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Oreste Ballabio, un lissonese nel Corpo Italiano di Liberazione

10 Mars 2015 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Oreste Ballabio, un lissonese nel Corpo Italiano di Liberazione

Oreste Ballabio ci ha lasciati. Era socio onorario dell'ANPI.

Nel 2010, in occasione del “Giorno della Memoria”, gli avevamo conferito la tessera ad honorem, in segno di riconoscenza per aver contribuito alla Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dal regime fascista.

Oreste Ballabio, dopo l’8 settembre 1943, fece parte del Corpo Italiano di Liberazione che, con gli Alleati, contribuirono alla liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista. Questi militari del C.I.L. vanno considerati dei resistenti come quelli che combatterono a Cefalonia o che finirono, rifiutando di combattere a fianco dei nazisti, nei lager tedeschi. Questi combattenti nelle unità militari, accomunati a quelli nelle formazioni partigiane e ai prigionieri in mano tedesca, compirono un grande sacrificio. A loro il nostro pensiero riconoscente e la gratitudine per averci consentito di riacquistare la dignità nazionale.

Quella di Oreste Ballabio è una preziosa testimonianza: quattro anni (dal gennaio 1942 al luglio 1946) in cui il giovane lissonese, da protagonista, vide la fine del regime fascista, la sconfitta del nazismo e poi, anche con il suo voto, la nascita della Repubblica Italiana.

Pedalando, fin dall’inizio

Oreste Ballabio si è affacciato alla vita il 24 ottobre del 1922 a Lissone, figlio di Ambrogio (pà ‘mBrusìn) e di Maria Perego.

Quello stesso giorno si radunavano a Napoli 60.000 camicie nere ad ascoltare Mussolini che proclamava: «O ci daranno il governo o lo prenderemo»  e a preparare la marcia su Roma, che in effetti ci sarà appena 4 giorni più tardi e che tanto avrebbe condizionato la giovinezza del nuovo nato.

58° artiglieria, cappello alpino

«Nel febbraio 1941 ho fatto la visita di leva, a Monza in “Forti e Liberi”. Poi sono partito il 10 gennaio del 1942 e sono tornato  a luglio del 1946. A vent’anni avevo già fatto 10 mesi di naja. Avevo 19 anni e tre mesi e sono tornato a 24 anni non ancora fatti».

«All’inizio sono andato a Milano alla caserma di piazzale Perrucchetti, artiglieria, e non so come mai sono andato lì; tornavo a casa tutte le domeniche, tram e treno. L’addestramento forte l’abbiamo fatto a Caslino d’Erba».

Ecco cosa dice un possibile commilitone del nonno Oreste, l’artigliere valtellinese Cesare Poletti Riz: «Nel gennaio dell’anno 1941 mi sono presentato alle armi con i nati nel 1921. Fui arruolato, fra le reclute, nel 58° Reggimento di Artiglieria Divisione Fanteria Legnano di cui alcuni reparti combattevano sul fronte greco-albanese. Eravamo ospiti nella caserma di Baggio, a Milano, presso il 27° Reggimento di Artiglieria. Dopo un primo periodo di istruzione, siamo stati inviati al campo a Canzo-Asso in provincia di Como e sistemati in una vecchia filanda con i nostri muli. Nell’autunno del 1941 il mio reparto è stato inviato in Liguria, a Cervo San Bartolomeo e dintorni; eravamo alloggiati in baracche vicino al mare e facevamo lunghe marce nell’entroterra ed esercitazioni varie. Dalla Liguria, nel novembre 1941, il reparto al quale appartenevo, con armamento e muli, fu spostato in Francia, sulla Costa Azzurra, presso Cannes, dove siamo rimasti fino al luglio 1942. La zona era bellissima con tante ville lussuose. Noi eravamo attendati, anche durante i mesi più freddi, con il compito di occupare il territorio francese e, nell’eventualità di uno sbarco dal mare, avevamo i nostri pezzi di artiglieria piazzati lungo la costa. I primi due mesi sono stati durissimi, anche per la scarsità dei rifornimenti, ma in seguito la situazione migliorò notevolmente ed a noi, come truppa di occupazione, venne assegnata una paga giornaliera di 50 franchi francesi, molto più del soldo nel territorio italiano. Stavamo bene tutti e il rapporto con la popolazione locale, nonostante alcune regole da osservare, come il coprifuoco, era buono ed eravamo benvisti».

Anche il nonno Oreste – che appartiene alla Divisione di fanteria «Legnano» e più precisamente al 58° artiglieria «Legnano» e quindi porta il cappello da artigliere alpino -  ha una storia del genere, sebbene posticipata di un anno:

«Poi sono partito per il reggimento che era in Liguria ad Albenga, a giugno. A novembre siamo andati in Francia. Già pronti per andare in Russia a rinforzare la Tridentina, invece di andare a prendere il treno ci hanno mandati in Francia. I bersaglieri in bicicletta e noi a piedi».

«Il più brutto l’ho fatto più in Francia che dopo. Si stava fuori un giorno o due a costruire camminamenti, poi quand’era pronto ci spostavano. Si faceva una media di 25-30 km tutti i giorni. Siamo arrivati fino a Lione. Nel 1943 abbiamo cominciato a stare un po’ fermi e a star bene, abbiamo costruito le baracche, e ci hanno rimpatriati».

Ecco cosa testimonia un altro reduce, un ufficiale:

«Fra i compiti dei reparti Italiani attestati nella Francia meridionale era quello di preparare delle difese per ostacolare il probabile tentativo di sbarco da parte degli anglo-americani. Infatti uno degli incarichi che ebbi in quel periodo, inverno e primavera del 1943, fu quello della responsabilità per oltre tre mesi di un plotone formato in gran parte di valtellinesi e comaschi impiegato nella costruzione di alcuni fortini in cemento armato per mitragliatrici e cannoni anticarro nella località di La Napoule a circa sei chilometri oltre la città di Cannes e organizzata come caposaldo. Gli approntamenti difensivi, grazie ai miei fanti tutti esperti muratori e carpentieri, furono lodati dal colonnello comandante il Reggimento, e seppero resistere all’usura del tempo: infatti ne ho ritrovato due intatti quando nel 1989 tornai in quella località. Ai primi di settembre 1943 i reparti della “Legnano” furono inviati in Puglia per contrastare l’avanzata delle truppe anglo-americane sbarcate in Sicilia».

Mitraglia a truppa

Continua infatti l’Oreste:

«Io il 6 settembre 1943 ero a Bologna per scendere in Bass’Italia. A un certo punto il tenente mi dice: “Ballabio, metti la mitraglia truppa!”. In pratica, sui carri merci avevamo le mitraglie in posizione contraerea e dovevamo invece metterle in posizione per sparare alle persone. Lì ho capito che stava succedendo qualcosa di grosso».

«Ma dell’armistizio abbiamo saputo solo quando siamo arrivati a Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi. L’abbiamo saputo lì perché il tenente al ma dis: “Ballabio (io avevo la mitraglia), dovete portare in salvo la bandiera. Però state attenti, non fate il fesso. Se incontrate qualcuno fate così subito” e faceva il segno di alzare le mani. “Però cercate di bruciare il camion con dentro la bandiera, per non farla restare prigioniera”. Invece, come siamo arrivati in caserma, due carri armati americani ci hanno bloccato il camion ed è finita lì, noi siamo stati agli ordini del tenente».

Ecco la testimonianza di un altro reduce:

«Il mio reparto, dopo una prima destinazione nei pressi di Bologna, a Samoggia, ai primi di settembre fu inviato, con tutto l’armamento e i muli, per “destinazione ignota”. Il viaggio fu molto lungo, in tradotta militare.

Giunti nelle vicinanze di Barletta, alle 8 di sera dell’8 settembre 1943, arrivò la comunicazione dell’avvenuto armistizio.

Pensavamo tutti che la guerra fosse ormai finita, ma alle 9 della stessa sera la radio comunicò che la guerra sarebbe continuata. Le notizie erano molto confuse, non si riusciva più a capire quale fosse il nemico, forse i tedeschi! Per nostra fortuna il viaggio proseguì senza incidenti ed arrivammo incolumi alla nostra destinazione: San Vito dei Normanni, in Puglia».

Coi «soldati del re»

Dopo l'8 settembre 1943, infatti, la Divisione Legnano fornisce i reparti base per la costituzione del 1° Raggruppamento Motorizzato, che diventa successivamente Corpo Italiano di Liberazione (Cil): sono i «soldati del re», che ora finalmente cominciano ad essere rivalutati  per la loro opera, perché l’Italia non è stata liberata solo dai partigiani, ma anche da questi soldati fedeli al loro giuramento e che persero 8100 uomini.

«Già il 28 settembre 1943 – scrive uno storico – un gran numero di fanti della Legnano costituirono, insieme ad altri reparti, il nucleo del 1º Raggruppamento Motorizzato, circa 5000 uomini che furono la prima unità combattente italiana ammessa a partecipare alla guerra contro i tedeschi», anche se – almeno all’inizio – in un settore marginale della guerra; probabilmente perché gli Alleati non si fidavano troppo. Ma il valore anche morale della loro lotta è stato altissimo: erano italiani che finalmente lottavano per liberare la loro terra».

 Il nonno Oreste prosegue:

«Eravamo prigionieri e non prigionieri, ci hanno disarmato e poi ci hanno armato ancora con le nostre armi. Eravamo l’esercito del Sud. Noi eravamo i primi, poi sono rientrati vari altri reparti e si è formato un Gruppo Legnano specializzato, poi c’erano gli alpini. Più avanti ci hanno dato la divisa inglese kaki e le sue armi, ma sempre col cappello alpino; comandante (dal gennaio 1944, ndr) era il generale Umberto Utili».

Il 58° artiglieria entra nel I Raggruppamento Motorizzato dal 15 novembre 1943. Il Raggruppamento venne impiegato già sin dal 7 dicembre 1943 sul fronte di Cassino e, in venti giorni di prima linea, caddero per la conquista del Montelungo 47 fanti e si ebbero 102 feriti. Per fortuna, il nostro Oreste lì non c’era, anche perché quella del Montelungo fu un’operazione militarmente sbagliata.

Lui era altrove:

«Prima a Brindisi, dopo a Mesagne, poi a Manduria, poi a Lizzano, poi a Taranto. Non facevamo niente. Abitavamo in tendopoli. La divisione 67 fanteria ha cominciato a combattere a Montelungo nel dicembre del 1943, noi nel febbraio 1944 sulle Mainarde, Monte Morrone.

Lì c’era una batteria alpina che era spostata e non poteva sparare, noi siamo arrivati a un punto che di munizioni non ce n’era più e allora ce le ha date la batteria alpina. Combattevamo i tedeschi, non gli italiani. Prima non avevo mai sparato, in Francia eravamo truppe d’occupazione. Nella mia batteria uno solo è morto, con la mina: stava portando il rancio in linea pezzi ed è saltato».

Sulle Mainarde

Monte Marrone è sulla catena delle Mainarde, ai confini tra le province d’Isernia e di Frosinone. Lì gli italiani combattono prima (per poco tempo) al servizio delle truppe francesi del generale De Gaulle, poi con i bersaglieri e gli alpini del «Piemonte», che s’impadronirono a metà maggio 1944 del Monte Marrone e poi occuparono Monte Mare e Monte Cavallo ed aprirono agli Alleati una nuova direttrice per raggiungere Roma.

«Il 24 maggio – spiegano i libri - venne dato l'ordine al 4° Reggimento bersaglieri, agli alpini del battaglione “Piemonte”, all'85° Reparto paracadutisti, al IX Reparto d’assalto e al IV Gruppo artiglieria someggiato di avanzare per l'alto lungo la direttrice Monte Marrone, Monte Mare, valle Venafrana, Picinisco».

«La resistenza tedesca si irrigidiva sul Monte Irto e Monte Pietroso che sbarravano l'accesso alla valle di Fondillo; ovunque avanzando, il 28 fu raggiunto Picinisco. Quando i soldati italiani del Corpo Italiano di Liberazione già gridavano “Roma, Roma!”, gli Alleati, in particolare i britannici, non vedevano di buon occhio l'entrata a Roma delle unità italiane».

Questo il ricordo di Oreste:

«Siamo scesi a Picinisco col battaglione Boschetti, il famoso battaglione Boschetti degli arditi. Poi abbiamo attraversato una valle, non so se era la valle del Liri, e c’era un ufficiale, un tenente del Boschetti che era davanti, e sento che dice se c’era qualcuno della Lombardia. Gli dicono c’è un Ballabio… “Ciao - al ma ciama, io avevo la mitraglia -. Da che part ta set?”. “Mi son da Lisòn”. “Mi son da Aròs. Ciao!”».

In effetti, quel battaglione di arditi (era il IX Reparto d'assalto)godeva di fama di grandi combattenti; entrò in linea il 20 marzo 1944 presso Monte Castelnuovo sulle Mainarde.  Veniva chiamato Boschetti dal nome del suo comandante, Guido Boschetti, e contava su circa 500 o 600 uomini, tutti volontari; dall’armistizio alla fine della guerra avrà a 60 caduti e circa 200 feriti.

Il nonno racconta di un sergente del Boschetti che, saltato su una mina e gravemente ferito, estrae una pistola e si spara alla testa.

«Come truppe destinate ad entrare in azione – racconta un altro testimone - ci fu un miglioramento nel vitto e nell’equipaggiamento; la paga fu portata a 50 lire giornaliere per soldati e ufficiali. In questa zona combattevano truppe italiane, polacche, marocchine e indiane, sulla Linea Gustav, lungo la quale avanzammo lentamente con combattimenti durissimi contro i tedeschi».

«La Pasqua del 1944 fu tragica, con moltissime perdite da una parte e dall’altra, sulla cima del Monte Marrone. Questo è stato il periodo delle grandi e sanguinose battaglie di Monte Cassino, Monte Lungo, Monte Mainardi, Monte Marrone e Monte Mare: battaglie che, anche con la partecipazione del Gruppo di combattimento Legnano del rinato esercito italiano, a fianco degli Alleati, aprirono la strada della liberazione di Roma».

Ma gli Alleati non volevano che Roma fosse liberata proprio dagli italiani, che nel frattempo – a primavera del 1944 - si erano costituiti nel Corpo Italiano di Liberazione. Esso infatti venne deviato verso l’Adriatico e impiegato alle dipendenze del II Corpo d’Armata Polacco, comandato dal generale Anders e che rappresentava l'estrema sinistra dello schieramento dell'VIII Armata britannica.

Il 1° giugno i 12-14 mila uomini del Cil erano stati organizzati su due Brigate, una Divisione e un Comando artiglieria. Oreste fa parte della prima Brigata, costituita dal 4° Reggimento bersaglieri, dal 3° Reggimento alpini (con i battaglioni Piemonte e Monte Granero) dal 185° Reparto paracadutisti e appunto dal IV Gruppo artiglieria someggiato.

Come testimoniano gli storici:

«Il Cil dall'8 giugno iniziò una travolgente offensiva che doveva portarlo da Guardiagrele al Metauro. Lo sfondamento della linea invernale portò l'8 giugno alla conquista di Canosa Sannitica, Guardiagrele e Orsogna. Mentre dopo questa operazione la II Brigata rimase a presidio del settore, i bersaglieri e gli alpini della I Brigata proseguirono l'avanzata ed occuparono Bucchianico. Nei giorni 11, 13 e 15 giugno elementi della I Brigata raggiunsero rispettivamente Sulmona, L'Aquila e Teramo. Dura poi fu la resistenza tedesca sul Chienti, ma, serrati sotto i reparti che nella rapida avanzata si erano scaglionati per decine di chilometri, a fine giugno furono occupati Tolentino e Macerata».

Spiega un reduce della “Legnano”:

«Nel maggio 1944 l’avanzata proseguì verso Roma e anche il mio reparto si spostò più a nord. Avanzammo verso Pescara; attraversammo, a piedi, il fiume Pescara trasportando mezzi e muli protetti da una pattuglia di Alpini. Deviammo verso l’Aquila, sempre a piedi, e poi ancora verso Teramo, Ascoli Piceno e Filottrano. Proprio a Filottrano (caposaldo indispensabile per la presa di Ancona) ci fu una durissima battaglia».

La battaglia di Filottrano

Infatti quella di Filottrano, tra il 9 e l’11 luglio 1944, fu una delle più dure battaglie di tutto il Cil, con 300 morti tra i paracadutisti della Nembo. Eccone una sintesi:

«I tedeschi ritirandosi da Macerata, avrebbero voluto organizzare una difesa sul fiume Musone a nord di Filottrano ma non ebbero il tempo e cercarono di resistere all'interno e nei pressi del paese. L'artiglieria del Cil si schierò nei pressi di Sant’Antonio al Forone, da dove la mattina del 7 luglio cominciò ad aggiustare i tiri sui tedeschi. La maggior parte degli obiettivi da battere erano compresi tra Filottrano e Centofinestre».

«I tedeschi battevano la strada che da Centofinestre porta a Filottrano per fermare gli attaccanti: i parà della Nembo, il San Marco, gli arditi e il 68° fanteria. Per tutta la mattina durò il combattimento e solo verso mezzogiorno ci fu una stasi. Il paese era occupato metà dagli italiani, metà dai tedeschi e si combatteva casa per casa».

«L'abitato fu molto danneggiato. Nel pomeriggio dal lato nord del paese i tedeschi sferrarono un attacco con alcuni carri armati "Tigre" ma furono dopo poco fermati dal tiro intenso dell'artiglieria. Iniziarono così a ritirarsi verso il fiume Musone e il 9 luglio il tricolore potè sventolare sul campanile di Filottrano. L'avanzata italiana continuò il 17 e portò il Cil oltre il Musone, quindi a S. Maria Nuova il 19 e a Jesi il 21».

Così invece la racconta Oreste:

«L’abbiamo vista brutta anche noi, nelle Marche, a Filottrano, si sparava a zero, appena appena sopra la nostra fanteria. Carica uno, la carica minima: già il pezzo sparava a 4 km al massimo, figurarsi dov’erano i nemici... Eran già arrivati i muli in linea, pronti per caricare la roba e scappare. Poi comincio a sentire: “Alzo più uno”, “Alzo più due”, poi “Carica terza”… Basta, era andata».

Il cannone della Grande Guerra

Per avere un’idea dell’armamento, le batterie di artiglieria da montagna erano armate con un obice da 75/13 mod. 15già preda bellica austro-ungarica nella Grande Guerra, prodotto dalla Skoda. Il pezzo era lungo 3 metri e mezzo circa, pesava oltre 600 kg e sparava (teoricamente) a 8 km. Il tutto someggiato a dorso di mulo.

Oreste però era capo arma della mitraglia pesante (una Fiat 14/ 35, che pesava circa 17 kg più altri 23 per il treppiede) nella decima batteria del IV Gruppo someggiato. Ogni batteria contava su 4 pezzi e due mitraglie:

«La mitraglia pesante era solo in difesa dei pezzi: nella ritirata, la mitraglia doveva stare lì. La portava un soldato con i muli, pesava quasi più del pezzo.. Ero il capo-arma».

«Sono rimasto in linea fino al settembre del 1944. Salendo da Pescara fino alla Linea Gotica, sempre nelle Marche più o meno».

Il Corpo Italiano di Liberazione giunge stremato al Metauro, dopo aver abbandonato lunga la strada la maggior parte dei suoi mezzi  distrutti. Viene quindi deciso di costituire con i reparti del Cil, integrato da nuove forze provenienti dalla Sardegna, sei divisioni o Gruppi di Combattimento ognuno di circa 10 mila uomini, armati ed equipaggiati con materiale inglese.

Il 24 settembre 1944, sulla base della ex Prima Brigata cui apparteneva Oreste, si ricostituisce così il Gruppo di combattimento «Legnano» con il 68° Reggimento di fanteria «Palermo», rinforzato dal IX reparto d'assalto (gli arditi del Boschetti), un Reggimento Fanteria Speciale (costituito con quanto resta del 3° alpini e del 4° bersaglieri).

L’acqua giù per le spalle

Infatti Oreste se lo ricorda bene:

«Ai primi di ottobre del 1944 eravamo nella divisione Legnano del Corpo italiano di liberazione. Poi siamo andati a riposo a Piedimonte d’Alife, mi sembra che fosse nel matese, in provincia di Caserta. L’inverno l’abbiamo fatto lì, sotto le tende. Avevamo le divise estive, i pantaloni corti. Poi, quando eravamo quasi marci con l’acqua che viaggiava sotto le tende, qualche signora ci ha fatto entrare a dormire in una casa del paese».

Un altro reduce conferma, quasi parola per parola:

«Veniamo dotati di uniformi inglesi che accettiamo molto mal volentieri, stante la nostra volontà, dimostrata in modo energico, di mantenere il grigio–verde. Anche l’armamento è inglese  e inglese diviene la tattica,  per cui necessita un particolare addestramento».

«Il battaglione viene trasferito a Piedimonte d’Alife, attendato in un campo fangoso. I mesi di ottobre e novembre sono particolarmente piovosi, ma l’addestramento, duro e spregiudicato, non conosce sosta. Alla sera, sotto il grande tendone dello spaccio, intrattengo la compagnia raccontando barzellette e facezie varie, con grande gradimento dei bersaglieri, ufficiali compresi, il che mi incoraggia a mettere insieme un’orchestrina clarinetto, tromba, tamburi ed altri a strumenti vari, tra i quali un alpino al sassofono,  ottenuti in modo rocambolesco».

Poi Oreste (ed esattamente il 23 marzo) torna al fronte, in Romagna:

«Ai primi del 1945 siamo rientrati in linea. Subito al fronte, ma si è combattuto molto. Lì chi ha lasciato tante penne è stata la Sforzesca».

Ecco la storia ufficiale:

«Il Gruppo Legnano raggiunse il fronte il 19 marzo 1945 alle dipendenze della Quinta Armata americana, schierandosi (il più a ovest dei reparti italiani) nel settore del fiume Idice».

«Gli alpini del Piemonte e dell'Aquila e i bersaglieri del Goito presero posizione fra le valli Zena e Idice, unicamente ai fanti del 68°, schierati a Monte Tano e Monte Castelvecchia. Fu subito un succedersi continuo di scontri di pattuglie e colpi di mano per saggiare, con azioni preliminari, la consistenza del dispositivo tedesco».

«Il 10 aprile ebbe inizio l'attacco contro le posizioni nemiche, da parte di due compagnie di arditi che puntarono su Vignale. Seguirono, l'occupazione di Cà del Fiume, San Chierico e del costone dei Roccioni di Pizzano. Il 21 aprile riprese l'avanzata verso Bologna dove entrarono poco dopo. Ormai i tedeschi erano in rotta».

La liberazione a casa

«Nell'ultima fase dell'inseguimento il Gruppo si divise in vane colonne motorizzate nella pianura padana; Mantova, Brescia, Bergamo, Milano, Torino furono le sue ultime tappe».

Così il nonno Oreste ricorda:

«Il 25 aprile eravamo a fare i combattimenti, dopo l’armistizio sono tornato a casa. Non tornavo al febbraio del 1943 e dopo l’armistizio notizie non se ne sapevano più. Eravamo 10, tutti lombardi; abbiamo preso un camion (lo sapeva anche un nostro ufficiale) e siamo partiti, abbiamo attraversato il Po su un ponte di barche e siamo arrivati su. L’autista era di Como».

«L’armistizio proprio ero a casa, quel giorno lì; il 5 o 6 maggio. Tant’è vero che mi hanno chiesto: “E’ lunga amò ‘sta guerra?”. “Mah. Credo che ormai è finita”. C’è la fotografia dove ci sono anch’io con la scritta: “La Brianza libera non vuole il Savoia traditore” e io sto versando il latte nel bicchiere».

La guerra è finita, la naja no

Ma intanto per Oreste è ora di tornare in caserma…

«Un giorno arriva la camionetta, il tenente ci fa: “Dai, bagai che l’hi fada fin trop!”. Mi han trovato tramite i carabinieri».

«Ci hanno sparpagliati tutti, hanno diviso il Corpo Italiano di liberazione. Chi è andavo alla Legnano, chi è andato alla Picena. Io sono andato a finire alla Nembo: alla Folgore, via, ai paracadutisti».

«E siamo tornati, siamo finiti direttamente al Brennero, a Fortezza, Bressanone, un giorno di qua, 15 giorni di là. Aspettavamo il rimpatrio dei soldati italiani. Facevamo i posti di blocco nei paesi».

«Un giorno eravamo a Miramonti, c’era un grosso capannone, pieno di copertoni e altro materiale. Quel giorno dovevo montare di guardia, il furiere mi dice: “Ballabio!”. “Dai, porco cane, ho smontato ieri sera di guardia...”. “O vai in cucina, o monti di guardia”, fa lui. Allora vado in cucina! Quella notte lì è sparita metà dei copertoni. Nessuno ha visto niente e tutto era chiuso: dove è andata a finire la roba, se le chiavi ce le aveva il maggiore?».

«C’era la popolazione altoatesina, ma hanno dovuto abbassare la testa. A San Michele dell’Adige, nel paese di Savor, ci hanno dato l’albergo e e parlavano tedesco, ma c’era un cameriere italiano: “Ho 40 anni e non riesco a capire una parola di tedesco…”, diceva».

Lo confermano gli storici: «Concluse le ostilità, il Gruppo di combattimento “Folgore” fu destinato al presidio della linea di confine tra l'Italia e l'Austria, dal Passo di Resia al Brennero fino a Prato alla Drava. Il Reggimento paracadutisti “Nembo” con comando a Brunico venne dislocato in Val Pusteria e nell'Alta Valle del Piave e vi rimase fino al 24 dicembre 1945. Nel successivo dicembre, la Folgore viene trasferita in Toscana e in Umbria».

Infatti Oreste se lo ricorda bene:

«A Natale del 1945, il giorno prima, partenza per la Toscana. A Pistoia nella caserma della Nembo, dei paracadutisti, ad aspettare che venisse sera. Poi son venuto anche a casa, 6 giorni di licenza».

«Poi il 2 giugno 1946, alle prime elezioni, siamo andati a presidiare il paese di San Marcello Pistoiese. Io ho votato repubblica, chi devo votare? Mi hanno fatto fare 10 anni di militare, i Savoia!».

Congedo da paracadutisti

«Da lì siamo andati a Pisa, a fare vacanza. E’ stato bello: ci svegliavamo alla mattina quando volevamo, alle 7 al massimo, poi si prendeva il camion e si andava a Marina di Pisa, al mare; solo noi, gli anziani. Poi si rientrava al rancio, si faceva il riposino fino alle 3 e poi si andava ancora al mare. Si giocava al pallone fino alle 7 e poi si andava in libera uscita e rientravi quando volevi. Basta che alla mattina alle 7 eri presente. Una pacchia. Io ho visto la torre di Pisa perché ero militare».

«Poi è arrivato il congedo, il 18 luglio. Ho buttato via la divisa, mi sono vestito da borghese. Era la divisa dei prigionieri di guerra, ma non grigioverde né kaki, verdone scuro con una pezza gialla dietro sulla schiena, e appena a casa l’ho buttata via. Era un venerdì e ho cominciato a lavorare dopo 8 giorni: “T’è ripusà asé”, m’an dì».

 

L’articolo è un estratto dal libro " ’Ndem, Oreste! " di Roberto Beretta. Il testo in corsivo è tratto da una registrazione di Oreste Ballabio, effettuata da Roberto Beretta. 

Libri utili

Cesare Medeghini - «Gli italiani nella guerra di liberazione. Da Cassino alle Alpi» (S.E.S.A. 1945)

Umberto Utili - «Ragazzi, in piedi», Mursia

Antonio e Giulio Ricchezza - «L’esercito del Sud», Mursia

Lorenzo Bedeschi - «La nostra guerra di liberazione: gli Arditi», Savio

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Aldo Fumagalli

24 Septembre 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi



Nato a Lissone il 26/9/1921, morto a Salza il 24/09/1944.


Era figlio di Carlo e Maria Ernesta Tremolada.

Aldo Fumagalli era un Geniere del III Reggimento di Pavia, Internato Militare Italiano (IMI).  Non conosciamo dove fu catturato dai nazisti. Giunse a Dora Mittelbau il 13.10.1943 con un trasporto di 869 militari italiani. Ad Aldo fu assegnata la matricola 0149.

Dora Mittelbau/Salza è situata nel distretto di Nordhausen, in Germania. La regione è la Turingia e Nordhausen è ad est di Gottingen, ad ovest di Halle e a nord di Erfurt.

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Il campo Dora era situato nelle colline dell'Harz.

Il 13.10.1943 Dora Mittelbau era un sottocampo di Buchenwald e divenne autonomo da Buchenwald il 28/10/1944.

 

Salza era un sottocampo del lager Dora.

L'allestimento di Dora e dei suoi annessi è legato alla storia delle armi segrete hitleriane.

In poco tempo furono fatti completare ai deportati due tunnel, della lunghezza di 1.800 metri, collegati con un sistema di numerose gallerie minori servito da una ferrovia interna a scartamento ridotto, che consentiva il trasferimento dei singoli componenti degli ordigni nella sala dove avveniva il montaggio.

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I primi scaglioni di deportati sistemarono le caverne, impiantarono le officine e misero a punto le altre installazioni. Essi vivevano nelle caverne, dormivano in alveari costruiti all'interno dei tunnel, dandosi il cambio in modo che una squadra potesse riposare mentre l'altra era al lavoro. La ventilazione e l'illuminazione erano scarse e insufficienti. Mancava qualsiasi installazione igienica per soddisfare i bisogni corporali, mancava l'acqua; la vita era un inferno. Molti deportati non hanno visto la luce del sole per mesi e mesi.

Chi non era stroncato dalla fatica, chi non veniva ucciso a bastonate o fucilato per supposto sabotaggio, poteva dirsi fortunato.

Nel marzo del 1944, per poter soddisfare le esigenze del campo, furono portate a termine le baracche sulle alture delle colline perché oramai lo spazio, nelle gallerie, non consentiva di sistemare altri deportati e soprattutto perché era necessario ampliare gli impianti per la produzione dei missili. Così alle 12-16 ore di lavoro massacrante si aggiunsero i tempi di trasferta e gli appelli di controllo tanto che il tempo disponibile per il riposo si riduceva a poche ore. Nei venti mesi della sua esistenza, sono stati registrati a Dora 138.000 deportati, dei quali più di 90.000 vi hanno perso la vita. Tra di essi diverse migliaia di italiani, politici e anche militari, trasferiti qui in spregio ad ogni convenzione internazionale sui prigionieri di guerra.

Le difficoltà di comprendersi a causa della diversità delle lingue non impedirono il sorgere di un forte movimento di resistenza clandestina che organizzava soprattutto dei sabotaggi. Se i missili nazisti non furono prodotti nei tempi voluti e non furono sempre quel marchingegno di perfezione e di mortale efficacia auspicato da Hitler, ciò è dovuto anche al fatto che le lavorazioni erano costantemente ritardate e danneggiate dai deportati addetti alla loro fabbricazione.

Dopo un anno dal suo arrivo nel lager,  Aldo Fumagalli muore il 24 settembre 1944 per denutrizione e maltrattamenti: mancavano due giorni e avrebbe compiuto 23 anni.

 dichiarazione di un suo compagno di lager

 

Dora è stato liberato dagli americani il 15 aprile 1945.

        " Ti hanno dato un nome di donna, Dora.

          Avresti dovuto rasserenare le fronti  affaticate.

          Ti hanno dato un nome di donna, Dora,

          per ingannarci ancora una volta.

          Tu eri, Dora, una donna di pietra.

          Migliaia e migliaia ti son morti tra le

          braccia,

          migliaia ti hanno maledetta,

          il tuo respiro era gelido,

          il tuo sorriso era di ghiaccio

          e il tuo bacio avvelenato. "

 

                 Stanislas Radimecki

                 Deportato ceco

 
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Attilio Mazzi

9 Avril 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

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27/4/1885     9/4/1945 a Mauthausen-Gusen
Lissone, 9 aprile 2014
Oggi desideriamo ricordare Attilio Mazzi che per il suo dichiarato antifascismo perse la vita. Dedichiamo queste brevi note a tutti i suoi parenti.
Ma ripercorriamo brevemente i fatti di quella domenica 25 luglio 1943.
Nella riunione del Gran Consiglio del Fascismo, alle 3 del mattino viene approvato l'ordine del giorno presentato da Grandi (con 19 voti su 27); la fine del fascismo è decretata: Mussolini è messo in minoranza. Il Gran Consiglio ha provocato la caduta del regime.
Alle 17 Mussolini porta al re le decisioni del Gran Consiglio e viene informato che sarà sostituito a capo del governo dal generale Badoglio. Al termine dell'udienza Mussolini viene tratto in arresto.
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Il radiogiornale della sera (alle ore 22.45) informa gli italiani dell'accaduto.

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A Lissone, all’indomani, mentre i lissonesi Francesco Mazzilli, Attilio Gattoni e Carlo Arosio, ­arrestati verso la fine giugno 1943 ed incarcerati a S. Vittore vengono liberati, un nostro concittadino, Attilio Mazzi - un benestante milanese ma veronese di nascita, da tempo attivo in Lissone dove aveva aperto uno stabilimento per la tranciatura del legno e dove svolge una ben avviata attività di intermediazione e di rappresentanza di legnami con sede in Via Roma - sfila per le vie di Lissone, innalzando un cartello con l’immagine di Badoglio, mettendosi a capo di un breve corteo che manifesta apertamente a favore del nuovo governo, come per salutare il nuovo spazio di libertà che finalmente sembrava schiudersi. Sfila nel centro del paese, percorre Via Sant'Antonio, attraversa Piazza Vittorio Emanuele (l’attuale Piazza Libertà), sino alla Casa del Fascio, dove vengono strappate le immagini di Mussolini e distrutti i simboli del Fascismo.

Ma dopo la fondazione della Repubblica Sociale, il 22 febbraio 1944, la polizia arresta Mazzi davanti alla stazione, all'arrivo dalla sua abitazione di Milano. Rinchiuso nelle carceri di Monza, interrogato dalle SS, viene trasferito a San Vittore. Negli stessi giorni il suo magazzino di legnami di via Roma viene saccheggiato: da un momento all'altro la sua famiglia si trova senza più nulla, sul lastrico. Il 27 aprile 1944 Attilio Mazzi, per il suo dichiarato antifascismo, è internato nel campo di concentramento di

Fossoli (dove, il 12 luglio 1944, rischia di essere fucilato con Davide Guarenti), prima di finire i suoi giorni, per la fatica sul lavoro e gli stenti, nel lager di Mauthausen-Gusen. Da Fossoli 
undefinedscrive una tenerissima lettera alla moglie: “... Qualunque cosa avvenga, tu dovrai essere fiera del nome che porto. Non mi sono mai pentito di essere stato, e lo sono sempre un vero italiano – lo dissi e lo ripetei ai miei inquisitori con testa alta. Ci tengo a ripeterlo perché tu un giorno lo possa dire …”. 
Desideriamo oggi ricordarlo per la sua forza d'animo e, raccogliendo il suo invito, ci impegniamo a far conoscere il suo sacrificio alle nuove generazioni.  Durante l’Amministrazione del sindaco Fausto Meroni, una via di Lissone è stata dedicata ad Attilio Mazzi. 
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Arturo Arosio

28 Mars 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

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«Quando il tuo corpo

non sarà più, il tuo

spirito sarà ancora più

vivo nel ricordo di

chi resta.

Fa che possa essere

sempre di esempio»

   (ultimo messaggio lasciato scritto sul muro

di una cella delle carceri di Via  Tasso

a Roma

da uno dei martiri delle Fosse Ardeatine)

 
Il 18 marzo 1945 veniva fucilato dai nazifascisti Arturo Arosio. 

Di anni 19. Nato a Lissone (Milano) il 24 maggio 1925, come molti altri giovani risponde al bando Graziani di chiamata alle armi e si arruola nella Divisione alpina «Monterosa»; addestrato con i commilitoni a Münsingen, in Germania, sotto la diretta supervisione dei tedeschi, rimpatria nella seconda metà del 1944 ed è dislocato in un reparto di presidio nell'entroterra ligure. Valutata la situazione, diserta e si aggrega ai partigiani della Brigata «Centocroci» di La Spezia. Catturato durante un rastrellamento, viene processato per diserzione e condannato a 30 anni di reclusione, grazie alla difesa di un capace avvocato, Emilio Furnò, che riesce ad evitargli (seppure per poco) la fucilazione. La sera del 13 marzo 1945 due partigiani armati di rivoltella irrompono nell'abitazione del tenente della X flottiglia Mas Roberto Gandolfo (arruolato nella 5a Compagnia del Battaglione «Lupo») e lo uccidono insieme a suo padre. Per rappresaglia il Tribunale militare di Chiavari condanna a morte con rito sommario sei prigionieri (Arturo Arosio, Giuseppe Barletta Alessandro Sigurtà, Emanuele Giacardi, Luigi Marone e Mario Piana), prelevati il 18 marzo dalle carceri, condotti sul luogo dell'azione partigiana, in località «Villa Pino» di Santa Margherita di Fossa Lupara (comune di Sestri Levante), e fucilati da un plotone della 3a Compagnia della XXXI Brigata Nera «Generale Silvio Parodi» comandato dal tenente Giuseppe Barbalace. Per cinque di essi la fine è immediata; il sesto, Mario Piana, lasciato per morto, trascinatosi sul terreno riesce a raggiungere il vicino bosco, dove è ritrovato dopo alcune ore dai partigiani; ricoverato all'ospedale da campo di Santo Stefano d'Aveto, si spegne nel giro di pochi giorni per emorragia. Sul luogo della fucilazione, accanto alla casa della famiglia Gandolfo, un cippo ricorda i sei fucilati. La salma di Arturo Arosio è trasportata a fine maggio 1945 a Lissone, suo paese natale, per la celebrazione di solenni funerali partigiani. (tratto da “Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza 1943-1945” a cura di Mimmo Franzinelli – Ed. Oscar Storia – marzo 2006 pag.87, 88 e 89)

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Lettera alla famiglia del 5 maggio 1944, scritta durante l’addestramento in Germania


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Tratte dalla pubblicazione “Le Brigate del Popolo” del 17 gennaio 1946 (pagg. 12 e 13)

ARTURO AROSIO 14ma Brigata del Popolo

Partigiano di fede, per il suo ideale sacrificò la vita. Dopo un lungo periodo di dura prigionia venne fucilato a Sestri Levante dai tedeschi, perche appartenente a formazioni partigiane.

Unico sentimento espresso nell’ultima lettera ai suoi cari l'orgoglio di morire per la sua Patria "Italia”.

Fucilato a Sestri Levante il 18 marzo 1945.


UNA LETTERA

Un glorioso caduto ebbe la 14.ma Brigata: il caporale Arturo Arosio, nome di battaglia “Tarzan”, fucilato il 18 marzo 1945 dai nazifascisti di Sestri Levante. Ad illustrare la figura di “Tarzan”ogni nostra parola sarebbe vana per cui ci rimettiamo alla sua penna pubblicando stralci della lettera scritta poco prima di essere condotto alla fucilazione.

 Chiavari, 16 marzo 1945

Cara mamma. Carletto, Antonio, Bruno, Angelina, Ernestina, Luigia e il cognato Luigi, Zii, Zio, parenti, cugini e cugine, amici.

Eccomi a Voi con questo ultimo mio scritto primo di partire per la mia sentenza, io muoio contento di aver fatto il mio dovere di vero soldato e di vero italiano; cara mamma sii forte che io dal cielo pregherò per te; sei stata l'unica consolazione, hai sofferto tanto per me e soffrirai ancora dopo la mia morte? Cara mamma io pregherò tanto per te e per i fratelli e sorelle!

Cari fratelli e sorelle, siate orgogliosi di aiutare la mamma e sopportare la sua pesante croce che dovrà portare in alto dei cieli. Mamma non piangere per me, pensa che tu mamma nell’altra guerra, hai avuto un fratello caduto al fronte, e io vado a raggiungerlo la dove godrò un'altra vita felice e beata, dove ci sarà un altro tribunale davanti a Dio onnipotente, là dove ci sarà finalmente giustizia per quelli che hanno fatto del bene o del male.

Cara mamma, fratelli e sorelle, nel momento della mia morte, invocherò e pregherò per voi, pregherò il Signore perché vi benedica e vi tenga sani in una lunga vita di pace e felicità. Miei cari fratelli ricordatevi di me nelle vostre povere preghiere, credo che tutto il male che vi ho fatto, me l'avrete perdonato; scusatemi se vi ho fatto arrabbiare e perdonatemi di tutto.

Al mio caro Carletto, che tutti giorni facevo impazzire credo che mi perdonerà di tutto il male che gli ho fatto, per le volte che l'ho fatto piangere? Mi perdoni?

Ai miei cari fratelli Anselmo e Bruno, per fare che aiutino la mamma e sia ubbidienti e laboriosi, ricordino che il loro fratello è stato processato e dopo fucilato nella schiena.

Alle care sorelle Ernestina, Angelina e Luigia perché mi perdonino e preghino per me, che io pregherò per loro quando salirò in cielo.

Alla mia cara mammina che tanto piangeva per me, mamma sii forte a sopportare questo tremendo delitto, che Dio pense a maledire questi uomini senza fede e senza speranza in Dio. Dio non paga solamente al sabato, ma paga tutti i giorni. Fate bene fratelli, che il tempo passa e la morte s’avvicina.

Vi mando i miei ultimi saluti e baci, tanti bacioni a te mamma, baci a voi cari fratelli, Carlo, Anselmo, Bruno, baci alle mie care sorelle Angelica, Ernestina, Luigia e Luigi.

Vostro fratello Arturo.

Tuo figlio ti manda tanti baci, tanti saluti; ci rivedremo in cielo.

Arturo, ciao mamma mia.

Salutami la zia Vittorina, Viola, Salvatore, lo zio Giuseppe, la zia Agnese, Arturo, Teresina, Arcangelo, Maria Adelaide, zia Giovanna e tutti i suoi figli, lo zio Alessandro, zia Paolina, Alfonso, sua moglie e i suoi figli, Arturo e tutti gli altri parenti che non ricordo più.

Baci a tutti, ci rivedremo in cielo, Ciao, ciao, ciao.

Mamma, miei fratelli e sorelle, pregate per me. Baci, baci, baci.

Vostro Arturo.

Un inutile commento sciuperebbe la piena di commozioni e sentimenti che suscita la lettura di questa lettera, sono parole semplici di un'anima semplice che va a presentarsi a Dio, conscia di aver fatto null'altro che il proprio dovere.

Ed in pochi minuti prima di morire ecco il suo nobile post scriptum alla lettera.

Chiavari, 18 marzo 1945.

Cara mamma,

sii forte che io vado a trovare il caro e amato papà e tutti i nostri cari morti. Baci, baci, baci.

Saluti a tutti i nostri cari parenti. Ciao mamma, fratelli e sorelle.

Vostro Arturo - Ciao. 

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Arturo era credente: a lui dedichiamo la «Preghiera del partigiano»:


"Signore, cala la notte sui monti, ed io elevo a Te la mia preghiera. Tu che leggi nel cuore degli uomini, ascolta questa voce. Benedici la mia casa lontana, coloro che in ansia attendono il mio ritorno.

Benedici i compagni che vegliano in armi, fa' che l'occhio sia vigile, pronta la mente, salda la volontà.

Benedici la gente d'Italia, i fratelli che soffrono, perché dalle loro pene fiorisca la libertà, ritorni il regno della giustizia.

Accogli nel Tuo mondo di luce i nostri Morti, rendimi degno del loro sacrificio.

Fa' che ogni mio gesto, ogni pensiero, sia puro come le nevi, guarda con misericordia alle mie colpe.

Benedici l'Italia, o Signore, benedici coloro che nel suo nome operano e combattono.

Così sia".

 


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Il cippo in località Santa Margherita di Fossa Lupara (comune di Sestri Levante) che ricorda i partigiani caduti tra cui Arosio Arturo 


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Il Comune di Lissone nel decennale della Liberazione


Arturo Arosio aveva tre fratelli e tre sorelle. Abitavano in Via Crippa a Lissone. Nella foto degli anni ’30, Arturo è il primo a destra.

 

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Due sono stati i processi cui è stato sottoposto Arturo Arosio dopo la sua cattura, il secondo dei quali è stato una vera e propria farsa: una sentenza scontata, pronunciata, nel pomeriggio del 18 marzo 1945 dopo un processo con rito sommario, da giudici militari del Tribunale di guerra della “Monterosa”, giudici succubi del regime tirannico della Repubblica Sociale Italiana, ormai con i giorni contati, e sotto la minaccia delle Brigate Nere.
Emilio Furno, uno dei tre avvocati difensori che con le loro arringhe hanno tentato di evitare la condanna alla fucilazione dei sei partigiani rinchiusi nel carcere di Chiavari, così scrive:

Chiavari, 18 marzo 1945.
Oggi al tramonto, in S. Margherita di Fossa Lupara, Brigate Nere hanno eseguito la sentenza di morte contro un gruppo di Partigiani, pronunciata nel pomeriggio dal Tribunale di Guerra della «Monterosa». Oggi la morte ha stroncato la giovinezza di altri nostri fratelli.
La sera cade sui corpi insanguinati di Barletta Giuseppe, Piana Mario, Marone Luigi, Arosio Arturo, Sigurtà Alessandro, Giaccardi Emanuele.
Come erano giovani!
Barletta, Piana, Arosio, Giaccardi vent'anni. Marone ventuno. Sigurtà ventidue.
Pesa su di me un'invincibile angoscia, fatta di avvilimento e d'ira.
Ho lasciato il Tribunale piangendo né mi· son dato pena di·nascondere le lacrime ai Giudici militari, silenziosamente raccolti sulla scalinata di Villa Navone. Ma non serve a nulla il piangere! Sottolinea soltanto la mia impotenza. E non solo la mia. Quando finirà questa guerra fratricida?
Rolando Perasso, Giovanni Trucco, fraterni compagni nella dolorosa via che essi stessi mi hanno esortato a percorrere, sono stati fino a tardi con me. Rolando ha detto poche parole, vincendo la sua pena di uomo con l'accettazione del combattente. Più loquace Trucco, con il quale ho spartito la fatica e la difesa e che oggi ha pronunciato un'orazione ardente e coraggiosa.
Caro Giovanni! Ricorderò sempre quello che hai detto oggi in Tribunale. Ed i pallidi volti dei giudici.
Domani, forse, sembrerà nulla, sembrerà naturale, ma oggi ci vuole molto coraggio a dire certe cose! Trucco ha detto che voleva portare in aula la voce e l'ammonimento del popolo, assente, ma presente. E ha portato questa voce, chiedendo la liberazione dei giovani con estrema energia.
Il vecchio alpino non ha avuto peli sulla lingua. Trucco ed io abbiamo speso tutte le nostre forze. Qualcosa abbiamo ottenuto. Gli imputati erano dieci. Quattro hanno avuto salva la vita. Ma non basta al nostro cuore. Ho negli occhi i sei condannati.
Piana Mario, ancora ferito al viso, calmissimo. Affrontava risoluto il suo ultimo combattimento. Marone Luigi aveva conservato, ancor dopo la condanna, la sua ligure compostezza. E dalla scalinata del Tribunale guardava il sole, alto nel cielo. Barletta, Arosio, Sigurtà, Giaccardi hanno saputo vincere il tremito della carne. Tutti intorno a me, prima di salire sulla corriera, che li avrebbe portati a S. Margherita di Fossa Lupara. Che sforzo a non piangere davanti ad essi. Marone mi ha consegnato il portafoglio, ricordo per il padre. Lo apro questa notte. V'è la sua fotografia, un'immagine di S. Antonio, una moneta abissina.
La mia angoscia aumenta. Aumenta la mia solitudine. … E' ancora guerra.
Eppure la primavera si è già affacciata sull'appennino e guarda dolce il ligure mare. Ma la primavera non ferma il destino. Avv. Emilio Furno(da “Storia della Divisione Garibaldina «Coduri» di Amato Berti e Marziano Tasso Seriarte Genova 1982)

In corriera i sei partigiani, tra cui Arturo Arosio, vengono portati da militi delle Brigate Nere a Santa Margherita di Fossa Lupara, frazione di Sestri Levante.

Su un dosso tra viti ed ulivi, a poca distanza dal mare, in un paesaggio che suscita sentimenti di pace e di tranquillità in chi oggi raggiunge il luogo, avviene la tragedia.

 

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Nel silenzio della natura, siamo stati anche noi oggi, muti, sul posto dove un cippo ricorda i sei partigiani fucilati: Arturo è il primo della lista.

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Abbiamo trovato dei fiori freschi che gli amici dell’ANPI di Sestri Levante avevano appena deposto. Poi abbiamo scambiato delle parole con gli attuali proprietari del terreno su cui avvenne la fucilazione: a noi, nati con la Costituzione repubblicana, in un Paese libero, hanno raccomandato di far conoscere ai giovani ciò che è stato. E' un impegno che ci proponiamo di mantenere.

 

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Mario Bettega

19 Mars 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Il 16 agosto del 1918 nasceva a Lissone Mario Bettega. Calciatore biancoblu della ProLissone, di grande talento, operaio della Breda, antifascista, impegnato nella Resistenza, all’età di ventisei anni, il 19 marzo 1945 moriva nel lager di Mauthausen.
 
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Mario Bettega     16/8/1918      19/3/1945 a Mauthausen

 

Dopo l’8 settembre 1943 la Resistenza armata dei partigiani in montagna e delle SAP, Squadre di Azione Patriottica nelle città, aveva bisogno di armi, che arrivavano attraverso vari canali tra cui le fabbriche di armi, soprattutto dalla Breda.

Nell’autunno 1943, proprio mentre trasportava su un motocarro un carico di armi quasi totalmente trafugato dalla Breda, il monzese Enrico Bracesco fu arrestato e ferito (internato politico quale elemento molto pericoloso e uno degli organizzatori degli scioperi del marzo '43 alla Breda di Sesto S. Giovanni; anche lui finì a Mauthausen e poi a Hartheim da dove non tornò più).

Mario Bettega era un suo compagno di lavoro. Riforniva con qualche pacco di otturatori e caricatori, di provenienza dallo stesso stabilimento sestese, un abile artigiano metalmeccanico lissonese, Luciano Donghi, comunista ed ex operaio della Breda (a lui era stata dedicata la Sezione lissonese dei Democratici di Sinistra), che a sua volta s’ingegnava a riparare armi quando addirittura non le costruiva. Luciano Donghi costruiva anche piccole bombe che richiudeva nelle scatolette per la carne in conserva. Queste “scatole esplosive” venivano custodite in una fabbrica produttrice di carne in scatola (la Montana), nei cui pressi il Donghi aveva il suo laboratorio clandestino.

Mario Bettega era un noto e apprezzato calciatore della ProLissone.

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Formazione della ProLissone alla fine degli anni ’30. Mario Bettega è il quarto da destra.
 

Con le sue conoscenze tra i giovani che frequentavano la società sportiva, svolgeva un gran lavoro per sostenere ed estendere l’attività resistenziale, oltre ad aiutare gli sbandati.

Mario Bettega e Luciano Donghi avevano contatti con il movimento clandestino locale e le SAP, oltre che con i gruppi partigiani della Valsassina e della Valtellina.

Purtroppo Mario Bettega cadde presto nelle mani dei repubblichini, scoperto mentre trasportava un pacco di otturatori e caricatori provenienti dallo stabilimento sestese della Breda, che servivano, come detto, ad alimentare la produzione clandestina del Donghi.

Dal carcere di San Vittore di Milano, nel novembre 1943 in seguito ad atti da sabotaggio della produzione da parte degli operai della ditta Caproni (la Caproni costruiva biplani e triplani da bombardamento), definiti "fatti ostili alle forze germaniche di occupazione", viene deportato.
Come altri antifascisti arrestati, fu trasportato, dentro un vagone piombato, fino a Mauthausen (vicino a Linz, in Austria), campo di punizione e di annientamento attraverso il lavoro, uno dei più terribili lager nazisti, dove i prigionieri dovevano fare fronte a condizioni di detenzione inumane e lavorare come schiavi nelle cave. Gli italiani deportati qui furono più di 8.000.
Mario Bettega vi morì, all’età di ventisei anni, il 19 marzo 1945.
 

LA CANZONE DI DACHAU di Soyfer Yura (traduzione di Franco Fortini).

Reticolati armati di morte

il nostro mondo hanno accerchiato:

martella gelo e sole dannato,

dall'alto, un cielo senza pietà.

Troppo è lontana ogni gioia da noi.

Lontana la Patria, lontane le donne,

quando a migliaia di bigie colonne

muti nell'alba al lavoro si va.

Ma il motto di DACHAU noi lo sappiamo a mente.

Duri come l'acciaio noi si diventerà.

Compagno, sii un uomo.

Compagno, resta umano.

Dura fino alla fine.

Sotto, compagno, dai!

Lavoro è libertà.

Strascica i massi, spingi i carrelli,

non sia mai troppa la pena per te.

Non resta nulla, più nulla non c'è

di quel che eri ai tuoi giorni lontani.

Pianta il piccone, che scava in profondo,

e seppellisci là in fondo il dolore.

Muta te stesso, nel lungo sudore,

in ferro e in sasso, più forte del mondo.

Ma griderà la sirena un mattino:

« In piedi, fuori, per l'ultimo appello! »

Certo, quel giorno, compagno, dovunque

tu sia, per tutti la gioia verrà.

Incontro al sole, dov'è libertà,

colmo di allegro coraggio tu andrai.

E questo nostro lavoro, vedrai,

buono, quel giorno, compagno, sarà ...

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Nel 1963, l’Amministrazione Comunale con sindaco Fausto Meroni, ha dedicato a Mario Bettega una via di Lissone.

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Ambrogio Avvoi

12 Mars 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

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Oggi lo ricordiamo.
 12.4.1894 Lissone (Mi) – 12.3.1945 Flossenbürg

 

Nato a Lissone il 12/4/1894, da Ambrogio e Galimberti Giuseppina.

Sposato con Dassi Alessandrina Bice il 5 maggio 1921.

Professione: falegname ebanista.

Comunista, cinquantenne, viene arrestato a Monza nei primi giorni di marzo 1944 e portato nel carcere di Monza. Il 20 marzo 1944 è trasferito a Milano nel carcere di San Vittore. Da qui viene inviato al campo di Fossoli (MO) il 9 giugno 1944 per poi essere mandato, nei primi giorni di agosto 1944, nel lager di Bolzano. Durante il trasporto in treno da Bolzano al lager nazista di Flossembürg, il 18 dicembre 1944, a Vipiteno riesce a fuggire insieme a dieci compagni di sventura (7 sono operai delle industrie di Sesto San Giovanni). Sfortunatamente sono ripresi a Bressanone e rinchiusi nel carcere locale, dove rimangono per qualche giorno, per poi essere nuovamente trasferiti al campo di Bolzano.

Con un nuovo trasporto sono portati a Flossembürg, lager “di frontiera”, situato nel nord-est della Baviera vicino al confine con la regione dei Sudeti, luogo di “sterminio attraverso il lavoro”. Come negli altri lager era in funzione il forno crematorio.

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Ambrogio Avvoi, triangolo rosso di deportato politico, è registrato con numero di matricola 43841. Per il suo tentativo di fuga gli viene riservato un “trattamento particolare”.  
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Muore l’8 marzo 1945. 
Il lager fu liberato il 23 aprile 1945.

 

Nel cimitero di Lissone una lapide lo ricorda.   

 

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Nel 1963, l’Amministrazione Comunale, sindaco Fausto Meroni, ha dedicato ad Ambrogio Avvoi una via di Lissone.

 

 

 

Dati forniti dall’ANED

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Ercole Galimberti

9 Mars 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Nei giorni di calma, come erano belle le serate, tutti uniti a cantare le nostre canzoni, a scherzare, a ridere.

un giovane partigiano diciottenne 

  

 Ercole Galimberti 

Ercole Galimberti, nome di battaglia "Balilla"   

  

 

Come Attilio Meroni, anche Ercole Galimberti, nato a Lissone il 9 aprile 1926, abitante in Via don Minzoni, decide di non rispondere alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale di Mussolini, maturando la scelta di unirsi alle forze partigiane in montagna. Viene indirizzato verso il Piemonte dove è in continuo aumento il numero di partigiani. Ormai le loro azioni si susseguono una dietro l’altra: sono combattimenti locali, trasporto di armi e stampa clandestina, sabotaggi alle macchine nemiche lungo le autostrade, scritte murali, lanci di manifestini in città, scorta alle frontiere dei prigionieri alleati sbandati nel nostro territorio e degli antifascisti che, essendosi troppo esposti, sono ricercati attivamente dalla polizia tedesca e fascista. Ercole Galimberti opera in Val di Susa, con il nome di battaglia di "Balilla".

Entra a far parte della 42a Brigata Garibaldi "Walter Fontan", comandata da Alessandro Ciamei, nome di battaglia "Falco", a sua volta inquadrata nella III Divisione Garibaldi ''Piemonte".

Dalla Val di Susa passa la linea ferroviaria che, tramite il traforo del Frejus, collega Torino e il Nord Italia con l'Europa centro-settentrionale, permettendo così all'esercito tedesco di ricevere rifornimenti. Diventano di fondamentale importanza le azioni partigiane di sabotaggio. Nonostante gli sforzi dei tedeschi per presidiare il percorso dei treni, in particolare tra l'inverno del 1944 e la primavera del 1945 è un susseguirsi di sabotaggi contro tralicci, binari, ponti.

Il 16 febbraio 1945, nella zona di Chianocchio, piccolo paese a dieci chilometri da Susa, le basi della 42a Brigata Garibaldi sono oggetto di un attacco nazifascista.

In un combattimento presso Pavaglione, frazione montana di Chianocchio, Ercole Galimberti viene catturato. Insieme ad altri partigiani della Brigata caduti nelle mani dei nazifascisti, viene portato in stato di arresto a Bussoleno e qui detenuto.

Il 24 febbraio, in uno scontro tra partigiani e truppe tedesche, rimane ucciso un soldato tedesco, mentre continuano le azioni di sabotaggio da parte dei partigiani: i binari dell’importante linea ferroviaria che attraversa la Val di Susa vengono fatti saltare in due tratti nelle vicinanze del comune di Coldimosso.

Per rappresaglia, il Comando tedesco ordina la fucilazione di cinque partigiani detenuti, tra cui Ercole Galimberti. Informati del loro tragico destino, vengono condotti da un plotone tedesco da Bussoleno verso il centro abitato di Coldimosso.  L’esecuzione avviene il 9 marzo 1945, alle 16,30, in un prato adiacente la centrale elettrica.

Esattamente un mese dopo, Ercole, "Balilla", avrebbe compiuto diciannove anni. Mancano quarantacinque giorni alla Liberazione dell’Italia: la guerra per i tedeschi e i loro alleati fascisti della Repubblica Sociale è ormai persa, ma la loro violenza continua.

comunicato fucilazione Ercole Galimberti 

manifesto del Comando tedesco che informa dell’esecuzione dei cinque partigiani

 

 

Banditen era il nome con cui i nazisti chiamavano i partigiani nei manifesti rivolti alla popolazione civile. «Achtung Banditen!» era il cartello che veniva appeso nelle campagne e nelle zone in cui più forte era la presenza dei gruppi resistenziali, e che spesso veniva anche appeso al collo dei partigiani catturati e impiccati.

Il comandante della Brigata partigiana, “Falco”, e il commissario politico, nome di battaglia “Ugo”, nel rapporto redatto il giorno seguente la fucilazione per il Comando della III Divisione Garibaldi “Piemonte” (il documento originale è conservato negli archivi dell’ Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” di Torino) così scrivono:

Relazione istoreto

«Arrivati in località Coldimosso (Susa) i cinque Patrioti vengono allineati in un prato … La popolazione subito intuisce ... atterrita si ritira nelle proprie abitazioni» ... «i Patrioti vengono trucidati». Dopo la fucilazione «viene ordinato alla popolazione», di portare, «entro due ore», i corpi dei cinque partigiani al cimitero di Susa e seppellirli «in un'unica fossa, senza cassa e cerimonia alcuna». … Poco dopo «alcuni si avvicinano … sono due giovani ragazze della frazione che caricano le cinque salme sopra un carro …   e si avviano verso il cimitero di Susa». Come ordinato dai tedeschi, i cinque corpi sono deposti in una fossa comune. Più tardi alcuni abitanti del luogo «sotto la loro personale responsabilità, li rimuovono», e li seppelliscono in cinque bare coprendo le loro tombe di fiori.

A Coldimosso, sul luogo dell’esecuzione, una lapide li ricorda.

lapide Ercole Galimberti lapide Ercole Galimberti 2 lapide Ercole Galimberti 3

 

Il corpo di Ercole Galimberti, nel maggio 1945, fu trasportato a Lissone e sepolto con gli altri partigiani lissonesi fucilati.

Nel 1963, l’Amministrazione Comunale, sindaco Fausto Meroni, gli ha intitolato una via.

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Bella ciao

Bella Ciao è una delle canzoni più conosciute. Durante la Resistenza veniva cantata da alcuni gruppi di partigiani dell’Emilia Romagna.

 

Una mattina mi son svegliato

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

una mattina mi son svegliato

e ho trovato l'invasor.

 

O partigiano, portami via

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

o partigiano, portami via,

che mi sento di morir.

 

E se io muoio da partigiano

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

e se io muoio da partigiano

tu mi devi seppellir.

 

E seppellire lassù in montagna,

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

seppellire lassù in montagna,

sotto l'ombra di un bel fior.

 

E le genti che passeranno,

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

e le genti che passeranno

mi diranno: " Che bel fior ".

 

È questo il fiore del partigiano,

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

è questo il fiore del partigiano

morto per la libertà.

 

 


 

in memoria di Ercole Galimberti, partigiano lissonese

 

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Ferdinando Cassanmagnago

9 Mars 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Oggi ricordiamo:
Cassanmagnago Ferdinando, nato a Lissone il 2/06/1924 e morto a Dachau il 9/03/1945.

La sua mamma si chiamava Rivolta Maria; era nata a Lissone il 3/05/1896.


Ferdinando fu arrestato a San Remo (probabilmente nel marzo del 1944). Trascorse un periodo in vari carceri italiani per poi essere trasferito al campo di concentramento di Bolzano. Con un trasporto che partì il 5 ottobre 1944, con altri 490 deportati, giunse il 9 ottobre nel lager Dachau, nelle vicinanze di Monaco. Gli venne assegnata la matricola 113259.

Il campo di concentramento di Dachau è stato il primo istituito «ufficialmente» dal regime nazista, poche settimane dopo la presa del potere in Germania. Trattandosi di un campo a prevalente presenza di prigionieri politici, fu un "campo modello" nel quale furono sperimentate e messe a punto le più raffinate tecniche di annientamento fisico e psichico degli avversari politici. Il Lager fu sovraffollato al limite tale che tre persone dovevano dormire nello stesso letto, servirsi degli stessi impianti igienici, dividere il poco e pessimo cibo. I prigionieri venivano stroncati dalla fatica.

 

 

Nei primi tempi i prigionieri erano destinati alle opere di completamento delle installazioni del campo, in lavori stradali e di sistemazione del territorio intorno al campo. Poi essi furono distaccati presso varie imprese appaltatrici delle forniture di materiali per impiego bellico, che si erano nel frattempo installate nella zona.

 

 

A Dachau furono registrati a turno circa 200.000 deportati (di cui oltre 10.000 italiani). Il 29 aprile 1945 gli Americani che liberarono il campo contarono 31.432 persone, più altre 36.246 presenti nei sottocampi e distaccamenti. L'anagrafe del campo ha registrato circa 45.000 decessi, ma questa è sicuramente una cifra inferiore alla tragica realtà di Dachau. (fonte A.N.E.D.)

Ferdinando Cassanmagnago morì dopo cinque mesi dal suo arrivo nel lager di Dachau. Aveva solo vent'anni.
Non abbiamo una sua fotografia.


(fonte
A.N.E.D. Sesto San Giovanni)


"lo qui
chiusa da

filo spinato e lassù

la bianca bianca nuvola

che verso casa va

 

lo qui chiusa da

reticolati e poi

sarò una bianca nuvola

che a casa tornerà "

 

AUSCHWlTZ '45

(Ursuia-Budka Suilera- Traduz. L.Settimelli)

(Da “I canti dei Lager”: composizione scritta per "non dimenticare". È polacca e descrive i pensieri di una ragazzina di fronte al forno crematorio.)

 

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Caduti lissonesi per la Liberazione

27 Janvier 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

 Lissone li onora e li ricorda

 

caduti lissonesi

 

 

 

Morti fucilati dai nazifascisti:


AROSIO ARTURO

 

24/05/1925

18/03/1945

Sestri  Levante


CHIUSI REMO

 

19/07/1920

17/06/1944

Monza


ERBA PIERINO

 

10/06/1916

16/06/1944

Lissone


GALIMBERTI ERCOLE

 

9/04/1926

9/03/1945

Susa


GUARENTI DAVIDE

 

5/11/1907

12/07/1944

Fossoli


MERONI ATTILIO

18/06/1925

10/06/1944

Valdossola



PARRAVICINI CARLO

 

16/10/1920

16/06/1944

Lissone


SOMASCHINI MARIO

 

17/04/1921

17/06/1944

Monza

 

Morti in campi di concentramento:

 

 

 


AVVOI AMBROGIO

 

12/04/1894

12/3/1945

Flossemburg


BETTEGA MARIO

 

16/08/1918

19/3/1945

Mauthausen


CASSANMAGNAGO FERDINANDO


2/06/1924


9/03/1945


Dachau

12/02/1911

      24/04/1945

  Buchenwald


DE CAPITANI DA VIMERCATE GIANFRANCO

4/02/1925

5/12/1944

Ebensee


FUMAGALLI ALDO

 

26/09/1921

24/09/1944

Salza/Dora


MAZZI ATTILIO

 

27/04/1885

9/4/1945

Gusen

 

E come potevamo noi cantare,

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze,

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lieti al triste vento.

(Alle fronde dei salici di Salvatore Quasimodo)


 

Lo avrai

camerata Kesselring

il monumento che pretendi da noi italiani

ma con che pietra si costruirà

a deciderlo tocca a noi

non coi sassi affumicati

dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio

non colla terra dei cimiteri

dove i nostri compagni giovinetti

riposano in serenità

non colla neve inviolata delle montagne

che per due inverni ti sfidarono

non colla primavera di queste valli

che ti vide fuggire

ma soltanto col silenzio dei torturati

piú duro d'ogni macigno

soltanto con la roccia di questo patto

giurato fra uomini liberi

che volontari s'adunarono

per dignità non per odio

decisi a riscattare

la vergogna e il terrore del mondo

su queste strade se vorrai tornare

ai nostri posti ci troverai

morti e vivi collo stesso impegno

popolo serrato intorno al monumento

che si chiama

ora e sempre

Resistenza

(Ora e sempre Resistenza di Piero Calamandrei)

 

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Erino Casati, partigiano con nome di battaglia “Topo”

27 Février 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Erino Casati

Erino Casati, combattè per la libertà nella guerra partigiana che arse sui monti nei piani nelle città d’Italia contro i nemici all’umanità e alla Patria”

firmato i Comandanti del Corpo Volontari della Libertà, Ferruccio Parri, Luigi Cadorna, Luigi Longo, Giambattista Stucchi, Enrico Mattei, Mario Argenton.

brevetto partigiano Erino Casati firme comando generale CVL

Il Corpo Volontari della Libertà, (CVL) costituitosi a Milano il 9 giugno 1944 è stato la prima struttura di coordinamento generale dei partigiani ufficialmente riconosciuto sia dagli Alleati che dal Governo italiano.

 

Erino Casati fu uno dei giovani lissonesi che aderirono alla Resistenza e che diedero il loro valido contributo nella lotta per la liberazione dell’Italia dal fascismo e dall’occupazione nazista; per questo ha avuto dalla Commissione Riconoscimento Qualifiche Partigiani Lombardia dell'allora Ministero Assistenza Postbellica la qualifica di “partigiano combattente per la Lotta di Liberazione”. 

commissione riconoscimento partigiani

 

Era nato il 28 marzo 1924 a Brugherio, da Carlo e Irene Castelli.

Erino e il fratello Bruno erano conosciuti a Lissone come “i Casati de la Rutunda”. La Rutunda” era un quartiere a sud del centro abitato di Lissone, al confine con Monza.

Quando Erino nasce mancano, in Italia, 10 giorni al voto: le elezioni si svolgono, infatti, il 6 aprile. 1924

Il fascismo, ormai padrone delle piazze e del Governo, non tollerava di essere ancora in minoranza in Parlamento. Si ricorse allora ad una legge liberticida, preparata da Giacomo Acerbo, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. La «Legge Acerbo», attribuendo la maggioranza assoluta alla lista che avrebbe raccolto il venticinque per cento dei voti, garantiva al fascismo mano libera anche alla Camera dei Deputati. Il comportamento preelettorale dei partiti democratici favorì i piani dei fascisti. Questi accolsero nelle loro liste, il cosiddetto «listone», anche esponenti di altri movimenti, indebolendo così gli avversari, mentre per questo ultimo simulacro di competizione elettorale i vari gruppi politici divisero le loro forze. Ma i fascisti non intendevano affidare la loro sorte alla libera volontà dei cittadini e, durante la campagna elettorale, intimidirono gli avversari con una serie di violenze: così l'opposizione fu imbavagliata ovunque. Si votò in un clima di intimidazione e i risultati non smentirono le previsioni. Furono eletti 374 candidati del listone, mentre l'opposizione, che si era presentata divisa, ne ottenne meno della metà. Era il frutto non di una libera votazione ma di una campagna di sopraffazioni e di violenza.

E a Lissone?

I sostenitori della lista Nazionale che aveva per simbolo il fascio littorio e per capolista Benito Mussolini, pubblicano alla vigilia delle elezioni del 1924 un foglio dal titolo “Vai là, che vai bene ...”.

1924 foglio del fascio lissonese 1924 dal foglio del fascio lissonese

Il giornale pubblicato dai fascisti lissonesi 

L’arroganza preelettorale dei fascisti lissonesi fu punita dalle urne: la lista Nazionale fu solo quarta dopo i popolari, i socialisti e i comunisti.

Dal settembre 1923, l’amministrazione comunale straordinaria era affidata al commissario prefettizio Alfonso Campanari, a cui subentrò, il 19 settembre 1924, in attesa di una ordinaria amministrazione, il commissario prefettizio Carlo De Capitani da Vimercate.

1924 manifesto commissario Carlo De Capitani commis prefettizio 09 1924

 

La famiglia di Erino era composta, oltre che dal padre Carlo e dalla madre Irene, dal fratello Bruno, maggiore di due anni; abitava in una cascina in territorio del Comune di Monza al confine con Lissone. Nel 1926, si trasferisce in una villetta “CASA IRENE” in Via Trieste, a Lissone. I figli crescono in una famiglia in cui si respira aria di opposizione al regime fascista. Erino frequenta le scuole elementari di Via Aliprandi, a Lissone, e le scuole professionali di avviamento al lavoro a Monza.

 Casa Irene r Casa Irene 1926 r

Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, Lissone contava circa 16.000 abitanti.

Piazza Libertà panorama

 

La guerra fu dichiarata il 10 giugno del 1940 e con essa arrivarono le prime direttive richieste dalla nuova condizione del Paese, alle quali Lissone si adeguò con l'adozione del razionamento. Contemporaneamente furono incoraggiati gli allevamenti domestici (pollame, conigli e piccioni) e nacquero i primi orti di guerra. Così il piazzale IV Novembre, posto di fronte alle scuole Vittorio Veneto, divenne un ampio campo di grano.

Nel febbraio del 1942, poi, alla requisizione delle campane di bronzo della chiesa prepositurale SS. Pietro e Paolo, seguì la raccolta del rame. Di sera, l'oscuramento a causa dei bombardamenti aerei sconsigliava di uscire di casa. Durante la notte del 21 marzo 1942, in paese ci fu un allarme aereo. Negli stessi giorni, tra le prime manifestazioni di protesta in provincia di Milano, vi fu lo sciopero di 40 operaie lissonesi delle officine meccaniche Cesare Bosi di Via Piave.

Bosi.jpg

 

Il 1 marzo 1942 (secondo anno di guerra) in Italia era stata ridotta la razione di pane a 150 grammi pro capite. Il tesseramento del pane portò quasi immediatamente alla quasi totale sparizione dal mercato della farina. Quello che avviene per la farina, si era già verificato per gli altri generi razionati: pasta, riso, farina di granoturco, carni, uova, grassi, zucchero.

Il razionamento tendeva a coprire una parte del fabbisogno, assicurando mediamente poco più di 1000 calorie giornaliere. Per arrivare a circa 2000 calorie la popolazione non poteva fare altro che ricorrere al mercato nero. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari reperibili al mercato nero era talmente consistente da risultare spesso proibitivo per le famiglie operaie e quelle a reddito fisso.

Gli operai reggono con difficoltà la fatica di dieci ore di lavoro al giorno con la malnutrizione determinata dal razionamento.

carta annonaria

La vita delle operaie è dura: la paga è di gran lunga inferiore a quella degli uomini e il lavoro in fabbrica è spesso pesante, tuttavia, esse possono contare sulla sicurezza di un salario, anche se, finito il turno di lavoro, ritornano ad essere casalinghe, che si devono improvvisare sarte per adattare abiti usati e trarne cappotti, gonne e pantaloni per i ragazzi; devono diventare magliaie, disfare vecchie maglie e golf per trasformarli in sciarpe, calze, golfini. Con il salario o lo stipendio del marito, se c’è, se non è in guerra, bisogna comperare al mercato nero i generi alimentari per integrare le misere razioni distribuite con le tessere. Ogni giorno bisogna “inventare” una minestra o qualche altro piatto se la pasta o il riso tesserati sono finiti. Ma se manca la legna o il carbone da mettere sulla stufa, come si può cucinare un pasto caldo?

Lo sciopero delle 40 operaie lissonesi dura dalle 8 del mattino fino alle 14, secondo il rapporto dei Carabinieri di Desio al prefetto (AS Milano, Pref., II vers, cart. 243). 

classe 1924

 

I coscritti della classe 1924 in posa per la tradizionale fotografia sui gradini della chiesa prepositurale di Lissone. Il loro motto “Tremerà mare cielo e terra ma non il 24 in guerra” è emblematico dei tempi.

Una legge del 1934 aveva introdotto la pratica e la cultura militare nella scuola, obbligatorie per i ragazzi a partire dagli 8 anni: nel programma scolastico l’istruzione premilitare e militare erano diventate materie fondamentali di studio. Il regime, che fin dalla scuola primaria tentò di inculcare nei ragazzi ideali bellicosi “credere, obbedire e combattere” o “libro e moschetto, fascista perfetto” e altri slogan, fallì perchè vent’anni di oppressione fascista sboccheranno non in episodiche rivolte ma nel più grande movimento armato di massa dell’Europa occidentale: la scelta di una libertà e di una democrazia da parte di una generazione che non l’aveva mai conosciuta”.

Erino Casati, diciottenne, il 16 ottobre 1942, è chiamato al Distretto di Monza per la visita militare.

Come risulta anche dalle caratteristiche riportate nel foglio matricolare, è un bel ragazzo, di statura media, fronte alta, colorito roseo, occhi e capelli castani. Di professione fa il meccanico inizialmente presso le Officine Egidio Brugola di Lissone, poi alla Falck di Sesto San Giovanni, dove già lavorava suo padre. È molto bravo nella riparazione di biciclette.

Novembre 1942, a Lissone, una maestra di quinta elementare scrive sul “Giornale della classe”: «Continuano le incursioni nemiche sulle nostre città. Sovente, durante le lezioni, il segnale di allarme ci costringe a sospenderle per trovare rifugio nel ricovero della scuola. Il nostro paese finora è stato risparmiato». Una postazione antiaerea era in funzione, al confine con Monza, nei pressi della frazione Cazzaniga. Avvicinandosi Natale, le scuole vengono chiuse il 21 dicembre e non riapriranno che il 16 febbraio (quasi due mesi di chiusura per risparmio di combustibile).

Alla fine del 1942, la quasi totalità dell'Europa continentale era caduta sotto la dominazione tedesca. Dalla punta della Bretagna ai monti del Caucaso, dall'estremità artica della Norvegia alle sponde del Mediterraneo, Berlino dominava incontrastata. In tre anni la Germania nazista si era costruita un «impero» che pretendeva di far durare più di mille anni.

Gli sfollati a Lissone portarono anche notizie sul reale andamento della guerra; informazioni che velocemente si diffusero in paese. Nel marzo del 1943 sopraggiunsero gli scioperi delle industrie dell'Italia settentrionale, che videro la partecipazione anche degli operai dell'Incisa (1200 dipendenti) e dell'Alecta (500 dipendenti), e che contribuirono attivamente alla crisi delle istituzioni, crisi che doveva portare alla caduta del fascismo il 25 luglio.

Nonostante i divieti e il rischio di severe sanzioni, non pochi erano coloro che di nascosto ascoltavano i messaggi del colonnello Stevens da Radio Londra.

Nelle famiglie e a scuola mancava di tutto.

Il 19 maggio 1943, Erino, diciannovenne, viene chiamato alle armi, destinazione Gorizia nel reparto di addestramento reclute XX Settembre, arma Fanteria.

Sul fronte orientale le truppe sovietiche, dopo aver resistito nell'assedio di Stalingrado, continuano la loro controffensiva. Dopo la Russia dove, nel marzo del 1943, i resti di quello che era l’ARMIR erano stati rimpatriati, lasciando in quelle terre circa 100.000 soldati italiani, ora tocca all’Africa: circa 250.000 uomini, tra tedeschi ed italiani, hanno deposto le armi. Gli Alleati avanzano.

L’11 giugno 1943 erano i diecimila soldati italiani di Pantelleria ad arrendersi. All'indomani la stessa sorte toccava ai quattromila uomini della guarnigione di Lampedusa. Nella notte del 10 luglio, gli Alleati, con la settima armata americana del generale Patton e l'ottava armata inglese del generale Montgomery, sbarcavano in Sicilia e procedevano rapidamente all’occupazione dell'isola con il favore della popolazione.

Il 25 luglio 1943 Mussolini è destituito e arrestato per ordine del Re che nomina Badoglio a Capo del Governo.

Il 26 luglio, i lissonesi Francesco Mazzilli, Attilio Gattoni e Carlo Arosio, che erano stati arrestati ed incarcerati a San Vittore alla fine di giugno per le loro idee contrarie al regime, vengono liberati. A Lissone, Attilio Mazzi, un benestante milanese ma veronese di nascita che aveva uno stabilimento per la tranciatura del legno in Via Roma, sfila per le vie del paese, innalzando un cartello con l’immagine di Badoglio e mettendosi a capo di un breve corteo che manifesta apertamente a favore del nuovo governo. Percorre Via Sant'Antonio, attraversa Piazza Vittorio Emanuele III (l’attuale Piazza Libertà), sino alla Casa del Fascio, dove vengono strappate le immagini di Mussolini e distrutti i simboli del fascismo.

Attilio-Mazzi-sul-balcone-Palazzo-Terragni.jpg

Dopo l’avvento della Repubblica Sociale Italiana, Attilio Mazzi, per il suo dichiarato antifascismo, verrà arrestato: dal campo di concentramento di Fossoli, venne trasportato in Germania nel lager di Mauthausen-Gusen dove morì.

Agosto 1943: nella notte tra il 14 e il 15 agosto altro terribile bombardamento su Milano.

Arriva l’8 Settembre 1943: il generale statunitense Eisenhower fece trasmettere da Radio Algeri il comunicato che il Governo italiano aveva chiesto la resa incondizionata delle sue Forze Armate. In serata Pietro Badoglio, capo del governo italiano, annuncia alla radio la firma dell'armistizio avvenuta segretamente cinque giorni prima.

Il 9 settembre 1943, Erino, con alcuni altri suoi commilitoni, riuscì a scappare dalla caserma prima che i tedeschi la occupassero e facessero tutti prigionieri. Il suo tentativo di fuga, come raccontò a Fernanda Meroni, che diventerà poi sua moglie, fu rocambolesco, simile a quello che Gian Battista Stucchi, monzese, descrive nel suo libro“Tornim a baita”: «Ero assai simile all'animale che d'istinto sente il terremoto prima ancora che la terra incominci a tremare. Addormentarsi in quello stato d'animo era impossibile. L'attesa non fu di lunga durata. Il mio orologio segnava poco più dell'una quando avvertii voci e rumore di passi provenire dal pianterreno e dalla scala. ... La porta della camera si spalancò di colpo e vidi spuntare la canna della Machine-pistole e subito il tedesco che impugnava l'arma contro me.

- Waffe (arma) ! – mi urlò in faccia e tosto strappò la mia pistola dal fodero che portavo infilato al cinturone.

- Rauss, shnell, shnell (fuori, svelto, svelto)! – e mi spinse nel corridoio.

Vidi altri tedeschi armati e intenti alla stessa operazione verso i nostri ufficiali ...

- Abort – gridai al mio cerbero accompagnando la parola col gesto del braccio, e mi diressi al gabinetto.

In fondo al corridoio, a lato del gabinetto, una porta a vetri immetteva su un balconcino. Scavalcai la ringhiera e mi calai fino a toccare con la punta dei piedi il tetto sottostante; quindi mi appiattii immobile contro il muro. ... Sentii gli ordini gridati in tedesco e infine lo scalpiccio dei prigionieri e della scorta armata che si allontanavano. Mi lasciai scivolare fino ad uno stretto cortiletto ... raggiunsi quindi un piccolo terrazzo-giardino prospiciente la strada nazionale del Brennero. ... Avrei dovuto a quel punto attraversare la rotabile battuta dal nemico e calarmi al di là, in basso, verso il fiume ... La notte nuvolosa e buia mi favoriva, ma esitavo per il timore di essere notato. ... balzai in piedi, scavalcai il parapetto oltre la strada e dolcemente ... slittai lungo il ripido pendio per una ventina di metri fino alla riva. Il primo passo era fatto».

Gli “sbandati”, così vennero definiti questi soldati sfuggiti alla cattura, agli arresti delle truppe tedesche calate in Italia, svestono la divisa e cercano di avviarsi verso casa. A loro gran parte della gente manifestò solidarietà e offrì aiuto. I macchinisti rallentavano la corsa dei treni ed effettuavano fermate impreviste per permettergli di scappare. Questi atteggiamenti esprimevano il desiderio della popolazione di dire basta alla guerra, basta alla violenza, basta alla dittatura, basta al fascismo.

Numerose famiglie diedero abiti borghesi ai militari del disciolto esercito regio, li accolsero e nascosero nelle loro case.

Gli “sbandati”, tra i quali vi era Erino, decidono di andare ognuno per la propria strada per la paura di essere individuati. Dopo varie peripezie, Erino arriva a Carugate, il paese di nascita di sua madre, e trova rifugio presso una zia che lo nasconde in un casolare di campagna.

Dopo l’8 settembre, nel giro di pochi giorni tutte le principali città del nord e del centro Italia vengono occupate. I nazisti disarmano le truppe italiane nei vari scenari di guerra. Inizia la deportazione in Germania di 700.000 soldati italiani da utilizzare come lavoratori coatti nelle industrie del Reich. Il Re Vittorio Emanuele III con la famiglia e il seguito fugge da Roma e giunge a Brindisi.

Il 12 settembre 1943, Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da un Commando tedesco e raggiunge Monaco. La mattina del 15 settembre la radio italiana trasmette un comunicato dell'Agenzia Stefani: «Benito Mussolini ha ripreso oggi la suprema direzione del fascismo in Italia».

Dai documenti ufficiali viene cancellato lo stemma sabaudo di Casa Savoia.

 

In Brianza si diffusero allora i bandi minacciosi del comando tedesco, insediatosi a Monza, che comminavano la pena di morte per atti di sabotaggio, che vietavano ogni assembramento e che imponevano il coprifuoco dalle ore 9 di sera sino alle 5 del mattino.

 manifesto-forze-germaniche-sette-1943.jpg proclama tedesco Lissone 170943 

 

Il 23 settembre 1943, ridotto a un fantoccio nelle mani di Hitler, Mussolini proclama la “Repubblica Sociale Italiana”, formando un nuovo governo fascista la cui autorità si estende sul territorio della penisola occupato dai tedeschi.

A Lissone, dall'11 agosto del 1943 (pochi giorni dopo la caduta di Mussolini), l'ing. Aldo Varenna aveva sostituito il podestà Angelo Cagnola, dimissionario per “diplomatici” motivi di salute.

Intanto verso la fine di settembre 1943 si formano i primi nuclei di partigiani sulle montagne lombarde. Il Partito Comunista inizia la mobilitazione di un gruppo dei suoi quadri più preparati e degli iscritti per dar vita senza troppi indugi alla guerra per bande in montagna; queste bande, estese a tutto il territorio nazionale occupato dai tedeschi, avrebbero assunto la denominazione di Brigate Garibaldi in ricordo della guerra antifranchista di Spagna: il compagno Gallo (Luigi Longo) presiedeva alla loro organizzazione e ne avrebbe assunto il comando. Le Brigate Garibaldi saranno composte da battaglioni, a loro volta formati da distaccamenti.

È nelle campagne di Carugate che Erino viene in contatto con i partigiani delle SAP (Squadre di Azione Patriottica) che operavano nella zona del Vimercatese.

Le SAP erano concepite come piccoli gruppi di uomini che continuavano generalmente a vivere nei loro paesi, svolgendo il proprio lavoro e che venivano chiamati a svolgere azioni di propaganda clandestina, come volantinaggi notturni e distribuzione di stampa antifascista, atti di sabotaggio, fino ad azioni di recupero di armi sottratte a militari colti in solitudine e ad azioni più complesse, terminate le quali il sappista tornava ad inserirsi nel tessuto di sempre.

Da partigiano, Erino assumerà il nome di battaglia “Topo”.

Bruno Trentin nel suo “Diario di guerra” ha scritto:

“La guerra in pianura, in campagna, era la scelta più pericolosa; non c’era il «fronte» ma una guerra selvaggia condotta da giovani, senza retroterra dove rifugiarsi. Era una guerra dalla quale, una volta cominciata, non si poteva tirarsi indietro. Si è scritto poco su questo versante della guerra partigiana che è la guerra in pianura, il più esposto, il più indifeso e, nello stesso tempo, impensabile senza il sostegno delle popolazioni contadine.

La Resistenza armata, senza un sostegno diffuso della popolazione, anche in un lontano borgo agricolo, non avrebbe potuto sopravvivere. Hanno concorso a questo processo le pessime condizioni di vita di una popolazione stremata dall’economia di guerra. E certamente ha pesato la sconfitta di una guerra, lo smantellamento dell’esercito come è accaduto all’8 settembre, e l’alternativa che si pose a molti giovani che rifiutavano l’ingresso nell’esercito della Repubblica di Salò, di nascondersi o di combattere».

Intanto a Lissone piazza “fontana”, dal 3 marzo 1944 viene intitolata ad Ettore Muti. Nel palazzo Mussi, affacciato sulla stessa piazza, trova alloggio un comando antiaereo tedesco. Nei locali di palazzo Magatti (vecchio municipio), in via Garibaldi, si insediano i militi della Guardia Nazionale Repubblicana, il cui compito era il controllo capillare del paese volto in particolare a contrastare  la Resistenza.

L’8 marzo 1944 Erino non risponde al richiamo del “rinascente” esercito della Repubblica Sociale italiana.

decreto-sanzioni-per-gli-sbandati-18-aprile-1944.JPG Prefettura-Punizioni-renitenti-classe-1924-25.JPG Corriere Sera 3 agosto 1944 Graziani

 

Casa Irene, l’abitazione di Via Trieste della famiglia Casati, è soggetta a frequenti ispezioni da parte dei fascisti. Cercano Bruno ed Erino. Un giorno penetrano di soppiatto nella casa intimando ai presenti di tenere le mani alzate; inutilmente, perquisiscono ogni locale minacciando di fucilare papà Carlo, se non rivela il nascondiglio dei figli.

Siamo alla fine del 1944: Lissone giunse a contare circa 1.800 sfollati per la maggior parte provenienti da Milano.

Col sopraggiungere dell’inverno il fronte che opponeva gli Alleati ai tedeschi si era attestato sulla cosiddetta “linea gotica”, che partiva dalle Alpi Apuane, a nord di Pisa, e raggiungeva il mare Adriatico a nord di Ravenna.

Le condizioni della popolazione lissonese erano pesanti: freddo, causato dalla mancata distribuzione della legna da ardere, penuria di alimenti, particolarmente aggravate dall'insufficienza o totale mancanza dei mezzi di trasporto necessari per ritirare i generi dalle località lontane.

Con l’arrivo della primavera, la fine della guerra si avvicina.

Molti partigiani scendono dai monti per prepararsi all’insurrezione. Erino ed il fratello Bruno arrivano a Lissone. Prendono contatti con i membri del locale Comitato di Liberazione Nazionale.

Erino fa parte del IV distaccamento della 119a Brigata Garibaldi, distaccamento di Lissone.

La 119aBrigata Garibaldi era intitolata  a Quintino Di Vona insegnante, nato a Buccino (Salerno) il 30 novembre 1894, fucilato a Inzago (Milano) il 7 settembre 1944.

Militante socialista, il professor Di Vona aderì, nel 1921, al Partito comunista. Il professore, inquadrato nella 119aBrigata Garibaldi, partecipò a numerosi atti di guerriglia. Catturato, in seguito a delazione da militi della Brigata Nera di Monza (che giunsero a Inzago all'alba del 7 settembre), Di Vona fu, per ore ed ore, picchiato a sangue. Dalle sue labbra non uscì una parola che potesse danneggiare la Resistenza. Nel primo pomeriggio i fascisti, al comando di un sottufficiale delle SS germaniche, trasportarono con un camion l'insegnante nella piazza principale del paese. Qui Di Vona fu fucilato da un manipolo di militi in camicia nera.


Zona operativa 119ma Brigata Garibaldi timbro 119 brigata Di Vona

 

Nella cartina la zona operativa della 119a Brigata Garibaldi e delle altre due formazioni, la 183a e la 185a.

Il mese di dicembre 1944 è un mese fondamentale per la 119a Brigata Garibaldi, in quanto il Comando regionale, per la vastità della zona di sua competenza e per il numero sempre crescente di effettivi, decide che le sue forze vengano riorganizzate in tre distinte brigate ciascuna con un settore operativo ben definito: la 119a è affidata al comando di Alfredo Cortiana ‘Enzo’ , con Giuseppe Carcassola ‘Minotto’ commissario politico e opera in tutti i paesi a cavallo della strada provinciale Milano-Seregno-Erba con i centri di Bresso, Cormano, Cusano, Cinisello Balsamo, Muggiò, Nova, Lissone, Seregno e Desio, dove ha sede il Comando di Brigata. Con la 183a e la 185a compongono la Divisione ‘Bassa Brianza’ il cui comando è affidato ad Eliseo Galliani ‘Andrea Verri’ coadiuvato nel ruolo di commissario politico da Eugenio Mascetti ‘Gianni Curti’.

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Scrive Angelo Cerizzi in Appunti su uomini e fatti dell’antifascismo lissonese: «Nei primi mesi del 1945 gli incontri clandestini divennero numerosi. Quelli che avvenivano fra persone notoriamente antifasciste non potevano non sollevare sospetti e dovevano effettuarsi con molta cautela: diverse riunioni si svolsero così sulle panchine della stazione di Monza o del piazzale prospiciente la stessa come fra persone in attesa del treno. Le riunioni invece del CLN avvenivano, specie durante la stagione invernale, in casa di Volfango (Gaetano Cavina), la quale offriva, in caso di pericolo, la possibilità di eclissarsi attraverso i tetti».

Il Comando Militare della 119a Brigata Garibaldi affiancava l’opera del Comitato di Liberazione Nazionale, composto dai rappresentanti civili dei partiti democratici.

Nel documento seguente del 18 marzo 1945, il comandante Raimondo (il lissonese Nando Vismara, che aveva fatto esperienza militare durante la guerra di Spagna) del IV distaccamento della 119a Brigata Garibaldi, impartisce delle disposizioni al Comando della IV squadra in vista dell’insurrezione che libererà l’Italia prima dell’arrivo delle truppe alleate. L’organizzazione doveva essere la seguente: ogni squadra doveva essere composta da 15 elementi più un caposquadra; a sua volta ogni squadra doveva essere suddivisa in 3 pattuglie di 5 elementi ciascuna con un capo-pattuglia.

Collegamenti con il Comando militare, cooperazione, segretezza, disciplina, ricerca di armi sono i termini che ricorrono nella disposizione, controfirmata dal Commissario politico Ettore, nome di battaglia del lissonese Riccardo Crippa.

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«Nonostante tutte le precauzioni e le cautele con cui si agiva, proprio nei giorni precedenti la Liberazione – continua Angelo Cerizzi - si verificò un episodio che portò un certo scompiglio fra tutti i responsabili del movimento clandestino. La delazione ai danni di due patrioti delle SAP portò anche all'arresto di una loro zia la notte del 19 aprile. Fu trovata oltre ad una pistola, una lista di patrioti con i rispettivi incarichi per la imminente insurrezione: furono tutti immediatamente arrestati».

Tra di loro vi erano Erino Casati ed il fratello Bruno.

Benché la guerra per i tedeschi e i loro alleati fascisti della Repubblica Sociale fosse ormai persa, la loro violenza continuava.

Mentre i partigiani lissonesi vengono portati in camion alla Villa Reale di Monza, basta uno sguardo tra Erino e Bruno per una tacita intesa a non parlare durante gli interrogatori. Intanto, a casa, la madre subisce minacce dai fascisti locali, che la invitano a preparare dei vestiti a lutto, dando per certa l’uccisione dei due figli.

La Villa Reale era il centro operativo della Guardia Nazionale Repubblicana del maggiore Gatti e del suo ufficio politico investigativo. Ribattezzata Villa della Repubblica, era un luogo di prigionia, di torture e di esecuzioni. Il 17 giugno 1944 i due giovani lissonesi Remo Chiusi e Mario Somaschini, dopo essere stati consegnati nelle mani del sadico torturatore Gatti, erano stati fucilati da elementi delle SS naziste e squadristi delle Brigate Nere. Inoltre, il 25 gennaio 1945, erano stati fucilati i partigiani Vittorio Michelini e Alfredo Ratti, con Raffaele Criscitiello (era una guardia di Pubblica Sicurezza, a lui è stata intitolata la caserma della P.S. di Monza).

In Villa Reale i lissonesi arrestati furono divisi e sottoposti a duri interrogatori. Furono tutti avvertiti che li aspettava la fucilazione in piazza a Muggiò quale rappresaglia per l'uccisione di un sottufficiale tedesco. Per quell'arresto Lissone avrebbe potuto piangere un altro gruppo di fucilati. Ma ormai i fascisti capiscono che sono agli sgoccioli e ci ripensano.

Bruno viene malmenato; Erino, mentre vede il fratello malridotto per le percosse subite, viene morsicato al polpaccio e alla schiena dai cani aizzati dagli aguzzini.

«La situazione si fece drammatica anche per i componenti del Comitato di Liberazione nazionale lissonese, che, avvertiti immediatamente da informatrici del grave pericolo che correvano perché ormai indiziati, si dispersero spostandosi giorno e notte alla periferia del paese.

Il CLN si riunì per l'ultima volta clandestinamente il 24 aprile sera ed il 25 mattina lanciò al popolo il proclama della Liberazione, insediandosi come autorità riconosciuta insieme all'Amministrazione Comunale scaturita dal Comitato stesso. ».

Erino rimase in stato di arresto dal 21 al 25 aprile 1945, quando venne liberato con gli ultimi patrioti detenuti alla Villa Reale.

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Tornato a Lissone, Erino riceve le prime cure dal dottor Giuseppe Formigaro, che gli medica le ferite.

Partecipa poi con gli altri partigiani lissonesi alla grande sfilata del primo maggio, la prima festa dei lavoratori dopo la Liberazione.

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A metà maggio, nella chiesa di San Carlo si svolgono i solenni funerali dei quattro partigiani lissonesi Pierino Erba, Remo Chiusi, Mario Somaschini e Carlo Parravicini, fucilati nel giugno 1944. Erino, che aveva avuto i primi tre come compagni di lavoro alle Officine Egidio Brugola, è al fianco della bara di Carlo Parravicini, al quale era legato da un rapporto di amicizia.

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A fine maggio, la salma del partigiano lissonese Arturo Arosio, che dopo la fucilazione avvenuta a Sestri Levante era stato sepolto nel cimitero di Chiavari, è trasportata a Lissone per la celebrazione di solenni funerali partigiani. Erino rende l’estremo saluto ad Arturo, che era stato suo compagno di giochi, accompagnando il feretro per le vie del paese. 

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Negli stessi giorni, Alfredo Pozzi dedica una poesia, dal titolo “I figli migliori”, ai partigiani della Brianza caduti nella lotta di Liberazione, pubblicata su “Libertà”, numero unico, a cura del CLN di Monza:

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Ecco! Quel mondo putrido declina

in un crepuscolo di nero. Nell’alba

nell'alba vicina

vedremo risorgere

i figli migliori ...

Fiammante è quest'alba: scarlatti i colori.

Ecco! Il sole novello! Primavera

di Libertà e giustizia, d'uguaglianza:

il popolo spera

e chiama i suoi Martiri

dal fosso comune:

la carne è straziata, la fede era immune.

Ritornano le salme sulle soglie

del proprio borgo; il popolo fremente,

la madre, le accoglie ...

L'impronta nel secolo

voi primi segnaste:

che raggio di luce tra l'ombre nefaste!

E dal vostro martirio ora germoglia

la coscienza più pura nella massa

che unita si spoglia

di forme tiranniche,

e libera canta

pei martiri nostri la causa n'è santa.

Dalle rustiche tombe voi tornate

all'estrema dimora: tutto un mondo

corrotto segnate

per l'ineluttabile

condanna, al passaggio:

tornate alla luce del sole di maggio. 

 

 

Con questo scritto vogliamo rendere omaggio al valore di questi giovani, tra cui Erino, che seppero scegliere, in un’ora difficile della nostra storia, tra civiltà e barbarie, testimoniando, con il loro impegno, la loro fede nei valori di democrazia, giustizia e libertà. 

Scrive Onorina Brambilla Pesce, partigiana con il nome di battaglia “Sandra” deportata politica nel lager di Bolzano nel suo libro “Pane bianco”: finita la guerra, «il clima politico era molto difficile. Anche se avevamo vinto la guerra di Liberazione, non tutto era andato liscio. I magistrati della Corte di Cassazione, formatisi sotto il regime di Mussolini, applicarono con interpretazioni assai estensive l'amnistia di Togliatti del giugno del 1946, favorendo la scarcerazione di migliaia di detenuti fascisti, compresi personaggi come il ministro della Guerra della Rsi Rodolfo Graziani e come il "principe nero" Junio Valerio Borghese, il comandante della Decima Mas, rei di tortura ed efferati delitti, ovvero di reati esclusi dal provvedimento del Guardasigilli.

Ci siamo ritrovati così con i padroni più padroni di prima. La situazione era tale che molti partigiani preferivano tacere sul loro passato nella Resistenza: avevano paura di essere licenziati dal loro posto di lavoro. Non solo, ma poiché in quegli anni nelle fabbriche ci furono grandi lotte per i contratti di lavoro, i compagni che avevano incarichi nel sindacato, o anche nelle cellule del partito (ndr comunista), erano pesantemente minacciati di venire cacciati. E se i padroni, per via della compatta reazione operaia, non riuscivano a licenziarli, li colpivano nella loro professionalità, isolandoli in reparti che non erano i loro, magari a non fare niente! Questi erano chiamati dagli operai i "reparti-confino". ... Talvolta eravamo delusi, avevamo vinto la nostra guerra di Liberazione e credevamo che la nostra vittoria avrebbe coinciso con il cambiamento, sia pure graduale, delle strutture economiche e sociali del paese, così da eliminare le ingiustizie contro le quali avevamo combattuto. ... Ci eravamo illusi? Forse sì». E Gianfranco Maris, deportato politico, finito a Mauthausen perchè organizzava delle brigate partigiane comuniste, scrive nel suo libro “Per ogni pidocchio cinque bastonate”: «So che cosa si associa, oggi, al termine “comunista”. C’è stata l’Unione Sovietica, un comunismo che fu una degenerazione dei nostri ideali di allora». 

Racconta la figlia di Erino Casati, Nadia: «Nel dopoguerra, anche per la divisione del mondo in due blocchi contrapposti, l'Est e l'Ovest, nonostante avessero dato un importante contributo al ritorno della democrazia nel nostro Paese, gli ex partigiani ebbero difficoltà a trovare un lavoro. Alla fine mio padre venne riassunto alla Falck. In fabbrica, come operaio, partecipò alle lotte sindacali contribuendo alla conquista dei diritti dei lavoratori. Come padre ci ha insegnato il valore della libertà, della giustizia e soprattutto dell’onestà».

 

Ringrazio la moglie Fernanda e le figlie Carluccia e Nadia per le loro testimonianze e per aver messo a mia disposizione documenti preziosi di Erino, che mi hanno consentito di ricostruire alcuni momenti della sua vita durante la seconda guerra mondiale.

Renato Pellizzoni

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