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dedicata ai

 15 Lissonesi morti per la libertà

 

Che cosa ci offri, o Storia,

dalle tue gialle pagine?

Noi eravamo gente oscura,

uomini delle fabbriche e degli uffici.

Eravamo contadini con addosso

puzza di cipolla e di sudore

e sotto i baffi spioventi

imprecavamo contro la vita.

Ci sarà almeno riconosciuto

d’averti saziata d’eventi

e abbeverata con abbondanza

nel sangue di migliaia di morti?

Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,

le nostre immagini mai giungeranno

sino ai tuoi massicci volumi

accumulati nei secoli.

Ma tu almeno racconta con parole semplici

alle genti di domani,

destinate a darci il cambio,

che valorosamente abbiamo lottato. 

Nicola Vapzarov  (poeta bulgaro, membro della Resistenza contro l’occupazione nazista del suo Paese,  fucilato all’età di 33 anni  il 23 luglio del 1942)

 

dopo l'Unità d'Italia

«L’ignoranza è la peggiore e la massima delle povertà»

Giovanni Nota, regio commissario del Comune di Lissone negli anni 1908-1909, davanti al ricostituito Consiglio comunale. 

 

Articoli riguardanti Lissone nel periodo dal 1861 all’avvento del fascismo, pubblicati in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

 

Sindaci di Lissone dall’Unità d’Italia ad oggi

 

La popolazione nel 1861

 

La situazione delle scuole lissonesi, dai primi anni del novecento all’avvento del fascismo

 

La stazione ferroviaria

 

La Società di mutuo soccorso fra operai e agricoltori

 

La Scuola di disegno e intaglio

 

Il primo sciopero di lissonesi dall’Unità d’Italia

 

Il sistema del lavoro a domicilio

 

Il tram passa da Lissone

 

Le abitazioni nella seconda metà dell'Ottocento

 

Le condizioni materiali di vita dei lissonesi nella seconda metà dell'Ottocento

 

I nuovi servizi pubblici 

 

Lissone, L'Adalgisa e "la stansa de Lissòn"

 

L'antico Comune di Cassina Aliprandi annesso nel 1869 a Lissone

 

 

L'ITALIA alla fine del XIX secolo

 

«Tutt'altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa miserabile all'interno ed umiliata all'estero». Giuseppe Garibaldi (1880)

 

La funzione della scuola dopo l'unità 

 

La Politica e l'emigrazione dopo l'unità 

 

Dall'unità d'Italia al nuovo secolo

 

Il decollo industriale e le trasformazioni sociali 

 

L'Italia (poco) unita dell'industria

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Vogliamo "dare un futuro alla memoria", nella consapevolezza che la memoria è conoscenza e che la conoscenza è libertà e che solo nella conoscenza l'uomo può trovare le ragioni e le condizioni per qualsiasi scelta della sua vita, se vuole che possa essere veramente libera, senza condizionamenti.

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Il sito vuol essere un luogo ideale per ricordare avvenimenti di storia del '900 del nostro Paese. Oltre a riportare le iniziative dell'ANPI - Sezione "Emilio Diligenti" di Lissone, sono altresì pubblicati episodi e racconti di vita di cittadini lissonesi che si opposero al regime fascista, alcuni dei quali furono fucilati dai nazifascisti o morirono nei lager tedeschi.

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Nel breve spazio di tempo che va dal marzo al giugno 1946, gli italiani furono chiamati alle urne due volte: la prima, per eleggere le amministrazioni comunali, la seconda, il 2 giugno 1946, per scegliere la forma istituzionale dello Stato, monarchia o repubblica, ed eleggere i componenti dell’Assemblea Costituente incaricata di redigere la nuova Costituzione.


Lissone 1946

 

A Lissone, il 3 maggio 1945, nella residenza comunale, il Comitato di Liberazione Nazionale insediò la nuova Giunta municipale, la cui composizione era stata decisa sin dalla riunione clandestina del 12 marzo. Per la scelta del sindaco i comunisti, superando la dura opposizione socialista, avevano comprensibilmente messo «il loro voto a disposizione dei democristiani, appellandosi alla situazione prefascista» e la scelta era caduta su Angelo Arosio, detto Genola. Vicesindaco fu nominato Giuseppe Crippa, comunista, e all'amministrazione andò Federico Costa, socialista. La Giunta fu completata da Mario Camnasio (Dc) all'annonaria, Emilio Colombo (Psi) ai lavori pubblici e Giulio Meroni (Pci) all'assistenza ai quali si aggiunse il ragionier Giulio Palma, rappresentante del Partito liberale, quale assessore supplente.

Giunta-di-Lissone-luglio-1945.jpg   

verbale-insediamento-amministrazione-comunale.jpg verbale-insediamento-amministrazione-comunale-pag2.jpg

Il Comitato di Liberazione Nazionale aprì una grande sottoscrizione per garantire l'assistenza ai più poveri; i fondi furono gestiti ed erogati da una speciale Commissione finanziaria che, oltre dell'assistenza si occupò anche di sostenere l'ospedale della Carità, il patronato scolastico, la scuola professionale di disegno, l'Associazione mutilati e invalidi di guerra e l'Associazione reduci e la Conferenza di San Vincenzo.

La guerra aveva avuto un costo umano ed economico di grandi proporzioni. Notevoli furono le spese sostenute dall'Amministrazione comunale lissonese durante il periodo dell’occupazione tedesca.

In campo internazionale, gli USA, una volta vinta la guerra, furono l'unica potenza in condizioni di prosperità di fronte ad un'Europa terribilmente impoverita e devastata. Perciò, con il preciso scopo di combattere l'influenza sovietica e mostrare agli europei il volto del loro possente capitalismo, gli americani programmarono notevoli aiuti ai paesi europei. Uno strumento importante sorto nel novembre 1943 a Washinghton con il fine di pianificare l'aiuto per la ricostruzione delle zone devastate dalla guerra, fu l'United Nation Relief and Rehabilitation Administration (UNRRA), formalmente sotto il controllo ONU, ma di fatto frutto dell'intervento economico degli USA. Furono messi a disposizione capitali, materiali e generi alimentari.

A Lissone il problema dell'assistenza aveva determinato la nascita nel dicembre del 1945 del Comitato comunale per l'assistenza post-bellica con lo scopo di favorire la distribuzione di vestiario e generi alimentari, mentre il 9 gennaio 1946 il comune fu incluso nel piano di distribuzione viveri e prodotti tessili del comitato provinciale UNRRA. A tal proposito nello stesso anno si formò il comitato comunale di assistenza UNRRA e nacquero contemporaneamente quattro centri di assistenza, ubicati presso la scuola materna comunale di via G. Marconi, l'asilo infantile Maria Bambina di via Origo, la mensa materna ONMI di via Fiume e lo spaccio comunale ECA di piazza Libertà.

aiuti-UNRRA.jpg

In definitiva nel luglio del 1946 erano assistiti tramite refezione gratuita e distribuzione di generi in natura circa 540 minori e 120 madri, anche se i bisognosi ammontavano in tutto a 900 persone. 

Le prime elezioni libere dopo la fine del regime fascista furono quelle amministrative che furono fissate per il 7 aprile 1946; 5.700 furono i Comuni italiani interessati dal voto.

Alla vigilia delle prime elezioni in cui anche le donne vennero chiamate ad esprimere il proprio parere, nessuna forza politica poté ignorare quale enorme importanza avrebbe assunto l’elettorato femminile, che, con 14.610.845 persone che acquisirono il diritto a recarsi per la prima volta in una cabina elettorale, costituiva circa il 53% del totale.

De Gasperi e Togliatti erano fondamentalmente concordi sull’estensione del suffragio, ma dovettero scontrarsi con la diffidenza che il provvedimento suscitò, per motivi diversi, all’interno dei loro partiti.

De Gasperi Nenni Togliatti

Nel PCI i dubbi circa i risultati delle urne erano legati al timore che le donne si lasciassero troppo influenzare dai loro parroci e dalla Chiesa.

Le perplessità democristiane erano invece legate alla possibilità che, con la nuova partecipazione alla vita politica, esse si allontanassero progressivamente dai valori tradizionali, incrinando così l’unità della famiglia.

Per Nenni e per i socialisti il voto femminile era sicuramente un fatto positivo, ma potenzialmente pericoloso. Il Partito Liberale, il Partito Repubblicano e il Partito d'Azione si mostrarono a volte indifferenti, a volte diffidenti verso il voto alle donne, per timore che risultasse un vantaggio per i partiti di massa.

In Brianza si affermò la Democrazia cristiana, che vinse in tutti i paesi ad eccezione di Albiate e Nova.

Nonostante le preoccupazioni della Questura di Milano, che temendo incidenti, inviò una circolare contenente le direttive per mantenere l'ordine pubblico, anche a Lissone la giornata elettorale trascorse «da parte della cittadinanza in una atmosfera di disciplina e compostezza e di esemplare senso civico».

torre Casa del popolo dopoguerra-comizio.jpg 1948 Comizio

A Lissone, i seggi elettorali erano insediati in piazza IV Novembre, alle scuole di via Aliprandi, alla cascina Santa Margherita. Verso sera, alle 18, l'altoparlante della casa del popolo comunicò i dati riassuntivi: la Dc prese il 58,45% (e 24 seggi), l'Unione dei partiti di sinistra il 36,7% (6 seggi), e infine gli indipendenti con soli 411 voti presero il 4% e nessun seggio in Consiglio comunale. Ma il dato più significativo fu l'affluenza alle urne, che raggiunse il 92% degli iscritti (gli aventi diritto al voto erano oltre 11.000).

Il 17 aprile 1946 si insediò quindi il nuovo Consiglio comunale, e dopo il doveroso ricordo dei caduti della liberazione in un clima di grande rispetto reciproco e di consapevolezza delle difficoltà del momento, la maggioranza, per voce di Bruno Muschiato (che lo presiedeva nella sua qualità di consigliere capolista), chiese «ai colleghi della minoranza [...] la loro collaborazione e specific[ò] che [era] intenzione di riserbare un posto di assessore effettivo al consigliere Federico Costa nella sua qualità di capo riconosciuto dalla minoranza stessa». Dopo il rifiuto del Costa, motivato dalla necessità «di poter svolgere liberamente il compito di controllo e di critica costruttiva che in regime veramente democratico sono indispensabili», Mario Camnasio fu eletto sindaco. 

1949 Lissone Amministrazione comunale 1  1949 Lissone Amministrazione comunale 2

 

Angelo-Arosio-Genola.jpg

«Il lavoro da compiere - sostenne il sindaco uscente Angelo Arosio - è oltremodo difficoltoso e non si può certamente sperare che una bacchetta magica lo possa immediatamente risolvere; il pareggio di bilancio, ad esempio, appariva ben distante da raggiungere. E nonostante si dovesse operare, secondo la Giunta, «più con la riduzione delle spese che con eccessivi inasprimenti di tributi locali o con l'assunzione di mutui, furono applicate dall'amministrazione comunale «la sovraimposta al 3° limite [e] tutte le altre imposte e tasse comunali [...] con le aliquote e nelle misure massime stabilite dalle vigenti disposizioni di legge in materia, e [...] pure sono state applicate le addizionali sulla imposta di famiglia e sulla imposta industria, arti, commercio e professioni». Malgrado gli sforzi e le nuove imposizioni il risultato fu tuttavia sconsolante, poiché «benché applicate al massimo le imposte non hanno seguito il vertiginoso aumento dei prezzi. Infatti [...] le entrate non potranno pareggiare le uscite».

In questa situazione la Giunta affrontò il problema degli alloggi nominando una apposita Commissione comunale, con «mansioni principalmente conciliative per la disciplina dell'importante servizio» e programmando sistemazioni anche precarie per le famiglie degli sfrattati. Inoltre, «constatata la necessità da parte della popolazione e particolarmente dei ceti meno abbienti, di disporre di generi alimentari non razionati di più largo consumo e prezzi equi», fu istituito l'Ente comunale di consumo e programmato un piano organico di opere pubbliche a «sollievo della disoccupazione, sempre più preoccupante in ogni categoria operaia», con il contributo dello Stato. 

2 giugno 1946 file ai seggi manifesto PCI per la repubblica

Il 2 giugno 1946 il corpo elettorale venne nuovamente chiamato alle urne. Gli elettori dovevano scegliere con un referendum tra la monarchia e la repubblica ed eleggere i loro rappresentanti all'assemblea costituente. Vittorio Emanuele III, in un ultimo disperato tentativo di salvare la monarchia aveva meno di un mese prima abdicato in favore di suo figlio, Umberto.

1946-9-maggio-abdicazione-Re-V-E-III.JPG 1946-2-giugno-Umberto-II-vota.JPG

1946-manifestanti-pro-Repubblica.JPG

Ma fu vana impresa e con 12.717.923 (il 54,2%) contro 10.719.284 (il 45,8%) l’Italia divenne una repubblica. Ufficializzata la votazione Umberto inizialmente chiese tempo, affermando che le preferenze per la Repubblica costituivano la maggioranza dei voti validi, ma non la maggioranza della totalità degli aventi diritto al voto.

1946-giugno-Corriere-Repubblica-a.JPG 1946-risultati-Referendum-per-regione.JPG

Furono giorni carichi di tensione, e circolarono voci di un possibile colpo di stato dell' esercito in appoggio al re. Tuttavia De Gasperi e gli altri ministri rimasero fermi al loro posto e infine il 13 giugno il «re di maggio», come venne poi soprannominato, prese la via dell'esilio.

1946-Torino-W-la-Repubblica.JPG 1946 re Umberto II lascia Quirinale

Enrico De Nicola, l'ultimo presidente della Camera prefascista, fu, quindici giorni più tardi, eletto capo provvisorio dello Stato.

Enrico De Nicola I presidente

A Lissone le elezioni si svolsero «in un clima di concordia e di consapevolezza dell'importanza e della gravità» del momento.

scheda elettorale monarchia repubblica   Lissone-referendum-2-giugno-1946.jpg

Anche il corpo elettorale cittadino votò in grande maggioranza per la Repubblica (76,2% contro il 23,8% per la Monarchia) e Federico Costa, il 17 giugno, alla prima adunanza del Consiglio comunale dopo il referendum, sottolineò con forza che «la superata crisi dei giorni scorsi per merito dei nostri dirigenti democratici e per la maturità politica di tutto il popolo dimostra quanto fosse retrograda e reazionaria la dinastia che resse i destini del nostro paese per tanti anni».

manifesto per Costituente giugno 1946 lavori Costituente

L'elezione per l'Assemblea Costituente dette inoltre per la prima volta una indicazione precisa della forza dei partiti. A livello nazionale la Dc emerse come primo partito con il 35,2%, seguito dai socialisti con il 20,7% e dal Pci con il 19%. I tre grandi partiti ebbero da soli quasi il 75 per cento dei voti, presentandosi come i dominatori della Costituente. A Lissone la percentuale ottenuta dai tre partiti fu addirittura maggiore, il 94,13%, e lo scrutinio non presentò particolari stravolgimenti rispetto a due mesi prima. La Dc tuttavia perse quattro punti percentuali, e con 5.577 voti ottenne il 54,2%; i socialisti con 3.086 voti ottennero il 29,99%, il Pci con 1.023 voti ebbe il 9,94%. Gli altri partiti si spartirono il 6% rimanente (Democrazia repubblicana ebbe 84 voti; i repubblicani 93; i comunisti internazionalisti 9; il Blocco libertà 41; l'Unione democratico liberale 199 e lo Schieramento nazionale 8. Da notare che nettamente inferiore al dato nazionale fu il risultato raggiunto a Lissone dal Fronte dell'Uomo qualunque, che con 169 voti ottennero un misero 1,64%).

l Unità W la Repubblica ministro Romita vittoria repubblica 

Ricominciava quindi definitivamente la vita democratica, era nata la Repubblica, e la classe dirigente lissonese si rendeva conto che anche dalla rappresentanza comunale «dipende[va] che questa istituzione di liberi cittadini prosperi e si rafforzi in un clima di democrazia, di giustizia, di moralità e di progresso sociale». La minoranza socialista, attraverso Federico Costa, offrì «all'uopo un sincero appoggio» alla Giunta democristiana «in tutte quelle deliberazioni che devono tradursi in un miglioramento delle condizioni del popolo», consci che in città «i problemi da risolvere [erano] numerosi e difficili» e che necessario era soprattutto un riordinamento della materia tributaria, in cui «occorre oculatezza e massima rigidezza, [e] bisogna gravare senza tema di ostilità quelle persone che molto hanno e che nulla vogliono dare per il bene comune».

1946-via-simboli-monarchici.JPG 2 giugno 1946

 

Bibliografia:

Archivi comunali di Lissone

Antonio Maria Orecchia in “La seconda guerra mondiale, la Resistenza, la Liberazione”

Mercredi 16 mai 2012 3 16 /05 /Mai /2012 13:00

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Di seguito un articolo, firmato da Pietro Nenni, sull’AVANTI! - Quotidiano del Partito Socialista, di venerdì 27 aprile 1945.

“Vento del Nord.

Vento di liberazione contro il nemico di fuori e contro quelli di dentro”.

 

VENTO DEL NORD

Quando parlammo per la prima volta del vento del Nord, i pavidi, che si trovano sempre al di qua del loro tempo, alzarono la testa un poco sgomenti. Che voleva dire? Era un annuncio di guerra civile? Era un incitamento per una notte di San Bartolomeo? Era un appello al bolscevismo?

Era semplicemente un atto di fiducia nelle popolazioni che per essere state più lungamente sotto la dominazione nazifascista, dovevano essere all’avanguardia nella riscossa. Era il riconoscimento delle virtù civiche del nostro popolo, tanto più pronte ad esplodere quanto più lunga ed ermetica sia stata la compressione. Era anche un implicito omaggio alle forze organizzate del lavoro ed alla loro disciplina rivoluzionaria.

Ed ecco il vento del Nord soffia sulla penisola, solleva i cuori, colloca l’Italia in una posizione di avanguardia.

Nelle ultime 48 ore le notizie dell’insurrezione e quelle della guerra si sono succedute con un ritmo vertiginoso. La guerra da Mantova dilagava verso Brescia e Verona, raggiunte e superate nel pomeriggio di ieri. L’insurrezione guadagnava Milano e da Torino si propagava a Genova.

Nell’ora in cui scriviamo tutta l’Alta Italia al di qua dell’Adige, è insorta dietro la guida dei partigiani. A Milano a Torino a Genova i Comitati di Liberazione hanno assunto il potere imponendo la resa dei tedeschi e incalzando le brigate nere fasciste in vittoriosi combattimenti di strada.

Sappiamo il prezzo della riscossa. A Bologna ha nome Giuseppe Bentivogli. Quali nomi porterà la testimonianza del sangue a Torino e Milano? La mano ci trema nel dare un dettaglio dell’insurrezione milanese. Ieri mattina alle cinque, secondo una segnalazione radiotelegrafica, il posto di lotta e di comando di Alessandro Pertini e dell’Esecutivo del nostro partito era circondato dai tedeschi e in grave pericolo. Nessuna notizia è più giunta in serata per dissipare la nostra inquietudine o per confermarla. Ma sappiamo, ahimè!, che ogni battaglia ha le sue vittime e verso di esse, oscure od illustri, sale la nostra riconoscenza.

Perché gli insorti del Nord hanno veramente, nelle ultime quarantotto ore, salvato l’Italia. Mentre a San Francisco, assente il nostro paese, si affrontano i problemi della pace, essi hanno fatto dell’ottima politica estera, facendo della buona politica interna, mostrando cioè che l’Italia antifascista e democratica non è il vaniloquio di pochi illusi o di pochi credenti, ma una forza reale con alla sua base la volontà l’energia il coraggio del popolo.

In verità il vento del Nord annuncia altre mete ancora oltre l’insurrezione nazionale contro i nazifascisti. Gli uomini che per diciotto mesi hanno cospirato nelle città, che per due lunghi inverni hanno dormito sulle montagne stringendo fra le mani un fucile, che escono dalle prigioni o tornano dai campi di concentramento, questi uomini reclamano, e all’occorrenza sono pronti ad imporre, non una rivoluzione di parole ma di cose. Per essi il culto della libertà non è una dilettantesca esasperazione dell’«io» demiurgico, ma sentimento di giustizia e di eguaglianza per sé e per tutti. Alla democrazia essi tendono non attraverso il diritto formale di vita, ma attraverso il diritto sostanziale dell’autogoverno e del controllo popolare. Non si appagheranno quindi di promesse, né di mezze misure. La rapidità stessa e l’implacabile rigore delle loro rappresaglie sono di per sé sole un indice della loro maturità, perché se la salvezza nel paese è nella riconciliazione dei suoi figli, alla riconciliazione si va non attraverso l’indulgenza e la clemenza, ma l’implacabile severità contro i responsabili della dittatura fascista e della guerra.

In codesta primavera della patria che consente tutte le speranze, c’è per noi un solo punto oscuro; si tratta di sapere se gli uomini che qui a Roma scotevano sgomenti il capo all’annuncio del vento del Nord, che vedevano sorgere dal passato l’ombra di Marat o quella di Lenin se qualcuno osava parlare di comitato di salute pubblica, che trovavano empio e demagogico il nostro grido: «tutto il potere ai Comitati di Liberazione», si tratta di sapere se questi uomini intenderanno o no la voce del Nord e sapranno adeguarsi ai tempi. Ad essi noi ripetiamo quello che ieri, da queste stesse colonne, dicevamo agli Alleati – Abbiate fiducia nel popolo, secondatene le aspirazioni, scuotete dalle ossa il torpore che vi stagna, rompete col passato, non fatevi trascinare, dirigete.

A queste condizioni oggi è finalmente possibile risollevare la nazione a dignità di vita nuova, nella concordia del più gran numero di cittadini.

Vento del Nord.

Vento di liberazione contro il nemico di fuori e contro quelli di dentro.

                                                                                    Pietro Nenni

1945 27 aprile Avanti Vento del Nord p


 


Vendredi 11 mai 2012 5 11 /05 /Mai /2012 19:23

Nell’introduzione del libro Sandro Pertini ha scritto:

«La storia dei Cervi dimostra come si possa diventare antifascisti partendo dai valori più elementari ed essenziali: l'amore per l'uomo, il culto della famiglia, la passione per il lavoro dei campi» 

  papà Alcide Cervi mamma Cervi

«I miei figli hanno sempre saputo che c'era da morire per quello che facevano, e l'hanno continuato a fare, come anche il sole fa l'arco suo e non si ferma davanti alla notte. Così lo sapevano i tanti partigiani morti, e non si sono fermati davanti alla morte.

i sette fratelli Cervi

E ora essi sono con noi in questa terra di Emilia dove le viti si abbracciano alle tombe, dove un lume e un marmo è la semente di ogni campo, la luce di ogni strada».

(In Emilia le pietre funerarie, che indicano il luogo ove fu fucilato un partigiano, sono situate in mezzo ai campi).

Nella vita eravamo così: otto eravamo uno e uno tutti e otto.

Uno che conosce l'agricoltura emiliana, sa che la maggiore produzione sta nel latte, che il “capitale” sono le vacche. Ma tutto dipende dal foraggio, che dev’essere parecchio e di buona qualità. Così il latte viene abbondante, grasso e saporoso ...

Nei dintorni di Campegine c’eran tutte gobbe e buche, e con una terra così il foraggio non viene bene, perché l'irrigazione è difettosa, l'acqua stagna nelle buche e fa il marcio. Il foraggio viene poco e cattivo, il latte magro e misero, il contadino povero e disperato.

Aldo studiava sempre come si poteva fare per cambiare metodo e leggeva libri. Era abbonato a riviste di agricoltura e alla Riforma Sociale che era diretta da Einaudi.

Lì c’era un articolo che parlava dei terreni come i nostri, a gobbe e buche, e spiegava come si poteva livellare.

Cercano un nuovo terreno non più a mezzadria ma in affitto: lo trovano ai «Campi rossi» di Gattatico.

E così facemmo San Martino (significava fare trasferimento) in una giornata di novembre, il mese di San Martino.

Il primo carro prese il cammino, e dietro gli altri. lo e Genoveffa avanti sul biroccio, poi i carri con le donne e i bambini in cima, dietro le bestie, e intorno, avanti e sempre cambiando posto, i sette figli in bicicletta.

La sera ci mettemmo tutti a studiare il piano per lo sterro. Aldo dirigeva l'impianto vagoni e binari, Gelindo doveva fare con gli altri fratelli le squadre sterratori e i turni, Agostino e io pensavamo ai picchetti per il livello.

E tutto il giorno si lavorava e si cantava. La sera,ci riunivamo nella stalla e si faceva il bilancio del giorno e si fissavano i metodi di scavo per l’indomani.

Da allora tutti i contadini della zona impararono a livellare. E oggi nel reggiano non si trovano più appezzamenti a gobbe e buche.

Intanto Aldo fa sempre attività politica, e adesso ha trovato un altro sistema per organizzare la gente. Ci sono i confinati politici, tanti in quella epoca, che là dove stavano gli davano poco da mangiare, così Aldo va nelle case dei contadini, a Campegine, e chiede se vogliono mandare un pacco a persone bisognose che lottano anche per loro, e lì approfittava per fare la predica. Gli emiliani sono stati sempre di cuore per queste cose, anche gente non politica, e quasi sempre il pacco veniva fuori. Così la popolazione si affezionava e veniva all'antifascismo. Poi Aldo faceva le collette, le sottoscrizioni, e tutti volevano che andasse alla casa loro, perché gli piaceva sentirlo parlare.

In quel tempo tenemmo nascosti anche molti ricercati politici.

Certi contadini, ormai, ci guardavano preoccupati e qualcuno aveva persino paura a parlare con noi, ma i più ci seguivano nella lotta. Così Aldo pensò che bisognava incoraggiare, far capire che il fascismo non ci fermava nel progresso e che noi eravamo sempre in testa nel lavoro e nella tecnica.

A quel tempo, di trattori quasi non ce n'erano nella bassa, i contadini aravano ciascuno per proprio conto e a fatica. Invece se avessimo comperato un trattore, lo si sarebbe prestato anche agli altri, sarebbe stato un modo per rinvigorire l'amicizia con i contadini più sospettosi. Così Aldo andò a Reggio e comprò un trattore Landini, con quello venne fino a casa, e imboccò la strada nostra tra gli sguardi di tutti i vicini. Molti andavano appresso, altri correvano per rivederlo passare e guardare bene i cingoli e gli ingranaggi, per avere cognizione. Aldo salutava tutti in cima al trattore, e teneva vicino un mappamondo, che girava e rigirava, secondo le buche. - Porto a spasso il mondo, - diceva allegro, - e voleva far capire che il progresso tecnico si può fare se si guarda anche fuori dal campo, se si hanno gli occhi sul mondo.

Intanto si arriva al 1940, e l'Italia entra in guerra.

Aldo andava in giro per le case di sera a leggere e spiegare L'Unità, l’Avanti, e qualche quaderno di Giustizia e Libertà.

Diceva di Hitler che invadeva l'Europa e spiegava che cos'è l'imperialismo. Faceva l'esempio degli industriali che ci sono in Italia, di quanto rubano al contadino e all' operaio, sulla forza lavoro, sulla luce elettrica, sui concimi chimici, sui prezzi dei prodotti agricoli, sugli attrezzi industriali, e spiegava la concorrenza tra i monopoli, italiani ed esteri, così i contadini capivano la ragione della guerra come se leggessero sul libro dei conti.

Un bel giorno la Lucia (era un’amica dei Cervi) portò nella nostra casa una macchina a inchiostro per stampare i manifestini antifascisti. Aldo li scriveva, per i mezzadri, gli affittuari, gli artigiani, con una parola buona per ciascuno, e poi Gelindo faceva funzionare la macchina, che era divenuto un lavoro di casa come gli altri.

Per il socialismo i miei figli avevano una venerazione grande, perché ci vedevano la giustizia sociale e l'uomo emancipato. Ci vedevano i sogni fatti dai padri, dai primi predicatori reggiani dell'emancipazione, il vangelo che diventa terra, ferro, e leggi per la contentezza dell'uomo, contro i prepotenti e i ladri. Tutta la mia famiglia ha sempre sentito che gli uomini sono uguali e che devono essere uniti per il progresso.

Ferdinando aveva passione per le api perché ci vedeva la società giusta, organizzata nel lavoro, come quella socialista, diceva.

Intanto l'Annona (L'Annona era un servizio comunale preposto al razionamento dei generi alimentari durante la guerra), per dare grano e carne ai banditi fascisti, tortura i contadini con le spiate, le persecuzioni, i ricatti. Tutto all'ammasso, grida il fascio, e invece l'organizzazione clandestina diceva: niente all'ammasso! (Conferire all'ammasso era un obbligo sancito dal governo fascista per cui tutti i prodotti alimentari venivano contingentati). I miei si mettono subito a convincere i contadini, che non sapevano come difendere il «capitale» dalla requisizione. Aldo ha un'idea strategica. Ai contadini che avevano dato tutto il bestiame all'ammasso e non avevano carne per sfamarsi, dà carne a volontà, ma a prestiti di breve scadenza, così quei contadini dovevano salvare qualche capo dalla requisizione per restituire il dato. E quando si presentavano operai di Reggio, e spesso operai delle officine meccaniche Le Reggiane, dove si riparavano aerei tedeschi e si fabbricavano aeroplani italiani, Aldo dava carne e farina, purché gli portassero pezzi di motore degli aeroplani. Così la resistenza alla guerra non era più fatta solo sulla propaganda, ma sulla lotta per vivere. Una volta un operaio delle Reggiane portò la testa di un cilindro di uno Stukas e Aldo disse che il sistema cominciava a funzionare.

Insieme alla carne e alla farina, Aldo ci metteva in sovrappiù la stampa clandestina, così i contadini capivano il perché di quel baratto. Noi non davamo un grammo all'ammasso.

Il 25 luglio eravamo sui campi e non avevamo sentito la radio. Vengono degli amici e ci dicono che il fascismo è caduto, che Mussolini è in galera. È festa per tutti. La notte canti e balli sull' aia.

Facciamo subito un gruppo di contadini e andiamo a Reggio, per la strada tutti si aggiungono e la colonna diventa un popolo.

Aldo  propone:

- Papà, offriamo una pastasciutta a tutto il paese.

Facciamo vari quintali di pastasciutta insieme alle altre famiglie.

A Campegine, chi in piedi e chi seduto, il pranzo ha riempito la piazza grande, e tutti fanno onore alla pastasciutta celebrativa. Ma si avvicinano i carabinieri, e vogliono disperdere l'assembramento. Gelindo si fa avanti e dice:

- Maresciallo, rispondo io di tutta questa gente. Accomodatevi anche voi.

E i carabinieri si mettono a mangiare.

Intanto i fascisti erano spariti come scarafaggi nei buchi.

A Reggio il governo Badoglio si fece capire nemico del popolo, più che in tutte le altre zone d'Italia. Erano nove i morti, nove operai che volevano la pace. Era il 28 luglio 1943.

Le Reggiane diventarono un centro di lotta contro la guerra. Se ne accorsero poi i tedeschi quando facevano riparare i loro Stukas che non si riparavano mai, o quando sparivano casse di proiettili, o pezzi di mitraglia, che finivano in montagna per i partigiani.

Arriva l'8 settembre.

La notte del 9 le divisioni corazzate delle SS occupano la città. Alla mattina i tedeschi fanatici sfilano per le vie del centro cantando.

La popolazione faceva come le sabbie mobili e inghiottiva i soldati per salvarli dai tedeschi. Venivano fatti entrare per le finestre, dai balconcini si calavano le corde, carri di fieno portavano soldati nascosti, donne si mettevano a braccetto con uomini mai visti, cosi che al distretto di Reggio su 200 soldati i nazisti ne trovarono solo tre. Lo stesso si faceva per i prigionieri anglo-americani scappati. Anche la nostra casa diventò una stazione di smistamento. Ma noi facevamo in modo diverso. Non soltanto volevamo che i soldati ci dessero le armi, e in cambio gli davamo i vestiti, ma a quelli che si presentavano senza armi gli dicevamo di andarne a trovare una e portarla. Così dopo qualche giorno i fienili sono diventati arsenali, e abbiamo finanche una mi­tragliatrice. La casa è piena di soldati e le donne la sera preparano il rancio. Intanto i ragazzi sono in giro per cercare abiti civili, perché quelli che abbiamo non bastano. Alla notte c'è il trasferimento. I soldati, vestiti da contadini, se ne partono a gruppi, con biciclette che ci siamo fatti dare in prestito.

Intanto in tutto il reggiano i contadini e gli operai cominciano a muoversi e ci arrivano le direttive contro l'invasore tedesco. Cominciano gli atti di sabotaggio, e i contadini assaltano gli uffici dell'ammasso per non lasciare il grano ai tedeschi.

Nascono i GAP (Gruppi di azione patriottica).

I miei figli organizzano un piano per far scappare i prigionieri del campo di Fossoli. Di notte vanno ai lati del campo, tagliano il filo spinato. I prigionieri scappano e trovano sulla strada donne in bicicletta che li portano a casa mia. Così se prima la casa sembrava una. caserma, adesso somigliava alla Società delle Nazioni. Ci sono diverse nazionalità, inglesi, americani, russi, neozelandesi, e parlano ognuno la propria lingua.

C'erano tutti gli alleati. Una sera dopo cena, ci mettiamo a cantare canzoni ognuno del proprio paese e d'improvviso viene fuori il canto dell'Internazionale. La sapevano tutti e la cantavano nella loro lingua, ma quella sera c'era una lingua sola e un cuore solo: l'Internazionale.

Tutti vogliono partire tranne i russi che chiedono di combattere.

Aldo si mise poi in contatto con i compagni che già lavoravano in montagna.

Veniva l'inverno, difettavano i collegamenti, così dal Comitato di Liberazione di Reggio viene l'ordine di ritirarsi dalla montagna.

Ormai, però, i prigionieri erano diventati troppi a casa mia, allora erano trenta. Ai primi di novembre, il Comitato di Liberazione vuole sfollati i prigionieri, ché il rischio è troppo grande. L'ultimo scaglione deve partire il giorno 25.

Così viene la notte, quella notte del 25 novembre, quando i fascisti, sicuri di trovare i prigionieri, perché avevano avuto la spiata, circondano la casa nostra.

Non era ancora l'alba, pioveva a dirotto, e noi dormivamo tutti. A un certo punto ci svegliano i lamenti del bestiame e colpi di fuoco ... Sparano dai campi intorno alla casa ... - Cervi, arrendetevi!

Non diciamo parola e prendiamo subito le armi. Le donne trascinano nelle stanze le cassette delle munizioni ...

Intanto noi abbiamo infilato le pistole tra gli scuri, Aldo ha un mitra e apre il fuoco. Anche gli stranieri sparano con noi. Ci rispondono altri colpi e il fuoco dura qualche minuto. Poi noi cominciamo a scarseggiare nei tiri finché ci guardiamo tutti e ci parliamo nelle stanze, le munizioni sono finite. Aldo guarda dalla finestra verso il fienile, vede un bagliore, e dice: brucia, non c'è più niente da fare.

Io dico: non mi arrendo a quei cani, andiamo giù tutti quanti, è meglio morti che vivi. Aldo mi ferma e dice: no, papà, che ci sono le donne e i bambini. Meglio arrendersi.

Aldo ci riunisce e dice: - Sentitemi bene. Quando ci interrogheranno, solo io e Gelindo ci prenderemo la responsabilità. Gli altri non sanno niente, è chiaro?

Entrarono nell'aia due autocarri, poi ho saputo che erano venuti in 150 uomini per prenderci. La casa bruciava, e ora si vedevano i fascisti armati fino ai denti ...

La madre li abbracciava tutti come poteva, e se li stringeva al petto, e li carezzava sul capo, e piangeva e diceva: meglio morire, meglio morire ... Ci portano via, mentre le donne e i bambini restano soli nella casa che brucia.

Continua a piovere, così forse l'incendio finirà presto.

Ma poi ho risaputo che sì, l'incendio è finito presto, ma che i fascisti, appena andati via noi, si sono messi a rubare e a saccheggiare tutto, mobili, macchine, copertoni, e poi bruciarono i libri, li strapparono e se li misero sotto i piedi.

In carcere vengono interrogati e pestati. I sette fratelli pensano un piano di fuga.

I fascisti aprono la porta della nostra cella e gridano: Famiglia Cervi, fuori!

Io esco in testa, ma mi dicono: - Tu che vuoi, sei vecchio, torna indietro.

- Sono il capo famiglia, e voglio stare insieme ai miei figli. Ma intanto viene un contrordine, tutti di nuovo nella cella, ancora non è pronto.

Ci dicono: tornate a dormire, sarà per domattina.

All'alba nuova chiamata, ed escono i miei sette figli. Chiedo dove li portano.

- A Parma, per il processo, - mi rispondono. E li portano via alla svelta, faccio in tempo appena a salutarli.

Il 7 gennaio 1944 il carcere viene bombardato.

Le mura del carcere crollano in mezzo a un iradiddio di schianto e di polvere. Io mi infilo dentro il buco che serviva per l'accettazione dei pacchi, e salto nella strada, altri nascosti dalla polvere passano attraverso il crollo ... io prendo la Via Emilia ... mi volto verso Reggio: vedo fiamme e fumo, nel cielo arancio ... una famiglia che conoscevo mi dà una bicicletta ... Arrivo a casa alle 23 e tutti dormivano. Entro, guardo l'attaccapanni, i figli non erano tornati ... - Si sa niente dei figli?

La moglie risponde come distratta: - Se non lo sai tu, noi non sappiamo niente ... - Li hanno portati a Parma per il processo ... - E se non li avessero portati a Parma, se fosse una bugia? - diceva la moglie ... - Se non li hanno portati a Parma li avranno deportati in Polonia a lavorare ...

Per un mese e mezzo non mi disse parola sui figli. Aspettava sempre che mi rimettessi dall'ulcera e dalla prigione, e così ogni sera andava a letto con il segreto nel cuore e in più con me che non capivo e parlavo di loro come se fossero vivi ...

- I nostri figli non torneranno più. Sono stati fucilati tutti e sette. Le nuore mi si avvicinarono, e io piansi i figli miei. Poi, dopo il pianto, dissi: - Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti.

Dopo che avevo saputo, mi venne un grande rimorso ... li avevo salutati con la mano, l'ultima volta, speranzoso ... invece andavano a morire. Loro sapevano, ma hanno voluto lasciarmi l'illusione, e mi hanno salutato sorridendo; con quel sorriso mi davano l'ultimo addio.

Che ne sa la morte dei nostri sacrifici, dei baci che mi avete dati fino a grandi, delle veglie che ho fatto io sui vostri letti, sette figli, che prendono tutta una vita.

Maledetta la pietà e maledetto chi dal cielo mi ha chiuso le orecchie e velati gli occhi, perché io non capissi, e restassi vivo, al vostro posto!

La certezza della loro causa, i partigiani, le donne, i compagni, gli operai, i fiori, le lapidi, gli affetti, che da tutte le parti abbracciano i miei figli, mi hanno dato una forza enorme che mi fa resistere alla tragedia.

Così si erano svolti i fatti che avevano portato all'uccisione: un gappista, il 27 dicembre, fece giustizia del segretario fascista di Bagnolo in Piano. I gerarconi della provincia si riunirono funebremente la notte stessa davanti al morto, e giurarono vendetta: - Uno contro dieci, - gridavano quelli che avevano imparato dai tedeschi. Ma qualcuno suggerisce l'idea: - Fuciliamo, i sette fratelli Cervi ... Infatti li portano al Poligono di tiro ...

A casa, Genoveffa aveva lasciato la direzione dei lavori alla nuora più anziana ... gli occhi suoi non erano più di questa terra e la mente era lontano, coi figli suoi ...

I fascisti ci avevano bruciato la casa quando ci arrestarono, poi ci ammazzarono i figli, ma non gli bastava e vennero a bruciarci ancora il 10 ottobre del 1944. A quella data eravamo solo due vecchi, quattro donne e undici bambini ... Così vennero di notte e diedero fuoco al fienile, poi scapparono via.

Usciamo dalla casa e ci mettiamo a gettar acqua, con i bambini e tutti. Genoveffa quando vide le fiamme, risentì quella notte, quegli spari, quei figli con le mani alzate nel cortile, e gli addii, e il furgone che parte. Cosi cadde di colpo e il cuore non resse, gli era venuto l'infarto. Rimase a letto per un mese ... Morì il 14 novembre del 1944, senza avere conoscenza ...

(Siamo nel 1955, quando è uscito il libro)

Io l'ho detto al Presidente: bisogna cambiare, è il sistema che non va, e io riunirei la Camera poi metterei insieme le buone proposte di tutte le parti come si è fatto per la Costituzione e chiamerei tutti gli italiani a stare uniti per salvare lo Stato e la nazione ...

Che il cielo si schiarisca, che sull'Italia torni la pace e la concordia, che i nostri morti ispirino i vivi, che il loro sacrificio scavi profondo nel cuore della terra e degli uomini».

Jeudi 10 mai 2012 4 10 /05 /Mai /2012 21:07

 9 maggio: “giorno della memoria per le vittime del terrorismo"

Auspichiamo che anche il Comune di Lissone, recependo quanto stabilito nell’articolo 1 della legge, organizzi per il 9 maggio di ogni anno una manifestazione per ricordare il maresciallo Renzi e tutte le vittime del terrorismo: per i giovani la cerimonia potrebbe essere anche un momento di riflessione su quei tragici eventi che hanno insanguinato il nostro Paese per qualche decennio del secolo scorso. 

 

Con legge n. 56 del 4 maggio 2007 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 103 del 5 maggio 2007), il Parlamento Italiano ha istituito il 9 maggio, anniversario dell’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, quale “Giorno della memoria”, al fine di ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno ed internazionale, e delle stragi di tale matrice.

  

Il 9 maggio, ogni anno, si vuole ricordare, far capire, insegnarlo a chi non c'era, cosa è stato il terrorismo, chi sono le sue vittime, perché dal 1967 a oggi in Italia sono morte circa duecento persone e più del doppio sono state ferite per mano dei terroristi.

 

 "L'istituzione della giornata della memoria delle vittime del terrorismo colma un vuoto di memoria storica e di attenzione umana e civile che molti di voi avevano dolorosamente avvertito". Così ha scritto il 9 maggio 2007 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in una lettera aperta ai familiari delle vittime del terrorismo.

 

Come stabilisce la legge, anche l’ANPI di Lissone vuol dare il proprio contributo al fine di costruire ed alimentare una memoria storica condivisa in difesa delle istituzioni e dei valori democratici.

 

Il 16 luglio 1982 veniva ucciso dalle Brigate Rosse il Maresciallo dei Carabinieri di Lissone Valerio Renzi.

Purtroppo anche Lissone ha avuto una vittima di quegli “anni di piombo”: il maresciallo dei Carabinieri Valerio Renzi.

Valerio Renzi nato a Rieti nel 1938, era comandante della stazione dei Carabinieri di Lissone, sposato e padre di due bambini.




La mattina del 16 Luglio 1982, Renzi si recò, come era solito fare, da solo, con la sua Alfetta di servizio, presso l'ufficio postale di Lissone per ritirare la corrispondenza.

Proprio in quegli attimi, un gruppo di terroristi stavano compiendo una rapina (un’ "operazione di esproprio proletario" nel gergo delle Brigate Rosse, come scrissero nella rivendicazione dell’attentato).

Alla vista dell’auto dei Carabinieri i terroristi sparavano raffiche di mitra contro il maresciallo Renzi. L'Alfetta venne crivellata di colpi.

Il suo omicidio venne rivendicato dalla colonna Walter Alasia, un ramo delle Brigate Rosse.

 

 

 

Un’involontaria testimone oculare di quella tragica mattina del 16 luglio 1982, la lissonese Carlotta Molgora, così ci ha raccontato:

Ormai pensionata, ogni due mesi mi recavo presso l’Ufficio postale per ritirare la pensione. Era Venerdì 16 luglio 1982. Mentre ero in fila davanti allo sportello e discutevo con altre mie conoscenti, entrò un giovane con un mitra spianato ordinando a tutti i presenti di sdraiarsi per terra. Un altro giovane si affacciò sulla porta dell’ufficio postale, imbracciando anche lui un mitra. Tutti pensarono ad una rapina. Qualcuno svenne. Poi improvvisamente si sentì il crepitio di una raffica di mitra. In un attimo gli assalitori si dileguarono. Qualcuno uscì dall’ufficio postale. Ai suoi occhi apparve una scena raccapricciante: all’interno di un’auto dei Carabinieri, un graduato era stato colpito a morte. Era il maresciallo della stazione dei Carabinieri di Lissone, Valerio Renzi. I brigatisti lo avevano ammazzato. Il giorno prima a Napoli allo stesso modo era stato massacrato il capo della squadra mobile. Erano gli anni del terrorismo che aveva seminato terrore e morte nel nostro Paese e che fu sconfitto solo dopo aver lasciato una scia di sangue”.

 



Maresciallo Renzi manifesto




L'Arma dei Carabinieri conferì la Medaglia d'argento al valor civile alla memoria a Valerio Renzi e fece erigere sul luogo dell'attentato, di fronte all’Ufficio Postale di Lissone, un monumento in sua memoria, opera della scultrice Virginia Frisoni.

 

 

Nel 1988 la Provincia di Milano conferì il Premio Isimbardi alla memoria di Valerio Renzi con la seguente motivazione:

“Maresciallo capo, comandante della stazione dei carabinieri di Lissone ucciso dai terroristi nel corso di una rapina all'Ufficio postale di Lissone nel 1982. Il suo esempio ha onorato l'arma cui apparteneva e ha contribuito alla lotta contro la criminalità politica per la dedizione e l'impegno dimostrati fino all'estremo sacrificio.”



Eroi come noi

"Si sfoglino quelle pagine, ci si soffermi su quei nomi, quei volti, quelle storie, per poter parlare responsabilmente della magistratura e alla magistratura. Nella consapevolezza dell'onore che ad essa deve esser resa come promessa di ogni produttivo appello alla collaborazione necessaria per le riforme necessarie". Sono le parole del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

 

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"Eroi come noi", la storia di dieci magistrati uccisi dal terrorismo e dalle mafie.

 

 

Mercredi 9 mai 2012 3 09 /05 /Mai /2012 07:30

Nel dicembre 1944, proprio mentre la Resistenza subisce al nord la prova più dura e la Monarchia gioca la carta del referendum (Umberto di Savoia, come Luogotenente, in un'intervista al «New York Times» del 7 novembre 1944, sosteneva che un apposito referendum, e non l'Assemblea costituente, dovesse decidere tra monarchia e repubblica), nasce il settimanale L'uomo Qualunque, destinato a diventare l'organo di un vasto movimento e poi nel febbraio 1946 di un vero partito.

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Ne è promotore Guglielmo Giannini, un geniale commediografo napoletano, che dimostra acuta sensibilità per contenuti di opinione e sentimenti che agiscono nel profondo della società italiana, ai quali dà voce in maniera brillante e polemica.

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Giannini si oppone ad ogni idea di Stato etico «che pretende di insegnare a pensare al cittadino», nega ogni spazio alla politica che non sia quello della «amministrazione». Alle classi sociali contrappone la «folla» degli «uomini qualunque», nega ogni valore ideale alla patria; definisce come unico e ardente desiderio dell'uomo qualunque quello «che nessuno gli rompa più le scatole», come scrive il 27 dicembre nel primo numero del settimanale. Giannini non è un nostalgico del fascismo. Critica aspramente la guerra nella quale il fascismo ha trascinato il paese e che fra l'altro è costata la vita a un suo figlio, ma di fatto raccoglie tutti i sentimenti di delusione e di risentimento che vanno formandosi nell'Italia liberata nei confronti dei primi e incerti passi dei partiti e del C.L.N. L'uomo Qualunque, che raccoglie consensi diffusi anche in ambienti cattolici e polemizza aspramente contro la Democrazia Cristiana, rappresenta l'espressione più significativa di quello che è stato definito «il vento del sud» in contrapposizione al «vento del nord», alimentato dalla esperienza della Resistenza.

Per capire con precisione cosa sia L'Uomo qualunque, basti tener presente che nelle elezioni politiche del 2 giugno 1946 (alle quali partecipa col nome di Fronte dell'Uomo qualunque ) esso avrà 30 deputati. Sui 20 deputati eletti nei singoli collegi (gli altri 10 rientrano nel Collegio nazionale) uno soltanto proviene dal nord (dal collegio elettorale di Milano - Pavia): gli altri 19 vengono eletti nei collegi di Roma, Benevento-Campobasso, Napoli-Caserta e Bari-Foggia (il massimo: 4 per ogni collegio), a Salerno, in Calabria, in Sicilia e in Sardegna. Alle elezioni amministrative del 1946, L'Uomo qualunque avrà 30 candidati, eletti nell'Italia Settentrionale, 68 nell'Italia centrale (di cui ben 58 a Roma e nelle province limitrofe), 981 nell'Italia meridionale, 218 in Sicilia e in Sardegna.

Alle elezioni dell'aprile 1948 avviene il crollo di questo movimento, il quale non è altro che un segno di protesta; il suo significato, per così dire, è quello d'una reazione: trascorso un certo periodo, il suo compito sarà esaurito.

Dimanche 29 avril 2012 7 29 /04 /Avr /2012 07:00

manifesto 25 aprile rid

Discorso pronunciato dal prof. Giovanni Missaglia, dell’ANPI di Lissone, durante la celebrazione del 25 aprile a Lissone. 

Giovanni MissagliaA quasi Settant’anni della liberazione dell’Italia dal nazifascismo, nel quadro di un contesto storico così profondamente trasformato sia sul piano nazionale che su quello internazionale, il dovere della memoria deve essere accompagnato dal tentativo di individuare e valorizzare gli elementi più attuali dell’esperienza resistenziale. A me pare che oggi, fra le tante possibili, siano tre le questioni sulle quali vale la pena concentrarsi per vedere se l’esperienza storica della Resistenza può ancora parlarci: la questione del ruolo e della funzione dei partiti politici; la questione dell’Europa e della sua unità; infine, la questione del razzismo.

Il ruolo dei partiti politici è stato fondamentale nelle vicende della Liberazione. Basti pensare alla funzione del Comitato di Liberazione Nazionale prima e a quella dell’Assemblea Costituente poi. In un caso come nell’altro, forze politiche diverse e persino configgenti rispetto all’assetto politico e sociale da dare all’Italia da liberare e all’Italia liberata hanno saputo costruire delle esperienze unitarie: al di là delle loro differenze ma anche a partire dalle loro differenze. Insomma, l’esatto opposto del Fascismo, che, mentre negava alla radice le differenze politiche imponendo per legge il partito unico, il Partito Nazionale Fascista appunto, seminava in realtà divisioni laceranti e drammatiche che sfociarono tra l’altro in una “guerra nella guerra”, la lotta tra i partigiani e i fascisti che si svolgeva sullo sfondo delle vicende della seconda guerra mondiale.

I partiti antifascisti seppero operare al di là delle loro differenze, dicevo. Ci sono momenti in cui devono prevalere le ragioni dell’unità. Fu così quando i dirigenti del C.L.N. decisero di accantonare la questione istituzionale, che li vedeva divisi tra repubblicani e monarchici, per farla decidere direttamente dal popolo a liberazione avvenuta, come poi accadde attraverso il referendum del 2 giugno 1946. Fu così durante i lavori dell’Assemblea Costituente, quando le forze politiche, nonostante le posizioni assai diverse che erano emerse durante i lavori preparatori, seppero trovare tutte le convergenze necessarie per votare a larghissima maggioranza, quasi all’unanimità, il testo finale della Costituzione. Trovare le ragioni dell’unità nei momenti più difficili della storia di un Paese è la responsabilità più rilevante di una classe dirigente.

Forse è proprio questo il motivo per cui, oggi, nonostante tutte le differenze del caso, molti apprezzano il cosiddetto governo tecnico: dopo anni di delegittimazione dell’avversario politico è forte in molti la speranza, per qualcuno l’illusione, di poter entrare in una nuova stagione della vita politica, caratterizzata appunto più dalla capacità di costruire sintesi che di seminare divisioni.

Dicevo, anche, però, che i partiti antifascisti seppero operare, non solo al di là delle loro differenze, ma anche a partire da queste differenze. L’unità, insomma, non fu, non è e non dovrebbe mai essere, l’inesistenza delle differenze, ma il convergere di soggetti diversi che stabiliscono modalità comuni per regolare il loro fisiologico conflitto. Dalle differenze (differenze di visioni della società e dell’economia, differenze di valori morali e politici di riferimento, differenze di interessi sociali e materiali rappresentati) si deve costruire un’unità, cioè quell’insieme di norme condivise – e per questo costituzionali - per regolare la coesistenza ma anche il conflitto tra tutte queste differenze per tanti versi irriducibili. E può darsi che sia questo il lato negativo di ciò che chiamiamo governo tecnico: l’illusione che in una società possano non esistere differenze, che vi siano soluzioni neutrali, tecniche appunto, che il conflitto non abbia anche un ruolo propulsore e positivo.

Dunque: lavorare al di là delle differenze ma a partire dalle differenze. Questo seppero fare i partiti. E oggi ne sentiamo un gran bisogno. Critichiamoli, lavoriamo per rinnovarli, inventiamone di nuovi, ma non delegittimiamo il sistema dei partiti. Senza i partiti tradiremmo la Resistenza. Senza i partiti non c’è democrazia. “Tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, recita l’articolo 49 della Costituzione. Senza i partiti non ci sarebbe che il plebiscitarismo e, a determinare la politica nazionale, non resterebbe che il duce, l’unto del Signore, il demagogo senza scrupoli; oppure, se così si può dire, il partito unico della Tecnica, un potere apparentemente neutrale ma nella realtà capace di imporre come neutrali delle scelte di parte, legittime, ma di parte. Perciò guardiamo con interesse alla proliferazione di liste civiche, nel nostro territorio come in tutto il Paese, non perché rappresentano un’alternativa ai partiti, ma, al contrario, perchè si tratta pur sempre di parti, partiti sui generis se si vuole, di cittadini che prendono parte, che prendono partito non a caso per candidati e progetti diversi, a dimostrazione del carattere originariamente e costitutivamente conflittuale della scena politica e del carattere parziale, partitico, delle opzioni e delle soluzioni di volta in volta proposte. Non lasciamoci fuorviare, perciò, dalla sterile contrapposizione tra i partiti, che sarebbero il male assoluto, e la società civile, che rappresenterebbe invece il bene. Ricordiamoci, piuttosto, della lezione di un grande antifascista, Gaetano Salvemini che, riferendosi alla classe politica del suo tempo, scriveva: “Per un dieci per cento rappresenta la parte migliore del paese, per un altro dieci per cento rappresenta la feccia, per il restante ottanta per cento rappresenta il paese come esso è”.

Per venire al tema dell’Europa e della sua unità, vorrei cominciare col richiamare il nome di Altiero Spinelli, l’esule antifascista che, al confino sull’isola di Ventotene, nel 1941 vide con straordinaria lucidità le ragioni della catastrofe che attraversava l’Europa e le forme per superarla. Spinelli scrisse il celebre Manifesto per un’Europa libera e unita, per una federazione degli Stati Uniti d’Europa. I nazionalismi dilaganti nella prima metà del Novecento avevano prodotto due guerre mondiali sorte proprio a partire dalle rivalità tra paesi europei. Sessanta milioni di morti furono il prezzo di questa cecità nazionalistica. Spinelli vide che solo un processo di integrazione europea avrebbe potuto evitare una nuova, una terza catastrofe. E la costruzione della CECA nel 1951, della CEE nel 1957 e della UE nel 1992 hanno rappresentato, pur tra molte manchevolezze, una politica di pace oltre che una politica economica. Per questo dobbiamo guardare allarmati alla crisi che l’Unione Europea sta attraversando. Essa non è soltanto una crisi economica scandita dagli impietosi dati sulla recessione e neppure soltanto una crisi politica segnata dal deficit di legittimità democratica di molte istituzioni europee  capaci di assumere decisioni importantissime senza adeguate procedure per misurare il consenso dei popoli. Crisi economica e crisi politica sono ormai due aspetti di una più generali crisi spirituale dell’Europa, se è vero che persino un popolo tradizionalmente europeista come quello italiano avverte sempre più l’Europa come un ostacolo o un fattore di impoverimento. Sono già molti i segnali che ci parlano dell’emergere di nuovi nazionalismi e di nuovi localismi. Ma la strada per risolvere i problemi non è un di meno, ma un di più di Europa. Le chiusure nazionalistiche e localistiche le abbiamo conosciute bene e non abbiamo nessun desiderio di rivederle. Il progetto di integrazione europea è stato forse il più grande risultato della sconfitta del nazifascismo. La crisi di questo progetto, perciò, è un’offesa alla Resistenza e allo spirito dell’antifascismo, che è sempre stato patriottico senza mai essere nazionalista. L’amore di patria, il patriottismo, la volontà di riscattare il Paese, sono stati fattori essenziali della lotta antifascista, ma, come insegna la lezione di Altiero Spinelli, essi non si sono mai confusi con un gretto nazionalismo, perché ne facevano parte integrante la consapevolezza della libertà e dell’uguaglianza di tutti i popoli e quella della necessità di creare istituzioni sovranazionali.

Infine, lasciatemi dire che, se è vero che la xenofobia e il razzismo sono l’essenza del nazifascismo, nella sua visione gerarchica della società e dell’umanità, ossessivamente divise in superiori ed inferiori, in superuomini e in sottouomini, non possiamo non guardare con orrore ai tanti episodi di cronaca che ci parlano di intolleranza per chi è straniero, per chi è nero, per chi è ebreo, per chi è omosessuale, per chi è diverso. Ma l’orrore non basta. Il razzismo è un fenomeno sociale e culturale complesso che l’indignazione non basta certo a sconfiggere. Nel quadro della drammatica crisi economica che stiamo attraversando, poi, esso trova un terreno fertile di sviluppo, che innesca con molta facilità  meccanismi atavici come quello della ricerca del capro espiatorio. Per  questo occorre combattere il razzismo su più fronti. Quello economico sociale, perché la dilagante crescita delle disuguaglianze che attraversa anche il nostro Paese non può non favorire una guerra tra poveri. Quello culturale, perché il sapere e la cultura servono a dare un nome alle cose e perciò a non esserne schiacciati e a non alimentare reazioni violente e irrazionali. Ma anche quello politico e amministrativo, perché il governo della cosa pubblica, anche e soprattutto a livello locale, è uno strumento per favorire occasioni di conoscenza,  di incontro e di composizione pacifica dei conflitti.

Difendere e rinnovare il sistema dei partiti e contrastare il qualunquismo dell’antipolitica; lottare per forme più democratiche di integrazione europea e contrastare il ritorno dei nazionalismi e dei localismi; combattere il razzismo e le sue cause sono, oggi, i compiti che ci spettano, che spettano a tutti coloro che sanno ancora vedere nella Resistenza l’atto fondativo della Repubblica italiana e della sua Costituzione.

alcune immagini della Festa della Liberazione a Lissone

Jeudi 26 avril 2012 4 26 /04 /Avr /2012 17:43

Torture

 

Nulla è cambiato.

Il corpo prova dolore,

deve mangiare e respirare e dormire,

ha la pelle sottile, e subito sotto - sangue,

ha una buona scorta di denti e di unghie,

le ossa fragili le giunture stirabili.

Nelle torture di tutto ciò si tiene conto.

 

Nulla è cambiato.

Il corpo trema, come tremava

prima e dopo la fondazione di Roma,

nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,

le torture c’erano, e ci sono, solo la terra è più piccola

e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.

 

Nulla è cambiato.

C'è soltanto più gente,

alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,

reali, insinuate, temporanee e inesistenti,

ma il grido con cui il corpo ne risponde

era, è e sarà un grido di innocenza,

secondo un registro e una scala eterni.

 

Nulla è cambiato.

Se non forse i modi, le cerimonie, le danze.

Il gesto delle mani che proteggono il capo

è rimasto però lo stesso.

Il corpo si torce, dimena e svincola,

fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,

illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.

 

Nulla è cambiato.

Tranne il corso dei fiumi,

la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.

Tra questi paesaggi l'animula vaga,

sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,

a se stessa estranea, inafferrabile,

ora certa, ora incerta della propria esistenza,

mentre il corpo c'è, e c'è, e c'è

e non trova riparo.

 

Wislawa Szymborska

Mercredi 25 avril 2012 3 25 /04 /Avr /2012 07:00

Storie di sacerdoti durante la guerra di Liberazione.

«Sono preti che hanno educato al senso autentico della libertà».

Cardinale Carlo Maria Martini

 

Sacerdoti della Brianza deportati nei lager nazisti

Durante la Resistenza una cinquantina furono i sacerdoti italiani che furono deportati, identificati con il triangolo rosso dei deportati politici. Erano stati accusati di aver avuto contatti o aver aiutato partigiani, ebrei, militari sbandati, renitenti alla leva, prigionieri alleati evasi, oppure di aver biasimato in pubblico le violenze tedesche, consegnato bigliettini clandestini alle famiglie o impartito l’estrema unzione a partigiani in fin di vita. Essi furono destinati per lo più a Dachau, alla baracca 26, sulla base di accordi intercorsi con la Santa Sede, e la loro opera nei campi fu di conforto ai compagni deportati; alcuni di loro furono adibiti ai lavori pesanti nelle cave di Mauthausen o nelle gallerie di Melk o Ebensee e in 14 persero la vita.

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Nel libro di Pietro Arienti “Dalla Brianza ai lager del III Reich sono riportate le vicissitudini di due sacerdoti brianzoli, don Riccardo Corti e don Mauro Bonzi.

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Don Riccardo Corti

Nato nel 1876, era parroco dal 1909 di Giovenzana, una località ora frazione di Colle Brianza, posta a quasi 700 metri d'altitudine. La vicenda di deportazione di questo anziano prete è dettagliatamente e con molta cura descritta dallo stesso don Riccardo che, appena tornato dalla prigionia, completò di sua mano nel Liber chronicon parrocchiale ciò che suo fratello, il missionario del Pime padre Ferruccio, aveva già cominciato a fare nel periodo in cui lo sostituì alla guida della comunità di Giovenzana. Lo scritto è stato recuperato e meritoriamente stampato e pubblicato nel 1978 e costituisce la fonte principale per esporre quanto accadde al sacerdote della Brianza lecchese.

Subito dopo l'armistizio dell'8 settembre, i campi di prigionia in cui erano custoditi i militari alleati si svuotarono e parecchi di loro sconfinarono nella provincia di Como dirigendosi verso la Svizzera neutrale. Contravvenendo alle dure disposizioni emanate dalle nuove autorità fasciste e soprattutto dall'occupante tedesco, buona parte della popolazione che s'imbattè in questi fuggiaschi, offrì loro rifugio e protezione; alcuni furono anche inglobati nelle prime formazioni partigiane che andavano formandosi nell'alto lecchese. Don Riccardo Corti, più per carità sacerdotale ed umana che per altri motivi, accolse parecchi ex-prigionieri sistemandoli in parte a Pessina, una località appartenente al beneficio parrocchiale nella quale erano state edificate due piccole baite, altri otto nella casa del sacrestano dove avevano cominciato a svolgere piccoli lavori domestici e ad aiutare nei campi, mentre un altro gruppo si nascondeva nei boschi più a monte. Già due volte nel mese di settembre due sconosciuti erano saliti a Giovenzana e avevano invitato il parroco ad accettare delle armi per equipaggiare gli sbandati onde utilizzarli, dicevano, per contrastare i tedeschi da poco arrivati nella pianura. Don Riccardo rifiutò fermamente l'offerta dei due che erano evidentemente dei provocatori, ma commise l'imprudenza di acconsentire bonariamente a condurre i visitatori a Pessina e a Cagliano, l'altra località in cui erano rifugiati presso le famiglie del luogo altri ex-militari.

Il 9 ottobre 1943, festa patronale di S. Donnino, quegli individui si ripresentarono, mettendogli cibo e vestiario per i prigionieri ospitati e salirono ancora a Pessina.

Don Corti, quando si troverà già in carcere, apprenderà che gli emissari fascisti erano stati imbeccati da alcuni sfollati che, ripresi dal parroco per la loro condotta, si erano vendicati. L'11 ottobre, all'alba, il curato si era già alzato per eseguire i primi servizi religiosi del mattino; dopo pochi attimi alla porta della chiesa alcuni uomini bussarono in maniera violenta e ordinarono di aprire i battenti. Come il sacerdote eseguì il comando si vide puntare contro una pistola mentre un altro milite con il mitra lo sospinse, insieme alla domestica, sulla piazzetta del paese dove, notarono, c'erano già gli otto militari stranieri alloggiati dal sacrestano, circondati da 32 tedeschi delle SS con a capo un maresciallo. Il sottufficiale ordinò una requisizione nella casa dell’ecclesiastico, i soldati se ne uscirono con alcune uova e un pezzo di formaggio con le quali completarono una ricca colazione ordinata all'osteria del paese. Mentre i tedeschi mangiavano e bevevano, si sentirono improvvisamente spari e scoppi di bombe provenire da Pessina e dai boschi circostanti. La caccia ai fuggiaschi era sfociata in uno scontro armato nel quale furono uccisi due spagnoli volontari nell'esercito inglese, Josè Martinez e Andrea Sanchez. Alla fine dell'operazione furono caricati su due camion delle SS 26 prigionieri, mentre su due auto distinte, fra due poliziotti italiani, sedettero don Riccardo Corti e il fratello padre Ferruccio, presente a Giovenzana per aiutare la parrocchia e che in questo frangente fu duramente percosso. Fra la paura e lo sgomento della popolazione locale, la colonna si mosse scendendo a Galbiate per passare poi da Lecco e da lì raggiungere alle quattro del pomeriggio, Bergamo.

Nel presidio tedesco della città orobica don Corti subì il primo interrogatorio da parte dello stesso maresciallo che lo aveva arrestato. Gli s'imputò il fatto di aver dato rifugio ai prigionieri fuggiti trasgredendo agli ordini germanici trasmessi alla radio, comparsi sui giornali ed esposti agli albi comunali. Il sacerdote rispose che a Giovenzana non c'erano apparecchi radiofonici, né edicole e l'albo non esisteva; il graduato minacciò di dare fuoco al paese considerando l'appoggio offerto agli evasi da tutta la sua popolazione ma il parroco si assunse tutta la responsabilità dell' accaduto.

Conclusa l'inquisizione fu associato col fratello alle carceri di S. Agata a Bergamo alta. Il 14 ottobre i due prelati furono già trascinati davanti ad un tribunale tedesco per un processo che si dimostrò solo una formalità di facciata. Il presidente non fece altro che leggere un fascicolo accusatorio in tedesco e, senza la presenza di alcun testimone e di alcun avvocato, provvide a condannare padre Ferruccio a due mesi di carcere che scontò a Bergamo stessa, e a comminare al sessantottenne parroco di Giovenzana ben un anno e mezzo di prigione. Don Corti entrò in questa fase in un periodo di grande abbattimento morale, aggravato anche dai problemi fisici portati dall'artrite che gli impedivano un agevole uso delle mani e dalla comparsa della febbre.

Ai primi di dicembre si recò a visitarlo l'arcivescovo di Milano cardinale Ildefonso Schuster, portandogli cibo e soldi e il conforto religioso. Con lui in cella furono in seguito aggregati altri tre sacerdoti bergamaschi, don Alessandro Ceresoli assistente a Ponte S. Pietro, don Alessandro Brumana, parroco di Valcava e don Antonio Seghezzi assistente diocesano dell'Azione Cattolica. Saranno tutti deportati in Germania e Seghezzi morirà a Dachau poco dopo la liberazione; di quest'ultimo è in corso la causa di beatificazione.

Dopo due mesi e mezzo trascorsi al S. Agata, don Riccardo, insieme agli altri preti reclusi, fu trasferito al forte S. Mattia di Verona: era il 24 dicembre 1943. Il forte S. Mattia era un residuo intatto del sistema di fortificazione di Verona, edificato Dagli austriaci nel 1843 sull'altura più elevata dei dintorni della città. I tedeschi, dopo l'occupazione, lo avevano adibito a carcere duro per detenuti politici. Il forte è scavato nella roccia, è tetro e umido e, osserva il parroco di Giovenzana:

      Il maresciallo che dirige detto carcere è semplicemente terribile, minaccioso, insolente e molto generoso nel dispensare calci, pugni e scappellotti a chiunque, e le guardie ne seguono l'esempio

I sacerdoti vennero rinchiusi in una grande cella, dove però potevano starei una trentina di prigionieri e in verità se ne stiparono quarantacinque, in una perenne semioscurità per la mancanza di luce. Dormirono su brande vecchie e marce e i pidocchi e le cimici abbondavano. Solo due buglioli servivano per questa massa di persone e il fetore era opprimente. L'alimentazione giornaliera era costituita da un surrogato di caffè, una zuppa di sole verdure e mezza pagnotta ammuffita. Le condizioni di Don Riccardo inevitabilmente peggiorarono ancora, dimagrì considerevolmente e l’artrite gli causò forti dolori ora anche alle gambe, perciò fu dichiarato inabile al lavoro. Malgrado questa classificazione che avrebbe dovuto evitargli la deportazione in Germania, il 14 gennaio 1944 venne incluso in una lista con diciotto prigionieri politi ci da spedire in Germania. Alle tre del mattino il gruppetto fu caricato su un autocarro e condotto alla stazione di Verona dove una tradotta, nella stessa giornata, li recapitò a Monaco di Baviera, nel carcere situato sette chilometri fuori dalla grande città.

Paradossalmente l'anziano parroco trovò qui delle condizioni di prigionia, soprattutto in termini di pulizia, luce e calore, migliori che a Verona; continuavano invece i maltrattamenti dei guardiani e per la prima volta don Riccardo fu svestito dell'abito talare per indossare la divisa da galeotto, un'evenienza che a sessantotto anni doveva ulteriormente pesare sull'animo del deportato. Nel carcere di Monaco rimase 47 giorni, sempre rinchiuso in cella, con la sola possibilità, due volte la settimana di uscire all'aria aperta in cortile per mezz'ora. Erano giorni di terribili bombardamenti sulla capitale della Baviera e quando le bombe cadevano le guardie correvano nei rifugi, mentre i prigionieri rimanevano in cella, pregando affinché il carcere non fosse centrato.

Il 26 febbraio don Corti venne chiamato dalla guardia, gli fu restituito l'abito ecclesiastico con la comunicazione che sarebbe rientrato in Italia. Si trattava di un inganno, in realtà già il 5 gennaio il Generale plenipotenziario delle Forze armate tedesche in Italia aveva respinto al cardinal Schuster la domanda di grazia. Insieme ad altri reclusi, fu portato per tre giorni alla stazione di polizia di Monaco e poi, il giorno 29, inviato, dopo una giornata terribile trascorsa nello spazio angusto di un vagone cellulare, a Donauworth, città bavarese sul Danubio a 45 chilometri da Augsburg. A piedi, ammanettati per due, con un freddo terribile e le strade piene di neve, la colonna dei detenuti fu fatta affluire alla caserma della polizia e poi trasportata al carcere per lavori forzati del piccolo paese di Kaisheim. Don Corti perse di nuovo la tonaca e vestì di nuovo la divisa del galeotto e, come tutti i sacerdoti detenuti, per spregio, adibito al mestiere di calzolaio. Montagne di scarpe arrivavano in vagoni merci da varie zone d'occupazione tedesca e i prigionieri effettuavano la cernita e il recupero del materiale ancora godibile.

Dopo circa tre mesi di questa vita, parve aprirsi uno spiraglio. Il 26 maggio venne data comunicazione al parroco detenuto che gli era stata concessa la grazia per l'intercessione sempre del cardinal Schuster. Era vero solo in parte, l'arcivescovo ci aveva riprovato ma la concessione avvenne solo alla fine di luglio, così don Riccardo convisse penosamente per mesi con questa speranza. Nel frattempo, in considerazione della sua età e del suo stato di salute, fu dirottato ad un lavoro più leggero in ambito cartario, nella produzione di sacchetti e quaderni.

Nemmeno quando la decisione di liberare il prelato fu ufficializzata, questi riacquistò la libertà. L'autorità carceraria berlinese, giunta a Kaisheim per altri motivi, scoprì sei telegrammi e tutta la documentazione di concessione della grazia giacente nell'ufficio del direttore che volontariamente l'aveva ignorata impedendo la liberazione del vecchio parroco. Il funzionario e i suoi sottoposti pagarono l'insubordinazione ai superiori con la loro destituzione. Questo fatto ebbe luogo a fine dicembre del '44 ma neanche in quel momento don Corti fu scarcerato. Con una serie di giustificazioni fu trattenuto a Kaisheim fino al 9 febbraio 1945, in pratica, malgrado la grazia, gli si fece scontare tutta la pena alla quale era stato condannato. I guai però non erano finiti, perché l'ormai sessantanovenne parroco quel giorno venne semplicemente messo alla porta; malfermo di salute, senza soldi, senza conoscere la lingua e senza aver mai avuto modo in sedici mesi di comunicare con l'Italia, si trovava in Germania, solo, nel pieno della guerra.

Riuscì ad arrivare a Monaco, ormai rasa al suolo, sotto un'intensa nevicata. Raggiunse, aiutato da una donna, il consolato italiano e fu ricevuto da Vittorio Mussolini in persona. Dopo un'inutile ramanzina sul fatto che ne aveva determinato l'arresto gli venne pagato il viaggio di ritorno. L'anziano deportato, però, poco pratico, sbagliò treno e fu costretto a scendere in una minuscola stazione, ancora una volta senza denaro. Corse il rischio di morire assiderato e fu salvato da un operaio italiano che stava rientrando in Italia attraverso Innsbruck che lo portò con sé.

Don Riccardo Corti l'11 febbraio varcò la frontiera al Brennero e, dopo altre e numerose peripezie, riuscì ad arrivare a Milano. Fu ricevuto da Schuster che gli diede oltre che un po’ di soldi, anche il permesso di riprendere possesso della sua parrocchia di Giovenzana. Il 14 febbraio 1945 il sacerdote rientrava a casa, trionfalmente, fra la sua gente incredula ed entusiasta e gli sguardi malevoli dei militi fascisti.

 Venimmo avvisati che spiavano ogni mio atto e parola, masticavano molto amaro vedendomi ritornato. Nella chiesa affollata all'inverosimile, don Riccardo salutò i suoi parrocchiani e li benedì, dopo un anno e mezzo nelle prigioni del Reich.

       

Don Mauro Bonzi

Nato il 15 gennaio 1904 a Legnano. Ordinato sacerdote nel 1928 fu dapprima destinato al seminario di S. Pietro martire a Seveso e successivamente a quello di Venegono Inferiore. Nel 1939 assunse la carica di rettore del Collegio Pio XI di Desio che mantenne fino all'incarcerazione.

Sembrerebbe che il fermo di don Bonzi sia avvenuto in due fasi. La prima ebbe luogo il 29 aprile 1944 secondo tutte le pubblicazioni che hanno parlato di questo sacerdote. Nel registro d'iscrizione dei detenuti del carcere di S. Vittore viene invece annotata come data d'arresto il 30 aprile, poco cambia, è solo a beneficio della precisione e sempre per la precisione il volume che traccia la storia del Collegio Arcivescovile Pio XI scrive che il rettore venne prelevato alle 17.30 del pomeriggio. Fu una camionetta tedesca che si presentò al collegio, mentre gli insegnanti e i prefetti raccolsero i ragazzi che erano nel cortile per la ricreazione e si chiusero nelle aule finché l'operazione non si concluse. Per quanto riguarda le motivazioni che portarono all'arresto di don Mauro, sempre il registro delle matricole di S. Vittore riporta che il fermo fu operato dall'Ufficio di Polizia Speciale con l'accusa formale di avere violato l'articolo 247 del Codice penale (incitamento alla disobbedienza della legge e all'odio fra le classi sociali) e di "assistenza ai partecipi di cospirazione o di banda armata". Le testimonianze locali portano luce sull'operato di don Bonzi, facendolo apparire come un sicuro appoggio per gli antifascisti desiani e del circondario. Una delle attività del sacerdote era sicuramente il procurare documenti falsi per i renitenti alla leva e gli sbandati. Proprio dal fermo di due dei giovani protetti dai fogli contraffatti e fatti parlare con la tortura, si giunse all'individuazione del rettore del collegio desiano. Si è sempre parlato, poi, di armi nascoste nei sotterranei del collegio e fatte pervenire ai gruppi sui monti, ma niente di dimostrabile è possibile riferire.

Don Bonzi, comunque, era già inviso ai fascisti per la sua freddezza e la sua mancanza di collaborazione con i nuovi occupanti. Il rettore del collegio, sotto interrogatorio, fece convergere su di sé le colpe e le accuse dei fascisti per non compromettere altre persone. Questo è confermato da un rapporto della questura che dichiara il prete reo confesso di:

aver dato assistenza a componenti di bande armate e di aver nascosto nel collegio fucili e munizioni consegnate poi ai banditi. 

A S. Vittore, comunque, è registrato il 2 giugno “proveniente dalle carceri di Monza, consegnato da agenti di P.S.”, questo significa che don Bonzi aveva già trascorso più di un mese nella prigione brianzola prima di essere inoltrato a Milano. Il sacerdote venne messo a disposizione del Tribunale speciale per la difesa dello Stato e per ordinanza dello stesso organo fu rilasciato il 27 giugno 1944. Qui potrebbe cominciare quindi la seconda fase della vicenda, segnalata da due pubblicazioni, che vede il prelato nuovamente arrestato e inviato da S. Vittore a Bolzano il 7 settembre. All'arrivo nel lager a don Bonzi venne tolto tutto quello che aveva, gli venne consegnata una tuta blu con una croce sulla schiena e il numero di matricola, 3869, da applicare su una gamba dei pantaloni. Durante il periodo di detenzione nel campo di transito, il sacerdote riuscì a far pervenire una lettera alla famiglia di un suo allievo con la quale chiedeva aiuto per un sostegno materiale; la missiva è particolarmente importante perché con l'indirizzo a fondo pagina al quale far pervenire i soccorsi, ci permette di conoscere la matricola e il blocco in cui fu internato e, soprattutto, l'accenno all'avere trascorso già 80 giorni in carcere a Milano, ci suggerisce che se rilascio c'era stato il nuovo arresto era avvenuto dopo pochi giorni, oppure che, malgrado il registro di S. Vittore riporti la data del rilascio, questo significasse solo un passaggio al raggio controllato dai tedeschi e che quindi una scarcerazione non sia mai avvenuta. Ecco il testo della lettera: 

Egregio signor Sparer

Sono il rettore del Collegio Pio XI di Desio, dove il suo Elmar frequenta la scuola. Mi trovo a Bolzano in campo di concentramento dal 7 u.s. come detenuto politico e forse sarò presto trasferito in Germania. Ho già fatto 80 giorni di carcere a Milano e ora mi trovo qui nel bisogno di tutto e nell'impossibilità di avere dal collegio quello che mi occorre. Mi prendo perciò la libertà di chiedere a Lei, per amore del suo Elmer che mi è tanto affezionato, qualche soccorso di vitto (pane o qualcos'altro) perché a dire la verità patisco anche la fame. Se potessi avere anche qualche centinaio di lire, le sarei veramente riconoscente; avrei premura poi di restituire appena sarò tornato a Desio. Non può credere con quanta commozione penso a questa fortuna di avere vicino a me la famiglia di un mio alunno, e forse lo stesso Elmer che sarà a casa in vacanza. Lo abbracci e lo baci per me quel caro figliolo. È la Provvidenza che mi dà questo gran conforto.

E la signorina Maria è costì o a Desio? Se è con lei le faccia i miei saluti più rispettosi. È dalla fine di aprile che soffro per la cattiveria degli uomini: forse me lo sarò meritato e mi rassegno alla volontà di Dio. Preghino per me come io prometto di ricordare loro nelle mie preghiere. Dio benedica lei e la sua famiglia.

Abbia la bontà di spedire la lettera qui unita a mia mamma perché così sono sicuro che la riceverà. La ringrazio dal profondo del cuore e la ossequio.

De.mo

Sac. Mauro Bonzi

Rettore del Collegio Arcivescovile Pio XI, Desio.

P.S. Questa lettera le perviene di nascosto per mano di un soldato che la conosce. Mi faccia risposta con questo stesso mezzo e con precauzione per non incontrare dei guai e per evitarli anche lei. Sac, Mauro Bonzi, matricola 3869. Blocco H. Polizeiliches Durchgangslager, Bolzano.

Bolzano 14/9/44 

Da Bolzano don Mauro scrisse anche al cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, per confermargli che, anche nelle avversità, la fede è ben salda.

Mi manca il conforto della S. Messa e di ogni altro privilegio sacerdotale, ma faccio tutto il possibile per tenermi unito al Signore durante le ore di lavoro e di inoperosità... Questa vita è dura e mortificante ma l'accetto a mia purificazione ed elevazione. 

A Bolzano rimase quasi un altro mese e il 5 ottobre 1944 fu deportato a Dachau dove arrivò il 9 ottobre per essere immatricolato con il numero 113150. Fu classificato come schutz Geistlicher, ossia "cappellano".

Dachau era il lager dove quasi esclusivamente erano stati internati gli ecclesiastici cattolici. Su 2720 religiosi che passarono nelle baracche del campo, 2579 erano cattolici, ne morirono 1034 in gran parte, ben 868, polacchi; gli italiani furono 28, generalmente tutti erano ammassati nel blocco 26 e una parte nel 28.

Sulla sua permanenza a Dachau non abbiamo notizie estese ma diversi sacerdoti anch'essi deportati a Dachau che scrissero delle memorie, lo citano come compagno di prigionia. Così è per padre Giannantonio Agosti, don Angelo Dalmasso, don Paolo Liggeri e don Roberto Angeli. Proprio quest'ultimo nel suo volume Il Vangelo nel lager, racconta la fine della schiavitù nel campo di concentramento che visse in condivisione con don Mauro Bonzi fino al ritorno a casa. Dopo la liberazione avvenuta il 29 aprile 1945: 

Gli ammalati più gravi furono trasportati nelle baracche delle SS fuori dei reticolati ... una parte di quei caseggiati (uffici, residenze, comandi, cucine, magazzini) fu adibita a ospedale da campo. Il comando alleato chiese ai preti di contribuire allo sforzo che stava facendo per salvare migliaia di vite umane. Avevano bisogno d'infermieri. Così il giorno 7 maggio, insieme a don Giovanni, don Berselli, don Camillo Valota, don Bonzi e don Aldrighetti, uscii dal campo ed indossai il camice bianco. Si trattava di curare uomini ridotti a scheletri, incapaci di muoversi, afflitti dalla terribile dissenteria foriera di morte. Bisognava cambiare le lenzuola di ciascuno più volte al giorno, bisognava propinare speciali pillole a determinate ore, misurare e segnare la febbre sulle cartelle cliniche, fare iniezioni, accorrere a tutte le chiamate e soprattutto fare la spola ininterrottamente tra i letti e i gabinetti trasportando le padelle. 

Era una vita dura anche per loro, erano deboli e avevano in testa l'obiettivo di tornare in Italia al più presto. Cinque sacerdoti, fra i quali don Angeli e don Bonzi, decisero così di non aspettare che fossero gli americani ad organizzare una partenza che appariva ancora lontana e abbandonarono la compagnia senza autorizzazione. Il viaggio un po' a piedi e un po' con un'infinità di mezzi a motore, durò dall’8 al 30 maggio. I cinque ormai ex-deportati attraversarono le rovine di Monaco, giunsero in Austria ospitati di volta in volta da parroci e frati a volte ospitali, a volte diffidenti o cortesi. Raggiunsero Innsbruck il 27 maggio ma solo il 30 riuscirono varcare il Brennero. Ed al ritorno in Brianza è legato un fatto che certo a don Bonzi non doveva aver fatto un gran piacere. Don Angeli, livornese, non trovava un passaggio a Bolzano per le sue terre, seguì quindi don Mauro a Monza. Questi poi lo portò a “far visita ad una personalità importante" la quale, dopo avere fatto fare ai due una lunga anticamera, li ricevette abbastanza freddamente e con severità li ammonì: "So che avete sofferto molto, ma dovevate essere più prudenti". Quindi dispose di consegnare loro 500 lire e li congedò. Anni dopo, don Paolo Liggeri confermò che: 

... il cardinal Schuster era rimasto contrariato dalle vicende di don Bonzi, probabilmente per il fatto che si trattava di un esponente di un collegio arcivescovile ... Don Bonzi non era un intellettuale, ma un sacerdote sensibile, di gran cuore e certamente questo lo portò a rischiare, direi più sul piano della carità che politico. 

E forse, per un sacerdote, aver rischiato per la carità è stato più vicino al senso della sua missione che non mille atteggiamenti di prudenza. Il fisico del prete legnanese al suo ritorno era però minato dalla tubercolosi. Fu nominato parroco della città comasca di Lurago Marinone ma la sua attività fu molto breve. La malattia, eredità di Dachau, lo vinse il 28 aprile 1947; don Mauro Bonzi fu sepolto nella sua città natale di Legnano.

 

Tre sacerdoti nati a Lissone impegnati nella Resistenza

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Nel libro “Memorie di sacerdoti ribelli per amore”, curato da don Giovanni Barbareschi, in cui sono raccolte biografie riguardanti sacerdoti che hanno avuto un qualche ruolo nella Resistenza, sono contenute notizie riguardanti tre sacerdoti originari di Lissone: don Luigi Brusa, don Enrico Cazzaniga, padre Mario Fossati.

libro Memoria di sacerdoti

 

don Luigi Brusa

Nato a Lissone il 16-4-1899, ordinato sacerdote a Milano il 6-6-1925, negli anni dal 1943-45 Rettore del Santuario della Vittoria a Lecco, morto il 29-10-1969.

Persona riservata e oltremodo schiva, non ha lasciato memoria scritta di quanto la sua generosità e la sua carità gli hanno suggerito di fare.

Quello che sappiamo di lui lo si deve a don Aldo Cattaneo, che viene mandato a Lecco ad aiutarlo nel 1944.

Don Luigi ha collegamenti con la Resistenza lecchese, soprattutto con don Teresio Ferraroni, e per la sua attività rischia la deportazione.

Nella cripta del Santuario della Vittoria di cui è Rettore e nel salone sottostante la chiesa, organizza un magazzino di rifornimento di viveri e vestiario coi quali aiuta i gruppi partigiani che operano intorno a Lecco.

Con grande rischio personale ospita ricercati, tra i quali il parroco di Bellano, don Francesco Rovelli, reduce dalle carceri di Como in preoccupanti condizioni di salute, ed anche un giovane sacerdote tedesco, che a un certo punto aveva deciso di abbandonare l’esercito nel quale era stato forzatamente arruolato.

 

don Enrico Cazzaniga

Nato a Bareggia di Lissone il 20-5-1898, ordinato sacerdote a Milano l’11-6-1927, negli anni 1943-45 Parroco di Liscate (MI); morto a Bareggia di Lissone il 15-7-1984.

Dal 1940 è Parroco di Liscate, piccolo paese di milletrecento anime a est di Milano, e lo sarà fino al 1973, per trentatre anni.

Uomo di fede profonda, è per la sua gente una guida energica e sicura, una testimonianza continua di umana solidarietà e di cristiana carità.

Negli anni di guerra in paese sono rimasti i bambini, le donne, gli anziani. Don Enrico coinvolge tutti in una travolgente testimonianza di carità cristiana che dà aiuto agli sfollati della vicina Milano bombardata, ai ricercati politici, agli sbandati renitenti alla leva repubblichina, ai partigiani dei vari gruppi di ideologie diverse.

Dal liber chronicus della parrocchia si apprende l’episodio che fa di don Enrico il “salvatore” del suo paese.

Il 30 aprile 1945 entra in Liscate una colonna di seicentocinquanta tedeschi delle SS con mitragliatrici, cannoncini, mortai. Intendono fermarsi in paese ed organizzare la loro difesa, per poi proseguire la fuga.

Don Enrico fa presente al comandante che la cosa migliore è arrendersi, perché tutte le strade sono ormai bloccate dai partigiani ed è imminente l’arrivo degli Alleati.

Il comandante chiede tempo per riflettere, e nel frattempo don Enrico avverte i nuclei di partigiani dei dintorni, che convergono su Liscate.

Con i tedeschi ci sono anche alcune centinaia di soldati repubblichini e don Enrico intuisce che un’opera di persuasione con loro, assicurandone e proteggendone la fuga, avrebbe convinto anche i tedeschi ad arrendersi. D’accordo con i giovani del paese, rendendosi personalmente garante della salvezza dei repubblichini, procura a tutti abiti civili e favorisce il loro disperdersi nelle campagne adiacenti.

I tedeschi si dicono decisi a distruggere il paese alla minima provocazione partigiana, e per questo piazzano i loro cannoni. Da Melzo arriva una commissione di comandanti partigiani, e tra loro il coadiutore, don Franco Mapelli. Le trattative sono lunghe, laboriose, estenuanti, e solo l’ascendente e la forza morale di don Enrico ottiene che non ci sia nessun atto di provocazione da parte dei partigiani.

È solo il continuo peregrinare da un gruppo all’altro, in quelle ore di difficile attesa, che i gruppi partigiani non reagiscono. I tedeschi, nel pomeriggio, decidono di arrendersi, e il paese è salvo.

Nel 1970, in occasione del 30° di parrocchia, viene conferita a don Enrico l’onorificenza al merito di Cavaliere della Repubblica, onorificenza della quale don Enrico è molto fiero.

Il 26 ottobre 1984, nella seduta consigliare, don Enrico viene ufficialmente commemorato dal Sindaco che ne ricorda i meriti umani e sacerdotali; a lui viene dedicata una strada, «piccolo segno di riconoscenza e di gratitudine verso una persona che ha fatto e operato per il progresso e la crescita di Liscate».

 

Fossati padre Mario

Nato a Lissone il 9-10-1906, ordinato sacerdote per il P.I.M.E. il 22-9-1934, negli anni 1943-45 Parroco di Onno (CO), morto a Rancio di Lecco (CO) il 13-5-1979.

Sui monti sopra Bellagio si erano attendati alcuni gruppi di partigiani. Uno di loro, Giambattista Gradola detto Tino, viene arrestato durante un rastrellamento nel settembre 1944.

I suoi compagni decidono di tentare di liberarlo quando sarà trasportato a Lecco per l’interrogatorio. Organizzano un posto di blocco alle Fornaci vicino a Vassena. Arriva una vettura militare ma non si ferma all’alt; i partigiani sparano verso le ruote riuscendo a colpirle. La vettura sfugge ugualmente. Il giorno dopo si viene a sapere che la vettura militare era giunta a Limonta con un passeggero ferito a morte, il tenente Weber della guarnigione tedesca.

Il partigiano Giambattista Gandola viene giustiziato e i tedeschi minacciano una rappresaglia su tutto il comune di Oliveto Lario (Onno, Vassena, Limonta), rappresaglia che consiste nel bruciare i paesi e nel deportarne in Germania tutti gli uomini.

Padre Mario Fossati, Parroco di Onno, con il parroco di Vassena, cerca di parlamentare con le autorità per venire ad un compromesso.

Come avevano fatto in analoga occasione a Esino Lario, i tedeschi promettono di evitare la distruzione dei paesi se i parroci si impegnano a consegnare tutti i giovani che ancora non si erano presentati alle autorità della Repubblica di Salò. Assicurano contemporaneamente che ogni giovane munito di regolare certificato di esonero avrebbe potuto far ritorno a casa.

Al giorno fissato la comitiva di ventisei giovani guidati dai loro parroci, parte per Como.

Dopo una estenuante attesa ci si accorge che i tedeschi non volevano mantenere le promesse fatte.

Padre mario e il parroco di Vassena segretamente si impegnano a restare con i giovani, disposti a seguirli ovunque e rimandano a casa il parroco di Limonta.
Ventisei giovani con i loro parroci in uno stanzone, nella certezza di essere internati in Germania ... Lì passano la notte. Il mattino seguente, domenica, i sacerdoti celebrano la “Messa al campo” e i giovani ricevono l’Eucarestia. Padre mario annota nel liber chronicus della parrocchia di S. Pietro Martire in Onno: « ... Momenti veramente commoventi ...».

Dopo la Messa i due parroci continuano il loro pellegrinaggio da un’autorità all’altra per chiedere che vengano mantenute le promesse. Dopo un’attesa logorante, improvvisamente arriva la notizia: i tedeschi mantengono la parola data.

Annota ancora padre Mario nel liber chronicus: « ... La mano di Dio non è certamente assente ...».

 

 

Bibliografia:

Pietro Arienti – Dalla Brianza ai lager del III Reich – Bellavite Editore 2012

Giovanni Barbareschi – Ribelli per amore – Milano 1986

Dimanche 15 avril 2012 7 15 /04 /Avr /2012 07:00

«Voglio soltanto testimoniare che quel poco di valido e di utile che ho saputo produrre nel corso della mia lunga vita, lo debbo interamente al suo insegnamento e al suo esempio; alla sua radicale incapacità di separare l'etica della politica dalla propria morale quotidiana, pagando sempre di persona i propri convincimenti».  

Bruno Trentin parlando del padre Silvio

 

Ai primi di settembre 1943 Silvio Trentin torna dall'esilio con la moglie e i due figli maschi Giorgio e Bruno. Nato a S. Donà nel 1885, docente di diritto dal 1911, volontario nella prima guerra mondiale, deputato nel '19, grande giurista antifascista, in seguito all' emanazione del decreto legge del 24 dicembre del '25 che privava tutti gli impiegati dello Stato della loro libertà politica e intellettuale, si era dimesso dall'insegnamento con una nobilissima lettera di denuncia dell'incompatibilità dell'obbedienza alla legge fascista con il rispetto delle proprie idee. Soltanto altri due docenti in Italia compiono allora lo stesso gesto: Gaetano Salvemini e Francesco Saverio Nitti.

Nel febbraio del 1926 decide di espatriare in Francia. Lo accompagnano la moglie Beppa Nardari, trevigiana, e i due figli Giorgio e Franca, di otto anni e mezzo e sei. È stato per loro un viaggio di distacco doloroso - dalla patria, dagli affetti, per i due bambini dai giochi con gli amici, dalla lingua.

Trentin per sopravvivere si dedica per molti anni ai lavori più umili, di agricoltore e di operaio tipografo, ma continua a studiare, scrive molti trattati giuridici; è fra i promotori della concentrazione antifascista, fra i fonda tori con Carlo Rosselli del movimento Giustizia e libertà; ospita nella sua libreria di Tolosa le figure più note dell'antifascismo italiano ed europeo.

numero unico giornale Liberer et Federer 

Durante la guerra civile spagnola si reca più volte al fronte. E tra i più attivi organizzatori della resistenza francese fin dagli esordi nel '40. Fonda il movimento Libérer et fédérer. Dopo l'11 novembre 1942, allorché le truppe tedesche occupano l'intero territorio metropolitano francese, è costretto a passare in clandestinità.

Dopo quasi 18 anni di esilio, per Silvio Trentin, sua moglie, il figlio primogenito Giorgio, questo, del settembre '43, è stato indubbiamente un viaggio di ritorno. Un ritorno in patria. Un ritorno a casa. La casa del padre di Beppa, Francesco Nardari, in via Filippini, a Treviso.

Per Bruno era invece un viaggio di andata. In un paese sconosciuto. Un'andata che comportava l'abbandono di quella che considerava la sua patria - la Francia -, la sua città - Tolosa.

Bruno è nato dieci mesi dopo l'arrivo in Francia della famiglia, nel dicembre del '26. La sua nascita segna - cronologicamente e simbolicamente - l'inizio di una vita nuova per i coniugi Trentin. Bruno giunge in una famiglia con un passato a lui sconosciuto, che non gli appartiene. I fratelli possiedono il sentimento della nostalgia per un passato che continua ad esistere nella loro fantasia, nei loro ricordi. Hanno la consapevolezza, come possono averla dei bambini, del quando e del perché è avvenuto questo mutamento radicale della loro esistenza.

Bruno conosce solo le scomodità della vita d'esilio, l'incongruenza tra gli stenti patiti e la magnificenza degli antichi mobili veneziani che la madre era riuscita a portare con sé (ma di cui sarà presto costretta a disfarsi per avere di che vivere). Vive da bambino povero, ma figlio di un padre che percepisce come prestigioso, un padre di cui essere orgoglioso, un padre con una doppia vita, che di giorno lavora come operaio in una tipografia e la sera, nell'«altra sua esistenza» di militante antifascista, scrive trattati di diritto, riceve persone importanti che vengono da lontano, organizza l'attività clandestina che si svolge in Italia.

Bruno fa fatica anche a comprendere la lingua dei genitori.

In una lettera ad un amico di famiglia di S. Donà, del novembre del '28 - Bruno ha due anni - la madre scrive: «le prodezze di Bruno che comincia a parlare una dolce lingua misto di francese e d'italiano costituiscono la nostra sola distrazione». Bruno stesso parla divertito di questa lingua mista che si era costruito nel tempo, «uno swahili, [...] fatto di francese, di veneto, di un po' d'italiano». Vive con un certo disagio questa «alterità» rispetto ai genitori che sente quasi come stranieri, «non solo italiani - dice - ma veneti». Lui cresce sentendosi completamente francese. La mediazione avviene con i fratelli con i quali anche in casa parla esclusivamente in francese. Ha l'esigenza primaria di integrarsi con gli altri bambini, «il bisogno - dice - di essere riconosciuto dai miei simili ... liberandomi da tutte le tracce possibili della mia origine». Arriva a cambiarsi il nome, a farsi chiamare dagli amici non Bruno ma Jacques. Cresce con questo «sentimento di una vita divisa», con «la percezione di questa anomalia di cui ero molto anche compreso e fiero, nello stesso tempo l'avvertivo come il segno di un paese diverso, di una storia diversa che non mi apparteneva».

Con il padre ha un rapporto di identificazione e di conflitto. Era un uomo «intransigente, con un'altra faccia assolutamente contraddittoria, e cioè il gusto per lo scherzo gioioso, e quindi io ho vissuto nella storia della mia infanzia queste due facce, compreso il conflitto con la faccia austera e severa di un uomo [...] "tutto d'un pezzo" con il quale avevo un rapporto di timore e anche di rivolta, e dall'altra parte un uomo che esprimeva una capacità di comprendere gioiosamente la vita». Ma tutta la famiglia «era una famiglia piena di allegria e di rigore». D'altra parte il padre stesso, pur così severo ed esigente con lui, non poteva non riconoscersi nell'esuberanza ribelle di Bruno. Silvio, studente brillante, si era fatto cacciare dal Collegio Nardari da quello che sarebbe poi diventato suo suocero, il commendatore Francesco Nardari, per episodi piuttosto sconvenienti di mancanza di rispetto delle regole vigenti nel prestigioso convitto di via Filippini, frequentato dai figli della crème della borghesia veneta. Nel lessico familiare dei fratelli Trentin ricorre spesso il racconto delle «farse di famiglia», delle burle e dei travestimenti del padre, lui così austero e riservato con gli estranei (e anche in questo aspetto Bruno gli assomiglierà!).

Il padre si portava appresso Bruno, nei fine settimana, nelle festività, durante le vacanze scolastiche, in passeggiate in campagna di decine e decine di chilometri, per l'intera Gua­scogna, alla ricerca dei luoghi mitici dei moschettieri, di D'Artagnan, del Graal, dei catari, e questa passione Bruno la coltiverà sempre, per i miti, per i cavalieri solitari, per i templari, per gli antichi manieri. Ricorderà sempre con grande tenerezza questi lunghi «pellegrinaggi a due», questi momenti di intimità e complicità con il padre. Divenne un lettore appassionato di libri di avventura. In una lettera non datata ad un amico di famiglia di S. Donà, elenca i libri appena letti e ne «ordina» altri, la saga di Sandokan, ad esempio. «Fin da piccolo - ricorda la sorella Franca - ci dava preoccupazioni, perché era un ribelle permanente, pieno di progetti di riabili­tazione dei vinti della storia e aveva sempre delle iniziative spericolate». Quando scopre poi la storia degli indiani, si appassiona alla loro sorte, ne fa una bandiera della lotta contro l'ingiustizia e la sopraffazione, tanto da tenere frementi comizi casalinghi alla sorella - la sua protettrice! - contro Davy Crockett e Buffalo Bill. Dopo la guerra, quando va negli Stati Uniti d'America, ad Harvard, acquista sei incisioni di capi indiani e le appenderà in camera sua, prima qui a Treviso, e poi nelle sue abitazioni di Roma, dove resteranno appese, fino alla fine.

Ma spesso la sua esplosiva voglia di autonomia doveva essere contenuta, castigata. Ecco allora i frequenti tentativi di fuga: aveva una sua valigetta, ci metteva dentro qualche indumento, un libro, e scappava. E il fratello doveva poi andare alla sua ricerca per le colline intorno ad Auch. Nel '36 - a dieci anni - all'epoca del naufragio dell'esploratore Charcot, organizza una spedizione con una banda di amici per andare alla ricerca delle sue spoglie, preparando uno zaino in cui ripone tutte le scorte di latte condensato messe sotto chiave dalla madre che scopre in tempo il furto e si mette in allarme.

Partecipa con i fratelli alle attività scoutistiche, ma, da adolescente, capeggia delle bande quasi «con dei rischi delinquenziali». Il suo cruccio è sempre quello: il peso di questa «duplice identità», «di figlio di un militante, figlio di un uomo molto impegnato nella lotta politica di cui ero molto fiero; e poi l'identità di uno che voleva essere altro, che si sentiva un francese che cercava [...] di ricostruire una identità alternativa a quella di mio padre».

Nel '34 la famiglia si trasferisce a Tolosa dove con l'aiuto di familiari e amici può acquistare una libreria.

Silvio Trentin a Tolosa

A otto anni Bruno assiste ad una scena che colpisce molto la sua fantasia: gli scontri tra una manifestazione di sinistra contro i tentativi di putsch della destra e le guardie repubblicane a cavallo, la carica delle guardie, i dimostranti che fanno scivolare su delle biglie d'acciaio i cavalli che stramazzano a terra: «la prima mia immagine di come una battaglia politica potesse diventare un fatto drammatico». Non è più una storia d'invenzione, un'av­ventura di Sandokan, ma la percezione che le cose di cui si occupa suo padre possono rivestire aspetti emotivamente coinvolgenti, di alta tensione.

La guerra di Spagna è lo spartiacque, «il primo grande momento di presa di coscienza che ha attraversato le giovani generazioni di tutte le culture», un fenomeno di dimensioni internazionali. La libreria e la casa Trentin diventano il centro di smistamento, meta dei volontari che accorrono da vari paesi in soccorso dei repubblicani spagnoli, un va e vieni continuo di giovani dalle varie nazionalità e lingue. I tre ragazzi Trentin cedono spesso i loro letti in quei mesi, dormono su giacigli di fortuna. Bruno s'infiamma ai racconti rivoluzionari di questi giovani volontari. Alcuni di questi non torneranno indietro, muoiono al fronte, e Bruno ne prova un acuto dolore. Gli resta la «cattiva coscienza» per non aver partecipato a questa guerra, nonostante non fosse che un ragazzino. Dopo la sconfitta la libreria e la casa ridiventano luoghi di passaggio all'incontrario, molto più mesti. Arrivano, oltre ai volontari, gli spagnoli che fuggono da Franco, perfino ex ministri del governo repubblicano. Casa Trentin divenne allora una sorta d'ambasciata, dirà Lussu. Bruno si impegna molto nell'aiutare i suoi a soccorrere gli esuli spagnoli nei campi di concentramento vicino a Tolosa.

Proprio grazie alla guerra di Spagna matura la volontà di aderire alla stessa battaglia di suo padre: «si è precisato [...] questo bisogno di partecipare alla stessa avventura di mio padre e di essere invece su un altro fronte». C'è sempre questa esigenza di autonomia, di marcare la sua identità diversa. Legge Kropòtkin, un grande libertario russo, teorico dell'anarchia, anzi teorico di un comunismo libertario a base federalistica e solidaristica. Sfida il padre: «il primo confronto serio [...] è stato quando io ho palesato in modo molto ingenuo [...] le mie prime letture entusiaste per i teorici dell'anarchia, mi ricordo il primo fu un libro di Kropòtkin che io divorai [...] E lui cercò di aprire un dialogo manifestando molto rispetto. Io invece mi inalberai di fronte a quella che ritenevo un po' essere una sottovalutazione della mia scoperta».

Questo confronto-scontro con il padre - dove è lui a cercare lo scontro - «accelerò in me il bisogno di impegnarmi ma nello stesso tempo di impegnarmi appunto in un mondo diverso». Così nel '41, a 15 anni, costituisce un suo gruppo, il Gif (Gruppo insurrezionale francese), di tendenze anarchiche, con altri compagni del suo liceo. Producono anche un giornale clandestino - è il periodo della repubblica di Vichy e Bruno utilizza ritagliandola la carta intestata della libreria di suo padre: un segno di infantilismo incosciente, ma anche la riprova che si trattava innanzitutto di «tentativi di ribellione all'autorità paterna». Organizzano delle uscite di attacco alle nuove formazioni fasciste del '42, ai cagoulards. Una notte riempiono i muri della città - siamo ormai nell'autunno - di scritte antifasciste. Vengono arrestati. Un commissario feroce li sottopone a duri interrogatori conditi da bastonate. E sconvolto dalla durezza della prova e in cella è rincuorato da un anarchico spagnolo: «ricordo che una prima notte ho avuto proprio la tentazione, sia pure molto adolescenziale [...] del suicidio [...] Chi mi salvò fu un anarchico spagnolo [...] che aveva appena fatto un attentato [...] mi ha coperto di un affetto straordinario in quelle due notti che ho passato in guardina prima di essere trasferito alla prigione, coprendomi con una coperta fra un interrogatorio e l'altro».

Viene chiamata la madre che accorre con la figlia. Il padre è già nella clandestinità, nascosto nelle campagne nei pressi di Tolosa dove sta organizzando la resistenza. Lui si presenta alla madre ammanettato, fiero e coraggioso. La madre gli va incontro e gli dà uno schiaffo violento, sibilandogli, quasi con «un tono velenoso», una frase: «Se fai il nome di tuo padre ti ammazzo». Questa frase inizialmente lo ferisce, ma poi dirà: «è uno dei ricordi più belli che ho». Questo schiaffo non fu salutare solo per la sua maturazione, ma anche dal punto di vista processuale, in quanto derubricò la faccenda quasi a ragazzata. Dopo un periodo di carcere e il processo - Bruno compie 16 anni in prigione - i ragazzi sono condannati alla detenzione in un campo di concentramento, ma nei fatti la gendarmeria li lascia fuggire, data la situazione di cambio della guardia con l'arrivo in città delle truppe tedesche. Il ragazzino piccolo e grassottello (soprannominato petit cul dagli amici) piuttosto spavaldo dopo pochi mesi di carcere - ricorda la sorella - era diventato un ragazzo serio, magro e con i pantaloni a mezz'asta, da tanto era cresciuto. Non può però tornare a casa. Si nasconde allora in una colonia di combattenti spagnoli rifugiati in alcune case contadine, dove alternano il lavoro dei campi ad azioni di maquis, organizzati nel Moi, il movimento di resistenza della manodopera immigrata.

C'è una figura qui che lo attrae particolarmente: è Horace Torrubia, un eroe della guerra di Spagna, uno studente di medicina, comunista, che aveva lasciato gli studi per combattere e aveva partecipato ad azioni quasi leggendarie, in Spagna e ora nella Francia occupata: Horace avrà una grande influenza, politica e psicologica, su Bruno, quasi un fratello maggiore - diventerà in seguito suo cognato - che incarna i suoi ideali rivoluzionari e una spregiudicatezza anche fisica che lo affascina. Per non perdere l'anno scolastico Bruno affianca i lavori dei campi allo studio, uno studio molto disordinato, discontinuo. Alla fine riuscirà a fare gli esami finali clandestini grazie alla complicità di alcuni insegnanti. Vive l'esperienza di questa vita comunitaria, coinvolto nell'ideazione e nell'organizzazione di attentati. Il 25 luglio - una notte di tempesta - arriva un compagno spagnolo con la lanterna e annuncia: è caduto Mussolini. Tutti si girano verso di lui, l'unico italiano. E lui non capisce perché, percepisce solo che era successo qualcosa di importante che riguardava suo padre. Solo due giorni dopo capisce, quando il padre lo fa chiamare e s'incontrano nel suo rifugio, gli spiega la situazione, che si era finalmente verificato il momento tanto sperato, che lui doveva rientrare in Italia perché ora si trattava di organizzare la resistenza militare. E gli propone di andare con lui. Bruno è restio ad accettare, sente che il suo posto è lì, in Francia, a fianco dei suoi amici anarchici e dei compa­gni spagnoli: «io vivevo ancora un'altra storia».

La trattativa padre-figlio si risolve con un patto scritto: Bruno accetta di seguire il padre in Italia, ma dopo questa breve parentesi sarebbe stato libero di rientrare in Francia per partecipare alla rivoluzione. E nell'intervista del '98 racconta: «Io accettavo [...] di seguirlo in Italia, di collaborare quindi col suo movimento, la formazione Giustizia e libertà, ma io mi sentivo sempre anarchico [...] e il mio grande obiettivo era quello di tornare in Francia appena la guerra fosse finita, per me il mio paese era quello; accettavo dal momento in cui la Resistenza era diventato un fatto internazionale, una grande battaglia internazionale; per me qualsiasi paese andava bene e quindi anche l'Italia».

Agenti del controspionaggio organizzano il ritorno - piuttosto rocambolesco - di Trentin con i due figli attraverso Andorra, Portogallo, Algeria, Sicilia, da dove sarebbe stato paracadutato nell'Italia del Nord. Ma la traversata dei Pirenei si rivela drammatica per un attacco di cuore di Silvio. Devono tornare indietro. Si tenta un'altra strada: attraversare la frontiera fra Nizza e Ventimiglia. Ma nel frattempo una delibera del Governo Badoglio permette agli esiliati di ottenere i passaporti legali, che infatti vengono rilasciati ai Trentin verso il 20 di agosto. Attendono la Beppa che li raggiunge. Solo Franca resta, la sola naturalizzata francese. Sembra una scelta provvisoria: li raggiungerà appena possibile. Invece non sarà più possibile fino alla Liberazione, nell'estate del '45. Resterà tagliata fuori, a lungo senza notizie della famiglia, per due anni (Franca aveva organizzato con la madre e i fratelli l'accoglienza degli esuli spagnoli nei campi di concentramento; durante l'attività antifascista del padre, nel movimento Libérer et fédérer e poi in clandestinità, aveva svolto il ruolo di staffetta per tenere i collegamenti con il Comitato clandestino di Giustizia e libertà. Dopo la partenza della famiglia, dà in gestione la libreria e si rifugia nella casa mezzadrile degli spagnoli repubblicani, continuando a fare la staffetta fino alla liberazione di Tolosa. Sposa nel marzo del '44 Horace Torrubia, ma apprenderà solo dopo parecchio tempo della morte del padre. Riuscirà a raggiungere la madre e i fratelli soltanto nell'estate del '45. Nel viaggio, si ferma a Milano dove riesce ad incontrare Bruno).

Questo viaggio verso l'Italia, visto inizialmente come qualcosa di provvisorio, cambierà la vita di Bruno, i suoi progetti per il futuro, e soprattutto il rapporto con il padre: «da quel momento lì fino [...] alla sua morte io [...] ho ritrovato mio padre da tutti i punti di vista, cioè si è costruito quel rapporto che era in parte mancato nella prima adolescenza, un rapporto straordinario, io ho lavorato con lui e per lui nelle prime organizzazioni delle bande nel Veneto».

E in un'altra intervista, dice: «dal punto di vista personale, questo è il periodo più bello della mia vita, in Italia, con mio padre».

Viaggiano in treno verso il Veneto. Il 4 settembre arrivano a Mestre, il 5 a Treviso. Il «Gazzettino» preannuncia l'arrivo. E succede una cosa incredibile per Treviso: una folla festante accorre spontaneamente e li accoglie alla stazione. Un impatto esaltante, commovente, per Silvio, i figli, e la Beppa (una soddisfazione personale per lei, cui la scelta coraggiosa di seguire il marito con i figli nel faticoso esilio - era stata più volte rimproverata proprio nell'ambito dei familiari e degli amici della sua città).

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Vanno a casa del nonno Nardari, un francesista, liberale, anticlericale, che era stato anche sottosegretario, un illuminista europeo. Qui cominciano ad arrivare telegrammi e telefonate di felicitazioni, per due giorni c'è un susseguirsi di visite di omaggio. Trentin è festeggiato dagli esponenti locali del Partito d'azione. La sera un giornalista del «Gazzettino» si fa ricevere. L'articolo appare martedì 7 settembre: si esaltano il coraggio e il patriottismo, la rettitudine morale e le doti scientifiche e di educatore, la sua «fede nella virtù del popolo» e la grande dedizione alla patria.

Il 6 Silvio si reca con Bruno a S. Donà, sua città natale: un'accoglienza trionfale.

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L'8 settembre, l'armistizio. Il giorno dopo a Bruno in Comune a Treviso viene rilasciata la carta d'identità: avrà la residenza a Treviso fino al '49.

Silvio avvia da subito i primi contatti per organizzare la Resistenza. Bruno, in un colloquio con Zannoner nel 1974, ricorda tra le prime persone conosciute negli incontri avuti dal padre, Aldo Damo di S. Donà, rappresentante del Pci appena uscito di prigione, e il professor Antonio Giuriolo (cui Silvio affiderà la traduzione del suo saggio teorico Libérer et fédérer). Nei primi giorni dopo l'armistizio Bruno accompagna il padre in alcuni incontri con i generali Coturri, Loasses e Nasci a Treviso e a Feltre, per tentare - invano - di convincerli a distribuire armi alla Resistenza. Trentin è il primo a impostare nel Veneto un'attività di sabotaggio nei trasporti ferroviari. Tornano a S. Donà per cercare un rifugio, ma questa volta tutte le porte gli vengono chiuse. Silvio prende contatti con Marchesi e Meneghetti a Padova per creare il Comitato di liberazione regionale e viene eletto all'unanimità presidente del primo Esecutivo militare regionale.

Stende un Appello ai Veneti guardia avanzata della nazione italiana, che verrà pubblicato il 1° novembre sul giornale del Pda veneto «Giustizia e Libertà», sollevando molte discussioni, anche per la radicalità del linguaggio: la missione rivoluzionaria del proletariato, la necessità di darsi alla macchia, di armarsi e battersi non solo per scacciare i tedeschi, ma per rovesciare «il regime grottesco e crudele» del fascismo. Il 23 ottobre Trentin scrive una lunga lettera a Emilio Lussu in cui spiega la ragione per cui non accetta di entrare nella direzione centrale del CLN a Roma - il suo posto è qui, dove molti sono i giovani pronti a battersi, e che devono essere guidati - e ribadisce la sua posizione critica nei confronti di certe posizioni del Pda: la sua - ribadisce - è una posizione rivoluzionaria, per la volontà di «riorganizzare dalle fondamenta la società politica italiana» e non certo ripristinare sotto nuove vesti l'«Italietta piccolo-borghese» prefascista.

Nei mesi di settembre e ottobre padre e figlio cambiano spesso nascondiglio: per un periodo restano nascosti presso la famiglia Franceschini a Castelfranco, a casa Naletto a Noale, quindi a Mira nella villa del dottor Fortuni, e poi a Stra, ma si recano quasi quotidianamente in corriera a Padova, dove si incontrano regolarmente nell'ufficio di Marchesi, situato nello stesso edificio, il Palazzo Papafava, in cui ha sede il Ministero dell'Educazione nazionale. Un giorno - rievoca divertito Bruno nel colloquio con Zannoner - avviene una scena tragicomica. I due Trentin assieme a Camillo Matter, il tesoriere del Cln, stanno organizzando con Marchesi la spartizione dei denari raccolti per il movimento, sparsi sulla scrivania di Marchesi, quando improvvisamente entra Carlo Alberto Biggini: Marchesi balza in piedi e provoca il maggior caos possibile per distogliere l'attenzione del ministro, mentre i due Trentin raccolgono in gran fretta il denaro e fuggono da una porta laterale.

Sono presenti all'inaugurazione dell'anno accademico con Marchesi, un episodio che colpisce molto Bruno: «Un episodio che mi ha molto colpito [...] come giovane francese arrivato in un paese per me ancora sconosciuto come l'Italia, è stato l'inaugurazione dell'anno accademico all'università di Padova nel novembre del 1943 [...] siamo arrivati all'università mischiando ci fra gli studenti ma evitando proprio di figurare in qualche modo, dato, che l'ateneo era pieno di poliziotti e poi c'era un gruppo di fascisti molto bellicosi; e ricordo questa cerimonia abbastanza strana per uno come me perché sopravvivevano ancora dei riti nell'Università di Padova anche nel vestire degli uscieri, naturalmente dei docenti, del senato accademico, dei presidi e dei rettori, che dava veramente l'impressione di una [...] storia di altri tempi. Poco prima che iniziasse la cerimonia questo drappello di fascisti [...] hanno occupato il palco [...] cercato di arringare la folla degli studenti, [...] con atteggiamenti molto aggressivi, [...] ed è in quel momento che, in modo molto teatrale [...] con un usciere con l'alabarda che si è presentato sul palco battendo tre colpi, [...] è entrato il senato accademico dell'Università di Padova, e in mezzo ai docenti, ai presidi, [...] è avanzato un piccolo uomo col mantello di ermellino, era Concetto Marchesi, che si diresse direttamente verso il palco dove parlava il capo di questo manipolo di fascisti, lo prese per la collottola e lo buttò giù dal palco letteralmente di fronte allo stupore attonito degli altri fascisti e di fronte all'ammirazione e all'entusiasmo di questa folla di studenti che aspettavano [...] un segno [...]; dopo pochi minuti Marchesi cominciò il suo discorso di inaugurazione dell'anno accademico [...] in nome del popolo lavoratore "Inauguro l'anno accademico. 1943-44 ... " sviluppando poi il discorso sul ruolo del lavoro nella civiltà e sulla indissociabilità tra lavoro e libertà».

Da fine ottobre o dai primi di novembre si sono trasferiti a Padova, a casa dei signori Monici, in via del Santo 47. La signora Dina Monici, in una testimonianza rilasciata dopo la guerra, ricorda le discussioni accese tra padre e figlio, a volte perfino dei litigi - Bruno era impaziente di agire, non tollerava le lunghe riunioni che gli sembravano inutili - ma anche l'intransigenza aspra, il linguaggio duro, aggressivo, di Silvio quando parlava dei compatrioti fascisti. Il 15 novembre Trentin viene avvertito che stanno per arrestarlo e allora con Bruno si nasconde, come degente, presso la clinica oculistica del professor Palmieri (aderente al Partito d'azione), rifugio di molti ebrei e ricercati per tutto il periodo della Resistenza. Cessato l'allarme, tornano a casa Monici, ma la sera del 19 vengono arrestati dalla squadra d'azione «Ettore Muti» di Al­fredo Allegro. Nel percorso verso la sede della federazione fascista, in via Padovanino, Bruno ingoia tutti i documenti compromettenti («ho mangiato tutto quello che ho potuto»), tanto che durante la notte in cella ha un'occlusione intestinale e li scopre la tenerezza del padre: ricorda con commozione in un'intervista recente la premura affettuosa con cui l'ha assistito. Quindi la polizia fascista ritrova addosso ai Trentin solo i falsi documenti di Trentin padre, la carta d'identità autentica di Bruno, rilasciata dal Comune di Treviso, il sommario manoscritto di un'opera di Silvio, qualche ritaglio di giornale e un foglietto con dei versi scritti a mano - con vari errori ortografici - da Bruno: «La patria al cui soccorso/ Graziani vi esorta ad accorere (sic) / dei carnefici e dei predoni, dei / massacratori e degli sbiri» (sic), che sarà così giustificato da Silvio nel suo interrogatorio: «gli scarabocchi scritti sul mezzo foglio di carta protocollo son frutti della fantasia di mio figlio», e da Bruno stesso come: «parole [...] scritte da me allo scopo di mettere su carta le idee che mi affluivano nella mente». Nell'interrogatorio, avvenuto due giorni dopo presso la Questura di Padova, Bruno fa mettere a verbale (non senza ironia): «Nego di aver mai fatto propaganda contraria al Partito repubblicano fascista per il quale invece ho sempre avuto una certa simpatia essendo io un antimonarchico». Trasferiti nel carcere giudiziario dei Paolotti, ricevono la visita della Beppa.

Così Bruno passa anche questo compleanno incarcerato, o almeno in libertà vigilata, dato che lui il 29 novembre, suo padre il 2 dicembre, vengono scarcerati per l'aggravarsi dei disturbi cardiaci di Silvio e affidati alla Questura di Treviso.

Silvio viene ricoverato all'ospedale di Treviso presso il reparto del professor Pennati dove resterà fino all'11 febbraio quando dopo i primi bombardamenti viene trasferito alla clinica Carisi di Monastier. È sempre piantonato. Anche Bruno deve regolarmente presentarsi in Questura. Durante questi mesi, fino alla morte, Bruno e Giorgio assistono il padre, ma anche gli organizzano incontri politici con esponenti del Pda, Zwirner, Meneghetti, Armando Gavagnin, Fermo Solari. Molto frequenti le visite degli esponenti azionisti trevigiani Opocher e Ramanzini. Anche Valiani viene a trovarlo all' ospedale e in quell'incontro ambedue riconoscono la necessità di un'alleanza politica tra il Pda e il Pci. È in quell'occasione che, secondo le testimonianze dei familiari, Silvio «affida» il figlio Bruno al grande dirigente del Partito d'azione - l'affido del suo «erede», perché ne fosse garantita una continuità nella formazione anche dopo la sua morte (e così sarà: dall'autunno del '44 fino alla Liberazione e poi nei primi anni dopo la guerra Valiani si terrà sempre al suo fianco Bruno).

Silvio in gennaio redige l'ultimo appello «ai lavoratori delle Venezie» e detta proprio a Bruno una bozza di Costituzione per il nuovo Stato italiano. Bruno la scrive a mano, e una volta dattiloscritta, sarà poi corretta a mano da Silvio.

Dall'arrivo in Italia in settembre fino alla malattia e alla morte, Bruno è sempre stato l'ombra del padre, un padre che vede efficientissimo, pragmatico, pieno di iniziative, un grande organizzatore, un uomo del fare, e insieme lo studioso che esamina, ascolta, riflette e chiama a riflettere, non nasconde le complessità, non tende a semplificare, stende piani strategici, patti costituzionali. Il sognatore e l'organizzatore di uno Stato nuovo, di una società nuova. Il pensiero e l'azione, il sapere e il fare; l'attitudine alla ricerca, al dubbio, alla messa in discussione, senza chiusure dogmatiche, ideologiche, il senso austero del dovere in nome del bene comune: una scuola determinante che sarà per sempre anche lo stile di Bruno Trentin. Per Vittorio Foa, suo grande amico e maestro, Bruno «ha ereditato [...] l'apertura mentale del padre, [...] il non credere, il non dare per scontato nulla», un «atteggiamento di ricerca» come etica di vita quotidiana. Bruno ha sempre avuto un grande riserbo nel parlare di suo padre. Lasciava volentieri alla sorella Franca l'incombenza di seguire tutte le iniziative dedicate alla sua memoria, come quelle del Centro studi Silvio Trentin di Jesolo. Ma pochi anni fa, il 13 settembre del 2002, nel ricevere la laurea ad honorem dalla Università Ca' Foscari di Venezia, iniziava la sua lectio doctoralis dicendo: «Voi potete comprendere la mia emozione, in questo momento, non solo per l'onore che mi fate, forse impropriamente, con questa candidatura, ma per la scelta che avete compiuto di tenere questa riunione nell'aula che porta il nome di mio padre. Sono sempre stato restio a parlare di lui, non cambierò oggi il mio atteggiamento. Voglio soltanto testimoniare che quel poco di valido e di utile che ho saputo produrre nel corso della mia lunga vita, lo debbo interamente al suo insegnamento e al suo esempio; alla sua radicale incapacità di separare l'etica della politica dalla propria morale quotidiana, pagando sempre di persona i propri convincimenti».

Durante la degenza del padre, Bruno entra in contatto con Ettore Luccini, docente di storia e filosofia al Liceo Canova, amico e «allievo» di Curiel. Va a lezione privata da lui: vuole migliorare il suo italiano e prendere lezioni di filosofia per completare la sua preparazione in vista del ritorno in Francia.

Ma il padre peggiora. Il 12 marzo muore. Il 14 marzo è sepolto nella tomba di famiglia a S. Donà. Le autorità vietano il corteo funebre. Dietro il carretto con la bara ci sono solo Beppa, i due figli e l'amico Matter.

La morte del padre segna indelebilmente la vita di Bruno. Vive la tragedia del padre: ora che cominciava a delinearsi finalmente l'esito positivo di quest'avventura straordinaria cui aveva dedicato tutta la vita, a lui, che della nuova Italia avrebbe potuto essere uno dei leaders più prestigiosi, questo esito positivo non era concesso di vivere (Nenni, appena appresa la notizia della morte di Trentin, nota sul suo diario: «Sarebbe stato certamente uno dei capi della nuova Italia, uno dei maestri della nuova generazione. Invece ... »). Ma i due ragazzi non si lasciano sopraffare, il dolore per il padre non può essere rielaborato che proseguendo la lotta. Bruno continuava ad essere sotto sorveglianza (doveva presentarsi in Questura ogni giorno), quindi scappa ed entra completamente in clandestinità.

Ora la resistenza, fino a quel momento «mediata» dal padre, diventa un'esperienza tutta «sua». Con il fratello partecipa a varie azioni delle formazioni di GL nei dintorni di Treviso: attacchi a presidi militari fascisti e tedeschi, organizzazione di alcuni lanci degli Alleati in un'azienda agricola di S. Biagio di Callalta. Giorgio ricorda ancora la «disavventura» vissuta un giorno con il fratello: il bagno involontario prolungato nelle acque gelide di una palude per recuperare il materiale di un lancio, e poi la sosta ristoratrice nella casa colonica dove scoprono le virtù terapeutiche della grappa.

Mentre il fratello Giorgio resta in zona (abita con la madre, sfollata da Treviso, in una casa sulle rive del Sile a Silea all'altezza del traghetto sul fiume), come commissario politico del battaglione GL comandato da Vito Rapisardi, Bruno passa alle dirette dipendenze del Comando militare regionale.

Durante i mesi estivi resta nella pedemontana trevigiana, inviato in una formazione autonoma, con il compito di ripianare delle difficoltà di collaborazione tra questa e le altre formazioni partigiane della zona.

Dopo questo primo periodo in cui è chiamato a svolgere trattative e risolvere conflitti («ero considerato specializzato in grane»), si butta nello scontro militare vero e proprio. Partecipa a diverse azioni con la dinamite contro camion militari ad attentati alla rete ferroviaria al Ponte della Priula. Per l'occasione si dedica allo studio e all'uso degli esplosivi, ai vari sistemi di innesco della dinamite.

Vive l'esperienza della resistenza trevigiana nella sua fase più esaltante e drammatica: la liberazione di quasi tutta la pedemontana - ad opera soprattutto delle brigate garibaldine Tollot e Mazzini - e poi i durissimi rastrellamenti pagati a caro prezzo sia dai partigiani che dalle popolazioni. «È stato un apprendistato difficile e doloroso», dice, anche per i limiti della strategia militare partigiana, la «follia» di occupare e presidiare zone troppo esposte o troppo vaste rispetto al rapporto di forze, con metodi di guerra inadeguati: «Era un fronte molto lungo con migliaia di partigiani armati, anche lì l'errore fu l'illusione di poter occupare un territorio tenerlo con le regole di una guerra di posizione, quando i rapporti di forza lo rendevano assolutamente impossibile. Furono liberati interi paesi, villaggi anche importanti, è stata un'esperienza da un certo punto di vista molto bella, si eleggono i primi sindaci, però fu pagata cara quando cominciò la repressione».

In quelle settimane tutta la zona pedemontana (Miane, Follina, Cison, Revine, Tarzo) è infatti zona libera. Nel mese di agosto a Revine si tengono anche le elezioni amministrative, viene eletto il sindaco, nominata una giunta democratica. I partigiani provvedono alla distribuzione di alimenti alla popolazione, con una specie di autoamministrazione. Per Bruno sarà un'esperienza fondamentale: sente che si tratta di quella guerra di popolo per cui il padre si era tanto battuto:

«Questa scoperta della Resistenza come guerra di popolo che credo che soltanto in Italia, a parte la Jugoslavia, si è potuto vivere in Europa occidentale [...] E questo dato che mi ha profondamente turbato, conquistato e che mi ha fatto scegliere di restare in Italia, anche prima della fine della guerra».

In questo periodo, in cui Bruno con il suo gruppo è stanziato tra Tarzo e il lago di Revine, lo raggiunge per ben due volte il fratello Giorgio che gli porta delle armi, ma che poi rientra dalla madre in modo rocambolesco attraversando le linee tedesche durante il rastrellamento.

Dall'11 agosto i tedeschi arrivano a Pieve di Soligo con un grande dispiegamento di forze, coadiuvati dalle brigate nere di Treviso. Bruno in quei giorni partecipa alla battaglia per la difesa di Pieve di Soligo ma anche alla ritirata rapida, con la perdita di tutti i mezzi, armi, viveri. Per ben cinque giorni i tedeschi tentano di avanzare verso Solighetto, ma i partigiani tengono le posizioni e alla fine costringono alla ritirata reparti superiori a loro sia per mezzi che per uomini. Alla fine di agosto e ai primi di settembre il rastrellamento si intensifica (per il 3 settembre erano state organizzate le elezioni amministrative a Tarzo ma non possono svolgersi per l'avanzata delle truppe tedesche): «Quando i tedeschi arrivarono da un lato con un treno semiblindato che poteva sparare cannonate e mitragliatrici a raffica sui versanti della pedemontana, quando aggredirono questi villaggi con i partigiani che avevano [...] pochissime munizioni per poter reggere un fatto di questo genere, ci fu, dopo due giorni di battaglia anche eroica, un tracollo totale. Io ho vissuto un altro otto settembre in quei giorni nel senso che bisognava sgomberare dei paesi in fretta e furia, far saltare tutti i depositi sia di viveri che di mezzi di trasporto [...] e poi purtroppo lasciare le popolazioni alla mercè della vendetta. Tutti questi paesi furono bruciati, incendiati, e i partigiani ripiegarono sulle montagne fino a quando non furono poi costretti anche lì a passare in pianura, in qualche modo a disperdersi per alcuni mesi almeno».

Anche il gruppo di Bruno risale in montagna, cerca di attraversare il Fadalto per raggiungere le formazioni garibaldine in Cansiglio, ma non ci riesce; scendono quindi di notte per i crinali della montagna e nei dintorni di Tarzo hanno degli scontri a fuoco. Sono ridotti a otto, di cui un pilota afroamericano e un ufficiale tedesco prigioniero. Sono costretti a sciogliersi per raggiungere individualmente la pianura. Bruno torna a Padova. Il CLN regionale lo destina al Comando regionale lombardo e al Comitato di liberazione Alta Italia. Qui ritrova Valiani, il suo padre putativo. A Milano gli viene assegnato il lavoro di collegamento delle varie formazioni GAP della città. Sarà un gappista determinato, audace, con un sangue freddo incredibile, e un grande organizzatore: forma i nuovi adepti, addestra alla clandestinità, impone regole, di­stribuisce incarichi, fissa obiettivi. Compie allora 18 anni. La sua partecipazione alla lotta armata ha cambiato completamente segno: non più vita di brigata, inserita in un contesto geografico e sociale in qualche modo protettivo, come era stata l'esperienza nella pedemontana trevigiana, ma clandestinità totale, mimetizzazione, cambio continuo di residenza, organizzazione di azioni individuali ad estremo rischio che comportano quasi sempre il trauma della violenza, dell'usare violenza, del dare anche morte. Organizza dei commando anche spericolati per liberare prigionieri, acquisire armi, giustiziare spie. Si muove spesso travestito da SS in camion militari di nazisti o fascisti. Una volta, sotto un bombardamento, in un camion tedesco, teme che il destino gli stia giocando un macabro scherzo: farlo morire confuso con gli SS, come uno di loro. In divisa da SS italiana e con documenti della polizia tedesca nel febbraio del '45 viene mandato a Verona per organizzare un'impresa praticamente suicida: la liberazione di Parri (fortunatamente interrotta per sopravvenuto scambio con un generale tedesco). Nelle ultime settimane precedenti l'insurrezione conosce Vittorio Foa.

Negli ultimi giorni a Bruno viene assegnata la gestione della radio che doveva guidare la liberazione di Milano e il comando della brigata Rosselli. Come comandante di questa brigata partecipa alla liberazione della città, andando ad occupare la sede dei giornali, liberando l'arena che era un deposito di armi e bombe della Wehrmacht, sostenendo duri combattimenti con le sacche di resistenza fascista. Il giornale del PdA, «Italia libera», dopo la fine della guerra scriverà di questa eroica Brigata Rosselli comandata da Bruno - alla testa dell'insurrezione - che la mattina del 26 aprile passa - sono tutti giovani, completamente armati - su una colonna di autocarri, tra due file di folla plaudente; in piazza della Scala hanno uno scontro a fuoco con i fascisti, un combattimento molto lungo che lascia morti e feriti anche tra i giovani della Rosselli che però hanno la meglio; il giorno successivo nuova imboscata fascista ma tutti i fascisti vengono uccisi o catturati, permettendo così che si possa tenere il grande comizio della Liberazione. E sul palco di Piazza Duomo, il 28 aprile, dopo Pertini, Longo, Moscatelli, sarà Bruno Trentin a prendere la parola a nome di tutti i giovani partigiani protagonisti dell'insurrezione.

Dato che era diventato un esperto di esplosivi, alla Liberazione Bruno viene mandato a Venezia, al porto di Marghera, a disinnescare delle navi tedesche minate. A Treviso nel frattempo, il 28 aprile, il CLN emana un decreto con cui designa il sindaco (Vittorio Ghidetti del Pci) e la giunta popolare tra i cui componenti, espressione dei vari partiti del CLN, risulta essere anche Bruno Trentin a nome del PdA.

Per la sua partecipazione alla Resistenza gli verrà assegnata la croce al valor militare con la seguente motivazione: «Partigiano combattente - brigate G.L. - Partecipava con grande slancio alla lotta partigiana. Benché giovanissimo, dimostrava ottime capacità nell'organizzare alcune formazioni, alla testa delle quali compiva numerose azioni e concorreva efficacemente ai vittoriosi combattimenti delle giornate insurrezionali - Treviso-Milano settembre 1943 - aprile 1945».

Si ferma a Milano ancora per diverso tempo, nella redazione del giornale del Pda, «Italia libera». È qui che nell'estate riuscirà a trovarlo la sorella Franca, in viaggio dalla Francia. Quasi non lo riconosce: era diventato un ragazzone robusto con una grande barba, un po' scontroso: «era cresciuto, non era più il bambino che proteggevo. Quando mi ha vista ha manifestato una sorta di stupore come se mi avesse dimenticata, come se gli ricordassi la vita francese sepolta».

Dopo la fine della guerra, Bruno, pur riconoscendo che la Resistenza ha condizionato totalmente tutte le scelte della sua vita futura, sente la necessità di tagliare - non aderisce nemmeno alle associazioni di ex partigiani -, di proiettarsi oltre l'esperienza della lotta di liberazione. Soltanto negli ultimi anni accetterà di parlare della «sua» Resistenza. Lo fa con il rammarico di aver «attraversato» quel periodo «con la furia di un ragazzo che aveva solo voglia di divorare, di divorare conoscenze, luoghi, persone», vissuti in modo molto intenso, ma «con la fretta e la furia di scoprire la sensazione che il mondo fosse nelle tue mani», senza poter, di quel periodo, trattenere, e rielaborare appieno, la ricchezza che esprimeva.

Partecipa comunque a tutte le commemorazioni ufficiali in memoria del padre. Nel dicembre del '45 al Teatro comunale di Treviso, affollatissimo, l'orazione per Silvio Trentin è tenuta da Egidio Meneghetti, rettore dell'Università di Padova, presentato dal prefetto di Treviso Leopoldo Ramanzini; dopo la commemorazione viene scoperta nella piazza ora chiamata Silvio Trentin una lapide a cura della locale federazione del Partito d'azione.

Bruno continua ad andare a Milano, per lavorare al giornale diretto da Riccardo Lombardi, «Il giornale di mezzogiorno», e fa la spola tra Milano, Padova, dove è iscritto a Giurisprudenza, e Treviso. Come delegato del movimento giovanile del Pda fa una serie di viaggi internazionali. E alla prima Conferenza mondiale della gioventù a Londra, nel novembre del '45.

«[...] fino al 2 giugno del '46, ho di fronte agli occhi un magma quasi indistinto di corse in vari posti d'Italia, in Inghilterra, in Francia». Sono esperienze che vive con entusiasmo e una certa frenesia: ha fame di vedere, conoscere, capire, aprirsi a nuove realtà. Si sente cittadino del mondo, come si sentiva suo padre.

Iniziano i suoi primi frequenti viaggi a Roma per partecipare alle riunioni del Partito d'azione e per organizzare il movimento giovanile del Pda di cui diventa segretario nazionale. Nel '47 si reca negli Stati Uniti, a un convegno internazionale di giovani, ma coglie l'occasione di frequentare l'università e di dedicarsi già alla tesi di laurea sulla Corte suprema degli Stati Uniti, ad Harvard, dove incontra Salvemini. Per un mese e mezzo lavora nella biblioteca del Campus universitario. Seguono dopo il rientro in Italia due mesi di un seminario universitario, sempre dell'Università di Harvard, in Austria, a Salisburgo, anche li un crocevia di persone di tutta Europa e degli Stati Uniti.

Tra un viaggio e l'altro, torna a Treviso e a frequentare l'Università a Padova, dove si reca da pendolare. L'esperienza universitaria non è molto felice. Innanzitutto la scelta della facoltà è stata determinata più da un obbligo morale verso il padre che da una vocazione personale (fin da ragazzino, in Francia, si sentiva portato per diventare economista). Si era già iscritto nell'autunno del '43, evidentemente su consiglio del padre, come «copertura», per avere maggiore libertà di movimento, ma la sua decisione personale - di perseguire effettivamente la strada degli studi di giurisprudenza - matura soltanto nel '46. Affronta gli esami con grande ansia, a volte con crisi vere e proprie di panico, per l'handicap della lingua italiana che ancora non padroneggia perfettamente e che lo danneggia nei voti. Soltanto nell'Istituto di Filosofia del diritto, dove insegnano Bobbio e Opocher, si trova a suo agio, tanto da accettare di collaborarvi per un periodo. Si laurea nel '49 con una tesi dal titolo La Funzione del giudizio di equità nella crisi giuridica contemporanea (con particolare riferimento all'esperienza giuridica americana), con il professar Enrico Opocher come relatore.

Così racconta il suo percorso politico: «in quegli anni, in quei mesi così intensi certamente quello che era un compromesso più o meno finto fatto con mio padre quando accettai di venire in Italia scomparì, e divenni un militante da tutti i punti di vista, del movimento di Giustizia e libertà e del Partito d'azione poi, partecipando anche a quel tanto di lotta politica che allora iniziava anche all'interno del Partito d'azione, una lotta politica che aveva come uno dei suoi aspetti fondamentali il rapporto con la sinistra e si può dire con la sinistra nuova che era rappresentata dal Partito comunista».

Il 21 ottobre '45 esce su «Giustizia e Libertà», settimanale veneto del Pda, un suo articolo a quattro colonne, Esperienze federaliste, in cui a commento del primo congresso della sezione italiana del Movimento federalista europeo (cui ha partecipato nei giorni precedenti), a seguito di quello tenuto si prima a Parigi, afferma che entrambi si sono chiusi con un sostanziale fallimento, poiché il Movimento federalista continua nella «sua piccola vita di movimento di élite, senza contatto con le masse popolari e le loro esigenze». L'errore di valutazione da parte del Mfe è stato, secondo lui, quello di «identificare le forze del federalismo [...] nel piccolo movimento federalista europeo», mentre le forze che effettivamente potranno avviare la realizzazione di un'Europa federale sono i partiti politici di massa e le forze del lavoro che «costituiscono il vero esercito della rivoluzione federalista». Conclude: «chi scrive si sente molto più vicino [a questa opzione] [...] Effettivamente se si crede nella capacità rivoluzionaria di queste forze politiche uscite dall'esperienza internazionale della Resistenza, e di queste forze di lavoratori (le quali hanno effettivamente possibilità di portare la loro voce di federalisti anche in seno ai governi, su problemi concreti), non si può pensare che il federalismo sia in crisi, ma bensì in atto». Auspica il coinvolgimento del partito comunista e del proletariato internazionale, poiché ritiene che «il Pc non possa non appoggiare la rivoluzione federalista europea anche perché esigenze storiche [...] lo portano a lottare in terreno democratico». A nemmeno 19 anni Bruno dimostra non solo di aver fatto propria la lezione del padre sulla concezione federalista e sulla necessità del coinvolgimento dei partiti di massa e delle forze del lavoro, ma anzi di saperla portare più avanti, rielaborando sia la propria esperienza diretta nella Resistenza come fatto di massa sia i legami internazionali in cui si è formato. Il processo di unità europea - sostiene - è indispensabile alla costruzione della pace ma può essere messo in moto solo se legato ai problemi concreti dei lavoratori. Si sta già delineando in fondo quello che sarà anche nel suo futuro di dirigente politico e sindacale, e alla fine di deputato europeo, il suo approccio al problemi politici e sociali, in particolare la sua attenzione alla concretezza della realtà e della storia come base e condizione di qualsiasi progresso.

Resta fino alla fine nel Partito d'azione, partecipando con passione alle discussioni interne, confrontandosi con i massimi dirigenti del partito.

Vittorio Foa ci ha raccontato un episodio significativo di quel periodo appassionato, che ha portato a lacerazioni dolorose, e in particolare al distacco di Bruno dai suoi grandi padri, Lussu e Valiani. Ma è lo stesso Valiani - come racconta Foa nella sua intervista - a «preannunciargli», con determinazione, la scelta futura - l'adesione al Pci -, ancora in incubazione in Bruno, come per rassicurarlo che l'abbandono del «padre» è nelle cose e non va vissuto come una colpa.

In effetti, dopo lo scioglimento del Pda, Bruno non segue gli ex compagni che confluiscono nel Psi. Già nelle discussioni nel periodo finale del partito, si riconosce nelle posizioni critiche di chi esprime dure riserve verso l'atteggiamento che i socialisti hanno avuto con il fascismo. È da «francese» soprattutto che sposa questa tesi, rifacendosi alle posizioni del padre: «Il Partito d'azione e Giustizia e libertà era molto segnato in questo senso - c'era un dato comune con i comunisti - da una riflessione profondamente critica sul modo in cui il Partito socialista, non solo in Italia ma anche in Francia era crollato e si era anche disgregato di fronte all'avventura fascista, insomma, non c'erano soltanto gli episodi dell'inizio del fascismo che. hanno visto per esempio metà della CGIL tentare di salvarsi attraverso un compromesso con il nuovo regime, ma anche la fine ingloriosa di un Parlamento come quello francese in cui la maggioranza dei deputati socialisti praticamente votò la fiducia a Pétain, ecco [...] aveva segnato di sé molto fortemente anche un movimento che nasce [...] come socialista, come Giustizia e libertà, e quindi il rapporto con i comunisti era una questione che ci attanagliava allora già fortemente, era l'assillo di mio padre e diventò anche una mia profonda convinzione, non a caso appunto nel momento in cui il Partito d'azione praticamente si sciolse, iniziò il suo percorso, la sua diaspora, io scelsi di entrare nel Partito comunista».

Ma non entra subito nel Pci. Presenterà domanda formale di iscrizione al partito solo alla fine del '49 dopo essere entrato all'Ufficio studi della Cgil, chiamato da Vittorio Foa, perché voleva essere accettato per quello che era e non in «quota» del partito: «la scelta, diciamo così, politica e ideale era già fatta nel '48, però io rimasi per alcuni anni indipendente, pur militando in tutti i movimenti vicini al Partito comunista; mi iscrissi alla fine del '49».

Al Pci ha aderito soprattutto in quanto partito che rappresenta interi settori sociali, come forza di cambiamento che coinvolge le masse popolari: è il «partito del lavoro». Dalle testimonianze raccolte, sembra sia stata più una scelta metodologica ed etica, che dottrinale, ideologica. E un'adesione alla ricchezza umana del partito e dei suoi organismi di massa, alla sua potenza organizzativa, alla capacità di agire sulla realtà. Quando, in un'intervista recente, ipotizza che forse anche il padre, se fosse vissuto, avrebbe potuto fare la scelta del Pci, Bruno dice: «per cambiare il PCI». Mentre lo dice, probabilmente pensa a se stesso, alla motivazione della sua scelta.

La CGIL offriva allora prospettive do grande respiro intellettuale, di libertà ideativa, da coniugare con progetti concreti, senza i condizionamenti ideologici e i compromessi tattici dei partiti. È la CGIL di Di Vittorio e di Foa. L’Ufficio studi vuol diventare il laboratorio per trasformare le piccole battaglie sindacali di corto respiro in lungimiranti progetti di grandi riforme per la nuova società tutta da inventare e da costruire.

 

 

Bibliografia

Iginio Ariemma e Luisa Bellina - Bruno Trentin dalla guerra partigiana alla CGIL - Nuova Iniziativa Editoriale 2008

 

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1926     Il 7 gennaio il padre di Bruno, Silvio Trentin, si dimette dall'insegnamento universitario; in febbraio, con la moglie Giuseppina e i due figli Giorgio e Franca, arriva esule in Francia. Il 9 dicembre Bruno nasce nel piccolo villaggio di Pavie.

1928     La famiglia Trentin si trasferisce ad Auch, capoluogo del Dipartimento del Gers, a circa 80 chilometri da Tolosa. Silvio Trentin lavora come operaio in una tipografia.

1929     Silvio Trentin aderisce a Giustizia e Libertà di Carlo Rosselli.

1932     Bruno inizia a frequentare la scuola elementare ad Auch.

1934     In seguito al licenziamento di Silvio Trentin dalla tipografia, la famiglia si trasferisce a Tolosa, dove Silvio Trentin acquista e gestisce una libreria.

1940     Dopo l'invasione della Francia da parte delle truppe hitleriane e l'instaurazione della repubblica collaborazionista di Vichy, Silvio Trentin entra a far parte del Réseau Bertaux e la sua libreria diventa il centro della cospirazione antinazista.

1941     A casa Trentin, in ottobre, viene sottoscritto il Patto di Tolosa per l'unione di tutte le forze antifasciste italiane (Pda, Pci, Psi). Bruno fonda, con alcuni compagni di liceo, il Gif (Gruppo insurrezionale francese), di tendenze anarchiche.

1942     In estate Silvio Trentin costituisce il movimento politico Libérer et fédérer che presto diventerà uno dei gruppi principali della Resistenza francese. Alla fine dell'autunno, Bruno viene arrestato con i compagni del Gif; compie 16 anni e passa le vacanze di Natale in carcere. Dopo il processo viene inviato in un campo di detenzione, ma con i compagni riesce a fuggire.

1943     Bruno si rifugia in un villaggio nelle vicinanze di Tolosa presso una colonia di esuli spagnoli collegati con il Moi (Movimento manodopera immigrata). Dopo la caduta del fascismo, il 25 luglio, è chiamato dal padre a seguirlo in Italia insieme al fratello Giorgio. Con l'aiuto dei servizi segreti tentano la traversata dei Pirenei, ma devono tornare indietro per un malore del padre. Si dirigono verso Nizza.

Il 20 agosto ottengono i passaporti. Arrivano a Mestre il 4 settembre e il 5 settembre a Treviso, dove prendono alloggio presso il nonno materno di Bruno, Francesco Nardari. Il 9 settembre a Bruno viene rilasciatala carta d'identità n. 12472183 dal Comune di Treviso. Segue il padre nell'organizzazione del movimento di liberazione nel Veneto.

Il 9 novembre, con il padre, Bruno assiste all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università di Padova, da parte del rettore Concetto Marchesi. Si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza, ma comincerà a frequentare i corsi e a sostenere esami soltanto nel 1946. Il 19 novembre viene arrestato insieme al padre. Resta in carcere fino al 29 novembre. Dopo la scarcerazione del padre, il 2 dicembre, tornano a Treviso dove Sil­vio Trentin viene ricoverato all'ospedale civile.

1944     Nel mese di gennaio, dettata dal padre, Bruno scrive la bozza di una Costituzione per il nuovo Stato italiano. L'11 febbraio Silvio Trentin viene trasferito nella clinica di Monastier. Bruno, insieme al fratello Giorgio, partecipa alle attività di una formazione locale di Giustizia e Libertà.

Il 12 marzo Silvio Trentin muore. La madre di Bruno e il fratello Giorgio, in seguito ai bombardamenti su Treviso, si trasferiscono in una casa sul Sile, a Silea. Bruno si reca invece a Padova, mettendosi a disposizione del CLN regionale che lo invia come ispettore presso la formazione «Italia libera» del maggiore Pierotti, all'Archeson, sul Monte Grappa. Da luglio ad ottobre Bruno resta nella pedemontana trevigiana e partecipa ad attentati contro camion tedeschi e alla linea ferroviaria Venezia-Udine, nonché all'organizzazione delle zone libere del Quartier del Piave e ai combattimenti a Pieve di Soligo e Solighetto. In seguito ai rastrellamenti delle truppe tedesche e alla conseguente «pianurizzazione» delle formazioni partigiane di montagna, Bruno torna a Padova. Da qui viene inviato al Comando militare del CLN di Milano, alle dirette dipendenze di Leo Valiani. A Milano gli viene affidato il coordinamento dei GAP del Pda.

1945     In febbraio Bruno viene inviato a Verona con l'incarico di formare un commando per la liberazione di Ferruccio Parri. Nelle settimane che precedono la Liberazione, gli viene affidato il comando della brigata Rosselli, con compiti precisi per l'insurrezione della città di Milano.

Il 28 aprile, dopo Pertini, Longo e Moscatelli, prende la parola al comizio di piazza del Duomo. Terminata la guerra, Bruno si ferma a Milano a lavorare nella redazione di «Italia Libera» e poi al «Giornale di mezzogiorno» diretto da Riccardo Lombardi. In agosto riceve la visita della sorella Franca che, con mezzi di fortuna, dalla Francia cerca di raggiungere la famiglia in Veneto. A novembre viene inviato come rappresentante dei giovani azionisti al Congresso mondiale della gioventù a Londra, dove viene fondata la Federazione mondiale della Gioventù democratica (Fmjd).

1946     Partecipa alla vita politica del Partito d'azione nazionale. Viene nominato segretario nazionale del movimento giovanile del Pda. Inizia a frequentare le lezioni e a sostenere esami all'Università di Padova.

1947     Si reca negli Stati Uniti come delegato ad un convegno internazionale. È ospite di un'amica di famiglia a New York; ad Harvad, per due mesi presso la Biblioteca del campus, lavora alla sua tesi sulla Corte Suprema degli Stati Uniti. Qui incontra Gaetano Salvemini.

1948     Partecipa alla campagna elettorale del Fronte popolare a Treviso, e a iniziative del Pci locale.

1949     Il 16 ottobre si laurea a Padova con una tesi dal titolo La funzione del giudizio di equità nella crisi giuridica contemporanea (con particolare riferimento all'esperienza giuridica americana), relatore il professor Enrico Opocher.

In autunno la famiglia Trentin si trasferisce da Treviso a Venezia. Bruno accetta la proposta di Vittorio Foa di lavorare per l'Ufficio studi della CGIL nazionale e si trasferisce a Roma.

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Bibliografia

Iginio Ariemma e Luisa Bellina - Bruno Trentin dalla guerra partigiana alla CGIL - Nuova Iniziativa Editoriale 2008

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