’Italia ingrandisce, a spese della Croazia, la provincia di Fiume e quella di Zara annettendosi anche la parte centrale della Dalmazia. La Croazia viene dichiarata formalmente uno stato indipendente: si insedia al governo il capo degli ustascia  Ante Pavelic, un criminale di ideologia nazifascista, mentre Aimone di Savoia viene designato re con il nome di Tomislavo II. Il regime di occupazione della Jugoslavia da parte della Germania e dei suoi alleati fu spietato. Migliaia di persone vennero uccise e centinaia di villaggi incendiati. La resistenza all’occupazione si sviluppò sin dall’estate 1941, cominciando dal Montenegro ed estendendosi ben presto a Serbia, Croazia e Slovenia.

Nell’ottobre del ’41 si ebbero le prime condanne a morte. Nei 29 mesi di occupazione italiana nella sola provincia di Lubiana vennero fucilati circa 5.000 civili e altre 7.000 persone, in gran parte anziani, donne e bambini, trovarono la morte nei campi di concentramento italiani. Tristemente noti sono quelli di Gonars (Udine) e Rab in Croazia.

undefined bambini jugoslavi in campo di internamento fascista di Arbe

 

1943  L’occupazione tedesca

L’annessione di fatto al Terzo Reich dei territori del confine orientale sottratti alla sovranità italiana è la prima reazione da parte nazista alla dissoluzione dell’esercito italiano dopo la caduta del fascismo del 25 luglio e l’armistizio dell’8 settembre 1943.

La perdita di controllo dei territori entro i confini dello Stato italiano e anche di quelli sottoposti a occupazione militare, risultato del collasso politico-militare del regime fascista, offre alla Wehrmacht la possibilità di occupare rapidamente l’area della Venezia Giulia, della provincia di Lubiana e del territorio dalmata.

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Dal settembre del 1943 all’aprile del 1945 le province di Trieste, Gorizia, Udine, Pola, Fiume e Lubiana furono riunite nella speciale zona di operazione definita Adriatisches Küstenland (litorale adriatico) che venne inclusa nelle strutture amministrative della Germania nazista. Analoga sorte subì la zona comprendente le province di Trento, Bolzano e Belluno.

L’Adriatisches Küstenland sopravvivrà per più di venti mesi. La Repubblica di Salò nasce come struttura amministrativa di collaborazione voluta dai tedeschi. Queste mutilazioni regionali la screditarono ulteriormente. L’Italia è privata brutalmente della sovranità su un’area in cui aveva profuso l’ambizione nazionalistica di una grande espansione nei Balcani e del controllo totale dell’Adriatico. Il Gauleiter Rainer, incaricato da Hitler per le soluzioni amministrative e di gestione, impone condizioni durissime alle popolazioni con l’obiettivo finale di abbattere ogni resistenza e di annettere in via definitiva questi territori al Grande Reich. Le violenze e gli eccidi che vengono perpetrati nell’Adriatisches Küstenland, con la complicità delle “bande nere” di Salò, aggravano ulteriormente le tensioni nazionali nell’area giuliana, che nel dopoguerra conosceranno una nuova stagione di violenze di massa, questa volta a danno degli italiani.

 

1943 1945  La Resistenza e la Risiera

La Resistenza ha inizio in Istria sin dagli anni successivi alla presa fascista del potere. Sono del 1929 le condanne del Tribunale Speciale, insediato per l’occasione a Pola, di 5 antifascisti croati: uno fu condannato a morte e gli altri a trent’anni di reclusione. L’anno successivo il Tribunale Speciale riunito a Trieste condannò a morte 4 sloveni imputati di cospirazione contro l’Italia.

Con l’occupazione nazista della Venezia Giulia (Adriatisches Küstenland) tra il 1943 e il 1945, i tedeschi cercano di accattivarsi le simpatie della popolazione locale recuperando i miti asburgici.

Ma il volto del nazismo aveva ben altre sembianze.

Nell’estate-autunno 1941 iniziò in Jugoslavia la Resistenza contro l’occupazione italo-tedesca. A seguito dell’annessione della Slovenia all’Italia, lo Stato fascista si trovò con la guerriglia in casa. Venne istituito un tribunale straordinario e introdotta la pena di morte non solo per coloro che fossero stati sorpresi armati, ma anche per chi avesse posseduto materiale di propaganda o partecipato a riunioni  o assembramenti giudicati di carattere eversivo.

Anche per questo nella Venezia Giulia la Resistenza ebbe inizio con netto anticipo rispetto al resto d’Italia.

Infatti già nei primi mesi del 1943 la guerriglia partigiana, sempre più estesa in Jugoslavia, travalicò il vecchio confine e cominciò a lambire la stessa città di Trieste. Alla data dell’8 settembre il Movimento di liberazione jugoslavo era già presente nella regione ed era in grado di proporsi come contropotere rispetto al regime instaurato

dalle forze nazifasciste.

Parallelamente si sviluppò l’organizzazione della Resistenza da parte italiana. A Udine, tra il febbraio e l’aprile del 1945, avvenne la fucilazione di 52 partigiani. Questi eccidi vennero compiuti dai nazisti con la collaborazione attiva dei fascisti di Salò. L’asprezza del contrasto tra partigiani italiani e le mire espansionistiche jugoslave, portò a uno dei più tragici episodi della Resistenza: nel febbraio del 1945 nelle malghe di Porzus, nel Friuli orientale, un gruppo di fanatici garibaldini massacrò, cogliendolo di sorpresa, l’intero comando della Brigata Osoppo, composta in prevalenza da partigiani che si riconoscevano nel movimento “Giustizia e Libertà”, accusato ingiustamente di tradimento. Forti furono anche i contrasti tra il CNL triestino che tendeva a marcare la propria italianità e la resistenza slovena che si batteva per l’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia.


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Il Polizeihaftlager (campo di detenzione di polizia), della Risiera di San Sabba, destinato a detenuti politici ed ebrei
 è l’unico campo di concentramento nell’intera area dell’Europa occidentale provvisto di forno crematorio. È il luogo dal quale si conduce contro la popolazione civile, sospettata di appoggiare il Movimento di liberazione, una vera e propria campagna di deportazione, di violenze e di uccisioni. La Risiera fu innanzitutto una istituzione dedicata all’attività di cattura e deportazione degli ebrei e di tutti gli oppositori sia italiani che slavi. Qui si applicarono le tecniche di uccisione di massa, proprie della logica SS: abbattimento, gassazione, fucilazione, strangolamento; l’invio di deportati nei campi di sterminio in Germania. Nella Risiera furono deportate circa 20.000 persone, di cui, secondo calcoli approssimati ben 5.000 persero la vita.Oggi l’edificio della Risiera è monumento nazionale. Fascismo

Infatti già nei primi mesi del 1943 la guerriglia partigiana, sempre più estesa in Jugoslavia, travalicò il vecchio confine e cominciò a lambire la stessa città di Trieste. Alla data dell’8 settembre il Movimento di liberazione jugoslavo era già presente nella regione ed era in grado di proporsi come contropotere rispetto al regime instaurato dalle forze nazifasciste.

 

 

1943 1945  L’orrore delle foibe

Quando si parla di "foibe" ci si riferisce alla violenza di massa nei confronti di militari e di civili, in prevalenza italiani, in diverse zone della Venezia Giulia. La prima ondata di violenze si ebbe dopo l'8 settembre 1943 in Istria contro cittadini italiani. Nel maggio 1945 con l'occupazione della Venezia Giulia da parte dell'esercito jugoslavo, la violenza riprese con maggior vigore. Ne furono vittime migliaia di persone civili e militari. Tra di esse vi erano anche esponenti antifascisti che si opponevano al passaggio di queste terre alla Jugoslavia.

Almeno 5.000 persone scomparvero nelle stragi chiamate “foibe”, dal nome delle voragini tipiche dei terreni carsici in cui spesso venivano gettati i cadaveri, anche se non tutte trovarono la morte in tale modo.

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Tra le foibe più note vanno ricordate quella di Vines, presso Albona, in Istria, e il pozzo della miniera di Basovizza - monumento nazionale - nei pressi di Trieste. Più numerosi furono i deceduti nelle carceri e nei campi di concentramento jugoslavi. Tuttavia l'immagine simbolo delle stragi è rimasta quella della sparizione in un abisso del Carso.

Dopo l'8 settembre 1943 l'Istria interna, avendo i tedeschi occupato subito solo i centri di Trieste, Pola e Fiume, divenne temporaneamente terra di nessuno.Approfittando di questa situazione gli antifascisti sloveni e croati, legati al movimento di liberazione jugoslavo, occuparono le posizioni chiave senza opposizione, avviarono la raccolta delle armi abbandonate dalle truppe italiane e proclamarono l'annessione di quel territorio alla Jugoslavia.

Cominciarono subito arresti di rappresentanti dello Stato, podestà, segretari comunali, carabinieri, guardie, esattori, uffici postali, con l'evidente volontà di rimuovere tutta l'amministrazione italiana, odiata per le prevaricazioni del passato e anche soltanto perché rappresentative di un nazionalismo profondamente avversato. Nelle campagne furono considerati "nemici" anche i proprietari di terra italiani, visti, per un chiuso antagonismo di classe, come contrapposti ai coloni e ai mezzadri croati. Così avvenne anche per i commercianti, gli insegnanti, i farmacisti, i veterinari, i medici condotti, le levatrici, per tutti coloro che rappresentavano il ceto italiano preminente delle comunità.

Drammatico fu l'uso, per le esecuzioni, delle foibe istriane. L'eco del settembre 1943 si ripercosse nella propaganda dei nazisti e dei fascisti della repubblica sociale italiana, al fine di dilatare le diffidenze e i timori dei giuliani di sentimenti italiani nei confronti di un movimento partigiano egemonizzato dai comunisti jugoslavi.

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Zona A

1943 1945  Obiettivo: i “nemici del popolo”

Nel maggio del 1945 le truppe jugoslave, partigiani del 9° corpo d'armata e unità regolari della 4a armata, occuparono tutto il territorio della Venezia Giulia e, come un esercito vittorioso, procedettero all'internamento di tutti i militari e di tutti gli appartenenti alle forze di polizia catturate e dei cittadini ritenuti ostili all'annessione del territorio alla Jugoslavia.

Il trattamento inflitto ai prigionieri fu durissimo. Molti perirono di stenti o furono liquidati nei campi di concentramento, come nel famigerato campo di Borovnica.

Molti perirono durante marce di trasferimento che divennero marce della morte. Centinaia furono le esecuzioni sommarie, decise senza l'accertamento di effettive responsabilità personali in atti criminosi.

Fra gli uccisi vi erano anche i responsabili di violenze, protagonisti di rappresaglie e sevizie, spie, sloveni e croati, aguzzini del famigerato ispettorato speciale di polizia di sicurezza per la Venezia Giulia. Il criterio degli arresti e delle esecuzioni si fondava su una ipotetica responsabilità collettiva e a essere travolti dalla repressione furono in maggior misura i quadri intermedi che non i vertici delle strutture politiche o militari della occupazione nazista. In questa logica rientra anche la deportazione delle guardie di finanza, che pure non avevano partecipato ad azioni antipartigiane e di molti membri della guardia civica di Trieste, che era stata dipendente dai comandi tedeschi, ma che non era stata impiegata in attività repressive. Persino alcuni membri delle brigate partigiane italiane, dipendenti dal Comitato di liberazione nazionale di Trieste, furono considerati alla stregua dei militari germanici e della repubblica sociale.

L'esercito jugoslavo non risparmiò le strutture politiche e le forze militari facenti capo al Comitato di liberazione nazionale italiano, solo perché non erano disponibili ad accettare la subordinazione al movimento di liberazione jugoslavo ed erano impegnati a cercare, mediante l'insurrezione armata, una autonoma legittimazione antifascista agli occhi della popolazione e degli angloamericani. L’obiettivo principale dei massacri fu quindi l’eliminazione dei “nemici del popolo”, cioè di chiunque si opponesse all’annessione della Venezia Giulia e dell’Istria alla Jugoslavia e alla costruzione di un regime comunista.

 

1946 1956  L’esodo dei 250.000

Alla fine della guerra la Jugoslavia rivendicò nei confronti dell’Italia una consistente espansione territoriale, che comprendeva anche la città di Trieste. In attesa della definizione di questo contrasto, il territorio giuliano venne diviso in due parti: la Zona A, comprendente Trieste, sottoposta ad un governo militare anglo-americano, e la Zona B, governata dall’autorità militare jugoslava. Soltanto nel 1954 la Zona A passò definitivamente all’Italia, mentre la Zona B rimase alla Jugoslavia. Con il 1956, data convenzionale della fine dell’esodo, il 90% della comunità italiana di Fiume e dell’Istria aveva dovuto abbandonare la propria terra.

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Negli anni 1946-1956 si compì il tragico esodo degli italiani dalle loro terre. La quasi totalità degli italiani che vivevano nei territori passati sotto il definitivo controllo della Jugoslavia, fu costretta ad abbandonare i paesi nei quali vivevano da molte generazioni. Un’intera comunità nazionale, calcolata sulle 250.000 persone, si disperse nel mondo. Solo una parte degli esuli trovò ospitalità in Italia, mentre gli altri furono costretti a emigrare soprattutto nelle Americhe, in Australia o in Nuova Zelanda.

Lasciarono una terra sconvolta: borghi, soprattutto quelli costieri, ridotti a città fantasma, gravemente spopolate anche le campagne, completamente disarticolata la società locale con la scomparsa di interi ceti sociali (possidenti e artigiani), spezzati i legami con aree tradizionalmente unite da una fitta rete di legami, come Trieste e l’Istria. 
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La prima città a svuotarsi fu Zara, abbandonata da larga parte della popolazione in seguito ai bombardamenti anglo-americani del 1944, che recarono gravissime distruzioni alla città dalmata.

Subito dopo la fine della guerra iniziò a svuotarsi Fiume, stabilmente occupata dagli jugoslavi fin dalla primavera del 1945.

Il governo di Tito avviò nei confronti degli italiani una politica assai dura, fatta di espropri mirati a colpire le posizioni economiche della piccola e media borghesia, di arresti e uccisioni, con lo scopo di eliminare qualsiasi embrione di dissenso politico. Gli esodi di massa si intensificarono dopo il 1946, con la firma del trattato di pace, che sancì il passaggio dell’Istria e della Dalmazia alla Jugoslavia.

Simile a Fiume fu la situazione di Pola, dopo che le truppe anglo-americane lasciarono la città. Uguale fu il comportamento degli italiani residenti in altri territori dell’Istria, il cui esodo fu diluito nel tempo.

 

1946 1956  L’amara accoglienza

Il rancore e l’odio accumulati da sloveni e croati per la criminale oppressione fascista spiega solo in parte l’asprezza dei comportamenti degli jugoslavi nei confronti della popolazione italiana, che veniva identificata in blocco come nemico storico del nazionalismo sloveno e croato.

Per le decine di migliaia di profughi che trovarono rifugio in Italia la vita fu all’inizio estremamente dura. Il governo italiano era del tutto impreparato ad accogliere una massa così imponente di profughi e una vera e propria politica di accoglienza venne approntata purtroppo con gravi ritardi. 

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Inoltre nel 1948 la condanna di Stalin contro Tito aveva modificato la posizione della Jugoslavia nello scacchiere internazionale, con la conseguenza di azzerare i toni della denuncia contro il governo di Belgrado anche in riferimento alle condizioni dei 250.000 profughi. I campi di assistenza allestiti in diverse parti d’Italia (nel Bergamasco, in Toscana, in Sardegna e nel Meridione) erano privi di tutto.

Ecco come un profugo descrive la vita in uno di questi campi: «Questo infame campo era situato in una vallata a fianco del fiume Arno e noi dovevamo accontentarci di vivere in casematte usate dai prigionieri di guerra con una coperta militare e un sacco di paglia. Il cibo era razionato e gli abitanti della zona ci trattavano peggio dei delinquenti».

Altrettanto dure furono, almeno nei primi tempi le condizioni di vita di coloro che furono costretti ad emigrare in paesi lontani. Quella dei 250.000 italiani costretti a lasciare le terre passate sotto il controllo del governo jugoslavo è una tragedia troppo spesso ignorata, provocata dalla guerra e dall’esplodere di un nazionalismo che anche in tempi più recenti ha causato distruzioni, sofferenze e morte nelle popolazioni che hanno avuto la sventura di esserne coinvolte.

 

Documenti tratti da “Fascismo, foibe, esodo. Una mostra della Fondazione Memoria della Deportazione”

e per un approfondimento si possono consultare gli Atti del convegno "Fascismo, foibe, esodo" tenutosi a Trieste nel settembre 2004 che la Fondazione Memoria della Deportazione ha anche pubblicato, disponibili anche online.

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Gli auguri dell'Anpi al presidente Mattarella

1 Février 2015 , Rédigé par anpi-lissone

Gli auguri dell'Anpi al presidente Mattarella

31 gennaio 2015

Auguri di buon lavoro da parte dell'Anpi al nuovo presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Questa la lettera del presidente Carlo Smuraglia.

"Signor Presidente, siamo lietissimi che sia stato eletto un Presidente così rappresentativo dei valori fondamentali in cui fermamente crediamo. Le auguriamo sinceramente buon lavoro, nell’interesse della collettività nazionale e della giustizia sociale. Le assicuriamo che nell’impegno per i diritti, per la Costituzione e per la democrazia, contro la corruzione, contro la criminalità organizzata e contro ogni forma di razzismo, di neofascismo e di violenza, Ella troverà sempre al Suo fianco la nostra Associazione, fedele ai valori della Resistenza e della Costituzione repubblicana.

Con sinceri rallegramenti e vivissima, rispettosa cordialità,
Prof. Carlo Smuraglia, presidente Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

L’eccidio delle Fosse Ardeatine

Prima uscita: va alle fosse Ardeatine

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"Soldati delle paludi", il canto del ricordo dei crimini contro l'umanità

25 Janvier 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza europea

Soldati delle paludi.

Lontano all'infinito si estendono

grandi prati paludosi.

Non un uccello canta

sugli alberi secchi e cavi.

 O terra di afflizione

dove dobbiamo senza sosta zappare,

zappare!

In questo campo cupo e selvaggio,

circondato da mura di ferro,

ci sembra di vivere in gabbia

in mezzo a un grande deserto.

O terra di afflizione ...

Rumore di passi e rumore di armi,

sentinelle giorno e notte

e sangue, grida, lacrime,

la morte per chi fugge.

 O terra di afflizione ...

Ma un giorno della nostra vita

la primavera rifiorirà.

Libero allora, o Patria!

Dirò: sei mia.

 O terra infine libera

dove potremo rivivere, amare!

O terra infine libera

dove potremo rivivere, amare,

amare.

 

Il canto Soldati delle paludi fu composto nel 1934 in uno dei primi campi creati nelle paludi, alla frontiera tedesco-olandese, da un detenuto minatore, Johan Esser; fu messo in versi dal poeta Wolfgang Langhoff e musicato da Rudi Goguel, anch'essi prigionieri.

Soldati delle paludi fu cantato già nel 1936 in Spagna dalla Brigata internazionale.

Questo canto è diventato per i deportati di tutti gli altri Paesi l'inno della speranza e, in seguito, del ricordo dei crimini contro l'umanità.

per ascoltare Soldati delle paludi Eseguito dal coro Suoni e l'ANPI

Tratto da:

Qui non ci sono bambini. Un'infanzia ad Auschwitz di Thomas Geve - Einaudi 2011 Yad Vashem Publications.

 

Thomas Geve nasce a Stettino, sulle rive del Baltico, nel 1929. A cinque anni si trasferisce con la madre a Berlino presso i nonni, mentre il padre è costretto a emigrare in Inghilterra. Nel 1943, a poco più di tredici anni, viene deportato ad Auschwitz e in seguito a Gross-Rosen e Buchenwald, dove finalmente, nell'aprile del 1945, irrompe l'esercito alleato che libera gli internati. Geve chiede delle matite e dei fogli con cui fissa in 79 disegni il ricordo della prigionia. Riunitosi al padre, dopo la guerra si trasferisce prima a Londra e poi in Israele, dedicandosi alla carriera di ingegnere civile. Nel 1985 dona i suoi disegni al museo Yad Vashem, il memoriale ufficiale di Israele delle vittime ebree dell'Olocausto, dove vengono raccolti, restaurati e conservati.

Da quei giorni del 1945 Thomas Geve non ha mai più disegnato.

 

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Thomas Geve, nel 1945, nel centro di convalescenza svizzero; ha quindici anni e sta scrivendo a suo padre.

Due dei disegni di  Thomas Geve:

la-porta-di-Birkenau.jpg 

Un altro mondo – la porta di Birkenau.

È da questa porta del campo di Birkenau che passavano le vittime.

 

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La cultura ad Auschwitz.

Impiccagione di dodici polacchi, sospettati di aver tentato la fuga.

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