Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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Giornate nazionali del tesseramento 22 e 23 febbraio 2020

17 Février 2020 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Giornate nazionali del tesseramento 22 e 23 febbraio 2020
Giornate nazionali del tesseramento 22 e 23 febbraio 2020
Giornate nazionali del tesseramento 22 e 23 febbraio 2020
Giornate nazionali del tesseramento 22 e 23 febbraio 2020
Giornate nazionali del tesseramento 22 e 23 febbraio 2020

 

rassegna stampa
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visita al Memoriale della Shoah

11 Février 2020 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

visita al Memoriale della Shoah

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10 febbraio: Giorno del ricordo

3 Février 2020 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #episodi di storia del '900

le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo
le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo
le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo
le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo
le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo
le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo

le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo

«La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale "Giorno del ricordo" al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale» (legge 30 marzo 2004 n. 92)

Articoli sull’argomento pubblicati nel sito:

Per comprendere il perché delle foibe o dell’esodo di molti italiani che risiedevano lungo i confini orientali dell’Italia:

http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/FASCISMO_FOIBE_ESODO_1918_1956_Le_tragedie_del_confine_orientale-240947.html

La fine per fame e malattie di donne, bambini e antifascisti. Nel campo fascista di Arbe morirono centinaia di sloveni e croati.

http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/Il_campo_fascista_di_Arbe-4520561.html

Le dimensioni dell'Esodo degli italiani

http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/Le_dimensioni_dellEsodo-8515033.html

Le motivazioni a spingere gli istriani ad abbandonare la loro terra

http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/Le_motivazioni_degli_esuli-8515038.html

Tra il 1944 e la fine degli anni Cinquanta, alla frontiera orientale d'Italia più di 250.000 persone, in massima parte italiani, dovettero abbandonare le proprie sedi storiche di residenza, vale a dire le città di Zara e di Fiume, le isole del Quarnaro - Cherso e Lussino - e la penisola istriana, passate sotto il controllo jugoslavo.

http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/LEsodo_dei_giulianodalmati-8515028.html

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Lissone 2020 Pietra d'inciampo dedicata ad ATTILIO MAZZI

10 Janvier 2020 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Giorno della Memoria

alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)
alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)

alcuni momenti della cerimonia di posa della Pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi (Lissone 25 gennaio 2020)

Dal sito del Comune di Lissone

L’intervento del Sindaco

L'IMPORTANZA DELLA MEMORIA

Cari ragazzi,

come già accaduto nel 2019, anche quest'anno in occasione del «Giorno della Memoria - In ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti» a Lissone verrà posta la seconda Pietra d'inciampo.

Sapete di cosa si tratta? È una pietra delle dimensioni di un sanpietrino, munita di una piccola targa in ottone, sulla quale sono incisi il nome, l'anno di nascita, la data e il luogo di deportazione e la data di morte di chi non è più tornato dai campi di concentramento venendo deportato proprio dalla nostra Città.

Tutte le pietre d'inciampo sono realizzate dall'artista tedesco Gunter Demnig che ha scelto di posare questi simboli in tutta Europa, quale mezzo per ricordarci chi ha dato la vita per la libertà e a spronarci ad andare sempre oltre la soglia per difendere i diritti di tutti.

Vi invito a cercare le due Pietre d'inciampo posate a Lissone. Una si trova in via Dante, all'ingresso dello stadio "Luigino Brugola", l'altra in via Matteotti 8, non lontana dalla stazione e dal nostro Centro.

Le troverete inserite nell'asfalto, proprio dove si cammina. Sono pietre che non vi faranno inciampare fisicamente, ma vi vogliono indurre a riflettere.

Nel 2019, insieme a tanti vostri compagni, abbiamo posato la pietra in memoria di Mario Bettega; nel 2020 abbiamo scelto di ricordare Attilio Mazzi.

Sono nomi che imparerete a conoscere.

Era un calciatore Mario Bettega, un ragazzo che sicuramente non passava inosservato. Bello, atletico, sguardo vispo. Un talento cristallino. Col pallone fra i piedi, era capace di incantare, creare, divertire, fare goal. Forse, al giorno d'oggi, sarebbe diventato uno di quei "miti" di cui si comprano la maglietta con sopra il numero ed il nome stampato.

Attilio Mazzi era papà di 4 figli, aveva al suo fianco una moglie ed era un imprenditore nel settore del legno, pronto a scendere in piazza per difendere i diritti di tutti.

Entrambi, erano accumunati da ideali e valori ben saldi. Sostenevano l'importanza della libertà, del diritto all'uguaglianza, al pensiero, alla parola.

Pur vivendo a Lissone, probabilmente non si conoscevano di persona, ma sicuramente avevano sentito parlare l'uno dell'altro.

Eppure, le loro storie si sono incrociate improvvisamente una mattina di Primavera del 1944. Furono strappati alle loro famiglie e ai loro affetti, portati al carcere di Monza, poi a quello di San Vittore a Milano. Il 27 aprile 1944 giunsero, probabilmente insieme, al campo di concentramento di Fossoli.

Fecero quel viaggio drammatico forse proprio nello stesso vagone. Vennero trasferiti al campo di concentramento di Bolzano, dal quale partirono il 4 agosto con destinazione Mauthausen dove morirono di fame e di stenti.

A loro, la città di Lissone rende omaggio posando una pietra d'inciampo nei luoghi a loro più cari, dove giocavano e dove vivevano. Dove sognavano un futuro che la violenza ha cancellato per sempre.

Ecco perché oggi questi semplici sanpietrini color oro diventano un luogo importante per la nostra città, che rende indelebile il loro sacrificio.

Uno spazio che diventa occasione di memoria, di ricordo, di fronte al quale "inciampare" nei vostri pensieri.

Quando camminate per Lissone (ma non solo, ci sono Pietre d'inciampo in moltissimi Comuni vicino a noi!), guardate sempre se trovate una pietra che "luccica" e pensate alla storia che ci sta dietro.

                                              __________________

È stata una bella ed emozionante cerimonia.

Così si è svolta:

ore 09.45 - ritrovo

ore 10.00 - inizio cerimonia

- Esecuzione musicale di un brano con chitarra da parte di 6 allievi del Prof. Mariani Scuola Croce

-          Interventi:

-  ANED per Comitato Pietre d’Inciampo

-  Sindaco

-  Chiara Mafrica per spiegazione logo (vincitrice del concorso per l’ideazione del logo)

-  Parenti di Attilio Mazzi (lettura lettera)

-  ANPI Lissone

- Posa della pietra da parte dei quattro nipoti di Attilio Mazzi, in particolare di Andrea, con canti e sottofondo violino da parte di 15 ragazzi del circuito di Filippo Mussi

- Benedizione della pietra (Don Tiziano)

- Lettura testo bambini Scuola Farè

- Seconda esecuzione musicale di un brano con chitarra da parte di 6 allievi del Prof. Mariani scuola Croce

                                                _________________________

nelle foto: La pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi e il Sindaco e Assessore alla Cultura nel momento del ricevimento della Pietra
nelle foto: La pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi e il Sindaco e Assessore alla Cultura nel momento del ricevimento della Pietra

nelle foto: La pietra d'inciampo dedicata ad Attilio Mazzi e il Sindaco e Assessore alla Cultura nel momento del ricevimento della Pietra

LE PIETRE D'INCIAMPO COSA SONO?

IL COMITATO per LE PIETRE D'INCIAMPO

Il Comune di Lissone, insieme ai comuni di Cesano Maderno e di Seregno, ed in collaborazione con l'associazione Senza Confini di Seveso, è stato nel 2019 fra i promotori e fondatori del Comitato per le Pietre d'Inciampo. Lo scorso anno la prima Pietra d'Inciampo fu posata in via Dante, all'entrata dello Stadio "Luigino Brugola", in memoria di Mario Bettega, partigiano deportato a Mauthausen. Nel 2020 hanno aderito al Comitato per le Pietre d'Inciampo anche altri 14 comuni della provincia di Monza e della Brianza.

LE ASSOCIAZIONI ADERENTI

  • CGIL MONZA BRIANZA
  • ANPI SEZIONE DI SEREGNO
  • CIRCOLO CULTURALE S. GIUSEPPE SEREGNO
  • COMITATO ANTIFASCISTA SEREGNO
  • RETE ASSOCIAZIONI LEGALITA’ E GIUSTIZIA SOCIALE SEREGNO
  • SEZIONE ANPI CESANO MADERNO
  • SEZIONE ANPI MEDA
  • SEZIONE ANPI BOVISIO MASCIAGO
  • SEZIONE ANPI BRUGHERIO
  • SEZIONE ANPI VILLASANTA
  • SEZIONE ANPI LISSONE
  • SEZIONE ANPI AICURZIO/BERNAREGGIO/CARNATE/RONCO BRIANTINO
  • CIRCOLO ACLI LEONE XIII SEREGNO
  • CISL MONZA E BRIANZA
  • ASSOCIAZIONE DARE UN’ANIMA ALLA CITTA’ SEREGNO
  • ASSOCIAZIONE DIVISIONE ACQUI MILANO/MONZA BRIANZA
  • ISTITUTO TECNICO PRIMO LEVI SEREGNO
  • LICEO UMANISTICO GIUSEPPE PARINI SEREGNO
  • I. C. I VIA DUCA D’AOSTA SCUOLA SECONDARIA SALVO D’ACQUISTO CESANO MADERNO
Lissone 2020 Pietra d'inciampo dedicata ad ATTILIO MAZZI

Chiara Mafrica, vincitrice del concorso, studentessa presso l'Istituto Meroni di Lissone, è l’autrice del logo.

L’opera è denominata La memoria non è per un solo giorno”.

Trattasi di un progetto che sintetizza in pochi segni essenziali le Pietre d’Inciampo, quali placche nella pavimentazione stradale, associandole immediatamente all’idea del binario ferroviario, quel Binario 21 della Stazione Centrale di Milano da cui sono stati tradotti i martiri di gran parte del nord Italia, il reticolato del lager.

Descrizione del progetto

Il logo sviluppato vuole rappresentare il ricordo dei deportati attraverso immagini che testimonino in modo immediato e diretto ciò che hanno vissuto, inoltre si intende raffigurare la forma delle pietre di inciampo .

L’elaborato presenta la forma quadrata delle pietre stesse, scomposta da linee trasversali bianche e tratti neri che “rompono” la composizione e vogliono rappresentare i binari del treno che trasportava i deportati nei campi di concentramento e di sterminio.

I tratti centrali neri conferiscono dinamismo al logo, mentre il colore delle forme ricorda l’ottone delle pietre.

Per l’immagine coordinata del manifesto è stato scelto di dare maggiore importanza al nome dell’evento, inoltre di inserire una forma squadrata con i bordi arrotondati che ricorda i tratti del logo nel quale è inserita l’immagine di un pavè.

Per il pieghevole è stato scelto di illustrare la storia di Gunter Demning, è stato ripreso il tema del manifesto e sono stati anche inseriti alcuni motivi grafici.

Per il sito internet è stato scelto di dedicare una pagina a ognuno dei deportati, infine il cartello segnaletico istituzionale riporta gli stessi motivi del pieghevole ed è stato pensato in formato cm. 40x40.

Tutti gli elaborati prediligono il colore del logo, simile all’ottone, con trasparenze differenti e varianti tonali.

Tutti i Comuni della provincia di Monza e Brianza in cui verranno posate delle "Pietre d’inciampo"

 

Lissone ricorda Attilio Mazzi, vittima dell'orrore nazifascista: il 25 gennaio la posa della pietra d'inciampo in via Matteotti 8.

 

Comunicato: dal sito internet del Comune di Lissone

Una pietra con una piccola targa in ottone, collocata in modo da sporgere dall'asfalto in prossimità del civico 8 di via Matteotti. Una pietra su cui «inciampare» per non dimenticare il passato.

Sulla targa, delle dimensioni di un sanpietrino, sarà visibile il nome di Attilio Mazzi, vittima dell'orrore nazifascista, morto nel campo di concentramento di Gusen il 9 aprile 1945.

In occasione del Giorno della Memoria, sabato 25 gennaio alle ore 10 il Comune di Lissone - insieme al Comitato per le Pietre d'inciampo della Provincia di Monza e Brianza e all'ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati) - ricorderà Attilio Mazzi con una cerimonia pubblica che sarà solo il primo dei momenti promossi dall'Amministrazione Comunale e aperti alla cittadinanza per non dimenticare la tragedia del secolo scorso.

Alla cerimonia del 25 gennaio sarà presente Milena Bracesco, in veste di presidente del Comitato pietre d'inciampo, costituito l'anno scorso da Aned, Anpi, dai Comuni di Lissone, Cesano Maderno e Seregno e dall'associazione Senza confini di Seveso.

Il Comune di Lissone, allo scopo di mantenere viva la memoria di tutti i deportati durante la Seconda Guerra Mondiale, poserà la seconda pietra d'inciampo dopo quella posata lo scorso anno in memoria di Mario Bettega all'esterno dello stadio "Luigino Brugola" di via Dante.
Il programma della giornata di sabato 25 gennaio prevede alle ore 10 la posa della pietra d'inciampo nei pressi del civico 8 di via Matteotti.

 Per ricordarne la figura, sarà collocata una pietra d'inciampo realizzata dall'artista tedesco Gunter Demnig e munita di una piccola targa in ottone, della dimensione di un sanpietrino (10x10 cm) sulla quale sono incisi il nome, l'anno di nascita, la data e il luogo di deportazione e la data di morte.

Il programma delle attività in occasione del Giorno della Memoria 2020 proseguirà sabato 25 gennaio alle 21 a Palazzo Terragni con la proiezione del film di László Nemes "Il figlio di Saul", ad ingresso gratuito.

Lunedì 27 gennaio a Palazzo Terragni verrà rappresentato "Il lavoro rende liberi", spettacolo teatrale rivolto ai ragazzi delle classi terze medie dei 3 Istituti Comprensivi lissonesi a cura della Compagnia Teatro Instabile

Venerdì 31 gennaio alle 21 a Palazzo Terragni andrà in scena "Il segreto degli invincibili", spettacolo teatrale di Simone Dini Gandini per la regia di Manuel Renga, inserito nella rassegna "Lissone a teatro 2020".

Nel programma degli eventi proposti dal Comune di Lissone rientra anche l'iniziativa dal titolo "Ricordando Venanzio", in ricordo di Venanzio Gibillini, deportato nei lager di Flossenbürg e di Dachau, ad un anno dalla sua scomparsa. Proposto dall'Associazione Culturale GPG di Lissone per giovedì 16 gennaio (ore 21, Palazzo Terragni), il ricordo si snoderà attraverso testimonianze e la proiezione del docufilm "KZ", alla presenza della famiglia Gibillini e di tutto il cast del film. 

"Come già avvenuto lo scorso anno, la posa della pietra d'inciampo in memoria di Attilio Mazzi vuole essere un'ulteriore proposta alla città per condividere momenti di riflessione su eventi tragici che hanno sconvolto il Novecento - afferma il sindaco di Lissone, Concettina Monguzzi - il compito dell'Amministrazione Comunale deve, instancabilmente, continuare ad essere quello di operare al fine di sensibilizzare i cittadini e i giovani su fatti che hanno sconvolto il nostro passato, affinché questi non si ripetano mai più. Questa pietra, una volta posata, colpirà per il suo aspetto metallico, emergerà dal selciato circostante e ci colpirà per la dicitura dell'incisione. Sarà un intralcio alla nostra memoria, ci obbligherà a riflettere su chi ha perso la propria vita per difendere la libertà di tutti. E nel ricordare, come ho avuto modo di dire anche lo scorso anno, abbiamo una responsabilità personale: fare delle scelte con coscienza".

"Il percorso delle Pietre d'inciampo, iniziato nel 2019, si espande quest'anno a numerose realtà della Provincia di Monza e Brianza e conferma che per evitare che la tragedia delle deportazioni si ripeta occorre ricordare e soprattutto capire - afferma Alessia Tremolada, assessore alla Cultura del Comune di Lissone - il ricco programma di eventi promossi dal Comune di Lissone in occasione del Giorno della Memoria vuole abbracciare tutte le fasce di popolazione. La posa della pietra mi auguro sia un modo per far riflettere tutti coloro che ci inciamperanno, offrendo lo spunto per comprendere quanti siano i privilegi di cui godiamo e con quali fatiche siano stati raggiunti. Non da ultimo, mi piace ricordare come il logo identificativo del Comitato sia stato realizzato da una studentessa dell'istituto Meroni di Lissone, che ha vinto il concorso tra i licei del territorio".

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CHI ERA ATTILIO MAZZI

Come ricostruito dalla sezione lissonese "Emilio Diligenti" dell'ANPI, Attilio Mazzi nasce a Verona il 27 aprile 1885. Residente a Milano, sposato con Augusta Guaita, ha quattro figli: Alberto, Aldo, Alma e Alfredo. A Lissone aveva aperto uno stabilimento per la tranciatura del legno.

Il 25 luglio 1943, nella riunione del Gran Consiglio del fascismo, Mussolini è messo in minoranza: la caduta del regime è decretata. Il radiogiornale della sera informa gli italiani dell'accaduto.

L'indomani, Attilio Mazzi sfila per le vie di Lissone, innalzando un cartello con l'immagine di Badoglio, mettendosi a capo di un breve corteo. Percorre Via Sant'Antonio, attraversa Piazza Vittorio Emanuele III (l'attuale Piazza Libertà) sino alla Casa del Fascio, dove vengono strappate le immagini di Mussolini e distrutti i simboli del fascismo.

 

Lissone 2020 Pietra d'inciampo dedicata ad ATTILIO MAZZI
Lissone 2020 Pietra d'inciampo dedicata ad ATTILIO MAZZI

Passano 45 giorni e l'8 settembre 1943 l'Italia firma l'armistizio con gli Alleati. I tedeschi occupano nel giro di pochi giorni tutte le principali città del nord e del centro Italia.

Per il suo dichiarato antifascismo, Attilio Mazzi verrà arrestato. Inizia per lui il tragico viaggio verso i lager nazisti: prima il carcere di Monza, poi quello di San Vittore a Milano. Il 27 aprile 1944 giunge al campo di concentramento di Fossoli. Viene poi trasferito al campo di concentramento di Bolzano, dal quale parte il 4 agosto con destinazione Gusen, sottocampo di Mauthausen.

Sottoposto a lavori faticosi, resi ancor più pesanti dalla scarsa alimentazione, Attilio Mazzi muore a Gusen il 9 aprile 1945.

Lissone, 9 Gennaio 2020

La nostra Sezione lissonese dell’ANPI ha aderito al Comitato Pietre d’inciampo. Quella che verrà posata oggi è la seconda pietra in Lissone. Continueremo la posa di altre pietre nel corso dei prossimi anni, perché altri lissonesi hanno perso la vita nei campi di concentramento nazisti, durante la seconda guerra mondiale. Questo luogo potrà un domani essere una tappa di un percorso della Memoria nella nostra città.

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Considerazioni sulla lettera di Attilio Mazzi, indirizzata alla moglie dal campo di concentramento da Fossoli:

Lettera di Attilio Mazzi alla moglie da Fossoli
Lettera di Attilio Mazzi alla moglie da Fossoli

Lettera di Attilio Mazzi alla moglie da Fossoli

Vorrei sottolineare alcuni tratti della personalità di Attilio Mazzi che traspaiono dalla lettura della lettera indirizzata alla moglie nell’estate del 1944, quando si trovava nel campo di concentramento di Fossoli, campo di transito per la Germania.

Già dall’inizio della lettera si manifesta l’amore che lo lega alla moglie Augusta e nello stesso tempo la sua preoccupazione - “povera Nuccia” scrive- per il disagio che le aveva procurato per esaudire un suo desiderio. Augusta si era infatti recata a Fossoli a trovare il marito prigioniero nel campo – “avevo tanta voglia di vederti” continua Attilio nella sua lettera.

E subito dopo è preso da un momento di sconforto: “Ho il presentimento che non ti vedrò mai più”. Perché? Perché in quei giorni a Fossoli vi erano state delle esecuzioni sommarie (68 prigionieri erano stati fucilati. Tra di loro anche Davide Guarenti, monzese di nascita ma conosciuto a Lissone essendo stato vigile urbano nella nostra città).

Ma poi prevale la sua forza d’animo, le sue convinzioni, il suo spirito di convinto antifascista. “Non che abbia paura: tutt’altro te lo giuro. Se tu potessi immaginare solo in parte attraverso quali prove sono già passato senza mai tremare (allude ai pesanti interrogatori e alle minacce, se non alle percosse, a cui è stato sicuramente sottoposto dal momento del suo arresto).

E qui il suo animo indomito viene nuovamente alla luce: scrive infatti: “Qualunque cosa avvenga, tu dovrai essere fiera del nome che porti. Io non mi sono mai pentito di essere stato, e lo sarò sempre un vero italiano – lo dissi e lo ripetei ai miei inquisitori con la testa alta”.  Attilio ha la certezza di aver agito secondo le sue convinzioni ed è certo di essere stato dalla parte giusta, oppositore ad una dittatura per amore della libertà.

E poi vuole lasciare un messaggio da trasmettere ai figli, quando saranno cresciuti e potranno conoscere meglio, anche attraverso questo scritto, il loro padre, e comprendere il suo operato. “Ci tengo a ripetere perché tu lo possa un giorno dire ad Alberto, Anna, Aldo e Alma quando poverini saranno in grado di sapere e capire”.

La lettera termina con un velato presentimento di quello che potrebbe essere, e lo sarà, la sua fine. “Addio Ninuccia, coraggio e rassegnazione. In alto i cuori”. Attilio ha 59 anni. Pochi giorni prima del suo sessantesimo compleanno, muore per gli stenti subiti.

E quest’oggi desideriamo ricordarlo per la sua forza d'animo e, raccogliendo il suo invito, ci impegniamo a far conoscere il suo sacrificio alle nuove generazioni.

                                                                                                      Renato Pellizzoni

                                         __________________________________

Conosciamo le vicissitudini di Attilio Mazzi fino alla sua morte nel lager di Gusen, in Alta Austria. Gusen, teoricamente un sottocampo di Mauthausen, in realtà era molto più grande, con un numero di vittime più ampio e dove trovarono la morte anche moltissimi italiani.

Recentemente, nell'ottobre 2018, nei pressi del campo di concentramento sono stati trovati cenere e frammenti di ossa, denti, teschi. Oltre 6500 reperti, quasi sicuramente resti umani di deportati: ad affermarlo sono gli esperti che hanno analizzato il materiale scoperto. 

Tra il 1941 e il 1943, sorgeva nelle vicinanze una fabbrica di mattoni in cui venivano impiegati come lavoratori-schiavi i deportati di Gusen. Ad un certo punto questa fabbrica fu chiusa e venne usata come deposito per materiali legati alla produzione dei caccia Messerschmitt nelle gallerie di Gusen. In questo edificio ovviamente facevano lavorare i deportati. Non solo: lì accanto sorgeva anche un gigantesco forno. Questa fornace vicino alla fabbrica di mattoni è stata usata per la cremazione di esseri umani negli ultimi giorni del regime nazista. Sono numerose le testimonianze secondo le quali vi era l'ordine di portare i detenuti nei tunnel e di sterminarli lì, prima che arrivassero gli alleati. Il sospetto è che qui, nei tunnel di Gusen, i nazisti conducessero vere e proprie ricerche nucleari. Progetti nucleari con i quali il nazismo in rotta sperava di capovolgere i destini della guerra. Progetti dei quali gli alleati in arrivo non dovevano assolutamente venire a conoscenza.

                         ______________________________________

L'ideazione delle “Pietre d’inciampo” è del tedesco Gunter Demnig

"Pietra d'inciampo" posata lo scorso anno in memoria di Mario Bettega all'esterno dello stadio "Luigino Brugola" di via Dante

Tutte le iniziative per il “Giorno della Memoria” a Lissone

 

Lissone 2020 Pietra d'inciampo dedicata ad ATTILIO MAZZI

Pieghevole per il Giorno della Memoria 2020 a Lissone

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la tessera ANPI 2020: NO al FASCISMO

28 Décembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

 

Sulla copertina della nuova tessera la rielaborazione, a cura dello studio Origoni Steiner, di un progetto di manifesto per il 25 aprile 1973 realizzato dal noto designer e partigiano Albe Steiner.

Come iscriversi

Oltre ai partigiani e a chi ha combattuto contro i nazifascisti chiunque condivida i nostri valori può iscriversi all'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia.

Dall'articolo 23 dello Statuto:

“Possono essere ammessi come soci con diritto al voto, qualora ne facciano domanda scritta:

a) coloro che hanno avuto il riconoscimento della qualifica di partigiano o patriota o di benemerito dalle competenti commissioni;

b) coloro che nelle formazioni delle Forze Armate hanno combattuto contro i tedeschi dopo l'armistizio;

c) coloro che, durante la Guerra di Liberazione siano stati incarcerati o deportati per attività politiche o per motivi razziali o perché militari internati e che non abbiano aderito alla Repubblica Sociale Italiana o a formazioni armate tedesche.

Possono altresì essere ammessi come soci con diritto al voto, qualora ne facciano domanda scritta, coloro che, condividendo il patrimonio ideale, i valori e le finalità dell'A.N.P.I., intendono contribuire, in qualità di antifascisti, sensi dell'art. 2, lettera b), del presente Statuto, con il proprio impegno concreto alla realizzazione e alla continuità nel tempo degli scopi associativi, con il fine di conservare, tutelare e diffondere la conoscenza delle vicende e dei valori che la Resistenza, con la lotta e con l'impegno civile e democratico, ha consegnato alle nuove generazioni, come elemento fondante della Repubblica, della Costituzione e della Unione Europea e come patrimonio essenziale della memoria del Paese.”

Dal sito internet dell’ANPI

https://www.anpi.it/

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Buon Natale 2019

19 Décembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Buon Natale 2019

Presepe di Wietzendorf

Molti non ne conoscono l’esistenza, eppure questo semplice presepe creato dai nostri militari nel campo di concentramento di Wietzendorf è custodito in una teca della Basilica di S. Ambrogio a Milano.

Era l’inverno del 1944, nel lager di Wietzendorf, cittadina tedesca tra Amburgo e Hannover, erano rinchiusi migliaia di soldati italiani che avevano deciso di non collaborare con i nazifascisti.

La tragedia della guerra, le punizioni corporali, il duro lavoro nell’industria bellica e mineraria, la fame, il freddo e l’ombra della morte sempre presente, non avevano privato queste persone del coraggio, della fede e della dignità di essere uomini.

Natale era ormai alle porte e grazie alla perizia del sottotenente d’artiglieria Tullio Battaglia, artista-letterato e giovane professore di disegno, Gesù poteva nascere anche tra le baracche di un campo di concentramento a conforto di chi, con la nostalgia di casa nel cuore, stava vivendo la follia e l’inferno di una triste pagina della nostra storia.

Tullio Battaglia costruì una quindicina di esili figure di trenta/trentacinque centimetri d’altezza, ricavate dal legno dei giacigli e con un po’ di filo spinato per scheletro, rivestite da parti di indumenti e da piccoli ricordi di famiglia di ogni internato.

Alla luce fioca di una candela, che ogni prigioniero contribuì ad alimentare rinunciando a una piccola parte dell’esigua razione giornaliera di margarina, Battaglia realizzò queste statuine con un coltellino tascabile (miracolosamente scampato ad ogni perquisizione), una robusta forbicina e un cardine di porta usato come martello.

Buon Natale 2019

Tutti i prigionieri donarono qualcosa di proprio: Gesù Bambino è fatto con un fazzoletto di seta del tenente Bianchi di Milano, il pelo dell’agnello è la fodera del pastrano del capitano Bertoletti di Como. Un lembo del pigiama del tenente bersagliere Montobbio di Milano disegna il turbante e la fascia di un re magio. La collana dell’altro sapiente giunto da Oriente è il pendaglio del braccialetto del tenente artigliere Mendoza di Vigevano. Un’estremità della tonaca del cappellano, padre Ricci, è il vestito di San Francesco. E, proseguendo, il pelo della pecorella è il tessuto sfilacciato della musetta da cavallo del tenente Mori di Arezzo. Il cestino arriva dalla calza della Befana per i due figli del capitano Gamberoni di Bologna. Le mostrine dei “Lupi di Toscana” del tenente Vezzosi di Milano fanno da risvolto alle maniche del guerriero longobardo. I pizzi che ornano il manto della Madonna sono i ritagli di un fazzoletto donato dall’amata al suo fidanzato in partenza per la guerra. Ogni pezzo di tela, latta e juta ricorda un uomo, un frammento di storia d’Italia scritta su un campo di battaglia.

In questo presepe, uno dei beni più preziosi e forse meno conosciuti del tesoro della Basilica di Sant’Ambrogio in Milano, ci sono tutti i personaggi classici della Natività. In disparte si intravedono anche un militare internato nella sua divisa lacera e un soldato tedesco che depone a terra le armi. Non manca la figura di San Francesco a cui si deve la prima raffigurazione del presepe come oggi lo conosciamo.

E’ invece assente il bue che è stato lasciato a Wietzendorf a tener compagnia a quei soldati che lo hanno visto nascere e che non sono riusciti a ritornare a casa.

 

Su segnalazione del

Centro studi “Schiavi di Hitler”    http://www.schiavidihitler.org/cms/

via Regina, 5 – 22012 Cernobbio

tel. 3202461195 – info@schiavidihitler.it

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Casetta di Natale 2019

15 Décembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

In occasione del Natale, anche quest’anno la nostra Sezione è in piazza Libertà con la casetta di legno messa a disposizione dall'Amministrazione comunale per le associazioni. 

Casetta di Natale 2019
Casetta di Natale 2019

È una delle numerose iniziative previste in Piazza Libertà per il Natale lissonese.

Casetta di Natale 2019
Casetta di Natale 2019
Casetta di Natale 2019
Casetta di Natale 2019
Casetta di Natale 2019
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Le "SARDINE" a Monza

13 Décembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Le "SARDINE" a Monza
Le "SARDINE" a Monza

Sabato 14 dicembre 2019 in Piazza Trento e Trieste dalle ore 16 alle 18 le “SARDINE” a Monza.

Membri della Sezione ANPI di Lissone partecipano all’evento.

Le "SARDINE" a MonzaLe "SARDINE" a Monza
Le "SARDINE" a Monza

lettera aperta del presidente emerito dell'ANPI Carlo Smuraglia alle "SARDINE"

E alla grande manifestazione di Roma:

Carla Nespolo a Piazza San Giovanni: "Care sardine, i partigiani e le partigiane sono con voi"

Il saluto della Presidente nazionale ANPI Carla Nespolo alle sardine dal palco della manifestazione in Piazza San Giovanni a Roma

Roma, Piazza San Giovanni - 14 dicembre 2019

"Grazie ragazze e ragazzi della vostra passione, del coraggio e dell'allegria. È venuta da voi una grande ventata di speranza e di vigore democratico. Lo voglio dire forte: l'Anpi è con voi, le partigiane e i partigiani sono con voi. Grazie a loro è nata la Costituzione. Agli immemori: la Costituzione non è afascista, è antifascista. Teniamoci per mano generazioni diverse e ce la faremo a cambiare questo Paese"

Carla Nespolo - Presidente nazionale ANPI

l'intervento di Carla Nespolo

l'intervento di Carla Nespolo

le "SARDINE" diventano internazionali

 

Le "SARDINE" a Monza
Le "SARDINE" a Monza
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Milano 10 dicembre 2019: manifestazione dei Sindaci “L'odio non ha futuro”

12 Décembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Milano 10 dicembre 2019: manifestazione dei Sindaci “L'odio non ha futuro”
Milano 10 dicembre 2019: manifestazione dei Sindaci “L'odio non ha futuro”

C’erano anche soci della nostra Sezione ANPI di Lissone alla manifestazione dei Sindaci che martedì sera, 10 dicembre 2019, a Milano, si è trasformata in un grande evento di solidarietà popolare al fianco della senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz e ora sotto scorta dopo essere diventata bersaglio di ripetute minacce via social network.

Un lungo corteo. Tantissime persone. Quasi 600 fasce tricolori come segno tangibile della presenza dei Sindaci delle città italiane. 

Fra queste, anche Concettina Monguzzi, Sindaco di Lissone, in rappresentanza di tutta la città, che ha affermato: «A nome di Lissone, città antifascista e contro ogni forma di discriminazione, ho idealmente trasmesso a Liliana Segre l'abbraccio di tutta la nostra comunità».

 

Milano 10 dicembre 2019: manifestazione dei Sindaci “L'odio non ha futuro”Milano 10 dicembre 2019: manifestazione dei Sindaci “L'odio non ha futuro”

E Liliana Segre: «Siamo qui per parlare di amore e non di odio, lasciamo l’odio agli anonimi della tastiera. Cancelliamo tutti le parole odio e indifferenza e abbracciamoci in una catena umana che trovi empatia e amore nel profondo del nostro essere».

E rivolta ai Sindaci: «Avete una missione difficile, il vostro impegno è decisivo per la trasmissione della memoria».

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Come è stato possibile Hitler?

3 Décembre 2019 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #episodi di storia del '900

Abbiamo l’impressione di conoscere tutto di Hitler. Si conosce soprattutto la sua carriera dopo il suo arrivo al potere nel 1933. Ma tutto ciò che lo precede, e che è pertanto fondamentale se si vuol comprendere la complessità del personaggio e rispondere alla domanda: Come è stato possibile Hitler?

Per Hitler niente era predestinato per diventare un giorno il Führer, il dittatore della Germania. È nelle trincee della guerra del 1914-1918 che l’artista mancato e solitario scopre la sua missione: salvare la Germania. Ma per la maggioranza dei tedeschi, Hitler non è che una persona istruita e irrilevante.

La grande svolta, è la crisi economica del 1929. Per paura del caos, i tedeschi votano in massicciamente per lui. La dittatura nazista estende la sua ombra spietata sul paese. Hitler sostiene di volere la pace, ma prepara la guerra.

Hitler: la minaccia

Nel 1924 Hitler scrisse nel suo libro Mein Kampf: «Uno stato che rifiuta la contaminazione delle razze, un giorno comanderà il mondo». E ancora: «La prima guerra mondiale è stato il momento più invidiabile e il più sublime della mia vita».

Caporale, è decorato della “croce di ferro” che sempre porterà. Diventato nazionalista, partecipa alla prima guerra mondiale. Nel novembre 1918, ferito, viene portato a Berlino. Quando si riprende, viene a conoscenza dell’abdicazione dell’imperatore Guglielmo II, della fine della monarchia, della creazione della repubblica e della firma dell’armistizio.

Una sua ossessione: «L’aquila tedesca è stata pugnalata dagli ebrei». Scrisse nel Mein Kampf: «Se all’inizio e nel corso della guerra, si fossero mandati in una sola volta 15.000 di questi ebrei corruttori del popolo sotto i gas asfissianti, il sacrificio di milioni di uomini non sarebbe stato inutile».

Già nel 1916, le gerarchie militari ultranazionaliste avevano ordinato un censimento dei militari ebrei sospettati di non essere dei patrioti. L’antisemitismo è già diffuso; gli ebrei, sia quelli poveri nei ghetti sia quelli borghesi “assimilati” sono i capri espiatori di tutte le crisi. In Russia all’inizio del XX secolo gli ebrei furono vittime di massacri, i progrom. Molti si erano rifugiati in Germania.

Una grande domanda: Hitler era anche lui un ebreo? Uno dei segreti meglio tenuti nascosti dal suo regime fu quello di non poter provare il contrario. Hitler non conobbe uno dei suoi nonni. Suo padre era figlio di padre ignoto. La nonna aveva sposato un mugnaio chiamato Johan Hitler che aveva riconosciuto il bambino e gli aveva dato il suo nome. Una legge nazista stabiliva che per avere «la protezione del sangue» (legge imposta a tutti i tedeschi) occorreva dimostrare che i quattro nonni non erano ebrei. Così Hitler non ha mai potuto dimostrare di non essere ebreo. 

Adolf Hitler nacque il 20 aprile 1889 in una famiglia cattolica, in quello che era l’impero d’Austria, a Branan sull’Inn, un piccolo paese al confine con l’impero tedesco. Suo padre, vedovo, si era sposato con una cugina molto più giovane di lui: un matrimonio tra consanguinei, Klara Hitler Alois Hitler.

A otto anni, scolaro modello, Hitler serve la messa in un monastero. Ammira il senso della missione dei monaci. All’ingresso del monastero, sul frontone, vi era una strana croce che prefigura la croce uncinata che diventerà il simbolo nazista. Hitler ricorderà questo simbolo del monastero come il segno della sua predestinazione.

Questa croce uncinata, in India, è un millenario simbolo benefico del movimento perpetuo dell’umanità, trasformato dai nazisti in simbolo del popolo ariano, mito della razza pura di biondi dagli occhi azzurri ai quali Hitler aggiungerà l’elmetto e la mistica di una razza superiore: «Noi siamo determinati a far crescere una nuova razza».

Suo padre voleva che diventasse un funzionario. Nel 1908, diciannovene, alla morte della madre, parte per Vienna: sogna di entrare all’Accademia di Belle Arti. Grazie ad una sua piccola eredità può condurre vita d’artista e di bohemien. Vienna era allora un centro culturale d’Europa. Hitler scopre questo mondo di aristocratici e di borghesi cui si contrappongono le bandiere rosse dei socialisti. Scopre le molteplici comunità che popolano la capitale dell’impero, tra cui anche quella degli ebrei. Egli più tardi dirà: «Quelli mi sembrarono l’incarnazione della profanazione razziale». Si presenta al concorso di Belle Arti, ma viene respinto. Segue un periodo difficile: vive in un pensionato di uomini, copiando e vendendo cartoline per i turisti. I soldi gli servono per andare a teatro e ascoltare Wagner che lo manda in uno stato di trance. Hitler sogna di diventare uno di quegli eroi della leggenda tedesca. Una delle sue opere preferite è Rienzi, in cui un giovane guerriero riceve la missione di salvare il suo popolo.

Hitler ha venticinque anni quando il 2 agosto 1914 c’è la mobilitazione e la dichiarazione di guerra.

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Fugge dall’Austria per non fare il servizio militare e va in Germania, a Monaco, portato dall’ondata di follia nazionalista che trascina gli Europei.

Hitler è entusiasta della dichiarazione di guerra: ci sono delle immagini che lo ritraggono tra la folla; queste appariranno durante la campagna elettorale del 1932 e saranno diffuse più volte durante il nazismo, anche se gli avversari sosterranno che si tratti di un fotomontaggio.

Partecipa alla guerra. Dopo quattro anni torna a Monaco con il suo reggimento, in una Germania in piena rivoluzione. Hitler ha trent’anni. Inizia un periodo determinante per lui. Vuole rimanere nell’esercito che ormai garantisce l’ordine e la stabilità del nuovo regime del presidente socialista Friedrich Ebert. La giovane repubblica deve fronteggiare dei rivoluzionari marxisti, gli Spartachisti, che tentano di impadronirsi del potere, come i bolscevichi aveva fatto due anni prima.

L’esercito schiaccia la rivolta aiutato dai volontari nazionalisti, i Corpi franchi, vivaio del futuro partito nazista. Nell’esercito Hitler è zelante. Diventa un agente provocatore, informatore della polizia. Denuncia alcuni dei suoi camerati sospettati di essere dei rossi. Le sue convinzioni lo mettono in luce davanti a degli ufficiali che combattono le idee comuniste. Incaricano Hitler di una missione: rieducare politicamente i soldati e i prigionieri rimpatriati. I suoi superiori scrivono nel loro rapporto: «È un tribuno nato. Il suo fanatismo, il suo stile populista attirano l’attenzione e inducono a pensare come lui». Hitler disse: «Fu in quei momenti che capii che sapevo parlare». Apprenderà poi l’arte di mettersi in scena e di dominare il suo pubblico.

Nel 1919 denuncia l’onta del trattato di Versailles.

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Versailles, 29 giugno 1919: dopo i negoziati, i vincitori, la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti imposero alla Germania delle condizioni di pace molto dure, come se fosse la sola responsabile dell’immensa carneficina. Il trattato di Versailles, firmato il 28 giugno 1919, condannava la Germania al pagamento di enormi indennizzi e di riparazioni che andranno a pesare sulla sua economia e saranno le cause principali della contestazione tedesca. La Germania perde il 13% del suo territorio e 1/10 della sua popolazione. L’Alsazia e la Lorena ritornano alla Francia e tutta la riva sinistra del Reno è smilitarizzata. La cosa peggiore è la separazione della Prussia orientale dal resto del Paese, per ricreare la Polonia del XVIII secolo e consentirle l’accesso al mare. Questo corridoio di Danzica sarà la causa scatenante della II guerra mondiale.

I tedeschi si sentono umiliati. Sottomarini, corazzate e aerei sono distrutti. L’esercito tedesco è ridotto a 100.000 uomini. Hitler è smobilitato. Partecipa alle manifestazioni della DAP, il partito dei lavoratori tedeschi, a cui si era iscritto, dal 1919, per ordine l’esercito tedesco, come un infiltrato.  Diventa un agitatore politico a tempo pieno.

Mentre la Baviera è governata dall’estrema destra, il potere a Berlino è nelle mani del centro- sinistra e porta il nome di Repubblica di Weimar, dal nome della città dove è stata votata la nuova Costituzione.

Hitler, diventato bavarese, fustiga i criminali di novembre, cioè coloro che hanno firmato l’armistizio e l’onta del trattato di Versailles. Le sue idee sono condivise dall’esercito e dagli ex combattenti che si riuniscono nei grandi caffè di Monaco, dove Hitler fa il suo ingresso, il 13 agosto 1920, con una conferenza dal titolo: «Perché noi siamo antisemiti?». Hitler, al di là del suo odio viscerale per gli ebrei, comprende che l’antisemitismo è il mezzo migliore per attrarre i nazionalisti.

Nel luglio del 1921 diventa il capo del suo gruppo di nazionalisti, che gli procurano un’auto, segno della sua importanza. Allora cambia il nome del partito: associa i due termini nazionale e socialismo per incrementare le adesioni e per dimostrare il suo anticapitalismo. Il DAP diventa il NSDAP, il partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi, che sarà abbreviato in “nazi”. In un locale di un caffè di Monaco, disegna il simbolo del partito. Scriverà nel Mein Kampf: «Dopo innumerevoli tentativi, scelsi una bandiera rossa per dimostrare la dimensione sociale del nostro movimento, con un cerchio bianco per simbolizzare il nazionalismo e la croce uncinata simbolo dell’ariano, eterno antisemita». Per proteggere le sue riunioni crea le SA, le Sezioni d’assalto, una piccola milizia a cui procura delle divise come quelle degli ex doganieri austroungarici.

Il suo radicalismo fa aumentare di dieci volte in un anno i suoi membri: da 2.000 a 20.000, grazie al sostegno di un gruppo razzista, la società di Thulé, dal nome di un leggendario regno nordico. I suoi membri finanziano un giornale con fondi di dubbia origine. “L’osservatore razziale”, è questo il nome del giornale, diventa l’organo del partito nazista; il suo direttore è Alfred Rosemberg, membro della società di Thulé, che si proclama il teorico dell’antisemitismo. Confuso e sovente delirante sarà uno dei grandi ispiratori della Shoah. Un altro ex membro della società di Thulé, allora studente, è Rudolph Hesse che diventerà segretario di Hitler e uno dei più servili e fanatici complici. A questi si unirà un eroe della Grande Guerra, Hermann Goering, uno dei più celebri piloti di aerei tedeschi. Diventerà il numero due del regime e uno degli istigatori dei campi di concentramento. 

L’11 gennaio 1923, per il rifiuto a pagare i danni di guerra imposti dal trattato di Versailles, i tedeschi assistono, come ipnotizzati, all’entrata sul loro territorio di soldati francesi e belgi che occupano la Ruhr, regione mineraria e siderurgica. Francesi e belgi esigono di essere pagati direttamente con il carbone. Il governo di Berlino ordina una resistenza passiva, uno sciopero dei ferrovieri e minatori, che i francesi intendono rimpiazzare. Non c’è più carbone per i tedeschi e la situazione diventa particolarmente tesa.

Il 10 marzo 1923, un ufficiale francese, il tenente Colpin, viene assassinato. La sua salma attraversa la città e gli ufficiali francesi schiaffeggiano i tedeschi che non si tolgono il cappello. Questo episodio e quello dei quindici operai della Krupp, uccisi dai francesi il 31 marzo, saranno utilizzati dalla propaganda nazista, come l’esecuzione di un sabotatore, diventato un martire per il giornale nazista. Soldati di origine africana dell’esercito francese sono implicati in stupri: Hitler farà sterilizzare i meticci nati da queste unioni poi si vendicherà crudelmente nel 1940.

Hitler denuncia la debolezza dello Stato che consente ai francesi di trattare la Germania come una colonia. I tedeschi patiscono il freddo e la fame: tentano di rubare del carbone ai francesi. La Repubblica di Weimar è costretta a importare del carbone e a pagare i suoi scioperanti. La banca centrale deve stampare banconote a getto continuo. Il marco si deprezza in modo esagerato. In questa situazione di inflazione e di disoccupazione, l’estrema destra bavarese si mobilita, con alla sua testa il generale Lundendorff. Grazie a questo generale Hitler è riuscito a riunire tutti gli ex combattenti e vuol tentare un colpo di Stato, un putsch. Marciare su Monaco, poi su Berlino. Hitler disse: «Le nostre genti sono sottomesse a tali pressioni economiche che, se non agiamo, passeranno con i comunisti». I nazisti si procurarono delle armi grazie alla complicità dei militari, ma l’esercito e la polizia rimasero fedeli al governo.

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 9 novembre 1923. A Monaco, per Hitler tutto è perso. Ma Lundendorff ha la stravagante illusione di riuscire a trascinare la popolazione: fa, perciò, avanzare le sue truppe verso gli sbarramenti della polizia. I due campi si fronteggiano con Hitler al centro con il suo impermeabile bianco: un fotomontaggio nazista destinato a costruire la leggenda del coraggio di Hitler. In realtà si proteggeva dietro la sua guardia del corpo che rimase ucciso da un colpo di fucile, perché la polizia sparò, ponendo fine al putsch. Dieci anni dopo, quando Hitler si sarà impadronito del potere, istituirà, ogni 9 novembre, una cerimonia funebre alla memoria dei quattordici militanti nazisti uccisi durante il putsch. I loro nomi sono scanditi e i giovani gridano: «Presente». Hitler ha fatto costruire a Monaco un mausoleo dove i tedeschi hanno l’obbligo di sfilare salutando con il braccio teso coloro che vengono definiti da Hitler «i martiri di novembre». Continuando l’esaltazione del mito del putsch, Hitler inventerà un’altra grande cerimonia nazista, la bandiera di sangue. Ogni anno al congresso di Norimberga, mette in contatto, con delle mimiche feroci, le reliquie sacre, la bandiera del putsch macchiata di sangue, con gli stendardi delle nuove unità del partito come per consacrarle. Queste celebrazioni, quasi mistiche, fanno parte della scienza nazista della menzogna. In realtà Hitler aveva preparato male il suo putsch. Si era rivelato impulsivo e ne aveva ignorato le conseguenze. Queste scenografie nascondono un fiasco che metterà fine all’avventura nazista: il putsch è fallito, Hitler arrestato e il partito nazionalsocialista messo fuori legge.

Un grande scrittore austriaco, Stefan Zweig, scrisse: «Così, nell’anno 1923, sparirono le croci uncinate, le truppe d’assalto e il nome di Hitler ritornò nell’oblio».

Tre mesi dopo l’arresto di Hitler, a Monaco si apre il processo sul putsch.

2 febbraio 1924: Hitler è accusato di alto tradimento e della morte di quattro poliziotti. È passibile della pena di morte. Lundendorff, che non è stato nemmeno incarcerato, arriva al processo su un’auto di lusso con i suoi avvocati. È subito rimesso in libertà per rispetto al suo «glorioso passato» e perché gode di appoggi influenti. Sarà assolto.

Hitler, che voleva suicidarsi, comprende che il tribunale non gli è ostile; ritrova i suoi talenti di oratore e si lancia in invettive contro il governo e contro gli ebrei. Questo processo diventa una tribuna insperata, davanti a dei giudici sempre più compiacenti e ad un pubblico sempre più numeroso. Il verdetto è logicamente meno pesante di quello che Hitler avrebbe potuto temere. È condannato a cinque anni di prigione e incarcerato in una cella relativamente confortevole, che dà sulla campagna. Le condizioni di detenzione sono simili a quelle di un hotel perché può ricevere in qualsiasi momento dei simpatizzanti nazisti.

hitler-prigione.jpgHitler può ricevere tutti i giornali che desidera e inizia persino la lettura di opere di Marx. Rudolf Hesse, condannato a quindici mesi per la sua partecipazione putsch, occupa la cella vicina.

Il ritorno di Hitler diventa una necessità per i partiti di destra. Dei complici, all’esterno, intraprendono una procedura per la liberazione anticipata. Hitler sa che uscirà presto e sente la necessità di manifestare la sua visione del mondo e i suoi principi politici. Detta il suo libro a Rudolf Hesse, che lo batte su una macchina per scrivere di un banchiere e su della carta di Winifred Wagner, la nuora del compositore adulato da Hitler, che è razzista come Wagner e ammira il suo grande amico Adolf. Il testo del libro, raffazzonato, è riscritto da alcuni giornalisti nazisti; Hitler lo vuole intitolare «quattro anni e mezzo di lotta contro la menzogna, la stupidità e la vigliaccheria». Questo titolo, troppo lungo, viene cambiato in Mein Kampf, La mia battaglia. Il libro, che i nazisti vogliono considerare come la nuova Bibbia, conferma la concezione del mondo di Hitler. Nel libro, scritto come le sacre scritture e rilegato come i grandi manoscritti del medioevo, Hitler delira sulla lotta della razza superiore, quella dell’ariano biondo germanico, sulla conquista dello spazio vitale, sullo sradicamento del comunismo o sull’annientamento della Francia, per non parlare degli ebrei, che per Hitler non appartengono alla specie umana. Molti sono coloro che giudicano il libro demenziale, ma, all’epoca, sarebbe stato opportuno leggerlo e prenderlo seriamente perché è all’origine di 50 milioni di morti.

Hitler esce da prigione il 20 dicembre 1924, liberato per buona condotta. Immagina di essere l’erede dei grandi fondatori della Germania come Bismarck. Disse: «Il mio soggiorno in prigione mi ha dato una fiducia, una convinzione e un ottimismo che niente poteva più distruggere.

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Il Mein Kampf è un fiasco. Venderà solamente ventimila copie del primo volume.

Hitler passa molto tempo in un villaggio della Baviera, dove affitta un piccolo chalet, a Berchtesgarden. Conosce una giovane e bella serva, Maria Reiter, di sedici anni, con la quale ha una relazione. Lei si vuole sposare ma lui rifiuta. Le propone di essere un’amante segreta, come ad altre donne, per non ostacolare la sua missione. Lei lo lascia. Scrive il secondo volume del Mein Kampf, dedicato al suo progetto di espansione dello spazio vitale verso la Russia. Il libro conoscerà una media diffusione fino alla presa del potere nel 1933. Dopo, il Mein Kampf sarà quasi obbligatorio. Lo Stato lo offrirà ai giovani che si sposano. Non averlo nella biblioteca di casa può essere motivo di denuncia da parte di una collaboratrice familiare; Sarà distribuito dalle acciaierie Krupp agli operai più meritevoli. Il Mein Kampf si venderà in un modo o nell’altro in più di 80 milioni do copie e sarà tradotto in tutte le lingue. I diritti d’autore raggiungeranno cifre astronomiche e renderanno Hitler molto ricco.

Il 27 febbraio 1925, Hitler ritorna alla politica nella sala del caffè dove aveva lanciato il putsch, riaffermando di essere il capo dei nazisti. È allora che si verificherà un avvenimento che gli potrà essere utile. L’incarnazione della nuova democrazia tedesca, il primo presidente della repubblica di Weimar, il socialista Ebert muore, all’età di 57 anni, di un’appendicite malcurata. È un dolore sentito dai tedeschi perché il suo governo era riuscito a controllare l’inflazione e il paese si stava riprendendo. I tedeschi devono eleggere un nuovo presidente e vedono il ritorno delle croci uncinate per la campagna elettorale. L’interdizione del partito è stata tolta perché giudicato non più dannoso. Il candidato dell’estrema destra unita, che è ancora Ludendorff, ottiene appena l’1% dei voti. La sconfitta di Ludendorff, auspicata da Hitler per sbarazzarsi del suo rivale per il quale finge di battersi, rivela il suo fiuto politico. Hitler dice: «Gli abbiamo dato il colpo di grazia».

È l’altro grande capo del 1914-18, il maresciallo Von Hindenburg che viene eletto. Giovane ufficiale nel 1870, ha assistito alla proclamazione dell’impero tedesco a Versailles. Rassicura l’esercito, unisce i conservatori preoccupando la sinistra e l’Europa. Hitler rimane in secondo piano.

Il partito nazista si estende in tutto il paese, fino a contare circa 170.000 aderenti. Hitler ha fatto delle SA un vero esercito privato. Sono molto giovani, ma questi paramilitari sono dei bruti, dei fanatici, degli assassini. La loro nuova uniforme di color marrone li fa soprannominare le “camicie brune”, imitazione delle camicie nere della “marcia su Roma”, qualche anno prima. Un altro segno copiato da Mussolini è il saluto romano, il braccio teso accompagnato da un grido che per Hitler sarà: “Heil Hitler”, “Salute a Hitler”.

L’uniforme delle SA è stata disegnata e fabbricata da un’equipe di stilisti tedeschi, che disegneranno anche quelle nere delle SS e della gioventù hitleriana. I fondi sono frutto della generosità degli aderenti e dei simpatizzanti del fascismo, come il magnate della siderurgia Fritz Thyssen, le cui acciaierie sono pronte a forgiare nuovi cannoni, e uno dei più grandi costruttori di automobili, Henry Ford. L’antisemita Henry Ford, aiuta generosamente il partito nazista, donandogli tutti i guadagni delle vendite in Germania. In più Ford, a ogni compleanno di Hitler, gli fa un dono personale di 50.000 dollari, una bella somma per quell’epoca. Ford sarà il primo straniero decorato dai nazisti dell’Ordine della Grande Aquila tedesca.

1927: una grande riunione del partito per lanciare grandi operazioni di propaganda per galvanizzare l’esercito. Lo stendardo nazista proclama «Germania svegliati».

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Dal 1927 Hitler sceglie Norimberga quale bastione nazista e centro storico medievale, scenografia storica wagneriana che esalta i legami con i guerrieri germanici del medioevo. Hitler la definisce la sua capitale ideologica. Hitler vuole dimostrare la sottomissione del partito al Führer, al capo. Questo culto della personalità sarà ben curato dal fotografo ufficiale di Hitler, Heinrich Hoffman, che realizzerà una serie di foto per mostrare il lato umano del grande uomo e sedurre l’elettorale femminile, tale e quale se lo immaginano i nazisti. Nello studio del fotografo a Monaco, Hitler studia tutti i movimenti degli attori delle opere wagneriane per poi utilizzarle nei raduni nazisti. Hitler disse: «La massa delle donne è stupida. Ciò che la rende stabile è l’emozione e l’odio». L’odio è quello che seminano in tutta la Germania le SA, a cominciare nei quartieri ebrei delle grandi città. In questa società ancora pacifica, Stefan Zweig vede nascere la violenza. Egli scrisse: «Era il metodo fascista ma alla tedesca, esercitato con una precisione militare». Al suono di fischietto, le SA saltavano dai camion con la rapidità di un fulmine, colpivano con i manganelli e al suo di un altro fischietto balzavano sui camion e ripartivano com’erano venuti». Ma l’intimidazione e il terrore danno magri risultati.

Alle elezioni legislative del 1928 i nazisti non ottengono che il 2,6% dei voti, meno di un milione di voti; i comunisti tre volte di più; i centristi 4 milioni e i socialisti 10 milioni di voti.

Al Reichstag, la Camera dei deputati di Berlino, questi 2,6% di elettori tedeschi, soprattutto delle campagne, hanno consentito l’entrata di 12 deputati nazisti. Ciò fa impressione perché sono quasi tutti in uniforme delle SA. Tra loro, Herman Goering. Ferito al basso ventre durante il putsch, è ingrassato parecchio e ha una dipendenza alla morfina. Un’altra grande entrata: Joseph Goebbels, che corrisponde alla definizione di Nietzsche del secolo precedente: «Il fanatismo è la sola forma di volontà che può essere instillata ai deboli e ai timidi». Goebbels è lontano dall’essere un grande biondo ariano. È piccolo, zoppica e il suo piede lo fa soffrire dall’infanzia di un complesso d’inferiorità. Ma la sua intelligenza compensa questo handicap. È un rivoltoso contro la società, tentato dal marxismo prima del grande incontro della sua vita con Adolf Hitler. Tutto diventa luminoso per lui. Gli editori ebrei gli hanno impedito di diventare scrittore rifiutando i suoi manoscritti e questi sono i comunisti che seminano il caos. Egli dice: «Noi entriamo nel Reichstag come il lupo entra nell’ovile». Nessuno degli altri deputati, né il pubblico se ne rendono conto. Ciò che pensano, il giornale Frankfurter Zeitung lo scrisse allora: «Hitler non ha né pensiero né riflessione. È un folle pericoloso, ma se è arrivato là è perché ha avuto l’ideologia della guerra e l’ha interpretata in modo primitivo come se si fosse all’epoca delle invasioni barbariche, alla caduta dell’impero romano». La Germania non si preoccupa. Ci vorrà una grande catastrofe perché Hitler avesse un minimo avvenire. Lo storico Ian Kershaw scrisse: «Senza la Grande Depressione, senza la crisi del 1929, senza la disintegrazione dei partiti liberali e conservatori, Hitler sarebbe rimasto un visionario ai margini della vita politica». Ma Hitler non abbandonerà niente. «Noi continueremo la nostra battaglia».

Il Führer

 Quando Hitler sarà il dittatore della Germania, applicherà quello che ha scritto nel Mein Kampf: «Una razza più forte spazzerà via le razze deboli perché la corsa finale verso la vita li annienterà per lasciare il posto ai forti».

Come ha fatto Hitler a impadronirsi del potere e a diventare Führer? 

Norimberga 1929

Al congresso del partito nazista comincia quello che il drammaturgo Bertold Brecht chiama “la resistibile ascesa” di Adolf Hitler.

Una nuova crisi economica partita dagli Stati Uniti d’America devasta il mondo e soprattutto la Germania.

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Ottobre 1929.

Le fabbriche chiudono una dietro l’altra e il numero dei disoccupati raggiunge i sei milioni. Disperati, molti si volgono ai nazisti e verso i comunisti, che anche loro hanno le proprie truppe paramilitari in divisa.

Comunisti e nazisti si scontreranno in tutte le elezioni che seguono. Hitler provoca i disordini e pretende di essere il solo a poterlo fermare. Questo vero ricatto si rivela efficace.

Hitler riunisce i commercianti e i piccoli proprietari denunciando “la peste rossa”, i marxisti egalitari che spaventano i contadini. Il risultato è incredibile.

Settembre 1930: cento deputati nazisti sono eletti al Parlamento, il Reichstag.

Hitler è a capo della seconda formazione politica del paese, dopo i socialisti. Ciò non preoccupa i dirigenti che disprezzano Hitler. Stefan Zweig: «Per loro il potere è sempre stato riservato ai baroni, ai principi e a chi ha una cultura universitaria. Niente ha tanto accecato gli intellettuali tedeschi che l’orgoglio della cultura». Hitler invece continua la sua ascesa.

Ottobre 1931. In un anno Hitler s’impone alla estrema destra tedesca. Le federazioni degli ex combattenti, che hanno 500.000 aderenti, si dovranno sottomettere. 

Dietro questa postura dominatrice, Hitler nasconde un terribile segreto. Uno scandalo da cui non è riuscito a rimettersi. Delle voci circolano. Vive un dramma personale. Una passione per la sua nipote, Geli Ranbal, di ventitré anni. Egli l’ha amata in un modo irrazionale, possessivo. Lei si toglie la vita. Viveva con lui nel suo appartamento di Monaco. Aveva confidato a un amico: «Mio zio è un mostro. Nessuno immagina quello che esige da me». Aveva voluto lasciarlo. È morta.

Una campagna di stampa si scatena contro di lui, accusandolo di deviazioni sessuali e di aver fatto uccider Gali. Hitler, molto depresso, minaccia a sua volta di suicidarsi. Il suo entourage si preoccupa e decide di reagire. Il suo fotografo, Heinrich Hoffman, gli aveva presentato una segretaria. Rassomiglia a Geli. Si chiama Eva Braun. Ha diciannove anni. È già disinvolta. Farà l’affare. È sedotta dalla popolarità del capo del partito nazista. Hitler la fa diventare la sua amante segreta. Si proclama celibe, sposato alla Germania, per sedurre l’elettorato femminile.

Le donne in Germania hanno già il diritto di voto grazie al movimento femminista.

Eva Braun è una sportiva, sogna di diventare attrice a Hollywood. Dopo il suo incontro, Hitler ritrova il suo fiuto di animale politico. Nel 1932, quando si annuncia la fine del mandato del presidente della repubblica Hindenburg, Hitler si candida alla sua successione. Dieci anni dopo il suo tentativo di putsch e la prigione, Hitler potrebbe diventare presidente della Germania. I tedeschi scoprono dei manifesti impressionanti. Il capo della propaganda nazista, Goebbels, inventa una campagna elettorale ultramoderna con un aereo: la prima in Europa. Il più grande aereo commerciale è messo a disposizione dal direttore della compagnia aerea Lufthansa che non rifiuta questa possibilità di farsi pubblicità. Hitler con un casco di cuoio fa un giro di cento città della Germania dove può misurare la sua popolarità. Il suo pilota, Hans Baur, testimonia: «Abbiamo volato con tutte le condizioni di tempo; nessuna riunione è stata annullata. Le persone hanno incominciato a perdere la loro paura per l’aereo». E termina: «Hitler ha contribuito allo sviluppo del traffico aereo». Goebbels inventa lo slogan: «Il Führer sopra la Germania».

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Crea il mito di Hitler, salvatore supremo, con il suo sorvolare accuratamente filmato e proiettato in tutto il paese. Ma Goebbels non è così tranquillo. La campagna elettorale costa caro e gli industriali non si fidano ancora delle violenze di Hitler. I nazisti devono far pagare l’equivalente di un euro a chi vuole vedere Hitler. Questi non rifiutano. Al contrario. Uno spettatore, Von Spaum, racconta questa esperienza: «Improvvisamente ho sentito gli occhi di Hitler su di me e ne sono rimasto colpito per tutta la vita».

4 aprile 1932

Una settimana prima delle elezioni presidenziali Hitler raduna centomila berlinesi, stanchi dei partiti tradizionali che si dimostrano incapaci di far fronte alla crisi. Tra la folla Jutta Rüdiger, vent’anni: «La disoccupazione ci aveva fatto sprofondare in uno stato terribile. Si pensava che solamente Hitler ci avrebbe fatto uscire da questa miseria. Nessuno parla delle decine di migliaia di persone che ogni anno si tolgono la vita con il gas perché stanno male».

Grazie al suo discorso pseudo sociale, Hitler è un serio candidato alla presidenza. Allora la stampa si scatena. A destra, Hitler è presentato come il prototipo dell’avventuriero politico. A sinistra gli insulti sono più personali. Hitler viene definito effeminato, truffatore semi pazzo, ciarlatano vanitoso, falso duro dal frustino di pelle di rinoceronte.

Il presidente uscente, il maresciallo Hindenburg, reazionario e monarchico, ha tuttavia il sostegno della sinistra.

Il 10 aprile 1932, il verdetto: Hitler non sarà presidente. Tredici milioni di tedeschi hanno votato per lui, un terzo dell’elettorato. È una cifra enorme ma non è sufficiente. Hindenburg, rieletto grazie ai voti dei socialisti, tuttavia non vuole più dipendere da loro. Ciò causa nuove elezioni.

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E Hitler continua la sua “resistibile ascesa”. Riparte la campagna elettorale. Pronuncia cinque discorsi al giorno. Il suo entourage è sbalordito. È drogato dalla tribuna e dalla violenza. «I nostri avversari dicono che noi siamo, ed io in particolare, intolleranti e odiosi. E ci rimproverano di rifiutare la cooperazione con altri partiti. E bene, questi signori hanno ragione, noi siamo intolleranti. Il mi sono prefissato un obiettivo: sopprimere tutti i partiti».

Per Hitler il primo partito da sconfiggere è quello comunista. Le SA sono incaricate di questo compito. Sono quattrocentomila che si autofinanziano pagando le loro uniformi e il loro equipaggiamento. Uno di loro, Wolf Teubert, lavora in una pasticceria di Amburgo. Può velocemente raggiungere la sua coorte motorizzata. Dice: «Io non penso che a rischiare la mia vita per la Germania. L’umiliazione di Versailles ha fatto di me un appassionato difensore di Hitler». Egli ha la solidarietà, il cameratismo e la fierezza di avere un’uniforme. «Noi che eravamo troppo giovani per combattere nella Grande Guerra, noi approfittiamo dell’esperienza degli anziani». Goebbels ha fatto di loro un idolo. Un piccolo mascalzone berlinese, Horst Wessel, era stato promosso capo della Squadre d’Assalto: ucciso dai comunisti un anno prima, è diventato il martire del nazismo. Ai suoi funerali grandiosi, il capo della propaganda Goebbels, ha paragonato il suo sacrificio a quello di Cristo. Ha fatto filmare il suo funerale per mostrare che il nazismo è una devozione come il cristianesimo. Poi ha fatto diffondere una musica, ispirata come a un poema delle SA, per farla diventare l’inno del partito, il “Horst Wessel Lied”. Il canto “Horst Wessel” è il credo della violenza. «Presto la bandiera di Hitler sventolerà in tutte le strade; Presto la schiavitù non ci sarà più. I nostri camerati uccisi dal Fronte Rosso marciano ancora con noi».

Il Fronte Rosso erano le milizie comuniste, che si distinguevano perché indossavano un berretto da operaio e la casacca alla russa. Anche i loro militanti avevano un canto di battaglia: «Sinistra, sinistra, sinistra, suoniamo i tamburi, diamo un colpo potente al nemico, mettiamo la dinamite sotto il sedere della borghesia, minacciamo i fascisti che avanzano all’orizzonte. Proletari armatevi. Fronte Rosso, Fronte Rosso».

Luglio 1932: l’estate di sangue della campagna elettorale.

Le SA con la complicità della polizia affrontano i comunisti in veri combattimenti per le strade. I comunisti hanno 100 morti e 1000 feriti. Molti tedeschi, sfiniti per l’impotenza dello Stato, approvano le violenze naziste. In base ai risultati delle elezioni, 230 sono i deputati nazisti. Hitler è ormai il capo del primo partito politico del paese. Per la prima volta il potere è alla sua portata. Rapidamente, però l’euforia lascia il posto alla delusione: il presidente Hindenburg rifiuta di nominarlo cancelliere, capo del governo. Hindenburg dice a Hitler: «Davanti a Dio, alla mia coscienza e alla patria non posso dare il potere a un partito così intollerante come il vostro». Hindenburg gli propone di entrare in un governo ma Hitler, che non si considera come un politico ordinario alla ricerca di un posto ministeriale, vuole tutto il potere per fondare uno Stato totalitario.

In qualche settimana, Goebbels, a capo dell’enorme numero di parlamentari nazisti, riuscì a paralizzare il gioco democratico: nessuna maggioranza si poté formare. Goebbels annuncia: «Occorre sciogliere quest’assemblea che non rispecchia più la volontà del nostro popolo».

Si tengono nuove elezioni: le terze in un anno. Avranno luogo nel mese di novembre. Hitler pensa di approfittarne ancora: «Ho avuto la forza e la tenacia di trasformare le migliaia di aderenti degli inizi in quattordici milioni di elettori, ora ne otterrò venti milioni e poi trenta».

Novembre 1932: i risultati sono molto deludenti. Circondato dalla sua guardia personale, Hitler rimugina sulla sua sconfitta: ha perso due milioni di elettori e quaranta deputati.

Goebbels legge con amarezza la stampa mondiale. Il Daily Herald di Londra scrive: «L’hitlerismo, come forza politica, è morto». Il quotidiano francese Le Populaire, diretto da un grande nome del socialismo, Léon Blum, titola «La fine di Hitler». No, tre mesi dopo, Hindenburg, nell’impossibilità di formare una maggioranza, finisce per designare Hitler cancelliere.

Uno studente berlinese Sebastian Haffner scrive: «Apprendo la notizia, sono agghiacciato dal terrore. Sento l’odore del sangue e del fango. Percepisco un pericolo, come una grossa zampa sporca di un predatore che mette i suoi artigli sul mio volto».

Per arrivare là, il lupo diventa un agnello. Hitler ha rassicurato Hindenburg domandando solo due ministeri per i nazisti: gli Interni per un poliziotto di Monaco, Wilhelm Ftick, e Hermann Goering per controllare la polizia, due posti chiave.

30 gennaio 1933. Nomina, ai posti più importanti, un conservatore, Franz Von Papen, che è già stato cancelliere e l’uomo forte della estrema destra, Alfred Hugenberg, ministro dell’economia e dell’agricoltura, un temperamento autoritario e aggressivo. Hitler chiama il suo gabinetto “Governo di unione nazionale” perché non abbia l’aria di un governo nazista, ma di una coalizione nazionalista. Von Papen si sbaglia dicendo a Hugenberg: «Hitler è un nostro uomo». L’altro risponde: «Noi lo inquadreremo».

La sera stessa del 30 gennaio 1933, Goebbels organizza a Berlino, come in tutte le grandi città, una fiaccolata che vuole grandiosa, con i caschi d’acciaio, le SS, e soprattutto le SA. Goebbels dichiara che sono un milione a sfilare. Ma l’addetto militare inglese li stima in meno di 15.000 che Goebbels fa girare intorno per quattro ore. Passano sotto le finestre di Hindenburg, 85 anni, che crede di ritornare ai tempi di Verdun nel 1916 e dice al suo aiutante di campo: «I nostri uomini sfilano bene. Hanno fatto molti prigionieri». Hitler, alla Cancelleria, riceve degli omaggi deliranti. Un insegnante di Berlino, Luise Solmiz, dice: «Era un’ubriacatura senza vino – e aggiunge – ho sentito delle grida “Morte agli ebrei” e “Il sangue degli ebrei sgorgherà sotto i coltelli”».

Il 10 febbraio 1933 al Palazzo dello Sport di Berlino, Hitler pronuncia il suo primo discorso da Cancelliere. Qual è il piano di Hitler: il potere assoluto, ma a tappe. Al Parlamento siedono ancora 200 deputati socialisti e comunisti. La prima decisione di Hitler è di sciogliere l’assemblea e indire nuove elezioni. Nel suo discorso radiodiffuso chiama tutti gli elettori a votare per lui, anche quelli di sinistra: «Sono convinto che verrà l’ora per quei milioni di persone che ci maledicono, di entrare nei nostri ranghi e di salvare quello che noi abbiamo ottenuto con tanta fatica, questo nuovo Reich tedesco, quello della grandezza, dell’onore e della forza». Tuttavia, anche con questo discorso conciliante, Hitler continua ad agire di nascosto. Ma Goebbels precisa, tornando ai fondamentali per l’elettorato nazista di base: l’antisemitismo e la violenza: «Se i giornali ebrei credono di poterci spaventare con delle minacce larvate, attenzione a loro. La nostra pazienza ha dei limiti; un giorno si chiuderà il becco a questi sporchi mentitori ebrei. I membri del partito e delle SA possono stare tranquilli. La fine del terrore rosso è più vicino di quanto immaginate».

Due settimane dopo, a Berlino, durante la notte il grande edificio del Reichstag, il Parlamento tedesco, brucia. Di questo simbolo della democrazia tedesca non resta più niente.

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10 febbraio 1933: l’inchiesta condotta dalla polizia agli ordini di Goering, incrimina un comunista olandese Marinus Van der Lubbe, 24 anni, sospettato per un passato da piromane. Rapidamente dichiarato colpevole, sarà decapitato. A chi porta profitto il crimine? Ai nazisti. Hitler e Goering agitano lo spettro del complotto dei Rossi; Goering fa arrestare 4000 comunisti e i loro capi. Ma il partito comunista non è ancora messo fuori legge. Hitler vuol dare un’apparenza di legalità per le elezioni legislative che devono dar fiducia al suo potere. I tedeschi, benché stanchi delle campagne elettorali e dei disordini, vanno a votare in tutto il paese. Le SA si impegnano, come dicono i nazisti, a prevenire tutti gli attentati dei comunisti e a proteggere la popolazione. Le SA sono più di un milione, armati; per il loro statuto, sono come degli ausiliari della polizia. In tutta la Germania, si posizionano davanti alle sedi dei partiti di sinistra e dei sindacati. Vogliono ancora seminare la violenza mente Hitler mostra di gestire responsabilmente il voto elettorale, per continuare ad assicurare un Hindenburg affaticato. Goering, con fare minaccioso, seduto sulla sua poltrona gotica e impugnando il suo pugnale, dà la sua versione menzoniera dei risultati elettorali: «Il 5 marzo 1933 significa un’immensa vittoria per un uomo e per un movimento. Il vincitore è Adolf Hitler e il movimento è il nazionalsocialismo. E i due non sono che un tutt’uno con il popolo e il Reich!».

Hitler e la sua coalizione, in realtà, raggiungono appena la maggioranza. Nonostante la sua propaganda e le intimidazioni della SA, Hitler non è riuscito a impedire ai comunisti di ottenere il 12% dei voti. Allora Hitler getta la maschera ed entra nell’illegalità con la complicità del suo governo. Fa arrestare i deputati comunisti e li manda nei campi di concentramento di Oranienburg, vicino a Berlino, e di Dachau, che sono allestiti dai nazisti. Sono i primi dei sedici campi aperti nel solo anno 1933. Il numero dei detenuti politici passa a 100.000 nel primo mese del regime. Lo studente comunista Klaus Bastian racconta: «Le guardie li frustano, li immergono nell’acqua gelida, li minacciano di morte, di giorno e di notte». I nazisti sostengono, al contrario, che questi parlamentari, questi funzionari e questi sindacalisti vengono rieducati. L’ombra malefica della dittatura si estende su tutta la Germania. Essendo stato bruciato il Reichstag, Hitler riunisce il Parlamento all’Opéra Royal, circondato dalle SA, per chiedere i pieni poteri.

20 marzo 1933. Nel Parlamento non ci sono più deputati comunisti; i 94 socialisti ancora presenti avranno il coraggio di votare contro Hitler. Saranno anche loro arrestati, imprigionati o costretti all’esilio. 441 deputati, dall’estrema destra al centro cattolico, ascoltano uno scaltro discorso di Hitler destinato a imbrogliare. Promette tutto, come sempre, la fine della disoccupazione, la salvezza dei contadini, il rispetto dei diritti e soprattutto la pace. L’assemblea si suicida votando i pieni poteri a Hitler per quattro anni. Il presidente Hindenburg non potrà più opporsi alle decisioni del Cancelliere. Sotto gli evviva, la democrazia in Germania muore.

Che Hitler, un uomo che ha consolidato il suo potere con l’antisemitismo, possa dirigere uno dei paesi più industrializzati del mondo è sentito come una minaccia universale.

New York. Nel mondo intero le manifestazioni contro Hitler denunciano la sua barbarie, il suo oscurantismo e proclamano che «il giudaismo sopravviverà all’hitlerismo». Tutti gridano al boicottaggio mondiale dei prodotti tedeschi. Hitler, per dissuaderli, ordina una giornata di boicottaggio dei negozi ebrei in Germania. È l’inizio della persecuzione. Edwin Landau, proprietario di un grande supermercato della Prussia orientale, prima di emigrare con tutta la sua famiglia in Palestina, scrive: «In poco tempo è avvenuta in me una trasformazione. Questo paese e questo popolo che avevo amato e stimato fino ad ora sono diventati miei nemici. Non ero più tedesco e non dovevo più esserlo. Mi vergognavo di essere appartenuto a questo popolo, della fiducia che avevo accordato a tante persone che si rivelavano essere miei nemici».

L’antisemitismo ha contagiato le università. Il nazismo ha istigato gli animi contro la cultura moderna e ha imposto un’ideologia settaria e intollerante che spinge gli studenti a bruciare essi stessi dei libri. Con l’aiuto degli studenti, inquadrati dalle SA, in tutta la Germania vengono raccolte dalle biblioteche, dalle librerie e presso gli editori, tutte le opere che corrispondono a quello che Hitler ha definito di «spirito antitedesco». Sulla lista nera nazista vi sono i libri di Karl Marx, Sigmund Freud, Stefan Zweig, e più di trecento autori, soprattutto ebrei. 12.000 titoli sono condannati: centinaia di migliaia di libri devono essere bruciati. E le SA preparano il rogo. A Berlino, in piazza dell’Opéra, Goebbels pronuncia il discorso radiodiffuso che apre la “messa nera” di questo incendio di libri di stampo medioevale: «Cari studenti e studentesse di Germania, l’epoca dell’intellettualismo ebreo è passata. L’essere tedesco del futuro non sarà più un essere da libro ma un essere di volontà».

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10 maggio 1933. Una giovane berlinese, Dorothea Gunther, che assiste al rogo dei libri e al rituale nazista, testimonia: «Le SA e gli studenti gridavano il titolo del libro e il nome dell’autore e urlando “che era ebreo, pacifista, femminista o semplicemente moderno”, pronunciavano la sentenza “noi ti consegniamo al fuoco”. Sono rimasta ammutolita e offesa perché quegli studenti avevano letto e discusso molte di quelle opere che andavano in fumo».

Léon Blum scrisse: «In Germania, sarebbe stato necessario che i comunisti e i socialisti lottassero insieme». Ma i socialisti non avevano voluto. Per i comunisti, Mosca impartiva gli ordini: «Niente alleanze con i socialisti, i socialisti traditori». Le consegne suicide di Stalin hanno aiutato Hitler.

Hitler soppresse i sindacati e il 21 luglio 1933 mise fuori legge il partito socialista.

«SA e SS, Heil. Una grande epoca si apre davanti a noi – pronuncia in un discorso Hitler – La Germania finalmente si è svegliata. Noi abbiamo conquistato il potere. Ora dobbiamo conquistare il popolo tedesco».

Estate 1933. Il popolo tedesco può andare in vacanza. Il partito nazista è ormai il partito unico. I suoi slogan antisemiti non interessano troppo la gente. La sorte dei loro compatrioti di origine ebrea li interessa poco. Sono appena 500.000 mila, meno dell’1% della popolazione. La metà di questi ebrei tedeschi riuscirà a emigrare.

Gerda Blachmann testimonia: «Abbiamo potuto imbarcarci a condizione di lasciare tutti i nostri beni». Gli ebrei più poveri resteranno bloccati in Germania. Saranno deportati nei ghetti dell’Est e poi sterminati nei lager. Gli oppositori del regime fuggiranno come e dove potranno: soprattutto in Francia, dove saranno ripresi in seguito alla guerra e riconsegnati ai nazisti. Molti di loro che non partiranno per tempo e che vorranno resistere, saranno catturati e uccisi nei lager.

La grande maggioranza dei tedeschi si adatta alla dittatura. Alcuni cominceranno ad alzare ogni mattina la bandiera nazista a croci uncinate, diventata l’emblema ufficiale della Germania. Gli altri, una volta messo il bavaglio alla stampa, non potranno che leggere i giornali nazisti. Le bambine impareranno il saluto nazista, i bambini entreranno nella “gioventù hitleriana”, che svilupperà molto bene in loro l’aggressività. A scuola l’insegnante farà imparare ai ragazzi a maneggiare le armi. Nell’insegnamento della matematica, utilizzerà degli esempi del tipo: «Quanto costa in un anno allo Stato un alunno? Un handicappato 1.800 marchi, un alunno medio 320 marchi e un alunno brillante solo 125 marchi». Conclusione: la società non può sopravvivere se non quando i suoi cittadini sono geneticamente sani.

La figlia maggiore di ogni famiglia entrerà nella BDM, la Lega delle giovani tedesche e diventerà una brava sposa che avrà molti piccoli soldati, che si faranno uccidere a dieci anni negli ultimi combattimenti a Berlino, alla fine della seconda guerra mondiale. Ma i tedeschi non lo sapevano ancora in questa estate del 1933. Hitler non è interamente il capo supremo: deve ancora anestetizzare il popolo tedesco con la propaganda.

30 agosto 1933: primo congresso del partito nazista dopo la conquista del potere. Tra i partecipanti Rudolph Hesse, uno dei redattori della legge antiebraica, Goebbels che ha reso grande il Ministero della propaganda, Herman Goering, che ha fatto rinascere l’aviazione tedesca, Ernst Röhm, il capo dell’orda di fanatici che sono le SA. Röhm, che aveva partecipato al putsch del 1923 sarà accusato di tradimento. Le SA sono ormai due milioni, una forza che fa concorrenza all’esercito. Hitler, per avere il sostegno dei militari, deve metterli in riga ed elimina Röhm. Tutto inizia nell’estate del 1934 quando Hitler si reca a Venezia per incontrare Mussolini: è il 16 giugno 1934. Hitler è impressionato dal suo grande modello. Cerca l’accordo con Mussolini per il suo progetto di annessione dell’Austria. Mussolini rifiuta: non vuole la presenza tedesca alle sue frontiere. Mussolini disse: «Questo tipo mi sembra un monaco chiacchierone». Mussolini gli mostra la sua flotta, mentre Hitler non ha una marina. Hitler torna a Berlino mortificato. Comprende che fino a quando non avrà ricostituito la sua forza militare non potrà fare niente.

Hitler si reca alle manovre dell’esercito tedesco, piccolo in seguito al trattato di Versailles, ridotto a 100.000 uomini ma molto addestrato. Hitler sa che per fare una guerra occorrono dei generali, degli ammiragli, degli strateghi degli specialisti competenti. Ha promesso all’esercito di non rispettare il trattato di Versailles, di ridargli i suoi effettivi e il suo armamento. Ma i generali vogliono di più: vogliono la testa di Röhm e delle SA, più importanti per il loro numero dell’esercito. Röhm viene criticato per la sua mania di grandezza: fa ombra a Hitler. Goebbels disse: «È un bolscevico camuffato». Sono complici da più di quindici anni ma Hitler ha deciso di eliminare Röhm accusandolo di preparare un colpo di Stato. Hitler designa i boia: Himmler, capo delle SS, Heydrich, capo della Gestapo, Sepp Dietrich, un ex garzone macellaio divenuto capo della guardia di protezione del Führer. Tra il 30 giugno e il 2 luglio 1934, quella che Hitler chiamerà «la notte dei lunghi coltelli», le SS uccidono Röhm e 85 possibili oppositori o testimoni ingombranti del passato di Hitler. Dopo la fine di Röhm, le SA perdono tutta la loro influenza e sono ridotte a servizio d’ordine. L’esercito è soddisfatto, come gli industriali che temevano quando sentivano Röhm dire: «La rivoluzione nazionale socialista non è ancora terminata». Sepp Dietrich è promosso generale delle SS. Quando la regista Leni Riefensthal gira “Il Trionfo della Volontà” sul congresso del partito nazista del 1934, solo le uniformi nere delle SS sfilano. Ormai in alto nella piramide del potere Hitler è solo.

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Un mese dopo “la notte dei lunghi coltelli” l’ultimo presidente della repubblica, il maresciallo Hindenburg, muore all’età di 87 anni. La democrazia è morta e sepolta da lungo tempo. La dittatura continua la sua marcia implacabile. Hitler diventa il capo delle Forze armate. Il suo potere è totale. E tutti i soldati giurano fedeltà «al Führer nostro capo e del popolo tedesco, Adolf Hitler».

Luglio 1935. Hitler si reca al festival di Bayreuth per ascoltare Wagner, il suo musicista preferito. La nuora del compositore, Winifred Wagner, che l’ha sostenuto fin dal suo così difficile debutto, lo riceve ora come capo della Germania. Hitler può valutare il cammino percorso; ha realizzato il sogno assurdo della sua gioventù: diventare Rienzi, il suo eroe wagneriano preferito che si sacrifica per il suo popolo in adorazione davanti a lui. S’imbarca come Sigfrido, sul mare del Nord verso le sue chimere, accompagnato da coloro che l’hanno creato e che non possono più domare, colui che è diventato il golem, la creatura della Bibbia fatta di argilla e che accecherà gli umani con la sua potenza infernale.

Hitler si appropria dei successi della repubblica di Weimar, come le famose autostrade, che diventeranno le vetrine del regime nazista.

Germania sinagoga distrutta

Hitler si batte per promulgare le leggi razziali di Norimberga. Brucerà le sinagoghe nei grandi pogrom della “Notte dei cristalli”, preludio della “soluzione finale”. Si prepara a violare il trattato di Versailles rioccupando le zone smilitarizzate del 1919. Quando Francia e Inghilterra non reagiranno, la loro debolezza porterà Mussolini a riavvicinarsi a Hitler, lasciandolo annettere l’Austria per compiere la sua “missione”, riunire la Germania e i popoli che parlano il tedesco. Interverrà nella insanguinata guerra di Spagna, lanciando i suoi bombardieri, uccidendo la popolazione di Guernica e assicurando la vittoria ai fascisti di Franco sui repubblicani della Spagna.

Sogna il suo grande esercito, come quello di Napoleone. Marcerà verso Mosca, proclamando sempre che vuole la pace. «Noi vogliamo essere un solo e unico Reich, e voi dovete prepararvi. Noi vogliamo che il popolo diventi ubbidiente, e siete voi che dovete trascinarlo. Noi vogliamo che questo popolo diventi pacifico ma anche coraggioso, e siete voi che dovete essere pacifici!».

La Germania, trascinata dai discorsi e dalle manifestazioni grandiose, perderà i contatti con la realtà.

Quando la Germania sarà pronta, Hitler, feroce ed ostinato, la trascinerà, e il mondo intero con lei, in una lunga notte popolata di fantasmi di cinquanta milioni di morti.

Bibliografia:

Apocalypse Hitler Dvd

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