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difendiamo la Costituzione


LA COSTITUZIONE ITALIANA
PRINCIPI FONDAMENTALI

Art. 1.

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 5.

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.

Art. 6.

La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

Art. 7.

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Art. 8.

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.

I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

Art. 9.

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Art. 10.

L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici.

Art. 11.

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 12

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

 

obiettivi del sito

Vogliamo "dare un futuro alla memoria", nella consapevolezza che la memoria è conoscenza e che la conoscenza è libertà e che solo nella conoscenza l'uomo può trovare le ragioni e le condizioni per qualsiasi scelta della sua vita, se vuole che possa essere veramente libera, senza condizionamenti.

Il sito vuol essere un luogo ideale per ricordare avvenimenti di storia del '900 del nostro Paese. Oltre a riportare le iniziative dell'ANPI - Sezione "Emilio Diligenti" di Lissone, verranno altresì messi in rete episodi e racconti di vita di cittadini lissonesi che si opposero al regime fascista, alcuni dei quali furono fucilati dai nazifascisti o morirono nei lager tedeschi.
È nostra intenzione inserire, nelle varie ricorrenze, le storie dei caduti lissonesi per la Liberazione. Non mancheranno pagine dedicate alla Resistenza italiana ed europea.

Poesia

dedicata ai Lissonesi morti per la libertà

 

Che cosa ci offri, o Storia,

dalle tue gialle pagine?

Noi eravamo gente oscura,

uomini delle fabbriche e degli uffici.

Eravamo contadini con addosso

puzza di cipolla e di sudore

e sotto i baffi spioventi

imprecavamo contro la vita.

Ci sarà almeno riconosciuto

d’averti saziata d’eventi

e abbeverata con abbondanza

nel sangue di migliaia di morti?

Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,

le nostre immagini mai giungeranno

sino ai tuoi massicci volumi

accumulati nei secoli.

Ma tu almeno racconta con parole semplici

alle genti di domani,

destinate a darci il cambio,

che valorosamente abbiamo lottato. 

Nicola Vapzarov  (poeta bulgaro, membro della Resistenza contro l’occupazione nazista del suo Paese,  fucilato all’età di 33 anni  il 23 luglio del 1942)

 

La Storia

Il senso della Storia è capire, cercare, trovare, documentare, spiegare …

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“Fino a quando queste storie sono raccontate alle generazioni future ci sarà memoria. Se il filo si spezza si perde la conoscenza del passato, non si comprende il presente e non si potrà vivere il futuro”.
 

“Noi, - diceva Emilio Diligenti, partigiano, sindacalista, amministratore (alla sua memoria abbiamo intitolato la nostra Sezione lissonese dell’A.N.P.I.) - crediamo che il grande concetto di partecipazione, che fu alla base della Resistenza sia il fondamento della nostra civiltà. Lo è per noi certamente ma ai giovani bisogna cominciare da capo a insegnarglielo. Dobbiamo studiare ancora la nostra storia, bisogna aggiornarla con le nuove esperienze e far capire che l'antifascismo non può essere un fatto di noi partigiani, dei combattenti per la libertà. L’antifascismo, come la democrazia, sono un fatto di civiltà, di libertà, di dignità da diffondere. Occorre in ogni modo prendere precisa coscienza di quella che è stata la tormentata storia d'Italia nella prima metà del 20° secolo, per risolvere positivamente il rapporto fascismo-antifascismo, portando a compimento quella rivoluzione democratica che sola potrà eliminare per sempre dalla società italiana ogni radice di fascismo”.

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I testi dell'opuscolo sono stati curati da Renato Pellizzoni (presidente dell'ANPI di Lissone) in base ad alcuni documenti di storia locale e a interviste (a Giannantonio Brugola, figlio di Egidio Brugola e proprietario della O.E.B. dove lavoravano 3 dei quattro partigiani, a Giovanna Erba sorella di Pierino Erba di 28 anni (il maggiore dei quattro), a Carlotta Molgora staffetta partigiana ed amica dei quattro partigiani).

Le foto storiche sono tratte dall'archivio fotografico conservato presso la biblioteca civica di Lissone; le foto recenti sono state scattate da Renato Pellizzoni per l'occasione. Il progetto del nuovo monumento è dell'arch. Marco Terenghi

Sul monumento originario, ora al cimitero, e sull'elemento verticale, con scritta in verticale, è riportata la seguente frase: “Parravicini Carlo, Erba Pierino, Chiusi Remo, Somaschini Mario nel nome della libertà caddero trucidati dai nazifascisti il 16 -17 giugno 1944”.



L’intento dell’A.N.P.I. di Lissone, che ha curato questa pubblicazione in occasione dell’inaugurazione del nuovo monumento ai partigiani in piazza Libertà, è di mantenere viva la memoria di chi si è opposto al nazifascismo fino al sacrificio della vita.

Sentiamo il dovere di tramandare alle giovani generazioni la testimonianza di chi ha combattuto per la nostra libertà e per la nostra democrazia.

La memoria storica ha bisogno di luoghi fisici che resteranno nel tempo a ricordare, anche al passante più distratto, chi sono stati quegli uomini e il perché di quegli avvenimenti: per questo motivo si è voluto collocare nella risistemata piazza Libertà il nuovo monumento ai quattro partigiani lissonesi fucilati il 16 e 17 giugno 1944 dai nazifascisti.

 

“O giovani, dietro ogni articolo della nostra Costituzione, voi giovani dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta… . Non è una carta morta, questo è un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità; andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”.

(Piero Calamandrei, partigiano e membro dell'Assemblea Costituente)

 

Chi erano questi quattro martiri? 

     

Chiusi, Erba e Somaschini erano operai dipendenti delle Officine Egidio Brugola, Carlo Parravicini di professione era sarto.


Accusati dell’azione, in Via Milano ora via Matteotti, davanti allo stabilimento dell’Incisa, contro una guardia giurata ed un milite della Guardia Nazionale Repubblicana, in forza al distaccamento cittadino della Legione Muti, che in quel periodo stava terrorizzando diverse famiglie di lissonesi, furono arrestati il 15 Giugno 1944.

Chiusi e Somaschini furono portati alla Villa Reale di Monza dove vennero interrogati e torturati. Erba e Parravicini subirono le stesse atrocità presso la Casa del Fascio di Lissone (l’attuale Palazzo Terragni).

 

Mentre gli sventurati erano sottoposti a torture, il loro “sciur padron” della fabbrica in cui lavoravano, Egidio Brugola, forse per un tragico equivoco, venne scambiato per il mandante dell’azione.

Subito dei repubblichini arrivarono nella villa per arrestarlo. Sotto lo sguardo atterrito della moglie e del figlio Giannantonio, piangente in braccio alla madre, lo strattonano, lo trascinano fuori e lo portano in carcere a Monza. Sembra ormai che anche il destino di Egidio sia segnato. In paese si diffonde rapidamente la voce del suo arresto. Il parroco, Don Angelo Gaffuri, tenta inutilmente di intervenire per chiedere la liberazione dell’ imprenditore lissonese, che non è iscritto al partito nazionale fascista. La notizia del suo arresto arriva alla curia di Milano dove il cardinale Ildefonso Schuster si prodiga a perorare la sua liberazione presso il comando tedesco, presso la Milizia fascista e le Brigate Nere. Insperabilmente Egidio Brugola viene graziato, ma viene costretto ad assistere in prima fila all’esecuzione dei due partigiani lissonesi, Pierino Erba e Carlo Parravicini.

Giovanna, sorella di Pierino Erba, nel pomeriggio del 16 giugno 1944, si reca presso il comando tedesco alla Casa del Fascio (l’attuale Palazzo Terragni) dove è trattenuto il fratello. Portata al suo cospetto, si accascia vedendo lo stato in cui lo hanno ridotto. I nazifascisti la trattengono nella torre della Casa del Fascio da dove assiste all’esecuzione del fratello e di Carlo Parravicini.

Venerdì 16 Giugno 1944, nel tardo pomeriggio, sorretti, incapaci di reggersi per le torture subite, furono sospinti verso il centro della piazza vicino alla fontana dove vennero fucilati al petto tra lo sgomento della popolazione. Nel plotone di esecuzione vi era pure il figlio sedicenne della guardia giurata, una delle due vittime dell’agguato: dietro ad un mitra, puntato ad alzo zero, anche lui spara contro di loro. I segni di alcune pallottole del plotone di esecuzione sono ancora oggi ben visibili sul marmo del bordo della fontana.

 

Il giorno dopo, in Villa Reale a Monza, Chiusi e Somaschini subirono la stessa tragica sorte.

Finita la guerra, i solenni funerali dei quattro partigiani lissonesi furono celebrati il 13 Maggio 1945 nella chiesa di San Carlo.

 


La tomba presso il cimitero urbano




Libertà e UMAnità

fu per questi martiri

anelito di Vita insofferenza di tirannia

assassinati da piombo fascista

e da sevizia nazista

lor giovinezza immolata è monito

di pace e di giustizia

cittadini meditate ed imparate

 

 

L’anno successivo fu posta sul luogo della fucilazione una targa commemorativa in marmo, recante la scritta “Parravicini Carlo, Erba Pierino, Chiusi Remo, Somaschini Mario nel nome della libertà caddero  trucidati dai nazifascisti il 16 -17 giugno 1944”.

La cerimonia di inaugurazione avvenne alla presenza del Sindaco ing. Mario Camnasio (1946 - 1951)

 

La lapide commemorativa originaria, nel 2005, iniziati i lavori di riqualificazione di Piazza Libertà, è stata ricollocata al cimitero urbano.

 
Sul monumento è riportata la seguente frase: “Parravicini Carlo, Erba Pierino, Chiusi Remo, Somaschini Mario nel nome della libertà caddero trucidati dai nazifascisti il 16 -17 giugno 1944”.  

Inoltre i dipendenti delle O.E.B. Officine Egidio Brugola, a ricordo dei loro colleghi, posero una lapide all’interno dello stabilimento in Via Dante.



Nel 1985, in occasione del 40° anniversario della Liberazione, l’Amministrazione Comunale, Sindaco Angelo Cerizzi, e la Direzione aziendale realizzarono un nuovo monumento in acciaio che reca la scritta ” “Gli operai di questo stabilimento pongono a ricordo dei loro compagni di lavoro SOMASHINI MARIO, ERBA PIERINO, CHIUSI REMO caduti per la libertà”. Ancora oggi nelle ore notturne viene illuminato, a perenne ricordo.

 

Dopo il 25 Aprile 1945, la piazza principale della nostra città (Piazza Fontana per i lissonesi), per un breve periodo fu chiamata Piazza IV Martiri prima di assumere la denominazione attuale di Piazza Libertà. Nel corso del XX secolo la piazza, ha cambiato nome diverse volte: dapprima Piazza della Chiesa (per la presenza della vecchia chiesa), poi, dopo la I guerra mondiale, Piazza Trento e Trieste, in seguito, dal 1934 Piazza Vittorio Emanuele III, quindi Piazza Ettore Muti.

 

I Maggio 1945: Piazza IV Martiri.

Dal balcone di Palazzo Terragni, il socialista monzese

Ettore  Reina parla ai lissonesi, attorniato dai membri della locale Sezione del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale).


 

L’A.N.P.I. lissonese, mentre ricorda il sacrificio di questi quattro giovani concittadini, desidera dedicare anche un pensiero a tutti i lissonesi che in vari modi si opposero al fascismo. Vogliamo ricordare anche chi attuò la cosiddetta Resistenza silenziosa ed i cui nomi non sono riportati nei libri di storia o nei documenti ufficiali, chi lottò nelle file della Resistenza armata, chi fu internato nei campi di concentramento in Germania, tutti coloro che persero la vita perché anche Lissone divenisse una città libera e democratica.

 

Il nuovo monumento alla memoria dei quattro partigiani lissonesi


Il nuovo monumento consiste di un elemento verticale in pietra e cristallo recante i nomi dei partigiani. Il nuovo monumento intende rappresentare la lotta per la libertà e il dovere della memoria.


 

 

E come potevamo noi cantare,

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze,

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lieti al triste vento.

(Salvatore Quasimodo) 


 La ricostituzione della Sezione A.N.P.I. di Lissone

Martedì 19 Aprile 2005, in occasione del 60.mo anniversario della fine della seconda guerra mondiale, della liberazione del nostro Paese dall’occupazione nazista e della fine definitiva del regime fascista, si è ricostituita a Lissone la sezione dell'ANPI. La sede è in Piazza Cavour 3.

La Sezione A.N.P.I. di Lissone è intitolata a Giovanni Emilio Diligenti.

Giovanni Emilio Diligenti, entrato giovanissimo nel mondo del lavoro, aveva aderito subito al movimento antifascista e, dopo l’8 settembre 1943, con il fratello Aldo ed altri giovani compagni monzesi e brianzoli, era entrato nella Resistenza iniziando la lotta armata sulle montagne del Lecchese, del Comasco e del Varesotto. Partecipò, tra l’altro, ad azioni quali gli attacchi contro la centrale elettrica di Trezzo d’Adda e l’aeroporto di Arcore.

Alla fine della guerra, smessi i panni del partigiano, cominciò subito la sua attività come segretario della Camera del Lavoro di Lissone e dopo qualche tempo fu eletto Consigliere Comunale della nostra città. In seguito fu Consigliere Provinciale e quindi Assessore. Nel 1981 fu premiato dalla Provincia di Milano con il premio Isimbardi per aver “costantemente lottato per la progressiva attuazione degli ideali di giustizia sociale, unendo alle capacità di iniziativa dinamica e realizzatrice, l’interesse per la storia della Brianza”. Emilio Diligenti ci ha lasciato un importante libro sulla storia del nostro territorio, scritto con l’amico giornalista Alfredo Pozzi, dal titolo “La Brianza in un secolo di storia italiana (1848-1945).

Lundi 1 juin 2009
- Recommander

Il luogo dello sbarco dell’operazione Overlord fu scelto durante la conferenza Trident nel maggio 1943 a Washington: venne preferita la Normandia piuttosto che il Pas-de-Calais, in quanto le divisioni tedesche presenti in questa zona erano più numerose e soprattutto perché non vi erano spiagge e porti che consentissero un rinforzo rapido della testa di ponte.

Alla fine del mese di gennaio 1944, Eisenhower stabilì i mezzi che dovevano essere impiegati nell’operazione: tre divisioni aviotrasportate e cinque divisioni trasportate via mare (due americane e tre inglesi). La zona di sbarco si doveva estendere per circa 60 chilometri, dall’estuario del fiume Orne alla costa orientale del Cotentin. Durante la notte precedente l’operazione anfibia, le divisioni aviotrasportate dovevano coprire tutto il settore di sbarco al fine di proteggerlo ai suoi fianchi.

La scelta della Normandia per l’operazione Overlord consentì di ingannare i tedeschi. Con l’operazione Fortitude, lanciata dagli Alleati, si fece credere ai tedeschi ad uno sbarco nel Pas-de-Calais, bloccando così alcune divisioni tedesche in quest’ultimo settore.




 

 
Samedi 30 mai 2009
- Recommander
Jeudi 28 mai 2009
- Recommander

L’articolo è un estratto dal libro " ’Ndem, Oreste! " di Roberto Beretta. Il testo in corsivo è tratto da una registrazione di Oreste Ballabio, effettuata da Roberto Beretta.


Con questo articolo continua la pubblicazione di documenti riguardanti nostri concittadini protagonisti della seconda guerra mondiale.

Oreste Ballabio, che vive a Lissone, dopo l’8 settembre 1943, fece parte del Corpo Italiano di Liberazione che, con gli Alleati, contribuirono alla liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista. Questi militari del C.I.L. vanno considerati dei resistenti come quelli che combatterono a Cefalonia o che finirono, rifiutando di combattere a fianco dei nazisti, nei lager tedeschi. Questi combattenti nelle unità militari, accomunati a quelli nelle formazioni partigiane e ai prigionieri in mano tedesca, compirono un grande sacrificio. A loro il nostro pensiero riconoscente e la gratitudine per averci consentito di riacquistare la dignità nazionale.

Quella di Oreste Ballabio è una preziosa testimonianza: quattro anni (dal gennaio 1942 al luglio 1946) in cui il giovane lissonese, da protagonista, vide la fine del regime fascista, la sconfitta del nazismo e poi, anche con il suo voto, la nascita della Repubblica Italiana.

Pedalando, fin dall’inizio

Oreste Ballabio si è affacciato alla vita il 24 ottobre del 1922 a Lissone, figlio di Ambrogio (pà ‘mBrusìn) e di Maria Perego.

Quello stesso giorno si radunavano a Napoli 60.000 camicie nere ad ascoltare Mussolini che proclamava: «O ci daranno il governo o lo prenderemo»  e a preparare la marcia su Roma, che in effetti ci sarà appena 4 giorni più tardi e che tanto avrebbe condizionato la giovinezza del nuovo nato.

 

58° artiglieria, cappello alpino

«Nel febbraio 1941 ho fatto la visita di leva, a Monza in “Forti e Liberi”. Poi sono partito il 10 gennaio del 1942 e sono tornato  a luglio del 1946. A vent’anni avevo già fatto 10 mesi di naja. Avevo 19 anni e tre mesi e sono tornato a 24 anni non ancora fatti».

«All’inizio sono andato a Milano alla caserma di piazzale Perrucchetti, artiglieria, e non so come mai sono andato lì; tornavo a casa tutte le domeniche, tram e treno. L’addestramento forte l’abbiamo fatto a Caslino d’Erba».

Ecco cosa dice un possibile commilitone del nonno Oreste, l’artigliere valtellinese Cesare Poletti Riz: «Nel gennaio dell’anno 1941 mi sono presentato alle armi con i nati nel 1921. Fui arruolato, fra le reclute, nel 58° Reggimento di Artiglieria Divisione Fanteria Legnano di cui alcuni reparti combattevano sul fronte greco-albanese. Eravamo ospiti nella caserma di Baggio, a Milano, presso il 27° Reggimento di Artiglieria. Dopo un primo periodo di istruzione, siamo stati inviati al campo a Canzo-Asso in provincia di Como e sistemati in una vecchia filanda con i nostri muli. Nell’autunno del 1941 il mio reparto è stato inviato in Liguria, a Cervo San Bartolomeo e dintorni; eravamo alloggiati in baracche vicino al mare e facevamo lunghe marce nell’entroterra ed esercitazioni varie. Dalla Liguria, nel novembre 1941, il reparto al quale appartenevo, con armamento e muli, fu spostato in Francia, sulla Costa Azzurra, presso Cannes, dove siamo rimasti fino al luglio 1942. La zona era bellissima con tante ville lussuose. Noi eravamo attendati, anche durante i mesi più freddi, con il compito di occupare il territorio francese e, nell’eventualità di uno sbarco dal mare, avevamo i nostri pezzi di artiglieria piazzati lungo la costa. I primi due mesi sono stati durissimi, anche per la scarsità dei rifornimenti, ma in seguito la situazione migliorò notevolmente ed a noi, come truppa di occupazione, venne assegnata una paga giornaliera di 50 franchi francesi, molto più del soldo nel territorio italiano. Stavamo bene tutti e il rapporto con la popolazione locale, nonostante alcune regole da osservare, come il coprifuoco, era buono ed eravamo benvisti».

Anche il nonno Oreste – che appartiene alla Divisione di fanteria «Legnano» e più precisamente al 58° artiglieria «Legnano» e quindi porta il cappello da artigliere alpino -  ha una storia del genere, sebbene posticipata di un anno:

«Poi sono partito per il reggimento che era in Liguria ad Albenga, a giugno. A novembre siamo andati in Francia. Già pronti per andare in Russia a rinforzare la Tridentina, invece di andare a prendere il treno ci hanno mandati in Francia. I bersaglieri in bicicletta e noi a piedi».

«Il più brutto l’ho fatto più in Francia che dopo. Si stava fuori un giorno o due a costruire camminamenti, poi quand’era pronto ci spostavano. Si faceva una media di 25-30 km tutti i giorni. Siamo arrivati fino a Lione. Nel 1943 abbiamo cominciato a stare un po’ fermi e a star bene, abbiamo costruito le baracche, e ci hanno rimpatriati».

Ecco cosa testimonia un altro reduce, un ufficiale:

«Fra i compiti dei reparti Italiani attestati nella Francia meridionale era quello di preparare delle difese per ostacolare il probabile tentativo di sbarco da parte degli anglo-americani. Infatti uno degli incarichi che ebbi in quel periodo, inverno e primavera del 1943, fu quello della responsabilità per oltre tre mesi di un plotone formato in gran parte di valtellinesi e comaschi impiegato nella costruzione di alcuni fortini in cemento armato per mitragliatrici e cannoni anticarro nella località di La Napoule a circa sei chilometri oltre la città di Cannes e organizzata come caposaldo. Gli approntamenti difensivi, grazie ai miei fanti tutti esperti muratori e carpentieri, furono lodati dal colonnello comandante il Reggimento, e seppero resistere all’usura del tempo: infatti ne ho ritrovato due intatti quando nel 1989 tornai in quella località. Ai primi di settembre 1943 i reparti della “Legnano” furono inviati in Puglia per contrastare l’avanzata delle truppe anglo-americane sbarcate in Sicilia».

 

Mitraglia a truppa

Continua infatti l’Oreste:

«Io il 6 settembre 1943 ero a Bologna per scendere in Bass’Italia. A un certo punto il tenente mi dice: “Ballabio, metti la mitraglia truppa!”. In pratica, sui carri merci avevamo le mitraglie in posizione contraerea e dovevamo invece metterle in posizione per sparare alle persone. Lì ho capito che stava succedendo qualcosa di grosso».

«Ma dell’armistizio abbiamo saputo solo quando siamo arrivati a Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi. L’abbiamo saputo lì perché il tenente al ma dis: “Ballabio (io avevo la mitraglia), dovete portare in salvo la bandiera. Però state attenti, non fate il fesso. Se incontrate qualcuno fate così subito” e faceva il segno di alzare le mani. “Però cercate di bruciare il camion con dentro la bandiera, per non farla restare prigioniera”. Invece, come siamo arrivati in caserma, due carri armati americani ci hanno bloccato il camion ed è finita lì, noi siamo stati agli ordini del tenente».

Ecco la testimonianza di un altro reduce:

«Il mio reparto, dopo una prima destinazione nei pressi di Bologna, a Samoggia, ai primi di settembre fu inviato, con tutto l’armamento e i muli, per “destinazione ignota”. Il viaggio fu molto lungo, in tradotta militare.

Giunti nelle vicinanze di Barletta, alle 8 di sera dell’8 settembre 1943, arrivò la comunicazione dell’avvenuto armistizio.

Pensavamo tutti che la guerra fosse ormai finita, ma alle 9 della stessa sera la radio comunicò che la guerra sarebbe continuata. Le notizie erano molto confuse, non si riusciva più a capire quale fosse il nemico, forse i tedeschi! Per nostra fortuna il viaggio proseguì senza incidenti ed arrivammo incolumi alla nostra destinazione: San Vito dei Normanni, in Puglia».

 

Coi «soldati del re»

Dopo l'8 settembre 1943, infatti, la Divisione Legnano fornisce i reparti base per la costituzione del 1° Raggruppamento Motorizzato, che diventa successivamente Corpo Italiano di Liberazione (Cil): sono i «soldati del re», che ora finalmente cominciano ad essere rivalutati  per la loro opera, perché l’Italia non è stata liberata solo dai partigiani, ma anche da questi soldati fedeli al loro giuramento e che persero 8100 uomini.

«Già il 28 settembre 1943 – scrive uno storico – un gran numero di fanti della Legnano costituirono, insieme ad altri reparti, il nucleo del 1º Raggruppamento Motorizzato, circa 5000 uomini che furono la prima unità combattente italiana ammessa a partecipare alla guerra contro i tedeschi», anche se – almeno all’inizio – in un settore marginale della guerra; probabilmente perché gli Alleati non si fidavano troppo. Ma il valore anche morale della loro lotta è stato altissimo: erano italiani che finalmente lottavano per liberare la loro terra».

 

Il nonno Oreste prosegue:

«Eravamo prigionieri e non prigionieri, ci hanno disarmato e poi ci hanno armato ancora con le nostre armi. Eravamo l’esercito del Sud. Noi eravamo i primi, poi sono rientrati vari altri reparti e si è formato un Gruppo Legnano specializzato, poi c’erano gli alpini. Più avanti ci hanno dato la divisa inglese kaki e le sue armi, ma sempre col cappello alpino; comandante (dal gennaio 1944, ndr) era il generale Umberto Utili».

 

Il 58° artiglieria entra nel I Raggruppamento Motorizzato dal 15 novembre 1943. Il Raggruppamento venne impiegato già sin dal 7 dicembre 1943 sul fronte di Cassino e, in venti giorni di prima linea, caddero per la conquista del Montelungo 47 fanti e si ebbero 102 feriti. Per fortuna, il nostro Oreste lì non c’era, anche perché quella del Montelungo fu un’operazione militarmente sbagliata.

 

Lui era altrove:

«Prima a Brindisi, dopo a Mesagne, poi a Manduria, poi a Lizzano, poi a Taranto. Non facevamo niente. Abitavamo in tendopoli. La divisione 67 fanteria ha cominciato a combattere a Montelungo nel dicembre del 1943, noi nel febbraio 1944 sulle Mainarde, Monte Morrone.

Lì c’era una batteria alpina che era spostata e non poteva sparare, noi siamo arrivati a un punto che di munizioni non ce n’era più e allora ce le ha date la batteria alpina. Combattevamo i tedeschi, non gli italiani. Prima non avevo mai sparato, in Francia eravamo truppe d’occupazione. Nella mia batteria uno solo è morto, con la mina: stava portando il rancio in linea pezzi ed è saltato».

 

Sulle Mainarde

Monte Marrone è sulla catena delle Mainarde, ai confini tra le province d’Isernia e di Frosinone. Lì gli italiani combattono prima (per poco tempo) al servizio delle truppe francesi del generale De Gaulle, poi con i bersaglieri e gli alpini del «Piemonte», che s’impadronirono a metà maggio 1944 del Monte Marrone e poi occuparono Monte Mare e Monte Cavallo ed aprirono agli Alleati una nuova direttrice per raggiungere Roma.

«Il 24 maggio – spiegano i libri - venne dato l'ordine al 4° Reggimento bersaglieri, agli alpini del battaglione “Piemonte”, all'85° Reparto paracadutisti, al IX Reparto d’assalto e al IV Gruppo artiglieria someggiato di avanzare per l'alto lungo la direttrice Monte Marrone, Monte Mare, valle Venafrana, Picinisco».

«La resistenza tedesca si irrigidiva sul Monte Irto e Monte Pietroso che sbarravano l'accesso alla valle di Fondillo; ovunque avanzando, il 28 fu raggiunto Picinisco. Quando i soldati italiani del Corpo Italiano di Liberazione già gridavano “Roma, Roma!”, gli Alleati, in particolare i britannici, non vedevano di buon occhio l'entrata a Roma delle unità italiane».

 

Questo il ricordo di Oreste:

«Siamo scesi a Picinisco col battaglione Boschetti, il famoso battaglione Boschetti degli arditi. Poi abbiamo attraversato una valle, non so se era la valle del Liri, e c’era un ufficiale, un tenente del Boschetti che era davanti, e sento che dice se c’era qualcuno della Lombardia. Gli dicono c’è un Ballabio… “Ciao - al ma ciama, io avevo la mitraglia -. Da che part ta set?”. “Mi son da Lisòn”. “Mi son da Aròs. Ciao!”».

In effetti, quel battaglione di arditi (era il IX Reparto d'assalto)godeva di fama di grandi combattenti; entrò in linea il 20 marzo 1944 presso Monte Castelnuovo sulle Mainarde.  Veniva chiamato Boschetti dal nome del suo comandante, Guido Boschetti, e contava su circa 500 o 600 uomini, tutti volontari; dall’armistizio alla fine della guerra avrà a 60 caduti e circa 200 feriti.

Il nonno racconta di un sergente del Boschetti che, saltato su una mina e gravemente ferito, estrae una pistola e si spara alla testa.

«Come truppe destinate ad entrare in azione – racconta un altro testimone - ci fu un miglioramento nel vitto e nell’equipaggiamento; la paga fu portata a 50 lire giornaliere per soldati e ufficiali. In questa zona combattevano truppe italiane, polacche, marocchine e indiane, sulla Linea Gustav, lungo la quale avanzammo lentamente con combattimenti durissimi contro i tedeschi».

«La Pasqua del 1944 fu tragica, con moltissime perdite da una parte e dall’altra, sulla cima del Monte Marrone. Questo è stato il periodo delle grandi e sanguinose battaglie di Monte Cassino, Monte Lungo, Monte Mainardi, Monte Marrone e Monte Mare: battaglie che, anche con la partecipazione del Gruppo di combattimento Legnano del rinato esercito italiano, a fianco degli Alleati, aprirono la strada della liberazione di Roma».

Ma gli Alleati non volevano che Roma fosse liberata proprio dagli italiani, che nel frattempo – a primavera del 1944 - si erano costituiti nel Corpo Italiano di Liberazione. Esso infatti venne deviato verso l’Adriatico e impiegato alle dipendenze del II Corpo d’Armata Polacco, comandato dal generale Anders e che rappresentava l'estrema sinistra dello schieramento dell'VIII Armata britannica.

Il 1° giugno i 12-14 mila uomini del Cil erano stati organizzati su due Brigate, una Divisione e un Comando artiglieria. Oreste fa parte della prima Brigata, costituita dal 4° Reggimento bersaglieri, dal 3° Reggimento alpini (con i battaglioni Piemonte e Monte Granero) dal 185° Reparto paracadutisti e appunto dal IV Gruppo artiglieria someggiato.

Come testimoniano gli storici:

«Il Cil dall'8 giugno iniziò una travolgente offensiva che doveva portarlo da Guardiagrele al Metauro. Lo sfondamento della linea invernale portò l'8 giugno alla conquista di Canosa Sannitica, Guardiagrele e Orsogna. Mentre dopo questa operazione la II Brigata rimase a presidio del settore, i bersaglieri e gli alpini della I Brigata proseguirono l'avanzata ed occuparono Bucchianico. Nei giorni 11, 13 e 15 giugno elementi della I Brigata raggiunsero rispettivamente Sulmona, L'Aquila e Teramo. Dura poi fu la resistenza tedesca sul Chienti, ma, serrati sotto i reparti che nella rapida avanzata si erano scaglionati per decine di chilometri, a fine giugno furono occupati Tolentino e Macerata».

Spiega un reduce della “Legnano”:

«Nel maggio 1944 l’avanzata proseguì verso Roma e anche il mio reparto si spostò più a nord. Avanzammo verso Pescara; attraversammo, a piedi, il fiume Pescara trasportando mezzi e muli protetti da una pattuglia di Alpini. Deviammo verso l’Aquila, sempre a piedi, e poi ancora verso Teramo, Ascoli Piceno e Filottrano. Proprio a Filottrano (caposaldo indispensabile per la presa di Ancona) ci fu una durissima battaglia».

 

La battaglia di Filottrano

Infatti quella di Filottrano, tra il 9 e l’11 luglio 1944, fu una delle più dure battaglie di tutto il Cil, con 300 morti tra i paracadutisti della Nembo. Eccone una sintesi:

«I tedeschi ritirandosi da Macerata, avrebbero voluto organizzare una difesa sul fiume Musone a nord di Filottrano ma non ebbero il tempo e cercarono di resistere all'interno e nei pressi del paese. L'artiglieria del Cil si schierò nei pressi di Sant’Antonio al Forone, da dove la mattina del 7 luglio cominciò ad aggiustare i tiri sui tedeschi. La maggior parte degli obiettivi da battere erano compresi tra Filottrano e Centofinestre».

«I tedeschi battevano la strada che da Centofinestre porta a Filottrano per fermare gli attaccanti: i parà della Nembo, il San Marco, gli arditi e il 68° fanteria. Per tutta la mattina durò il combattimento e solo verso mezzogiorno ci fu una stasi. Il paese era occupato metà dagli italiani, metà dai tedeschi e si combatteva casa per casa».

«L'abitato fu molto danneggiato. Nel pomeriggio dal lato nord del paese i tedeschi sferrarono un attacco con alcuni carri armati "Tigre" ma furono dopo poco fermati dal tiro intenso dell'artiglieria. Iniziarono così a ritirarsi verso il fiume Musone e il 9 luglio il tricolore potè sventolare sul campanile di Filottrano. L'avanzata italiana continuò il 17 e portò il Cil oltre il Musone, quindi a S. Maria Nuova il 19 e a Jesi il 21».

Così invece la racconta Oreste:

«L’abbiamo vista brutta anche noi, nelle Marche, a Filottrano, si sparava a zero, appena appena sopra la nostra fanteria. Carica uno, la carica minima: già il pezzo sparava a 4 km al massimo, figurarsi dov’erano i nemici... Eran già arrivati i muli in linea, pronti per caricare la roba e scappare. Poi comincio a sentire: “Alzo più uno”, “Alzo più due”, poi “Carica terza”… Basta, era andata».

 

Il cannone della Grande Guerra

Per avere un’idea dell’armamento, le batterie di artiglieria da montagna erano armate con un obice da 75/13 mod. 15già preda bellica austro-ungarica nella Grande Guerra, prodotto dalla Skoda. Il pezzo era lungo 3 metri e mezzo circa, pesava oltre 600 kg e sparava (teoricamente) a 8 km. Il tutto someggiato a dorso di mulo.

Oreste però era capo arma della mitraglia pesante (una Fiat 14/ 35, che pesava circa 17 kg più altri 23 per il treppiede) nella decima batteria del IV Gruppo someggiato. Ogni batteria contava su 4 pezzi e due mitraglie:

«La mitraglia pesante era solo in difesa dei pezzi: nella ritirata, la mitraglia doveva stare lì. La portava un soldato con i muli, pesava quasi più del pezzo.. Ero il capo-arma».

«Sono rimasto in linea fino al settembre del 1944. Salendo da Pescara fino alla Linea Gotica, sempre nelle Marche più o meno».

Il Corpo Italiano di Liberazione giunge stremato al Metauro, dopo aver abbandonato lunga la strada la maggior parte dei suoi mezzi  distrutti. Viene quindi deciso di costituire con i reparti del Cil, integrato da nuove forze provenienti dalla Sardegna, sei divisioni o Gruppi di Combattimento ognuno di circa 10 mila uomini, armati ed equipaggiati con materiale inglese.

Il 24 settembre 1944, sulla base della ex Prima Brigata cui apparteneva Oreste, si ricostituisce così il Gruppo di combattimento «Legnano» con il 68° Reggimento di fanteria «Palermo», rinforzato dal IX reparto d'assalto (gli arditi del Boschetti), un Reggimento Fanteria Speciale (costituito con quanto resta del 3° alpini e del 4° bersaglieri).

 

L’acqua giù per le spalle

Infatti Oreste se lo ricorda bene:

«Ai primi di ottobre del 1944 eravamo nella divisione Legnano del Corpo italiano di liberazione. Poi siamo andati a riposo a Piedimonte d’Alife, mi sembra che fosse nel matese, in provincia di Caserta. L’inverno l’abbiamo fatto lì, sotto le tende. Avevamo le divise estive, i pantaloni corti. Poi, quando eravamo quasi marci con l’acqua che viaggiava sotto le tende, qualche signora ci ha fatto entrare a dormire in una casa del paese».

Un altro reduce conferma, quasi parola per parola:

«Veniamo dotati di uniformi inglesi che accettiamo molto mal volentieri, stante la nostra volontà, dimostrata in modo energico, di mantenere il grigio–verde. Anche l’armamento è inglese  e inglese diviene la tattica,  per cui necessita un particolare addestramento».

«Il battaglione viene trasferito a Piedimonte d’Alife, attendato in un campo fangoso. I mesi di ottobre e novembre sono particolarmente piovosi, ma l’addestramento, duro e spregiudicato, non conosce sosta. Alla sera, sotto il grande tendone dello spaccio, intrattengo la compagnia raccontando barzellette e facezie varie, con grande gradimento dei bersaglieri, ufficiali compresi, il che mi incoraggia a mettere insieme un’orchestrina clarinetto, tromba, tamburi ed altri a strumenti vari, tra i quali un alpino al sassofono,  ottenuti in modo rocambolesco».

Poi Oreste (ed esattamente il 23 marzo) torna al fronte, in Romagna:

«Ai primi del 1945 siamo rientrati in linea. Subito al fronte, ma si è combattuto molto. Lì chi ha lasciato tante penne è stata la Sforzesca».

Ecco la storia ufficiale:

«Il Gruppo Legnano raggiunse il fronte il 19 marzo 1945 alle dipendenze della Quinta Armata americana, schierandosi (il più a ovest dei reparti italiani) nel settore del fiume Idice».

«Gli alpini del Piemonte e dell'Aquila e i bersaglieri del Goito presero posizione fra le valli Zena e Idice, unicamente ai fanti del 68°, schierati a Monte Tano e Monte Castelvecchia. Fu subito un succedersi continuo di scontri di pattuglie e colpi di mano per saggiare, con azioni preliminari, la consistenza del dispositivo tedesco».

«Il 10 aprile ebbe inizio l'attacco contro le posizioni nemiche, da parte di due compagnie di arditi che puntarono su Vignale. Seguirono, l'occupazione di Cà del Fiume, San Chierico e del costone dei Roccioni di Pizzano. Il 21 aprile riprese l'avanzata verso Bologna dove entrarono poco dopo. Ormai i tedeschi erano in rotta».

 

La liberazione a casa

«Nell'ultima fase dell'inseguimento il Gruppo si divise in vane colonne motorizzate nella pianura padana; Mantova, Brescia, Bergamo, Milano, Torino furono le sue ultime tappe».

Così il nonno Oreste ricorda:

«Il 25 aprile eravamo a fare i combattimenti, dopo l’armistizio sono tornato a casa. Non tornavo al febbraio del 1943 e dopo l’armistizio notizie non se ne sapevano più. Eravamo 10, tutti lombardi; abbiamo preso un camion (lo sapeva anche un nostro ufficiale) e siamo partiti, abbiamo attraversato il Po su un ponte di barche e siamo arrivati su. L’autista era di Como».

«L’armistizio proprio ero a casa, quel giorno lì; il 5 o 6 maggio. Tant’è vero che mi hanno chiesto: “E’ lunga amò ‘sta guerra?”. “Mah. Credo che ormai è finita”. C’è la fotografia dove ci sono anch’io con la scritta: “La Brianza libera non vuole il Savoia traditore” e io sto versando il latte nel bicchiere».

 

La guerra è finita, la naja no

Ma intanto per Oreste è ora di tornare in caserma…

«Un giorno arriva la camionetta, il tenente ci fa: “Dai, bagai che l’hi fada fin trop!”. Mi han trovato tramite i carabinieri».

«Ci hanno sparpagliati tutti, hanno diviso il Corpo Italiano di liberazione. Chi è andavo alla Legnano, chi è andato alla Picena. Io sono andato a finire alla Nembo: alla Folgore, via, ai paracadutisti».

«E siamo tornati, siamo finiti direttamente al Brennero, a Fortezza, Bressanone, un giorno di qua, 15 giorni di là. Aspettavamo il rimpatrio dei soldati italiani. Facevamo i posti di blocco nei paesi».

«Un giorno eravamo a Miramonti, c’era un grosso capannone, pieno di copertoni e altro materiale. Quel giorno dovevo montare di guardia, il furiere mi dice: “Ballabio!”. “Dai, porco cane, ho smontato ieri sera di guardia...”. “O vai in cucina, o monti di guardia”, fa lui. Allora vado in cucina! Quella notte lì è sparita metà dei copertoni. Nessuno ha visto niente e tutto era chiuso: dove è andata a finire la roba, se le chiavi ce le aveva il maggiore?».

«C’era la popolazione altoatesina, ma hanno dovuto abbassare la testa. A San Michele dell’Adige, nel paese di Savor, ci hanno dato l’albergo e e parlavano tedesco, ma c’era un cameriere italiano: “Ho 40 anni e non riesco a capire una parola di tedesco…”, diceva».

Lo confermano gli storici: «Concluse le ostilità, il Gruppo di combattimento “Folgore” fu destinato al presidio della linea di confine tra l'Italia e l'Austria, dal Passo di Resia al Brennero fino a Prato alla Drava. Il Reggimento paracadutisti “Nembo” con comando a Brunico venne dislocato in Val Pusteria e nell'Alta Valle del Piave e vi rimase fino al 24 dicembre 1945. Nel successivo dicembre, la Folgore viene trasferita in Toscana e in Umbria».

Infatti Oreste se lo ricorda bene:

«A Natale del 1945, il giorno prima, partenza per la Toscana. A Pistoia nella caserma della Nembo, dei paracadutisti, ad aspettare che venisse sera. Poi son venuto anche a casa, 6 giorni di licenza».

«Poi il 2 giugno 1946, alle prime elezioni, siamo andati a presidiare il paese di San Marcello Pistoiese. Io ho votato repubblica, chi devo votare? Mi hanno fatto fare 10 anni di militare, i Savoia!».

 

Congedo da paracadutisti

«Da lì siamo andati a Pisa, a fare vacanza. E’ stato bello: ci svegliavamo alla mattina quando volevamo, alle 7 al massimo, poi si prendeva il camion e si andava a Marina di Pisa, al mare; solo noi, gli anziani. Poi si rientrava al rancio, si faceva il riposino fino alle 3 e poi si andava ancora al mare. Si giocava al pallone fino alle 7 e poi si andava in libera uscita e rientravi quando volevi. Basta che alla mattina alle 7 eri presente. Una pacchia. Io ho visto la torre di Pisa perché ero militare».

«Poi è arrivato il congedo, il 18 luglio. Ho buttato via la divisa, mi sono vestito da borghese. Era la divisa dei prigionieri di guerra, ma non grigioverde né kaki, verdone scuro con una pezza gialla dietro sulla schiena, e appena a casa l’ho buttata via. Era un venerdì e ho cominciato a lavorare dopo 8 giorni: “T’è ripusà asé”, m’an dì».

 

Libri utili

Cesare Medeghini

«Gli italiani nella guerra di liberazione. Da Cassino alle Alpi» (S.E.S.A. 1945)

 

Umberto Utili

«Ragazzi, in piedi», Mursia

 

Antonio e Giulio Ricchezza

«L’esercito del Sud», Mursia

 

Lorenzo Bedeschi

«La nostra guerra di liberazione: gli Arditi», Savio

Jeudi 28 mai 2009
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Ricercando negli archivi comunali, Renato Pellizzoni, appassionato studioso della storia del XX secolo, e Maurizio Parma, profondo conoscitore di storia locale, hanno visionato documenti riguardanti la scuola pubblica a Lissone, dai più antichi risalenti alla seconda metà del XIX secolo (1860 – 1900) fino a quelli del ventennio fascista (1922 - 1945).

Di particolare interesse, negli anni dal 1930 al 1945, sono le notizie contenute nel “Giornale della classe" (così era chiamato il registro), dove gli insegnanti riportavano la cronaca e le osservazioni sulla vita scolastica. Analizzando questi giornali classe, soprattutto delle quarte e quinte classi delle elementari, hanno potuto constatare come “la rivoluzione nasceva non sulle piazze, ma nelle aule delle scuole elementari, quando ai giovani veniva tolto il senso della libertà individuale e la prospettiva del loro futuro obbligatoriamente si allineava a quella del cittadino-soldato. Il fascismo coltivò la propria dottrina in modo massiccio tra i ragazzi tentando di creare una generazione di ‘italiani nuovi’ .

Il ventennio ha prodotto un proprio sistema pedagogico che ricalca e continua quello comune a tutti i regimi totalitari, in cui la scuola costituisce un mezzo importante per inculcare nei giovani gli ideali del regime.

L’istituzione scolastica diventò ben presto un potente veicolo di propaganda del fascismo, il più efficace strumento per l’organizzazione del consenso di massa.

È proprio la scuola elementare, infatti, il primo e più importante gradino del lungo processo di irreggimentazione e indottrinamento, il cui obiettivo primario era quello di costruire futuri soldati, uomini ciecamente pronti a “credere, obbedire e combattere(1)”.   


 


“Fondamentale nello sviluppo di questa operazione di ingabbiamento della gioventù fu l'adesione supina e consapevole dei maestri e delle maestre che non fecero mai opposizione. Il fascismo li blandì ed onorò la loro opera (2)”.



   

In alcuni articoli verranno pubblicate immagini di documenti della scuola pubblica di Lissone negli anni successivi all’Unità d’Italia fino alla fine dell’ottocento.

Riguardo agli anni del fascismo, verranno trascritte, invece, alcune pagine tratte dal “Giornale della classe” che consentono di avere uno spaccato della vita non solo degli studenti e della scuola, ma anche del paese e della nazione.

 

(1) Elena D'Ambrosio ricercatrice Istituto di Storia Contemporanea "P. A. Perretta" autrice di “A scuola col duce – l’istruzione primaria nel ventennio fascista”

(2) Ricciotti Lazzero nell’introduzione al libro di Elena D'Ambrosio “A scuola col duce – l’istruzione primaria nel ventennio fascista”

Mardi 12 mai 2009
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Risalgono al 1861 (anno dell'Unità d'Italia) i primi documenti rinvenuti negli archivi comunali. Anno scolastico 1861-1862

Regnava Vittorio Emanuele II, primo re d'Italia.

E’ il registro di due classi : prima e seconda superiore maschile.

Vi erano due esami: a meta anno scolastico e alla fine.

Il maestro si chiamava Giovanni Mussi.

Le due classi erano composte da 51 alunni (iscritti al 15 ottobre 1861)

Presenti all’esame di metà anno 43 e a quello di fine anno 44

Approvati a metà anno 30; non approvati 13

Presenti all’esame di fine anno 44

Promossi 40; non promossi 4 

 

 

anno scolastico 1864 - 1865

    

scuola comunale mista maschile di Santa Margherita, frazione di Lissone, anno scolastico 1876 - 1877

La maestra è tenuta, in base al regolamento scolastico, a informare il Sindaco sull'andamento della classe:



relazione della maestra Agostoni Marietta (6 settembre 1878)

Illustrissimo Signor Sindaco

In omaggio all’articolo 95 del vigente regolamento scolastico, la scrivente si fa premuroso dovere di trasmettere a V. S. I. la relazione sull’andamento della classe prima sezione inferiore di questa scuola maschile communale da lei diretta e condotta nell’ora spirato anno scolastico 1877-78.

Apertura della scuola 6 novembre

Alunni inscritti 138

Presenti all’esame della prima metà dell’anno 130

Presenti all’esame della seconda metà dell’anno 90

Promossi 43

Frequenza media nella prima metà dell’anno 120 nella seconda metà 100

Orario delle lezioni dalle 2 alle 5 pomeridiane diviso come sègue :

Dalle 2 alle 3 ½ per la prima metà degli alunni e dalle 3 ½ alle 5 dalla seconda metà.

Profitto sodisfacente, non ostante la poca durata dell’orario.

Disciplina degli alunni lodevole, sicome fu costatato da Onorevole Soprintendenza scolastico e dall’Illustrissimo SiG. Sindaco che presenziò l’esame

Col massimo ossequio si rassegna

Maestra Agostoni Marietta

Lissone li 6 settembre 1878


 


Anno scolastico 1898 -1899 alla scuola elementare di Via Aliprandi
(classe III maschile e II femminile)
Mardi 12 mai 2009
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Alla metà degli anni trenta del novecento, tre regimi totalitari sono al potere rispettivamente in URSS (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche), in Germania e in Italia.

Nell’Unione Sovietica, Stalin, da circa dieci anni alla guida del Paese, dopo aver attuato la collettivizzazione forzata nelle campagne e fatto spostare manodopera dalla campagna all’industria, stava procedendo alla repressione dei suoi oppositori all’interno del partito comunista, mediante le “purghe” (processi senza garanzie processuali che vedevano come imputati dirigenti di partito).

In Germania Hitler, diventato cancelliere del Reich nel 1933, reprimeva il dissenso; venivano emanate le “leggi di Norimberga” (1935), con funzione soprattutto antisemita, che prevedevano la privazione dei diritti civili e politici.

In Italia il regime fascista di Mussolini era al culmine della sua potenza, tanto che desiderava provare all’estero che l’Italia era pacificata e che gli ultimi oppositori si erano arresi (con insidiose proposte, il Ministero della Giustizia faceva sapere di essere disposto a concedere ai detenuti politici la libertà condizionale in cambio dell’impegno di non occuparsi più di politica). In politica estera, la guerra d’Etiopia, svolta fondamentale nell’evoluzione della dittatura fascista, provoca il riavvicinamento tra l’Italia e la Germania. Il gioco delle alleanze europee risulta così suggellato per parecchio tempo.

 

Attraverso la cronaca dei giorni di scuola, scritta dal maestro sul “Giornale di Classe” di una quinta elementare, possiamo seguire gli avvenimenti riguardanti non solo Lissone, nell’anno scolastico 1935-1936, ma anche quelli dell’Italia nel contesto internazionale.


trascrizione dal "Giornale della classe"
25 settembre 1935:
La mia classe è composta da 48 iscritti di cui 13 ripetenti. I primi giorni di scuola li spesi per un indispensabile riepilogo delle norme di pulizia, ordine, disciplina. Parlai inoltre dell’importanza dello studio e del rispetto che si deve all’Autorità. Cercai la forma più chiara e convincente, ma chissà quante volte dovrò ripetermi. Non mancai di aggiungere che la migliore preparazione al nuovo anno scolastico era quella di assecondare la lodevole iniziativa di assistere a una apposita S. Messa, chiamata dello scolaro.

2 ottobre 1935: Oggi la scuola è terminata alle 3 per la memorabile adunata voluta dal Duce. Tutto il popolo italiano è con lui.

5 ottobre: Inaugurazione dell’anno scolastico e S. Messa.

12 ottobre: da lunedì l’orario è stabilito come segue:

8,30 – 8,45 ingresso                   

8,45 – 12 lezione

13,30 – 13,45 ingresso

13,45 – 15,30 lezione

26 ottobre: fu ascoltata la radiotrasmissione ordinata dal segretario del P.N.F. agli scolari d’Italia. “Saluto al Re, saluto al Duce” “Visita a un campo di camice nere in partenza per l’Africa Orientale.

28 ottobre: Anniversario della Marcia su Roma. Ho parlato in proposito ai miei scolari facendo rilevare tutto il bene che Mussolini ha fatto e continua a fare per la grandezza della nostra Italia.

Tutte le scolaresche, accompagnate dai rispettivi insegnanti, sono sfilate in corteo per le vie del paese indi si recarono in chiesa per assistere la Messa ai Caduti della Rivoluzione, poi il corteo si recò al Parco delle Rimembranze indi in Piazza Vittorio Emanuele III ove parlò il segretario politico. Dopo il saluto al Re e al Duce il corteo si sciolse.

4 novembre: Anniversario della Vittoria. Corteo dei Balilla e delle Piccole Italiane al cimitero per la traslazione della salma di un glorioso caduto decorato di medaglia d’argento. Messa da campo e discorso analogo. Il corteo ha poi sostato al Monumento ai caduti per la lettura del Bollettino della Vittoria e furono deposte le solite corone.

8 novembre: solenne ingresso a Macallè del generale De Bono

11 novembre: genetliaco del Re


originale del "Giornale della classe" del 18 novembre 1935

18 novembre:
Tutti i tricolori d’Italia sventolano, non per un lieto evento o per commemorare una data gloriosa, ma per protesta contro le sanzioni. Faccio scrivere le parole del Duce: Davanti alla minaccia di un assedio economico che la storia bollerà come un crimine assurdo, tutti gli italiani degni di questo nome, lotteranno organizzandosi nella più accanita delle difese.  – Spiego che siano le sanzioni e quale dovrà essere la nostra lotta per vincerle.
5 dicembre:
Commemorazione di Balilla; narrazione e conseguenza storica.

18 dicembre: Giornata della fede; colla donazione dell’anello nuziale da parte delle donne d’Italia, fu entusiastica quella dei rottami di metallo fatta anche dai miei scolari.  Inaugurazione di Pontinia, terzo comune dell’Agro Pontino.


23 dicembre:
dal 24 al 2 gennaio vacanze natalizie

21 gennaio 1936: abbiamo sentito la trasmissione della radio sull’argomento: disfatta di Macallè 1896 – Macallè italiana 1936. Presa di Neghelli. Ritornata in classe, dopo la spiegazione data in merito alla radiotrasmissione, ho assegnato per casa il riassunto delle cose udite.

11 febbraio: sesto anniversario della firma del Trattato del Laterano e del Concordato dell’Italia e la Santa Sede. Per l’annuale solennità civile, le scuole hanno fatto vacanza.

12 febbraio: causa l’influenza ho segnato in questo periodo il maggior numero di assenze dei miei alunni.

16 febbraio: morte di Augusta Mussolini, moglie del compianto Arnaldo, donna di elette virtù.


originale del "Giornale della classe" del 19 febbraio 1936

19 febbraio: oggi la Nazione è imbandierata per celebrare la vittoria di Ambra Aradam. Illustro alla scolaresca la grande battaglia, leggo il comunicato, si partecipa al giubilo di tutti gli Italiani per la magnifica vittoria delle nostre armi. Il nostro pensiero si rivolge con gratitudine al Duce al Re a S.E.  Badoglio a tutti i capi e combattenti morti in terra d’Africa.

28 febbraio: la bandiera italiana sventola sul nuovo bastione conquistato: l’Amba Alagi. Faccio partecipare gli scolari al giubilo del popolo italiano scrivendo un pensiero riconoscente al Duce ed ai nostri eroici soldati.

29 febbraio: sabato, ultimo di carnevale si fece vacanza.

3 marzo: Commemorazione del quarantesimo anno della battaglia di Adua. Parlo alla scolaresca della Messa al campo fatta a Roma sull’Altare della Patria il 1° marzo con la partecipazione del Re, del Duce e di tutte le autorità militari e politiche, assumendo così carattere nazionale per la commemorazione suddetta.  I morti di Adua sono finalmente vendicati.

23 marzo: Commemorazione del 17° anniversario della fondazione dei primi Fasci di combattimento per opera di Benito Mussolini in Piazza San Sepolcro a Milano. Quest’anno la celebrazione è più vibrante perché fatta sotto l’ala della vittoria africana.

26 marzo: Il popolo italiano porge il suo commosso saluto e augurio a Maria di Piemonte, l’augusta crocerossina che parte domani per l’Africa Orientale e si appresta a dare l’opera personale di volontario sacrificio sulla nave ospedale Cesarea. Ancora una volta la Casa Reale dà l’esempio più alto e magnifico e porta laggiù la voce amorosa della Patria. Tutte unite nel sentimento e nel valore.

28 marzo: consegno £ 10 per l’iscrizione della mia classe alla Croce Rossa Italiana.

2  aprile: Dopo aver distribuito ai miei scolari il medaglione con l’effige del Duce, li ho fatti marciare inquadrati al Campo Sportivo, dove hanno compiuto qualche esercizio di ginnastica e cantato gli inni della Patria. La cerimonia è finita con il saluto al Re l Duce e all’on. Ricci. Era presente il Segretario Politico.

3 aprile: Celebrazione del decennale dell’Opera Nazionale Balilla.

La scolaresca, accompagnata dai rispettivi maestri, si radunarono in cortile; erano presenti le autorità religiose e civili. Balilla e Piccole Italiane e insegnanti erano in divisa, ascoltarono attentamente le parole pronunciate prima dal comandante la coorte Balilla poi dal nostro esimio Sig. Ispettore.

4 aprile: Domani giornata della doppia croce: parlo dei benefici apportati dalla lotta contro la tubercolosi.
 



dal 9 al 14 aprile: vacanze pasquali

28 aprile: Celebrazione del Natale di Roma e festa del lavoro. Continuo ad impartire notizie sul censimento.

5 maggio 1936: Badoglio è entrato in Addis Abeba. Annuncio del Duce a tutto il mondo.Leggo il discorso del Duce (si commenta) e faccio cantare un inno alla Patria. Alle 10 e mezzo tutte le scolaresche accompagnate dai rispettivi insegnanti si recarono al Parco delle Rimembranze.

9 maggio 1936: Proclamazione per radio dell’Impero italiano d’Etiopia. Illustro alla scolaresca la fondazione dell’Impero. Solenne Te Deum di ringraziamento, coll’intervento delle Autorità, Balilla, Piccole Italiane e Combattenti



24 maggio 1936:
Commemorazione dell’entrata in guerra e della leva Fascista. Tutte le scolaresche, accompagnate dai rispettivi insegnanti, parteciparono al corteo che si recò al Parco delle Rimembranze e poi in piazza dove il Segretario Politico celebrò la data memorabile e lesse il discorso del Duce pronunziato in occasione della fondazione dell’Impero.

26 maggio: Siamo andati in cortile ad ascoltare l’ultima trasmissione dell’Ente Radio Rurale. Abbiamo sentito il saggio di canto corale eseguito da lacune scolaresche di Roma.


2 giugno: Quest’oggi la mia scolaresca ebbe la visita del Sig. Prevosto per la prova annuale di Religione. Tutti gli interrogati risposero molto bene. Il Sig. Prevosto ne fu molto contento

12 giugno 1936: Saggio ginnico al Campo Sportivo eseguito dalle classi 3a 4a e 5a . Furono eseguiti gli esercizi obbligatori dell’Opera Nazionale Balilla ed alcuni canti patriottici. Erano presenti le Autorità locali, il Segretario Politico e il Capo Zona di Lissone.


22 giugno 1936:
termine delle lezioni

23-24-26-27 giugno: Si svolgono le operazioni di esame. Risultato: presenti 45 – approvati 34 – non approvati 5 – rimandati a settembre 6

materiale didattico
 

    
Mardi 12 mai 2009
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Svolta fondamentale nell’evoluzione della dittatura fascista, la guerra d’Etiopia provoca il ravvicinamento tra l’Italia e la Germania.

 

La politica estera dell’Italia fascista è stata molto incerta per molto tempo e spesso anche incoerente. Non per il suo obiettivo principale, che era quello di dare all’Italia un ruolo di primo piano in Europa, ma per i mezzi impiegati. Da ciò la mediocrità dei risultati ottenuti fino al 1935. La decisione di attaccare l’Etiopia, presa contro il parere del suo entourage degli ambienti affaristici italiani, costituisce dunque per Benito Mussolini una rottura e nello stesso tempo determina il riavvicinamento decisivo dell’Italia fascista e alla Germania hitleriana.

Perché l’Etiopia

All’origine della decisione di Mussolini, vi era un’umiliazione da vendicare: in un primo tentativo di invasione dell’Etiopia, nel marzo 1896, gli italiani avevano subito uno smacco cocente ad Adua, con 4.000 morti.

L’Etiopia era uno dei paesi africani non ancora occupato dai colonizzatori europei. Inoltre, l’Etiopia confina con l’Eritrea e la Somalia, province italiane dal 1890 per la prima e dal 1905 per la seconda. Aveva quindi interesse a creare un blocco italiano in questa parte dell’Africa orientale, preludio alla rinascita dell’Impero romano di cui il Duce aveva fatto nascere la nostalgia nel cuore dei suoi connazionali. In realtà, più pragmaticamente, il nuovo territorio sarebbe servito come sfogo ai gravi problemi economici dell’Italia, che intaccavano il prestigio del regime; nello stesso tempo avrebbe offerto una soluzione al sovraffollamento della penisola.

Etiopia ed Eritrea avevano una frontiera in comune, e le scaramucce tra i soldati dei due campi erano frequenti.

Il nuovo imperatore d’Etiopia, dal 1930, Hailé Sélassié, temendo l’aggressività degli italiani, rinforza gli effettivi delle guardie di frontiera, che si cura, tuttavia, di far piazzare a 30 km dal confine. Ma la minima scintilla darà fuoco allle polveri.

Il Duce prepara diplomaticamente il suo intervento. Davanti al nuovo pericolo incarnato da Hitler, che fa assassinare, nel luglio 1934, il cancelliere austriaco Dolfuss, ostile all’annessione dell’Austria e all’espansionismo tedesco, Mussolini si riavvicina alle democrazie occidentali. Nell’aprile del 1935, a Stresa, sul lago Maggiore, incontra i rappresentanti di Gran Bretagna e Francia. Viene firmato un accordo tra i tre paesi che si impegnano ad opporsi “a tutte le rinunce unilaterali dei trattati, suscettibili di mettere in pericolo la pace”, dichiarazione a cui Mussolini aggiunse di suo pugno la menzione “in Europa”.

La Francia e la Gran Bretagna, non reagendo all’aggiunta, illudono il Duce, che pensa di poter contare sulla loro benevola neutralità allorquando attaccherà l’Etiopia. Tuttavia gli Inglesi, temono il dominio dell’Italia in una regione dell’Africa in cui erano presenti, in Sudan e in Egitto, con grandi interessi commerciali.

Un incidente di frontiera, avvenuto il 5 dicembre 1934, presso l’oasi d’Oual-Oual, è il pretesto per l’intervento militare.

La tensione, già sensibile dopo l’arrivo al potere del negus nel 1930, aumenta tre i due Stati, e, malgrado l’invio nel Mediterraneo di una flotta britannica per intimidire l’Italia, l’armata fascista passa all’offensiva il 3 ottobre 1935. L‘aviazione e reparti corazzati violano lo spazio etiope senza dichiarazione di guerra.

Le forze sono sproporzionate. Di fronte a 500.000 italiani, ben equipaggiati, comandati da De Bono, l’Etiopia ”feudale” non allinea che qualche decina di migliaia di cavalieri, senza disciplina e spesso equipaggiati con fucili presi ad Adua, nel 1896. Pertanto, dopo una doppia offensiva frontale vittoriosa dall’Eritrea e dalla Somalia, l’armata italiana avanza lentamente da novembre 1935 a gennaio 1936.

De Bono è sostituito da Badoglio che non esita ad utilizzare i gas e i bombardamenti aerei. Adis-Abeba, la capitale, è occupata il 5 maggio 1936. Mussolini, trionfante, proclama Vittorio Emanuele III imperatore d’Etiopia.

La Società delle Nazioni condanna l’Italia dall’inizio delle ostilità e, nel novembre 1935, vota delle sanzioni economiche, che si rivelano però inefficaci perché non comprendono il petrolio e le materie prime. Inoltre, diversi Stati non le applicano.

Francia e Inghilterra elaborano, nel dicembre 1935, un piano segreto di divisione dell’Etiopia, che però fallisce appena diventa di dominio pubblico. Ciò rivela il comportamento tortuoso delle democrazie e la poca importanea delle decisioni prese dalla Società delle Nazioni, che tolse le sanzioni accrescendo così il suo discredito. Le sanzioni finirono per esacerbare il sentimento nazionale italiano e strinse gran parte dell’opinione pubblica intorno al Duce vittorioso.

Per sostenere il peso della guerra le donne furono invitate a donare allo Stato fascista le loro fedi d’oro.

L’episcopato italiano si schierò presentando l’impresa del Duce come una crociata. Tuttavia la conquista divenne presto un peso: militare prima, perché la resistenza degli autoctoni continuò; economica poi, perché gli investimenti erano costosi e l’immigrazione troppo debole per colonizzare il paese in modo vantaggioso. La conseguenza principale della guerra all’Etiopia è che Mussolini ruppe il fronte di Stresa e che fu supportato da un altro dittatore, Hitler. L’asse Roma-Berlino prende forma e la politica estera dell’Italia sarà ormai allineata a quella della Germania.


 

L’asse Roma-Berlino

Quando il Duce si sente messo al bando in Europa si rivolge verso Hitler, che alla fine riconobbe come alleato.

Il riconoscimento della conquista dell’Etiopia da parte di Hitler e l’uscita dell’Italia dalla Società delle Nazioni, sono all’origine del riavvicinamento dei due dittatori. Confermato dal loro mutuo sostegno al pronunciamento di Franco, in Spagna, queste relazioni si concretizzano con la visita in Germania, nell’ottobre 1936, del conte Ciano, genero di Mussolini e ministro degli Esteri.

Il Duce annuncia, il 1° novembre, la formazione di un “asse attorno al quale si possono unire tutti gli Stati europei”. Accordo inizialmente vago, simbolizza comunque la convergenza ideologica dei due dittatori e la fine dell’isolamento tedesco.

L’avventurismo bellicoso dell’Italia, poco a poco diventata un satellite della Germania, porta Mussolini a rinforzare l’Asse nel 1939, con il patto d’Acciaio.


  Hailé Sélassié

 

Il nuovo negus Hailé Sélassié I, imperatore d’Etiopia, 225° successore di Salomone secondo la leggenda, rappresenta la più antica dinastia del mondo.

Allievo di missionari francesi, e presto iniziato alle responsabilità del potere, è proclamato imperatore nel novembre 1930 con il nome di Hailé Sélassié “Forza della Trinità”.

Riformatore, fa entrare l’Etiopia nella Società delle Nazioni, abolisce la schiavitù e intraprende la revisione delle istituzioni del suo paese quando l’invasione italiana lo costringe all’esilio in Inghilterra.

Al fianco delle truppe britanniche e golliste, partecipa alla liberazione della sua patria nel maggio 1941.

Figura di rango internazionale, uno dei capi dei paesi del terzo mondo e pioniere dell’unità africana, si prodiga senza tregua per l’unificazione e la modernizzazione dell’Etiopia. Impotente di fronte alla carestia degli anni 1973-1974 e alla rivolta dell’Eritrea, è destituito dall’esercito nel 1974.

La sua morte, avvenuta in circostanze misteriose, è ufficialmente annunciata il 27 agosto 1975.

 

 
Dimanche 10 mai 2009
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rêve d’Europe  traum von  Europa droom  van Europa  dream of Europe  όνειρο της Ευρώπης  sonho da Europa  sueño de Europa

 
Nell’agosto 1943, gli antifascisti italiani, Ernesto Rossi ed Altiero Spinelli, fondarono, dopo la caduta di Mussolini, il Movimento federalista europeo. Il Movimento si servì della Svizzera per divenire, nel 1944, un efficace promotore della causa federalista all’interno della comunità degli esuli. Così nacque la “Dichiarazione dei movimenti della Resistenza europea”, pubblicata a Ginevra il 7 luglio 1944, primo manifesto veramente europeo durante la guerra.

L’idea fu ripresa allorquando la guerra finì con una profonda crisi in tutti i paesi d’Europa, che rese obsoleti i vecchi partiti politici, sia essi compromessi, sia incapaci di affrontare la nuova realtà europea.

In effetti fu in Svizzera, in piena guerra, che si organizzarono le prime riunioni europee degli uomini della Resistenza, intorno ad uno zoccolo duro di esuli federalisti.

A Ginevra si svolsero clandestinamente più di cinque incontri, che riunirono Italiani, Francesi, Danesi, Olandesi, Cechi, Norvegesi, Yugoslavi e qualche tedesco antinazista.

Gli autori della Dichiarazione ritenevano che la fonte dei mali risiedeva essenzialmente nella frammentazione dell’Europa in 30 entità politiche. Questo problema non poteva essere risolto che con il superamento del “dogma della sovranità assoluta” degli Stati. Il mezzo di questo superamento doveva essere una “Unione federale” dotata di un governo responsabile verso i popoli e da loro eletto, di un esercito comune e di un tribunale supremo con il compito di deliberare sulle questioni relative all’interpretazione della Costituzione federale. Questa Unione avrebbe consentito la realizzazione di una politica capace di impedire i nazionalismi e il rischio di guerre.

“Solo un’Unione federale consentirà la partecipazione del popolo tedesco alla vita europea senza che sia un pericolo per gli altri popoli.

Solo un’Unione federale consentirà di risolvere problemi di confine nelle zone con popolazioni miste, che cesseranno così di essere l’oggetto di folli bramosie nazionaliste e diventeranno delle semplici questioni di delimitazioni territoriali di pura competenza amministrativa.

Solo un’Unione federale consentirà la salvaguardia delle istituzioni democratiche in modo tale da impedire che i paesi, che non abbiano una sufficiente maturità politica, possano mettere in pericolo l’ordine generale.

Solo un’Unione federale consentirà la soluzione logica e naturale dei problemi di accesso al mare dei paesi situati all’interno del continente, dell’utilizzazione razionale dei fiumi, che attraversano più Stati, del controllo degli stretti e, in generale, della maggior parte dei problemi che hanno turbato le relazioni internazionali nel corso di questi ultimi anni".

Tratto dalla “Dichiarazione dei movimenti della Resistenza europea”, redatta a Ginevra.

       
Dimanche 10 mai 2009
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9 maggio 2009: oggi ricordiamo il Maresciallo dei Carabinieri di Lissone, ucciso dalla Brigate Rosse


9 maggio: “giorno della memoria per le vittime del terrorismo"

 

Con legge n. 56 del 4 maggio 2007 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 103 del 5 maggio 2007), il Parlamento Italiano ha istituito il 9 maggio, anniversario dell’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, quale “Giorno della memoria”, al fine di ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno ed internazionale, e delle stragi di tale matrice

Il 9 maggio, ogni anno, si vuole ricordare, far capire, insegnarlo a chi non c'era, cosa è stato il terrorismo, chi sono le sue vittime, perché dal 1967 a oggi in Italia sono morte circa duecento persone e più del doppio sono state ferite per mano dei terroristi.

"L'istituzione della giornata della memoria delle vittime del terrorismo colma un vuoto di memoria storica e di attenzione umana e civile che molti di voi avevano dolorosamente avvertito". Così ha scritto il 9 maggio 2007 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in una lettera aperta ai familiari delle vittime del terrorismo.

Come stabilisce la legge, anche l’ANPI di Lissone vuol dare il proprio contributo al fine di costruire ed alimentare una memoria storica condivisa in difesa delle istituzioni e dei valori democratici.

Purtroppo anche Lissone ha avuto una vittima di quegli “anni di piombo”: il maresciallo dei Carabinieri Valerio Renzi.

Valerio Renzi nato a Rieti nel 1938, era comandante della stazione dei Carabinieri di Lissone, sposato e padre di due bambini.




La mattina del 16 Luglio 1982, Renzi si recò, come era solito fare, da solo, con la sua Alfetta di servizio, presso l'ufficio postale di Lissone per ritirare la corrispondenza.

Proprio in quegli attimi, un gruppo di terroristi stavano compiendo una rapina (un’ "operazione di esproprio proletario" nel gergo delle Brigate Rosse, come scrissero nella rivendicazione dell’attentato).

Alla vista dell’auto dei Carabinieri i terroristi sparavano raffiche di mitra contro il maresciallo Renzi. L'Alfetta venne crivellata di colpi.

Il suo omicidio venne rivendicato dalla colonna Walter Alasia, un ramo delle Brigate Rosse.

 

 

 

Un’involontaria testimone oculare di quella tragica mattina del 16 luglio 1982, la lissonese Carlotta Molgora, così ci ha raccontato:

Ormai pensionata, ogni due mesi mi recavo presso l’Ufficio postale per ritirare la pensione. Era Venerdì 16 luglio 1982. Mentre ero in fila davanti allo sportello e discutevo con altre mie conoscenti, entrò un giovane con un mitra spianato ordinando a tutti i presenti di sdraiarsi per terra. Un altro giovane si affacciò sulla porta dell’ufficio postale, imbracciando anche lui un mitra. Tutti pensarono ad una rapina. Qualcuno svenne. Poi improvvisamente si sentì il crepitio di una raffica di mitra. In un attimo gli assalitori si dileguarono. Qualcuno uscì dall’ufficio postale. Ai suoi occhi apparve una scena raccapricciante: all’interno di un’auto dei Carabinieri, un graduato era stato colpito a morte. Era il maresciallo della stazione dei Carabinieri di Lissone, Valerio Renzi. I brigatisti lo avevano ammazzato. Il giorno prima a Napoli allo stesso modo era stato massacrato il capo della squadra mobile. Erano gli anni del terrorismo che aveva seminato terrore e morte nel nostro Paese e che fu sconfitto solo dopo aver lasciato una scia di sangue”.

 








L'Arma dei Carabinieri conferì la Medaglia d'argento al valor civile alla memoria a Valerio Renzi e fece erigere sul luogo dell'attentato, di fronte all’Ufficio Postale di Lissone, un monumento in sua memoria, opera della scultrice Virginia Frisoni.

 

 

Nel 1988 la Provincia di Milano conferì il Premio Isimbardi alla memoria di Valerio Renzi con la seguente motivazione:

“Maresciallo capo, comandante della stazione dei carabinieri di Lissone ucciso dai terroristi nel corso di una rapina all'Ufficio postale di Lissone nel 1982. Il suo esempio ha onorato l'arma cui apparteneva e ha contribuito alla lotta contro la criminalità politica per la dedizione e l'impegno dimostrati fino all'estremo sacrificio.”


Ha detto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il 9 maggio 2008:

“Questo è il giorno del ricordo e del pubblico riconoscimento che l'Italia da tempo doveva alle vittime del terrorismo. E' il giorno del sostegno morale e della vicinanza umana che l'Italia sempre deve alle loro famiglie. Ed è il giorno della riflessione su quel che il nostro paese ha vissuto in anni tra i più angosciosi della sua storia e che non vuole mai più, in alcun modo, rivivere"…

il Presidente ha poi aggiunto: "Vorrei che voi, mogli, figli, genitori, famigliari dei caduti, sentiste anche questa nostra particolare iniziativa come gesto di riparazione e di partecipe vicinanza per quello che avete sofferto, per il dolore di perdite irreparabili e poi per il dolore di una solitudine, di una disattenzione, che vi ha fatto temere di essere come dimenticati insieme con i vostri cari. Non può essere, non deve essere così. E' l'impegno che oggi prendiamo".

 

 

 

Auspichiamo che anche il Comune di Lissone, recependo quanto stabilito nell’articolo 1 della legge, organizzi per il 9 maggio di ogni anno una manifestazione per ricordare il maresciallo Renzi e tutte le vittime del terrorismo: per i giovani la cerimonia potrebbe essere anche un momento di riflessione su quei tragici eventi che hanno insanguinato il nostro Paese per qualche decennio del secolo scorso.

Jeudi 7 mai 2009
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