Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Articles récents

In ricordo di Giovanna Erba

17 Novembre 2014 , Rédigé par anpi-lissone

Giovanna Erba ci ha lasciati. Da quando l'abbiamo conosciuta, in lei abbiamo ammirato la forza d'animo nelle difficili prove che ha dovuto superare nel corso della sua vita.

Giovanna Erba era la sorella di Pierino, partigiano delle Sap, fucilato il 16 giugno del 1944 in piazza Libertà con Carlo Parravicini quale presunto autore di un attentato a militi repubblichini operato pochi giorni prima in via Milano (ora via Matteotti). Il giorno seguente a Monza presso la Villa Reale, perderanno la vita, sempre per una fucilazione, gli altri due giovani facenti parte il comando: Remo Chiusi e Mario Somaschini.

Giovanna Erba ci aveva raccontato: «Non mi ero ancora ripresa dalla perdita di mio fratello Pierino, quando la sera del 23 novembre, preoccupata per il ritardo di mio marito dal lavoro, mi son vista arrivare in casa un suo collega. Mi portava la notizia che, nello stesso giorno, c'era stato un rastrellamento alla Pirelli e 160 operai, tra i quali mio marito Umberto, erano stati prelevati dal lavoro per essere deportati in Germania. ... Vivevo in un clima di terrore continuo e non so ancora come ho fatto a trovare la forza per reagire. Forse è stata la mia fede in Dio, forse la vita stessa delle mie bambine – una di 2 anni e l'altra, piccolina, di due mesi - o forse anche l'aiuto morale e materiale della Ditta Pirelli e del Comitato di Liberazione. Sicuramente mi ha sostenuto l'amore dei miei familiari. Sta di fatto che ci sono riuscita e ho superato quei momenti: certo che i cinque giorni nei quali mio marito, coi suoi compagni di lavoro, è stato rinchiuso nel carcere di San Vittore, col pericolo di essere vittima di una rappresaglia sono stati tremendi. Così come sono stati tremendi i momenti della partenza dallo scalo Farini per la Germania: centinaia di familiari ammassati in attesa dei pullman provenienti dalle carceri, un clima di tensione esasperata che avrebbe potuto degenerare, i soldati tedeschi che ci respingevano lontano. Questi giorni sono stati per me un incubo e li ho ancora chiari nella mente e nel cuore».

A lei avevamo consegnato nel 2007 la tessera onoraria dell'ANPI.

Riportiamo la lettera che Giovanna Erba ci aveva scritto:

Lissone, 25 aprile 2007

Signor Presidente dell’ANPI,

ho ricevuto la tessera ad honorem dell’associazione e di questo gliene rendo grazie. Mi ha commosso profondamente leggere la motivazione. Quel sedici giugno è impresso nel mio cuore e lo porterò con me fino alla tomba.

Come certo saprete, ero in piazza con mia sorella quando è avvenuta la fucilazione, solo che ero rinchiusa nella torre con mio marito perché, alla vista di come erano ridotti i due condannati, sono caduta a terra semisvenuta.

Ed è così che dopo quarant’anni, quando è stato eretto il monumento per metterci le spoglie di tutti i caduti della guerra, da qualsiasi parte avessero combattuto, io non sono stata capace di accettare il fatto che le ossa di mio fratello riposassero nella stessa fossa di chi aveva combattuto dall’altra parte. Sono state riposte in un ossario. Questo è ciò che riguarda mio fratello. Se a ciò si aggiunge il fatto che il 23 novembre dello stesso anno mio marito, che lavorava alla Pirelli, è stato prelevato con altre 160 persone dai nazisti, e portato in Germania ed è ritornato finita la guerra il 10 giugno 1945, la tessera che ho ricevuto ha per me un valore profondo perché lo spirito dell’associazione è un no assoluto al ripetersi di queste tragedie. Grazie

Giovanna Erba

Parigi, 11 novembre 1940

13 Novembre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza europea

In Francia, l’11 novembre è il giorno in cui si celebra la vittoria del 1918, i sacrifici e l’eroismo dei combattenti della prima guerra mondiale, il giorno in cui si rende loro omaggio all’Arco di Trionfo, ravvivando la fiamma ed esponendo il tricolore sulla tomba del milite ignoto.

 Parigi-tomba-milite-ignoto.jpg

Nella Francia occupata dai nazisti, l’11 novembre 1940 s’inscrive nella coscienza della nazione, malgrado la censura, la propaganda tedesca e quella della repubblica collaborazionista di Vichy. Giovani studenti parigini si radunano all’Arco di Trionfo, sfidando il divieto degli occupanti: è una delle prime forme di resistenza all’invasore nazista.

La manifestazione, che avviene solamente quattro mesi dopo la sconfitta della Francia, orienta il popolo alla resistenza e nello stesso tempo rende la stretta di mano tra Hitler e Pétain, avvenuta il 24 ottobre, il simbolo infamante del tradimento.

Pétain con Hitler

11 novembre 1940: come non scegliere questa giornata commemorativa per affermare l’amore della patria, la speranza di una vittoria?

Già, venerdì 8 novembre, gli studenti comunisti hanno manifestato davanti al Collège de France, scandendo il nome di Paul Langevin e gridando «Liberté» e «Vive la France». (Paul Langevin, arrestato il 30 ottobre 1940 dalla Gestapo, fisico, professore al Collège de France, scienziato di fama internazionale, era uno degli intellettuali che avevano sostenuto il Front Populaire e che erano impegnati nella lotta antifascista).

Si apprende che Radio Londra ha rivolto un appello a tutti i francesi, e in particolare agli ex combattenti, perchè depongano fiori sulla tomba del milite ignoto.

Le autorità tedesche d’occupazione, in un manifesto, hanno proibito qualsiasi forma di ricordo che costituirebbe, secondo loro, un insulto al Reich e un attentato all’onore della Wermacht. Ciò ha indignato diversi parigini. Se ne parla nelle brasserie, nelle classi dei licei, nei corridoi della Sorbona, nel Quartiere Latino.

La Commissione, incaricata della censura nei media, ha stabilito che, per la rievocazione dell’11 novembre, i giornali non potranno dedicare più di due pagine.

I giornali pubblicano un comunicato della prefettura di polizia di Parigi, che riecheggia quello del Kommandantur: « A Parigi e nel dipartimento della Senna, le pubbliche amministrazioni e le imprese private lavoreranno normalmente il giorno 11 novembre. Le  cerimonie commemorative non avranno luogo. Nessuna pubblica dimostrazione sarà tollerata».

Nel Quartiere Latino, nei grandi licei di Parigi, la collera e l’indignazione si diffondono. Gli studenti che hanno partecipato alla manifestazione dell’8 novembre davanti al Collège de France – quasi tutti comunisti – e i liceali – spesso dell’Action Française – dei licei Janson-de-Sailly, Buffon, Condorcet, Carnot, decidono di redigere e stampare dei volantini ed esporli nei licei e nelle facoltà universitarie, invitando tutti gli studenti a manifestare. «Studenti di Francia, l’11 novembre è per te un giorno di festa nazionale. Malgrado l’ordine delle autorità di occupazione sarà un giorno di raccoglimento. Tu andrai a rendere onore al milite ignoto, alle ore 17,30. Non assisterai a nessuna lezione. L’11 novembre 1918 fu il giorno di una grande vittoria. L’11 novembre 1940 sarà l’inizio di una più grande. Tutti gli studenti sono solidali. Vive la France! Ricopiate queste parole e diffondetele».

Tutto inizia il mattino dell’11 novembre. Vengono depositati dei fiori ai piedi della statua rappresentante la città di Strasburgo, in Place de la Concorde. Poi, con il passar delle ore, la folla risale gli Champs-Elisées, depone migliaia di bouquet, corone di fiori davanti alla statua di Georges Clemenceau.

Un commissario di polizia ripete, con una voce dolce: «Andate via, niente raggruppamenti, vi prego, sono proibiti». Subito dei soldati tedeschi, scesi da una vettura, circondano la statua. «Il comandante tedesco non vuole manifestazioni» ripete il commissario.

Improvvisamente, a partire dalle ore 17, migliaia di studenti riempiono il piazzale dell’Arco di Trionfo. Altri arrivano in corteo, drappo tricolore in testa, dall’Avenue Victor Hugo.

arc-de-triomphe.jpg

Si sentono esplodere colpi di arma da fuoco. Dei veicoli carichi di soldati tedeschi zigzagano sul piazzale e sui marciapiedi, disperdendo i manifestanti. Ci sono dei feriti. Alcuni manifestanti sono travolti dai mezzi militari. Improvvisamente delle SS, armi in pugno, escono dal cinema Le Biarritz. Nuovamente si sentono dei colpi di arma da fuoco e delle raffiche di mitragliatrice.

Si ode la Marseillaise, poi il Chant du départ. Si sentono grida «Vive la France», «abbasso Pétain», «abbasso Hitler».

I tedeschi piazzano una batteria di mitragliatrici, colpiscono con i calci delle armi da fuoco. Si combatte. Una dozzina sono i morti, un centinaio gli arrestati, che vengono caricati su camion, condotti in Avenue de l’Opera, dove si trova un Kommandantur, poi alla prigione di Cherche-Midi, pestati con pugni e calci, con manganelli e il calcio dei fucili. Vengono fatti passare tra due ali di soldati ubriachi. Alcuni vengono sbattuti contro un muro, puntati da un plotone di esecuzione nel cortile della prigione di Cherche-Midi.

prison-Cherche-Midi.jpg

Un generale fa irruzione nel cortile. Si è messo a picchiare i soldati, insultandoli «ubriachi, banda di ubriachi». E vedendo gli studenti, si è indignato, esclamando «ma sono dei bambini!». Questi giovani saranno trattenuti in carcere per tre settimane, prima di essere rilasciati.

Solamente sabato 16 novembre la radio e la stampa hanno dato la notizia  che «queste manifestazioni hanno richiesto l’intervento del servizio d’ordine delle autorità di occupazione». Ma la notizia della manifestazione si è propagata per tutta la Francia, suscitando un’ondata di emozioni. Non viene prestata alcuna attenzione al comunicato del Kommandantur. Genera indignazione il testo del documento del vice presidente del Consiglio - Pierre Laval – dal titolo «La verità sugli incidenti dell’11 novembre», in cui si dice «quattro persone sono state leggermente ferite, nessuno è stato ucciso».

Non si conosce l’esatto numero delle vittime, ma vista l’importanza dell’avvenimento, vengono presi provvedimenti da parte del governo di Vichy e dalle autorità di occupazione. Viene decretata la chiusura dell’Università di Parigi e degli istituti universitari della capitale. Gli studenti iscritti ai corsi dovranno, ogni giorno, recarsi a firmare presso il commissariato del loro quartiere.

Il rettore Roussy è revocato e sostituito dallo storico Jérome Carcopino, che riscuote la fiducia del potere di Vichy. La ripresa dei corsi viene fissata per il 20 dicembre, quando le vacanze di fine anno incominciano ... il 21.

Le trasmissioni di France Libre, dai microfoni delle BBC da Londra, ripetono: «Dietro questa folla coraggiosa, gli uomini di Vichy sentono che c’è tutto un paese che si rivolta ... ».

Bibliografia:

Max Gallo, 1940 de l’abîme à l’espérance, XO Éditions, 2010

 

il Muro di Berlino

10 Novembre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

Il 13 agosto 1961, una domenica di festa, prima dell’alba, sotto l’occhio vigile della polizia, le strade che collegano la parte orientale alla parte occidentale vengono interrotte, disselciate, e si erigono barricate fatte di pali e filo spinato lungo la frontiera con Berlino Ovest; poco tempo dopo queste barricate saranno sostituite da un muro che attraverserà la città da una parte all’altra.

 

La capitolazione della Germania nel 1945 implica per Berlino dei cambiamenti radicali, di cui non si misura ancora l’ampiezza alla fine della guerra. Importante metropoli internazionale, è al centro dei giochi politici mondiali.

 

 

1948

La Guerra Fredda

La città viene divisa in 4 settori d’occupazione, come il resto del Paese: Berlino Est è sotto controllo sovietico mentre i distretti dell’Ovest sono divisi in tre settori amministrati rispettivamente dagli Americani, i Francesi e i Britannici.

I disaccordi politici e amministrativi tra l’URSS e gli Alleati non tardano a farsi sentire. Prendendo a pretesto una riforma monetaria varata dalle potenze occidentali e introdotta nei territori dell’Ovest, il 24 giugno 1948, l’URSS decreta il blocco totale di Berlino, interrompendo ogni comunicazione da e verso la città. Gli Alleati organizzano allora un ponte aereo per rifornire la popolazione durante gli 11 mesi in cui le strade, le ferrovie e le vie d’acqua sono totalmente bloccate.

 

Il 23 maggio 1949 è fondata la Repubblica federale tedesca (RFT) e il 7 ottobre la Repubblica democratica tedesca(RDT). Tutto ciò, ovviamente, avrà delle conseguenze per Berlino. La Legge fondamentale (Grundgesetz) fa dell’agglomerato urbano berlinese un Land della RFA, mentre la Costituzione della RDT rivendica la città come capitale. Tutte e due si riferiscono a Berlino nel suo complesso.

In pratica, i settori occidentali sono controllati da un’amministrazione tripartita, mentre la parte orientale è sotto il controllo sovietico.


La costruzione del Muro


Il 17 giugno 1953, a Berlino Est, uno sciopero contro le cadenze di lavoro eccessive viene repressa dai carri armati sovietici. Negli anni ’50 sono sempre più numerosi i Tedeschi orientali che fuggono verso la Germania occidentale.

Nel novembre 1958, Kruscev lancia un ultimatum: le potenze occidentali dispongono di sei mesi per ritirare le loro truppe e accettare la trasformazione di Berlino Ovest in una unità politica indipendente; l’Ovest lascia scadere l’ultimatum senza conseguenze.
Nel 1961, Mosca minaccia nuovamente di regolare il «problema di Berlino Ovest» entro un anno. Il presidente americano Kennedy ribatte con le «Three Essentials»: difesa della presenza occidentale, tutela del diritto di accesso, autodeterminazione degli abitanti di Berlino Ovest e garanzia della libera scelta del loro modo di esistenza; in quanto agli abitanti di Berlino Est, non vengono menzionati.
Il 13 agosto 1961, una domenica di festa, prima dell’alba, sotto l’occhio vigile della polizia, le strade che collegano la parte orientale alla parte occidentale vengono interrotte, disselciate, e si erigono barricate fatte di pali e filo spinato lungo la frontiera con Berlino Ovest; poco tempo dopo queste barricate saranno sostituite da un muro che attraverserà la città da una parte all’altra.


    
 

Nel 1963, il Presidente Kennedy, durante una visita molto attesa a Berlino, conclude il suo discorso davanti al Municipio di Schöneberg con la celebre frase: «Ich bin ein Berliner».


Nel dicembre 1963, dopo 28 mesi di separazione totale, viene concluso un accordo con le autorità dell’Est per permettere agli abitanti di Berlino Ovest di recarsi all’Est per un periodo massimo di 18 giorni.

 

La frontiera tra i due settori diventa allora l’unico punto di passaggio tra l’Est e l’Ovest. La costruzione di questo Muro, evento che ha segnato la memoria di tutti i Berlinesi, simboleggia anche la consolidazione delle sfere del potere in Europa.


 

 

 
 

Lo sgelo degli anni ‘70

Fino all’entrata in vigore dell’accordo quadripartito del 1971, dell’accordo sul transito e del Trattato di base nel 1972, e persino dopo, la questione dello statuto di Berlino rimane un problema. Con il Trattato di base, la Repubblica federale tedesca riconosce infine la Repubblica Democratica Tedesca come uno Stato della Germania. In cambio ottiene la garanzia dello statu quo di Berlino Ovest, ma deve accettare che questa parte della città non faccia parte integrante del suo territorio. Si afferma anche che il collegamento con i settori occidentali e la Repubblica federale va mantenuto e persino rafforzato, di qui l’insediamento sul posto di autorità federali. In realtà non cambia niente, ma esiste finalmente una base giuridica di referenza chiaramente definita. Il Cancelliere Willy Brandt (RFT) e il presidente del Consiglio di Stato Erich Honecker (RDT) conducono una politica di avvicinamento (Ostpolitik): la RDT semplifica le autorizzazioni di viaggio fuori dalle sue frontiere e consente ai Tedeschi dell’Ovest di soggiornare brevemente nelle regioni frontaliere.

 

Lo sviluppo parallelo

A Ovest come a Est, la pianificazione urbana è al centro delle discussioni politiche. A causa della divisione è necessario ricreare al più presto le istituzioni e gli organismi che mancano nelle due parti della città. I dintorni della Chiesa del Ricordo diventano il centro città di Berlino Ovest, e Alexanderplatz il punto forte della rinnovazione del centro città a Est. Le due parti vengono trasformate, a furia di sussidi, come vetrina dei loro sistemi politici rispettivi. A dispetto delle circostanze, da una parte e dall’altra del Muro, una certa «normalità» s’installa nella vita della maggior parte dei Berlinesi.

 

La caduta del Muro

Nel 1987, Berlino celebra il suo 750° anniversario. Il presidente americano Ronald Reagan pronuncia queste parole durante un discorso tenuto davanti alla Porta di Brandeburgo: «Signor Gorbacev, apra questa porta, signor Gorbacev demolisca questo muro! » All’Est, la festa si trasforma in tafferuglio quando la polizia caccia un gruppo di giovani che ascolta, vicino al Muro, un concerto di rock organizzato all’Ovest.

Dopo le elezioni comunali del maggio 1989, un movimento di resistenza inabituale e molto violento solleva Berlino Est e la RDT; i difensori dei diritti civili si rivoltano contro le accuse di manipolazione. Le prime manifestazioni hanno luogo contro il sistema politico del SED (Partito Socialista Unificato della RDT). Facilitati dall’apertura della frontiera tra l’Ungheria e l’Austria, i Tedeschi della Germania orientale partono in massa verso l’Ovest. Le ambasciate della RFT situate nei «paesi fratelli» socialisti sono occupate dai rifugiati, che vogliono ottenere i visti di uscita dal territorio.

 

11 novembre 1989

Il 7 ottobre 1989, l’esecutivo guidato da Erich Honecker festeggia i quarant’anni della repubblica Federale Tedesca a Berlino Est; tuttavia, appena 12 giorni dopo, il presidente del Consiglio di Stato deve abbandonare il SED, dopo esser stato a capo del partito per 18 anni. Il 4 novembre, più di mezzo milione di uomini e di donne si riuniscono in Alexanderplatz per reclamare riforme democratiche e la fine del dominio del partito unico.

Durante una conferenza stampa, il 9 novembre, Günther Schabowski, membro dell’ufficio politico del SED, annuncia un cambiamento nella rigida amministrazione dell’Est: sono autorizzati i viaggi all’estero «senza condizioni preliminari, autorizzazione particolare, né legame di parentela». Interrogato sulla data di entrata in vigore di questa nuova normativa, risponde: «Subito. Immediatamente.»

La notizia si sparge in men che non si dica. Decine di migliaia di Berlinesi dell’Est affluiscono ai posti di frontiera. Le guardie di confine sono sorprese e non avendo ricevuto istruzioni, li lasciano passare. Le barriere vengono aperte dapprima al punto di controllo della Bornholmer Straße e numerosi Berlinesi dell’Est fanno così una breve incursione all’Ovest.



Un immenso movimento d’euforia invade la città che rasenta il caos generale. I Berlinesi, armati di martelli e scalpelli, incominciano a smantellare il Muro.
Altri checkpoint sono aperti le settimane seguenti. L’apertura della porta di Brandeburgo, il 22 dicembre 1989, ha un valore particolarmente simbolico.

 

Il famoso violoncellista Rostropovitch, dovutosi esiliare all’Ovest, viene a suonare ai piedi del Muro per incoraggiare i demolitori (designati con il termine di Mauerspechte, i «picchi verdi del Muro»).
 
 


Una vita bruciata dalla Stasi

Un incontro commovente con Heinz Kamisnski, 60 anni, tedesco dell’Est. Quando sua madre era fuggita all’Ovest, fu rapito dalla Stasi (Stasi è l'abbreviazione di Ministerium für Staatssicherheit, "Ministero per la Sicurezza di Stato") all’età di 7 anni. Per i suoi tentativi di fuga ha subito delle persecuzioni di cui ancora soffre.

Tutti abbiamo sentito parlare della Stasi, soprattutto dopo il bellissimo film “La vita degli altri”.

La Stasi è il simbolo di una macchina terribile per distruggere gli uomini.

Abbiamo incontrato una vittima di questa repressione poliziesca che vigeva nella Germania dell’Est, ancora in terapia.

L’incontro avviene nel quartiere Wedding, al centro Gegenwild, un centro psicosociale di Berlino ovest. L’ambiente è caloroso, i mobili in legno, un locale per i colloqui individuali un altro per riunioni di gruppo. Bettina, una delle psicologhe, ci attende con Heinz Kaminski, un uomo robusto di 60 anni, che ha portato con lui un grosso dossier.

Bettina ci spiega che attualmente ha in cura una trentina di persone. Sono vissute tutte nella ex Repubblica Democratica di Germania.

Il centro è stato creato 11 anni fa da un vecchio militante dei diritti civili della  Germania dell’Est, Yurger Fox. Più di mille persone hanno avuto contatti con l’equipe del centro, la metà hanno chiamato, gli altri hanno preferito passare direttamente. Bettina racconta che molti hanno ancora paura di raccontare per telefono le loro vicissitudini, per il timore di essere ascoltati.

Heinz Kamisnski è nato nel 1950 a Berlino est. Sua madre era fidanzata con un ufficiale dell’esercito della Germania est. Un giorno decise di andare all’ovest, lei e suo figlio, che allora aveva tre anni. Siamo nel 1953, il muro non esisteva ancora. Heinz cresce  nella Germania ovest finché un giorno sua madre perde il diritto di affidamento. La Stasi viene a cercare Kamisnski e lo porta in una casa a Berlino est, controllata dal partito, la SED. Durante la sua adolescenza, la sua ossessione sarà quella di rivedere sua madre. Heinz Kamisnski tenterà, a più riprese, di scappare ma ogni volta viene ripreso e riportato a casa dove viene cresciuto con metodi duri. Un giorno tenta di passare la frontiera con la Cecoslovacchia. Ha 19 anni. Viene arrestato e posto in una cella di isolamento in una prigione di Berlino est. Per 12 mesi vivrà in una cella di 2 metri per 3. In prigione resiste a tutti gli interrogatori della Stasi che vuole sapere se ha dei contatti con l’Ovest. Lo minacciano dicendogli che scomparirà se non parla, che nessuno saprà che è esistito. La Stasi utilizza questi metodi di lavaggio del cervello per farlo cedere. Il giovane Kamisnski resiste ma si ammala perdendo tutti i capelli. La Stasi redige un rapporto sul suo stato di salute che contribuirà a considerarlo come un prigioniero politico della Germania Ovest, cosa che allora accadeva spesso.

Tornato libero Heinz Kamisnski decide di andare a vivere all’estero. Va negli Stati Uniti e in America del sud dove fa dei piccoli lavori. Poi ritorna in Germania, si sposa e trova un lavoro come capocantiere. Ma un giorno “perde le staffe”, litiga sempre più spesso con i suoi colleghi, diventa incontrollabile. Sua moglie lo lascia, perde il lavoro. Gli consigliano di consultare uno psicologo che lo consiglia di rivolgersi ad un centro di terapia sociale più adatto al suo caso.

Heinz Kamisnski viene una volta alla settimana. Quest’estate ha vinto una causa contro lo Stato tedesco ed ha avuto un’indennità di 20.000 euro come vittima, quasi una pensione con la quale possa vivere. Una vittoria per questo uomo che soffre di solitudine, una vittoria dal gusto terribilmente amaro. Heinz Kamisnski non riesce a voltare pagina dopo un passato che lo perseguita da 30 anni. Lo si vede: consulta freneticamente le pagine del suo enorme dossier, che ha recuperato nel 1996, dagli archivi della Stasi, in cui è depositata la storia di tutta la sua vita da quando aveva 7 anni. “Provo ancora odio” dice “contro quegli uomini che mi hanno fatto ciò”.


(Valérie Cova di France Info)

4 Novembre 2014

29 Octobre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #I guerra mondiale

Giorno dell'Unità d'Italia e Festa delle Forze Armate  

96° anniversario di Vittorio Veneto

 “Vittorio Veneto” è la località nei cui pressi si svolse l'ultimo scontro armato tra Italia e impero austro-ungarico durante la prima guerra mondiale, con la vittoria dell'esercito italiano e segnò la fine della guerra sul nostro fronte.

Nel 1914 l'Europa appariva ormai come una polveriera sul punto di esplodere, ma l'opinione pubblica europea sembrava del tutto inconsapevole del pericolo imminente.

1914 luglio SarajevoSarebbe bastata una piccola scintilla - il 28 giugno del 1914, l'assassinio a Sarajevo in Serbia dell'erede al trono degli Asburgo, l'arciduca Francesco Ferdinando, e di sua moglie - per innescare il grande incendio della prima guerra mondiale.

L'Europa nel 1914 risultava divisa in due schieramenti contrapposti che facevano capo ad altrettante alleanze militari: la Triplice Intesa e la Triplice Alleanza. La prima vedeva l'adesione di Francia, Inghilterra e Russia; la seconda quella di Germania, Austria e Italia. Le aree di maggior tensione nello scenario europeo erano: l'Alsazia-Lorena tra Francia e Germania, il Trentino e la Venezia-Giulia tra Italia e Austria. Ma la vera zona calda erano i Balcani, verso i quali si concentravano le mire espansionistiche delle grandi nazioni.

Le dichiarazioni di guerra: Austria contro Serbia (28 luglio 1914), Germania contro Russia (1° agosto 1914), Germania contro Francia (3 agosto 1914), Gran Bretagna contro Germania (4 agosto 1914), Austria contro Russia (6 agosto 1914), Francia contro Austria (11 agosto 1914), Gran Bretagna contro Austria (12 agosto 1914).

Dopo alcuni mesi dall'inizio della guerra il conflitto si estende a buona parte dell'Europa, coinvolgendo anche paesi extra-europei come il Giappone. A scendere in guerra a fianco degli Imperi centrali furono Impero ottomano e Bulgaria, mentre con l'Intesa si schierarono Grecia, Romania e, nel 1915, l'Italia.

Quei fatidici quindici giorni dell'estate del 1914, che segnarono l'avvio e il dilagare delle ostilità, sarebbero rimasti impressi nella memoria degli europei.

Il 1914 rimane una data che marca profondamente la storia del mondo ed ecco perché il primo conflitto mondiale viene correntemente definito la Grande Guerra: iniziava in quel momento un processo destinato a cambiare il destino non solo delle popolazioni del vecchio continente, ma anche dei popoli colonizzati nel resto del pianeta.

 

la "Grande" Guerra

Nel novembre di 95 anni fa finiva la prima guerra mondiale. Nel mondo niente era più come prima della guerra. All’est la rivoluzione bolscevica aveva trionfato, la Germania era in ginocchio, l’Austria-Ungheria era scomparsa, nasceva una nuova Europa con nuovi paesi: gli Stati baltici, la Polonia, la Cecoslovacchia; a sud l’impero ottomano era disintegrato, ad ovest la Francia aveva ripreso l’Alsazia e la Lorena, passavano all’Italia il Trentino-Alto Adige e Trieste.

Più di 9 milioni di uomini avevano perso la vita sui campi di battaglia.

La guerra in Europa, iniziata nell’estate 1914, è stata la prima "guerra totale" che aveva opposto diverse nazioni, coinvolgendo le forze economiche.

   artiglieria-tedesca-I-guerra-mondiale.jpg  proiettile-grande-Berta.jpg

Una guerra totale è una guerra dove la distinzione tra militari e civili tende a ridursi e dove i civili ci vanno di mezzo come i soldati. Certo le atrocità commesse dalle truppe tedesche in Belgio e nel nord della Francia nell’estate del 1914 o ancora i bombardamenti di Reims sono diverse da quelle di Hiroshima e della distruzione di Desdra, ma la differenza tra le due guerre mondiali è una differenza di scala, dovuto ai limiti della tecnologia. Se i tedeschi avessero disposto di più “Grande Bertha”, i Parigini avrebbero sofferto di più. D’altro canto il genocidio degli Armeni preannuncia in un certo senso quello degli Ebrei.

Una novità della prima guerra mondiale é la nozione del "fronte". Nel XIX secolo le guerre erano fatte da armate in movimento. La guerra, 1914-1918, all’inizio era come quelle dell’800, con delle armate mobili che si cercano, ma nel giro di qualche settimana, il fronte si stabilizza su centinaia di chilometri.

null

Si ha dapprima la trincea, che è la conseguenza di questa guerra di "fronte". Poi entra in gioco l’artiglieria: la novità sta nell'uso massiccio dell'artiglieria.

null

Nessuna guerra nella storia aveva avuto un tale impiego esagerato di artiglieria: nella battaglia di Verdun (su un fronte di 17 Km di lunghezza e 3 di laghezza) è caduto un obice di grosso calibro (105 mmm o più) su ciascun metro quadrato. Per trasportare un così ingente quantitativo di munizioni erano stati necessari 872 treni e 26.000 vagoni. L’artiglieria distrugge tutto e stravolge completamente  il paesaggio.

Alcune innovazioni fanno di questa guerra la prima guerra industriale: le mitragliatrici, i gas, i lanciafiamme, ma anche i carri armati, i sottomarini e gli aeroplani, con i quali si entra veramente nel XX secolo.

 

carrarmato--I-guerra-mondiale.jpg aereo-tedesco--I-guerra-mondiale.jpg

DIRIGIBILE-TEDESCO-I-guerra-mondiale.jpg sottomarino-francese--I-guerra-mondiale.jpg

La morte in massa non si era mai vista prima: i morti raggiungeranno la cifra di 9.400.000, di cui 1.397.000 in Francia (pari a una media di 829 morti al giorno nei 1560 giorni di guerra), a cui si devono aggiungere altrettanti feriti e prigionieri, la maggior parte catturati nel 1914 e a Verdun). In Italia i morti furono 578.000 (mediamente 460 morti al giorno in 1258 giorni di guerra).

effetti-gas-I-guerra-mondiale.jpgCon la prima guerra mondiale si entra nell’era della violenza industriale, di una violenza cieca. La guerra del 1914-1918 è una guerra dove è raro che si uccida guardandosi negli occhi. La “pulizia delle trincee” sicuramente é esistita, ma resta marginale in quanto l’arrivo dei soldati in una trincea nemica è preceduto da una tale preparazione dell’artiglieria che gli uomini, di fatto, sono già morti o non sono in grado di opporre resistenza.

Nel 1918 il mondo non assomiglia più a quello del 1914: la principale conseguenza della Grande Guerra è lo spostamento del centro di gravità dell’economia mondiale dall’Europa verso gli Stati Uniti d’America. Nel 1914 l’Europa era il banchiere del mondo; nel 1918 non più. Per finanziare la guerra i paesi europei si erano indebitati: ormai Wall Street supera la City di Londra o la borsa di Parigi.

Gli Stati Uniti d’America erano entrati in guerra contro la Germania nell’aprile del 1917, al fianco dell’Intesa: per questo intervento fu ristabilita la coscrizione obbligatoria che era stata abolita dopo la guerra di secessione (1861-1865) . I soldati americani arrivarono in massa sul continente europeo: 300.000 nel marzo 1918, un milione nel mese di luglio, il doppio alla vigilia dell’armistizio. 114.000 caddero sui campi di battaglia.

Oltre all’apporto dei militari statunitensi alla vittoria dell’Intesa, non va dimenticato l’aiuto americano nel  campo economico: durante la guerra, gli alleati ricevettero materie prime, alimenti, macchine utensili, materiale ferroviario, benzina.

(Liberamente tratto da un’intervista al prof. Antoine Prost, insegnante alla Sorbona di Parigi, esperto in Storia dell’Educazione e di Storia sociale)

 

In Italia
1917 ritirata CaporettoLa guerra era terminata. Dopo la disfatta di Caporetto, nell'ottobre del 1917 (40 mila morti, 600 mila fra prigionieri e sbandati), sui socialisti si riversarono gli strali della borghesia interventista. Un rigurgito di nazionalismo si diffuse nel Paese individuando nel "disfattismo rosso" la causa del disastro. In realtà la disfatta di Caporetto non fu determinata dall'azione dei socialisti, ma dalla cattiva situazione strategica dell'esercito italiano e dagli errori del comando d'armata. Solo sul Piave si potè fermare l'avanzata di tedeschi e austriaci. Sì, la guerra era terminata, ma il prezzo era stato alto. Erano morti in battaglia 600.000 italiani, migliaia e migliaia i feriti. Vi erano state 870.000 denunce all'autorità giudiziaria militare,
470.000 persone non avevano risposto alla chiamata, 400.000 denunciati per diserzione, 100.000 le sentenze del Tribunale militare, 4.000 le sentenze di condanna a morte delle quali 750 eseguite, 141 le esecuzioni sommarie. Per la prima volta gli eserciti avevano usato armi chimiche.

Eppure in mezzo a tanti dolori, altri si erano arricchiti. Bisognava fornire l'esercito di cannoni, vestire e calzare milioni di persone. Tutte le industrie lavorarono a pieno ritmo: la produzione di automobili che nel 1914 era di 9.200 unità all'anno, nel 1920 raggiunse le 20.000 unità. Il consumo di energia elettrica raddoppiò cosÌ come la produzione nell'industria siderurgica. La Fiat aumentò il proprio capitale: dai 17 milioni del 1914 ai 200 del 1919. L'Ilva, l'Ansaldo, le grandi banche - Banca Commerciale, Credito italiano, Banca di Roma, Banco di sconto - dettavano legge allo Stato.

I contadini, sbattuti nelle trincee, si erano comportati bene e avevano fatto il loro dovere con la stessa rassegnata determinazione con cui attendevano alla loro quotidiana fatica.

Trieste 4 novembre 1918

In Brianza
In tutta la Brianza si potevano contare 5000 caduti.

A Lissone
Anche Lissone aveva fatto il proprio dovere e 167 erano i morti della prima guerra mondiale.
 I loro nomi 

caduti lissonesi prima guerra mondiale

Secondo quanto scrive Luzzatto in Storia economica dell'età moderna e contemporanea:

“si fanno oscillare fra i 9 e i 10 milioni i morti in guerra; ai quali, aggiungendo l'aumento della mortalità (valutato in 5 milioni) e la diminuzione della natalità che si fa salire a 20 milioni, si arriva ad una perdita totale della popolazione di circa 35 milioni... Alle perdite umane si aggiungono le perdite non meno gravi di ricchezza per la distruzione quasi totale di intere regioni, per l'affondamento di un numero enorme di navi con tutto il loro carico, per i danni recati ad un grande numero di stabilimenti industriali, ai lavori di bonifica e a molta parte dell'attrezzatura agricola, la fortissima diminuzione del patrimonio zootecnico e soprattutto le enormi spese che gli Stati belligeranti dovettero sostenere per causa, diretta o indiretta, della guerra. Le sole spese di guerra vere e proprie ammontavano, secondo fonti attendibili, ad un totale di 210 miliardi di dollari vecchi, di cui 156 furono spesi dalle potenze dell'Intesa e soli 63 dalle potenze centrali.”

Le conseguenze economiche della guerra si riversarono sui Paesi più deboli economicamente. L'Italia uscì dalla guerra con un debito verso gli Stati Uniti pari a 8.537 milioni di lire-oro e verso l'Inghilterra di 15.405 milioni di lire-oro dopo aver sopportato ingenti spese di guerra.

L'illusione che la guerra avrebbe portato l'equilibrio economico e maggior benessere, restò, appunto, un'illusione. I prezzi aumentarono, l'inflazione, iniziata nei primi mesi del 1919, continuò aggravandosi, vennero alla luce episodi inquietanti sulla guerra. I militari esonerati appartenevano tutti alla borghesia, quei pochi che andavano a militare, erano subito nominati ufficiali. Non a caso si cantava una canzone di anonimo autore, Gorizia, che recitava: "Sian maledetti quei giovani studenti / che hanno studiato e la guerra han voluto".

da "4 strade" di Adriano Todaro  - Comune di Nova Milanese - aprile 1995

 

Di queste case

non è rimasto

che qualche

brandello di muro

 

Di tanti

che mi corrispondevano

non è rimasto

neppure tanto

 

Ma nel cuore

nessuna croce manca

 

È il mio cuore

il paese più straziato

 

Valloncello dell'Albero Isolato

il 27 agosto 1916

 

Un poeta in trincea

Il poeta Giuseppe Ungaretti (1888-1970) fu tra i volontari che combatterono sul Carso e vissero in prima persona la durezza della guerra di trincea. In questa lirica, intitolata San Martino del Carso, Ungaretti esprime con grande forza comunicativa il sentimento dell'animo umano lacerato di fronte alle terribili distruzioni della guerra.


Luoghi e monumenti dedicati ai caduti lissonesi nella Grande Guerra

Al cimitero

null

particolare del monumento  e monumento dedicato all'aviatore Corino

particolare monumento caduti monumento aviatore Corino

 

Nella torre di Palazzo Terragni (ex Casa del fascio) e nella piazza della Bareggia 

 

sacrario della Torre pal Terragni   monumento caduti Bareggia 15 18

 

Nella Chiesa prepositurale SS. Pietro e Paolo:

sulla parete di sinistra della cappella del Crocefisso vi è una lapide in marmo che riporta i nomi dei caduti nelle guerre del Risorgimento, in quelle coloniali e nella Grande Guerra.

P1030574 P1030572P1030571P1030573

 

Porta d'ingresso della chiesa prepositurale SS. Pietro e Paolo

Sulle formelle in legno della porta di ingresso sono scolpiti i nomi dei caduti della guerra '15-'18

P1030576 P1030564 P1030567 P1030568   

 

Porta d'ingresso della chiesa dell'Oratorio Maschile e altare all'interno

porta chiesa oratorio maschile intera    monumento-ligneo-1955-nella-chiesa-Oratorio 

1943-1945: l’organizzazione per la raccolta e il trattamento dei fuggiaschi in territorio svizzero

29 Octobre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Dal libro “Oltre la rete” di Antonio Bolzani:

 

«Dopo la seconda metà del settembre 1943 l'afflusso dei fuggiaschi ai nostri confini è andato via via scemando e normalizzandosi

La fiumana divenne un rigagnolo e cambiò composizione: trenta, quaranta entrate al giorno: un terzo militari e due terzi borghesi.

Al confine fu stabilita da parte nostra una severa e fitta sorveglianza a mezzo delle truppe di frontiera aggregate alle guardie di dogana e dalla parte opposta si videro comparire soldati della difesa confinaria (Grenzschutz) militi anziani delle truppe tedesche, severi e intransigenti.

Giungere al confine e passare sul nostro territorio fu certamente più difficile, ma non impossibile, specialmente per coloro che avevano l'accortezza di farsi accompagnare dai cosiddetti «passatori» e il denaro per pagare le loro astronomiche tariffe.

La nostra organizzazione per la raccolta e il trattamento dei fuggiaschi andò man mano perfezionandosi.

Tutti, civili e militari, una volta ammessi in via provvisoria dagli organi della dogana, venivano accompagnati al lazzaretto di Chiasso o a Lugano o a Locarno e di là, per ferrovia e in vetture speciali, a Bellinzona dove, nella Casa d'Italia, fu stabilita la Centrale di raccolta, con uffici per la visita medica, gli interrogatori di polizia, la compilazione dei complessi e molteplici formulari biografici, la presa delle impronte digitali e della fotografia, il deposito dei valori. Da questa centrale, tutti passavano allo stabilimento per le docce e la disinfezione personale e del bagaglio. Quindi i rifugiati venivano trasferiti nei campi di quarantena e gli internati militari trasportati oltre Gottardo, dopo una sosta di tre o quattro giorni nelle baracche rizzate nel cortile dell'Istituto Soave.

Furono aperti campi di quarantena, per gli uomini, a Bellinzona, nell'oratorio di S. Biagio, nelle scuole di Ravecchia e di Pedemonte e nel castello d'Unterwalden; a Lugano, nella Casa d'Italia: per le donne e i bambini, nell'asilo di Bellinzona, nello stabilimento balneare di Agnuzzo e nella nuova casa di vacanze dell' Ala materna, a Rovio.

Dopo la quarantena (della durata di tre settimane) le famiglie venivano riunite nei campi dell'albergo Majestic a Lugano e della villa vescovile di Balerna.

Intanto il Dipartimento federale di polizia decideva, per i civili, in via definitiva, l'ammissione o meno delle domande per l'internamento e le richieste di messa in libertà, che venivano di regola accettate se il postulante offriva sufficienti garanzie per il proprio sostentamento e, eventualmente, per quello dei familiari.

Gli altri rifugiati che non avevano chiesto di essere liberati, passavano dai campi di quarantena ai campi di soggiorno, rispettivamente ai campi di lavoro, dove potevano godere di una certa libertà e guadagnare qualche franco.

In altri campi o ricoveri venivano raggruppati gli inabili al lavoro; in altri, ancora, i giovani studenti, come fu il caso del liceo di Trevano.

L'organizzazione e la condotta dei campi di soggiorno, di lavoro di cura .e di studi, non dipendeva più dal Comando territoriale, ma dalla Centrale dei campi di lavoro con sede a Zurigo, organismo apposito creato dal Dipartimento federale di polizia.

A tutta questa rete di campi bisogna aggiungere i ricoveri, come il «Solarium » di Gordola e l'«Immacolata» di Roveredo (Grigioni) nonchè gli ospedali di tutto il Cantone; che accolsero. complessivamente oltre duecento rifugiati vecchi o bisognosi di cure già fin dai primi giorni dell’afflusso del settembre 1943 e mantennero questa media fino all'aprile del 1945.

Il rigagnolo continuò a scorrere per tutto l'inverno 1943-1944 e fu alimentato specialmente dagli ebrei e dai fuggiaschi per ragioni politiche. I militari italiani dell'esercito smobilitato andarono via via diminuendo fino a scomparire.

Costante fu, invece, il·giornaliero arrivo di prigionieri inglesi, jugoslavi, greci, sudafricani evasi dai campi di concentramento, cui si aggiungevano, di quando in quando gruppetti di russi, polacchi e francesi che trasportati in Italia dalla Germania e addetti all'organizzazione Todt, riuscivano a tagliare la corda.

Dopo l'inverno 1943-1944 il rigagnolo cambiò ancora composizione, almeno rispetto ai militari, e si alimentò di soldati della repubblica neofascista, che si squagliavano come la neve al sol d'aprile, i quali, a loro volta, dopo la caduta del Governo della Val d'Ossola, cedettero il posto ai partigiani,.

E a tutto questo costante movimento in entrata venne ad aggiungersi, già a cominciare dal mese di dicembre 1943, un movimento di uscita, alimentato esclusivamente dai militari italiani della fiumana del settembre che, dopo qualche mese di campo, punti dalla nostalgia o d'altro, chiedevano di ritornare al loro paese.

Passavano da Bellinzona, e si avviavano verso la Casa d'Italia divenuta per antonomasia la casa della benedizione, della salvezza per avere il viatico del ritorno nella patria tormentata».

 

Bibliografia:

Antonio Bolzani, “Oltre la rete”, Società Editrice Nazionale, Milano 1946

 

12 settembre 1943: il «Savoia Cavalleria» ripara in Svizzera

22 Octobre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Il Reggimento «Savoia Cavalleria» entrò in formazione chiusa la sera del 12 settembre 1943, alle ore 19.30, dal varco della Cantinetta sopra Ligornetto e fu ammesso per decisione del Consiglio federale.

Questo Reggimento, che portava un nome glorioso nella storia dell'Esercito italiano, non era, di fatto, che un Corpo di truppa di nuova formazione, destinato a sostituire il «Savoia cavalleria » che nell'agosto 1942 combattè con distinzione e cattiva fortuna a Stalingrado e fu, nel successivo inverno, completamente disperso e distrutto in terra russa.

Il Reggimento proveniva da Somma Lombardo, suo centro di istruzione, e faceva ottima impressione per disciplina e portamento. La truppa fu disarmata e poi incamminata, in colonna di marcia, su Rancate-Riva S. Vitale--Capolago-Melano, dove giunse alle ore 0030 del 13 settembre 1943. Con sé aveva 8 autocarri, fucili, mitragliatrici, munizioni, materiali vari, viveri e scorte.

Effettivi: 15 ufficiali, 642 sottufficiali e soldati, 316 cavalli, 9 muli.

Il Comandante era il ten. col. Piscicelli Pietro, classe 1897. Il Reggimento provvide alla sussistenza, con cucina e viveri propri, fino alla partenza da Melano.

Già il 13 settembre 1943 trecento uomini furono trasferiti al campo di Roveredo-Grigioni. poi al di là dal Gottardo. Il resto degli uomini e i cavalli partirono il giorno 16 settembre 1943 per Ins (Anet).

Bibliografia:

Antonio Bolzani, “Oltre la rete”, Società Editrice Nazionale, Milano 1946

 

1943-1945: rifugiati e internati in Svizzera

20 Octobre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Dall'inizio alla fine della guerra hanno chiesto ospitalità alla Svizzera e sono stati accolti nel suo territorio 293.773 rifugiati e internati provenienti da tutti i punti cardinali.

Nella regione meridionale è stato l'episodio dei fuoriusciti italiani, ebrei e politici, braccati dalla sbrirraglia nazifascista e dei fuggiaschi militari italiani e alleati; i primi,. renitenti alle leve della repubblica di Mussolini o alla deportazione; i secondi, in cerca di scampo dopo l'evasione dai campi di concentramento.

Di questo speciale episodio Antonio Bolzani, ha dovuto occuparsi per la carica militare (colonnello) che ricopriva nell’Esercito. Scrive nella prefazione del suo libro “Oltre la rete”, pubblicato subito dopo la fine della guerra, nel 1946: «Sono state così numerose e interessanti le cose viste e vissute che mi è nata l'idea di comporre un libro di memorie e di darlo alla stampa».

Dal libro sono tratte le informazioni che sono di seguito riportate.

 

La fiumana (settembre 1943)

Il 9 settembre 1943, in seguito all'armistizio fra l'Italia: e gli Alleati, vi fu, nel Ticino, una mobilitazione parziale di truppe per guarnire la frontiera meridionale.

Si temevano dei contraccolpi come conseguenza del disarmo dell'esercito italiano da parte della Wehrmacht, dell'occupazione tedesca di tutte le città e i punti strategici importanti nell'Italia settentrionale, delle lotte fra fascisti e antifascisti, della caccia agli ebrei, che non era mai stata accanita anche dopo la legge razziale del 1938, ma che stava per diventare feroce sotto la pressione dei germanici e, infine, a cagione della scarsità dei viveri e delle riserve, specialmente nei centri popolosi, scarsità che si sarebbe senza dubbio accentuata per effetto delle prevedibili requisizioni da parte dell'esercito occupante.

I primi fuggiaschi apparvero l'11 settembre 1943: venti prigionieri inglesi evasi dai campi di concentramento, che erano stati aperti dagli stessi italiani alla proclamazione dell'armistizio. Il giorno dopo furono novanta senegalesi.

Il Comando territoriale fino alla mobilitazione del 9 settembre 1943 non aveva preso che ristrette misure per l'internamento, limitandosi a preparare un campo unico a Roveredo (Mesolcina).

Ma i fuggiaschi accettati dagli organi di sicurezza disseminati lungo il confine divennero di giorno in giorno più numerosi, fino a formare una vera fiumana che si sovrappose a qualsiasi controllo ordinato e straripò sul territorio svizzero, da ogni dove. Già il 14 settembre se ne contavano più di mille.

 

Nel frattempo, il Comando territoriale aveva aperto in tutta fretta e arredato sommariamente dei campi di raccolta:

-         a Melano, per le regioni del mendrisiotto, del Generoso e della Valle d'Intelvi;

-         a Lamone, per il luganese, la Val Colla, la Tresa, il Malcantone,

-         a Quartino, per il Monte Tamaro e il Gambarogno;

-         a Cugnasco, per il locarnese, la Valle Maggia, le Centovalli,

-         a Roveredo, per la Mesolcina.

Ma ben. presto anche questi campi improvvisati diventarono insufficienti e si dovette aprirne altri a Gudo, a Bellinzona, a Bodio, che a loro volta furono subito riempiti e allora venne presa la decisione di far sostare i fuggiaschi in campi di masse presso la truppa di frontiera e di organizzare dei trasporti ferroviari per l'interno della Svizzera.

Il sabato 18 settembre si contavano nei diversi campi di masse non meno di 14.000 fuggiaschi, quasi tutti italiani, la più gran parte militari.

Erano presenti circa:

-         3.000 uomini a Chiasso, accampati un po’ dappertutto: nei depositi della stazione, al campo di foot-ball, nel nuovo cinematografo, in un treno preparato per la partenza dieci ore in anticipo;

-         3.000 uomini a Mendrisio, intorno alla chiesetta del manicomio cantonale;

-         800 uomini a Stabio, nella camiceria Realini;

-         700 a Riva S. Vitale, la maggior parte nell'antico, collegio Baragiola (Istituto Canisio);

-         700 a Melano, nella ex filanda;

-         800 a Lamone, nell'asilo e nella riseria;

-         1.200 a Gudo, nella grande casa colonica dello Stato che, dopo alcune sommarie trasformazioni, aveva già ospitato nei primi anni della guerra gli internati polacchi e francesi;

-         400 a Bellinzona, nell'Istituto Soave;

-         600 a Roveredo, nel collegio S. Anna.

Benché i più si dichiarassero militari, solamente dei piccoli gruppi portavano l'uniforme. Tutti gli altri erano in abito borghese e, malgrado la buona stagione, parecchi erano muniti di soprabiti, di maglie di lana e di grosse valige, ben conoscendo i rigori dell’inverno svizzero. Fra i militari in uniforme si contavano in gran numero le guardie di finanza e i carabinieri. Le guardie di finanza di Porlezza e di Porto Ceresio si erano consegnate agli organi di frontiera con i loro motoscafi.

Una buona percentuale dei fuggitivi era composta di militari in congedo abitanti nelle città e nei borghi situati in vicinanza della frontiera, che volevano sottrarsi al reclutamento da parte dei neofascisti o all'invio in Germania per il servizio del lavoro.

 

Ospitalità da parte svizzera per tutta questa gente? Diritto di asilo?

Scrive il Bolzani:

«Per i militari il presupposto per essere accettati come internati era di avere combattuto nelle vicinanze del confine e di essere stati sospinti dalle vicende della battaglia in territorio svizzero, in cerca di scampo.

Per i civili e anche per i prigionieri evasi, entra in linea di conto il diritto d'asilo, che consiste nel diritto di uno Stato di garantire, entro i suoi confini, protezione e rifugio alle persone perseguitate per motivi politici o religiosi da parte delle autorità del loro paese.

Ogni Stato indipendente è libero di accettare o di respingere i fuggiaschi e il diritto di asilo è l'espressione di questa libertà.

Esso costituisce pertanto un diritto di fronte agli altri Stati, non rappresenta un obbligo nè di fronte a uno Stato nè di fronte ai fuggiaschi in cerca di asilo.

Si deve quindi ritenere che non esiste un diritto all'asilo e che lo Stato al quale il fuggiasco fa ricorso, è libero concedere o di rifiutare l'asilo, secondo il proprio giusto criterio.

È libero cioè, in quanto Stato sovrano, di poter dire: questi entrano e sono meritevoli di protezione e questi altri non entrano perché non corrono pericoli o sono nocivi. In conclusione, se i nostri organi di vigilanza alla frontiera (nei primi venti giorni del settembre 1943 assai deboli di numero) non fossero stati travolti dalla improvvisa fiumana e non fosse mancata la possibilità di vagliare caso per caso, almeno i nove decimi dei fuggiaschi si sarebbero dovuti respingere.

 

Formavano i nove decimi tutti i militari del disciolto esercito italiano, si trovassero in servizio o fossero in congedo, e costituivano il decimo rimanente (non più di 2000) i prigionieri evasi e i fuggiaschi civili, perseguitati politici o razziali.

Ma una volta la fiumana straripata sul nostro territorio, come fare un esame a posteriori dei fuorusciti e decidere la sorte di ognuno? La decisione spettava al Consiglio federale per i militari, e per i civili alle guardie federali di confine, rispettivamente al Comando territoriale, per delegazione del Dipartimento federale di Giustizia e Polizia. Si poteva certo pensare di respingerli in massa, senza appello; ma prevalsero, come sempre. le ragioni di umanità e fu decisa l'accettazione, nella speranza che fosse questione di poche settimane. Invece l'internamento durò quasi due anni e fu sotto ogni aspetto assai gravoso. L'accettazione, considerata al lume d'oggi, ha indubbiamente valso a salvare centinaia centinaia di giovani dalla morte e dagli orrori dei campi concentramento germanici.

Decisa l'accettazione fu necessario provvedere immediatamente alle operazioni di controllo, alle visite sanitarie e al vettovagliamento.

I Comandi di truppa si incaricarono, ognuno, delle proprie centurie di fuorusciti e il Comando territoriale, d'intesa colla direzione del II Circondario delle ferrovie federali, provvide al loro trasporto oltre Gottardo, dove furono presi in consegna dal Commissariato per l'internamento, organismo militare appositamente creato dalla Confederazione per la custodia e la reggenza di tutti gli internati.

Dal 14 al 30 settembre, i trasporti notturni con treni interessarono 19.055 persone».

Nel rapporto sugli avvenimenti della seconda quindicina di settembre ha scritto le seguenti considerazioni:

«Sono per lo più uomini validi, assai dotati intellettualmente e fisicamente, ma moralmente dei naufraghi ... Solo una piccola minoranza non mi è parsa compresa della situazione angosciosa e deprimente nella quale si trovava e ha rivelato la superficialità dell'educazione ricevuta durante i venti anni di regime fascista».

 

Bibliografia:

Antonio Bolzani, “Oltre la rete”, Società Editrice Nazionale, Milano 1946

Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli

15 Octobre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli libro PizzoniAlfredo Pizzoni è nato a Cremona il 20 gennaio 1894 da Paolo, ufficiale di Artiglieria, ed Emma Fanelli. Compiuto il liceo, studia a Oxford e a Londra e si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza di Pavia. Partecipa alla Grande Guerra come ufficiale dei Bersaglieri, meritando una medaglia d'argento; dopo un periodo di prigionia in Austria viene rimpatriato ed è aggregato come ufficiale di collegamento al Corpo di spedizione internazionale in Palestina. Al termine della guerra prende parte per breve tempo all'impresa di Fiume. Nel 1920 si laurea ed entra al Credito Italiano dove inizia una brillante carriera. Nel 1922 si sposa con Barbara Longa, dalla quale avrà cinque figli. Durante il fascismo Pizzoni, che è avverso al regime, frequenta gruppi antifascisti avvicinandosi in particolare a «Giustizia e Libertà». All'entrata in guerra dell'Italia nel 1940 si fa richiamare alle armi come maggiore dei Bersaglieri. Il 23 gennaio 1942 la motonave «Victoria», diretta in Nordafrica, sulla quale è imbarcato come comandante del 36° battaglione Bersaglieri, viene affondata; per il suo comportamento in quell'occasione gli è attribuita una medaglia di bronzo. Smobilitato per ragioni di salute quello stesso anno, riprende il lavoro alla direzione centrale del Credito Italiano a Milano e torna a frequentare gli ambienti antifascisti. Dopo la caduta del fascismo e l'armistizio dell'8 settembre 1943 partecipa alla costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, di cui è sin dall'inizio nominato presidente. Ricoprirà questo ruolo per tutta la durata della lotta di Liberazione fino al 27 aprile 1945, allorché viene sostituito dal socialista Rodolfo Morandi. Nel dopoguerra Pizzoni è membro della Consulta nazionale, e presidente del Credito Italiano, carica che tiene fino alla morte, avvenuta il 3 gennaio 1958.

 

Scriveva Alfredo Pizzoni nel settembre 1946:

«Si pensi ora, quale forza morale avrebbe oggi e sempre l'Italia davanti al mondo intero, davanti a tutti i popoli, se allora (25 luglio 1943, n.d.r.) avesse saputo decisamente avviarsi sulla via della redenzione. I rischi non dovevano essere calcolati: certo gli Alleati, anche se impotenti e impreparati, e diffidenti, sarebbero almeno in un secondo tempo venuti ad aiutarci e sarebbero stati costretti a impiegare le truppe italiane, affiancandoci così effettivamente e in misura rilevante e sin dall'inizio, alla guerra di Liberazione del nostro territorio nazionale.

Invece la storia dei 45 giorni è tutta una pietosa storia, ed è all'origine di molti dei nostri attuali malanni. Sono intimamente persuaso che sarebbe bastato l'esempio dei capi, e il popolo e moltissimi soldati si sarebbero battuti eroicamente e il corso della storia nostra, presente e futura, avrebbe tutt'altro svolgimento.

 

A Milano, martedì 27 luglio si era riunito per la prima volta il Comitato antifascista; vi erano rappresentati tutti i cinque partiti antifascisti.

Roberto Veratti (avvocato, esponente socialista) venne a trovarmi al Credito Italiano e mi invitò a intervenire.

Ricordo che eravamo presenti: io per il Partito liberale, Malavasi per la Democrazia cristiana, Albasini Scrosati per il Partito d'Azione, Veratti per il Partito socialista, Basso e Molinari per il MUP e Roveda e Grilli per il Partito comunista.

La discussione si occupò delle prime necessarie misure e manifestazioni e della necessità di influire su Roma perché si venisse al più presto alla cessazione delle ostilità.

Una seconda riunione fu tenuta due giorni dopo in casa di Basso: c'era anche Gronchi per la Democrazia cristiana.

Il Comitato prese l'abitudine di riunirsi, nello studio Veratti, e io vi ero sempre ospite gradito, e interpellato specialmente ogni volta che un argomento militare affiorava. Fu così che un giorno, prima dei bombardamenti alleati di mezzo agosto, in un momento di discussione, vivace e disordinata, qualcuno disse: «È necessario che uno di noi assuma la presidenza e ottenga ordine nel parlare». Veratti intervenne: «Pizzoni assuma la presidenza». Tutti annuirono e così iniziai il mio lavoro di dirigenza e di coordinazione.

Di quel primo tempestoso periodo ricordo che il principale argomento era il far decidere Roma a concludere un armistizio con gli Alleati. Delegazioni vennero inviate, ordini del giorno spediti. Veratti andò a Roma. A poco a poco, avemmo la certezza che, se pur lentamente, Badoglio si muoveva. Ma tempo prezioso venne perduto».

 

I bombardamenti di Ferragosto a Milano

«Intanto, a Milano, si ebbero gli spaventosi e inutili bombardamenti intorno a Ferragosto; che angoscia in quei giorni!

La nostra bella città era fino allora, fortunosamente, rimasti quasi immune dai danni della guerra. Non vi era a Milano alcun obiettivo militare importante, non truppe tedesche inqua drate. Perché tanti enormi danni furono arrecati, perché si volle ferire, avvilire una popolazione che andava ritrovando lo spirito concorde ed eroico delle cinque giornate del 1848? È questa una domanda alla quale non trovo risposta, né presso gli Alleati, cautamente interrogati, ho potuto sapere e accettare nulla. Necessità militari, accennatemi, non ve ne erano. Grave errore politico? Ma quello fu un delitto, non un errore ...

La popolazione di Milano sotto i ripetuti, terribili colpi, si comportò in modo ammirevole. Intendo dire il popolo, il ceto medio, la povera gente, ché gli abbienti non c'erano, erano, salvo poche eccezioni, «filati», erano nelle loro ville della Brianza e del Varesotto, non comparvero mai, in quei giorni, in città; incominciarono timidamente, a cose finite, a bombardamenti cessati, a compiere fuggevoli gite in automobile per vedere se le loro case erano intatte o distrutte, e poi scomparvero per un pezzo ...

I poveri: si vedevano la mattina dopo i bombardamenti, seduti davanti alle loro case distrutte, inebetiti, stanchi, sporchi, laceri, commossi, intenti a radunare i resti delle loro povere cose. Non dicevano nulla, non chiedevano nulla, non imprecavano, non hanno mai imprecato, subivano con animo cristiano la maledizione per le malefatte di altri.

Ricordo una mattina che percorsi a piedi il tratto dalla stazione di porta Genova a piazza del Duomo: pareva di essere in un girone dell'Inferno dantesco. Non una casa era indenne; molte erano distrutte da bombe dirompenti, moltissime bruciavano e nessuno poteva intervenire; file interminabili di persone cariche di valige, di materassi, o che spingevano carretti colmi di vecchi arnesi e di mobilucci, si avviavano silenziose verso la periferia.

... E Milano bruciava, e i pompieri combattevano una battaglia senza mezzi adeguati e perciò perduta in partenza, e l'ira divina si abbatteva sulla magnifica e fiera città». 

 

Arriva l’8 settembre

«In quei terribili giorni noi antifascisti ci radunammo lo stesso, sempre nello studio Veratti, rimasto intatto, in mezzo a case crollate o bruciate; non c'era che da imporre a Roma la decisione suprema: cessare le ostilità; la guerra non doveva continuare e non bisognava aver paura dei tedeschi, nostri naturali nemici, causa unica oramai, dopo la caduta del fascismo, di tanta inutile sciagura.

Intanto, a poco a poco, dagli avvenimenti in corso o che si dovevano prevedere, e dalle nostre discussioni, scaturiva la necessità di armarci, di organizzare le forze che spontaneamente si mettevano a nostra disposizione.

Il conflitto con i tedeschi appariva vicino e inevitabile, l'esercito dava la penosa impressione di essere bacato, marcio, i capi incerti, imbelli, chiusi in formule, rispettabili e doverose in tempi normali, ma in quel momento anacronistiche e controproducenti. Consultatomi con Veratti, predisposi uno schema di «Guardia nazionale», lo misi a punto in una riunione autorizzata, e andai a parlare con il comandante del Corpo d'Armata territoriale di Milano. Da pochi giorni vi era stato destinato, con incarico del grado superiore, il generale di divisione Ruggero, proveniente dai bersaglieri e dallo Stato Maggiore. Si dichiarava antifascista, era vivace e simpatico, appariva animato da sincero spirito di collaborazione con i partiti politici. Vi furono altri colloqui col generale Ruggero. A questo consegnammo copia del progetto compilato di costituzione della «Guardia Nazionale» a Milano estendibile in altre città e regioni dell'Italia settentrionale. Ruggero promise di mandarlo subito a Roma, di appoggiarlo, di farci avere una risposta in pochi giorni. Ma ci accorgemmo poi che non ne aveva fatto nulla. Questo generale, in definitiva, si comportò male: non capì nulla della situazione; non ne poteva capire nulla; era impreparato; era leggero e facilone; non stava a tavolino a organizzare; non aveva servizi regolari di segreteria; credeva di risolvere la situazione con buone parole e propositi incerti.

 

Si arrivò ai primi di settembre: chiedemmo esplicitamente a Ruggero di fornirci armi, o, quanto meno, di accantonarne a nostra disposizione e con facilità per noi di prelevarle. Ci rispose con promesse vaghe e assicurazioni di buona volontà e avevamo l'impressione che non faceva sul serio, che non capiva. Ma non potevamo che stargli vicino, mantenere con lui le più cordiali relazioni, fare opera di persuasione, per portarlo a decisioni al momento dell'azione. Si arrivò così ai giorni immediatamente precedenti l'8 settembre. Oramai tutto faceva prevedere che l'armistizio o, comunque, una effettiva cessazione delle ostilità verso gli Alleati era imminente.

La mattina dell'8 fui chiamato dal generale Ruggero che mi fece capire che eravamo vicinissimi alla crisi: egli aveva avuto precise informazioni e istruzioni da Roma, a mezzo di un colonnello di Stato Maggiore, inviato dal Comando supremo, e che aveva fatto il giro dei Comandi di Corpo d'Armata territoriali. Ruggero estrasse di tasca alcune carte e mi disse: «Qui ho le mie annotazioni». Mi ripeté l'assicurazione di essere deciso ad agire, di essere con noi e che ci avrebbe dato le armi. Tedeschi a Milano ce n'erano pochissimi, addetti a servizi e con solo armi leggere.

La sera dell'8 settembre, sentito l'annuncio dell' armistizio alla radio, telefonai subito al generale Ruggero. Gli dissi: «Sono qui pronto ad agire, insieme con i miei amici, ed è questo il momento di agire». La risposta fu tipica della mentalità di un uomo che non aveva capito nulla, o che non voleva capire nulla: «Oramai c'è l'armistizio e non c'è nulla da fare; la situazione è chiarita». Replicai, ribattendo che bisognava agire. Ma di fatto, in quel preciso momento, nulla potevamo fare; era notte fonda ed eravamo tutti dispersi, senza un punto di riferimento o un luogo di convegno.

 

La mattina del 9, presto, ci fu una riunione nello studio Veratti e poi ci recammo numerosi al Comando di via Brera. Ruggero temporeggiava, Gasparotto voleva che si andasse alle barricate, io chiesi ci si dessero le armi e dichiarai che la Guardia nazionale e il popolo milanese avrebbero fatto il loro dovere e avrebbero combattuto contro i tedeschi. Ma lì non si decise nulla e allora noi venimmo via e decidemmo di aprire gli arruolamenti alla Guardia nazionale.

Solo nel pomeriggio avemmo le tessere da distribuire; diedi istruzioni agli ufficiali di arruolamento, che si installarono negli uffici dei mandamenti urbani, e che procedettero ad arruolare qualche migliaio di uomini. Nel frattempo, in piazza del Duomo, vi fu un comizio di popolo, deciso nella riunione della mattina in via Brera coll'assenso di Ruggero, e con la nostra garanzia che non ci sarebbero stati disordini: e non ce ne furono. Parlò l'avvocato Scotti per i liberali; Li Causi per i comunisti; Viotto per i socialisti e non so quali oratori per gli altri due partiti.

Prima di sera, tornai in via Brera, rividi Ruggero, e dal colloquio trassi sconfortanti certezze di insuccesso. Non si decise a darci le armi, incominciò a dire che non ne aveva, e che non aveva munizioni oltre il fabbisogno minimo dei suoi reparti, che le diserzioni avvenivano in misura impressionante e che persino dello squadrone appiedato del Savoia Cavalleria, assegnato a difesa del Comando, buona parte degli uomini si erano dileguati. Come di regola in quei giorni, non aveva un preciso disegno di azione; evidentemente cercava una via di uscita. Le notizie dalle guarnigioni periferiche della zona di sua giurisdizione erano pessime; i presidi cadevano a uno a uno senza resistenza o con azioni di fuoco minori, a opera di pochi animosi, con armi leggere e affrontati decisamente da reparti corazzati e autotrasportati tedeschi.

 

L'indomani, 10 settembre, riunione in via del Lauro, nell'ufficio dell'avvocato Della Giusta (Piero): eravamo in molti: Gasparotto, Boeri, Jacini, Li Causi, Veratti, Tino, Maffei ... Il generale Ruggero, sentivamo, non voleva prenderci sul serio; aveva un suo disegno, che nel pomeriggio si delineò: mettersi d'accordo con i tedeschi, uscire dalla situazione senza combattere e con un accomodamento, quale che fosse.

Nel pomeriggio - verso le tre - il generale Ruggero si lamentò per un incidente avvenuto vicino alla stazione: i patrioti avevano fatto fuoco su di un'automobile tedesca e ferito l'ufficiale tedesco di collegamento con Ruggero: questi temeva complicazioni e difficoltà nelle trattative che già andava conducendo per uscire da una situazione che giudicava insostenibile, deciso com'era a non compiere atti di forza. Il Comando di via Brera era pieno di ufficiali superiori che cercavano di tenersi al corrente degli avvenimenti ed esprimevano e maturavano propositi solo di fuga e di sbandamenti. Spettacolo sempre più pietoso.

Intanto con Casati, socialista serio e deciso, muniti di un'autorizzazione di Ruggero, mi recai nell'ufficio di un tenente colonnello di cavalleria che doveva farci avere munizioni da fucile per la Guardia nazionale: mi dichiarò che ne aveva pochissima, e che serviva ai reparti armati dell'esercito!

Al Comando, Ruggero, invisibile, era chiuso a chiave con un ufficiale tedesco, un semplice sottotenente, che avrebbe dovuto rappresentare, autorevolmente!, il comandante della colonna corazzata che, proveniente dalla zona emiliana, procedeva su Milano. Trattavano la resa della città, e Ruggero si illuse e volle illuderci che salvava, con onore, capra e cavoli.

 

Al palazzo di via Brera, verso le 8 di sera, la lunga conferenza con il giovane ufficiale tedesco ebbe termine, e il generale Ruggero, dopo una breve riunione con i suoi ufficiali, ricevette i tre rappresentanti del Comitato di Resistenza: Stefano Jacini, Gerolamo Li Causi e io; ci comunicò i termini dell'accordo, per cui le truppe tedesche si erano impegnate a non occupare la città, ma solo di presidiare una dozzina di sedi e uffici pubblici: posta, telegrafo, stazione, consolati, ecc.; ogni presidio sarebbe stato composto di pochissimi militari armati e da un'auto blindata, e sarebbe stato affiancato da un egual numero di soldati italiani. Ruggero si dichiarava persuaso che i tedeschi avrebbero rispettato i patti. Dimostrò inoltre di avere la sensazione di aver concluso un concordato poco onorevole, quando ci disse che riteneva che il popolo avrebbe giudicato male il suo operato, ma che riteneva di aver così agito nell'interesse della città e per risparmiare vite umane. Gli rispondemmo nell'ordine: Jacini, io, Li Causi, e tutti stigmatizzammo il suo operato, e dichiarammo il nostro disaccordo e il nostro biasimo. Si erano fatte così le 11 di sera. Ruggero si ritirò per preparare il discorso che poi fece alla radio, per comunicare al popolo l'accordo e invitare alla calma.

L'indomani mattina, uscito verso le otto, trovai piazza Cordusio piena di armati tedeschi, e così via Dante e così Foro Bonaparte. Era una magnifica e potente colonna corazzata, con armi e mezzi modernissimi. Uomini aitanti, giovani, con indumenti mimetizzati, tutti autotrasportati, su automezzi a cingoli, cannoni anticarro, obici di vari tipi: impressione di grande efficienza.

Seppi poi che si trattava della migliore divisione di SS corazzata dell'esercito tedesco: la SS Adolf Hitler Leibstandarte».

 

Da CLN a CLNAI

«Per il CLN lombardo - che solo nel febbraio 1944 prese il nome di Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia - i primi mesi di vita furono di lavoro intenso e i suoi componenti furono, oltre che a pericoli continui, sottoposti senza interruzione a continua tensione nervosa e mentale. A vicenda, ci istruivamo alla nuova vita, che veramente era di cospirazione: nomi falsi, documenti di riconoscimento contraffatti, tenore e abitudini di vita del tutto differenti da quelle fino allora seguite, connotati fisici modificati; parole d'ordine di riconoscimento quando ci si incontrava per la prima volta con uomini mai visti in precedenza. Cercavamo di riunirci, anche in incontri parziali, il più spesso possibile, e discutevamo e scambiavamo idee, sempre per meglio conoscerci, per scrutare i più reconditi propositi, per sentire fino a qual punto potevamo contare gli uni sugli altri quando le situazioni si sarebbero fatte drammatiche e tragiche. E poi, un continuo adoperarsi per fare propaganda, per incitare alla ribellione contro i tedeschi e i fascisti, per organizzare le forze sparse un po' dappertutto, dare loro un indirizzo, fornire loro i mezzi materiali per vivere e per armarsi, creare nuovi nuclei che poi diventavano formazioni, e presero forma di reparti, e bande e brigate e divisioni partigiane. Opera lunga, difficile, fatta di fede, di tenacia, di pazienza, irta di rischi, spesso sconosciuti e imprevedibili, nel corso della quale molti dei nostri migliori caddero, e furono catturati, imprigionati, sottoposti a sevizie, e finirono nei campi di concentramento, e fucilati e impiccati, e molti deportati in Germania e in Austria a morire oscuramente di stenti.

È merito assoluto ed esclusivo del CLN di avere, sin dai primissimi giorni della lotta, chiaramente e fermamente voluto che, nel crollo dell'apparato statale, nella carenza del governo, la guerra di Liberazione nazionale diventasse la guerra del popolo italiano, di tutto il popolo italiano, per il riscatto, col nostro sangue, dell'onore, della libertà e dell'indipendenza della Patria!».

Le repubbliche partigiane

6 Octobre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Venerdì 10 ottobre 2014 ore 21

“LAMPI NELLE TENEBRE”:

LE REPUBBLICHE PARTIGIANE

Esperienze di autogoverno democratico

Le repubbliche partigiane

Marzabotto

30 Septembre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

 

i-martiri-di-Marzabotto-foto.jpg

La “cavalcata” del terrore iniziò all’alba del 29 settembre 1944, quando la 16a SS-Panzergrenadier-Division, agli ordini del maggiore Walter Reder, detto “il monco”, partì squarciando con il ferro e con il fuoco le valli attorno al Monte Sole. A far da cani-guida, un pugno di militi delle Brigate nere, per l’occasione in divisa SS col distintivo simile a un “44” sulle mostrine, che sapevano i sentieri, le case, i rifugi e additavano mogli, figli e padri dei partigiani della Brigata “Stella Rossa”.

Dall’eccidio non fu risparmiato nessun paese, villaggio o fattoria della zona che, a una ventina di chilometri da Bologna, è delimitata dal corso dei fiumi Reno e Setta: Marzabotto (il Comune più grande), Grizzana, Vado di Monzuno e tutte le altre località che punteggiano le vallate declinanti dall’acrocoro dominato dalla cima del Monte Sole.

Il 13 gennaio 2007, il tribunale militare di La Spezia ha condannato all’ergastolo in contumacia 10 dei 17 imputati ex nazisti ancora in vita. Sono tutti ultraottantenni e non conosceranno mai il carcere, la legge italiana non lo permette.

Il processo, infatti, non si è potuto celebrare prima perché i documenti in grado di inchiodare i responsabili del massacro sono rimasti chiusi per cinquant’anni nell’armadio della vergogna e nei sotterranei delle procure italiane. Ritrovate a metà degli Anni 90, quelle carte, con nomi e fatti, hanno potuto dare finalmente il via ai procedimenti penali.

Finora per la strage di Marzabotto esisteva un solo colpevole: il maggiore Walter Reder. Nel 1951 il tribunale militare di Bologna sentenziò per lui una condanna a vita, da scontare nel carcere militare di Gaeta. Ci passerà trentaquattro anni, malgrado un’ipocrita richiesta di perdono giunta nel 1967 agli abitanti di Marzabotto che, riuniti in Consiglio comunale, respinsero al mittente con 356 voti su 360 la petizione di clemenza sostenuta anche dalla Chiesa. Poi, nel 1980, arrivò la sentenza del Tribunale di Bari che disponeva un periodo di “prova” di cinque anni per il condannato, in attesa della scarcerazione. Fu l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, nel gennaio 1985, a concedere la grazia e a spalancare le porte della galera a Walter Reder, morto nel 1991 nella sua residenza austriaca.

La testimonianza è tratta dal volume “Marzabotto parla” di Renato Giorgi, edito per la prima volta nel 1955, ristampato a cura dell’ANPI di Bologna nel 1991. 

Località Casaglia, testimonianza di Lidia Pirini

«Era il 29 settembre, alle nove del mattino. (…) Quando a Casaglia fummo convinti che i nazisti stavano per arrivare perché si sentivano gli spari e si vedeva il fumo degli incendi, nessuno sapeva dove correre e cosa fare. Alla fine ci rifugiammo in chiesa, una chiesa abbastanza grande, piena per metà, e don Marchioni cominciò a recitare il rosario. Ho saputo in seguito che lo trovarono ucciso ai piedi dell’altare: allora non me ne accorsi e adesso riferisco solo quanto ricordo. Quando arrivarono i nazisti io non li vidi, avevo paura a guardarli in faccia. Chiusero la porta della chiesa e dentro tutti urlavano di terrore, specialmente i bambini. Dopo un poco tornarono ad aprire (…) e ci condussero al cimitero: dovettero scardinare il cancello con i fucili perché non riuscivano ad aprirlo. Ci ammucchiarono contro la cappella, tra le lapidi e le croci di legno; loro si erano messi negli angoli e si erano inginocchiati per prendere bene la mira. Avevano mitra e fucili e cominciarono a sparare. Fui colpita da una pallottola di mitra alla coscia destra e caddi svenuta. Quando tornai ad aprire gli occhi, la prima cosa che vidi furono i nazisti che giravano ancora per il cimitero, poi mi accorsi che addosso a me c’erano degli altri, erano morti e non mi potevo muovere; avevo proprio sopra un ragazzo che conoscevo, era rigido e freddo, per fortuna potevo respirare perché la testa restava fuori. Mi accorsi anche del dolore alla coscia, che aumentava sempre di più. Mi avevano scheggiato l’osso e non sono mai più riuscita a guarire bene, anche dopo mesi e anni di cura. (…) Intorno a me sentivo i lamenti di alcuni feriti. Così passò la notte e quasi tutto il giorno 30. (…) Verso sera, ci si vedeva ancora, trovai finalmente la forza di decidermi, riuscii a scostarmi i cadaveri di dosso e pian piano mi allontanai dal cimitero».

 

Marzabotto: è stato un inenarrabile martirio.

Non fu reazione senza limiti e controlli ad un episodio, non fu gesto sconsiderato di un singolo o di pochi, nel fuoco della guerra; fu il netto disegno, il proposito calcolato e deliberato di distruggere tutta una popolazione persino nelle nuove vite che sorgevano nel grembo delle madri.

Non fu gesto isolato per il numero delle formazioni militari germaniche che vi parteciparono e per la sua esecuzione condotta con metodo di guerra; guerra che si faceva sterminatrice contro una popolazione civile, dopo (ed era ben noto a chi lo comandava) che la eroica resistenza partigiana, costellata di sublimi sacrifici, era stata purtroppo in quel punto spezzata dalla forza schiacciante del numero e delle armi.

Non fu gesto isolato perché la ferocia brutale ed anche inutile agli stessi fini dell'invasore tedesco si abbatté su tante altre contrade del nostro Paese. Innumerevoli i delitti e gli orrori, terribili e gravissimi, ma nessuno che noi sappiamo di proporzioni così vaste come quello perpetrato dalla Wehrmacht e dalle SS a Marzabotto. Le vittime furono 1830 ed ebbero pace soltanto dopo la Liberazione; anzi, in certi casi nemmeno allora poiché le mine cosparse a perpetuare il delitto si accanirono contro le povere ossa senza riposo e contro i superstiti ritornati a compiere opera straziante e pietosa, a far rivivere la loro terra che quelli avrebbero voluta morta come le donne, i bambini, i vegliardi, i sacerdoti che avevano assassinato.

Non fu gesto isolato perché continuò nel tempo giorni e giorni: alla villa Colle Ameno, reso fosco dagli occupanti tedeschi, il 18 ottobre 1944 alcuni cittadini di Marzabotto venivano trucidati; lì era stato freddamente ucciso don Fornasini; e l'azione della Wehrmacht era incominciata il 28 settembre! 
 

Siamo stati a Marzabotto. Siamo andati per "dare un futuro alla memoria, nella consapevolezza che la memoria è conoscenza e che la conoscenza è libertà e che solo nella conoscenza l'uomo può trovare le ragioni e le condizioni per qualsiasi scelta della sua vita, se vuole che possa essere veramente libera, senza condizionamenti".


Per i caduti di Marzabotto

Questa è memoria di sangue

di fuoco, di martirio,

del più vile sterminio di popolo

voluto dai nazisti di Von Kesselring

e dai loro soldati di ventura

dell’ultima servitù di Salò

per ritorcere azioni di guerra partigiana.

I milleottocentotrenta dell’altipiano

fucilati e arsi

da oscura cronaca contadina e operaia

entrano nella storia del mondo

col nome di Marzabotto.

Terribile e giusta la loro gloria:

indica ai potenti le leggi del diritto

il civile consenso

per governare anche il cuore dell’uomo,

non chiede compianto o ira

onore invece di libere armi

davanti alle montagne e alle selve

dove il “Lupo” e la sua brigata

piegarono più volte

i nemici della libertà.

La loro morte copre uno spazio immenso,

in esso uomini d’ogni terra

non dimenticano Marzabotto

il suo feroce evo

di barbarie contemporanea.

                                               Salvatore Quasimodo

 

MARZABOTTO MEDAGLIA D'ORO

Incassata tra le scoscese rupi e le verdi boscaglie dell'antica terra etrusca, Marzabotto preferì ferro, fuoco e distruzioni piuttosto che cedere all'oppressore. Per quattordici mesi sopportò la dura prepotenza delle orde teutoniche che non riuscirono a debellare la fierezza dei suoi figli arroccati sulle aspre vette di monte Venere e di monte Sole sorretti dall'amore e dall'incitamento dei vecchi, delle donne e dei fanciulli. Gli spietati massacri degli inermi giovinetti, delle fiorenti spose, e dei genitori cadenti non la domarono ed i suoi 1830 morti riposano sui monti e nelle valli a perenne monito alle future generazioni di quanto possa l'amore per la patria.

Marzabotto, 8 settembre 1943 – 1° novembre 1944 



Per quella “operazione” il feldmaresciallo Kesserling si complimentò con gli uomini della sedicesima divisione, in particolare con il maggiore Walter Reder.

Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue "gravissime" condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l'impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che - anzi - gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli... un monumento. A tale affermazione rispose Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe:

Lo avrai

camerata Kesselring

il monumento che pretendi da noi italiani

ma con che pietra si costruirà

a deciderlo tocca a noi

non coi sassi affumicati

dei borghi inermi straziati  dal tuo sterminio

non colla terra dei cimiteri

dove i nostri compagni giovinetti

riposano in serenità

non colla neve inviolata delle montagne

che per due inverni ti sfidarono

non colla primavera di queste valli

che ti vide fuggire

ma soltanto col silenzio dei torturati

piú duro d'ogni  macigno

soltanto con la roccia di questo patto

giurato fra uomini liberi

che volontari s'adunarono

per dignità non per odio

decisi a riscattare

la vergogna e il terrore del mondo

su queste strade se vorrai tornare

ai nostri posti ci troverai

morti e vivi collo stesso impegno

popolo serrato intorno al monumento

che si chiama

ora e sempre

resistenza.

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 20 30 40 50 > >>