Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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viaggio a Stella

23 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone

viaggio a Stella

Domenica 14 settembre 2014 “VIAGGIO DELLA MEMORIA” a Stella (SV) alla casa di Sandro Pertini

iscrizioni

presso la Camera del lavoro di Lissone

Via San Giuseppe 25 tel. 039 480229

VIAGGIO + PRANZO + CONTRIBUTO alla “Associazione Sandro Pertini”

COSTO € 40,00 (acconto € 15,00 all’iscrizione)

Milano, 16 agosto 1943: il capolavoro di Leonardo in grave pericolo

15 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

1943 Milano 1943 Milano Corso Vittorio Emanuele

Milano e le cittadine confinanti furono fra i luoghi italiani più colpiti durante la seconda guerra mondiale. Il primo bombardamento avvenne nella notte fra il 15 e il 16 giugno 1940 con lievi danni alle strutture pubbliche ed industriali. Ne seguirono altri, ad intervalli, fra il giugno e il dicembre 1940. Il primo massiccio bombardamento di Milano (dopo un intervallo durato tutto il 1941 e parte del 1942) si verificò il 24 ottobre 1942, in pieno giorno, ad opera dell'aviazione inglese. Nella notte del 14-15 febbraio 1943 fu il turno degli aerei americani. Fra il 7 e l'8, il 12 e il 13, il 14 e il 16 agosto 1943 gli attacchi furono più violenti e numerosi: Milano fu colpita più volte da ben 916 bombardieri. Vennero sganciate in quei giorni 2600 tonnellate di bombe. Furono distrutte migliaia di case, i servizi pubblici furono interrotti, i morti si contarono a centinaia. I bombardamenti proseguirono nel 1944 in un crescendo pesantissimo.

1943 Milano palazzo bombardato 1943 Milano Piazza Fontana bombardata

Alla fine del 1943 a Milano si contavano 250.000 senza tetto, 300.000 evacuati, 687 morti e 113 feriti. Il 65% dei monumenti era stato gravemente danneggiato o distrutto. Dei 273 edifici protetti della città, 183 avevano subito danni.

1943 Milano San Babila bombardata 1943 Milano Sant'Ambrogio bombardata 

Il 14 febbraio 1943 un raid aereo provocò qualche danno di minore entità alla chiesa di Santa Maria delle Grazie e alla volta del refettorio. Un altro attacco durante la notte fra il 13 e il 14 agosto 1943 danneggiò il convento ma non il refettorio.

1943 ospedale Maggiore Milano bombardato 

Padre Acerbi, un veterano della grande guerra, trascorse l'ennesima notte all'addiaccio in un umido rifugio antiaereo di Milano, in compagnia dei suoi confratelli domenicani. Sperava che i terrificanti eventi cui aveva assistito la notte precedente non si sarebbero ripetuti. Era domenica 15 agosto 1943. Quel giorno lui e i suoi concittadini avevano festeggiato Ferragosto, l'Assunzione di Maria Vergine, ma la celebrazione si era svolta sottotono. Acerbi aveva pregato per la cessazione dei bombardamenti, chiedendo anche solo qualche ora di tregua: i milanesi erano stanchi e avevano bisogno di dormire, così come lui e gli altri frati.

Poco dopo la mezzanotte, mentre la luna piena cominciava a riemergere da un'eclissi parziale, aveva riudito il temuto suono delle sirene antiaeree. I raid precedenti avevano già costretto centinaia di migliaia di persone a lasciare la città. Venti minuti dopo le sirene, aveva sentito il rombo dei bombardieri, poi coperto dal frastuono delle prime esplosioni. La terra aveva tremato sotto i piedi dei confratelli, con crescente violenza, a mano a mano che la prima ondata dei Lancaster della RAF britannica si avvicinava al centro. I lampi delle esplosioni avevano reso ancor più luminoso il cielo già chiaro. L’aria si era riempita dell'odore acre degli incendi. Un ordigno da quasi due tonnellate era scoppiato vicino al rifugio dei monaci, con un boato assordante.

Qualche notte prima, le schegge avevano investito la chiesa di Santa Maria delle Grazie e il refettorio. Sorprendentemente, nessuna aveva danneggiato il gioiello di Milano, l'opera che sorvegliava i pasti quotidiani dei domenicani: L'ultima cena di Leonardo. Per tradizione, da secoli i frati mangiavano di fronte alla parete su cui Leonardo aveva ritratto i dodici apostoli e Gesù in procinto di consumare la loro cena.

Quando sorse l'alba, padre Acerbi vide che l'esplosione aveva interrotto quella tradizione, forse per sempre.

Leonardo aveva scelto un approccio contemplativo quando aveva dipinto il Cenacolo. Matteo Bandello, giovane monaco e rinomato autore di novelle, osservò che Leonardo «soleva anco spesso, ed io più volte l'ho veduto e considerato, andar la matina a buon'ora e montar sul ponte, perché il cenacolo è alquanto da terra alto; soleva, dico, dal nascente sole sino a l'imbrunita sera non levarsi mai il pennello di mano, ma scordatosi il mangiare e il bere, di continovo dipingere. Se ne sarebbe poi stato dui, tre e quattro di che non v'averebbe messa mano, e tuttavia dimorava talora una e due ore del giorno, e solamente contemplava, considerava, ed essaminando tra sé, le sue figure giudicava».

Quando l'affresco era stato terminato, nel 1498, tutti erano rimasti sbalorditi. Fino ad allora le rappresentazioni di quel soggetto, dai primi affreschi nelle catacombe del V e del VI secolo fino alle opere più recenti di Taddeo Gaddi (1350 ca.), Andrea del Castagno (1447 ca.), Domenico Ghirlandaio (1480 ca.) e Pietro Perugino (1493 ca.), avevano enfatizzato il tema dell'eucaristia, disponendo i dodici apostoli intorno al tavolo mentre Cristo preparava e offriva il pane e il vino consacrati. L’ambientazione di quelle opere era immaginaria, le figure erano statiche e prive di emozioni. Spesso Giuda veniva ritratto in disparte, lontano da Gesù e dagli altri apostoli.

Ma Leonardo, attento osservatore della natura e studioso del corpo umano, aveva rotto con la tradizione e fuso la cerimonia dell'eucaristia con il drammatico momento in cui Cristo annuncia ai presenti: «In verità vi dico: uno di voi mi tradirà». Avendo notato che «i movimenti dell'uomo sono altrettanto variegati delle emozioni che li attraversano», il maestro aveva ritratto la reazione di ogni apostolo a quell'annuncio sconvolgente: Filippo si porta le mani al petto come a protestare la sua innocenza, Giacomo maggiore fa un gesto di indignazione, Bartolomeo non stacca gli occhi da Gesù e si sporge in avanti, mentre Giuda, dopo avere rovesciato accidentalmente il sale, si ritrae sulla difensiva e stringe un sacchetto, forse contenente i trenta denari. L’uso del colore e l'aspetto realistico dei personaggi coinvolgono l'osservatore nella drammatica narrativa di Leonardo.

La notte di Ferragosto del 1943 il dipinto rischiò di scomparire, polverizzato. La bomba piombò al centro del chiostro dei Morti, un piccolo spazio erboso a est del refettorio e a nord della chiesa. L’esplosione distrusse il corridoio coperto che i monaci biancovestiti attraversavano quotidianamente. L’unica testimonianza rimasta della sua esistenza erano alcune colonne spezzate, che fino al giorno prima sostenevano le graziose arcate e gli affreschi del passaggio che portava alla chiesa.

La detonazione mandò in frantumi la parete orientale del refettorio, facendo crollare il tetto. Le travi maestre distrussero la fragile volta dell'edificio come un martello calato su un uovo. Nel 1940 i funzionari addetti alla tutela delle opere d'arte avevano preventivamente sistemato una protezione fatta di sacchi di sabbia, impalcature di legno e rinforzi metallici su entrambi lati della parete settentrionale. Grazie a questa precauzione, il capolavoro di Leonardo non crollò. Anche se il giorno dopo l'attacco nessuno era in grado di confermare lo stato dell'Ultima cena, padre Acerbi pensò al miracolo quando vide che, forse, l'affresco era sopravvissuto a una bomba esplosa a una ventina di metri di distanza.

Per dipingerlo, Leonardo aveva adottato una tecnica sperimentale. Invece di utilizzare il procedimento consueto, applicando i pigmenti all'intonaco fresco, aveva dipinto su una parete asciutta, sperando di ottenere una tavolozza più completa. Questo approccio si adattava bene anche al suo metodo di lavoro, lento e meditativo. Aveva impiegato circa tre anni a completarlo; una volta finito, misurava 460 cm di altezza per 880 di lunghezza, e copriva quasi l'intera larghezza del refettorio. Ma l'esperimento era fallito: dopo meno di vent'anni, la superficie pittorica mostrava già diversi segni di deterioramento. Nel 1726 c'era stato il primo di una lunga serie di interventi di restauro, alcuni documentati, altri no. Troppo spesso, però, questi sforzi riflettevano non tanto l'intenzione di far riaderire la pittura di Leonardo alla parete perpetuamente umida, quanto piuttosto il desiderio del restauratore di legare la sua attività e il suo nome al capolavoro. Come osservò un'esperta: «Non esiste al mondo un'opera d'arte che, quanto il Cenacolo, sia più venerata dal popolo e più offesa dagli intellettuali».

L’attacco aereo del 16 agosto 1943 fu solo l'ultimo e il più drammatico esempio di «intervento» invasivo.

L’umidità della parete settentrionale aveva sempre preoccupato i custodi dell'affresco, e la sua improvvisa esposizione agli elementi creò nuovi rischi. Il crollo del muro orientale infranse il delicato microclima del refettorio; la calura dell'estate milanese aumentò l'umidità della parete, provocando un rigonfiamento e quindi un distacco del materiale pittorico. L'esplosione aveva anche scaraventato alcuni sacchi di sabbia contro la superficie del dipinto: il primo temporale estivo avrebbe potuto lavarne via intere sezioni. Un edificio più basso a ridosso della parete settentrionale del refettorio aveva subito gravi danni ed era pericolante; forse sarebbe bastata una scossa, e di sicuro un'esplosione ravvicinata in seguito a un altro raid alleato, per far crollare il muro. Anche se questo fosse sopravvissuto, il capolavoro di Leonardo era in grave pericolo.

 

Bibliografia:

Guglielmo Mozzoni, La vera storia del tenente Mozzoni dal 25 luglio 1943 al 30 aprile 1945, Edizioni Arterigere 2011

Robert M. Edsel, Monuments men, Sperling & Kupfer 2013

1943 Milano galleria 1943 ospedale Maggiore Milano bombardato 2 1944 dicembre Milano La Scala 2

un lutto nella nostra Sezione

12 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Giuseppina Galanti ci ha lasciati. Era nel Consiglio direttivo della nostra Sezione. Ha combattuto con tutte le sue forze una malattia dolorosa. Era sempre partecipe a tutte le nostre iniziative fino all’ultimo, dando il suo contributo prezioso. Era schiva ma ben determinata nello svolgimento degli incarichi a lei affidati. Ci mancherà la sua dolcezza, la sua simpatia, il suo sorriso.

Il direttivo della Sezione

Fu un massacro ... a Sant'Anna di Stazzema

11 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

 


I nazisti in ritirata fanno saltare i ponti di Firenze



Agosto 1944

Gli Alleati avanzano verso nord nell’Italia centrale. partigiani-in-azione-Firenze.jpg Il 6 agosto i milleseicento partigiani della divisione Garibaldi entrano in azione nelle operazioni per la liberazione di Firenze (verrà liberata il 12 agosto).

Il 5 agosto la Wehrmacht aveva disposto l'evacuazione di Stazzema, paesino in provincia di Lucca ai piedi delle Alpi Apuane. Come in molti altri casi soltanto una parte della po­polazione aveva obbedito all' ordine; anzi fino a quel giorno fa­tale, in seguito al diffondersi di voci tranquillizzanti, non sol­tanto fecero ritorno alle proprie case un gran numero di donne e bambini, ma si rifugiarono a Sant' Anna anche numerosi sfol­lati provenienti da altre frazioni. La sera dell'11 agosto i tedeschi, che ritirandosi oppongono una forte resistenza e si abbandonano ad ogni sorta di eccidi,  emanano un ordine (in tedesco Bandenunternehmen) per «l'impiego delle truppe contro le bande» considerando tutti quelli che abitavano nelle zone di montagna come dei «partigiani».

L'unità della XVI divisione, in cui erano inquad­rati anche soldati italiani delle SS, si muoveva verso Sant' Anna da quattro direzioni. Entrò in azione anche un discreto numero di collaborazionisti, almeno una quindicina. Guidarono i nazisti per le impervie mulattiere che portavano a Sant'Anna, si caricarono sulle spalle cassette di munizioni.

Il 12 agosto del ’44 fu un massacro.

All’alba del 12 agosto, reparti di SS, in tutto alcune centinaia, in assetto di guerra, salirono a Sant’Anna.

Sant-Anna-alcune-case-oggi.jpg

Verso le sette il paese era ormai circondato. Gli abitanti non pensavano ad una strage, ma piuttosto ad una normale operazione di rastrellamento. Molti uomini infatti fuggirono, nascondendosi nei boschi. Troppo tardi si accorsero delle reali intenzioni dei nazisti.
Così lo scrittore Manlio Cancogni narra gli avvenimenti di quella terribile giornata: «I tedeschi, a Sant’Anna, condussero più di 140 esseri umani, strappati a viva forza dalle case, sulla piazza della chiesa. Li avevano presi quasi dai loro letti; erano mezzi vestiti, avevano le membra ancora intorpidite dal sonno; tutti pensavano che sarebbero stati allontanati da quei luoghi verso altri e guardavano i loro carnefici con meraviglia ma senza timore né odio.

 


Li ammassarono prima contro la facciata della chiesa, poi li spinsero nel mezzo della piazza, una piazza non più lunga di venti metri e larga altrettanto, una piazza di tenera erba, tra giovani piante di platani, chiusa tra due brevi muriccioli;

luogo-del-massacro.jpg

e quando puntarono le canne dei mitragliatori contro quei corpi li avevano tanto vicini che potevano leggere negli occhi esterrefatti delle vittime che cadevano sotto i colpi senza avere tempo nemmeno di gridare.

Breve è la giustizia dei mitragliatori; le mani dei carnefici avevano troppo presto finito e già fremevano d’impazienza. Così ammassarono sul mucchio dei corpi ancora tiepidi e forse ancora viventi, le panche della chiesa devastata, i materassi presi dalle case, e appiccarono loro fuoco.

E assistendo insoddisfatti alla consumazione dei corpi spingevano nel braciere altri uomini e donne che esanimi dal terrore erano condotti sul luogo, e che non offrivano alcuna resistenza.

Intanto le case sparse sulle alture, le povere case di montagna, costruite pietra su pietra, senza intonaco, senza armature, povere come la vita degli uomini che ci vivevano erano bloccate.

Gli abitanti erano spinti negli anditi, nelle stanze a pianterreno e ivi mitragliati e, prima che tutti fossero spirati, era dato fuoco alla casa; e le mura, i mobili, i cadaveri, i corpi vivi, le bestie nelle stalle, bruciavano in un’unica fiamma. Poi c’erano quelli che cercavano di fuggire correndo fra i campi, e quelli colpivano a volo con le raffiche delle mitragliatrici, abbattendoli quando con grido d’angoscia di suprema speranza erano già sul limitare del bosco che li avrebbe salvati.

Poi c’erano i bambini, i teneri corpi dei bimbi a eccitare quella libidine pazza di distruzione. Fracassavano loro il capo con il calcio della «pistol-machine », e infilato loro nel ventre un bastone, li appiccicavano ai muri delle case. Sette ne presero e li misero nel forno preparato quella mattina per il pane e ivi li lasciarono cuocere a fuoco lento. E non avevano ancora finito.

Scesero perciò il sentiero della valle ancora smaniosi di colpire, di distruggere, compiendo nuovi delitti fino a sera.

A mezzogiorno tutte le case del paese erano incendiate; i suoi abitanti fissi e gli sfollati erano stati tutti trucidati. Le vittime superano di gran lunga i cinquecento, ma il numero esatto non si potrà mai sapere.

"Alcuni scampati all’eccidio erano corsi in basso a portare la notizia agli abitanti della pianura raccolti in gran numero nella conca di Valdicastello. La notizia la portavano sui loro volti esterrefatti, nelle parole monche che erano appena capaci di pronunciare e dalle quali chi li incontrava capiva che qualcosa di terribile era accaduto pur senza immaginare le proporzioni. Della verità cominciarono invece a sospettare nelle prime ore del pomeriggio quando le prime squadre di assassini scendendo dalle alture di Sant’Anna, si annunciarono sull’imbocco della vallata a monte del paese.

Li sentivano venir giù precipitosi,accompagnati dal suono di organetti e di canzoni esaltate, e quel ch’è peggio dal rumore di nuovi spari, da nuove grida, che non convinti di aver ben speso quella giornata, i tedeschi la completavano uccidendo quanti incontravano sul sentiero della montagna.

Alcuni che al loro passaggio s’erano nascosti nelle antrosità della roccia vi furono bruciati dentro dal getto del lanciafiamme. Una donna che correva disperata portando in salvo la sua creatura, raggiunta che fu, le strapparono dalle braccia il prezioso fardello, lo scagliarono nella scarpata e lei stessa l’uccisero a colpi di rivoltella nel cranio.

madre-con-bambino.jpg 

Molti altri furono raggiunti dalle raffiche di mitragliatori mentre fuggivano saltando per le balze della montagna, come capre selvatiche contro le quali si esercitava la bravura del cacciatore. Quando i tedeschi raggiunsero Valdicastello cominciando a rastrellare gli abitanti, il paese era già stretto dall’angoscia; gli abitanti serrati nelle case e nascosti alla meglio; la strada deserta; tutti oppressi da un incubo di morte. Il passaggio dei tedeschi dal paese si chiuse con la discesa del buio sulla valle, dopodiché ottocento uomini erano stati strappati dalle case e condotti via, e un’ultima raffica di mitragliatrice accompagnata da un suono più sguaiato e atroce di organetto, aveva tolto la vita ad altri quattordici infelici, scelti a caso».

 

vittime bambini Stazzema

Alla fine le vittime di questa strage furono 560, tra cui molti anziani, donne e bambini.
monumento-ossario.jpg



Quella mattina la furia omicida si scatenò anche contro una bambina di 20 giorni, Anna Pardini: morirà un mese dopo, troppo piccola per sopravvivere alle ferite.
Anna-Pardini-strappata-al-girotondo-nel-mondo.jpg

chiesa-Sant-Anna-di-Stazzema.jpgNella piccola chiesa di Sant’Anna di Stazzema, il 29 luglio 2007, per la prima volta dopo 63 anni, sono tornate a suonare le note di un organo. Quello preesistente fu distrutto, a scariche di mitra, durante la strage nazista del 12 agosto 1944 e non fu più sostituito. Il dono del nuovo organo è il frutto della sensibilità e dell’impegno di due musicisti tedeschi di Essen, i coniugi Maren e Horst Westermann, i quali, da un lustro, raccolgono fondi in Germania e in Italia organizzando concerti espressamente finalizzati a questo scopo.

 

Milano, Piazzale Loreto 10 agosto 1944

9 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Ai martiri di Piazzale Loreto

«Ed era l'alba e dove fu lavoro/ ove il piazzale era la gioia accesa/ della città migrante alle sue luci/ da sera a sera, ove lo stesso strido/ dei tram era saluto al giorno, al fresco/ viso dei vivi, vollero il massacro/ perché Milano avesse alla sua soglia/ confusi tutti in uno stesso sangue/ i suoi figli promessi e il vecchio cuore/ forte e ridesto, stretto come un pugno./ Ebbi il mio cuore ed anche il vostro cuore/ il cuore di mia madre e dei miei figli/ di tutti i vivi uccisi in un istante/ per quei morti mostrati lungo il giorno/ alla luce d'estate, a un temporale/ di nuvole roventi. Attesi il male/ come un fuoco fulmineo, come l'acqua/ scrosciante di vittoria, udii il tuono/ d'un popolo ridesto dalle tombe./ lo vidi il nuovo giorno che a Loreto/ sovra la rossa barricata i morti/ saliranno per primi, ancora in tuta/ e col petto discinto, ancora vivi/ di sangue e di ragione. Ed ogni giorno,/ ogni ora eterna brucia a questo fuoco,/ ogni alba ha il petto offeso da quel piombo/ degli innocenti fulminati al muro.
»                (Alfonso Gatto)

10agosto1944.jpgAligi Sassu
I martiri di Piazzale Loreto  Olio su tela, 1944

La mattina del 10 agosto 1944, a Milano, quindici tra partigiani e antifascisti vennero prelevati dal carcere di San Vittore e portati in Piazzale Loreto,
Piazzale-Loreto-anni--40.jpg
dove furono fucilati da un plotone di esecuzione composto da militi della legione «Ettore Muti» agli ordini del capitano delle SS Theodor Saevecke, noto in seguito come boia di Piazzale Loreto.

Erano: 
partigiani-ed-antifascisti-fucilati.jpgpartigiani-ed-antifascisti-fucilati-2.jpg

Umberto Fogagnolo, classe 1911, era un accanito avversario del regime fascista. La sua attività clandestina fu intensa e svolta attraverso numerosi discorsi e scritti. Fu tra i primi a dare l’assalto, il 25 luglio 1943, al "covo" di via Paolo da Cannobio. L’8 settembre formò bande di patrioti, organizzò rifornimenti di armi, aiutò ed inquadrò i compagni di fede. Nell’ottobre del 1943, in pieno giorno, venne arrestato a Milano nel corso Vittorio Emanuele perché affrontò coraggiosamente il comandante della " Muti", Colombo, mentre pestava un operaio. Domenico Fiorani, classe 1913. Nel settembre del 1943 fu licenziato dallo stabilimento nel quale lavorava, aveva poco denaro e la moglie da curare, fu così che si dedicò intensamente all’attività politica. Fondò una nuova sezione socialista a Sesto San Giovanni e diede la sua opera come propagandista e collaboratore di giornali clandestini. Il 25 giugno 1944 mentre si recava a trovare la moglie in ospedale fu arrestato dalle SS e trasferito a San Vittore. Vitale Vertemati, aveva 26 anni quando fu arrestato il 1° maggio del 44’ a causa del suo lavoro di collegamento tra i vari gruppi partigiani. Giulio Casiraghi, classe 1899, militante nel partito comunista da lunga data. Fu arrestato: nel 1931 per reati politici e per aver svolto attiva propaganda sui fogli clandestini, venne liberato dal confino di polizia nel 1936, nel 1943 perché organizzatore degli scioperi verificatisi alla ditta " Marelli" e infine il 12 luglio dello stesso anno in quanto addetto alla ricezione dei messaggi da Londra per gli aviolanci. Tullio Galimberti, classe 1922. Chiamato alle armi, anziché militare nelle file fasciste, preferì dedicarsi al movimento clandestino. Ebbe attivi e frequenti contatti con i G.A.P e svolse numerose missioni importanti. Fu catturato in pieno giorno in una via centrale di Milano. Eraldo Soncini, classe 1901. Fin da giovane partecipò ai movimenti proletari. Attivissimo militante nelle file del partito socialista, subì un primo arresto nel 1924 e in tale occasione fu violentemente bastonato. Dopo l’8 settembre fu attivamente ricercato, ma ciò non gli impedì di partecipare alla lotta clandestina sino al giorno in cui fu catturato dalle SS. Andrea Esposito, 46 anni, iscritto al partito comunista collaborò attivamente con i partigiani della 113° brigata "Garibaldi". Fu arrestato il 31 luglio in casa insieme al figlio Eugenio, che era sfuggito ai nazifascisti per non andare a combattere sotto le insegne della Repubblica Sociale e che verrà deportato a Dachau. Andrea Ragni, 23 anni. Dopo l’8 settembre, mentre partecipava ad un’azione per tentare di impossessarsi di armi, fu ferito e ricoverato a Niguarda da dove riuscì a scappare. Arrestato una seconda volta, riuscì a fuggire nuovamente, ma venne ripreso e rinchiuso a San Vittore sino al giorno della fucilazione. Libero Temolo , classe 1906, frequentò sin dalla gioventù i circoli comunisti del proprio paese e soffrì il carcere e le persecuzioni. Giunse a Milano nel 1925 e divenne un attivo organizzatore delle S.A..P. Fu catturato al posto di lavoro nell’aprile del 1944. Emidio Mastrodomenico, classe 1922, si trasferì a Milano nel 1940 dove operò presso il commissariato di Lambrate. Fu arrestato in quanto capo delle GAP. Salvatore Principato, classe 1892, militò sin da giovane nel partito socialista. Nel 1933 fu una prima volta arrestato perché apparteneva al movimento " Giustizia e Libertà". Rilasciato tornò a svolgere attività antifascista e dopo l’8 settembre lavorò intensamente per la libertà d’Italia fino al giorno del suo arresto. Renzo Del Riccio, classe 1923, socialista , era soldato di fanteria quando l’8 settembre con il suo reggimento partecipò ad accaniti scontri contro i tedeschi in Monfalcone. Tornato al suo paese, lavorò sino al marzo del 1944, epoca in cui, essendo stata chiamata la sua classe, riparò in montagna nei dintorni di Como. Organizzò un audace tentativo di sabotaggio con la collaborazione dei partigiani. Arrestato, fu inviato dai tedeschi in Germania, ma a Peschiera riuscì a fuggire e a nascondersi poi a Milano in casa di parenti. Fu arrestato in seguito ad un falso appuntamento nel 1944. Angelo Poletti, svolgeva un ‘attiva propaganda partigiana tra i lavoratori dell’Isotta Fraschini presso cui lavorava. Fu arrestato mentre andava a prelevare armi per i compagni. Rimase per molto tempo a San Vittore dove subì sevizie. Vittorio Gasparini , dopo l’invasione tedesca, messosi in aspettativa collaborò con i partigiani raccogliendo fondi e curando il funzionamento di una radio trasmittente clandestina. Fu arrestato nel novembre del 1943 vicino Brescia. Rimase a San Vittore sino al giorno della sua fucilazione. Gian Antonio Bravin , classe 1908, dopo l’armistizio iniziò la sua attività politica. Fece parte del III Gruppo GAP di cui divenne il capo organizzando vari colpi. Venne arrestato nel 1944.

messaggio-di-Libero-Temolo.jpg messaggio-di-Libero-Temolo-2.jpg

Ultimo messaggio di Libero Temolo dal carcere

 

La strage fu perpetrata come rappresaglia per un attentato consumato il 7 agosto 1944 contro un camion tedesco (targato WM 111092) parcheggiato in viale Abruzzi a Milano. Nell'evento, in cui non rimase ucciso alcun soldato tedesco (l'autista Heinz Kuhn, che era addormentato nel mezzo parcheggiato, riportò solo lievi ferite) provocò la morte di sei cittadini milanesi e il ferimento di altri cinque. Il comandante dei Gap, Giovanni Pesce, negò sempre che quell'attentato potesse essere stato compiuto da qualche unità partigiana. Certi elementi anomali hanno fatto definire ad alcuni l'attentato come controverso: il caporal maggiore Kuhn aveva parcheggiato il mezzo a poca distanza da un'autorimessa in via Natale Battaglia e dall'albergo Titanus, entrambi requisiti dalla Wehrmacht.

Sulle motivazioni della rappresaglia è utile notare come il bando di Kesselring prevedesse la fucilazione di dieci italiani solo in caso di vittime tedesche.

Theodor Saevecke, che faceva base presso l'Hotel Regina in via Silvio Pellico, sede delle SS e noto luogo di tortura, pretese ed ottenne, ciò nonostante, la fucilazione sommaria di quindici antifascisti, e compilò egli stesso la lista, come testimoniato da Elena Morgante, impiegata nell'ufficio delle SS, cui fu ordinato di batterla a macchina.

Dopo la fucilazione eseguita da membri della Muti - avvenuta alle 06:10 - i cadaveri scomposti furono lasciati esposti sotto il sole, per tutta la giornata calda giornata estiva e coperti di mosche, a scopo intimidatorio. Un cartello li qualificava come "assassini". I corpi rimasero circondati da membri della Muti che impedirono persino ai parenti di rendere omaggio ai propri defunti. Secondo numerose testimonianze, i militi insultarono ripetutamente gli uccisi (definendoli, tra l'altro, un "mucchio d'immondizia") e i loro congiunti accorsi sul luogo.

Il poeta Franco Loi, testimone della tragedia e probabilmente allora abitante nella vicina Via Casoretto, ricorda:

« C'erano molti corpi gettati sul marciapiede, contro lo steccato, qualche manifesto di teatro, la Gazzetta del Sorriso, cartelli , banditi! Banditi catturati con le armi in pugno! Attorno la gente muta, il sole caldo. Quando arrivai a vederli fu come una vertigine: scarpe, mani, braccia, calze sporche.(....) ai miei occhi di bambino era una cosa inaudita: uomini gettati sul marciapiede come spazzatura e altri uomini, giovani vestiti di nero, che sembravano fare la guardia armati! »  (Franco Loi)

 

 


Alle fronde dei salici

 

E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull'erba dura di ghiaccio, al lamento

d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento

 

                               Salvatore Quasimodo

Monumento ai Martiri di Piazzale Loreto

Alla fine della guerra, sul luogo della strage ed in memoria dei Martiri ivi caduti fu eretto un cippo commemorativo. Tale cippo fu sostituito da un monumento eretto nell'agosto 1960, opera dello scultore Giannino Castiglioni (1884-1971), sito all'angolo del piazzale e viale Andrea Doria. Il monumento, sul fronte, reca un bassorilievo che rappresenta un martire sottoposto ad esecuzione sull'iconografia di San Sebastiano, sul retro reca la dicitura «ALTA /L'ILLUMINATA FRONTE/CADDERO NEL NOME/DELLA LIBERTA`» cui segue l'elenco dei 15 caduti, la data dell'eccidio, 10 agosto 1944 ed i simboli della Repubblica Italiana e del Comune di Milano.


loreto-a.jpg

monumento-di-Piazzale-Loreto.jpg  

loreto-b.jpgMembri dell'ANPI di Lissone  partecipano alla cerimonia in ricordo dei 15 antifascisti fucilati il 10 agosto 1944 a Milano in Piazzale Loreto






6 agosto 1945: la bomba atomica su Hiroshima

6 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

 

"Un orologio di Hiroshima, coi numeri quasi cancellati, fuso dal calore, e le lancette che segnano le 8.16.

 

1945-Hiroshima.jpg

Una frase di Georges Bernanos, che vale per tutti i superstiti: «Ci sono tanti morti nella mia vita, ma più morto di tutti è il ragazzo che fui io».

bambini-con-residui-bellici.jpg 

Finita la guerra: i bambini giocano con i residuati bellici. Il progresso tecnologico non ha reso il conflitto meno feroce. E sembrato anzi che, insieme agli aerei velocissimi, all'atomica, ai missili, al radar sia stata la barbarie la protagonista su tutti i fronti".

 


La coscienza è al di sopra dell'autorità,

della legge, dello Stato

Albert Einstein.

 

È un mattino sereno, questo del 6 agosto 1945.

A diecimila metri di altezza, il colonnello Paul Tibbets, al comando del suo B-29, ribattezzato Enola Gay, dà un ultimo sguardo alla città sottostante. Hiroshima. Sono le 8.14. L’equipaggio dell'Unità Speciale 509 inforca gli occhiali di protezione. Thomas Ferebee, addetto allo sganciamento delle bombe, inquadra il ponte di Aioi nel reticolo dell'alzo. Poi lascia andare il suo carico. Un mostro di quattro tonnellate, con all'interno un cuore di U235, uranio 235, puro. Che precipita, oscillando, verso terra.

41, 42, 43 secondi. Via! Il radar aziona l'innesco. Come previsto a 580 metri dal suolo, Little Boy, la bomba, esplode.

Un lampo di fuoco. Un fungo di polvere. Una città che non c'è più. La fisica conosce il peccato.

«Dio mio cosa abbiamo fatto!», esclama il secondo pilota, Robert Lewis. Si ritorna alla base.

L’8 agosto Stalin dichiara guerra al Giappone.

Il 9 agosto, su Kokura ci sono nuvole basse. Le nuvole della salvezza. L’aereo cambia obiettivo. Alle 11 del mattino è su Nagasaki. Fat Man, la bomba, questa volta, ha un cuore di plutonio: 239PU, scrivono i fisici. Anche questa, in un amen, si porta via un'intera città.

Il 13 agosto il Giappone offre la resa. Senza condizioni.

Vinta dal radar, la seconda guerra mondiale è termina da due bombe atomiche. Decisamente, come nota Abraham Pais, la Seconda guerra mondiale è stata la guerra dei fisici.

Il 16 novembre la Reale Accademia delle Scienze di Svezia, conferisce il premio Nobel al tedesco Otto Hahn. L’uomo che, appena sei anni prima, ha scoperto la fissione del nucleo atomico. L’uomo che ha scoperchiato il vaso di Pandora.

 

Il vaso di Pandora

Berlino, 17 dicembre 1938. Kaiser Wilhelm Institut per la chimica di Berlino Dahelm. Otto Hahn è al lavoro col suo assistente, Fritz Strassmann. L'esperimento si annuncia cruciale.

Fuori, la gente si accinge a preparare il Natale. L'Austria è tornata nel Reich. I Sudeti sono stati liberati. Gli Stukas di Goring fiaccano la resistenza repubblicana in Spagna. In Germania da qualche settimana le sinagoghe sono state date alle fiamme e si è consumata la notte di cristallo del Reich: dalla discriminazione si è passati al pogrom degli ebrei. Le democrazie occidentali continuano a compiere atti di appeasement verso Hitler. Aibert Einstein ne è talmente amareggiato da scrivere che, se non fosse per il suo lavoro scientifico, non avrebbe desiderato vivere più a lungo. Il pericolo nazista è ormai così evidente, che la necessità di sconfiggerlo con ogni mezzo, anche militare, prevale con nettezza su ogni ideale pacifista.

A Berlino Dahelm, presso l'Istituto di chimica, tutto è più attutito. Tutto è pronto per l'esperimento. Poche le attrezzature. Di qua una sorgente di neutroni. Di là un paio di grammi di polvere giallognola: ossido di uranio. Una scarica. L'analisi chimica dei prodotti. Che non lascia adito a dubbi. In quella polvere pura di uranio bombardata coi neutroni c'è un altro, inaspettato elemento. Pesa la metà dell'uranio ed è un elemento ben noto: bario. La sorpresa è evidente, anche per un chimico consumato. Abbiamo assistito, abbiamo provocato la scissione del nucleo dell'uranio. Ma sarà così?

Già in autunno Otto Hahn aveva iniziato lo studio dei materiali prodotti dal bombardamento dell'uranio con neutroni. Con risultati inattesi. Nel corso dell'analisi chimica di quei prodotti, la radioattività precipitava come bario. Ma il bario pesa la metà dell'uranio. Com'è possibile? For­se si tratta di radio: un elemento chimicamente simile al bario, ma molto più pesante. Hahn parla di questa sua ipotesi con Bohr, a Copenaghen. Ma il fisico non è convinto: com'è possibile che l'uranio perda due particelle alfa e si trasformi in radio? Occorre continuare a indagare.

Gli esperimenti di dicembre sono quelli definitivi: gli attesi «isotopi di radio» si comportano inoppugnabilmente come bario. Di nuovo la domanda: com'è possibile? Il tempo di chiarirsi le idee e giù, a scrivere la lettera per Lise Meitner. La donna che ha collaborato con lui per vent'anni. E che ad agosto è dovuta riparare in Svezia. Perché ebrea. Lui, Otto Hahn, ha fatto il possibile per farla fuggire di nascosto. C'è riuscito. Il legame, umano e scientifico, non si è spezzato.

«I nostri isotopi di Ra [radio] si comportano come Ba [bario]», scrive lasciando trasparire il suo stupore, Otto Hahn. «Forse tu sarai in grado di avanzare una qualche spiegazione fantastica. [...] Noi, per parte nostra, comprendiamo che [l'uranio bombardato] non può esplodere trasmutan­dosi in Ba».

Lise Meitner non è meno meravigliata del suo maestro.

Due giorni prima di Natale Otto Hahn invia una relazione al Die Naturwissenschaften. Il titolo dell'articolo non è certo trionfante: «Sulla prova e il comportamento dei metalli alcalino-terrosi nella irradiazione a mezzo dei neutroni che si sviluppano dall'uranio». Solo dopo nuovi esperi­menti di conferma, Hahn invierà un altro articolo al Die Naturwissenschaften con un titolo più deciso: «Prova della formazione di isotopi di bario attivi dall'uranio e dal torio attraverso l'irradiazione di neutroni; prova di ulteriori frammenti attivi nella scissione dell'uranio». Ogni dubbio è ormai rimosso: l'atomo si è scisso. L'uomo ha prodotto la fissione dell'uranio. Quando la nuova relazione viene stampata, nel febbraio del 1939, tutto il (piccolo) mondo dei fisici atomici conosce già quell'esperimento. E sa anche cosa significa.

 

La lettera di Einstein al presidente degli Stati Uniti F. D. Roosevelt

Long Island, 2 agosto 1939 

A

F. D. Roosevelt,

Presidente degli Stati Uniti

White House Washington, D. C.

 

Signor Presidente,

alcune ricerche svolte recentemente da E. Fermi e L. Szilard, di cui mi è stara data comunicazione in manoscritto, mi inducono a ritenere che un elemento, l'uranio, possa essere trasformato nell'immediato futuro in una nuova e importanre fonte di energia. Certi aspetti del­la situazione che si è determinata sembrerebbero giustificare un atteggiamento di vigilanza, e se necessario un rapido intervento, da parte dell'Amministrazione. Ritengo pertanto che sia mio dovere sottoporre alla Sua attenzione i fatti e la raccomandazione che seguono. Negli ultimi quattro mesi è stata confermata la probabilità (grazie all'opera di Joliot in Francia, oltre che di Fermi e Szilard in America) che diventi possibile avviare in una grande massa di uranio una reazione nucleare a catena capace di generare enormi quantità di energia e grandi quantitativi di nuovi elementi simili al radio. Attualmente è quasi certo che si possa pervenire a questo risultato nell'immediato futuro.

Questo nuovo fenomeno porterebbe anche alla costruzione di bombe, ed è concepibile (anche se molto meno certo) che si possano costruire in tal modo bombe estremamente potenti di tipo nuovo. Una sola bomba di questo tipo, trasportata da un'imbarcazione e fatta esplodere in un porto, potrebbe benissimo distruggere l'intero porto e una parte del territorio circostante. Può darsi tuttavia che tali bombe si rivelino troppo pesanti per essere trasportabili per via aerea. Gli Stati Uniti dispongono soltanto di moderati quantitativi di minerale uranifero molto povero. Si trova minerale buono in Canada e nell' ex Cecoslovacchia, mentre la più importante fonte di uranio è il Congo Belga.

Alla luce di questa situazione potrà apparirle opportuno istituire un collegamento permanente tra l'Amministrazione e il gruppo di fisici che si occupano di reattori a catena in America. Uno dei modi di assicurare tale collegamento potrebbe consistere nell'affidare questo compito a persona che goda della Sua fiducia, e che potrebbe eventualmente agire in veste non ufficiale. Il suo compito potrebbe consistere in quanto segue:

a) prendere contatto con i dicasteri governativi mantenendoli informati sugli ulteriori sviluppi, e formulare raccomandazioni per interventi governativi, con particolare riguardo al problema di assicurare agli Stati Uniti un approvvigionamento di minerale uranifero.

b) accelerare il lavoro sperimentale che si svolge attualmente nei limiti dei bilanci dei laboratori universitari, fornendo finanziamenti - ove necessario - tramite contatti con privati disposti a contribuire a questa causa, e anche eventualmente procurando la cooperazione di laboratori industriali che dispongono dell'attrezzatura necessaria.

Mi risulta che la Germania ha effettivamente bloccato la vendita di uranio da parte delle miniere cecoslovacche di cui si è impadronita. La decisione di agire così tempestivamente si può forse spiegare con la circostanza che il figlio del Sottosegretario di Stato tedesco, von Weizsacker, lavora al Kaiser- Wilhelm-Institut di Berlino, dove vengono attualmente compiute, in parte, le stesse ricerche che si svolgono negli Stati Uniti. 

Sinceramente vostro,

A. Einstein.

Old Grove Rd.

Nassau Point

Peconic, Long Island

________________________ 

L’idea della bomba nucleare, anzi della bomba, nasce in quegli otto mesi trascorsi tra l'esperimento di Otto Hahn a Berlino Dahelm e la lettera di Albert Einstein a Franklin D. Roosevelt.

È vero quanto afferma Leopold Infeld: «Einstein, che disprezzava la violenza e le guerre, è considerato il padre della bomba atomica. Questo per due ragioni: perché la storia moderna dello sviluppo dell'energia atomica comincia con la relazione di Einstein sull'equivalenza tra massa ed energia, e perchè la storia della bomba atomica comincia con la lettera di Einstein, [Infeld, 1980]. Ma la lettera, frutto di un grande dibattito interiore, è, per quanto clamoroso, un passaggio obbligato e comunque non determinante nella corsa verso l'arma nucleare. Come scriverà lo stesso Einstein in un articolo pubblicato sul giornale giapponese Kaizo nel settembre del 1952: «La mia parte nella realizzazione della bomba atomica è consistita in un unico atto: firmai una lettera per il presidente Roosevelt, in cui facevo presente la necessità di esperimenti su vasta scala per verificare la possibilità di produrre una bomba atomica. Ero pienamente consapevole di danni terribili che sarebbero stati arrecati all'umanità in caso di successo. Ma la possibilità che i Tedeschi stessero lavorando al medesimo problema con qualche probabilità di successo mi obbligò a compiere questo passo. Non potevo fare altro sebbene fossi un convinto pacifista» [Einstein, 1982]. Il principio etico del pacifismo non è abbandonato. Cede il passo a un altro principio etico che Einstein considera di ordine superiore: salvare il mondo dalla barbarie nazista. La scelta è drammatica, ma lucida. Assunta da Einstein (e da molti altri fisici) senza e prima dei politici, senza e prima dei militari, sulla scorta di un'intuizione politica e militare. La Germania di Hitler può costruire l'arma e divenire una minaccia inarrestabile: occorre evitarlo.

Non solo Einstein, ma un'intera comunità di scienziati, dotati di coscienza sociale, si pone il problema delle proprie responsabilità politiche e persino militari. Non era mai accaduto prima. Ognuno lo risolverà, quel problema, secondo coscienza.

 

Bibliografia

Pietro Greco e Ilenia Picardi – Hiroshima la fisica riconosce il peccato – Nuova Iniziativa Editoriale 2005 

Enzo Biagi - la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1980

Seconda missione del CLNAI in Svizzera (23 ottobre-8 novembre 1944)

29 Juillet 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La campagna alleata in Italia andava esaurendosi sull'Arno e immani problemi si affacciavano per poter sostenere il movimento nei mesi a venire, e forse per tutto il periodo invernale.
Il maggiore inglese Churchill (Peters) che era stato paracadutato insieme con Cadorna insisteva perché rappresentanti del CLNAI andassero al Sud.
In una riunione del 21 ottobre Parri comunicò che era giunto un messaggio da Berna che informava dell' arrivo in Svizzera di un colonnello Rosebery, del War Office di Londra, che desiderava conferire con Leo (Valiani). Così fortunatamente ci si mise tutti d'accordo su una missione Pizzoni-Valiani con incarichi politici e finanziari, e fu questa gran fortuna perché da essa scaturì l'accordo degli Alleati sull'invio della prima delegazione del CLNAI al Sud.
Si attraversava un periodo difficile con i corrieri: in seguito a vari incidenti, i valorosi corrieri stavano organizzando nuove linee di espatrio.
La missione Pizzoni-Valiani si protrasse per sei giorni (23-29 ottobre 1944), e furono giorni pieni, con una quantità di colloqui con autorità alleate e svizzere e con amici emigrati politici.
Leo ebbe un primo colloquio con il colonnello Rosebery, che, per averlo già conosciuto, aveva in lui molta fiducia. Poi Rosebery parlò a lungo con me e gli esposi la nostra tragica situazione, con l'inverno alle porte, la repressione nazifascista in pieno sviluppo, i partigiani demoralizzati per il mancato intervento alleato nell'Ossola.
Il 25 ottobre, nella sala del consolato britannico si tenne una riunione plenaria angloitaliana. Si parlò dapprima del fabbisogno finanziario, necessario per alimentare la lotta e i rappresentanti del Comitato lo indicarono in un minimo di 160 milioni di lire mensili, di cui circa il 40 per cento per il Piemonte e il rimanente per le altre regioni. Decisa la missione al Sud, si stabilì di trattare colà quanto si riferiva ai mezzi finanziari.
Il mio compito era quello di persuadere i miei interlocutori che i fondi erano affidati a mani sicure e che la loro distribuzione, ai centri e comandi più importanti, veniva effettuata con discernimento e cautela. Spiegai quindi ampiamente come veniva custodito il danaro, come veniva cambiato in banconote per la distribuzione in centri dove gli assegni non potevano essere convertiti in biglietti di banca, e in base a quali criteri veniva fatta la ripartizione fra regioni, ecc.
In relazione alla grave crisi di danaro circolante nell'Italia del Nord e quindi alle difficoltà di ottenere banconote, io dissi che i finanziamenti si sarebbero dovuti effettuare contemporaneamente seguendo due direttive:
a) dalla Svizzera, con compensazioni, garanzie bancarie o invio diretto, mediante i fidi corrieri, di biglietti di banca italiani, possibilmente escludendo l'invio di banconote svizzere;
b) dall'Italia del Sud mediante lancio da trasporti aerei, per i quali fu indicato un campo a Malghe Fontana Mora, zona Presolana, a quota 1.900 metri circa - ampiezza del campo 700 metri per 400; località più vicina: Gromo, a tre ore di mulattiera.
Furono predisposti anche i messaggi radio, negativo: «Ritorna l'inverno»; positivo: «L'Italia è bella». Il campo era controllato dal locale comando di zona e poteva esserlo anche da inviati del Comando militare e del CLNAI: era stato scelto da Ferruccio Parri.
Altro importantissimo argomento di discussione fu il lancio di rifornimenti alle formazioni partigiane, che era stato particolarmente esiguo nei mesi di settembre e ottobre. Ciò, oltre a diminuire l'efficienza dei reparti, aveva avuto un effetto deprimente sul loro spirito combattivo, coincidendo con l'arrestarsi dell'offensiva alleata e con l'approssimarsi dell'inverno.
Gli Alleati consideravano il nostro apporto secondario dal punto di vista militare, considerato, e mi indussero a intensificare gli sforzi per far sempre più apprezzare l'importanza del movimento politico, prospettando il CLNAI come un organo che sempre più, e meglio, attirava a sé tutte le forze antifasciste dell'Italia del Nord, le teneva unite e dava a loro un indirizzo unitario.
Sempre a proposito di lanci, e con riferimento al periodo di nostra occupazione dell'Ossola, il colonnello Rosebery precisò che per sei giorni dieci carriers (grossi aeroplani da trasporto) con scorta di caccia, erano stati tenuti pronti a compierne, ma non avevano potuto decollare per le piogge e il terreno fangoso: si trattava di quindici tonnellate di materiale per spedizione.
 
La lotta che si svolse nell'Ossola
Nel settembre, alcune formazioni partigiane che ivi operavano occuparono tutta la zona, scacciandone i presidi tedeschi e fascisti. L'operazione dette subito l'impressione di stabilità e si costituì immediatamente una giunta di governo dell'Ossola, primo esperimento insurrezionale su scala di una certa importanza.
L'impresa dell'Ossola, indubbiamente gloriosa, fu sfortunata: l'avanzata degli Alleati in Italia arrestata, il mancato arrivo di rifornimenti e di armi per un complesso di vicende e fatalità, la sorda e mal celata rivalità nei comandi delle formazioni, così che solo negli ultimi giorni si riuscì a costituire un comando unico, tutto questo fece sì che, quando i nazifascisti tornarono all'attacco con forze preponderanti, la Resistenza dovette cedere nonostante i numerosi atti di abnegazione e di valore individuali.
Bibliografia
Alfredo Pizzoni - Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli - Società editrice il Mulino 1995

Prima missione del CLNAI in Svizzera (29 marzo-5 aprile 1944)

22 Juillet 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Fin dal novembre 1943, Ferruccio Parri (allora Marsili, e poi Walter, prima di diventare Maurizio) che aveva avuto dal CLN l'incarico di occuparsi della parte militare del movimento di Resistenza, ritenne opportuno di stabilire un contatto con gli Alleati e di sua iniziativa si recò in Svizzera, accompagnato, all'insaputa di tutti, da Valiani (Leo); furono così abbozzati i primi accordi in colloqui con McCaffery (ufficiale britannico, capo della centrale svizzera della Special Force) e con altri esponenti alleati e svizzeri.

Successivamente avvertivamo la necessità di nuove intese con gli Alleati e, in una riunione del CLNAI avvenuta nel mese di marzo 1944 a Canegrate, fu deciso di inviare delle missioni al Sud e in Svizzera.

La prima fu affidata a Parri e a Pippo Dozza (Ducati, rappresentante del PCI nel CLNAI, sarà sindaco di Bologna su incarico del CLN nei giorni della Liberazione), ma non si effettuò mai per la impossibilità di compiere il viaggio. Per la missione in Svizzera fui designato io insieme con l'avvocato Giambattista Stucchi (Federici) di Monza, di parte socialista, con l'intesa che io dovevo occuparmi principalmente di argomenti politici e di finanza e Stucchi, che era uno dei collaboratori di Parri, di argomenti militari.

 

Per l'organizzazione del nostro espatrio ci affidammo al più anziano dei nostri corrieri: in automobile fino oltre Malnate; poi, in una strada secondaria trovammo un contrabbandiere con delle biciclette e così per sentieri raggiungemmo un cascinale nei pressi di Uggiate; ivi sostammo fino all'imbrunire e allora proseguimmo a piedi, cautamente, fino nelle vicinanze della rete di confine. Scambiati i segnali con i doganieri svizzeri, dopo una corsa veloce, arrivammo alla rete, già tagliata; strisciammo sotto, fummo accolti da un doganiere e da un contadino, e con loro raggiungemmo una vicina casa. Lì era ad attenderci quello che fu sempre il nostro grande amico svizzero, il capitano Guido Bustelli, del servizio politico-militare dell'esercito. Poi raggiungemmo Lugano, dove, nella sua abitazione privata, il viceconsole britannico, signor Lancelot de Garston, ci attendeva insieme con McCaffery.

Parlammo a lungo. Pur riconoscendo che nei pochi mesi di lotta, nello smarrimento e nella confusione di idee e di propositi conseguenti all'8 settembre, l'opera di organizzazione era stata lunga e difficile, pur tenendo presenti gli enormi e continui pericoli della vita cospirativa, era certo che gli unici organi capaci di organizzare la Resistenza, autorizzati a farlo - e che di fatto stavano raccogliendo e prendevano ogni giorno più saldamente in pugno le redini del movimento - erano i CLN. Nulla di serio o di importante era possibile all'infuori di essi. Era preciso interesse degli Alleati, e loro dovere, di far capo e di aiutare unicamente i CLN; di insistere perché tutti i partigiani e gli antifascisti facessero capo ai CLN; di indirizzare in questa opera di autorità e di persuasione tutti quelli che dall'Italia chiedevano aiuto in Svizzera.

 

Alla fine riuscimmo a persuaderlo, cosicché egli divenne il nostro più valido amico e sostenitore sia presso gli antifascisti italiani, sia presso il governo di Londra che a poco a poco fu indotto a riconoscere ufficialmente l'autorità del CLNAI e ad appoggiarlo, quasi esclusivamente, in ogni sua attività.

McCaffery, poi, insistette sempre nel chiederci di occuparci il meno possibile di politica e il massimo possibile di attivismo. Egli accettò i nostri argomenti che dimostravano come i partigiani italiani, dopo vent'anni di regime dittatoriale, non potevano non preoccuparsi di politica, e che l'idea antifascista era il massimo e quasi unico comune denominatore che li tenesse uniti e che desse il lievito e l'ideale alla terribile lotta che conducevano, lotta che si doveva prevedere fosse dura e lunga, rendendo quindi indispensabile un contenuto di alta idealità che sostenesse i combattenti nel tempo e nei momenti di stanchezza e di smarrimento.

Descrivemmo con accorate parole lo sfascio dell'esercito italiano dopo l'8 settembre e come, di conseguenza, gli ufficiali in servizio permanente effettivo, specie dei gradi superiori, avessero perso ogni autorità, come questi ultimi non fossero adatti a condurre una guerra del tipo partigiano, come infine gli ufficiali inferiori e i soldati che ancora volevano battersi si andavano facilmente inquadrando nelle formazioni partigiane, nelle quali in genere gli elementi più decisi e capaci finivano con affermarsi e ottenere i posti più importanti.

Comunque, una selezione era in atto e bisognava riconoscere e ammettere una realtà, cioè che il Partito comunista dava coi suoi militanti un apporto decisivo nella lotta, sia per numero, sia per fermezza di intenti.

Intuivo, e poi seppi esattamente, che gli Alleati ci volevano attivisti, organizzatori e non politici, o, almeno, politici solo per quel tanto che serviva a dare ampiezza e forza alla nostra lotta. E sapevo che gli aiuti, da parte alleata, senza i quali ben poco di fattivo potevamo costruire, ci sarebbero venuti solo se ci conformavamo alle loro direttive.

Dopo qualche sera della nostra permanenza a Lugano e dopo lunghe osservazioni con Stucchi, col quale procedetti sempre d'accordo, e che fu un leale, serio e assennato compagno di lavoro, decidemmo, anche perché Dulles non aveva ancora potuto venire a Lugano, di consegnare a McCaffery il piano completo delle forze e delle dislocazioni delle unità partigiane, che era nelle nostre mani.

 

Ricordo che a quell'epoca (marzo 1944) la consistenza delle nostre bande era di 8-10.000 uomini, effettivi, inquadrati nelle formazioni, e i nuclei organici ben individuati, numerosi e dis­seminati per tutta l'Italia del Nord. Nel piano che consegnammo il tutto era accuratamente segnato in ampia carta geografica e dava quindi anche la prova della accuratezza dei nostri servizi centrali.

Gli inglesi furono molto impressionati e da questo documento e dal lungo rapporto che Stucchi fece. So che impiegarono l'intera notte a inviare un dispaccio cifrato a Londra e si può affermare che la nostra opera personale e i dati che abbiamo fornito valsero a iniziare l'opera di valorizzazione del movimento di Liberazione dell'Italia del Nord, e, col tempo, a ottenerci quel riconoscimento ufficiale da parte delle autorità alleate, che accettarono il CLNAI come l'unico organo propulsore e guida autorizzata nella lotta per la Liberazione dell'Italia del Nord. Inoltre, da allora McCaffery e i suoi uomini divennero nostri decisi sostenitori, e così pure Dulles, e la loro opera fu preminente e preziosa, per tutti gli aiuti che ci vennero.

Il raggiunto affiatamenro ebbe per diretta conseguenza un immediato aiuto finanziario, che concordammo provvisoriamente in lire 10 milioni al mese, da fornirsi in parti uguali dai britannici e dagli americani.

 

Con il capitano Bustelli (trovammo in lui un uomo deciso ad aiutarci in tutti i modi, compatibilmente con le istruzioni che aveva dai suoi superiori e con le direttive politiche della Svizzera) dovevamo concordare il servizio regolare dei corrieri per il Comitato. Dovevamo, inoltre, disciplinare l'accoglimento in Svizzera di profughi politici italiani.

Non esisteva per gli italiani un diritto di asilo, ma bensì una facoltà da parte svizzera di accordarlo. Alla frontiera, la prima autorità svizzera che accoglieva erano i doganieri, che dipendevano per la parte polizia dalla Polizia cantonale, con sede a Bellinzona.

Non tutti i doganieri potevano comprendere la nostra situazione, anzi alcuni erano seccati per il molto lavoro che il continuo passaggio dava loro e propensi a non andare tanto per il sottile; così avvennero molti casi di persone ricacciate oltre frontiera, che poi incapparono nei fascisti o nei tedeschi e furono incarcerate e morirono.

 

Nei nostri colloqui fu chiarita la posizione dei fascisti che tentavano di espatriare e fu raggiunto un accordo. Infatti, durante tutto il periodo della cospirazione ben pochi, dopo i giorni caotici immediatamente susseguenti all'8 settembre, riuscirono a passare. Per gli ebrei che potessero provare la loro situazione, non c'era dubbio: gli svizzeri erano dispostissimi ad ammetterli.

Il nostro compito fu quello di assicurare asilo agli emigrati politici e di facilitarne l'identificazione nei casi in cui non potessero provare le loro ragioni di espatrio. Si addivenne così a una intesa sulla base del famoso passaporto del CLNAI. Fu questo un documento concordato nel testo, nelle persone che erano autorizzate a stilarlo e firmarlo e nella calligrafia di queste persone, delle quali fu inviato esemplare a Bustelli.

Questo passaporto valeva per tutti i posti di confine lungo la frontiera Italia-Canton Ticino ed era stilato come segue: «Il signor (cognome e nome, anno di nascita) è persona politicamente compromessa, e pertanto lo si raccomanda per il favorevole accoglimento in territorio elvetico. - Per il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia - Firma autorizzata».

Di questi documenti ne furono emessi nel corso della lotta circa 300, e i detentori furono accolti.

Infine, organizzammo con Bustelli il passaggio di banconote italiane che erano portate in pacchi dai nostri corrieri autorizzati.

La nostra missione valse a creare un'atmosfera di fiducia nelle autorità svizzere e il successivo sempre corretto comportamento del CLNAI rafforzò la fiducia riposta in noi, che si mantenne inalterata fino alla fine della lotta di Liberazione».

 

Bibliografia

Alfredo Pizzoni - Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli - Società editrice il Mulino 1995

 

Il CLN Alta Italia (CLNAI)

7 Juillet 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il Comitato delle opposizioni sorto a Milano dopo il 25 luglio affrontò febbrili riunioni nei giorni dopo l'8 settembre nel tentativo di organizzare, in accordo con le autorità militari, la resistenza popolare contro l'esercito tedesco avviando arruolamenti per costituire una Guardia Nazionale. Tutto sfumò nel giro di quarantotto ore, quando fu evidente che il generale Ruggero si era accordato con i tedeschi. Nei giorni seguenti, avuta notizia che il Comitato delle opposizioni romano si era trasformato in CL , anche a Milano fu adottata analoga decisione: presidente fu designato l'indipendente Alfredo Pizzoni. A Milano però non era presente il partito demolaburista di Bonomi.

Tra i compiti cui si dedicò il CLN di Milano, che intendeva porsi come interlocutore per la Lombardia e per l'Italia settentrionale, ci furono l'aiuto agli ex prigionieri alleati per raggiungere il confine svizzero, l'allacciamento di contatti con gli Alleati attraverso la Svizzera, la raccolta di fondi per ogni evenienza, il finanziamento delle nascenti formazioni partigiane e il loro rifornimento di armi. Accanto a questi compiti, assumeva ogni giorno un'importanza essenziale quello politico "di impor[si] quale organismo dirigente della nuova lotta, di farne conoscere la funzione all'opinione pubblica, di legare perciò sempre più profondamente l'antifascismo al paese" sconfiggendo i tentativi del fascismo repubblicano di riconquistare il consenso della popolazione".

15 ottobre 1943 LIBERAZIONE Liberazione-1943-15-ottobre-B.jpg

Il Comitato di Liberazione dell'Italia settentrionale si dotò anche di un bollettino, "Liberazione", che nel primo numero del 15 ottobre pubblicò un ordine del giorno, approvato il 7 ottobre, in cui comunicava la propria costituzione e chiamava tutti i cittadini "alla lotta contro il tedesco invasore e contro i fascisti, che se ne fanno servi: [...] non lasciamo deportare nessuno in terra straniera, non lavoriamo per il nemico tedesco; non lasciamoci inquadrare nelle sue formazioni armate. Ci unisca il grido dei nostri padri: “Fuori i tedeschi!”.

Il 3 novembre gli azionisti Leo Valiani e Ferruccio Parri avevano avuto in Svizzera un franco incontro con due alti ufficiali alleati, lo statunitense Dulles e l'inglese Mac Caffery: fu loro spiegato che la Resistenza partigiana non si sarebbe limitata ad azioni di sabotaggio, come intendevano gli Alleati, ma avrebbe condotto una vera e propria guerra di liberazione, per condurre la quale chiedevano un consistente aiuto in armi e munizioni; non mancarono di chiarire che alla base della lotta stava una pregiudiziale repubblicana e antimonarchica.

Di fronte al montare degli scioperi, iniziati a metà novembre a Torino e successivamemte a Genova, a Milano e in Lombardia il CL dell'Italia settentrionale, che non si era attivato nella loro organizzazione, votò un ordine del giorno di piena solidarietà con la classe operaia.

A fine novembre il CLN lanciò anche un appello ai giovani delle classi di leva chiamate ai Distretti, incitandoli a rispondere No e invitando i cittadini ad aiutarli in ogni modo per mantenere quella decisione. Allo scadere del periodo di presentazione il comandante militare di Milano comunicò al Comando dei carabinieri che, delle classi chiamate, si era presentato soltanto il 6%, pertanto lo invitava a operare rastrellamenti e perseguire i familiari.

Quando la Repubblica sociale italiana, a fine dicembre, diede attuazione a un decreto che rendeva obbligatorio il giuramento di fedeltà al nuovo regime da parte dei dipendenti pubblici, il CLN con un appello del 7 gennaio 1944 esortò anche loro alla disubbidienza civile.

Dopo lo sbarco degli Alleati avvenuto il 22 gennaio ad Anzio e che aveva illuso sull'imminente liberazione di Roma, il CLN centrale di Roma, prevedendo di non poter più continuare a dirigere la lotta nel Nord, decise di investire il CLN dell'Italia settentrionale dei poteri di "governo straordinario del Nord" e il 31 gennaio gli inviò una lettera ìnvitandolo ad agire "fin da ora come un centro dirigente e organizzativo di tutto il movimento nazionale per le vostre regioni" dando un deciso impulso "a tutte le forze, dalla guerra di bande agli scioperi, dai sabotaggi alle manifestazioni popolari “per conseguire l'obiettivo fondamentale della insurrezione generale contro l’occupante”.

Pertanto dal 7 febbraio il Comitato di Milano si denominò CLN Alta Italia (CLNAI). Con tale denominazione il 15 febbraio approvò un ordine del giorno in appoggio alla costituzione del Comitato segreto di agitazione del Piemonte, della Lombardia e della Liguria che stava organizzando il grande sciopero di tutte le fabbriche dall'1 all'8 marzo e invitò i cittadini ad associarsi all'azione di protesta dei lavoratori finalizzata ad affrettare la liberazione del Paese.

Dopo la liberazione di Roma il Comando militare del CLN si trasformò in Corpo Volontari della Libertà, diretto dal generale Raffaele Cadorna, coadiuvato da Parri e dal comunista Luigi Longo: ad esso furono attribuite tutte le competenze della lotta armata partigiana. Il CLNAI a sua volta diventava a tutti gli effetti il governo della Resistenza, alternativo al governo fascista di Salò: i suoi atti e decreti avevano il valore di atti di governo, secondo quanto deliberato dal CLN romano con la lettera del 31 gennaio. A Roma si insediava il governo Bonomi, espressione diretta dei partiti del CLN, che riconosceva il CLNAI come suo rappresentante nell'Italia sotto occupazione.

Nell'estate 1944 il CLNAI prese deliberazioni per far compiere alla Resistenza un decisivo passo avanti nella definizione dei suoi fini politici e sociali: invitò i cittadini "ad aderire alle organizzazioni di massa che fanno parte del movimento di liberazione, a crearne eventualmente altre, a costituire ovunque dei Comitati di Liberazione Nazionale di località e di categoria, di amministrazione, di fabbrica "che sarebbero stati consultati, a liberazione avvenuta, dai CLN provinciali e locali per procedere alla costituzione di enti rappresentativi della volontà dei cittadini". Disposizioni vennero date per la designazione alle cariche pubbliche, in base a criteri paritetici tra i vari partiti.

Questi provvedimenti erano il segnale che il CLNAI riteneva prossima la fase insurrezionale e si preoccupava di predisporre le condizioni di avvio del nuovo potere democratico. Ma nel giro di qualche settimana sarebbe sfumata la speranza di uno sfondamento della Linea Gotica da parte degli Alleati. Anzi le varie polizie nazifasciste passarono al contrattacco nel tentativo di decapitare la Resistenza nei suoi organi direttivi, realizzando arresti di importanti reti clandestine. Sul quadro che andava incupendosi, il 13 novembre piombò il proclama del generale Alexander che invitava le formazioni partigiane a smobilitare, seppur temporaneamente, in attesa dell' offensiva definitiva di primavera. Gli rispose il CLNAI con un proprio proclama che condannava ogni posizione rinunciataria e di compromesso con il nemico e assicurava i combattenti di sostenere la loro lotta.

In quelle settimane una delegazione del CLNAl, guidata dal presidente Pizzoni, era stata al Sud ad incontrare il governo e il Comando supremo alleato: grande fu la delusione sia per l'incomprensione da parte di Bonomi delle istanze che fermentavano negli ambienti resistenziali del Nord sia per l'intransigenza da parte degli Alleati nell'imporre che, conclusa l'insurrezione, il CLNAI cedesse tutti i poteri di governo e di amministrazione al Governo militare alleato e che tutte le formazioni partigiane venissero sciolte e consegnassero le armi.

      Il 25 aprile, prima dell'avvio dell'insurrezione, il CLNAl emanò un decreto sull'amministrazione della giustizia che fissava norme precise "affinché la punizione dei delitti fascisti fosse sottratta alla indignazione popolare e avvenisse con una sanzione di legalità": furono pertanto disposte Commissioni di Giustizia per la funzione inquirente, Corti d'Assise del Popolo per quella giudicante e Tribunali di Guerra per lo stato di emergenza. Contestualmente il presidente del CLNAI Pizzoni fu sostituito con il socialista Rodolfo Morandi. Nell'ultimo mese le riunioni cruciali del CLNAI furono tenute nei locali dell'Istituto salesiano di via Copernico 9. L'insurrezione vi fu proclamata nella storica riunione del 25 aprile, in cui fu ribadita anche la capitolazione totale delle forze nazifasciste e la pena di morte per i gerarchi del fascismo.

 

Bibliografia:

Ercole Ongaro, Resistenza nonviolenta 1943-1945, I Libri di Emil Editore, 2013

Il Comitato Centrale di Liberazione Nazionale (CCLN) di Roma

5 Juillet 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il CL romano, sorto immediatamente dal preesistenre "Comitato dei partiti antifascisti", assunse il ruolo di CL centrale sia per la sua collocazione nella capitale sia per la presenza in esso di esponenti di spicco dei partiti antifascisti (Ivanoe Bonomi per la Democrazia del lavoro, Alcide De Gasperi o Giovanni Gronchi per la DC, Ugo La Malfa per il Pd'A, Pietro Nenni per il PSIUP, Giorgio Amendola per il PCI.

I partecipanti alle prime riunioni, sotto la presidenza di Bonomi, furono: il democristiano De Gasperi, il liberale Casati, il demolaburista Ruini, i comunisti Scoccimarro e Amendola, i socialisti Nenni e Romita, gli azionisti La Malfa e Fenoaltea.

Il 16 ottobre il CCLN approvò all'unanimità un impegnativo ordine del giorno, proposto dagli azionisti e stilato da Gronchi, che proponeva una netta rottura rispetto allo Stato monarco-fascista: di fronte al disegno mussoliniano di suscitare gli orrori della guerra civile e alla situazione creata dal re e dal governo Badoglio, dichiarava che la "guerra di liberazione, primo compito e necessità suprema della riscossa nazionale", necessitava di unità spirituale del Paese e chiedeva "la costituzione di un governo straordinario che sia l'espressione di quelle forze politiche le quali hanno costantemente lottato contro la dittatura fascista e contro la guerra nazista", assegnava a tale governo il compito di "assumere tutti i poteri costituzionali dello Stato, condurre la guerra di liberazione al fianco delle Nazioni Unite, convocare il popolo, al cessare delle ostilità, per decidere sulla forma istituzionale dello Stato".

Questi obiettivi furono una base di discussione nel primo Congresso dei CL svoltosi  a Bari il 28-29 gennaio 1944, cui partecipò il socialista Oreste Lizzadri in rappresentanza del CCL . Vi fu raggiunta una linea di compromesso, in base alla quale veniva chiesta l'abdicazione del re e il rinvio della questione istituzionale a un referendum popolare da tenersi dopo la fine della guerra.

Il re accettò la proposta, formulata dal liberale De Nicola (resa pubblica soltanto il 12 aprile), di abdicare a favore di un luogotenente, a condizione che tale carica fosse affidata al figlio Umberto e il passaggio dei poteri avvenisse dopo la liberazione di Roma; sul fronte diplomatico ci fu la novità del riconoscimento del governo del Sud da parte della Russia; infine, al rientro dalla Russia dopo un lungo esilio, il segretario comunista Palmiro Togliatti fece approvare dal suo partito un mutamento di linea politica, diventato noto come "svolta di Salerno": considerato che in Italia vi era una situazione di stallo contrassegnata "da un lato [da] un governo investito del potere ma privo di autorità perché privo dell'adesione dei partiti di massa, dall'altra parte [da] un movimento di massa autorevole ma escluso dal potere", il partito comunista proponeva la creazione di un nuovo governo forte e autorevole con la partecipazione dei partiti di massa e il rinvio della soluzione del problema istituzionale a un'Assemblea Costituente da convocare nel dopoguerra.

Il nuovo governo, ancora presieduto da Badoglio, ma formato da ministri designati dai sei partiti del CLN, venne costituito il 22 aprile. L'obiettivo del PCI, inoltre, diventava la "democrazia progressiva" che non emarginava le classi subalterne ma le faceva protagoniste di una società più giusta, abbandonando l’idea della rivoluzione socialista, non attuale in quel momento.

Il 5 maggio il CCLN approvò la costituzione del nuovo governo.

Il 5 giugno, liberata Roma, il re abdicò e Badoglio presentò le dimissioni al luogotenente Umberto. Tre giorni dopo ci fu l'incontro a Roma tra Badoglio, con i suoi ministri antifascisti dimissionari, e il CCLN: i rappresentanti dei partiti chiesero a Badoglio di farsi da parte lasciando la guida del nuovo governo a Bonomi, presidente del Comitato, che costituì nei giorni seguenti il nuovo governo, espressione del CCLN.

 

 

Bibliografia:

Ercole Ongaro, Resistenza nonviolenta 1943-1945, I Libri di Emil Editore, 2013 

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