Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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Lissone-prigionieri-II-guerra-mondiale

26 Avril 2016 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

frontespizio del fascicolo
frontespizio del fascicolo

Dagli archivi comunali: nominativi dei 670 lissonesi che sono stati prigionieri durante la seconda guerra mondiale, sia degli Alleati, prima dell'8 settembre 1943, che dei tedeschi.

Lissone-prigionieri-II-guerra-mondiale
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É morto un partigiano: Gabriele Cavenago ci ha lasciati

16 Avril 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Lissone, 16 aprile 2016

Gabriele Cavenago, presidente onorario della nostra Sezione ANPI di Lissone, è mancato questa mattina.

Con lui scompare un altro protagonista della guerra di liberazione dal nazifascismo.

Fronte francese, poi in Russia, sul Don, e dopo l’8 settembre 1943, partigiano, membro della 105.ma Brigata SAP della Divisione “Fiume ADDA”.

Nel 1942 è artigliere dell’ARMIR, l’Armata Italiana in Russia. Reduce, dopo l’8 settembre 1943 entra nelle fila della Resistenza armata operante nel Vimercatese come membro delle SAP (Squadre di Azione Patriottica): il 24 aprile 1945, ad un posto di blocco organizzato dai partigiani, viene ferito ad un braccio, fortunatamente senza gravi conseguenze, da un nazista appartenente ad una colonna tedesca in fuga da Monza.

Gabriele mi aveva raccontato la sua storia che qui si può leggere.

 


Nato a Caponago il 4 marzo 1920, da 65 anni risiedeva a Lissone.

Dal racconto di Gabriele Cavenago

«Presto servizio militare ad Acqui Terme dal 10 marzo 1940, artigliere con mansione di tiratore. Dopo un breve periodo di istruzione, inizio a sparare con i cannoni in un poligono di tiro. 

Il fronte francese
A metà maggio 1940, raggiungo l’Argentera, al confine francese, prima in treno fino a Cuneo, poi in colonna a piedi. Ai piedi della montagna vengono preparate le piazzole per posizionare i cannoni, obici da 149-13, in grado di bombardare il territorio francese, superando la cima della montagna.

  

Ai primi di Giugno 1940, in seguito ad un nuovo ordine, si cambia località: Colle della Maddalena, a 2000 metri, dove si montano le tende e si posizionano i cannoni. 10 giugno: l’Italia è in guerra; con i cannoni si spara verso il territorio francese per due giorni, quasi ininterrottamente, sotto una tormenta di neve.

   

fronte e retro della medaglia del “Gruppo Obici” e della “Battaglia delle Alpi”

Firmato l’armistizio tra Francia e Italia, parto per una breve licenza: ritorno poi ad Acqui Terme dove rimango fino agli inizi del 1942, allorquando arriva l’ordine di iniziare i preparativi in vista di nuova destinazione: il fronte russo.

 

Il fronte russo
 

spilla dei partecipanti all’ARMIR

A giugno 1942 partenza: trenta giorni di viaggio in treno che trasporta anche camion, trattori e cannoni, destinazione Minsk, da dove in colonna proseguo verso il Don. Lungo il percorso di trasferimento, nei pressi di Stalino, incontro mio fratello che si trovava in Russia già da alcuni mesi.
 

Il Don e la linea del fronte

Arrivo sul fronte del Don il 14 agosto 1942. In un’ansa del fiume si iniziano i lavori per la costruzione di camminamenti, rifugi, postazioni di tiro per i cannoni. La posizione è quella riservata alla Divisione Corseria.

Fine di ottobre-inizio novembre 1942: il freddo della steppa comincia a farsi sentire. Nei rifugi sotterranei si può trovare un po’ di conforto, ma i combattimenti avvengono principalmente nelle ore notturne. Si spara sui movimenti dei russi sotto la neve che cade abbondantemente.

   
Le munizioni stanno finendo. Primi di dicembre 1942: non arriva più alcun rifornimento.

Come potevano credere alla vittoria fascista i soldati sul Don che, nell’inverno 1942, ricevevano “le mele del duce” come dimostrazione dell’interesse della patria, quando mancavano di calzature, olio anticongelante e rancio adeguati al clima russo, per non parlare degli armamenti?

Si spera in un intervento dei carriarmati tedeschi, ma invano. I trattori non partono per il gelo e i russi si avvicinano. 11 dicembre 1942: accerchiati. Appena si vede uno spiraglio inizia la ritirata: per un po’ veniamo inseguiti dai carrarmati russi. Si raggiunge Karkov. Mentre troviamo un po’ di riparo in un capannone, durante una breve sosta per riposare, sopraggiungono i carrarmati russi. Riesco a salire su un camion della prima batteria del mio gruppo, ma dopo qualche ora rimaniamo senza benzina; si continua la ritirata a piedi.

Di notte cerchiamo rifugio nelle isbe: al caldo, tra vecchi, donne e bambini piccoli, possiamo riposare sul pavimento di legno dopo aver bevuto un po’ di brodaglia che ci veniva offerta. Procediamo verso Ponte del Donez dove convergevano i vari reparti: mancano all’appello 15 soldati della mia batteria: sono stati fatti prigionieri. Sempre a piedi, giungiamo il 24 dicembre a Varocscilov Grad, dove, in un cinema, trascorriamo il Natale mangiando un po’ di pasta. All’indomani si riprende la marcia: percorriamo dai 20 ai 25 chilometri al giorno. Riusciamo a salire su un treno scoperto che ci trasporta per una settimana in mezzo a bufere di neve. Per il freddo mi si stava congelando il naso: il mio tenente me lo strofina massaggiandolo con neve mista ad antigelo.

Alla metà di aprile 1943 arriviamo a Minsk; dopo una doccia e la bollitura degli indumenti per eliminare i pidocchi, si riparte a piedi in direzione Kiev dove giungiamo alla fine di aprile. Ci sistemiamo in alcune case e riusciamo ad alimentarci e a riprendere un po’ di forze.

Ai primi di maggio arrivano gli ordini di rientrare in Italia: essendo artigliere corro il rischio di finire in Germania per un corso di addestramento alla contraerea. Ai primi di giugno, dalla stazione di Kiev, si parte invece tutti per l’Italia. Appena il treno incomincia a muoversi, un aeroplano russo ci sorvola lanciando una bomba che cade fortunatamente ad una cinquantina di metri dal treno: bel saluto di addio! Si raggiunge Vienna e, attraverso il Brennero, arriviamo a Vipiteno dove siamo sottoposti a disinfezione e al cambio di indumenti. Si riparte poi per Pisa dove si rimane per 20 giorni in contumacia. Ritorno poi in caserma ad Acqui Terme: siamo ai primi di luglio 1943. Faccio lavori come muratore presso un acquedotto in attesa della licenza di 20 giorni come reduce dalla Russia. Prima di tornare al paese passo da Peschiera per incontrare mio fratello che non rivedevo dopo il breve incontro in terra di Russia.

Alla metà di agosto, al rientro dalla licenza, con cannoni e trattori nuovi, parto da Acqui Terme verso Firenze e raggiungiamo Asciano; era l’8 settembre 1943

8 settembre 1943

Ascoltiamo l’annuncio dell’armistizio. Il giorno 10 settembre nascondiamo i trattori e i cannoni in un avvallamento ed eseguiamo l’ordine del capitano “tutti liberi si ritorna a casa”. A piedi camminando lungo la ferrovia raggiungiamo la stazione di Firenze, da dove con il primo treno riesco a partire per Milano. Il capotreno ci avverte di scendere prima di arrivare in stazione Centrale per evitare di essere catturati dai tedeschi.

In prossimità di Lambrate salto dal treno e poi salgo su un tram, nascondendomi sotto i sedili dietro le gonne di alcune donne.

L’11 settembre arrivo a casa, a Caponago, che allora contava circa 3.000 abitanti. Ero uno “sbandato”. Dopo qualche giorno vengo avvicinato da un anziano antifascista del paese: decido di passare tra le fila dei partigiani, scelta condivisa da mio fratello e da un amico.

In Brianza dopo l’8 settembre non regnò la rassegnazione assoluta verso ciò che stava accadendo. Ci furono persone che cercarono di riconoscersi nella volontà di opporsi alla nuova realtà e tentarono di organizzarsi per agire.

membro delle SAP (Squadre di Azione Patriottica)

Le SAP erano concepite come piccoli gruppi di uomini che vivevano generalmente nelle loro cittadine, svolgendo, in alcuni casi, il proprio lavoro e che venivano chiamate clandestinamente a svolgere azioni di propaganda, come volantinaggi notturni e distribuzione di stampa antifascista, atti di sabotaggio, fino ad azioni di recupero di armi sottratte a militi colti in solitudine e ad azioni più complesse, terminate le quali il sappista tornava ad inserirsi nel tessuto di sempre.
“Le brigate Sap avevano reso possibile la crescita e l'impiego, quand'anche in forme diverse, di miglaia di nuovi combattenti, i migliori dei quali avevano anche affiancato e rinsanguato con forze fresche e collaudate quella gappiste continuamente falcidiate dalla repressione; avevano trasformato la guerriglia urbana, sostenuta inizialmente soltanto dai Gap, in lotta armata di massa e, come le Sap delle campagne, le cosidette Sap foranee, avevano spezzato l'isolamento che circondava la lotta armata sui monti, così le Sap cittadine hanno spezzato l'isolamento che minacciava le lotte operaie nelle fabbriche e la lotta dei Gap nelle strade.

La minore incisività della maggior parte degli interventi sappisti, rappresentati per lo più da azioni di propaganda, volantinaggi o disarmi era stata compensata dal numero complessivo delle azioni che grazie ad un impiego di massa delle forze erano progressivamente aumentate nel tempo e si erano sempre più estese sul territorio.

Diversamente dal gappista senza volto, il cui agire era sempre fulmineo, cruento e tanto più eclatante quanto invisibile, il sappista era stato il più delle volte necessariamente e deliberatamente ben visibile dimostrando con la sua presenza fisica, in carne e ossa, l'inoppugnabile esistenza e l'estensione del movimento partigiano. Negli interventi contro la trebbiatura del grano destinato all'ammasso, nella protezione delle manifestazioni di protesta delle donne o degli scioperi dellle mondine, nelle decine di comizi volanti nelle fabbriche o nei cinema, il sappista era comparso tra le masse per attirare l'attenzione e la sua presenza e la sua parola avevano infuso speranza e suscitato entusiasmi indispensabili ad alimentare il clima insurrezionale.

Le Sap, scriverà Luigi Longo, sono state «il tentativo - in gran parte riuscito - di giungere a mobilitare, via via, in modo organico, la maggior parte della popolazione» e, crediamo si possa aggiungere, sono state, per la concezione e la portata del fenomeno, uno strumento di lotta originale e forse unico nella Resistenza europea nonché il fattore decisivo e insostituibile nella preparazione e nell'affermazione dell'insurrezione nel capoluogo lombardo”.

(da “Due inverni, un'estate e la rossa primavera. Le Brigate Garibaldi a Milano e provincia. 1943-1945” di Luigi Borgomaneri){C}
 

  

Ricevevo gli ordini da Emilio Diligenti. Ero inquadrato nella Divisione “Fiume ADDA”, 105.ma Brigata SAP.

 

Tra i primi incarichi che mi sono affidati è l’affissione di manifesti e didtribuzione di volantini che incitano la popolazione a ribellarsi all’occupazione nazista e a disubbidire agli ordini della Repubblica Sociale Italiana.
“Questo metodo di comunicare coi volantini, risultava un modo di opposizione al nemico che incoraggiava moralmente la gente, portandola lentamente a simpatizzare ed avere fiducia negli uomini della Resistenza. Si creava una coscienza nella gente ed uno stimolo a partecipare al cambiamento”. Si passa poi ad azioni di sabotaggio di linee telefoniche utilizzate dai tedeschi.
Per rifornire i gruppi di partigiani sui monti servono anche armi e munizioni. Ne recuperiamo alcune abbandonate nelle caserme, poi con azioni di gruppo, tentiamo degli attacchi contro camion tedeschi in transito sull’autostrada. La stalla di mio padre si trovava a circa 200 metri dall’autostrada Milano Bergamo. Ci rifugiavamo poi nei boschi della pianura.

Per i partigiani di pianura le attività iniziali sono in gran parte ancora in funzione della montagna. Si recuperano armi, viveri, indumenti da inviare alle formazioni, si fa opera di convinzione e si procurano aiuti a chi vuole raggiungerle, si organizza il sostegno politico e morale. Le armi venivano nascoste, in un primo tempo nel fienile, poi venivano distribuite alle altre squadre partigiane. Un’azione di blocco di un’auto che trasportava un ufficiale tedesco fallisce; ci riusciranno altri partigiani nei pressi di Trezzo d’Adda.

Il 24 aprile 1945 organizziamo un nuovo posto di blocco; cerchiamo di fermare una colonna di nazisti in fuga da Monza. Armato di una pistola, affronto un tedesco che sparando mi ferisce al braccio; nell’azione, anche il comandante della nostra squadra rimane ferito. Raccolgo la pistola che mi era caduta e con l’aiuto di mio fratello trovo riparo in un cascinale, mentre la ferita continua a sanguinare. I miei compagni chiedono l’intervento di un medico di Pessano, che era amico dei partigiani, che presta le prime cure a me e al mio comandate. Entrambi siamo stati fortunati; niente di grave: dalla successiva radiografia l’osso del mio avambraccio risulterà intatto.

La colonna dei tedeschi in fuga verrà poi fermata dai partigiani nei pressi di Verderio.

 

Bruno Trentin  nel suo “Diario di guerra” ha scritto:

“La guerra in pianura, in campagna, era la scelta più pericolosa; non c’era il «fronte» ma una guerra selvaggia condotta da giovani, senza retroterra dove rifugiarsi. Era una guerra dalla quale, una volta cominciata, non si poteva tirarsi indietro. Si è scritto poco su questo versante della guerra partigiana che è la guerra in pianura, il più esposto, il più indifeso e, nello stesso tempo, impensabile senza il sostegno delle popolazioni contadine.

In pianura è stato necessario prendere le armi al nemico o organizzare dei lanci di paracadute (da parte degli Alleati) all’aperto, in piena campagna; a pochi chilometri dalle postazioni tedesche o fasciste. …

La Resistenza armata, senza un sostegno diffuso della popolazione, anche in un lontano borgo agricolo, non avrebbe potuto sopravvivere. Hanno concorso a questo processo le pessime condizioni di vita di una popolazione stremata dall’economia di guerra. E certamente ha pesato la sconfitta di una guerra, lo smantellamento dell’esercito come è accaduto all’8 settembre, e l’alternativa che si pose a molti giovani che rifiutavano l’ingresso nelle bande della Repubblica di Salò, di nascondersi o di combattere. …

Vent’anni di oppressione fascista sboccarono non in episodiche rivolte ma nel più grande movimento armato di massa dell’Europa occidentale. …

La scelta di libertà e di democrazia da parte di una generazione che non l’aveva mai conosciuta”.

 A causa della ferita, non avevo potuto partecipare alla festa della Liberazione e mi era dispiaciuto, tuttavia l’aria che si respirava era quella di un Paese che voleva al più presto riguadagnare il tempo perduto dopo le tragedie del fascismo. In quei momenti di gioia per la fine della guerra e della Liberazione, si sperava in un mondo diverso, in un mondo di pace, di giustizia sociale e di lavoro».

 


 


  
nel 40mo anniversario della Liberazione, il Sindaco di Caponago premia Gabriele Cavenago


In occasione del 64° anniversario della Liberazione, nel pomeriggio di Sabato 18 aprile 2009, presso la Biblioteca civica, si è svolto un importante appuntamento alla presenza due partigiani, il lissonese Gabriele Cavenago ed Egeo Mantovani, attuale presidente onorario dell’ANPI di Monza e Brianza.

Prima della proiezione del documentario sulla storia della Resistenza italiana, Nicoletta Lissoni ha letto, con un sottofondo di musiche di Johan Sebastian Bach, due lettere di condannati a morte durante la guerra di Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista.

A Gabriele Cavenago, che è anche presidente onorario dell’ANPI di Lissone, è stata consegnata una pergamena a ricordo del suo impegno di giovane partigiano, membro delle Squadre di Azione Patriottica.


Per questa occasione, Gabriele Cavenago ha donato all’ANPI di Lissone una bandiera storica del 1945, quando a Lissone si era costituita la sezione dell’ANPI.

 

 

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L’ANPI di Lissone a Sestri Levante

10 Avril 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

L’ANPI di Lissone a Sestri Levante

Sabato 9 aprile 2016, una delegazione dell’ANPI di Lissone ha partecipato a Sestri Levante alle cerimonie per ricordare coloro che persero la vita in combattimento o vennero uccisi dai nazifascisti nell’entroterra ligure, tra cui il lissonese Arturo Arosio.

L’ANPI di Lissone a Sestri Levante

L’intervento di Renato Pellizzoni, presidente dell’ANPI di Lissone

l’assenza che ci unisce” così sta inciso sulla piasta di pietra di Lavagna che l’ANPI di Sestri ha donato a noi, Sezione dell’ANPI di Lissone, lo scorso anno quando una delegazione dell’ANPI di Sestri è venuta a Lissone per l’inaugurazione di una piazza dedicata al partigiano Arturo Arosio.

É anche grazie a voi che siamo riusciti a far dedicare un luogo della nostra città ad Arturo Arosio, uno dei giovani fucilati a Fossa Lupara. E, in occasione del 70° anniversario della Liberazione, l’Amministrazione comunale della nostra città ha intitolato uno spazio verde “Parco della Resistenza” vicino al Largo Arturo Arosio.

Ed oggi c’é un’altra “assenza che ci unisce”: quella di Lucifero, Daniele Massa.

Purtroppo abbiamo appreso della sua scomparsa, solamente dopo i suoi funerali. Per questo, a nome di tutti i cittadini lissonesi iscritti all’ANPI, porgiamo le nostre più sentite condoglianze ai suoi familiari.

Risale all’autunno del 2007, la mia conoscenza con Lucifero. Per la prima volta ci eravamo parlati per telefono quando avevo iniziato delle ricerche sui cittadini lissonesi caduti durante la guerra di Liberazione. Quindici furono i nostri concittadini che persero la vita per mano dei nazifascisti: otto vennero fucilati e sette non tornarono dai lager nazisti.

Fu allora che Lucifero mi invitò a partecipare alle cerimonie per ricordare coloro che persero la vita in combattimento o vennero uccisi dai nazifascisti nell’entroterra ligure. E così dalla primavera del 2008, ogni anno, membri dell’ANPI di Lissone sono stati presenti qui a Santa Margherita di Fossa Lupara.

E nel 2011, in occasione del suo compleanno, avevamo nominato Daniele Massa membro onorario della nostra Sezione.

Con la scomparsa di Lucifero viene a mancare un altro testimone diretto e un protagonista di quei giorni in cui uomini e donne, con il loro impegno e con il loro sacrificio, hanno riscattato la dignità del nostro Paese, contribuendo alla sua liberazione dal fascismo, un regime che lo aveva oppresso per più di vent’anni.

Ha scritto. il partigiano Enzo Biagi, nome di battaglia “il Giornalista”, nel suo libro “I quattordici mesi”:

«Il 25 aprile 1945 l’Italia era finalmente libera dall’occupazione nazista e dal fascismo: Quando ripenso a quel periodo, provo l'orgoglio di chi si sente di essere stato dalla parte giusta».

Ricordando Daniele Massa, desideriamo essere riconoscenti a tutti coloro che in vari modi hanno partecipato alla Resistenza.

Io sono nato quando è entrata in vigore la Costituzione della Repubblica italiana, in un Paese libero e democratico: libertà e democrazia che i miei genitori, la cosiddetta "generazione del Littorio", avevano dovuto conquistare faticosamente.

Non ho vissuto gli orrori della seconda guerra mondiale, una guerra inutile e sciagurata in cui l’Italia era stata trascinata dal regime dittatoriale fascista, che aveva fatto della guerra un dato fondamentale della propria azione politica e dell'educazione dei giovani.

Come viene anche affermato nel documento del prossimo congresso nazionale della nostra associazione, “la memoria” non può che restare ed essere il primo compito dell’ANPI, quello più tradizionale e consono alle sue stesse finalità.

É questo il compito che tocca a noi ed è per questo che oggi siamo venuti qui a Sestri, è questo il significato della nostra presenza.

Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
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Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016
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Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016

Sestri Levante alcuni momenti della cerimonia 9 04 2016

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INTERVENTO PER IL CONGRESSO ANPI 2016 SULLE RIFORME ISTITUZIONALI

10 Avril 2016 , Rédigé par anpi-lissone

INTERVENTO PER IL CONGRESSO ANPI 2016 SULLE RIFORME ISTITUZIONALI

Di seguito l'intervento di Giovanni Missaglia, vicepresidente dell'ANPI di Lissone, al Congresso provinciale, tenutosi domenica 3 aprile a Lissone presso Palazzo Terragni.

1. Il primo passo dovrebbe essere di “pulizia linguistica”. Smettiamo di accettare la denominazione di “riforma del Senato” per una riforma che in realtà modifica tutta la parte seconda della nostra Costituzione: il tipo di bicameralismo, il processo di formazione delle leggi, il rapporto tra Governo e Parlamento, le modalità di elezione degli organi di garanzia. Prendiamo i titoli che strutturano la parte seconda della Costituzione. Titolo I: il Parlamento; Titolo II: il Presidente della Repubblica; Titolo III: il Governo; Titolo IV: la Magistratura; Titolo V: Comuni, Provincie e Regioni; Titolo VI: Garanzie costituzionali. Nessuna, dico nessuna di queste parti non è toccata dalla riforma. A rigore, siamo molto oltre il potere di “revisione costituzionale” previsto dall'articolo 138, che dovrebbe limitarsi a modifiche puntuali e omogenee. Qui siamo all'esercizio abusivo di un vero e proprio “potere costituente”, che richiederebbe ovviamente una vera assemblea costituente eletta con metodo proporzionale, non un Parlamento eletto con legge dichiarata incostituzionale dalla Corte! La modifica della parte seconda non può non incidere sulla prima e, direi di più, sugli stessi principi fondamentali. Prendiamo, per esempio, l’articolo 1, che stabilisce che la sovranità popolare si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Siccome cambiano questa forme e questi limiti, viene di fatto modificato lo stesso principio della sovranità popolare.

2. A proposito di pulizia linguistica: ci diranno che siamo contro “il cambiamento”, che siamo “conservatori”, “passatisti” ostinatamente incapaci di vedere che il mondo è cambiato. Dobbiamo essere molto chiari su questo punto. L'ANPI non è in linea di principio contraria a qualsiasi modifica costituzionale. Anzi, dobbiamo stare molto attenti a fare nostri slogan come “la Costituzione non si tocca” o “giù le mani dalla Costituzione”, che lasciano pensare a una specie di feticismo della Costituzione. La Costituzione non è un feticcio, non è un idolo e noi abbiamo ripetutamente dichiarato, anche attraverso delle proposte di merito, la nostra disponibilità a superare il bicameralismo perfetto. Detto questo, è ovvio che la parola “cambiamento”, di per sé, non significa nulla ed è profondamente ambivalente. I cambiamenti possono essere progressivi o regressivi e noi pensiamo che le modifiche istituzionali proposte dal Governo siano profondamente regressive. Chiedere la “conservazione” di alcune norme della Costituzione che la proposta governativa vuole cancellare significa opporsi al regresso, al grave passo indietro che un simile “cambiamento” finirà per determinare. Dobbiamo dire chiaramente che il cambiamento non è un valore in sé: nessuno cambierebbe la donna che ama con la prima che passa o una bottiglia di buon vino con un altro che non vale niente. Ma il vero punto è un altro: i termini “conservatore” e “progressista” non indicano, meccanicamente, chi vuole conservare e chi vuole cambiare, ma chi vuole conservare un certo assetto sociale e chi lo vorrebbe modificare per allargare gli spazi di partecipazione, di uguaglianza e di democrazia. In materia istituzionale, poi, storicamente i conservatori sono sempre stati coloro che hanno difeso le prerogative del Governo, dell’esecutivo, contrastando la crescita del ruolo del Parlamento, del legislativo: insomma, la buona borghesia timorosa di un eccessivo protagonismo popolare, di un trasferimento di competenze da un organo ristretto di maggioranza, il Governo, a un organo più largo di rappresentanza, il Parlamento. Ora, poiché questa riforma sposta clamorosamente il baricentro dal legislativo all’esecutivo, chi è il vero conservatore?

Ma, si obietta, bisogna rafforzare il potere del Governo per sbloccare una democrazia rissosa e incapace di decidere. Insomma, la governabilità esige queste riforme. Vediamo.

3. In primo luogo, non dimentichiamo che è un grave errore imputare al sistema costituzionale tutti i difetti del sistema politico: le regole istituzionali sono importanti, importantissime, ma è illusorio credere che l'instabilità dei governi, la rissosità delle maggioranze, le lentezze legislative, ecc., dipendano solo o principalmente dalle norme della Costituzione. Tant'è vero che con queste stesse regole i governi hanno avuto la durata più diversa (Berlusconi ha doppiato Prodi, Renzi ha doppiato Letta) e il Parlamento ha saputo legiferare rapidissimamente e a colpi di fiducia o, al contrario, ha discusso per mesi senza risultato. Nessuna norma costituzionale può sostituirsi alla coesione politica e nessun sistema costituzionale determina da solo l'efficacia di un sistema politico.

In secondo luogo, se è vero che è importante che una democrazia sappia decidere, che, come si dice, una democrazia sia “decidente” (e abbiamo appena visto che lo sa benissimo essere anche con queste regole costituzionali), è almeno altrettanto importante che una democrazia sia rappresentativa, capace di dare espressione istituzionale alle tante voci della società italiana. Non è forse vero che questo è il momento storico di un vertiginoso calo della partecipazione elettorale e della dilagante indifferenza politica? O riusciremo a costruire un Parlamento sufficientemente rappresentativo o la distanza tra la Piazza e il Palazzo, tra il Paese reale e il Paese Legale, tra – per dirla col linguaggio dei populisti – la Gente e la Casta diventerà incolmabile, dando spazio a tutti i populismi che giustamente ci preoccupano. Perché il populismo, non dimentichiamolo, non nasce solo o tanto nel contesto di una democrazia che non sa decidere, ma soprattutto in quello di un sistema istituzionale autoreferenziale che non sa rappresentare.

4. Nel merito, ciò che innanzitutto ci preoccupa profondamente è l'effetto congiunto, il combinato disposto come dicono i giuristi, della nuova legge elettorale, l'Italicum, e delle riforme costituzionali. Questo è il punto essenziale. Se passasse la riforma costituzionale, come noto non vi sarebbe più il rapporto di fiducia tra Governo e Parlamento, ma solo tra Governo e Camera dei deputati. Il Senato, che, a proposito di pulizia linguistica, continuerebbe ad esistere e non verrebbe affatto “abolito”, non dovrebbe più accordare né potrebbe più revocare la fiducia al Governo. Ma allora, si dirà, la Camera dei deputati dovrà essere eletta in modo da garantire una vera rappresentanza del “popolo sovrano” di cui al primo articolo della Costituzione. Se solo la Camera sarà legata da un rapporto fiduciario col Governo, se, come si dice, solo la Camera dei deputati sarà la “camera politica”, allora ci aspetteremmo una legge elettorale che consenta a questa Camera sia, certo, di garantire al Governo la maggioranza per governare, sia però di rappresentare in maniera adeguata le opposizioni. Ma purtroppo non è così. L'Italicum garantisce forzosamente al Governo una maggioranza stabile con un incredibile premio di maggioranza, ma proprio per questo mortifica in modo impressionante la rappresentatività. La forza politica (anche da sola e non coalizzata!) che al ballottaggio avrà raggiunto il 40% dei voti avrà il 55% dei seggi. Al ballottaggio! A prescindere dall’anomalia di un ballottaggio nazionale (il ballottaggio in genere riguarda due candidati ed ha carattere territoriale), nulla vieta, quindi, che al primo turno possa aver ottenuto anche una percentuale molto ma molto inferiore. Aggiungete che i capilista saranno bloccati, come nel Porcellum, decisi dai vertici dei partiti, e che sarà ancora possibile il meccanismo delle pluricandidature (un candidato, lo stesso candidato, in 10 collegi elettorali, alla faccia del rapporto tra i candidati e il territorio!) in modo che anche i secondi eletti saranno di fatto controllati dai partiti più che decisi dagli elettori. Il pluricandidato, infatti, dovrà ovviamente optare per un collegio, lasciando graziosamente al secondo “eletto” il suo seggio. Insomma, una Camera dei deputati di “yes men”, di fedelissimi sempre pronti a votare le proposte del Governo, anzi del capo del Governo, alla faccia della divisione dei poteri e della funzione di controllo del Parlamento. Questo è tanto più vero se si pensa che con l’introduzione dell’istituto del cosiddetto voto a data certa, il Governo potrà imporre al Parlamento contenuto e tempistica dei provvedimenti che considera più importanti. Insomma, verrà costituzionalizzata la tendenza già in atto per cui non è il Parlamento a controllare il Governo, ma il Governo a controllare il Parlamento. Aggiungete, infine, che i deputati così “eletti” continueranno ad essere 630, mentre i senatori saranno solo 100: in questo modo la Camera, pura emanazione del Governo e solo in minima parte espressione delle opposizioni, riuscirà di fatto a controllare anche l'elezione degli organi di garanzia, il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale, cioè delle istituzioni che per eccellenza dovrebbero essere super partes, espressione del Paese in tutte le sue articolazioni e non della sola maggioranza governativa. Si obietta: ma è già così da molto tempo. Infatti! Questa riforma sta di fatto costituzionalizzando la sciagurata prassi della seconda Repubblica per cui chi vince (con leggi elettorali molto “premianti”) si prende tutto, governo, sottogoverno, ma anche cariche istituzionali. Niente a che vedere con la prima Repubblica, quando la sensibilità costituzionale e la preoccupazione per l’equilibrio dei poteri prevedevano che almeno una delle due Camere fosse presieduta dall’opposizione.

5. Veniamo rapidamente al Senato. I sostenitori della riforma useranno spudoratamente e populisticamente l'argomento “i senatori non saranno più pagati”. Ma il risparmio non è un argomento quando sono in gioco gli equilibri costituzionali della Repubblica, altrimenti dovremmo semplicemente abolire il Parlamento! E poi, a proposito di risparmio, non sarebbe stato molto più ragionevole dimezzare il numero di parlamentari, quindi anche dei deputati, mantenendo l'equilibrio delle istituzioni? O, persino, introdurre il monocameralismo, ma prevedendo ovviamente l'elezione dell'unica assemblea legislativa con una legge elettorale davvero rappresentativa? Soprattutto, non ci convince affatto né il modo in cui il nuovo Senato verrà formato né il tipo di funzioni che gli verranno attribuite. Il Senato non sarà più eletto direttamente dai cittadini, ma dai Consigli regionali e fra i consiglieri regionali, anche se, dice misteriosamente il testo della riforma, “nel rispetto della scelta dei cittadini”. Un pasticcio pericoloso: attraverso quella che in gergo si chiama “riserva di legge”, il nuovo articolo 57 rimanda a una futura legge elettorale per le Regioni, che dovrà fare in modo, chissà come?, che i consiglieri regionali eletti dai cittadini eleggano poi i senatori nel rispetto della scelta dei cittadini che, però, non avranno il potere di eleggere direttamente i senatori! Miracolo lessicale prima ancora che politico: i cittadini scelgono ma non eleggono i nuovi senatori! E ancora. Si dice, nel testo della riforma, nel nuovo articolo 67, che solo la Camera dei deputati rappresenta la Nazione, mentre il Senato rappresenta le istituzioni territoriali. Bene: in effetti, non si vede perché i senatori eletti, poniamo, dal Consiglio regionale della Lombardia dovrebbero rappresentare la Nazione. Ma allora perché attribuire al nuovo Senato un potere identico a quello della Camera dei deputati in materia di revisione costituzionale? Perché dei senatori eletti su base territoriale e per rappresentare i territori dovrebbero poter riformare la Costituzione della Repubblica italiana e non, giustappunto, lo Statuto della Regione che sono chiamati a rappresentare? E, soprattutto, come si può pensare che un Senato non eletto direttamente dal popolo sovrano possa esercitare il potere sovrano per eccellenza, quello di modificare la Costituzione del Paese? Infine, a proposito di costi e dell'argomento demagogico del risparmio, ovviamente resteranno inalterati i costi della struttura del Senato e questi senatori part-time, che dovranno anche fare i consiglieri regionali, dovranno pur essere spesati per le loro frequenti uscite romane.

Tutto questo potrà almeno servire a semplificare il processo legislativo? Nient'affatto. Come da settimane denuncia Alessandro Pace, professore emerito di Diritto costituzionale, insieme a decine di altri costituzionalisti, vi saranno leggi approvate dalla sola Camera, leggi approvate dal solo Senato, leggi approvate dalla Camera ma su cui il Senato avrà un “potere di richiamo”, chiedendo di discuterle, ecc. Ci saranno, continua Pace, almeno sette o otto tipi diversi di votazione delle leggi ordinarie con conseguenze pregiudizievoli per il funzionamento del Parlamento e con una prevedibile esplosione dei conflitti di attribuzione.

Insomma, almeno i principi fossero stati sacrificati sull'altare dell'efficienza. Qui i principi sono stati sacrificati all'insegna di un colossale pasticcio.

6. Merita una parola anche l'ennesimo intervento sul titolo V della parte seconda, quello dedicato agli enti locali. Si sa che, in base alla riforma proposta, molte materie che ora sono di competenza regionale o di competenza concorrente tra Stato e Regioni verranno affidate allo Stato. La legislazione concorrente verrà eliminata. Ognuno di noi può giudicare diversamente questa “ristatalizzazione” di molte materie, specie dopo la discutibile riforma del 2001. Ma allora perché, con una mano, attuare una nuova centralizzazione del potere e, con l'altra, esaltare retoricamente il ruolo dei “territori” e prevedere un Senato che rappresenti, appunto, le istituzioni territoriali?

7. Infine, ci si obietta anche al nostro interno: ma come facciamo a stare dalla stessa parte di Salvini e di Brunetta? Se volessi cavarmela con una battuta, dovrei dire: e allora? Oppure potrei dire che in realtà è stato lo stesso Renzi a politicizzare il referendum trasformandolo in un plebiscito sulla sua persona. Ma non voglio cavarmela così. Ricordiamoci allora la più grande lezione dei nostri Costituenti: la capacità di tenere distinto il piano politico da quello istituzionale. Votarono insieme, il 22 dicembre 1947, il testo della Costituzione, nonostante la drammatica rottura politica del maggio dello stesso anno, quando vi fu la cosiddetta “espulsione delle sinistre dal Governo”, che fino ad allora era stato di unità nazionale. I nuovi equilibri nazionali e internazionali imponevano l’uscita dei socialisti e dei comunisti dall’area di governo, ma questo non impedì il voto unanime in Assemblea Costituente. Grande lezione di responsabilità: non confondere la lotta politica contingente con il terreno delle istituzioni comuni E, allora, dovremmo dire di sì a una riforma costituzionale per il solo fatto che Brunetta e Salvini dicono di no? Non finiremmo per replicare, a parti invertite, la pura logica di schieramento e di posizionamento politico che contestiamo ai Brunetta e ai Salvini? Manteniamoci davvero sul terreno istituzionale, l’unico proprio per l’Anpi, se ne siamo capaci. Su questo terreno così alto, così proprio delle ragioni statutarie della nostra associazione, incontreremo solo buoni amici e non ci dovremo guardare dalle cattive compagnie.

Giovanni Missaglia

testo dell'intervento di Giovanni Missaglia sulle riforme istituzionali in formato pdf

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Un secolo tra i banchi di scuola. Lissone dall’Unità d’Italia agli anni Sessanta

31 Mars 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

locandina della presentazione
locandina della presentazione

Sabato 2 aprile alle ore 14,45 nella sala polifunzionale della Biblioteca civica di Lissone in piazza IV Novembre, é stato presentato il libro di Renato Pellizzoni “Un secolo tra i banchi di scuola. Lissone dall’Unità d’Italia agli anni Sessanta”.

Il libro è un viaggio nel mondo della Scuola primaria nel contesto delle trasformazioni sociali, economiche e politiche dell’ Italia e della città di Lissone.

«L’istruzione è una condizione sine qua non della libertà, dell’uguaglianza e della democrazia».

Nicolas de Condorcet (1743–1794)

immagini del libro
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La scomparsa di Daniele Massa presidente dell’ANPI di Sestri Levante

30 Mars 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Daniele Massa a Lissone, marzo 2015
Daniele Massa a Lissone, marzo 2015

Daniele Massa, Lucifero ci ha lasciati.

Esattamente un anno fa, Lucifero era venuto nella nostra città di Lissone per l’inaugurazione di una bella piazza dedicata ad Arturo Arosio, partigiano lissonese fucilato nel marzo 1945 a Sestri Levante.

Nell’autunno del 2007, per la prima volta ci eravamo parlati per telefono quando avevo iniziato delle ricerche sui cittadini lissonesi caduti durante la guerra di Liberazione. Fu allora che mi invitò a partecipare alle cerimonie per ricordare coloro che persero la vita in combattimento o vennero uccisi dai nazifascisti nell’entroterra ligure. E così dalla primavera del 2008, ogni anno, membri dell’ANPI di Lissone sono stati presenti a Santa Margherita di Fossa Lupara.

Ricordiamo Daniele Massa per la sua instancabile attività nell’ANPI e anche la sua partecipazione al 15° congresso nazionale della nostra associazione svoltosi nel 2011. E proprio in quell’anno lo avevamo nominato membro onorario della nostra Sezione.

Lucifero a Lissone 22 marzo 2015
Lucifero a Lissone 22 marzo 2015
Lucifero a Lissone 22 marzo 2015
Lucifero a Lissone 22 marzo 2015
Lucifero a Lissone 22 marzo 2015

Lucifero a Lissone 22 marzo 2015

Abbiamo potuto conoscere il suo impegno, prima come giovane partigiano, e poi, dopo la guerra, come amministratore comunale, attraverso una sua testimonianza, pubblicata nel libro “Come fosse ieri ...” di Ornella Visca, che riportiamo:

«Mi chiamo DANIELE MASSA e sono nato a Velva, nel comune di Castiglione Chiavarese, il 10 aprile 1924. All'età di nemmeno 6 anni sono rimasto orfano di padre e mia mamma è rimasta vedova a quarant'anni con otto figli, il più grande dei quali aveva 21 anni.

Si viveva da contadini a mezzadria, perciò la vita era di stenti. Con mio padre si viveva meglio perché lui, oltre che il mezzadro, faceva anche il muratore e si andava avanti discretamente. Dopo la sua morte mia mamma ha mandato le mie sorelle a fare le donne di servizio, mentre noi più piccoli stavamo in casa con lei. Io facevo il chierichetto e dicevano che ero molto bravo. Il parroco del paese si interessò, d'accordo con mia madre, per trovarmi un posto in seminario a Chiavari, in poche parole per farmi diventare prete; ma, alla sera della vigilia della mia partenza per il seminario, mentre mi trovavo con mia mamma in casa di un mio zio; questo mio zio, per scherzo, mi disse: "Vai a farti prete e così non potrai nemmeno prendere moglie, sei proprio un belinun!" lo mi sono messo a piangere e non sono più voluto partire. Ho poi passato alcuni anni a lavorare con questo mio zio, naturalmente quando ero libero dalla scuola.

Finita la quinta elementare, mia mamma, io, mio fratello del '22 e una mia sorella del '26 ci trasferimmo a Sestri Levante ed io andai a fare il garzone in un negozio di alimentari nell'attuale Piazza della Repubblica, dove rimasi fino a 15 anni. Nel novembre del '39 entrai nella FIT, Fabbrica Italiana Tubi, di Sestri Levante e andai avanti fino a che iniziò la guerra. Si lavorava da bestie, 12 ore al giorno e il mangiare era sempre meno, era stato razionato con la tessera annonaria.

Il 1° dicembre del '43 ci fu il primo bombardamento a Sestri, dove rimasi ferito. Dopo la mia guarigione, io e mio fratello del '22 scegliemmo di andare in montagna con i partigiani. Fu una lotta molto dura, di stenti, privazioni, freddo e fame, ma finalmente arrivò la Liberazione il 25 aprile '45. Dopo la Liberazione mi fermai per parecchi mesi al Comando della Divisione "Coduri", dove facevo il segretario del comandante "Virgola". Quando nacque l' ANPI, divenni il primo presidente della sezione di Sestri Levante. Quando eravamo ancora in montagna, nel dicembre del '44, io e mio fratello aderimmo al PCI. Rientrai in FIT, ma non smisi mai la mia attività sia nell'ANPI sia nel partito. Nel 1956 fui candidato per la prima volta alle elezioni amministrative e divenni assessore alla Pubblica Istruzione, carica che mantenni fino al 1964, mentre rimasi consigliere comunale fino al 1969, quando mi ritirai dall'attività politica. Non smisi mai invece di dedicarmi al rafforzamento dell' ANPI, cosa che faccio ancora oggi con grande piacere e con molta soddisfazione.

Nel 1979 - '80 cominciai a dare attività anche nella cooperazione e proprio in quegli anni fui eletto presidente della Sezione Soci della Coop di Sestri Levante, carica che detengo ancora oggi».

Abbiamo potuto conoscere anche uno dei momenti critici sia di Lucifero, ventenne partigiano della Divisione garibaldina “Coduri”, che dell’intero movimento di Resistenza italiana, nell’inverno 1944.

Dal libro “Scarpe rotte e pur bisogna andar ...” di Daniele Massa “Lucifero”:

«La grande delusione del novembre 1944.

In questo mese noi tutti eravamo convinti che entro Natale l'Italia sarebbe stata liberata dai nazi-fascisti e che non avremmo dovuto passare un altro intero inverno in montagna. Invece arrivò la doccia fredda del proclama di Alexander, nel quale ci si invitava ad andare a casa, in attesa che gli alleati si potessero organizzare per la primavera del '45, per sferrare l'attacco finale.

Ora, ragionando ci un po' sopra e attentamente, quasi quasi verrebbe da dire che fu una specie di tradimento che ci fecero: come potevamo noi abbandonare la lotta e tornare a casa, come se fossimo un esercito regolare e potessimo trasferirei regolarmente da una zona all'altra o addirittura tornare a casa? Tornare a casa voleva dire consegnarci nelle mani dei fascisti e dei nazisti e lascio immaginare quali sarebbero state le conseguenze alle quali saremmo andati incontro. E' pur vero che gli alleati nel proclama facevano presente la difficoltà di poter continuare l'offensiva, senza rifornimenti di armi e munizioni e col tempo che si presentava, e loro non avrebbero potuto venire avanti, considerando anche che c'era da sfondare la linea gotica, ma invitarci ad andare a casa era come avviarci al suicidio. Come reagimmo a tutto questo? Pur essendo consapevoli a cosa si andava incontro, le formazioni partigiane decisero che si doveva continuare a combattere e si può dire che questa decisione venne presa all'unanimità.

Quanto ai tedeschi e ai fascisti, a questo proclama non gli parve nemmeno vero di poter togliere delle truppe dal fronte e preparare un grande rastrellamento, che infatti avvenne nel gennaio '45: i nostri nemici erano convinti di annientare una volta per sempre le bande di ribelli che erano in montagna.

Quello che noi imputavamo agli alleati fu proprio il modo in cui si propagandò questo messaggio; ci parve che si sarebbero potuti usare altri sistemi perché i partigiani fossero informati di questo momentaneo arresto dell'offensiva alleata. Invece il proclama venne diffuso via radio e, come lo ascoltammo noi, altrettanto fecero i nostri nemici i quali, rassicurati che non ci sarebbe stata per il momento nessuna offensiva, ebbero tutto il tempo di preparare loro la propria offensiva.

Quale fu la strategia partigiana quando tedeschi, fascisti, mongoli vennero su in montagna? Tanti partigiani di quelle montagne seppero preparare dei nascondigli perfetti e riuscirono a salvarsi, ma il grosso della nostra formazione scese giù nelle vallate, vicino alle città; per noi, per esempio, la vallata di S. Vittoria, una vallata nella quale, come ho già detto, quasi in ogni famiglia vi era un partigiano, fu un rifugio perfetto, con l'aiuto dei nostri collaboratori; ed erano in molti ad aiutarci: dalle gallerie della miniera di Libiola a tutti gli anfratti della boscaglia, si crearono dei nascondigli che ci permisero di salvare il grosso della nostra formazione. Appena passata la bufera del mese di gennaio, ai primi di febbraio si ritornò sui nostri monti.

Si può dire che questa fu come una presa in giro dei nostri nemici, anche se parecchi dei nostri furono presi, anche a causa di qualche spiata e di qualcuno che si era infiltrato nelle nostre file facendo il doppio gioco».

Ricordando Daniele Massa, desideriamo essere riconoscenti a quegli uomini e a quelle donne che, con il loro impegno e a volte con il loro sacrificio, durante la Resistenza hanno riscattato la dignità del nostro Paese. E, come viene anche affermato nel documento del prossimo congresso nazionale della nostra associazione, “la memoria” non può che restare ed essere il primo compito dell’ANPI, quello più tradizionale e consono alle sue stesse finalità.

Renato Pellizzoni

presidente della Sezione ANPI di Lissone

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8 marzo: Giornata internazionale della donna

8 Mars 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

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Oltre il ponte

O ragazza dalle guance di pesca

Ragazza dalle guance d’aurora,

o spero che a narrarti riesca

La mia vita all’età che tu hai ora.

Coprifuoco: la truppa tedesca la città

dominava. Siam pronti.

Chi non vuole chinare la testa

Con noi prenda la strada dei monti.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte

Oltre il ponte ch’è in mano nemica,

Vedevam l’altra riva, la vita.

Tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte.

Tutto il bene avevamo nel cuore.

A vent’anni la vita è oltre il ponte.

Oltre il fuoco comincia l’amore.

...

Non è detto che fossimo santi,

L’eroismo non è sovrumano.

Corri, abbassati, dài, balza avanti.

Ogni passo che fai non è vano.

Vedevamo a portata di mano,

Dietro il tronco, il cespuglio,

il canneto l’avvenire di un mondo

più umano, più giusto,

più libero e lieto.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte ...

Ormai tutti han famiglia, hanno figli.

Che non sanno la storia di ieri. Io son

Solo e passeggio tra i tigli

Con te, cara, che allora non c’eri.

Vorrei che quei nostri pensieri

Quelle nostre speranze d’allora

Rivivessero in quel che tu speri,

ragazza color dell’aurora.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte ...

Italo Calvino

 

 

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Germana Romanato ci ha lasciati

4 Mars 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Germana Romanato ci ha lasciati

Lunedì 7 marzo alle ore 14, nel cortile della sede del Sindacato Pensionati Italiani CGIL di Lissone in piazza Cavour 2, si sono svolti i funerali in forma civile di Germana Romanato.

Germana Romanato, nata a Lissone 28 agosto 1930, era la vicepresidente onoraria della nostra associazione.

La ricordiamo per il suo impegno prima nel Partito Comunista Italiano, nella Camera del Lavoro di Lissone e poi nell’ANPI.

Ricordiamo la sua dedizione indefettibile alla causa dei diritti dei lavoratori.

Nel 2005 era stata tra le promotrici della ricostituzione della sezione dell’ANPI nella nostra città.

Nel 2007 a Germana avevamo consegnato la tessera onoraria dell’ANPI con la seguente motivazione: «Moglie di un partigiano, Gaetano Cazzaniga, morto prematuramente all’età di 42 anni in seguito a malattia, conseguenza dei gravi disagi, delle fatiche e delle sofferenze patite in guerra (Albania e Grecia) e poi come membro della Resistenza.

Costante ed instancabile è stato il suo impegno nel sindacato, nei movimenti femminili per l’emancipazione della donna, nella vita politica locale, nell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia».

Sempre coerente con le sue idee, ferma nei suoi principi di giustizia e democrazia, custode della memoria dei tragici avvenimenti che insanguinarono la nostra città durante la seconda guerra mondiale, aveva più volte espresso il suo desiderio di vedere un nuovo monumento dedicato ai caduti lissonesi durante la Resistenza in Piazza Libertà.

Ha sempre partecipato alle nostre iniziative, alle commemorazioni, ai viaggi della Memoria, alle conferenze fino a quando le sue condizioni di salute glielo hanno consentito.

I suoi modi, a volte bruschi e diretti, nascondevano un animo sensibile, capace di grande affetto come quello che si era stabilito tra di noi e che mi mancherà.

Tutti i soci dell’ANPI di Lissone sono affettuosamente vicini alla figlia Marianella, membro del direttivo della nostra associazione.

Renato Pellizzoni presidente della Sezione ANPI “Emilio Diligenti” di Lissone

Germana Romanato ci ha lasciati
Germana Romanato ci ha lasciati
Germana Romanato ci ha lasciati
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6 marzo, Giornata europea dei Giusti

3 Mars 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

É una festività proclamata nel 2012 dal Parlamento europeo per commemorare coloro che si sono opposti con responsabilità individuale ai crimini contro l'umanità e ai totalitarismi.

Il Memoriale Yad Vashem, a Gerusalemme, ha, tra i suoi scopi, anche quello di onorare i non ebrei che rischiarono la loro vita e quella dei familiari per salvare degli ebrei. L'esempio dei “Giusti” ci offre una altissima lezione di umanità.

Alla ricerca dei Giusti di Nathan Ben Horin, membro della Commissione per il riconoscimento dei Giusti di Yad Vashem. 

Nella primavera del 1943, ricercato dalle autorità francesi di Vichy come disertore da un campo di internamento nei pressi di Limoges, mi rifugiai a Grenoble, nella zona d'occupazione italiana della Francia sudorientale. Per gli ebrei perseguitati questa zona era divenuta - dall'inizio del novembre 1942 all'8 settembre 1943 - un'oasi di sicurezza e di serenità. Protetti non solo contro le persecuzioni tedesche, ma anche contro le misure dei loro collaboratori francesi tese alla consegna ai nazisti per la deportazione nei campi di sterminio, gli ebrei riuscirono lì, fra l'altro, anche a costituire, in piena luce del giorno, una rete di resistenza e di salvataggio. Grazie a questa organizzazione, animata dal movimento di gioventù sionista (MIS) e dagli scout ebrei (EIF), migliaia di bambini furono tratti in salvo, trasferiti clandestinamente in Svizzera. Tutto questo finì, però, tragicamente l'8 settembre 1943, con l'occupazione tedesca dell'Italia. Tuttavia, come osserva il professor Daniel Carpi dell'Università di Tel Aviv (studioso di origine italiana, ha dedicato diverse pubblicazioni al salvataggio degli ebrei nella zona d'occupazione italiana in Francia, Grecia, Croazia e Tunisia), le condizioni create nella zona italiana permisero a non poche persone braccate di nascondersi ugualmente tra la popolazione locale fino alla Liberazione.

Quando, anni più tardi, giunsi in Italia in missione diplomatica, sentii spesso, nei contatti con gli ebrei locali, i racconti del loro salvataggio da parte di connazionali cristiani. L'incontro, poi, con chi, in seguito, doveva essere mia moglie, mi confermò ulteriormente l'immagine che mi ero fatto sul comportamento degli italiani durante la Shoah. Infatti lei, i genitori e la sorella erano sopravvissuti ad Assisi grazie all'aiuto generoso e coraggioso della rete di salvataggio organizzata dal clero locale.

Ma nello stesso tempo conobbi anche l'altro lato della medaglia, cioè la collaborazione attiva di funzionari, ai diversi livelli, nella cattura e consegna agli aguzzini nazisti di circa metà degli ebrei italiani deportati. E questo senza parlare dei delatori che per odio antisemita o per squallidi calcoli di lucro contribuirono al tragico destino delle loro vittime, tra cui anche numerosi parenti di mia moglie.

Ma questi italiani furono. una minoranza in mezzo a una popolazione che, in genere, si era dimostrata una delle più umane d'Europa.

Quando nel 1994 fui nominato membro della Commissione per la designazione del «Giusti tra le Nazioni» di Yad Vashem incaricato in particolare delle pratiche italiane, mi stupì il numero esiguo di italiani riconosciuti come “Giusti”, cioè un po' più di 120.

E vero che l'entità della comunità ebraica italiana era infinitamente inferiore a quella delle comunità dell'Europa centrale e orientale e molto meno numerosa perfino di quelle della Francia, del Belgio e dell’Olanda. Ma questo dato di fatto non poteva spiegare da solo la palese discrepanza.

Ed è proprio il carattere diffuso della solidarietà dimostrata in Italia, in contrasto con ciò che si era verificato nella maggior parte degli altri paesi europei, e soprattutto in quelli orientali, che fece sì che l'esperienza vissuta apparisse agli ebrei italiani quasi “normale”, anche se certamente non dimenticata o minimizzata. I salvati hanno generalmente mantenuto legami di amicizia con i soccorritori, manifestando loro ricordo e gratitudine, anche tramite la pubblicazione della storia del loro salvataggio.

Risulta poi che per molti anni non si era stati a conoscenza della funzione specifica di Yad Vashem nel dare un riconoscimento ai soccorritori. Inoltre, sul piano italiano locale, erano stati conferiti degli attestati d'onore. Così l'Unione delle Comunità Israelitiche (poi ebraiche) italiane, nell'aprile del 1955, in occasione del decimo anniversario della Liberazione, aveva insignito della medaglia d'oro diversi benemeriti. Singole comunità ebraiche, come quelle di Roma e Firenze, avevano fatto altrettanto.

Per quanto riguarda poi gli ebrei stranieri sopravvissuti in Italia, essi, dopo la Liberazione, si erano sparsi per il mondo, perdendo contatto con i loro benefattori e ignorando, a volte, perfino la loro identità o il loro domicilio. Stabilitisi all'estero, non hanno però dimenticato, generalmente, l'aiuto ricevuto. Così si spiega l'immagine molto positiva di cui gode l'Italia, per quanto riguarda il periodo della Shoah, negli ambienti ebraici nel mondo e in particolare in Israele. Spesso il rapporto fra salvati e soccorritori era di brevissima durata, come nel caso dei passaggi clandestini in Svizzera, che si svolgevano per lo più nell'anonimato per l'alto grado di rischio. Questo è vero, in parte, anche per la compilazione e la consegna di documenti d'identità e di carte annonarie falsi, necessari per una sopravvivenza meno esposta. Molti dei protagonisti di queste azioni rimarranno per sempre ignoti.

Per rendere giustizia in modo più adeguato alla vera dimensione della solidarietà umana manifestatasi in Italia, si imponeva quindi un lavoro di ricerca capillare, non facile a distanza di decenni dagli eventi.

In seguito ad appelli diffusi sulla stampa italiana e in particolare su quella ebraica, in cui si sollecitavano segnalazioni di casi di salvataggio, cominciarono ad arrivare a Yad Vashem nuove testimonianze. Nello stesso senso operò anche il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) di Milano e l'Associazione degli amici di Yad Vashem in Italia, nella persona di Emanuele Pacifici. Anche resoconti da parte dei media di cerimonie di consegna della “Medaglia dei Giusti” in diverse località in Italia servirono spesso a spronare la memoria di persone salvate.

Molti sopravvissuti avevano rimosso, dopo la guerra, un vissuto doloroso per poter riprendere una vita normale, e così anche il ricordo del bene ricevuto era caduto nell'oblio, ma ora, sopraggiunta la vecchiaia, rimpiangono di aver tardato tanto e sollecitano Yad Vashem ad accelerare le procedure per poter pagare il loro debito di riconoscenza finché sono ancora in vita. La loro testimonianza a volte presenta delle lacune e delle incongruenze dovute a una memoria non più intatta.

Succede anche che figli di salvati nel frattempo scomparsi scoprano un diario o altri documenti che riportano una storia di salvataggio di cui non avevano mai sentito parlare. In tutti questi casi l'istruttoria non è facile ed esige spesso delle ricerche lunghe e delicate.

Per l'esame di una pratica occorre in primo luogo la testimonianza diretta dei salvati o, in mancanza, quella dei figli, di familiari o di altre persone al corrente della vicenda in grado di fornire delle prove attendibili. Come documentazione ausiliaria è auspicabile anche una deposizione da parte del salvatore, della sua famiglia o di chi altro era a conoscenza dei fatti all'epoca in questione. I soccorritori stessi ormai non sono più in vita nella maggior parte dei casi e il riconoscimento viene dato ad memoriam. Essi, nella loro modestia, erano gene­ralmente restii a parlare delle loro azioni in favore dei perseguitati. Oggi, invece, sono i figli che spesso si rivolgono a Yad Vashem per un riconoscimento dell'eroismo e dell'abnegazione dei genitori. A volte documentano la loro richiesta con delle lettere di ringraziamento scritte dai salvati subito dopo la Liberazione.

Alla fine del 2005 il numero dei «Giusti» italiani riconosciuti si aggira intorno ai 400, senza contare i dossier ancora all'esame.

Giorgio Perlasca, di Padova, è uno di quegli italiani che hanno dato prova della loro umanità e del loro eroismo anche fuori dalla patria, salvando a Budapest la vita di molte centinaia di ebrei con stratagemmi rocamboleschi di una audacia eccezionale. Intervistato da un giornalista dopo il suo riconoscimento da parte di Yad Vashem, si meravigliò dell'interesse suscitato dalla sua storia. A un certo punto egli domandò al giornalista con ingenua modestia: «E lei, al mio posto, cosa avrebbe fatto?». È una domanda che sorge ogni volta che si esamina un dossier a Yad Vashem. Cosa avresti fatto tu, nelle stesse circostanze, per delle persone spesso sconosciute, nei confronti delle quali non avevi nessun obbligo, nessuna responsabilità personale? E proprio nell'indurci a porre questa domanda, sapendo naturalmente di non poter dare una risposta, l'esempio dei “Giusti” ci offre una altissima lezione di umanità.

 

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Bibliografia:

I Giusti d’Italia I non ebrei che salvarono gli ebrei 1943-1945. - Yad Vashem - Edizione Italiana di Liliana Picciotto – Mondadori Oscar Storia 2006

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inizia la stagione dei congressi dell'ANPI

14 Février 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Si è svolto, sabato 27 Febbraio, il congresso della nostra Sezione ANPI di Lissone.

Di seguito i seguenti documenti:

- la relazione del presidente

- il verbale del congresso

- quelli approvati: l'o.d.g. locale e gli emendamenti al documento congressuale nazionale

verbale del congresso di sezione

o.d.g. locale approvato

emendamenti al documento congressuale nazionale approvati

inizia la stagione dei congressi dell'ANPI

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Il 2016 è anno di congresso della nostra associazione.

Il congresso nazionale si terrà a Rimini dal 12 al 15 maggio.

Quello provinciale domenica 3 aprile a Lissone presso l’auditorium di Palazzo Terragni in Piazza Libertà.

Il congresso della nostra Sezione si svolgerà Sabato 27 Febbraio 2016 ore 14,30 nella Sala MISSAGLIA di Palazzo Terragni.

Regolamento per lo svolgimento del Congresso di Sezione

ln apertura dovrà essere costituita la Presidenza ed eletto il Presidente del Congresso della

Sezione. In seguito si procederà alla costituzione delle seguenti commissioni:

  1. Commissione politica per l'esame del Documento nazionale e di eventuali documenti di interesse locale;
  2. Commissione elettorale per le proposte per il Comitato di Sezione e per i delegati al Congresso Provinciale;
  3. Commissione per le attività amministrative (Bilancio, attività finanziaria e di amministrazione).

Successivamente si procederà allo svolgimento della relazione politica e di quella sulle attività amministrative e finanziarie. Seguirà la discussione.

Alla conclusione del Congresso di Sezione dovranno essere votati:

  1. il Documento Nazionale ed eventuali documenti di interesse locale;
  2. la composizione del Comitato di Sezione;
  3. i delegati al Congresso provinciale.

Gli emendamenti al Documento nazionale e i documenti di interesse locale votati dai Congressi di Sezione, dovranno essere inviati – tramite il Comitato Provinciale – al Congresso Provinciale cui spetta decidere se sottoporli all’esame e al voto del Congresso Provinciale.

Al Congresso parteciperà un delegato designato dal Comitato Provinciale che firmerà il verbale del Congresso.

Regolamento per lo svolgimento dei congressi

La posizione dell’ANPI sul referendum popolare, la legge di riforma del Senato e la legge elettorale

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