Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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Campo di concentramento di Fossoli, 12 luglio 1944

2 Juillet 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il 12 luglio 1944, 67 internati politici, prelevati dal vicino campo di concentramento di Fossoli, furono trucidati dalle SS naziste all’interno del poligono di tiro di Cibeno.

L’ANPI di Monza, domenica 11 luglio, per la celebrazione del 66° anniversario dell’eccidio, deporrà una corona d’alloro sul luogo della tragedia.

I sei antifascisti brianzoli fucilati:

ANTONIO GAMBACORTI PASSERINI nato a Monza il 14/06/1903

AROSIO ENRICO nato a Monza il 13/11/1904

GUARENTI DAVIDE nato a Monza il 28/08/1894

CARLO PRINA nato a Monza il 28/06/1908: apparteneva alla 25° Brigata del Popolo

CAGLIO FRANCESCO nato a Lesmo nel 1909: apparteneva alla Brigata del Popolo

MESSA ERNESTO nato a Monza il 28/08/1894

 

Antonio Gambacorti Passerini Enrico Arosio Davide Guarenti Carlo Prina Francesco Caglio Enrico Messa

 

Il campo di concentramento di Fossoli era situato nei pressi di Carpi, in provincia di Modena.

23 giugno: viene ucciso a tradimento Poldo Gasparotto

Venti giorni dopo, il 12 luglio, 67 internati antifascisti vengono fucilati.

In quel periodo anche Don Paolo Liggeri era internato a Fossoli. Nelle pagine di luglio 1944 del suo diario (pubblicato nel libro “Triangolo rosso – Dalle carceri milanesi di san Vittore ai campi di concentramento e di eliminazione di Fossoli, Bolzano, Mauthausen, Gusen Dachau) scrive:

«Sono inquieto questa sera, e, per quanto cerchi di dominarmi, non riesco a calmare il mio nervosismo. Dio mio, mi sembra un delitto il solo pensare certe cose, ma dal momento in cui me ne hanno prospettato la possibilità ... Dunque le cose stanno così!

Questa sera, durante la solita adunata per l'appello, è sopraggiunto il maresciallo Hans delle SS con un gran foglio in mano, e ha fatto semplicemente annunciare che coloro che sarebbero stati chiamati avrebbero dovuto lasciare le file e inquadrarsi a parte. Abbiamo avuto tutti il solito brivido di sgomento che ci coglie ogni volta che si presenta la poco lieta prospettiva di una deportazione in Germania.

L'odioso appello è stato subito iniziato, e, contrariamente alle altre volte, è stato lo stesso maresciallo a chiamare ad alta voce il numero di matricola di ogni internato prescelto. Era una breve lista (settanta uomini), ma ci è sembrata interminabile; e l'atmosfera intorno era divenuta stagnante, pregna di amarezza, di neri presentimenti, non so, non riesco a definire.

Siamo tornati alle nostre baracche con le spalle curve e il cuore stretto ... Io anche questa volta, non sono fra i chiamati. Sono andato a portare la comunicazione al mio vicino di pagliericcio,. il generale della Rovere che non era venuto all’appello perché indisposto. Appena gli ho comunicato che era stato incluso nella lista, l'ho visto trasalire: un attimo; subito si è ricomposto, mi ha stretto la mano, e guardandomi con fermezza negli occhi, mi ha detto:

Non ci vedremo più! ...

Davanti e dentro la 21 A, una ressa indescrivibile: gente che trasporta bagagli e pagliericci, abbracci e baci pieni di effusione che si alternano alle calorose strette di mano del più riservati, e uno schiamazzo continuato, un misto di richiami, di saluti ad alta voce, di promesse, di giuramenti, di auguri, di esortazioni, .di parole d’incitamento di esclamazioni di ogni genere, di espressioni fiere ...

C’e chi grida: La va a pochi! (e mi ricorda Gasparotto ... ). C'è chi è visibilmente commosso, non solo fra quelli che partono, ma anche fra quelli che restano ... , come se volessero scacciare un nero presentimento. 

Il fischio stridulo della ritirata ha messo fine ai commiati.

Quando sono rientrato nella mia baracca, G. mi ha chiesto:

- Lo sai?

- Che cosa?

- Degli ebrei ... ?

- Non so nulla di nulla. Spiegati!

Saranno stati una ventina. Sono stati portati fuori del campo con un camion, equipaggiati con piccone e pala. Sono usciti prima di mezzogiorno e non sono ancora rientrati.

- Be', che vuoi dire?

- Non capisci, o non vuoi capire?

- Parla chiaro! che vuoi dire?

- Li uccideranno ...

- Chi, gli ebrei?

- No, quegli altri.

- Li ucci ... Ma sei tu che dovresti farti impiccare, una buona volta! - Ero così furibondo che l'avrei strozzato - Io non capisco che gusto ci provate tu e molti altri a far circolare sempre le notizie più catastrofiche e a far star male tanti compagni che ne hanno già d'avanzo senza le vostre mal augurate fantasticherie.

Ma gli ebrei non sono tornati.

- Segno che sono andati ad aggiustare qualche strada, o a sgombrar macerie.

- Ma anche Fritz l'interprete si è lasciato sfuggire qualche cenno ...

- Fammi il piacere, non parlarne più con nessuno.

Dio mio, adesso ch'è notte, ci penso ancora e non riesco a tranquillizzarmi. Se fosse vero ... Sciocchezze! Abbiamo, tutti, i nervi malati ... Eppure con le SS tutto è possibile. Basti ricordare Gasparotto ...Ma Gasparotto era uno, questi sono settanta. Sarebbe enorme!

Della mia baracca (la 16 A) sono stati scelti diciassette, fra cui i miei due vicini di pagliericcio: li rivedo. Questa sera non mi daranno la «buona notte» ...

Rivedo anche gli altri, tutti amici cari ... Olivelli, Carlo Bianchi, l'avvocato Vercesi, Passerini, Prina, Francesco Caglio, Arosio, Guarenghi, il colonnello Panceri, e Nilo (simpatico bersagliere padovano), Gulin (oh, quella fuga malriuscita), e Kulziski il capo baracca, e gli altri di cui in questo momento non ricordo i nomi. Penso alle loro famiglie ... il colonnello Panceri mi ha parlato questa mattina della sua Mimma e Carlo Bianchi mi ha mostrato la foto dei suoi «pupi». Attende il quarto ...

No, no! Ho i nervi malati. Sono pazzo. È impossibile! 

Fòssoli - 12 luglio 1944

Li hanno ammazzati tutti!

Questa mattina, all'alba, li hanno ammazzati come cani, poveri fratelli miei! È terribile! 

(continua)

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La morte di Antonio Gramsci

1 Juillet 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Antonio Gramsci
Antonio Gramsci

Gramsci si spegne all’alba del 27 aprile 1937. Ha appena compiuto quarantasei anni. Quarto di sette figli di Francesco Gramsci e Giuseppina Marcias, Antonio - Nino, come era chiamato in famiglia – era nato ad Ales, in provincia di Cagliari, il 22 gennaio del 1891.

Quando muore è in corso la guerra di Spagna. Una batteria di artiglieri garibaldini porta il suo nome.

Negli scritti che gli vengono dedicati sulla stampa comunista viene sempre definito capo del partito.

Nel parco di cultura Gor'kij a Mosca, campeggia il ritratto di Gramsci e il suo figliolo minore, Giuliano (che il padre non ha mai potuto vedere), allora sui dieci anni, lo scopre con sorpresa e vuole sapere dalla madre Giulia «tutto ciò che si riferisce» alla sua vita e alla sua sorte.

La fama internazionale, la solidarietà antifascista, non leniscono molto l’isolamento di Gramsci, che non è stato meno profondo negli ultimi anni di semiprigionia, di vigilanza poliziesca strettissima, immutata, anzi rafforzatasi nel passaggio dalla clinica di Formia a quella Quisisana di Roma.

Il malato si trova, fino alla vigilia della morte, in «libertà condizionale», piantonato e sorvegliato. Le sue condizioni di salute sono gravi anche se non ci si aspetta che possano da un momento all'altro diventare gravissime.

Gramsci era stato trasferito alla clinica di Roma (accompagnato da un commissario di PS e da due agenti) il 23 agosto 1935. Ciò è avvenuto soltanto perché, dopo reiterati solleciti della cognata Tatiana e il certificato medico del professor Puricelli, appariva urgente sottoporre il malato ad un intervento chirurgico di ernia. Era stata scelta la clinica Quisisana di Roma, «presi gli ordini da S.E. il capo del governo» e dopo attenti sopralluoghi, perché, secondo il capo della polizia «si presta(va) a una più efficace vigilanza».

Oltre alle visite assidue del fratello Carlo, e a quelle periodiche di Sraffa (Piero Sraffa, antifascista torinese, vicino ai comunisti, quelli dell'«Ordine Nuovo», che ha conosciuto nella prima giovinezza, insegna a Cambridge ed è un economista di grande valore), egli è assistito senza posa dalla cognata Tatiana. La moglie, Giulia Schucht, è stata lunghi anni ammalata, ricoverata in una clinica per malattie nervose. A Gramsci é stata taciuta la gravità dello stato di salute della sua compagna.

Giulia non verrà a trovarlo, probabilmente perché non è in grado di affrontare tale viaggio, e sarà un nuovo motivo di dolore per il prigioniero (che indirizza in questo ultimo periodo frequenti, affettuosissime lettere ai due figli). La sua esistenza nella clinica Quisisana è meno tormentata di quella passata a Formia ma le forze declinano di mese in mese.

Durante il 1936, Gramsci comincia a progettare di trasferirsi in Sardegna non appena finirà il periodo della «libertà vigilata », cioè nell’aprile del 1937.

La sera del 25 aprile 1937 sopravviene improvvisamente un'emorragia cerebrale. Neppure in questa estrema circostanza è assistito adeguatamente dal punto di vista clinico (mentre le suore della clinica gli mandano un sacerdote).

Gramsci si spegne all'alba del 27 aprile, alle 4,10.

La cognata è al suo capezzale: poco dopo arriverà il fratello Carlo. Soltanto questi due congiunti possono vedere la salma, «circondati da una folla di agenti e di funzionari del Ministero degli Interni», ricorda Tatiana. Un fonogramma del questore di Roma, il 28 aprile, dà conto dei funerali: «Comunico che questa sera, alle 19,30, ha avuto luogo il trasporto della salma noto Gramsci Antonio seguito soltanto dai familiari. Il carro ha proceduto al trotto dalla clinica al Verano dove la salma è stata posta in deposito in attesa di essere cremata».

Il cadavere sarà cremato il 5 maggio. I giornali italiani dànno la notizia della morte di Gramsci in poche righe attraverso un dispaccio dell’agenzia Stefani: «É morto nella clinica privata Quisisana di Roma, dove era ricoverato da molto tempo, l'ex deputato comunista Gramsci». L’eco all’estero, sui giornali democratici in Europa e in America, nella stampa comunista e antifascista, sarà grandissima.

Il 22 maggio 1937 (18 giorni prima di venire ucciso con il fratello Nello), Carlo Rosselli, in una commemorazione alla sala Huyghens di Parigi, ricordava Gramsci come uomo «intimo, riservato, razionale, severo, nemico dei sensitivi e delle cose facili, fedele alla classe operaia nella buona come nella cattiva sorte, agonizzante in una cella, con tutto un esercito di poliziotti che cercano di sottrarlo al ricordo e all’amore di un popolo ...». Per Gramsci «conta(va) solo la coerenza e la fedeltà a un ideale, a una causa, che vive di se stessa, indipendentemente da ogni carriera e da ogni interesse personale».

La notizia del sacrificio e l'esaltazione della figura del capo comunista vengono divulgate sulle onde dell'etere da una trasmissione di «Radio Milano», cioè dall’emittente che i comunisti hanno in Spagna e che in Italia viene ascoltata tutte le sere, verso le ore ventitre, da numerossimi radioascoltatori nostante divenga di mese in mese più intensa la caccia della polizia a quanti captano la voce della Spagna. Sulla base dell'intercettazione fatta dalla stazione di Imperia dei carabinieri apprendiamo che la trasmissione speciale in onore di Gramsci, con la partecipazione di oratori comunisti, socialisti e di “Giustizia e Libertà” italiani, ebbe luogo il 22 maggio 1937. In essa si descrive la vita del rivoluzionario, si cita il “processone” del 1928, si dà conto della solidarietà dei combattenti spagnoli per la libertà, si ricordano gli altri prigionieri politici del fascismo e si conclude: «Il nome di Antonio Gramsci sta scritto a lettere d'oro sulla bandiera dei lavoratori italiani».

Bibliografia:
Paolo Spriano - Storia del Partito comunista italiano – Einaudi 1970
La morte di Antonio Gramsci
La morte di Antonio Gramsci
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L’artiglieria dell'altoparlante

14 Juin 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

ricevitore radio 1937
ricevitore radio 1937

La funzione della trasmissioni radio durante la guerra di Spagna (17 luglio 1936 – 1 aprile 1939)

Durante la guerra di Spagna, gli antifascisti cominciano ad avere a disposizione, sin dall'inizio, un'arma (quella che Vittorio Vidali chiamerà «l’artiglieria dell'altoparlante»: la radio. Fino a quel momento, in Italia, le trasmissioni radiofoniche erano state soltanto monopolio del regime fascista e anche un suo potente mezzo di corruzione di massa.

Da Radio Barcellona, da Radio Madrid, Radio Valenza si possono captare in Italia le voci dell'antifascismo, in trasmissioni speciali in lingua italiana (il PCI avrà poi, sino alla fine della guerra, la possibilità di utilizzare una sua radio trasmittente da cui manda anche direttive ai propri seguaci clandestini in Italia).

Ha scritto Elio Vittorini: «Quanto si poteva afferrare tendendo l’udito di dentro alla cuffia di un apparecchio a galena, verso le prime voci non fasciste, che finalmente giunsero fino a noi. Madrid, Barcellona ... Ogni operaio che non fosse un ubriacone e ogni intellettuale che avesse le scarpe rotte, passarono curvi sulla radio a galena ogni loro sera, cercando nella pioggia che cadeva sull'Italia, ogni notte, dopo ogni sera, le colline illuminate di quei due nomi. Ora sentivamo che nell’offeso mondo si poteva essere fuori della servitù e in armi contro di essa».

Da Radio Barcellona, il 13 novembre 1936, Carlo Rosselli lancia lo slogan che può sintetizzare la prospettiva comune del volontariato antifascista italiano in Spagna: «Alla Spagna proletaria tutti i nostri pensieri. Per la Spagna proletaria tutto il nostro aiuto. Oggi in Spagna. Domani in Italia. Anzi, oggi stesso in Italia, perché l’esempio dei fratelli spagnomi può e deve essere seguìto. Gioventù d’Italia, sveglia! Antifascisti italiani, sveglia! Uomini liberi, in piedi!».

A partire dal giugno-luglio del 1937, la stampa di regime ammette sempre più chiaramente che l'Italia è impegnata in Spagna con un proprio contingente.

Dalle emittenti radio della repubblica spagnola ogni sera gli antifascisti - dopo più di dieci anni di silenzio - riescono a parlare al popolo italiano. Vi è la Radio di Stato della repubblica che ha numerose trasmissioni da Madrid e da Valenza in lingue estere. Vi è la radio Generalitat a Barcellona. Vi è infine una emittente, «Radio Milano», che trasmette da Aranjues vicino a Madrid, tutte le sere intorno alle 23,45, che è escusivamente dei comunisti italiani. A giudicare dalla massa enorme di lavoro che essa dà alla polizia italiana, si direbbe che l'ascolto é diffusissimo e ha una importanza nonché un rilievo psicologico e politico notevole. Gli antifascisti italiani dunque esistono, parlano dell'Italia e del resto del mondo, si battono: ecco ciò che scoprono per la prima molti italiani.

La voce che giunge dalla Spagna (e spesso disturbatissima) non si sa quanto incida sulle coscienze. Si tenga presente anche che l'apparecchio radio è ancora un lusso per le masse più povere e diseredate. Ma, appunto, le denunce della polizia e la stessa ripresa di azioni squadristiche su vasta scala per reprimere o intimidire quanti osano sintonizzare il proprio apparecchio sulla lunghezza d'onde di Radio Milano ne dànno un quadro vivissimo. Si apprende che l'ascolto spesso non é individuale o familiare ma spesso viene organizzato, nel retrobottega di un locale pubblico, in una sala di caffé, chiuse le saracinesche verso la mezzanotte, persino in circoli Dopolavoro o della Opera nazionale combattenti. Il che mostra certo una notevole dose di imprudenza (é in questi casi che la sorpresa, la retata degli agenti di PS o dei militi fascisti, la delazione di un finto antifascista, sortiscono i migliori risultati), ma denota nondimeno un bisogno di testimonianza in comune oltre che una sete di informazioni inestinguibile. In qualche caso, la polizia riferirà che all'inizio e alla fine delle trasmissioni, quando risuonano le note dell'inno di Garibaldi e dell'Internazionale, gli ascoltatori si alzano in piedi e salutano con il pugno chiuso.

Non c’é solo solo la curiosità di sentire l'altra campana, di venire a sapere quanto la stampa fascista tace o deforma. C’è anche l’ansia di tanti congiunti di avere qualche notizia del figlio o del marito spedito in Spagna da Mussolini (dopo la battaglia di Guadalajara per settimane si trasmettono messaggi, testimonianze dirette dei prigionieri italiani).

Infatti, i «legionari» italiani, al comando del generale Roatta - dai primi trentamila arriveranno a cinquantamila - erano truppe il cui carattere di volontari è quanto mai discutibile; spesso si trattava di soldati mandati in Spagna a loro insaputa, reclutati per formare «battaglioni lavoratori» nell’impero africano da colonizzare.

La battaglia di Guadalajara del marzo 1937 ha una grande eco internazionale. Celebri restano, tra tutte, le corrispondenze di Ernest Hemingway, che aveva conosciuto i combattenti italiani sul fronte della prima guerra mondiale. Hemingway scrive dopo la battaglia, vedendo i caduti fascisti: «Il caldo dà lo stesso aspetto a tutti i morti, ma questi morti italiani con le loro facce grige, di cera, se ne stanno stesi sulla pioggia, molto piccoli e pietosi ... Il generale Franco scopre adesso che non può fare molto conto sugli italiani, non perché gli italiani siano vili, ma perché gli italiani i quali difendono il Piave e il Grappa sono una cosa e gli italiani mandati a combattere in Spagna mentre credevano di andare in guarnigione in Etiopia sono un’altra».

E parlando da Radio Madrid, il 27 marzo 1937, della fuga dei legionari di Mussolini, Randolfo Pacciardi, repubblicano, comandante del battaglione “Garibaldi”, dice: «Sono scappati non perché sono vigliacchi. Sono scappati perché avevano tanks, cannoni, mitragliatrici, fucili, moschetti, ma non avevano idee. Non si combatte per il piacere di combattere».

La battaglia di Guadalajara é stata il culmine della partecipazione dei garibaldini italiani alla guerra di Spagna.

Nel marzo del 1937 (dopo Guadalajara) il capo della polizia Bocchini così telegrafa ai prefetti del regno: «Viene rilevato come molti ascoltatori radio cerchino di ascoltare iniqua et falsa propaganda radiodiffusa da Barcellona aut da altre stazioni spagnole nonché da Mosca. A tale scopo cercano anche di riunirsi in comitiva presso apparecchi riceventi di casa aut locali pubblici. Fenomeno est particolarmente osservabile presso operai, contadini, piccola borghesia. Est necessario in modo assoluto intervenire prontamente et energicamente con azioni preventive et repressive procedendo a fermi, a provvedimenti di polizia, a chiusura dei pubblici esercizi dove viene effettuata ascoltazione et a ritiro degli apparecchi in caso di flagranza. Vorranno all'uopo predisporre servizi et ricorrere ove sia necessario anche servizio di fiduciari. Si gradirà al riguardo sollecita segnalazione di ogni emergenza».

La prevenzione e la repressione auspicate da Bocchini si sviluppano largamente. Spesso vengono intercettate lettere inviate dall'Italia all’indirizzo di Radio Barcellona nelle quali si formulano elogi oppure richieste di spostare l'ora della trasmissione.

Le trasmissioni, da quel che possiamo arguire attraverso i resoconti registrati dalla polizia italiana, sono efficaci giacché risultano trattati temi che concernono direttamente la guerra di Spagna (notizie sulle battaglie, sullo schieramento internazionale, sulle denunce alla Società delle Nazioni, sull'afflusso di nuove truppe fasciste) sia argomenti che riguardano la vita delle masse popolari italiane. E qui si parla dell'aumento dei prezzi che in effetti è notevole nel 1937 e annulla i vantaggi del generale aumento dei salari e degli stipendi agli impiegati, delle condizioni di vita dei contadini e degli operai, dei profitti delle grandi aziende. E si insiste sulla crescente sudditanza dell’Italia alla Germania nazista.

Bibliografia:

Paolo Spriano - Storia del Partito comunista italiano – Einaudi 1970

Stazioni spagnole ascoltate nel 1937 al Centro di Controllo dell’EIAR e ricevitore radio dell’epocaStazioni spagnole ascoltate nel 1937 al Centro di Controllo dell’EIAR e ricevitore radio dell’epoca

Stazioni spagnole ascoltate nel 1937 al Centro di Controllo dell’EIAR e ricevitore radio dell’epoca

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Operazione Overlord

5 Juin 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Nella notte tra il 5 e il 6 giugno 1944, una flotta gigantesca, la più formidabile mai assemblata nella storia dell’umanità, (21 convogli americani e 38 anglo-canadesi che trasportavano o rimorchiavano 2.000 mezzi da sbarco, scortati da una formazione di 9 corazzate, 23 incrociatori e 104 cacciatorpediniere) levò l’ancora dalle coste meridionali dell’Inghilterra per far rotta verso la Francia.

Le truppe alleate (che contavano nei loro ranghi 1,7 milioni di Americani, 1 milione tra Inglesi e Canadesi e 300.000 altre reclute, divise tra Francesi, Polacchi, Belgi, Olandesi, Norvegesi e Cecoslovacchi) disponevano di circa 2 milioni di tonnellate di materiale e di 50.000 mezzi (carri armati, veicoli semicingolati, automitragliatrici, camion, veicoli).

Mezzo milione di soldati del Reich era dispiegato tra l’Olanda e la Bretagna lungo il “Muro dell’Atlantico”, il sistema di fortificazioni fatto costruire da Rommel. Il grosso delle forze tedesche (la XV armata era disposta nella zona del Pas de Calais, là dove la Manica è più stretta, luogo di un probabile sbarco alleato secondo le previsioni di Hitler. Dieci divisioni blindate sono pronte ad intervenire, ma sono troppo distanti dalla costa.

Lo scarto in mezzi tra le due aviazioni è enorme: gli Alleati dispongono di 3.000 bombardieri e 5.000 caccia contro 320 apparecchi tedeschi.

È il feld-maresciallo Gerd von Rundstedt che prende il comando delle forze tedesche sul fronte occidentale. Al momento dello sbarco, Rommel è in Germania per festeggiare il compleanno della moglie.

Altri fattori rendono più facile la realizzazione del piano di invasione. Un esempio: sette messaggi trasmessi dagli Alleati alla Resistenza francese, benché intercettati dai servizi segreti tedeschi, non vengono mai ritrasmessi ai comandi militari in Francia.

Il comando supremo dell’Operazione Overlord è affidato al generale americano Eisenhower e il comando tattico al generale inglese Montgomery.

Il cattivo tempo sulla Manica provoca un ritardo di ventiquattro ore delle operazioni.

1944-Eishenower-e-paracadutisti.JPG

Le condizioni meteorologiche costringono il generale Eisenhower a scegliere la data del 6 giugno. La bassa marea delle prime ore del mattino e il levarsi tardivo della luna facilitano l’atterraggio degli alianti e il lancio dei paracadutisti.

Nella notte dal 5 al 6 giugno, le navi partite da diversi porti inglesi della Manica convergono al loro punto di incontro (“Piccadilly Circus”) per dirigersi sulle coste situate tra la foce della Senna e la penisola del Cotentin.

Il “Giorno più lungo” inizia alle 3 e 14 del mattino del 6 giugno con il bombardamento aereo delle difese costiere tedesche, seguito dall’atterraggio dei paracadutisti alleati (circa 18.000 uomini su 20.000 potranno compiere la missione che a loro era stata assegnata), il cui compito consisteva nell’annientare il sistema logistico del nemico. Due ore più tardi inizia il bombardamento navale alleato. La copertura aerea è impressionante e i tiri dei cannoni della marina micidiali. Pe evitare qualsiasi sorpresa, le navi dei convogli sono precedute da dragamine e protette dallo sbarramento di palloni frenati (potevano ascendere fino a quote di 1.500 m, tendendo i cavi di collegamento che consentivano di interdire ed ostacolare i velivoli ostili a bassa quota).

1944 cartina sbarco Normandia

Alle 6 e 30 i primi segni dello sbarco: la prima ondata d’invasione del gruppo di armate, agli ordini di Montgomery raggiunge le spiagge il cui nome in codice sono “Utah”, “Omaha”, “Gold”, “Sword” e “Juno”.

Questo impressionante spiegamento di forze è seguito dall’arrivo di 145 banchine galleggianti in cemento destinate alla costruzione di porti artificiali per l’attracco di navi fino a 10.000 tonnellate e di elementi di una pipeline prefabbricata “Pluto” (Pipeline-under-the-ocean) che fornirà il carburante necessario all’armata.

I primi soldati a calpestare il suolo delle coste francesi sono gli Americani della I armata del generale Omar Bradley che sbarcano sulle spiagge d’Utah e d’Omaha dove lo stato del mare e la resistenza accanita dei tedeschi li mettono in seria difficoltà. Sulle spiagge di Gold, Sword e Juno, gli inglesi della II armata del generale Miles Dempsey sono più fortunati. Alcune ore dopo, gli Inglesi si ammassano già nei dintorni di Caen, mentre le unità americane si battono ancora contro le fanterie e le Panzer divisioni accorse in tutta fretta sulle colline circostanti.

1944-sbarco-mezzi-Normandia.JPG

Alle ore 9 e 33 del 6 giugno 1944, il quartier generale di Eisenhower comunica al mondo intero il seguente messaggio: «Sotto il comando supremo del generale Eisenhower, le forze alleate navali, sostenute dalle potenti forze aeree, hanno incominciato a sbarcare armate alleate sulla costa nord della Francia». È questo l’annuncio che l’operazione “Overlord”, ossia l’invasione della Francia, è riuscita e il mondo libero non può che rallegrarsene.

A mezzogiorno, il primo ministro britannico, Churchill, rivolgendosi alla Camera dei Comuni, annuncia lo sbarco in Normandia: «La prima serie di sbarchi delle forze alleate sul continente europeo è iniziata nel corso della notte. Questa volta, l’assalto liberatore è stato effettuato sulla costa della Francia. L’armonia più completa regna tra le armate alleate».

Hitler sarà informato dell’invasione solamente in tarda mattinata. Quanto a Rommel, riguadagnerà il teatro delle operazioni in serata del giorno J. Ma i tedeschi si ostinano a pensare che non si tratti della grande offensiva alleata attesa da alcuni mesi. Questo errore fatale contribuirà al successo dell’Operazione Overlord. Hitler invia l’ordine tassativo di non spostare verso la zona dello sbarco le divisioni blindate che si trovavano in altri settori e gli Alleati non saranno respinti in mare «durante la notte» come espressamente richiesto dal Führer.

 

Al calar della notte, al contrario, circa 160.000 uomini calpestano già il suolo francese. Anche se gli Alleati hanno raggiunto solo in parte i loro obiettivi, l’operazione è un successo.

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Una via di Lissone dedicata ad Elisa Ancona

22 Mai 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Elisa Ancona
Elisa Ancona

uccisa nelle camere a gas ad Auschwitz.

La Giunta di Concettina Monguzzi sindaco, con la delibera N.158 del 04/05/2016 ha deciso di dedicare una via di Lissone ad Elisa Ancona, con la seguente motivazione:

"Atteso, inoltre, che l’Amministrazione Comunale desidera mantenere vivo il ricordo di una vittima della Shoah partita dalla stazione cittadina per essere deportata presso il campo di sterminio di Auschwitz, nella condivisione dei valori storici, umanitari e culturali che sottendono alla scelta e che rappresentano un concreto e oggettivo tributo alla memoria di eventi che hanno interessato la nostra Comunità"

Elisa Ancona era nata il 10 ottobre 1863 a Ferrara. Prima di rifugiarsi a Lissone in seguito all’occupazione tedesca del nostro Paese dopo l’8 settembre 1943, abitava in via Nievo 26 a Milano. Era vedova di Achille Rossi. Risiedeva nel capoluogo lombardo dal 1902 ed era iscritta alla locale Comunità israelitica. L’anziana donna fu arrestata il 30 giugno 1944 a Lissone da militi della Guardia Nazionale Repubblicana e reclusa a San Vittore. Venne successivamente trasportata a Verona dove fu inclusa, il 2 agosto, nel trasporto proveniente da Fossoli e arrivato ad Auschwitz il 6 agosto 1944. Elisa Ancona, come avveniva per tutti gli anziani, fu avviata subito alle camere a gas; aveva 80 anni.

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La consegna delle medaglie della LIBERAZIONE

17 Mai 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

medaglia 70° della Liberazione
medaglia 70° della Liberazione

Monza, 20 maggio 2016

alle ore 11 presso il teatro Manzoni di Monza ha avuto luogo la cerimonia della consegna delle medaglie della LIBERAZIONE a 44 ex partigiani e patrioti della Brianza. Per Lissone le medaglie sono state attribuite a Gabriele Cavenago, Salvatore Lambrughi, Carlotta Molgora.

La cerimonia è stata organizzata dalla Prefettura per conto del Ministero della Difesa, con la collaborazione dell'ANPI e dell'ANED.

Il sindaco di Lissone Monguzzi ha consegnato lo speciale riconoscimento. Dal sito del Comune di Lissone:

Per Gabriele Cavenago, da poco deceduto, la medaglia è stata consegnata al figlio Giuseppe.

Le loro storie:

Carlotta Molgora

Salvatore Lambrughi

Gabriele Cavenago

allegata la lettera del Ministero della Difesa che conferisce le Medaglie della Liberazione a Gabriele Cavenago, a Salvatore Lambrughi e a Carlotta Molgora

La consegna delle medaglie della LIBERAZIONE
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Riforma della Costituzione

9 Mai 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

locandina dell'incontro pubblico
locandina dell'incontro pubblico

Per decidere in modo consapevole é necessario che i cittadini siano informati

Incontro pubblico su:

RIFORMA DELLA COSTITUZIONE e NUOVA LEGGE ELETTORALE

LUNEDI’ 16 MAGGIO 2016 ore 20.30 - URBAN CENTER (sala E) Via Turati 7 - Monza

Interverranno:

Avv. Felice BESOSTRI promotore del ricorso contro la legge elettorale

Prof. Giovanni MISSAGLIA vicepresidente ANPI di Lissone

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Omaggio a Firenze e al suo popolo

2 Mai 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944
immagini di Firenze nell'agosto del 1944

immagini di Firenze nell'agosto del 1944

Articolo di Piero Calamandrei pubblicato sul «Corriere di Informazione» di Milano del 12 agosto 1945

LA BATTAGLIA IN CITTÀ

Forse l'Italia del Nord non ha saputo interamente che cosa avvenne a Firenze un anno fa: una battaglia.

Per esser esatti, di battaglie a Firenze ve ne furono due, una dentro l'altra; una strategica, per Firenze, che fu combattuta a distanza, tra le artiglierie alleate schierate a semicerchio sui colli a sud dell'Arno contro quelle tedesche schierate sul semicerchio contrapposto delle colline di Fiesole; l'altra tattica, dentro Firenze, che fu combattuta ad armi corte per le vie e per le piazze della città, tra i nazifascisti e il popolo insorto.

Il piano degli alleati, che fecero quanto era in loro per rispettare la città ed evitarle di diventare un terreno di scontro, era preordinato, a quanto si poté giudicare dal suo svolgimento, a liberarla per manovra: gli eserciti liberatori dovevano sostare a sud della città senza entrarvi, e il passaggio in forza dell'Arno doveva avvenire a monte e a valle di essa, in modo che i tedeschi fossero costretti a ritirarsi verso i monti, senza poter combattere in pianura. Ma i tedeschi e i fascisti avevano un altro piano:trasformare la città. colle sue torri ed i suoi marmi in campo trincerato; barricarsi nelle rovine dei suoi palazzi; attirar l'uragano delle granate sulla parte più preziosa dei suoi monumenti, per lasciarli ridurrre in macerie e rigettar poi sugli alleati l'onta di questo misfatto.

Ad attuare questo programma, la cui preparazione fu tenuta celata fino all'ultimo sotto la truffa della «città aperta», i tedeschi trovarono zelante complicità nella «vecchia guardia» del fascismo repubblicano locale, rincuorato dalla presenza di un degno capo, sceso in persona dal Nord a dare le ultime disposizioni: parlo di Alessandro Pavolini, che la storia ricorderà soltanto per il freddo impegno con cui, in quel luglio del 1944, seppe premeditare l'assassinio della città dove era nato, e predisporre la distruzione di quei ponti di cui egli, dalle finestre del suntuoso albergo ove s'era insediato col suo stato maggiore, poteva, da raffinato conoscitore d'arte qual si vantava di essere, apprezzare la incomparabile leggiadria. Costui, nel suo operoso soggiorno a Firenze, rubò cinque milioni alla Prefettura per distribuirli tra le bande dei suoi manigoldi coll'ordine di rimanere in città come «franchi tiratori» e fare strage alla spicciolata, dai tetti e dalle finestre, di donne e di bambini. E poi, tutto avendo disposto per il meglio, se ne tornò al Nord, dove il governo della repubblica aveva bisogno di lui.

Il 30 luglio il comando tedesco ordinò l'immediato sgombero di due larghe strisce cittadine ai lati dell'Arno: centocinquantamila persone si trovarono da un'ora all'altra senza tetto, sapendo che le loro case e i loro negozi erano abbandonati al saccheggio. Nella notte tra il 3 e il 4 i ponti minati saltarono: per amabilità di Hitler fu risparmiato il Ponte Vecchio, ma, per bloccarne il passaggio di qua e di là, furono fatti saltare in sua vece i due rioni che vi davano accesso, Por Santa Maria, via dei Bardi, Borgo Sant'Jacopo, via Guicciardini e le più antiche e care torri della Firenze di Dante. Così, segnata da questa linea di incendi e di esplosioni, cominciò il 4 di agosto, entro l'anello dei cannoni che si rispondevano dai colli, la battaglia ravvicinata della città.

Per una settimana, le slabbrate spallette dell'Arno segnarono la prima linea: alle mitragliatrici e ai mortai tedeschi, appostati sulla riva destra, pattuglie di cittadini dalla sinistra rispondevano a fucilate. Ma da spalletta a spalletta passavano, in difetto dei ponti crollati, misteriose vie di collegamento: come fantasmi di fango le staffette sbucavano dalle fogne, e attraverso le macerie minate che ostruivano il Ponte Vecchio un segreto filo telefonico, riallacciato sotto le granate, permetteva al Comitato di Liberazione di mantenere l'unità del governo. Così parve segnata la sorte di Firenze, tagliata in due dalla battaglia; mentre a sud dell'Arno i partigiani spergevano di casa in casa i «tiratori» fascisti, e migliaia di senzatetto, ricchi e poveri tutti uguali, bivaccavano fraternamente nei saloni dorati di Palazzo Pitti, e la delegazione d'Oltrarno del Comitato di Liberazione già era in contatto coi primi reparti alleati entrati da Porta Romana, la parte a nord dell'Arno, la più popolosa e la più cospicua, era ancora in balia dei tedeschi; e pareva che tentar di espugnarla in forze volesse dire distruggerla. Furono queste, dal 4 all'11 agosto; le terribili giornate in cui i cuori di tutto il mondo tremarono all'idea che di Firenze non dovesse più rimanere che il disperato ricordo.

Ma qui avvenne il miracolo. Alle 6,15 dell'1 agosto, nell'ansioso silenzio mattutino, i fiorentini già liberi d'Oltramo udirono all'improvviso, al di là del fiume, il martellar delle campane che chiamavano all'armi la parte non ancora liberata: e il filo clandestino annunciò laconicamente che il Comando cittadino, per finir di liberare la città, aveva ordinato l'insurrezione.

Si vide allora, al richiamo della vecchia Martinella, il popolo fiorentino, coi ponti rotti alle spalle, far fronte al nemico. Contro le mitragliatrici piazzate dietro gli alberi dei viali, contro i carri «Tigre» in agguato alle barriere, si spiegò come per magia un esiguo velo di giovinetti febbricitanti e di vecchi canuti, armati soltanto della loro furia. Da un'ora all'altra, quel velo diventò una linea, si organizzò, si consolidò; prese sotto la sua protezione il centro della città; non si limitò alla resistenza, ma osò l'avanzata: e ogni giorno entravano dentro quel cerchio nuove vie e nuove piazze liberate.

Così per quasi un mese, per tutto agosto, il fronte di combattimento si confuse coi nomi favolosi dei giardini e delle passeggiate della nostra infanzia: le Cascine, il Parterre, il Campo di Marte. La pacifica topografia cittadina entrava stranamente nei bollettini di guerra: «piazza san Marco sorpassata»; «via santa Caterina raggiunta»; «contrattacco in piazza Donatello». Ragazzi ed anziani erano attratti da quella linea affascinante. Oggi i genitori e le vedove lo raccontano colle lagrime agli occhi: «Non si reggeva più: volle scendere nella strada disarmato. Disse: 'Bisogna che vada anch'io sul Mugnone a ammazzare un tedesco'. E non tornò». Uscivano ansiosi e inebriati, come se fossero attesi a un appuntamento d'amore: con un vecchio fucile da caccia o con una pistola arrugginita, a battersi contro i mortai e contro i carri armati; e non tornarono. Anche le giovinette uscivano, portando ordini di guerra sotto i loro camici di crocerossine: Anna Maria Enriques, Tina Lorenzoni; e non tornarono. E quel sangue sul marciapiede segnava l'estremo punto al quale era stato portato per quel giorno il confine tra la libertà e la vergogna.

Ma dietro quella linea, nella città liberata, ferveva il lavoro. Ogni tanto una donna scarmigliata, nel traversare correndo la via con un fiasco d'acqua, cadeva, fulminata, sul selciato: allora c'era la battuta sui tetti per scovare la belva dietro il comignolo; e poi, sulla piazza, la giustizia sommaria contro il muro. Non c'erano più lettighe né bare: i morti si seppellivano alla rinfusa, nelle grandi fosse del giardino dei Semplici, tra le aiuole in fiore. E intanto le magistrature popolari già sedevano ai loro posti nei palazzi dei padri; e quando un colpo arrivava a scheggiare quelle antiche pietre, guardavano un istante dalle grandi finestre: «Niente di nuovo: cupole e torri sono sempre in piedi». E la seduta continuava.

Questa fu la battaglia di Firenze, durata tre settimane: dal 4 all'11 agosto attraverso le spallette dell' Arno, dall'11 agosto alla fìne del mese sulla linea di avanzata nei quartieri e nei sobborghi a nord della città. Il bilancio si riassume in pochi dati: un grande squarcio nel cuore della città, una immensa cicatrice che sfigurerà nei secoli il suo volto: centoquaranta partigiani morti in combattimento nelle sue strade e molte centinaia di essi feriti: e quasi ottocento cittadini inermi, in gran parte donne e fanciulli, caduti sotto le granate tedesche o sotto il tiro a segno degli assassini. Ma alla fine di agosto questa città, che nel piano nemico avrebbe dovuto diventare la desolata terra di nessuno, era tornata per intero la terra gelosamente diletta dei fiorentini, sfregiata e sanguinante, ma riscattata per sacrificio di popolo: i tedeschi erano in ritirata verso gli Appennini, e i tiratori erano stati snidati e giustiziati ad uno ad uno, nella armoniosa serenità di queste piazze, come cani arrabbiati.

Questa fu la battaglia di Firenze che segnò una tappa decisiva, e forse un esempio unico, nella nostra guerra di liberazione e nel nostro ritorno alla coscienza civile europea: una battaglia a corpo a corpo durata quasi un mese per le vie di una città, combattuta dal popolo insorto e comandata da un governo insurrezionale di magistrature cittadine, che gli alleati, quando giunsero, lasciarono con rispetto ai posti di comando saggiamente tenuti. Qui la guerra non fu il passaggio di una ventata, qui i tedeschi non erano ancora in disfacimento: e i partigiani dovettero ricacciarli combattendo ferocemente ad armi impari per disinfettare la città, metro per metro, da quella pestilenza che vi si era annidata da vent'anni.

Libertà non donata, ma riconquistata a duro prezzo di rovine, di torture, di sangue. Credo che il grande amore per questa mia città rinnovata dal dolore non mi faccia velo, quando penso che la data dell'11 agosto appartiene non alla storia di Firenze, ma a quella d'Italia.

Bibliografia:

Piero Calamandrei – “Uomini e città della Resistenza” – Ed. Laterza Bari 1955

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25 aprile a Lissone

30 Avril 2016 , Rédigé par anpi-lissone

oratore ufficiale dell'ANPI: prof. Giovanni Missaglia

oratore ufficiale dell'ANPI: prof. Giovanni Missaglia

discorso pronunciato dal prof. Giovanni Missaglia, docente di Storia e Filosofia, vicepresidente dell’ANPI di Lissone

alcuni momenti della celebrazione della festa della Liberazione a Lissone (foto di Luigi Sala)
alcuni momenti della celebrazione della festa della Liberazione a Lissone (foto di Luigi Sala)
alcuni momenti della celebrazione della festa della Liberazione a Lissone (foto di Luigi Sala)
alcuni momenti della celebrazione della festa della Liberazione a Lissone (foto di Luigi Sala)

alcuni momenti della celebrazione della festa della Liberazione a Lissone (foto di Luigi Sala)

Germana e Gabriele: anche loro sono con noi

Germana e Gabriele: anche loro sono con noi

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IL PREZZO della LIBERTÀ

28 Avril 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #attività 2016

il maestro Maurizio Padovanil maestro Maurizio Padovan

il maestro Maurizio Padovan

locandina dell'evento
locandina dell'evento

Si sono vissuti momenti di intensa commozione durante il Concerto Multimediale, che si è svolto

Giovedì 21 aprile 2016 in BIBLIOTECA CIVICA di LISSONE, dal titolo

IL PREZZO DELLA LIBERTÀ

Musica, Resistenza e violinisti partigiani.

É stato un incontro per ricordare la storia della Liberazione attraverso l’insolito sguardo della musica. Esecuzioni musicali, racconti, immagini e filmati hanno rivelato curiosi aspetti della canzone antifascista e commoventi storie di violini e di violinisti partigiani.

A cura dell’Associazione Culturale Accademia Viscontea

Violinista/relatore: Maurizio Padovan

momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore
momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore

momenti dell'evento multimediale con il maestro Maurizio Padovan violinista/relatore

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