Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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la tessera ANPI 2020: NO al FASCISMO

28 Décembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

 

Sulla copertina della nuova tessera la rielaborazione, a cura dello studio Origoni Steiner, di un progetto di manifesto per il 25 aprile 1973 realizzato dal noto designer e partigiano Albe Steiner.

Come iscriversi

Oltre ai partigiani e a chi ha combattuto contro i nazifascisti chiunque condivida i nostri valori può iscriversi all'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia.

Dall'articolo 23 dello Statuto:

“Possono essere ammessi come soci con diritto al voto, qualora ne facciano domanda scritta:

a) coloro che hanno avuto il riconoscimento della qualifica di partigiano o patriota o di benemerito dalle competenti commissioni;

b) coloro che nelle formazioni delle Forze Armate hanno combattuto contro i tedeschi dopo l'armistizio;

c) coloro che, durante la Guerra di Liberazione siano stati incarcerati o deportati per attività politiche o per motivi razziali o perché militari internati e che non abbiano aderito alla Repubblica Sociale Italiana o a formazioni armate tedesche.

Possono altresì essere ammessi come soci con diritto al voto, qualora ne facciano domanda scritta, coloro che, condividendo il patrimonio ideale, i valori e le finalità dell'A.N.P.I., intendono contribuire, in qualità di antifascisti, sensi dell'art. 2, lettera b), del presente Statuto, con il proprio impegno concreto alla realizzazione e alla continuità nel tempo degli scopi associativi, con il fine di conservare, tutelare e diffondere la conoscenza delle vicende e dei valori che la Resistenza, con la lotta e con l'impegno civile e democratico, ha consegnato alle nuove generazioni, come elemento fondante della Repubblica, della Costituzione e della Unione Europea e come patrimonio essenziale della memoria del Paese.”

Dal sito internet dell’ANPI

https://www.anpi.it/

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Buon Natale 2019

19 Décembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Buon Natale 2019

Presepe di Wietzendorf

Molti non ne conoscono l’esistenza, eppure questo semplice presepe creato dai nostri militari nel campo di concentramento di Wietzendorf è custodito in una teca della Basilica di S. Ambrogio a Milano.

Era l’inverno del 1944, nel lager di Wietzendorf, cittadina tedesca tra Amburgo e Hannover, erano rinchiusi migliaia di soldati italiani che avevano deciso di non collaborare con i nazifascisti.

La tragedia della guerra, le punizioni corporali, il duro lavoro nell’industria bellica e mineraria, la fame, il freddo e l’ombra della morte sempre presente, non avevano privato queste persone del coraggio, della fede e della dignità di essere uomini.

Natale era ormai alle porte e grazie alla perizia del sottotenente d’artiglieria Tullio Battaglia, artista-letterato e giovane professore di disegno, Gesù poteva nascere anche tra le baracche di un campo di concentramento a conforto di chi, con la nostalgia di casa nel cuore, stava vivendo la follia e l’inferno di una triste pagina della nostra storia.

Tullio Battaglia costruì una quindicina di esili figure di trenta/trentacinque centimetri d’altezza, ricavate dal legno dei giacigli e con un po’ di filo spinato per scheletro, rivestite da parti di indumenti e da piccoli ricordi di famiglia di ogni internato.

Alla luce fioca di una candela, che ogni prigioniero contribuì ad alimentare rinunciando a una piccola parte dell’esigua razione giornaliera di margarina, Battaglia realizzò queste statuine con un coltellino tascabile (miracolosamente scampato ad ogni perquisizione), una robusta forbicina e un cardine di porta usato come martello.

Buon Natale 2019

Tutti i prigionieri donarono qualcosa di proprio: Gesù Bambino è fatto con un fazzoletto di seta del tenente Bianchi di Milano, il pelo dell’agnello è la fodera del pastrano del capitano Bertoletti di Como. Un lembo del pigiama del tenente bersagliere Montobbio di Milano disegna il turbante e la fascia di un re magio. La collana dell’altro sapiente giunto da Oriente è il pendaglio del braccialetto del tenente artigliere Mendoza di Vigevano. Un’estremità della tonaca del cappellano, padre Ricci, è il vestito di San Francesco. E, proseguendo, il pelo della pecorella è il tessuto sfilacciato della musetta da cavallo del tenente Mori di Arezzo. Il cestino arriva dalla calza della Befana per i due figli del capitano Gamberoni di Bologna. Le mostrine dei “Lupi di Toscana” del tenente Vezzosi di Milano fanno da risvolto alle maniche del guerriero longobardo. I pizzi che ornano il manto della Madonna sono i ritagli di un fazzoletto donato dall’amata al suo fidanzato in partenza per la guerra. Ogni pezzo di tela, latta e juta ricorda un uomo, un frammento di storia d’Italia scritta su un campo di battaglia.

In questo presepe, uno dei beni più preziosi e forse meno conosciuti del tesoro della Basilica di Sant’Ambrogio in Milano, ci sono tutti i personaggi classici della Natività. In disparte si intravedono anche un militare internato nella sua divisa lacera e un soldato tedesco che depone a terra le armi. Non manca la figura di San Francesco a cui si deve la prima raffigurazione del presepe come oggi lo conosciamo.

E’ invece assente il bue che è stato lasciato a Wietzendorf a tener compagnia a quei soldati che lo hanno visto nascere e che non sono riusciti a ritornare a casa.

 

Su segnalazione del

Centro studi “Schiavi di Hitler”    http://www.schiavidihitler.org/cms/

via Regina, 5 – 22012 Cernobbio

tel. 3202461195 – info@schiavidihitler.it

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Casetta di Natale 2019

15 Décembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

In occasione del Natale, anche quest’anno la nostra Sezione è in piazza Libertà con la casetta di legno messa a disposizione dall'Amministrazione comunale per le associazioni. 

Casetta di Natale 2019
Casetta di Natale 2019

È una delle numerose iniziative previste in Piazza Libertà per il Natale lissonese.

Casetta di Natale 2019
Casetta di Natale 2019
Casetta di Natale 2019
Casetta di Natale 2019
Casetta di Natale 2019
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Le "SARDINE" a Monza

13 Décembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Le "SARDINE" a Monza
Le "SARDINE" a Monza

Sabato 14 dicembre 2019 in Piazza Trento e Trieste dalle ore 16 alle 18 le “SARDINE” a Monza.

Membri della Sezione ANPI di Lissone partecipano all’evento.

Le "SARDINE" a MonzaLe "SARDINE" a Monza
Le "SARDINE" a Monza

lettera aperta del presidente emerito dell'ANPI Carlo Smuraglia alle "SARDINE"

E alla grande manifestazione di Roma:

Carla Nespolo a Piazza San Giovanni: "Care sardine, i partigiani e le partigiane sono con voi"

Il saluto della Presidente nazionale ANPI Carla Nespolo alle sardine dal palco della manifestazione in Piazza San Giovanni a Roma

Roma, Piazza San Giovanni - 14 dicembre 2019

"Grazie ragazze e ragazzi della vostra passione, del coraggio e dell'allegria. È venuta da voi una grande ventata di speranza e di vigore democratico. Lo voglio dire forte: l'Anpi è con voi, le partigiane e i partigiani sono con voi. Grazie a loro è nata la Costituzione. Agli immemori: la Costituzione non è afascista, è antifascista. Teniamoci per mano generazioni diverse e ce la faremo a cambiare questo Paese"

Carla Nespolo - Presidente nazionale ANPI

l'intervento di Carla Nespolo

l'intervento di Carla Nespolo

le "SARDINE" diventano internazionali

 

Le "SARDINE" a Monza
Le "SARDINE" a Monza
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Milano 10 dicembre 2019: manifestazione dei Sindaci “L'odio non ha futuro”

12 Décembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Milano 10 dicembre 2019: manifestazione dei Sindaci “L'odio non ha futuro”
Milano 10 dicembre 2019: manifestazione dei Sindaci “L'odio non ha futuro”

C’erano anche soci della nostra Sezione ANPI di Lissone alla manifestazione dei Sindaci che martedì sera, 10 dicembre 2019, a Milano, si è trasformata in un grande evento di solidarietà popolare al fianco della senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz e ora sotto scorta dopo essere diventata bersaglio di ripetute minacce via social network.

Un lungo corteo. Tantissime persone. Quasi 600 fasce tricolori come segno tangibile della presenza dei Sindaci delle città italiane. 

Fra queste, anche Concettina Monguzzi, Sindaco di Lissone, in rappresentanza di tutta la città, che ha affermato: «A nome di Lissone, città antifascista e contro ogni forma di discriminazione, ho idealmente trasmesso a Liliana Segre l'abbraccio di tutta la nostra comunità».

 

Milano 10 dicembre 2019: manifestazione dei Sindaci “L'odio non ha futuro”Milano 10 dicembre 2019: manifestazione dei Sindaci “L'odio non ha futuro”

E Liliana Segre: «Siamo qui per parlare di amore e non di odio, lasciamo l’odio agli anonimi della tastiera. Cancelliamo tutti le parole odio e indifferenza e abbracciamoci in una catena umana che trovi empatia e amore nel profondo del nostro essere».

E rivolta ai Sindaci: «Avete una missione difficile, il vostro impegno è decisivo per la trasmissione della memoria».

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Come è stato possibile Hitler?

3 Décembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #episodi di storia del '900

Abbiamo l’impressione di conoscere tutto di Hitler. Si conosce soprattutto la sua carriera dopo il suo arrivo al potere nel 1933. Ma tutto ciò che lo precede, e che è pertanto fondamentale se si vuol comprendere la complessità del personaggio e rispondere alla domanda: Come è stato possibile Hitler?

Per Hitler niente era predestinato per diventare un giorno il Führer, il dittatore della Germania. È nelle trincee della guerra del 1914-1918 che l’artista mancato e solitario scopre la sua missione: salvare la Germania. Ma per la maggioranza dei tedeschi, Hitler non è che una persona istruita e irrilevante.

La grande svolta, è la crisi economica del 1929. Per paura del caos, i tedeschi votano in massicciamente per lui. La dittatura nazista estende la sua ombra spietata sul paese. Hitler sostiene di volere la pace, ma prepara la guerra.

Hitler: la minaccia

Nel 1924 Hitler scrisse nel suo libro Mein Kampf: «Uno stato che rifiuta la contaminazione delle razze, un giorno comanderà il mondo». E ancora: «La prima guerra mondiale è stato il momento più invidiabile e il più sublime della mia vita».

Caporale, è decorato della “croce di ferro” che sempre porterà. Diventato nazionalista, partecipa alla prima guerra mondiale. Nel novembre 1918, ferito, viene portato a Berlino. Quando si riprende, viene a conoscenza dell’abdicazione dell’imperatore Guglielmo II, della fine della monarchia, della creazione della repubblica e della firma dell’armistizio.

Una sua ossessione: «L’aquila tedesca è stata pugnalata dagli ebrei». Scrisse nel Mein Kampf: «Se all’inizio e nel corso della guerra, si fossero mandati in una sola volta 15.000 di questi ebrei corruttori del popolo sotto i gas asfissianti, il sacrificio di milioni di uomini non sarebbe stato inutile».

Già nel 1916, le gerarchie militari ultranazionaliste avevano ordinato un censimento dei militari ebrei sospettati di non essere dei patrioti. L’antisemitismo è già diffuso; gli ebrei, sia quelli poveri nei ghetti sia quelli borghesi “assimilati” sono i capri espiatori di tutte le crisi. In Russia all’inizio del XX secolo gli ebrei furono vittime di massacri, i progrom. Molti si erano rifugiati in Germania.

Una grande domanda: Hitler era anche lui un ebreo? Uno dei segreti meglio tenuti nascosti dal suo regime fu quello di non poter provare il contrario. Hitler non conobbe uno dei suoi nonni. Suo padre era figlio di padre ignoto. La nonna aveva sposato un mugnaio chiamato Johan Hitler che aveva riconosciuto il bambino e gli aveva dato il suo nome. Una legge nazista stabiliva che per avere «la protezione del sangue» (legge imposta a tutti i tedeschi) occorreva dimostrare che i quattro nonni non erano ebrei. Così Hitler non ha mai potuto dimostrare di non essere ebreo. 

Adolf Hitler nacque il 20 aprile 1889 in una famiglia cattolica, in quello che era l’impero d’Austria, a Branan sull’Inn, un piccolo paese al confine con l’impero tedesco. Suo padre, vedovo, si era sposato con una cugina molto più giovane di lui: un matrimonio tra consanguinei, Klara Hitler Alois Hitler.

A otto anni, scolaro modello, Hitler serve la messa in un monastero. Ammira il senso della missione dei monaci. All’ingresso del monastero, sul frontone, vi era una strana croce che prefigura la croce uncinata che diventerà il simbolo nazista. Hitler ricorderà questo simbolo del monastero come il segno della sua predestinazione.

Questa croce uncinata, in India, è un millenario simbolo benefico del movimento perpetuo dell’umanità, trasformato dai nazisti in simbolo del popolo ariano, mito della razza pura di biondi dagli occhi azzurri ai quali Hitler aggiungerà l’elmetto e la mistica di una razza superiore: «Noi siamo determinati a far crescere una nuova razza».

Suo padre voleva che diventasse un funzionario. Nel 1908, diciannovene, alla morte della madre, parte per Vienna: sogna di entrare all’Accademia di Belle Arti. Grazie ad una sua piccola eredità può condurre vita d’artista e di bohemien. Vienna era allora un centro culturale d’Europa. Hitler scopre questo mondo di aristocratici e di borghesi cui si contrappongono le bandiere rosse dei socialisti. Scopre le molteplici comunità che popolano la capitale dell’impero, tra cui anche quella degli ebrei. Egli più tardi dirà: «Quelli mi sembrarono l’incarnazione della profanazione razziale». Si presenta al concorso di Belle Arti, ma viene respinto. Segue un periodo difficile: vive in un pensionato di uomini, copiando e vendendo cartoline per i turisti. I soldi gli servono per andare a teatro e ascoltare Wagner che lo manda in uno stato di trance. Hitler sogna di diventare uno di quegli eroi della leggenda tedesca. Una delle sue opere preferite è Rienzi, in cui un giovane guerriero riceve la missione di salvare il suo popolo.

Hitler ha venticinque anni quando il 2 agosto 1914 c’è la mobilitazione e la dichiarazione di guerra.

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Fugge dall’Austria per non fare il servizio militare e va in Germania, a Monaco, portato dall’ondata di follia nazionalista che trascina gli Europei.

Hitler è entusiasta della dichiarazione di guerra: ci sono delle immagini che lo ritraggono tra la folla; queste appariranno durante la campagna elettorale del 1932 e saranno diffuse più volte durante il nazismo, anche se gli avversari sosterranno che si tratti di un fotomontaggio.

Partecipa alla guerra. Dopo quattro anni torna a Monaco con il suo reggimento, in una Germania in piena rivoluzione. Hitler ha trent’anni. Inizia un periodo determinante per lui. Vuole rimanere nell’esercito che ormai garantisce l’ordine e la stabilità del nuovo regime del presidente socialista Friedrich Ebert. La giovane repubblica deve fronteggiare dei rivoluzionari marxisti, gli Spartachisti, che tentano di impadronirsi del potere, come i bolscevichi aveva fatto due anni prima.

L’esercito schiaccia la rivolta aiutato dai volontari nazionalisti, i Corpi franchi, vivaio del futuro partito nazista. Nell’esercito Hitler è zelante. Diventa un agente provocatore, informatore della polizia. Denuncia alcuni dei suoi camerati sospettati di essere dei rossi. Le sue convinzioni lo mettono in luce davanti a degli ufficiali che combattono le idee comuniste. Incaricano Hitler di una missione: rieducare politicamente i soldati e i prigionieri rimpatriati. I suoi superiori scrivono nel loro rapporto: «È un tribuno nato. Il suo fanatismo, il suo stile populista attirano l’attenzione e inducono a pensare come lui». Hitler disse: «Fu in quei momenti che capii che sapevo parlare». Apprenderà poi l’arte di mettersi in scena e di dominare il suo pubblico.

Nel 1919 denuncia l’onta del trattato di Versailles.

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Versailles, 29 giugno 1919: dopo i negoziati, i vincitori, la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti imposero alla Germania delle condizioni di pace molto dure, come se fosse la sola responsabile dell’immensa carneficina. Il trattato di Versailles, firmato il 28 giugno 1919, condannava la Germania al pagamento di enormi indennizzi e di riparazioni che andranno a pesare sulla sua economia e saranno le cause principali della contestazione tedesca. La Germania perde il 13% del suo territorio e 1/10 della sua popolazione. L’Alsazia e la Lorena ritornano alla Francia e tutta la riva sinistra del Reno è smilitarizzata. La cosa peggiore è la separazione della Prussia orientale dal resto del Paese, per ricreare la Polonia del XVIII secolo e consentirle l’accesso al mare. Questo corridoio di Danzica sarà la causa scatenante della II guerra mondiale.

I tedeschi si sentono umiliati. Sottomarini, corazzate e aerei sono distrutti. L’esercito tedesco è ridotto a 100.000 uomini. Hitler è smobilitato. Partecipa alle manifestazioni della DAP, il partito dei lavoratori tedeschi, a cui si era iscritto, dal 1919, per ordine l’esercito tedesco, come un infiltrato.  Diventa un agitatore politico a tempo pieno.

Mentre la Baviera è governata dall’estrema destra, il potere a Berlino è nelle mani del centro- sinistra e porta il nome di Repubblica di Weimar, dal nome della città dove è stata votata la nuova Costituzione.

Hitler, diventato bavarese, fustiga i criminali di novembre, cioè coloro che hanno firmato l’armistizio e l’onta del trattato di Versailles. Le sue idee sono condivise dall’esercito e dagli ex combattenti che si riuniscono nei grandi caffè di Monaco, dove Hitler fa il suo ingresso, il 13 agosto 1920, con una conferenza dal titolo: «Perché noi siamo antisemiti?». Hitler, al di là del suo odio viscerale per gli ebrei, comprende che l’antisemitismo è il mezzo migliore per attrarre i nazionalisti.

Nel luglio del 1921 diventa il capo del suo gruppo di nazionalisti, che gli procurano un’auto, segno della sua importanza. Allora cambia il nome del partito: associa i due termini nazionale e socialismo per incrementare le adesioni e per dimostrare il suo anticapitalismo. Il DAP diventa il NSDAP, il partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi, che sarà abbreviato in “nazi”. In un locale di un caffè di Monaco, disegna il simbolo del partito. Scriverà nel Mein Kampf: «Dopo innumerevoli tentativi, scelsi una bandiera rossa per dimostrare la dimensione sociale del nostro movimento, con un cerchio bianco per simbolizzare il nazionalismo e la croce uncinata simbolo dell’ariano, eterno antisemita». Per proteggere le sue riunioni crea le SA, le Sezioni d’assalto, una piccola milizia a cui procura delle divise come quelle degli ex doganieri austroungarici.

Il suo radicalismo fa aumentare di dieci volte in un anno i suoi membri: da 2.000 a 20.000, grazie al sostegno di un gruppo razzista, la società di Thulé, dal nome di un leggendario regno nordico. I suoi membri finanziano un giornale con fondi di dubbia origine. “L’osservatore razziale”, è questo il nome del giornale, diventa l’organo del partito nazista; il suo direttore è Alfred Rosemberg, membro della società di Thulé, che si proclama il teorico dell’antisemitismo. Confuso e sovente delirante sarà uno dei grandi ispiratori della Shoah. Un altro ex membro della società di Thulé, allora studente, è Rudolph Hesse che diventerà segretario di Hitler e uno dei più servili e fanatici complici. A questi si unirà un eroe della Grande Guerra, Hermann Goering, uno dei più celebri piloti di aerei tedeschi. Diventerà il numero due del regime e uno degli istigatori dei campi di concentramento. 

L’11 gennaio 1923, per il rifiuto a pagare i danni di guerra imposti dal trattato di Versailles, i tedeschi assistono, come ipnotizzati, all’entrata sul loro territorio di soldati francesi e belgi che occupano la Ruhr, regione mineraria e siderurgica. Francesi e belgi esigono di essere pagati direttamente con il carbone. Il governo di Berlino ordina una resistenza passiva, uno sciopero dei ferrovieri e minatori, che i francesi intendono rimpiazzare. Non c’è più carbone per i tedeschi e la situazione diventa particolarmente tesa.

Il 10 marzo 1923, un ufficiale francese, il tenente Colpin, viene assassinato. La sua salma attraversa la città e gli ufficiali francesi schiaffeggiano i tedeschi che non si tolgono il cappello. Questo episodio e quello dei quindici operai della Krupp, uccisi dai francesi il 31 marzo, saranno utilizzati dalla propaganda nazista, come l’esecuzione di un sabotatore, diventato un martire per il giornale nazista. Soldati di origine africana dell’esercito francese sono implicati in stupri: Hitler farà sterilizzare i meticci nati da queste unioni poi si vendicherà crudelmente nel 1940.

Hitler denuncia la debolezza dello Stato che consente ai francesi di trattare la Germania come una colonia. I tedeschi patiscono il freddo e la fame: tentano di rubare del carbone ai francesi. La Repubblica di Weimar è costretta a importare del carbone e a pagare i suoi scioperanti. La banca centrale deve stampare banconote a getto continuo. Il marco si deprezza in modo esagerato. In questa situazione di inflazione e di disoccupazione, l’estrema destra bavarese si mobilita, con alla sua testa il generale Lundendorff. Grazie a questo generale Hitler è riuscito a riunire tutti gli ex combattenti e vuol tentare un colpo di Stato, un putsch. Marciare su Monaco, poi su Berlino. Hitler disse: «Le nostre genti sono sottomesse a tali pressioni economiche che, se non agiamo, passeranno con i comunisti». I nazisti si procurarono delle armi grazie alla complicità dei militari, ma l’esercito e la polizia rimasero fedeli al governo.

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 9 novembre 1923. A Monaco, per Hitler tutto è perso. Ma Lundendorff ha la stravagante illusione di riuscire a trascinare la popolazione: fa, perciò, avanzare le sue truppe verso gli sbarramenti della polizia. I due campi si fronteggiano con Hitler al centro con il suo impermeabile bianco: un fotomontaggio nazista destinato a costruire la leggenda del coraggio di Hitler. In realtà si proteggeva dietro la sua guardia del corpo che rimase ucciso da un colpo di fucile, perché la polizia sparò, ponendo fine al putsch. Dieci anni dopo, quando Hitler si sarà impadronito del potere, istituirà, ogni 9 novembre, una cerimonia funebre alla memoria dei quattordici militanti nazisti uccisi durante il putsch. I loro nomi sono scanditi e i giovani gridano: «Presente». Hitler ha fatto costruire a Monaco un mausoleo dove i tedeschi hanno l’obbligo di sfilare salutando con il braccio teso coloro che vengono definiti da Hitler «i martiri di novembre». Continuando l’esaltazione del mito del putsch, Hitler inventerà un’altra grande cerimonia nazista, la bandiera di sangue. Ogni anno al congresso di Norimberga, mette in contatto, con delle mimiche feroci, le reliquie sacre, la bandiera del putsch macchiata di sangue, con gli stendardi delle nuove unità del partito come per consacrarle. Queste celebrazioni, quasi mistiche, fanno parte della scienza nazista della menzogna. In realtà Hitler aveva preparato male il suo putsch. Si era rivelato impulsivo e ne aveva ignorato le conseguenze. Queste scenografie nascondono un fiasco che metterà fine all’avventura nazista: il putsch è fallito, Hitler arrestato e il partito nazionalsocialista messo fuori legge.

Un grande scrittore austriaco, Stefan Zweig, scrisse: «Così, nell’anno 1923, sparirono le croci uncinate, le truppe d’assalto e il nome di Hitler ritornò nell’oblio».

Tre mesi dopo l’arresto di Hitler, a Monaco si apre il processo sul putsch.

2 febbraio 1924: Hitler è accusato di alto tradimento e della morte di quattro poliziotti. È passibile della pena di morte. Lundendorff, che non è stato nemmeno incarcerato, arriva al processo su un’auto di lusso con i suoi avvocati. È subito rimesso in libertà per rispetto al suo «glorioso passato» e perché gode di appoggi influenti. Sarà assolto.

Hitler, che voleva suicidarsi, comprende che il tribunale non gli è ostile; ritrova i suoi talenti di oratore e si lancia in invettive contro il governo e contro gli ebrei. Questo processo diventa una tribuna insperata, davanti a dei giudici sempre più compiacenti e ad un pubblico sempre più numeroso. Il verdetto è logicamente meno pesante di quello che Hitler avrebbe potuto temere. È condannato a cinque anni di prigione e incarcerato in una cella relativamente confortevole, che dà sulla campagna. Le condizioni di detenzione sono simili a quelle di un hotel perché può ricevere in qualsiasi momento dei simpatizzanti nazisti.

hitler-prigione.jpgHitler può ricevere tutti i giornali che desidera e inizia persino la lettura di opere di Marx. Rudolf Hesse, condannato a quindici mesi per la sua partecipazione putsch, occupa la cella vicina.

Il ritorno di Hitler diventa una necessità per i partiti di destra. Dei complici, all’esterno, intraprendono una procedura per la liberazione anticipata. Hitler sa che uscirà presto e sente la necessità di manifestare la sua visione del mondo e i suoi principi politici. Detta il suo libro a Rudolf Hesse, che lo batte su una macchina per scrivere di un banchiere e su della carta di Winifred Wagner, la nuora del compositore adulato da Hitler, che è razzista come Wagner e ammira il suo grande amico Adolf. Il testo del libro, raffazzonato, è riscritto da alcuni giornalisti nazisti; Hitler lo vuole intitolare «quattro anni e mezzo di lotta contro la menzogna, la stupidità e la vigliaccheria». Questo titolo, troppo lungo, viene cambiato in Mein Kampf, La mia battaglia. Il libro, che i nazisti vogliono considerare come la nuova Bibbia, conferma la concezione del mondo di Hitler. Nel libro, scritto come le sacre scritture e rilegato come i grandi manoscritti del medioevo, Hitler delira sulla lotta della razza superiore, quella dell’ariano biondo germanico, sulla conquista dello spazio vitale, sullo sradicamento del comunismo o sull’annientamento della Francia, per non parlare degli ebrei, che per Hitler non appartengono alla specie umana. Molti sono coloro che giudicano il libro demenziale, ma, all’epoca, sarebbe stato opportuno leggerlo e prenderlo seriamente perché è all’origine di 50 milioni di morti.

Hitler esce da prigione il 20 dicembre 1924, liberato per buona condotta. Immagina di essere l’erede dei grandi fondatori della Germania come Bismarck. Disse: «Il mio soggiorno in prigione mi ha dato una fiducia, una convinzione e un ottimismo che niente poteva più distruggere.

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Il Mein Kampf è un fiasco. Venderà solamente ventimila copie del primo volume.

Hitler passa molto tempo in un villaggio della Baviera, dove affitta un piccolo chalet, a Berchtesgarden. Conosce una giovane e bella serva, Maria Reiter, di sedici anni, con la quale ha una relazione. Lei si vuole sposare ma lui rifiuta. Le propone di essere un’amante segreta, come ad altre donne, per non ostacolare la sua missione. Lei lo lascia. Scrive il secondo volume del Mein Kampf, dedicato al suo progetto di espansione dello spazio vitale verso la Russia. Il libro conoscerà una media diffusione fino alla presa del potere nel 1933. Dopo, il Mein Kampf sarà quasi obbligatorio. Lo Stato lo offrirà ai giovani che si sposano. Non averlo nella biblioteca di casa può essere motivo di denuncia da parte di una collaboratrice familiare; Sarà distribuito dalle acciaierie Krupp agli operai più meritevoli. Il Mein Kampf si venderà in un modo o nell’altro in più di 80 milioni do copie e sarà tradotto in tutte le lingue. I diritti d’autore raggiungeranno cifre astronomiche e renderanno Hitler molto ricco.

Il 27 febbraio 1925, Hitler ritorna alla politica nella sala del caffè dove aveva lanciato il putsch, riaffermando di essere il capo dei nazisti. È allora che si verificherà un avvenimento che gli potrà essere utile. L’incarnazione della nuova democrazia tedesca, il primo presidente della repubblica di Weimar, il socialista Ebert muore, all’età di 57 anni, di un’appendicite malcurata. È un dolore sentito dai tedeschi perché il suo governo era riuscito a controllare l’inflazione e il paese si stava riprendendo. I tedeschi devono eleggere un nuovo presidente e vedono il ritorno delle croci uncinate per la campagna elettorale. L’interdizione del partito è stata tolta perché giudicato non più dannoso. Il candidato dell’estrema destra unita, che è ancora Ludendorff, ottiene appena l’1% dei voti. La sconfitta di Ludendorff, auspicata da Hitler per sbarazzarsi del suo rivale per il quale finge di battersi, rivela il suo fiuto politico. Hitler dice: «Gli abbiamo dato il colpo di grazia».

È l’altro grande capo del 1914-18, il maresciallo Von Hindenburg che viene eletto. Giovane ufficiale nel 1870, ha assistito alla proclamazione dell’impero tedesco a Versailles. Rassicura l’esercito, unisce i conservatori preoccupando la sinistra e l’Europa. Hitler rimane in secondo piano.

Il partito nazista si estende in tutto il paese, fino a contare circa 170.000 aderenti. Hitler ha fatto delle SA un vero esercito privato. Sono molto giovani, ma questi paramilitari sono dei bruti, dei fanatici, degli assassini. La loro nuova uniforme di color marrone li fa soprannominare le “camicie brune”, imitazione delle camicie nere della “marcia su Roma”, qualche anno prima. Un altro segno copiato da Mussolini è il saluto romano, il braccio teso accompagnato da un grido che per Hitler sarà: “Heil Hitler”, “Salute a Hitler”.

L’uniforme delle SA è stata disegnata e fabbricata da un’equipe di stilisti tedeschi, che disegneranno anche quelle nere delle SS e della gioventù hitleriana. I fondi sono frutto della generosità degli aderenti e dei simpatizzanti del fascismo, come il magnate della siderurgia Fritz Thyssen, le cui acciaierie sono pronte a forgiare nuovi cannoni, e uno dei più grandi costruttori di automobili, Henry Ford. L’antisemita Henry Ford, aiuta generosamente il partito nazista, donandogli tutti i guadagni delle vendite in Germania. In più Ford, a ogni compleanno di Hitler, gli fa un dono personale di 50.000 dollari, una bella somma per quell’epoca. Ford sarà il primo straniero decorato dai nazisti dell’Ordine della Grande Aquila tedesca.

1927: una grande riunione del partito per lanciare grandi operazioni di propaganda per galvanizzare l’esercito. Lo stendardo nazista proclama «Germania svegliati».

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Dal 1927 Hitler sceglie Norimberga quale bastione nazista e centro storico medievale, scenografia storica wagneriana che esalta i legami con i guerrieri germanici del medioevo. Hitler la definisce la sua capitale ideologica. Hitler vuole dimostrare la sottomissione del partito al Führer, al capo. Questo culto della personalità sarà ben curato dal fotografo ufficiale di Hitler, Heinrich Hoffman, che realizzerà una serie di foto per mostrare il lato umano del grande uomo e sedurre l’elettorale femminile, tale e quale se lo immaginano i nazisti. Nello studio del fotografo a Monaco, Hitler studia tutti i movimenti degli attori delle opere wagneriane per poi utilizzarle nei raduni nazisti. Hitler disse: «La massa delle donne è stupida. Ciò che la rende stabile è l’emozione e l’odio». L’odio è quello che seminano in tutta la Germania le SA, a cominciare nei quartieri ebrei delle grandi città. In questa società ancora pacifica, Stefan Zweig vede nascere la violenza. Egli scrisse: «Era il metodo fascista ma alla tedesca, esercitato con una precisione militare». Al suono di fischietto, le SA saltavano dai camion con la rapidità di un fulmine, colpivano con i manganelli e al suo di un altro fischietto balzavano sui camion e ripartivano com’erano venuti». Ma l’intimidazione e il terrore danno magri risultati.

Alle elezioni legislative del 1928 i nazisti non ottengono che il 2,6% dei voti, meno di un milione di voti; i comunisti tre volte di più; i centristi 4 milioni e i socialisti 10 milioni di voti.

Al Reichstag, la Camera dei deputati di Berlino, questi 2,6% di elettori tedeschi, soprattutto delle campagne, hanno consentito l’entrata di 12 deputati nazisti. Ciò fa impressione perché sono quasi tutti in uniforme delle SA. Tra loro, Herman Goering. Ferito al basso ventre durante il putsch, è ingrassato parecchio e ha una dipendenza alla morfina. Un’altra grande entrata: Joseph Goebbels, che corrisponde alla definizione di Nietzsche del secolo precedente: «Il fanatismo è la sola forma di volontà che può essere instillata ai deboli e ai timidi». Goebbels è lontano dall’essere un grande biondo ariano. È piccolo, zoppica e il suo piede lo fa soffrire dall’infanzia di un complesso d’inferiorità. Ma la sua intelligenza compensa questo handicap. È un rivoltoso contro la società, tentato dal marxismo prima del grande incontro della sua vita con Adolf Hitler. Tutto diventa luminoso per lui. Gli editori ebrei gli hanno impedito di diventare scrittore rifiutando i suoi manoscritti e questi sono i comunisti che seminano il caos. Egli dice: «Noi entriamo nel Reichstag come il lupo entra nell’ovile». Nessuno degli altri deputati, né il pubblico se ne rendono conto. Ciò che pensano, il giornale Frankfurter Zeitung lo scrisse allora: «Hitler non ha né pensiero né riflessione. È un folle pericoloso, ma se è arrivato là è perché ha avuto l’ideologia della guerra e l’ha interpretata in modo primitivo come se si fosse all’epoca delle invasioni barbariche, alla caduta dell’impero romano». La Germania non si preoccupa. Ci vorrà una grande catastrofe perché Hitler avesse un minimo avvenire. Lo storico Ian Kershaw scrisse: «Senza la Grande Depressione, senza la crisi del 1929, senza la disintegrazione dei partiti liberali e conservatori, Hitler sarebbe rimasto un visionario ai margini della vita politica». Ma Hitler non abbandonerà niente. «Noi continueremo la nostra battaglia».

Il Führer

 Quando Hitler sarà il dittatore della Germania, applicherà quello che ha scritto nel Mein Kampf: «Una razza più forte spazzerà via le razze deboli perché la corsa finale verso la vita li annienterà per lasciare il posto ai forti».

Come ha fatto Hitler a impadronirsi del potere e a diventare Führer? 

Norimberga 1929

Al congresso del partito nazista comincia quello che il drammaturgo Bertold Brecht chiama “la resistibile ascesa” di Adolf Hitler.

Una nuova crisi economica partita dagli Stati Uniti d’America devasta il mondo e soprattutto la Germania.

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Ottobre 1929.

Le fabbriche chiudono una dietro l’altra e il numero dei disoccupati raggiunge i sei milioni. Disperati, molti si volgono ai nazisti e verso i comunisti, che anche loro hanno le proprie truppe paramilitari in divisa.

Comunisti e nazisti si scontreranno in tutte le elezioni che seguono. Hitler provoca i disordini e pretende di essere il solo a poterlo fermare. Questo vero ricatto si rivela efficace.

Hitler riunisce i commercianti e i piccoli proprietari denunciando “la peste rossa”, i marxisti egalitari che spaventano i contadini. Il risultato è incredibile.

Settembre 1930: cento deputati nazisti sono eletti al Parlamento, il Reichstag.

Hitler è a capo della seconda formazione politica del paese, dopo i socialisti. Ciò non preoccupa i dirigenti che disprezzano Hitler. Stefan Zweig: «Per loro il potere è sempre stato riservato ai baroni, ai principi e a chi ha una cultura universitaria. Niente ha tanto accecato gli intellettuali tedeschi che l’orgoglio della cultura». Hitler invece continua la sua ascesa.

Ottobre 1931. In un anno Hitler s’impone alla estrema destra tedesca. Le federazioni degli ex combattenti, che hanno 500.000 aderenti, si dovranno sottomettere. 

Dietro questa postura dominatrice, Hitler nasconde un terribile segreto. Uno scandalo da cui non è riuscito a rimettersi. Delle voci circolano. Vive un dramma personale. Una passione per la sua nipote, Geli Ranbal, di ventitré anni. Egli l’ha amata in un modo irrazionale, possessivo. Lei si toglie la vita. Viveva con lui nel suo appartamento di Monaco. Aveva confidato a un amico: «Mio zio è un mostro. Nessuno immagina quello che esige da me». Aveva voluto lasciarlo. È morta.

Una campagna di stampa si scatena contro di lui, accusandolo di deviazioni sessuali e di aver fatto uccider Gali. Hitler, molto depresso, minaccia a sua volta di suicidarsi. Il suo entourage si preoccupa e decide di reagire. Il suo fotografo, Heinrich Hoffman, gli aveva presentato una segretaria. Rassomiglia a Geli. Si chiama Eva Braun. Ha diciannove anni. È già disinvolta. Farà l’affare. È sedotta dalla popolarità del capo del partito nazista. Hitler la fa diventare la sua amante segreta. Si proclama celibe, sposato alla Germania, per sedurre l’elettorato femminile.

Le donne in Germania hanno già il diritto di voto grazie al movimento femminista.

Eva Braun è una sportiva, sogna di diventare attrice a Hollywood. Dopo il suo incontro, Hitler ritrova il suo fiuto di animale politico. Nel 1932, quando si annuncia la fine del mandato del presidente della repubblica Hindenburg, Hitler si candida alla sua successione. Dieci anni dopo il suo tentativo di putsch e la prigione, Hitler potrebbe diventare presidente della Germania. I tedeschi scoprono dei manifesti impressionanti. Il capo della propaganda nazista, Goebbels, inventa una campagna elettorale ultramoderna con un aereo: la prima in Europa. Il più grande aereo commerciale è messo a disposizione dal direttore della compagnia aerea Lufthansa che non rifiuta questa possibilità di farsi pubblicità. Hitler con un casco di cuoio fa un giro di cento città della Germania dove può misurare la sua popolarità. Il suo pilota, Hans Baur, testimonia: «Abbiamo volato con tutte le condizioni di tempo; nessuna riunione è stata annullata. Le persone hanno incominciato a perdere la loro paura per l’aereo». E termina: «Hitler ha contribuito allo sviluppo del traffico aereo». Goebbels inventa lo slogan: «Il Führer sopra la Germania».

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Crea il mito di Hitler, salvatore supremo, con il suo sorvolare accuratamente filmato e proiettato in tutto il paese. Ma Goebbels non è così tranquillo. La campagna elettorale costa caro e gli industriali non si fidano ancora delle violenze di Hitler. I nazisti devono far pagare l’equivalente di un euro a chi vuole vedere Hitler. Questi non rifiutano. Al contrario. Uno spettatore, Von Spaum, racconta questa esperienza: «Improvvisamente ho sentito gli occhi di Hitler su di me e ne sono rimasto colpito per tutta la vita».

4 aprile 1932

Una settimana prima delle elezioni presidenziali Hitler raduna centomila berlinesi, stanchi dei partiti tradizionali che si dimostrano incapaci di far fronte alla crisi. Tra la folla Jutta Rüdiger, vent’anni: «La disoccupazione ci aveva fatto sprofondare in uno stato terribile. Si pensava che solamente Hitler ci avrebbe fatto uscire da questa miseria. Nessuno parla delle decine di migliaia di persone che ogni anno si tolgono la vita con il gas perché stanno male».

Grazie al suo discorso pseudo sociale, Hitler è un serio candidato alla presidenza. Allora la stampa si scatena. A destra, Hitler è presentato come il prototipo dell’avventuriero politico. A sinistra gli insulti sono più personali. Hitler viene definito effeminato, truffatore semi pazzo, ciarlatano vanitoso, falso duro dal frustino di pelle di rinoceronte.

Il presidente uscente, il maresciallo Hindenburg, reazionario e monarchico, ha tuttavia il sostegno della sinistra.

Il 10 aprile 1932, il verdetto: Hitler non sarà presidente. Tredici milioni di tedeschi hanno votato per lui, un terzo dell’elettorato. È una cifra enorme ma non è sufficiente. Hindenburg, rieletto grazie ai voti dei socialisti, tuttavia non vuole più dipendere da loro. Ciò causa nuove elezioni.

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E Hitler continua la sua “resistibile ascesa”. Riparte la campagna elettorale. Pronuncia cinque discorsi al giorno. Il suo entourage è sbalordito. È drogato dalla tribuna e dalla violenza. «I nostri avversari dicono che noi siamo, ed io in particolare, intolleranti e odiosi. E ci rimproverano di rifiutare la cooperazione con altri partiti. E bene, questi signori hanno ragione, noi siamo intolleranti. Il mi sono prefissato un obiettivo: sopprimere tutti i partiti».

Per Hitler il primo partito da sconfiggere è quello comunista. Le SA sono incaricate di questo compito. Sono quattrocentomila che si autofinanziano pagando le loro uniformi e il loro equipaggiamento. Uno di loro, Wolf Teubert, lavora in una pasticceria di Amburgo. Può velocemente raggiungere la sua coorte motorizzata. Dice: «Io non penso che a rischiare la mia vita per la Germania. L’umiliazione di Versailles ha fatto di me un appassionato difensore di Hitler». Egli ha la solidarietà, il cameratismo e la fierezza di avere un’uniforme. «Noi che eravamo troppo giovani per combattere nella Grande Guerra, noi approfittiamo dell’esperienza degli anziani». Goebbels ha fatto di loro un idolo. Un piccolo mascalzone berlinese, Horst Wessel, era stato promosso capo della Squadre d’Assalto: ucciso dai comunisti un anno prima, è diventato il martire del nazismo. Ai suoi funerali grandiosi, il capo della propaganda Goebbels, ha paragonato il suo sacrificio a quello di Cristo. Ha fatto filmare il suo funerale per mostrare che il nazismo è una devozione come il cristianesimo. Poi ha fatto diffondere una musica, ispirata come a un poema delle SA, per farla diventare l’inno del partito, il “Horst Wessel Lied”. Il canto “Horst Wessel” è il credo della violenza. «Presto la bandiera di Hitler sventolerà in tutte le strade; Presto la schiavitù non ci sarà più. I nostri camerati uccisi dal Fronte Rosso marciano ancora con noi».

Il Fronte Rosso erano le milizie comuniste, che si distinguevano perché indossavano un berretto da operaio e la casacca alla russa. Anche i loro militanti avevano un canto di battaglia: «Sinistra, sinistra, sinistra, suoniamo i tamburi, diamo un colpo potente al nemico, mettiamo la dinamite sotto il sedere della borghesia, minacciamo i fascisti che avanzano all’orizzonte. Proletari armatevi. Fronte Rosso, Fronte Rosso».

Luglio 1932: l’estate di sangue della campagna elettorale.

Le SA con la complicità della polizia affrontano i comunisti in veri combattimenti per le strade. I comunisti hanno 100 morti e 1000 feriti. Molti tedeschi, sfiniti per l’impotenza dello Stato, approvano le violenze naziste. In base ai risultati delle elezioni, 230 sono i deputati nazisti. Hitler è ormai il capo del primo partito politico del paese. Per la prima volta il potere è alla sua portata. Rapidamente, però l’euforia lascia il posto alla delusione: il presidente Hindenburg rifiuta di nominarlo cancelliere, capo del governo. Hindenburg dice a Hitler: «Davanti a Dio, alla mia coscienza e alla patria non posso dare il potere a un partito così intollerante come il vostro». Hindenburg gli propone di entrare in un governo ma Hitler, che non si considera come un politico ordinario alla ricerca di un posto ministeriale, vuole tutto il potere per fondare uno Stato totalitario.

In qualche settimana, Goebbels, a capo dell’enorme numero di parlamentari nazisti, riuscì a paralizzare il gioco democratico: nessuna maggioranza si poté formare. Goebbels annuncia: «Occorre sciogliere quest’assemblea che non rispecchia più la volontà del nostro popolo».

Si tengono nuove elezioni: le terze in un anno. Avranno luogo nel mese di novembre. Hitler pensa di approfittarne ancora: «Ho avuto la forza e la tenacia di trasformare le migliaia di aderenti degli inizi in quattordici milioni di elettori, ora ne otterrò venti milioni e poi trenta».

Novembre 1932: i risultati sono molto deludenti. Circondato dalla sua guardia personale, Hitler rimugina sulla sua sconfitta: ha perso due milioni di elettori e quaranta deputati.

Goebbels legge con amarezza la stampa mondiale. Il Daily Herald di Londra scrive: «L’hitlerismo, come forza politica, è morto». Il quotidiano francese Le Populaire, diretto da un grande nome del socialismo, Léon Blum, titola «La fine di Hitler». No, tre mesi dopo, Hindenburg, nell’impossibilità di formare una maggioranza, finisce per designare Hitler cancelliere.

Uno studente berlinese Sebastian Haffner scrive: «Apprendo la notizia, sono agghiacciato dal terrore. Sento l’odore del sangue e del fango. Percepisco un pericolo, come una grossa zampa sporca di un predatore che mette i suoi artigli sul mio volto».

Per arrivare là, il lupo diventa un agnello. Hitler ha rassicurato Hindenburg domandando solo due ministeri per i nazisti: gli Interni per un poliziotto di Monaco, Wilhelm Ftick, e Hermann Goering per controllare la polizia, due posti chiave.

30 gennaio 1933. Nomina, ai posti più importanti, un conservatore, Franz Von Papen, che è già stato cancelliere e l’uomo forte della estrema destra, Alfred Hugenberg, ministro dell’economia e dell’agricoltura, un temperamento autoritario e aggressivo. Hitler chiama il suo gabinetto “Governo di unione nazionale” perché non abbia l’aria di un governo nazista, ma di una coalizione nazionalista. Von Papen si sbaglia dicendo a Hugenberg: «Hitler è un nostro uomo». L’altro risponde: «Noi lo inquadreremo».

La sera stessa del 30 gennaio 1933, Goebbels organizza a Berlino, come in tutte le grandi città, una fiaccolata che vuole grandiosa, con i caschi d’acciaio, le SS, e soprattutto le SA. Goebbels dichiara che sono un milione a sfilare. Ma l’addetto militare inglese li stima in meno di 15.000 che Goebbels fa girare intorno per quattro ore. Passano sotto le finestre di Hindenburg, 85 anni, che crede di ritornare ai tempi di Verdun nel 1916 e dice al suo aiutante di campo: «I nostri uomini sfilano bene. Hanno fatto molti prigionieri». Hitler, alla Cancelleria, riceve degli omaggi deliranti. Un insegnante di Berlino, Luise Solmiz, dice: «Era un’ubriacatura senza vino – e aggiunge – ho sentito delle grida “Morte agli ebrei” e “Il sangue degli ebrei sgorgherà sotto i coltelli”».

Il 10 febbraio 1933 al Palazzo dello Sport di Berlino, Hitler pronuncia il suo primo discorso da Cancelliere. Qual è il piano di Hitler: il potere assoluto, ma a tappe. Al Parlamento siedono ancora 200 deputati socialisti e comunisti. La prima decisione di Hitler è di sciogliere l’assemblea e indire nuove elezioni. Nel suo discorso radiodiffuso chiama tutti gli elettori a votare per lui, anche quelli di sinistra: «Sono convinto che verrà l’ora per quei milioni di persone che ci maledicono, di entrare nei nostri ranghi e di salvare quello che noi abbiamo ottenuto con tanta fatica, questo nuovo Reich tedesco, quello della grandezza, dell’onore e della forza». Tuttavia, anche con questo discorso conciliante, Hitler continua ad agire di nascosto. Ma Goebbels precisa, tornando ai fondamentali per l’elettorato nazista di base: l’antisemitismo e la violenza: «Se i giornali ebrei credono di poterci spaventare con delle minacce larvate, attenzione a loro. La nostra pazienza ha dei limiti; un giorno si chiuderà il becco a questi sporchi mentitori ebrei. I membri del partito e delle SA possono stare tranquilli. La fine del terrore rosso è più vicino di quanto immaginate».

Due settimane dopo, a Berlino, durante la notte il grande edificio del Reichstag, il Parlamento tedesco, brucia. Di questo simbolo della democrazia tedesca non resta più niente.

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10 febbraio 1933: l’inchiesta condotta dalla polizia agli ordini di Goering, incrimina un comunista olandese Marinus Van der Lubbe, 24 anni, sospettato per un passato da piromane. Rapidamente dichiarato colpevole, sarà decapitato. A chi porta profitto il crimine? Ai nazisti. Hitler e Goering agitano lo spettro del complotto dei Rossi; Goering fa arrestare 4000 comunisti e i loro capi. Ma il partito comunista non è ancora messo fuori legge. Hitler vuol dare un’apparenza di legalità per le elezioni legislative che devono dar fiducia al suo potere. I tedeschi, benché stanchi delle campagne elettorali e dei disordini, vanno a votare in tutto il paese. Le SA si impegnano, come dicono i nazisti, a prevenire tutti gli attentati dei comunisti e a proteggere la popolazione. Le SA sono più di un milione, armati; per il loro statuto, sono come degli ausiliari della polizia. In tutta la Germania, si posizionano davanti alle sedi dei partiti di sinistra e dei sindacati. Vogliono ancora seminare la violenza mente Hitler mostra di gestire responsabilmente il voto elettorale, per continuare ad assicurare un Hindenburg affaticato. Goering, con fare minaccioso, seduto sulla sua poltrona gotica e impugnando il suo pugnale, dà la sua versione menzoniera dei risultati elettorali: «Il 5 marzo 1933 significa un’immensa vittoria per un uomo e per un movimento. Il vincitore è Adolf Hitler e il movimento è il nazionalsocialismo. E i due non sono che un tutt’uno con il popolo e il Reich!».

Hitler e la sua coalizione, in realtà, raggiungono appena la maggioranza. Nonostante la sua propaganda e le intimidazioni della SA, Hitler non è riuscito a impedire ai comunisti di ottenere il 12% dei voti. Allora Hitler getta la maschera ed entra nell’illegalità con la complicità del suo governo. Fa arrestare i deputati comunisti e li manda nei campi di concentramento di Oranienburg, vicino a Berlino, e di Dachau, che sono allestiti dai nazisti. Sono i primi dei sedici campi aperti nel solo anno 1933. Il numero dei detenuti politici passa a 100.000 nel primo mese del regime. Lo studente comunista Klaus Bastian racconta: «Le guardie li frustano, li immergono nell’acqua gelida, li minacciano di morte, di giorno e di notte». I nazisti sostengono, al contrario, che questi parlamentari, questi funzionari e questi sindacalisti vengono rieducati. L’ombra malefica della dittatura si estende su tutta la Germania. Essendo stato bruciato il Reichstag, Hitler riunisce il Parlamento all’Opéra Royal, circondato dalle SA, per chiedere i pieni poteri.

20 marzo 1933. Nel Parlamento non ci sono più deputati comunisti; i 94 socialisti ancora presenti avranno il coraggio di votare contro Hitler. Saranno anche loro arrestati, imprigionati o costretti all’esilio. 441 deputati, dall’estrema destra al centro cattolico, ascoltano uno scaltro discorso di Hitler destinato a imbrogliare. Promette tutto, come sempre, la fine della disoccupazione, la salvezza dei contadini, il rispetto dei diritti e soprattutto la pace. L’assemblea si suicida votando i pieni poteri a Hitler per quattro anni. Il presidente Hindenburg non potrà più opporsi alle decisioni del Cancelliere. Sotto gli evviva, la democrazia in Germania muore.

Che Hitler, un uomo che ha consolidato il suo potere con l’antisemitismo, possa dirigere uno dei paesi più industrializzati del mondo è sentito come una minaccia universale.

New York. Nel mondo intero le manifestazioni contro Hitler denunciano la sua barbarie, il suo oscurantismo e proclamano che «il giudaismo sopravviverà all’hitlerismo». Tutti gridano al boicottaggio mondiale dei prodotti tedeschi. Hitler, per dissuaderli, ordina una giornata di boicottaggio dei negozi ebrei in Germania. È l’inizio della persecuzione. Edwin Landau, proprietario di un grande supermercato della Prussia orientale, prima di emigrare con tutta la sua famiglia in Palestina, scrive: «In poco tempo è avvenuta in me una trasformazione. Questo paese e questo popolo che avevo amato e stimato fino ad ora sono diventati miei nemici. Non ero più tedesco e non dovevo più esserlo. Mi vergognavo di essere appartenuto a questo popolo, della fiducia che avevo accordato a tante persone che si rivelavano essere miei nemici».

L’antisemitismo ha contagiato le università. Il nazismo ha istigato gli animi contro la cultura moderna e ha imposto un’ideologia settaria e intollerante che spinge gli studenti a bruciare essi stessi dei libri. Con l’aiuto degli studenti, inquadrati dalle SA, in tutta la Germania vengono raccolte dalle biblioteche, dalle librerie e presso gli editori, tutte le opere che corrispondono a quello che Hitler ha definito di «spirito antitedesco». Sulla lista nera nazista vi sono i libri di Karl Marx, Sigmund Freud, Stefan Zweig, e più di trecento autori, soprattutto ebrei. 12.000 titoli sono condannati: centinaia di migliaia di libri devono essere bruciati. E le SA preparano il rogo. A Berlino, in piazza dell’Opéra, Goebbels pronuncia il discorso radiodiffuso che apre la “messa nera” di questo incendio di libri di stampo medioevale: «Cari studenti e studentesse di Germania, l’epoca dell’intellettualismo ebreo è passata. L’essere tedesco del futuro non sarà più un essere da libro ma un essere di volontà».

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10 maggio 1933. Una giovane berlinese, Dorothea Gunther, che assiste al rogo dei libri e al rituale nazista, testimonia: «Le SA e gli studenti gridavano il titolo del libro e il nome dell’autore e urlando “che era ebreo, pacifista, femminista o semplicemente moderno”, pronunciavano la sentenza “noi ti consegniamo al fuoco”. Sono rimasta ammutolita e offesa perché quegli studenti avevano letto e discusso molte di quelle opere che andavano in fumo».

Léon Blum scrisse: «In Germania, sarebbe stato necessario che i comunisti e i socialisti lottassero insieme». Ma i socialisti non avevano voluto. Per i comunisti, Mosca impartiva gli ordini: «Niente alleanze con i socialisti, i socialisti traditori». Le consegne suicide di Stalin hanno aiutato Hitler.

Hitler soppresse i sindacati e il 21 luglio 1933 mise fuori legge il partito socialista.

«SA e SS, Heil. Una grande epoca si apre davanti a noi – pronuncia in un discorso Hitler – La Germania finalmente si è svegliata. Noi abbiamo conquistato il potere. Ora dobbiamo conquistare il popolo tedesco».

Estate 1933. Il popolo tedesco può andare in vacanza. Il partito nazista è ormai il partito unico. I suoi slogan antisemiti non interessano troppo la gente. La sorte dei loro compatrioti di origine ebrea li interessa poco. Sono appena 500.000 mila, meno dell’1% della popolazione. La metà di questi ebrei tedeschi riuscirà a emigrare.

Gerda Blachmann testimonia: «Abbiamo potuto imbarcarci a condizione di lasciare tutti i nostri beni». Gli ebrei più poveri resteranno bloccati in Germania. Saranno deportati nei ghetti dell’Est e poi sterminati nei lager. Gli oppositori del regime fuggiranno come e dove potranno: soprattutto in Francia, dove saranno ripresi in seguito alla guerra e riconsegnati ai nazisti. Molti di loro che non partiranno per tempo e che vorranno resistere, saranno catturati e uccisi nei lager.

La grande maggioranza dei tedeschi si adatta alla dittatura. Alcuni cominceranno ad alzare ogni mattina la bandiera nazista a croci uncinate, diventata l’emblema ufficiale della Germania. Gli altri, una volta messo il bavaglio alla stampa, non potranno che leggere i giornali nazisti. Le bambine impareranno il saluto nazista, i bambini entreranno nella “gioventù hitleriana”, che svilupperà molto bene in loro l’aggressività. A scuola l’insegnante farà imparare ai ragazzi a maneggiare le armi. Nell’insegnamento della matematica, utilizzerà degli esempi del tipo: «Quanto costa in un anno allo Stato un alunno? Un handicappato 1.800 marchi, un alunno medio 320 marchi e un alunno brillante solo 125 marchi». Conclusione: la società non può sopravvivere se non quando i suoi cittadini sono geneticamente sani.

La figlia maggiore di ogni famiglia entrerà nella BDM, la Lega delle giovani tedesche e diventerà una brava sposa che avrà molti piccoli soldati, che si faranno uccidere a dieci anni negli ultimi combattimenti a Berlino, alla fine della seconda guerra mondiale. Ma i tedeschi non lo sapevano ancora in questa estate del 1933. Hitler non è interamente il capo supremo: deve ancora anestetizzare il popolo tedesco con la propaganda.

30 agosto 1933: primo congresso del partito nazista dopo la conquista del potere. Tra i partecipanti Rudolph Hesse, uno dei redattori della legge antiebraica, Goebbels che ha reso grande il Ministero della propaganda, Herman Goering, che ha fatto rinascere l’aviazione tedesca, Ernst Röhm, il capo dell’orda di fanatici che sono le SA. Röhm, che aveva partecipato al putsch del 1923 sarà accusato di tradimento. Le SA sono ormai due milioni, una forza che fa concorrenza all’esercito. Hitler, per avere il sostegno dei militari, deve metterli in riga ed elimina Röhm. Tutto inizia nell’estate del 1934 quando Hitler si reca a Venezia per incontrare Mussolini: è il 16 giugno 1934. Hitler è impressionato dal suo grande modello. Cerca l’accordo con Mussolini per il suo progetto di annessione dell’Austria. Mussolini rifiuta: non vuole la presenza tedesca alle sue frontiere. Mussolini disse: «Questo tipo mi sembra un monaco chiacchierone». Mussolini gli mostra la sua flotta, mentre Hitler non ha una marina. Hitler torna a Berlino mortificato. Comprende che fino a quando non avrà ricostituito la sua forza militare non potrà fare niente.

Hitler si reca alle manovre dell’esercito tedesco, piccolo in seguito al trattato di Versailles, ridotto a 100.000 uomini ma molto addestrato. Hitler sa che per fare una guerra occorrono dei generali, degli ammiragli, degli strateghi degli specialisti competenti. Ha promesso all’esercito di non rispettare il trattato di Versailles, di ridargli i suoi effettivi e il suo armamento. Ma i generali vogliono di più: vogliono la testa di Röhm e delle SA, più importanti per il loro numero dell’esercito. Röhm viene criticato per la sua mania di grandezza: fa ombra a Hitler. Goebbels disse: «È un bolscevico camuffato». Sono complici da più di quindici anni ma Hitler ha deciso di eliminare Röhm accusandolo di preparare un colpo di Stato. Hitler designa i boia: Himmler, capo delle SS, Heydrich, capo della Gestapo, Sepp Dietrich, un ex garzone macellaio divenuto capo della guardia di protezione del Führer. Tra il 30 giugno e il 2 luglio 1934, quella che Hitler chiamerà «la notte dei lunghi coltelli», le SS uccidono Röhm e 85 possibili oppositori o testimoni ingombranti del passato di Hitler. Dopo la fine di Röhm, le SA perdono tutta la loro influenza e sono ridotte a servizio d’ordine. L’esercito è soddisfatto, come gli industriali che temevano quando sentivano Röhm dire: «La rivoluzione nazionale socialista non è ancora terminata». Sepp Dietrich è promosso generale delle SS. Quando la regista Leni Riefensthal gira “Il Trionfo della Volontà” sul congresso del partito nazista del 1934, solo le uniformi nere delle SS sfilano. Ormai in alto nella piramide del potere Hitler è solo.

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Un mese dopo “la notte dei lunghi coltelli” l’ultimo presidente della repubblica, il maresciallo Hindenburg, muore all’età di 87 anni. La democrazia è morta e sepolta da lungo tempo. La dittatura continua la sua marcia implacabile. Hitler diventa il capo delle Forze armate. Il suo potere è totale. E tutti i soldati giurano fedeltà «al Führer nostro capo e del popolo tedesco, Adolf Hitler».

Luglio 1935. Hitler si reca al festival di Bayreuth per ascoltare Wagner, il suo musicista preferito. La nuora del compositore, Winifred Wagner, che l’ha sostenuto fin dal suo così difficile debutto, lo riceve ora come capo della Germania. Hitler può valutare il cammino percorso; ha realizzato il sogno assurdo della sua gioventù: diventare Rienzi, il suo eroe wagneriano preferito che si sacrifica per il suo popolo in adorazione davanti a lui. S’imbarca come Sigfrido, sul mare del Nord verso le sue chimere, accompagnato da coloro che l’hanno creato e che non possono più domare, colui che è diventato il golem, la creatura della Bibbia fatta di argilla e che accecherà gli umani con la sua potenza infernale.

Hitler si appropria dei successi della repubblica di Weimar, come le famose autostrade, che diventeranno le vetrine del regime nazista.

Germania sinagoga distrutta

Hitler si batte per promulgare le leggi razziali di Norimberga. Brucerà le sinagoghe nei grandi pogrom della “Notte dei cristalli”, preludio della “soluzione finale”. Si prepara a violare il trattato di Versailles rioccupando le zone smilitarizzate del 1919. Quando Francia e Inghilterra non reagiranno, la loro debolezza porterà Mussolini a riavvicinarsi a Hitler, lasciandolo annettere l’Austria per compiere la sua “missione”, riunire la Germania e i popoli che parlano il tedesco. Interverrà nella insanguinata guerra di Spagna, lanciando i suoi bombardieri, uccidendo la popolazione di Guernica e assicurando la vittoria ai fascisti di Franco sui repubblicani della Spagna.

Sogna il suo grande esercito, come quello di Napoleone. Marcerà verso Mosca, proclamando sempre che vuole la pace. «Noi vogliamo essere un solo e unico Reich, e voi dovete prepararvi. Noi vogliamo che il popolo diventi ubbidiente, e siete voi che dovete trascinarlo. Noi vogliamo che questo popolo diventi pacifico ma anche coraggioso, e siete voi che dovete essere pacifici!».

La Germania, trascinata dai discorsi e dalle manifestazioni grandiose, perderà i contatti con la realtà.

Quando la Germania sarà pronta, Hitler, feroce ed ostinato, la trascinerà, e il mondo intero con lei, in una lunga notte popolata di fantasmi di cinquanta milioni di morti.

Bibliografia:

Apocalypse Hitler Dvd

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La battaglia del San Martino

15 Novembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La battaglia del San Martino è una delle prime combattute in Italia nel novembre del 1943, quando una formazione al comando del ten. col. Carlo Croce si difese dall’attacco in forze dell’esercito tedesco.

san-Martino.jpgQuesto è il racconto di un protagonista, Giovanni Emilio Diligenti:

«Mio fratello ed io partecipammo alla battaglia di S. Martino, dove ci aveva inviati l'organizzazione clandestina comunista. Nella fortezza di S. Martino, sopra Varese, si era stanziato il gruppo Cinque Giornate, costituito poco dopo l'armistizio dal colonnello Carlo Croce. La formazione era composta per lo più da ex-avieri ed ex-ufficiali, ma in seguito vi affluirono molti operai di Cinisello Balsamo e di Brugherio, inviati dall'organizzazione clandestina di Sesto San Giovanni. Il colonnello Croce e gli ufficiali che guidavano la formazione si dichiaravano genericamente «badogliani» e seguivano una linea «attesista». Il reparto si era impossessato di una notevole quantità d'armi e di viveri con una serie di riuscite operazioni, come quella alla caserma della guardia di Finanza a Luino. Tutto era stato raccolto nella fortezza, che avrebbe dovuto diventare una base inespugnabile da cui sarebbe partita, in concomitanza con l'arrivo delle truppe alleate, la decisiva offensiva contro i nazi -fascisti. Inutilmente Gianni Citterio, inviato dal Clnai, cercò di convincere il colonnello Croce della necessità di dislocare le forze partigiane - circa centocinquanta uomini - in gruppi meno numerosi e più mobili, localizzati in diversi punti strategici. Prevalse purtroppo la mentalità degli ufficiali, illusi di aver creato una base inattaccabile.

Lo sbaglio fu pagato a caro prezzo: il 14 novembre più di duemila tedeschi mossero all'attacco, appoggiati da cannoni, mortai e anche da tre Stukas. La resistenza durò quarantotto ore, al termine delle quali il gruppo Cinque Giornate si disperse; la maggior parte dei suoi componenti si rifugiò in Svizzera. I partigiani morti in combattimento furono appena due, mentre trentasei furono fucilati dopo la cattura. Ben più pesanti le perdite nemiche: duecentoquaranta morti e un apparecchio (fui testimone oculare dell'abbattimento dello Stukas: un partigiano robustissimo, un vero gigante, prese sulle spalle una delle dieci mitragliatrici Breda pesanti di cui era fornito il reparto, fungendo da piazzola semovente; due altri sostenevano i piedi della mitragliatrice e un quarto sparava, finché riuscì a colpire l'aereo).

La difesa ad oltranza della posizione, concezione che esulava da una corretta conduzione della guerriglia, aveva sì provocato gravissime perdite tra le truppe attaccanti, ma aveva anche causato la fine di una formazione che, per la qualità e la quantità di mezzi e di uomini, avrebbe potuto rappresentare una grossa spina nel fianco dei nazi-fascisti per ancora molto tempo.

Durante la battaglia fui ferito alla gamba destra: la pallottola mi fu estratta con un paio di forbici da don Mario Limonta, un sacerdote di Concorezzo che fungeva da cappellano e da medico del gruppo. Di notte, don Limonta cercò di guidare me ed altri sei partigiani feriti nella discesa verso la pianura. L'impresa mi riuscì difficile, perché la ferita mi impediva di camminare, cosicché mio fratello Aldo dovette caricarmi sulle sue spalle. Dopo un po' perdemmo i contatti con gli altri feriti ma, sia pure a fatica, raggiungemmo la provinciale.

Attraversata la strada a una curva, procedendo un po' carponi e un po' sulle spalle di Aldo, arrivammo in un paese dove, all'alba, salimmo su un trenino che ci portò a Varese. Da qui in ferrovia a Saronno, poi in corriera a Monza e infine di nuovo a Cavenago. Nascosto in casa di Fumagalli, fui curato da Innocente e Mario, rispet­tivamente cucino e fratello di Raineri. In seguito, per ragioni di scurezza e per curare meglio la ferita, fui trasferito a Milano dal compagno Giacinto Parodi. In via Padova al 26, Parodi aveva un laboratorio artigiano di guarnizioni, mentre la sua abitazione era al n. 40 della stessa via. In casa di parodi fui curato da un medico che mi guarì completamente».

 

da “Partigiano in Brianza” di Giovanni Emilio Diligenti” Edito dall’ANPI di Monza

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4 novembre 2019

1 Novembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

manifesto della CONFEDERAZIONE ITALIANA FRA LE ASSOCIAZIONI COMBATTENTISTICHE E PARTIGIANE

programma IV Novembre a Lissone

programma IV Novembre a Lissone

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giornate del tesseramento 26/27 ottobre 2019

21 Octobre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

giornate del tesseramento 26/27 ottobre 2019
giornate del tesseramento 26/27 ottobre 2019
giornate del tesseramento 26/27 ottobre 2019

In occasione delle giornate del tesseramento 26/27 ottobre 2019, l’ ANPI di Lissone organizza

SABATO 26 OTTOBRE

dalle 15 alle 18

BANCHETTO INFORMATIVO SUL TESSERAMENTO

IN PIAZZA LIBERTA’

articolo da "IL CITTADINO"

articolo da "IL CITTADINO"

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Marzabotto

30 Septembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dal sito ufficiale della presidenza della Repubblica

Roma, 29/09/2019

Dichiarazione del Presidente Mattarella nell'anniversario dell'eccidio di Marzabotto

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«A 75 anni dall’immane sterminio di donne e di uomini, di bambini e di anziani, che le squadre naziste compirono nell’area del comune di Marzabotto e nei territori alle pendici di Monte Sole, la Repubblica ricorda i tanti innocenti uccisi, il dolore atroce dei sopravvissuti, quella ferita all’umanità.

Il 29 settembre del 1944 cominciò il barbaro eccidio, e le stragi proseguirono per giorni. Fu un crimine efferato e disumano. Alle atrocità della barbarie nazifascista la Repubblica e la sua democrazia hanno risposto ponendo al centro la persona, affermando l’aspirazione alla pace e quella alla giustizia, il rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo e, insieme, dei diritti delle comunità in cui l’uomo si realizza.

La Repubblica è nata da questo riscatto popolare, dal rifiuto dell’odio e della volontà di potenza, dalla resistenza all’ideologia di sopraffazione e di violenza. Le basi repubblicane sono iscritte in una comunità nazionale legata da spirito di solidarietà, che sa riconoscere il bene comune, trovando l’unità nei momenti decisivi e facendosi promotrice di pace e cooperazione. Non più un nazionalismo che esaspera i contrasti: così nel dopoguerra è sorta l’Europa “unita nella diversità”.

La storia, anche quella dolorosa, ci è maestra. Il male che abbiamo conosciuto non può dirsi mai sconfitto per sempre. I pericoli riaffiorano quando la responsabilità si attenua e gli egoismi avanzano. Anche per questo la memoria di Marzabotto e di Monte Sole va custodita, come è stato fatto negli anni dalle comunità più ferite: al tempo stesso va trasmessa ai più giovani in modo che i valori di pace e di libertà si rafforzino sempre più come patrimonio comune e come base fondamentale della nostra vita sociale».

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i-martiri-di-Marzabotto-foto.jpg

La “cavalcata” del terrore iniziò all’alba del 29 settembre 1944, quando la 16a SS-Panzergrenadier-Division, agli ordini del maggiore Walter Reder, detto “il monco”, partì squarciando con il ferro e con il fuoco le valli attorno al Monte Sole. A far da cani-guida, un pugno di militi delle Brigate nere, per l’occasione in divisa SS col distintivo simile a un “44” sulle mostrine, che sapevano i sentieri, le case, i rifugi e additavano mogli, figli e padri dei partigiani della Brigata “Stella Rossa”.

Dall’eccidio non fu risparmiato nessun paese, villaggio o fattoria della zona che, a una ventina di chilometri da Bologna, è delimitata dal corso dei fiumi Reno e Setta: Marzabotto (il Comune più grande), Grizzana, Vado di Monzuno e tutte le altre località che punteggiano le vallate declinanti dall’acrocoro dominato dalla cima del Monte Sole.

Il 13 gennaio 2007, il tribunale militare di La Spezia ha condannato all’ergastolo in contumacia 10 dei 17 imputati ex nazisti ancora in vita. Sono tutti ultraottantenni e non conosceranno mai il carcere, la legge italiana non lo permette.

Il processo, infatti, non si è potuto celebrare prima perché i documenti in grado di inchiodare i responsabili del massacro sono rimasti chiusi per cinquant’anni nell’armadio della vergogna e nei sotterranei delle procure italiane. Ritrovate a metà degli Anni 90, quelle carte, con nomi e fatti, hanno potuto dare finalmente il via ai procedimenti penali.

Finora per la strage di Marzabotto esisteva un solo colpevole: il maggiore Walter Reder. Nel 1951 il tribunale militare di Bologna sentenziò per lui una condanna a vita, da scontare nel carcere militare di Gaeta. Ci passerà trentaquattro anni, malgrado un’ipocrita richiesta di perdono giunta nel 1967 agli abitanti di Marzabotto che, riuniti in Consiglio comunale, respinsero al mittente con 356 voti su 360 la petizione di clemenza sostenuta anche dalla Chiesa. Poi, nel 1980, arrivò la sentenza del Tribunale di Bari che disponeva un periodo di “prova” di cinque anni per il condannato, in attesa della scarcerazione. Fu l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, nel gennaio 1985, a concedere la grazia e a spalancare le porte della galera a Walter Reder, morto nel 1991 nella sua residenza austriaca.

La testimonianza è tratta dal volume “Marzabotto parla” di Renato Giorgi, edito per la prima volta nel 1955, ristampato a cura dell’ANPI di Bologna nel 1991. 

Località Casaglia, testimonianza di Lidia Pirini

«Era il 29 settembre, alle nove del mattino. (…) Quando a Casaglia fummo convinti che i nazisti stavano per arrivare perché si sentivano gli spari e si vedeva il fumo degli incendi, nessuno sapeva dove correre e cosa fare. Alla fine ci rifugiammo in chiesa, una chiesa abbastanza grande, piena per metà, e don Marchioni cominciò a recitare il rosario. Ho saputo in seguito che lo trovarono ucciso ai piedi dell’altare: allora non me ne accorsi e adesso riferisco solo quanto ricordo. Quando arrivarono i nazisti io non li vidi, avevo paura a guardarli in faccia. Chiusero la porta della chiesa e dentro tutti urlavano di terrore, specialmente i bambini. Dopo un poco tornarono ad aprire (…) e ci condussero al cimitero: dovettero scardinare il cancello con i fucili perché non riuscivano ad aprirlo. Ci ammucchiarono contro la cappella, tra le lapidi e le croci di legno; loro si erano messi negli angoli e si erano inginocchiati per prendere bene la mira. Avevano mitra e fucili e cominciarono a sparare. Fui colpita da una pallottola di mitra alla coscia destra e caddi svenuta. Quando tornai ad aprire gli occhi, la prima cosa che vidi furono i nazisti che giravano ancora per il cimitero, poi mi accorsi che addosso a me c’erano degli altri, erano morti e non mi potevo muovere; avevo proprio sopra un ragazzo che conoscevo, era rigido e freddo, per fortuna potevo respirare perché la testa restava fuori. Mi accorsi anche del dolore alla coscia, che aumentava sempre di più. Mi avevano scheggiato l’osso e non sono mai più riuscita a guarire bene, anche dopo mesi e anni di cura. (…) Intorno a me sentivo i lamenti di alcuni feriti. Così passò la notte e quasi tutto il giorno 30. (…) Verso sera, ci si vedeva ancora, trovai finalmente la forza di decidermi, riuscii a scostarmi i cadaveri di dosso e pian piano mi allontanai dal cimitero».

 

Marzabotto: è stato un inenarrabile martirio.

Non fu reazione senza limiti e controlli ad un episodio, non fu gesto sconsiderato di un singolo o di pochi, nel fuoco della guerra; fu il netto disegno, il proposito calcolato e deliberato di distruggere tutta una popolazione persino nelle nuove vite che sorgevano nel grembo delle madri.

Non fu gesto isolato per il numero delle formazioni militari germaniche che vi parteciparono e per la sua esecuzione condotta con metodo di guerra; guerra che si faceva sterminatrice contro una popolazione civile, dopo (ed era ben noto a chi lo comandava) che la eroica resistenza partigiana, costellata di sublimi sacrifici, era stata purtroppo in quel punto spezzata dalla forza schiacciante del numero e delle armi.

Non fu gesto isolato perché la ferocia brutale ed anche inutile agli stessi fini dell'invasore tedesco si abbatté su tante altre contrade del nostro Paese. Innumerevoli i delitti e gli orrori, terribili e gravissimi, ma nessuno che noi sappiamo di proporzioni così vaste come quello perpetrato dalla Wehrmacht e dalle SS a Marzabotto. Le vittime furono 1830 ed ebbero pace soltanto dopo la Liberazione; anzi, in certi casi nemmeno allora poiché le mine cosparse a perpetuare il delitto si accanirono contro le povere ossa senza riposo e contro i superstiti ritornati a compiere opera straziante e pietosa, a far rivivere la loro terra che quelli avrebbero voluta morta come le donne, i bambini, i vegliardi, i sacerdoti che avevano assassinato.

Non fu gesto isolato perché continuò nel tempo giorni e giorni: alla villa Colle Ameno, reso fosco dagli occupanti tedeschi, il 18 ottobre 1944 alcuni cittadini di Marzabotto venivano trucidati; lì era stato freddamente ucciso don Fornasini; e l'azione della Wehrmacht era incominciata il 28 settembre! 
Siamo stati a Marzabotto. Siamo andati per "dare un futuro alla memoria, nella consapevolezza che la memoria è conoscenza e che la conoscenza è libertà e che solo nella conoscenza l'uomo può trovare le ragioni e le condizioni per qualsiasi scelta della sua vita, se vuole che possa essere veramente libera, senza condizionamenti".


Per i caduti di Marzabotto

Questa è memoria di sangue

di fuoco, di martirio,

del più vile sterminio di popolo

voluto dai nazisti di Von Kesselring

e dai loro soldati di ventura

dell’ultima servitù di Salò

per ritorcere azioni di guerra partigiana.

I milleottocentotrenta dell’altipiano

fucilati e arsi

da oscura cronaca contadina e operaia

entrano nella storia del mondo

col nome di Marzabotto.

Terribile e giusta la loro gloria:

indica ai potenti le leggi del diritto

il civile consenso

per governare anche il cuore dell’uomo,

non chiede compianto o ira

onore invece di libere armi

davanti alle montagne e alle selve

dove il “Lupo” e la sua brigata

piegarono più volte

i nemici della libertà.

La loro morte copre uno spazio immenso,

in esso uomini d’ogni terra

non dimenticano Marzabotto

il suo feroce evo

di barbarie contemporanea.

                                               Salvatore Quasimodo

 

MARZABOTTO MEDAGLIA D'ORO

Incassata tra le scoscese rupi e le verdi boscaglie dell'antica terra etrusca, Marzabotto preferì ferro, fuoco e distruzioni piuttosto che cedere all'oppressore. Per quattordici mesi sopportò la dura prepotenza delle orde teutoniche che non riuscirono a debellare la fierezza dei suoi figli arroccati sulle aspre vette di monte Venere e di monte Sole sorretti dall'amore e dall'incitamento dei vecchi, delle donne e dei fanciulli. Gli spietati massacri degli inermi giovinetti, delle fiorenti spose, e dei genitori cadenti non la domarono ed i suoi 1830 morti riposano sui monti e nelle valli a perenne monito alle future generazioni di quanto possa l'amore per la patria.

Marzabotto, 8 settembre 1943 – 1° novembre 1944 


Per quella “operazione” il feldmaresciallo Kesserling si complimentò con gli uomini della sedicesima divisione, in particolare con il maggiore Walter Reder.

Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue "gravissime" condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l'impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che - anzi - gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli... un monumento. A tale affermazione rispose Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe:

Lo avrai

camerata Kesselring

il monumento che pretendi da noi italiani

ma con che pietra si costruirà

a deciderlo tocca a noi

non coi sassi affumicati

dei borghi inermi straziati  dal tuo sterminio

non colla terra dei cimiteri

dove i nostri compagni giovinetti

riposano in serenità

non colla neve inviolata delle montagne

che per due inverni ti sfidarono

non colla primavera di queste valli

che ti vide fuggire

ma soltanto col silenzio dei torturati

piú duro d'ogni  macigno

soltanto con la roccia di questo patto

giurato fra uomini liberi

che volontari s'adunarono

per dignità non per odio

decisi a riscattare

la vergogna e il terrore del mondo

su queste strade se vorrai tornare

ai nostri posti ci troverai

morti e vivi collo stesso impegno

popolo serrato intorno al monumento

che si chiama

ora e sempre

resistenza.

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