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Poesia

dedicata ai 15 Lissonesi morti per la libertà

 

Che cosa ci offri, o Storia,

dalle tue gialle pagine?

Noi eravamo gente oscura,

uomini delle fabbriche e degli uffici.

Eravamo contadini con addosso

puzza di cipolla e di sudore

e sotto i baffi spioventi

imprecavamo contro la vita.

Ci sarà almeno riconosciuto

d’averti saziata d’eventi

e abbeverata con abbondanza

nel sangue di migliaia di morti?

Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,

le nostre immagini mai giungeranno

sino ai tuoi massicci volumi

accumulati nei secoli.

Ma tu almeno racconta con parole semplici

alle genti di domani,

destinate a darci il cambio,

che valorosamente abbiamo lottato. 

Nicola Vapzarov  (poeta bulgaro, membro della Resistenza contro l’occupazione nazista del suo Paese,  fucilato all’età di 33 anni  il 23 luglio del 1942)

 

obiettivi del sito

Vogliamo "dare un futuro alla memoria", nella consapevolezza che la memoria è conoscenza e che la conoscenza è libertà e che solo nella conoscenza l'uomo può trovare le ragioni e le condizioni per qualsiasi scelta della sua vita, se vuole che possa essere veramente libera, senza condizionamenti.

Il sito vuol essere un luogo ideale per ricordare avvenimenti di storia del '900 del nostro Paese. Oltre a riportare le iniziative dell'ANPI - Sezione "Emilio Diligenti" di Lissone, verranno altresì messi in rete episodi e racconti di vita di cittadini lissonesi che si opposero al regime fascista, alcuni dei quali furono fucilati dai nazifascisti o morirono nei lager tedeschi.
È nostra intenzione inserire, nelle varie ricorrenze, le storie dei caduti lissonesi per la Liberazione. Non mancheranno pagine dedicate alla Resistenza italiana ed europea.

La Storia

Il senso della Storia è capire, cercare, trovare, documentare, spiegare …

guernica.jpg

“Fino a quando queste storie sono raccontate alle generazioni future ci sarà memoria. Se il filo si spezza si perde la conoscenza del passato, non si comprende il presente e non si potrà vivere il futuro”.
 

“Noi, - diceva Emilio Diligenti, partigiano, sindacalista, amministratore (alla sua memoria abbiamo intitolato la nostra Sezione lissonese dell’A.N.P.I.) - crediamo che il grande concetto di partecipazione, che fu alla base della Resistenza sia il fondamento della nostra civiltà. Lo è per noi certamente ma ai giovani bisogna cominciare da capo a insegnarglielo. Dobbiamo studiare ancora la nostra storia, bisogna aggiornarla con le nuove esperienze e far capire che l'antifascismo non può essere un fatto di noi partigiani, dei combattenti per la libertà. L’antifascismo, come la democrazia, sono un fatto di civiltà, di libertà, di dignità da diffondere. Occorre in ogni modo prendere precisa coscienza di quella che è stata la tormentata storia d'Italia nella prima metà del 20° secolo, per risolvere positivamente il rapporto fascismo-antifascismo, portando a compimento quella rivoluzione democratica che sola potrà eliminare per sempre dalla società italiana ogni radice di fascismo”.

difendiamo la Costituzione


LA COSTITUZIONE ITALIANA
PRINCIPI FONDAMENTALI

Art. 1.

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 5.

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.

Art. 6.

La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

Art. 7.

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Art. 8.

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.

I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

Art. 9.

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Art. 10.

L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici.

Art. 11.

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 12

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

 

Immagini varie

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Per una cronologia completa vedere: http://www.anpi.it/guerra_di_spagna.htm

 

argomenti trattati nel seguente articolo:

Le origini del conflitto

La guerra civile

Un conflitto internazionale

Volontari da tutto il mondo in aiuto della Repubblica

La Chiesa cattolica e la guerra di Spagna

21 marzo 1937: Guadalajara,la prima sconfitta del fascismo

26 aprile 1937: il bombardamento di Guernica

La caduta di Teruel, punto di svolta nella guerra civile

George Orwell: "Omaggio alla Catalogna"

Lissonesi alla guerra civile spagnola

Lissone: tra i banchi di una scuola elementare negli anni della guerra di Spagna

 

L’origine del conflitto

La guerra civile spagnola mette in luce una società arcaica ed oppone, in Europa, i difensori della democrazia ai sostenitori di regimi totalitari.

Il conflitto trae origine dall’instabilità politica che seguì le dimissioni di Miguel Primo de Rivera, generale che era salito al potere con un colpo di stato nel settembre 1923.

Il re Alfonso XIII, applicando la Costituzione, tenta due gabinetti di transizione, affidati al generale Berenguer e all’ammiraglio Aznar, ma le elezioni amministrative dell’aprile 1931 assegnano la vittoria ai repubblicani. Scoraggiato, Alfonso XIII va in esilio, senza firmare l’abdicazione.

Un governo provvisorio proclama la repubblica e indice delle elezioni legislative per il mese di giugno. Le Cortes accusano una netta spinta a sinistra e prendono delle misure anticlericali, provocando una scissione con i moderati: il primo ministro dimissionario, Alcalá Zamora è sostituito, nel mese di ottobre dal socialista Azãna, che in dicembre diventa presidente della Repubblica. La nuova Costituzione stabilisce che la Spagna è una “Repubblica democratica dei lavoratori di tutte le classi”. Stato laico con sistema parlamentare monocamerale, con suffragio universale esteso alle donne e ai militari. Vengono promesse riforme agrarie in aiuto ai contadini più poveri.

Le prime misure, legalizzazione del divorzio, riduzione del numero pletorico degli ufficiali, confisca dei beni dei gesuiti, irritano le destre, già preoccupate dalle violenze antireligiose.

L’autonomismo, gli scioperi e diverse ribellioni preoccupano gli ambienti della finanza e i capitali fuggono.

Il centrista Lerroux sostituisce Azãna alla fine del 1933, blocca tutte le riforme della sinistra, stronca l’autonomia della Catalogna e la rivolta operaia delle Asturie. Gli operai sono divisi tra gli anarchici della C.N.T. (Confederación Nacional del Trabajo) e il partito comunista legato al Comintern. Nel settembre 1935 nasce anche il P.O.U.M. (Partido Obrero de Unificación Marxista), che riunisce soprattutto dei comunisti catalani vicini al trotzkismo e poco favorevoli a Mosca.



La destra, ispirandosi ai modelli italiano e portoghese, fonda la Falange e le Juntes d’offensive national-sindacaliste, dove si riuniscono gli avversari più risoluti della Repubblica.



Il Fronte popolare trionfa alle legislative del febbraio 1936, e Azãna succede a Zamora a capo dello Stato. Il debole governo di Prieto lascia degradare una situazione molto preoccupante: confisca sommaria delle terre, saccheggi, incendi, scioperi, attentati alle persone. Questi tumulti contribuiscono a far perdere il sostegno dell’opinione pubblica moderata. L’uccisione del capo dei monarchici Calvo Sotelo da parte di alcuni poliziotti, il 1° luglio 1936, da fuoco alle polveri.

 

La guerra civile


Proclamato dai generali Sanjuro e Franco nel Marocco spagnolo, il pronunciamiento del 18 luglio 1936 fa sollevare tutte le guarnigioni contro il governo legale. In breve tempo i ribelli prendono il controllo dell’Andalusia, Galizia, Asturie, León, Navarra e Vecchia Castiglia; riuniscono quasi tutto l’esercito, i Falangisti, un gran numero di moderati e beneficiano dell’appoggio morale del clero.

I repubblicani, o lealisti, che si appoggiano sul triangolo Madrid-Valencia-Barcellona, dispongono delle forze di polizia, dell’aviazione e di una parte della marina. Arruolano dei volontari tra gli operai, una parte dei contadini e della piccola borghesia oltre a numerosi intellettuali.

È una guerra selvaggia; da entrambi gli schieramenti, i prigionieri sono quasi sistematicamente eliminati. Alle uccisioni di preti e di religiosi commessi dai repubblicani, si contrappongono le epurazioni di Badajoz e di Saragozza.

Alla fine del 1936, i nazionalisti si impadroniscono di Toledo ma falliscono davanti a Madrid.

Un fronte molto stabile si stabilisce fino agli inizi del 1938: i repubblicani resistono vittoriosamente a Guadalajara e riprendono Tereul ma per poco tempo. Nell’aprile del 1938 i nazionalisti isolano la Catalogna interrompendo i collegamenti con la capitale Valencia e il Mediterraneo. Un’ultima offensiva rompe il fronte della Catalogna: Barcellona è presa il 26 gennaio 1939. Madrid si arrende il 28 marzo 1939. Molti combattenti si rifugiano a Perthus e sono internati dalle diffidenti autorità francesi.

Per i franchisti la guerra civile era una lotta delle forze dell’ordine e della vera religione contro una cospirazione giudaico-massonica-bolscevica.

Per i repubblicani sconfitti, invece, la guerra civile era stata la lotta di un popolo oppresso per conquistare una vita più degna, e proprio per questo si erano scontrati con le arretrate oligarchie della Spagna agraria e industriale alleate ai nazisti e ai fascisti.

Nella tetra Europa degli anni della Depressione l’esperimento spagnolo appariva una novità interessante. Lo sintetizzò molto bene George Orwell, quando disse: “Vi riconobbi immediatamente uno stato di cose per cui valeva la pena battersi”. Le conquiste in campo culturale e scolastico realizzate dalla Spagna repubblicana non furono che gli aspetti più noti di una rivoluzione sociale. I suoi esperimenti sociali si verificarono in un contesto in cui era diffusa la delusione per i fallimenti del capitalismo.

Fra le cause del conflitto spagnolo vi fu la violenta opposizione dei ceti privilegiati e dei loro alleati stranieri ai tentativi dei governi repubblicano-socialisti di migliorare le condizioni di vita dei più deboli.

La guerra civile spagnola non fu che un ultimo tentativo dei reazionari per reprimere qualsiasi riforma che minacciasse la loro posizione di privilegio.

La Spagna non aveva conosciuto la rivoluzione borghese classica che altrove aveva frantumato la struttura dell’ancien régime: il potere della monarchia, dell’aristocrazia terriera e della Chiesa rimase quasi intatta anche per buona parte del Novecento.



 

L’internazionalizzazione della guerra di Spagna

La Francia e l’Inghilterra optarono per il non intervento; anche l’Italia, la Germania e l’U.R.S.S. aderirono a questo accordo, ma non pensarono che a violarlo. Ciascuna di queste potenze aveva un interesse politico o economico nel conflitto: la Germania pensa alle materie prime di cui ha bisogno, l’Italia a soddisfare le sue ambizioni sul Mediterraneo. Il Duce invia dei carri armati e degli aerei con 70.000 volontari delle milizie fasciste. La Germania hitleriana manda qualche piccola formazione e del materiale che i tecnici sperimentano: il bombardamento aereo di Guernica operato dalla legione Condor è un sinistro banco di prova.

Il coinvolgimento sovietico nella guerra civile spagnola non fu diretto a creare una Spagna comunista. Anzi, piuttosto il contrario: l'intento era appoggiare illegittimo governo democratico, cosicché la Spagna potesse restare una controparte negli affari internazionali per diventare, insieme ad altri governi democratici occidentali, un possibile alleato in qualunque futuro conflitto tra nazisti e sovietici.

«Fraternità e solidarietà» sembravano diventare parole vuote di fronte al contrasto sempre più profondo tra anarchici e comunisti, i primi decisi a trasformare la guerra civile in una rivoluzione sociale, i secondi determinati a battere prima il franchismo per poi costruire uno Stato sull'esempio dell'Unione Sovietica di Stalin.

Nel maggio del 1937 la situazione precipitava in una sanguinosa guerriglia tra le opposte fazioni.

 

Volontari da tutto il mondo nelle Brigate internazionali

“Voi siete la storia. Voi siete la leggenda. Voi siete l'esempio eroico della solidarietà e della universalità della democrazia” Dolores Ibarruri, la Pasionaria

A Barcellona, il 29 ottobre 1938, le Brigate internazionali sfilarono per l'ultima volta prima di lasciare la Spagna. Davanti a migliaia di spagnoli che applaudivano e piangevano Dolores Ibarruri, la Pasionaria, tenne un discorso commovente e commosso: «Compagni delle Brigate internazionali! Ragioni politiche, ragioni di stato, il bene di quella stessa causa per cui avete offerto il vostro sangue con illimitata generosità, costringono alcuni di voi a tornare in patria, altri a prendere la via dell'esilio. Potete partire con orgoglio. Voi siete la storia. Voi siete la leggenda. Voi siete l'esempio eroico della solidarietà e della universalità della democrazia ... Noi non vi dimenticheremo; e quando l'ulivo della pace metterà le foglie, intrecciate con gli allori della vittoria della Repubblica spagnola, tornate! Tornate da noi e qui troverete una patria».



Molti furono i volontari italiani che accorsero in Spagna al fianco dei repubblicani: “Oggi in Spagna, domani in Italia” era il motto di Carlo Rosselli, fuoriuscito antifascista in Francia che, con il fratello Nello, aveva fondato “Giustizia e Libertà” (verranno assassinati il 9 giugno 1937 da sicari fascisti). Un gran numero di quadri e di organizzatori delle “brigate internazionali”, costituite nell’ottobre del 1936, giocheranno in seguito, nei rispettivi paesi, in ruolo importante nella Resistenza: tra gli Italiani, oltre ai fratelli Rosselli, Pietro Nenni, Palmiro Togliatti, Luigi Longo, Leo Valiani, Giovanni Pesce, Randolfo Pacciardi. Diversi gli scrittori di varie nazionalità: André Malraux, Ernest Hemingway, George Orwell, Antoine de Saint-Exupery, John Dos Passos.

I volontari portavano come distintivo una stella a tre punte, emblema del “Fronte Popolare”



“O ci si opponeva alla diffusione del fascismo e si andava a combatterlo, oppure si era acquiescenti con i suoi crimini e colpevoli di permetterne la diffusione».

Calcolare con esattezza quanti fossero i volontari è difficile. Le stime sul numero degli uomini che da cinquanta diversi paesi accorsero in Spagna a combattere il fascismo, variano da un minimo di 40 a un massimo di 60 mila unità. Di questi, quasi il 20 per cento morirono e molti erano stati almeno una volta feriti.

Nell'ottobre del 1938 c'erano ancora 12.673 brigatisti in Spagna: intrapresero il lento cammino verso la patria o l'esilio, molti andando incontro a una sorte ancora più terribile di quella che avevano conosciuto. Finirono nei campi di concentramento francesi, e molti caddero poi nelle mani delle SS e morirono nelle camere a gas.

     

Chi ne uscì vivo non poté tornare in Spagna fino alla morte di Franco, trentasette anni dopo. La profezia di Dolores Ibarruri si realizzò, tuttavia, almeno in parte nel 1995 quando il governo socialista di Felipe Gonzalez concesse la cittadinanza spagnola a tutti i superstiti delle Brigate internazionali.

 

La Chiesa cattolica e la guerra di Spagna

La causa franchista ebbe una legittimazione dalla Chiesa. Nella sua secolare ostilità per il razionalismo, la massoneria, il liberalismo, il socialismo e il comunismo, la Chiesa ebbe un ruolo di punta nella vita politica nella zona nazionalista. Con l’unica eccezione del clero basco, sacerdoti e religiosi si schierarono con i ribelli: attaccavano i «rossi» dal pulpito ; benedicevano le bandiere dei reggimenti nazionalisti, a volte combattevano persino nei loro ranghi.

Ci furono ecclesiastici che adottarono il saluto fascista. In occasione del congresso dell’Azione Cattolica, a Burgos nel 1936, venne espresso entusiasmo per l’alzamiento.

I cattolici di tutto il mondo si raccolsero dietro la bandiera del franchismo. Al suo successo diede un contributo non indifferente il papa, proclamando ufficialmente martiri tutte le vittime dei repubblicani.

Il Vaticano riconobbe di fatto Franco il 2 8 agosto 1937 e il 7 ottobre inviò un delegato apostolico. Il riconoscimento de iure avvenne il 18 maggio 1938, quando l’arcivescovo Gaetano Cicognani fu nominato nunzio apostolico e Franco inviò un proprio ambasciatore presso la Santa Sede.

Pio XII, appena asceso al soglio pontificio, salutò la vittoria finale di Franco con un messaggio che si apriva con le parole «con immensa gioia».

La Chiesa fu ricompensata per l’appoggio fattivo che aveva dato ai nazionalisti con la concessione del monopolio in materia scolastica nello Stato emerso dalla guerra civile.

 

Guadalajara: 21 marzo 1937, la prima sconfitta del fascismo

Il 21 marzo le truppe repubblicane, coadiuvate dal battaglione Garibaldi delle Brigate internazionali e dei carri armati sovietici, andarono al contrattacco. I carri armati leggeri degli italiani, con le mitragliatrici fisse, non erano in grado di competere con i T-26 russi provvisti di torretta girevole e armati di cannoni.

Con grande umiliazione di Mussolini le truppe italiane furono messe in fuga dopo cinque giorni di combattimento. La sconfitta aveva molte cause: l’inclemenza del tempo, il morale basso e l’equipaggiamento inadeguato degli italiani, il testardo coraggio dei repubblicani.

Dal punto di vista militare Guadalajara fu soltanto una piccola vittoria difensiva, ma dal punto di vista morale fu per i repubblicani un enorme trionfo: si impadronirono di armi per loro preziose e anche di documenti che dimostravano come gli Italiani non fossero volontari, bensì soldati regolari.

Durante la guerra civile i nazionalisti ricevettero armi e aiuti per un valore di circa 700 milioni di dollari. Di questi, buona parte fu concessa gratuitamente, soprattutto dall’Italia. Fra il mese di dicembre del 1936 e l’aprile 1937 Roma inviò circa 100.000 soldati.


Guernica: 26 aprile 1937  



Fu il primo esempio di obiettivo civile indifeso raso al suolo dall’aviazione.
La legione Condor tedesca, che utilizzava tecniche di attacchi coordinati terra-aria e i bombardamenti in picchiata e a tappeto, lunedì 26 aprile 1937, passò all’azione a Guernica; era giorno di mercato. La cittadina, che aveva grande valore simbolico per i baschi, venne distrutta in un unico terribile pomeriggio di incessanti incursioni aeree.

Uno dei primi giornalisti ad arrivare sulla scena fu George Steer, corrispondente del “Times”.

Dal suo reportage:

“Guernica, la più antica città dei baschi e il cuore della loro tradizione culturale, è stata rasa al suolo dalle incursioni aeree degli insorti. Il bombardamento di questa città aperta, distante dalle linee del fronte, è durato esattamente tre ore e un quarto. Durante tutto questo tempo un possente squadrone aereo, composto di tre tipi di velivoli tedeschi, ha continuato a sganciare sulla città bombe da mille libre in giù e, si calcola, oltre  tremila proiettili incendiari.

Contemporaneamente i bombardieri si tuffavano sul centro della città, mitragliando i civili che vi si erano rifugiati.
Il bombardamento di Guernica è diventato il simbolo della guerra civile, immortalato nel quadro di Pablo Picasso: La città fu la prima nella storia mondiale ad essere distrutta dall’aviazione.

Il punto di svolta nella guerra civile: 21 febbraio 1938, la caduta di Teruel

L'egemonia del Caudillo trovò conferma ai primi del 1938. Il 30 gennaio egli istituì il suo primo governo regolare, chiudendo così l'epoca della giunta militare di Burgos, composta da soli generali. Suo cognato Ramón Serrano Sufter, il cuñadísimo, ottenne il dicastero degli Interni, mentre gli altri incarichi furono distribuiti con grande oculatezza fra le rappresentanze dei militari, dei monarchici, dei carlisti e dei falangisti. Il governo franchista era comunque a prevalenza militare: il ministero della Difesa, quello dell'Ordine pubblico e degli Affari esteri erano tutti in mano a generali. Alla Falange fu assegnato il controllo del movimento del Lavoro, che divenne una forma estremamente lucrativa di sottogoverno. Anche la chiesa fu ricompensata per i suoi servigi con la concessione della autorità assoluta nella sfera educativa. Franco la ringraziava così anche per il riconoscimento ufficiale che il Vaticano gli aveva concesso nell'agosto del 1937. Il nuovo stato si ispirava a una ideologia totalmente reazionaria e si preoccupava soprattutto di distruggere i simboli del progresso, quali la democrazia parlamentare e il sindacalismo. Si proponeva di ricostruire la Spagna a immagine e somiglianza del suo passato imperiale. Le uniche novità erano i raduni e altri aspetti di pura facciata che servivano a inserirlo nel contesto dell'ordine mondiale fascista prefigurato da Hitler e Mussolini.

Dopo l'offensiva repubblicana in Aragona ci fu una pausa nei combattimenti, ma verso la fine del 1937 Franco decise di riprendere l'attacco contro Madrid, che era diventata la sua ossessione. Egli prevedeva di sfondare sul fronte di Guadalajara e quindi calare sulla capitale e assestarle il colpo di grazia. I repubblicani erano però riusciti a infiltrare alcuni loro agenti fra i nazionalisti e a scoprire i piani di battaglia del Caudillo. Grazie alle informazioni raccolte a dicembre i repubblicani poterono sferrare un attacco preventivo nella speranza di distogliere Franco da Madrid. Scelsero come obiettivo Teruel, il capoluogo della più desolata delle province dell'Aragona, già quasi circondata dalle forze repubblicane e con deboli difese nazionaliste.


L'attacco colse di sorpresa i ribelli
. L'offensiva partì nel cuore di uno degli inverni più aspri che la Spagna avesse mai avuto, con il freddo reso ancora più pungente dal terreno roccioso intorno a Teruel. I nazionalisti si trovarono con gli aerei tedeschi e italiani costretti a terra dal maltempo e con i rinforzi trattenuti dalla neve e dalle strade ghiacciate. Le forze repubblicane, costituite per lo più da unità dell'Esercito popolare, poterono quindi spingere a fondo l'attacco, approfittando del vantaggio iniziale. I ribelli dovettero rinviare l'offensiva contro Madrid e spostare a est le proprie truppe. Il contrattacco, fu rallentato dalle terribili condizioni atmosferiche. Il 29 dicembre smise di nevicare, ma il 31 il termometro segnò la temperatura più bassa di tutto il secolo. In quelle condizioni a entrambi i fronti non restava che la guerra di logoramento, in cui i nazionalisti erano nettamente avvantaggiati: con più armi e soldati, sotto la spietata guida di Franco, essi potevano resistere più a lungo dei repubblicani.

L'8 gennaio, dopo sanguinosi combattimenti, i repubblicani riuscirono a espugnare la guarnigione nazionalista, ma subito dopo l'artiglieria e l'aviazione nemica cominciarono a bombardarli. Il freddo polare non giovava al morale. Dall'una e dall'altra parte molti morirono congelati, spesso sorpresi nel sonno indotto dall'alcol che avevano ingerito per riscaldarsi. Il 21 febbraio 1938, dopo avere difeso ancora una volta a caro prezzo una modesta avanzata, i repubblicani furono costretti a ritirarsi perché Teruel stava per essere circondata. Ai primi del 1938 Franco godeva ormai di una superiorità schiacciante in uomini e armamenti. Se ne ebbe la riprova con la riconquista franchista di Teruel, che segnò il punto di svolta della guerra civile. Le perdite su entrambi i fronti erano state spaventose: i nazionalisti ebbero 50 mila morti, i repubblicani oltre 60 mila.

 

 





da "Omaggio alla Catalogna" di George Orwell


Ero arrivato in Spagna con la vaga idea di scrivere articoli per la stampa, ma poi mi ero arruolato quasi subito nella milizia, perché in quel momento e in quell'atmosfera sembrava l'unica cosa concepibile da fare. Gli anarchici mantenevano ancora il virtuale controllo della Catalogna e la rivoluzione era ancora in pieno corso. Qualcuno che fosse stato lì sin dall'inizio forse avrebbe avuto l'impressione già a dicembre e a gennaio che il periodo rivoluzionario stesse finendo; ma se si era appena arrivati dall'Inghilterra bastava guardarsi attorno a Barcellona per essere sorpresi e soggiogati. Era la prima volta che mi trovavo in una città dove la classe operaia era saldamente in sella. Praticamente tutti gli edifici, piccoli o grandi che fossero, erano stati occupati dagli operai ed erano pavesati di bandiere rosse o di quelle rosso-nere degli anarchici; su ogni muro c'erano disegnati falci e martelli e le sigle dei partiti rivoluzionari; quasi ogni chiesa era stata saccheggiata e le immagini sacre bruciate. [ ... ] Lungo le Ramblas, l'ampia arteria centrale della città percorsa avanti e indietro da un costante flusso di folla, gli altoparlanti lanciavano a tutto volume canti rivoluzionari nel corso dell'intera giornata e fino a notte fonda.
Ed era proprio l'aspetto della folla la cosa più strana di tutte. Apparentemente sembrava di essere in una città in cui le classi agiate avevano praticamente cessato di esistere. [ .... ] Appena arrivato a Barcellona l'avevo considerata una città in cui quasi non esistevano distinzioni di classe e grandi dislivelli di ricchezza. E senza dubbio l'apparenza era quella. I vestiti "eleganti" erano un'anomalia, nessuno era servile o accettava mance, camerieri, fioraie e lustrascarpe non abbassavano lo sguardo e davano del "compagno" a tutti. Quello che non avevo capito che tutto questo era un misto di speranza e di mimetizzazione. [ ... ] Perché sotto l'aspetto superficiale della città, sotto il lusso e la povertà crescenti, sotto l'apparente spensieratezza nelle strade, con le bancarelle dei fiori, le bandiere multicolori, i manifesti propagandistici e le resse di folla, scorreva un inconfondibile e orrendo senso di rivalità politica e di astio. Persone appartenenti a tutte le sfumature dello spettro politico esprimevano un oscuro presentimento: «Prima o poi scoppierà qualche guaio». Il pericolo era molto semplice e comprensibile. Era costituito dall'antagonismo fra coloro che volevano che la rivoluzione andasse avanti e quelli che, al contrario, volevano tenerla sotto controllo o addirittura evitarla - insomma, tra anarchici e comunisti. [ ... ] Ma che stava succedendo, chi combatteva contro chi e chi stava vincendo, era a prima vista molto difficile da scoprire. [ ... ] Guardando fuori dall'alto dell'osservatorio riuscivo a capire che le Ramblas, una delle principali arterie della città, formavano una specie di linea di demarcazione. A destra i quartieri operai erano anarchici in maniera compatta; a sinistra c'era una confusa lotta in mezzo ai vicoli contorti. [ ... ] Su alla fine delle Ramblas, dalle parti di plaza de Cataluña, la situazione era così complessa che sarebbe stata del tutto inintellegibile se ogni palazzo non avesse esposto una bandiera di partito. [ ... ]

Nessuno che si sia trovato a Barcellona in quel periodo o nei mesi successivi dimenticherà mai l'orribile atmosfera creata da paura, sospetto, odio! giornali censurati, prigioni traboccanti, code sterminate per procurarsi il cibo e bande di uomini armati in giro per le strade. [ ... ] Questa guerra, in cui ho avuto un ruolo così insignificante, mi ha lasciato ricordi che sono per la maggior parte brutti, eppure non vorrei non avervi partecipato. Quando si è riusciti a intravedere uno squarcio di un disastro così grande - e comunque vada a finire, la guerra di Spagna si rivelerà un tremendo disastro, anche senza contare la carneficina e le sofferenze fisiche - il risultato non è necessariamente segnato da delusione e cinismo. Può sembrare strano, ma tutta questa esperienza non ha scalfito, bensì rafforzato la mia fede nella dignità degli esseri umani.



 

Lissonesi alla guerra di Spagna

Tre furono i lissonesi che partirono per la Spagna a difesa della Repubblica: Leonardo Vismara, Carlo Mariani e Alessandro Panzeri.

Leonardo Vismara, chiamato Nando da Biel, dal soprannome dato a suo nonno, e Alessandro Panzeri sono coscritti, classe 1899. Vengono chiamati alle armi nei giorni della disfatta di Caporetto. Nando, di idee socialiste e con una cultura superiore alla media, fortemente avverso all’intervento in guerra da parte dell’Italia, diserta e si rifugia a San Marino. Ha vent’anni alla fine della guerra; viene però mandato a Valona, in Albania, che è un protettorato italiano, per svolgere il servizio di leva. Tornato alla vita civile, aderisce alla Gioventù Comunista, diventando poi il segretario della sezione lissonese, frequentata anche da Carlo Mariani e Alessandro Panzeri. Sono in contatto con la Sezione monzese, diretta da Amedeo Ferrari, primo segretario del Partito Comunista di Monza. All’avvento del fascismo e con lo scioglimento dei partiti politici, diventano dei sorvegliati speciali dei Carabinieri.

Le camicie nere non lo lasciano in pace: purghe con olio di ricino, bastonate fino allo svenimento, incarcerato più volte nel carcere monzese, un giorno viene appeso a testa in giù ad un balcone davanti a tutti.

Carlo Mariani nel frattempo era emigrato in cerca di lavoro in Francia, dove era rimasto due anni.

Come maturò in loro il desiderio di espatriare ed unirsi a tanti volontari provenienti da tutto il mondo per lottare contro il fascismo?

Nando, di professione fa il macellaio. Spesso, durante le ore serali, un gruppo di amici si ritrova nella sua cucina, dietro il negozio di Via Madonna, nel centro di Lissone, per ascoltare le trasmissioni di stazioni radio straniere. Dopo lo scoppio della guerra civile in Spagna, il gruppo di antifascisti lissonesi si sintonizza sulle frequenze radio di stazioni spagnole repubblicane, che trasmettono notiziari anche in lingua italiana. Da questi ascolti e dalla frequentazione degli antifascisti monzesi, in Nando matura il desiderio di partire per la Spagna. Animato da principi di solidarietà, di giustizia e di libertà, nel settembre 1937, all’età di 37 anni, abbandona tutto, saluta moglie e figlia, e sfidando ostilità e pericoli, attraverso la Svizzera, raggiunge Parigi. Con lui sono anche Carlo Mariani


e Alessandro Panzeri. Da Parigi proseguono verso Perpignan. In ottobre arrivano al fronte. Si incontrano con altri brianzoli e vengono inquadrati nella Brigata Garibaldi.

Fronte d’Aragona, Teruel, Estremadura, Ebro sono alcune zone dove i garibaldini si battono con coraggio ed eroismo.

Alessandro Panzeri, il 18 marzo del 1938, durante la battaglia dell'Ebro rimane ferito ad una gamba e viene ricoverato in ospedale nei pressi di Barcellona.

Alla caduta della Repubblica spagnola, i tre lissonesi, giunti in territorio francese come tanti altri volontari antifascisti, vengono internati in campi di concentramento per poi essere impiegati nella costruzione di fortificazioni, inquadrati in squadre di lavoro, sul confine orientale della Francia.

Altre vicissitudini li attendono prima e dopo il loro ritorno in Italia.

Ritroveremo Leonardo Vismara, con il nome di battaglia Raimondo, impegnato nella Resistenza a Lissone, dal  luglio 1944 nel CLN locale, e comandante della piazza militare nei giorni della Liberazione.

Episodi accaduti  a Lissone durante gli anni della guerra civile spagnola

Durante la quaresima del 1937, il prevosto Don Gaffuri, chiamò a tenere una conferenza sulla situazione della Spagna monsignor Llovera, fuggito da Barcellona. Il suo intervento fece accrescere nei presenti l’approvazione dell’appoggio ai nazionalisti di Franco.

L’Italia, e con lei la Lissone fascista, è schierata con Franco. Il Fascio di Lissone, accolse con tutti gli onori undici falangiste spagnole in visita propagandistica nella zona.


La retorica fascista sui banchi di scuola
Dal "Giornale di Classe" della classe V maschile della scuola elementare "Vittorio Veneto" di Lissone

Anno scolastico 1937 -1938
 

21 febbraio 1938


I miei Balilla seguono con emozione le vicende, da me brevemente illustrate, per la riconquista di Teruel, nel cui cielo l’aviazione legionaria sta scrivendo pagine gloriose, contribuendo possentemente alla battaglia e alla vittoria.

 

15 marzo 1938


Esultanti, i miei Balilla seguono con me sul giornale e sulla carta di Spagna il nuovo balzo dei Legionari, invano frenati dalle orde bolsceviche, verso il Mare Nostro. La nostra certezza e la nostra allegrezza li accompagna.

 

3 maggio 1938


Vacanza. Festa nazionale per l’arrivo di Adolfo Hitler.

 

16 maggio 1938


Ieri, domenica, tutti i Balilla sono con me intervenuti, unitamente a quelli delle altre classi e alle Piccole Italiane, alla commemorazione solenne del lissonese Legionario Dorigo Giovanni, recentemente caduto sul sacro suolo di Spagna.

 
 

Anno scolastico 1938 -1939

Dal "Giornale di Classe" della classe V maschile della scuola elementare "Vittorio Veneto" di Lissone

 

26 gennaio 1939


Illustro ampiamente ai miei scolari la splendida vittoria di Barcellona dovuta all’eroismo dei Nazionali spagnoli e specialmente dei legionari italiani. Dopo aver dimostrato loro lo scopo nobilissimo di questa guerra spagnola, insisto soprattutto nel porre in risalto il valore dei nostri legionari perché nei piccoli cuori degli scolari cresca sempre più l’amore per la Patria e il desiderio di incitarli. Il polpolo italiano è in giubilo. Stamane l’Egr. Sig. Direttore ha parlato agli scolari della redenzione della città ; voglia il destino prepararci presto l’annuncio della redenzione di Madrid.

 

29 marzo 1939


Madrid è liberata, é tornata a Dio, all’ordine, alla luce del bene. Commemoro la liberazione della capitale spagnola suscitando amor di patria.

 

1 aprile 1939: la guerra spagnola è finita. L’ha dichiarato il Caudillo Franco in un suo proclama al popolo. Ritorni il popolo spagnolo alla vera grande verità! Dio e giustizia.


Bibliografia

-       "Histoire du monde. De 1918 à nos jours" – Larousse – Paris 2008

-       Paul Preston – "La guerra civile spagnola" – Mondadori – 2005

-       Silvano Lissoni "E questa fu la storia" – Arti Grafiche Meroni – Lissone 2005

-       Archivi della scuola elementare "Vittorio Veneto" di Lissone

-       Archivi del Comune di Lissone

Jeudi 12 novembre 2009
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Nel seguente articolo vengono pubblicate le pagine contenenti la "Cronaca e le osservazioni dell’insegnante sulla vita della scuola"  del «Giornale di classe» di una quinta elementare della scuola "Vittorio Veneto" di Lissone nell’anno scolastico 1936-1937.

Dalla loro lettura è possibile avere uno spaccato della vita della scuola: ogni giorno gli insegnanti e i dirigenti scolastici cercano di plasmare gli animi dei piccoli scolari inculcando in loro gli ideali del regime.

L’istituzione scolastica fu un potente veicolo di propaganda del fascismo, uno dei più efficaci strumenti per l’organizzazione del consenso di massa.

 

In particolare si notino le cronache dei seguenti giorni :

 

18 novembre 1936: primo anniversario delle sanzioni inflitte dalla Società delle Nazioni all’Italia per la guerra d’Etiopia

 


18 dicembre 1936: primo anniversario in cui tutte le donne d’Italia dovettero donare il proprio anello nuziale per sostenere il paese in guerra

 


26 febbraio 1937: nella guerra di aggressione all’Etiopia, chi si oppone all’occupazione del proprio paese, in questo caso il Ras Destà, viene definito ribelle ed eliminato

 


20 marzo 1937: il maestro esalta la figura del Duce in terra d’Africa

 


7 maggio 1937: l’Ispettore scolastico cerca di mettere in rilievo, davanti agli scolari radunati, «i motivi altamente civili della conquista dell’Impero»




"Cronaca e le osservazioni dell’insegnante sulla vita della scuola"  del «Giornale di classe» di una quinta elementare della scuola "Vittorio Veneto" di Lissone nell’anno scolastico 1936-1937.

             
Mercredi 11 novembre 2009
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La capitolazione della Germania nel 1945 implica per Berlino dei cambiamenti radicali, di cui non si misura ancora l’ampiezza alla fine della guerra. Importante metropoli internazionale, è al centro dei giochi politici mondiali.

 

 

1948

La Guerra Fredda

La città viene divisa in 4 settori d’occupazione, come il resto del Paese: Berlino Est è sotto controllo sovietico mentre i distretti dell’Ovest sono divisi in tre settori amministrati rispettivamente dagli Americani, i Francesi e i Britannici.

I disaccordi politici e amministrativi tra l’URSS e gli Alleati non tardano a farsi sentire. Prendendo a pretesto una riforma monetaria varata dalle potenze occidentali e introdotta nei territori dell’Ovest, il 24 giugno 1948, l’URSS decreta il blocco totale di Berlino, interrompendo ogni comunicazione da e verso la città. Gli Alleati organizzano allora un ponte aereo per rifornire la popolazione durante gli 11 mesi in cui le strade, le ferrovie e le vie d’acqua sono totalmente bloccate.

 

Il 23 maggio 1949 è fondata la Repubblica federale tedesca (RFT) e il 7 ottobre la Repubblica democratica tedesca(RDT). Tutto ciò, ovviamente, avrà delle conseguenze per Berlino. La Legge fondamentale (Grundgesetz) fa dell’agglomerato urbano berlinese un Land della RFA, mentre la Costituzione della RDT rivendica la città come capitale. Tutte e due si riferiscono a Berlino nel suo complesso.

In pratica, i settori occidentali sono controllati da un’amministrazione tripartita, mentre la parte orientale è sotto il controllo sovietico.


La costruzione del Muro


Il 17 giugno 1953, a Berlino Est, uno sciopero contro le cadenze di lavoro eccessive viene repressa dai carri armati sovietici. Negli anni ’50 sono sempre più numerosi i Tedeschi orientali che fuggono verso la Germania occidentale.

Nel novembre 1958, Kruscev lancia un ultimatum: le potenze occidentali dispongono di sei mesi per ritirare le loro truppe e accettare la trasformazione di Berlino Ovest in una unità politica indipendente; l’Ovest lascia scadere l’ultimatum senza conseguenze.
Nel 1961, Mosca minaccia nuovamente di regolare il «problema di Berlino Ovest» entro un anno. Il presidente americano Kennedy ribatte con le «Three Essentials»: difesa della presenza occidentale, tutela del diritto di accesso, autodeterminazione degli abitanti di Berlino Ovest e garanzia della libera scelta del loro modo di esistenza; in quanto agli abitanti di Berlino Est, non vengono menzionati.
Il 13 agosto 1961, una domenica di festa, prima dell’alba, sotto l’occhio vigile della polizia, le strade che collegano la parte orientale alla parte occidentale vengono interrotte, disselciate, e si erigono barricate fatte di pali e filo spinato lungo la frontiera con Berlino Ovest; poco tempo dopo queste barricate saranno sostituite da un muro che attraverserà la città da una parte all’altra.

       
 

Nel 1963, il Presidente Kennedy, durante una visita molto attesa a Berlino, conclude il suo discorso davanti al Municipio di Schöneberg con la celebre frase: «Ich bin ein Berliner».


Nel dicembre 1963, dopo 28 mesi di separazione totale, viene concluso un accordo con le autorità dell’Est per permettere agli abitanti di Berlino Ovest di recarsi all’Est per un periodo massimo di 18 giorni.

 

La frontiera tra i due settori diventa allora l’unico punto di passaggio tra l’Est e l’Ovest. La costruzione di questo Muro, evento che ha segnato la memoria di tutti i Berlinesi, simboleggia anche la consolidazione delle sfere del potere in Europa.



 

 
 

Lo sgelo degli anni ‘70

Fino all’entrata in vigore dell’accordo quadripartito del 1971, dell’accordo sul transito e del Trattato di base nel 1972, e persino dopo, la questione dello statuto di Berlino rimane un problema. Con il Trattato di base, la Repubblica federale tedesca riconosce infine la Repubblica Democratica Tedesca come uno Stato della Germania. In cambio ottiene la garanzia dello statu quo di Berlino Ovest, ma deve accettare che questa parte della città non faccia parte integrante del suo territorio. Si afferma anche che il collegamento con i settori occidentali e la Repubblica federale va mantenuto e persino rafforzato, di qui l’insediamento sul posto di autorità federali. In realtà non cambia niente, ma esiste finalmente una base giuridica di referenza chiaramente definita. Il Cancelliere Willy Brandt (RFT) e il presidente del Consiglio di Stato Erich Honecker (RDT) conducono una politica di avvicinamento (Ostpolitik): la RDT semplifica le autorizzazioni di viaggio fuori dalle sue frontiere e consente ai Tedeschi dell’Ovest di soggiornare brevemente nelle regioni frontaliere.

 

Lo sviluppo parallelo

A Ovest come a Est, la pianificazione urbana è al centro delle discussioni politiche. A causa della divisione è necessario ricreare al più presto le istituzioni e gli organismi che mancano nelle due parti della città. I dintorni della Chiesa del Ricordo diventano il centro città di Berlino Ovest, e Alexanderplatz il punto forte della rinnovazione del centro città a Est. Le due parti vengono trasformate, a furia di sussidi, come vetrina dei loro sistemi politici rispettivi. A dispetto delle circostanze, da una parte e dall’altra del Muro, una certa «normalità» s’installa nella vita della maggior parte dei Berlinesi.

 

La caduta del Muro

Nel 1987, Berlino celebra il suo 750° anniversario. Il presidente americano Ronald Reagan pronuncia queste parole durante un discorso tenuto davanti alla Porta di Brandeburgo: «Signor Gorbacev, apra questa porta, signor Gorbacev demolisca questo muro! » All’Est, la festa si trasforma in tafferuglio quando la polizia caccia un gruppo di giovani che ascolta, vicino al Muro, un concerto di rock organizzato all’Ovest.

Dopo le elezioni comunali del maggio 1989, un movimento di resistenza inabituale e molto violento solleva Berlino Est e la RDT; i difensori dei diritti civili si rivoltano contro le accuse di manipolazione. Le prime manifestazioni hanno luogo contro il sistema politico del SED (Partito Socialista Unificato della RDT). Facilitati dall’apertura della frontiera tra l’Ungheria e l’Austria, i Tedeschi della Germania orientale partono in massa verso l’Ovest. Le ambasciate della RFT situate nei «paesi fratelli» socialisti sono occupate dai rifugiati, che vogliono ottenere i visti di uscita dal territorio.

 

11 novembre 1989

Il 7 ottobre 1989, l’esecutivo guidato da Erich Honecker festeggia i quarant’anni della repubblica Federale Tedesca a Berlino Est; tuttavia, appena 12 giorni dopo, il presidente del Consiglio di Stato deve abbandonare il SED, dopo esser stato a capo del partito per 18 anni. Il 4 novembre, più di mezzo milione di uomini e di donne si riuniscono in Alexanderplatz per reclamare riforme democratiche e la fine del dominio del partito unico.

Durante una conferenza stampa, il 9 novembre, Günther Schabowski, membro dell’ufficio politico del SED, annuncia un cambiamento nella rigida amministrazione dell’Est: sono autorizzati i viaggi all’estero «senza condizioni preliminari, autorizzazione particolare, né legame di parentela». Interrogato sulla data di entrata in vigore di questa nuova normativa, risponde: «Subito. Immediatamente.»

La notizia si sparge in men che non si dica. Decine di migliaia di Berlinesi dell’Est affluiscono ai posti di frontiera. Le guardie di confine sono sorprese e non avendo ricevuto istruzioni, li lasciano passare. Le barriere vengono aperte dapprima al punto di controllo della Bornholmer Straße e numerosi Berlinesi dell’Est fanno così una breve incursione all’Ovest.



Un immenso movimento d’euforia invade la città che rasenta il caos generale. I Berlinesi, armati di martelli e scalpelli, incominciano a smantellare il Muro.
Altri checkpoint sono aperti le settimane seguenti. L’apertura della porta di Brandeburgo, il 22 dicembre 1989, ha un valore particolarmente simbolico.

 

Il famoso violoncellista Rostropovitch, dovutosi esiliare all’Ovest, viene a suonare ai piedi del Muro per incoraggiare i demolitori (designati con il termine di Mauerspechte, i «picchi verdi del Muro»).
 


Con la riunificazione, la svolta verso la ricca e moderna società capitalista ha creato per molti cittadini della Germania Est scontento e nostalgia, l'abbandono del proprio passato e delle certezze sul futuro. Questo attaccamento al passato, alle proprie radici prenderà il nome di ostalghia, nostalgia dell’Est:

vedi:
Ostalghia, la nostalgia dell'Est    da "la Storia siamo noi"



Una vita bruciata dalla Stasi

Un incontro commovente con Heinz Kamisnski, 60 anni, tedesco dell’Est. Quando sua madre era fuggita all’Ovest, fu rapito dalla Stasi (Stasi è l'abbreviazione di Ministerium für Staatssicherheit, "Ministero per la Sicurezza di Stato") all’età di 7 anni. Per i suoi tentativi di fuga ha subito delle persecuzioni di cui ancora soffre.

Tutti abbiamo sentito parlare della Stasi, soprattutto dopo il bellissimo film “La vita degli altri”.

La Stasi è il simbolo di una macchina terribile per distruggere gli uomini.

Abbiamo incontrato una vittima di questa repressione poliziesca che vigeva nella Germania dell’Est, ancora in terapia.

L’incontro avviene nel quartiere Wedding, al centro Gegenwild, un centro psicosociale di Berlino ovest. L’ambiente è caloroso, i mobili in legno, un locale per i colloqui individuali un altro per riunioni di gruppo. Bettina, una delle psicologhe, ci attende con Heinz Kaminski, un uomo robusto di 60 anni, che ha portato con lui un grosso dossier.

Bettina ci spiega che attualmente ha in cura una trentina di persone. Sono vissute tutte nella ex Repubblica Democratica di Germania.

Il centro è stato creato 11 anni fa da un vecchio militante dei diritti civili della  Germania dell’Est, Yurger Fox. Più di mille persone hanno avuto contatti con l’equipe del centro, la metà hanno chiamato, gli altri hanno preferito passare direttamente. Bettina racconta che molti hanno ancora paura di raccontare per telefono le loro vicissitudini, per il timore di essere ascoltati.

Heinz Kamisnski è nato nel 1950 a Berlino est. Sua madre era fidanzata con un ufficiale dell’esercito della Germania est. Un giorno decise di andare all’ovest, lei e suo figlio, che allora aveva tre anni. Siamo nel 1953, il muro non esisteva ancora. Heinz cresce  nella Germania ovest finché un giorno sua madre perde il diritto di affidamento. La Stasi viene a cercare Kamisnski e lo porta in una casa a Berlino est, controllata dal partito, la SED. Durante la sua adolescenza, la sua ossessione sarà quella di rivedere sua madre. Heinz Kamisnski tenterà, a più riprese, di scappare ma ogni volta viene ripreso e riportato a casa dove viene cresciuto con metodi duri. Un giorno tenta di passare la frontiera con la Cecoslovacchia. Ha 19 anni. Viene arrestato e posto in una cella di isolamento in una prigione di Berlino est. Per 12 mesi vivrà in una cella di 2 metri per 3. In prigione resiste a tutti gli interrogatori della Stasi che vuole sapere se ha dei contatti con l’Ovest. Lo minacciano dicendogli che scomparirà se non parla, che nessuno saprà che è esistito. La Stasi utilizza questi metodi di lavaggio del cervello per farlo cedere. Il giovane Kamisnski resiste ma si ammala perdendo tutti i capelli. La Stasi redige un rapporto sul suo stato di salute che contribuirà a considerarlo come un prigioniero politico della Germania Ovest, cosa che allora accadeva spesso.

Tornato libero Heinz Kamisnski decide di andare a vivere all’estero. Va negli Stati Uniti e in America del sud dove fa dei piccoli lavori. Poi ritorna in Germania, si sposa e trova un lavoro come capocantiere. Ma un giorno “perde le staffe”, litiga sempre più spesso con i suoi colleghi, diventa incontrollabile. Sua moglie lo lascia, perde il lavoro. Gli consigliano di consultare uno psicologo che lo consiglia di rivolgersi ad un centro di terapia sociale più adatto al suo caso.

Heinz Kamisnski viene una volta alla settimana. Quest’estate ha vinto una causa contro lo Stato tedesco ed ha avuto un’indennità di 20.000 euro come vittima, quasi una pensione con la quale possa vivere. Una vittoria per questo uomo che soffre di solitudine, una vittoria dal gusto terribilmente amaro. Heinz Kamisnski non riesce a voltare pagina dopo un passato che lo perseguita da 30 anni. Lo si vede: consulta freneticamente le pagine del suo enorme dossier, che ha recuperato nel 1996, dagli archivi della Stasi, in cui è depositata la storia di tutta la sua vita da quando aveva 7 anni. “Provo ancora odio” dice “contro quegli uomini che mi hanno fatto ciò”.


(Valérie Cova di France Info)
Jeudi 5 novembre 2009
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In Italia: Giorno dell'Unità Nazionale e Festa delle Forze Armate


91° anniversario della Grande Guerra


Nel novembre di 91 anni fa finiva la prima guerra mondiale.

Nel mondo niente era più come prima della guerra.

All’est la rivoluzione bolscevica aveva trionfato, la Germania era in ginocchio, l’Austria-Ungheria era scomparsa, nasceva una nuova Europa con nuovi paesi: gli Stati baltici, la Polonia, la Cecoslovacchia; a sud l’impero ottomano era disintegrato, ad ovest la Francia aveva ripreso l’Alsazia e la Lorena, passavano all’Italia il Trentino-Alto Adige e Trieste.

Più di 9 milioni di uomini avevano perso la vita sui campi di battaglia.

La guerra in Europa, iniziata nell’estate 1914, è stata la prima "guerra totale" che aveva opposto diverse nazioni, coinvolgendo le forze economiche.

Una guerra totale è una guerra dove la distinzione tra militari e civili tende a ridursi e dove i civili ci vanno di mezzo come i soldati. Certo le atrocità commesse dalle truppe tedesche in Belgio e nel nord della Francia nell’estate del 1914 o ancora i bombardamenti di Reims sono diverse da quelle di Hiroshima e della distruzione di Desdra, ma la differenza tra le due guerre mondiali è una differenza di scala, dovuto ai limiti della tecnologia. Se i tedeschi avessero disposto di più “Grande Bertha”, i Parigini avrebbero sofferto di più. D’altro canto il genocidio degli Armeni preannuncia in un certo senso quello degli Ebrei.

Una novità della prima guerra mondiale é la nozione del "fronte". Nel XIX secolo le guerre erano fatte da armate in movimento. La guerra, 1914-1918, all’inizio era come quelle dell’800, con delle armate mobili che si cercano, ma nel giro di qualche settimana, il fronte si stabilizza su centinaia di chilometri.


Si ha dapprima la trincea, che è la conseguenza di questa guerra di "fronte". Poi entra in gioco l’artiglieria: la novità sta nell'uso massiccio dell'artiglieria.


Nessuna guerra nella storia aveva avuto un tale impiego esagerato di artiglieria: nella battaglia di Verdun (su un fronte di 17 Km di lunghezza e 3 di laghezza) è caduto un obice di grosso calibro (105 mmm o più) su ciascun metro quadrato. Per trasportare un così ingente quantitativo di munizioni erano stati necessari 872 treni e 26.000 vagoni. L’artiglieria distrugge tutto e stravolge completamente  il paesaggio.

Alcune innovazioni fanno di questa guerra la prima guerra industriale: le mitragliatrici, i gas, i lanciafiamme, ma anche i carri armati, i sottomarini e gli aeroplani, con i quali si entra veramente nel XX secolo.

La morte in massa non si era mai vista prima: i morti raggiungeranno la cifra di 9.400.000, di cui 1.397.000 in Francia (pari a una media di 829 morti al giorno nei 1560 giorni di guerra), a cui si devono aggiungere altrettanti feriti e prigionieri, la maggior parte catturati nel 1914 e a Verdun). In Italia i morti furono 578.000 (mediamente 460 morti al giorno in 1258 giorni di guerra).

Con la prima guerra mondiale si entra nell’era della violenza industriale, di una violenza cieca. La guerra del 1914-1918 è una guerra dove è raro che si uccida guardandosi negli occhi. La “pulizia delle trincee” sicuramente é esistita, ma resta marginale in quanto l’arrivo dei soldati in una trincea nemica è preceduto da una tale preparazione dell’artiglieria che gli uomini, di fatto, sono già morti o non sono in grado di opporre resistenza.

Nel 1918 il mondo non assomiglia più a quello del 1914: la principale conseguenza della Grande Guerra é lo spostamento del centro di gravità dell’economia mondiale dall’Europa verso gli Stati Uniti d’America. Nel 1914 l’Europa era il banchiere del mondo; nel 1918 non più. Per finanziare la guerra i paesi europei si erano indebitati: ormai Wall Street supera la City di Londra o la borsa di Parigi.

Gli Stati Uniti d’America erano entrati in guerra contro la Germania nell’aprile del 1917, al fianco dell’Intesa: per questo intervento fu ristabilita la coscrizione obbligatoria che era stata abolita dopo la guerra di secessione (1861-1865) . I soldati americani arrivarono in massa sul continente europeo: 300.000 nel marzo 1918, un milione nel mese di luglio, il doppio alla vigilia dell’armistizio. 114.000 caddero sui campi di battaglia.

Oltre all’apporto dei militari statunitensi alla vittoria dell’Intesa, non va dimenticato l’aiuto americano nel  campo economico: durante la guerra, gli alleati ricevettero materie prime, alimenti, macchine utensili, materiale ferroviario, benzina.

(Liberamente tratto da un’intervista al prof. Antoine Prost, insegnante alla Sorbona di Parigi, esperto in Storia dell’Educazione e di Storia sociale)

 

In Italia
La guerra era terminata. Dopo la disfatta di Caporetto, nell'ottobre del 1917 (40 mila morti, 600 mila fra prigionieri e sbandati), sui socialisti si riversarono gli strali della borghesia interventista. Un rigurgito di nazionalismo si diffuse nel Paese individuando nel "disfattismo rosso" la causa del disastro. In realtà la disfatta di Caporetto non fu determinata dall'azione dei socialisti, ma dalla cattiva situazione strategica dell'esercito italiano e dagli errori del comando d'armata. Solo sul Piave si potè fermare l'avanzata di tedeschi e austriaci. Sì, la guerra era terminata, ma il prezzo era stato alto. Erano morti in battaglia 600.000 italiani, migliaia e migliaia i feriti. Vi erano state 870.000 denunce all'autorità giudiziaria militare,
470.000 persone non avevano risposto alla chiamata, 400.000 denunciati per diserzione, 100.000 le sentenze del Tribunale militare, 4.000 le sentenze di condanna a morte delle quali 750 eseguite, 141 le esecuzioni sommarie. Per la prima volta gli eserciti avevano usato armi chimiche.

Eppure in mezzo a tanti dolori, altri si erano arricchiti. Bisognava fornire l'esercito di cannoni, vestire e calzare milioni di persone. Tutte le industrie lavorarono a pieno ritmo: la produzione di automobili che nel 1914 era di 9.200 unità all'anno, nel 1920 raggiunse le 20.000 unità. Il consumo di energia elettrica raddoppiò cosÌ come la produzione nell'industria siderurgica. La Fiat aumentò il proprio capitale: dai 17 milioni del 1914 ai 200 del 1919. L'Ilva, l'Ansaldo, le grandi banche - Banca Commerciale, Credito italiano, Banca di Roma, Banco di sconto - dettavano legge allo Stato.

I contadini, sbattuti nelle trincee, si erano comportati bene e avevano fatto il loro dovere con la stessa rassegnata determinazione con cui attendevano alla loro quotidiana fatica.

In Brianza
In tutta la Brianza si potevano contare 5000 caduti.

A Lissone
Anche Lissone aveva fatto il proprio dovere e 167 erano i morti della prima guerra mondiale.

Secondo quanto scrive Luzzatto in Storia economica dell'età moderna e contemporanea:

“si fanno oscillare fra i 9 e i 10 milioni i morti in guerra; ai quali, agiungendo l'aumento della mortalità (valutato in 5 milioni) e la diminuzione della natalità che si fa salire a 20 milioni, si arriva ad una perdita totale della popolazione di circa 35 milioni... Alle perdite umane si aggiungono le perdite non meno gravi di ricchezza per la distruzione quasi totale di intere regioni, per l'affondamento di un numero enorme di navi con tutto il loro carico, per i danni recati ad un grande numero di stabilimenti industriali, ai lavori di bonifica e a molta parte dell'attrezzatura agricola, la fortissima diminuzione del patrimonio zootecnico e soprattutto le enormi spese che gli Stati belligeranti dovettero sostenere per causa, diretta o indiretta, della guerra. Le sole spese di guerra vere e proprie ammontavano, secondo fonti attendibili, ad un totale di 210 miliardi di dollari vecchi, di cui 156 furono spesi dalle potenze dell'Intesa e soli 63 dalle potenze centrali.”

Le conseguenze economiche della guerra si riversarono sui Paesi più deboli economicamente. L'Italia uscì dalla guerra con un debito verso gli Stati Uniti pari a 8.537 milioni di lire-oro e verso l'Inghilterra di 15.405 milioni di lire-oro dopo aver sopportato ingenti spese di guerra.

L'illusione che la guerra avrebbe portato l'equilibrio economico e maggior benessere, restò, appunto, un'illusione. I prezzi aumentarono, l'inflazione, iniziata nei primi mesi del 1919, continuò aggravandosi, vennero alla luce episodi inquietanti sulla guerra. I militari esonerati appartenevano tutti alla borghesia, quei pochi che andavano a militare, erano subito nominati ufficiali. Non a caso si cantava una canzone di anonimo autore, Gorizia, che recitava. "Sian maledetti quei giovani studenti / che hanno studiato e la guerra han voluto".

da "4 strade" di Adriano Todaro  - Comune di Nova Milanese - aprile 1995


Di queste case

non è rimasto

che qualche

brandeilo di muro

 

Di tanti

che mi corrispondevano

non è rimasto

neppure tanto

 

Ma nel cuore

nessuna croce manca

 

È il mio cuore

il paese più straziato

 

Valloncello dell'Albero Isolato

il 27 agosto 1916


Un poeta in trincea

Il poeta Giuseppe Ungaretti (1888-1970) fu tra i volontari che combatterono sul Carso e vissero in prima persona la durezza della guerra di trincea. In questa lirica, intitolata San Martino del Carso, Ungaretti esprime con grande forza comunicativa il sentimento dell'animo umano lacerato di fronte alle terribili distruzioni della guerra.

Lundi 26 octobre 2009
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Presso il comando generale della 15a Air Force, dal febbraio 1944 era presente un rapporto della R.A.F. britannica dove si informava che gli stabilimenti milanesi operanti nel settore meccanico-siderurgico erano in piena attività, probabilmente al servizio dell'industria bellica; questo portò alla decisione di effettuare sopra la città di Milano una pesante incursione che distruggesse tutti gli impianti produttivi. La data decisa era quella venerdi 20 ottobre 1944.

Il 20 ottobre 1944, Milano subì un feroce bombardamento da parte degli Alleati. Una bomba cadde sulla scuola elementare di Gorla.


 


Non dimenticare la scuola di Gorla
:
martedì 20 ottobre 2009, 65° anniversario del bombardamento aereo del 1944 che distrusse la locale scuola elementare uccidendone tutti gli alunni e insegnanti.

Mercredi 21 octobre 2009
- Recommander



Ghetto di Roma, 16 ottobre 1943: alle 5.15 del mattino le SS rastrellano 1.024 persone. Due giorni dopo, diciotto vagoni piombati partono dalla stazione Tiburtina diretti al campo di concentramento di Auschwitz: solo sedici persone faranno ritorno.

 

È il 16 ottobre del 1943, il "sabato nero" del ghetto di Roma. Alle 5.15 del mattino le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia e rastrellano 1024 persone, tra cui oltre 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14.05  del 18 ottobre,  diciotto vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni arriveranno al campo di concentramento di Auschwitz in territorio polacco.
Solo quindici uomini e una donna (Settimia Spizzichino) ritorneranno a casa dalla Polonia. Nessuno dei duecento bambini è mai tornato.

Documenti emersi dagli archivi americani fanno luce su una verità inquietante: il corso degli eventi poteva essere cambiato. Gli alleati sapevano dell’imminente rastrellamento, ma non fecero nulla per impedirlo.

Il 25 settembre del 1943, il tenente colonnello Herbert Kappler, capo delle SS a Roma, riceve l’ordine da Berlino di procedere al rastrellamento del Ghetto della capitale italiana. Il capitano decide però di non eseguire subito l’ordine. Insieme al console tedesco, Eitel Friedrich Moellhausen, assume sin dal principio un comportamento molto strano. I due uomini si rivolgono, all’indomani dell’ordine ricevuto da Berlino, al Feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante delle truppe tedesche in Sud Italia, che non concede immediatamente l’appoggio militare all’operazione.

 

L’oro di Roma

La sera stessa Kappler convoca a Villa Volkonsky, sede del comando tedesco a Roma, i massimi rappresentanti della comunità ebraica Ugo Foà,  Presidente della Comunità Israelitica di Roma e Dante Almansi,  Presidente della Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, per ricattarli. La richiesta è cinquanta chili d’oro in cambio della salvezza. La consegna dell'oro avviene non già a Villa Volkonsky ma a Via Tasso, e precisamente al numero 155, che non era ancora il famigerato carcere delle SS, luogo di torture e terrore che diventerà in seguito, ma formalmente “l'Ufficio di Collocamento dei Lavoratori italiani per la Germania” (è ora sede del Museo Storico della Liberazione).

Kappler non si presenta. Non vuole abbassarsi alla formalità di ricevere quell'oro che ha estorto. Si fa sostituire da un ufficiale di grado inferiore, il capitano Kurt Schutz. La pesatura viene eseguita con una bilancia della portata di 5 chili. Ogni pesata viene registrata contemporaneamente da Dante Almansi e da un ufficiale tedesco, che si trovano alle due estremità del tavolo. Alla fine dell'operazione, mentre Almansi ha segnato dieci pesate, il capitano Schutz dichiarava risentito che le pesate sono nove. Le proteste di tutti gli ebrei presenti irritano ancor di più il capitano che si oppone anche a quella che era la via più semplice per sciogliere ogni dubbio, cioè ripetere l'operazione. Finalmente, di fronte alle vive insistenze da parte ebraica, il capitano Schutz dà l'ordine di ripetere le pesate. I chili sono 50.

 

La retata

La comunità non è, ovviamente, al corrente dell’accordo che i due hanno già fatto con Kesserling. Non può sapere che già è stato deciso di non portare avanti l’ordine di Berlino, almeno fino a quel momento. Kappler mente a tutti, mentirà anche durante il processo a suo carico. La città e il Vaticano si mobilitano per aiutare gli ebrei, l’oro è consegnato nei tempi prestabiliti e la comunità si sente finalmente al sicuro. Ma ai primi di ottobre il governo tedesco invia a Roma il Capitano delle SS Theo Dannecker per procedere alla deportazione e velocizzare i tempi. Dannecker è un “esperto” di fiducia di Eichmann che aveva dato il via ai rastrellamenti di Parigi. Grazie ai documenti ritrovati negli archivi degli Stati Uniti, si scopre ora che Kappler e Moellhausen temevano la reazione dei carabinieri se si fosse proceduto al rastrellamento. Ma a Dannecker questo aspetto non spaventa e organizza la retata. Oggi, però, sempre grazie ai documenti segreti, si scopre che milleduecento persone avrebbero ancora potuto salvarsi, anche dopo l’intervento di Dannecker: gli americani erano entrati in possesso di una trasmittente che decifrava i messaggi nazisti. Per quale motivo allora non alzarono un dito per fermare la strage? E Pio XII perché si limitò solo a protestare? Il Papa, in realtà, era sottoposto ad un tacito ricatto: più di 800mila ebrei si erano rifugiati nelle chiese e nei conventi di tutta Europa, in gran parte occupata dai nazisti.

Cosa ne fu allora degli ebrei del ghetto di Roma? Abbandonati al loro destino, non ebbero più scampo. Dal Collegio Militare su Via della Lungara furono tradotti alla stazione Tiburtina, e da lì ad Auschwitz.

 

Vedi: La Storia siamo noi: la televisione da conservare  Rai Educational

Proprio all'inizio del mese di ottobre è morto Leone Sabatello, ultimo sopravvissuto della razzia nazista nel ghetto di Roma. Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica romana, nel dare la notizia, ha così commentato la triste circostanza: «Leone, che aveva tatuato sul braccio il numero 158621 che gli imposero i nazisti in campo di sterminio non era mai voluto tornare a visitare Auschwitz e non aveva mai raccontato la sua storia, che si è portato nella tomba. Questa morte pone di nuovo il problema della trasmissione della memoria a mano a mano che scompaiono sia i sopravvissuti sia i carnefici. L'angoscia che proviamo per la morte di Sabatello si sovrappone alla paura che nel tempo si possa modificare la verità di quegli anni bui». 
Samedi 17 octobre 2009
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Dal luglio 1941 al 24 gennaio 1944, dai microfoni di Radio Milano-Libertà, furono ogni giorno trasmessi, diretti all'Italia, commenti agli avvenimenti tragici di quel periodo, appelli alla resistenza antifascista e poi alla lotta armata, indicazioni politiche. Radio Milano-Libertà era una emittente del Partito comunista italiano che lavorava in Unione Sovietica nel quadro di una attività radiofonica promossa dall'Internazionale comunista dopo l'aggressione tedesca all'URSS del 22 giugno 1941: fu cosa diversa da Radio Mosca, la radio del governo sovietico, che pure aveva sue trasmissioni in lingua italiana.

2.000 furono le trasmissioni effettuate: tra i circa. 350 articoli che costituiscono l'archivio di Radio Milano-Libertà,
262 sono di Togliatti, che scrisse nello stesso periodo in cui preparò anche (sotto il nome di Mario Correnti) le trasmissioni di Radio Mosca. Commentavano, giorno per giorno, gli avvenimenti in Italia, gli articoli della stampa di regime, i discorsi dei gerarchi, ecc.

Non siamo in grado di dire quanto esteso e largo fosse allora, in Italia, l'ascolto di Radio Milano-Libertà. Le testimonianze dei compagni, che in quegli anni lavorarono e lottarono in Italia, sono varie e incerte: un pubblico largo di ascoltatori vi fu certamente fra le masse popolari, e ad ogni modo assai vasta fu l'eco delle trasmissioni nel quadro comunista. Molti fra gli articoli che furono scritti per l'Unità clandestina o fra i volantini di propaganda antifascista furono elaborati sulla base delle trasmissioni di Radio Milano-Libertà. E le stesse discussioni che si svolsero nei e fra i gruppi dirigenti del PCI di Roma e Milano, soprattutto nel periodo successivo alla caduta di Mussolini, nell'estate e, poi, dopo 1'8 settembre1943, avevano come punto di riferimento anche quello che veniva detto da Radio Milano-Libertà.

L’idea-forza che Togliatti avanza con convinzione e tenacia, ogni giorno, è quella dell’unità d’azione fra tutti gli italiani, dai democristiani ai liberali e ai socialisti, ai comunisti che non ne potevano più di un regime che aveva portato l’Italia di sconfitta in sconfitta e alla servitù verso i tedeschi.

Il «fronte nazionale» di cui si fa espressione Radio Milano-Libertà e di cui parla Togliatti in queste trasmissioni «non esclude nessuna tendenza politica, nessuna categoria di interesse e -nessuna sfumatura di opinioni», e il suo obiettivo «non è né di classe né di partito ma essenzialmente e solamente nazionale» perché «si tratta 'di salvare la nazione da una rovina economica, da nuovi disastri militari e dallo sfacelo e dal caos politico».

Gli articoli trasmessi da, Radio Milano-Libertà sono un continuo e instancabile incitamento alla lotta' ma costituiscono una indicazione, a volte minuziosa, e una direttiva al partito comunista e a tutto il movimento antifascista e partigiano su come organizzarsi e lottare.

Successivamente, per tutto il corso dei mesi e degli anni, l'intervento e l'indicazione si precisano e diventano sempre più incalzanti: «Diffondere le nostre parole d'ordine, a voce, scrivendole sui muri, con manifestini. Dare la caccia ai tedeschi che sono in Italia, indicandoli all'odio e al disprezzo di tutti. Sabotare la produzione di guerra». Il 30 gennaio 1941 (le «quattro giornate» verranno alla fine di settembre del 1943!) incita Napoli alla rivolta: «Napoli deve essere fra le prime a far sentire a tutto il paese la protesta energica del popolo ... Operai napoletani, popolani e popolane di Napoli, non abbiate paura». Il 19 maggio 1942, si rivolge ai cittadini della Sardegna:«Prendete il fucile, fuggite dalla caserma o dal campo, datevi alla macchia». E il 12 giugno 1942 invita a «non disertare le assemblee dei sindacati fascisti per strappare al governo l’indennità di carovita». E negli stessi giorni si rivolge ai contadini:«Che in ogni villaggio si mettano d'accordo quattro o cinque capi famiglia, i più autorevoli e mandino in giro i giovani, le ragazze, a dire a tutti i contadini, anche nelle cascine più lontane che le imposte. questa volta non si devono pagare». E agli operai di Torino dice che «bisogna fare come nel 1917»: e che bisogna muoversi per fare in modo che «gli sforzi degli operai italiani si fondano con quelli degli operai di tutta l'Europa e del mondo intero che lottano per spezzare le catene del fascismo e ridate al mondo, con la libertà, la pace». E ai braccianti dell'Emilia e della Puglia che «bisogna far rivivere una grande tradizione di organizzazione e di lotta ... e passare allo sciopero, al sabotaggio dei lavori agricoli, alle manifestazioni violente, all'incendio delle case e dei raccolti dei signori». E il 20 marzo 1943, Togliatti dice. che «anche da noi c'è posto per un movimento di partigiani … ci sono soldati e ufficiali tedeschi ai quali·bisogna fare capire coi mezzi più energici che è ora che se ne vadano dal nostro paese ... Anche da noi vi sono decine di treni che ogni giorno partono per la Germani con i prodotti del nostro suolo. Bisogna che questo finisca. Questi treni ci vuole qualcuno che li faccia deragliare». E il 15 maggio 1943, ancora più chiaramente: «Mussolini non se ne andrà se non lo cacciamo. Ma per cacciarlo è necessaria l'insurrezione armata delle grandi masse popolari della città e della campagna».E il 30 ottobre 1943, la direttiva precisa: «È dovere dei partiti antifascisti di svolgere il più intenso lavoro per creare dappertutto una organizzazione e una direzione le quali permettano di passare dagli atti di gruppi più o meno isolati alla vera e propria guerra di grandi unità di partigiani contro l'invasore, di passare alla vera e propria insurrezione di intere città e di province e regioni intere contro le truppe di occupazione e contro gli sgherri fascisti».

Una politica di unità nazionale e democratica che tutto subordina all'obiettivo politico principale che era quello di combattere contro i fascisti e i tedeschi e di salvare l'unità e l'indipendenza del paese: e che fa dipendere, conseguentemente, dal raggiungimento di tale obiettivo lo sviluppo stesso della politica e della lotta del movimento operario e del partito . comunista per gli obiettivi di trasformazione democratica e socialista.

Samedi 17 octobre 2009
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Al di fuori del Regno la guerra continuava duramente. Stava nascendo la resistenza ai tedeschi e la lotta per bande. L'opposizione alla dittatura fascista, che si era manifestata durante e dopo i «quarantacinque giorni», era diventata guerra partigiana contro le devastazioni e le deportazioni naziste. Si costituivano i primi Comitati di liberazione con le loro formazioni armate. Sulle trasmissioni di Radio Bari si intensificò il controllo militare. I comandi alleati, il governo provvisorio e gli stessi rappresentanti dei partiti antifascisti, riuniti in Comitato di Liberazione Nazionale, furono d'accordo nell'impostare una trasmissione speciale per i volontari della libertà che agivano nell'Italia occupata, che obbedisse alle direttive del generale Alexander, il quale esortava alla cautela e alla prudenza nella diffusione delle notizie.

Nacque così Italia combatte, la trasmissione più prestigiosa di Radio Bari, poi di Radio Napoli e Radio Roma, alla liberazione della capitale. Si trattava di un servizio con obiettivi esclusivamente militari. Tutti i redattori avevano un nome di battaglia, per non esporre alle eventuali rappresaglie dei nazifascisti i parenti o gli amici lasciati dall'altra parte dell'Italia. Le informazioni sulle vicende belliche arrivavano dall'VIII e dalla V Armata; quelle politiche, economiche e sociali dai servizi del PWB (Psycological Warfare Branch), che le ricavava a sua volta dalle principali agenzie di stampa e dalle intercettazioni radiofoniche. I redattori di Italia combatte, oltre a selezionare e rielaborare le notizie in rapporto alle esigenze della trasmissione, aggiungevano servizi particolari e informazioni raccolte al di qua e al di del fronte. I commenti - secondo le testimonianze di molti redattori - erano abbastanza liberi, purché in linea con le direttive militari degli Alleati e non in contrasto con la politica filomonarchica degli inglesi. Non mancavano certo motivi di incomprensione e di attrito: era nota, ad esempio, la tendenza degli americani a nascondere o limitare le notizie sull'avanzata dell'esercito sovietico e le vittorie dell'Armata rossa.

Ogni sera, in apertura, veniva trasmesso il Bollettino della guerra partigiana in Italia, con numero d'ordine progressivo. Esso risultava diramato ufficialmente «dal quartier generale del generale Alexander». Ma il Qg forniva solo i principali elementi informativi sulle azioni partigiane; il «Bollettino» conteneva molte altre notizie supplementari, di varia provenienza. Spesso veniva accompagnato da brevi editoriali, affidati a personalità rappresentative dell'amministrazione alleata.

Molto più produttivi delle dichiarazioni di intenzione erano i «consigli generali» che Italia combatte trasmetteva alle forze di liberazione antifasciste e che erano marcati da una concretezza drammaticamente ispirata alle necessità della guerriglia.

L'appello al frutto del lavoro andato distrutto per opera della barbarie nazifascista era un tasto ricorrente in molti servizi di Italia combatte.

Questo stile era presente anche nelle testimonianze di quanti, passate le linee, venivano chiamati a trasmettere brevi messaggi dai microfoni di Italia combatte: Oreste Lizzadri (Longobardi) a Radio Bari; Alberto Moravia ed Elsa Morante a Radio Napoli. Tutto quanto potesse contribuire all'obiettivo militare della lotta antitedesca quadro della direzione politica della guerra imposta dagli Alleati, veniva trasmesso: interviste con partigiani che riuscivano ad assicurare i collegamenti, servizi su singole azioni speciali, conversazioni di attualità e, infine, messaggi convenzionali sul tipo di quelli emessi da Radio Londra, istruzioni ai partigiani in rapporto alle esigenze tattiche, alle vicende stagionali, ai movimenti o alle soste delle operazioni ai rifornimenti, al sabotaggio.

Una delle rubriche più note, Spie al muro, consisteva nel mettere sull'avviso gli antifascisti, i partigiani e quanti si rifiutavano. di collaborare con i nazifascisti, sull'attività spionistica di persone insospettate e perciò ancora più pericolose. Occorreva porre in guardia tutti i cittadini che partecipavano in un modo o nell'altro alla Resistenza, che aiutavano le organizzazioni clandestine, che nascondevano perseguitati politici, prigionieri evasi, ebrei ecc. Il mezzo migliore era di segnalare per radio, da una parte all'altra del fronte, i nomi dei delatori. Questi nomi erano ricavati dalle liste dell’OVRA in base ai compensi riscossi dagli informatori della polizia segreta fascista. Molti di questi ex informatori erano rimasti nella Repubblica Sociale protetti dal segreto professionale. Ma alcuni cominciavano ad agire anche nel Sud. Segnalarli per radio significava indurre i conoscenti a non fidarsene, a prendere le debite distanze. Magari spingere loro stessi a ridurre lo zelo, mettersi da parte, cambiare mestiere. Fargli capire che il gioco, il doppio gioco, diventava sempre più pericoloso, che si avvicinava la resa dei conti.

Nell'insieme dei suoi messaggi, la radio italiana controllata dal PWB mirava in quel periodo a due precisi obiettivi: da un lato, un obiettivo di carattere strettamente militare, tipicamente tecnico, che nel corso del 1944 diventerà, con il diffondersi delle radio clandestine una delle caratteristiche della guerra partigiana; dall'altro, un obiettivo più ampio di informazione democratica.

In un'Italia spaccata in due dal conflitto, la radio aveva a che fare con due realtà affatto diverse; aveva inoltre la non trascurabile funzione di essere un tramite tra gli italiani del Sud e quelli del Nord.

La popolazione italiana, sia nelle zone libere che in quelle ancora occupate dai nazifascisti, aveva bisogno più che mai di orientamenti sicuri e di notizie certe, non solo di essere rassicurata sulle intenzioni di pace e di progresso degli anglo-americani.


tratto da: "Storia della Radio e della televisione in Italia" di Franco Monteleone - Marsilio Editore - 1995 

Vendredi 16 octobre 2009
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Quattro colpi di tamburo, era la sigla di Radio Londra. Punto-punto-punto-linea, un suono cupo ma che in linguaggio Morse era la lettera V di Victory. La guerra si faceva anche sulle onde dell'etere, la radio era un'arma potente. Harold Raphael Gaetano Stevens, colonnello dell'esercito inglese nato a Napoli, fu chiamato dalla BBC per leggere i testi preparati da Aldo Cassuto. Voce flemmatica, molto british, con un’ombra di accento partenopeo. Un successone durato sei anni, dal 1939 al 1945.




trascrizione della trasmissione del colonnello Stevens del 22 aprile 1941, ore 22,40

“Buona sera.

Due mesi di arresto e mille lire di multa colla condizionale: è questo il prezzo, per ogni cittadino italiano incensurato, dell'abbonamento alle trasmissioni di Radio Londra, oltre al canone annuale dell'EIAR e all'eventuale confisca dell'apparecchio, se questo è di proprietà del nostro ascoltatore. Il prezzo è caro, ne conveniamo, ma non siamo noi a trarne profitto; e, d'altronde, il numero crescente dei nostri ascoltatori dimostra quanto siano vaste le categorie di italiani che affrontano questo rischio per ascoltarci.

Non vi è esortazione della stampa o delle autorità fasciste, non vi è minaccia di pene, non vi è sanzione effettiva che possa circoscrivere o fermare questo continuo allargarsi della massa dei nostri ascoltatori in Italia. Nel Nord e nel Mezzogiorno, nel centro e nelle isole, nelle città e nelle campagne, in montagna o sul mare, non vi è un centro abitato nel quale la voce di Radio Londra non sia ascoltata; furtivamente eppure con intensa attenzione, colla emozione di fare ciò che è proibito e di preservare qualche cosa di caro.

In ogni grande casamento cittadino, a una data ora del giorno o della sera, vi è almeno una radio il cui altoparlante parla sommesso come un sussurro. È l'ora di Radio Londra; e il capofabbricato non deve sapere, per quanto, forse, sia occupato ad ascoltare anche lui.

Si mandano i bambini a letto; perché non parlino l'indomani a scuola e qualcuno faccia la spia al maestro, e il maestro faccia la spia al fiduciario rionale. Se una visita batte alla porta, la radio viene spenta di colpo. Si spengono i lumi a volte; come se l'oscurità dovesse attutire il suono; si ascolta alla cuffia; si adoperano antenne portabili orientandole in modo da favorire la ricezione ed eliminare le rumorose interferenze delle stazioni fasciste; e quando si può ascoltare perfettamente è come un trionfo.

Lo stesso avviene nei piccoli centri rurali dove il radioamatore coraggioso e ammirato è, magari, uno solo; e tutti sanno chi è; e nessuno lo dice; e tutti attendono da lui le notizie, le vere notizie, i ragionamenti politici, i veri ragionamenti. Forse è l'albergatore, forse il farmacista, forse il dottore; comunque, una persona fiera di compiere un atto di coraggio e di intelligenza che lo distingua dal gregge di coloro che non osano e coi quali, nel giorno delle celebrazioni, egli è costretto a confondersi indossando la stessa uniforme nera e lo stesso berretto alla tedesca. Il maresciallo dei carabinieri lo sa; ma sorride sornione, pensando che forse non è lontano il giorno in cui saranno questi isolati a dettare la legge.

Questo fenomeno generale e profondo inquieta il regime fascista, perché forse è l'unica forma di protesta possibile contro il regime. Protesta muta, anche se non sorda; spontanea, anche se inorganica; concorde, anche se sgorga da sentimenti diversi e contrastanti; vasta, anche se composta da elementi individuali; e progressivamente sempre più vasta, più concorde, più spontanea.

Non è merito nostro, di noi che lavoriamo giorno e notte qui a Londra per informare il pubblico italiano di quanto avviene nel nostro paese e nel mondo: noi cerchiamo soltanto di avvicinarci alla realtà dei fatti, e di ragionare con sincerità e buon senso. Ma sappiamo che l'Italia ha sete di verità e di senso comune; e non è possibile allontanare dall'acqua le labbra degli assetati. Due mesi di arresto e mille lire di multa sono troppo pochi per questi imputati; e di più sarebbe troppo per i giudici. Buona sera”.

Jeudi 15 octobre 2009
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Si stava curvi, ad ascoltare. Di notte, magari con una coperta sopra, a occultare apparecchio e orecchio. Perché ascoltare era proibito. Ogni tanto, fra fruscii e scoppi elettromagnetici, la manopola trovava la sintonia e spuntava una voce. Amica o nemica? In che lingua parlava? E le notizie? Buone o cattive? Si abbassava il volume, si avvicinava l'orecchio. Con coraggio pari alla paura, si ascoltava una storia diversa. Radio Londra soprattutto, ma anche Radio Algeri, Radio Barcellona, Radio Tunisi, e tutte le emittenti che con i loro nomi tracciavano la geografia della libertà perduta. La parola, trasportata flebile dall'etere, si amplificava nella voce dell'ascoltatore al suo vicino, in un fenomeno di ascolto collettivo comune a tutto il continente.

La radio aveva cambiato le abitudini degli italiani. Il fascismo l'aveva imposta come megafono del pensiero unico e unificante, ma non aveva fatto i conti con la natura anarchica del mezzo, capace di superare i confini e abbattere barriere di qualunque natura.

Razza o non razza, appena fu chiaro che anche altrove si raccontavano ben altre verità, venne naturale mettersi in ascolto. E quale evento più di una guerra costringe gli uomini, paradossalmente, a cercare di parlarsi?

Nel 1936 la guerra di Spagna precede di qualche anno lo scoppio del secondo conflitto mondiale e migliaia di italiani si arruolano volontariamente nelle brigate internazionali per combattere l'ascesa del franchismo. Nasce Radio Barcellona.


stazioni radio ricevute al Centro di Controllo dell’EIAR durante la guerra di Spagna (le radio che si opponevano al regime fascista venivano classificate come stazioni di propaganda comunista)


Trasmissioni fatte di rapide traduzioni del notiziario spagnolo e informazioni provenienti dal fronte. Per confondere l'intercettazione fascista l'emittente va in onda con il nome di Radio Milano.

Il regime fascista subì il colpo e mise in piedi Radio Verdad, con il compito di contrastare Radio Barcellona sulle stesse lunghezze d'onda e alle stesse ore con trasmissioni che agli ascoltatori dovevano sembrare emesse dalla penisola iberica e che invece venivano irradiate dall'Italia.

Era la "guerra delle onde". Più fantasiosa e meno cruenta di quella fatta con bombe e fucili ma non meno efficace. Il fascismo, ostile a ogni libera manifestazione di pensiero, aveva capito da subito che le radio straniere potevano incrinare quell'immagine di ordine sociale, consenso assoluto e compostezza politica che il Duce voleva propagandare agli italiani. Le parole dovevano essere solo d'ordine. Nel 1930 cessò per legge l'attività dei radioamatori: bisognava evitare che si ripetesse la "beffa di Nizza", quando nel 1926 un giovane avvocato, Sandro Pertini, con un piccolo apparecchio aveva inviato i suoi messaggi antifascisti verso la costa ligure.

La legge dei tribunali e quella dei manganelli cercarono a più riprese di limitare il dilagante fenomeno dell'''ascolto clandestino di massa". Ma solo nel 1938, con un decreto regio che proibiva di fissare le sintonie sulle stazioni estere, fioccarono arresti e condanne, sempre più pesanti: anche fino a cinque anni di confino.

Proibito ascoltare, ma quasi tutti lo facevano: studenti, professionisti, casalinghe, contadini. Si ascoltava per necessità. Perché la gente voleva sapere cosa realmente stesse succedendo. Non lo poteva certo chiedere all'EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) o alla stampa, ferocemente controllata dal regime. Per aggirare i controlli e non farsi identificare dai rivenditori (e dunque dai fascisti), i militanti del Partito comunista clandestino usavano questo stratagemma: non acquistavano l'apparecchio ma lo chiedevano in prova al rivenditore per un periodo di quindici giorni.

Dopo il tramonto, quando la notte liberava l'etere dalle frequenze e l'ascolto era più chiaro, l'orecchio si avvicinava all'altoparlante e la mano girava la manopola. “Tu-Tu-tu-tuum. Tu-Tutu-tuum”. Sembrava la Quinta di Beethoven, e forse lo era. Ma era soprattutto un cupo segnale morse: tre punti e una linea. Una V. Quella di Victory, Vittoria. L'indice e il medio di Winston Churchill si materializzavano così e Radio Londra arrivava nelle case degli italiani.

Le trasmissioni ebbero inizio il 27 settembre 1938, quando, al culmine della crisi di Monaco, il primo ministro Charberlain trasmise il suo discorso alla nazione anche in francese, tedesco e italiano: nascevano così i "servizi europei" della BBC. Con lo scoppio delle ostilità, un anno dopo, le trasmissioni in lingua italiana si intensificarono: da un quarto d'ora a un'ora e mezza al giorno nel maggio del 1940, fino a raggiungere le quattro ore e un quarto, suddivise in quattordici trasmissioni, nell'agosto del 1943.

Gli italiani cominciano a fidarsi di Radio Londra. Così le sue voci diventano familiari. Come quella del colonnello Stevens, soprannominato il "colonnello Buonasera" perché così iniziano sempre i suoi commenti. Non è né alto né biondo, ma alla radio tutti se lo immaginano così. La madre gli ha lasciato un leggero quanto simpatico accento napoletano, esercitato negli anni in cui è stato addetto militare all'ambasciata di Roma.

Sbarcate in Sicilia, le truppe alleate videro, sul dorso di una collina, una scritta composta da lettere giganti: ''W il colonnello Stevens". Ma erano anche altri gli eroi di Radio Londra. John Marus, inglese di passaporto e veneto di origine, era il tanto temuto Candidus. Polemista asciutto, smontava con l'arma dell'antiretorica le menzogne del regime fascista.

Ma con il progredire della guerra si diradano i programmi leggeri e si moltiplicano i messaggi speciali destinati alle forze della Resistenza. Sono frasi volutamente enigmatiche, scandite dallo speaker e il cui significato drammatico (spostamenti di truppe, invio di armi) spesso contrasta con il senso ironico che giocoforza le avvolge: "Felice non è felice", "È cessata la pioggia", "La mia barba è bionda", "La gallina ha fatto l'uovo", "La vacca non dà latte.

Anche la ricezione di Radio Londra però non è sempre perfetta.

Ecco allora un consiglio per abolire i fruscii: «Prendete una scatola di cartone di 40 centimetri per lato, togliete il coperchio e il fondo. Praticate due fori su uno dei lati del telaio. Avvolgete 20 spire con 30 metri di filo, i due capi denudateli e collegateli uno alla presa di terra, l'altro alla presa aerea dell'apparecchio radio». Chissà se funzionava veramente. Radio Londra di sicuro ha funzionato, costituendo un punto di riferimento per tutte le emittenti dell'Italia liberata che rilanciavano le sue notizie o il suo segnale.

I fascisti della Repubblica Sociale Italiana cosa pensavano degli ascoltatori di Radio Londra?

Quali provvedimenti occorreva prendere per impedirne l’ascolto?

Da un rapporto redatto, a fine giugno 1944, dalla Guardia Nazionale Repubblicana:

 


«La propaganda nemica fa sempre più presa nell'animo della popolazione e sarebbe molto opportuno o sequestrare gli apparecchi radio o bloccarli a un'unica stazione italiana».

 

«La propaganda che il Partito svolge incessantemente sia a mezzo della stampa che della radio è ascoltata da pochi, troppo pochi! Sono quei pochi che hanno mantenuto integra la fede e la speranza che l'Italia di Mussolini possa risorgere, ma tutto il resto, il grosso della popolazione, fa solo commenti sfavorevoli. Il popolo, sfiduciato dalla realtà dei fatti e imbevuto della propaganda nemica attraverso Radio Londra, resta sordo a qualsiasi richiamo della Patria e con questo suo atteggiamento passivo e di attesa si dimostra, ogni giorno di più, favorevole al movimento antinazionale».
Mercredi 14 octobre 2009
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