Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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Una via di Lissone dedicata ad Elisa Ancona

22 Mai 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Elisa Ancona
Elisa Ancona

uccisa nelle camere a gas ad Auschwitz.

La Giunta di Concettina Monguzzi sindaco, con la delibera N.158 del 04/05/2016 ha deciso di dedicare una via di Lissone ad Elisa Ancona, con la seguente motivazione:

"Atteso, inoltre, che l’Amministrazione Comunale desidera mantenere vivo il ricordo di una vittima della Shoah partita dalla stazione cittadina per essere deportata presso il campo di sterminio di Auschwitz, nella condivisione dei valori storici, umanitari e culturali che sottendono alla scelta e che rappresentano un concreto e oggettivo tributo alla memoria di eventi che hanno interessato la nostra Comunità"

Elisa Ancona era nata il 10 ottobre 1863 a Ferrara. Prima di rifugiarsi a Lissone in seguito all’occupazione tedesca del nostro Paese dopo l’8 settembre 1943, abitava in via Nievo 26 a Milano. Era vedova di Achille Rossi. Risiedeva nel capoluogo lombardo dal 1902 ed era iscritta alla locale Comunità israelitica. L’anziana donna fu arrestata il 30 giugno 1944 a Lissone da militi della Guardia Nazionale Repubblicana e reclusa a San Vittore. Venne successivamente trasportata a Verona dove fu inclusa, il 2 agosto, nel trasporto proveniente da Fossoli e arrivato ad Auschwitz il 6 agosto 1944. Elisa Ancona, come avveniva per tutti gli anziani, fu avviata subito alle camere a gas; aveva 80 anni.

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La consegna delle medaglie della LIBERAZIONE

17 Mai 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

medaglia 70° della Liberazione
medaglia 70° della Liberazione

Monza, 20 maggio 2016

alle ore 11 presso il teatro Manzoni di Monza ha avuto luogo la cerimonia della consegna delle medaglie della LIBERAZIONE a 44 ex partigiani e patrioti della Brianza. Per Lissone le medaglie sono state attribuite a Gabriele Cavenago, Salvatore Lambrughi, Carlotta Molgora.

La cerimonia è stata organizzata dalla Prefettura per conto del Ministero della Difesa, con la collaborazione dell'ANPI e dell'ANED.

Il sindaco di Lissone Monguzzi ha consegnato lo speciale riconoscimento. Dal sito del Comune di Lissone:

Per Gabriele Cavenago, da poco deceduto, la medaglia è stata consegnata al figlio Giuseppe.

Le loro storie:

Carlotta Molgora

Salvatore Lambrughi

Gabriele Cavenago

allegata la lettera del Ministero della Difesa che conferisce le Medaglie della Liberazione a Gabriele Cavenago, a Salvatore Lambrughi e a Carlotta Molgora

La consegna delle medaglie della LIBERAZIONE
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Riforma della Costituzione

9 Mai 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

locandina dell'incontro pubblico
locandina dell'incontro pubblico

Per decidere in modo consapevole é necessario che i cittadini siano informati

Incontro pubblico su:

RIFORMA DELLA COSTITUZIONE e NUOVA LEGGE ELETTORALE

LUNEDI’ 16 MAGGIO 2016 ore 20.30 - URBAN CENTER (sala E) Via Turati 7 - Monza

Interverranno:

Avv. Felice BESOSTRI promotore del ricorso contro la legge elettorale

Prof. Giovanni MISSAGLIA vicepresidente ANPI di Lissone

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8 maggio 1945: in Europa la guerra è finita

7 Mai 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

IL-TEMPO-8-maggio-1945.jpg

 

C'è una fotografia che ritrae dei bambini intenti a giocare con armi e proiettili sparsi sul terreno, nel cortile di un grande caseggiato. E' finita.


Nel bunker della Cancelleria, a Berlino, Hitler ha ucciso Eva Braun, poi si è sparato. Ha voluto che anche il suo cane prediletto, Blondi, venisse abbattuto. Poi, i camerati hanno bruciato i corpi di Adolf e della moglie.

 

La Repubblica di Salò non ha vissuto che diciotto mesi.

Mussolini non ha molte illusioni; confida al prefetto Nicoletti: «I tedeschi perdono sempre un'ora, una battaglia, un'idea». Il cardinale Schuster, che riceve Mussolini in Arcivescovado, lo descrive come «un uomo senza forza di volontà che muove incontro al suo fato senza reazione».

Alle 16.20 del 28 aprile, a Giulino di Mezzegra, davanti al cancello arrugginito di una villa, cadono fucilati Benito Mussolini e la sua amante Clara Petacci, che ne ha voluto condividere il destino.

Il 7 maggio il Grande Reich firma l'atto di resa senza condizioni: al posto del Führer comanda l'ammiraglio Donitz, eletto suo successore.

A Berlino si contano cinquemila suicidi. Sono arrivati quelli dell'Armata Rossa e non guardano tanto per il sottile, ma dicono le donne che ricordano i terribili bombardamenti: «Meglio un russo sulla pancia che un americano sulla testa».

Il 6 agosto, gli americani sganciano la prima atomica su Hiroshima, tre giorni dopo tocca a Nagasaki: due lampi accecanti, che sviluppano una temperatura di milioni di gradi, diecimila volte più del sole.

Si contano le perdite: l'URSS raggiunge la cifra enorme di 37 milioni, di cui 12 sono i caduti. Più di settantamila città e villaggi risultano distrutti, 30 mila fabbriche sono in rovina, 25 milioni di persone sono senza casa.

Gli americani non arrivano, tra morti e dispersi, a 400 mila; i francesi, tra prima e dopo l'armistizio, 275 mila; gli inglesi 330 mila; l'Italia ha avuto, tra militari e civili, 309.453 morti e 135.070 dispersi. Le perdite tedesche sarebbero state di 2.250.000 caduti e di un milione e mezzo di dispersi. Il Giappone, tra feriti, dispersi e deceduti, circa 1.500.000 uomini; la Polonia oltre un milione di soldati uccisi, e cinque milioni di cittadini, dei quali tre sono ebrei.


L'Italia ha avuto tra militari e civili trecentocinquantamila morti e centotrentamila dispersi, settecento chilometri di ferrovia sono distrutti o danneggiati, ha perso un milione e novecentomila vani e più di diecimila tra ospedali, cinema, alberghi e teatri, più di quarantaduemila chilometri di strade sono impraticabili, 19 mila ponti risultano abbattuti, novecento dieci acquedotti non funzionano più. Mancano 28 mila chilometri di linee elettriche. 
Secondo una stima americana, il costo totale della seconda guerra mondiale sarebbe stato di 1.154.000.000.000 di dollari, di cui 94.000.000.000 pagati da noi. Sono pochi i mutamenti territoriali: la Cecoslovacchia cede all'Unione Sovietica l’Ucraina Sub-carpatica, la Polonia raggiunge l’Oder Neisse, e divide la Prussia orientale con Mosca, alla quale cede una zona di confine, compresa Brest-Litovsk.

Un orologio di Hiroshima,

 

coi numeri quasi cancellati, fuso dal calore, e le lancette che segnano le 8.16.

Un marinaio a Manhattan, sulla Times Square, si butta su un'infermiera della Croce Rossa per baciarla, e celebrare così la sconfitta del Giappone.

Poi, una frase di Georges Bernanos, che vale per tutti i superstiti: «Ci sono tanti morti nella mia vita, ma più morto di tutti è il ragazzo che fui io». 

Finita la guerra: i bambini giocano con i residuati bellici. Il progresso tecnologico non ha reso il conflitto meno feroce. E sembrato anzi che, insieme agli aerei velocissimi, all'atomica, ai missili, al radar sia stata la barbarie la protagonista su tutti i fronti.

 

Da “la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti” di Enzo Biagi – Corriere della Sera 1980

cimitero americano a Omaha Beach (Normandia)


 

cimitero polacco a Montecassino

ATTO DI RESA MILITARE TEDESCA

Firmato a Reims alle ore 2:41 del 7 Maggio 1945

Noi sottoscritti, in virtù dell'autorità conferitaci dall'Alto Comando Tedesco, dichiariamo al Supremo Comando delle Forze di Spedizione Alleate e contemporaneamente all'Alto Comando Sovietico, la resa incondizionata di tutte le forze armate di terra, di mare e dell'aria che a questa data sono sotto il controllo Tedesco.

L'Alto Comando Tedesco invierà immediatamente a tutte le proprie autorità militari terrestri, navali ed aeree e a tutte le forze sotto il suo controllo, l'ordine di cessare ogni operazione militare attualmente in atto a partire dalle 23:01, ora dell'Europa Centrale, dell' 8 Maggio e di rimanere nelle posizioni in cui si trovano in quel momento. Nessuna nave dovrà essere deliberatamente affondata, né dovranno essere arrecati danni agli scafi, alle macchine o alle attrezzature di bordo e nessun aereo dovrà essere volontariamente distrutto o danneggiato.

L'Alto Comando Tedesco provvederà attraverso i propri Comandanti, ad assicurare che venga prontamente eseguito ogni ulteriore ordine impartito dal Comando Supremo delle Forze di Spedizione Alleate e dall'Alto Comando Sovietico.

Questo atto di resa militare potrà essere integrato da successive condizioni di resa globale da imporre alla Germania per conto delle Nazioni Unite.

Nel caso in cui l'Alto Comando Tedesco od ogni altra forza militare sotto il suo controllo non ottemperi a quanto stabilito da questo Atto di Resa, il Comando Supremo delle Forze di Spedizione Alleate e l'Alto Comando Sovietico adotteranno i provvedimenti che riterranno più opportuni.

Firmato a REIMS, in Francia, alle ore 02:41 del 7 Maggio 1945

In rappresentanza dell'Alto Comando Tedesco: Alfred JODL

ALLA PRESENZA DI:

In rappresentanza del Comando Supremo Alleato: Walter Bedell SMITH

In rappresentanza dell'Alto Comando Sovietico: Ivan SOUSLOPAROV

In qualità di Testimone: François SEVEZ (Generale dell'Esercito Francese)
 

 



 
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Omaggio a Firenze e al suo popolo

2 Mai 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944

immagini di Firenze nell'agosto del 1944

Articolo di Piero Calamandrei pubblicato sul «Corriere di Informazione» di Milano del 12 agosto 1945

LA BATTAGLIA IN CITTÀ

Forse l'Italia del Nord non ha saputo interamente che cosa avvenne a Firenze un anno fa: una battaglia.

Per esser esatti, di battaglie a Firenze ve ne furono due, una dentro l'altra; una strategica, per Firenze, che fu combattuta a distanza, tra le artiglierie alleate schierate a semicerchio sui colli a sud dell'Arno contro quelle tedesche schierate sul semicerchio contrapposto delle colline di Fiesole; l'altra tattica, dentro Firenze, che fu combattuta ad armi corte per le vie e per le piazze della città, tra i nazifascisti e il popolo insorto.

Il piano degli alleati, che fecero quanto era in loro per rispettare la città ed evitarle di diventare un terreno di scontro, era preordinato, a quanto si poté giudicare dal suo svolgimento, a liberarla per manovra: gli eserciti liberatori dovevano sostare a sud della città senza entrarvi, e il passaggio in forza dell'Arno doveva avvenire a monte e a valle di essa, in modo che i tedeschi fossero costretti a ritirarsi verso i monti, senza poter combattere in pianura. Ma i tedeschi e i fascisti avevano un altro piano:trasformare la città. colle sue torri ed i suoi marmi in campo trincerato; barricarsi nelle rovine dei suoi palazzi; attirar l'uragano delle granate sulla parte più preziosa dei suoi monumenti, per lasciarli ridurrre in macerie e rigettar poi sugli alleati l'onta di questo misfatto.

Ad attuare questo programma, la cui preparazione fu tenuta celata fino all'ultimo sotto la truffa della «città aperta», i tedeschi trovarono zelante complicità nella «vecchia guardia» del fascismo repubblicano locale, rincuorato dalla presenza di un degno capo, sceso in persona dal Nord a dare le ultime disposizioni: parlo di Alessandro Pavolini, che la storia ricorderà soltanto per il freddo impegno con cui, in quel luglio del 1944, seppe premeditare l'assassinio della città dove era nato, e predisporre la distruzione di quei ponti di cui egli, dalle finestre del suntuoso albergo ove s'era insediato col suo stato maggiore, poteva, da raffinato conoscitore d'arte qual si vantava di essere, apprezzare la incomparabile leggiadria. Costui, nel suo operoso soggiorno a Firenze, rubò cinque milioni alla Prefettura per distribuirli tra le bande dei suoi manigoldi coll'ordine di rimanere in città come «franchi tiratori» e fare strage alla spicciolata, dai tetti e dalle finestre, di donne e di bambini. E poi, tutto avendo disposto per il meglio, se ne tornò al Nord, dove il governo della repubblica aveva bisogno di lui.

Il 30 luglio il comando tedesco ordinò l'immediato sgombero di due larghe strisce cittadine ai lati dell'Arno: centocinquantamila persone si trovarono da un'ora all'altra senza tetto, sapendo che le loro case e i loro negozi erano abbandonati al saccheggio. Nella notte tra il 3 e il 4 i ponti minati saltarono: per amabilità di Hitler fu risparmiato il Ponte Vecchio, ma, per bloccarne il passaggio di qua e di là, furono fatti saltare in sua vece i due rioni che vi davano accesso, Por Santa Maria, via dei Bardi, Borgo Sant'Jacopo, via Guicciardini e le più antiche e care torri della Firenze di Dante. Così, segnata da questa linea di incendi e di esplosioni, cominciò il 4 di agosto, entro l'anello dei cannoni che si rispondevano dai colli, la battaglia ravvicinata della città.

Per una settimana, le slabbrate spallette dell'Arno segnarono la prima linea: alle mitragliatrici e ai mortai tedeschi, appostati sulla riva destra, pattuglie di cittadini dalla sinistra rispondevano a fucilate. Ma da spalletta a spalletta passavano, in difetto dei ponti crollati, misteriose vie di collegamento: come fantasmi di fango le staffette sbucavano dalle fogne, e attraverso le macerie minate che ostruivano il Ponte Vecchio un segreto filo telefonico, riallacciato sotto le granate, permetteva al Comitato di Liberazione di mantenere l'unità del governo. Così parve segnata la sorte di Firenze, tagliata in due dalla battaglia; mentre a sud dell'Arno i partigiani spergevano di casa in casa i «tiratori» fascisti, e migliaia di senzatetto, ricchi e poveri tutti uguali, bivaccavano fraternamente nei saloni dorati di Palazzo Pitti, e la delegazione d'Oltrarno del Comitato di Liberazione già era in contatto coi primi reparti alleati entrati da Porta Romana, la parte a nord dell'Arno, la più popolosa e la più cospicua, era ancora in balia dei tedeschi; e pareva che tentar di espugnarla in forze volesse dire distruggerla. Furono queste, dal 4 all'11 agosto; le terribili giornate in cui i cuori di tutto il mondo tremarono all'idea che di Firenze non dovesse più rimanere che il disperato ricordo.

Ma qui avvenne il miracolo. Alle 6,15 dell'1 agosto, nell'ansioso silenzio mattutino, i fiorentini già liberi d'Oltramo udirono all'improvviso, al di là del fiume, il martellar delle campane che chiamavano all'armi la parte non ancora liberata: e il filo clandestino annunciò laconicamente che il Comando cittadino, per finir di liberare la città, aveva ordinato l'insurrezione.

Si vide allora, al richiamo della vecchia Martinella, il popolo fiorentino, coi ponti rotti alle spalle, far fronte al nemico. Contro le mitragliatrici piazzate dietro gli alberi dei viali, contro i carri «Tigre» in agguato alle barriere, si spiegò come per magia un esiguo velo di giovinetti febbricitanti e di vecchi canuti, armati soltanto della loro furia. Da un'ora all'altra, quel velo diventò una linea, si organizzò, si consolidò; prese sotto la sua protezione il centro della città; non si limitò alla resistenza, ma osò l'avanzata: e ogni giorno entravano dentro quel cerchio nuove vie e nuove piazze liberate.

Così per quasi un mese, per tutto agosto, il fronte di combattimento si confuse coi nomi favolosi dei giardini e delle passeggiate della nostra infanzia: le Cascine, il Parterre, il Campo di Marte. La pacifica topografia cittadina entrava stranamente nei bollettini di guerra: «piazza san Marco sorpassata»; «via santa Caterina raggiunta»; «contrattacco in piazza Donatello». Ragazzi ed anziani erano attratti da quella linea affascinante. Oggi i genitori e le vedove lo raccontano colle lagrime agli occhi: «Non si reggeva più: volle scendere nella strada disarmato. Disse: 'Bisogna che vada anch'io sul Mugnone a ammazzare un tedesco'. E non tornò». Uscivano ansiosi e inebriati, come se fossero attesi a un appuntamento d'amore: con un vecchio fucile da caccia o con una pistola arrugginita, a battersi contro i mortai e contro i carri armati; e non tornarono. Anche le giovinette uscivano, portando ordini di guerra sotto i loro camici di crocerossine: Anna Maria Enriques, Tina Lorenzoni; e non tornarono. E quel sangue sul marciapiede segnava l'estremo punto al quale era stato portato per quel giorno il confine tra la libertà e la vergogna.

Ma dietro quella linea, nella città liberata, ferveva il lavoro. Ogni tanto una donna scarmigliata, nel traversare correndo la via con un fiasco d'acqua, cadeva, fulminata, sul selciato: allora c'era la battuta sui tetti per scovare la belva dietro il comignolo; e poi, sulla piazza, la giustizia sommaria contro il muro. Non c'erano più lettighe né bare: i morti si seppellivano alla rinfusa, nelle grandi fosse del giardino dei Semplici, tra le aiuole in fiore. E intanto le magistrature popolari già sedevano ai loro posti nei palazzi dei padri; e quando un colpo arrivava a scheggiare quelle antiche pietre, guardavano un istante dalle grandi finestre: «Niente di nuovo: cupole e torri sono sempre in piedi». E la seduta continuava.

Questa fu la battaglia di Firenze, durata tre settimane: dal 4 all'11 agosto attraverso le spallette dell' Arno, dall'11 agosto alla fìne del mese sulla linea di avanzata nei quartieri e nei sobborghi a nord della città. Il bilancio si riassume in pochi dati: un grande squarcio nel cuore della città, una immensa cicatrice che sfigurerà nei secoli il suo volto: centoquaranta partigiani morti in combattimento nelle sue strade e molte centinaia di essi feriti: e quasi ottocento cittadini inermi, in gran parte donne e fanciulli, caduti sotto le granate tedesche o sotto il tiro a segno degli assassini. Ma alla fine di agosto questa città, che nel piano nemico avrebbe dovuto diventare la desolata terra di nessuno, era tornata per intero la terra gelosamente diletta dei fiorentini, sfregiata e sanguinante, ma riscattata per sacrificio di popolo: i tedeschi erano in ritirata verso gli Appennini, e i tiratori erano stati snidati e giustiziati ad uno ad uno, nella armoniosa serenità di queste piazze, come cani arrabbiati.

Questa fu la battaglia di Firenze che segnò una tappa decisiva, e forse un esempio unico, nella nostra guerra di liberazione e nel nostro ritorno alla coscienza civile europea: una battaglia a corpo a corpo durata quasi un mese per le vie di una città, combattuta dal popolo insorto e comandata da un governo insurrezionale di magistrature cittadine, che gli alleati, quando giunsero, lasciarono con rispetto ai posti di comando saggiamente tenuti. Qui la guerra non fu il passaggio di una ventata, qui i tedeschi non erano ancora in disfacimento: e i partigiani dovettero ricacciarli combattendo ferocemente ad armi impari per disinfettare la città, metro per metro, da quella pestilenza che vi si era annidata da vent'anni.

Libertà non donata, ma riconquistata a duro prezzo di rovine, di torture, di sangue. Credo che il grande amore per questa mia città rinnovata dal dolore non mi faccia velo, quando penso che la data dell'11 agosto appartiene non alla storia di Firenze, ma a quella d'Italia.

Bibliografia:

Piero Calamandrei – “Uomini e città della Resistenza” – Ed. Laterza Bari 1955

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25 aprile a Lissone

30 Avril 2016 , Rédigé par anpi-lissone

oratore ufficiale dell'ANPI: prof. Giovanni Missaglia

oratore ufficiale dell'ANPI: prof. Giovanni Missaglia

discorso pronunciato dal prof. Giovanni Missaglia, docente di Storia e Filosofia, vicepresidente dell’ANPI di Lissone

alcuni momenti della celebrazione della festa della Liberazione a Lissone (foto di Luigi Sala)
alcuni momenti della celebrazione della festa della Liberazione a Lissone (foto di Luigi Sala)
alcuni momenti della celebrazione della festa della Liberazione a Lissone (foto di Luigi Sala)
alcuni momenti della celebrazione della festa della Liberazione a Lissone (foto di Luigi Sala)

alcuni momenti della celebrazione della festa della Liberazione a Lissone (foto di Luigi Sala)

Germana e Gabriele: anche loro sono con noi

Germana e Gabriele: anche loro sono con noi

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IL PREZZO della LIBERTÀ

28 Avril 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #attività 2016

il maestro Maurizio Padovanil maestro Maurizio Padovan

il maestro Maurizio Padovan

locandina dell'evento
locandina dell'evento

Si sono vissuti momenti di intensa commozione durante il Concerto Multimediale, che si è svolto

Giovedì 21 aprile 2016 in BIBLIOTECA CIVICA di LISSONE, dal titolo

IL PREZZO DELLA LIBERTÀ

Musica, Resistenza e violinisti partigiani.

É stato un incontro per ricordare la storia della Liberazione attraverso l’insolito sguardo della musica. Esecuzioni musicali, racconti, immagini e filmati hanno rivelato curiosi aspetti della canzone antifascista e commoventi storie di violini e di violinisti partigiani.

A cura dell’Associazione Culturale Accademia Viscontea

Violinista/relatore: Maurizio Padovan

momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore

momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore

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Lissone-prigionieri-II-guerra-mondiale

26 Avril 2016 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

frontespizio del fascicolo
frontespizio del fascicolo

Dagli archivi comunali: nominativi dei 670 lissonesi che sono stati prigionieri durante la seconda guerra mondiale, sia degli Alleati, prima dell'8 settembre 1943, che dei tedeschi.

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É morto un partigiano: Gabriele Cavenago ci ha lasciati

16 Avril 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Lissone, 16 aprile 2015

Gabriele Cavenago, presidente onorario della nostra Sezione ANPI di Lissone, è mancato questa mattina.

Con lui scompare un altro protagonista della guerra di liberazione dal nazifascismo.

Fronte francese, poi in Russia, sul Don, e dopo l’8 settembre 1943, partigiano, membro della 105.ma Brigata SAP della Divisione “Fiume ADDA”.

Nel 1942 è artigliere dell’ARMIR, l’Armata Italiana in Russia. Reduce, dopo l’8 settembre 1943 entra nelle fila della Resistenza armata operante nel Vimercatese come membro delle SAP (Squadre di Azione Patriottica): il 24 aprile 1945, ad un posto di blocco organizzato dai partigiani, viene ferito ad un braccio, fortunatamente senza gravi conseguenze, da un nazista appartenente ad una colonna tedesca in fuga da Monza.

Gabriele mi aveva raccontato la sua storia che qui si può leggere.

 


Nato a Caponago il 4 marzo 1920, da 65 anni risiedeva a Lissone.

Dal racconto di Gabriele Cavenago

«Presto servizio militare ad Acqui Terme dal 10 marzo 1940, artigliere con mansione di tiratore. Dopo un breve periodo di istruzione, inizio a sparare con i cannoni in un poligono di tiro. 

Il fronte francese
A metà maggio 1940, raggiungo l’Argentera, al confine francese, prima in treno fino a Cuneo, poi in colonna a piedi. Ai piedi della montagna vengono preparate le piazzole per posizionare i cannoni, obici da 149-13, in grado di bombardare il territorio francese, superando la cima della montagna.

  

Ai primi di Giugno 1940, in seguito ad un nuovo ordine, si cambia località: Colle della Maddalena, a 2000 metri, dove si montano le tende e si posizionano i cannoni. 10 giugno: l’Italia è in guerra; con i cannoni si spara verso il territorio francese per due giorni, quasi ininterrottamente, sotto una tormenta di neve.

   

fronte e retro della medaglia del “Gruppo Obici” e della “Battaglia delle Alpi”

Firmato l’armistizio tra Francia e Italia, parto per una breve licenza: ritorno poi ad Acqui Terme dove rimango fino agli inizi del 1942, allorquando arriva l’ordine di iniziare i preparativi in vista di nuova destinazione: il fronte russo.

 

Il fronte russo
 

spilla dei partecipanti all’ARMIR

A giugno 1942 partenza: trenta giorni di viaggio in treno che trasporta anche camion, trattori e cannoni, destinazione Minsk, da dove in colonna proseguo verso il Don. Lungo il percorso di trasferimento, nei pressi di Stalino, incontro mio fratello che si trovava in Russia già da alcuni mesi.
 

Il Don e la linea del fronte

Arrivo sul fronte del Don il 14 agosto 1942. In un’ansa del fiume si iniziano i lavori per la costruzione di camminamenti, rifugi, postazioni di tiro per i cannoni. La posizione è quella riservata alla Divisione Corseria.

Fine di ottobre-inizio novembre 1942: il freddo della steppa comincia a farsi sentire. Nei rifugi sotterranei si può trovare un po’ di conforto, ma i combattimenti avvengono principalmente nelle ore notturne. Si spara sui movimenti dei russi sotto la neve che cade abbondantemente.

   
Le munizioni stanno finendo. Primi di dicembre 1942: non arriva più alcun rifornimento.

Come potevano credere alla vittoria fascista i soldati sul Don che, nell’inverno 1942, ricevevano “le mele del duce” come dimostrazione dell’interesse della patria, quando mancavano di calzature, olio anticongelante e rancio adeguati al clima russo, per non parlare degli armamenti?

Si spera in un intervento dei carriarmati tedeschi, ma invano. I trattori non partono per il gelo e i russi si avvicinano. 11 dicembre 1942: accerchiati. Appena si vede uno spiraglio inizia la ritirata: per un po’ veniamo inseguiti dai carrarmati russi. Si raggiunge Karkov. Mentre troviamo un po’ di riparo in un capannone, durante una breve sosta per riposare, sopraggiungono i carrarmati russi. Riesco a salire su un camion della prima batteria del mio gruppo, ma dopo qualche ora rimaniamo senza benzina; si continua la ritirata a piedi.

Di notte cerchiamo rifugio nelle isbe: al caldo, tra vecchi, donne e bambini piccoli, possiamo riposare sul pavimento di legno dopo aver bevuto un po’ di brodaglia che ci veniva offerta. Procediamo verso Ponte del Donez dove convergevano i vari reparti: mancano all’appello 15 soldati della mia batteria: sono stati fatti prigionieri. Sempre a piedi, giungiamo il 24 dicembre a Varocscilov Grad, dove, in un cinema, trascorriamo il Natale mangiando un po’ di pasta. All’indomani si riprende la marcia: percorriamo dai 20 ai 25 chilometri al giorno. Riusciamo a salire su un treno scoperto che ci trasporta per una settimana in mezzo a bufere di neve. Per il freddo mi si stava congelando il naso: il mio tenente me lo strofina massaggiandolo con neve mista ad antigelo.

Alla metà di aprile 1943 arriviamo a Minsk; dopo una doccia e la bollitura degli indumenti per eliminare i pidocchi, si riparte a piedi in direzione Kiev dove giungiamo alla fine di aprile. Ci sistemiamo in alcune case e riusciamo ad alimentarci e a riprendere un po’ di forze.

Ai primi di maggio arrivano gli ordini di rientrare in Italia: essendo artigliere corro il rischio di finire in Germania per un corso di addestramento alla contraerea. Ai primi di giugno, dalla stazione di Kiev, si parte invece tutti per l’Italia. Appena il treno incomincia a muoversi, un aeroplano russo ci sorvola lanciando una bomba che cade fortunatamente ad una cinquantina di metri dal treno: bel saluto di addio! Si raggiunge Vienna e, attraverso il Brennero, arriviamo a Vipiteno dove siamo sottoposti a disinfezione e al cambio di indumenti. Si riparte poi per Pisa dove si rimane per 20 giorni in contumacia. Ritorno poi in caserma ad Acqui Terme: siamo ai primi di luglio 1943. Faccio lavori come muratore presso un acquedotto in attesa della licenza di 20 giorni come reduce dalla Russia. Prima di tornare al paese passo da Peschiera per incontrare mio fratello che non rivedevo dopo il breve incontro in terra di Russia.

Alla metà di agosto, al rientro dalla licenza, con cannoni e trattori nuovi, parto da Acqui Terme verso Firenze e raggiungiamo Asciano; era l’8 settembre 1943

8 settembre 1943

Ascoltiamo l’annuncio dell’armistizio. Il giorno 10 settembre nascondiamo i trattori e i cannoni in un avvallamento ed eseguiamo l’ordine del capitano “tutti liberi si ritorna a casa”. A piedi camminando lungo la ferrovia raggiungiamo la stazione di Firenze, da dove con il primo treno riesco a partire per Milano. Il capotreno ci avverte di scendere prima di arrivare in stazione Centrale per evitare di essere catturati dai tedeschi.

In prossimità di Lambrate salto dal treno e poi salgo su un tram, nascondendomi sotto i sedili dietro le gonne di alcune donne.

L’11 settembre arrivo a casa, a Caponago, che allora contava circa 3.000 abitanti. Ero uno “sbandato”. Dopo qualche giorno vengo avvicinato da un anziano antifascista del paese: decido di passare tra le fila dei partigiani, scelta condivisa da mio fratello e da un amico.

In Brianza dopo l’8 settembre non regnò la rassegnazione assoluta verso ciò che stava accadendo. Ci furono persone che cercarono di riconoscersi nella volontà di opporsi alla nuova realtà e tentarono di organizzarsi per agire.

membro delle SAP (Squadre di Azione Patriottica)

Le SAP erano concepite come piccoli gruppi di uomini che vivevano generalmente nelle loro cittadine, svolgendo, in alcuni casi, il proprio lavoro e che venivano chiamate clandestinamente a svolgere azioni di propaganda, come volantinaggi notturni e distribuzione di stampa antifascista, atti di sabotaggio, fino ad azioni di recupero di armi sottratte a militi colti in solitudine e ad azioni più complesse, terminate le quali il sappista tornava ad inserirsi nel tessuto di sempre.
“Le brigate Sap avevano reso possibile la crescita e l'impiego, quand'anche in forme diverse, di miglaia di nuovi combattenti, i migliori dei quali avevano anche affiancato e rinsanguato con forze fresche e collaudate quella gappiste continuamente falcidiate dalla repressione; avevano trasformato la guerriglia urbana, sostenuta inizialmente soltanto dai Gap, in lotta armata di massa e, come le Sap delle campagne, le cosidette Sap foranee, avevano spezzato l'isolamento che circondava la lotta armata sui monti, così le Sap cittadine hanno spezzato l'isolamento che minacciava le lotte operaie nelle fabbriche e la lotta dei Gap nelle strade.

La minore incisività della maggior parte degli interventi sappisti, rappresentati per lo più da azioni di propaganda, volantinaggi o disarmi era stata compensata dal numero complessivo delle azioni che grazie ad un impiego di massa delle forze erano progressivamente aumentate nel tempo e si erano sempre più estese sul territorio.

Diversamente dal gappista senza volto, il cui agire era sempre fulmineo, cruento e tanto più eclatante quanto invisibile, il sappista era stato il più delle volte necessariamente e deliberatamente ben visibile dimostrando con la sua presenza fisica, in carne e ossa, l'inoppugnabile esistenza e l'estensione del movimento partigiano. Negli interventi contro la trebbiatura del grano destinato all'ammasso, nella protezione delle manifestazioni di protesta delle donne o degli scioperi dellle mondine, nelle decine di comizi volanti nelle fabbriche o nei cinema, il sappista era comparso tra le masse per attirare l'attenzione e la sua presenza e la sua parola avevano infuso speranza e suscitato entusiasmi indispensabili ad alimentare il clima insurrezionale.

Le Sap, scriverà Luigi Longo, sono state «il tentativo - in gran parte riuscito - di giungere a mobilitare, via via, in modo organico, la maggior parte della popolazione» e, crediamo si possa aggiungere, sono state, per la concezione e la portata del fenomeno, uno strumento di lotta originale e forse unico nella Resistenza europea nonché il fattore decisivo e insostituibile nella preparazione e nell'affermazione dell'insurrezione nel capoluogo lombardo”.

(da “Due inverni, un'estate e la rossa primavera. Le Brigate Garibaldi a Milano e provincia. 1943-1945” di Luigi Borgomaneri){C}
 

  

Ricevevo gli ordini da Emilio Diligenti. Ero inquadrato nella Divisione “Fiume ADDA”, 105.ma Brigata SAP.

 

Tra i primi incarichi che mi sono affidati è l’affissione di manifesti e didtribuzione di volantini che incitano la popolazione a ribellarsi all’occupazione nazista e a disubbidire agli ordini della Repubblica Sociale Italiana.
“Questo metodo di comunicare coi volantini, risultava un modo di opposizione al nemico che incoraggiava moralmente la gente, portandola lentamente a simpatizzare ed avere fiducia negli uomini della Resistenza. Si creava una coscienza nella gente ed uno stimolo a partecipare al cambiamento”. Si passa poi ad azioni di sabotaggio di linee telefoniche utilizzate dai tedeschi.
Per rifornire i gruppi di partigiani sui monti servono anche armi e munizioni. Ne recuperiamo alcune abbandonate nelle caserme, poi con azioni di gruppo, tentiamo degli attacchi contro camion tedeschi in transito sull’autostrada. La stalla di mio padre si trovava a circa 200 metri dall’autostrada Milano Bergamo. Ci rifugiavamo poi nei boschi della pianura.

Per i partigiani di pianura le attività iniziali sono in gran parte ancora in funzione della montagna. Si recuperano armi, viveri, indumenti da inviare alle formazioni, si fa opera di convinzione e si procurano aiuti a chi vuole raggiungerle, si organizza il sostegno politico e morale. Le armi venivano nascoste, in un primo tempo nel fienile, poi venivano distribuite alle altre squadre partigiane. Un’azione di blocco di un’auto che trasportava un ufficiale tedesco fallisce; ci riusciranno altri partigiani nei pressi di Trezzo d’Adda.

Il 24 aprile 1945 organizziamo un nuovo posto di blocco; cerchiamo di fermare una colonna di nazisti in fuga da Monza. Armato di una pistola, affronto un tedesco che sparando mi ferisce al braccio; nell’azione, anche il comandante della nostra squadra rimane ferito. Raccolgo la pistola che mi era caduta e con l’aiuto di mio fratello trovo riparo in un cascinale, mentre la ferita continua a sanguinare. I miei compagni chiedono l’intervento di un medico di Pessano, che era amico dei partigiani, che presta le prime cure a me e al mio comandate. Entrambi siamo stati fortunati; niente di grave: dalla successiva radiografia l’osso del mio avambraccio risulterà intatto.

La colonna dei tedeschi in fuga verrà poi fermata dai partigiani nei pressi di Verderio.

 

Bruno Trentin  nel suo “Diario di guerra” ha scritto:

“La guerra in pianura, in campagna, era la scelta più pericolosa; non c’era il «fronte» ma una guerra selvaggia condotta da giovani, senza retroterra dove rifugiarsi. Era una guerra dalla quale, una volta cominciata, non si poteva tirarsi indietro. Si è scritto poco su questo versante della guerra partigiana che è la guerra in pianura, il più esposto, il più indifeso e, nello stesso tempo, impensabile senza il sostegno delle popolazioni contadine.

In pianura è stato necessario prendere le armi al nemico o organizzare dei lanci di paracadute (da parte degli Alleati) all’aperto, in piena campagna; a pochi chilometri dalle postazioni tedesche o fasciste. …

La Resistenza armata, senza un sostegno diffuso della popolazione, anche in un lontano borgo agricolo, non avrebbe potuto sopravvivere. Hanno concorso a questo processo le pessime condizioni di vita di una popolazione stremata dall’economia di guerra. E certamente ha pesato la sconfitta di una guerra, lo smantellamento dell’esercito come è accaduto all’8 settembre, e l’alternativa che si pose a molti giovani che rifiutavano l’ingresso nelle bande della Repubblica di Salò, di nascondersi o di combattere. …

Vent’anni di oppressione fascista sboccarono non in episodiche rivolte ma nel più grande movimento armato di massa dell’Europa occidentale. …

La scelta di libertà e di democrazia da parte di una generazione che non l’aveva mai conosciuta”.

 A causa della ferita, non avevo potuto partecipare alla festa della Liberazione e mi era dispiaciuto, tuttavia l’aria che si respirava era quella di un Paese che voleva al più presto riguadagnare il tempo perduto dopo le tragedie del fascismo. In quei momenti di gioia per la fine della guerra e della Liberazione, si sperava in un mondo diverso, in un mondo di pace, di giustizia sociale e di lavoro».

 


 


  
nel 40mo anniversario della Liberazione, il Sindaco di Caponago premia Gabriele Cavenago


In occasione del 64° anniversario della Liberazione, nel pomeriggio di Sabato 18 aprile 2009, presso la Biblioteca civica, si è svolto un importante appuntamento alla presenza due partigiani, il lissonese Gabriele Cavenago ed Egeo Mantovani, attuale presidente onorario dell’ANPI di Monza e Brianza.

Prima della proiezione del documentario sulla storia della Resistenza italiana, Nicoletta Lissoni ha letto, con un sottofondo di musiche di Johan Sebastian Bach, due lettere di condannati a morte durante la guerra di Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista.

A Gabriele Cavenago, che è anche presidente onorario dell’ANPI di Lissone, è stata consegnata una pergamena a ricordo del suo impegno di giovane partigiano, membro delle Squadre di Azione Patriottica.


Per questa occasione, Gabriele Cavenago ha donato all’ANPI di Lissone una bandiera storica del 1945, quando a Lissone si era costituita la sezione dell’ANPI.

 

 

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L’ANPI di Lissone a Sestri Levante

10 Avril 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

L’ANPI di Lissone a Sestri Levante

Sabato 9 aprile 2016, una delegazione dell’ANPI di Lissone ha partecipato a Sestri Levante alle cerimonie per ricordare coloro che persero la vita in combattimento o vennero uccisi dai nazifascisti nell’entroterra ligure, tra cui il lissonese Arturo Arosio.

L’ANPI di Lissone a Sestri Levante

L’intervento di Renato Pellizzoni, presidente dell’ANPI di Lissone

l’assenza che ci unisce” così sta inciso sulla piasta di pietra di Lavagna che l’ANPI di Sestri ha donato a noi, Sezione dell’ANPI di Lissone, lo scorso anno quando una delegazione dell’ANPI di Sestri è venuta a Lissone per l’inaugurazione di una piazza dedicata al partigiano Arturo Arosio.

É anche grazie a voi che siamo riusciti a far dedicare un luogo della nostra città ad Arturo Arosio, uno dei giovani fucilati a Fossa Lupara. E, in occasione del 70° anniversario della Liberazione, l’Amministrazione comunale della nostra città ha intitolato uno spazio verde “Parco della Resistenza” vicino al Largo Arturo Arosio.

Ed oggi c’é un’altra “assenza che ci unisce”: quella di Lucifero, Daniele Massa.

Purtroppo abbiamo appreso della sua scomparsa, solamente dopo i suoi funerali. Per questo, a nome di tutti i cittadini lissonesi iscritti all’ANPI, porgiamo le nostre più sentite condoglianze ai suoi familiari.

Risale all’autunno del 2007, la mia conoscenza con Lucifero. Per la prima volta ci eravamo parlati per telefono quando avevo iniziato delle ricerche sui cittadini lissonesi caduti durante la guerra di Liberazione. Quindici furono i nostri concittadini che persero la vita per mano dei nazifascisti: otto vennero fucilati e sette non tornarono dai lager nazisti.

Fu allora che Lucifero mi invitò a partecipare alle cerimonie per ricordare coloro che persero la vita in combattimento o vennero uccisi dai nazifascisti nell’entroterra ligure. E così dalla primavera del 2008, ogni anno, membri dell’ANPI di Lissone sono stati presenti qui a Santa Margherita di Fossa Lupara.

E nel 2011, in occasione del suo compleanno, avevamo nominato Daniele Massa membro onorario della nostra Sezione.

Con la scomparsa di Lucifero viene a mancare un altro testimone diretto e un protagonista di quei giorni in cui uomini e donne, con il loro impegno e con il loro sacrificio, hanno riscattato la dignità del nostro Paese, contribuendo alla sua liberazione dal fascismo, un regime che lo aveva oppresso per più di vent’anni.

Ha scritto. il partigiano Enzo Biagi, nome di battaglia “il Giornalista”, nel suo libro “I quattordici mesi”:

«Il 25 aprile 1945 l’Italia era finalmente libera dall’occupazione nazista e dal fascismo: Quando ripenso a quel periodo, provo l'orgoglio di chi si sente di essere stato dalla parte giusta».

Ricordando Daniele Massa, desideriamo essere riconoscenti a tutti coloro che in vari modi hanno partecipato alla Resistenza.

Io sono nato quando è entrata in vigore la Costituzione della Repubblica italiana, in un Paese libero e democratico: libertà e democrazia che i miei genitori, la cosiddetta "generazione del Littorio", avevano dovuto conquistare faticosamente.

Non ho vissuto gli orrori della seconda guerra mondiale, una guerra inutile e sciagurata in cui l’Italia era stata trascinata dal regime dittatoriale fascista, che aveva fatto della guerra un dato fondamentale della propria azione politica e dell'educazione dei giovani.

Come viene anche affermato nel documento del prossimo congresso nazionale della nostra associazione, “la memoria” non può che restare ed essere il primo compito dell’ANPI, quello più tradizionale e consono alle sue stesse finalità.

É questo il compito che tocca a noi ed è per questo che oggi siamo venuti qui a Sestri, è questo il significato della nostra presenza.

Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
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Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016

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