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La scomparsa di Daniele Massa presidente dell’ANPI di Sestri Levante

30 Mars 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Daniele Massa a Lissone, marzo 2015
Daniele Massa a Lissone, marzo 2015

Daniele Massa, Lucifero ci ha lasciati.

Esattamente un anno fa, Lucifero era venuto nella nostra città di Lissone per l’inaugurazione di una bella piazza dedicata ad Arturo Arosio, partigiano lissonese fucilato nel marzo 1945 a Sestri Levante.

Nell’autunno del 2007, per la prima volta ci eravamo parlati per telefono quando avevo iniziato delle ricerche sui cittadini lissonesi caduti durante la guerra di Liberazione. Fu allora che mi invitò a partecipare alle cerimonie per ricordare coloro che persero la vita in combattimento o vennero uccisi dai nazifascisti nell’entroterra ligure. E così dalla primavera del 2008, ogni anno, membri dell’ANPI di Lissone sono stati presenti a Santa Margherita di Fossa Lupara.

Ricordiamo Daniele Massa per la sua instancabile attività nell’ANPI e anche la sua partecipazione al 15° congresso nazionale della nostra associazione svoltosi nel 2011. E proprio in quell’anno lo avevamo nominato membro onorario della nostra Sezione.

Lucifero a Lissone 22 marzo 2015
Lucifero a Lissone 22 marzo 2015
Lucifero a Lissone 22 marzo 2015
Lucifero a Lissone 22 marzo 2015
Lucifero a Lissone 22 marzo 2015

Lucifero a Lissone 22 marzo 2015

Abbiamo potuto conoscere il suo impegno, prima come giovane partigiano, e poi, dopo la guerra, come amministratore comunale, attraverso una sua testimonianza, pubblicata nel libro “Come fosse ieri ...” di Ornella Visca, che riportiamo:

«Mi chiamo DANIELE MASSA e sono nato a Velva, nel comune di Castiglione Chiavarese, il 10 aprile 1924. All'età di nemmeno 6 anni sono rimasto orfano di padre e mia mamma è rimasta vedova a quarant'anni con otto figli, il più grande dei quali aveva 21 anni.

Si viveva da contadini a mezzadria, perciò la vita era di stenti. Con mio padre si viveva meglio perché lui, oltre che il mezzadro, faceva anche il muratore e si andava avanti discretamente. Dopo la sua morte mia mamma ha mandato le mie sorelle a fare le donne di servizio, mentre noi più piccoli stavamo in casa con lei. Io facevo il chierichetto e dicevano che ero molto bravo. Il parroco del paese si interessò, d'accordo con mia madre, per trovarmi un posto in seminario a Chiavari, in poche parole per farmi diventare prete; ma, alla sera della vigilia della mia partenza per il seminario, mentre mi trovavo con mia mamma in casa di un mio zio; questo mio zio, per scherzo, mi disse: "Vai a farti prete e così non potrai nemmeno prendere moglie, sei proprio un belinun!" lo mi sono messo a piangere e non sono più voluto partire. Ho poi passato alcuni anni a lavorare con questo mio zio, naturalmente quando ero libero dalla scuola.

Finita la quinta elementare, mia mamma, io, mio fratello del '22 e una mia sorella del '26 ci trasferimmo a Sestri Levante ed io andai a fare il garzone in un negozio di alimentari nell'attuale Piazza della Repubblica, dove rimasi fino a 15 anni. Nel novembre del '39 entrai nella FIT, Fabbrica Italiana Tubi, di Sestri Levante e andai avanti fino a che iniziò la guerra. Si lavorava da bestie, 12 ore al giorno e il mangiare era sempre meno, era stato razionato con la tessera annonaria.

Il 1° dicembre del '43 ci fu il primo bombardamento a Sestri, dove rimasi ferito. Dopo la mia guarigione, io e mio fratello del '22 scegliemmo di andare in montagna con i partigiani. Fu una lotta molto dura, di stenti, privazioni, freddo e fame, ma finalmente arrivò la Liberazione il 25 aprile '45. Dopo la Liberazione mi fermai per parecchi mesi al Comando della Divisione "Coduri", dove facevo il segretario del comandante "Virgola". Quando nacque l' ANPI, divenni il primo presidente della sezione di Sestri Levante. Quando eravamo ancora in montagna, nel dicembre del '44, io e mio fratello aderimmo al PCI. Rientrai in FIT, ma non smisi mai la mia attività sia nell'ANPI sia nel partito. Nel 1956 fui candidato per la prima volta alle elezioni amministrative e divenni assessore alla Pubblica Istruzione, carica che mantenni fino al 1964, mentre rimasi consigliere comunale fino al 1969, quando mi ritirai dall'attività politica. Non smisi mai invece di dedicarmi al rafforzamento dell' ANPI, cosa che faccio ancora oggi con grande piacere e con molta soddisfazione.

Nel 1979 - '80 cominciai a dare attività anche nella cooperazione e proprio in quegli anni fui eletto presidente della Sezione Soci della Coop di Sestri Levante, carica che detengo ancora oggi».

Abbiamo potuto conoscere anche uno dei momenti critici sia di Lucifero, ventenne partigiano della Divisione garibaldina “Coduri”, che dell’intero movimento di Resistenza italiana, nell’inverno 1944.

Dal libro “Scarpe rotte e pur bisogna andar ...” di Daniele Massa “Lucifero”:

«La grande delusione del novembre 1944.

In questo mese noi tutti eravamo convinti che entro Natale l'Italia sarebbe stata liberata dai nazi-fascisti e che non avremmo dovuto passare un altro intero inverno in montagna. Invece arrivò la doccia fredda del proclama di Alexander, nel quale ci si invitava ad andare a casa, in attesa che gli alleati si potessero organizzare per la primavera del '45, per sferrare l'attacco finale.

Ora, ragionando ci un po' sopra e attentamente, quasi quasi verrebbe da dire che fu una specie di tradimento che ci fecero: come potevamo noi abbandonare la lotta e tornare a casa, come se fossimo un esercito regolare e potessimo trasferirei regolarmente da una zona all'altra o addirittura tornare a casa? Tornare a casa voleva dire consegnarci nelle mani dei fascisti e dei nazisti e lascio immaginare quali sarebbero state le conseguenze alle quali saremmo andati incontro. E' pur vero che gli alleati nel proclama facevano presente la difficoltà di poter continuare l'offensiva, senza rifornimenti di armi e munizioni e col tempo che si presentava, e loro non avrebbero potuto venire avanti, considerando anche che c'era da sfondare la linea gotica, ma invitarci ad andare a casa era come avviarci al suicidio. Come reagimmo a tutto questo? Pur essendo consapevoli a cosa si andava incontro, le formazioni partigiane decisero che si doveva continuare a combattere e si può dire che questa decisione venne presa all'unanimità.

Quanto ai tedeschi e ai fascisti, a questo proclama non gli parve nemmeno vero di poter togliere delle truppe dal fronte e preparare un grande rastrellamento, che infatti avvenne nel gennaio '45: i nostri nemici erano convinti di annientare una volta per sempre le bande di ribelli che erano in montagna.

Quello che noi imputavamo agli alleati fu proprio il modo in cui si propagandò questo messaggio; ci parve che si sarebbero potuti usare altri sistemi perché i partigiani fossero informati di questo momentaneo arresto dell'offensiva alleata. Invece il proclama venne diffuso via radio e, come lo ascoltammo noi, altrettanto fecero i nostri nemici i quali, rassicurati che non ci sarebbe stata per il momento nessuna offensiva, ebbero tutto il tempo di preparare loro la propria offensiva.

Quale fu la strategia partigiana quando tedeschi, fascisti, mongoli vennero su in montagna? Tanti partigiani di quelle montagne seppero preparare dei nascondigli perfetti e riuscirono a salvarsi, ma il grosso della nostra formazione scese giù nelle vallate, vicino alle città; per noi, per esempio, la vallata di S. Vittoria, una vallata nella quale, come ho già detto, quasi in ogni famiglia vi era un partigiano, fu un rifugio perfetto, con l'aiuto dei nostri collaboratori; ed erano in molti ad aiutarci: dalle gallerie della miniera di Libiola a tutti gli anfratti della boscaglia, si crearono dei nascondigli che ci permisero di salvare il grosso della nostra formazione. Appena passata la bufera del mese di gennaio, ai primi di febbraio si ritornò sui nostri monti.

Si può dire che questa fu come una presa in giro dei nostri nemici, anche se parecchi dei nostri furono presi, anche a causa di qualche spiata e di qualcuno che si era infiltrato nelle nostre file facendo il doppio gioco».

Ricordando Daniele Massa, desideriamo essere riconoscenti a quegli uomini e a quelle donne che, con il loro impegno e a volte con il loro sacrificio, durante la Resistenza hanno riscattato la dignità del nostro Paese. E, come viene anche affermato nel documento del prossimo congresso nazionale della nostra associazione, “la memoria” non può che restare ed essere il primo compito dell’ANPI, quello più tradizionale e consono alle sue stesse finalità.

Renato Pellizzoni

presidente della Sezione ANPI di Lissone

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8 marzo: Giornata internazionale della donna

8 Mars 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

    8-marzo-2013.jpg

 

Oltre il ponte

O ragazza dalle guance di pesca

Ragazza dalle guance d’aurora,

o spero che a narrarti riesca

La mia vita all’età che tu hai ora.

Coprifuoco: la truppa tedesca la città

dominava. Siam pronti.

Chi non vuole chinare la testa

Con noi prenda la strada dei monti.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte

Oltre il ponte ch’è in mano nemica,

Vedevam l’altra riva, la vita.

Tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte.

Tutto il bene avevamo nel cuore.

A vent’anni la vita è oltre il ponte.

Oltre il fuoco comincia l’amore.

...

Non è detto che fossimo santi,

L’eroismo non è sovrumano.

Corri, abbassati, dài, balza avanti.

Ogni passo che fai non è vano.

Vedevamo a portata di mano,

Dietro il tronco, il cespuglio,

il canneto l’avvenire di un mondo

più umano, più giusto,

più libero e lieto.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte ...

Ormai tutti han famiglia, hanno figli.

Che non sanno la storia di ieri. Io son

Solo e passeggio tra i tigli

Con te, cara, che allora non c’eri.

Vorrei che quei nostri pensieri

Quelle nostre speranze d’allora

Rivivessero in quel che tu speri,

ragazza color dell’aurora.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte ...

Italo Calvino

 

 

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Germana Romanato ci ha lasciati

4 Mars 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Germana Romanato ci ha lasciati

Lunedì 7 marzo alle ore 14, nel cortile della sede del Sindacato Pensionati Italiani CGIL di Lissone in piazza Cavour 2, si sono svolti i funerali in forma civile di Germana Romanato.

Germana Romanato, nata a Lissone 28 agosto 1930, era la vicepresidente onoraria della nostra associazione.

La ricordiamo per il suo impegno prima nel Partito Comunista Italiano, nella Camera del Lavoro di Lissone e poi nell’ANPI.

Ricordiamo la sua dedizione indefettibile alla causa dei diritti dei lavoratori.

Nel 2005 era stata tra le promotrici della ricostituzione della sezione dell’ANPI nella nostra città.

Nel 2007 a Germana avevamo consegnato la tessera onoraria dell’ANPI con la seguente motivazione: «Moglie di un partigiano, Gaetano Cazzaniga, morto prematuramente all’età di 42 anni in seguito a malattia, conseguenza dei gravi disagi, delle fatiche e delle sofferenze patite in guerra (Albania e Grecia) e poi come membro della Resistenza.

Costante ed instancabile è stato il suo impegno nel sindacato, nei movimenti femminili per l’emancipazione della donna, nella vita politica locale, nell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia».

Sempre coerente con le sue idee, ferma nei suoi principi di giustizia e democrazia, custode della memoria dei tragici avvenimenti che insanguinarono la nostra città durante la seconda guerra mondiale, aveva più volte espresso il suo desiderio di vedere un nuovo monumento dedicato ai caduti lissonesi durante la Resistenza in Piazza Libertà.

Ha sempre partecipato alle nostre iniziative, alle commemorazioni, ai viaggi della Memoria, alle conferenze fino a quando le sue condizioni di salute glielo hanno consentito.

I suoi modi, a volte bruschi e diretti, nascondevano un animo sensibile, capace di grande affetto come quello che si era stabilito tra di noi e che mi mancherà.

Tutti i soci dell’ANPI di Lissone sono affettuosamente vicini alla figlia Marianella, membro del direttivo della nostra associazione.

Renato Pellizzoni presidente della Sezione ANPI “Emilio Diligenti” di Lissone

Germana Romanato ci ha lasciati
Germana Romanato ci ha lasciati
Germana Romanato ci ha lasciati
Germana Romanato ci ha lasciati
Germana Romanato ci ha lasciati
Germana Romanato ci ha lasciati
Germana Romanato ci ha lasciati
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6 marzo, Giornata europea dei Giusti

3 Mars 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

É una festività proclamata nel 2012 dal Parlamento europeo per commemorare coloro che si sono opposti con responsabilità individuale ai crimini contro l'umanità e ai totalitarismi.

Il Memoriale Yad Vashem, a Gerusalemme, ha, tra i suoi scopi, anche quello di onorare i non ebrei che rischiarono la loro vita e quella dei familiari per salvare degli ebrei. L'esempio dei “Giusti” ci offre una altissima lezione di umanità.

Alla ricerca dei Giusti di Nathan Ben Horin, membro della Commissione per il riconoscimento dei Giusti di Yad Vashem. 

Nella primavera del 1943, ricercato dalle autorità francesi di Vichy come disertore da un campo di internamento nei pressi di Limoges, mi rifugiai a Grenoble, nella zona d'occupazione italiana della Francia sudorientale. Per gli ebrei perseguitati questa zona era divenuta - dall'inizio del novembre 1942 all'8 settembre 1943 - un'oasi di sicurezza e di serenità. Protetti non solo contro le persecuzioni tedesche, ma anche contro le misure dei loro collaboratori francesi tese alla consegna ai nazisti per la deportazione nei campi di sterminio, gli ebrei riuscirono lì, fra l'altro, anche a costituire, in piena luce del giorno, una rete di resistenza e di salvataggio. Grazie a questa organizzazione, animata dal movimento di gioventù sionista (MIS) e dagli scout ebrei (EIF), migliaia di bambini furono tratti in salvo, trasferiti clandestinamente in Svizzera. Tutto questo finì, però, tragicamente l'8 settembre 1943, con l'occupazione tedesca dell'Italia. Tuttavia, come osserva il professor Daniel Carpi dell'Università di Tel Aviv (studioso di origine italiana, ha dedicato diverse pubblicazioni al salvataggio degli ebrei nella zona d'occupazione italiana in Francia, Grecia, Croazia e Tunisia), le condizioni create nella zona italiana permisero a non poche persone braccate di nascondersi ugualmente tra la popolazione locale fino alla Liberazione.

Quando, anni più tardi, giunsi in Italia in missione diplomatica, sentii spesso, nei contatti con gli ebrei locali, i racconti del loro salvataggio da parte di connazionali cristiani. L'incontro, poi, con chi, in seguito, doveva essere mia moglie, mi confermò ulteriormente l'immagine che mi ero fatto sul comportamento degli italiani durante la Shoah. Infatti lei, i genitori e la sorella erano sopravvissuti ad Assisi grazie all'aiuto generoso e coraggioso della rete di salvataggio organizzata dal clero locale.

Ma nello stesso tempo conobbi anche l'altro lato della medaglia, cioè la collaborazione attiva di funzionari, ai diversi livelli, nella cattura e consegna agli aguzzini nazisti di circa metà degli ebrei italiani deportati. E questo senza parlare dei delatori che per odio antisemita o per squallidi calcoli di lucro contribuirono al tragico destino delle loro vittime, tra cui anche numerosi parenti di mia moglie.

Ma questi italiani furono. una minoranza in mezzo a una popolazione che, in genere, si era dimostrata una delle più umane d'Europa.

Quando nel 1994 fui nominato membro della Commissione per la designazione del «Giusti tra le Nazioni» di Yad Vashem incaricato in particolare delle pratiche italiane, mi stupì il numero esiguo di italiani riconosciuti come “Giusti”, cioè un po' più di 120.

E vero che l'entità della comunità ebraica italiana era infinitamente inferiore a quella delle comunità dell'Europa centrale e orientale e molto meno numerosa perfino di quelle della Francia, del Belgio e dell’Olanda. Ma questo dato di fatto non poteva spiegare da solo la palese discrepanza.

Ed è proprio il carattere diffuso della solidarietà dimostrata in Italia, in contrasto con ciò che si era verificato nella maggior parte degli altri paesi europei, e soprattutto in quelli orientali, che fece sì che l'esperienza vissuta apparisse agli ebrei italiani quasi “normale”, anche se certamente non dimenticata o minimizzata. I salvati hanno generalmente mantenuto legami di amicizia con i soccorritori, manifestando loro ricordo e gratitudine, anche tramite la pubblicazione della storia del loro salvataggio.

Risulta poi che per molti anni non si era stati a conoscenza della funzione specifica di Yad Vashem nel dare un riconoscimento ai soccorritori. Inoltre, sul piano italiano locale, erano stati conferiti degli attestati d'onore. Così l'Unione delle Comunità Israelitiche (poi ebraiche) italiane, nell'aprile del 1955, in occasione del decimo anniversario della Liberazione, aveva insignito della medaglia d'oro diversi benemeriti. Singole comunità ebraiche, come quelle di Roma e Firenze, avevano fatto altrettanto.

Per quanto riguarda poi gli ebrei stranieri sopravvissuti in Italia, essi, dopo la Liberazione, si erano sparsi per il mondo, perdendo contatto con i loro benefattori e ignorando, a volte, perfino la loro identità o il loro domicilio. Stabilitisi all'estero, non hanno però dimenticato, generalmente, l'aiuto ricevuto. Così si spiega l'immagine molto positiva di cui gode l'Italia, per quanto riguarda il periodo della Shoah, negli ambienti ebraici nel mondo e in particolare in Israele. Spesso il rapporto fra salvati e soccorritori era di brevissima durata, come nel caso dei passaggi clandestini in Svizzera, che si svolgevano per lo più nell'anonimato per l'alto grado di rischio. Questo è vero, in parte, anche per la compilazione e la consegna di documenti d'identità e di carte annonarie falsi, necessari per una sopravvivenza meno esposta. Molti dei protagonisti di queste azioni rimarranno per sempre ignoti.

Per rendere giustizia in modo più adeguato alla vera dimensione della solidarietà umana manifestatasi in Italia, si imponeva quindi un lavoro di ricerca capillare, non facile a distanza di decenni dagli eventi.

In seguito ad appelli diffusi sulla stampa italiana e in particolare su quella ebraica, in cui si sollecitavano segnalazioni di casi di salvataggio, cominciarono ad arrivare a Yad Vashem nuove testimonianze. Nello stesso senso operò anche il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) di Milano e l'Associazione degli amici di Yad Vashem in Italia, nella persona di Emanuele Pacifici. Anche resoconti da parte dei media di cerimonie di consegna della “Medaglia dei Giusti” in diverse località in Italia servirono spesso a spronare la memoria di persone salvate.

Molti sopravvissuti avevano rimosso, dopo la guerra, un vissuto doloroso per poter riprendere una vita normale, e così anche il ricordo del bene ricevuto era caduto nell'oblio, ma ora, sopraggiunta la vecchiaia, rimpiangono di aver tardato tanto e sollecitano Yad Vashem ad accelerare le procedure per poter pagare il loro debito di riconoscenza finché sono ancora in vita. La loro testimonianza a volte presenta delle lacune e delle incongruenze dovute a una memoria non più intatta.

Succede anche che figli di salvati nel frattempo scomparsi scoprano un diario o altri documenti che riportano una storia di salvataggio di cui non avevano mai sentito parlare. In tutti questi casi l'istruttoria non è facile ed esige spesso delle ricerche lunghe e delicate.

Per l'esame di una pratica occorre in primo luogo la testimonianza diretta dei salvati o, in mancanza, quella dei figli, di familiari o di altre persone al corrente della vicenda in grado di fornire delle prove attendibili. Come documentazione ausiliaria è auspicabile anche una deposizione da parte del salvatore, della sua famiglia o di chi altro era a conoscenza dei fatti all'epoca in questione. I soccorritori stessi ormai non sono più in vita nella maggior parte dei casi e il riconoscimento viene dato ad memoriam. Essi, nella loro modestia, erano gene­ralmente restii a parlare delle loro azioni in favore dei perseguitati. Oggi, invece, sono i figli che spesso si rivolgono a Yad Vashem per un riconoscimento dell'eroismo e dell'abnegazione dei genitori. A volte documentano la loro richiesta con delle lettere di ringraziamento scritte dai salvati subito dopo la Liberazione.

Alla fine del 2005 il numero dei «Giusti» italiani riconosciuti si aggira intorno ai 400, senza contare i dossier ancora all'esame.

Giorgio Perlasca, di Padova, è uno di quegli italiani che hanno dato prova della loro umanità e del loro eroismo anche fuori dalla patria, salvando a Budapest la vita di molte centinaia di ebrei con stratagemmi rocamboleschi di una audacia eccezionale. Intervistato da un giornalista dopo il suo riconoscimento da parte di Yad Vashem, si meravigliò dell'interesse suscitato dalla sua storia. A un certo punto egli domandò al giornalista con ingenua modestia: «E lei, al mio posto, cosa avrebbe fatto?». È una domanda che sorge ogni volta che si esamina un dossier a Yad Vashem. Cosa avresti fatto tu, nelle stesse circostanze, per delle persone spesso sconosciute, nei confronti delle quali non avevi nessun obbligo, nessuna responsabilità personale? E proprio nell'indurci a porre questa domanda, sapendo naturalmente di non poter dare una risposta, l'esempio dei “Giusti” ci offre una altissima lezione di umanità.

 

i-giusti-Italia.jpg 

Bibliografia:

I Giusti d’Italia I non ebrei che salvarono gli ebrei 1943-1945. - Yad Vashem - Edizione Italiana di Liliana Picciotto – Mondadori Oscar Storia 2006

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inizia la stagione dei congressi dell'ANPI

14 Février 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Si è svolto, sabato 27 Febbraio, il congresso della nostra Sezione ANPI di Lissone.

Di seguito i seguenti documenti:

- la relazione del presidente

- il verbale del congresso

- quelli approvati: l'o.d.g. locale e gli emendamenti al documento congressuale nazionale

verbale del congresso di sezione

o.d.g. locale approvato

emendamenti al documento congressuale nazionale approvati

inizia la stagione dei congressi dell'ANPI

_________________________________________________________________________

Il 2016 è anno di congresso della nostra associazione.

Il congresso nazionale si terrà a Rimini dal 12 al 15 maggio.

Quello provinciale domenica 3 aprile a Lissone presso l’auditorium di Palazzo Terragni in Piazza Libertà.

Il congresso della nostra Sezione si svolgerà Sabato 27 Febbraio 2016 ore 14,30 nella Sala MISSAGLIA di Palazzo Terragni.

Regolamento per lo svolgimento del Congresso di Sezione

ln apertura dovrà essere costituita la Presidenza ed eletto il Presidente del Congresso della

Sezione. In seguito si procederà alla costituzione delle seguenti commissioni:

  1. Commissione politica per l'esame del Documento nazionale e di eventuali documenti di interesse locale;
  2. Commissione elettorale per le proposte per il Comitato di Sezione e per i delegati al Congresso Provinciale;
  3. Commissione per le attività amministrative (Bilancio, attività finanziaria e di amministrazione).

Successivamente si procederà allo svolgimento della relazione politica e di quella sulle attività amministrative e finanziarie. Seguirà la discussione.

Alla conclusione del Congresso di Sezione dovranno essere votati:

  1. il Documento Nazionale ed eventuali documenti di interesse locale;
  2. la composizione del Comitato di Sezione;
  3. i delegati al Congresso provinciale.

Gli emendamenti al Documento nazionale e i documenti di interesse locale votati dai Congressi di Sezione, dovranno essere inviati – tramite il Comitato Provinciale – al Congresso Provinciale cui spetta decidere se sottoporli all’esame e al voto del Congresso Provinciale.

Al Congresso parteciperà un delegato designato dal Comitato Provinciale che firmerà il verbale del Congresso.

Regolamento per lo svolgimento dei congressi

La posizione dell’ANPI sul referendum popolare, la legge di riforma del Senato e la legge elettorale

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10 febbraio: Giorno del ricordo

8 Février 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #episodi di storia del '900

le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo
le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo
le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo
le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo
le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo
le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo

le tragedie del confine orientale dell'Italia: fascismo, foibe, esodo

«La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale "Giorno del ricordo" al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale» (legge 30 marzo 2004 n. 92)

Articoli sull’argomento pubblicati nel sito:

Per comprendere il perché delle foibe o dell’esodo di molti italiani che risiedevano lungo i confini orientali dell’Italia:

http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/FASCISMO_FOIBE_ESODO_1918_1956_Le_tragedie_del_confine_orientale-240947.html

La fine per fame e malattie di donne, bambini e antifascisti. Nel campo fascista di Arbe morirono centinaia di sloveni e croati.

http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/Il_campo_fascista_di_Arbe-4520561.html

Le dimensioni dell'Esodo degli italiani

http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/Le_dimensioni_dellEsodo-8515033.html

Le motivazioni a spingere gli istriani ad abbandonare la loro terra

http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/Le_motivazioni_degli_esuli-8515038.html

Tra il 1944 e la fine degli anni Cinquanta, alla frontiera orientale d'Italia più di 250.000 persone, in massima parte italiani, dovettero abbandonare le proprie sedi storiche di residenza, vale a dire le città di Zara e di Fiume, le isole del Quarnaro - Cherso e Lussino - e la penisola istriana, passate sotto il controllo jugoslavo.

http://anpi-lissone.over-blog.com/pages/LEsodo_dei_giulianodalmati-8515028.html

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Un monumento dedicato ai quindici lissonesi caduti durante la guerra di Liberazione

23 Janvier 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

monumento nel cimitero
monumento nel cimitero

Nell’incontro di mercoledì 9 dicembre 2015, il Sindaco Concettina Monguzzi, anche in seguito alle varie richieste da parte dell’Anpi lissonese, aveva manifestato l’intenzione della Giunta di realizzare un nuovo monumento dedicato ai lissonesi caduti durante la guerra di Liberazione.

Nel nuovo incontro di martedì 19 gennaio con il Sindaco e il Vicesindaco e Assessore alla Cultura Elio Talarico, è stata analizzata tutta la problematica derivante dalla realizzazione di un nuovo monumento (modalità del concorso, eventuali autorizzazioni della Soprintendenza alle Antichità e Belle Arti, costi, tempistica, etc.).

Per far fronte alla difficoltà derivanti, alle spese e nell’ottica di evitare ulteriori ritardi, l’ANPI di Lissone ha proposto all’Amministrazione comunale di prendere in considerazione il riposizionamento, nella sua posizione originale tra Palazzo Terragni e la torre, dell'altorilievo che è stato inglobato nel monumento ai caduti nel cimitero urbano (vedere foto allegate)

Se tale proposta venisse accettata, il 25 aprile di quest’anno potrebbe essere il momento per la sua inaugurazione.

particolari
particolari
particolari
particolari
particolari
particolari

particolari

pannello posteriore
pannello posteriore

Il pannello posteriore del monumento, costruito dal fabbro De Stefano su ideazione dell’Ufficio Tecnico del Comune, vuol rappresentare “l’esplosione di una bomba frantumata in mille pezzi”.

altorilievo in bronzo posizione del 1962
altorilievo in bronzo posizione del 1962

Il monumento altorilievo in bronzo era stato inaugurato dal sindaco Fausto Meroni nel 1962, madrina la professoressa Ernestina Vignali.

L’opera è dello scultore MINO TRAFELI, professore di Storia dell’Arte all’Accademia di Volterra. L’artista era stato indicato dal pittore Gino Meloni. I critici hanno giudicato l’opera «cruda e dolorosa immagine di martire».

Un monumento dedicato ai quindici lissonesi caduti durante la guerra di Liberazione

Nel 1991 la scultura di Mino Trafeli è stata spostata dalla torre-sacrario di Palazzo Terragni in uno slargo ricavato davanti alle scuole Vittorio Veneto.

lapide anno 1975 30° Liberazione
lapide anno 1975 30° Liberazione

La lapide sulla parete della torre di Palazzo Terragni è stata posta il 25 aprile 1970, in occasione del 25° anniversario della Liberazione, alla presenza del sindaco Fausto Meroni e di alcuni componenti il Comitato di Liberazione Nazionale di Lissone - Gaetano Cavina, Attilio Gelosa e Riccardo Crippa.

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Giorno della Memoria 2016

14 Janvier 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Giorno della Memoria

«L’unica eredità da lasciare ad un figlio è l’esempio di una vita coerente»

Ada Buffulini

locandina evento

locandina evento

libro di Dario Venegoni
libro di Dario Venegoni

In occasione del Giorno della Memoria 2016, l’ANPI di Lissone, in collaborazione con la Biblioteca e l'assessorato alla Cultura del Comune, presenterà il libro di Dario Venegoni «QUEL TEMPO TERRIBILE E MAGNIFICO. Le lettere clandestine di Ada Buffulini da San Vittore e dal Lager di Bolzano». Sàrà presente l’autore, presidente nazionale dell'ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati).

Giovedì 21 gennaio ore 20.45 presso la Sala Polifunzionale della Biblioteca Civica di Lissone – Piazza IV Novembre.

L’iniziativa gode del patrocinio e del contributo dell’Amministrazione comunale.

recensione del libro di Dario Venegoni "Quel tempo terribile e magnifico"

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Un’altra pubblicazione dell’ANPI di Lissone

11 Décembre 2015 , Rédigé par anpi-lissone

Un’altra pubblicazione dell’ANPI di Lissone

Pubblicato a cura dell’ANPI di Lissone il libro “Un secolo tra i banchi di scuola. Lissone dall’Unità d’Italia agli anni Sessanta” di Renato Pellizzoni. Frutto di un lavoro di ricerca durato più anni, il libro consiste di 430 pagine. Diviso in 4 parti, si compone di 21 capitoli, con un’introduzione, un’appendice, un glossario, una cronologia dei provvedimenti relativi alla scuola primaria italiana, e una nota bibliografica.

Oltre 300 immagini sono inserite nel libro.

Il libro è stato stampato da ARTI GRAFICHE MERONI - Lissone (MB) - Dicembre 2015

Di seguito l’INTRODUZIONE

Come appassionato studioso della storia d’Italia del Novecento, nelle mie letture ho sempre prestato attenzione anche agli accadimenti di quel periodo storico nella nostra città.

Dal 2007, quando l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ha allestito in Biblioteca la mostra “A scuola col Duce”, a cura dell’Istituto di Storia Contemporanea di Como, ho indirizzato le mie ricerche sulle tematiche della scuola. Un impulso ad un ulteriore approfondimento è venuto, nel 2011, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Ho trovato allora negli archivi comunali dei documenti dell’Ottocento e della prima metà del Novecento, che hanno resistito al naufragio del tempo e conservato le memorie del vissuto dei nostri avi. Il mio interesse si è concentrato anche sui registri di alcune classi delle scuole elementari lissonesi durante il regime fascista.

A partire dall’anno scolastico 1928-29, il “Giornale della classe”, si era arricchito di nuove pagine riservate alla “Cronaca e osservazioni dell’insegnante sulla vita della scuola”, pagine che per Regio Decreto gli insegnanti erano tenuti a compilare. Queste note preziose sono ormai dei documenti storici che illuminano la realtà sociale, culturale e politica del nostro Paese in quell’epoca. Leggendole si può capire come la scuola fosse coinvolta nella vita della comunità locale e della nazione.

Oggi gli insegnanti sono impegnati ad educare i ragazzi ai valori della tolleranza, della democrazia, della pace, della pari dignità tra i popoli. In un passato non molto lontano non era così. Per questo nel libro vengono riportate pagine di registri di alcune quinte elementari, ritenendo che il loro contenuto consenta di conoscere, nel modo più diretto, quale fosse la funzione della scuola sotto il fascismo.

Fondamentale nello sviluppo dell’operazione di indottrinamento della gioventù operata dal regime fu l’adesione della maggior parte dei maestri e delle maestre alla nuova ideologia. Il fascismo li blandì e si servì della loro opera. Già nel dicembre 1925, rivolgendosi agli insegnanti Mussolini aveva detto: «Voi siete degli uomini che hanno responsabilità tremende e ineffabili, di lavorare sul cervello, sulla coscienza, sugli uomini».

In quelle pagine dei registri si può spesso constatare lo zelo di molti docenti nella loro compilazione: ciò era anche dovuto al controllo sul loro operato esercitato dal direttore didattico e dagli ispettori ministeriali.

Ha scritto lo storico Ricciotti Lazzero: «Esaminando ciò che il fascismo ha fatto sui banchi di scuola si possono trarre gli elementi per capire e giudicare qualunque ideologia totalitaria nata o che nasca intorno a noi ... Perché la libertà nasce nelle aule delle scuole elementari, dove per la prima volta al bambino viene consegnato un libro. Quel libro deve essere corretto e leale, senza dottrine devianti e senza falsi scopi ... Sarà poi la realtà della vita con tutte le sue asprezze a modulare il carattere d’ogni creatura a seconda di ciò che porta dentro, e non un’uniforme o un canto di guerra».

Vorrei che questo lavoro consentisse di orientarsi in quel periodo non felice della nostra storia soprattutto a chi non l’ha vissuto, né l’ha sentito raccontare dai genitori o dai nonni.

La mia ricerca si è poi allargata alla scuola primaria italiana: un viaggio attraverso le sue principali riforme e la sua evoluzione, dal “fare gli italiani” al “fare degli italiani dei fascisti”, al “fare degli italiani dei cittadini”.

I cambiamenti nel mondo della scuola sono determinati da diversi fattori, che nel libro vengono analizzati alla luce dei principali avvenimenti succedutisi in Italia dall’Unità agli anni Sessanta del Novecento: gli interventi legislativi in materia di istruzione, l'evolversi del costume, delle condizioni di vita, della cultura di un popolo.

Ho, altresì, prestato una particolare attenzione alle trasformazioni dell’ambiente, dell’economia, della vita politica e sociale di Lissone documentate in alcuni capitoli.

Oltre agli archivi, le fonti della mia ricerca sono stati i numerosi documenti di storia locale. Uno, in particolare, desidero citare: è quel prezioso libro scritto da Sergio Missaglia “Lissone racconta”.

La mia intenzione era di raccontare delle storie, non di scrivere un manuale di storia, nell’interesse di tutti coloro che amano rivolgersi al passato per ritrovare in esso tante ragioni del nostro presente e tanti stimoli per il nostro futuro. Spero di esserci riuscito.

Renato Pellizzoni

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Due sono i capitoli (il 14° e il 15°) dedicati alla Resistenza nella Scuola:

LA SCUOLA “NELLA” RESISTENZA

Con il termine “scuola nella Resistenza” si può definire la partecipazione diretta alla Resistenza da parte di insegnanti e studenti. Si può, inoltre, considerare come “scuola nella Resistenza” anche l’azione di quegli insegnanti che con le loro lezioni contribuivano alla formazione di una coscienza indipendente e democratica nei giovani, mediante letture che partivano dai classici, passando dalle letture dantesche, a quelle del Foscolo o di Mazzini.

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LA SCUOLA “DELLA” RESISTENZA: LA SCUOLA DELLE REPUBBLICHE PARTIGIANE

Per “scuola della Resistenza” intendiamo le iniziative scolastiche intraprese o pensate nel corso della brevissima vita di quelle che sono state chiamate "le Repubbliche partigiane", costituitesi di fatto nel corso del 1944, in zone del Settentrione della penisola temporaneamente rese libere dall'occupazione tedesca e dalle residue forze fasciste. Queste iniziative si presentano a loro volta sotto due diversi aspetti: le misure operate per il presente e le riflessioni elaborate come progetti generali applicabili al futuro dell'Italia democratica, sia le une che le altre ancorate allo spirito e agli indirizzi suggeriti dal Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (CLNAI).

fronte e retro della copertinafronte e retro della copertina

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L’APPORTO DETERMINANTE DEI MASSONI DEL LIMOSINO ALLA LIBERAZIONE DELLA FRANCIA

5 Décembre 2015 , Rédigé par Laura Fassone Publié dans #Resistenza francese

L’APPORTO DETERMINANTE DEI MASSONI DEL LIMOSINO ALLA LIBERAZIONE DELLA FRANCIA

Limoges non é la sola città ad avere fornito eroi e martiri della Resistenza alla Francia. Tutta la regione ha pagato un tributo immenso alla causa della liberazione della Francia dal giogo nazista. Ecco perché non dobbiamo mai dimenticare tutti gli uomini di buona volontà che hanno creduto nei valori di Libertà, Fratellanza e Uguaglianza indipendentemente dalle loro appartenenze filosofiche, politiche o spirtuali. Erano comunisti, socialisti, liberali ed erano anche massoni. Ed erano soprattutto resistenti e partigiani. E tutti sono stati massacrati dalla barbarie nazifascista per garantire alle generazioni future un mondo migliore.

E’ noto il grande numero di massoni che hanno partecipato in tutta Europa ai movimenti di resistenza contro il nazifascismo. Ed in Francia, i grandi nomi della resistenza sono spesso legati ad una appartenenza iniziatica o a circoli filantropici di ispirazione massonica.

Comunisti, socialisti o liberali, appartenenti a classi sociali completamente diverse, industriali, medici, intellettuali, artigiani e operai, ma sempre animati dalla stessa volontà di Giustizia, Progresso e Libertà, i massoni di Limoges e della sua regione si sono distinti per i numerosi atti di eroismo di cui sono stati protagonisti nella lotta contro l’occupante nazista ed i complici collaboratori di Vichy.

Dal punto di vista linguistico la doppia appartenenza alla Massoneria ed ai movimenti della Resistenza appare flagrante. Il nome comune «compagnon» indica in lingua francese un grado specifico in massoneria ed indica nello stesso tempo un appartenente alle brigate partigiane del «maquis». Il campo semantico unisce quindi in modo indissolubile la figura del massone a quella del partigiano.

Durante la III Repubblica la Massoneria é accusata dai nazionalisti, fascisti e clericali di volere «decristianizzare» la Francia e di volerla «vendere» al «capitale internazionale» o al «comunismo».

Queste forme deliranti di odio sfociano in una serie di leggi repressive che si inaspriscono quando la Francia viene occupata al nord dai nazisti con la benedizione del governo di Vichy.

Non dimentichiamo soprattutto che la Massoneria costituisce il nemico numero uno di Pétain, esattamente come per Franco in Spagna, ovviamente con gli altri due nemici storici del fascismo, gli ebrei ed i comunisti.

Il 13 Agosto 1940 una legge di Pétain ordina la dissoluzione delle sociétà filosofiche definite come «società segrete». Tutti i membri della massoneria francese vengono accuratamente schedati esattamente come vengono schedati tutti gli ebrei di Francia, Pétain non esita ad affermare che «la massoneria é la causa di tutti i mali di Francia».

Inizia così una campagna sistematica di denigrazione contro i tre nemici storici che si concretizza mediaticamente in tre grandi mostre.

A Parigi fra l’autunno del 1940 e l’estate del 1942 avranno luogo la mostra sulla Massoneria al Petit Palais seguita dalla mostra «L’Ebreo e la Francia» al palazzo Berlitz e dalla mostra «Il bolscevismo contro l’Europa» alla sala Wagram (vedere foto a fine articolo).

L’odio e la follia nazifascista alimentati da una selvaggia paranoia antimassone, antisemita e anticomunista non hanno piu’ limiti. Non ci sono parole per descrivere l’indecenza delle caricature esposte al pubblico, disegni umoristici particolarmente violenti e pseudoosceni che rappresentano i tre «nemici storici» della «patria». Il tutto condito di innumerevoli calunnie e menzogne al riguardo di ipotetici complotti senza contare le accuse di satanismo e di messe nere. Questo indegno materiale frutto dell’esaltazione collaborazionista francese nutre il programma demente delle tre esposizioni finanziate dal governo di Vichy.

A partire dal 1940 tutte le logge massoniche francesi vengono sequestrate, poste sotto amministrazione giudiziaria e liquidate, gli archivi confiscati, i beni mobiliari venduti all’asta e tutte le informazioni relative ai massoni iscritti vengono accuratamente registrate negli infami schedari di Vichy. La prima loggia massonica saccheggiata dalla milizia di Vichy é la sede della Società Teosofica a Parigi nello square Rapp, a pochi metri dalla Tour Eiffel. Intervento particolarmente emblematico in quanto la Società Teosofica é il ramo meno impegnato socialmente in massoneria completamente dedicato alla speculazione spirituale ed esoterica e allo studio delle filosofie orientali.

Una seconda legge di Pétain viene promulgata il 13 Agosto 1941 destituendo dalla funzione pubblica tutti coloro che appartengono ad una loggia massonica. Una lista di nomi viene pubblicata sul «Journal Officiel» e diffusa.

Di fronte a questa persecuzione organizzata, i massoni già animati dal loro impegno morale e dal loro giuramente fraterno di obbedienza alla Giustizia e alla Verità reagiscono attivamente e costituiscono rapidamente delle brigate partigiane.

Particolarmente attiva nella resistenza del Limosino é la Loggia «Les Artistes Réunis» che già nel 1939 aveva dato appoggio ai repubblicani spagnoli perseguitati da Franco. Il 22 Giugno 1940 gli archivi della loggia «Les Artistes Réunis» vengono distrutti dai suoi aderenti per non permettere alla polizia di Vichy il sequestro della documentazione. Durante il mese di Agosto del 1940 numerosi atti di vandalismo vengono effettuati contro il tempio massonico della rue de la Fonderie a Limoges, la attuale rue des Coopérateurs. Nell’ottobre del 1940 la polizia di Vichy mette il tempio sotto sequestro e vende all’asta il mobilio.

Le prime riunioni dei massoni resistenti si tengono nell’agosto del 1940 e nel 1942 un vero e proprio gruppo organizzato di massoni partigiani si organizza in tre brigate. La brigata «Combat», la brigata «Libération» e la brigata «Franc-Tireur» sotto la direzione di François Perrin.

Nel corso delle lotte per la conquista della libertà numerosi saranno i martiri che la massoneria piangerà, tutti massacrati dalla milizia di Vichy o dai nazisti. Ricordiamo fra tanti e tanti nomi che non potrebbero tutti essere interamente riportati solamente per ragioni di spazio François Perrin, torturato alla caserma Marceau di Limoges dalla Gestapo e fucilato con le altre 47 vittime della barbarie nazista al Mont Valérien con altri due massoni, Armand Dutreix e Martial Brigouleix.

Il 17 Aprile 1943 la milizia di Vichy arresta sessanta partigiani massoni di Limoges fra cui Valentin Lemoine che viene torturato a Limoges e morirà in deportazione nel campo di sterminio di Dora Mittelbau in Germania.

Georges Ledot, un altro massone di Limoges, eroe della Prima Guerra Mondiale si arruola nelle brigate partigiane nel gennaio 1941. Nel 1942 Ledot organizza i M.U.R. (Mouvements unis de résistance) Arrestato dalla milizia di Vichy nel 1944 sarà torturato a Clermont-Ferrand e deportato a Mauthausen dove prima di morire riuscirà ancora ad organizzare un movimento di resistenza all’interno del campo.

Arsène Bonneau, massone di Limoges e socialista, nel 1942 dirige il gruppo delle brigate partigiane Franc Tireur. Arrestato nel 1942 sarà deportato a Buchenwald dove morirà.

Il leggendario eroe della liberazione di Francia, l’insegnante comunista Georges Guingouin, grande figura della resistenza francese, sarà iniziato in massoneria solamente nel 1969 nella stessa loggia del martire della resistenza Pierre Brossolette, le cui spoglie sono state trasportate nel Pantheon a Parigi. Simbolo dell’eroismo e dell’abnegazione partigiana, Pierre Brossolette per non parlare sotto la tortura della Gestapo morì suicida gettandosi dalla finestra della sua cellula.

Ma Limoges non é la sola città ad avere fornito eroi e martiri della Resistenza alla Francia. Tutta la regione ha pagato un tributo immenso alla causa della liberazione della Francia dal giogo nazista. Ricordiamo ancora altre fulgide figure della resistenza limosina massonica come

Georges Dumas aspirante massone che non vedrà mai il giorno della sua iniziazione. Sarà infatti fucilato dai nazisti a Brantôme nel 1944. La massoneria lo ricorda fra i suoi figli anche se morto in qualità di profano.

A Brive, numerosi massoni partigiani hanno subito il martirio per la causa della libertà come il giornalista Jean Chastre deportato e morto a Dachau e Raoul Desvignes fucilato dai nazisti a Limoges nel settembre 1943. La loggia «La Fraternité» di Brive perderà nella lotta della resistenza ventuno dei suoi membri.

A Guéret tutta la loggia «Les Préjugés Vaincus» si impegna attivamente nella lotta contro l’occupante nazista e molti ne periranno nei campi di Mauthausen , Neuengamme o fucilati in Francia.

Martial Brigouleix socialista e sindacalista di Tulle, insegnante di storia e geografia fu sospeso dall’insegnamento a causa delle leggi antimassoniche di Pétain. Partigiano, fu arrestato dalla Gestapo nell’aprile del 1943 e torturato nella sede della Gestapo a Limoges prima di essere fucilato nell’ottobre del 1943. Le ultime parole scritte da Brigouleix alla famiglia ricordano le parole di Antonio Gramsci nelle lettere al figlio Delio. Ecco come il partigiano francese si esprime nella sua ultima lettera «Siate forti come noi sappiamo essere forti. E vedrete, quando tutto ciò sarà finito, la vita sarà ancora più bella». Sentiamo in questa lettera del partigiano francese tutto lo spirito positivo e l’esortazione ad un futuro migliore.

Il 16 Maggio 1925 Mussolini si pronunciava in questo modo alla Camera dei Deputati sul problema massonico: «I fascisti hanno bruciato le logge dei massoni prima di fare la legge contro la massoneria». Un’affermazione che non smentisce ma integra alla potenza massima la violenza fascista e l’odio antimassonica e anti-internazionalista.

Ecco perché non dobbiamo mai dimenticare tutti gli uomini di buona volontà che hanno creduto nei valori di Libertà, Fratellanza e Uguaglianza indipendentemente dalle loro appartenenze filosofiche, politiche o spirtuali. Erano comunisti, socialisti, liberali ed erano anche massoni. Ed erano soprattutto resistenti e partigiani.

E tutti sono stati massacrati dalla barbarie nazifascista per garantire alle generazioni future un mondo migliore.

mostre a Parigi fra l’autunno del 1940 e l’estate del 1942mostre a Parigi fra l’autunno del 1940 e l’estate del 1942mostre a Parigi fra l’autunno del 1940 e l’estate del 1942

mostre a Parigi fra l’autunno del 1940 e l’estate del 1942

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