Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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Marzabotto

30 Septembre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

 

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La “cavalcata” del terrore iniziò all’alba del 29 settembre 1944, quando la 16a SS-Panzergrenadier-Division, agli ordini del maggiore Walter Reder, detto “il monco”, partì squarciando con il ferro e con il fuoco le valli attorno al Monte Sole. A far da cani-guida, un pugno di militi delle Brigate nere, per l’occasione in divisa SS col distintivo simile a un “44” sulle mostrine, che sapevano i sentieri, le case, i rifugi e additavano mogli, figli e padri dei partigiani della Brigata “Stella Rossa”.

Dall’eccidio non fu risparmiato nessun paese, villaggio o fattoria della zona che, a una ventina di chilometri da Bologna, è delimitata dal corso dei fiumi Reno e Setta: Marzabotto (il Comune più grande), Grizzana, Vado di Monzuno e tutte le altre località che punteggiano le vallate declinanti dall’acrocoro dominato dalla cima del Monte Sole.

Il 13 gennaio 2007, il tribunale militare di La Spezia ha condannato all’ergastolo in contumacia 10 dei 17 imputati ex nazisti ancora in vita. Sono tutti ultraottantenni e non conosceranno mai il carcere, la legge italiana non lo permette.

Il processo, infatti, non si è potuto celebrare prima perché i documenti in grado di inchiodare i responsabili del massacro sono rimasti chiusi per cinquant’anni nell’armadio della vergogna e nei sotterranei delle procure italiane. Ritrovate a metà degli Anni 90, quelle carte, con nomi e fatti, hanno potuto dare finalmente il via ai procedimenti penali.

Finora per la strage di Marzabotto esisteva un solo colpevole: il maggiore Walter Reder. Nel 1951 il tribunale militare di Bologna sentenziò per lui una condanna a vita, da scontare nel carcere militare di Gaeta. Ci passerà trentaquattro anni, malgrado un’ipocrita richiesta di perdono giunta nel 1967 agli abitanti di Marzabotto che, riuniti in Consiglio comunale, respinsero al mittente con 356 voti su 360 la petizione di clemenza sostenuta anche dalla Chiesa. Poi, nel 1980, arrivò la sentenza del Tribunale di Bari che disponeva un periodo di “prova” di cinque anni per il condannato, in attesa della scarcerazione. Fu l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, nel gennaio 1985, a concedere la grazia e a spalancare le porte della galera a Walter Reder, morto nel 1991 nella sua residenza austriaca.

La testimonianza è tratta dal volume “Marzabotto parla” di Renato Giorgi, edito per la prima volta nel 1955, ristampato a cura dell’ANPI di Bologna nel 1991. 

Località Casaglia, testimonianza di Lidia Pirini

«Era il 29 settembre, alle nove del mattino. (…) Quando a Casaglia fummo convinti che i nazisti stavano per arrivare perché si sentivano gli spari e si vedeva il fumo degli incendi, nessuno sapeva dove correre e cosa fare. Alla fine ci rifugiammo in chiesa, una chiesa abbastanza grande, piena per metà, e don Marchioni cominciò a recitare il rosario. Ho saputo in seguito che lo trovarono ucciso ai piedi dell’altare: allora non me ne accorsi e adesso riferisco solo quanto ricordo. Quando arrivarono i nazisti io non li vidi, avevo paura a guardarli in faccia. Chiusero la porta della chiesa e dentro tutti urlavano di terrore, specialmente i bambini. Dopo un poco tornarono ad aprire (…) e ci condussero al cimitero: dovettero scardinare il cancello con i fucili perché non riuscivano ad aprirlo. Ci ammucchiarono contro la cappella, tra le lapidi e le croci di legno; loro si erano messi negli angoli e si erano inginocchiati per prendere bene la mira. Avevano mitra e fucili e cominciarono a sparare. Fui colpita da una pallottola di mitra alla coscia destra e caddi svenuta. Quando tornai ad aprire gli occhi, la prima cosa che vidi furono i nazisti che giravano ancora per il cimitero, poi mi accorsi che addosso a me c’erano degli altri, erano morti e non mi potevo muovere; avevo proprio sopra un ragazzo che conoscevo, era rigido e freddo, per fortuna potevo respirare perché la testa restava fuori. Mi accorsi anche del dolore alla coscia, che aumentava sempre di più. Mi avevano scheggiato l’osso e non sono mai più riuscita a guarire bene, anche dopo mesi e anni di cura. (…) Intorno a me sentivo i lamenti di alcuni feriti. Così passò la notte e quasi tutto il giorno 30. (…) Verso sera, ci si vedeva ancora, trovai finalmente la forza di decidermi, riuscii a scostarmi i cadaveri di dosso e pian piano mi allontanai dal cimitero».

 

Marzabotto: è stato un inenarrabile martirio.

Non fu reazione senza limiti e controlli ad un episodio, non fu gesto sconsiderato di un singolo o di pochi, nel fuoco della guerra; fu il netto disegno, il proposito calcolato e deliberato di distruggere tutta una popolazione persino nelle nuove vite che sorgevano nel grembo delle madri.

Non fu gesto isolato per il numero delle formazioni militari germaniche che vi parteciparono e per la sua esecuzione condotta con metodo di guerra; guerra che si faceva sterminatrice contro una popolazione civile, dopo (ed era ben noto a chi lo comandava) che la eroica resistenza partigiana, costellata di sublimi sacrifici, era stata purtroppo in quel punto spezzata dalla forza schiacciante del numero e delle armi.

Non fu gesto isolato perché la ferocia brutale ed anche inutile agli stessi fini dell'invasore tedesco si abbatté su tante altre contrade del nostro Paese. Innumerevoli i delitti e gli orrori, terribili e gravissimi, ma nessuno che noi sappiamo di proporzioni così vaste come quello perpetrato dalla Wehrmacht e dalle SS a Marzabotto. Le vittime furono 1830 ed ebbero pace soltanto dopo la Liberazione; anzi, in certi casi nemmeno allora poiché le mine cosparse a perpetuare il delitto si accanirono contro le povere ossa senza riposo e contro i superstiti ritornati a compiere opera straziante e pietosa, a far rivivere la loro terra che quelli avrebbero voluta morta come le donne, i bambini, i vegliardi, i sacerdoti che avevano assassinato.

Non fu gesto isolato perché continuò nel tempo giorni e giorni: alla villa Colle Ameno, reso fosco dagli occupanti tedeschi, il 18 ottobre 1944 alcuni cittadini di Marzabotto venivano trucidati; lì era stato freddamente ucciso don Fornasini; e l'azione della Wehrmacht era incominciata il 28 settembre! 
 

Siamo stati a Marzabotto. Siamo andati per "dare un futuro alla memoria, nella consapevolezza che la memoria è conoscenza e che la conoscenza è libertà e che solo nella conoscenza l'uomo può trovare le ragioni e le condizioni per qualsiasi scelta della sua vita, se vuole che possa essere veramente libera, senza condizionamenti".


Per i caduti di Marzabotto

Questa è memoria di sangue

di fuoco, di martirio,

del più vile sterminio di popolo

voluto dai nazisti di Von Kesselring

e dai loro soldati di ventura

dell’ultima servitù di Salò

per ritorcere azioni di guerra partigiana.

I milleottocentotrenta dell’altipiano

fucilati e arsi

da oscura cronaca contadina e operaia

entrano nella storia del mondo

col nome di Marzabotto.

Terribile e giusta la loro gloria:

indica ai potenti le leggi del diritto

il civile consenso

per governare anche il cuore dell’uomo,

non chiede compianto o ira

onore invece di libere armi

davanti alle montagne e alle selve

dove il “Lupo” e la sua brigata

piegarono più volte

i nemici della libertà.

La loro morte copre uno spazio immenso,

in esso uomini d’ogni terra

non dimenticano Marzabotto

il suo feroce evo

di barbarie contemporanea.

                                               Salvatore Quasimodo

 

MARZABOTTO MEDAGLIA D'ORO

Incassata tra le scoscese rupi e le verdi boscaglie dell'antica terra etrusca, Marzabotto preferì ferro, fuoco e distruzioni piuttosto che cedere all'oppressore. Per quattordici mesi sopportò la dura prepotenza delle orde teutoniche che non riuscirono a debellare la fierezza dei suoi figli arroccati sulle aspre vette di monte Venere e di monte Sole sorretti dall'amore e dall'incitamento dei vecchi, delle donne e dei fanciulli. Gli spietati massacri degli inermi giovinetti, delle fiorenti spose, e dei genitori cadenti non la domarono ed i suoi 1830 morti riposano sui monti e nelle valli a perenne monito alle future generazioni di quanto possa l'amore per la patria.

Marzabotto, 8 settembre 1943 – 1° novembre 1944 



Per quella “operazione” il feldmaresciallo Kesserling si complimentò con gli uomini della sedicesima divisione, in particolare con il maggiore Walter Reder.

Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue "gravissime" condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l'impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che - anzi - gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli... un monumento. A tale affermazione rispose Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe:

Lo avrai

camerata Kesselring

il monumento che pretendi da noi italiani

ma con che pietra si costruirà

a deciderlo tocca a noi

non coi sassi affumicati

dei borghi inermi straziati  dal tuo sterminio

non colla terra dei cimiteri

dove i nostri compagni giovinetti

riposano in serenità

non colla neve inviolata delle montagne

che per due inverni ti sfidarono

non colla primavera di queste valli

che ti vide fuggire

ma soltanto col silenzio dei torturati

piú duro d'ogni  macigno

soltanto con la roccia di questo patto

giurato fra uomini liberi

che volontari s'adunarono

per dignità non per odio

decisi a riscattare

la vergogna e il terrore del mondo

su queste strade se vorrai tornare

ai nostri posti ci troverai

morti e vivi collo stesso impegno

popolo serrato intorno al monumento

che si chiama

ora e sempre

resistenza.

Aldo Fumagalli

24 Septembre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi



Nato a Lissone il 26/9/1921, morto a Salza il 24/09/1944.


Era figlio di Carlo e Maria Ernesta Tremolada.

Aldo Fumagalli era un Geniere del III Reggimento di Pavia, Internato Militare Italiano (IMI).  Non conosciamo dove fu catturato dai nazisti. Giunse a Dora Mittelbau il 13.10.1943 con un trasporto di 869 militari italiani. Ad Aldo fu assegnata la matricola 0149.

Dora Mittelbau/Salza è situata nel distretto di Nordhausen, in Germania. La regione è la Turingia e Nordhausen è ad est di Gottingen, ad ovest di Halle e a nord di Erfurt.

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Il campo Dora era situato nelle colline dell'Harz.

Il 13.10.1943 Dora Mittelbau era un sottocampo di Buchenwald e divenne autonomo da Buchenwald il 28/10/1944.

 

Salza era un sottocampo del lager Dora.

L'allestimento di Dora e dei suoi annessi è legato alla storia delle armi segrete hitleriane.

In poco tempo furono fatti completare ai deportati due tunnel, della lunghezza di 1.800 metri, collegati con un sistema di numerose gallerie minori servito da una ferrovia interna a scartamento ridotto, che consentiva il trasferimento dei singoli componenti degli ordigni nella sala dove avveniva il montaggio.

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I primi scaglioni di deportati sistemarono le caverne, impiantarono le officine e misero a punto le altre installazioni. Essi vivevano nelle caverne, dormivano in alveari costruiti all'interno dei tunnel, dandosi il cambio in modo che una squadra potesse riposare mentre l'altra era al lavoro. La ventilazione e l'illuminazione erano scarse e insufficienti. Mancava qualsiasi installazione igienica per soddisfare i bisogni corporali, mancava l'acqua; la vita era un inferno. Molti deportati non hanno visto la luce del sole per mesi e mesi.

Chi non era stroncato dalla fatica, chi non veniva ucciso a bastonate o fucilato per supposto sabotaggio, poteva dirsi fortunato.

Nel marzo del 1944, per poter soddisfare le esigenze del campo, furono portate a termine le baracche sulle alture delle colline perché oramai lo spazio, nelle gallerie, non consentiva di sistemare altri deportati e soprattutto perché era necessario ampliare gli impianti per la produzione dei missili. Così alle 12-16 ore di lavoro massacrante si aggiunsero i tempi di trasferta e gli appelli di controllo tanto che il tempo disponibile per il riposo si riduceva a poche ore. Nei venti mesi della sua esistenza, sono stati registrati a Dora 138.000 deportati, dei quali più di 90.000 vi hanno perso la vita. Tra di essi diverse migliaia di italiani, politici e anche militari, trasferiti qui in spregio ad ogni convenzione internazionale sui prigionieri di guerra.

Le difficoltà di comprendersi a causa della diversità delle lingue non impedirono il sorgere di un forte movimento di resistenza clandestina che organizzava soprattutto dei sabotaggi. Se i missili nazisti non furono prodotti nei tempi voluti e non furono sempre quel marchingegno di perfezione e di mortale efficacia auspicato da Hitler, ciò è dovuto anche al fatto che le lavorazioni erano costantemente ritardate e danneggiate dai deportati addetti alla loro fabbricazione.

Dopo un anno dal suo arrivo nel lager,  Aldo Fumagalli muore il 24 settembre 1944 per denutrizione e maltrattamenti: mancavano due giorni e avrebbe compiuto 23 anni.

 dichiarazione di un suo compagno di lager

 

Dora è stato liberato dagli americani il 15 aprile 1945.

        " Ti hanno dato un nome di donna, Dora.

          Avresti dovuto rasserenare le fronti  affaticate.

          Ti hanno dato un nome di donna, Dora,

          per ingannarci ancora una volta.

          Tu eri, Dora, una donna di pietra.

          Migliaia e migliaia ti son morti tra le

          braccia,

          migliaia ti hanno maledetta,

          il tuo respiro era gelido,

          il tuo sorriso era di ghiaccio

          e il tuo bacio avvelenato. "

 

                 Stanislas Radimecki

                 Deportato ceco

 

viaggio a Stella

23 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone

viaggio a Stella

Domenica 14 settembre 2014 “VIAGGIO DELLA MEMORIA” a Stella (SV) alla casa di Sandro Pertini

Partecipanti al viaggio a Stella (SV), organizzato dalla Sezione lissonese dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, davanti alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini.

La casa di Sandro Pertini è in Via Muzio 42 a Stella San Giovanni (SV). È sede Museale e biblioteca, nonché sede dell’Associazione “Sandro Pertini”, che mantiene e diffonde il patrimonio storico, umano e politico del presidente Pertini.

viaggio a Stella

Milano, 16 agosto 1943: il capolavoro di Leonardo in grave pericolo

15 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

1943 Milano 1943 Milano Corso Vittorio Emanuele

Milano e le cittadine confinanti furono fra i luoghi italiani più colpiti durante la seconda guerra mondiale. Il primo bombardamento avvenne nella notte fra il 15 e il 16 giugno 1940 con lievi danni alle strutture pubbliche ed industriali. Ne seguirono altri, ad intervalli, fra il giugno e il dicembre 1940. Il primo massiccio bombardamento di Milano (dopo un intervallo durato tutto il 1941 e parte del 1942) si verificò il 24 ottobre 1942, in pieno giorno, ad opera dell'aviazione inglese. Nella notte del 14-15 febbraio 1943 fu il turno degli aerei americani. Fra il 7 e l'8, il 12 e il 13, il 14 e il 16 agosto 1943 gli attacchi furono più violenti e numerosi: Milano fu colpita più volte da ben 916 bombardieri. Vennero sganciate in quei giorni 2600 tonnellate di bombe. Furono distrutte migliaia di case, i servizi pubblici furono interrotti, i morti si contarono a centinaia. I bombardamenti proseguirono nel 1944 in un crescendo pesantissimo.

1943 Milano palazzo bombardato 1943 Milano Piazza Fontana bombardata

Alla fine del 1943 a Milano si contavano 250.000 senza tetto, 300.000 evacuati, 687 morti e 113 feriti. Il 65% dei monumenti era stato gravemente danneggiato o distrutto. Dei 273 edifici protetti della città, 183 avevano subito danni.

1943 Milano San Babila bombardata 1943 Milano Sant'Ambrogio bombardata 

Il 14 febbraio 1943 un raid aereo provocò qualche danno di minore entità alla chiesa di Santa Maria delle Grazie e alla volta del refettorio. Un altro attacco durante la notte fra il 13 e il 14 agosto 1943 danneggiò il convento ma non il refettorio.

1943 ospedale Maggiore Milano bombardato 

Padre Acerbi, un veterano della grande guerra, trascorse l'ennesima notte all'addiaccio in un umido rifugio antiaereo di Milano, in compagnia dei suoi confratelli domenicani. Sperava che i terrificanti eventi cui aveva assistito la notte precedente non si sarebbero ripetuti. Era domenica 15 agosto 1943. Quel giorno lui e i suoi concittadini avevano festeggiato Ferragosto, l'Assunzione di Maria Vergine, ma la celebrazione si era svolta sottotono. Acerbi aveva pregato per la cessazione dei bombardamenti, chiedendo anche solo qualche ora di tregua: i milanesi erano stanchi e avevano bisogno di dormire, così come lui e gli altri frati.

Poco dopo la mezzanotte, mentre la luna piena cominciava a riemergere da un'eclissi parziale, aveva riudito il temuto suono delle sirene antiaeree. I raid precedenti avevano già costretto centinaia di migliaia di persone a lasciare la città. Venti minuti dopo le sirene, aveva sentito il rombo dei bombardieri, poi coperto dal frastuono delle prime esplosioni. La terra aveva tremato sotto i piedi dei confratelli, con crescente violenza, a mano a mano che la prima ondata dei Lancaster della RAF britannica si avvicinava al centro. I lampi delle esplosioni avevano reso ancor più luminoso il cielo già chiaro. L’aria si era riempita dell'odore acre degli incendi. Un ordigno da quasi due tonnellate era scoppiato vicino al rifugio dei monaci, con un boato assordante.

Qualche notte prima, le schegge avevano investito la chiesa di Santa Maria delle Grazie e il refettorio. Sorprendentemente, nessuna aveva danneggiato il gioiello di Milano, l'opera che sorvegliava i pasti quotidiani dei domenicani: L'ultima cena di Leonardo. Per tradizione, da secoli i frati mangiavano di fronte alla parete su cui Leonardo aveva ritratto i dodici apostoli e Gesù in procinto di consumare la loro cena.

Quando sorse l'alba, padre Acerbi vide che l'esplosione aveva interrotto quella tradizione, forse per sempre.

Leonardo aveva scelto un approccio contemplativo quando aveva dipinto il Cenacolo. Matteo Bandello, giovane monaco e rinomato autore di novelle, osservò che Leonardo «soleva anco spesso, ed io più volte l'ho veduto e considerato, andar la matina a buon'ora e montar sul ponte, perché il cenacolo è alquanto da terra alto; soleva, dico, dal nascente sole sino a l'imbrunita sera non levarsi mai il pennello di mano, ma scordatosi il mangiare e il bere, di continovo dipingere. Se ne sarebbe poi stato dui, tre e quattro di che non v'averebbe messa mano, e tuttavia dimorava talora una e due ore del giorno, e solamente contemplava, considerava, ed essaminando tra sé, le sue figure giudicava».

Quando l'affresco era stato terminato, nel 1498, tutti erano rimasti sbalorditi. Fino ad allora le rappresentazioni di quel soggetto, dai primi affreschi nelle catacombe del V e del VI secolo fino alle opere più recenti di Taddeo Gaddi (1350 ca.), Andrea del Castagno (1447 ca.), Domenico Ghirlandaio (1480 ca.) e Pietro Perugino (1493 ca.), avevano enfatizzato il tema dell'eucaristia, disponendo i dodici apostoli intorno al tavolo mentre Cristo preparava e offriva il pane e il vino consacrati. L’ambientazione di quelle opere era immaginaria, le figure erano statiche e prive di emozioni. Spesso Giuda veniva ritratto in disparte, lontano da Gesù e dagli altri apostoli.

Ma Leonardo, attento osservatore della natura e studioso del corpo umano, aveva rotto con la tradizione e fuso la cerimonia dell'eucaristia con il drammatico momento in cui Cristo annuncia ai presenti: «In verità vi dico: uno di voi mi tradirà». Avendo notato che «i movimenti dell'uomo sono altrettanto variegati delle emozioni che li attraversano», il maestro aveva ritratto la reazione di ogni apostolo a quell'annuncio sconvolgente: Filippo si porta le mani al petto come a protestare la sua innocenza, Giacomo maggiore fa un gesto di indignazione, Bartolomeo non stacca gli occhi da Gesù e si sporge in avanti, mentre Giuda, dopo avere rovesciato accidentalmente il sale, si ritrae sulla difensiva e stringe un sacchetto, forse contenente i trenta denari. L’uso del colore e l'aspetto realistico dei personaggi coinvolgono l'osservatore nella drammatica narrativa di Leonardo.

La notte di Ferragosto del 1943 il dipinto rischiò di scomparire, polverizzato. La bomba piombò al centro del chiostro dei Morti, un piccolo spazio erboso a est del refettorio e a nord della chiesa. L’esplosione distrusse il corridoio coperto che i monaci biancovestiti attraversavano quotidianamente. L’unica testimonianza rimasta della sua esistenza erano alcune colonne spezzate, che fino al giorno prima sostenevano le graziose arcate e gli affreschi del passaggio che portava alla chiesa.

La detonazione mandò in frantumi la parete orientale del refettorio, facendo crollare il tetto. Le travi maestre distrussero la fragile volta dell'edificio come un martello calato su un uovo. Nel 1940 i funzionari addetti alla tutela delle opere d'arte avevano preventivamente sistemato una protezione fatta di sacchi di sabbia, impalcature di legno e rinforzi metallici su entrambi lati della parete settentrionale. Grazie a questa precauzione, il capolavoro di Leonardo non crollò. Anche se il giorno dopo l'attacco nessuno era in grado di confermare lo stato dell'Ultima cena, padre Acerbi pensò al miracolo quando vide che, forse, l'affresco era sopravvissuto a una bomba esplosa a una ventina di metri di distanza.

Per dipingerlo, Leonardo aveva adottato una tecnica sperimentale. Invece di utilizzare il procedimento consueto, applicando i pigmenti all'intonaco fresco, aveva dipinto su una parete asciutta, sperando di ottenere una tavolozza più completa. Questo approccio si adattava bene anche al suo metodo di lavoro, lento e meditativo. Aveva impiegato circa tre anni a completarlo; una volta finito, misurava 460 cm di altezza per 880 di lunghezza, e copriva quasi l'intera larghezza del refettorio. Ma l'esperimento era fallito: dopo meno di vent'anni, la superficie pittorica mostrava già diversi segni di deterioramento. Nel 1726 c'era stato il primo di una lunga serie di interventi di restauro, alcuni documentati, altri no. Troppo spesso, però, questi sforzi riflettevano non tanto l'intenzione di far riaderire la pittura di Leonardo alla parete perpetuamente umida, quanto piuttosto il desiderio del restauratore di legare la sua attività e il suo nome al capolavoro. Come osservò un'esperta: «Non esiste al mondo un'opera d'arte che, quanto il Cenacolo, sia più venerata dal popolo e più offesa dagli intellettuali».

L’attacco aereo del 16 agosto 1943 fu solo l'ultimo e il più drammatico esempio di «intervento» invasivo.

L’umidità della parete settentrionale aveva sempre preoccupato i custodi dell'affresco, e la sua improvvisa esposizione agli elementi creò nuovi rischi. Il crollo del muro orientale infranse il delicato microclima del refettorio; la calura dell'estate milanese aumentò l'umidità della parete, provocando un rigonfiamento e quindi un distacco del materiale pittorico. L'esplosione aveva anche scaraventato alcuni sacchi di sabbia contro la superficie del dipinto: il primo temporale estivo avrebbe potuto lavarne via intere sezioni. Un edificio più basso a ridosso della parete settentrionale del refettorio aveva subito gravi danni ed era pericolante; forse sarebbe bastata una scossa, e di sicuro un'esplosione ravvicinata in seguito a un altro raid alleato, per far crollare il muro. Anche se questo fosse sopravvissuto, il capolavoro di Leonardo era in grave pericolo.

 

Bibliografia:

Guglielmo Mozzoni, La vera storia del tenente Mozzoni dal 25 luglio 1943 al 30 aprile 1945, Edizioni Arterigere 2011

Robert M. Edsel, Monuments men, Sperling & Kupfer 2013

1943 Milano galleria 1943 ospedale Maggiore Milano bombardato 2 1944 dicembre Milano La Scala 2

un lutto nella nostra Sezione

12 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Giuseppina Galanti ci ha lasciati. Era nel Consiglio direttivo della nostra Sezione. Ha combattuto con tutte le sue forze una malattia dolorosa. Era sempre partecipe a tutte le nostre iniziative fino all’ultimo, dando il suo contributo prezioso. Era schiva ma ben determinata nello svolgimento degli incarichi a lei affidati. Ci mancherà la sua dolcezza, la sua simpatia, il suo sorriso.

Il direttivo della Sezione

Fu un massacro ... a Sant'Anna di Stazzema

11 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

 


I nazisti in ritirata fanno saltare i ponti di Firenze



Agosto 1944

Gli Alleati avanzano verso nord nell’Italia centrale. partigiani-in-azione-Firenze.jpg Il 6 agosto i milleseicento partigiani della divisione Garibaldi entrano in azione nelle operazioni per la liberazione di Firenze (verrà liberata il 12 agosto).

Il 5 agosto la Wehrmacht aveva disposto l'evacuazione di Stazzema, paesino in provincia di Lucca ai piedi delle Alpi Apuane. Come in molti altri casi soltanto una parte della po­polazione aveva obbedito all' ordine; anzi fino a quel giorno fa­tale, in seguito al diffondersi di voci tranquillizzanti, non sol­tanto fecero ritorno alle proprie case un gran numero di donne e bambini, ma si rifugiarono a Sant' Anna anche numerosi sfol­lati provenienti da altre frazioni. La sera dell'11 agosto i tedeschi, che ritirandosi oppongono una forte resistenza e si abbandonano ad ogni sorta di eccidi,  emanano un ordine (in tedesco Bandenunternehmen) per «l'impiego delle truppe contro le bande» considerando tutti quelli che abitavano nelle zone di montagna come dei «partigiani».

L'unità della XVI divisione, in cui erano inquad­rati anche soldati italiani delle SS, si muoveva verso Sant' Anna da quattro direzioni. Entrò in azione anche un discreto numero di collaborazionisti, almeno una quindicina. Guidarono i nazisti per le impervie mulattiere che portavano a Sant'Anna, si caricarono sulle spalle cassette di munizioni.

Il 12 agosto del ’44 fu un massacro.

All’alba del 12 agosto, reparti di SS, in tutto alcune centinaia, in assetto di guerra, salirono a Sant’Anna.

Sant-Anna-alcune-case-oggi.jpg

Verso le sette il paese era ormai circondato. Gli abitanti non pensavano ad una strage, ma piuttosto ad una normale operazione di rastrellamento. Molti uomini infatti fuggirono, nascondendosi nei boschi. Troppo tardi si accorsero delle reali intenzioni dei nazisti.
Così lo scrittore Manlio Cancogni narra gli avvenimenti di quella terribile giornata: «I tedeschi, a Sant’Anna, condussero più di 140 esseri umani, strappati a viva forza dalle case, sulla piazza della chiesa. Li avevano presi quasi dai loro letti; erano mezzi vestiti, avevano le membra ancora intorpidite dal sonno; tutti pensavano che sarebbero stati allontanati da quei luoghi verso altri e guardavano i loro carnefici con meraviglia ma senza timore né odio.

 


Li ammassarono prima contro la facciata della chiesa, poi li spinsero nel mezzo della piazza, una piazza non più lunga di venti metri e larga altrettanto, una piazza di tenera erba, tra giovani piante di platani, chiusa tra due brevi muriccioli;

luogo-del-massacro.jpg

e quando puntarono le canne dei mitragliatori contro quei corpi li avevano tanto vicini che potevano leggere negli occhi esterrefatti delle vittime che cadevano sotto i colpi senza avere tempo nemmeno di gridare.

Breve è la giustizia dei mitragliatori; le mani dei carnefici avevano troppo presto finito e già fremevano d’impazienza. Così ammassarono sul mucchio dei corpi ancora tiepidi e forse ancora viventi, le panche della chiesa devastata, i materassi presi dalle case, e appiccarono loro fuoco.

E assistendo insoddisfatti alla consumazione dei corpi spingevano nel braciere altri uomini e donne che esanimi dal terrore erano condotti sul luogo, e che non offrivano alcuna resistenza.

Intanto le case sparse sulle alture, le povere case di montagna, costruite pietra su pietra, senza intonaco, senza armature, povere come la vita degli uomini che ci vivevano erano bloccate.

Gli abitanti erano spinti negli anditi, nelle stanze a pianterreno e ivi mitragliati e, prima che tutti fossero spirati, era dato fuoco alla casa; e le mura, i mobili, i cadaveri, i corpi vivi, le bestie nelle stalle, bruciavano in un’unica fiamma. Poi c’erano quelli che cercavano di fuggire correndo fra i campi, e quelli colpivano a volo con le raffiche delle mitragliatrici, abbattendoli quando con grido d’angoscia di suprema speranza erano già sul limitare del bosco che li avrebbe salvati.

Poi c’erano i bambini, i teneri corpi dei bimbi a eccitare quella libidine pazza di distruzione. Fracassavano loro il capo con il calcio della «pistol-machine », e infilato loro nel ventre un bastone, li appiccicavano ai muri delle case. Sette ne presero e li misero nel forno preparato quella mattina per il pane e ivi li lasciarono cuocere a fuoco lento. E non avevano ancora finito.

Scesero perciò il sentiero della valle ancora smaniosi di colpire, di distruggere, compiendo nuovi delitti fino a sera.

A mezzogiorno tutte le case del paese erano incendiate; i suoi abitanti fissi e gli sfollati erano stati tutti trucidati. Le vittime superano di gran lunga i cinquecento, ma il numero esatto non si potrà mai sapere.

"Alcuni scampati all’eccidio erano corsi in basso a portare la notizia agli abitanti della pianura raccolti in gran numero nella conca di Valdicastello. La notizia la portavano sui loro volti esterrefatti, nelle parole monche che erano appena capaci di pronunciare e dalle quali chi li incontrava capiva che qualcosa di terribile era accaduto pur senza immaginare le proporzioni. Della verità cominciarono invece a sospettare nelle prime ore del pomeriggio quando le prime squadre di assassini scendendo dalle alture di Sant’Anna, si annunciarono sull’imbocco della vallata a monte del paese.

Li sentivano venir giù precipitosi,accompagnati dal suono di organetti e di canzoni esaltate, e quel ch’è peggio dal rumore di nuovi spari, da nuove grida, che non convinti di aver ben speso quella giornata, i tedeschi la completavano uccidendo quanti incontravano sul sentiero della montagna.

Alcuni che al loro passaggio s’erano nascosti nelle antrosità della roccia vi furono bruciati dentro dal getto del lanciafiamme. Una donna che correva disperata portando in salvo la sua creatura, raggiunta che fu, le strapparono dalle braccia il prezioso fardello, lo scagliarono nella scarpata e lei stessa l’uccisero a colpi di rivoltella nel cranio.

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Molti altri furono raggiunti dalle raffiche di mitragliatori mentre fuggivano saltando per le balze della montagna, come capre selvatiche contro le quali si esercitava la bravura del cacciatore. Quando i tedeschi raggiunsero Valdicastello cominciando a rastrellare gli abitanti, il paese era già stretto dall’angoscia; gli abitanti serrati nelle case e nascosti alla meglio; la strada deserta; tutti oppressi da un incubo di morte. Il passaggio dei tedeschi dal paese si chiuse con la discesa del buio sulla valle, dopodiché ottocento uomini erano stati strappati dalle case e condotti via, e un’ultima raffica di mitragliatrice accompagnata da un suono più sguaiato e atroce di organetto, aveva tolto la vita ad altri quattordici infelici, scelti a caso».

 

vittime bambini Stazzema

Alla fine le vittime di questa strage furono 560, tra cui molti anziani, donne e bambini.
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Quella mattina la furia omicida si scatenò anche contro una bambina di 20 giorni, Anna Pardini: morirà un mese dopo, troppo piccola per sopravvivere alle ferite.
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chiesa-Sant-Anna-di-Stazzema.jpgNella piccola chiesa di Sant’Anna di Stazzema, il 29 luglio 2007, per la prima volta dopo 63 anni, sono tornate a suonare le note di un organo. Quello preesistente fu distrutto, a scariche di mitra, durante la strage nazista del 12 agosto 1944 e non fu più sostituito. Il dono del nuovo organo è il frutto della sensibilità e dell’impegno di due musicisti tedeschi di Essen, i coniugi Maren e Horst Westermann, i quali, da un lustro, raccolgono fondi in Germania e in Italia organizzando concerti espressamente finalizzati a questo scopo.

 

Milano, Piazzale Loreto 10 agosto 1944

9 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Ai martiri di Piazzale Loreto

«Ed era l'alba e dove fu lavoro/ ove il piazzale era la gioia accesa/ della città migrante alle sue luci/ da sera a sera, ove lo stesso strido/ dei tram era saluto al giorno, al fresco/ viso dei vivi, vollero il massacro/ perché Milano avesse alla sua soglia/ confusi tutti in uno stesso sangue/ i suoi figli promessi e il vecchio cuore/ forte e ridesto, stretto come un pugno./ Ebbi il mio cuore ed anche il vostro cuore/ il cuore di mia madre e dei miei figli/ di tutti i vivi uccisi in un istante/ per quei morti mostrati lungo il giorno/ alla luce d'estate, a un temporale/ di nuvole roventi. Attesi il male/ come un fuoco fulmineo, come l'acqua/ scrosciante di vittoria, udii il tuono/ d'un popolo ridesto dalle tombe./ lo vidi il nuovo giorno che a Loreto/ sovra la rossa barricata i morti/ saliranno per primi, ancora in tuta/ e col petto discinto, ancora vivi/ di sangue e di ragione. Ed ogni giorno,/ ogni ora eterna brucia a questo fuoco,/ ogni alba ha il petto offeso da quel piombo/ degli innocenti fulminati al muro.
»                (Alfonso Gatto)

10agosto1944.jpgAligi Sassu
I martiri di Piazzale Loreto  Olio su tela, 1944

La mattina del 10 agosto 1944, a Milano, quindici tra partigiani e antifascisti vennero prelevati dal carcere di San Vittore e portati in Piazzale Loreto,
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dove furono fucilati da un plotone di esecuzione composto da militi della legione «Ettore Muti» agli ordini del capitano delle SS Theodor Saevecke, noto in seguito come boia di Piazzale Loreto.

Erano: 
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Umberto Fogagnolo, classe 1911, era un accanito avversario del regime fascista. La sua attività clandestina fu intensa e svolta attraverso numerosi discorsi e scritti. Fu tra i primi a dare l’assalto, il 25 luglio 1943, al "covo" di via Paolo da Cannobio. L’8 settembre formò bande di patrioti, organizzò rifornimenti di armi, aiutò ed inquadrò i compagni di fede. Nell’ottobre del 1943, in pieno giorno, venne arrestato a Milano nel corso Vittorio Emanuele perché affrontò coraggiosamente il comandante della " Muti", Colombo, mentre pestava un operaio. Domenico Fiorani, classe 1913. Nel settembre del 1943 fu licenziato dallo stabilimento nel quale lavorava, aveva poco denaro e la moglie da curare, fu così che si dedicò intensamente all’attività politica. Fondò una nuova sezione socialista a Sesto San Giovanni e diede la sua opera come propagandista e collaboratore di giornali clandestini. Il 25 giugno 1944 mentre si recava a trovare la moglie in ospedale fu arrestato dalle SS e trasferito a San Vittore. Vitale Vertemati, aveva 26 anni quando fu arrestato il 1° maggio del 44’ a causa del suo lavoro di collegamento tra i vari gruppi partigiani. Giulio Casiraghi, classe 1899, militante nel partito comunista da lunga data. Fu arrestato: nel 1931 per reati politici e per aver svolto attiva propaganda sui fogli clandestini, venne liberato dal confino di polizia nel 1936, nel 1943 perché organizzatore degli scioperi verificatisi alla ditta " Marelli" e infine il 12 luglio dello stesso anno in quanto addetto alla ricezione dei messaggi da Londra per gli aviolanci. Tullio Galimberti, classe 1922. Chiamato alle armi, anziché militare nelle file fasciste, preferì dedicarsi al movimento clandestino. Ebbe attivi e frequenti contatti con i G.A.P e svolse numerose missioni importanti. Fu catturato in pieno giorno in una via centrale di Milano. Eraldo Soncini, classe 1901. Fin da giovane partecipò ai movimenti proletari. Attivissimo militante nelle file del partito socialista, subì un primo arresto nel 1924 e in tale occasione fu violentemente bastonato. Dopo l’8 settembre fu attivamente ricercato, ma ciò non gli impedì di partecipare alla lotta clandestina sino al giorno in cui fu catturato dalle SS. Andrea Esposito, 46 anni, iscritto al partito comunista collaborò attivamente con i partigiani della 113° brigata "Garibaldi". Fu arrestato il 31 luglio in casa insieme al figlio Eugenio, che era sfuggito ai nazifascisti per non andare a combattere sotto le insegne della Repubblica Sociale e che verrà deportato a Dachau. Andrea Ragni, 23 anni. Dopo l’8 settembre, mentre partecipava ad un’azione per tentare di impossessarsi di armi, fu ferito e ricoverato a Niguarda da dove riuscì a scappare. Arrestato una seconda volta, riuscì a fuggire nuovamente, ma venne ripreso e rinchiuso a San Vittore sino al giorno della fucilazione. Libero Temolo , classe 1906, frequentò sin dalla gioventù i circoli comunisti del proprio paese e soffrì il carcere e le persecuzioni. Giunse a Milano nel 1925 e divenne un attivo organizzatore delle S.A..P. Fu catturato al posto di lavoro nell’aprile del 1944. Emidio Mastrodomenico, classe 1922, si trasferì a Milano nel 1940 dove operò presso il commissariato di Lambrate. Fu arrestato in quanto capo delle GAP. Salvatore Principato, classe 1892, militò sin da giovane nel partito socialista. Nel 1933 fu una prima volta arrestato perché apparteneva al movimento " Giustizia e Libertà". Rilasciato tornò a svolgere attività antifascista e dopo l’8 settembre lavorò intensamente per la libertà d’Italia fino al giorno del suo arresto. Renzo Del Riccio, classe 1923, socialista , era soldato di fanteria quando l’8 settembre con il suo reggimento partecipò ad accaniti scontri contro i tedeschi in Monfalcone. Tornato al suo paese, lavorò sino al marzo del 1944, epoca in cui, essendo stata chiamata la sua classe, riparò in montagna nei dintorni di Como. Organizzò un audace tentativo di sabotaggio con la collaborazione dei partigiani. Arrestato, fu inviato dai tedeschi in Germania, ma a Peschiera riuscì a fuggire e a nascondersi poi a Milano in casa di parenti. Fu arrestato in seguito ad un falso appuntamento nel 1944. Angelo Poletti, svolgeva un ‘attiva propaganda partigiana tra i lavoratori dell’Isotta Fraschini presso cui lavorava. Fu arrestato mentre andava a prelevare armi per i compagni. Rimase per molto tempo a San Vittore dove subì sevizie. Vittorio Gasparini , dopo l’invasione tedesca, messosi in aspettativa collaborò con i partigiani raccogliendo fondi e curando il funzionamento di una radio trasmittente clandestina. Fu arrestato nel novembre del 1943 vicino Brescia. Rimase a San Vittore sino al giorno della sua fucilazione. Gian Antonio Bravin , classe 1908, dopo l’armistizio iniziò la sua attività politica. Fece parte del III Gruppo GAP di cui divenne il capo organizzando vari colpi. Venne arrestato nel 1944.

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Ultimo messaggio di Libero Temolo dal carcere

 

La strage fu perpetrata come rappresaglia per un attentato consumato il 7 agosto 1944 contro un camion tedesco (targato WM 111092) parcheggiato in viale Abruzzi a Milano. Nell'evento, in cui non rimase ucciso alcun soldato tedesco (l'autista Heinz Kuhn, che era addormentato nel mezzo parcheggiato, riportò solo lievi ferite) provocò la morte di sei cittadini milanesi e il ferimento di altri cinque. Il comandante dei Gap, Giovanni Pesce, negò sempre che quell'attentato potesse essere stato compiuto da qualche unità partigiana. Certi elementi anomali hanno fatto definire ad alcuni l'attentato come controverso: il caporal maggiore Kuhn aveva parcheggiato il mezzo a poca distanza da un'autorimessa in via Natale Battaglia e dall'albergo Titanus, entrambi requisiti dalla Wehrmacht.

Sulle motivazioni della rappresaglia è utile notare come il bando di Kesselring prevedesse la fucilazione di dieci italiani solo in caso di vittime tedesche.

Theodor Saevecke, che faceva base presso l'Hotel Regina in via Silvio Pellico, sede delle SS e noto luogo di tortura, pretese ed ottenne, ciò nonostante, la fucilazione sommaria di quindici antifascisti, e compilò egli stesso la lista, come testimoniato da Elena Morgante, impiegata nell'ufficio delle SS, cui fu ordinato di batterla a macchina.

Dopo la fucilazione eseguita da membri della Muti - avvenuta alle 06:10 - i cadaveri scomposti furono lasciati esposti sotto il sole, per tutta la giornata calda giornata estiva e coperti di mosche, a scopo intimidatorio. Un cartello li qualificava come "assassini". I corpi rimasero circondati da membri della Muti che impedirono persino ai parenti di rendere omaggio ai propri defunti. Secondo numerose testimonianze, i militi insultarono ripetutamente gli uccisi (definendoli, tra l'altro, un "mucchio d'immondizia") e i loro congiunti accorsi sul luogo.

Il poeta Franco Loi, testimone della tragedia e probabilmente allora abitante nella vicina Via Casoretto, ricorda:

« C'erano molti corpi gettati sul marciapiede, contro lo steccato, qualche manifesto di teatro, la Gazzetta del Sorriso, cartelli , banditi! Banditi catturati con le armi in pugno! Attorno la gente muta, il sole caldo. Quando arrivai a vederli fu come una vertigine: scarpe, mani, braccia, calze sporche.(....) ai miei occhi di bambino era una cosa inaudita: uomini gettati sul marciapiede come spazzatura e altri uomini, giovani vestiti di nero, che sembravano fare la guardia armati! »  (Franco Loi)

 

 


Alle fronde dei salici

 

E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull'erba dura di ghiaccio, al lamento

d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento

 

                               Salvatore Quasimodo

Monumento ai Martiri di Piazzale Loreto

Alla fine della guerra, sul luogo della strage ed in memoria dei Martiri ivi caduti fu eretto un cippo commemorativo. Tale cippo fu sostituito da un monumento eretto nell'agosto 1960, opera dello scultore Giannino Castiglioni (1884-1971), sito all'angolo del piazzale e viale Andrea Doria. Il monumento, sul fronte, reca un bassorilievo che rappresenta un martire sottoposto ad esecuzione sull'iconografia di San Sebastiano, sul retro reca la dicitura «ALTA /L'ILLUMINATA FRONTE/CADDERO NEL NOME/DELLA LIBERTA`» cui segue l'elenco dei 15 caduti, la data dell'eccidio, 10 agosto 1944 ed i simboli della Repubblica Italiana e del Comune di Milano.


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loreto-b.jpgMembri dell'ANPI di Lissone  partecipano alla cerimonia in ricordo dei 15 antifascisti fucilati il 10 agosto 1944 a Milano in Piazzale Loreto






6 agosto 1945: la bomba atomica su Hiroshima

6 Août 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

 

"Un orologio di Hiroshima, coi numeri quasi cancellati, fuso dal calore, e le lancette che segnano le 8.16.

 

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Una frase di Georges Bernanos, che vale per tutti i superstiti: «Ci sono tanti morti nella mia vita, ma più morto di tutti è il ragazzo che fui io».

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Finita la guerra: i bambini giocano con i residuati bellici. Il progresso tecnologico non ha reso il conflitto meno feroce. E sembrato anzi che, insieme agli aerei velocissimi, all'atomica, ai missili, al radar sia stata la barbarie la protagonista su tutti i fronti".

 


La coscienza è al di sopra dell'autorità,

della legge, dello Stato

Albert Einstein.

 

È un mattino sereno, questo del 6 agosto 1945.

A diecimila metri di altezza, il colonnello Paul Tibbets, al comando del suo B-29, ribattezzato Enola Gay, dà un ultimo sguardo alla città sottostante. Hiroshima. Sono le 8.14. L’equipaggio dell'Unità Speciale 509 inforca gli occhiali di protezione. Thomas Ferebee, addetto allo sganciamento delle bombe, inquadra il ponte di Aioi nel reticolo dell'alzo. Poi lascia andare il suo carico. Un mostro di quattro tonnellate, con all'interno un cuore di U235, uranio 235, puro. Che precipita, oscillando, verso terra.

41, 42, 43 secondi. Via! Il radar aziona l'innesco. Come previsto a 580 metri dal suolo, Little Boy, la bomba, esplode.

Un lampo di fuoco. Un fungo di polvere. Una città che non c'è più. La fisica conosce il peccato.

«Dio mio cosa abbiamo fatto!», esclama il secondo pilota, Robert Lewis. Si ritorna alla base.

L’8 agosto Stalin dichiara guerra al Giappone.

Il 9 agosto, su Kokura ci sono nuvole basse. Le nuvole della salvezza. L’aereo cambia obiettivo. Alle 11 del mattino è su Nagasaki. Fat Man, la bomba, questa volta, ha un cuore di plutonio: 239PU, scrivono i fisici. Anche questa, in un amen, si porta via un'intera città.

Il 13 agosto il Giappone offre la resa. Senza condizioni.

Vinta dal radar, la seconda guerra mondiale è termina da due bombe atomiche. Decisamente, come nota Abraham Pais, la Seconda guerra mondiale è stata la guerra dei fisici.

Il 16 novembre la Reale Accademia delle Scienze di Svezia, conferisce il premio Nobel al tedesco Otto Hahn. L’uomo che, appena sei anni prima, ha scoperto la fissione del nucleo atomico. L’uomo che ha scoperchiato il vaso di Pandora.

 

Il vaso di Pandora

Berlino, 17 dicembre 1938. Kaiser Wilhelm Institut per la chimica di Berlino Dahelm. Otto Hahn è al lavoro col suo assistente, Fritz Strassmann. L'esperimento si annuncia cruciale.

Fuori, la gente si accinge a preparare il Natale. L'Austria è tornata nel Reich. I Sudeti sono stati liberati. Gli Stukas di Goring fiaccano la resistenza repubblicana in Spagna. In Germania da qualche settimana le sinagoghe sono state date alle fiamme e si è consumata la notte di cristallo del Reich: dalla discriminazione si è passati al pogrom degli ebrei. Le democrazie occidentali continuano a compiere atti di appeasement verso Hitler. Aibert Einstein ne è talmente amareggiato da scrivere che, se non fosse per il suo lavoro scientifico, non avrebbe desiderato vivere più a lungo. Il pericolo nazista è ormai così evidente, che la necessità di sconfiggerlo con ogni mezzo, anche militare, prevale con nettezza su ogni ideale pacifista.

A Berlino Dahelm, presso l'Istituto di chimica, tutto è più attutito. Tutto è pronto per l'esperimento. Poche le attrezzature. Di qua una sorgente di neutroni. Di là un paio di grammi di polvere giallognola: ossido di uranio. Una scarica. L'analisi chimica dei prodotti. Che non lascia adito a dubbi. In quella polvere pura di uranio bombardata coi neutroni c'è un altro, inaspettato elemento. Pesa la metà dell'uranio ed è un elemento ben noto: bario. La sorpresa è evidente, anche per un chimico consumato. Abbiamo assistito, abbiamo provocato la scissione del nucleo dell'uranio. Ma sarà così?

Già in autunno Otto Hahn aveva iniziato lo studio dei materiali prodotti dal bombardamento dell'uranio con neutroni. Con risultati inattesi. Nel corso dell'analisi chimica di quei prodotti, la radioattività precipitava come bario. Ma il bario pesa la metà dell'uranio. Com'è possibile? For­se si tratta di radio: un elemento chimicamente simile al bario, ma molto più pesante. Hahn parla di questa sua ipotesi con Bohr, a Copenaghen. Ma il fisico non è convinto: com'è possibile che l'uranio perda due particelle alfa e si trasformi in radio? Occorre continuare a indagare.

Gli esperimenti di dicembre sono quelli definitivi: gli attesi «isotopi di radio» si comportano inoppugnabilmente come bario. Di nuovo la domanda: com'è possibile? Il tempo di chiarirsi le idee e giù, a scrivere la lettera per Lise Meitner. La donna che ha collaborato con lui per vent'anni. E che ad agosto è dovuta riparare in Svezia. Perché ebrea. Lui, Otto Hahn, ha fatto il possibile per farla fuggire di nascosto. C'è riuscito. Il legame, umano e scientifico, non si è spezzato.

«I nostri isotopi di Ra [radio] si comportano come Ba [bario]», scrive lasciando trasparire il suo stupore, Otto Hahn. «Forse tu sarai in grado di avanzare una qualche spiegazione fantastica. [...] Noi, per parte nostra, comprendiamo che [l'uranio bombardato] non può esplodere trasmutan­dosi in Ba».

Lise Meitner non è meno meravigliata del suo maestro.

Due giorni prima di Natale Otto Hahn invia una relazione al Die Naturwissenschaften. Il titolo dell'articolo non è certo trionfante: «Sulla prova e il comportamento dei metalli alcalino-terrosi nella irradiazione a mezzo dei neutroni che si sviluppano dall'uranio». Solo dopo nuovi esperi­menti di conferma, Hahn invierà un altro articolo al Die Naturwissenschaften con un titolo più deciso: «Prova della formazione di isotopi di bario attivi dall'uranio e dal torio attraverso l'irradiazione di neutroni; prova di ulteriori frammenti attivi nella scissione dell'uranio». Ogni dubbio è ormai rimosso: l'atomo si è scisso. L'uomo ha prodotto la fissione dell'uranio. Quando la nuova relazione viene stampata, nel febbraio del 1939, tutto il (piccolo) mondo dei fisici atomici conosce già quell'esperimento. E sa anche cosa significa.

 

La lettera di Einstein al presidente degli Stati Uniti F. D. Roosevelt

Long Island, 2 agosto 1939 

A

F. D. Roosevelt,

Presidente degli Stati Uniti

White House Washington, D. C.

 

Signor Presidente,

alcune ricerche svolte recentemente da E. Fermi e L. Szilard, di cui mi è stara data comunicazione in manoscritto, mi inducono a ritenere che un elemento, l'uranio, possa essere trasformato nell'immediato futuro in una nuova e importanre fonte di energia. Certi aspetti del­la situazione che si è determinata sembrerebbero giustificare un atteggiamento di vigilanza, e se necessario un rapido intervento, da parte dell'Amministrazione. Ritengo pertanto che sia mio dovere sottoporre alla Sua attenzione i fatti e la raccomandazione che seguono. Negli ultimi quattro mesi è stata confermata la probabilità (grazie all'opera di Joliot in Francia, oltre che di Fermi e Szilard in America) che diventi possibile avviare in una grande massa di uranio una reazione nucleare a catena capace di generare enormi quantità di energia e grandi quantitativi di nuovi elementi simili al radio. Attualmente è quasi certo che si possa pervenire a questo risultato nell'immediato futuro.

Questo nuovo fenomeno porterebbe anche alla costruzione di bombe, ed è concepibile (anche se molto meno certo) che si possano costruire in tal modo bombe estremamente potenti di tipo nuovo. Una sola bomba di questo tipo, trasportata da un'imbarcazione e fatta esplodere in un porto, potrebbe benissimo distruggere l'intero porto e una parte del territorio circostante. Può darsi tuttavia che tali bombe si rivelino troppo pesanti per essere trasportabili per via aerea. Gli Stati Uniti dispongono soltanto di moderati quantitativi di minerale uranifero molto povero. Si trova minerale buono in Canada e nell' ex Cecoslovacchia, mentre la più importante fonte di uranio è il Congo Belga.

Alla luce di questa situazione potrà apparirle opportuno istituire un collegamento permanente tra l'Amministrazione e il gruppo di fisici che si occupano di reattori a catena in America. Uno dei modi di assicurare tale collegamento potrebbe consistere nell'affidare questo compito a persona che goda della Sua fiducia, e che potrebbe eventualmente agire in veste non ufficiale. Il suo compito potrebbe consistere in quanto segue:

a) prendere contatto con i dicasteri governativi mantenendoli informati sugli ulteriori sviluppi, e formulare raccomandazioni per interventi governativi, con particolare riguardo al problema di assicurare agli Stati Uniti un approvvigionamento di minerale uranifero.

b) accelerare il lavoro sperimentale che si svolge attualmente nei limiti dei bilanci dei laboratori universitari, fornendo finanziamenti - ove necessario - tramite contatti con privati disposti a contribuire a questa causa, e anche eventualmente procurando la cooperazione di laboratori industriali che dispongono dell'attrezzatura necessaria.

Mi risulta che la Germania ha effettivamente bloccato la vendita di uranio da parte delle miniere cecoslovacche di cui si è impadronita. La decisione di agire così tempestivamente si può forse spiegare con la circostanza che il figlio del Sottosegretario di Stato tedesco, von Weizsacker, lavora al Kaiser- Wilhelm-Institut di Berlino, dove vengono attualmente compiute, in parte, le stesse ricerche che si svolgono negli Stati Uniti. 

Sinceramente vostro,

A. Einstein.

Old Grove Rd.

Nassau Point

Peconic, Long Island

________________________ 

L’idea della bomba nucleare, anzi della bomba, nasce in quegli otto mesi trascorsi tra l'esperimento di Otto Hahn a Berlino Dahelm e la lettera di Albert Einstein a Franklin D. Roosevelt.

È vero quanto afferma Leopold Infeld: «Einstein, che disprezzava la violenza e le guerre, è considerato il padre della bomba atomica. Questo per due ragioni: perché la storia moderna dello sviluppo dell'energia atomica comincia con la relazione di Einstein sull'equivalenza tra massa ed energia, e perchè la storia della bomba atomica comincia con la lettera di Einstein, [Infeld, 1980]. Ma la lettera, frutto di un grande dibattito interiore, è, per quanto clamoroso, un passaggio obbligato e comunque non determinante nella corsa verso l'arma nucleare. Come scriverà lo stesso Einstein in un articolo pubblicato sul giornale giapponese Kaizo nel settembre del 1952: «La mia parte nella realizzazione della bomba atomica è consistita in un unico atto: firmai una lettera per il presidente Roosevelt, in cui facevo presente la necessità di esperimenti su vasta scala per verificare la possibilità di produrre una bomba atomica. Ero pienamente consapevole di danni terribili che sarebbero stati arrecati all'umanità in caso di successo. Ma la possibilità che i Tedeschi stessero lavorando al medesimo problema con qualche probabilità di successo mi obbligò a compiere questo passo. Non potevo fare altro sebbene fossi un convinto pacifista» [Einstein, 1982]. Il principio etico del pacifismo non è abbandonato. Cede il passo a un altro principio etico che Einstein considera di ordine superiore: salvare il mondo dalla barbarie nazista. La scelta è drammatica, ma lucida. Assunta da Einstein (e da molti altri fisici) senza e prima dei politici, senza e prima dei militari, sulla scorta di un'intuizione politica e militare. La Germania di Hitler può costruire l'arma e divenire una minaccia inarrestabile: occorre evitarlo.

Non solo Einstein, ma un'intera comunità di scienziati, dotati di coscienza sociale, si pone il problema delle proprie responsabilità politiche e persino militari. Non era mai accaduto prima. Ognuno lo risolverà, quel problema, secondo coscienza.

 

Bibliografia

Pietro Greco e Ilenia Picardi – Hiroshima la fisica riconosce il peccato – Nuova Iniziativa Editoriale 2005 

Enzo Biagi - la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1980

Seconda missione del CLNAI in Svizzera (23 ottobre-8 novembre 1944)

29 Juillet 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La campagna alleata in Italia andava esaurendosi sull'Arno e immani problemi si affacciavano per poter sostenere il movimento nei mesi a venire, e forse per tutto il periodo invernale.
Il maggiore inglese Churchill (Peters) che era stato paracadutato insieme con Cadorna insisteva perché rappresentanti del CLNAI andassero al Sud.
In una riunione del 21 ottobre Parri comunicò che era giunto un messaggio da Berna che informava dell' arrivo in Svizzera di un colonnello Rosebery, del War Office di Londra, che desiderava conferire con Leo (Valiani). Così fortunatamente ci si mise tutti d'accordo su una missione Pizzoni-Valiani con incarichi politici e finanziari, e fu questa gran fortuna perché da essa scaturì l'accordo degli Alleati sull'invio della prima delegazione del CLNAI al Sud.
Si attraversava un periodo difficile con i corrieri: in seguito a vari incidenti, i valorosi corrieri stavano organizzando nuove linee di espatrio.
La missione Pizzoni-Valiani si protrasse per sei giorni (23-29 ottobre 1944), e furono giorni pieni, con una quantità di colloqui con autorità alleate e svizzere e con amici emigrati politici.
Leo ebbe un primo colloquio con il colonnello Rosebery, che, per averlo già conosciuto, aveva in lui molta fiducia. Poi Rosebery parlò a lungo con me e gli esposi la nostra tragica situazione, con l'inverno alle porte, la repressione nazifascista in pieno sviluppo, i partigiani demoralizzati per il mancato intervento alleato nell'Ossola.
Il 25 ottobre, nella sala del consolato britannico si tenne una riunione plenaria angloitaliana. Si parlò dapprima del fabbisogno finanziario, necessario per alimentare la lotta e i rappresentanti del Comitato lo indicarono in un minimo di 160 milioni di lire mensili, di cui circa il 40 per cento per il Piemonte e il rimanente per le altre regioni. Decisa la missione al Sud, si stabilì di trattare colà quanto si riferiva ai mezzi finanziari.
Il mio compito era quello di persuadere i miei interlocutori che i fondi erano affidati a mani sicure e che la loro distribuzione, ai centri e comandi più importanti, veniva effettuata con discernimento e cautela. Spiegai quindi ampiamente come veniva custodito il danaro, come veniva cambiato in banconote per la distribuzione in centri dove gli assegni non potevano essere convertiti in biglietti di banca, e in base a quali criteri veniva fatta la ripartizione fra regioni, ecc.
In relazione alla grave crisi di danaro circolante nell'Italia del Nord e quindi alle difficoltà di ottenere banconote, io dissi che i finanziamenti si sarebbero dovuti effettuare contemporaneamente seguendo due direttive:
a) dalla Svizzera, con compensazioni, garanzie bancarie o invio diretto, mediante i fidi corrieri, di biglietti di banca italiani, possibilmente escludendo l'invio di banconote svizzere;
b) dall'Italia del Sud mediante lancio da trasporti aerei, per i quali fu indicato un campo a Malghe Fontana Mora, zona Presolana, a quota 1.900 metri circa - ampiezza del campo 700 metri per 400; località più vicina: Gromo, a tre ore di mulattiera.
Furono predisposti anche i messaggi radio, negativo: «Ritorna l'inverno»; positivo: «L'Italia è bella». Il campo era controllato dal locale comando di zona e poteva esserlo anche da inviati del Comando militare e del CLNAI: era stato scelto da Ferruccio Parri.
Altro importantissimo argomento di discussione fu il lancio di rifornimenti alle formazioni partigiane, che era stato particolarmente esiguo nei mesi di settembre e ottobre. Ciò, oltre a diminuire l'efficienza dei reparti, aveva avuto un effetto deprimente sul loro spirito combattivo, coincidendo con l'arrestarsi dell'offensiva alleata e con l'approssimarsi dell'inverno.
Gli Alleati consideravano il nostro apporto secondario dal punto di vista militare, considerato, e mi indussero a intensificare gli sforzi per far sempre più apprezzare l'importanza del movimento politico, prospettando il CLNAI come un organo che sempre più, e meglio, attirava a sé tutte le forze antifasciste dell'Italia del Nord, le teneva unite e dava a loro un indirizzo unitario.
Sempre a proposito di lanci, e con riferimento al periodo di nostra occupazione dell'Ossola, il colonnello Rosebery precisò che per sei giorni dieci carriers (grossi aeroplani da trasporto) con scorta di caccia, erano stati tenuti pronti a compierne, ma non avevano potuto decollare per le piogge e il terreno fangoso: si trattava di quindici tonnellate di materiale per spedizione.
 
La lotta che si svolse nell'Ossola
Nel settembre, alcune formazioni partigiane che ivi operavano occuparono tutta la zona, scacciandone i presidi tedeschi e fascisti. L'operazione dette subito l'impressione di stabilità e si costituì immediatamente una giunta di governo dell'Ossola, primo esperimento insurrezionale su scala di una certa importanza.
L'impresa dell'Ossola, indubbiamente gloriosa, fu sfortunata: l'avanzata degli Alleati in Italia arrestata, il mancato arrivo di rifornimenti e di armi per un complesso di vicende e fatalità, la sorda e mal celata rivalità nei comandi delle formazioni, così che solo negli ultimi giorni si riuscì a costituire un comando unico, tutto questo fece sì che, quando i nazifascisti tornarono all'attacco con forze preponderanti, la Resistenza dovette cedere nonostante i numerosi atti di abnegazione e di valore individuali.
Bibliografia
Alfredo Pizzoni - Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli - Società editrice il Mulino 1995

Prima missione del CLNAI in Svizzera (29 marzo-5 aprile 1944)

22 Juillet 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Fin dal novembre 1943, Ferruccio Parri (allora Marsili, e poi Walter, prima di diventare Maurizio) che aveva avuto dal CLN l'incarico di occuparsi della parte militare del movimento di Resistenza, ritenne opportuno di stabilire un contatto con gli Alleati e di sua iniziativa si recò in Svizzera, accompagnato, all'insaputa di tutti, da Valiani (Leo); furono così abbozzati i primi accordi in colloqui con McCaffery (ufficiale britannico, capo della centrale svizzera della Special Force) e con altri esponenti alleati e svizzeri.

Successivamente avvertivamo la necessità di nuove intese con gli Alleati e, in una riunione del CLNAI avvenuta nel mese di marzo 1944 a Canegrate, fu deciso di inviare delle missioni al Sud e in Svizzera.

La prima fu affidata a Parri e a Pippo Dozza (Ducati, rappresentante del PCI nel CLNAI, sarà sindaco di Bologna su incarico del CLN nei giorni della Liberazione), ma non si effettuò mai per la impossibilità di compiere il viaggio. Per la missione in Svizzera fui designato io insieme con l'avvocato Giambattista Stucchi (Federici) di Monza, di parte socialista, con l'intesa che io dovevo occuparmi principalmente di argomenti politici e di finanza e Stucchi, che era uno dei collaboratori di Parri, di argomenti militari.

 

Per l'organizzazione del nostro espatrio ci affidammo al più anziano dei nostri corrieri: in automobile fino oltre Malnate; poi, in una strada secondaria trovammo un contrabbandiere con delle biciclette e così per sentieri raggiungemmo un cascinale nei pressi di Uggiate; ivi sostammo fino all'imbrunire e allora proseguimmo a piedi, cautamente, fino nelle vicinanze della rete di confine. Scambiati i segnali con i doganieri svizzeri, dopo una corsa veloce, arrivammo alla rete, già tagliata; strisciammo sotto, fummo accolti da un doganiere e da un contadino, e con loro raggiungemmo una vicina casa. Lì era ad attenderci quello che fu sempre il nostro grande amico svizzero, il capitano Guido Bustelli, del servizio politico-militare dell'esercito. Poi raggiungemmo Lugano, dove, nella sua abitazione privata, il viceconsole britannico, signor Lancelot de Garston, ci attendeva insieme con McCaffery.

Parlammo a lungo. Pur riconoscendo che nei pochi mesi di lotta, nello smarrimento e nella confusione di idee e di propositi conseguenti all'8 settembre, l'opera di organizzazione era stata lunga e difficile, pur tenendo presenti gli enormi e continui pericoli della vita cospirativa, era certo che gli unici organi capaci di organizzare la Resistenza, autorizzati a farlo - e che di fatto stavano raccogliendo e prendevano ogni giorno più saldamente in pugno le redini del movimento - erano i CLN. Nulla di serio o di importante era possibile all'infuori di essi. Era preciso interesse degli Alleati, e loro dovere, di far capo e di aiutare unicamente i CLN; di insistere perché tutti i partigiani e gli antifascisti facessero capo ai CLN; di indirizzare in questa opera di autorità e di persuasione tutti quelli che dall'Italia chiedevano aiuto in Svizzera.

 

Alla fine riuscimmo a persuaderlo, cosicché egli divenne il nostro più valido amico e sostenitore sia presso gli antifascisti italiani, sia presso il governo di Londra che a poco a poco fu indotto a riconoscere ufficialmente l'autorità del CLNAI e ad appoggiarlo, quasi esclusivamente, in ogni sua attività.

McCaffery, poi, insistette sempre nel chiederci di occuparci il meno possibile di politica e il massimo possibile di attivismo. Egli accettò i nostri argomenti che dimostravano come i partigiani italiani, dopo vent'anni di regime dittatoriale, non potevano non preoccuparsi di politica, e che l'idea antifascista era il massimo e quasi unico comune denominatore che li tenesse uniti e che desse il lievito e l'ideale alla terribile lotta che conducevano, lotta che si doveva prevedere fosse dura e lunga, rendendo quindi indispensabile un contenuto di alta idealità che sostenesse i combattenti nel tempo e nei momenti di stanchezza e di smarrimento.

Descrivemmo con accorate parole lo sfascio dell'esercito italiano dopo l'8 settembre e come, di conseguenza, gli ufficiali in servizio permanente effettivo, specie dei gradi superiori, avessero perso ogni autorità, come questi ultimi non fossero adatti a condurre una guerra del tipo partigiano, come infine gli ufficiali inferiori e i soldati che ancora volevano battersi si andavano facilmente inquadrando nelle formazioni partigiane, nelle quali in genere gli elementi più decisi e capaci finivano con affermarsi e ottenere i posti più importanti.

Comunque, una selezione era in atto e bisognava riconoscere e ammettere una realtà, cioè che il Partito comunista dava coi suoi militanti un apporto decisivo nella lotta, sia per numero, sia per fermezza di intenti.

Intuivo, e poi seppi esattamente, che gli Alleati ci volevano attivisti, organizzatori e non politici, o, almeno, politici solo per quel tanto che serviva a dare ampiezza e forza alla nostra lotta. E sapevo che gli aiuti, da parte alleata, senza i quali ben poco di fattivo potevamo costruire, ci sarebbero venuti solo se ci conformavamo alle loro direttive.

Dopo qualche sera della nostra permanenza a Lugano e dopo lunghe osservazioni con Stucchi, col quale procedetti sempre d'accordo, e che fu un leale, serio e assennato compagno di lavoro, decidemmo, anche perché Dulles non aveva ancora potuto venire a Lugano, di consegnare a McCaffery il piano completo delle forze e delle dislocazioni delle unità partigiane, che era nelle nostre mani.

 

Ricordo che a quell'epoca (marzo 1944) la consistenza delle nostre bande era di 8-10.000 uomini, effettivi, inquadrati nelle formazioni, e i nuclei organici ben individuati, numerosi e dis­seminati per tutta l'Italia del Nord. Nel piano che consegnammo il tutto era accuratamente segnato in ampia carta geografica e dava quindi anche la prova della accuratezza dei nostri servizi centrali.

Gli inglesi furono molto impressionati e da questo documento e dal lungo rapporto che Stucchi fece. So che impiegarono l'intera notte a inviare un dispaccio cifrato a Londra e si può affermare che la nostra opera personale e i dati che abbiamo fornito valsero a iniziare l'opera di valorizzazione del movimento di Liberazione dell'Italia del Nord, e, col tempo, a ottenerci quel riconoscimento ufficiale da parte delle autorità alleate, che accettarono il CLNAI come l'unico organo propulsore e guida autorizzata nella lotta per la Liberazione dell'Italia del Nord. Inoltre, da allora McCaffery e i suoi uomini divennero nostri decisi sostenitori, e così pure Dulles, e la loro opera fu preminente e preziosa, per tutti gli aiuti che ci vennero.

Il raggiunto affiatamenro ebbe per diretta conseguenza un immediato aiuto finanziario, che concordammo provvisoriamente in lire 10 milioni al mese, da fornirsi in parti uguali dai britannici e dagli americani.

 

Con il capitano Bustelli (trovammo in lui un uomo deciso ad aiutarci in tutti i modi, compatibilmente con le istruzioni che aveva dai suoi superiori e con le direttive politiche della Svizzera) dovevamo concordare il servizio regolare dei corrieri per il Comitato. Dovevamo, inoltre, disciplinare l'accoglimento in Svizzera di profughi politici italiani.

Non esisteva per gli italiani un diritto di asilo, ma bensì una facoltà da parte svizzera di accordarlo. Alla frontiera, la prima autorità svizzera che accoglieva erano i doganieri, che dipendevano per la parte polizia dalla Polizia cantonale, con sede a Bellinzona.

Non tutti i doganieri potevano comprendere la nostra situazione, anzi alcuni erano seccati per il molto lavoro che il continuo passaggio dava loro e propensi a non andare tanto per il sottile; così avvennero molti casi di persone ricacciate oltre frontiera, che poi incapparono nei fascisti o nei tedeschi e furono incarcerate e morirono.

 

Nei nostri colloqui fu chiarita la posizione dei fascisti che tentavano di espatriare e fu raggiunto un accordo. Infatti, durante tutto il periodo della cospirazione ben pochi, dopo i giorni caotici immediatamente susseguenti all'8 settembre, riuscirono a passare. Per gli ebrei che potessero provare la loro situazione, non c'era dubbio: gli svizzeri erano dispostissimi ad ammetterli.

Il nostro compito fu quello di assicurare asilo agli emigrati politici e di facilitarne l'identificazione nei casi in cui non potessero provare le loro ragioni di espatrio. Si addivenne così a una intesa sulla base del famoso passaporto del CLNAI. Fu questo un documento concordato nel testo, nelle persone che erano autorizzate a stilarlo e firmarlo e nella calligrafia di queste persone, delle quali fu inviato esemplare a Bustelli.

Questo passaporto valeva per tutti i posti di confine lungo la frontiera Italia-Canton Ticino ed era stilato come segue: «Il signor (cognome e nome, anno di nascita) è persona politicamente compromessa, e pertanto lo si raccomanda per il favorevole accoglimento in territorio elvetico. - Per il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia - Firma autorizzata».

Di questi documenti ne furono emessi nel corso della lotta circa 300, e i detentori furono accolti.

Infine, organizzammo con Bustelli il passaggio di banconote italiane che erano portate in pacchi dai nostri corrieri autorizzati.

La nostra missione valse a creare un'atmosfera di fiducia nelle autorità svizzere e il successivo sempre corretto comportamento del CLNAI rafforzò la fiducia riposta in noi, che si mantenne inalterata fino alla fine della lotta di Liberazione».

 

Bibliografia

Alfredo Pizzoni - Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli - Società editrice il Mulino 1995

 

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