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25 luglio 1943 in Italia, a Lissone e a Monza

23 Juillet 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il 25 luglio 1943, cadeva il regime fascista, travolto dalla sfiducia popolare, dal diffondersi e rafforzarsi dell’opposizione antifascista, dai contrasti insanabili che il disastroso andamento della guerra aveva introdotto al suo stesso interno, dalla rottura – tardiva e ormai insufficiente a riabilitare l’istituzione monarchica – da parte di casa Savoia del cordone ombelicale che l’aveva legata per due decenni di connivenza e di complicità alla dittatura liberticida di Mussolini.

La reazione del popolo italiano fu di esultanza per la speranza di porre finalmente termine alle sofferenze inaudite provocate dal conflitto, ma di estrema moderazione. Non ci furono, infatti – esempio più unico che raro nella storia – violenze e lutti, a dimostrazione che sia il popolo italiano sia il fronte antifascista non erano animati né da spiriti di vendetta né da pulsioni di guerra civile, pure nei confronti di un regime che aveva conculcato ogni libertà, riducendo l’Italia a un immenso carcere, obbligando migliaia di antifascisti a percorrere le vie dolorose dell’esilio, precipitando la Nazione in un baratro dal quale sarebbe stato estremamente difficile e costoso riemergere.

Le correnti storiografiche che tendono a vedere in esclusiva nel 25 luglio un regolamento di conti tra monarchia e fascismo e all’interno dello stesso fascismo, danno una lettura degli avvenimenti insufficiente e superficiale. Chiara premessa, infatti, alla caduta del regime sono i grandi scioperi del marzo 1943, il diffondersi dell’ostilità alla guerra e con essa dell’opposizione politica, il crollo del cosiddetto “fronte interno”.

Il 25 luglio con il crollo del regime fascista segna la conclusione di un ventennio di sofferenze e l’avvio di un percorso che si presenta arduo e doloroso anzitutto per il tentativo posto in essere dalla R.S.I., dalle forze armate naziste e dalla loro azione contro la volontà popolare e antifascista.

Solo la Resistenza e la guerra di Liberazione nazionale consentirono all’Italia con un lungo e difficile cammino e con oltre 200 mila Caduti per la Libertà e per la Patria di realizzare il riscatto morale e politico della Nazione, di arricchirsi di ideali e valori che ispirarono la Costituzione e la nostra democrazia.

(da “Patria Indipendente” mensile dell’ANPI)

 
monumento (e particolare) dedicato al partigiano nel cimitero di Somana, frazione di Mandello del Lario, opera dello scultore Enrini (1899-1962)


Ma ripercorriamo brevemente i fatti di quella domenica di 70 anni fa, il 25 luglio 1943.

 

In Italia

 

Lo sbarco in Sicilia del 10 luglio esauriva le scarse possibilità che restavano all'Italia di vincere la guerra, anche se in realtà la situazione era per l'Asse già gravemente compromessa da diverso tempo: la sconfitta di El Alamein nel novembre del 1942, contemporanea allo sbarco delle forze americane in Marocco e Algeria, aveva portato alla definitiva sconfitta in Africa, e con la perdita dell'Africa, si apriva la concreta possibilità, per le forze alleate, di aprire un fronte diretto contro l'Italia, l'alleato debole della Germania.

I bombardamenti del 19 luglio 1945 su Roma

 

 

 

Una situazione militare ormai allo sfascio, gli intensi bombardamenti aerei degli Alleati sulle città italiane,

unita alle posizioni ormai contrarie al Duce del Fascismo della Casa Savoia, trovò uno sbocco naturale nel Gran Consiglio del Fascismo del 24 luglio, in cui - alle 3 del mattino del 25 luglio - venne approvato l'ordine del giorno Grandi (con 19 voti su 28). Il nocciolo della proposta Grandi era la richiesta per "l'immediato ripristino di tutte le funzioni statali" e l'invito al Duce di pregare il re "affinché egli voglia, per l'onore e la salvezza della patria, assumere con l'effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell'aria, secondo l'articolo 5 dello Statuto del Regno, quelle supreme iniziative di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono": al di là del contorto linguaggio politico, appariva evidente che fra le supreme iniziative del re, se c'era stata quella della guerra, poteva esserci anche quella della pace.

Fu proprio il re, che aveva un ventennio prima voluto accettare il Duce come primo ministro, a decidere che era il momento, per salvare la monarchia, di sacrificarlo: dal gennaio 1943 iniziano così le "grandi manovre" del sovrano, di cui fu messa al corrente solo una piccola cerchia di fedelissimi (anzitutto il ministro della Real Casa duca Acquarone, il capo di Stato maggiore generale Ambrosio, e poi il generale Castellano, futuro plenipotenziario italiano nelle trattative con gli alleati), che trovarono in Grandi e in Ciano (il genero del Duce) gli alleati nel Partito di cui avevano bisogno, utilizzandoli per i propri fini e probabilmente senza che questi si accorgessero del vero scopo cui servivano.

 

25 Luglio 1943 - L'ordine del giorno Grandi

 

Il Gran Consiglio del Fascismo

riunendosi in queste ore di supremo cimento, volge innanzi tutto il suo pensiero agli eroici combattenti di ogni arma che, fianco a fianco con la gente di Sicilia in cui più risplende l'univoca fede del popolo italiano, rinnovando le nobili tradizioni di strenuo valore e d'indomito spirito di sacrificio delle nostre gloriose Forze Armate, esaminata la situazione interna e internazionale e la condotta politica e militare della guerra

proclama

il dovere sacro per tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l'unità, l'indipendenza, la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l'avvenire del popolo italiano;

afferma

la necessità dell'unione morale e materiale di tutti gli italiani in questa ora grave e decisiva per i destini della Nazione;

dichiara

che a tale scopo è necessario l'immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali;

invita

il Governo a pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché Egli voglia per l'onore e la salvezza della Patria assumere con l'effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare, dell'aria, secondo l'articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia.

 

La mattina del 25 luglio il Duce accettò di recarsi dal re. Fece il suo ingresso a Villa Savoia alle 17, per il consueto colloquio settimanale; non sapeva che già in quel momento la sua scorta era sotto controllo, e duecento carabinieri circondavano l'edificio, mentre un'ambulanza della Croce Rossa era in attesa di portarlo via prigioniero. Fu il capitano dei carabinieri Giovanni Frignani ad arrestarlo.

Mussolini fu prima relegato a Ponza nella casa già occupata dal prigioniero abissino ras Immiru, e poi all'Isola della Maddalena.

 

 

Le notizie dell'arresto di Mussolini e della formazione del Governo Badoglio furono accolte in tutt'Italia con manifestazioni di giubilo; gli antifascisti e molta gente comune scese in piazza e divelse i simboli del vecchio regime, inneggiando alla democrazia e alla pace.



Il radiogiornale della sera (alle ore 22.45) informa gli italiani dell'accaduto.

Il 25 luglio 1943, il re messo di fronte alla crisi del regime destituisce Mussolini e lo fa arrestare, mentre il maresciallo Pietro Badoglio viene nominato capo del governo. Il 26 luglio Badoglio forma un nuovo governo (appoggiato dalla monarchia, dalla chiesa e dall’esercito) composto da tecnici e alti funzionari della burocrazia, il quale procedette immediatamente a smantellare gli apparati della dittatura fascista e alla repressione di ogni manifestazione popolare antifascista (il bilancio finale fu di 83 morti e 516 feriti). La caduta del regime faceva pendere sull’Italia la spada di Damocle rappresentata dalla reazione tedesca. Hitler che diffidava della monarchia e di Badoglio - nonostante questi si fosse affrettato a dichiarare che l’Italia rimaneva fedele alle sue alleanze - già andava maturando il proposito di assumere il controllo militare della nostra penisola.

Il disegno governativo monarchico-badogliano ambiva a realizzare un ritorno alla situazione pre-fascista, in modo da evitare una nuova costituente, lasciando intatte le strutture conservatrici in campo economico e sociale, impedendo così che la caduta del fascismo mettesse in discussione l’ordinamento monarchico; ma per realizzare tutto questo occorreva innanzitutto sganciare l’Italia dalla Germania, inserendo il paese nella lotta delle potenze antinaziste (il programma del governo Badoglio venne appoggiato con vigore da Churchill, preoccupato di evitare che in Italia si aprisse un processo anti-monarchico, politicamente e socialmente radicale). Nel frattempo i partiti antifascisti (PCI, PSI, PdA) che erano rimasti di fatto estranei al colpo di Stato del 25 luglio, riuniti in un comitato nazionale, premevano per la costituzione di un governo di unità nazionale e per la rottura immediata con la Germania. 

Il 25 luglio 1943 del confinato politico Sandro Pertini all'isola di Ventotene

La mattina del 26 luglio 1943 Pertini mentre stava passeggiando lungo i cameroni dei confinati notò la costernazione dei militi in camicia nera. "Erano le otto, udimmo scandire il segnale orario, un breve silenzio e poi la lettura di un comunicato: "Sua maestà il re e imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo del governo, primo ministro, segretario di Stato, presentato da S.E. il cavalier Benito Mussolini.". Applaudimmo e ritornammo verso i cameroni. Strano quello che accadeva in noi: erano venti anni in esilio, in carcere, al confino, che attendevamo la caduta del fascismo e adesso l'accoglievamo senza alcuna manifestazione di esultanza.

Pensavamo alla responsabilità che sarebbe pesata sulla classe dirigente, su di noi, all'eredità fallimentare lasciata dal fascismo. Costituimmo un comitato che prendesse in mano la colonia dei confinati composta da circa ottocentocinquanta persone, ci recammo dal commissario Guida, pallido in volto. Notai che il ritratto di Mussolini era sparito, c'era ancora quello del re. Pensò che fossimo andati per arrestarlo ma ci limitammo a presentare alcune richieste fra le quali la gestione della colonia da parte del Comitato, la cessazione del pedinamento, l'eliminazione della camicia nera da parte delle milizia. Il direttore della colonia doveva intervenire presso il Ministero degli Interni perché si provvedesse al più presto alla liberazione di tutti i confinati politici".
Successivamente dall'isola di Ventotene Pertini scrive a Badoglio un telegramma chiedendo l'immediata liberazione dei confinati.


Il 25 luglio 1943 a Lissone

 

A Lissone, all’indomani, mentre i lissonesi Francesco Mazzilli, Attilio Gattoni e Carlo Arosio, - arrestati verso la fine giugno 1943 ed incarcerati a S. Vittore vengono liberati, un nostro concittadino, Attilio Mazzi - un benestante milanese ma veronese di nascita, da tempo attivo in Lissone dove aveva aperto uno stabilimento per la tranciatura del legno e dove svolge una ben avviata attività di intermediazione e di rappresentanza di legnami con sede in Via Roma - sfila per le vie di Lissone, innalzando un cartello con l’immagine di Badoglio, mettendosi a capo di un breve corteo che manifesta apertamente a favore del nuovo governo, come per salutare il nuovo spazio di libertà che finalmente sembrava schiudersi. Sfila nel centro del paese, percorre Via Sant'Antonio, attraversa Piazza Vittorio Emanuele (l’attuale Piazza Libertà), sino alla Casa del Fascio, dove vengono strappate le immagini di Mussolini e distrutti i simboli del Fascismo.



 

Oltre a « Credere Obbedire Combattere » sul balcone della Casa del Fascio di Lissone, ora Palazzo Terragni, vi era un’altra delirante frase di Mussolini ai piedi della torre (nella foto seguente)


Attilio Mazzi sfila per le vie di Lissone il 25 luglio 1943 con l'immagine di Badoglio



Dinanzi al proclama di Badoglio che alla fine affermava “la guerra continua”, i partiti politici antifascisti – PCI, PSI, Pd’A, DC, MUP e “Ricostruzione Liberale” - si riunirono il 26 luglio a Roma e firmarono un manifesto che richiedeva:

- liquidazione totale del fascismo e di tutti i suoi strumenti di oppressione;

- armistizio con gli alleati;

- ripristino di tutte le libertà civili e politiche;

- liberazione immediata dei detenuti politici;

- abolizione delle leggi razziali;

- costituzione di un governo di unità nazionale.

Posizioni chiare riprese nelle varie manifestazioni e nei comizi in diverse città italiane.

 

Il 25 Luglio a Monza

Anche Monza fece la sua parte: dall’osteria dei fratelli Bracesco, in via Manara - che era il luogo di ritrovo degli antifascisti brianzoli che operavano nella clandestinità – il 26 luglio partì un corteo che raggiunse il centro cittadino, dove dal balcone del municipio parlò Gianni Citterio, medaglia d’oro al valor militare, che con l’8 settembre divenne uno dei punti di riferimento delle organizzazioni partigiane che si andavano formando per resistere e contrastare l’invasione nazista.

Anche Antonio Gambacorti Passerini fu uno dei protagonisti che parteciparono alle manifestazioni di giubilo per la caduta di Mussolini e nei 45 giorni che precedettero l’8 settembre (armistizio e successiva invasione del nostro Paese da parte dei tedeschi), fu impegnato per la riorganizzazione in senso democratico  del comune che per oltre venti anni era stato guidato da un Podestà fascista. Questo suo aperto impegno a sostegno della cosa pubblica lo mise in evidenza, divenne una persona conosciuta ed alla prima occasione venne arrestato dai nazifascisti. Portato poi nel campo cosiddetto di “transito di Fossoli” in provincia di Modena, il 12 luglio 1944, per un atto di brutale e vigliacca, rappresaglia a cui erano barbaramente abituati i nazisti, venne portato al poligono di tiro di Cibeno, vicino a Carpi e fucilato assieme ad altri 66 antifascisti.

  
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Il 25 luglio: come lo seppero gli italiani

23 Juillet 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il 25 luglio 1943 era una domenica. I romani la ricordano come una giornata greve, afosa, senza un filo di vento, di quelle da passare in casa, in attesa del ponentino serale.

Al caldo si aggiungono le preoccupazioni del momento.

Il Paese è in guerra da tre anni. È stanco. Le cose vanno sempre peggio. Batoste militari, bombardamenti sulle città, la baracca fascista che fa acqua da tutte le parti. Forse mai dall'inizio della guerra, c'è stato un divorzio così completo tra l’azione del governo e la volontà del popolo. Mentre Mussolini, i gerarchi, i giornali continuano a parlare di guerra fascista, mete fasciste e cosi via, il popolo, stanco di chiacchiere, di luoghi comuni, di mistificazioni, identifica sempre più fascista con tutto ciò che è frusto irritante, grottesco.

Si sente che qualcosa deve succedere, ma che cosa e come, nessuno lo sa. Quando il giorno prima, nel pomeriggio del 24, si è sparsa la voce della riunione del Gran Consiglio del fascismo, la cosa, al grosso pubblico, non ha fatto né caldo né freddo.

Si è pensato ad una riunione di “routine”, una delle solite parate per dar polvere negli occhi alla gente. Nessuno si illude che ne possa uscire qualcosa di nuovo. Nessuno crede più a niente. Più le cose vanno male, e più l'Italia si adagia in un inerte torpore. E le cose, da qualche tempo, non basta dire che vanno male. Vanno. a precipizio, con una accelerazione, un moto sempre più vorticosi, che sembrano il preannuncio di una catastrofe imminente.

Quindici giorni prima, nella notte fra il 10 e l'11 di luglio, le truppe anglo-americane erano sbarcate in Sicilia. La linea del “bagnasciuga” non aveva tenuto. Il 19 luglio nella Villa Gaggìa di Feltre, Mussolini si era incontrato con Hitler, con l'intenzione, a quanto pare, di parlargli chiaro. Ma poi, a tu per tu con lui, e nonostante gli incitamenti di Ambrosio, Bastianini e Alfieri che lo accompagnavano, aveva fatto scena muta, e lasciato che Hitler parlasse ininterrottamente per tre ore.

Lo stesso giorno dell'incontro di Feltre, intanto, Roma ha subìto il primo bombardamento aereo. I quartieri Tiburtino e Prenestino sono sconvolti. Il re non si fa vivo. Mussolini, tornato da Feltre, ha altre gatte da pelare. Solo il Papa troverà per la gente una parola di conforto.

papa-Pio-XII.jpg Roma bombardata 19 luglio 1943

Il solco tra regime e Paese si approfondisce ancora, diventa un abisso.

Questa è l'atmosfera di Roma all'alba del 25 luglio.

Un'atmosfera fatta di odio del presente e di paura del futuro. Una cappa di piombo, di rabbia impotente. Il senso che così non si va avanti e insieme che non si sa come uscirne.

Quello che i romani non sanno ancora, mentre si girano nel letto sotto i morsi della calura, è che quella notte, mentre il cielo si tingeva delle prime luci fra Pincio e Aventino, il regime è finito. Dopo dieci ore di dibattito, il Gran Consiglio ha messo in minoranza Mussolini su un ordine del giorno Grandi che restituisce al re la suprema iniziativa delle decisioni.

È stata una “notte dei lunghi coltelli”. Un'acre, spietata requisitoria contro il loro capo da parte di coloro che per vent'anni l'hanno servito come un idolo. Ma la nave affonda e i topi cercano di salvarsi.

Dirà più tardi Mussolini:

«Sentii subito nell'aria un'ostilità dura. Parlai senza entusiasmo, a bassa voce. Mi dava un tremendo fastidio la luce delle lampade elettriche. Mi sembrava di assistere al processo contro di me. Mi sentivo imputato e nello stesso tempo spettatore. Ogni energia dentro di me si era spenta». 

Quando Mussolini ha finito di parlare, comincia il fuoco di fila delle contestazioni.

De Bono: «C'è soprattutto una responsabilità politica: la tua responsabilità nella scelta dei capi militari». 

Bottai: «È la tua relazione a darci la sensazione che una difesa tecnicamente efficace della penisola è impossibile».

De Vecchi: «Non ci si venga a raccontare frottole. Nessuno ha tradito. Se abbiamo preso batoste, è perché si andava allo sbaraglio contro un nemico cento volte più forte di noi». 

Grandi: «Fra le molte frasi vacue o ridicole che hai fatto scrivere sui muri di tutta Italia, ce n'è una che hai pronunciato dal balcone di Palazzo Chigi nel 1924: - Periscano le fazioni, perisca anche la nostra, purché viva la nazione -. È giunto il momento di far perire la fazione».

Ciano: «Voi, duce, non nascondeste mai nulla all'alleato. Ma l'alleato non ci ripagò con la stessa lealtà. Ogni accusa di tradimento che i tedeschi muovessero all'Italia potrebbe essere ritorta. Noi non saremmo in ogni caso dei traditori, ma dei traditi». 

De Marsico: «Le democrazie di tipo parlamentare assicurano ai governi una vita più lunga di quanto non ne abbiano, se la fortuna li abbandona, i governi autoritari. Questi ultimi implicano una delega di autorità fondata sulla fiducia e la fiducia è fondata a sua volta sulla utilità dei risultati; quando questa viene meno, cade la fiducia, cade la delega e automaticamente rinasce il diritto-dovere del popolo all'attività politica». 

Federzoni: «L'impopolarità della guerra è dovuta in gran parte alla formula della guerra fascista che ha diviso gli italiani più profondamente di quanto non avesse già fatto il partito con la sua politica organizzativa».

Alfieri: «Duce, come vi ho detto a Feltre, avete ancora una carta nelle mani, l'ultima. Dovete persuadere Hitler che l'Italia è giunta al limite massimo della sua fedeltà e del suo sacrificio». 

Bastianini: «Quello che si veniva facendo da tempo era di dividere gli italiani in pacchetti, per farne oggetto uno alla volta di rampogne e di percosse: i giovani, la borghesia, gli industriali, gli intellettuali, l'aristocrazia, l'Azione Cattolica, gli ebrei e così via. Il risultato di questa severità è che oggi si riscontra una frattura profonda fra Paese e partito ». 

«Sta bene - conclude Mussolini - mi pare che basti. Possiamo andare. Avete provocato la crisi del regime. La seduta è tolta». 

Il duce è distrutto. Si intrattiene ancora un po' a chiacchierare con i tre o quattro che lo hanno difeso. Domanda a Scorza che valore può avere l'ordine del giorno approvato, se di parere o di deliberazione. Poi torna a casa, a Villa Torlonia, dove sua moglie ha vegliato in attesa.

«Quella mattina - racconta Rachele Mussolini - tornò a casa verso le tre o le quattro. Non ricordo l'ora precisa, ma era tardi, albeggiava. Sentii le macchine, a quell'ora non ci sono molte macchine in giro, e io e Irma, la cameriera, gli andammo incontro. Aprii lo sportello della macchina e gli domandai: "Bene, come è andata?". "Abbiamo fatto il Gran Consiglio", mi rispose. "Non li hai almeno fatti arrestare tutti?". "Beh, lo faremo", replicò. Bevve una tazza di camomilla, poi andammo a riposare. Alla mattina si alzò presto e alle otto era già a Palazzo Venezia ».

A Roma, intanto, nessuno sa nulla. Quello che è successo la notte prima è noto solo a poche persone che si guardano bene dal divulgarlo. È una domenica come tante altre. La città è immersa nel torpore di un pomeriggio di luglio. Strade deserte e noia. Stasera, per svagarsi, si può scegliere tra Ferruccio Tagliavini che canta nell'Elisir d'amore al teatro Brancaccio e il film Ti voglio bene, al Giardino Quattro Fontane, seguito da un documentario sull'imminente crollo dell'Inghilterra: La fine di John Bull.

Anche le redazioni dei giornali sono vuote. Domani, lunedì, i giornali non escono. Solo nel palazzo della Stefani, l'agenzia ufficiale di stampa, si cerca disperatamente di sapere che cosa è successo. Dall'estero tempestano di telefonate per sapere notizie. La situazione comincia a diventare grottesca. 

Mussolini va a casa, beve una tazza di brodo e un caffè, spiega a Donna Rachele, che se ne preoccupa, che non ha fame, e aggiunge che alle 5 deve andare dal re a Villa Savoia. La moglie è già informata. Hanno telefonato anche lì, pregandola di avvertirlo, caso mai non avessero potuto parlargli, precisando che deve andare «in borghese». «Guarda - dice a Mussolini - che ti vogliono in borghese per far prima quello che vogliono ... ». «E cioè? .. ». Ma non c'è bisogno di spiegazioni. Entrambi hanno capito perfettamente che cosa significa. Mussolini cerca di illudersi. «Dopotutto - dice - la guerra non sono stato solo io a dichiararla, anche il re è responsabile». Ma è lui il primo a non credere alle sue parole.

Il colloquio di Villa Savoia durò in tutto una ventina di minuti. «Trovai un uomo - racconterà più tardi Mussolini - con il quale ogni ragionamento era impossibile, perché aveva già preso le sue decisioni e lo scoppio della crisi era imminente».

Vittorio Eman III e Mussolini

Il re gli disse: «Così non si va avanti. L'Italia è in tocchi. L'esercito è moralmente a terra. I soldati non vogliono più battersi ». E aggiunse che l'uomo richiesto dalle circostanze era a suo giudizio Badoglio, che avrebbe costituito un ministero di tecnici per l'amministrazione dello Stato e per continuare la guerra.

«Allora tutto è finito?» domandò Mussolini. Il re non rispose. Pochi minuti dopo l'ex capo del fascismo veniva arrestato.

L'operazione dell'arresto ebbe gli stessi caratteri di improvvisazione e di confusione che furono propri di tutto il 25 luglio. Per far sapere, per esempio, al questore Morazzini che alle 4 avrebbe dovuto trovarsi al Quirinale per assumervi il comando del personale di polizia, gli si fece telefonare, con un'evidente riduzione della via gerarchica, da un suo inferiore, che lì per lì non gli spiegò nulla, gli disse solo di trovarsi ad una certa ora nella caserma dei carabinieri di viale Liegi, e quando Morazzini arrivò a viale Liegi, gli spiegò finalmente di che cosa si trattava. Al Quirinale, poi, la confusione, raggiunse il “diapason”. L'arresto di Mussolini doveva essere eseguito dal generale Ceriga, comandante generale dell'Arma dei carabinieri. Ma Ceriga, quando già Mussolini era arrivato a Palazzo Reale ed era a colloquio col re, chiese di parlare con Acquarone, ministro della Real Casa, e gli disse chiaro e tondo che lui non l'avrebbe fatto, non se la sentiva e che anzi, a scanso di equivoci, se ne sarebbe andato. Come infatti fece. Fu dato allora il contrordine: Mussolini non sarebbe più stato arrestato; tutta l'operazione rischiò per un momento di andare in fumo. Qualcuno osservò, tuttavia, che anche il contrordine presentava dei rischi. Che cosa sarebbe successo, infatti, se qualcuno avesse parlato e Mussolini fosse venuto a sapere che il re voleva arrestarlo? Ci fu tra gli astanti un momento di panico. Per cui Acquarone, alla fine, diede un altro contrordine, che si procedesse senz'altro all'arresto di Mussolini, anche se ancora non era chiaro chi e come l'avrebbe arrestato.

Mussolini scese dalla scalinata di Villa Savoia accompagnato da De Cesare, il suo segretario particolare. E quando fu alla fine della scalinata si trovò di fronte un ufficiale dei carabinieri, il capitano Vigneri, che si mise sull'attenti, gli fece un gran saluto, fece tintinnare gli speroni e gli disse: «duce, siete pregato per ordine di sua maestà il re imperatore di venire con noi, perché abbiamo gravi apprensioni per la vostra incolumità personale ». «Non credo», rispose Mussolini. «Dovete proprio crederlo, duce, perché è cosi ». Allora Mussolini si convinse, o finse di convincersi, e disse: «Bene, andate pure avanti, vi seguirò con la mia macchina». «No, duce, replicò Vigneri, dovete venire con noi», e gli indicò l'autoambulanza.

Mussolini, allora, fece un largo gesto con le braccia, come a dire che si arrendeva, che facessero quel che volevano, e montò sull'autoambulanza seguito da tre o quattro carabinieri, dal capitano Vigneri e da un altro ufficiale. L'autoambulanza uscì da Villa Savoia, da un cancello secondario, sboccò in via Salaria, passò sotto il naso della scorta di Mussolini, che era lì ad aspettarlo, e sparì nel traffico romano.

Quasi nello stesso momento, dal cancello principale di Villa Savoia arrivò Badoglio, il quale era stato convocato dal re che gli voleva affidare l'incarico del nuovo governo. Il colloquio durò poco, non più di un quarto d'ora. Il re disse a Badoglio che avrebbe dovuto formare un governo di tecnici (il maresciallo, a quanto pare, non era d'accordo, avrebbe preferito un governo di politici, di cui facessero parte Bonomi, Einaudi, Soleri e Orlando, ma il sovrano, su questo punto, fu irremovibile), gli fece leggere il famoso proclama de «la guerra continua », scritto da Orlando e che Badoglio avrebbe dovuto leggere la sera stessa alla radio, e lo licenziò. L'operazione 25 luglio, che aveva causato tanta ansia e che era stata più di una volta sul punto di fallire, era finalmente conclusa.

Intanto la notizia dell' arresto di Mussolini comincia a trapelare, a girare per Roma come una miccia accesa che però, invece di panico, suscita entusiasmo.

Roma 26 luglio 1943

Verso le 22,15, e cioè sette ore dopo l'arresto di Mussolini e l'incarico di Badoglio, le notizie vengono finalmente trasmesse a italiani e stranieri.

La massa degli italiani, intanto, è ancora all'oscuro di tutto. La radio, che nella giornata domenicale è l'unica fonte di notizie, non dette, fino a sera inoltrata, una parola dell'accaduto.

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Tra coloro che attesero quella sera il giornale radio delle 22,45, pochi, probabilmente, si saranno accorti che qualcosa non funzionava. Finito infatti alle 22,45 un programma di musica, invece del giornale radio fu messo in onda il disco del segnale d'intervallo (l'”uccellino” della radio), che si protrasse per qualche minuto.

«Qualche istante prima delle 22,45 - spiegherà l'addetto di quella sera alle trasmissioni - fui avvertito di non partire col giornale radio, ma di fare del segnale-intervallo in attesa di ordini superiori. E così feci. Dopo un minuto chiesi se c'erano novità. Mi fu risposto di proseguire col segnale-intervallo. La cosa andò avanti fino alle 22,48, 22,49, quando mi fu dato l'ordine di partire col giornale radio. In testa al giornale radio, preceduto da "Attenzione, attenzione", era il comunicato sulla sostituzione di Mussolini. "Sua maestà il re e imperatore - diceva il comunicato - ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo ministro e segretario di Stato presentate da sua eccellenza il cavaliere Benito Mussolini e ha nominato Capo del Governo, Primo ministro e segretario di Stato sua eccellenza il cavaliere maresciallo d'Italia Pietro Badoglio"». 

Dopo il comunicato alla radio, comincia la lunga “kermesse” nella quale gli italiani manifestano, quella notte e nei giorni seguenti, la loro gioia per tutto ciò che il 25 luglio rappresenta o si illudono che rappresenti per loro: la caduta del fascismo, la libertà ritrovata, la fine della guerra, la conclusione delle loro sofferenze. Da domani questa gioia esploderà su tutte le piazze, per il momento è solo una minoranza a rendersi conto e a cercare di dare un significato a quello che è successo. A Roma e a Milano sono infatti gli intellettuali antifascisti, le avanguardie popolari, a dare il tono a questa “kermesse”. E in entrambe le città sono i grandi giornali, il Messaggero a Roma e il Corriere della Sera a Milano, a fornire il punto di ritrovo più immediato. Perché è qui, con le leggi sulla stampa del 1925, che è cominciato il fascismo. Ed è qui, di conseguenza, che bisogna esorcizzarlo, riconnettendo idealmente il filo della libertà spezzato da vent'anni. Su questa rinascita della libertà di stampa in Italia abbiamo le testimonianze dei tre giornalisti (Arrigo Benedetti, Mario Pannunzio e Gaetano Afeltra) che curarono l'edizione straordinaria del Messaggero e del Corriere della Sera la notte del 25 luglio 1943. Val la pena di riascoltarle. 

25 luglio 1943 balcone Corriere della Sera

Arrigo Benedetti: «Uscimmo da Aragno cantando l'inno di Mameli e gridando "Abbasso il duce!". La gente, che era numerosa e camminava lungo il corso in cerca di fresco, ci salutava romanamente e non sapeva che cosa fosse successo. Svoltammo l'angolo verso il Messaggero. A un certo punto si spalancò una finestra a via del Tritone e una donna si affacciò urlando piena di gioia: "Tutto è finito, tutto è finito, se Dio vuole!"». 

Gaetano Afeltra: «All'improvviso, dalla stanza di fronte, uno stenografo gridò: "Venite, venite!". Era la radio che in quel momento trasmetteva il comunicato straordinario: " ... il cavaliere Benito Mussolini ... Badoglio Capo del Governo ... il re assume tutti i poteri".

I telefoni cominciarono a squillare. La gente chiedeva che cosa era successo: se la notizia era vera e quanto altro, eventualmente, sapessimo. Ma noi non sapevamo niente di più di quanto la radio aveva trasmesso».

Mario Pannunzio: «Non so chi propose di andare al Messaggero. Risalimmo il Tritone ed entrammo nella sede del giornale. A quell'ora il giornale era deserto, perché era domenica e i giornali il lunedì non uscivano. Trovammo un redattore che chiamò alcuni operai che erano a casa. Di lì a pochi minuti gli operai arrivarono ed io, insieme con Benedetti ed alcuni altri amici, cominciammo a preparare un'edizione straordinaria». 

Arrigo Benedetti: «Allora Pannunzio ed io ci mettemmo a scrivere una specie di articolo di fondo, una noticina che praticamente dava notizia di quello che era successo, cercando di dare subito un'impostazione politica precisa, in modo che fossero chiare le cause della sconfitta e di tutto quello che stava avvenendo».

Mario Pannunzio: «Mentre io e Benedetti buttavamo giù l'articolo di fondo, sentimmo un vocìo che veniva dal pianterreno e qualcuno ci avvertì che la folla stava penetrando nella sede del Messaggero per occuparlo. Scendemmo giù di corsa, cercammo di fronteggiare insieme con i redattori la folla che stava già mareggiando dentro la sede del giornale e, spiegando che non c'era più il direttore Alessandro Pavolini e che coloro che stavano li erano degli antifascisti che l'avevano occupato prima di loro, riuscimmo a calmarli e a rimandarli indietro». 

Arrigo Benedetti: «Per precauzione, andai nella stanza delle "linotypes", sempre con quell'aria di essere in casa altrui perché eravamo lì senza il permesso di nessuno, e per prudenza dettai l'articolo al linotipista. Così eravamo sicuri».

Mario Pannunzio: «Uscimmo dal Messaggero verso le tre di notte. L'edizione straordinaria era già diffusa tra la folla che in quel momento era enorme. Molti erano andati al Quirinale e tornavano verso il centro della città. Ricordo che il titolo del giornale era "Viva l'Italia libera". Il giornale fu poi appeso nei tram, negli autobus, alle cantonate. Naturalmente l'edizione straordinaria fu soppressa. Le autorità militari giudicarono infatti l'articolo di fondo troppo audace e pericoloso per l'ordine pubblico in un momento così delicato per il Paese».

Gaetano Afeltra: «Albeggiava. Anche noi però volevamo vedere con i nostri occhi quel che stava accadendo a Milano. Sapevamo di bandiere, inni di Mameli, inni di Garibaldi, soldati al braccio di borghesi, una festa, la gente che si abbracciava. Stavamo per scendere in strada quando ci dissero che un corteo si dirigeva al Corriere; centinaia di persone con alla testa Gasparotto, il vecchio parlamentare dimenticato per lunghi anni, che appariva quel mattino fresco come una recluta. Si sentivano evviva, applausi. I dimostranti chiedevano che il Corriere si facesse interprete della folla per l'immediata scarcerazione dei detenuti politici. In quei giorni San Vittore, infatti, era zeppo di antifascisti, c'erano state retate senza pietà. Il tumulto e le grida crescevano. Si aprì il balcone e, non so come, fui spinto innanzi. Parlai. Dissi che il Corriere aveva già chiesto dalle sue colonne l'immediata scarcerazione di tutti gli antifascisti e che quello era il primo giorno di libertà per tutti: per quelli che erano fuori e per quelli che ingiustamente erano dentro. Fu come un urlo. Buttai dal balcone le prime copie del giornale ancora calde di inchiostro e la libertà di stampa apparve sotto gli occhi di tutti».

La notizia, ormai, vola di bocca in bocca e accende di gioia i cuori di milioni di uomini. Il Paese è in festa. Il futuro riserverà ancora giornate di amarezza e di lutto. Ma oggi è una giornata di festa, un culmine di commozione e di gioia, sufficiente ad illuminare tutti i dolori che verranno e a dar la forza di affrontarli e sopportarli. La dittatura è unita. La gente riassapora finalmente il gusto dimenticato della libertà. 

«Il 25 luglio - scriverà Filippo Sacchi sul Corriere della Sera - per la prima volta in vent'anni l'Italia ha sorriso».

25 luglio 1943 Roma 

 

Bibliografia:

Tito De Stefano in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

 

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Il 25 luglio: gli aspetti politici

23 Juillet 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

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 Ormai conosciamo quasi ogni dettaglio, ora per ora, della giornata del 25 luglio 1943 o, per dir meglio, di quegli eventi che si svolsero dall'inizio, in Palazzo Venezia, della riunione del Gran Consiglio del fascismo, nel tardo pomeriggio di sabato 24 luglio, sino alla notizia dell' arresto di Mussolini diramata la sera successiva.

Il ritmo drammatico di quelle ore continua ad eccitare la fantasia degli scrittori mentre gli storici - in base alla abbondanza di dati che, pur tra ombre residue, permettono ora la conoscenza delle azioni dei grandi protagonisti (il fascismo, la Corona, le forze armate, l'antifascismo, i tedeschi e gli anglo-americani) - cercano di valutarne le cause, il significato e le conseguenze.

Lo smarrimento da cui era pervasa tutta la classe dirigente fascista, Mussolini compreso, di fronte all'inevitabile disastro; il completo disfacimento di quella totalitaria organizzazione fascista, dalla milizia alle corporazioni, che aveva per tanti anni soggiogato il Paese; la prova di fedeltà allo Stato, impersonato dal re, fornita dalle forze armate, dalla polizia e dalla burocrazia; i limiti oggettivi dell'azione del monarca; la larga base popolare dell'antifascismo dimostrata dalle spontanee esplosioni di giubilo che ripulirono in una notte tutte le nostre città dai simboli fascisti e dettero segni non equivoci di avversione alla guerra nazista; la follia hitleriana che trascinava a totale rovina la Germania e pretendeva pari assurdo sacrificio dal proprio alleato; la diffidenza anglo-americana e la difficoltà di contatti tra i belligeranti: sono questi i dati di un avvenimento storico che non può essere rimpicciolito alle proporzioni di una congiura di palazzo.

Mussolini, entrato in guerra con confessata impreparazione e con la sicurezza di una rapidissima conclusione, si trovò legato alla Germania più che non desiderasse, e obbligato ad una guerra di lunga durata in cui ogni giorno marcava la sproporzione tra le risorse di ogni altro belligerante e le possibilità di resistenza italiane.

Accecato dalle vittorie tedesche non si rese conto - come invece ai più attenti osservatori fu chiaro prestissimo, prima ancora della incredibile campagna di Grecia, del crollo dell'Impero di Etiopia e della clamorosa denuncia di Graziani sulle insufficienze militari in Africa Settentrionale - che la nostra guerra era perduta.

Gli avvenimenti africani dell'autunno 1942 (offensiva di El-Alamein, sbarco alleato in Africa Settentrionale) e le notizie di Stalingrado e della controffensiva sovietica che provocò il disastro dell'ARMIR non lasciarono però dubbi a nessuno e seminarono il panico nelle file fasciste.

Fu vano il tentativo di rianimarlo con «l'ultima ondata », con la segreteria Scorza e con un nuovo capo della polizia. Facendosi eco degli umori dei loro camerati anche i più alti gerarchi, sia pure in modi e toni diversi, non nascondevano più malcontento e critiche al loro capo.

Mussolini intanto, alla ricerca di una via di uscita, si dibatteva tra i più disparati progetti: portare la guerra in Spagna; indurre Hitler alla pace con l'Unione Sovietica per concentrare le forze dell'”asse” contro gli anglo-americani; lanciare una politica di europeismo che attenuasse l'avversione dei popoli contro l'egemonia tedesca; tentare sondaggi presso gli Alleati attraverso l'ambasciatore a Madrid; imbastire una azione congiunta con Romania e Ungheria per trattare con gli anglo-americani prospettando i pericoli della penetrazione sovietica nella zona danubiana. Infine tentò l'ultima carta a Feltre sperando di convincere Hitler a concedergli forti aiuti in aerei e in carri armati od autorizzarlo a sganciarsi.

Hitler Mussolini al Brennero

In questa crescente ansietà, che era la probabile causa del male che affliggeva Mussolini dall'autunno 1942, gli sembrò forse una via di uscita accettare la convocazione del Gran Consiglio. Vi trovò, e non lo ignorava, la ribellione dei suoi gerarchi più fedeli, sia di quelli, come Farinacci, che si sapevano strettamente legati ai tedeschi, sia di quelli come Grandi, Federzoni, Bottai e Ciano che denunciarono la slealtà dell'alleato e che, con la maggioranza, rivolsero al re l'invito a riassumere «per l'onore e la salvezza della patria, con l'effettivo comando delle forze armate, quella suprema iniziativa di decisione attribuitagli dalle istituzioni».

A poche ore dalla fine di quella seduta, Mussolini era in stato di arresto, la sua milizia aveva accettato il fatto compiuto e tutte le organizzazioni fasciste si erano dileguate prima ancora di essere disciolte.

Se mai dunque v'era stato tra i membri del Gran Consiglio un programma di successione, i fatti ne dimostrarono subito l'assurdità e l'impossibilità. Il fascismo aveva dichiarato il proprio fallimento.

Sollecitazioni ad agire erano state rivolte da mesi al monarca sia da parte fascista come da parte antifascista; interventi non equivoci ci furono anche da parte di militari. Il re ascoltava tutti senza parlare, ma evidentemente annotava tutto; nel più rigoroso segreto predisponeva le tessere di un mosaico che si rivelò solo alla fine e dopo molte apparenti incertezze e ambiguità. Bisogna riconoscere che si trattava di una decisione né facile né agevole ad eseguirsi. Avendo accettato per tanti anni di condividere le responsabilità del fascismo e anche quella della guerra, al re non rimaneva altra giustificazione per il suo intervento all'infuori dello stato di necessità. I suoi scrupoli, la sua prudenza e quel che fu chiamato il suo gretto costituzionalismo gli impedivano di muoversi prima di avere avuto certezza di comune consenso e gli facevano rifuggire vie che fossero fuori dell'ambito degli ordinamenti esistenti.

Il re conosceva bene il travaglio del mondo fascista, ma sapeva anche disorganizzato, impotente e diviso il campo antifascista verso il quale si dirigeva ormai la massa dei cittadini.

Aveva motivo di preoccuparsi per la coalizione formatasi a Milano tra un forte movimento socialista, il Partito Comunista e il Partito d'Azione che vi portava la sua intransigente pregiudiziale rivoluzionaria e repubblicana e cercava di ostacolare i tentativi della coalizione delle correnti di democrazia liberale, socialista e cristiana che, formatasi a Roma intorno a Bonomi, si adoperava a sollecitare l'intervento della monarchia considerata in quel momento la sola forza in grado di affrontare la liquidazione del fascismo e il ritiro dell'Italia dalla guerra dell'”asse”.

Contribuì a migliorare la situazione lo spregiudicato senso della realtà dei comunisti che, fallito l'appello a qualche capo militare e allo stesso Badoglio, constatate le difficoltà di risolutivi moti popolari, pur senza sottovalutare l'importanza e il significato degli scioperi del marzo 1943, dettero mandato a Concetto Marchesi di trattare con la coalizione delle democrazie e intanto, per il tramite di Carlo Antoni e la principessa di Piemonte, fecero pervenire al Quirinale assicurazioni sul loro contegno in caso d'intervento regio.

Finalmente il 4 luglio 1943, raggiunta una intesa generale tra i partiti antifascisti, i delegati delle organizzazioni clandestine riunitisi a Milano, decisero:

- di costituire un unico comitato di coordinamento delle correnti antifasciste;

- di non ostacolare, ed anzi facilitare l'eventuale intervento regio per la fine del fascismo e della guerra;

- di impegnarsi tutti insieme sul piano rivoluzionario se l'intervento regio non si fosse verificato;

- di collaborare in ogni caso lealmente al ristabilimento di libere istituzioni democratiche e di non riprendere la propria libertà di azione se non dopo aver raggiunto questo obbiettivo comune.

Così, solo dopo il 4 luglio, al Quirinale poté pervenire la certezza della collaborazione di tutte le correnti antifasciste.

sbarco alleato Sicilia 27 sbarco alleato Sicilia 4

Il 10 luglio lo sbarco degli Alleati in Sicilia fornì l'evidenza dello stato di necessità. Ancora una battuta di arresto per il convegno di Feltre e l'illusione che Mussolini riuscisse a carpire il consenso di Hitler per lo sganciamento dall'alleanza. Con il fallimento di quel convegno, non esistevano più giustificazioni possibili per altri indugi e la decisione del re fu infine presa. La deliberazione del Gran Consiglio del fascismo gli offrì la legittimazione formale per l'intervento e l'occasione per anticiparlo di 24 ore.

Il più rigoroso segreto aveva accompagnato i preparativi dell'intervento regio. I contatti con Grandi e gli altri gerarchi della fronda fascista; quelli con Bonomi, Soleri e altri esponenti antifascisti; le predisposizioni per cui da mesi si assicuravano al Comando dei Carabinieri, allo Stato Maggiore, alla polizia uomini convinti della necessità di liberare l'Italia da Mussolini e dalla soggezione tedesca; i piani che il generale Castellano preparava in continuazione per l'arresto del dittatore: restarono, cosa davvero rarissima, sconosciuti alle varie polizie segrete tedesche e ai servizi d'informazione fascisti. Nessuno, e forse neanche il ministro della Real Casa Acquarone, fu in grado, fino agli ultimissimi giorni o addirittura fino all'ultimo giorno, di conoscere le vere intenzioni del re.

«Non esiste segreto in Italia» aveva detto Vittorio Emanuele a Bonomi nel colloquio del 2 giugno. Ed egli mantenne il suo segreto al punto che ognuno poté poi parlare di esitazioni, di cinismo, di ambiguità e di tradimento, ma nessuno poté prima conoscere e far fallire i suoi piani.

Dispiacque agli antifascisti che la revoca di Mussolini fosse legata alla deliberazione del Gran Consiglio fascista quasi a riconfermare la continuità del regime. Dispiacque la formazione di un governo in cui, oltre i militari, non v'erano che funzionari iscritti al partito fascista.

«Il modo - aveva sostenuto Bonomi riflettendo le aspirazioni e il patriottismo della parte antifascista - non può essere che questo: abbattimento della dominazione fascista e instaurazione di un governo nettamente antifascista che separi l'Italia, l'Italia del Risorgimento e di Vittorio Veneto, dalla Germania di Hitler e del nazismo. Gli uomini complici del fascismo, gli assertori, sino a ieri, della vittoria dell'”asse”, gli antichi nemici delle democrazie non sono qualificati a concludere una pace di dignità. Essi possono chiedere la resa incondizionata, non possono ricondurre l'Italia nel consesso delle libere nazioni».

1943 25 luglio messaggio Badoglio

Strideva dunque la frase del proclama reale:

«Ognuno riprenda il suo posto di dovere, di fede, di combattimento; nessuna deviazione deve essere tollerata, nessuna recriminazione può essere consentita».

E sconcertante apparve il proclama di Badoglio:

«La guerra continua. L'Italia, duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data».

Queste frasi permisero, dopo l'8 settembre, alla propaganda nazista di denunciare il “tradimento italiano”. Ma i documenti ritrovati negli archivi del ministero degli Esteri e del ministero della Guerra tedeschi provano che già da mesi, prima del 25 luglio 1943, Hitler, mentre parlava il linguaggio della solidarietà e dell'amicizia, predisponeva i piani e le Divisioni per l'occupazione dell'Italia.

Purtroppo non era un compito difficile e Vittorio Emanuele lo sapeva quando, il 15 maggio 1943, redigeva in malinconici appunti l'inventario delle forze armate italiane disponibili nella Penisola: 

«Abbiamo ora tre Divisioni in Piemonte ed in Liguria che non si possono spostare perché sono la riserva delle scarse truppe che occupano la Provenza; una Divisione paracadutisti in costituzione a Firenze; tre Divisioni presso Roma; una Divisione in Calabria; una Divisione in Puglia; sette o otto Divisioni da ricostituire nella Valle Padana. Delle Divisioni che sono nella penisola solo due sono complete e cinque efficienti... tutte queste Divisioni sono di sei battaglioni scarsamente provveduti di armi di accompagnamento, le artiglierie divisionali sono antiquate, non vi sono unità di carri armati salvo i pochi carri dei tedeschi. Questo stato di cose è certamente noto agli anglo-americani a cui sono anche note le misere condizioni della nostra flotta (ridotta a tre navi di linea, quattro incrociatori leggeri e dodici cacciatorpediniere) e della nostra aeronautica ». 

Anche i tedeschi sapevano che il nerbo dell'esercito italiano era stato distrutto in Africa, in Grecia ed in Russia; non si facevano illusioni sulle possibilità di ulteriore resistenza italiana.

I rapporti tra italiani e tedeschi non erano mai stati improntati, nel corso della guerra, alla migliore confidenza: decisioni di capitale importanza rese note all'ultimo secondo; condotta di guerre autonome e parallele più che concertata condotta di una guerra globale; geloso segreto sulle notizie fornite dallo spionaggio anche se riguardanti l'alleato; segreto ancor più severo non solo sulle armi in preparazione, ma anche su quelle possedute (come il radar di cui rimase priva la marina italiana) furono le caratteristiche di quella strana alleanza.

Quando poi fu chiaro che la strapotenza anglo-americana, con eccezionale concentrazione di armi e di unità modernissime, si sarebbe rovesciata sull'Italia individuata come il punto debole della fortezza europea, la situazione italiana non fu più vista se non in funzione della difesa della Germania. Sarebbe stato impossibile contestare all'Italia il diritto di ritirarsi da una guerra che non era più in grado di sostenere e i cui scopi erano ormai irraggiungibili. Ma la follia hitleriana vietava ai tedeschi, così come ai loro alleati, di dubitare della vittoria finale; ogni proposito di pace era considerato tradimento.

Così tra il 10 ed il 16 maggio, proprio nello stesso tempo in cui Vittorio Emanuele III tracciava il triste inventario delle residue forze italiane, venne preparato per lo Stato Maggiore Generale tedesco un «panorama della situazione nell'eventualità del ritiro dell'Italia dalla guerra », e si preparò il piano “Alarico” per le necessarie contromisure. Rommel fu destinato a tale compito. Perché le armi tedesche fornite agli italiani non potessero essere usate contro la Germania, nel caso di un colpo di Stato a Roma seguito dal ritiro dell'Italia dalla guerra, Hitler evitò di soddisfare le richieste di Mussolini. Il 20 maggio dette addirittura ordine di ridurre al minimo i rifornimenti di munizioni alle batterie antiaeree italiane. Ai primi di giugno, in esecuzione del piano “Alarico”, furono date disposizioni per lo spostamento dall'ovest delle Divisioni destinate al controllo dei passi alpini e al disarmo delle Divisioni italiane in Francia, nonché all'occupazione dell'Italia Settentrionale. Per garantirsi da ogni indiscrezione Hitler conservò sui movimenti del piano “Alarico” il massimo segreto possibile riservandosi personalmente ogni decisione.

Il 25 luglio, quando scattò il piano di Vittorio Emanuele, i tedeschi avevano in Italia otto Divisioni di cui quattro poderose Divisioni corazzate, e tutte munite di una ricchissima dotazione di mezzi automobilistici che rendeva loro facile qualsiasi concentramento, mentre almeno altre otto Divisioni tedesche erano concentrate nella zona di Innsbruck pronte a scendere in pochi giorni in Italia come cominciarono a fare dal 26 luglio.

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Si è a lungo discusso sulla mancanza di previe intese con gli anglo-americani o almeno sulla rapidità di decisioni riguardo alla cessazione della guerra.

È difficile dire se la prima cosa sarebbe stata possibile mantenendo il rigoroso segreto che era indispensabile per il successo del colpo di Stato. È stata inoltre proprio una caratteristica di questa guerra lo strano isolamento per cui, malgrado i soliti servizi di spionaggio negli stati neutrali, non vi fu possibilità di contatti ufficiosi o almeno di contatti utili con le potenze dell'altro campo. La diffidenza dominò sino alla fine e anche i fatti successivi all'armistizio provarono quanto difficile fosse influire sui propositi politici e ancor più sui piani militari predisposti dagli angloamericani. Non era facile neppure superare l'avversione e il sospetto contro quel che era chiamato il machiavellismo monarchico fascista.

Ora sappiamo che, subito dopo il 25 luglio, Hitler predispose il piano “Student” per l'occupazione di Roma e la restaurazione del governo fascista. Dovette sembrare a Badoglio che occorresse anzitutto guadagnare tempo, neutralizzare i fascisti, riorganizzare l'esercito, far rientrare in Patria i nostri soldati dislocati fuori dai confini e preparare in qualche modo agli eventi il popolo italiano. Per un po' dovette durare anche l'illusione di potere ottenere da Hitler, con Guariglia, quel consenso allo sganciamento che inutilmente aveva sperato Mussolini.

Ma il tempo giovava anche ai tedeschi che fecero affluire altre Divisioni al di qua del Brennero e le predisposero in modo da impedire ogni libertà di movimento delle nostre truppe.

Le accese polemiche tra coloro che si aspettavano l'immediata denuncia dell'alleanza e coloro che per quarantacinque giorni, mantennero con i tedeschi quei rapporti di reciproco inganno, possono ora considerarsi con maggiore consapevolezza del rischio che si correva. Una denuncia improvvisa e clamorosa, per le ripercussioni che avrebbe potuto avere nei paesi satelliti e in Germania, avrebbe scatenato subito le contromisure tedesche. L'episodio avrebbe potuto non avere né durata né effetti maggiori di quelli che ebbe in Germania, un anno dopo, il 20 luglio 1944, la congiura dei generali.

Fu generosa, ma ingenua illusione di alcuni, e perciò scottante fu la delusione e acerbe furono le critiche, che si potesse raggiungere l'immediato ritiro dell'Italia dal conflitto e che la tragica situazione in cui eravamo stati trascinati con la guerra a fianco della Germania potesse risolversi senza pagare un duro prezzo di riscatto.

Delle due operazioni: liquidazione del fascismo e ritiro dalla guerra, cui era diretto l'atto del 25 luglio, la prima fu sostanzialmente compiuta almeno quanto bastava per consentire al popolo italiano di conoscere finalmente la verità e di riacquistare coscienza di sé e delle proprie responsabilità; la seconda, dati gli uomini e la situazione, non poteva avere altre prospettive che la resa incondizionata, la reazione tedesca e la prosecuzione delle ostilità sul nostro territorio.

Potrebbe sembrare un disastroso bilancio, ma dalla liquidazione del fascismo sorsero nuove energie e nuove situazioni che in definitiva salvarono l'Italia anche dal disastro finale.

Il 25 luglio non fu fatto di popolo, ed in ciò aveva i suoi limiti; ma segnò la fine di una politica autoritaria che affidava a pochi e ad uno solo ogni decisione. Quella sera stessa il popolo fece sentire la sua voce e da allora, di fatto, riprese in mano il proprio destino. Se lo forgiò con la Resistenza e con la guerra partigiana che dettero testimonianza non discutibile del vero animo degli italiani.

Questo primo vero miracolo italiano ci permise di riguadagnare dignità e fiducia nell'avvenire, di salvare l'unità fondamentale e l'indipendenza della Patria, di assicurarci liberi ordinamenti democratici e di rientrare con onore nel consesso delle nazioni.

 

 

Bibliografia:

Leone Cattani in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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Roma 19 luglio 1943

16 Juillet 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

1943 19 luglio Roma bombardata bombardamento roma 8 feriti-incursione-aerea.JPG

Le conseguenze furono terrificanti: la cifra esatta dei morti non si saprà mai - secondo Cesare De Simone (Venti angeli sopra Roma-Mursia, 1993) il numero dei deceduti va compreso tra i duemilaottocento e i tremila e seimila feriti, diecimila case in macerie o lesionate, quarantamila cittadini senza tetto. Si dice che al cimitero del Verano duramente colpito si scoperchiassero perfino i sepolcri: mentre i vivi venivano sepolti dalle macerie, i morti con i loro scheletri uscivano fuori dalle tombe. Situazione che ispirò a Giuseppe Ungaretti quella straordinaria poesia “cessate di uccidere i morti, non gridate più, non gridate / Se li volete ancora udire / se sperate di non perire”.

1943 Roma scalo san lorenzo bombardato bombardamento roma 13

Oggi una targa a terra nei giardini pubblici, lunga decine di metri, reca i nomi delle vittime identificate. I romani rimasero atterriti, perchè divenne lampante a tutti la scarsità delle misure esistenti a difesa della popolazione, l'insufficienza della controaerea italiana e in molti casi anche l'inesistenza di validi rifugi.

 

I veri eroi furono i vigili del fuoco che lavorarono in condizioni impossibili con la sola forza delle braccia e con pale e picconi, un eroismo umile e nascosto, ne morirono ventiquattro ed anche il comandante dei carabinieri generale Azzolino Hazon che era accorso sul posto. È rimasto nella memoria della città la visita del Papa nel pomeriggio stesso dell'evento Pio XII che si inginocchia davanti alle macerie della basilica di San Lorenzo e benedice la folla che gli si stringe intorno. Ben diversa l'accoglienza riservata al sovrano, la sua limousine fu fatta oggetto di sassate e di grida ostili che gli consigliarono un rapido dietro front mentre un coro di donne gli gridava: "non vogliamo le vostre elemosine, vogliamo la pace, fate la pace”.

1943 una via di Roma bombardata 1943 Papa Pio XII Roma bombardata

Il terrore era l'obiettivo politico che gli Alleati si proponevano di ottenere: e questo fu ampiamente ottenuto. Una settimana dopo il fascismo era franato, Mussolini destituito, l'Italia tornata nelle mani del re e del governo da lui nominato. Ma nei 45 giorni del governo Badoglio, impiegati in trattative segrete, si consumò il vero tradimento dell'Italia non nei confronti dell'alleato tedesco, nei confronti del popolo italiano che non si pensò in nessun modo di proteggere. Questa fu la vera tragedia dell'8 settembre, ma anche la sua grandezza. Come commenta Giorgio Bocca “il popolo restò abbandonato ma libero, ... libero di decidere finalmente di se stesso e da se stesso, cosciente che poteva fare a meno di re, di marescialli e di tutta quell'altra accolita che per anni aveva vissuto alle sue spalle”.

Anna Maria Casavola

Direttore responsabile editoriale

di “Noi dei Lager

 

Da “Noi dei Lager” pubblicazione dell’Associazione Nazionale Ex Internati di giugno 2013

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La nascita dell'ONU

28 Juin 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

Un nuovo ordine internazionale

All'inizio, il trauma della terribile tragedia vissuta dall'umanità spingeva tutti gli Stati a rifondare l'intero sistema internazionale su basi diverse, capaci di garantire per sempre il mondo da altre follie. Da un lato, si cercava di chiudere i conti con il passato: era un tentativo difficile, non privo di contraddizioni e veri e propri drammi. L’evento più eclatante a questo proposito fu il processo di Norimberga che si tenne tra il novembre del 1945 e l'ottobre del 1946, destinato a lasciare un segno indelebile nella coscienza dei popoli e nella giurisprudenza internazionale.

Dall'altro lato, sin dal 1941 le potenze alleate si erano poste il problema di stabilire nuove regole di convivenza che venivano formalizzate durante la Conferenza di San Francisco con la nascita, il 26 giugno 1945, della Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu).

La nuova organizzazione internazionale sostituiva la Società delle Nazioni e si proponeva di emendarne i difetti, anche se ne ereditava gran parte dei princìpi guida, a partire da quello dell'eguaglianza delle nazioni, tutte con diritto di voto nell'Assemblea Generale, massimo organo deliberante dell'Onu. Come contrappeso veniva creato il Consiglio di Sicurezza, le cui decisioni erano vincolanti su questioni fondamentali, quali le modifiche allo statuto, l'adesione di nuovi Stati e alcuni interventi di particolare rilievo, per esempio azioni militari. Lo componevano quindici membri, dieci eletti a turno tra tutti gli Stati, cinque permanenti - Usa, Urss, Gran Bretagna, Francia e, a partire dal 1971, la Cina - dotati di diritto di veto, un diritto di cui soprattutto Urss e Usa fecero uso così ampio da diventare un potente freno all'attività dell'Onu. Al pari della Società delle Nazioni, anche l'Onu si sarebbe perciò trovata troppo spesso inadempiente rispetto ai due obiettivi che si era proposta: «salvare le generazioni future dal flagello della guerra» e «promuovere il progresso economico e sociale di tutti i popoli».

 

ONU organigrammaLo schema rappresenta i principali organi che compongono l'Onu in base alle regole determinate dalla Carta delle Nazioni Unite. Il Consiglio di Sicurezza rende applicative le proprie decisioni se ottiene 9 voti favorevoli su 15, compresi i voti di tutti e cinque i membri permanenti.

L’Assemblea Generale, composta attualmente da 191 rappresentanti per altrettante nazioni, si riunisce a New York una volta l'anno. L’Assemblea ha il potere di allestire un esercito internazionale (caschi blu) per preservare la pace in aree del mondo dove è minacciata o per garantire l'ordine in contesti di violenza etnica o politica.

Assemblea elegge ogni tre anni i membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza, i membri dei Consigli economici e sociali e della Corte internazionale di Giustizia dell'Aja. Alcune organizzazioni o agenzie internazionali, pur operando autonomamente, collaborano strettamente con l'0nu per promuovere iniziative a favore del tenore di vita e dei diritti dell'uomo. Tra queste ricordiamo l'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), l'Organizzazione per l'educazione, la scienza e la cultura (Unesco), il Fondo internazionale per l'infanzia (Unicef), l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e il Fondo monetario internazionale (Fmi).

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per non dimenticare Pierino Erba, Carlo Parravicini, Remo Chiusi e Mario Somaschini

22 Juin 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

per non dimenticare Pierino Erba, Carlo Parravicini, Remo Chiusi e Mario Somaschini

16 e 17 giugno 1944

l'ANPI di Lissone ricorda i quattro giovani partigiani lissonesi fucilati:

mercoledì 17 giugno 2015 in Piazza Libertà  dalle ore 16 alle 19,30.

Un uomo muore solo quando più nessuno si ricorda di lui

 

Pierino Erba                                                            Carlo Parravicini

 

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Remo Chiusi                                                Mario Somaschini

 

Giovedì 15 giugno 1944

Sono ormai quattro anni che l’Italia è in guerra, fino all’ 8 settembre 1943 al fianco dei tedeschi, ora con gli Alleati, che il 4 giugno hanno liberato Roma. Mentre l’avanzata degli Alleati procede lentamente lungo la penisola, il nord Italia è sotto occupazione nazista: i tedeschi, alla fine di settembre 1943, hanno contribuito alla formazione della Repubblica Sociale Italiana con a capo Mussolini, che ha la capitale a Salò, sul lago di Garda.

Da dieci giorni le truppe alleate, formate da americani, inglesi e canadesi, sono sul territorio francese. L’operazione Overlord, che ha portato più di 1.200.000 soldati sulle coste della Normandia, è in corso anche se la resistenza tedesca si sta rivelando più dura del previsto.

A Lissone da un mese si è formato il locale Comitato di Liberazione Nazionale.

Lo sciopero generale del marzo 1944 (a cui avevano partecipato anche gli operai dell’Incisa, che contava circa 1200 dipendenti e dell’Alecta, 500 dipendenti) aveva ottenuto un grande e lusinghiero successo così da scuotere in Lissone l'assenteismo della popolazione, interessandola alla lotta per la liberazione e a coloro che combattevano per ottenerla.


Lissone, Venerdì 16 giugno 1944.

Da alcune ore i quattro partigiani lissonesi Remo Chiusi, Mario Somaschini, Pierino Erba e Carlo Parravicini, accusati dell’attentato in Corso Milano contro due militi fascisti (avvenuto in tarda serata di ieri), sono nelle mani dei nazifascisti: Erba e Parravicini sono presso la Casa del Fascio di Lissone (l’attuale Palazzo Terragni), Chiusi e Somaschini in Villa Reale a Monza.


Nell'ora di uscita degli operai dal lavoro, gli altoparlanti chiamano a raccolta la popolazione in piazza Ettore Muti (l'attuale piazza della Libertà) per assistere ad uno spet­tacolo. La gente, ignara di quanto stava per accadere, si ferma e s'infittisce in una sospettosa attesa. Ad un certo punto, dalla scalinata della Casa del Fascio scendono due giovani quasi inca­paci di reggersi in piedi per le torture subite: sono Pierino Erba (di 28 anni) e Carlo Parravicini di anni 23. I due partigiani vengono messi davanti alla fontana e fucilati tra lo sgomento della popolazione.

L'incredulità e lo sbigottimento della folla attonita lasciano il posto all'orro­re ed al terrore ed in un attimo la piaz­za si svuota mentre altre raffiche di mitra solcano l'aria.

Ed inizia una sera impregnata di spa­vento, la gente si chiude nelle proprie case ed in paese sembra che il copri­fuoco sia calato in anticipo tanto le vie sono deserte: si sentono solo le scarpe chiodate delle ronde che perlu­strano le strade facendo scoppiare qualche bomba a mano o sventaglian­do contro l'acciottolato delle raffiche di mitra per il sadico gusto di intimidire maggiormente la gente.

L’indomani alla Villa Reale di Monza, Remo Chiusi e Mario Somaschini, entrambi ventitreenni, subiscono la stessa sorte dei loro amici.

Nei giorni seguenti anche Radio Londra nella trasmissio­ne "La Voce della Libertà" ricordava il tragico episodio esaltando il martirio dei quattro patrioti.
Finita la guerra, i solenni funerali dei quattro partigiani lissonesi furono celebrati il 13 Maggio 1945 nella chiesa di San Carlo.


A guerra terminata, sulla tomba a loro dedicata presso il cimitero urbano
 



i Lissonesi scrissero:

“libertà e umanità fu per questi martiri anelito di vita, insofferenza di tirannia, assassinati da piombo fascista e da sevizia nazista, lor giovinezza immolata è monito di pace e di giustizia, cittadini meditate ed imparate”.

 

 

L’anno successivo fu posta sul luogo della fucilazione una targa commemorativa in marmo, recante la scritta “Parravicini Carlo, Erba Pierino, Chiusi Remo, Somaschini Mario nel nome della libertà caddero  trucidati dai nazifascisti il 16 -17 giugno 1944”.

La cerimonia di inaugurazione avvenne alla presenza del Sindaco ing. Mario Camnasio (1946 - 1951).

 

La lapide commemorativa originaria, nel 2005, iniziati i lavori di riqualificazione di Piazza Libertà, è stata ricollocata al cimitero urbano.

 

Inoltre i dipendenti delle O.E.B. Officine Egidio Brugola, a ricordo dei loro colleghi, posero una lapide all’interno dello stabilimento in Via Dante.

Nel 1985, in occasione del 40° anniversario della Liberazione, l’Amministrazione Comunale, Sindaco Angelo Cerizzi, e la Direzione aziendale realizzarono un nuovo monumento in acciaio che reca la scritta ” “Gli operai di questo stabilimento pongono a ricordo dei loro compagni di lavoro SOMASHINI MARIO, ERBA PIERINO, CHIUSI REMO caduti per la libertà”. Ancora oggi nelle ore notturne viene illuminato, a perenne ricordo.

 


Dopo il 25 Aprile 1945, la piazza principale della nostra città (Piazza Fontana per i lissonesi), per un breve periodo fu chiamata Piazza IV Martiri prima di assumere la denominazione attuale di Piazza Libertà. Nel corso del XX secolo la piazza, ha cambiato nome diverse volte: dapprima Piazza della Chiesa (per la presenza della vecchia chiesa), poi, dopo la I guerra mondiale, Piazza Trento e Trieste, in seguito, dal 1934 Piazza Vittorio Emanuele III, quindi Piazza Ettore Muti.

 

nella foto: I Maggio 1945 in Piazza IV Martiri.

Dal balcone di Palazzo Terragni, il socialista monzese Ettore  Reina parla ai lissonesi, attorniato dai membri della locale Sezione del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale)


L’A.N.P.I. lissonese, mentre ricorda il sacrificio di questi quattro giovani concittadini, desidera dedicare anche un pensiero a tutti i lissonesi che in vari modi si opposero al fascismo. Vogliamo ricordare anche chi attuò la cosiddetta Resistenza silenziosa ed i cui nomi non sono riportati nei libri di storia o nei documenti ufficiali, chi lottò nelle file della Resistenza armata, chi fu internato nei campi di concentramento in Germania, tutti coloro che persero la vita perché anche Lissone divenisse una città libera e democratica.

16-giugno-2007.jpg

documento originale sulla fucilazione di Pierino Erba e Carlo Parravicini 

documento originale sulla fucilazione di Remo Chiusi e Mario Somaschini


(i documenti sono l'esatta trascrizione degli originali conservati presso gli Archivi di Stato di Milano)

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Le prime libere elezioni dopo la fine del regime fascista, la scelta tra monarchia e repubblica a Lissone

26 Mai 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #pagine di storia locale

Nel breve spazio di tempo che va dal marzo al giugno 1946, gli italiani furono chiamati alle urne due volte: la prima, per eleggere le amministrazioni comunali, la seconda, il 2 giugno 1946, per scegliere la forma istituzionale dello Stato, monarchia o repubblica, ed eleggere i componenti dell’Assemblea Costituente incaricata di redigere la nuova Costituzione.


Lissone 1946

 

A Lissone, il 3 maggio 1945, nella residenza comunale, il Comitato di Liberazione Nazionale insediò la nuova Giunta municipale, la cui composizione era stata decisa sin dalla riunione clandestina del 12 marzo. Per la scelta del sindaco i comunisti, superando la dura opposizione socialista, avevano comprensibilmente messo «il loro voto a disposizione dei democristiani, appellandosi alla situazione prefascista» e la scelta era caduta su Angelo Arosio, detto Genola. Vicesindaco fu nominato Giuseppe Crippa, comunista, e all'amministrazione andò Federico Costa, socialista. La Giunta fu completata da Mario Camnasio (Dc) all'annonaria, Emilio Colombo (Psi) ai lavori pubblici e Giulio Meroni (Pci) all'assistenza ai quali si aggiunse il ragionier Giulio Palma, rappresentante del Partito liberale, quale assessore supplente.

Giunta-di-Lissone-luglio-1945.jpg   

verbale-insediamento-amministrazione-comunale.jpg verbale-insediamento-amministrazione-comunale-pag2.jpg

Il Comitato di Liberazione Nazionale aprì una grande sottoscrizione per garantire l'assistenza ai più poveri; i fondi furono gestiti ed erogati da una speciale Commissione finanziaria che, oltre dell'assistenza si occupò anche di sostenere l'ospedale della Carità, il patronato scolastico, la scuola professionale di disegno, l'Associazione mutilati e invalidi di guerra e l'Associazione reduci e la Conferenza di San Vincenzo.

La guerra aveva avuto un costo umano ed economico di grandi proporzioni. Notevoli furono le spese sostenute dall'Amministrazione comunale lissonese durante il periodo dell’occupazione tedesca.

In campo internazionale, gli USA, una volta vinta la guerra, furono l'unica potenza in condizioni di prosperità di fronte ad un'Europa terribilmente impoverita e devastata. Perciò, con il preciso scopo di combattere l'influenza sovietica e mostrare agli europei il volto del loro possente capitalismo, gli americani programmarono notevoli aiuti ai paesi europei. Uno strumento importante sorto nel novembre 1943 a Washinghton con il fine di pianificare l'aiuto per la ricostruzione delle zone devastate dalla guerra, fu l'United Nation Relief and Rehabilitation Administration (UNRRA), formalmente sotto il controllo ONU, ma di fatto frutto dell'intervento economico degli USA. Furono messi a disposizione capitali, materiali e generi alimentari.

A Lissone il problema dell'assistenza aveva determinato la nascita nel dicembre del 1945 del Comitato comunale per l'assistenza post-bellica con lo scopo di favorire la distribuzione di vestiario e generi alimentari, mentre il 9 gennaio 1946 il comune fu incluso nel piano di distribuzione viveri e prodotti tessili del comitato provinciale UNRRA. A tal proposito nello stesso anno si formò il comitato comunale di assistenza UNRRA e nacquero contemporaneamente quattro centri di assistenza, ubicati presso la scuola materna comunale di via G. Marconi, l'asilo infantile Maria Bambina di via Origo, la mensa materna ONMI di via Fiume e lo spaccio comunale ECA di piazza Libertà.

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In definitiva nel luglio del 1946 erano assistiti tramite refezione gratuita e distribuzione di generi in natura circa 540 minori e 120 madri, anche se i bisognosi ammontavano in tutto a 900 persone. 

Le prime elezioni libere dopo la fine del regime fascista furono quelle amministrative che furono fissate per il 7 aprile 1946; 5.700 furono i Comuni italiani interessati dal voto.

Alla vigilia delle prime elezioni in cui anche le donne vennero chiamate ad esprimere il proprio parere, nessuna forza politica poté ignorare quale enorme importanza avrebbe assunto l’elettorato femminile, che, con 14.610.845 persone che acquisirono il diritto a recarsi per la prima volta in una cabina elettorale, costituiva circa il 53% del totale.

De Gasperi e Togliatti erano fondamentalmente concordi sull’estensione del suffragio, ma dovettero scontrarsi con la diffidenza che il provvedimento suscitò, per motivi diversi, all’interno dei loro partiti.

De Gasperi Nenni Togliatti

Nel PCI i dubbi circa i risultati delle urne erano legati al timore che le donne si lasciassero troppo influenzare dai loro parroci e dalla Chiesa.

Le perplessità democristiane erano invece legate alla possibilità che, con la nuova partecipazione alla vita politica, esse si allontanassero progressivamente dai valori tradizionali, incrinando così l’unità della famiglia.

Per Nenni e per i socialisti il voto femminile era sicuramente un fatto positivo, ma potenzialmente pericoloso. Il Partito Liberale, il Partito Repubblicano e il Partito d'Azione si mostrarono a volte indifferenti, a volte diffidenti verso il voto alle donne, per timore che risultasse un vantaggio per i partiti di massa.

In Brianza si affermò la Democrazia cristiana, che vinse in tutti i paesi ad eccezione di Albiate e Nova.

Nonostante le preoccupazioni della Questura di Milano, che temendo incidenti, inviò una circolare contenente le direttive per mantenere l'ordine pubblico, anche a Lissone la giornata elettorale trascorse «da parte della cittadinanza in una atmosfera di disciplina e compostezza e di esemplare senso civico».

torre Casa del popolo dopoguerra-comizio.jpg 1948 Comizio

A Lissone, i seggi elettorali erano insediati in piazza IV Novembre, alle scuole di via Aliprandi, alla cascina Santa Margherita. Verso sera, alle 18, l'altoparlante della casa del popolo comunicò i dati riassuntivi: la Dc prese il 58,45% (e 24 seggi), l'Unione dei partiti di sinistra il 36,7% (6 seggi), e infine gli indipendenti con soli 411 voti presero il 4% e nessun seggio in Consiglio comunale. Ma il dato più significativo fu l'affluenza alle urne, che raggiunse il 92% degli iscritti (gli aventi diritto al voto erano oltre 11.000).

Il 17 aprile 1946 si insediò quindi il nuovo Consiglio comunale, e dopo il doveroso ricordo dei caduti della liberazione in un clima di grande rispetto reciproco e di consapevolezza delle difficoltà del momento, la maggioranza, per voce di Bruno Muschiato (che lo presiedeva nella sua qualità di consigliere capolista), chiese «ai colleghi della minoranza [...] la loro collaborazione e specific[ò] che [era] intenzione di riserbare un posto di assessore effettivo al consigliere Federico Costa nella sua qualità di capo riconosciuto dalla minoranza stessa». Dopo il rifiuto del Costa, motivato dalla necessità «di poter svolgere liberamente il compito di controllo e di critica costruttiva che in regime veramente democratico sono indispensabili», Mario Camnasio fu eletto sindaco. 

1949 Lissone Amministrazione comunale 1  1949 Lissone Amministrazione comunale 2

 

Angelo-Arosio-Genola.jpg

«Il lavoro da compiere - sostenne il sindaco uscente Angelo Arosio - è oltremodo difficoltoso e non si può certamente sperare che una bacchetta magica lo possa immediatamente risolvere; il pareggio di bilancio, ad esempio, appariva ben distante da raggiungere. E nonostante si dovesse operare, secondo la Giunta, «più con la riduzione delle spese che con eccessivi inasprimenti di tributi locali o con l'assunzione di mutui, furono applicate dall'amministrazione comunale «la sovraimposta al 3° limite [e] tutte le altre imposte e tasse comunali [...] con le aliquote e nelle misure massime stabilite dalle vigenti disposizioni di legge in materia, e [...] pure sono state applicate le addizionali sulla imposta di famiglia e sulla imposta industria, arti, commercio e professioni». Malgrado gli sforzi e le nuove imposizioni il risultato fu tuttavia sconsolante, poiché «benché applicate al massimo le imposte non hanno seguito il vertiginoso aumento dei prezzi. Infatti [...] le entrate non potranno pareggiare le uscite».

In questa situazione la Giunta affrontò il problema degli alloggi nominando una apposita Commissione comunale, con «mansioni principalmente conciliative per la disciplina dell'importante servizio» e programmando sistemazioni anche precarie per le famiglie degli sfrattati. Inoltre, «constatata la necessità da parte della popolazione e particolarmente dei ceti meno abbienti, di disporre di generi alimentari non razionati di più largo consumo e prezzi equi», fu istituito l'Ente comunale di consumo e programmato un piano organico di opere pubbliche a «sollievo della disoccupazione, sempre più preoccupante in ogni categoria operaia», con il contributo dello Stato. 

2 giugno 1946 file ai seggi manifesto PCI per la repubblica

Il 2 giugno 1946 il corpo elettorale venne nuovamente chiamato alle urne. Gli elettori dovevano scegliere con un referendum tra la monarchia e la repubblica ed eleggere i loro rappresentanti all'assemblea costituente. Vittorio Emanuele III, in un ultimo disperato tentativo di salvare la monarchia aveva meno di un mese prima abdicato in favore di suo figlio, Umberto.

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Ma fu vana impresa e con 12.717.923 (il 54,2%) contro 10.719.284 (il 45,8%) l’Italia divenne una repubblica. Ufficializzata la votazione Umberto inizialmente chiese tempo, affermando che le preferenze per la Repubblica costituivano la maggioranza dei voti validi, ma non la maggioranza della totalità degli aventi diritto al voto.

1946-giugno-Corriere-Repubblica-a.JPG 1946-risultati-Referendum-per-regione.JPG

Furono giorni carichi di tensione, e circolarono voci di un possibile colpo di stato dell' esercito in appoggio al re. Tuttavia De Gasperi e gli altri ministri rimasero fermi al loro posto e infine il 13 giugno il «re di maggio», come venne poi soprannominato, prese la via dell'esilio.

1946-Torino-W-la-Repubblica.JPG 1946 re Umberto II lascia Quirinale

Enrico De Nicola, l'ultimo presidente della Camera prefascista, fu, quindici giorni più tardi, eletto capo provvisorio dello Stato.

Enrico De Nicola I presidente

A Lissone le elezioni si svolsero «in un clima di concordia e di consapevolezza dell'importanza e della gravità» del momento.

scheda elettorale monarchia repubblica Lissone-referendum-2-giugno-1946.jpg

Anche il corpo elettorale cittadino votò in grande maggioranza per la Repubblica (76,2% contro il 23,8% per la Monarchia) e Federico Costa, il 17 giugno, alla prima adunanza del Consiglio comunale dopo il referendum, sottolineò con forza che «la superata crisi dei giorni scorsi per merito dei nostri dirigenti democratici e per la maturità politica di tutto il popolo dimostra quanto fosse retrograda e reazionaria la dinastia che resse i destini del nostro paese per tanti anni».

manifesto per Costituente giugno 1946 lavori Costituente

L'elezione per l'Assemblea Costituente dette inoltre per la prima volta una indicazione precisa della forza dei partiti. A livello nazionale la Dc emerse come primo partito con il 35,2%, seguito dai socialisti con il 20,7% e dal Pci con il 19%. I tre grandi partiti ebbero da soli quasi il 75 per cento dei voti, presentandosi come i dominatori della Costituente. A Lissone la percentuale ottenuta dai tre partiti fu addirittura maggiore, il 94,13%, e lo scrutinio non presentò particolari stravolgimenti rispetto a due mesi prima. La Dc tuttavia perse quattro punti percentuali, e con 5.577 voti ottenne il 54,2%; i socialisti con 3.086 voti ottennero il 29,99%, il Pci con 1.023 voti ebbe il 9,94%. Gli altri partiti si spartirono il 6% rimanente (Democrazia repubblicana ebbe 84 voti; i repubblicani 93; i comunisti internazionalisti 9; il Blocco libertà 41; l'Unione democratico liberale 199 e lo Schieramento nazionale 8. Da notare che nettamente inferiore al dato nazionale fu il risultato raggiunto a Lissone dal Fronte dell'Uomo qualunque, che con 169 voti ottennero un misero 1,64%).

l Unità W la Repubblica ministro Romita vittoria repubblica 

Ricominciava quindi definitivamente la vita democratica, era nata la Repubblica, e la classe dirigente lissonese si rendeva conto che anche dalla rappresentanza comunale «dipende[va] che questa istituzione di liberi cittadini prosperi e si rafforzi in un clima di democrazia, di giustizia, di moralità e di progresso sociale». La minoranza socialista, attraverso Federico Costa, offrì «all'uopo un sincero appoggio» alla Giunta democristiana «in tutte quelle deliberazioni che devono tradursi in un miglioramento delle condizioni del popolo», consci che in città «i problemi da risolvere [erano] numerosi e difficili» e che necessario era soprattutto un riordinamento della materia tributaria, in cui «occorre oculatezza e massima rigidezza, [e] bisogna gravare senza tema di ostilità quelle persone che molto hanno e che nulla vogliono dare per il bene comune».

1946-via-simboli-monarchici.JPG 2 giugno 1946

 

Bibliografia:

Archivi comunali di Lissone

Antonio Maria Orecchia in “La seconda guerra mondiale, la Resistenza, la Liberazione”

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Angelo Arosio Genola, il primo Sindaco di Lissone dopo la Liberazione

15 Mai 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Il 27 aprile 1945 i membri del Comitato di Liberazione di Lissone - Agostino Frisoni, Attilio Gelosa e Gaetano Cavina, si ritrovano in mattinata nel palazzo comunale per predisporre l'insediamento del Consiglio che, con i responsabili dei tre partiti, aveva delineato nella clandestinità.
Bisogna avvisare il nuovo sindaco, che non ne sa nulla.

In quel momento Angelo Genola è nell'orto della sua casa di Via San Martino che, dati i tempi, più che una passione è una necessità: arriva un delegato del partito, Giulio Meroni, e gli "ordina" di andar subito in Comune perché ci sono i democristiani con padre Zanchettin che gli devono parlare. Genola va e si trova di fronte alla scelta già operata dal C.L.N.: rifiuta, non si sente all'altezza, non ha alle spalle esperienze amministrative, non si considera un uomo d'azione, un politico, non ritiene di essere la persona giusta insomma. "Senta padre - si rivolge allo Zanchettin - io faccio la comunione tutti i giorni e mi creda se le dico che preferisco morire piuttosto che fare il sindaco domani." Il gesuita deciso e risoluto gli batte una mano sulla spalla: "Lei, invece, è l'uomo che cercavamo. Se lei è pronto a morire, faccia qualcosa di diverso e di meglio, faccia il sindaco. Se non lo farà lei - e qui il gesuita lo tocca sul vivo - non c'è alternativa: il sindaco sarà comunista." Interviene, ma in un'altra sede, anche don Gaffuri con una minaccia che è un ricatto morale: " Se non accetti, ti depenno dall'Azione Cattolica." Ma, crediamo, sia stata la sua limpida coscienza a decidere: prima si immagonisce e poi piange, ma accetta.

Discende da una famiglia lissonese di stampo antico, patriarcale e profondamente cattolica, gli Arosio Genola, che conduce in proprio una bottega di falegname. Nato nel 1891, a vent'anni appena di leva, è inviato in Turchia, in Macedonia per la precisione, in zona d'operazione; e di ritorno, senza poter usufruire del congedo, è subito spedito al fronte della Grande Guerra. Ferito gravemente, promosso sergente maggiore di fanteria, si distingue in un'azione vittoriosa tanto da venir promosso "aiutante di battaglia". Congedato, sposatosi più volte perché più volte rimasto amaramente e sfortunatamente vedovo, continua la professione paterna interpretandola, però, come un'espressione d'arte: per lungo tempo le sue opere saranno giudicate veri capolavori. Impegnato a tempo pieno nelle attività parrocchiali, ove emergono il suo senso dell'altruismo e della carità, è uomo di Azione Cattolica, Confratello del SS. Sacramento. Moderato, paziente, mite, corretto, antifascista da sempre, tra i primi ad essere chiamato da don Gaffuri per la ricostruzione del Partito Popolare, è sembrato al C.L.N. l'uomo giusto al momento giusto e si rivelerà l'uomo della Provvidenza.

Il giorno seguente, 28 aprile, Sindaco e giunta si presentano alla cittadinanza con questo proclama:

Lissonesi,

grazie alle forze della Liberazione e della Insurrezione si inizia per il nostro paese un nuovo ordine che vogliamo sia di Libertà e Giustizia.

Nell'assumere oggi per l'autorità del C.L.N. l'Amministrazione straordinaria del Comune, sentiamo il dovere di rivolgervi un saluto fraterno e amoroso.

Portiamo nel cuore i nostri soldati morti, mutilati, prigionieri, internati e reduci ed i lutti e dolori che vi affliggono con un vivo desiderio di operare per il bene di tutti.

Cittadini,

il compito è arduo, bando agli individuali risentimenti, collaborate alla restaurazione pronta e duratura delle rovine accumulate dalla disastrosa politica dittatoriale.

Certi della buona volontà dei Lissonesi e confidando nell'aiuto di Dio ci mettiamo al lavoro. Viva l'Italia, Viva la Libertà, Viva la Giustizia.

 

La sera del 3 maggio, il C.L.N. insedia ufficialmente la nuova Giunta Municipale, la cui composizione era stata decisa sin dalla riunione clandestina del 12 marzo. Per la scelta del sindaco i comunisti, superando la dura opposizione socialista, avevano comprensibilmente messo «il loro voto a disposizione dei democristiani, appellandosi alla situazione prefascista" e la scelta era caduta su Angelo Arosio, detto Genola. Vicesindaco fu nominato Giuseppe Crippa, comunista, e all'amministrazione andò Federico Costa, socialista. La Giunta fu completata da Mario Carnnasio (Dc) all' annonaria, Emilio Colombo (Psi) ai lavori pubblici e Giulio Meroni (Pci) all'assistenza, ai quali si aggiunse il ragionier Giulio Palma, rappresentante del Partito liberale, quale assessore supplente. Nando Vismara è un consigliere dell'Annonaria.

Gelosa tiene il discorso di insediamento: "Già in periodo cospirativo il C.L.N. aveva prescelto nelle vostre persone l'autorità che avrebbe dovuto reggere in stretta collaborazione col Comitato stesso le sorti del paese ...”.  Iniziava la vita democratica di Lissone.

CLN Lissone e I giunta municipale
membri del CLN lissonese, componenti della Giunta e del Consiglio comunale (Maggio 1945)

In primo piano da sinistra:

Leonardo Vismara, Attilio Gelosa, Gaetano Cavina, Agostino Frisoni e Giuseppe Parravicini

in seconda fila al centro, il Sindaco ANGELO AROSIO

 



verbale di insediamento dell'Amministrazione comunale di Lissone - 3 Maggio 1945
 

manifesto del 3 maggio 1945 firmato dal Sindaco Angelo Arosio Genola


documento del 25 maggio 1945 recante la firma del Sindaco Angelo Arosio Genola
firma-sindaco-Arosio-Angelo-Genola.JPG

Bibliografia:
- Archivi Comunali
- “E questa fu la storia” di  Silvano Lissoni – Arti Grafiche Meroni - Lissone 2005
 

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8 maggio 1945: in Europa la guerra è finita

15 Mai 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

IL-TEMPO-8-maggio-1945.jpg

 

C'è una fotografia che ritrae dei bambini intenti a giocare con armi e proiettili sparsi sul terreno, nel cortile di un grande caseggiato. E' finita.



Nel bunker della Cancelleria, a Berlino, Hitler ha ucciso Eva Braun, poi si è sparato. Ha voluto che anche il suo cane prediletto, Blondi, venisse abbattuto. Poi, i camerati hanno bruciato i corpi di Adolf e della moglie.

 

La Repubblica di Salò non ha vissuto che diciotto mesi.

Mussolini non ha molte illusioni; confida al prefetto Nicoletti: «I tedeschi perdono sempre un'ora, una battaglia, un'idea». Il cardinale Schuster, che riceve Mussolini in Arcivescovado, lo descrive come «un uomo senza forza di volontà che muove incontro al suo fato senza reazione».

Alle 16.20 del 28 aprile, a Giulino di Mezzegra, davanti al cancello arrugginito di una villa, cadono fucilati Benito Mussolini e la sua amante Clara Petacci, che ne ha voluto condividere il destino.

Il 7 maggio il Grande Reich firma l'atto di resa senza condizioni: al posto del Führer comanda l'ammiraglio Donitz, eletto suo successore.

A Berlino si contano cinquemila suicidi. Sono arrivati quelli dell'Armata Rossa e non guardano tanto per il sottile, ma dicono le donne che ricordano i terribili bombardamenti: «Meglio un russo sulla pancia che un americano sulla testa».

Il 6 agosto, gli americani sganciano la prima atomica su Hiroshima, tre giorni dopo tocca a Nagasaki: due lampi accecanti, che sviluppano una temperatura di milioni di gradi, diecimila volte più del sole.

Si contano le perdite: l'URSS raggiunge la cifra enorme di 37 milioni, di cui 12 sono i caduti. Più di settantamila città e villaggi risultano distrutti, 30 mila fabbriche sono in rovina, 25 milioni di persone sono senza casa.

Gli americani non arrivano, tra morti e dispersi, a 400 mila; i francesi, tra prima e dopo l'armistizio, 275 mila; gli inglesi 330 mila; l'Italia ha avuto, tra militari e civili, 309.453 morti e 135.070 dispersi. Le perdite tedesche sarebbero state di 2.250.000 caduti e di un milione e mezzo di dispersi. Il Giappone, tra feriti, dispersi e deceduti, circa 1.500.000 uomini; la Polonia oltre un milione di soldati uccisi, e cinque milioni di cittadini, dei quali tre sono ebrei.



L'Italia ha avuto tra militari e civili trecentocinquantamila morti e centotrentamila dispersi, settecento chilometri di ferrovia sono distrutti o danneggiati, ha perso un milione e novecentomila vani e più di diecimila tra ospedali, cinema, alberghi e teatri, più di quarantaduemila chilometri di strade sono impraticabili, 19 mila ponti risultano abbattuti, novecento dieci acquedotti non funzionano più. Mancano 28 mila chilometri di linee elettriche. 
Secondo una stima americana, il costo totale della seconda guerra mondiale sarebbe stato di 1.154.000.000.000 di dollari, di cui 94.000.000.000 pagati da noi. Sono pochi i mutamenti territoriali: la Cecoslovacchia cede all'Unione Sovietica l’Ucraina Sub-carpatica, la Polonia raggiunge l’Oder Neisse, e divide la Prussia orientale con Mosca, alla quale cede una zona di confine, compresa Brest-Litovsk.

Un orologio di Hiroshima,

 

 

coi numeri quasi cancellati, fuso dal calore, e le lancette che segnano le 8.16.

Un marinaio a Manhattan, sulla Times Square, si butta su un'infermiera della Croce Rossa per baciarla, e celebrare così la sconfitta del Giappone.

Poi, una frase di Georges Bernanos, che vale per tutti i superstiti: «Ci sono tanti morti nella mia vita, ma più morto di tutti è il ragazzo che fui io». 

Finita la guerra: i bambini giocano con i residuati bellici. Il progresso tecnologico non ha reso il conflitto meno feroce. E sembrato anzi che, insieme agli aerei velocissimi, all'atomica, ai missili, al radar sia stata la barbarie la protagonista su tutti i fronti.

 

Da “la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti” di Enzo Biagi – Corriere della Sera 1980


cimitero americano a Omaha Beach (Normandia)


 

cimitero polacco a Montecassino

 

ATTO DI RESA MILITARE TEDESCA

Firmato a Reims alle ore 2:41 del 7 Maggio 1945

Noi sottoscritti, in virtù dell'autorità conferitaci dall'Alto Comando Tedesco, dichiariamo al Supremo Comando delle Forze di Spedizione Alleate e contemporaneamente all'Alto Comando Sovietico, la resa incondizionata di tutte le forze armate di terra, di mare e dell'aria che a questa data sono sotto il controllo Tedesco.

L'Alto Comando Tedesco invierà immediatamente a tutte le proprie autorità militari terrestri, navali ed aeree e a tutte le forze sotto il suo controllo, l'ordine di cessare ogni operazione militare attualmente in atto a partire dalle 23:01, ora dell'Europa Centrale, dell' 8 Maggio e di rimanere nelle posizioni in cui si trovano in quel momento. Nessuna nave dovrà essere deliberatamente affondata, né dovranno essere arrecati danni agli scafi, alle macchine o alle attrezzature di bordo e nessun aereo dovrà essere volontariamente distrutto o danneggiato.

L'Alto Comando Tedesco provvederà attraverso i propri Comandanti, ad assicurare che venga prontamente eseguito ogni ulteriore ordine impartito dal Comando Supremo delle Forze di Spedizione Alleate e dall'Alto Comando Sovietico.

Questo atto di resa militare potrà essere integrato da successive condizioni di resa globale da imporre alla Germania per conto delle Nazioni Unite.

Nel caso in cui l'Alto Comando Tedesco od ogni altra forza militare sotto il suo controllo non ottemperi a quanto stabilito da questo Atto di Resa, il Comando Supremo delle Forze di Spedizione Alleate e l'Alto Comando Sovietico adotteranno i provvedimenti che riterranno più opportuni.

Firmato a REIMS, in Francia, alle ore 02:41 del 7 Maggio 1945

In rappresentanza dell'Alto Comando Tedesco: Alfred JODL

ALLA PRESENZA DI:

In rappresentanza del Comando Supremo Alleato: Walter Bedell SMITH

In rappresentanza dell'Alto Comando Sovietico: Ivan SOUSLOPAROV

In qualità di Testimone: François SEVEZ (Generale dell'Esercito Francese)

 



 
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