Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

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6 giugno 1944: operazione Overlord, nome in codice dello sbarco in Normandia

5 Juin 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

Il luogo dello sbarco dell’operazione Overlord fu scelto durante la conferenza Trident nel maggio 1943 a Washington: venne preferita la Normandia piuttosto che il Pas-de-Calais, in quanto le divisioni tedesche presenti in questa zona erano più numerose e soprattutto perché non vi erano spiagge e porti che consentissero un rinforzo rapido della testa di ponte.

Alla fine del mese di gennaio 1944, Eisenhower stabilì i mezzi che dovevano essere impiegati nell’operazione: tre divisioni aviotrasportate e cinque divisioni trasportate via mare (due americane e tre inglesi). La zona di sbarco si doveva estendere per circa 60 chilometri, dall’estuario del fiume Orne alla costa orientale del Cotentin. Durante la notte precedente l’operazione anfibia, le divisioni aviotrasportate dovevano coprire tutto il settore di sbarco al fine di proteggerlo ai suoi fianchi.

La scelta della Normandia per l’operazione Overlord consentì di ingannare i tedeschi. Con l’operazione Fortitude, lanciata dagli Alleati, si fece credere ai tedeschi ad uno sbarco nel Pas-de-Calais, bloccando così alcune divisioni tedesche in quest’ultimo settore.

D-DAY Sbarco per la vittoria

La decisione di attaccare i nazisti in Normandia porta la data del 6 giugno 1944. Alle 9.33 del mattino le agenzie americane lanciano il primo flash sullo sbarco. Ma per mettere in ginocchio la Germania il prezzo è altissimo: diecimila morti nelle prime 24 ore.

 

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Articolo di Silvio Bertoldi

«Overlord», il Signore: questo è il nome che americani e inglesi hanno scelto per indicare l'operazione di sbarco sul Continente. «Overlord» comincerà quando verrà il momento del D-Day, il Decision Day, o giorno della decisione. Il D-Day viene il 6 giugno 1944, alle 6.30 del mattino, tra nuvole basse e mare di onde lunghe e scure: 2727 navi mercantili, 700 da guerra, 2500 mezzi da sbarco, 1136 aerei inglesi (tra cui una formazione agli ordini del famigerato generale Harris che distruggerà Dresda senza un perché), 1083 aerei americani. Il fronte corre da Le Havre a Cherbourg in Normandia. Una sorpresa per i tedeschi che aspettavano l'attacco sulla Manica, al Pas de Calais, e non vogliono ammettere di essersi sbagliati. Cinque i punti di sbarco, classificati con nomi di fantasia: «Utah» o «Omaha» di pertinenza degli americani a occidente, «Gold», «Judno» e «Sword» per gli inglesi a oriente. Un giorno intero di battaglia sanguinosissima ed è inutile illudersi di salvare il soldato Ryan: di soldati Ryan ne moriranno circa diecimila nelle prime ventiquattr'ore, il prezzo tremendo (peraltro previsto) pagato per una testa di ponte in Europa dopo quattro anni di guerra. Il colpo decisivo per mettere in ginocchio la Germania e sollevare l'Urss dal sostenere da sola il peso del conflitto. Torna alla memoria la promessa di Churchill nella drammatica notte del 2 agosto 1940, quando tutto sembrava perduto: «Ricordate: non ci fermeremo, non ci stancheremo mai, non cederemo mai; l'intero nostro popolo e l'Impero si sono votati al compito di ripulire l'Europa dalla peste nazista e di salvare il mondo dal nuovo Medioevo... e il mattino verrà».

Quel mattino è venuto. È cominciato poco dopo la mezzanotte del 5 giugno, quando sono partiti 60 incursori con il compito di segnalare le zone di atterraggio ai 72 alianti lanciati su Caen, precedendo le divisioni di paracadutisti dei generali Taylor e Ridgway: gli stessi che l'8 settembre sarebbero dovuti scendere su Roma, se un terrorizzato Badoglio non li avesse scongiurati di soprassedere. Poi è toccato alle due Armate, la prima americana di Bradley e la seconda inglese di Dempsey, entrambe agli ordini di Montgomery, l'eroe partito da El Alamein, che ha giurato di concludere la sua corsa solamente a Berlino. Come sarebbe in effetti avvenuto, se ragioni politiche non avessero costretto Eisenhower a imporgli di lasciare la precedenza ai russi.

Alle 9.33 del mattino del 6 giugno le agenzie di stampa americane avevano lanciato il primo flash con l'annuncio dello sbarco, poi era stato letto il proclama di Eisenhower ai soldati. Il generale non aveva fatto economia di parole ed era ricorso a quello che riteneva il tono epico adatto alla circostanza. ...

A Londra, alla Camera dei Comuni, a mezzogiorno Churchill stava illustrando la presa di Roma, avvenuta due giorni avanti. Un segretario gli passò un biglietto, lui lo lesse e, senza alterare il tono della voce, annunciò che la battaglia per liberare l'Europa dal nazismo era cominciata e con l'aiuto di Dio sarebbe continuata fino alla vittoria. Quella sera stessa le truppe alleate erano saldamente attestate nell'entroterra della Normandia e prendeva il via la lunga cavalcata che le avrebbe condotte all'Elba, dopo che Patton ebbe distrutta a Bastogne l'estrema speranza di Hitler di rovesciare la situazione.

Come fu vissuta l'avventura dalle due parti? Il giorno dello sbarco Rommel, capo dell'armata tedesca stanziata in Normandia, non si trovava al suo comando di La Roche-Guyon. Fidando nell'inclemenza del tempo, che lasciava pensare a tutto tranne alla possibilità di uno sbarco, era partito in automobile per la Germania. Andava a festeggiare il compleanno della moglie e le portava in regalo un paio di scarpe francesi. Lo avvertì Speidel, il suo capo di Stato Maggiore e si precipitò verso Parigi a tappe forzate. Capì subito che per tamponare la falla si dovevano spostare le divisioni del Nord verso la zona di Cherbourg, ma per questo occorreva il consenso di Hitler. Il Führer stava dormendo e l’ordine categorico era di non svegliarlo prima di mezzogiorno. Così seppe dello sbarco con dieci ore di ritardo e anzi non volle credere che si trattasse dello sbarco vero, bensì di una manovra degli Alleati, un diversivo a scopo di disturbo. Negò a Rommel di disporre delle truppe richieste e in tal modo diede al nemico una chance di successo mai immaginata. Qualche tempo prima Rommel aveva detto che, quando fosse cominciata la battaglia di Normandia, quello sarebbe stato «il giorno più lungo». Non azzeccò la previsione. Il 6 giugno non fu il giorno più lungo, al cadere della sera era praticamente terminato, con gli Alleati vittoriosi sulla costa.

Per Eisenhower il problema era diverso, legato soprattutto alle condizioni meteorologiche. Dopo una preparazione durata mesi, aveva deciso di attaccare il 5 giugno, perché in quel giorno si presentavano le condizioni ideali di luna, di marea e di vento che, se lasciate passare, si sarebbero ripetute soltanto il mese successivo. Non si poteva restare tanto tempo in sospeso, dunque o subito o chissà quando. Ma una bufera implacabile cominciò a imperversare sulla Manica e rese impossibile la partenza delle navi. Già da venerdì 2 giugno si erano scatenati gli elementi e fu necessario rinviare. Dopo lunghe ore di attesa spasmodica il meteorologo inglese, colonnello Stagg, la sera del lunedì annunciò che il 6 mattina si sarebbe presentata la possibilità di uno spiraglio di qualche ora. Si trattava di cogliere quella problematica occasione, con il pericolo che tutto cambiasse di nuovo. Eisenhower decise di rischiare. Le truppe erano imbarcate da giorni, non era possibile tenerle ancora «prigioniere» nelle navi. Vi fu un'ulteriore consultazione e poi, sulla fede nelle previsioni di Stagg, l'annuncio: «OK si parte». Era il D-Day, il giorno della decisione.

Stagg, l'oscuro eroe della grande avventura, aveva lavorato senza un attimo di sosta per decifrare le sue carte del tempo e indovinare il momento magico per l'attacco. Così era avvenuto, la schiarita c'era stata. Quando le navi furono partite e i comandi svuotati diventarono silenziosi, Stagg si ritirò nel suo accantonamento, si gettò vestito su una branda e dormì dodici ore filate.



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Sbarco in Normandia 1 Sbarco in Normandia 2 Sbarco in Normandia 3 Sbarco in Normandia 4 Sbarco in Normandia 5 Sbarco in Normandia 6 Sbarco in Normandia 7 Sbarco in Normandia 8 Sbarco in Normandia 9 Sbarco in Normandia 10 Sbarco in Normandia 11

 

 

Bibliografia:

supplemento del “Corriere della Sera” - dicembre 1999

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Operazione Overlord

5 Juin 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

Nella notte tra il 5 e il 6 giugno 1944, una flotta gigantesca, la più formidabile mai assemblata nella storia dell’umanità, (21 convogli americani e 38 anglo-canadesi che trasportavano o rimorchiavano 2.000 mezzi da sbarco, scortati da una formazione di 9 corazzate, 23 incrociatori e 104 cacciatorpediniere) levò l’ancora dalle coste meridionali dell’Inghilterra per far rotta verso la Francia.

Le truppe alleate (che contavano nei loro ranghi 1,7 milioni di Americani, 1 milione tra Inglesi e Canadesi e 300.000 altre reclute, divise tra Francesi, Polacchi, Belgi, Olandesi, Norvegesi e Cecoslovacchi) disponevano di circa 2 milioni di tonnellate di materiale e di 50.000 mezzi (carri armati, veicoli semicingolati, automitragliatrici, camion, veicoli).

Mezzo milione di soldati del Reich era dispiegato tra l’Olanda e la Bretagna lungo il “Muro dell’Atlantico”, il sistema di fortificazioni fatto costruire da Rommel. Il grosso delle forze tedesche (la XV armata era disposta nella zona del Pas de Calais, là dove la Manica è più stretta, luogo di un probabile sbarco alleato secondo le previsioni di Hitler. Dieci divisioni blindate sono pronte ad intervenire, ma sono troppo distanti dalla costa.

Lo scarto in mezzi tra le due aviazioni è enorme: gli Alleati dispongono di 3.000 bombardieri e 5.000 caccia contro 320 apparecchi tedeschi.

È il feld-maresciallo Gerd von Rundstedt che prende il comando delle forze tedesche sul fronte occidentale. Al momento dello sbarco, Rommel è in Germania per festeggiare il compleanno della moglie.

Altri fattori rendono più facile la realizzazione del piano di invasione. Un esempio: sette messaggi trasmessi dagli Alleati alla Resistenza francese, benché intercettati dai servizi segreti tedeschi, non vengono mai ritrasmessi ai comandi militari in Francia.

Il comando supremo dell’Operazione Overlord è affidato al generale americano Eisenhower e il comando tattico al generale inglese Montgomery.

Il cattivo tempo sulla Manica provoca un ritardo di ventiquattro ore delle operazioni.

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Le condizioni meteorologiche costringono il generale Eisenhower a scegliere la data del 6 giugno. La bassa marea delle prime ore del mattino e il levarsi tardivo della luna facilitano l’atterraggio degli alianti e il lancio dei paracadutisti.

Nella notte dal 5 al 6 giugno, le navi partite da diversi porti inglesi della Manica convergono al loro punto di incontro (“Piccadilly Circus”) per dirigersi sulle coste situate tra la foce della Senna e la penisola del Cotentin.

Il “Giorno più lungo” inizia alle 3 e 14 del mattino del 6 giugno con il bombardamento aereo delle difese costiere tedesche, seguito dall’atterraggio dei paracadutisti alleati (circa 18.000 uomini su 20.000 potranno compiere la missione che a loro era stata assegnata), il cui compito consisteva nell’annientare il sistema logistico del nemico. Due ore più tardi inizia il bombardamento navale alleato. La copertura aerea è impressionante e i tiri dei cannoni della marina micidiali. Pe evitare qualsiasi sorpresa, le navi dei convogli sono precedute da dragamine e protette dallo sbarramento di palloni frenati (potevano ascendere fino a quote di 1.500 m, tendendo i cavi di collegamento che consentivano di interdire ed ostacolare i velivoli ostili a bassa quota).

1944 cartina sbarco Normandia

Alle 6 e 30 i primi segni dello sbarco: la prima ondata d’invasione del gruppo di armate, agli ordini di Montgomery raggiunge le spiagge il cui nome in codice sono “Utah”, “Omaha”, “Gold”, “Sword” e “Juno”.

Questo impressionante spiegamento di forze è seguito dall’arrivo di 145 banchine galleggianti in cemento destinate alla costruzione di porti artificiali per l’attracco di navi fino a 10.000 tonnellate e di elementi di una pipeline prefabbricata “Pluto” (Pipeline-under-the-ocean) che fornirà il carburante necessario all’armata.

I primi soldati a calpestare il suolo delle coste francesi sono gli Americani della I armata del generale Omar Bradley che sbarcano sulle spiagge d’Utah e d’Omaha dove lo stato del mare e la resistenza accanita dei tedeschi li mettono in seria difficoltà. Sulle spiagge di Gold, Sword e Juno, gli inglesi della II armata del generale Miles Dempsey sono più fortunati. Alcune ore dopo, gli Inglesi si ammassano già nei dintorni di Caen, mentre le unità americane si battono ancora contro le fanterie e le Panzer divisioni accorse in tutta fretta sulle colline circostanti.

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Alle ore 9 e 33 del 6 giugno 1944, il quartier generale di Eisenhower comunica al mondo intero il seguente messaggio: «Sotto il comando supremo del generale Eisenhower, le forze alleate navali, sostenute dalle potenti forze aeree, hanno incominciato a sbarcare armate alleate sulla costa nord della Francia». È questo l’annuncio che l’operazione “Overlord”, ossia l’invasione della Francia, è riuscita e il mondo libero non può che rallegrarsene.

A mezzogiorno, il primo ministro britannico, Churchill, rivolgendosi alla Camera dei Comuni, annuncia lo sbarco in Normandia: «La prima serie di sbarchi delle forze alleate sul continente europeo è iniziata nel corso della notte. Questa volta, l’assalto liberatore è stato effettuato sulla costa della Francia. L’armonia più completa regna tra le armate alleate».

Hitler sarà informato dell’invasione solamente in tarda mattinata. Quanto a Rommel, riguadagnerà il teatro delle operazioni in serata del giorno J. Ma i tedeschi si ostinano a pensare che non si tratti della grande offensiva alleata attesa da alcuni mesi. Questo errore fatale contribuirà al successo dell’Operazione Overlord. Hitler invia l’ordine tassativo di non spostare verso la zona dello sbarco le divisioni blindate che si trovavano in altri settori e gli Alleati non saranno respinti in mare «durante la notte» come espressamente richiesto dal Führer.

Al calar della notte, al contrario, circa 160.000 uomini calpestano già il suolo francese. Anche se gli Alleati hanno raggiunto solo in parte i loro obiettivi, l’operazione è un successo.

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La liberazione di Roma, 4 giugno 1944

3 Juin 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

1944-Montecassino-bombardata.jpg 1943 dicembre CIL Montecassino

Due giorni dopo la conquista di Cassino e dell'Abbazia, nel settore meridionale del fronte, il II Corpo americano attaccava la linea «Hitler» presso Formia e in direzione di Fondi. Altrettanto facevano algerini e marocchini sui monti Aurunci, mentre nel settore settentrionale il Corpo britannico e quello polacco combattevano aspramente a Pontecorvo e Piedimonte.

Cinque giorni dopo anche la linea «Hitler» era infranta e le Armate alleate potevano avviarsi verso Roma: l'VIII per la via Casilina e la V per la via Appia. Una Divisione americana si dirigeva lungo la costa verso la testa di ponte di Anzio, dove il VI Corpo angloamericano forte come un'Armata, il 23 maggio aveva iniziato l'offensiva.

1944 alleati in Anzio 

L'attacco principale venne sferrato verso i Colli Albani e verso Velletri, occupata qualche giorno dopo, mentre Alexander aveva ordinato di tagliare la ritirata nemica sulla via Casilina puntando in forze su Valmontone. Clark invece preferì insistere in direzione di Roma, e Valmontone fu presa solo il 2 giugno, dopo che i tedeschi avevano completato il ripiegamento. La città di Littoria era stata liberata dall'unica colonna americana, appena un reggimento, che dalla testa di ponte di Anzio s'era diretta verso sud, incontro alla V Armata in arrivo dal fronte del Garigliano. Il ricongiungimento avvenne a Borgo Grappa il 25 maggio. Nella gioia dell'incontro si dimenticava ch'esso si era fatto attendere quattro mesi più del previsto.

Clark disponeva di una formidabile piattaforma per il lancio finale su Roma. È alla capitale ch'egli continuava a guardare, più che alla manovra di aggiramento chiesta da Alexander. Voleva arrivarci prima degli inglesi perché la nuova vittoria su Hitler portasse il suo nome. Per i tedeschi fu un colpo di fortuna. Essi non speravano che gli Alleati, per un motivo di prestigio personale, rinunciassero a cogliere, con un colossale accerchiamento, i frutti della vittoria. Scampati alla trappola di Valmontone, i tedeschi abbandonavano Roma con ogni mezzo, mantenendo sgombre le strade su cui si ritiravano le Divisioni di Cassino. Avevano perso molti uomini, ma avevano salvato l'esercito. Proprio l'ultimo giorno vollero lasciare un altro ricordo di sangue. Alle porte della città, in frazione La Storta sulla via Cassia, per alleggerire un automezzo, assassinarono 14 prigionieri politici fra cui il vecchio sindacalista Bruno Buozzi. Poi risalirono sui camion e ripresero più in fretta la ritirata verso nord.

Il generale Clark rievoca il giorno della presa di Roma:

1944 alleati Roma 1944 giugno Roma porta Maggiore 

«La maggior parte della gente non collega la data del 4 giugno (giorno in cui entrammo a Roma) con lo sbarco del generale Eisenhower in Normandia, ma le due operazioni erano coordinate, e mi era stato dato l'ordine di conquistare Roma, se fosse stato possibile, subito prima dello sbarco di Eisenhower. Sicché combattemmo con tutto l'impegno e ce la facemmo appena in tempo. Naturalmente, volevamo essere la prima Armata che liberava una delle capitali dell'«asse»; ciò avrebbe sollevato il morale degli Alleati e anche degli italiani. Sicché fu con profonda emozione che ci avvicinammo a Roma, e il giorno in cui vidi le mie truppe marciare verso la città, e fui testimone del modo cordiale con cui vennero accolte dalla popolazione, fu un giorno particolarmente felice. Il 5 giugno entrai anch'io in Roma con la mia "jeep" per la via Casilina. Non eravamo molto pratici della città; il generale Hume, che era con noi, aveva suggerito che il Campidoglio sarebbe stato il luogo adatto per incontrarmi con i miei comandanti di Corpo d'Armata.

Nelle vie erano gaie folle, molti cittadini agitavano bandiere. I romani sembravano impazziti d'entusiasmo per le truppe americane. Il nostro gruppetto di "jeep" errava per le vie, ma non riuscivamo a trovare il colle capitolino. Ci eravamo smarriti. A un tratto ci trovammo in piazza San Pietro e un prete si fermò accanto alla mia "jeep" e disse in inglese: "Benvenuto a Roma. Posso esservi utile in qualche modo?».

1944-4-giugno-Alleati-a-Roma.JPG

«Gli chiesi la strada per il Campidoglio. Là intendevo discutere i nostri piani immediati. Volevamo spingerci immediatamente oltre Roma per inseguire il nemico e prendere il porto di Civitavecchia. Quando fummo in piazza Venezia davanti al balcone dal quale Mussolini soleva fare i grandi discorsi, una folla plaudente ci bloccò. Finalmente ci aprimmo un varco e salimmo sul colle. Il portone del Campidoglio era chiuso; io bussai parecchie volte, non sentendomi molto conquistatore di Roma. Mentre si bussava, pensai che quella era per noi una giornata storica. Avevamo vinto la corsa di Roma per soli due giorni».

giugno-44-alleati-a-Roma.jpg romani con fanti americani 

Chi nella capitale ha dimenticato quel giorno? Era la libertà, dopo nove mesi di angoscia e di disperazione. S'affacciava un mondo nuovo, si ricominciava a vivere.

A Roma l'appuntamento col Papa è una tacita consuetudine, quando accade qualcosa d'importante. Ma il pomeriggio del 5 giugno i romani andarono da Pio XII anche per un atto di gratitudine. Tutto in quei giorni era all'insegna della fede nell'avvenire. Ogni occasione era buona per affollare le piazze con bandiere, applaudire, gridare e sfilare in corteo proclamando i propri ideali. Gli Alleati assistevano sbalorditi, ed erano come travolti dall'urto caotico delle passioni politiche che esplodevano dopo tanto tempo.

Nella confusione scoppiarono anche disordini. In Piazza Venezia, dove la gente si raccoglieva più folta che altrove, si sfondarono i cancelli del palazzo delle Assicurazioni Generali in cerca di franchi tiratori inesistenti. La polizia alleata fu costretta ad intervenire con bombe lacrimogene.

Il 6 giugno la notizia dello sbarco in Normandia. È finalmente il secondo fronte, che porterà al tracollo della Germania; e intanto in Russia le Armate sovietiche incalzano. Di fronte alla grandezza degli avvenimenti, l'episodio dei franchi tiratori che, da una casa di via Appia Nuova, hanno aperto il fuoco contro i patrioti e i soldati americani, appare un inutile atto di rabbia e di vendetta. Ogni giorno nuove prove della violenza subita vengono alla luce. Finora Roma non sapeva ancora chiaramente delle Fosse Ardeatine, dove in marzo i tedeschi avevano massacrato per rappresaglia 335 detenuti politici. Adesso era un accorrere di parenti, di amici, di compagni di lotta.

Unità clandestina 30 marzo 1944

L'orrore era pari alla disperazione delle madri.

Il Luogotenente, che intuiva la precarietà del momento, venne a Roma pochi giorni dopo la liberazione. Forse contava su qualche gesto di simpatia da parte dei romani. Ma la sua visita improvvisa passò quasi inosservata, e Umberto tornò a Napoli deluso. Come si era stabilito in aprile, il governo arrivava a Roma dimissionario, e a Badoglio subentrò Ivanhoe Bonomi che raccolse intorno a sé uomini designati dai sei partiti antifascisti. La lotta contro i tedeschi rimaneva il primo punto del programma di governo.

Oltre Roma la guerra continuava senza slancio. Ma Alexander e Clark, tornati amici dopo la contesa per Valmontone, erano ottimisti. Alexander rivolse un proclama alle truppe: «Questa battaglia, di cui è terminata la prima fase, è stata un successo magnifico. Come dicono i francesi: " Une belle victoire". La conquista di Roma è in se stessa naturalmente un grande avvenimento. Ha un grande valore morale, un grande valore politico. Ma come obiettivo militare non ha che scarsa importanza. Ciò che veramente importa è il fatto che noi stiamo compiendo quello che ci eravamo prefissi di fare, e cioè annientare sul campo le Armate tedesche. Il nemico è in uno stato di totale disorganizzazione, avendo subìto gravissime perdite, tanto che i prigionieri sono oltre 20.000 e ci sono 8.000 tedeschi feriti ricoverati a Roma, oggi, in questo momento. Molti di più giacciono morti sui campi di battaglia. Le perdite del nemico sono state dunque molto gravi, esso è disorganizzato. E noi lo stiamo inseguendo». 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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2 Giugno 2020: una Festa della Repubblica particolare

27 Mai 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #varia

74 anni fa, il 2 giugno 1946, gli Italiani, nel referendum tra la monarchia e la repubblica, votarono in grande maggioranza per la Repubblica.

2 giugno 19462 giugno 19462 giugno 1946

2 giugno 1946

Nell'anno in cui la pandemia ha stravolto le vite e la società, la Festa della Repubblica è carica di significato per la ripartenza. Dice Carla Nespolo, presidente dell'ANPI: "Il 2 giugno saremo impegnati non solo a celebrare una data storica, ma lanceremo un messaggio forte e chiaro: per risolvere la crisi attuale è fondamentale e imprescindibile attuare pienamente la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza".

manifesto dell'ANPI in occasione della Festa della Repubblica 2020

manifesto dell'ANPI in occasione della Festa della Repubblica 2020

LE INIZIATIVE DELL'ANPI PER LA FESTA DELLA REPUBBLICA

La maratona social dell''Anpi sulla Costituzione e 21 rose per le donne che la scrissero

"Ogni giorno pubblicheremo sui social un articolo della Costituzione e il 2 giugno deporremo una rosa rossa sulle tombe delle 21 Costituenti".

 

Le 21 donne elette alla CostituenteLe 21 donne elette alla Costituente

Le 21 donne elette alla Costituente

"Attuare pienamente i principi e le disposizioni della Carta costituzionale ... a cominciare dall'articolo 3 della Costituzione che recita: "Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale..."

E l'omaggio delle rose per le "madri" costituenti: per Adele Bei, Bianca Bianchi che si battè per il riconoscimento giuridico dei figli naturali, Laura Bianchini che lottò per la scuola pubblica, Elisabetta Conci che si occupò degli statuti speciali e di autonomia regionale, Maria De Unterrichter Jervolino in prima linea sul fronte della scuola, Filomena Delli Castelli, Maria Federici Agamben, Nadia Gallico Spano, che organizzò i "treni della felicità" che trasportarono 70 mila bimbi meridionali orfani nelle famiglie del Nord.

E ancora per Angela Gotelli a cui si deve la sfida per il diritto delle donne di accedere agli alti gradi della magistratura, Angela Guidi Cingolani che gettò le basi della legge di tutela delle lavoratrici madri, Teresa Mattei, Angela Minella Molinari, Maria Nicotra Verzotto, Ottavia Penna Buscemi, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.

A queste donne che hanno contribuito a scrivere la nostra Carta Costituzionale avevamo dedicato una mostra dal titolo LIBERE e SOVRANE

Alcuni momenti dell’inaugurazione della mostra

alcuni momenti della nascita della Repubblica Italiana
alcuni momenti della nascita della Repubblica Italiana
alcuni momenti della nascita della Repubblica Italiana
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alcuni momenti della nascita della Repubblica Italiana

alcuni momenti della nascita della Repubblica Italiana

In un suo discorso, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha detto:

«Con il 2 giugno 1946 s' inaugurava una fase nuova nella storia del nostro giovane Stato, contrassegnata da grande partecipazione popolare, passione civile, speranza nel futuro.
E, di lì a poco, si schiudeva per l'Italia un periodo di crescita economica, sociale e culturale senza precedenti …

Volgendo lo sguardo al nostro passato ci si accorge di quanto cammino sia stato fatto dalla Repubblica per garantire agli italiani democrazia, libertà, benessere, giustizia, diritti, qualità della vita. Di quanti ostacoli siano stati superati, quando è prevalsa la coesione, il senso di responsabilità, la lungimiranza».

Un messaggio ancora di grande attualità!

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"Sono fiero del mio Paese"

Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione del “Concerto dedicato alle vittime del coronavirus” nel 74° anniversario della Festa Nazionale della Repubblica 

video

L'Inno nazionale della Repubblica Italiana

 

LA FESTA DELLA REPUBBLICA a LISSONE

Dal sito del Comune di Lissone

► Guarda il video

Leggi il discorso del Sindaco

Manifesto del Comune di Lissone del 2 giugno 2020

 

Discorso del Sindaco di Lissone 2 giugno 2020 

Care concittadine e Cari concittadini,

il prossimo martedì, 2 giugno, festeggeremo la Festa Nazionale della Repubblica, la festa di tutti gli italiani.

È una data che, quest'anno, precede un'ulteriore riapertura in termini economici, commerciali, produttivi, turistici e sociali.

Un giorno importante, emblematico nell'anticipare una ripartenza che, auspichiamo tutti, potrà dare il via ad un nuovo slancio per tutto il nostro Paese.

Il 2 giugno 2020 è davvero carico di speranze, di auspici, di attese. È un giorno che giunge dopo tre mesi di dubbi, di incertezze, di criticità che hanno cambiato per sempre le nostre vite.

Abbiamo maturato decisioni complesse, cambiato stili di vita, modificato le nostre abitudini, riacquistato il valore del bello, del giusto, del semplice, dell'essenziale.

Abbiamo cambiato la nostra quotidianità riscoprendo il senso della libertà, l'imprescindibile forza che spinge ciascuno di noi a cercare spazi, idee, esperienze che siano sempre nuove.

Sarà, senza alcun dubbio, un festeggiamento inusuale e distante, ma non per questo meno intriso del significato di sentirci tutti connazionali e accomunati da identici valori di uguaglianza, di libertà, di solidarietà, di aiuto reciproco.

Parole che, nel periodo di emergenza igienico-sanitaria, abbiamo visto tradotte in azioni concrete, comprendendo ancor più quale sia il significato di uno Stato che agisce per supportare chi si trova in un momento di difficoltà.

L'Italia, pur in un momento di sofferenza, ha saputo reagire con laboriosità e sacrificio, stringendosi in un grande territorio unito, pur nelle proprie diversità, contraddistinto dalla ricchezza d'animo di chi lo abita e lo fa vivere.

In questo 2020 celebriamo quindi il 2 giugno senza il tradizionale appuntamento con il Concerto della Banda che consentiva di trasmetterci quegli ideali che nel dopoguerra ispirarono la rinascita dell'Italia e la crescita della Repubblica.

Non ci saranno eventi pubblici in occasione del 2 giugno, ma io e la mia Amministrazione Comunale vogliamo rimarcare l'importanza di questo evento chiedendo a Voi tutti un gesto concreto: esporre la bandiera tricolore dai vostri balconi.

La bandiera italiana è simbolo di unione e di aiuto reciproco, è stato un mezzo per sentirci meno soli nel periodo di quarantena.

Ha rappresentato un appiglio per sentirsi saldi nei momenti di difficoltà.  

In una società che si fa troppo spesso travolgere dalla successione degli eventi, rimane importante soffermarsi su quei fatti che hanno scritto la nostra storia.

Il passaggio da monarchia a Repubblica avvenne a seguito di un referendum istituzionale al quale parteciparono quasi venticinque milioni di elettori, tra cui, per la prima volta, le donne.

La scelta della Repubblica segnò la storia di uno Stato e dei suoi abitanti, e di conseguenza del nostro Comune, delle nostre famiglie e di noi stessi.

Fu una scelta coraggiosa: gli italiani scelsero la forma la più difficile, la più impegnativa, la più innovatrice e riformatrice.

Quella decisione permise alle eccellenze culturali, intellettuali, artistiche, industriali d'Italia di potersi esprimere liberamente, contribuendo da protagonisti allo sviluppo d'Italia. La crescita del nostro Paese divenne inarrestabile, contraddistinta da uno spirito di responsabilità e di presa in carico del proprio destino.

La Repubblica, quando si nutre di partecipazione, è autorevole e non teme il conflitto, perché lo sa governare.

La Repubblica rappresenta quindi uno spazio pubblico in cui le differenti sensibilità e i legittimi interessi di parte trovano una sede per confrontarsi. Un confronto rispettoso dell'opinione altrui, soprattutto quando questa è differente.

Ecco perché è importante che noi tutti, anche oggi, facciamo nostra questa Festa e la sentiamo parte della nostra storia quotidiana.

La Repubblica in questo periodo di emergenza, anche attraverso gli Enti territoriali e locali, ha saputo mostrare vicinanza e sostegno alla popolazione.

La Festa della Repubblica ci ricorda che tutti noi siamo chiamati a metterci al servizio della comunità nella costruzione del bene comune. Mettendoci al servizio dei valori più alti che stanno alla base del benessere comune, realizzeremo gli intenti della nostra Costituzione e renderemo onore ai sacrifici di vite umane e sofferenze che il nostro popolo, il popolo italiano ha dovuto affrontare.

A voi, concittadine e concittadini, chiedo davvero di sentire nostra questa festa, la festa di tutti gli italiani.

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La nota del Presidente emerito dell’ANPI Carlo Smuraglia

Dai valori della Costituzione alla cittadinanza attiva

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I "TRE FONTANOT: Spartaco, Nerone, Giacomo

16 Mai 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #Resistenza europea

«La patria, per un operaio, è là dove lui lavora»

Spartaco Fontanot rivolto ai suoi giudici, che gli domandano perché, siccome non è francese, si batta per la Francia.

 

Oggi in una prospettiva di unificazione europea, è importante sottolineare il carattere internazionalista della Resistenza: decine di migliaia di italiani combatterono con i movimenti di resistenza in vari paesi europei, nei Balcani, in Grecia, in Albania, in Jugoslavia e in Francia, terra di emigrazione e di ospitalità di molti fuoriusciti antifascisti. Battersi contro le orde hitleriane: questa lotta comune fu un bell’esempio di fraternità ed eroismo.

monumento alla Resistenza europea a Como

monumento alla Resistenza europea a Como

particolari del monumento alla Resistenza europeaparticolari del monumento alla Resistenza europea
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particolari del monumento alla Resistenza europea

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monumento alla Resistenza a Mentone

Les Italiens du maquis

Non c’è un dipartimento della Francia che non conti dei partigiani italiani tra i suoi morti. Sono numerosi gli italiani caduti nelle insurrezioni di Marsiglia, Lione e Parigi. Ancor più il numero dei caduti e deportati nell'Est (Meurthe-et-Moselle, Moselle, Haut-Rhin, ecc.) dove in alcuni centri furono compiuti massacri di resistenti italiani.

«Dei circa 600 morti di cui ci sono pervenuti i nomi» - scrive Pia Leonetti Carena nel suo libro “Les Italiens du maquis” - «non rappresentano che una parte, dal 30 al 40% degli Italiani caduti in Francia. Tra di loro ci sono uomini di ogni età, la maggior parte sono giovani, anche di molto giovani, dai 15 ai 25 anni. Circa le loro condizioni, esse rispecchiano la grande colonia italiana in Francia composta principalmente da lavoratori, operai e contadini. Nella lunga notte dei combattimenti, di audaci sabotaggi, centinaia sono morti senza lasciare una traccia. I partigiani, i combattenti senza uniforme non portano neanche la povera piccola piastrina di riconoscimento che consente di identificare un soldato caduto in combattimento. Se, per assurdo, si trovasse qualche documento su di loro, molto spesso è un falso. Si trova, nelle gesta di questi combattenti, quel senso dell’azione di tutti i semplici volontari che, in un’ora decisiva, mettono le loro braccia, il loro cuore, il loro pensiero, la loro vita al servizio della libertà».

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In occasione del 75° anniversario della fine dell’occupazione nazista di gran parte dell’Europa,

tra le molte storie di italiani caduti per la liberazione dall’occupazione nazista della Francia, desidero raccontare quelle di tre giovani, conosciuti in Francia come “LES TROIS FONTANOT”.

Nel libro “Contro il fascismo oltre ogni frontiera”, Nerina Fontanot racconta: «L’avventura umana e politica della famiglia Fontanot si svolge attraverso mezza Europa dai primi anni del Novecento sino alla fine della seconda guerra mondiale. I Fontanot sono operai ai cantieri navali di Monfalcone, socialisti ed anarchici, poi comunisti. Un ramo della famiglia combatte nella Resistenza sul confine orientale d’Italia, a contatto con la Resistenza slovena. Un altro ramo si sposta in Francia, e dopo l’invasione tedesca combatte nella Resistenza francese. Tutti pagano prezzi altissimi».

SPARTACO

Spartaco ha due anni quando, all’inizio del 1924, arriva in Francia, da Monfalcone, con il padre Giacomo Fontanot e la madre Lucia Fumis. I Fontanot sono una delle tante famiglie che emigrano in quel periodo in Francia per motivi politici, perché antifascisti. In Italia, nel clima di totale sospensione delle libertà sindacali e civili e di prevaricazione del fascismo, i Fontanot, fin dalla prima ora, avevano assunto un atteggiamento di rifiuto e di opposizione al regime.

A ventidue anni abbandona gli studi di meccanico per impegnarsi, come il padre, corpo e anima, nella lotta contro l’invasore tedesco. Molto apprezzato per le sue qualità di organizzatore e per la sua energia, Spartaco Fontanot è nominato, nel novembre 1942, sottotenente dei Francs-Tireurs et Partisans de la Main d'Oeuvre Immigrée (FTP-MOI) della regione parigina. Fa parte del “gruppo Manouchian”, dal nome del suo comandante, il poeta armeno Missak Manouchian e dal tecnico Joseph BoczovIl gruppo era composto da uomini e donne di diverse nazionalità. Con un centinaio di membri rispecchiava il microcosmo delle varie comunità immigrate in Francia negli anni Venti e Trenta del Novecento. Si trattava di uomini e donne che rinnegavano il nazismo.

Spartaco Fontanot appare come un capo incontestato. Partecipa all’attacco con bombe a mano di un deposito tedesco a Nanterre, all’assalto di un camion carico di soldati della Wehrmacht, a Parigi; all’attacco della caserma di Rueil e  all’esecuzione di un traditore. È anche alla testa di quelli che attaccano von Schaunburg, comandante della “Grande Parigi”, e Ritter, il negriero, capo dello STO (Service Travail Obligatoire, che reclutava manodopera da inviare in Germania a lavorare, in base ad una legge promulgata dal regime di Vichy).

Dopo lunghi pedinamenti, la Gestapo, tramite un provocatore riesce ad arrestarlo, nel novembre 1943, con diversi resistenti. È per la Gestapo l’occasione sperata, del resto abilmente preparata, di organizzare davanti all’opinione pubblica un processo ben orchestrato di «terroristi» e di «comunisti». Così comincia, il 17 febbraio 1944, all’Hotel Continental di Parigi, il «processo dei 23».

Il «gruppo dei 23» è composto, oltre che da Missak Manouchian e Joseph Boczov, da 20 stranieri: una donna rumena, poi deportata in Germania ed uccisa, uno spagnolo, cinque italiani (Spartaco Fontanot, Dino della Negra, Antonio Salvadori, Cesare Luccarini, Amedeo Usseglio), otto polacchi, due armeni, tre ungheresi e tre francesi. Questi partigiani (torturati e condotti nell’aula del processo ammanettati con le mani dietro alla schiena) hanno mostrato davanti ai giudici il coraggio di uomini che hanno fatto la loro scelta, che sapevano perché si battevano e che andavano degnamente alla morte.

Ai giudici che gli domandavano perché, lui che non è francese, si batta per Francia, Spartaco Fontanot risponde che la patria, per un operaio, è là dove lui lavora. Tre giorni dopo la sentenza, il 21 febbraio 1944, viene fucilato insieme ai suoi compagni al Mont Valérien, un’altura sopra Parigi.

 

L'ingresso del Fort Valerién - La chiesetta sconsacrata dove attendevano la fucilazione e sulle cui pareti alcuni partigiani, in attesa della fucilazione, lasciavano delle scritte - Il fossato dove avvenivano le esecuzioni - La campana che reca incisi i nomi degli oppositori al nazismo fucilati a Mont ValeriénL'ingresso del Fort Valerién - La chiesetta sconsacrata dove attendevano la fucilazione e sulle cui pareti alcuni partigiani, in attesa della fucilazione, lasciavano delle scritte - Il fossato dove avvenivano le esecuzioni - La campana che reca incisi i nomi degli oppositori al nazismo fucilati a Mont ValeriénL'ingresso del Fort Valerién - La chiesetta sconsacrata dove attendevano la fucilazione e sulle cui pareti alcuni partigiani, in attesa della fucilazione, lasciavano delle scritte - Il fossato dove avvenivano le esecuzioni - La campana che reca incisi i nomi degli oppositori al nazismo fucilati a Mont Valerién
L'ingresso del Fort Valerién - La chiesetta sconsacrata dove attendevano la fucilazione e sulle cui pareti alcuni partigiani, in attesa della fucilazione, lasciavano delle scritte - Il fossato dove avvenivano le esecuzioni - La campana che reca incisi i nomi degli oppositori al nazismo fucilati a Mont ValeriénL'ingresso del Fort Valerién - La chiesetta sconsacrata dove attendevano la fucilazione e sulle cui pareti alcuni partigiani, in attesa della fucilazione, lasciavano delle scritte - Il fossato dove avvenivano le esecuzioni - La campana che reca incisi i nomi degli oppositori al nazismo fucilati a Mont Valerién
L'ingresso del Fort Valerién - La chiesetta sconsacrata dove attendevano la fucilazione e sulle cui pareti alcuni partigiani, in attesa della fucilazione, lasciavano delle scritte - Il fossato dove avvenivano le esecuzioni - La campana che reca incisi i nomi degli oppositori al nazismo fucilati a Mont ValeriénL'ingresso del Fort Valerién - La chiesetta sconsacrata dove attendevano la fucilazione e sulle cui pareti alcuni partigiani, in attesa della fucilazione, lasciavano delle scritte - Il fossato dove avvenivano le esecuzioni - La campana che reca incisi i nomi degli oppositori al nazismo fucilati a Mont Valerién

L'ingresso del Fort Valerién - La chiesetta sconsacrata dove attendevano la fucilazione e sulle cui pareti alcuni partigiani, in attesa della fucilazione, lasciavano delle scritte - Il fossato dove avvenivano le esecuzioni - La campana che reca incisi i nomi degli oppositori al nazismo fucilati a Mont Valerién

Spartaco al momento della fucilazione aveva 22 anni. Pochi giorni prima della morte aveva scritto un’ultima lettera ai suoi familiari. La lettera è stata inserita nel libro “Lettere di condannati a morte della Resistenza Europea” pubblicato nelle edizioni Einaudi nel 1954.

La lettera scritta da Spartaco Fontanot ai genitori e alla sorella prima della fucilazione (il cugino Nerone era già stato fucilato)
La lettera scritta da Spartaco Fontanot ai genitori e alla sorella prima della fucilazione (il cugino Nerone era già stato fucilato)

La lettera scritta da Spartaco Fontanot ai genitori e alla sorella prima della fucilazione (il cugino Nerone era già stato fucilato)

un passo della lettera di Spartaco ai suoi genitori

un passo della lettera di Spartaco ai suoi genitori

«In questa sua ultima lettera ai genitori, prima della sua esecuzione, Spartaco ha saputo esprimere con tutta semplicità la portata universale del suo sacrificio»

Un’enorme e scandalosa pubblicità viene data al «processo dei 23». Nelle città, nei paesi, i manifesti l’ “Affiche Rouge” si moltiplicano, con la fotografia dei condannati, in cui si faceva credere che i processati non fossero i liberatori della Francia ma facessero parte di un “Armèe du crime” composto da terroristi assassini. Tutto per mostrare i volti dei «terroristi» con a fianco delle riproduzioni di deragliamenti e di uccisioni.

Affiche Rouge - (dall'alto, il secondo a destra è SPARTACO FONTANOT, per evidenziarlo ho aggiunto il suo nome in bianco)

Affiche Rouge - (dall'alto, il secondo a destra è SPARTACO FONTANOT, per evidenziarlo ho aggiunto il suo nome in bianco)

Clamori della stampa asservita, alla quale replica subito la stampa clandestina. In segreto, la popolazione copre di fiori le fotografie, sulle quali incolla dei foglietti con la scritta «Morti per la Francia».

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NERONE

Era figlio di Bepi Fontanot e Gisella Teja, cugino di Spartaco. Nel giugno 1942, Nerone ha 21 anni. Operaio metalmeccanico qualificato, si rifiuta di lavorare per i tedeschi e si rifugia a Châtellerault, nel dipartimento della Vienne, nei pressi di Poitiers, dove diventa nel 1943 uno dei diffusori più attivi della stampa clandestina. Nello stesso anno uccide un noto collaboratore dei tedeschi. Sotto lo pseudonimo di René, diventa poi capo dei F.T.P. (Francs-Tireurs et Partisans) della Vienne. Alla testa dei suoi uomini, partecipa a numerose azioni di sabotaggio: deragliamenti di treni, incendio di convogli carichi di munizioni, incendio di depositi di viveri e di cereali destinati ai tedeschi.

Arrestato nell’agosto 1943, malgrado le torture cui è sottoposto, non parla. Nel settembre comparve davanti al tribunale militare tedesco. Durante il processo, si assume la responsabilità degli atti attribuiti al suo gruppo, riuscendo così a salvare uno dei suoi compatrioti che verrà deportato. Nerone Fontanot viene condannato a morte per “attività in favore del nemico e terrorismo”. Dignitoso e calmo, ascolta la sentenza che lo condanna a morte. In prigione, tenta inutilmente di segare le sbarre della sua cella. Scoperto, è controllato a vista, piedi e mani legate fino all’antivigilia dell’esecuzione. È fucilato, il 27 settembre 1943 a Poitiers, con altri sette compagni francesi. Aveva 23 anni.

La madre Gisella, che era internata nel campo di Poitiers, venne a conoscenza della morte del figlio in modo del tutto casuale: leggendo un giornale, vide in testa a uno degli avvisi che annunciavano l’arresto e la fucilazione di resistenti, il nome di Nerone. La notizia della morte di suo figlio gettò Gisella nella disperazione; solo il conforto delle compagne e la sua forza d’animo la aiutarono a sopportare la sofferenza e a sentire che la sorte di suo figlio era comune a quella di migliaia di altri giovani vittime di una guerra crudele. Per il grande dolore e per le privazioni patite durante la detenzione Gisella si ammalò e, nell’aprile del 1944, venne ricoverata in ospedale a Poitiers. Lì finalmente poté ricevere la visita di Jacques; fu un momento di grande gioia, ma anche di grande dolore perché Jacques seppe della morte di Nerone e portò a sua madre la notizia della morte di Spartaco con la copia della sua ultima lettera.

la collina di Biard (Poitiers) luogo della fucilazionela collina di Biard (Poitiers) luogo della fucilazionela collina di Biard (Poitiers) luogo della fucilazione

la collina di Biard (Poitiers) luogo della fucilazione

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GIACOMO detto JACQUES

Figlio di Bepi Fontanot e Gisella Teja, fratello di Nerone.

Nel settembre del 1942, Jacques era studente alla scuola tecnica di Puteaux. Qui iniziò a preparare e a diffondere tra i giovani compagni volantini antitedeschi. Un suo compagno, sorpreso mentre affiggeva un volantino, fu fermato e interrogato. Vennero così arrestati altri studenti, tra cui Jacques. Aveva 16 anni. Subì un processo e, benché assolto, data la giovane età, venne internato nel campo di Tourelles. Nel maggio del 1944, le autorità disposero il trasferimento  dei prigionieri da Tourelles al campo di Rouille.

Durante il trasferimento, Jacques riuscì a vedere sua madre che si trovava malata all’ospedale di Poitiers: da lei seppe che Nerone era stato fucilato.

Il 10 giugno del 1944, un’azione dei partigiani riuscì a liberare una cinquantina di internati del campo di Rouille, tra cui Jacques che riuscì a far pervenire un messaggio a sua madre: “Mamma, siamo liberi, i maquisards ci hanno liberati e verremo presto a liberare anche voi”.

Senza né armi né documenti, in territorio controllato dalle truppe tedesche, il gruppo si nascose nella foresta di Saint Sauvant. Informati da spie della polizia francese, i tedeschi, il 27 giugno 1944, circondarono la zona. Iniziò una caccia all’uomo. Una ventina riuscirono a fuggire, gli altri vennero catturati, tra cui Jacques allora diciottenne, e trucidati.

 

A Vaugeton, il paese più vicino alla foresta, c’è un monumento costruito dopo la guerra in memoria dei giovani caduti. Sul memoriale si legge il nome di Jaques e dei trenta compagni “gloriosi soldati senza uniforme caduti per la Francia e per la liberta“ uccisi nel “massacro di Saint Sauvent”.

I "TRE FONTANOT: Spartaco, Nerone, Giacomo
I "TRE FONTANOT: Spartaco, Nerone, Giacomo
immagine da Antonio BECHELLONI - Bulletin N°28 – Les trois Fontanot - Société d’Histoire de Nanterre 27  juin 2002

immagine da Antonio BECHELLONI - Bulletin N°28 – Les trois Fontanot - Société d’Histoire de Nanterre 27 juin 2002

«La lotta dei Tre Fontanot e, dietro di loro e con loro, della loro famiglia, è emblematica di uno dei momenti più alti della Resistenza straniera, e principalmente italiana, in Francia».

I francesi hanno saputo onorare la memoria dei Tre Fontanot, morti per la liberazione della loro terra, dedicando loro libri, monumenti, manifesti, e intitolando loro vie e piazze a Nanterre e a Parigi.

 

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Breve presentazione del libro: les Trois Fontanot: Nerone, Spartaco et Jacques, nanterriens, fils d’immigrés italiens, morts pour la France

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Chant des Partisans

La chanson commence par des bruits et
des voix de soldats allemands qui marchent
sur Paris.

Ami, entends-tu le vol noir des corbeaux sur nos plaines?
Ami, entends-tu les cris sourds du pays qu'on enchaîne?
Ohé, partisans, ouvriers et paysans, c'est l'alarme.
Ce soir l'ennemi connaîtra le prix du sang et les larmes.
Montez de la mine, descendez des collines, camarades!
Sortez de la paille les fusils, la mitraille, les grenades.
Ohé, les tueurs, à la balle et au couteau, tuez vite!
Ohé, saboteur, attention à ton fardeau: dynamite...
C'est nous qui brisons les barreaux des prisons pour nos frères.
La haine à nos trousses et la faim qui nous pousse la misère.
Il y a des pays où les gens au creux de lits font des rêves.
Ici, nous, vois-tu, nous on marche et nous on tue, nous on crève.
Ici chacun sait ce qu'il veut, ce qui'il fait quand il passe.
Ami, si tu tombes un ami sort de l'ombre à ta place.
Demain du sang noir sèchera au grand soleil sur les routes.
Chantez, compagnons, dans la nuit la Liberté nous écoute.
Ami, entends-tu ces cris sourds du pays qu'on enchaîne?
Ami, entends-tu le vol noir des corbeaux sur nos plaines?
Oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh...

Bibliografia

 

 

AA. VV - L' Italia In Esilio. L' Emigrazione Italiana in Francia tra le due guerre - Archivio Centrale dello Stato Gennaio 1984

 

 

 

Nerina Fontanot - Anna Digianantonio - Marco Puppin - Contro il Fascismo oltre ogni frontiera -  ed. KV 2015

 

 

 

Pia Leonetti Carena - Les Italiens du maquis – Ed. del Duca Paris 1948

 

 

 

Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea 

 

 

 

Giulia Dovi – La forza e la resistenza delle mie radici – Tesi di Maturità 2017-2018

 

 

AA.VV. Le Mont-Valérien : Résistance, Répression et Mémoire - Ed. Gourcuff Gradenigo -2010

 

 

 

 

Antonio BECHELLONI - Bulletin N°28 – Les trois Fontanot - Société d’Histoire de Nanterre 27  juin 2002

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Qualche dato sul blog

11 Mai 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #varia

Qualche dato sul blog
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Un ciclo di conferenze per il 75° anniversario della Liberazione

10 Mai 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #Resistenza europea

 

In occasione del 75° anniversario della Liberazione dell'Italia dal nazifascismo,

l'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia Sezione Germania 

ha proposto un 

CICLO DI CONFERENZE ONLINE SUL TEMA

 LA RESISTENZA TRA ITALIA E GERMANIA

Studenti, insegnanti, cittadini comuni hanno potuto seguire online dall'Italia, le conferenze tenute dagli storici Alberto Cavaglion, Francesco Corniani, Aldo Agosti, Eric Gobetti e Thomas Schlemmer. Sono stati trattati anche aspetti poco noti della Resistenza italiana al nazifascismo.  Data la grande partecipazione e visto l'interesse suscitato, le conferenze sono state messe in rete.

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LA RESISTENZA NELLA STORIA ITALIANA

https://youtu.be/ptXSgZTMMZU

L’8 settembre 1943, data dell’armistizio con i paesi alleati, agli italiani si presentarono scelte difficili. Una minoranza cospicua si decise per la resistenza attiva, inclusa la lotta armata, all’occupazione tedesca fiancheggiata dai fascisti della Repubblica di Salò. Il significato di quella scelta nel quadro della storia d’Italia.

Alberto Cavaglion, professore dell’Università di Firenze

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DISERTORI DELL’ESERCITO TEDESCO NELLA RESISTENZA ITALIANA

https://youtu.be/XvecAN_QggQ

Si esplora un fenomeno poco noto della guerra di liberazione in Italia nel 1943-1945, quello dei disertori dell’esercito d’occupazione tedesco che si unirono alla Resistenza italiana. Mettere a fuoco questo tema consente di riflettere su aspetti di scontro ideologico e di dimensione internazionalista che hanno anche caratterizzato la guerra di liberazione italiana.

Francesco Corniani, ricercatore dell’Università di Colonia

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LA LIBERAZIONE DI TORINO

https://youtu.be/QNciisVcDr8

Episodio cruciale della lotta di Liberazione, allo stesso tempo esito finale della Resistenza armata e viatico per la ricostruzione democratica dello Stato. Con il ricordo del ruolo di Giorgio Agosti, uno dei protagonisti dell’evento, organizzatore delle formazioni partigiane Giustizia e Libertà in Piemonte e primo questore della città liberata.

Aldo Agosti, professore emerito dell’Università di Torino

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LA RESISTENZA ITALIANA NEI BALCANI

https://youtu.be/cuB__8UMVYM

Nei Balcani, durante la Seconda guerra mondiale, gli italiani insieme ai tedeschi sono stati per lo più aggressori e occupanti dei paesi della regione. Nell’ultima fase della guerra, però, decine di migliaia di italiani partecipano alla Resistenza di questi paesi, portando un contributo significativo alla liberazione dall’occupazione nazista.

Eric Gobetti, storico e pubblicista

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LA GERMANIA E LA RESISTENZA ITALIANA

https://youtu.be/ar7gWmvVqdI

A lungo quasi dimenticata o rimossa – e influenzata dalle esperienze dei contemporanei: solo un cambio generazionale negli anni Novanta ha reso possibile in Germania un nuovo sguardo sulla Resistenza come pure sulla conduzione da parte tedesca della guerra in Italia.

Thomas Schlemmer, ricercatore dell’Istituto per la Storia Contemporanea di Monaco-Berlino, Docente della Ludwig-Maximilians-Universität, Monaco

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Ringraziamo gli amici dell'ANPI di Francoforte e di Colonia per l'organizzazione di questa iniziativa, per la scelta degli argomenti da trattare e per la competenza degli storici che vi hanno partecipato,  oltre naturalmente alla possibilità di usufruirne anche in rete. 

                                                                                          Renato Pellizzoni

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8 maggio 1945: in Europa la guerra è finita

8 Mai 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

IL-TEMPO-8-maggio-1945.jpg

 C'è una fotografia che ritrae dei bambini intenti a giocare con armi e proiettili sparsi sul terreno, nel cortile di un grande caseggiato. E' finita.

Nel bunker della Cancelleria, a Berlino, Hitler ha ucciso Eva Braun, poi si è sparato. Ha voluto che anche il suo cane prediletto, Blondi, venisse abbattuto. Poi, i camerati hanno bruciato i corpi di Adolf e della moglie.

 

La Repubblica di Salò non ha vissuto che diciotto mesi.

Mussolini non ha molte illusioni; confida al prefetto Nicoletti: «I tedeschi perdono sempre un'ora, una battaglia, un'idea». Il cardinale Schuster, che riceve Mussolini in Arcivescovado, lo descrive come «un uomo senza forza di volontà che muove incontro al suo fato senza reazione».

Alle 16.20 del 28 aprile, a Giulino di Mezzegra, davanti al cancello arrugginito di una villa, cadono fucilati Benito Mussolini e la sua amante Clara Petacci, che ne ha voluto condividere il destino.

Il 7 maggio il Grande Reich firma l'atto di resa senza condizioni: al posto del Führer comanda l'ammiraglio Donitz, eletto suo successore.

A Berlino si contano cinquemila suicidi. Sono arrivati quelli dell'Armata Rossa e non guardano tanto per il sottile, ma dicono le donne che ricordano i terribili bombardamenti: «Meglio un russo sulla pancia che un americano sulla testa».

Il 6 agosto, gli americani sganciano la prima atomica su Hiroshima, tre giorni dopo tocca a Nagasaki: due lampi accecanti, che sviluppano una temperatura di milioni di gradi, diecimila volte più del sole.

Si contano le perdite: l'URSS raggiunge la cifra enorme di 37 milioni, di cui 12 sono i caduti. Più di settantamila città e villaggi risultano distrutti, 30 mila fabbriche sono in rovina, 25 milioni di persone sono senza casa.

Gli americani non arrivano, tra morti e dispersi, a 400 mila; i francesi, tra prima e dopo l'armistizio, 275 mila; gli inglesi 330 mila; l'Italia ha avuto, tra militari e civili, 309.453 morti e 135.070 dispersi. Le perdite tedesche sarebbero state di 2.250.000 caduti e di un milione e mezzo di dispersi. Il Giappone, tra feriti, dispersi e deceduti, circa 1.500.000 uomini; la Polonia oltre un milione di soldati uccisi, e cinque milioni di cittadini, dei quali tre sono ebrei.

L'Italia ha avuto tra militari e civili trecentocinquantamila morti e centotrentamila dispersi, settecento chilometri di ferrovia sono distrutti o danneggiati, ha perso un milione e novecentomila vani e più di diecimila tra ospedali, cinema, alberghi e teatri, più di quarantaduemila chilometri di strade sono impraticabili, 19 mila ponti risultano abbattuti, novecento dieci acquedotti non funzionano più. Mancano 28 mila chilometri di linee elettriche. 
Secondo una stima americana, il costo totale della seconda guerra mondiale sarebbe stato di 1.154.000.000.000 di dollari, di cui 94.000.000.000 pagati da noi. Sono pochi i mutamenti territoriali: la Cecoslovacchia cede all'Unione Sovietica l’Ucraina Sub-carpatica, la Polonia raggiunge l’Oder Neisse, e divide la Prussia orientale con Mosca, alla quale cede una zona di confine, compresa Brest-Litovsk.

Un orologio di Hiroshima,

 

coi numeri quasi cancellati, fuso dal calore, e le lancette che segnano le 8.16.

Un marinaio a Manhattan, sulla Times Square, si butta su un'infermiera della Croce Rossa per baciarla, e celebrare così la sconfitta del Giappone.

Poi, una frase di Georges Bernanos, che vale per tutti i superstiti: «Ci sono tanti morti nella mia vita, ma più morto di tutti è il ragazzo che fui io». 

Finita la guerra: i bambini giocano con i residuati bellici. Il progresso tecnologico non ha reso il conflitto meno feroce. E sembrato anzi che, insieme agli aerei velocissimi, all'atomica, ai missili, al radar sia stata la barbarie la protagonista su tutti i fronti.

Da “la Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti” di Enzo Biagi – Corriere della Sera 1980

cimitero americano a Omaha Beach (Normandia)


 

cimitero polacco a Montecassino

ATTO DI RESA MILITARE TEDESCA

Firmato a Reims alle ore 2:41 del 7 Maggio 1945

Noi sottoscritti, in virtù dell'autorità conferitaci dall'Alto Comando Tedesco, dichiariamo al Supremo Comando delle Forze di Spedizione Alleate e contemporaneamente all'Alto Comando Sovietico, la resa incondizionata di tutte le forze armate di terra, di mare e dell'aria che a questa data sono sotto il controllo Tedesco.

L'Alto Comando Tedesco invierà immediatamente a tutte le proprie autorità militari terrestri, navali ed aeree e a tutte le forze sotto il suo controllo, l'ordine di cessare ogni operazione militare attualmente in atto a partire dalle 23:01, ora dell'Europa Centrale, dell' 8 Maggio e di rimanere nelle posizioni in cui si trovano in quel momento. Nessuna nave dovrà essere deliberatamente affondata, né dovranno essere arrecati danni agli scafi, alle macchine o alle attrezzature di bordo e nessun aereo dovrà essere volontariamente distrutto o danneggiato.

L'Alto Comando Tedesco provvederà attraverso i propri Comandanti, ad assicurare che venga prontamente eseguito ogni ulteriore ordine impartito dal Comando Supremo delle Forze di Spedizione Alleate e dall'Alto Comando Sovietico.

Questo atto di resa militare potrà essere integrato da successive condizioni di resa globale da imporre alla Germania per conto delle Nazioni Unite.

Nel caso in cui l'Alto Comando Tedesco od ogni altra forza militare sotto il suo controllo non ottemperi a quanto stabilito da questo Atto di Resa, il Comando Supremo delle Forze di Spedizione Alleate e l'Alto Comando Sovietico adotteranno i provvedimenti che riterranno più opportuni.

Firmato a REIMS, in Francia, alle ore 02:41 del 7 Maggio 1945

In rappresentanza dell'Alto Comando Tedesco: Alfred JODL

ALLA PRESENZA DI:

In rappresentanza del Comando Supremo Alleato: Walter Bedell SMITH

In rappresentanza dell'Alto Comando Sovietico: Ivan SOUSLOPAROV

In qualità di Testimone: François SEVEZ (Generale dell'Esercito Francese)
 

 



 
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I "Viaggi della Memoria" dell'ANPI di Lissone

3 Mai 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #varia

Dalla sua fondazione, nel 2005, la Sezione “Emilio Diligenti” dell’ANPI di Lissone ha effettuato numerosi “VIAGGI DELLA MEMORIA”.

In questo articolo si vuole presentare una panoramica di questi viaggi.

ANNO 2006

1 ottobre 2006: a Marzabotto con studenti della scuola Media di Nova Milanese; oratore ufficiale Walter Veltroni
1 ottobre 2006: a Marzabotto con studenti della scuola Media di Nova Milanese; oratore ufficiale Walter Veltroni
1 ottobre 2006: a Marzabotto con studenti della scuola Media di Nova Milanese; oratore ufficiale Walter Veltroni
1 ottobre 2006: a Marzabotto con studenti della scuola Media di Nova Milanese; oratore ufficiale Walter Veltroni
1 ottobre 2006: a Marzabotto con studenti della scuola Media di Nova Milanese; oratore ufficiale Walter Veltroni
1 ottobre 2006: a Marzabotto con studenti della scuola Media di Nova Milanese; oratore ufficiale Walter Veltroni
1 ottobre 2006: a Marzabotto con studenti della scuola Media di Nova Milanese; oratore ufficiale Walter Veltroni
1 ottobre 2006: a Marzabotto con studenti della scuola Media di Nova Milanese; oratore ufficiale Walter Veltroni

1 ottobre 2006: a Marzabotto con studenti della scuola Media di Nova Milanese; oratore ufficiale Walter Veltroni

ANNO 2007

6 maggio 2007: a Sant'Anna di Stazzema con ANPI Monza
6 maggio 2007: a Sant'Anna di Stazzema con ANPI Monza
6 maggio 2007: a Sant'Anna di Stazzema con ANPI Monza
6 maggio 2007: a Sant'Anna di Stazzema con ANPI Monza
6 maggio 2007: a Sant'Anna di Stazzema con ANPI Monza
6 maggio 2007: a Sant'Anna di Stazzema con ANPI Monza
6 maggio 2007: a Sant'Anna di Stazzema con ANPI Monza
6 maggio 2007: a Sant'Anna di Stazzema con ANPI Monza
6 maggio 2007: a Sant'Anna di Stazzema con ANPI Monza
6 maggio 2007: a Sant'Anna di Stazzema con ANPI Monza
6 maggio 2007: a Sant'Anna di Stazzema con ANPI Monza
6 maggio 2007: a Sant'Anna di Stazzema con ANPI Monza
6 maggio 2007: a Sant'Anna di Stazzema con ANPI Monza
6 maggio 2007: a Sant'Anna di Stazzema con ANPI Monza

6 maggio 2007: a Sant'Anna di Stazzema con ANPI Monza

17 giugno 2007: a Fondotoce con ANPI Monza
17 giugno 2007: a Fondotoce con ANPI Monza
17 giugno 2007: a Fondotoce con ANPI Monza
17 giugno 2007: a Fondotoce con ANPI Monza
17 giugno 2007: a Fondotoce con ANPI Monza
17 giugno 2007: a Fondotoce con ANPI Monza
17 giugno 2007: a Fondotoce con ANPI Monza
17 giugno 2007: a Fondotoce con ANPI Monza
17 giugno 2007: a Fondotoce con ANPI Monza
17 giugno 2007: a Fondotoce con ANPI Monza

17 giugno 2007: a Fondotoce con ANPI Monza

2 settembre 2007: a Montefiorino (MO) Repubblica partigiana
2 settembre 2007: a Montefiorino (MO) Repubblica partigiana
2 settembre 2007: a Montefiorino (MO) Repubblica partigiana
2 settembre 2007: a Montefiorino (MO) Repubblica partigiana
2 settembre 2007: a Montefiorino (MO) Repubblica partigiana
2 settembre 2007: a Montefiorino (MO) Repubblica partigiana
2 settembre 2007: a Montefiorino (MO) Repubblica partigiana
2 settembre 2007: a Montefiorino (MO) Repubblica partigiana
2 settembre 2007: a Montefiorino (MO) Repubblica partigiana

2 settembre 2007: a Montefiorino (MO) Repubblica partigiana

ANNO 2008

6 aprile 2008: a Sestri Levante per ricordare il partigiano lissonese Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
6 aprile 2008: a Sestri Levante per ricordare il partigiano lissonese Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
6 aprile 2008: a Sestri Levante per ricordare il partigiano lissonese Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
6 aprile 2008: a Sestri Levante per ricordare il partigiano lissonese Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
6 aprile 2008: a Sestri Levante per ricordare il partigiano lissonese Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
6 aprile 2008: a Sestri Levante per ricordare il partigiano lissonese Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
6 aprile 2008: a Sestri Levante per ricordare il partigiano lissonese Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
6 aprile 2008: a Sestri Levante per ricordare il partigiano lissonese Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
6 aprile 2008: a Sestri Levante per ricordare il partigiano lissonese Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
6 aprile 2008: a Sestri Levante per ricordare il partigiano lissonese Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
6 aprile 2008: a Sestri Levante per ricordare il partigiano lissonese Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
6 aprile 2008: a Sestri Levante per ricordare il partigiano lissonese Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
6 aprile 2008: a Sestri Levante per ricordare il partigiano lissonese Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
6 aprile 2008: a Sestri Levante per ricordare il partigiano lissonese Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
6 aprile 2008: a Sestri Levante per ricordare il partigiano lissonese Arturo Arosio, fucilato dai fascisti

6 aprile 2008: a Sestri Levante per ricordare il partigiano lissonese Arturo Arosio, fucilato dai fascisti

ANNO 2009

27 settembre 2009: a Como, monumento Resistenza europea; a Dongo museo della Resistenza
27 settembre 2009: a Como, monumento Resistenza europea; a Dongo museo della Resistenza
27 settembre 2009: a Como, monumento Resistenza europea; a Dongo museo della Resistenza
27 settembre 2009: a Como, monumento Resistenza europea; a Dongo museo della Resistenza
27 settembre 2009: a Como, monumento Resistenza europea; a Dongo museo della Resistenza
27 settembre 2009: a Como, monumento Resistenza europea; a Dongo museo della Resistenza
27 settembre 2009: a Como, monumento Resistenza europea; a Dongo museo della Resistenza
27 settembre 2009: a Como, monumento Resistenza europea; a Dongo museo della Resistenza
27 settembre 2009: a Como, monumento Resistenza europea; a Dongo museo della Resistenza
27 settembre 2009: a Como, monumento Resistenza europea; a Dongo museo della Resistenza
27 settembre 2009: a Como, monumento Resistenza europea; a Dongo museo della Resistenza

27 settembre 2009: a Como, monumento Resistenza europea; a Dongo museo della Resistenza

ANNO 2011

8 maggio 2011: a Coldimosso, frazione di Susa (TO), in ricordo del diciottenne lissonese Ercole Galimberti, fucilato per rappresaglia dai nazifascisti, il 9 marzo 1945
8 maggio 2011: a Coldimosso, frazione di Susa (TO), in ricordo del diciottenne lissonese Ercole Galimberti, fucilato per rappresaglia dai nazifascisti, il 9 marzo 1945
8 maggio 2011: a Coldimosso, frazione di Susa (TO), in ricordo del diciottenne lissonese Ercole Galimberti, fucilato per rappresaglia dai nazifascisti, il 9 marzo 1945
8 maggio 2011: a Coldimosso, frazione di Susa (TO), in ricordo del diciottenne lissonese Ercole Galimberti, fucilato per rappresaglia dai nazifascisti, il 9 marzo 1945
8 maggio 2011: a Coldimosso, frazione di Susa (TO), in ricordo del diciottenne lissonese Ercole Galimberti, fucilato per rappresaglia dai nazifascisti, il 9 marzo 1945
8 maggio 2011: a Coldimosso, frazione di Susa (TO), in ricordo del diciottenne lissonese Ercole Galimberti, fucilato per rappresaglia dai nazifascisti, il 9 marzo 1945
8 maggio 2011: a Coldimosso, frazione di Susa (TO), in ricordo del diciottenne lissonese Ercole Galimberti, fucilato per rappresaglia dai nazifascisti, il 9 marzo 1945
8 maggio 2011: a Coldimosso, frazione di Susa (TO), in ricordo del diciottenne lissonese Ercole Galimberti, fucilato per rappresaglia dai nazifascisti, il 9 marzo 1945
8 maggio 2011: a Coldimosso, frazione di Susa (TO), in ricordo del diciottenne lissonese Ercole Galimberti, fucilato per rappresaglia dai nazifascisti, il 9 marzo 1945
8 maggio 2011: a Coldimosso, frazione di Susa (TO), in ricordo del diciottenne lissonese Ercole Galimberti, fucilato per rappresaglia dai nazifascisti, il 9 marzo 1945
8 maggio 2011: a Coldimosso, frazione di Susa (TO), in ricordo del diciottenne lissonese Ercole Galimberti, fucilato per rappresaglia dai nazifascisti, il 9 marzo 1945
8 maggio 2011: a Coldimosso, frazione di Susa (TO), in ricordo del diciottenne lissonese Ercole Galimberti, fucilato per rappresaglia dai nazifascisti, il 9 marzo 1945

8 maggio 2011: a Coldimosso, frazione di Susa (TO), in ricordo del diciottenne lissonese Ercole Galimberti, fucilato per rappresaglia dai nazifascisti, il 9 marzo 1945

ANNO 2012

13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico
13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico
13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico
13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico
13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico
13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico
13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico
13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico
13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico
13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico
13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico
13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico
13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico
13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico
13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico
13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico
13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico
13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico
13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico

13 maggio 2012: al cimitero di Campegine e alla casa dei CERVI a Gattatico

ANNO 2013

14 aprile 2013: a Sestri Levante per ricordare il partigiano Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
14 aprile 2013: a Sestri Levante per ricordare il partigiano Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
14 aprile 2013: a Sestri Levante per ricordare il partigiano Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
14 aprile 2013: a Sestri Levante per ricordare il partigiano Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
14 aprile 2013: a Sestri Levante per ricordare il partigiano Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
14 aprile 2013: a Sestri Levante per ricordare il partigiano Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
14 aprile 2013: a Sestri Levante per ricordare il partigiano Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
14 aprile 2013: a Sestri Levante per ricordare il partigiano Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
14 aprile 2013: a Sestri Levante per ricordare il partigiano Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
14 aprile 2013: a Sestri Levante per ricordare il partigiano Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
14 aprile 2013: a Sestri Levante per ricordare il partigiano Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
14 aprile 2013: a Sestri Levante per ricordare il partigiano Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
14 aprile 2013: a Sestri Levante per ricordare il partigiano Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
14 aprile 2013: a Sestri Levante per ricordare il partigiano Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
14 aprile 2013: a Sestri Levante per ricordare il partigiano Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
14 aprile 2013: a Sestri Levante per ricordare il partigiano Arturo Arosio, fucilato dai fascisti
14 aprile 2013: a Sestri Levante per ricordare il partigiano Arturo Arosio, fucilato dai fascisti

14 aprile 2013: a Sestri Levante per ricordare il partigiano Arturo Arosio, fucilato dai fascisti

ANNO 2014

14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)
14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)
14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)
14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)
14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)
14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)
14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)
14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)
14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)
14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)
14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)
14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)
14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)
14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)
14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)
14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)
14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)
14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)
14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)
14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)

14 settembre 2014: alla casa natale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, a Stella (SV)

ANNO 2018

8 aprile 2018: a Sestri Levante a ricordo dei partigiani caduti nell'entroterra, tra cui il lissonese Arturo Arosio
8 aprile 2018: a Sestri Levante a ricordo dei partigiani caduti nell'entroterra, tra cui il lissonese Arturo Arosio
8 aprile 2018: a Sestri Levante a ricordo dei partigiani caduti nell'entroterra, tra cui il lissonese Arturo Arosio
8 aprile 2018: a Sestri Levante a ricordo dei partigiani caduti nell'entroterra, tra cui il lissonese Arturo Arosio
8 aprile 2018: a Sestri Levante a ricordo dei partigiani caduti nell'entroterra, tra cui il lissonese Arturo Arosio
8 aprile 2018: a Sestri Levante a ricordo dei partigiani caduti nell'entroterra, tra cui il lissonese Arturo Arosio
8 aprile 2018: a Sestri Levante a ricordo dei partigiani caduti nell'entroterra, tra cui il lissonese Arturo Arosio
8 aprile 2018: a Sestri Levante a ricordo dei partigiani caduti nell'entroterra, tra cui il lissonese Arturo Arosio
8 aprile 2018: a Sestri Levante a ricordo dei partigiani caduti nell'entroterra, tra cui il lissonese Arturo Arosio
8 aprile 2018: a Sestri Levante a ricordo dei partigiani caduti nell'entroterra, tra cui il lissonese Arturo Arosio
8 aprile 2018: a Sestri Levante a ricordo dei partigiani caduti nell'entroterra, tra cui il lissonese Arturo Arosio

8 aprile 2018: a Sestri Levante a ricordo dei partigiani caduti nell'entroterra, tra cui il lissonese Arturo Arosio

Gli amici dell'ANPI di Sestri Levante, che dal 2008 ci invitano alla cerimonia in cui si ricordano i partigiani caduti a Santa Margherita di Fossa Lupara, sono venuti a Lissone in occasione dell'inaugurazione della piazza dedicata ad Arturo Arosio.

Lissone 22 marzo 2015: inaugurazione del Largo Arturo Arosio
Lissone 22 marzo 2015: inaugurazione del Largo Arturo Arosio
Lissone 22 marzo 2015: inaugurazione del Largo Arturo Arosio
Lissone 22 marzo 2015: inaugurazione del Largo Arturo Arosio
Lissone 22 marzo 2015: inaugurazione del Largo Arturo Arosio
Lissone 22 marzo 2015: inaugurazione del Largo Arturo Arosio
Lissone 22 marzo 2015: inaugurazione del Largo Arturo Arosio
Lissone 22 marzo 2015: inaugurazione del Largo Arturo Arosio
Lissone 22 marzo 2015: inaugurazione del Largo Arturo Arosio
Lissone 22 marzo 2015: inaugurazione del Largo Arturo Arosio
Lissone 22 marzo 2015: inaugurazione del Largo Arturo Arosio
Lissone 22 marzo 2015: inaugurazione del Largo Arturo Arosio

Lissone 22 marzo 2015: inaugurazione del Largo Arturo Arosio

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La liberazione del Nord Italia

28 Avril 2020 , Rédigé par Renato Publié dans #II guerra mondiale

Mentre le nuove unità italiane, a fianco della V e dell'VIII Armata, erano pronte per l'imminente offensiva, dietro le linee tedesche l'esercito partigiano attendeva con ansia il giorno dell'insurrezione. Il generale Cadorna ha detto: 

«Il 28 febbraio del 1945, riconfermato come capo comandante del Corpo Volontari della Libertà, partii per la Svizzera e successivamente per l'Italia meridionale, ivi chiamato per prendere accordi coi massimi dirigenti degli eserciti alleati in vista della prossima offensiva. A quel momento le forze partigiane, superata la grave paralisi invernale si stavano ricostituendo e avevano già ripreso la normale attività di disturbo alle spalle dell'esercito tedesco e si preparavano per l'atto finale, l'insurrezione, che avrebbe dovuto scattare in accordo con le forze alleate man mano che questi si avvicinavano agli obiettivi. Era compito delle forze partigiane di collaborare nell’atto tattico con gli Alleati, di occupare, ovunque possibile, i grandi centri italiani, di salvaguardare il patrimonio artistico, quello industriale, le opere pubbliche della nazione ed infine di osservare l'ordine nel periodo intermedio fino all'arrivo delle truppe alleate».

Hitler aveva giurato di non capitolare mai. Ora i tedeschi pagano il prezzo di quel giuramento. Tutta la terra fra il Reno e l'Oder è in fiamme; gli eserciti alleati avanzano da Ovest e da Est chiudendo la Germania in una morsa. La disfatta che si annuncia, non ha precedenti nella storia, ma Hitler ordina ancora ai tedeschi di morire tutti piuttosto che arrendersi.

Non tutti i capi sono però disposti a seguire fino in fondo la follia del Führer. In Italia il generale Wollf d'accordo con Himmler, cerca da tempo di trattare la resa del fronte Sud. Ne sono al corrente il maresciallo Kesselring, che il 9 marzo viene trasferito sul fronte renano, e il suo sostituto generale von Vietinghoff; ma gli Alleati non intendono rinunciare ai loro piani.

Di essi parlarono i due generali Lucian K. Truscott, comandante della V Armata e Richard L. Mac Creery comandante dell'VIII. 

Disse Truscott:

«L'offensiva di primavera della V Armata era stata prevista in tre fasi: prima, la conquista e il consolidamento di una posizione nei pressi di Bologna; seconda, lo sviluppo delle posizioni sul fiume Po; terza, la traversata del Po e il blocco della strada del Brennero, principale via d'uscita dall'Italia, con la conquista e il consolidamento delle posizioni sul fiume Adige. Le truppe della V Armata avrebbero occupato le provincie dell'Italia settentrionale, da Treviso a est, a Bolzano a nord, a Torino ad ovest. Il Gruppo "Legnano" avrebbe attaccato all'estrema destra del nostro schieramento, nell'area di Monte Grande, e avrebbe mantenuto contatti con l'VIII Armata nella pianura ad est.

E debbo aggiungere che il Gruppo "Legnano”  del generale Umberto Utili non solo ebbe una parte importante in questo attacco del II Corpo americano e della V Armata, ma prese parte alla conquista di uno dei nostri obiettivi più importanti: la città di Bologna ». 

E Mac Creery: 

«L'offensiva finale in Italia era prevista per i primi di aprile 1945, quando l'VIII Armata doveva attaccare in due direzioni. L'ala destra doveva sfondare attraverso quella che noi chiamavamo la breccia di Argenta, raggiungere il Po, passarlo e continuare verso nord-est. L'ala sinistra doveva, d'intesa con la V Armata americana, attaccare e conquistare Bologna. L'VIII Armata era costituita da quattro Corpi d'Armata, alle cui dipendenze erano, nel mio settore, tre Gruppi di combattimento italiani. Il loro compito non era facile, ed era di sfondare le linee tedesche scendendo dalla zona dei contrafforti appenninici e raggiungere la valle del Po per unirsi al Corpo polacco sulla loro destra, e prendere insieme Bologna ».

Le operazioni preliminari dell'VIII Armata iniziarono il 2 aprile nelle valli di Comacchio e oltre il fiume Reno. Una settimana più tardi gli inglesi sferravano l'attacco in tutto il settore.

La preparazione d'artiglieria fu tremenda: 1.200 cannoni, uno ogni sei metri, sparavano su un fronte di sette chilometri contro le posizioni tedesche martellate in precedenza da 700 bombardieri.

Lo sfondamento della linea del Senio a cavallo della via Emilia fu affidato ai polacchi con l'appoggio dei Gurka indiani e di reparti corazzati.

I tedeschi non s'aspettavano un inizio tanto violento.

Entrarono anche in azione i lanciafiamme «coccodrillo», che arrivavano fino a 120 metri. L'ultima arma controcarro tedesca, il «Faustpatrone», aveva una gittata inferiore, così il «coccodrillo» sparse il terrore nelle file nemiche.

Una volta rotto il fronte, i tedeschi sapevano che non avrebbero più potuto costituirne un altro, perciò si batterono con disperato accanimento. Ma ormai non avevano più riserve da gettare nella lotta per tappare le falle. Pochi giorni di battaglia, poi il fronte della Romagna cominciò a cedere. Nelle brecce aperte dai reparti d'assalto, avanzarono i carri armati.

carri-armati.jpg

Varcato il Senio, i polacchi si dirigevano verso Imola e Bologna; le truppe inglesi del V Corpo entravano il 10 aprile a Lugo di Romagna.

Sull' ala destra dell'VIII Armata anche il Gruppo «Cremona» partecipava all'offensiva. L'attacco era stato diretto contro le posizioni tedesche sul basso corso del Senio e il 10 aprile gli italiani, oltrepassato il fiume, liberarono Alfonsine catturando numerosi prigionieri.

Il Gruppo «Cremona» proseguiva verso le linee del Santerno, superandole nei giorni successivi. Dovunque i reparti italiani erano accolti festosamente. Essi concluderanno il ciclo operativo ad Adria e Cavarzere, partecipando con una colonna rappresentativa alla liberazione di Venezia.

Cinque giorni dopo l'attacco dell'VIII Armata, anche la V entrò nella lotta, sulle montagne a nord di Bologna.

765 bombardieri pesanti scaricarono sul nemico migliaia di tonnellate di esplosivo.

bombardamenti-aerei.jpg

La preparazione d'artiglieria fu davvero impressionante. Contro le posizioni tedesche di Monte Sole, al fuoco dei grossi calibri si aggiunsero gli attacchi con bombe al «napalm» dei cacciabombardieri.

Mentre il suolo tremava ancora, come raccontò più tardi il generale Clark, le fanterie partirono all' attacco precedute dai mezzi corazzati. I tedeschi lottarono. Tenevano gli ultimi caposaldi dell'Appennino come se fossero i battenti di una porta, che si sforzavano disperatamente di tenere chiusa. Ma uomini e automezzi scendevano sempre più numerosi dai monti. Infine i battenti si spalancarono. Gli americani entrarono a Vergato. E fu il principio della fine.

Anche il Gruppo di combattimento «Folgore» che stava sulla sinistra dell'VIII Armata, era entrato in azione. Il Luogotenente Umberto, accompagnato dal comandante generale Morigi, lo visitò nella zona di Tossignano, dopo i primi combattimenti sul fronte del Sillaro. Qualche giorno dopo il «Folgore» prendeva contatto con il Gruppo «Friuli» che, a fianco del Corpo polacco, avanzava sulla via Emilia verso Bologna.

La manovra avvolgente con cui gli Alleati miravano alla conquista della città era in pieno sviluppo. Quando, il 18 aprile, insieme a Vergato, cadde sulla destra della tenaglia anche Argenta, la sorte dei tedeschi che erano dentro la sacca, fu segnata.

Oltre Argenta, gli inglesi del V Corpo puntavano su Ferrara e il Po, mentre i polacchi correvano già verso Bologna inseguendo gli odiati paracadutisti della I Divisione, quella di Cassino; con loro gli italiani del «Frluli» volevano essere i primi a entrare in città. E vi entrarono, infatti, il mattino del 21 aprile, insieme ai soldati del generale Anders.

I bolognesi avevano atteso tutto l'inverno la liberazione, tanto più intensamente quanto più sembrava vicina: ora potevano sfogare la loro gioia.

Più tardi, da sud, entrarono gli americani con i soldati del Gruppo «Legnano» che aveva duramente combattuto con la V Armata, sin dal primo giorno dell'offensiva, al comando del generale Utili. Per la prima volta gli italiani, operando con gli Alleati, avevano ottenuto una grande vittoria. Era stata fatta molta strada dalle dure giornate di Montelungo. Un membro della Resistenza bolognese così ricorda quella giornata: 

«Gli Alleati erano entrati da Porta Mazzini, i polacchi dell'VIII Armata, e poi il Corpo Italiano di Liberazione, in particolare, è venuto da Porta San Vitale. Naturalmente han trovato la città completamente libera perché, per quanto durante la serata precedente noi non avessimo ricevuto, com'era convenuto, i segnali prestabiliti, i preavvisi, diciamo, verso la sera tardi, quasi la notte, avevamo ricevuto il segnale definitivo che era "Domani all'ippodromo si corre". E allora le nostre Brigate che assommavano ad un insieme di 4500-5000 uomini, durante la notte han preso le armi e hanno spazzato via i tedeschi e i fascisti. Vi sono state azioni singole specialmente in difesa delle fabbriche e dei punti nevralgici: il telegrafo, i telefoni della TIMO, ecc., punti in cui vi sono state più che scaramucce, delle vere lotte, tanto è vero che noi abbiamo avuto 54 morti quella notte stessa. Alla mattina perciò la città era completamente libera, non solo libera, ma completamente festante». 

alleati a Milano

Il generale Clark, comandante in capo delle Armate, non intendeva però fermarsi in città a festeggiare la vittoria. «Bologna è un simbolo - egli aveva detto alle truppe, ma la distruzione delle forze nemiche rimane il nostro obiettivo più importante». È giunto il momento tanto atteso, di dare via libera ai carri armati sulle strade che il nemico non ha avuto nemmeno il tempo di minare.

A meno di due settimane dall'inizio dell'offensiva, il fronte tedesco non esisteva più. Sulla destra l'Armata inglese lo ha sfondato per prima, seguita dalla V Armata al centro. Il giorno della liberazione di Bologna inizia la grande galoppata verso le città della pianura. Gli americani premono anche sull'ala sinistra, dove la resistenza tedesca continua accanita lungo il litorale tirrenico. Genova è ancora lontana, ma la città sta preparando la sua insurrezione.

Ce ne parla il presidente del CLN della città Giovanni Savoretti: 

«Alle prime luci del mattino del 23 si scatenò in tutta la città e sulle alture circostanti l'insurrezione. I più importanti combattimenti avvennero in porto e segnatamente alla stazione marittima, qui di fronte, alla stazione Principe, in piazza de' Ferrari dove squadre d'azione patriottica e gruppi d'azione patriottica attaccarono i carri armati tedeschi incendiandoli. In tutta la zona industriale, là negli stabilimenti dove operai difesero il loro lavoro, ai cantieri Ansaldo e nelle altre industrie di Genova; a Levante, a Sturla e un po' in tutte le vie della città, tanto che il generale comandante la Divisione accettò di recarsi il 24 sera nella casa del compianto Cardinal Boetto per trattare col comando della Resistenza ligure l'atto di resa». 

Un esercito regolare ancora efficiente e ben comandato che s'arrende al popolo in armi: è un fatto nuovo nella storia d'Italia. Eppure non provoca meraviglia. Ottomila tedeschi si sono consegnati ai genovesi perché non avevano altra via d'uscita, senza proteste o ribellioni, con la procedura normale che si usa in simili faccende fra vinti e vincitori. E la città è libera.

Il 24 aprile, giorno dell'insurrezione di Genova, le truppe alleate, che da Bologna dilagano nella pianura, già corrono lungo la via Emilia puntando verso Milano. Nello stesso momento raggiungono la riva destra del, Po da Ostiglia a Ferrara. È troppo tardi perché i tedeschi possano organizzare una resistenza sul fiume. Non c'è più tempo di scavare una trincea né di piazzare una batteria.

L'aviazione alleata non dà respiro.

Le avanguardie dell'esercito arrivano subito dopo.

I tedeschi hanno dovuto ubbidire agli ordini di Hitler: resistere fino all'estremo per tenere tutta la vallata. Costretti alla ritirata, si sono accorti che il fiume in piena, con tutti i ponti distrutti, è diventato davvero invalicabile: ma invalicabile per loro. Fino a due giorni prima hanno cercato di passare dall'altra parte, sotto il fuoco dei cacciabombardieri, dando l'assalto agli ultimi traghetti e abbandonando in disordine armi e automezzi. Molti sono annegati tentando di attraversare il fiume dentro tinozze o aggrappati a travi di legno o a materassi. Più di diecimila, rimasti sulla riva destra, si sono dati prigionieri. Ora gli Alleati passano in forze, verso il cuore dell'Italia Settentrionale, dove dilaga l'offensiva partigiana.

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Ne parla Dino Baracco del CLN di Torino: 

«La città di Torino insorse il 24 aprile. Per tre giorni si combatte aspramente in ogni punto vitale della città: attorno alle fabbriche, alla STIPEL, alla Caserma Cernaia, alla Casa Littoria ed alla Caserma di via Asti dove vengono impiegate dalle formazioni partigiane armi anticarro e pezzi di artiglieria. Nella notte dal 27 al 28 i superstiti reparti nazifascisti abbandonano in disordine la città ed il mattino successivo il CLN si trasforma in Giunta di Governo, ed assume i pubblici poteri con l'insediamento del prefetto e del sindaco.

Le giornate del 29 e del 30 aprile sono particolarmente drammatiche. Due Divisioni tedesche perfettamente armate decidono di aprirsi un varco attraverso la città per raggiungere la Svizzera. Sono circa 35.000 uomini perfettamente armati e disposti a tutto.

Il generale Schlemmer, attraverso la Curia, chiede di poter passare indisturbato. La risposta del CLN e del Comando Militare Regionale Piemontese è una sola: resa senza condizioni. Le truppe naziste scendono verso la città, ma giunte in prossimità della stessa e di fronte allo spiegamento delle truppe partigiane, si ritirano defluendo verso il Canavese.

Il 30 aprile la città è libera e salva». 

Ormai è finita. E se gli alti comandi tedeschi indugiano ancora a compiere l'ultimo passo, le truppe decidono per conto proprio, e si arrendono. Non c'è tempo di contare i prigionieri. Il problema è solo di radunarli da qualche parte perché non ingombrino le strade. Sono decine di migliaia. Al 30 aprile saranno oltre centomila.

Le immagini di una rotta si ripetono. Le armi abbandonate sono montagne, ma non fanno paura. Arrugginiranno sui margini delle strade, nei prati, come ferraglia. Anche i simboli del regime che per sei anni ha terrorizzato l'Europa, finiscono fra i rottami.

 

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Finalmente anche per Milano è la liberazione. Ce ne parla Leo Valiani del CLN Alta Italia: 

«Il 19 aprile demmo l'ordine dello sciopero generale ferroviario che, iniziato si il 23 aprile, paralizzò le comunicazioni tedesche. Il mattino del 24 aprile io ricevetti da Genova la telefonata che mi annunciava l'avvenuta insurrezione di quella città. Diramammo l'ordine dello sciopero generale insurrezionale che ebbe inizio in Milano con lo sciopero dei tramvieri e con l'occupazione delle fabbriche da parte delle maestranze alle ore 13 del 25. Quel giorno stesso il Comitato di Liberazione per l'Alta Italia doveva incontrare Mussolini e Graziani per una eventuale resa delle truppe fasciste. Mentre il colloquio dei nostri delegati si svolgeva in Arcivescovado, l'insurrezione divampava in tutta Milano. Forse il primo atto insurrezionale fu compiuto da una squadra di Corrado Bonfantini che fece occupare da partigiani alle sue dipendenze tutta una serie di commissariati. La sera mandai per iscritto l'ordine dell'insurrezione alle Guardie di Finanza. La città era ancora largamente occupata dalle formazioni fasciste e da cospicue forze tedesche. I cinquecento militi della Guardia di Finanza avrebbero potuto essere facilmente sopraffatti, però la loro tempestività fece sì che le reazioni avversarie furono pochissime. All'alba del 26 aprile la liberazione della Prefettura ad opera della Guardia di Finanza comunicava con un urlo di sirena ai milanesi l'avvenuta liberazione della città». 

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Come Genova, come Torino, Milano si era liberata da sola. E come in quelle città, i prigionieri tedeschi passavano tra due ali di folla eccitata: ora generali e colonnelli dovevano ubbidire ai tanto odiati capi delle squadre partigiane e affidarsi alla loro protezione.

1945 aprile Milano tedeschi prigionieri

Arrestato mentre fuggiva verso la Valtellina, il 28 aprile Mussolini venne fucilato da un distaccamento partigiano a Giulino di Mezzegra.

 

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Il giorno dopo, piazzale Loreto. A Milano era cominciata l'avventura del dittatore e qui ne avveniva l'epilogo. Fu un penoso eccesso, e il CLN Alta Italia, in un suo comunicato, disse che non si sarebbe più ripetuto nel nuovo clima di libertà e di legalità che doveva seguire la fase insurrezionale. Un eccesso, è vero: ma era stato il fascismo con le sue violenze e crudeltà a dare l'esempio.

Ora gli Alleati potevano entrare. Erano amici attesi da tempo, non avevano nemmeno più la fisionomia di soldati di un esercito liberatore. La guerra per loro era finita. Continuava ancora a Oriente, verso il Veneto. A Milano, militari e civili potevano già celebrare la vittoria.

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Gli ultimi due giorni d'aprile la V Armata aveva raggiunto sulla sinistra tutte le principali città dell'Italia nordoccidentale, trovandole già liberate dai partigiani.

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Sulla destra del fronte, l'inseguimento del nemico in rotta era continuato a ritmo incalzante. Varcato il Po, il 25 aprile gli americani puntavano su Verona, mentre l'VIII Armata si avvicinava al corso inferiore dell' Adige pensando di trovare resistenza sulle posizioni tedesche lungo il fiume.

I «Bunker» mezzo coperti dal fogliame che vi sorgono ancora, costituivano nella primavera del '45 la linea dell'Adige verso il mare. Erano fortificazioni poderose, costruite senza risparmio di materiali, come se la guerra fosse ancora tutta da combattere. Sono rimaste pressocché intatte, i tedeschi neppure si provarono ad usarle. Ordinando la resistenza ad oltranza a Sud del Po, Hitler aveva reso impossibile ogni altra difesa.

Gli Alleati sostarono si in riva all'Adige, ma solo per riordinare le loro Divisioni. Poi l'inseguimento riprese, e la V Armata entrò a Verona il 26 aprile, dividendosi quindi in due colonne. Una risali la valle dell'Adige verso il Brennero, l'altra avanzò nel Veneto costeggiando le Prealpi.

A Verona, dov'era il comando americano, i partigiani portarono da Como, prigioniero, il maresciallo Graziani. Per quasi due anni egli s'era illuso di comandare un esercito. Ora avrebbe dovuto rispondere, come un soldato semplice, alla giustizia del suo Paese.

La corsa volgeva alla fine. Il 28 aprile gli americani raggiungevano Vicenza. Qui c'era ancora odore di guerra. I tedeschi se n'erano andati da poco lasciando indietro qualche soldato fanatico che, insieme a franchi tiratori fascisti, si sforzava di prolungare la resistenza. Erano tentativi disperati e inutili, che però bisognava eliminare uno ad uno, Alleati e partigiani insieme.

Si trattava comunque di episodi sporadici, che turbavano appena l'atmosfera festosa della liberazione.

La città aveva molto sofferto a causa della guerra. Il palladiano palazzo Chiericati era stato colpito dalle bombe durante un'incursione aerea. I suoi parchi e giardini ora servivano da campi di raccolta per i prigionieri tedeschi.

Vicenza era all'estrema destra dello schieramento americano. Da qui fino all'Adriatico si estendeva il settore dell'VIII Armata. Oltrepassato l'Adige, questa liberava Padova da sud avvicinandosi a Mestre e a Venezia.

Della liberazione di Venezia parla Eugenio Gatto membro di quel CLN: 

«L'insurrezione a Venezia, come nelle altre città d'Italia, era nell'aria; essa venne ordinata la sera del 24 aprile; la mattina del 25 si arresero i fascisti e la resa venne firmata dai tedeschi ma i tedeschi non volevano arrendersi incondizionatamente. Si ritornò in Prefettura e in Prefettura il Comitato Militare decise di ottenere la resa incondizionata.

Nel frattempo i tedeschi avevano telefonato in Patriarcato che intendevano arrendersi e in Piazza San Marco era ormai tutta una sparatoria. In tutta la città vi erano scaramucce e si sparava un po' ovunque e i tedeschi non avevano il coraggio di venire, dal Palazzo Reale dove si trovavano, al Patriarcato per trattare.

Fu allora che il Comitato di Liberazione decise di andarli a prendere e la scena del passaggio dei tedeschi attraverso Piazza San Marco è una scena che è stata filmata non sappiamo assolutamente da chi. Siccome piovigginava e vi era bisogno di una bandiera bianca, la bandiera bianca venne fatta con un ombrello e con un fazzoletto che era di Monsignor Urbani, oggi Cardinale, Patriarca di Venezia.

In Patriarcato si trattò la resa; le condizioni tecniche, diremo così, della resa furono discusse nell'Hotel Europa e lì noi ottenemmo la carta delle mine dell'Adriatico. I tedeschi poi se ne andarono da Venezia.

In quest'episodio della resa fu meraviglioso l'esplodere del sentimento di libertà e del sentimento patriottico dei cittadini veneziani, i quali si misero a gridare: "viva l'Italia!", "fuori i tedeschi!", "viva il Comitato di Liberazione!"». 

Il passo del Brennero, dov'era ancora inverno, fu il punto più a nord raggiunto dalla V Armata. Da questo valico, nell'estate del '43, i tedeschi erano calati in Italia per sottometterla al loro volere. Ora la situazione si era capovolta: cacciati dall'Italia, essi lo ripassavano come prigionieri.

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Ad Est, verso Trieste, l'VIII Armata andava in fretta. C'era chi marciava ancora più rapidamente. Quando i neozelandesi giunsero a Monfalcone, i partigiani di Tito li avevano preceduti. Era il 10 maggio e già era in corso una manifestazione per la Jugoslavia. Appena arrivato, il generale Freyberg, che non poteva rifiutare l'incontro con gli ufficiali di un esercito da anni in guerra contro i tedeschi, si trovava coinvolto, suo malgrado, nella complessa questione di Trieste.

Per Trieste ci parla Antonio Fonda-Savio, che fu eletto sindaco subito dopo la liberazione:

«Nella notte sul 30 il CLN dispose che si passasse all'insurrezione generale ed io difatti, alle cinque del mattino, feci suonare le sirene. Noi eravamo circa duemila volontari male armati contro circa quindicimila militari tedeschi armatissimi, ma già nelle prime ore del mattino avemmo i primi successi: i combattimenti con alterne vicende avvennero alla stazione centrale, che fu presa, persa, ripresa e, contemporaneamente, entrarono in azione tutte le squadre antimine che erano state predisposte per evitare che il porto fosse fatto saltare. I combattimenti continuarono nella mattina e nel pomeriggio e, nel pomeriggio, i tedeschi erano ormai rinserrati in alcuni capisaldi, tanto che il Comando pensò bene di prendere contatto con noi per trattare la resa. Senonché, nel frattempo, le avanguardie del IX Corpo dell'esercito regolare di Tito si avvicinarono alla città e vi entrarono il mattino del 10 maggio e come esercito regolare presero in mano la situazione. Essi, rompendo la tregua che si era praticamente instaurata, attaccarono i tedeschi i quali risposero con un bombardamento indiscriminato delle loro artiglierie sulla città, mentre aeroplani alleati, contemporaneamente o quasi, bombardavano le motozattere tedesche sulle rive causando danni anche alla città. lo cercai di prendere contatto con le truppe neozelandesi che stavano avvicinandosi a Trieste e il pomeriggio del 2 maggio riuscii ad incontrare il generale Freyberg a Grignano e lo pregai di affrettare la sua marcia in modo da poter venire a prendere in consegna il palazzo della Prefettura e quello del Municipio che i miei ancora occupavano. Sennonché egli non lo fece ed il mattino del 3 la città era completamente in mano, ormai, delle truppe di Tito le quali vi rimasero per circa quaranta giorni, fino al 12 giugno».

Il 3 maggio anche i soldati di Freyberg entrarono in città. I triestini li avevano attesi con ansia, ma il loro entusiasmo ebbe breve durata. Vedendo neozelandesi e titini che fraternizzavano, e la folla dei simpatizzanti jugoslavi che manifestava in piazza dell'Unità dove, in altra epoca, essi avevano acclamato l'Italia, i triestini si sentivano traditi e delusi. Essi temevano che l'occupazione titina preludesse ad un'annessione definitiva alla Jugoslavia. Ma gli Alleati avevano preso degli impegni con l'Italia a proposito di Trieste, ed erano contrari alle richieste di Tito. Per chiarire la situazione Clark si recò nella città contesa, incontrandosi con i suoi generali. Gli inglesi, soprattutto, erano decisi a non cedere alle pressioni jugoslave.

Mentre le discussioni si protraevano, la marina inglese entrò nel porto. Era un fatto abbastanza eloquente. Nei giorni successivi ci furono momenti in cui la tensione giunse a un punto drammatico, oltre il quale sembrava che le due parti dovessero ricorrere alle armi. Ma la ragione finì per prevalere. Non ci sarebbe stata una guerra per Trieste.

Militarmente la campagna d'Italia era finita; dopo quasi due anni, che avevano causato al nostro Paese lutti e rovine, ma aprivano anche un nuovo capitolo della sua storia.

Mancava soltanto l'atto ufficiale che sanzionasse la resa tedesca. Il generale Morgan, per conto del maresciallo Alexander, ricevette a Caserta i rappresentanti dell’esercito sconfitto.

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La cerimonia fu breve. Tra il generale inglese ed il delegato tedesco si svolse questo colloquio:

 Generale Morgan: «Lei è disposto a firmare la resa a nome del generale Von Vietinghoff ... comandante delle forze tedesche Sud-Ovest? ».

 Primo delegato tedesco: «Sì ».

 Generale Morgan: «E lei è disposto a firmare per conto del generale Wolff, comandante delle "SS" e plenipotenziario per la "Wehrmacht" in Italia?».

 Secondo delegato tedesco: «Sì, certo».

 Generale Morgan: « Il maresciallo Alexander, comandante supremo alleato mi ha incaricato di firmare per lui. I termini della resa diverranno esecutivi a mezzogiorno».

 Primo delegato tedesco: «Sta bene».

 Generale Morgan: «Vi chiedo allora di firmare i documenti».

 

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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