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La liberazione del Nord Italia

28 Avril 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

Mentre le nuove unità italiane, a fianco della V e dell'VIII Armata, erano pronte per l'imminente offensiva, dietro le linee tedesche l'esercito partigiano attendeva con ansia il giorno dell'insurrezione. Il generale Cadorna ha detto: 

«Il 28 febbraio del 1945, riconfermato come capo comandante del Corpo Volontari della Libertà, partii per la Svizzera e successivamente per l'Italia meridionale, ivi chiamato per prendere accordi coi massimi dirigenti degli eserciti alleati in vista della prossima offensiva. A quel momento le forze partigiane, superata la grave paralisi invernale si stavano ricostituendo e avevano già ripreso la normale attività di disturbo alle spalle dell'esercito tedesco e si preparavano per l'atto finale, l'insurrezione, che avrebbe dovuto scattare in accordo con le forze alleate man mano che questi si avvicinavano agli obiettivi. Era compito delle forze partigiane di collaborare nell’atto tattico con gli Alleati, di occupare, ovunque possibile, i grandi centri italiani, di salvaguardare il patrimonio artistico, quello industriale, le opere pubbliche della nazione ed infine di osservare l'ordine nel periodo intermedio fino all'arrivo delle truppe alleate».

Hitler aveva giurato di non capitolare mai. Ora i tedeschi pagano il prezzo di quel giuramento. Tutta la terra fra il Reno e l'Oder è in fiamme; gli eserciti alleati avanzano da Ovest e da Est chiudendo la Germania in una morsa. La disfatta che si annuncia, non ha precedenti nella storia, ma Hitler ordina ancora ai tedeschi di morire tutti piuttosto che arrendersi.

Non tutti i capi sono però disposti a seguire fino in fondo la follia del Führer. In Italia il generale Wollf d'accordo con Himmler, cerca da tempo di trattare la resa del fronte Sud. Ne sono al corrente il maresciallo Kesselring, che il 9 marzo viene trasferito sul fronte renano, e il suo sostituto generale von Vietinghoff; ma gli Alleati non intendono rinunciare ai loro piani.

Di essi parlarono i due generali Lucian K. Truscott, comandante della V Armata e Richard L. Mac Creery comandante dell'VIII. 

Disse Truscott:

«L'offensiva di primavera della V Armata era stata prevista in tre fasi: prima, la conquista e il consolidamento di una posizione nei pressi di Bologna; seconda, lo sviluppo delle posizioni sul fiume Po; terza, la traversata del Po e il blocco della strada del Brennero, principale via d'uscita dall'Italia, con la conquista e il consolidamento delle posizioni sul fiume Adige. Le truppe della V Armata avrebbero occupato le provincie dell'Italia settentrionale, da Treviso a est, a Bolzano a nord, a Torino ad ovest. Il Gruppo "Legnano" avrebbe attaccato all'estrema destra del nostro schieramento, nell'area di Monte Grande, e avrebbe mantenuto contatti con l'VIII Armata nella pianura ad est.

E debbo aggiungere che il Gruppo "Legnano”  del generale Umberto Utili non solo ebbe una parte importante in questo attacco del II Corpo americano e della V Armata, ma prese parte alla conquista di uno dei nostri obiettivi più importanti: la città di Bologna ». 

E Mac Creery: 

«L'offensiva finale in Italia era prevista per i primi di aprile 1945, quando l'VIII Armata doveva attaccare in due direzioni. L'ala destra doveva sfondare attraverso quella che noi chiamavamo la breccia di Argenta, raggiungere il Po, passarlo e continuare verso nord-est. L'ala sinistra doveva, d'intesa con la V Armata americana, attaccare e conquistare Bologna. L'VIII Armata era costituita da quattro Corpi d'Armata, alle cui dipendenze erano, nel mio settore, tre Gruppi di combattimento italiani. Il loro compito non era facile, ed era di sfondare le linee tedesche scendendo dalla zona dei contrafforti appenninici e raggiungere la valle del Po per unirsi al Corpo polacco sulla loro destra, e prendere insieme Bologna ».

Le operazioni preliminari dell'VIII Armata iniziarono il 2 aprile nelle valli di Comacchio e oltre il fiume Reno. Una settimana più tardi gli inglesi sferravano l'attacco in tutto il settore.

La preparazione d'artiglieria fu tremenda: 1.200 cannoni, uno ogni sei metri, sparavano su un fronte di sette chilometri contro le posizioni tedesche martellate in precedenza da 700 bombardieri.

Lo sfondamento della linea del Senio a cavallo della via Emilia fu affidato ai polacchi con l'appoggio dei Gurka indiani e di reparti corazzati.

I tedeschi non s'aspettavano un inizio tanto violento.

Entrarono anche in azione i lanciafiamme «coccodrillo», che arrivavano fino a 120 metri. L'ultima arma controcarro tedesca, il «Faustpatrone», aveva una gittata inferiore, così il «coccodrillo» sparse il terrore nelle file nemiche.

Una volta rotto il fronte, i tedeschi sapevano che non avrebbero più potuto costituirne un altro, perciò si batterono con disperato accanimento. Ma ormai non avevano più riserve da gettare nella lotta per tappare le falle. Pochi giorni di battaglia, poi il fronte della Romagna cominciò a cedere. Nelle brecce aperte dai reparti d'assalto, avanzarono i carri armati.

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Varcato il Senio, i polacchi si dirigevano verso Imola e Bologna; le truppe inglesi del V Corpo entravano il 10 aprile a Lugo di Romagna.

Sull' ala destra dell'VIII Armata anche il Gruppo «Cremona» partecipava all'offensiva. L'attacco era stato diretto contro le posizioni tedesche sul basso corso del Senio e il 10 aprile gli italiani, oltrepassato il fiume, liberarono Alfonsine catturando numerosi prigionieri.

Il Gruppo «Cremona» proseguiva verso le linee del Santerno, superandole nei giorni successivi. Dovunque i reparti italiani erano accolti festosamente. Essi concluderanno il ciclo operativo ad Adria e Cavarzere, partecipando con una colonna rappresentativa alla liberazione di Venezia.

Cinque giorni dopo l'attacco dell'VIII Armata, anche la V entrò nella lotta, sulle montagne a nord di Bologna.

765 bombardieri pesanti scaricarono sul nemico migliaia di tonnellate di esplosivo.

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La preparazione d'artiglieria fu davvero impressionante. Contro le posizioni tedesche di Monte Sole, al fuoco dei grossi calibri si aggiunsero gli attacchi con bombe al «napalm» dei cacciabombardieri.

Mentre il suolo tremava ancora, come raccontò più tardi il generale Clark, le fanterie partirono all' attacco precedute dai mezzi corazzati. I tedeschi lottarono. Tenevano gli ultimi caposaldi dell'Appennino come se fossero i battenti di una porta, che si sforzavano disperatamente di tenere chiusa. Ma uomini e automezzi scendevano sempre più numerosi dai monti. Infine i battenti si spalancarono. Gli americani entrarono a Vergato. E fu il principio della fine.

Anche il Gruppo di combattimento «Folgore» che stava sulla sinistra dell'VIII Armata, era entrato in azione. Il Luogotenente Umberto, accompagnato dal comandante generale Morigi, lo visitò nella zona di Tossignano, dopo i primi combattimenti sul fronte del Sillaro. Qualche giorno dopo il «Folgore» prendeva contatto con il Gruppo «Friuli» che, a fianco del Corpo polacco, avanzava sulla via Emilia verso Bologna.

La manovra avvolgente con cui gli Alleati miravano alla conquista della città era in pieno sviluppo. Quando, il 18 aprile, insieme a Vergato, cadde sulla destra della tenaglia anche Argenta, la sorte dei tedeschi che erano dentro la sacca, fu segnata.

Oltre Argenta, gli inglesi del V Corpo puntavano su Ferrara e il Po, mentre i polacchi correvano già verso Bologna inseguendo gli odiati paracadutisti della I Divisione, quella di Cassino; con loro gli italiani del «Frluli» volevano essere i primi a entrare in città. E vi entrarono, infatti, il mattino del 21 aprile, insieme ai soldati del generale Anders.

I bolognesi avevano atteso tutto l'inverno la liberazione, tanto più intensamente quanto più sembrava vicina: ora potevano sfogare la loro gioia.

Più tardi, da sud, entrarono gli americani con i soldati del Gruppo «Legnano» che aveva duramente combattuto con la V Armata, sin dal primo giorno dell'offensiva, al comando del generale Utili. Per la prima volta gli italiani, operando con gli Alleati, avevano ottenuto una grande vittoria. Era stata fatta molta strada dalle dure giornate di Montelungo. Un membro della Resistenza bolognese così ricorda quella giornata: 

«Gli Alleati erano entrati da Porta Mazzini, i polacchi dell'VIII Armata, e poi il Corpo Italiano di Liberazione, in particolare, è venuto da Porta San Vitale. Naturalmente han trovato la città completamente libera perché, per quanto durante la serata precedente noi non avessimo ricevuto, com'era convenuto, i segnali prestabiliti, i preavvisi, diciamo, verso la sera tardi, quasi la notte, avevamo ricevuto il segnale definitivo che era "Domani all'ippodromo si corre". E allora le nostre Brigate che assommavano ad un insieme di 4500-5000 uomini, durante la notte han preso le armi e hanno spazzato via i tedeschi e i fascisti. Vi sono state azioni singole specialmente in difesa delle fabbriche e dei punti nevralgici: il telegrafo, i telefoni della TIMO, ecc., punti in cui vi sono state più che scaramucce, delle vere lotte, tanto è vero che noi abbiamo avuto 54 morti quella notte stessa. Alla mattina perciò la città era completamente libera, non solo libera, ma completamente festante». 

alleati a Milano

Il generale Clark, comandante in capo delle Armate, non intendeva però fermarsi in città a festeggiare la vittoria. «Bologna è un simbolo - egli aveva detto alle truppe, ma la distruzione delle forze nemiche rimane il nostro obiettivo più importante». È giunto il momento tanto atteso, di dare via libera ai carri armati sulle strade che il nemico non ha avuto nemmeno il tempo di minare.

A meno di due settimane dall'inizio dell'offensiva, il fronte tedesco non esisteva più. Sulla destra l'Armata inglese lo ha sfondato per prima, seguita dalla V Armata al centro. Il giorno della liberazione di Bologna inizia la grande galoppata verso le città della pianura. Gli americani premono anche sull'ala sinistra, dove la resistenza tedesca continua accanita lungo il litorale tirrenico. Genova è ancora lontana, ma la città sta preparando la sua insurrezione.

Ce ne parla il presidente del CLN della città Giovanni Savoretti: 

«Alle prime luci del mattino del 23 si scatenò in tutta la città e sulle alture circostanti l'insurrezione. I più importanti combattimenti avvennero in porto e segnatamente alla stazione marittima, qui di fronte, alla stazione Principe, in piazza de' Ferrari dove squadre d'azione patriottica e gruppi d'azione patriottica attaccarono i carri armati tedeschi incendiandoli. In tutta la zona industriale, là negli stabilimenti dove operai difesero il loro lavoro, ai cantieri Ansaldo e nelle altre industrie di Genova; a Levante, a Sturla e un po' in tutte le vie della città, tanto che il generale comandante la Divisione accettò di recarsi il 24 sera nella casa del compianto Cardinal Boetto per trattare col comando della Resistenza ligure l'atto di resa». 

Un esercito regolare ancora efficiente e ben comandato che s'arrende al popolo in armi: è un fatto nuovo nella storia d'Italia. Eppure non provoca meraviglia. Ottomila tedeschi si sono consegnati ai genovesi perché non avevano altra via d'uscita, senza proteste o ribellioni, con la procedura normale che si usa in simili faccende fra vinti e vincitori. E la città è libera.

Il 24 aprile, giorno dell'insurrezione di Genova, le truppe alleate, che da Bologna dilagano nella pianura, già corrono lungo la via Emilia puntando verso Milano. Nello stesso momento raggiungono la riva destra del, Po da Ostiglia a Ferrara. È troppo tardi perché i tedeschi possano organizzare una resistenza sul fiume. Non c'è più tempo di scavare una trincea né di piazzare una batteria.

L'aviazione alleata non dà respiro.

Le avanguardie dell'esercito arrivano subito dopo.

I tedeschi hanno dovuto ubbidire agli ordini di Hitler: resistere fino all'estremo per tenere tutta la vallata. Costretti alla ritirata, si sono accorti che il fiume in piena, con tutti i ponti distrutti, è diventato davvero invalicabile: ma invalicabile per loro. Fino a due giorni prima hanno cercato di passare dall'altra parte, sotto il fuoco dei cacciabombardieri, dando l'assalto agli ultimi traghetti e abbandonando in disordine armi e automezzi. Molti sono annegati tentando di attraversare il fiume dentro tinozze o aggrappati a travi di legno o a materassi. Più di diecimila, rimasti sulla riva destra, si sono dati prigionieri. Ora gli Alleati passano in forze, verso il cuore dell'Italia Settentrionale, dove dilaga l'offensiva partigiana.

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Ne parla Dino Baracco del CLN di Torino: 

«La città di Torino insorse il 24 aprile. Per tre giorni si combatte aspramente in ogni punto vitale della città: attorno alle fabbriche, alla STIPEL, alla Caserma Cernaia, alla Casa Littoria ed alla Caserma di via Asti dove vengono impiegate dalle formazioni partigiane armi anticarro e pezzi di artiglieria. Nella notte dal 27 al 28 i superstiti reparti nazifascisti abbandonano in disordine la città ed il mattino successivo il CLN si trasforma in Giunta di Governo, ed assume i pubblici poteri con l'insediamento del prefetto e del sindaco.

Le giornate del 29 e del 30 aprile sono particolarmente drammatiche. Due Divisioni tedesche perfettamente armate decidono di aprirsi un varco attraverso la città per raggiungere la Svizzera. Sono circa 35.000 uomini perfettamente armati e disposti a tutto.

Il generale Schlemmer, attraverso la Curia, chiede di poter passare indisturbato. La risposta del CLN e del Comando Militare Regionale Piemontese è una sola: resa senza condizioni. Le truppe naziste scendono verso la città, ma giunte in prossimità della stessa e di fronte allo spiegamento delle truppe partigiane, si ritirano defluendo verso il Canavese.

Il 30 aprile la città è libera e salva». 

Ormai è finita. E se gli alti comandi tedeschi indugiano ancora a compiere l'ultimo passo, le truppe decidono per conto proprio, e si arrendono. Non c'è tempo di contare i prigionieri. Il problema è solo di radunarli da qualche parte perché non ingombrino le strade. Sono decine di migliaia. Al 30 aprile saranno oltre centomila.

Le immagini di una rotta si ripetono. Le armi abbandonate sono montagne, ma non fanno paura. Arrugginiranno sui margini delle strade, nei prati, come ferraglia. Anche i simboli del regime che per sei anni ha terrorizzato l'Europa, finiscono fra i rottami.

 

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Finalmente anche per Milano è la liberazione. Ce ne parla Leo Valiani del CLN Alta Italia: 

«Il 19 aprile demmo l'ordine dello sciopero generale ferroviario che, iniziato si il 23 aprile, paralizzò le comunicazioni tedesche. Il mattino del 24 aprile io ricevetti da Genova la telefonata che mi annunciava l'avvenuta insurrezione di quella città. Diramammo l'ordine dello sciopero generale insurrezionale che ebbe inizio in Milano con lo sciopero dei tramvieri e con l'occupazione delle fabbriche da parte delle maestranze alle ore 13 del 25. Quel giorno stesso il Comitato di Liberazione per l'Alta Italia doveva incontrare Mussolini e Graziani per una eventuale resa delle truppe fasciste. Mentre il colloquio dei nostri delegati si svolgeva in Arcivescovado, l'insurrezione divampava in tutta Milano. Forse il primo atto insurrezionale fu compiuto da una squadra di Corrado Bonfantini che fece occupare da partigiani alle sue dipendenze tutta una serie di commissariati. La sera mandai per iscritto l'ordine dell'insurrezione alle Guardie di Finanza. La città era ancora largamente occupata dalle formazioni fasciste e da cospicue forze tedesche. I cinquecento militi della Guardia di Finanza avrebbero potuto essere facilmente sopraffatti, però la loro tempestività fece sì che le reazioni avversarie furono pochissime. All'alba del 26 aprile la liberazione della Prefettura ad opera della Guardia di Finanza comunicava con un urlo di sirena ai milanesi l'avvenuta liberazione della città». 

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Come Genova, come Torino, Milano si era liberata da sola. E come in quelle città, i prigionieri tedeschi passavano tra due ali di folla eccitata: ora generali e colonnelli dovevano ubbidire ai tanto odiati capi delle squadre partigiane e affidarsi alla loro protezione.

1945 aprile Milano tedeschi prigionieri

Arrestato mentre fuggiva verso la Valtellina, il 28 aprile Mussolini venne fucilato da un distaccamento partigiano a Giulino di Mezzegra.

 

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Il giorno dopo, piazzale Loreto. A Milano era cominciata l'avventura del dittatore e qui ne avveniva l'epilogo. Fu un penoso eccesso, e il CLN Alta Italia, in un suo comunicato, disse che non si sarebbe più ripetuto nel nuovo clima di libertà e di legalità che doveva seguire la fase insurrezionale. Un eccesso, è vero: ma era stato il fascismo con le sue violenze e crudeltà a dare l'esempio.

Ora gli Alleati potevano entrare. Erano amici attesi da tempo, non avevano nemmeno più la fisionomia di soldati di un esercito liberatore. La guerra per loro era finita. Continuava ancora a Oriente, verso il Veneto. A Milano, militari e civili potevano già celebrare la vittoria.

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Gli ultimi due giorni d'aprile la V Armata aveva raggiunto sulla sinistra tutte le principali città dell'Italia nordoccidentale, trovandole già liberate dai partigiani.

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Sulla destra del fronte, l'inseguimento del nemico in rotta era continuato a ritmo incalzante. Varcato il Po, il 25 aprile gli americani puntavano su Verona, mentre l'VIII Armata si avvicinava al corso inferiore dell' Adige pensando di trovare resistenza sulle posizioni tedesche lungo il fiume.

I «Bunker» mezzo coperti dal fogliame che vi sorgono ancora, costituivano nella primavera del '45 la linea dell'Adige verso il mare. Erano fortificazioni poderose, costruite senza risparmio di materiali, come se la guerra fosse ancora tutta da combattere. Sono rimaste pressocché intatte, i tedeschi neppure si provarono ad usarle. Ordinando la resistenza ad oltranza a Sud del Po, Hitler aveva reso impossibile ogni altra difesa.

Gli Alleati sostarono si in riva all'Adige, ma solo per riordinare le loro Divisioni. Poi l'inseguimento riprese, e la V Armata entrò a Verona il 26 aprile, dividendosi quindi in due colonne. Una risali la valle dell'Adige verso il Brennero, l'altra avanzò nel Veneto costeggiando le Prealpi.

A Verona, dov'era il comando americano, i partigiani portarono da Como, prigioniero, il maresciallo Graziani. Per quasi due anni egli s'era illuso di comandare un esercito. Ora avrebbe dovuto rispondere, come un soldato semplice, alla giustizia del suo Paese.

La corsa volgeva alla fine. Il 28 aprile gli americani raggiungevano Vicenza. Qui c'era ancora odore di guerra. I tedeschi se n'erano andati da poco lasciando indietro qualche soldato fanatico che, insieme a franchi tiratori fascisti, si sforzava di prolungare la resistenza. Erano tentativi disperati e inutili, che però bisognava eliminare uno ad uno, Alleati e partigiani insieme.

Si trattava comunque di episodi sporadici, che turbavano appena l'atmosfera festosa della liberazione.

La città aveva molto sofferto a causa della guerra. Il palladiano palazzo Chiericati era stato colpito dalle bombe durante un'incursione aerea. I suoi parchi e giardini ora servivano da campi di raccolta per i prigionieri tedeschi.

Vicenza era all'estrema destra dello schieramento americano. Da qui fino all'Adriatico si estendeva il settore dell'VIII Armata. Oltrepassato l'Adige, questa liberava Padova da sud avvicinandosi a Mestre e a Venezia.

Della liberazione di Venezia parla Eugenio Gatto membro di quel CLN: 

«L'insurrezione a Venezia, come nelle altre città d'Italia, era nell'aria; essa venne ordinata la sera del 24 aprile; la mattina del 25 si arresero i fascisti e la resa venne firmata dai tedeschi ma i tedeschi non volevano arrendersi incondizionatamente. Si ritornò in Prefettura e in Prefettura il Comitato Militare decise di ottenere la resa incondizionata.

Nel frattempo i tedeschi avevano telefonato in Patriarcato che intendevano arrendersi e in Piazza San Marco era ormai tutta una sparatoria. In tutta la città vi erano scaramucce e si sparava un po' ovunque e i tedeschi non avevano il coraggio di venire, dal Palazzo Reale dove si trovavano, al Patriarcato per trattare.

Fu allora che il Comitato di Liberazione decise di andarli a prendere e la scena del passaggio dei tedeschi attraverso Piazza San Marco è una scena che è stata filmata non sappiamo assolutamente da chi. Siccome piovigginava e vi era bisogno di una bandiera bianca, la bandiera bianca venne fatta con un ombrello e con un fazzoletto che era di Monsignor Urbani, oggi Cardinale, Patriarca di Venezia.

In Patriarcato si trattò la resa; le condizioni tecniche, diremo così, della resa furono discusse nell'Hotel Europa e lì noi ottenemmo la carta delle mine dell'Adriatico. I tedeschi poi se ne andarono da Venezia.

In quest'episodio della resa fu meraviglioso l'esplodere del sentimento di libertà e del sentimento patriottico dei cittadini veneziani, i quali si misero a gridare: "viva l'Italia!", "fuori i tedeschi!", "viva il Comitato di Liberazione!"». 

Il passo del Brennero, dov'era ancora inverno, fu il punto più a nord raggiunto dalla V Armata. Da questo valico, nell'estate del '43, i tedeschi erano calati in Italia per sottometterla al loro volere. Ora la situazione si era capovolta: cacciati dall'Italia, essi lo ripassavano come prigionieri.

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Ad Est, verso Trieste, l'VIII Armata andava in fretta. C'era chi marciava ancora più rapidamente. Quando i neozelandesi giunsero a Monfalcone, i partigiani di Tito li avevano preceduti. Era il 10 maggio e già era in corso una manifestazione per la Jugoslavia. Appena arrivato, il generale Freyberg, che non poteva rifiutare l'incontro con gli ufficiali di un esercito da anni in guerra contro i tedeschi, si trovava coinvolto, suo malgrado, nella complessa questione di Trieste.

Per Trieste ci parla Antonio Fonda-Savio, che fu eletto sindaco subito dopo la liberazione:

«Nella notte sul 30 il CLN dispose che si passasse all'insurrezione generale ed io difatti, alle cinque del mattino, feci suonare le sirene. Noi eravamo circa duemila volontari male armati contro circa quindicimila militari tedeschi armatissimi, ma già nelle prime ore del mattino avemmo i primi successi: i combattimenti con alterne vicende avvennero alla stazione centrale, che fu presa, persa, ripresa e, contemporaneamente, entrarono in azione tutte le squadre antimine che erano state predisposte per evitare che il porto fosse fatto saltare. I combattimenti continuarono nella mattina e nel pomeriggio e, nel pomeriggio, i tedeschi erano ormai rinserrati in alcuni capisaldi, tanto che il Comando pensò bene di prendere contatto con noi per trattare la resa. Senonché, nel frattempo, le avanguardie del IX Corpo dell'esercito regolare di Tito si avvicinarono alla città e vi entrarono il mattino del 10 maggio e come esercito regolare presero in mano la situazione. Essi, rompendo la tregua che si era praticamente instaurata, attaccarono i tedeschi i quali risposero con un bombardamento indiscriminato delle loro artiglierie sulla città, mentre aeroplani alleati, contemporaneamente o quasi, bombardavano le motozattere tedesche sulle rive causando danni anche alla città. lo cercai di prendere contatto con le truppe neozelandesi che stavano avvicinandosi a Trieste e il pomeriggio del 2 maggio riuscii ad incontrare il generale Freyberg a Grignano e lo pregai di affrettare la sua marcia in modo da poter venire a prendere in consegna il palazzo della Prefettura e quello del Municipio che i miei ancora occupavano. Sennonché egli non lo fece ed il mattino del 3 la città era completamente in mano, ormai, delle truppe di Tito le quali vi rimasero per circa quaranta giorni, fino al 12 giugno».

Il 3 maggio anche i soldati di Freyberg entrarono in città. I triestini li avevano attesi con ansia, ma il loro entusiasmo ebbe breve durata. Vedendo neozelandesi e titini che fraternizzavano, e la folla dei simpatizzanti jugoslavi che manifestava in piazza dell'Unità dove, in altra epoca, essi avevano acclamato l'Italia, i triestini si sentivano traditi e delusi. Essi temevano che l'occupazione titina preludesse ad un'annessione definitiva alla Jugoslavia. Ma gli Alleati avevano preso degli impegni con l'Italia a proposito di Trieste, ed erano contrari alle richieste di Tito. Per chiarire la situazione Clark si recò nella città contesa, incontrandosi con i suoi generali. Gli inglesi, soprattutto, erano decisi a non cedere alle pressioni jugoslave.

Mentre le discussioni si protraevano, la marina inglese entrò nel porto. Era un fatto abbastanza eloquente. Nei giorni successivi ci furono momenti in cui la tensione giunse a un punto drammatico, oltre il quale sembrava che le due parti dovessero ricorrere alle armi. Ma la ragione finì per prevalere. Non ci sarebbe stata una guerra per Trieste.

Militarmente la campagna d'Italia era finita; dopo quasi due anni, che avevano causato al nostro Paese lutti e rovine, ma aprivano anche un nuovo capitolo della sua storia.

Mancava soltanto l'atto ufficiale che sanzionasse la resa tedesca. Il generale Morgan, per conto del maresciallo Alexander, ricevette a Caserta i rappresentanti dell’esercito sconfitto.

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La cerimonia fu breve. Tra il generale inglese ed il delegato tedesco si svolse questo colloquio:

 Generale Morgan: «Lei è disposto a firmare la resa a nome del generale Von Vietinghoff ... comandante delle forze tedesche Sud-Ovest? ».

 Primo delegato tedesco: «Sì ».

 Generale Morgan: «E lei è disposto a firmare per conto del generale Wolff, comandante delle "SS" e plenipotenziario per la "Wehrmacht" in Italia?».

 Secondo delegato tedesco: «Sì, certo».

 Generale Morgan: « Il maresciallo Alexander, comandante supremo alleato mi ha incaricato di firmare per lui. I termini della resa diverranno esecutivi a mezzogiorno».

 Primo delegato tedesco: «Sta bene».

 Generale Morgan: «Vi chiedo allora di firmare i documenti».

 

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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Grazie per questo straordinario 25 aprile

26 Avril 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #varia

Dalla Presidente Carla Nespolo: grazie a tutta l’ANPI per questo straordinario 25 aprile

Carissime e carissimi,

questo 25 aprile, nel tempo del coronavirus, ci ha visto letteralmente protagonisti.

Non abbiamo potuto svolgere le grandi manifestazioni di piazza ma siamo stati chiamati ad una fortissima ed esemplare assunzione di responsabilità di fronte alle tante difficoltà che abbiamo superato con spirito partigiano.

Abbiamo deposto le tradizionali corone di fiori nei luoghi simbolo della lotta di Liberazione e celebrato, con generosa ed efficace creatività civile, un grande 25 aprile in particolare sui social, costruendo una massiccia rete di adesioni, essendo presenti nelle televisioni pubbliche e private e avendo una eco importante nelle emittenti radio, e sulle testate giornalistiche online e cartacee, con il nostro flash mob #bellaciaoinognicasa che ha ottenuto un successo straordinario.

Ancora una volta abbiamo svolto con autorevolezza e antica passione il nostro compito statutario.

Questo è stato anche l’anno in cui tante partigiane e partigiani non sono stati con noi per colpa di questa terribile pandemia, a loro dedichiamo il 75° anniversario della Liberazione.

A tutte voi e a tutti voi va il mio più sincero grazie, per l’impegno e la determinazione che avete dimostrato, rafforzando l'Associazione e con essa l'antifascismo nel nostro Paese; a coloro i quali dalle proprie case hanno dato il loro contributo; alle Presidenti e ai Presidenti provinciali e delle Sezioni che oltre ad organizzare gli eventi, sono riusciti in tutta Italia ad essere presenti alle cerimonie istituzionali insieme ai Sindaci e ai Prefetti.

Abbiamo raccolto tutti i materiali da voi prodotti, in particolare quelli fotografici e video, vedremo presto come utilizzarli per non disperderne l’alto valore di memoria attiva.

Ora guardiamo avanti, è nostro dovere continuare ad essere presenti nel dibattito politico, culturale e sociale per indicare alla società nel suo complesso la strada della piena attuazione dei dettami costituzionali, quindi dei diritti civili, sociali, umani. Della democrazia. A nessuno permetteremo di riportare indietro l'orologio della Storia.

Vi abbraccio con immenso affetto.

Un caro saluto.

Carla Nespolo

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25 APRILE 2020

26 Avril 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #avvenimenti recenti

 

Il capo dello Stato: "I valori della Resistenza sono la nostra riserva etica". "La Liberazione è la nostra forza, tutti insieme oggi come allora possiamo farcela"

Il Presidente della Repubblica, SERGIO MATTARELLA,

da solo con la mascherina all'Altare della Patria (video)

 

MESSAGGIO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA  

«Nella primavera del 1945 l’Europa vide la sconfitta del nazifascismo e dei suoi seguaci.

L’idea di potenza, di superiorità di razza, di sopraffazione di un popolo contro l’altro, all’origine della seconda guerra mondiale, lasciò il posto a quella di cooperazione nella libertà e nella pace e, in coerenza con quella scelta, pochi anni dopo è nata la Comunità Europea.

Oggi celebriamo il settantacinquesimo anniversario della Liberazione, data fondatrice della nostra esperienza democratica di cui la Repubblica è presidio con la sua Costituzione.

La pandemia del virus che ha colpito i popoli del mondo ci costringe a celebrare questa giornata nelle nostre case.

Ai familiari di ciascuna delle vittime vanno i sentimenti di partecipazione al lutto da parte della nostra comunità nazionale, così come va espressa riconoscenza a tutti coloro che si trovano in prima linea per combattere il virus e a quanti permettono il funzionamento di filiere produttive e di servizi essenziali.

Manifestano uno spirito che onora la Repubblica e rafforza la solidarietà della nostra convivenza, nel segno della continuità dei valori che hanno reso straordinario il nostro Paese.

In questo giorno richiamiamo con determinazione questi valori. Fare memoria della Resistenza, della lotta di Liberazione, di quelle pagine decisive della nostra storia, dei coraggiosi che vi ebbero parte, resistendo all’oppressione, rischiando per la libertà di tutti, significa ribadire i valori di libertà, giustizia e coesione sociale, che ne furono alla base, sentendoci uniti intorno al Tricolore.

Nasceva allora una nuova Italia e il nostro popolo, a partire da una condizione di grande sofferenza, unito intorno a valori morali e civili di portata universale, ha saputo costruire il proprio futuro.

Con tenacia, con spirito di sacrificio e senso di appartenenza alla comunità nazionale, l’Italia ha superato ostacoli che sembravano insormontabili.

Le energie positive che seppero sprigionarsi in quel momento portarono alla rinascita. Il popolo italiano riprese in mano il proprio destino. La ricostruzione cambiò il volto del nostro Paese e lo rese moderno, più giusto, conquistando rispetto e considerazione nel contesto internazionale, dotandosi di antidoti contro il rigenerarsi di quei germi di odio e follia che avevano nutrito la scellerata avventura nazifascista.

Nella nostra democrazia la dialettica e il contrasto delle opinioni non hanno mai, nei decenni, incrinato l’esigenza di unità del popolo italiano, divenuta essa stessa prerogativa della nostra identità. E dunque avvertiamo la consapevolezza di un comune destino come una riserva etica, di straordinario valore civile e istituzionale. L’abbiamo vista manifestarsi, nel sentirsi responsabili verso la propria comunità, ogni volta che eventi dolorosi hanno messo alla prova la capacità e la volontà di ripresa dei nostri territori.

Cari concittadini, la nostra peculiarità nel saper superare le avversità deve accompagnarci anche oggi, nella dura prova di una malattia che ha spezzato tante vite. Per dedicarci al recupero di una piena sicurezza per la salute e a una azione di rilancio e di rinnovata capacità di progettazione economica e sociale. A questa impresa siamo chiamati tutti, istituzioni e cittadini, forze politiche, forze sociali ed economiche, professionisti, intellettuali, operatori di ogni settore.

Insieme possiamo farcela e lo stiamo dimostrando.

Viva l’Italia! Viva la Liberazione! Viva la Repubblica!»

La Presidente nazionale dell'ANPI, CARLA NESPOLO: l'attualità del 25 aprile, la forza della Liberazione, l'esempio di lotta e speranza dei combattenti per la libertà.

"Grazie partigiani": il video-messaggio 

L’intervento di LORIS MACONI, Presidente dell'ANPI di Monza e Brianza

video del discorso ufficiale del 25 aprile 2020

 

Il contributo di RENATO PELLIZZONI, dell’ANPI Sezione di Lissone, per la Festa della Liberazione dal nazifascismo

Ricordo del partigiano lissonese ARTURO AROSIO (video)

"Arturo Arosio: io muoio contento di aver fatto il mio dovere di vero soldato…"

ALCUNE IMMAGINI DEL 25 APRILE A LISSONE

foto di Gianni Radaelli
foto di Gianni Radaelli
foto di Gianni Radaelli
foto di Gianni Radaelli
foto di Gianni Radaelli
foto di Gianni Radaelli
foto di Gianni Radaelli
foto di Gianni Radaelli
foto di Gianni Radaelli
foto di Gianni Radaelli
foto di Gianni Radaelli

foto di Gianni Radaelli

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VERSO IL 25 APRILE

5 Avril 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #Resistenza italiana

VERSO IL 25 APRILE

In questi tempi drammatici di questa tremenda pandemia di Coronavirus, il nostro pensiero va a tutte le persone stroncate dall'infezione e al dolore dei loro parenti, ai medici e alle lavoratrici e lavoratori della sanità, a quelle e quelli che lavorano e operano nelle attività necessarie, agli anziani e ai bambini, ai poveri e ai senza dimora, ai migranti, alle persone fragili e bisognose, a noi stessi in clausura domestica.

Dobbiamo resistere mantenendo e possibilmente rafforzando il nostro spirito critico, la nostra volontà di lottare per un mondo diverso e migliore.

Il 25 Aprile è la Festa della Liberazione dal nazifascismo e della fine della seconda guerra mondiale che fece oltre 50 milioni di morti.

Una festa che quest'anno ci vedrà fisicamente lontani, ma umanamente e idealmente vicinissimi, ieri come oggi, agli ideali di libertà e democrazia che nel 25 aprile di 75 anni fa tanti uomini e donne di ogni età, condizione e orientamento politico proclamarono, al termine della lunga battaglia contro il nazifascismo.

Con lo spirito dei partigiani, oggi e nella "tempesta" della pandemia, dobbiamo finalmente pensare, riflettere e intervenire per cambiare il nostro modo di produrre e consumare e il nostro stile di vita in conflitto devastante con la natura e l'ambiente.

Un 25 aprile come mai ci saremmo lontanamente aspettati.

Il nostro confinamento ci impedisce di scendere in piazza. Restiamo a casa perché la salute viene prima di tutto e vogliamo dare il nostro contributo affinché il Coronavirus sia sconfitto presto.  Tuttavia propongo che il 25 aprile alle ore 15, l’ora in cui ogni anno parte a Milano il grande corteo nazionale, venga esposto alle finestre e ai balconi il tricolore e sia intonata Bella Ciao. Così facendo, intendiamo rinnovare l'impegno a difendere e promuovere la memoria e la forza di quegli ideali che hanno unito gli italiani 75 anni fa ed ai quali oggi ci rifacciamo in un tempo così travagliato e drammatico per il nostro Paese, convinti che tutti insieme ce la faremo e costruiremo un futuro migliore.

                                                                              Renato Pellizzoni

VERSO IL 25 APRILE

25 aprile 2020

75mo Anniversario della Liberazione dell'Italia dal nazifascismo

La nostra proposta: il 25 aprile facciamo sentire, in musica, dai balconi, dalle finestre, la forza della Liberazione, della Costituzione, dell'unità. In particolare, per questo tempo.

La nostra proposta: il 25 aprile facciamo sentire, in musica, dai balconi, dalle finestre, la forza della Liberazione, della Costituzione, dell'unità. In particolare, per questo tempo.

VERSO IL 25 APRILE
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945
Giornali di Aprile 1945

Giornali di Aprile 1945

alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione
alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione

alcune immagini di Milano nei giorni della Liberazione

di seguito: ASCOLTA GLI ANNUNCI di RADIO MILANO LIBERATA

nei giorni di aprile 1945

annuncio di Pertini da Radio Milano liberata

VERSO IL 25 APRILE

 

OGGI VOGLIAMO RICORDARE

Lissonesi fucilati dai nazifascisti

VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE

 

Lissonesi morti nei lager nazisti

VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE

Le loro vite

VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
VERSO IL 25 APRILE
vie di Lissone a loro dedicate
vie di Lissone a loro dedicate
vie di Lissone a loro dedicate
vie di Lissone a loro dedicate
vie di Lissone a loro dedicate
vie di Lissone a loro dedicate
vie di Lissone a loro dedicate
vie di Lissone a loro dedicate
vie di Lissone a loro dedicate
vie di Lissone a loro dedicate
vie di Lissone a loro dedicate
vie di Lissone a loro dedicate
vie di Lissone a loro dedicate
vie di Lissone a loro dedicate

vie di Lissone a loro dedicate

il nuovo monumento  -  la lapide sulla torre di Palazzo Terragni  -  le pietre d'inciampo
il nuovo monumento  -  la lapide sulla torre di Palazzo Terragni  -  le pietre d'inciampo
il nuovo monumento  -  la lapide sulla torre di Palazzo Terragni  -  le pietre d'inciampo

il nuovo monumento - la lapide sulla torre di Palazzo Terragni - le pietre d'inciampo

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Da una lettera scritta da un fucilato anonimo alla sua famiglia, 1942

«Ultimo giorno della mia vita, ore 9 del mattino. Sono calmo e pieno di coraggio. Guardo la morte in faccia, perché non ho niente da rimproverarmi della mia vita passata: sono sempre stato un lavoratore. Non bisogna credere che io sia contento di lasciarvi, no, ma il destino ha voluto che io non vivessi fino ai miei 25 anni. È bel tempo oggi e io pensavo di morire in una bella giornata. Ricopiate la mia lettera, perché nel giro di qualche giorno, la matita sarà cancellata e voi non avrete alcun ricordo di me».

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"L’ALTRA RESISTENZA" o "L’ALTRA FACCIA DELLA RESISTENZA"

La storia degli Italienische Militär-Internierte (IMI), gli oltre 600.000 militari deportati nei lager nazisti che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 rifiutarono di continuare a combattere con la Germania nazista e di aderire alla Repubblica sociale preferendo la dura vita di prigionia, è una pagina assai rilevante della partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale e della Resistenza. Dal «no» degli IMI, protrattosi per lunghi 20 mesi, dal settembre 1943 alla liberazione, deriva un significativo contributo al riscatto italiano dal fascismo e dalla guerra d’aggressione, insieme a quello dato dal movimento partigiano e dal Corpo italiano di Liberazione (CIL) che combatté al fianco degli Alleati.

Gli Internati Militari Italiani nei campi di concentramento in Germania
Gli Internati Militari Italiani nei campi di concentramento in Germania
Gli Internati Militari Italiani nei campi di concentramento in Germania
Gli Internati Militari Italiani nei campi di concentramento in Germania
Gli Internati Militari Italiani nei campi di concentramento in Germania
Gli Internati Militari Italiani nei campi di concentramento in Germania
Gli Internati Militari Italiani nei campi di concentramento in Germania

Gli Internati Militari Italiani nei campi di concentramento in Germania

Gli internati ebbero notizia della Resistenza in Italia e questo tonificò la loro lotta, dando ad essa il carattere di un combattimento comune, per gli stessi ideali e con la stessa tenacia. Notizie dai lager giunsero alla Resistenza italiana, che riconobbe nella decisione degli internati, lo stesso animo e il medesimo ardore combattivo. Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia espresse il 27 marzo 1944 la sua solidarietà e la sua ammirazione agli internati che "in una suprema affermazione di dignità e di fierezza hanno voluto negare ogni collaborazione e prestazione al nemico"; “solidarietà e ammirazione", prosegue l'ordine del giorno "che è la solidarietà e l'ammirazione dei liberi e degli onesti di tutto il mondo".

"L'altra faccia della Resistenza", come l'ha chiamata Giorgio Bocca, "la meno nota, non la meno importante” ebbe rilievo anche nel determinare la scelta dello schieramento per migliaia di italiani, padri, madri, spose, figli, parenti di internati nei lager, e anche per coloro che avevano visto passare nelle stazioni italiane i carri piombati, che li trasportavano in Germania, e avevano assistito alla brutalità delle sentinelle tedesche.

L'internamento è, dunque, parte integrante della Resistenza e si può capire soltanto inquadrandolo in quella che è la generale ribellione degli italiani ai fascisti e ai nazisti.

Alcuni lissonesi Internati Militari in Germania tornati a Lissone dopo 20 mesi di prigionia
Alcuni lissonesi Internati Militari in Germania tornati a Lissone dopo 20 mesi di prigionia
Alcuni lissonesi Internati Militari in Germania tornati a Lissone dopo 20 mesi di prigionia
Alcuni lissonesi Internati Militari in Germania tornati a Lissone dopo 20 mesi di prigionia
Alcuni lissonesi Internati Militari in Germania tornati a Lissone dopo 20 mesi di prigionia
Alcuni lissonesi Internati Militari in Germania tornati a Lissone dopo 20 mesi di prigionia

Alcuni lissonesi Internati Militari in Germania tornati a Lissone dopo 20 mesi di prigionia

Canto degli internati

Oltre il reticolato / la vita è bella

qua dentro c'è la morte / di sentinella.

Sotto una coltre bianca / sta un internato

ormai non ha più freddo / se ha nevicato.

Per la seconda volta / m'han prelevato

lo schiavo dei Tedeschi / san diventato.

Stanotte per la fame / non so dormire

vorrei chiudere gli occhi / e poi morire.

Ma non posso morire / così per via

devo portar quest'ossa / a mamma mia.

Canzone degli internati, sull' aria di Sul ponte di Perati.

 

Quand'ero in prigionia / qualcuno m'ha rubato

mia moglie e il mio passato / la mia migliore età.

Domani mi alzerò / e chiuderò la porta

sulla stagione morta / e mi incamminerò.

Boris Vian, 1956 (trad. di Ivano Fossati, 1992)

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MEMBRI DEL COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE di LISSONE

Agostino Frisoni - Gaetano Cavina - Attilio Gelosa - Leonardo Vismara - Riccardo Crippa esponenti di spicco del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) LissoneseAgostino Frisoni - Gaetano Cavina - Attilio Gelosa - Leonardo Vismara - Riccardo Crippa esponenti di spicco del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) LissoneseAgostino Frisoni - Gaetano Cavina - Attilio Gelosa - Leonardo Vismara - Riccardo Crippa esponenti di spicco del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) Lissonese
Agostino Frisoni - Gaetano Cavina - Attilio Gelosa - Leonardo Vismara - Riccardo Crippa esponenti di spicco del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) LissoneseAgostino Frisoni - Gaetano Cavina - Attilio Gelosa - Leonardo Vismara - Riccardo Crippa esponenti di spicco del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) Lissonese

Agostino Frisoni - Gaetano Cavina - Attilio Gelosa - Leonardo Vismara - Riccardo Crippa esponenti di spicco del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) Lissonese

LA NASCITA DEL COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE (CLN) LISSONESE

verbale di costituzione del CLN lissonese

verbale di costituzione del CLN lissonese

verbale del 15 maggio 1944: data di costituzione del CLN lissonese

Trascrizione del documento:

15 maggio 1944

Si sono riuniti in data odierna in Lissone i rappresentanti locali dei partiti D.C., C. e S.U.P. (n.d.r. Democrazia Cristiana, Partito Comunista e Partito Socialista di Unità Proletaria) che hanno di comune accordo approvato il seguente:

ORDINE del GIORNO

Il Comitato di Liberazione Nazionale di Lissone si considera organo periferico del C. di L.N. dell’Alta Italia: deve quindi dare incremento a tutte quelle attività politiche e militari atte a contribuire efficacemente alla lotta ingaggiata da tutto il popolo italiano per la liberazione della patria dalla schiavitù nazi-fascista, ed inoltre creare le basi per la ricostruzione dell’Italia democratica di domani.

Da ciò deriva una serie di punti che devono immediatamente essere messi in pratica.

  1. Creazione di organismi nuovi e maggiore attivazione di quelli già esistenti, necessari gli uni e gli altri alla mobilitazione politica e insurrezionale delle masse popolari (Comitati militari, assistenziali, ecc;)
  2. Dare ogni attività per l’incremento della lotta militare, partigiana, affiancata agli eserciti delle Nazioni Unite incitando quindi le masse al sabotaggio e a tutti quegli atti che servono a scardinare l’efficienza politico militare del nazi-fascismo;
  3. Suddivisione dei compiti fra i membri del Comitato in conformità ai precedenti punti e secondo il Com. di L. N. locale che li suddividerà tra i suoi membri.
VERSO IL 25 APRILE
Il Comitato di Liberazione lissonese e la prima Giunta municipale

Il Comitato di Liberazione lissonese e la prima Giunta municipale

Forze  armate degli ALLEATI attraversano il centro di Lissone
Forze  armate degli ALLEATI attraversano il centro di Lissone
Forze  armate degli ALLEATI attraversano il centro di Lissone
Forze  armate degli ALLEATI attraversano il centro di Lissone
Forze  armate degli ALLEATI attraversano il centro di Lissone
Forze  armate degli ALLEATI attraversano il centro di Lissone

Forze armate degli ALLEATI attraversano il centro di Lissone

Lissonesi nel Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.)

Arosio Ennio, Arosio Giuseppe, Ballabio Oreste, Galimberti Renzo, Mussi Mario, Paltrinieri Bruno, Rivolta Franco, Rovera Massimiliano, Sala Giulio

Lissonesi che hanno dato il loro valido contributo alla lotta per la Liberazione

Ha scritto l’ex Sindaco di Lissone Angelo Cerizzi:

«È doveroso segnalare inoltre i nominativi di quei Partigiani, Patrioti e Benemeriti che in misura diversa ed in modi vari hanno dato il loro valido contributo alla lotta per la Liberazione, sia di coloro che hanno avuto l'attestazione della apposita Commissione Riconoscimento Qualifiche Partigiani Lombardia dell'allora Ministero Assistenza Postbellica, sia di coloro che parimenti operarono attivamente per il successo, sia infine di coloro che sentirono l'anelito alla Libertà ed aderirono alla Resistenza.

Innanzitutto ricordiamo le seguenti persone per le loro particolari funzioni svolte: Frisoni Agostino - Gelosa Attilio - Cavina Nino, quali componenti del C.L.N. locale, Costa Federico promotore del C.L.N. dal quale poi si dimise sempre comunque svolgendo attività clandestina, Crippa Riccardo comandante militare della Piazza di Lissone, Vismara Leonardo comandante militare con funzioni di collegamento col locale CLN, Arosio Angelo (Genola) Sindaco della Liberazione; quindi i Sigg.:

Consonni Luigi - Camnasio Mario - Donghi Luigi - Foglieni Luigi - Piatti Attilio - Casati Erino - Parravicini Giuseppe fu Mario - Perego Franco - Tassinato Tiziano - Vavassori Luigi - Zappa Pierino - Arosio Alfredo - Arosio Giulio (Tan) - Arosio Luigi (American) - Beggio Giovanni - Beretta Alfredo - Besana Celestino - Brambilla Gerolamo - Carabelli Casimiro - Casati Bruno - Cerizzi Angelo- Cesana Carlo - Colombo Emilio - Colzani Francesco - Colzani Luigi - Crippa Arturo - Crippa Giuseppe - Donghi Giuseppe - Donghi Luciano - Erba Andreina - Erba Natale - Fedeli Lino - Ferrario Isacco - Foglieni Risveglia - Fumagalli Giovanni - Fusi Attilio - Galli Nino - Galimberti Giancarlo - Gelosa Giuseppe - Lambrughi Santino - Meroni Ezio - Meroni Fausto - Meroni Giulio (Tricil) - Molteni Carlo - Muschiato Bruno - Mussi Mario (Griset) - Mutti Celeste - Negrelli Mario - Nespoli Augusto - Parma Anna – Parravicini Oreste, Perego Francesco, Perego Augusto - Pirola Gabriele - Pozzi Alfredo - Pozzi Pierino - Redaelli Attilio - Riva Augusto - Rovati Carlo - Rovati Giulio - Sala Felice - Sala Mario - Sacchetti Luciano - Scali Edoardo - Sironi Chiara - Terenghi Felice - Tromboni Eugenio - Ziroldi Augusto».

 

 

 sfilata del I° maggio 1945 nel centro di Lissone
 sfilata del I° maggio 1945 nel centro di Lissone
 sfilata del I° maggio 1945 nel centro di Lissone
 sfilata del I° maggio 1945 nel centro di Lissone
 sfilata del I° maggio 1945 nel centro di Lissone

sfilata del I° maggio 1945 nel centro di Lissone

Il primo Sindaco di Lissone Angelo Arosio e i componenti della Giunta dopo la LiberazioneIl primo Sindaco di Lissone Angelo Arosio e i componenti della Giunta dopo la Liberazione

Il primo Sindaco di Lissone Angelo Arosio e i componenti della Giunta dopo la Liberazione

Gli appelli del Sindaco ai cittadini lissonesiGli appelli del Sindaco ai cittadini lissonesi

Gli appelli del Sindaco ai cittadini lissonesi

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In ricordo di Emilio Galimberti

31 Mars 2020 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Lissone, 30 marzo 2020

Con grande dolore abbiamo appreso la notizia della improvvisa morte di Emilio Galimberti.

Iscritto all’ANPI di Lissone fin dalla sua fondazione, presente alle nostre iniziative, partecipe attento e assiduo della vita socio-culturale della nostra città, sentiremo molto la sua mancanza. Ci mancheranno le sue idee, le sue proposte, la sua capacità di ascolto e di confronto, la sua grande umanità.

A titolo personale e di tutti i membri del direttivo e dei simpatizzanti dell’Associazione, esprimo il più profondo e sentito cordoglio ai familiari.

Renato Pellizzoni

__________________

Filippo Piacere così lo ricorda:

Ciao caro Emilio, ci siamo conosciuti tanto tempo fa, quando all'epoca delle mie elementari, anni 70, mi hai dato le prime nozioni di musica, che ancora adesso utilizzo nella mia passione musicale. Ci siamo rincontrati sul terreno politico e anche lì hai saputo darmi sempre il consiglio giusto, imbevuto di saggezza e lungimiranza.

Mi manchi già caro Emilio.

Quando ho saputo della sua scomparsa, confesso che ho pianto, perché Emilio ha accompagnato tutti i momenti importanti della mia vita. Non ci vedevamo spesso, ma quando ci incontravamo voleva che lo informassi su come mi andava la vita: il matrimonio, la politica, ecc. insomma un vero amico perché  non era mai retorico ma costruttivo, come un padre. L'ultima volta che lo incontrai eravamo ad un banchetto politico, era il periodo che stavo abbandonando la chitarra. Ne parlai con lui e ricordo che mi disse: la musica non è fatta solo di note suonate ma dal silenzio delle pause tra una nota e l'altra. Sappi accogliere anche il silenzio. Grande!

Filippo

__________________

Nella fotografia con Emilio, c'e un bambino che si chiama Matteo. Scrive la zia:

Condivido con tutti voi sentimenti di grande stima e affetto per Emilio, che ricorderò sempre per la sua grande umanità e encomiabile senso civico... Grazie anche per questa foto che non avevo in cui appare con il mio nipotino Matteo con il quale ha sempre sfilato durante il corteo del 25 aprile! Ci mancherà tanto. A tutti voi. Un grande abbraccio fraterno In questo triste momento di comune dolore!

Fernanda Silvestri

__________________ 

Mi associo alla tristezza da noi tutti provata per la scomparsa di Emilio. Io l’ho conosciuto anni fa in consiglio Comunale. La simpatia, il rispetto, la collaborazione fra la comunista e il cattolico progressista, i comuni interessi in difesa delle persone in difficoltà, sono stati un percorso all'inizio di un sodalizio in ANPI e in altri luoghi della politica. Non sono mancate vivaci discussioni e confronti, ma la stima e l’amicizia sono rimaste intatte. Ciao Emilio 

Maria Nella

 

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Roma 24 marzo 1944, l’eccidio delle Fosse Ardeatine

24 Mars 2020 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

È il massacro compiuto dalle truppe di occupazione della Germania nazista, ai danni di 335 civili e militari italiani, come atto di rappresaglia in seguito all'attentato, avvenuto il giorno precedente, contro le truppe germaniche in via Rasella, che aveva provocato la morte di trentatré riservisti inquadrati nella Wehrmacht.

Scrive Carla Capponi, che aveva partecipato a quell'azione in via Rasella, nel suo libro Con cuore di donna- Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista”:

 

 Cuore-di-donna.jpg«Per noi quell'ordine assassino era un crimine contro il quale occorreva mobilitarsi, attaccare con maggiore durezza e determinazione. L'annuncio "questo ordine è già stato eseguito" con cui terminava il breve comunicato, suonava come una sfida: non avevano scritto "La sentenza è già stata eseguita", perché nessun tribunale avrebbe sancito una condanna così efferata, contro ogni legge, contro ogni morale, contro ogni diritto umano.

Dopo la liberazione di Roma, quando si indagò su quella strage si scoprì che solo tre delle vittime erano state condannate a morte con sentenza; neppure il tribunale tedesco installato a via Lucullo aveva avuto il coraggio o la possibilità di emettere una sentenza che desse appoggio legale a quel massacro. Volevano fare intendere che al di sopra di tutte le leggi del diritto e della morale, c'erano gli "ordini" del comando nazista, il "Deutschland über alles", della razza ariana, destinata a dominare tutte le altre considerate inferiori e per le quali non c'era bisogno né di tribunale né di sentenze.

Avevano assassinato in fretta gli ostaggi, occultato i cadaveri e lasciato le famiglie senza notizie, così che ciascuna potesse sperare che i propri cari non fossero nel numero dei destinati alla morte e aspettassero fiduciose. Per questo non fecero indagini, non cercarono i partigiani, non usarono il mezzo del ricatto chiedendo la resa dei GAP. L'eccidio doveva consumarsi per vendetta, non per cercare giustizia.

Volevano nascondere un altro crimine, l'avere ucciso quindici persone oltre i trecentoventi dichiarati, come scoprimmo quando, liberata Roma, furono riesumate le salme: trecentotrentacinque. I tedeschi uccisi erano stati trentadue, uno dei settanta feriti era morto durante la notte a seguito delle ferite: Kappler decise di sua iniziativa di aggiungere dieci vittime a quelle già predestinate e, nella fretta di dare immediata esecuzione all'eccidio, ne prelevarono dal carcere quindici, cinque in più della vile proporzione tra caduti tedeschi e prigionieri da assassinare, quindici in più di quelli autorizzati dal comando di Kesserling. Dell'" errore" si rese conto Priebke mentre svolgeva l'incarico di "spuntare" le vittime prima dell'esecuzione, rilevandole da un elenco all'ingresso delle cave Ardeatine, luogo prescelto per l'esecuzione e l'occultamento dei cadaveri. Lui stesso e Kappler decisero di assassinare anche quei cinque, rei di essere testimoni scomodi della strage».

1944-fosse-ardeatine-ingresso.JPG l'ingresso della cava dove avvenne l'esecuzione  

Alle undici e trenta del venticinque marzo, l'Agenzia Stefani emise un comunicato del Comando tedesco di Roma: "Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di Polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata, trentadue uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti badogliani. Sono ancora in atto le indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento angloamericano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l'attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato siano fucilati dieci criminali comunisti badogliani. Quest'ordine è già stato eseguito".

1944-Unita-clandestina-30-marzo.jpg L'Unità clandestina del 30 marzo 1944 (in realtà gli ostaggi trucidati furono 15 in più) 

 

Giulia-Spizzichino.jpgNel libro La farfalla impazzita Giulia Spizzichino, scrive:

«Non ricordo come, ma a un certo punto si venne a sapere che alle Fosse Ardeatine c'era un numero impressionante di cadaveri. Non si sapeva esattamente chi vi fosse sepolto, ma era chiaro che si trattava di prigionieri prelevati dalle carceri dopo l'attacco di via Rasella. Erano loro gli scomparsi, e poi c'era stato l’annuncio sul giornale della rappresaglia eseguita. Il comando tedesco non aveva mai comunicato i nomi delle persone trucidate, ma le famiglie che non avevano notizie dei propri cari non si facevano illusioni circa loro sorte.

Chi andò alle cave a vedere riferì che era impossibile solo pensare di dare un nome alle vittime. Quei corpi erano rimasti là sotto per quasi tre mesi ed erano tutti ammassati, a formare un unico groviglio. Qualcuno propose di chiudere l'entrata, rendendo il luogo una grande tomba comune. Le famiglie degli scomparsi però non lo accettavano. Le figlie del generale Simoni, per esempio, si opposero violentemente, obiettando che in quel modo non avrebbero mai saputo se il loro padre fosse lì dentro.

Quando l'odio produce effetti tanto devastanti, per averne ragione non c'è che l'opera dell'amore. Chi si offrì di compierla fu un medico ebreo, il dottor Attilio Ascarelli. Un uomo stupendo, non ho altri modi per definirlo, che impegnò nella difficile impresa tutta la sua passione, la sua professionalità. Voleva attribuire un volto a ciascuno di quei miseri resti. Iniziò a separare i corpi uno per uno, dato che si erano attaccati. Attraverso i ritagli degli abiti e gli oggetti che avevano addosso - i documenti erano stati loro sottratti - riuscì un po’ alla volta a ottenere il riconoscimento di quasi tutti.

Naturalmente anche la mia famiglia fu coinvolta, tanti dei nostri cari mancavano all'appello, ma io andai sul posto poche volte, mia madre non voleva condurmi con sé. Ero sempre triste ogni volta che tornavo alle Fosse Ardeatine!

Ricordo che c'erano tanti pezzetti di stoffa lavati e sterilizzati, appesi a dei fili con le mollette. Erano numerati, per effettuare un riconoscimento bisognava annotarsi quei numeri. All’epoca i vestiti venivano fatti su misura dal sarto, non c'erano abiti confezionati come adesso, quindi le donne di casa tenevano da parte degli avanzi della stoffa per poterla utilizzare per le riparazioni. Per noi, come per tanti, è stata una fortuna. Solo così abbiamo potuto ritrovare i nostri familiari, li abbiamo riconosciuti attraverso la comparazione dei tessuti. Un pezzetto di stoffa per il nonno Mosè, un altro per lo zio Cesare. Mio cugino Franco, i suoi sogni e i suoi presentimenti: tutto in qualche lembo di tessuto! E ogni volta quanto dolore, quanto quanto dolore ... ».

Tra le vittime delle Fosse Ardeatine cinque insegnanti romani: Gioacchino Gesmundo, Pilo Albertelli, Salvatore Canalis, Paolo Petrucci e Fiorino Fiorini.

Vennero uccisi anche gli studenti Ferdinando Agnini (vent’anni), Ferruccio Caputo (ventidue anni), Romualdo Chiesa, (vent’anni), Pasquale Cocco (ventidue anni), Gastone De Nicolò (diciannove anni), Unico Guidoni (ventuno anni), Orlando Orlandi Posti (diciotto anni), Renzo Pensuti (ventiquattro anni) e Bruno Rodella (ventisei anni).

E anche dodici carabinieri:

Carabinieri uccisi alle Fosse Ardeatine 

Carabinieri-uccisi-alle-Fosse-Ardeatine-2.jpg


da "Lettere a Milano. 1939-1945" di Giorgio Amendola - Editori Riuniti 1981

La polemica sulle responsabilità dell'azione di via Rasella dell'eccidio delle Fosse Ardeatine continuò a lungo anche nel dopoguerra. Fummo accusati di essere stati noi comunisti i responsabili dell'eccidio perché dovevamo presentarci alle autorità naziste e dichiararci gli autori dell'attentato. In realtà non ci fu alcun invito rivolto dalle autorità tedesche agli organizzatori dell'attentati a presentarsi per essere fucilati al posto degli ostaggi. Il comando tedesco diede l'annuncio della rappresaglia ad esecuzione avvenuta. Ma, a parte questa circostanza di tempo, noi partigiani combattenti avevamo il dovere di non presentarci, anche se il nostro sacrificio avesse potuto impedire la morte di tanti innocenti. Noi costituivamo un reparto dell'esercito combattente, anzi facevamo parte del comando di questo esercito, e non potevamo abbandonare la lotta e passare al nemico con tutte le nostre conoscenze della rete organizzativa. Avevamo solo un dovere: continuare la lotta.

Quando fu celebrato, molti anni dopo, il processo contro il maggiore Kappler io, come teste di accusa, assunsi le mie responsabità di comandante delle brigate Garibaldi, per avere dato l’ordine dell'azione di guerra compiuta dai GAP contro il reparto tedesco a via Rasella. Sulla base di questa assunzione di responsabilità, un piccolo gruppo di famiglie di fucilati alle Fosse Ardeatine (soltanto cinque famiglie su 335) intentò un processo contro di me e contro gli esecutori dell'azione per essere dichiarati responsabili civili (visto che l'azione penale era estinta per amnistia) della strage delle Fosse Ardeatine. Soltanto molto tempo dopo fummo assolti dall'imputazione perché il Tribunale riconobbe che l’azione di via Rasella doveva essere considerata un'azione di guerra.

Sull'Unità clandestina fu pubblicato il seguente comunicato, redatto personalmente da Mario Alicata:

« 1. Contro il nemico che occupa il nostro suolo, saccheggia i nostri beni, provoca la distruzione delle nostre città e delle nostre contrade, affama i nostri bambini, razzia i nostri lavoratori, tortura, uccide, massacra, uno solo è il dovere di tutti gli italiani: colpirlo, senza esitazione, in ogni momento, dove si trovi, negli uomini e nelle cose. A questo dovere si sono consacrati i Gruppi di azione patriottica.

« 2. Tutte le azioni dei GAP sono dei veri e propri atti di guerra, che colpiscono esclusivamente obiettivi militari tedeschi e fascisti, contribuendo a risparmiare così altri bombardamenti aerei sulla capitale, distruzioni e vittime.

« 3. L'attacco del 23 marzo contro la colonna della polizia tedesca, che sfilava in pieno assetto di guerra per le strade di Roma, è stato compiuto da due gruppi di GAP, usando la tattica della guerriglia partigiana: sorpresa, rapidità, audacia.

« 4. I tedeschi, sconfitti nel combattimento di via Rasella hanno sfogato il loro odio per gli italiani e la loro ira impotente uccidendo donne e bambini e fucilando 320 innocenti. Nessun componente dei GAP è caduto nelle loro mani, né in quelle della polizia italiana. I 320 italiani, massacrati dalle mitragliatrici tedesche, sfigurati e gettati nella fossa comune, gridano vendetta. E sarà spietata e terribile! Lo giuriamo!

« 5. In risposta all'odierno comunicato bugiardo ed intimidatorio del comando tedesco, il comando dei GAP dichiara che le azioni di guerra partigiana e patriottica in Roma non cesseranno fino alla totale evacuazione della capitale da parte dei tedeschi.

« 6. Le azioni dei GAP saranno sviluppate sino all'insurrezione armata nazionale per la cacciata dei tedeschi dall'Italia, la distruzione del fascismo, la conquista dell'indipendenza e della libertà» (L’Unità, n. 6, 30 marzo 1944).

Il comunicato dei GAP fece una grande impressione. I comunisti sono i soli ad agire, ed anche a sapersi assumere in ogni circostanza le responsabilità delle loro azioni. In un momento difficile della guerra, quando le forze alleate non riuscivano né a superare lo scoglio di Cassino, né a spezzare la rete entro cui era costretto il corpo di spedizione sbarcato ad Anzio; in un momento di crisi del CLN, quando dal sud arrivavano notizie di una crescente impotenza del movimento antifascista di uscire dal vicolo cieco in cui si era cacciato con il congresso di Bari; mentre la popolazione romana era alle prese, in una città assediata, con la fame e con le razzie, l'azione dei GAP di via Rasella aveva dimostrato che il tedesco non era, malgrado la sua tracotanza, invincibile, e che lo si poteva colpire duramente. Il sangue delle vittime innocenti fucilate ·alle Fosse Ardeatine sarebbe ricaduto sui responsabili della strage, sui nazisti e sui loro servi repubblichini. La popolazione romana comprese questo nostro atteggiamento non ci fece mancare la protezione della sua solidarietà. Cominciò, contro il comando delle brigate Garibaldi e dei GAP, una vera caccia all'uomo da parte dei nazisti. Sapevamo che erano intensificate le ricerche per giungere alla nostra cattura, ma potemmo continuare a muoverci e ad agire perché coperti sempre, come prima e più di prima, dall'appoggio popolare. 

 

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Giornata internazionale della donna 2020

8 Mars 2020 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Giornata internazionale della donna 2020

In occasione della Giornata internazionale della donna 2020, di seguito i link ad alcuni articoli del nostro sito riguardanti le donne:

L'emancipazione femminile: il lungo cammino verso il voto delle donne

http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/Il_lungo_cammino_verso_il_voto_delle_donne-6682250.html

 

Le donne e le conquiste del dopoguerra

http://anpi-lissone.over-blog.com/article-28090896.html

 

La Resistenza delle donne 1943-1945

http://anpi-lissone.over-blog.com/article-la-resistenza-delle-donne-1943-1945-110136078.html

 

Le donne nella Resistenza

http://anpi-lissone.over-blog.com/article-le-donne-nella-resistenza-87968468.html

 

Le donne nella Resistenza in Lombardia

http://anpi-lissone.over-blog.com/article-le-donne-nella-resistenza-in-lombardia-99391342.html

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Giornate nazionali del tesseramento 22 e 23 febbraio 2020

17 Février 2020 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Giornate nazionali del tesseramento 22 e 23 febbraio 2020
Giornate nazionali del tesseramento 22 e 23 febbraio 2020
Giornate nazionali del tesseramento 22 e 23 febbraio 2020
Giornate nazionali del tesseramento 22 e 23 febbraio 2020
Giornate nazionali del tesseramento 22 e 23 febbraio 2020

 

rassegna stampa
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visita al Memoriale della Shoah

11 Février 2020 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

visita al Memoriale della Shoah

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Lissone 2020 Pietra d'inciampo dedicata ad ATTILIO MAZZI

10 Janvier 2020 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Giorno della Memoria

alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)

alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)

Dal sito del Comune di Lissone

L’intervento del Sindaco

L'IMPORTANZA DELLA MEMORIA

Cari ragazzi,

come già accaduto nel 2019, anche quest'anno in occasione del «Giorno della Memoria - In ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti» a Lissone verrà posta la seconda Pietra d'inciampo.

Sapete di cosa si tratta? È una pietra delle dimensioni di un sanpietrino, munita di una piccola targa in ottone, sulla quale sono incisi il nome, l'anno di nascita, la data e il luogo di deportazione e la data di morte di chi non è più tornato dai campi di concentramento venendo deportato proprio dalla nostra Città.

Tutte le pietre d'inciampo sono realizzate dall'artista tedesco Gunter Demnig che ha scelto di posare questi simboli in tutta Europa, quale mezzo per ricordarci chi ha dato la vita per la libertà e a spronarci ad andare sempre oltre la soglia per difendere i diritti di tutti.

Vi invito a cercare le due Pietre d'inciampo posate a Lissone. Una si trova in via Dante, all'ingresso dello stadio "Luigino Brugola", l'altra in via Matteotti 8, non lontana dalla stazione e dal nostro Centro.

Le troverete inserite nell'asfalto, proprio dove si cammina. Sono pietre che non vi faranno inciampare fisicamente, ma vi vogliono indurre a riflettere.

Nel 2019, insieme a tanti vostri compagni, abbiamo posato la pietra in memoria di Mario Bettega; nel 2020 abbiamo scelto di ricordare Attilio Mazzi.

Sono nomi che imparerete a conoscere.

Era un calciatore Mario Bettega, un ragazzo che sicuramente non passava inosservato. Bello, atletico, sguardo vispo. Un talento cristallino. Col pallone fra i piedi, era capace di incantare, creare, divertire, fare goal. Forse, al giorno d'oggi, sarebbe diventato uno di quei "miti" di cui si comprano la maglietta con sopra il numero ed il nome stampato.

Attilio Mazzi era papà di 4 figli, aveva al suo fianco una moglie ed era un imprenditore nel settore del legno, pronto a scendere in piazza per difendere i diritti di tutti.

Entrambi, erano accumunati da ideali e valori ben saldi. Sostenevano l'importanza della libertà, del diritto all'uguaglianza, al pensiero, alla parola.

Pur vivendo a Lissone, probabilmente non si conoscevano di persona, ma sicuramente avevano sentito parlare l'uno dell'altro.

Eppure, le loro storie si sono incrociate improvvisamente una mattina di Primavera del 1944. Furono strappati alle loro famiglie e ai loro affetti, portati al carcere di Monza, poi a quello di San Vittore a Milano. Il 27 aprile 1944 giunsero, probabilmente insieme, al campo di concentramento di Fossoli.

Fecero quel viaggio drammatico forse proprio nello stesso vagone. Vennero trasferiti al campo di concentramento di Bolzano, dal quale partirono il 4 agosto con destinazione Mauthausen dove morirono di fame e di stenti.

A loro, la città di Lissone rende omaggio posando una pietra d'inciampo nei luoghi a loro più cari, dove giocavano e dove vivevano. Dove sognavano un futuro che la violenza ha cancellato per sempre.

Ecco perché oggi questi semplici sanpietrini color oro diventano un luogo importante per la nostra città, che rende indelebile il loro sacrificio.

Uno spazio che diventa occasione di memoria, di ricordo, di fronte al quale "inciampare" nei vostri pensieri.

Quando camminate per Lissone (ma non solo, ci sono Pietre d'inciampo in moltissimi Comuni vicino a noi!), guardate sempre se trovate una pietra che "luccica" e pensate alla storia che ci sta dietro.

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È stata una bella ed emozionante cerimonia.

Così si è svolta:

ore 09.45 - ritrovo

ore 10.00 - inizio cerimonia

- Esecuzione musicale di un brano con chitarra da parte di 6 allievi del Prof. Mariani Scuola Croce

-          Interventi:

-  ANED per Comitato Pietre d’Inciampo

-  Sindaco

-  Chiara Mafrica per spiegazione logo (vincitrice del concorso per l’ideazione del logo)

-  Parenti di Attilio Mazzi (lettura lettera)

-  ANPI Lissone

- Posa della pietra da parte dei quattro nipoti di Attilio Mazzi, in particolare di Andrea, con canti e sottofondo violino da parte di 15 ragazzi del circuito di Filippo Mussi

- Benedizione della pietra (Don Tiziano)

- Lettura testo bambini Scuola Farè

- Seconda esecuzione musicale di un brano con chitarra da parte di 6 allievi del Prof. Mariani scuola Croce

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nelle foto: La pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi e il Sindaco e Assessore alla Cultura nel momento del ricevimento della Pietra
nelle foto: La pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi e il Sindaco e Assessore alla Cultura nel momento del ricevimento della Pietra

nelle foto: La pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi e il Sindaco e Assessore alla Cultura nel momento del ricevimento della Pietra

LE PIETRE D'INCIAMPO COSA SONO?

IL COMITATO per LE PIETRE D'INCIAMPO

Il Comune di Lissone, insieme ai comuni di Cesano Maderno e di Seregno, ed in collaborazione con l'associazione Senza Confini di Seveso, è stato nel 2019 fra i promotori e fondatori del Comitato per le Pietre d'Inciampo. Lo scorso anno la prima Pietra d'Inciampo fu posata in via Dante, all'entrata dello Stadio "Luigino Brugola", in memoria di Mario Bettega, partigiano deportato a Mauthausen. Nel 2020 hanno aderito al Comitato per le Pietre d'Inciampo anche altri 14 comuni della provincia di Monza e della Brianza.

LE ASSOCIAZIONI ADERENTI

  • CGIL MONZA BRIANZA
  • ANPI SEZIONE DI SEREGNO
  • CIRCOLO CULTURALE S. GIUSEPPE SEREGNO
  • COMITATO ANTIFASCISTA SEREGNO
  • RETE ASSOCIAZIONI LEGALITA’ E GIUSTIZIA SOCIALE SEREGNO
  • SEZIONE ANPI CESANO MADERNO
  • SEZIONE ANPI MEDA
  • SEZIONE ANPI BOVISIO MASCIAGO
  • SEZIONE ANPI BRUGHERIO
  • SEZIONE ANPI VILLASANTA
  • SEZIONE ANPI LISSONE
  • SEZIONE ANPI AICURZIO/BERNAREGGIO/CARNATE/RONCO BRIANTINO
  • CIRCOLO ACLI LEONE XIII SEREGNO
  • CISL MONZA E BRIANZA
  • ASSOCIAZIONE DARE UN’ANIMA ALLA CITTA’ SEREGNO
  • ASSOCIAZIONE DIVISIONE ACQUI MILANO/MONZA BRIANZA
  • ISTITUTO TECNICO PRIMO LEVI SEREGNO
  • LICEO UMANISTICO GIUSEPPE PARINI SEREGNO
  • I. C. I VIA DUCA D’AOSTA SCUOLA SECONDARIA SALVO D’ACQUISTO CESANO MADERNO
Lissone 2020 Pietra d'inciampo dedicata ad ATTILIO MAZZI

Chiara Mafrica, vincitrice del concorso, studentessa presso l'Istituto Meroni di Lissone, è l’autrice del logo.

L’opera è denominata La memoria non è per un solo giorno”.

Trattasi di un progetto che sintetizza in pochi segni essenziali le Pietre d’Inciampo, quali placche nella pavimentazione stradale, associandole immediatamente all’idea del binario ferroviario, quel Binario 21 della Stazione Centrale di Milano da cui sono stati tradotti i martiri di gran parte del nord Italia, il reticolato del lager.

Descrizione del progetto

Il logo sviluppato vuole rappresentare il ricordo dei deportati attraverso immagini che testimonino in modo immediato e diretto ciò che hanno vissuto, inoltre si intende raffigurare la forma delle pietre di inciampo .

L’elaborato presenta la forma quadrata delle pietre stesse, scomposta da linee trasversali bianche e tratti neri che “rompono” la composizione e vogliono rappresentare i binari del treno che trasportava i deportati nei campi di concentramento e di sterminio.

I tratti centrali neri conferiscono dinamismo al logo, mentre il colore delle forme ricorda l’ottone delle pietre.

Per l’immagine coordinata del manifesto è stato scelto di dare maggiore importanza al nome dell’evento, inoltre di inserire una forma squadrata con i bordi arrotondati che ricorda i tratti del logo nel quale è inserita l’immagine di un pavè.

Per il pieghevole è stato scelto di illustrare la storia di Gunter Demning, è stato ripreso il tema del manifesto e sono stati anche inseriti alcuni motivi grafici.

Per il sito internet è stato scelto di dedicare una pagina a ognuno dei deportati, infine il cartello segnaletico istituzionale riporta gli stessi motivi del pieghevole ed è stato pensato in formato cm. 40x40.

Tutti gli elaborati prediligono il colore del logo, simile all’ottone, con trasparenze differenti e varianti tonali.

Tutti i Comuni della provincia di Monza e Brianza in cui verranno posate delle "Pietre d’inciampo"

 

Lissone ricorda Attilio Mazzi, vittima dell'orrore nazifascista: il 25 gennaio la posa della pietra d'inciampo in via Matteotti 8.

 

Comunicato: dal sito internet del Comune di Lissone

Una pietra con una piccola targa in ottone, collocata in modo da sporgere dall'asfalto in prossimità del civico 8 di via Matteotti. Una pietra su cui «inciampare» per non dimenticare il passato.

Sulla targa, delle dimensioni di un sanpietrino, sarà visibile il nome di Attilio Mazzi, vittima dell'orrore nazifascista, morto nel campo di concentramento di Gusen il 9 aprile 1945.

In occasione del Giorno della Memoria, sabato 25 gennaio alle ore 10 il Comune di Lissone - insieme al Comitato per le Pietre d'inciampo della Provincia di Monza e Brianza e all'ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati) - ricorderà Attilio Mazzi con una cerimonia pubblica che sarà solo il primo dei momenti promossi dall'Amministrazione Comunale e aperti alla cittadinanza per non dimenticare la tragedia del secolo scorso.

Alla cerimonia del 25 gennaio sarà presente Milena Bracesco, in veste di presidente del Comitato pietre d'inciampo, costituito l'anno scorso da Aned, Anpi, dai Comuni di Lissone, Cesano Maderno e Seregno e dall'associazione Senza confini di Seveso.

Il Comune di Lissone, allo scopo di mantenere viva la memoria di tutti i deportati durante la Seconda Guerra Mondiale, poserà la seconda pietra d'inciampo dopo quella posata lo scorso anno in memoria di Mario Bettega all'esterno dello stadio "Luigino Brugola" di via Dante.
Il programma della giornata di sabato 25 gennaio prevede alle ore 10 la posa della pietra d'inciampo nei pressi del civico 8 di via Matteotti.

 Per ricordarne la figura, sarà collocata una pietra d'inciampo realizzata dall'artista tedesco Gunter Demnig e munita di una piccola targa in ottone, della dimensione di un sanpietrino (10x10 cm) sulla quale sono incisi il nome, l'anno di nascita, la data e il luogo di deportazione e la data di morte.

Il programma delle attività in occasione del Giorno della Memoria 2020 proseguirà sabato 25 gennaio alle 21 a Palazzo Terragni con la proiezione del film di László Nemes "Il figlio di Saul", ad ingresso gratuito.

Lunedì 27 gennaio a Palazzo Terragni verrà rappresentato "Il lavoro rende liberi", spettacolo teatrale rivolto ai ragazzi delle classi terze medie dei 3 Istituti Comprensivi lissonesi a cura della Compagnia Teatro Instabile

Venerdì 31 gennaio alle 21 a Palazzo Terragni andrà in scena "Il segreto degli invincibili", spettacolo teatrale di Simone Dini Gandini per la regia di Manuel Renga, inserito nella rassegna "Lissone a teatro 2020".

Nel programma degli eventi proposti dal Comune di Lissone rientra anche l'iniziativa dal titolo "Ricordando Venanzio", in ricordo di Venanzio Gibillini, deportato nei lager di Flossenbürg e di Dachau, ad un anno dalla sua scomparsa. Proposto dall'Associazione Culturale GPG di Lissone per giovedì 16 gennaio (ore 21, Palazzo Terragni), il ricordo si snoderà attraverso testimonianze e la proiezione del docufilm "KZ", alla presenza della famiglia Gibillini e di tutto il cast del film. 

"Come già avvenuto lo scorso anno, la posa della pietra d'inciampo in memoria di Attilio Mazzi vuole essere un'ulteriore proposta alla città per condividere momenti di riflessione su eventi tragici che hanno sconvolto il Novecento - afferma il sindaco di Lissone, Concettina Monguzzi - il compito dell'Amministrazione Comunale deve, instancabilmente, continuare ad essere quello di operare al fine di sensibilizzare i cittadini e i giovani su fatti che hanno sconvolto il nostro passato, affinché questi non si ripetano mai più. Questa pietra, una volta posata, colpirà per il suo aspetto metallico, emergerà dal selciato circostante e ci colpirà per la dicitura dell'incisione. Sarà un intralcio alla nostra memoria, ci obbligherà a riflettere su chi ha perso la propria vita per difendere la libertà di tutti. E nel ricordare, come ho avuto modo di dire anche lo scorso anno, abbiamo una responsabilità personale: fare delle scelte con coscienza".

"Il percorso delle Pietre d'inciampo, iniziato nel 2019, si espande quest'anno a numerose realtà della Provincia di Monza e Brianza e conferma che per evitare che la tragedia delle deportazioni si ripeta occorre ricordare e soprattutto capire - afferma Alessia Tremolada, assessore alla Cultura del Comune di Lissone - il ricco programma di eventi promossi dal Comune di Lissone in occasione del Giorno della Memoria vuole abbracciare tutte le fasce di popolazione. La posa della pietra mi auguro sia un modo per far riflettere tutti coloro che ci inciamperanno, offrendo lo spunto per comprendere quanti siano i privilegi di cui godiamo e con quali fatiche siano stati raggiunti. Non da ultimo, mi piace ricordare come il logo identificativo del Comitato sia stato realizzato da una studentessa dell'istituto Meroni di Lissone, che ha vinto il concorso tra i licei del territorio".

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CHI ERA ATTILIO MAZZI

Come ricostruito dalla sezione lissonese "Emilio Diligenti" dell'ANPI, Attilio Mazzi nasce a Verona il 27 aprile 1885. Residente a Milano, sposato con Augusta Guaita, ha quattro figli: Alberto, Aldo, Alma e Alfredo. A Lissone aveva aperto uno stabilimento per la tranciatura del legno.

Il 25 luglio 1943, nella riunione del Gran Consiglio del fascismo, Mussolini è messo in minoranza: la caduta del regime è decretata. Il radiogiornale della sera informa gli italiani dell'accaduto.

L'indomani, Attilio Mazzi sfila per le vie di Lissone, innalzando un cartello con l'immagine di Badoglio, mettendosi a capo di un breve corteo. Percorre Via Sant'Antonio, attraversa Piazza Vittorio Emanuele III (l'attuale Piazza Libertà) sino alla Casa del Fascio, dove vengono strappate le immagini di Mussolini e distrutti i simboli del fascismo.

 

Lissone 2020 Pietra d'inciampo dedicata ad ATTILIO MAZZI
Lissone 2020 Pietra d'inciampo dedicata ad ATTILIO MAZZI

Passano 45 giorni e l'8 settembre 1943 l'Italia firma l'armistizio con gli Alleati. I tedeschi occupano nel giro di pochi giorni tutte le principali città del nord e del centro Italia.

Per il suo dichiarato antifascismo, Attilio Mazzi verrà arrestato. Inizia per lui il tragico viaggio verso i lager nazisti: prima il carcere di Monza, poi quello di San Vittore a Milano. Il 27 aprile 1944 giunge al campo di concentramento di Fossoli. Viene poi trasferito al campo di concentramento di Bolzano, dal quale parte il 4 agosto con destinazione Gusen, sottocampo di Mauthausen.

Sottoposto a lavori faticosi, resi ancor più pesanti dalla scarsa alimentazione, Attilio Mazzi muore a Gusen il 9 aprile 1945.

Lissone, 9 Gennaio 2020

La nostra Sezione lissonese dell’ANPI ha aderito al Comitato Pietre d’inciampo. Quella che verrà posata oggi è la seconda pietra in Lissone. Continueremo la posa di altre pietre nel corso dei prossimi anni, perché altri lissonesi hanno perso la vita nei campi di concentramento nazisti, durante la seconda guerra mondiale. Questo luogo potrà un domani essere una tappa di un percorso della Memoria nella nostra città.

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Considerazioni sulla lettera di Attilio Mazzi, indirizzata alla moglie dal campo di concentramento da Fossoli:

Lettera di Attilio Mazzi alla moglie da Fossoli
Lettera di Attilio Mazzi alla moglie da Fossoli

Lettera di Attilio Mazzi alla moglie da Fossoli

Vorrei sottolineare alcuni tratti della personalità di Attilio Mazzi che traspaiono dalla lettura della lettera indirizzata alla moglie nell’estate del 1944, quando si trovava nel campo di concentramento di Fossoli, campo di transito per la Germania.

Già dall’inizio della lettera si manifesta l’amore che lo lega alla moglie Augusta e nello stesso tempo la sua preoccupazione - “povera Nuccia” scrive- per il disagio che le aveva procurato per esaudire un suo desiderio. Augusta si era infatti recata a Fossoli a trovare il marito prigioniero nel campo – “avevo tanta voglia di vederti” continua Attilio nella sua lettera.

E subito dopo è preso da un momento di sconforto: “Ho il presentimento che non ti vedrò mai più”. Perché? Perché in quei giorni a Fossoli vi erano state delle esecuzioni sommarie (68 prigionieri erano stati fucilati. Tra di loro anche Davide Guarenti, monzese di nascita ma conosciuto a Lissone essendo stato vigile urbano nella nostra città).

Ma poi prevale la sua forza d’animo, le sue convinzioni, il suo spirito di convinto antifascista. “Non che abbia paura: tutt’altro te lo giuro. Se tu potessi immaginare solo in parte attraverso quali prove sono già passato senza mai tremare (allude ai pesanti interrogatori e alle minacce, se non alle percosse, a cui è stato sicuramente sottoposto dal momento del suo arresto).

E qui il suo animo indomito viene nuovamente alla luce: scrive infatti: “Qualunque cosa avvenga, tu dovrai essere fiera del nome che porti. Io non mi sono mai pentito di essere stato, e lo sarò sempre un vero italiano – lo dissi e lo ripetei ai miei inquisitori con la testa alta”.  Attilio ha la certezza di aver agito secondo le sue convinzioni ed è certo di essere stato dalla parte giusta, oppositore ad una dittatura per amore della libertà.

E poi vuole lasciare un messaggio da trasmettere ai figli, quando saranno cresciuti e potranno conoscere meglio, anche attraverso questo scritto, il loro padre, e comprendere il suo operato. “Ci tengo a ripetere perché tu lo possa un giorno dire ad Alberto, Anna, Aldo e Alma quando poverini saranno in grado di sapere e capire”.

La lettera termina con un velato presentimento di quello che potrebbe essere, e lo sarà, la sua fine. “Addio Ninuccia, coraggio e rassegnazione. In alto i cuori”. Attilio ha 59 anni. Pochi giorni prima del suo sessantesimo compleanno, muore per gli stenti subiti.

E quest’oggi desideriamo ricordarlo per la sua forza d'animo e, raccogliendo il suo invito, ci impegniamo a far conoscere il suo sacrificio alle nuove generazioni.

                                                                                                      Renato Pellizzoni

                                         __________________________________

Conosciamo le vicissitudini di Attilio Mazzi fino alla sua morte nel lager di Gusen, in Alta Austria. Gusen, teoricamente un sottocampo di Mauthausen, in realtà era molto più grande, con un numero di vittime più ampio e dove trovarono la morte anche moltissimi italiani.

Recentemente, nell'ottobre 2018, nei pressi del campo di concentramento sono stati trovati cenere e frammenti di ossa, denti, teschi. Oltre 6500 reperti, quasi sicuramente resti umani di deportati: ad affermarlo sono gli esperti che hanno analizzato il materiale scoperto. 

Tra il 1941 e il 1943, sorgeva nelle vicinanze una fabbrica di mattoni in cui venivano impiegati come lavoratori-schiavi i deportati di Gusen. Ad un certo punto questa fabbrica fu chiusa e venne usata come deposito per materiali legati alla produzione dei caccia Messerschmitt nelle gallerie di Gusen. In questo edificio ovviamente facevano lavorare i deportati. Non solo: lì accanto sorgeva anche un gigantesco forno. Questa fornace vicino alla fabbrica di mattoni è stata usata per la cremazione di esseri umani negli ultimi giorni del regime nazista. Sono numerose le testimonianze secondo le quali vi era l'ordine di portare i detenuti nei tunnel e di sterminarli lì, prima che arrivassero gli alleati. Il sospetto è che qui, nei tunnel di Gusen, i nazisti conducessero vere e proprie ricerche nucleari. Progetti nucleari con i quali il nazismo in rotta sperava di capovolgere i destini della guerra. Progetti dei quali gli alleati in arrivo non dovevano assolutamente venire a conoscenza.

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L'ideazione delle “Pietre d’inciampo” è del tedesco Gunter Demnig

"Pietra d'inciampo" posata lo scorso anno in memoria di Mario Bettega all'esterno dello stadio "Luigino Brugola" di via Dante

Tutte le iniziative per il “Giorno della Memoria” a Lissone

 

Lissone 2020 Pietra d'inciampo dedicata ad ATTILIO MAZZI

Pieghevole per il Giorno della Memoria 2020 a Lissone

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