Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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Una bella notizia

25 Septembre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

Una bella notizia

Nel luglio 2011, la nostra associazione aveva chiesto all’Amministrazione comunale allora in carica, di dedicare alla memoria del defunto presidente della Repubblica, Sandro Pertini, un luogo di Lissone.

Oggi con la Giunta di Concettina Monguzzi sindaco, il nostro desiderio è diventato realtà.

dal sito del Comune di Lissone:

LISSONE INTITOLERA' UN PIAZZALE A SANDRO PERTINI

«La Giunta Comunale ha deciso di intitolare l'area verde collocata di fronte a Villa Magatti (compresa tra la via Garibaldi e via Paradiso) al Presidente Sandro Pertini. L'intitolazione di questo spazio, che prenderà il nome di "Piazzale Sandro Pertini - Settimo Presidente della Repubblica Italiana - 1896-1990", vuole ricordare il ruolo determinante del Presidente Pertini in un momento particolarmente difficile per la vita del Paese e quanto il suo mandato presidenziale sia stato caratterizzato da una forte impronta personale, tanto da essere ricordato come il "Presidente più amato dagli italiani" e come uno dei "padri della Patria" in virtù della sua opera nell'ambito della Resistenza e dell'Assemblea Costituente».


Domenica 14 settembre 2014 con un “VIAGGIO DELLA MEMORIA” eravamo andati a Stella (SV) alla casa di Sandro Pertini. La casa di Sandro Pertini è in Via Muzio 42 a Stella San Giovanni (SV). È sede Museale e biblioteca, nonché sede dell’Associazione “Sandro Pertini”, che mantiene e diffonde il patrimonio storico, umano e politico del presidente Pertini

Una bella notizia

Alessandro Pertini è nato a Stella (Savona) il 25 settembre 1896. Laureato in giurisprudenza e in scienze politiche e sociali. Coniugato con Carla Voltolina. Ha partecipato alla prima guerra mondiale; ha intrapreso la professione forense e, dopo la prima condanna a otto mesi di carcere per la sua attività politica, nel 1926 è condannato a cinque anni di confino. Sottrattosi alla cattura, si è rifugiato a Milano e successivamente in Francia, dove ha chiesto e ottenuto asilo politico, lavorando a Parigi. Anche in Francia ha subito due processi per la sua attività politica. Tornato in Italia nel 1929, è stato arrestato e nuovamente processato dal tribunale speciale per la difesa dello Stato e condannato a 11 anni di reclusione. Scontati i primi sette, è stato assegnato per otto anni al confino: ha richiesto di non dare seguito alla domanda di grazia presentata da sua madre. Lettera di Pertini, scritta dal confino di Pianosa, il 23 febbraio 1933, in cui rinuncia alla domanda di grazia.

Lettera di Pertini, scritta dal confino di Pianosa, il 23 febbraio 1933

Lettera di Pertini, scritta dal confino di Pianosa, il 23 febbraio 1933

Tornato libero nell'agosto 1943, è entrato a far parte del primo esecutivo del Partito socialista. Catturato dalla SS, è stato condannato a morte.

La sentenza non ha luogo. Nel 1944 è evaso dal carcere assieme a Giuseppe Saragat, ed ha raggiunto Milano per assumere la carica di segretario del Partito Socialista nei territori occupati dal Tedeschi e poi dirigere la lotta partigiana: è stato insignito della Medaglia d'Oro.

Il discorso di Sandro Pertini, segretario del Partito Socialista nell'Italia occupata, pronunciato la sera del 27 aprile 1945 dal microfono di Radio Milano, liberata dalle formazioni “Matteotti”.

I Maggio 1945: Pertini parla a Milano per la prima festa del Lavoro nell'Italia libera

I Maggio 1945: Pertini parla a Milano per la prima festa del Lavoro nell'Italia libera

Conclusa la lotta armata, si è dedicato alla vita politica e al giornalismo. E' stato eletto Segretario del Partito Socialista Italiano di unità proletaria nel 1945. E' stato eletto Deputato all'Assemblea Costituente. E' stato eletto Senatore della Repubblica nel 1948 e presidente del relativo gruppo parlamentare. Direttore dell'"Avanti" dal 1945 al 1946 e dal 1950 al 1952, nel 1947 ha assunto la direzione del quotidiano genovese "Il Lavoro". E' stato eletto Deputato al Parlamento nel 1953, 1958, 1963, 1968, 1972, 1976.

E' stato eletto Vice-Presidente della Camera dei Deputati nel 1963. E 'stato eletto Presidente della Camera dei Deputati nel 1968 e nel 1972. Dopo il fallimento della riunificazione tra P.S.I. e P.S.D.I,. aveva rassegnato le dimissioni, respinte da tutti i gruppi parlamentari.

E' stato eletto Presidente della Repubblica l'8 luglio 1978 (al sedicesimo scrutinio con 832 voti su 995). Ha prestato giuramento il giorno successivo. Ha rassegnato le dimissioni il 29 giugno 1985: è divenuto Senatore a vita quale ex Presidente della Repubblica. E' deceduto il 24 febbraio 1990.

Questo è il racconto di Pertini, socialista, confinato politico nell'isola di Ventotene.

«Domenica 25 luglio: una serata come tutte le altre. Quando la radio diede il comunicato ci avevano già rinchiusi nel camerone. Eravamo più di settecento, nella stragrande maggioranza comunisti: Longo, Terracini, Scoccimarro, Camilla Ravera, Secchia. Poi c'erano Ernesto Rossi e Riccardo Bauer del Partito d'Azione, e anche degli anarchici, gente che veniva dalle prigioni, naturalmente, che aveva fatto la guerra in Spagna, che era stata nei campi di concentramento francesi.

Alcuni di noi, ritenuti "pericolosissimi", godevano di un trattamento speciale: venivano sorvegliati a vista. La mattina del 26 notai che i militi che avevano la consegna di pedinarmi erano costernati. Un agente gridò: "C'è una comunicazione importante: tutti in piazza". Era lì che ci riunivano per l'appello; quando veniva letto il nostro nome bisognava rispondere "Presente". Una guardia non seppe star zitta, e si lasciò scappare una notizia che aspettavamo da vent'anni: "Hanno arrestato Mussolini".

Scoprimmo così che c'era un nuovo governo, presieduto dal maresciallo Badoglio, che la guerra continuava. Scoppiò un applauso, ma non si videro scene di esultanza clamorose; il sentimento che prevalse fu un senso di angoscia per quel che ci aspettava: una eredità fallimentare.

Presi subito contatto con alcuni compagni: "Se non stiamo attenti," dissi "può accadere qualcosa di grave". Costituimmo un comitato, ne facevano parte, ricordo, anche un albanese, che fu ucciso al ritorno in patria, e un libertario, Giovanni Damaschi, impiccato poi durante la lotta partigiana.

Chiedemmo di essere ricevuti dal direttore della colonia penale, il commissario Guida, che diventò poi questore di Milano. Lo trovammo nel suo ufficio, era pallido, nervoso, aveva già fatto togliere il ritratto del duce. Gli spiegai che da quel momento era il comitato che comandava, e lui doveva collaborare con noi, e come primo gesto, come prima prova di conversione, era opportuno che impartisse l'ordine alla Milizia smetterla di tenerci dietro, e quei giovanotti avrebbero fatto anche bene a togliersi la camicia nera e i distintivi e le cimici come le chiamavamo. Il dottor Guida poteva, saggiamente per evitare inconvenienti, incorporarli nell'Esercito. Gli chiedemmo di far presente, con forte urgenza, al ministero dell'Intemo, che c'era una logica conseguenza dei fatti: dovevamo essere tutti liberati e senza troppe formalità [...].

Il tempo, nell'attesa, passava lentamente, continuava ad arrivare il battello che partiva da Gaeta e trasportava i rifornimenti, la posta, i giornali; quando doveva sbarcare bestiame non c'era attracco, lo buttavano in acqua, con forti urla lo spingevano alla riva.

Vedemmo arrivare anche una corvetta, che gettò l'ancora in una insenatura. A bordo c'era Mussolini. Scesero dei funzionari della Sicurezza, e avevano già deciso: lo avrebbero scaricato lì, ma ad un tratto si imbatterono in un ufficiale tedesco. Chiesero a Guida cosa ci stava a fare e così seppero che sulla costa c'era una batteria antiaerea, con cento soldati. Allora pensarono di cambiare rotta. Non tenevano in alcun conto la nostra presenza e il rischio che comportava. Andammo subito dal direttore per fargli presente il pericolo; ci disse: "So perché siete venuti, ma state tranquilli. Lo hanno già portato a Ponza".

«Lo misero nella casa dove lui aveva fatto alloggiare Ras Imerù, l'abissino che aveva guidato le truppe del Negus e che, dopo la sconfitta, rifiutò di sottomettersi. Era un uomo pieno di dignità, alto, severo, portava un lungo mantello nero.

«Mussolini io lo vidi dunque una sola volta: all'arcivescovado di Milano, nell'aprile del 1945, lui scendeva le scale, io le salivo. Era emaciato, la faccia livida, distrutto [...].

Ed ecco il fausto momento: partì finalmente il primo veliero, ci furono molti abbracci, e quelli che se ne andavano stavano aggrappati alle sartie per salutarci, e noi eravamo lì sul molo, quelli sventolavano i fazzoletti, c'era un confinato che aveva portato con sé il bombardino, lo aveva salvato nelle trincee delle Asturie, nei campi di Vichy, attaccò l'Inno di Mameli e noi ci mettemmo a cantare, con passione, con ira, "va fuori d'Italia", e quelli della Wehrmacht, che capivano, ci fissavano cupi [...].

Un giorno il direttore mi mandò a chiamare: "Ho una bella novità per voi. E arrivato un telegramma che dispone per la vostra liberazione". Grazie, dissi. Però non me ne vado finché qui resta uno solo di noi. Ma Camilla Ravera, che diede sempre prova di una straordinaria forza morale, Terracini e altri, mi convinsero che dovevo partire, per andare a perorare la causa dei detenuti, così non diedi pace a Senise, Capo della Polizia, e a Ricci, che era agli Interni, li andavo a trovare ogni giorno con Bruno Buozzi. Erano restii, avevano nei confronti dei comunisti paura e odio. Minacciammo uno sciopero generale, e l'argomento li convinse. Quando arrivò l'ultimo di Ventotene, potei andare a trovare mia madre. Era molto vecchia e mi attendeva. Stava sempre seduta su un muretto che circondava la nostra casa. "Che cosa fa, signora?" le domandavano. "Aspetto Sandro", rispondeva. Poi rientrai nella capitale. Ero diventato, con Nenni, con Saragat, membro dell'esecutivo del partito e con Giorgio Amendola e Bauer facevo parte della Giunta Militare.

Venne l'8 settembre e fui a Porta San Paolo, c'erano anche Longo, Lussu e Vassalli, e gli ufficiali dei granatieri sparavano e piangevano: "Il re ci ha lasciati, il re ci ha traditi”. Vittorio Emanuele III e Badoglio fuggivano verso Pescara, i tedeschi si preparavano a liberare Mussolini, cominciava un'altra triste e lunga storia».

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Sandro Pertini

25 Septembre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Pertini-e-Biagi.jpgAlessandro Pertini ha 47 anni quando, il 25 luglio 1943, cade Mussolini e più di 13 ne ha trascorsi in carcere o in domicilio coatto. Nel '68 diventa presidente della Camera e nel 1978, ottantaduenne, capo dello Stato. Nel corso del settennato ottiene grande prestigio e uno straordinario consenso popolare.

Questo è il racconto di Pertini Alessandro, del fu Alberto e di Muzio Maria, avvocato, socialista, confinato politico nell'isola di Ventotene.

25 luglio 1943: come vissero quel giorno

 

«Domenica 25 luglio: una serata come tutte le altre. Quando la radio diede il comunicato ci avevano già rinchiusi nel camerone. Eravamo più di settecento, nella stragrande maggioranza comunisti: Longo, Terracini, Scoccimarro, Camilla Ravera, Secchia. Poi c'erano Ernesto Rossi e Riccardo Bauer del Partito d'Azione, e anche degli anarchici, gente che veniva dalle prigioni, naturalmente, che aveva fatto la guerra in Spagna, che era stata nei campi di concentramento francesi.

Alcuni di noi, ritenuti "pericolosissimi", godevano di un trattamento speciale: venivano sorvegliati a vista. La mattina del 26 notai che i militi che avevano la consegna di pedinarmi erano costernati. Un agente gridò: "C'è una comunicazione importante: tutti in piazza". Era lì che ci riunivano per l'appello; quando veniva letto il nostro nome bisognava rispondere "Presente". Una guardia non seppe star zitta, e si lasciò scappare una notizia che aspettavamo da vent'anni: "Hanno arrestato Mussolini".

Scoprimmo così che c'era un nuovo governo, presieduto dal maresciallo Badoglio, che la guerra continuava. Scoppiò un applauso, ma non si videro scene di esultanza clamorose; il sentimento che prevalse fu un senso di angoscia per quel che ci aspettava: una eredità fallimentare.

Presi subito contatto con alcuni compagni: "Se non stiamo attenti," dissi "può accadere qualcosa di grave". Costituimmo un comitato, ne facevano parte, ricordo, anche un albanese, che fu ucciso al ritorno in patria, e un libertario, Giovanni Damaschi, impiccato poi durante la lotta partigiana.

Chiedemmo di essere ricevuti dal direttore della colonia penale, il commissario Guida, che diventò poi questore di Milano. Lo trovammo nel suo ufficio, era pallido, nervoso, aveva già fatto togliere il ritratto del duce. Gli spiegai che da quel momento era il comitato che comandava, e lui doveva collaborare con noi, e come primo gesto, come prima prova di conversione, era opportuno che impartisse l'ordine alla Milizia smetterla di tenerci dietro, e quei giovanotti avrebbero fatto anche bene a togliersi la camicia nera e i distintivi e le cimici come le chiamavamo. Il dottor Guida poteva, saggiamente per evitare inconvenienti, incorporarli nell'Esercito. Gli chiedemmo di far presente, con forte urgenza, al ministero dell'Intemo, che c'era una logica conseguenza dei fatti: dovevamo essere tutti liberati e senza troppe formalità [...].

Il tempo, nell'attesa, passava lentamente, continuava ad arrivare il battello che partiva da Gaeta e trasportava i rifornimenti, la posta, i giornali; quando doveva sbarcare bestiame non c'era attracco, lo buttavano in acqua, con forti urla lo spingevano alla riva.

Vedemmo arrivare anche una corvetta, che gettò l'ancora in una insenatura. A bordo c'era Mussolini. Scesero dei funzionari della Sicurezza, e avevano già deciso: lo avrebbero scaricato lì, ma ad un tratto si imbatterono in un ufficiale tedesco. Chiesero a Guida cosa ci stava a fare e così seppero che sulla costa c'era una batteria antiaerea, con cento soldati. Allora pensarono di cambiare rotta. Non tenevano in alcun conto la nostra presenza e il rischio che comportava. Andammo subito dal direttore per fargli presente il pericolo; ci disse: "So perché siete venuti, ma state tranquilli. Lo hanno già portato a Ponza".

«Lo misero nella casa dove lui aveva fatto alloggiare Ras Imerù, l'abissino che aveva guidato le truppe del Negus e che, dopo la sconfitta, rifiutò di sottomettersi. Era un uomo pieno di dignità, alto, severo, portava un lungo mantello nero.

«Mussolini io lo vidi dunque una sola volta: all'arcivescovado di Milano, nell'aprile del 1945, lui scendeva le scale, io le salivo. Era emaciato, la faccia livida, distrutto [...].

Ed ecco il fausto momento: partì finalmente il primo veliero, ci furono molti abbracci, e quelli che se ne andavano stavano aggrappati alle sartie per salutarci, e noi eravamo lì sul molo, quelli sventolavano i fazzoletti, c'era un confinato che aveva portato con sé il bombardino, lo aveva salvato nelle trincee delle Asturie, nei campi di Vichy, attaccò l'Inno di Mameli e noi ci mettemmo a cantare, con passione, con ira, "va fuori d'Italia", e quelli della Wehrmacht, che capivano, ci fissavano cupi [...].

Un giorno il direttore mi mandò a chiamare: "Ho una bella novità per voi. E arrivato un telegramma che dispone per la vostra liberazione". Grazie, dissi. Però non me ne vado finché qui resta uno solo di noi. Ma Camilla Ravera, che diede sempre prova di una straordinaria forza morale, Terracini e altri, mi convinsero che dovevo partire, per andare a perorare la causa dei detenuti, così non diedi pace a Senise, Capo della Polizia, e a Ricci, che era agli Interni, li andavo a trovare ogni giorno con Bruno Buozzi. Erano restii, avevano nei confronti dei comunisti paura e odio. Minacciammo uno sciopero generale, e l'argomento li convinse. Quando arrivò l'ultimo di Ventotene, potei andare a trovare mia madre. Era molto vecchia e mi attendeva. Stava sempre seduta su un muretto che circondava la nostra casa. "Che cosa fa, signora?" le domandavano. "Aspetto Sandro", rispondeva. Poi rientrai nella capitale. Ero diventato, con Nenni, con Saragat, membro dell'esecutivo del partito e con Giorgio Amendola e Bauer facevo parte della Giunta Militare.

Venne l'8 settembre e fui a Porta San Paolo, c'erano anche Longo, Lussu e Vassalli, e gli ufficiali dei granatieri sparavano e piangevano: "Il re ci ha lasciati, il re ci ha traditi”. Vittorio Emanuele III e Badoglio fuggivano verso Pescara, i tedeschi si preparavano a liberare Mussolini, cominciava un'altra triste e lunga storia».

 

Bibliografia

 

Enzo Biagi - la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1990

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Aldo Mapelli, patriota

23 Septembre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Aldo Mapelli, patriota

Dalla testimonianza di Maurizio Mapelli, figlio di Aldo, e dai documenti del padre da lui gelosamente conservati.

Aldo Mapelli, nasce il 29 giugno 1923 a Besana in Brianza, frazione Calò, proprio davanti alla chiesa dove una volta c’era una cascina ora scomparsa. Figlio di Fermo e di Amabile Corti, Lavora presso la ditta Viganò e Brivio di Via Carotto di Lissone, quando, il 12 gennaio 1943 viene richiamato alle armi.

attestato della ditta Viganò e Brivio di cui era dipendente

attestato della ditta Viganò e Brivio di cui era dipendente

Stemma del 41° Reggimento di fanteria "Modena"
Stemma del 41° Reggimento di fanteria "Modena"

Dal 15 gennaio 1943 viene inquadrato nella Compagnia mortai del 41° Reggimento di fanteria "Modena" con sede a Imperia.

Dopo un addestramento di cinque mesi, il 4 giugno 1943 viene “spedito” in Grecia.

Il Reggimento di fanteria "Modena" rimase nel 1942/43 dislocato in Albania e Grecia con compiti di presidio. Verrà sciolto in Epiro dopo l’8 settembre 1943 a seguito degli eventi che determinarono l'armistizio.

Aldo si trova al fronte in condizioni che, come scrive nel suo diario, lo obbligavano “a dormire sulla paglia senza cambiarsi e a saltare frequentemente pranzo (e cena...)”.

Fatto prigioniero dai tedeschi, il 9 settembre 1943, con altri suoi commilitoni viene internato nel campo di concentramento di Riesa (città tedesca della Sassonia), controllato dalle SS, dove resta per breve tempo, per essere poi trasferito in una caserma in Boemia (in Cecoslovacchia, non lontano da Praga).

Come scrive nel suo diario Aldo Mapelli, questa nuova destinazione si presenta come un “Paradiso”: cuccette per dormire e pranzi regolari; le precedenti astinenze lo portano a descrivere minutamente i “menù” giornalieri (pane, salame, verdure, patate per lo più …). Ogni sera ricorda i genitori e il fratello Carlo, allora prigioniero negli USA.

pagine del diario
pagine del diario
pagine del diario

pagine del diario

Nella ricorrenza della festa di Lissone (il 17 ottobre), lo prende la nostalgia ripensando ai momenti di divertimento trascorsi con gli amici l’anno prima.

La vita nel campo é tranquilla e quasi monotona: pulizie, attendenza al maresciallo tedesco, lezioni sull’uso del fucile, istruzione, indottrinamento, qualche sigaretta, giochi a carte con i commilitoni (cita in particolare il Casati “semper insema”, ma anche Pellegrini, Gazzoni, Gelso di Milano …), e qualche volta un po’ di musica con la fisarmonica.

Vige il divieto di uscire dal campo, neanche per la festa nazionale tedesca (Marcia su Monaco).

Alla vigilia di Natale viene loro concesso il permesso di andare in città per assistere alla proiezione di un film; la serata finisce con una festa che si protrae fino alle ore piccole, a cui partecipano anche soldati tedeschi tra cui il maresciallo Kunze, “ubriaco da far paura”.

Alla baldoria dovrebbe seguire il rientro in Italia “partire per la nostra amata Patria”: queste almeno erano le promesse. E invece:

mappa con i campi di concentramento nazisti

mappa con i campi di concentramento nazisti

qui termina il diario e ... racconta il figlio Maurizio:

«Quando si accorsero che il treno non stava andando verso l’Italia ma nella direzione opposta, con alcuni commilitoni riesce a scappare e a rientrare, ...“non si sa come anche se sicuramente c’entra un treno .., in Italia nel 1944».

Dalle dichiarazioni di Aldo Mapelli riportate nel foglio matricolare: «Sono rimasto in Boemia fino a marzo del 1944, poi fuggo e con mezzi di fortuna rientro in Italia».

dal foglio matricolare
dal foglio matricolare
dal foglio matricolare

dal foglio matricolare

Aldo Mapelli, patriota

A Lissone rimane pochi giorni e si deve nascondere. Si “aggrega” a coloro che stanno organizzando la resistenza. Dalla tessera in possesso di Aldo Mapelli, rilasciata dal Comando Militare di Piazza in collegamento con il Comitato di Liberazione di Lissone, risulta facente parte di una delle squadre della 119ma Brigata Garibaldina (documento firmato da Riccardo Crippa, nome di battaglia Ettore).

Dagli archivi lissonesi di storia locale:

Tra i compiti del CLN lissonese vi erano quelli di “organizzare squadre armate di difesa e di intervento”, di agire per “incrementare la lotta partigiana”. I componenti di queste squadre dovevano essere “elementi scelti, che diano prova di saper agire, che siano di provata fede antifascista”. Inoltre, per il loro delicatissimo impiego, dovevano “godere la stima della popolazione per le loro doti di moralità e di onestà”.

Nel verbale del 21 settembre del 1944, vengono date al comandante delle squadre delle direttive ben precise per il momento dell’insurrezione, che si crede ormai prossima: in realtà dovrà intercorrere ancora un lungo inverno. In particolare:

1°) Occupazione della caserma della G.N.R. (n.d.r. Guardia Nazionale Repubblicana, che durante la Repubblica Sociale Italiana aveva sostituito l’arma dei Carabinieri) – Insediamento e punto di ritrovo dei componenti delle squadre;

2°) Organizzazione dei turni di servizio del vettovagliamento;

3°) Occupazione delle aziende pubbliche – gas, luce, acqua; centrale telefonica, magazzino viveri, stazione ferroviaria;

4°) Ordine pubblico

a) evitare disordini, saccheggi, distruzioni di negozi in genere con il fermo di persone sospettate di capeggiare gruppi che abbiano a fomentare disordini per attuare i loro piani criminali;

b) arresto e fermo di persone segnalate nelle liste – loro relegazione e custodia in appositi locali.

trascrizione di documenti originali
trascrizione di documenti originali
trascrizione di documenti originali

trascrizione di documenti originali

tibro, bandiera e zona operativa della 119ma brigata
tibro, bandiera e zona operativa della 119ma brigata
tibro, bandiera e zona operativa della 119ma brigata

tibro, bandiera e zona operativa della 119ma brigata

Aldo Mapelli, patriota

Nei giorni della Liberazione lo ritroviamo festante con i compagni davanti all’attuale palazzo Terragni, in quei giorni “Casa del Popolo”, Aldo é il secondo da sinistra

primo maggio 1945 a Lissone
primo maggio 1945 a Lissone
primo maggio 1945 a Lissone
primo maggio 1945 a Lissone
primo maggio 1945 a Lissone
primo maggio 1945 a Lissone
primo maggio 1945 a Lissone
primo maggio 1945 a Lissone
primo maggio 1945 a Lissone

primo maggio 1945 a Lissone

Aldo Mapelli, patriota

Aldo Mapelli non lascia più Lissone, dove opera come falegname/mobiliere.

Dalla casa di ringhiera di Via Madonna, dove festeggia la nascita del primogenito Maurizio, e con la falegnameria rivolta su piazza Garibaldi, dove ora c’é un ristorante, con la famiglia si trasferisce a Monza, però sempre al confine con Lissone, alla Cascina Crippa, casa natale della moglie Claudina, dove apre un laboratorio di falegnameria e restauro ancora esistente.

Il suo banco da lavoro fa bella  mostra in un prestigioso ristorante ad Alzano Lombardo
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Settembre 1943, la Milano del dopo armistizio

13 Septembre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Settembre 1943, gli stracci sono sempre i primi a volare. La Milano del dopo armistizio si presenta come una città devastata dalle incursioni aeree dell'agosto precedente.
   

Degli oltre duecentomila abitanti rimasti senza tetto la maggior parte sono operai: alloggiavano in «abitazioni malsane e carissime» e ora, dopo che i bombardamenti alleati hanno infierito sui quartieri popolari di Porta Genova, Porta Ticinese, Porta Garibaldi e sull' area a nord dell'Arena, non hanno più nemmeno quelle.

Diverso il discorso per i ceti abbienti, i quali, a quest'epoca, sono già sfollati trovando riparo nelle campagne e nelle valli lombarde. Le autorità municipali, di fronte a tale situazione, ventilano sì un progetto di accertamento e di requisizione dei vani disponibili, ma basta il coro di proteste del sindacato proprietari di fabbricato perché tutto si areni e la proverbiale solidarietà meneghina, il "gran coeur de Milan ", si blocchi di fronte all'inviolabilità della proprietà privata.

Adesso, dopo l '8 settembre, il problema degli alloggi è aggravato anche dalle requisizioni operate dai tedeschi. Trovare casa, anche un buco in cui accalcarsi, diventa impresa sempre più ardua, almeno per chi non possiede un reddito superiore.

Non meno drammatica si presenta la situazione alimentare: le razioni assegnate a prezzi controllati - per ammissione degli stessi repubblichini - forniscono «meno di un terzo del fabbisogno minimo».

Il ricorso al mercato nero è, dunque, un fatto scontato e indispensabile, senonché i prezzi vanno registrando un'impennata vertiginosa. Anche qui, accanto alle disastrose conseguenze di un'economia di guerra di per sé asfittica e sempre più corrosa dalla speculazione, accanto alla rarefazione dei prodotti e alle difficoltà di approvvigionamento dovute al dissesto dei trasporti e al dominio dei cieli da parte dell' aviazione alleata, si aggiunge il peso dell'occupazione germanica.

La fissazione del cambio lira-marco nel rapporto 1 a 10, incoraggia l'accaparramento di beni di consumo da parte dei militari e dei cittadini tedeschi e concorre alla progressiva lievitazione dei prezzi della borsa nera, peraltro già inaccessibili alle classi più povere.

Con lo scorrere delle settimane la situazione generale peggiora sempre più. Il costo della vita ascende a livelli impensati: il capitolo alimentazione del settembre 1943 registra un aumento di 50 punti rispetto ai 14 dell'anno precedente e quello del vestiario un aumento di 74 punti (8 nel 1942).

Nei mesi successivi, da ottobre a dicembre, la Militärkommandantur 1013 segnala l'inadeguatezza del rifornimento dei grassi (destinati prevalentemente al fabbisogno della Wehrmacht), la deficiente disponibilità di zucchero, la scarsità di scarpe e la minaccia della totale scomparsa del sale. Buon ultimo anche la produzione risicola lombarda è destinata all'esportazione verso il Reich e, pertanto, alla popolazione italiana non potranno essere distribuiti che esigui quantitativi.

A completare il quadro già drammatico c'è anche la mancanza di combustibile e di legna da ardere per affrontare i rigori dell'inverno ormai prossimo: a fine anno l'indice relativo al capitolo riscaldamento e luce segna un aumento di ben 84 punti. Va da sé che, in una simile situazione, la difesa del salario e del posto di lavoro si identifichi come non mai con le possibilità di sopravvivenza, tanto più che la classe operaia si trova ora a dover fronteggiare anche i provvedimenti adottati dal padronato nella nuova congiuntura economico-politica.

Dall'agosto all'ottobre del 1943 in previsione della smobilitazione dell'industria bellica e, poi, per la scarsità di materie prime, il numero degli operai occupati diminuisce dell'8,8%, mentre l'indice delle ore lavorative eseguite cala di quasi 11 punti in settembre e di 17,2 in ottobre.

Le cifre statistiche relative all'intera Italia settentrionale trovano conferma in ciò che accade nel capoluogo lombardo. Tra settembre e ottobre si scatena una massiccia ondata di licenziamenti: la Caproni (6.000 dipendenti) ne espelle 2.000, la Lagomarsino (4.000) ne caccia 3.000, la Brown Boveri 2.000 su un totale di 5.000, la Safar (3.000 dipendenti) ne allontana 1.500, la Olap 500, le Rubinetterie riunite 1.300, la Montecatini 700, la Rizzoli riduce il personale da 200 a 70 unità, la Magni chiude, l'Innocenti non licenzia ma sospende 1.500 lavoratori. A nessuno viene corrisposto il previsto pagamento del 75% del salario da parte della cassa integrazione e i licenziamenti sono accompagnati dalla contrazione delle ore lavorative e dal mancato rispetto di accordi aziendali: alla Montecatini la settimana è ridotta a cinque giorni lavorativi, alla Safar si scende a due e inoltre si eludono gli impegni presi in merito alla concordata distribuzione di carbone e di biciclette per gli operai e se ne sospendono altri 300; all' Alfa Romeo di Melzo non vengono pagate le 35 lire pattuite per la trasferta né si provvede, come promesso, agli alloggi per i lavoratori; alla Grazioli si rifiuta il pagamento del 75% del salario ai sospesi e, in novembre, alla Caproni vengono ridotte le tariffe preventive del cottimo. 

 

Novembre 1943, l'angoscia grava sulla città come la sua proverbiale nebbia. Le forniture di gas e energia elettrica sono limitate a alcune ore della giornata, la gente va a dormire al buio e al freddo con l'incubo dei bombardamenti: una valigia ai piedi del letto e la torcia elettrica a dinamo sul comodino, per essere pronti al primo allarme a precipitarsi nelle cantine trasformate in malsicuri rifugi antiaerei.
 

C'è poco da mangiare: a chi possiede una tessera annonaria, in ottobre, sono stati distribuiti un chilo di patate, 100 gr. di fagioli, 50 gr. di salumi, 80 gr. di carne suina, un decilitro di olio, 200 gr. di burro e 100 gr. di grassi di maiale. Riso e pasta si aggirano attorno al chilo, di carne di manzo neanche parlarne, la verdura è introvabile. Una saponetta da bagno da 100 gr. deve durare due mesi e tra poco sparirà dal mercato. Per chi fuma la razione giornaliera è di tre sigarette.

 

Ma non esiste solo una Milano operaia che fa la fame, ne esiste anche un' altra: una Milano che sembra non voler pensare a quanto sta succedendo, una Milano che vuole stordirsi, che vuole o finge di illudersi che tutto stia tornando alla normalità. E i tedeschi, che di questa pseudonormalità hanno bisogno, ne incoraggiano gli aspetti più frivoli concedendo a tutto spiano autorizzazioni alla riapertura di cinema e teatri. I sette cinematografi rimasti aperti nei giorni dell'armistizio diventano ventotto alla fine di ottobre, più quattro teatri.

Bombardata la Scala, la stagione lirica si riapre al Nuovo con il Rigoletto e, se proprio non va bene a chi ha dello spettacolo un gusto un po' più grasso, al Mediolanum c'è Gambe al vento, con la compagnia di quel Nuto Navarrini che vanterà intime amicizie tra gli assassini della Legione autonoma Ettore Muti e che spesso si mostrerà in pubblico indossandone la divisa: negli anni cinquanta troverà benevola accoglienza nei palinsesti televisivi della Rai. Per chi ha denaro, invece, da sabato 29 ottobre è ripreso il galoppo all'ippodromo di San Siro.

È anche contro questa falsa normalità che i gappisti devono battersi per impedire che dilaghi e invischi le coscienze nell'accettazione passiva dell'occupazione straniera e del rigurgito squadrista.
da “Due inverni un’estate e la rossa primavera” di Luigi Borgomaneri


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8 settembre 1943: le vicissitudini di cinque Lissonesi

4 Septembre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Il giorno 8 settembre 1943, i sei Lissonesi

Oreste Ballabio, di anni 20

Gabriele Cavenago, di anni 23

Enrico Consonni, di anni 21

Salvatore Lambrughi, di anni 19

Oreste Parma, di anni 24 

Arnaldo Pellizzoni, di anni 28


in divisa militare, sono in guerra su diversi fronti.

Dopo la firma dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati e l’ambiguo proclama di Badoglio, le loro vicende mutano rapidamente: Oreste Ballabio partecipa alla liberazione dell'Italia nel Corpo Italiano di Liberazione, Gabriele Cavenago, passa tra le fila della Resistenza come membro delle SAP - Squadre di Azione Patriottica, Enrico Consonni, militare "sbandato" riesce a tornare a Lissone dalla Yugoslavia, Oreste Parma e Arnaldo Pellizzoni, Salvatore Lambrughi, catturati dai tedeschi, vengono internati nei lager nazisti. I sei, terminata la guerra, faranno ritorno al loro paese.  Oreste Parma, Arnaldo Pellizzoni e Salvatore Lambrughi, benché molto provati nel fisico e nell’animo, riusciranno a sopravvivere, a resistere e a tornare dal campo di concentramento.


Ma leggiamo le loro storie:
 

Oreste Ballabio


Gabriele Cavenago


Enrico Consonni

 

Salvatore Lambrughi


Oreste Parma


Arnaldo Pellizzoni

 

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Fu un massacro ... a Sant'Anna di Stazzema

15 Août 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

 


I nazisti in ritirata fanno saltare i ponti di Firenze



Agosto 1944

Gli Alleati avanzano verso nord nell’Italia centrale. partigiani-in-azione-Firenze.jpg Il 6 agosto i milleseicento partigiani della divisione Garibaldi entrano in azione nelle operazioni per la liberazione di Firenze (verrà liberata il 12 agosto).

Il 5 agosto la Wehrmacht aveva disposto l'evacuazione di Stazzema, paesino in provincia di Lucca ai piedi delle Alpi Apuane. Come in molti altri casi soltanto una parte della po­polazione aveva obbedito all' ordine; anzi fino a quel giorno fa­tale, in seguito al diffondersi di voci tranquillizzanti, non sol­tanto fecero ritorno alle proprie case un gran numero di donne e bambini, ma si rifugiarono a Sant' Anna anche numerosi sfol­lati provenienti da altre frazioni. La sera dell'11 agosto i tedeschi, che ritirandosi oppongono una forte resistenza e si abbandonano ad ogni sorta di eccidi,  emanano un ordine (in tedesco Bandenunternehmen) per «l'impiego delle truppe contro le bande» considerando tutti quelli che abitavano nelle zone di montagna come dei «partigiani».

L'unità della XVI divisione, in cui erano inquad­rati anche soldati italiani delle SS, si muoveva verso Sant' Anna da quattro direzioni. Entrò in azione anche un discreto numero di collaborazionisti, almeno una quindicina. Guidarono i nazisti per le impervie mulattiere che portavano a Sant'Anna, si caricarono sulle spalle cassette di munizioni.

Il 12 agosto del ’44 fu un massacro.

All’alba del 12 agosto, reparti di SS, in tutto alcune centinaia, in assetto di guerra, salirono a Sant’Anna.

Sant-Anna-alcune-case-oggi.jpg

Verso le sette il paese era ormai circondato. Gli abitanti non pensavano ad una strage, ma piuttosto ad una normale operazione di rastrellamento. Molti uomini infatti fuggirono, nascondendosi nei boschi. Troppo tardi si accorsero delle reali intenzioni dei nazisti.
Così lo scrittore Manlio Cancogni narra gli avvenimenti di quella terribile giornata: «I tedeschi, a Sant’Anna, condussero più di 140 esseri umani, strappati a viva forza dalle case, sulla piazza della chiesa. Li avevano presi quasi dai loro letti; erano mezzi vestiti, avevano le membra ancora intorpidite dal sonno; tutti pensavano che sarebbero stati allontanati da quei luoghi verso altri e guardavano i loro carnefici con meraviglia ma senza timore né odio.

 


Li ammassarono prima contro la facciata della chiesa, poi li spinsero nel mezzo della piazza, una piazza non più lunga di venti metri e larga altrettanto, una piazza di tenera erba, tra giovani piante di platani, chiusa tra due brevi muriccioli;

luogo-del-massacro.jpg

e quando puntarono le canne dei mitragliatori contro quei corpi li avevano tanto vicini che potevano leggere negli occhi esterrefatti delle vittime che cadevano sotto i colpi senza avere tempo nemmeno di gridare.

Breve è la giustizia dei mitragliatori; le mani dei carnefici avevano troppo presto finito e già fremevano d’impazienza. Così ammassarono sul mucchio dei corpi ancora tiepidi e forse ancora viventi, le panche della chiesa devastata, i materassi presi dalle case, e appiccarono loro fuoco.

E assistendo insoddisfatti alla consumazione dei corpi spingevano nel braciere altri uomini e donne che esanimi dal terrore erano condotti sul luogo, e che non offrivano alcuna resistenza.

Intanto le case sparse sulle alture, le povere case di montagna, costruite pietra su pietra, senza intonaco, senza armature, povere come la vita degli uomini che ci vivevano erano bloccate.

Gli abitanti erano spinti negli anditi, nelle stanze a pianterreno e ivi mitragliati e, prima che tutti fossero spirati, era dato fuoco alla casa; e le mura, i mobili, i cadaveri, i corpi vivi, le bestie nelle stalle, bruciavano in un’unica fiamma. Poi c’erano quelli che cercavano di fuggire correndo fra i campi, e quelli colpivano a volo con le raffiche delle mitragliatrici, abbattendoli quando con grido d’angoscia di suprema speranza erano già sul limitare del bosco che li avrebbe salvati.

Poi c’erano i bambini, i teneri corpi dei bimbi a eccitare quella libidine pazza di distruzione. Fracassavano loro il capo con il calcio della «pistol-machine », e infilato loro nel ventre un bastone, li appiccicavano ai muri delle case. Sette ne presero e li misero nel forno preparato quella mattina per il pane e ivi li lasciarono cuocere a fuoco lento. E non avevano ancora finito.

Scesero perciò il sentiero della valle ancora smaniosi di colpire, di distruggere, compiendo nuovi delitti fino a sera.

A mezzogiorno tutte le case del paese erano incendiate; i suoi abitanti fissi e gli sfollati erano stati tutti trucidati. Le vittime superano di gran lunga i cinquecento, ma il numero esatto non si potrà mai sapere.

"Alcuni scampati all’eccidio erano corsi in basso a portare la notizia agli abitanti della pianura raccolti in gran numero nella conca di Valdicastello. La notizia la portavano sui loro volti esterrefatti, nelle parole monche che erano appena capaci di pronunciare e dalle quali chi li incontrava capiva che qualcosa di terribile era accaduto pur senza immaginare le proporzioni. Della verità cominciarono invece a sospettare nelle prime ore del pomeriggio quando le prime squadre di assassini scendendo dalle alture di Sant’Anna, si annunciarono sull’imbocco della vallata a monte del paese.

Li sentivano venir giù precipitosi,accompagnati dal suono di organetti e di canzoni esaltate, e quel ch’è peggio dal rumore di nuovi spari, da nuove grida, che non convinti di aver ben speso quella giornata, i tedeschi la completavano uccidendo quanti incontravano sul sentiero della montagna.

Alcuni che al loro passaggio s’erano nascosti nelle antrosità della roccia vi furono bruciati dentro dal getto del lanciafiamme. Una donna che correva disperata portando in salvo la sua creatura, raggiunta che fu, le strapparono dalle braccia il prezioso fardello, lo scagliarono nella scarpata e lei stessa l’uccisero a colpi di rivoltella nel cranio.

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Molti altri furono raggiunti dalle raffiche di mitragliatori mentre fuggivano saltando per le balze della montagna, come capre selvatiche contro le quali si esercitava la bravura del cacciatore. Quando i tedeschi raggiunsero Valdicastello cominciando a rastrellare gli abitanti, il paese era già stretto dall’angoscia; gli abitanti serrati nelle case e nascosti alla meglio; la strada deserta; tutti oppressi da un incubo di morte. Il passaggio dei tedeschi dal paese si chiuse con la discesa del buio sulla valle, dopodiché ottocento uomini erano stati strappati dalle case e condotti via, e un’ultima raffica di mitragliatrice accompagnata da un suono più sguaiato e atroce di organetto, aveva tolto la vita ad altri quattordici infelici, scelti a caso».

 

vittime bambini Stazzema

Alla fine le vittime di questa strage furono 560, tra cui molti anziani, donne e bambini.
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Quella mattina la furia omicida si scatenò anche contro una bambina di 20 giorni, Anna Pardini: morirà un mese dopo, troppo piccola per sopravvivere alle ferite.
Anna-Pardini-strappata-al-girotondo-nel-mondo.jpg

chiesa-Sant-Anna-di-Stazzema.jpgNella piccola chiesa di Sant’Anna di Stazzema, il 29 luglio 2007, per la prima volta dopo 63 anni, sono tornate a suonare le note di un organo. Quello preesistente fu distrutto, a scariche di mitra, durante la strage nazista del 12 agosto 1944 e non fu più sostituito. Il dono del nuovo organo è il frutto della sensibilità e dell’impegno di due musicisti tedeschi di Essen, i coniugi Maren e Horst Westermann, i quali, da un lustro, raccolgono fondi in Germania e in Italia organizzando concerti espressamente finalizzati a questo scopo.

 

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il Muro di Berlino

13 Août 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

Il 13 agosto 1961, una domenica di festa, prima dell’alba, sotto l’occhio vigile della polizia, le strade che collegano la parte orientale alla parte occidentale vengono interrotte, disselciate, e si erigono barricate fatte di pali e filo spinato lungo la frontiera con Berlino Ovest; poco tempo dopo queste barricate saranno sostituite da un muro che attraverserà la città da una parte all’altra.

 

La capitolazione della Germania nel 1945 implica per Berlino dei cambiamenti radicali, di cui non si misura ancora l’ampiezza alla fine della guerra. Importante metropoli internazionale, è al centro dei giochi politici mondiali.

 

 

1948

La Guerra Fredda

La città viene divisa in 4 settori d’occupazione, come il resto del Paese: Berlino Est è sotto controllo sovietico mentre i distretti dell’Ovest sono divisi in tre settori amministrati rispettivamente dagli Americani, i Francesi e i Britannici.

I disaccordi politici e amministrativi tra l’URSS e gli Alleati non tardano a farsi sentire. Prendendo a pretesto una riforma monetaria varata dalle potenze occidentali e introdotta nei territori dell’Ovest, il 24 giugno 1948, l’URSS decreta il blocco totale di Berlino, interrompendo ogni comunicazione da e verso la città. Gli Alleati organizzano allora un ponte aereo per rifornire la popolazione durante gli 11 mesi in cui le strade, le ferrovie e le vie d’acqua sono totalmente bloccate.

 

Il 23 maggio 1949 è fondata la Repubblica federale tedesca (RFT) e il 7 ottobre la Repubblica democratica tedesca(RDT). Tutto ciò, ovviamente, avrà delle conseguenze per Berlino. La Legge fondamentale (Grundgesetz) fa dell’agglomerato urbano berlinese un Land della RFA, mentre la Costituzione della RDT rivendica la città come capitale. Tutte e due si riferiscono a Berlino nel suo complesso.

In pratica, i settori occidentali sono controllati da un’amministrazione tripartita, mentre la parte orientale è sotto il controllo sovietico.


La costruzione del Muro


Il 17 giugno 1953, a Berlino Est, uno sciopero contro le cadenze di lavoro eccessive viene repressa dai carri armati sovietici. Negli anni ’50 sono sempre più numerosi i Tedeschi orientali che fuggono verso la Germania occidentale.

Nel novembre 1958, Kruscev lancia un ultimatum: le potenze occidentali dispongono di sei mesi per ritirare le loro truppe e accettare la trasformazione di Berlino Ovest in una unità politica indipendente; l’Ovest lascia scadere l’ultimatum senza conseguenze.
Nel 1961, Mosca minaccia nuovamente di regolare il «problema di Berlino Ovest» entro un anno. Il presidente americano Kennedy ribatte con le «Three Essentials»: difesa della presenza occidentale, tutela del diritto di accesso, autodeterminazione degli abitanti di Berlino Ovest e garanzia della libera scelta del loro modo di esistenza; in quanto agli abitanti di Berlino Est, non vengono menzionati.
Il 13 agosto 1961, una domenica di festa, prima dell’alba, sotto l’occhio vigile della polizia, le strade che collegano la parte orientale alla parte occidentale vengono interrotte, disselciate, e si erigono barricate fatte di pali e filo spinato lungo la frontiera con Berlino Ovest; poco tempo dopo queste barricate saranno sostituite da un muro che attraverserà la città da una parte all’altra.


    
 

Nel 1963, il Presidente Kennedy, durante una visita molto attesa a Berlino, conclude il suo discorso davanti al Municipio di Schöneberg con la celebre frase: «Ich bin ein Berliner».


Nel dicembre 1963, dopo 28 mesi di separazione totale, viene concluso un accordo con le autorità dell’Est per permettere agli abitanti di Berlino Ovest di recarsi all’Est per un periodo massimo di 18 giorni.

 

La frontiera tra i due settori diventa allora l’unico punto di passaggio tra l’Est e l’Ovest. La costruzione di questo Muro, evento che ha segnato la memoria di tutti i Berlinesi, simboleggia anche la consolidazione delle sfere del potere in Europa.


 

 

 
 

Lo sgelo degli anni ‘70

Fino all’entrata in vigore dell’accordo quadripartito del 1971, dell’accordo sul transito e del Trattato di base nel 1972, e persino dopo, la questione dello statuto di Berlino rimane un problema. Con il Trattato di base, la Repubblica federale tedesca riconosce infine la Repubblica Democratica Tedesca come uno Stato della Germania. In cambio ottiene la garanzia dello statu quo di Berlino Ovest, ma deve accettare che questa parte della città non faccia parte integrante del suo territorio. Si afferma anche che il collegamento con i settori occidentali e la Repubblica federale va mantenuto e persino rafforzato, di qui l’insediamento sul posto di autorità federali. In realtà non cambia niente, ma esiste finalmente una base giuridica di referenza chiaramente definita. Il Cancelliere Willy Brandt (RFT) e il presidente del Consiglio di Stato Erich Honecker (RDT) conducono una politica di avvicinamento (Ostpolitik): la RDT semplifica le autorizzazioni di viaggio fuori dalle sue frontiere e consente ai Tedeschi dell’Ovest di soggiornare brevemente nelle regioni frontaliere.

 

Lo sviluppo parallelo

A Ovest come a Est, la pianificazione urbana è al centro delle discussioni politiche. A causa della divisione è necessario ricreare al più presto le istituzioni e gli organismi che mancano nelle due parti della città. I dintorni della Chiesa del Ricordo diventano il centro città di Berlino Ovest, e Alexanderplatz il punto forte della rinnovazione del centro città a Est. Le due parti vengono trasformate, a furia di sussidi, come vetrina dei loro sistemi politici rispettivi. A dispetto delle circostanze, da una parte e dall’altra del Muro, una certa «normalità» s’installa nella vita della maggior parte dei Berlinesi.

 

La caduta del Muro

Nel 1987, Berlino celebra il suo 750° anniversario. Il presidente americano Ronald Reagan pronuncia queste parole durante un discorso tenuto davanti alla Porta di Brandeburgo: «Signor Gorbacev, apra questa porta, signor Gorbacev demolisca questo muro! » All’Est, la festa si trasforma in tafferuglio quando la polizia caccia un gruppo di giovani che ascolta, vicino al Muro, un concerto di rock organizzato all’Ovest.

Dopo le elezioni comunali del maggio 1989, un movimento di resistenza inabituale e molto violento solleva Berlino Est e la RDT; i difensori dei diritti civili si rivoltano contro le accuse di manipolazione. Le prime manifestazioni hanno luogo contro il sistema politico del SED (Partito Socialista Unificato della RDT). Facilitati dall’apertura della frontiera tra l’Ungheria e l’Austria, i Tedeschi della Germania orientale partono in massa verso l’Ovest. Le ambasciate della RFT situate nei «paesi fratelli» socialisti sono occupate dai rifugiati, che vogliono ottenere i visti di uscita dal territorio.

 

11 novembre 1989

Il 7 ottobre 1989, l’esecutivo guidato da Erich Honecker festeggia i quarant’anni della repubblica Federale Tedesca a Berlino Est; tuttavia, appena 12 giorni dopo, il presidente del Consiglio di Stato deve abbandonare il SED, dopo esser stato a capo del partito per 18 anni. Il 4 novembre, più di mezzo milione di uomini e di donne si riuniscono in Alexanderplatz per reclamare riforme democratiche e la fine del dominio del partito unico.

Durante una conferenza stampa, il 9 novembre, Günther Schabowski, membro dell’ufficio politico del SED, annuncia un cambiamento nella rigida amministrazione dell’Est: sono autorizzati i viaggi all’estero «senza condizioni preliminari, autorizzazione particolare, né legame di parentela». Interrogato sulla data di entrata in vigore di questa nuova normativa, risponde: «Subito. Immediatamente.»

La notizia si sparge in men che non si dica. Decine di migliaia di Berlinesi dell’Est affluiscono ai posti di frontiera. Le guardie di confine sono sorprese e non avendo ricevuto istruzioni, li lasciano passare. Le barriere vengono aperte dapprima al punto di controllo della Bornholmer Straße e numerosi Berlinesi dell’Est fanno così una breve incursione all’Ovest.



Un immenso movimento d’euforia invade la città che rasenta il caos generale. I Berlinesi, armati di martelli e scalpelli, incominciano a smantellare il Muro.
Altri checkpoint sono aperti le settimane seguenti. L’apertura della porta di Brandeburgo, il 22 dicembre 1989, ha un valore particolarmente simbolico.

 

Il famoso violoncellista Rostropovitch, dovutosi esiliare all’Ovest, viene a suonare ai piedi del Muro per incoraggiare i demolitori (designati con il termine di Mauerspechte, i «picchi verdi del Muro»).
 
 


Una vita bruciata dalla Stasi

Un incontro commovente con Heinz Kamisnski, 60 anni, tedesco dell’Est. Quando sua madre era fuggita all’Ovest, fu rapito dalla Stasi (Stasi è l'abbreviazione di Ministerium für Staatssicherheit, "Ministero per la Sicurezza di Stato") all’età di 7 anni. Per i suoi tentativi di fuga ha subito delle persecuzioni di cui ancora soffre.

Tutti abbiamo sentito parlare della Stasi, soprattutto dopo il bellissimo film “La vita degli altri”.

La Stasi è il simbolo di una macchina terribile per distruggere gli uomini.

Abbiamo incontrato una vittima di questa repressione poliziesca che vigeva nella Germania dell’Est, ancora in terapia.

L’incontro avviene nel quartiere Wedding, al centro Gegenwild, un centro psicosociale di Berlino ovest. L’ambiente è caloroso, i mobili in legno, un locale per i colloqui individuali un altro per riunioni di gruppo. Bettina, una delle psicologhe, ci attende con Heinz Kaminski, un uomo robusto di 60 anni, che ha portato con lui un grosso dossier.

Bettina ci spiega che attualmente ha in cura una trentina di persone. Sono vissute tutte nella ex Repubblica Democratica di Germania.

Il centro è stato creato 11 anni fa da un vecchio militante dei diritti civili della  Germania dell’Est, Yurger Fox. Più di mille persone hanno avuto contatti con l’equipe del centro, la metà hanno chiamato, gli altri hanno preferito passare direttamente. Bettina racconta che molti hanno ancora paura di raccontare per telefono le loro vicissitudini, per il timore di essere ascoltati.

Heinz Kamisnski è nato nel 1950 a Berlino est. Sua madre era fidanzata con un ufficiale dell’esercito della Germania est. Un giorno decise di andare all’ovest, lei e suo figlio, che allora aveva tre anni. Siamo nel 1953, il muro non esisteva ancora. Heinz cresce  nella Germania ovest finché un giorno sua madre perde il diritto di affidamento. La Stasi viene a cercare Kamisnski e lo porta in una casa a Berlino est, controllata dal partito, la SED. Durante la sua adolescenza, la sua ossessione sarà quella di rivedere sua madre. Heinz Kamisnski tenterà, a più riprese, di scappare ma ogni volta viene ripreso e riportato a casa dove viene cresciuto con metodi duri. Un giorno tenta di passare la frontiera con la Cecoslovacchia. Ha 19 anni. Viene arrestato e posto in una cella di isolamento in una prigione di Berlino est. Per 12 mesi vivrà in una cella di 2 metri per 3. In prigione resiste a tutti gli interrogatori della Stasi che vuole sapere se ha dei contatti con l’Ovest. Lo minacciano dicendogli che scomparirà se non parla, che nessuno saprà che è esistito. La Stasi utilizza questi metodi di lavaggio del cervello per farlo cedere. Il giovane Kamisnski resiste ma si ammala perdendo tutti i capelli. La Stasi redige un rapporto sul suo stato di salute che contribuirà a considerarlo come un prigioniero politico della Germania Ovest, cosa che allora accadeva spesso.

Tornato libero Heinz Kamisnski decide di andare a vivere all’estero. Va negli Stati Uniti e in America del sud dove fa dei piccoli lavori. Poi ritorna in Germania, si sposa e trova un lavoro come capocantiere. Ma un giorno “perde le staffe”, litiga sempre più spesso con i suoi colleghi, diventa incontrollabile. Sua moglie lo lascia, perde il lavoro. Gli consigliano di consultare uno psicologo che lo consiglia di rivolgersi ad un centro di terapia sociale più adatto al suo caso.

Heinz Kamisnski viene una volta alla settimana. Quest’estate ha vinto una causa contro lo Stato tedesco ed ha avuto un’indennità di 20.000 euro come vittima, quasi una pensione con la quale possa vivere. Una vittoria per questo uomo che soffre di solitudine, una vittoria dal gusto terribilmente amaro. Heinz Kamisnski non riesce a voltare pagina dopo un passato che lo perseguita da 30 anni. Lo si vede: consulta freneticamente le pagine del suo enorme dossier, che ha recuperato nel 1996, dagli archivi della Stasi, in cui è depositata la storia di tutta la sua vita da quando aveva 7 anni. “Provo ancora odio” dice “contro quegli uomini che mi hanno fatto ciò”.


(Valérie Cova di France Info)

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Firenze è libera

30 Juillet 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

      I segni della rotta tedesca illudevano le truppe alleate di una rapida conclusione della guerra.

Per quasi 200 chilometri a nord di Roma non ci furono combattimenti.

L'VIII Armata avanzava al centro, tra la via Cassia e la Flaminia, risalendo la valle del Tevere verso Perugia e Orvieto.

Gli americani procedevano invece lungo la costa tirrenica. Civitavecchia fu oltrepassata: il suo porto era stato completamente distrutto dai tedeschi. Ma l'impeto delle Armate alleate andava diminuendo.

Proprio allora il comando supremo aveva disposto che alcune Divisioni fossero ritirate per l'operazione «Anvil», lo sbarco nel sud della Francia, previsto per il mese di agosto.

Nello stesso tempo la resistenza tedesca s'irrigidiva. Verso la fine di giugno, sulle rive famose del Trasimeno, ci fu battaglia.

Per guadagnar tempo, Kesselring era riuscito a imbastire con le retroguardie una provvisoria linea di resistenza da Grosseto ad Ancona, mentre le sue Armate si attestavano più indietro, verso la linea «Gotica ».

L'estate era splendida.

I vecchi contadini, che non si rassegnavano ad abbandonare il raccolto, lavoravano accanto ai soldati che combattevano, mietendo e ammucchiando i covoni in mezzo alla battaglia.

Mentre inglesi e americani puntavano verso la linea dell'Arno, il Corpo italiano di liberazione si impegnava a fondo nel settore adriatico.

CIL-avanzata.jpg 

La «spettacolosa avanzata» di cui parlavano i giornali era cominciata un mese prima nella zona delle Mainarde, con alcune riuscite azioni su San Biagio Saracinisco, Monte Mare, Monte La Meta e verso Alfedèna.

Ai primi di giugno il Comando alleato, non desiderando che gli italiani partecipassero alla liberazione di Roma e all'avanzata su Firenze, ne ordinò il trasferimento nel settore adriatico (alle dipendenze del V Corpo britannico), e l'impiego contro le forze tedesche in movimento.

Il 9 giugno i bersaglieri della I Brigata liberarono Chieti e inviarono in direzione dell'Aquila una Compagnia di motociclisti che entrò in città il 13 giugno.

Il castello di Crecchio, dove il 9 settembre dell'anno prima il re e il suo seguito avevano fatto tappa durante la fuga da Roma, era sulla strada degli italiani. La guerra l'aveva ridotto a un ammasso di rovine. Venne lasciato subito alle spalle: cominciava la seconda fase dell'offensiva, l'inseguimento del nemico in ritirata.

Nel settore costiero alle truppe inglesi subentravano i polacchi del II Corpo, e l'avanzata riprese agli ordini del generale Anders.

generale Wladyslaw Anders

Il 15 giugno gli italiani entrarono a Teramo.

La loro marcia era ostacolata dalle interruzioni stradali e dai campi minati.

Il 18 giugno la Divisione «Nembo» liberò Ascoli Piceno abbandonata all'alba dai tedeschi, mentre i polacchi avanzavano lungo la strada costiera puntando su Ancona.

La resistenza nemica sul fiume Chienti durò qualche giorno, poi la marcia riprese, e il Corpo di liberazione entrò a Macerata il 30 giugno accolto anche qui dall'entusiasmo popolare.

Il nuovo obiettivo era il paese di Filottrano che i tedeschi avevano trasformato in un fortino.

L'8 luglio l'artiglieria italiana cominciò i tiri di preparazione, quindi i paracadutisti della Divisione «Nembo» attaccarono con impeto riuscendo a penetrare nell'abitato.

Intorno all'ospedale la lotta fu particolarmente accanita. I tedeschi contrattaccarono con l'appoggio di carri armati, ma nella notte sgombrarono il paese che venne occupato all'alba del giorno dopo.

Filottrano, come il lago Trasimeno nel settore centrale, era un caposaldo della provvisoria linea di resistenza tedesca: la sua conquista aprì ai polacchi le porte di Ancona e valse ai soldati italiani l'elogio del comandante d'Armata.

Lo stesso giorno il generale Anders ordinava l'attacco finale. L'azione fu appoggiata sulla sinistra dalle truppe italiane che impegnarono battaglia sui fiumi Musone ed Esino, liberando Jesi il 20 luglio.

I soldati di Anders entrarono ad Ancona.

La città era molto provata per la durezza dei combattimenti, ma il porto fu riattivato in breve tempo. Polacchi e italiani affiancati continuarono l'avanzata giungendo in agosto sulla linea del Metauro, in vista degli avamposti della «Gotica».

La marcia degli Alleati nell'Italia Centrale fu facilitata dall'opera fiancheggiatrice delle formazioni partigiane dei raggruppamenti «Monte Amiata» e «Gran Sasso».

Nel settore adriatico si distinse in particolare la brigata «Majella», al comando dell'avvocato Ettore Troilo, la quale combatterà per mesi a fianco del Corpo polacco meritando la medaglia d'oro.

Così venne liberata Arezzo, il 16 luglio.

Così qualche giorno prima era avvenuto a Siena, dove il Corpo francese arrivando trovò la città già in mano dei partigiani della Brigata «Lavagnini».

Poco più tardi anche le truppe algerine e marocchine lasciarono l'Italia per l'operazione «Anvil». Il coraggio che avevano dimostrato da Cassino a Siena non cancellava la traccia amara della loro permanenza in Italia.

Con 7 Divisioni in meno, le Armate alleate avanzavano cautamente verso l'Arno, che segnava il limite meridionale delle nuove linee tedesche.

A parte alcune distruzioni in periferia e attorno agli scali ferroviari, il 10 agosto Firenze era quasi intatta, e intatti erano i ponti sull'Arno.

Il giorno prima la fascia intorno al fiume era stata sgomberata per ordine del colonnello Fuchs, comandante tedesco della piazza. In meno di 24 ore i profughi dovettero trovare alloggio altrove. Erano circa 150 mila.

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Il loro esodo fu una tragedia.

Alcune migliaia si rifugiarono in palazzo Pitti sperando che tutto sarebbe presto finito. Ma gli Alleati tardavano, le notizie di radio Londra erano un lento stillicidio.

Il 3 agosto venne proclamato lo stato di emergenza.

Era proibito uscire di casa, porte e finestre dovevano rimanere sbarrate giorno e notte. Le pattuglie tedesche avrebbero sparato a vista contro chiunque fosse stato sorpreso per strada.

Senz'acqua, senza pane, né luce, né telefono, la città viveva i giorni più duri della sua storia dall'epoca del famoso assedio nel '500.

La sera del 3 agosto i tedeschi avevano finito di sgomberare i quartieri Sud dell' Arno e di minare i ponti.

La prima esplosione si ebbe alle 10 di notte; poi seguirono le altre, a lunghi intervalli, fino all'alba.

Al mattino Firenze apparve irreparabilmente sfregiata.

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I tedeschi avevano risparmiato soltanto Ponte Vecchio, credendo in questo modo di pagare il loro debito verso la civiltà; in cambio avevano fatto saltare da una parte e dall'altra palazzi e torri medievali per bloccare gli accessi.

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Da Porta Romana le avanguardie dell'VIII Armata entrarono nella parte meridionale della città all'alba del 4 agosto. Scendevano dalle colline le prime formazioni partigiane e insieme, Alleati e patrioti, cominciarono il rastrellamento dei rioni d'Oltrarno.

I tedeschi avevano lasciato dietro di sé forti nuclei di franchi tiratori e numerose pattuglie erano state tagliate fuori dalla distruzione dei ponti. La liberazione coincise con l'inizio di una battaglia per le strade e dentro le case che si protrasse a lungo.

Il grosso delle truppe inglesi giunse più tardi, mentre la battaglia continuava, e a nord dell'Arno, nella parte occupata ancora dai tedeschi, si preparava l'insurrezione.

Il movimento partigiano era forte e organizzato a Firenze e i suoi capi volevano mostrare agli Alleati che la città era in grado di liberarsi e governarsi da sola.

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Alcuni rappresentanti del CLN riassumono la storia di quei giorni drammatici.

Parla Enriques Agnoletti: 

«I nostri piani prevedevano la convergenza su Firenze delle formazioni partigiane che operavano nei dintorni della città; questo anche per il significato non solo militare, ma politico, che doveva avere la liberazione di Firenze, e prevedevano l'assunzione del Governo provvisorio.

Per questo, non appena proclamato lo stato di emergenza, il Comitato toscano di Liberazione Nazionale si riunì sedendo in permanenza in un piccolo appartamento di via Condotta.

Il 5 agosto inviò una delegazione agli Alleati per poter concordare il prosieguo dell'azione militare». 

Parla Ragghianti:

«Un nostro partigiano, il tenente Fischer, trovò fra le mine, nel corridoio che collega la Galleria degli Uffizi a Pitti una strada. Avvertì il comando e allora noi decidemmo di andare incontro agli Alleati nella parte liberata traversando le linee per affermare il nostro diritto di essere riconosciuti come governo provvisorio e riconosciuti dagli Alleati come unica autorità politica nel territorio liberato». 

Ancora Enriques Agnoletti: 

«Noi avevamo prestabilito già da tempo l'organizzazione della città, non soltanto creando un comando militare unico, ma designando i membri della Giunta Comunale e il Sindaco che si installarono in Palazzo Vecchio al momento della insurrezione creando gli organi tecnici, l'organizzazione ospedaliera, la provincia, la camera di commercio, in modo che gli Alleati si trovassero di fronte a una città già organizzata e si potesse effettivamente esercitare questi poteri di governo provvisorio». 

La notte fra il 10 e l'11 agosto i tedeschi si ritirarono verso la periferia nord della città ponendo dei caposaldi lungo i viali di circonvallazione.

La manovra di sganciamento, che lasciava intuire una imminente iniziativa alleata, fece scattare il piano militare. La prima insurrezione organizzata in un grande centro, e la più lunga, aveva inizio.

Il segnale venne dato all'alba dalla Martinella di Palazzo Vecchio, e la campana del Bargello le rispose. Poco dopo, da Palazzo Riccardi, il Comitato di Liberazione chiamava i cittadini alla lotta e assumeva i poteri di governo provvisorio.

Era venuta l'ora di combattere per la libertà.

Parla il colonnello Niccoli capo delle formazioni militari: 

«Alle 6 di mattina dell'11 agosto detti l'ordine di insurrezione. Durante la notte i tedeschi si erano ritirati al di là del Mugnone lasciando dei caposaldi a Porta Prato, alla fortezza Dabbasso, in Piazza Cavour e al ponte del Pino».

La battaglia s'accese subito violenta perché i tedeschi erano ancora a ridosso della città e tentavano dei ritorni offensivi verso il centro.

Soli, di fronte all'avversario, male armati, i partigiani si battevano con impegno, mentre gli Alleati indugiavano Oltrarno, limitandosi a sminare le macerie e i passaggi di Ponte Vecchio.

Le vittime delle esplosioni erano ancora insepolte, e s'aggiungevano ai numerosi caduti dell'insurrezione.

I «fratelli della misericordia» andavano a raccoglierli e li seppellivano in cimiteri di fortuna, nei giardini e negli orti.

Un'atmosfera di morte incombeva sulla città. Attraverso il fiume, fra le macerie dei ponti giungevano ogni tanto dei rifornimenti. La città era stremata, anche i partigiani avevano fame. Gli Alleati non si muovevano e la battaglia in città continuava.

Prosegue Niccoli: 

«Qui siamo nella zona di Porta Prato.

Una Compagnia di guastatori voleva far saltare il terrapieno della ferrovia. Le condizioni sono molto cambiate dal '44. Ecco, qui c'era una rampa erbosa che portava alla ferrovia. Mandammo qui una Compagnia della Brigata terza "Rosselli", la quale entrò dal sottopassaggio della ferrovia. Immediatamente appena arrivata sul viale Belfiore fu fatta segno a un forte tiro d'infilata. Fu risposto al fuoco, i tedeschi si allontanarono in modo che fu possibile impedire il seminamento delle mine nella ferrovia.

Purtroppo ci fu un ritorno di forze dei tedeschi in modo che alle 15,30 del pomeriggio i nostri partigiani dovettero ripiegare con forti perdite. La battaglia in questa zona durò circa una settimana.

Anche qui al Ponte del Pino si sono svolti dei combattimenti asprissimi. A questi combattimenti ha preso parte anche una squadra di giovanissimi tra i 14 e i 17 anni del "Fronte della Gioventù" che hanno avuto delle forti perdite.

Gli Alleati sono entrati a Firenze la mattina del 14, ma effettivamente tutta la lotta per la liberazione della città di Firenze è stata effettuata dai partigiani». 

Quando le avanguardie inglesi passarono finalmente l'Arno, già Firenze riprendeva a vivere, mentre a nord i partigiani combattevano ancora sulle colline e il grosso degli Alleati era bloccato Oltrarno dai ponti distrutti.

 

Per gettare una passerella sul fiume, fu necessario far saltare quanto restava del ponte Santa Trìnita. Un nuovo spettacolo per i fiorentini che avevano ancora negli orecchi le esplosioni della notte del 4 agosto.

La passerella era però riservata ai soldati. I civili dovevano contentarsi dei passaggi di fortuna, tavole gettate sulla corrente, sentieri aperti fra le macerie dei vecchi ponti.

Così per tutto quel mese d'agosto si videro file di gente che si agitavano sui cumuli bianchi di polvere, da una riva all'altra, cercando di ristabilire le comunicazioni fra le due parti della città che la guerra aveva diviso.

Firenze aveva sofferto molto, ma poteva dire di essersi liberata da sé.

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I partigiani della Divisione «Arno», delle Brigate «Rosselli», delle squadre del centro, che avevano combattuto per quasi un mese praticamente da soli, avevano ben meritato la gratitudine della città.

I morti in quei giorni furono più di 200, e tre le medaglie d'oro. Alighiero Barducci detto «Potente», il comandante della Divisione «Arno», e gli altri caduti, ebbero solenni onoranze funebri.

Come diceva il manifesto dell'11 agosto, i fiorentini avevano conquistato «il diritto di essere un popolo libero combattendo e cadendo per la libertà».

 

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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Il 25 luglio: gli aspetti politici

24 Juillet 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

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 Ormai conosciamo quasi ogni dettaglio, ora per ora, della giornata del 25 luglio 1943 o, per dir meglio, di quegli eventi che si svolsero dall'inizio, in Palazzo Venezia, della riunione del Gran Consiglio del fascismo, nel tardo pomeriggio di sabato 24 luglio, sino alla notizia dell' arresto di Mussolini diramata la sera successiva.

Il ritmo drammatico di quelle ore continua ad eccitare la fantasia degli scrittori mentre gli storici - in base alla abbondanza di dati che, pur tra ombre residue, permettono ora la conoscenza delle azioni dei grandi protagonisti (il fascismo, la Corona, le forze armate, l'antifascismo, i tedeschi e gli anglo-americani) - cercano di valutarne le cause, il significato e le conseguenze.

Lo smarrimento da cui era pervasa tutta la classe dirigente fascista, Mussolini compreso, di fronte all'inevitabile disastro; il completo disfacimento di quella totalitaria organizzazione fascista, dalla milizia alle corporazioni, che aveva per tanti anni soggiogato il Paese; la prova di fedeltà allo Stato, impersonato dal re, fornita dalle forze armate, dalla polizia e dalla burocrazia; i limiti oggettivi dell'azione del monarca; la larga base popolare dell'antifascismo dimostrata dalle spontanee esplosioni di giubilo che ripulirono in una notte tutte le nostre città dai simboli fascisti e dettero segni non equivoci di avversione alla guerra nazista; la follia hitleriana che trascinava a totale rovina la Germania e pretendeva pari assurdo sacrificio dal proprio alleato; la diffidenza anglo-americana e la difficoltà di contatti tra i belligeranti: sono questi i dati di un avvenimento storico che non può essere rimpicciolito alle proporzioni di una congiura di palazzo.

Mussolini, entrato in guerra con confessata impreparazione e con la sicurezza di una rapidissima conclusione, si trovò legato alla Germania più che non desiderasse, e obbligato ad una guerra di lunga durata in cui ogni giorno marcava la sproporzione tra le risorse di ogni altro belligerante e le possibilità di resistenza italiane.

Accecato dalle vittorie tedesche non si rese conto - come invece ai più attenti osservatori fu chiaro prestissimo, prima ancora della incredibile campagna di Grecia, del crollo dell'Impero di Etiopia e della clamorosa denuncia di Graziani sulle insufficienze militari in Africa Settentrionale - che la nostra guerra era perduta.

Gli avvenimenti africani dell'autunno 1942 (offensiva di El-Alamein, sbarco alleato in Africa Settentrionale) e le notizie di Stalingrado e della controffensiva sovietica che provocò il disastro dell'ARMIR non lasciarono però dubbi a nessuno e seminarono il panico nelle file fasciste.

Fu vano il tentativo di rianimarlo con «l'ultima ondata », con la segreteria Scorza e con un nuovo capo della polizia. Facendosi eco degli umori dei loro camerati anche i più alti gerarchi, sia pure in modi e toni diversi, non nascondevano più malcontento e critiche al loro capo.

Mussolini intanto, alla ricerca di una via di uscita, si dibatteva tra i più disparati progetti: portare la guerra in Spagna; indurre Hitler alla pace con l'Unione Sovietica per concentrare le forze dell'”asse” contro gli anglo-americani; lanciare una politica di europeismo che attenuasse l'avversione dei popoli contro l'egemonia tedesca; tentare sondaggi presso gli Alleati attraverso l'ambasciatore a Madrid; imbastire una azione congiunta con Romania e Ungheria per trattare con gli anglo-americani prospettando i pericoli della penetrazione sovietica nella zona danubiana. Infine tentò l'ultima carta a Feltre sperando di convincere Hitler a concedergli forti aiuti in aerei e in carri armati od autorizzarlo a sganciarsi.

Hitler Mussolini al Brennero

In questa crescente ansietà, che era la probabile causa del male che affliggeva Mussolini dall'autunno 1942, gli sembrò forse una via di uscita accettare la convocazione del Gran Consiglio. Vi trovò, e non lo ignorava, la ribellione dei suoi gerarchi più fedeli, sia di quelli, come Farinacci, che si sapevano strettamente legati ai tedeschi, sia di quelli come Grandi, Federzoni, Bottai e Ciano che denunciarono la slealtà dell'alleato e che, con la maggioranza, rivolsero al re l'invito a riassumere «per l'onore e la salvezza della patria, con l'effettivo comando delle forze armate, quella suprema iniziativa di decisione attribuitagli dalle istituzioni».

A poche ore dalla fine di quella seduta, Mussolini era in stato di arresto, la sua milizia aveva accettato il fatto compiuto e tutte le organizzazioni fasciste si erano dileguate prima ancora di essere disciolte.

Se mai dunque v'era stato tra i membri del Gran Consiglio un programma di successione, i fatti ne dimostrarono subito l'assurdità e l'impossibilità. Il fascismo aveva dichiarato il proprio fallimento.

Sollecitazioni ad agire erano state rivolte da mesi al monarca sia da parte fascista come da parte antifascista; interventi non equivoci ci furono anche da parte di militari. Il re ascoltava tutti senza parlare, ma evidentemente annotava tutto; nel più rigoroso segreto predisponeva le tessere di un mosaico che si rivelò solo alla fine e dopo molte apparenti incertezze e ambiguità. Bisogna riconoscere che si trattava di una decisione né facile né agevole ad eseguirsi. Avendo accettato per tanti anni di condividere le responsabilità del fascismo e anche quella della guerra, al re non rimaneva altra giustificazione per il suo intervento all'infuori dello stato di necessità. I suoi scrupoli, la sua prudenza e quel che fu chiamato il suo gretto costituzionalismo gli impedivano di muoversi prima di avere avuto certezza di comune consenso e gli facevano rifuggire vie che fossero fuori dell'ambito degli ordinamenti esistenti.

Il re conosceva bene il travaglio del mondo fascista, ma sapeva anche disorganizzato, impotente e diviso il campo antifascista verso il quale si dirigeva ormai la massa dei cittadini.

Aveva motivo di preoccuparsi per la coalizione formatasi a Milano tra un forte movimento socialista, il Partito Comunista e il Partito d'Azione che vi portava la sua intransigente pregiudiziale rivoluzionaria e repubblicana e cercava di ostacolare i tentativi della coalizione delle correnti di democrazia liberale, socialista e cristiana che, formatasi a Roma intorno a Bonomi, si adoperava a sollecitare l'intervento della monarchia considerata in quel momento la sola forza in grado di affrontare la liquidazione del fascismo e il ritiro dell'Italia dalla guerra dell'”asse”.

Contribuì a migliorare la situazione lo spregiudicato senso della realtà dei comunisti che, fallito l'appello a qualche capo militare e allo stesso Badoglio, constatate le difficoltà di risolutivi moti popolari, pur senza sottovalutare l'importanza e il significato degli scioperi del marzo 1943, dettero mandato a Concetto Marchesi di trattare con la coalizione delle democrazie e intanto, per il tramite di Carlo Antoni e la principessa di Piemonte, fecero pervenire al Quirinale assicurazioni sul loro contegno in caso d'intervento regio.

Finalmente il 4 luglio 1943, raggiunta una intesa generale tra i partiti antifascisti, i delegati delle organizzazioni clandestine riunitisi a Milano, decisero:

- di costituire un unico comitato di coordinamento delle correnti antifasciste;

- di non ostacolare, ed anzi facilitare l'eventuale intervento regio per la fine del fascismo e della guerra;

- di impegnarsi tutti insieme sul piano rivoluzionario se l'intervento regio non si fosse verificato;

- di collaborare in ogni caso lealmente al ristabilimento di libere istituzioni democratiche e di non riprendere la propria libertà di azione se non dopo aver raggiunto questo obbiettivo comune.

Così, solo dopo il 4 luglio, al Quirinale poté pervenire la certezza della collaborazione di tutte le correnti antifasciste.

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Il 10 luglio lo sbarco degli Alleati in Sicilia fornì l'evidenza dello stato di necessità. Ancora una battuta di arresto per il convegno di Feltre e l'illusione che Mussolini riuscisse a carpire il consenso di Hitler per lo sganciamento dall'alleanza. Con il fallimento di quel convegno, non esistevano più giustificazioni possibili per altri indugi e la decisione del re fu infine presa. La deliberazione del Gran Consiglio del fascismo gli offrì la legittimazione formale per l'intervento e l'occasione per anticiparlo di 24 ore.

Il più rigoroso segreto aveva accompagnato i preparativi dell'intervento regio. I contatti con Grandi e gli altri gerarchi della fronda fascista; quelli con Bonomi, Soleri e altri esponenti antifascisti; le predisposizioni per cui da mesi si assicuravano al Comando dei Carabinieri, allo Stato Maggiore, alla polizia uomini convinti della necessità di liberare l'Italia da Mussolini e dalla soggezione tedesca; i piani che il generale Castellano preparava in continuazione per l'arresto del dittatore: restarono, cosa davvero rarissima, sconosciuti alle varie polizie segrete tedesche e ai servizi d'informazione fascisti. Nessuno, e forse neanche il ministro della Real Casa Acquarone, fu in grado, fino agli ultimissimi giorni o addirittura fino all'ultimo giorno, di conoscere le vere intenzioni del re.

«Non esiste segreto in Italia» aveva detto Vittorio Emanuele a Bonomi nel colloquio del 2 giugno. Ed egli mantenne il suo segreto al punto che ognuno poté poi parlare di esitazioni, di cinismo, di ambiguità e di tradimento, ma nessuno poté prima conoscere e far fallire i suoi piani.

Dispiacque agli antifascisti che la revoca di Mussolini fosse legata alla deliberazione del Gran Consiglio fascista quasi a riconfermare la continuità del regime. Dispiacque la formazione di un governo in cui, oltre i militari, non v'erano che funzionari iscritti al partito fascista.

«Il modo - aveva sostenuto Bonomi riflettendo le aspirazioni e il patriottismo della parte antifascista - non può essere che questo: abbattimento della dominazione fascista e instaurazione di un governo nettamente antifascista che separi l'Italia, l'Italia del Risorgimento e di Vittorio Veneto, dalla Germania di Hitler e del nazismo. Gli uomini complici del fascismo, gli assertori, sino a ieri, della vittoria dell'”asse”, gli antichi nemici delle democrazie non sono qualificati a concludere una pace di dignità. Essi possono chiedere la resa incondizionata, non possono ricondurre l'Italia nel consesso delle libere nazioni».

1943 25 luglio messaggio Badoglio

Strideva dunque la frase del proclama reale:

«Ognuno riprenda il suo posto di dovere, di fede, di combattimento; nessuna deviazione deve essere tollerata, nessuna recriminazione può essere consentita».

E sconcertante apparve il proclama di Badoglio:

«La guerra continua. L'Italia, duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data».

Queste frasi permisero, dopo l'8 settembre, alla propaganda nazista di denunciare il “tradimento italiano”. Ma i documenti ritrovati negli archivi del ministero degli Esteri e del ministero della Guerra tedeschi provano che già da mesi, prima del 25 luglio 1943, Hitler, mentre parlava il linguaggio della solidarietà e dell'amicizia, predisponeva i piani e le Divisioni per l'occupazione dell'Italia.

Purtroppo non era un compito difficile e Vittorio Emanuele lo sapeva quando, il 15 maggio 1943, redigeva in malinconici appunti l'inventario delle forze armate italiane disponibili nella Penisola: 

«Abbiamo ora tre Divisioni in Piemonte ed in Liguria che non si possono spostare perché sono la riserva delle scarse truppe che occupano la Provenza; una Divisione paracadutisti in costituzione a Firenze; tre Divisioni presso Roma; una Divisione in Calabria; una Divisione in Puglia; sette o otto Divisioni da ricostituire nella Valle Padana. Delle Divisioni che sono nella penisola solo due sono complete e cinque efficienti... tutte queste Divisioni sono di sei battaglioni scarsamente provveduti di armi di accompagnamento, le artiglierie divisionali sono antiquate, non vi sono unità di carri armati salvo i pochi carri dei tedeschi. Questo stato di cose è certamente noto agli anglo-americani a cui sono anche note le misere condizioni della nostra flotta (ridotta a tre navi di linea, quattro incrociatori leggeri e dodici cacciatorpediniere) e della nostra aeronautica ». 

Anche i tedeschi sapevano che il nerbo dell'esercito italiano era stato distrutto in Africa, in Grecia ed in Russia; non si facevano illusioni sulle possibilità di ulteriore resistenza italiana.

I rapporti tra italiani e tedeschi non erano mai stati improntati, nel corso della guerra, alla migliore confidenza: decisioni di capitale importanza rese note all'ultimo secondo; condotta di guerre autonome e parallele più che concertata condotta di una guerra globale; geloso segreto sulle notizie fornite dallo spionaggio anche se riguardanti l'alleato; segreto ancor più severo non solo sulle armi in preparazione, ma anche su quelle possedute (come il radar di cui rimase priva la marina italiana) furono le caratteristiche di quella strana alleanza.

Quando poi fu chiaro che la strapotenza anglo-americana, con eccezionale concentrazione di armi e di unità modernissime, si sarebbe rovesciata sull'Italia individuata come il punto debole della fortezza europea, la situazione italiana non fu più vista se non in funzione della difesa della Germania. Sarebbe stato impossibile contestare all'Italia il diritto di ritirarsi da una guerra che non era più in grado di sostenere e i cui scopi erano ormai irraggiungibili. Ma la follia hitleriana vietava ai tedeschi, così come ai loro alleati, di dubitare della vittoria finale; ogni proposito di pace era considerato tradimento.

Così tra il 10 ed il 16 maggio, proprio nello stesso tempo in cui Vittorio Emanuele III tracciava il triste inventario delle residue forze italiane, venne preparato per lo Stato Maggiore Generale tedesco un «panorama della situazione nell'eventualità del ritiro dell'Italia dalla guerra », e si preparò il piano “Alarico” per le necessarie contromisure. Rommel fu destinato a tale compito. Perché le armi tedesche fornite agli italiani non potessero essere usate contro la Germania, nel caso di un colpo di Stato a Roma seguito dal ritiro dell'Italia dalla guerra, Hitler evitò di soddisfare le richieste di Mussolini. Il 20 maggio dette addirittura ordine di ridurre al minimo i rifornimenti di munizioni alle batterie antiaeree italiane. Ai primi di giugno, in esecuzione del piano “Alarico”, furono date disposizioni per lo spostamento dall'ovest delle Divisioni destinate al controllo dei passi alpini e al disarmo delle Divisioni italiane in Francia, nonché all'occupazione dell'Italia Settentrionale. Per garantirsi da ogni indiscrezione Hitler conservò sui movimenti del piano “Alarico” il massimo segreto possibile riservandosi personalmente ogni decisione.

Il 25 luglio, quando scattò il piano di Vittorio Emanuele, i tedeschi avevano in Italia otto Divisioni di cui quattro poderose Divisioni corazzate, e tutte munite di una ricchissima dotazione di mezzi automobilistici che rendeva loro facile qualsiasi concentramento, mentre almeno altre otto Divisioni tedesche erano concentrate nella zona di Innsbruck pronte a scendere in pochi giorni in Italia come cominciarono a fare dal 26 luglio.

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Si è a lungo discusso sulla mancanza di previe intese con gli anglo-americani o almeno sulla rapidità di decisioni riguardo alla cessazione della guerra.

È difficile dire se la prima cosa sarebbe stata possibile mantenendo il rigoroso segreto che era indispensabile per il successo del colpo di Stato. È stata inoltre proprio una caratteristica di questa guerra lo strano isolamento per cui, malgrado i soliti servizi di spionaggio negli stati neutrali, non vi fu possibilità di contatti ufficiosi o almeno di contatti utili con le potenze dell'altro campo. La diffidenza dominò sino alla fine e anche i fatti successivi all'armistizio provarono quanto difficile fosse influire sui propositi politici e ancor più sui piani militari predisposti dagli angloamericani. Non era facile neppure superare l'avversione e il sospetto contro quel che era chiamato il machiavellismo monarchico fascista.

Ora sappiamo che, subito dopo il 25 luglio, Hitler predispose il piano “Student” per l'occupazione di Roma e la restaurazione del governo fascista. Dovette sembrare a Badoglio che occorresse anzitutto guadagnare tempo, neutralizzare i fascisti, riorganizzare l'esercito, far rientrare in Patria i nostri soldati dislocati fuori dai confini e preparare in qualche modo agli eventi il popolo italiano. Per un po' dovette durare anche l'illusione di potere ottenere da Hitler, con Guariglia, quel consenso allo sganciamento che inutilmente aveva sperato Mussolini.

Ma il tempo giovava anche ai tedeschi che fecero affluire altre Divisioni al di qua del Brennero e le predisposero in modo da impedire ogni libertà di movimento delle nostre truppe.

Le accese polemiche tra coloro che si aspettavano l'immediata denuncia dell'alleanza e coloro che per quarantacinque giorni, mantennero con i tedeschi quei rapporti di reciproco inganno, possono ora considerarsi con maggiore consapevolezza del rischio che si correva. Una denuncia improvvisa e clamorosa, per le ripercussioni che avrebbe potuto avere nei paesi satelliti e in Germania, avrebbe scatenato subito le contromisure tedesche. L'episodio avrebbe potuto non avere né durata né effetti maggiori di quelli che ebbe in Germania, un anno dopo, il 20 luglio 1944, la congiura dei generali.

Fu generosa, ma ingenua illusione di alcuni, e perciò scottante fu la delusione e acerbe furono le critiche, che si potesse raggiungere l'immediato ritiro dell'Italia dal conflitto e che la tragica situazione in cui eravamo stati trascinati con la guerra a fianco della Germania potesse risolversi senza pagare un duro prezzo di riscatto.

Delle due operazioni: liquidazione del fascismo e ritiro dalla guerra, cui era diretto l'atto del 25 luglio, la prima fu sostanzialmente compiuta almeno quanto bastava per consentire al popolo italiano di conoscere finalmente la verità e di riacquistare coscienza di sé e delle proprie responsabilità; la seconda, dati gli uomini e la situazione, non poteva avere altre prospettive che la resa incondizionata, la reazione tedesca e la prosecuzione delle ostilità sul nostro territorio.

Potrebbe sembrare un disastroso bilancio, ma dalla liquidazione del fascismo sorsero nuove energie e nuove situazioni che in definitiva salvarono l'Italia anche dal disastro finale.

Il 25 luglio non fu fatto di popolo, ed in ciò aveva i suoi limiti; ma segnò la fine di una politica autoritaria che affidava a pochi e ad uno solo ogni decisione. Quella sera stessa il popolo fece sentire la sua voce e da allora, di fatto, riprese in mano il proprio destino. Se lo forgiò con la Resistenza e con la guerra partigiana che dettero testimonianza non discutibile del vero animo degli italiani.

Questo primo vero miracolo italiano ci permise di riguadagnare dignità e fiducia nell'avvenire, di salvare l'unità fondamentale e l'indipendenza della Patria, di assicurarci liberi ordinamenti democratici e di rientrare con onore nel consesso delle nazioni.

 

 

Bibliografia:

Leone Cattani in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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Il 25 luglio: come lo seppero gli italiani

23 Juillet 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il 25 luglio 1943 era una domenica. I romani la ricordano come una giornata greve, afosa, senza un filo di vento, di quelle da passare in casa, in attesa del ponentino serale.

Al caldo si aggiungono le preoccupazioni del momento.

Il Paese è in guerra da tre anni. È stanco. Le cose vanno sempre peggio. Batoste militari, bombardamenti sulle città, la baracca fascista che fa acqua da tutte le parti. Forse mai dall'inizio della guerra, c'è stato un divorzio così completo tra l’azione del governo e la volontà del popolo. Mentre Mussolini, i gerarchi, i giornali continuano a parlare di guerra fascista, mete fasciste e cosi via, il popolo, stanco di chiacchiere, di luoghi comuni, di mistificazioni, identifica sempre più fascista con tutto ciò che è frusto irritante, grottesco.

Si sente che qualcosa deve succedere, ma che cosa e come, nessuno lo sa. Quando il giorno prima, nel pomeriggio del 24, si è sparsa la voce della riunione del Gran Consiglio del fascismo, la cosa, al grosso pubblico, non ha fatto né caldo né freddo.

Si è pensato ad una riunione di “routine”, una delle solite parate per dar polvere negli occhi alla gente. Nessuno si illude che ne possa uscire qualcosa di nuovo. Nessuno crede più a niente. Più le cose vanno male, e più l'Italia si adagia in un inerte torpore. E le cose, da qualche tempo, non basta dire che vanno male. Vanno. a precipizio, con una accelerazione, un moto sempre più vorticosi, che sembrano il preannuncio di una catastrofe imminente.

Quindici giorni prima, nella notte fra il 10 e l'11 di luglio, le truppe anglo-americane erano sbarcate in Sicilia. La linea del “bagnasciuga” non aveva tenuto. Il 19 luglio nella Villa Gaggìa di Feltre, Mussolini si era incontrato con Hitler, con l'intenzione, a quanto pare, di parlargli chiaro. Ma poi, a tu per tu con lui, e nonostante gli incitamenti di Ambrosio, Bastianini e Alfieri che lo accompagnavano, aveva fatto scena muta, e lasciato che Hitler parlasse ininterrottamente per tre ore.

Lo stesso giorno dell'incontro di Feltre, intanto, Roma ha subìto il primo bombardamento aereo. I quartieri Tiburtino e Prenestino sono sconvolti. Il re non si fa vivo. Mussolini, tornato da Feltre, ha altre gatte da pelare. Solo il Papa troverà per la gente una parola di conforto.

papa-Pio-XII.jpg Roma bombardata 19 luglio 1943

Il solco tra regime e Paese si approfondisce ancora, diventa un abisso.

Questa è l'atmosfera di Roma all'alba del 25 luglio.

Un'atmosfera fatta di odio del presente e di paura del futuro. Una cappa di piombo, di rabbia impotente. Il senso che così non si va avanti e insieme che non si sa come uscirne.

Quello che i romani non sanno ancora, mentre si girano nel letto sotto i morsi della calura, è che quella notte, mentre il cielo si tingeva delle prime luci fra Pincio e Aventino, il regime è finito. Dopo dieci ore di dibattito, il Gran Consiglio ha messo in minoranza Mussolini su un ordine del giorno Grandi che restituisce al re la suprema iniziativa delle decisioni.

È stata una “notte dei lunghi coltelli”. Un'acre, spietata requisitoria contro il loro capo da parte di coloro che per vent'anni l'hanno servito come un idolo. Ma la nave affonda e i topi cercano di salvarsi.

Dirà più tardi Mussolini:

«Sentii subito nell'aria un'ostilità dura. Parlai senza entusiasmo, a bassa voce. Mi dava un tremendo fastidio la luce delle lampade elettriche. Mi sembrava di assistere al processo contro di me. Mi sentivo imputato e nello stesso tempo spettatore. Ogni energia dentro di me si era spenta». 

Quando Mussolini ha finito di parlare, comincia il fuoco di fila delle contestazioni.

De Bono: «C'è soprattutto una responsabilità politica: la tua responsabilità nella scelta dei capi militari». 

Bottai: «È la tua relazione a darci la sensazione che una difesa tecnicamente efficace della penisola è impossibile».

De Vecchi: «Non ci si venga a raccontare frottole. Nessuno ha tradito. Se abbiamo preso batoste, è perché si andava allo sbaraglio contro un nemico cento volte più forte di noi». 

Grandi: «Fra le molte frasi vacue o ridicole che hai fatto scrivere sui muri di tutta Italia, ce n'è una che hai pronunciato dal balcone di Palazzo Chigi nel 1924: - Periscano le fazioni, perisca anche la nostra, purché viva la nazione -. È giunto il momento di far perire la fazione».

Ciano: «Voi, duce, non nascondeste mai nulla all'alleato. Ma l'alleato non ci ripagò con la stessa lealtà. Ogni accusa di tradimento che i tedeschi muovessero all'Italia potrebbe essere ritorta. Noi non saremmo in ogni caso dei traditori, ma dei traditi». 

De Marsico: «Le democrazie di tipo parlamentare assicurano ai governi una vita più lunga di quanto non ne abbiano, se la fortuna li abbandona, i governi autoritari. Questi ultimi implicano una delega di autorità fondata sulla fiducia e la fiducia è fondata a sua volta sulla utilità dei risultati; quando questa viene meno, cade la fiducia, cade la delega e automaticamente rinasce il diritto-dovere del popolo all'attività politica». 

Federzoni: «L'impopolarità della guerra è dovuta in gran parte alla formula della guerra fascista che ha diviso gli italiani più profondamente di quanto non avesse già fatto il partito con la sua politica organizzativa».

Alfieri: «Duce, come vi ho detto a Feltre, avete ancora una carta nelle mani, l'ultima. Dovete persuadere Hitler che l'Italia è giunta al limite massimo della sua fedeltà e del suo sacrificio». 

Bastianini: «Quello che si veniva facendo da tempo era di dividere gli italiani in pacchetti, per farne oggetto uno alla volta di rampogne e di percosse: i giovani, la borghesia, gli industriali, gli intellettuali, l'aristocrazia, l'Azione Cattolica, gli ebrei e così via. Il risultato di questa severità è che oggi si riscontra una frattura profonda fra Paese e partito ». 

«Sta bene - conclude Mussolini - mi pare che basti. Possiamo andare. Avete provocato la crisi del regime. La seduta è tolta». 

Il duce è distrutto. Si intrattiene ancora un po' a chiacchierare con i tre o quattro che lo hanno difeso. Domanda a Scorza che valore può avere l'ordine del giorno approvato, se di parere o di deliberazione. Poi torna a casa, a Villa Torlonia, dove sua moglie ha vegliato in attesa.

«Quella mattina - racconta Rachele Mussolini - tornò a casa verso le tre o le quattro. Non ricordo l'ora precisa, ma era tardi, albeggiava. Sentii le macchine, a quell'ora non ci sono molte macchine in giro, e io e Irma, la cameriera, gli andammo incontro. Aprii lo sportello della macchina e gli domandai: "Bene, come è andata?". "Abbiamo fatto il Gran Consiglio", mi rispose. "Non li hai almeno fatti arrestare tutti?". "Beh, lo faremo", replicò. Bevve una tazza di camomilla, poi andammo a riposare. Alla mattina si alzò presto e alle otto era già a Palazzo Venezia ».

A Roma, intanto, nessuno sa nulla. Quello che è successo la notte prima è noto solo a poche persone che si guardano bene dal divulgarlo. È una domenica come tante altre. La città è immersa nel torpore di un pomeriggio di luglio. Strade deserte e noia. Stasera, per svagarsi, si può scegliere tra Ferruccio Tagliavini che canta nell'Elisir d'amore al teatro Brancaccio e il film Ti voglio bene, al Giardino Quattro Fontane, seguito da un documentario sull'imminente crollo dell'Inghilterra: La fine di John Bull.

Anche le redazioni dei giornali sono vuote. Domani, lunedì, i giornali non escono. Solo nel palazzo della Stefani, l'agenzia ufficiale di stampa, si cerca disperatamente di sapere che cosa è successo. Dall'estero tempestano di telefonate per sapere notizie. La situazione comincia a diventare grottesca. 

Mussolini va a casa, beve una tazza di brodo e un caffè, spiega a Donna Rachele, che se ne preoccupa, che non ha fame, e aggiunge che alle 5 deve andare dal re a Villa Savoia. La moglie è già informata. Hanno telefonato anche lì, pregandola di avvertirlo, caso mai non avessero potuto parlargli, precisando che deve andare «in borghese». «Guarda - dice a Mussolini - che ti vogliono in borghese per far prima quello che vogliono ... ». «E cioè? .. ». Ma non c'è bisogno di spiegazioni. Entrambi hanno capito perfettamente che cosa significa. Mussolini cerca di illudersi. «Dopotutto - dice - la guerra non sono stato solo io a dichiararla, anche il re è responsabile». Ma è lui il primo a non credere alle sue parole.

Il colloquio di Villa Savoia durò in tutto una ventina di minuti. «Trovai un uomo - racconterà più tardi Mussolini - con il quale ogni ragionamento era impossibile, perché aveva già preso le sue decisioni e lo scoppio della crisi era imminente».

Vittorio Eman III e Mussolini

Il re gli disse: «Così non si va avanti. L'Italia è in tocchi. L'esercito è moralmente a terra. I soldati non vogliono più battersi ». E aggiunse che l'uomo richiesto dalle circostanze era a suo giudizio Badoglio, che avrebbe costituito un ministero di tecnici per l'amministrazione dello Stato e per continuare la guerra.

«Allora tutto è finito?» domandò Mussolini. Il re non rispose. Pochi minuti dopo l'ex capo del fascismo veniva arrestato.

L'operazione dell'arresto ebbe gli stessi caratteri di improvvisazione e di confusione che furono propri di tutto il 25 luglio. Per far sapere, per esempio, al questore Morazzini che alle 4 avrebbe dovuto trovarsi al Quirinale per assumervi il comando del personale di polizia, gli si fece telefonare, con un'evidente riduzione della via gerarchica, da un suo inferiore, che lì per lì non gli spiegò nulla, gli disse solo di trovarsi ad una certa ora nella caserma dei carabinieri di viale Liegi, e quando Morazzini arrivò a viale Liegi, gli spiegò finalmente di che cosa si trattava. Al Quirinale, poi, la confusione, raggiunse il “diapason”. L'arresto di Mussolini doveva essere eseguito dal generale Ceriga, comandante generale dell'Arma dei carabinieri. Ma Ceriga, quando già Mussolini era arrivato a Palazzo Reale ed era a colloquio col re, chiese di parlare con Acquarone, ministro della Real Casa, e gli disse chiaro e tondo che lui non l'avrebbe fatto, non se la sentiva e che anzi, a scanso di equivoci, se ne sarebbe andato. Come infatti fece. Fu dato allora il contrordine: Mussolini non sarebbe più stato arrestato; tutta l'operazione rischiò per un momento di andare in fumo. Qualcuno osservò, tuttavia, che anche il contrordine presentava dei rischi. Che cosa sarebbe successo, infatti, se qualcuno avesse parlato e Mussolini fosse venuto a sapere che il re voleva arrestarlo? Ci fu tra gli astanti un momento di panico. Per cui Acquarone, alla fine, diede un altro contrordine, che si procedesse senz'altro all'arresto di Mussolini, anche se ancora non era chiaro chi e come l'avrebbe arrestato.

Mussolini scese dalla scalinata di Villa Savoia accompagnato da De Cesare, il suo segretario particolare. E quando fu alla fine della scalinata si trovò di fronte un ufficiale dei carabinieri, il capitano Vigneri, che si mise sull'attenti, gli fece un gran saluto, fece tintinnare gli speroni e gli disse: «duce, siete pregato per ordine di sua maestà il re imperatore di venire con noi, perché abbiamo gravi apprensioni per la vostra incolumità personale ». «Non credo», rispose Mussolini. «Dovete proprio crederlo, duce, perché è cosi ». Allora Mussolini si convinse, o finse di convincersi, e disse: «Bene, andate pure avanti, vi seguirò con la mia macchina». «No, duce, replicò Vigneri, dovete venire con noi», e gli indicò l'autoambulanza.

Mussolini, allora, fece un largo gesto con le braccia, come a dire che si arrendeva, che facessero quel che volevano, e montò sull'autoambulanza seguito da tre o quattro carabinieri, dal capitano Vigneri e da un altro ufficiale. L'autoambulanza uscì da Villa Savoia, da un cancello secondario, sboccò in via Salaria, passò sotto il naso della scorta di Mussolini, che era lì ad aspettarlo, e sparì nel traffico romano.

Quasi nello stesso momento, dal cancello principale di Villa Savoia arrivò Badoglio, il quale era stato convocato dal re che gli voleva affidare l'incarico del nuovo governo. Il colloquio durò poco, non più di un quarto d'ora. Il re disse a Badoglio che avrebbe dovuto formare un governo di tecnici (il maresciallo, a quanto pare, non era d'accordo, avrebbe preferito un governo di politici, di cui facessero parte Bonomi, Einaudi, Soleri e Orlando, ma il sovrano, su questo punto, fu irremovibile), gli fece leggere il famoso proclama de «la guerra continua », scritto da Orlando e che Badoglio avrebbe dovuto leggere la sera stessa alla radio, e lo licenziò. L'operazione 25 luglio, che aveva causato tanta ansia e che era stata più di una volta sul punto di fallire, era finalmente conclusa.

Intanto la notizia dell' arresto di Mussolini comincia a trapelare, a girare per Roma come una miccia accesa che però, invece di panico, suscita entusiasmo.

Roma 26 luglio 1943

Verso le 22,15, e cioè sette ore dopo l'arresto di Mussolini e l'incarico di Badoglio, le notizie vengono finalmente trasmesse a italiani e stranieri.

La massa degli italiani, intanto, è ancora all'oscuro di tutto. La radio, che nella giornata domenicale è l'unica fonte di notizie, non dette, fino a sera inoltrata, una parola dell'accaduto.

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Tra coloro che attesero quella sera il giornale radio delle 22,45, pochi, probabilmente, si saranno accorti che qualcosa non funzionava. Finito infatti alle 22,45 un programma di musica, invece del giornale radio fu messo in onda il disco del segnale d'intervallo (l'”uccellino” della radio), che si protrasse per qualche minuto.

«Qualche istante prima delle 22,45 - spiegherà l'addetto di quella sera alle trasmissioni - fui avvertito di non partire col giornale radio, ma di fare del segnale-intervallo in attesa di ordini superiori. E così feci. Dopo un minuto chiesi se c'erano novità. Mi fu risposto di proseguire col segnale-intervallo. La cosa andò avanti fino alle 22,48, 22,49, quando mi fu dato l'ordine di partire col giornale radio. In testa al giornale radio, preceduto da "Attenzione, attenzione", era il comunicato sulla sostituzione di Mussolini. "Sua maestà il re e imperatore - diceva il comunicato - ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo ministro e segretario di Stato presentate da sua eccellenza il cavaliere Benito Mussolini e ha nominato Capo del Governo, Primo ministro e segretario di Stato sua eccellenza il cavaliere maresciallo d'Italia Pietro Badoglio"». 

Dopo il comunicato alla radio, comincia la lunga “kermesse” nella quale gli italiani manifestano, quella notte e nei giorni seguenti, la loro gioia per tutto ciò che il 25 luglio rappresenta o si illudono che rappresenti per loro: la caduta del fascismo, la libertà ritrovata, la fine della guerra, la conclusione delle loro sofferenze. Da domani questa gioia esploderà su tutte le piazze, per il momento è solo una minoranza a rendersi conto e a cercare di dare un significato a quello che è successo. A Roma e a Milano sono infatti gli intellettuali antifascisti, le avanguardie popolari, a dare il tono a questa “kermesse”. E in entrambe le città sono i grandi giornali, il Messaggero a Roma e il Corriere della Sera a Milano, a fornire il punto di ritrovo più immediato. Perché è qui, con le leggi sulla stampa del 1925, che è cominciato il fascismo. Ed è qui, di conseguenza, che bisogna esorcizzarlo, riconnettendo idealmente il filo della libertà spezzato da vent'anni. Su questa rinascita della libertà di stampa in Italia abbiamo le testimonianze dei tre giornalisti (Arrigo Benedetti, Mario Pannunzio e Gaetano Afeltra) che curarono l'edizione straordinaria del Messaggero e del Corriere della Sera la notte del 25 luglio 1943. Val la pena di riascoltarle. 

25 luglio 1943 balcone Corriere della Sera

Arrigo Benedetti: «Uscimmo da Aragno cantando l'inno di Mameli e gridando "Abbasso il duce!". La gente, che era numerosa e camminava lungo il corso in cerca di fresco, ci salutava romanamente e non sapeva che cosa fosse successo. Svoltammo l'angolo verso il Messaggero. A un certo punto si spalancò una finestra a via del Tritone e una donna si affacciò urlando piena di gioia: "Tutto è finito, tutto è finito, se Dio vuole!"». 

Gaetano Afeltra: «All'improvviso, dalla stanza di fronte, uno stenografo gridò: "Venite, venite!". Era la radio che in quel momento trasmetteva il comunicato straordinario: " ... il cavaliere Benito Mussolini ... Badoglio Capo del Governo ... il re assume tutti i poteri".

I telefoni cominciarono a squillare. La gente chiedeva che cosa era successo: se la notizia era vera e quanto altro, eventualmente, sapessimo. Ma noi non sapevamo niente di più di quanto la radio aveva trasmesso».

Mario Pannunzio: «Non so chi propose di andare al Messaggero. Risalimmo il Tritone ed entrammo nella sede del giornale. A quell'ora il giornale era deserto, perché era domenica e i giornali il lunedì non uscivano. Trovammo un redattore che chiamò alcuni operai che erano a casa. Di lì a pochi minuti gli operai arrivarono ed io, insieme con Benedetti ed alcuni altri amici, cominciammo a preparare un'edizione straordinaria». 

Arrigo Benedetti: «Allora Pannunzio ed io ci mettemmo a scrivere una specie di articolo di fondo, una noticina che praticamente dava notizia di quello che era successo, cercando di dare subito un'impostazione politica precisa, in modo che fossero chiare le cause della sconfitta e di tutto quello che stava avvenendo».

Mario Pannunzio: «Mentre io e Benedetti buttavamo giù l'articolo di fondo, sentimmo un vocìo che veniva dal pianterreno e qualcuno ci avvertì che la folla stava penetrando nella sede del Messaggero per occuparlo. Scendemmo giù di corsa, cercammo di fronteggiare insieme con i redattori la folla che stava già mareggiando dentro la sede del giornale e, spiegando che non c'era più il direttore Alessandro Pavolini e che coloro che stavano li erano degli antifascisti che l'avevano occupato prima di loro, riuscimmo a calmarli e a rimandarli indietro». 

Arrigo Benedetti: «Per precauzione, andai nella stanza delle "linotypes", sempre con quell'aria di essere in casa altrui perché eravamo lì senza il permesso di nessuno, e per prudenza dettai l'articolo al linotipista. Così eravamo sicuri».

Mario Pannunzio: «Uscimmo dal Messaggero verso le tre di notte. L'edizione straordinaria era già diffusa tra la folla che in quel momento era enorme. Molti erano andati al Quirinale e tornavano verso il centro della città. Ricordo che il titolo del giornale era "Viva l'Italia libera". Il giornale fu poi appeso nei tram, negli autobus, alle cantonate. Naturalmente l'edizione straordinaria fu soppressa. Le autorità militari giudicarono infatti l'articolo di fondo troppo audace e pericoloso per l'ordine pubblico in un momento così delicato per il Paese».

Gaetano Afeltra: «Albeggiava. Anche noi però volevamo vedere con i nostri occhi quel che stava accadendo a Milano. Sapevamo di bandiere, inni di Mameli, inni di Garibaldi, soldati al braccio di borghesi, una festa, la gente che si abbracciava. Stavamo per scendere in strada quando ci dissero che un corteo si dirigeva al Corriere; centinaia di persone con alla testa Gasparotto, il vecchio parlamentare dimenticato per lunghi anni, che appariva quel mattino fresco come una recluta. Si sentivano evviva, applausi. I dimostranti chiedevano che il Corriere si facesse interprete della folla per l'immediata scarcerazione dei detenuti politici. In quei giorni San Vittore, infatti, era zeppo di antifascisti, c'erano state retate senza pietà. Il tumulto e le grida crescevano. Si aprì il balcone e, non so come, fui spinto innanzi. Parlai. Dissi che il Corriere aveva già chiesto dalle sue colonne l'immediata scarcerazione di tutti gli antifascisti e che quello era il primo giorno di libertà per tutti: per quelli che erano fuori e per quelli che ingiustamente erano dentro. Fu come un urlo. Buttai dal balcone le prime copie del giornale ancora calde di inchiostro e la libertà di stampa apparve sotto gli occhi di tutti».

La notizia, ormai, vola di bocca in bocca e accende di gioia i cuori di milioni di uomini. Il Paese è in festa. Il futuro riserverà ancora giornate di amarezza e di lutto. Ma oggi è una giornata di festa, un culmine di commozione e di gioia, sufficiente ad illuminare tutti i dolori che verranno e a dar la forza di affrontarli e sopportarli. La dittatura è unita. La gente riassapora finalmente il gusto dimenticato della libertà. 

«Il 25 luglio - scriverà Filippo Sacchi sul Corriere della Sera - per la prima volta in vent'anni l'Italia ha sorriso».

25 luglio 1943 Roma 

 

Bibliografia:

Tito De Stefano in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

 

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